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domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


martedì 11 aprile 2017

Love Witch

Titolo: Love Witch
Regia: Anna Biller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La seducente strega Elaine ammalia gli uomini, li attira con il suo corpo perfetto e riesce così a fargli bere un magico intruglio. Dopo aver bevuto la pozione, si innamorano di lei e perdono la propria virilità, diventando persone molto più deboli e fragili. Ma questo è proprio quello che Elaine non vuole.

Love Witch è una di quelle opere difficili da classificare. Un film strutturato in modo atipico, con una dimensione onirica che abbraccia la realtà come una pozione magica in cui lo spettatore finisce stregato. Ecco l'impressione è stata proprio questa trovandomi di fronte ad un film che parla di una strega in un modo davvero disarmante in cui prima dell'incidente scatenante, il film ha qualcosa di ipnotico e seduttivo.
Samantha Robinson poi è semplicemente perfetta senza stare a fare grandi cose.
Ha un viso, un'espressività e delle forme che la fanno diventare immediatamente la femme fatale, l'oggetto del desiderio che tutti vogliono e a cui nessuno può sottrarsi.
Anna Biller, regista e artista fuori dal normale, si diverte, mette tutto dentro al film, facendolo diventare una specie di manuale su com'è la vera vita da strega e tutti i problemi legati alle infatuazioni.
In più il film a qualcosa di nostalgico come se riportasse continuamente in un'epoca diversa in cui predomina la natura e la Vecchia Religione come nella scena bellissima in cui si celebra il rito del matrimonio secondo l'antico culto pagano.
Love Witch non è solo un omaggio al cinema sexploitation e grindhouse degli anni 60/70, ma si trova nel cinema del Technicolor, nel 35mm, in una delizia formale immensa e senza eguali che questa artista molto alternativa riesce a rappresentare con una spontaneità incredibile.
Un'opera che a distanza di anni riporta la regista con rara autorevolezza e convinzione a bombardarci di intrugli, saponette, pozioni e allucinogeni seriamente potenti.
Un film letteralmente ricoperto di simbologie che in una spirale narcisistica e spietata
dimostra una padronanza incredibile della sua creatura in ogni dettaglio, minuziosamente studiato, dove nulla è lasciato al caso.

The Love Witch è tanto altro ancora a parte una durata che allunga un po troppo alcune situazioni, intriso di delicatezza e violenza in un binomio capace di evocare sensazioni ed emozioni sopite da anni di effetti speciali in digitale. Il cinema di Anna Biller è cinema artigianale e noi non possiamo che apprezzare e accogliere questa rappresentazione alternativa e originale della strega attraverso canoni, stili e codici congeniali quanto intrisi di un certo sapere e di una innata capacità di saper unire così tanti ingredienti diversi.

martedì 7 marzo 2017

Heavy Metal

Titolo: Heavy Metal
Regia: Gerald Potterton
Anno: 1981
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Uno strano tipo d'astronauta torna a casa portando con sè il Loc-Nar, un piccolo meteorite verde. Appena varcato l'uscio di casa l'uomo viene polverizzato dal malefico meteorite davanti agli occhi dell'inerme figlioletta. Il Loc-Nar inizia così a raccontare le sue tremende vicissitudini alla bambina, affinché possano valere come lezione di vita sulle smanie di potere del genere umano.

Quando penso ad alcune pellicole storiche per quanto concerne l'animazione non posso non includere questo master di Potterton, il quale assieme a tante altre opere significative hanno saputo dare enfasi e spirito al genere. Heavy Metal poi senza nemmeno farlo apposta è un precursore nel suo viaggio spazio tempo a cercare storie e creare trame diverse anche se legate da un filo invisibile.
Tutto gode di una libertà, una magia e un'armonia che si respirava in alcuni periodi e che spesso con la c.g l'animazione moderna rischia di perdere.
Quando il film venne citato in un celebre episodio di SOUTHPARK mi resi conto che dovevo assolutamente vedere questa fondamentale perla che riesce a contaminare più generi dalla sci-fi uniti al fantasy e infine l'horror in modo molto equilibrato e suggestivo.
Il film è ispirato ad un celebre fumetto franco-canadese uscito nel 1974 di nome Metal Hurlant che tra l'altro potrebbe avere qualche analogia con il libro di Evangelisti Metallo Urlante, una raccolta di storie con tanti punti in comune.

A questo film tra l'altro collaborarono disegnatori come Moebius, Dan O'Bannon e Richard Corben mentre sulla soundtrack ci sono gruppi come i Black Sabbath, i Blue Oyster Cult e i Nazareth. Il film tra l'altro venne prodotto da un Ivan Reitman alle prime armi. Al di là della trama e di alcune storie che potranno sembrare ormai datate, il film mantiene un fascino e un'atmosfera davvero unica e potente in grado di restituire quella fama e rendere giustizia al lavoro che Potterton e soci meritano soprattutto inserendo alcuni sprazzi erotici che per il tempo non erano affatto scontati.

lunedì 6 marzo 2017

Handmaiden

Titolo: Handmaiden
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Corea,1930. Sotto la dominazione giapponese della Corea, Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal (falso) conte Fujiwara, che mira al patrimonio di una ricca ereditiera nippo-coreana, Hideko. Sookee diviene la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione, che rischia di compromettere il piano di Fujiwara.

C'è una frase che mi colpì di Park Chan-Wook quando al tempo diresse uno dei tre episodi di THREE EXTREMES. Il regista confidò al giornalista di essersi avvicinato solo in tarda età alla settima arte e di aver visto pochissimi film.
Senza stare a fare le presentazioni parliamo di un outsider che non ha mai sbagliato un colpo.
Sia nella trilogia della vendetta, la più conosciuta e apprezzata, ma anche in tutto il suo cinema precedente e la filmografia successiva, è un autore poliedrico che ha spaziato dal dramma, all'horror fino alla sci-fi, per arrivare con questo suo ultimo film a concludere la trilogia sull'esplorazione dell'amore proibito iniziata nel 2009 con THIRST e proseguita con STOKER.
Handmaiden approfondisce alcuni temi cari al regista e chiama in cattedra ancora una volta una scenografia inquietante per quanto rasenta la perfezione e una fotografia anch'essa molto potente in grado di restituire tutto ciò che i dialoghi e le parole non devono sforzarsi di raccontare.
Eppure a dispetto di altre sue opere appare come qualcosa di incredibilmente complesso, stratificato, un omaggio al cinema erotico e al soft-core con scene di sesso tra donne che fanno imbarazzare LA VITA DI ADELE.
Hideko, la protagonista ad esempio è costretta ad essere, lei come tutti gli altri, prigioniera del suo zio folle, un demiurgo come non si vedeva da tempo, addestrata fin dalla tenera età a interpretare reading per soli uomini di testi erotici giapponesi, di cui lo zio è un accanito e geloso collezionista, ossessionato dal sesso come esercizio di potere in modo indifferente sia nei confronti delle donne sia degli uomini.
In Handmaiden tutto viene ribaltato, i giochi e le dinamiche complesse tra i personaggi esplodono, il lento gioco della rottura delle apparenze diventa sempre più grottesco e avvincente per poi finire in un bagno di sangue come nella inquietante scena che fa da apri pista alla deriva gore, in cui i due maschi, il padre-padrone ed il mentore-lenone, gabbati e sconfitti, si fronteggiano a colpi di tortura verbale e fisica tranciando dita.
E'un omaggio agli usi e costumi di una Corea ancora schiava e repressa, dove si insinua la libertà dell'erotismo come unica valvola di sfogo "femminile" e concentrandosi su una messa in scena che a differenza di molta cinematografia di genere coreana non usa un'estetica patinata così esagerata. Ispirato ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters, il thriller di Wook, che tra i suoi registi preferiti pone Hitchcock palesandolo senza troppi problemi e tessendo come spesso capita nel suo cinema il classico concetto per cui chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato.
Handmaiden come tante opere in costume utilizza lo storytelling per creare ambiguità e per dare ancora più valore e spessore alla storia.



mercoledì 15 febbraio 2017

Gradiva

Titolo: Gradiva
Regia: Alain Robbe-Grillet
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Uno studioso di Delacroix di nome John Locke si reca a Marrakesh per tentare di risalire alle ragioni della sua svolta pittorica, testimoniata dai "Carnets du Maroc", di cui però soltanto quattro sono giunti fino a noi. Nell'appartamento che divide con la sua schiava penetrano personaggi di ogni tipo, capaci di farlo entrare in una pericolosa spirale di sesso e allucinazioni.

Che strano film questo giallo, questo viaggio nella mistery franco-marocchina con ventate di cinema di altri tempi e un'amore infinito per le Mille e una Notte e il cinema erotico. In Gradiva il fascino e l'amore per l'Oriente sono una costante con cui il regista non può fare a meno di confrontarsi.
Un indagine lenta, onirica, inquietante e allo stesso tempo romantica come un viaggio alla scoperta del piacere e di ciò che può apparire e risultare scontato solo all'apparenza.
Un'opera che sembra un dipinto, forse troppo intellettualmente ricercata, in momenti dove non sempre si riesce a sposare alla perfezione con la fotografia del film, quadri e opere per una galleria di immagini potente e suggestiva abbracciando il bondage e le pratiche di sesso estremo.
Alcune location sono di una struggente bellezza guidandoci attraverso giardini incantati e castelli che sembrano nascondere all'interno tanti gironi infernali in un'esperienza che abbraccia la realtà, la fantasia, il sogno e la veglia confondendo lo spettatore e rimescolando in crescendo fino ad arrivare al climax e all'estasi finale, all'eccitazione dei sensi. Carnalità e trascendenza, violenza e tenerezza si alternano nella coscienza di John Locke in un film d'altri tempi con una piccola critica concernente gli intenti che in alcuni momenti decollano per traiettorie surreali e metafisiche.
L'amore per un'ideale di donna, che ricopre tante sembianze e sembra essere a tutti gli effetti una dea diventa un viaggio interiore ed esteriore anomalo quanto ambiguo come appunto diversi personaggi che il nostro John Locke incontrerà nella sua ricerca.




venerdì 10 febbraio 2017

Ragazza del vagone letto

Titolo: Ragazza del vagone letto
Regia: Ferdinando Baldi
Anno: 1979
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre teppisti si scatenano su un treno. L'unico che saprà opporsi alla loro aggressione sarà un detenuto politico.

Exploitation d'annata? Per certi versi sì. Il film di Baldi conosciuto all'estero con nomi tipo "Terror Express" (che comunque è ancora più suggestivo) ci porta ad ampliare con più azione e meno caratterizzazione dei personaggi un altro esperimento di film di genere particolarmente violento e provocatorio . Le ghigne dei personaggi qui sono tutte perfette, la location si sposa a pannello (il treno è sempre suggestivo) e non mancano le perversioni e le devianze sociali che qui però hanno il pregio di non essere tutte addossate sugli antagonisti ma dal momento in cui i tre teppisti prendono il sopravvento scopriamo una galleria di elementi davvero degni di nota.
Dal politico perverso e vigliacco che fa rifornimento di riviste porno prima di salire sul treno, al padre apparentemente premuroso che ha desideri erotici nei confronti della figlia adolescente, una prostituta che batte in accordo con il capotreno, una signora borghese che non disdegna una sveltina con uno degli stupratori, una ragazzina che si innamora del suo carnefice e persino il terrorista politico che alla fine è l'unico a ribellarsi sul serio.
Tutti hanno un loro perchè, tutti se vuoi anticipano come andranno le cose nel nostro paese e soprattutto il film come l'anno in cui è uscito, meritano un discorso a parte sul politicamente scorretto. Mentre alcune scene sono davvero troppo lunghe come la scena di sesso tra uno dei tre teppisti e la ragazzina che come diceva un critico per l'anno di uscita serviva come biglietto da visita per i feticisti delle nostre nazionali starlettes del tempo che fu, dall'altra alcuni passaggi, come nel finale, sono velocissimi soprattutto quando muoiono alcuni personaggi principali.
Luigi Montefiori, noto ai più come protagonista del malatissimo ANTROPOPHAGUS, firma la sceneggiatura, divertendosi ma allo stesso tempo senza andare veramente a fondo nella natura del disagio ma lasciando lo spettatore irritato per il semplice fatto che personaggi così esistono mossi spesso senza una logica ma semplicemente per soddifare i propri bisogni fisici. Punto.




Porno & Libertà

Titolo: Porno & Libertà
Regia: Carmine Amoroso
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

E'un oggetto indeterminato Porno e libertà, il documentario di Carmine Amoroso che getta uno sguardo sommario sull'Italia degli anni Settanta e sulla genesi del porno nostrano, dai giornali allo schermo, dalla censura all'elezione di Ilona Staller, la prima porno diva a diventare membro del Parlamento. Lo è perché affronta la liberazione sessuale e la caduta di ogni velo sul sesso senza interrogarsi troppo sul desiderio, sulla complessità del desiderio e su quanto abbia giovato al desiderio la 'contestazione' avviata col '68. Lo è ancora perché anacronistico, isolato, separato. Concentrato su un'epoca e un gesto di rottura, morale, politica e sociale, che sperimentò la pornografia e la circolazione di prodotti pornografici, Porno e libertà non riesce a stabilire un dialogo col presente.

Suona come qualcosa di datato, antico, che ha fatto il suo tempo il documentario di Amoroso.
Però non è così. Infatti pur essendo ovviamente un excursus negli anni in cui sviluppa e concentra maggiormente le tematiche, il documentario a parte essere confuso nella strada da prendere, parte più di una volta su una tangente per poi finire in tutt'altri luoghi. Allo stesso tempo nonostante i limiti si scoprono un sacco di cose. Anzichè leggere libri di storia sul tema della nascita del porno in Italia (che comunque gioverebbero), per chi preferisce la settima arte in 90' si rimane piacevolmente sorpresi. Come ad esempio scoprire che in Italia è stato girato il primo film porno. Sarà vero? In caso aumenterebbe la mole di primati del nostro paese.
Il problema del documentario è legato allo sdoganamento. Per troppi minuti e con troppi ospiti si parla del problema dei tabooe e della censura.

Tutti ma soprattutto Amoroso, vuole per forza sdoganare il porno in Italia in modo spesso gratuito o fine a se stesso. Ho sempre pensato che chi voglia vedersi i porno è libero di farlo. Certo a metà degli anni'60 non era così facile, mancava la rete, però le occasioni c'erano e di fatto si faceva l'amore molto di più di oggi o meglio il senso pudico aveva delle ragioni che oggi sembrano ormai dover essere sovvertite per strani totem consumistici e per soddisfare infine i piaceri trasformando l'eros in una consumazione di corpi.

martedì 27 dicembre 2016

King Cobra

Titolo: King Cobra
Regia: Justin Kelly
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio: 2/5

Ispirato a una storia vera cupa e intrigante, il film narra le vicende di un ragazzo che diventa una star del porno gay grazie a un losco figuro fondatore di una casa di produzione a luci rosse chiamata Cobra Video. Gli eventi lo porteranno ad accostarsi a un produttore rivale e altrettanto influente, che farà di tutto pur di accaparrarselo.

Kelly: "come si fa un film che tratti il porno-gay senza essere grossolano ed approssimativo?"chiese il discepolo al maestro Gus Van Sant
Van Sant: "bisogna andare al di là dell'estetica senza eccitarsi e autocompiacersi"
E fu così che al suo secondo film, Kelly dimostrò di non aver capito nulla.
E'difficile trovare le parole per descrivere un film fortemenete voluto da Franco, qui in veste anche di produttore, che sembra essere stato girato troppo velocemente dove l'attore non fa altro che ammettere la sua omosessualità in una parodia di un "gay" secondo James Franco che si bea di sguazzare nei luoghi comuni penando solo a ficcare e mostrare le sue pose da produttore/gangster (senza però avere quel fascino che mostrava in SPRING BREAKERS). Il risultato è una performance eccessiva, urlata, volgare, grottesca nelle scene di sesso che vorrebbero ambire al softcore con il risultato di apparire trash e banali.
King Cobra si basa sul libro del 2012 di Andrew E. Stoner Cobra Killer: Gay Porn, Murder, and the Manhunt to Bring the Killers to Justice, dal titolo molto esplicativo. Un film che riesce a rendere noiosa una storia con dentro il porno, un omicidio e James Franco, cosa praticamente impossibile, diventando nel giro di venti minuti qualcosa di indefinito tra crime, drama e merda.
Tutto è superficiale, tutto. E la cosa che stupisce di più è che Kelly si impegna davvero tanto per affossare il film: rallenty, colonna sonora oscena e una visione del mondo gay allucinante in un tripudio di muscoli che guizzano, bilancieri, canotte e boxer lucidi, il tutto con quell'inconfondibile sapore eighties e la performance di Slater che riesce in alcuni momenti a salvare il film in corner con un personaggio complesso e ben caratterizzato. Infatti è proprio nella convivenza tra due universi opposti che sembrava potesse evolversi la narrazione del film. Da una parte abbiamo l'omosessualità oppressa e opprimente di Stephen (Slater), che nasconde le proprie pulsioni sessuali dietro un'apparenza borghese. Dall'altra l'esibizionismo eccessivo e pacchiano della coppia di Franco e compagno che in quanto produttori meno famosi combattono a suon di ricatti la famosa industria cinematografica.
Per dirla tutta è un film che personalmente ho archiviato e quasi dimenticato poche ore dopo averlo visto.


martedì 15 novembre 2016

Elle

Titolo: Elle
Regia: Paul Verhoeven
Anno:2016
Paese: Francia
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 4/5

Michelle è la proprietaria di una società che produce videogiochi ed è una donna capace di giudizi taglienti sia in ambito lavorativo che nella vita privata. Vittima di un stupro nella sua abitazione non denuncia l’accaduto e continua la sua vita come se nulla fosse accaduto. Fino a quando lo stupratore non torna a manifestarsi e la donna inizia con lui un gioco pericoloso.

Il personaggio di Michelle, interpretato dalla sempre camaleontica Huppert (l'attrice feticcio di Haneke) è multisfaccettato, rivela e analizza una personalità complessa che deve fare i conti con il passato e un padre pluriomicida ora agli arresti che le crea nella sua cittadina non pochi problemi con l'opinione pubblica. E'amata da tutti ma non sa amare e questo sentimento sembra ad un certo punto esplodere diventando il gioco-forza di questa lotta-accettazione in un "gioco" perverso con uno stupratore.
Ed è proprio con uno "stupro"iniziale che il funambolico Verhoeven ci immerge fin da subito in un film complesso, teso e complicato che fa malissimo nella maniera in cui una donna accetta una condizione  di violenza e iniziale impotenza senza saperne o volerne uscire.
La psicologia con cui Elle segue minuziosamente le scene di pornografia nei videogiochi per cui lavora, il sadismo che prova a vedere il suo ex marito gongolare per lei, il piacere che prova con il marito della sua migliore amica, l'odio e allo stesso tempo il disprezzo per la moglie di suo figlio che ha avuto un bambino di colore da un altro uomo, tutto sembra poi esplodere dentro di lei sentendo il bisogno di liberarsi e offrendo il suo corpo, sacrificandosi come strumento per un carnefice che sembra rappresentare quasi una sua sorta di nemesi complessa e variegata.
Elle, diminutivo di Michelle, è un dramma psicologico, un thriller che colpisce duro e non risparmia la psiche dello spettatore e della protagonista aggiungendo un altro duro tassello su come spesso gli stupri vengano ignorati dalle donne o meglio accettati senza andare a fondo e comprenderne gli effetti collaterali, le conseguenze inattese e gli effetti perversi.

mercoledì 3 febbraio 2016

Love

Titolo: Love
Regia: Gaspar Noè
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Murphy ha sposato Omi con un matrimonio riparatore, poichè Omi è rimasta incinta della loro figlioletta durante un rapporto non protetto. Quel rapporto occasionale è stato la causa della drammatica rottura fra Murphy e il suo grande amore, Electra. La mattina del primo dell'anno la madre di Electra telefona a Murphy e lo informa di non avere più notizie della figlia, ed essere preoccupata perchè la ragazza soffre di tendenze suicide. Nell'arco di 24 ore Murphy ripercorrerà con la memoria le tappe della sua folle passione per la sua ex anima gemella, cercandone il perdono.

Gaspar Noè è un regista che reputo molto interessante. Ogni suo film viene sempre anticipato come qualcosa di scandaloso, esplicito e perturbante.
A mio avviso Noè è anche un regista che comincia ad avere un'età e il suo ultimo film sembra l'opera meno matura che si sia mai degnato di fare arrivando lui stesso a parlare di "sessualità sentimentale". Mi sfugge il perchè del 3d ma avendolo visto in 2d non voglio nemmeno pensarci.
La sua politica, i suoi temi ricorrenti, il suo modo di provocare il pubblico e la critica, sono tutti elementi che in questo menage a trois non sembrano sortire lo stesso effetto dei film precedenti Ormai il pubblico non si lascia addescare sentendo solo la parola fellatio, porno arthouse,masturbazioni, eiaculazioni verso il pubblico (spiegato forse l'uso del 3d), penetrazioni filmate dall'interno di una vagina, triangoli, fellatio, cunnilingu, etc, altrimenti si sposterebbe su un porno e farebbe molto prima.
Lo scandalo trattando il sesso (e solo in parte l'amore) uno se lo poteva pure aspettare, anche se in questo caso è più l'elemento esplicito che non disturbante, ma almeno con una trama dietro, cercando almeno ai minimi termini di contestualizzare la materia in modo che meritasse una messa in scena di un certo tipo e non un capriccio su come senza il preservativo si rischia di commettere una cazzata prendendosi poi le proprie responsabilità.
Quindi una provocazione per poi dare una dose di morale su come i giovani-adulti pensino sempre che il cazzo non vuole pensieri.
Love arriva tardi, forse troppo, cercando qualcosa di nuovo da dire ma senza riuscirci e sapendo bene che molti altri registi, esagerando di meno, sono stati molto più provocatori, lasciando di sicuro il segno. Rimane un esercizio di estetica formidabile, che ancora una volta nel suo clima malato e onirico, in un’alterazione delle immagini e poi della coscienza che rimane forse l'unico vero marchio del regista.


mercoledì 18 novembre 2015

Knock Knock

Titolo: Knock Knock
Regia: Eli Roth
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Evan Webber sta vivendo il suo sogno. Ha una bella moglie, due figli splendidi e una casa veramente stupenda - da lui stesso progettata. Le cose stanno andando così bene che a Evan non importa trascorrere il giorno del papà da solo, mentre il resto della sua famiglia se ne va fuori per un weekend sulla spiaggia. Ma qualcuno bussa alla porta, due giovani donne sono sulla soglia di casa. Niente sarà più come prima.

Knock Knock è un film erotico con venature grottesche.
Per questo con due attrici così affascinanti ed esteticamente perfette come Ana De Armas, del precedente GREEN INFERNO nonchè moglie del regista, e Lorenza Izzo, Roth scatena tutte le fantasie e gli ormoni del pubblico.
Keanu Reeves sta invecchiando e bisogna dargli atto che ultimamente non se la passa bene con la scelta dei film e soprattutto da quando ha provato a cimentarsi con la sua prima brutta regia.
Eli Roth continua a fare un certo tipo di cinema di genere senza originalità, ma con alcuni interessanti guizzi, qualche leggero colpo di scena e una tecnica indiscutibile.
Un soggetto come questo in altre mani avrebbe di certo fatto la differenza.
Soprattutto quando pur con una sceneggiatura scritta a sei mani di un remake di un film exploitation come DEATH GAME del '77 che ovviamente nessuno conosce (ma è qui il vero trucco), il film dimostra tutti i suoi limiti, potendo giocare solo sulle interpretazioni e sull'abilità tecnica.
Per essere un home-invasion i punti di forza del film che sono davvero pochi, restano l'elemento della Lolita, il fatto di continuare a violentare la generosità del padrone di casa, i social per mandare a puttane una vita nel giro di pochi minuti, una scenografia ovviamente curatissima e nemmeno troppo hi-tech come poteva sembrare, picchi di esagerazione continua e senza una vera continuità, ma passando da un estremo all'altro come l'alternanza tra le facce timide delle due ragazze e la loro componente borderline.
Dall'altro però implacabile c'è il limite che seppur con una forza e intenti diversi rispetto al film del '77, la mancanza di originalità e i dialoghi che a lungo andare deragliano diventando ripetitivi e a volte senza senso, rappresentano una barriera a dir poco invalicabile.



lunedì 22 giugno 2015

Duke of Burgundy

Titolo: Duke of Burgundy
Regia: Peter Strickland
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Festival: TFF
Giudizio: 3/5

Cynthia ed Evelyn sono legate da un rapporto sadomaso: la fredda e autoritaria Cynthia è la dominatrix, la giovane e tenera Evelyn si sottomette docilmente ad ogni sua richiesta. Ma forse i rapporti di forza fra le due donne non sono esattamente quel che sembrano a prima vista, e il loro rapporto diventa una cartina di tornasole della complessità e ambiguità di qualunque relazione passionale.

Il “duca” del titolo è un tipo raro di lepidottero che la ricca Cynthia colleziona e di cui studia anatomia e suoni, esponendo le proprie dettagliate ricerche ad un pubblico femminile di ricercatrici.
Forse la metafora perfetta dell'ultimo film di Strickland è quella della vita di una farfalla al contrario, passando dalla fase adulta alla crisalide al bruco e infine all'uovo.
Nella sua breve vita parte in quinta mostrando la sua delicata e preziosa messa in scena con una cura compositiva che forse voleva ispirarsi per certi aspetti alla fotografia monumentale di Greenaway.
Mostra due donne molto affascinanti e un rapporto sadomaso con alcune scelte estetiche davvero perverse per quanto realistiche e forse anche di facile scalpore, anche se mai gratuite o esagerate, ma sempre composte con un manierismo, quello di Strickland, capace di creare delicatessen cinematografici con uno studio, come per il precedente BERBERIAN SOUND STUDIO, per le devianze emotive e alcuni particolari che spesso passano in secondo piano per altri registi.
Infine perde velocemente lo smalto, quella polverina che ti rimane in mano dopo aver accarezzato una farfalla e nel giro di pochi minuti la vedi cadere a terra senza forze.
Notevoli le musiche dei Cat's Eyes, interessanti i rimandi ad un certo cinema del passato e molto funzionali le scelte registiche su cui concentrare alcuni particolari e dettagli della macchina da presa.
Un film erotico capace di eccitare e allo stesso tempo di annoiare a morte come nelle puntigliose e documentate relazioni sulle farfalle che ogni tanto intervallano la narrazione oppure Evelyn che spia dal buco della serratura la sua padrona quando si spoglia.

Il film è prodotto dalla Rook Films del talentuoso Wheatley.

lunedì 27 aprile 2015

El sexo de los angeles

Titolo: El sexo de los angeles
Regia: Xavier Villaverde
Anno: 2011
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Carla e Bruno credono di avere le risposte per tutto quello che la vita gli ha offerto fino ad ora. Ma quando appare Rai, un uomo misterioso ed attraente che vive fuori dalle regole, in questa storia d'amore e di amicizia i confini si dissolveranno e si spezzeranno, trasformandosi in relazioni emozionanti e profondamente romantiche.

Il terzo film del giovane regista spagnolo Villaverde è frizzante, pieno di vita, solare, e bello come i protagonisti/e, oltre che dotato di un senso del ritmo notevole e a tratti riflessivo.
Quello che non convince è la quasi totale impossibilità dei fatti, soprattutto in un finale con lieto fine aperto a innumerevoli interpretazioni ma che non può certo durare perchè impossibile e immorale come penserebbe qualcuno.
Così come anche alcune scene ripetute e che stonano con il ritmo nello studio dove lavora Carla. Alcuni dialoghi «non posso vivere senza di te ma neanche senza di lui»; «l’amore viene dal cuore e non dal cervello» e per finire un incidente che grida al forzato sensazionalismo per far convergere quello che poteva rivelarsi un buco di sceneggiatura, sono i passi ingenui commessi da chi in fondo crede che tutto possa trovare una giustificazione.
Un film che sa essere un'irrestistibile commedia ma che sa anche trattare, anche se in modo sempre molto ottimista, il triangolo che può avvenire in una coppia quando subentra un terzo armato di fascino e languidi sguardi oltre che un rispetto altalenante per entrambi i partner.

Xavier sa benissimo di non essere il primo a trattare questo tema, i film ormai sono numerosi, ma lo fa in modo per certi aspetti innovativo, puntando su un triangolo poliamoroso irrestistibile rispetto ad altri film, in cui la componente drammatica emergeva molto di più.

domenica 19 aprile 2015

Room in Rome

Titolo: Room in Rome
Regia: Julio Medem 
Anno: 2010 
Paese: Spagna 
Giudizio: 2/5 

Inizio di una calda estate romana. Alba e Natasha si sono appena incontrate e hanno deciso di prendere una camera in un albergo. Alba è madre di due figli e il giorno dopo deve ritornare in Spagna, Natasha invece sta per sposarsi e l'indomani tornerà in Russia. Entrambe, però, sono attratte l'una dall'altra e, durante le dodici ore trascorse insieme, si lasceranno andare lentamente e senza riserve alla scoperta di una verità a lungo negata e destinata a rimanere chiusa tra le mura di quella stanza. 

Il regista spagnolo di CAOTIC HANA si slaccia da contesto onirici e un certo cinema che possiamo quasi definire “sperimentale” per trovare in questa commedia erotica, la summa della sua riflessione sul dare libero sfogo ai sensi, come accennava, anche se in forma diversa con il suo precedente film. Ora Room in Rome lascia basiti per l'inconsistenza dei contenuti, tutto affidato ad alcuni dialoghi difficilmente sopportabili e che sfiorano in più di un'occasione il ridicolo. 
Si parla di due versioni di cui una tagliata, ma il problema non è questo. 
Non stiamo parlando di un film autoriale e solido, contenutisticamente parlando, che potrebbe o meriterebbe la censura. 
Al di là dei corpi sinuosi, perfetti e del fascino magnetico delle due protagoniste, è la trama e la narrazione il limite più grosso del film, tale da rendere tutto il resto una “malaparata”. Medem è attratto dal sesso e i suoi film lo comunicano e non per questo si può farne una colpa, e chi non lo è. Però il suo ultimo film è noioso, disarticolato, cerca di essere provocatorio rimanendo invece intrappolato in un nulla di fatto. 
Enrico lo Verso probabilmente non sapeva cosa faceva o forse ha visto le due attrici e non ha saputo resistere. 
Un peccato perchè l'aspetto tecnico, in particolar modo la fotografia, è molto curata così come alcune inquadrature. 
L'idea di prendere un concetto come il “kammerspiel” e torturarlo oltremodo però è sinonimo che bisogna avere stoffa e talento. Finora Medem non lo ha dimostrato.

Twentynine Palms

Titolo: Twentynine Palms
Regia: Bruno Dumont
Anno: 2003
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Lui è un fotografo alla ricerca di nuovi luoghi per una rivista. Lei lo accompagna perché sono innamorati. Insieme scoprono il deserto che circonda la città di Twentynine Palms. Insieme si perdono nello splendore della natura, si amano e si odiano vicendevolmente, senza sospettare che il pericolo non è solo dentro di loro.

“Credo che il film sia molto semplice: sono in due e si amano. Io metto la macchina da presa e sondo il tutto. Punto e basta.” Bruno Dumont in conferenza stampa a Venezia 2003

A metà tra Seidl e Araki (la scena dell’aggressione sembra quella subita dal protagonista in DOOM GENERATION ma anche ancor prima da UN TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA) il film di Dumont che lo definisce un horror sperimentale, è l’ennesima conferma del talento e dello stile assolutamente autoriale e personale del regista. Un film assolutamente non riuscito ma che in un qualche modo rimane impresso forse perché per due ore non ci viene detto nulla dei personaggi e sembra onirico nel riproporre sempre le stesse mosse, gli stessi scenari e la stessa canzone di sottofondo.
Citando prima alcuni registi, ho fatto un paragone solo perché amandoli tutti e due, ho notato quanto possano crearsi delle difficili e malcelate similitudini tra stili e messe in scena. Un film dove non è il sesso a fare da protagonista in alcune vicende, ma è messo in scena così bene e colpisce così a fondo, da dare a Dumont e i due attori un premio speciale solo per essersi prestati in modo molto disinvolto in una ricerca che non è mai gratuita o spettacolare, ma al contrario, un linguaggio tra i due protagonisti che emerge proprio con i corpi. Sembra sempre più impossibile vivere ai margini senza dover fare i conti con la brutalità della società e i legami di coppia, quando hanno e vivono di connotazioni artistiche. Una fotografia poi quella di Georges Lechaptois davvero in grado di esprimere dolcezza e amarezza, disagio e sconcerto, con un deserto di fondo che cattura una ricerca di senso e un amore per la libertà davvero suggestivo. 
Dumont comunque dopo HORS SATAN, visto qualche mese fa, deve avere di fatto un problema. 
Ha paura o forse pensa che gran parte dell’orrore provenga ora e sempre dalla natura, sempre poco rassicurante.
29 palms non è piaciuto a praticamente tutta la critica che lo ha distrutto forse perché non pensavano che il regista di film totalmente diversi, scegliesse una strada simile, definendolo più volte un allucinazione senza pathos.

Non si possono proporre quasi due ore di vita insulsa dei protagonisti senza fornire alcun addentellato narrativo è stata un’altra delle bastonate. 
Secondo me invece c’è. Dumont è difficile, ostico, punta a provocare proprio sottraendo parte della narrazione.

mercoledì 19 novembre 2014

Discesa all'inferno

Titolo: Discesa all'inferno
Regia: Francis Girod
Anno: 1986
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Una donna bella, sensualissima, misteriosa. Il suo uomo, scrittore quarantenne, deluso dalla vita, quasi alcolizzato. Un rapporto a pezzi che solo il sesso tiene ancora in piedi. Il tutto miscelato nel caldo umido dei Tropici che in un crescendo di tensione genera adulteri e delitti

Più che un giallo l'ultimo film di Girode sembra una sorta di thriller erotico, con svariate analogie in comune nella struttura dell'indagine, giocando come punto forte sull'interprete e la location ai tropici nonchè la nudità della Marceau.
Un film praticamente tutto basato sulle inquietudini che muovono i due protagonisti, senza di fatto arrivare mai ad un climax che possa definirsi convincente.
L'incidente scatenante di fatto mostra già le pecche a cui Girod non riuscirà a sfuggire, e alla lunga più che un noir, vengono ripetute e mostrate le nudità e il corpo stupendo della Marceau, unico vero elemento interessante e motore del film.
Il finale cerca di salvare parte della pellicola che come molti film francesi di quegli anni dimostravano un enorme difficoltà ad uscire da alcuni schemi quasi auto-imposti. Ed è proprio nel finale, in una sorta di legame e riappacificamento mentre lui sta per morire e lei che fino all'ultimo, dimostra un legame quasi evitante-ambivalente, rimettendo in modo quella formula ossessivo-compulsiva del loro strano atipico rapporto che doveva essere il motivo di maggior interesse della vicenda.


martedì 25 marzo 2014

Nymphomaniac-Volume II

Titolo: Nymphomaniac-Volume II
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2013
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Seconda parte del film di Lars von Trier in cui si parla dell'età adulta della protagonista. Nella storia un uomo di nome Seligman, interpretato da Stellan Skarsgard, raccoglie una donna picchiata e contusa in un vicolo, Joe, Charlotte Gainsbourg. Mentre l'accudisce a casa, Joe gli racconta in otto capitoli la sua vita, dalla nascita ai cinquant'anni, autodiagnosticandosi come ninfomane.

"La sessualità è la forza più potente dell'animo umano"
Come si gestisce l'esigenza di avere 10 amplessi al giorno con 10 uomini diversi?
Come ci si racconta e cosa si ascolta in sedute per dipendenti di sesso in cui la ninfomane non trova e non vuole aiuto, e soprattutto, non si riconosce perchè dice di essere una vera "ninfomane" mentre le altre sono, per lei, un'altra cosa.
Il piano temporale inizia citando il dialogo di Joe del Volume I, in cui lei si maturba per la prima volta all'età di 4 anni.
Sul piano simbolico Trier suggerisce alcuni punti di vista per detrutturare alcuni monoteismi forti, ad esempio con l'Orgasmo Spontaneo e la Trasfigurazione di Cristo, smuove il terreno sacro di uno dei sacri passaggi della cultura ecclesiastica occidentale.
Lo stesso momento in cui l'umanità di Cristo viene illuminata dalla divina luce eterna.
YEAH
E allora vai di Valeria Messalina e la puttana di Babilonia, permettiti di dire che il nostro passato è orgiastico, che Claudio era un Ninfomane e che in fondo viviamo e continuiamo a vivere repressi concludendo con il continente oscuro della sessualità femminile di Freud.
Poi c'è il lato squisitamente ironico e, in alcuni passaggi, quasi comico, quando ad esempio Joe esce dal ristorante con Jerome e le cadono i cucchiai dalla figa.
Il problema è di dover aspettare per la versione uncut, del secondo volume, di quasi cinque ore e mezza, a dispetto di quella di due ore, in cui verranno privilegiate scene esplicite di sesso.
Il film di Trier è il Dio Pan del mondo dell’arte, della musica, della religione e della letteratura. L'aspetto erotico è certo dominante ma come sempre più nei dialoghi che non nelle scene.
Se, come afferma il filosofo contemporaneo Slavoj Žižek nel suo documentario psicoanalitico sul cinema “The Pervert’s Guide to Cinema”, il cinema è l’arte più perversa perché non offre ciò che si desidera ma piuttosto comunica allo spettatore ‘come’ desiderare, Nymphomaniac allora è un fottuto Vaso di Pandora. Apritelo...

Nymphomaniac-Volume I

Titolo: Nymphomaniac-Volume I
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2013
Paese: Danimarca
Giudizio: 5/5

L'anziano Seligman, uscito per fare la spesa in una giornata nevosa, trova a terra il corpo insanguinato di una donna, Joe. La porta nel suo appartamento e la soccorre. Qui Joe gli rivela di essere una ninfomane. Se vuole può raccontargli la sua vita ma sarà una lunga narrazione che prende le mosse dai libri di anatomia del padre medico per poi passare alle competizioni con una coetanea a chi ha più rapporti nel corso di un viaggio in treno. Ma è solo l'inizio.

Nymphomaniac è un film liberatorio, l'escatologia sulla sessualità.
Nymphomaniac è il film prima di tutto per i benpensanti e per i giudaico-cristiani.
Nymphomaniac è un'analisi sull'amore, sul sesso, sul senso di colpa e infine sulla vendetta.
Trier è da stimare per il suo coraggio, questo và detto.E' uno dei massimi provocatori del cinema contemporaneo, uno che si interroga, affascinato dalle questioni esistenziali e dai dilemmi morali, tali da inscenarli in un processo di analisi e auto-analisi di quasi quattro ore.
Tutto quello che è stato pubblicizzato in fondo non è.
Il racconto è un diario di vita morale e immorale in cui si costruisce e si distrugge, si ascolta e ci si racconta,"Cosa preferisci? Seguire il filo del mio racconto per come lo faccio o smettere perchè non ti sembra plausibile?"
L'elemento spaventoso non è affatto la durata del film, che anzi si profila lucido e spietato nella sua critica e nella sua rigida scansione in capitoli, ma la quantità incredibile di temi e citazioni con cui il film è costellato in modo sorprendente.
Partendo da un lavoro sul sonoro sopraffino, in un buio pre e post-film di quasi un minuto, Trier parte gocciolando e lasciandoci in un limbo temporale e geografico, ben inquadrato da un buco nero che si profila insieme alla canzone dei Rammstein che dà l'inizio alle danze.
"La storia che racconterò è morale"è inizia così il viaggio a ritroso in un flash-back assurdamente costruito bene, senza mai apparire lezioso, ma anzi un approfondito punto di vista, assolutamente intellettuale e colto.
Partendo dalla metafora del pescatore tra Ninfo e Ninfomania, essendo una Ninfa,come ammette Joe, era imperativo dovermi sbarazzare della mia verginità, nel più breve tempo possibile.
"Quando Jerome mi entrò dentro per ben 3 volte" scandito addirittura dai numeri "poi mi ha girata e per ben 5 volte nel culo"= 3+5 addirittura l'addizione che collega a Fibonacci.
"Quando hai provato di tutto, una drammatica provocazione può fare abboccare il più passivo dei pesci..."fondamentalmente il cammino di formazione di Joe è coadiuvato da una B. che le fa da mentore, portandola a gare in treno angoscianti nel loro desiderio di addescare a tutti i costi. "Allora il sesso orale, diventa la tua arma finale."

Il cinema come molte opere, possono servire per molteplici scopi.
Uno di questi ad esempio è quello di fare una critica sulla libertà d'espressione.
Ad esempio al '35 la battuta esce fuori dalla bocca del suo ebreo ateo, "Siamo sempre stati antisionisti, che non è la stessa cosa dell'essere antisemita, come vogliono far credere certe forze politiche" e con questo il regista riporta la questione sul passaggio "Persona non Grata".
Alcuni dialoghi, come quello sulla pedofilia, rischiano di essere fraintesi e potranno lasciare a bocca aperta per il significato nascosto in quelle due frasi sconcertanti.
Sicuramente una certa parte di benpensanti e di istituzioni religiose, condanneranno il film a spada tratta, senza leggerne il valore e i simboli, magari limitandosi al titolo del film o alla locandina, oppure alle frettolose conclusioni come ha fatto ad esempio Liberation, dandogli una stellina su cinque.
Il club della "Piccola Congrega" dove si prega "Mea Vulva, Mea Maxima Vulva" per combattere l'amore e la società istituita sull'amore e solo una delle tante varianti metaforiche di un processo che ha portato alla conoscenza dell'eros e di come non frenare le pulsioni.
"Ogni 100 crimini commessi in nome dell'amore, uno solo è commesso in nome del sesso".
Un teorema quasi perfetto a cui do il massimo dei voti, per il coraggio e il bisogno di liberare e di liberarsi, svuotandosi e senza reprimere nessuno bisogno.
La famiglia non viene solo massacrata, peggio, e con questo non dico altro, se non che è tutto in mano alla Thurman, donna tradita e abbandonata, il suo lungo monologo è quasi commovente.
Sugli attori sarò breve. La Thurman riesce nel ruolo più difficile e più bello di tutta la sua carriera. Slater si supera come padre/medico morente che scatenerà la furia sessuale di lei.
Kier e Dafoe comparsano. Gainsbourg e La Beouf si divertono e la palma và al perfetto Skargard.
L'anziano scapolo Seligman è perfetto come ebreo colto, perchè inizialmente ascolta, soffre, forse si strugge, lei è sorpresa poichè lui non si ecciti durante il racconto. Sembra stuatuario nel suo sapere classico e secolarizzato, a dispetto di una post-contemporaneità che non sembra nemmeno sfiorarlo, ma che dovrà comunque confrontarsi con la repressione dell'istinto fisico, a dispetto di quello intellettuale e della ragione che non sembra appagarlo fino in fondo.
Anche i tempi sono scanditi in modo volutamente disordinato (la stessa Joe mentre racconta dice che farà dei salti per anticipare alcuni passaggi) trovando nella scansione temporale una matematica perfetta (la 1°volta in cui lei perde l'amore casca esattamente dopo '60)
Trier è tenace, ossessivo, non sceglie il porno ma sceglie la sessualità esplicita (il dato impressionante è che forse a parte un pompino e qualche frustata, la violenza anche quella scelta dai protagonisti per riscattarsi, non è mai gratuita e Trier questo lo sa bene, basta pensare alla logica che sta dietro i colpi con la frusta)
Dove e cosa inquadrare in quel preciso attimo, in cui un bambino esce dalle gambe sorridendo e ci viene detto che è un presagio satanico. "Il figlio sorridente" come nel Doctor Faust di Thomas Mann, descrive la nascita del figlio di Noah, Hiam, che rideva mentre veniva messa al mondo.
Non credo che capiti spesso che un regista apra una casa di produzione per realizzare porno 'di qualità' e convoca così studiose della sessualità per elaborare un "dogma" su ciò che potesse essere mostrato esplicitamente in un film, senza però che le donne si sentissero umiliate.
Un misogino non credo che avrebbe una tale peculiarità nel scegliere il modo più equilibrato per inscenare qualcosa di assolutamente anarchico, cinico, libero dagli schemi, visionario e filosofico dalla A alla Z, in cui lo stesso occhio della locandina girandolo diventa una vulva.
Una delle frasi più belle l'ha detta il critico Xan Brooks del Guardian:"Mi infastidisce, mi disgusta, e penso che potrei amarlo. È come una relazione violenta. Ho bisogno di vederlo di nuovo”
L'autoanalisi funziona.




lunedì 9 dicembre 2013

Spartacus

Titolo: Spartacus
Regia: AA.VV
Anno: 2010
Paese: Usa
Stagioni: 4
Giudizio: 4/5

Prima stagione: Sangue e sabbia (13 Episodi)
La storia comincia con l’arruolamento di un trace dal nome sconosciuto nelletruppe ausiliarie romane per organizzare una campagna contro i Geti (tribù di Daci situate presso la parte meridionale del Danubio, che oggi costituisce la Bulgaria, e la parte settentrionale, l’odierna Romania) su comando del legato Claudio Glabro. Nel 72-71 a.C., il generale romano Marco Terenzio Varrone Lucullo, proconsole della provincia romana di Macedonia, marciò contro i Geti alleati del nemico di Roma, Mitridate VI del Ponto. I Geti razziavano frequentemente le terre dei Traci, quindi il legato riesce con facilità a convincerli a servire l’esercito romano come truppe ausiliarie. Glabro viene persuaso dalla moglie Ilizia a cercare una gloria ancora maggiore; abbandona quindi la campagna contro i Geti e attacca le forze di Mitridate in Asia Minore. Il trace, sentendosi tradito, diserta insieme a molti che condividono il suo pensiero, ma tornato a casa trova il suo villaggio distrutto riuscendo solo a salvare la moglie Sura. I due vengono catturati dagli uomini di Glabro il giorno seguente; lui viene condannato a morire nelle arene dei gladiatori e lei viene venduta come schiava. Il trace viene condotto su una nave a Capua, in Italia, e contraddice tutti i pronostici quando sconfigge quattro gladiatori e conquista il favore degli spettatori. Per non perdere il favore del popolo, il senatore Albinio cambia la sentenza di condanna a morte in una di schiavitù. QuintoLentulo Batiato, proprietario della scuola di gladiatori di Capua, suggerisce di assegnargli il nome “Spartacus”, perché il suo stile di combattimento gli ricordava quello dell'omonimo re trace.
Spartacus viene sottoposto ad addestramento per diventare un gladiatore dal maestro Enomao. Inizialmente ostile, Batiato riesce a guadagnarsi la sua fiducia promettendogli di ritrovare sua moglie Sura. Spartacus, intanto stringe amicizia con Varro, un romano che è diventato gladiatore spontaneamente per pagare i debiti e aiutare la sua famiglia, ma si guadagna l'odio di gladiatori veterani comeCrisso, il gallo campione di Capua, e Barca, un cartaginese. Spartacus e Crisso vengono scelti per affrontare Theokoles, un leggendario gladiatore di origine spartana. Crisso, riuscendo temporaneamente a mettere da parte l'odio verso il compagno dopo aver trovato l'amore nella schiava Naevia, permette a Spartacus di sconfiggere il nemico e di diventare il nuovo campione di Capua.
Nel frattempo, arriva da Napoli un uomo incaricato da Batiato di trasportare Sura a Capua, ma la donna è stata ferita mortalmente da alcuni banditi e muore tra le braccia del marito. In realtà è stato Batiato stesso a ordinare al suo uomo di uccidere la donna, per togliere ogni idea di una vita oltre l'arena e trasformarlo in un gladiatore che combatta per la sua gloria. Spartacus, non avendo più altro per cui vivere, accetta il suo destino di gladiatore.
Le cose cambiano quando Spartacus è costretto a uccidere il suo migliore amico Varro, in un’esibizione in onore di Numerio, figlio del magistrato di Capua. Ilizia, che odia Spartacus per aver umiliato il marito, seduce Numerio e lo convince a condannare a morte il duellante sconfitto. Devastato dal dolore per la perdita delle due persone più care, in sogno Sura e Varro gli fanno capire che qualcosa non torna nella morte della moglie. Il trace, ottenuta la verità dall'uomo di Batiato sulla fine di Sura, decide di ribellarsi e ottenere la libertà con la forza.
Spartacus riesce ad aprire gli occhi sulla verità e sulla crudeltà dei romani anche a gladiatori come Crisso, sempre in disaccordo con lui. Tutti i gladiatori si ribellano apertamente durante una celebrazione, uccidendo Batiato e facendo strage tra gli ospiti. Dopo il massacro, Spartacus giura vendetta contro Roma, intenzionato a liberare gli altri schiavi.


Seconda stagione: La vendetta (10 Episodi)
Spartacus e gli altri gladiatori e schiavi della casa di Batiato sono in fuga a seguito della rivolta. Sulle sue tracce c'è Gaio Claudio Glabro, ora divenuto pretore, che ha nella mancata cattura di Spartacus i motivi di un freno alla sua carriera politica a Roma. Giunto con la moglie Ilizia presso la villa di Batiato, scopre che la moglie di questi, Lucrezia, è ancora viva. Spartacus, Crisso e altri tentano la liberazione di Naevia nelle miniere; Naevia viene liberata ma Crisso viene catturato. Anche Enomao, che ha perso tutto quello in cui credeva, viene catturato per mano di Ashur, che offre i suoi servigi a Glabro. Crisso, Enomao e gli altri gladiatori catturati vengono condannati a morire nell'arena; tra i gladiatori selezionati per compiere l'esecuzione vi è anche Gannicus. Spartacus, con un manipolo di uomini, s'infiltra nell'arena dandole fuoco e approfittando della confusione per liberare i compagni. I ribelli fuggono in un tempio greco abbandonato alle pendici del Vesuvio. Da qui conduce alcune azioni, tra cui la liberazione di schiavi nel porto di Napoli. Successivamente Gannicus cattura Ilizia, la moglie del pretore Glabro, e offre la sua vita a Spartacus per far pareggiare i conti e far terminare la guerra. Quando il trace si rende conto che il pretore è disposto a sacrificarla pur di ucciderlo, decide di liberarla. Glabro attacca Spartacus al tempio e lo costringe a ritirarsi sul Vesuvio, assediandolo. Con i suoi più abili alleati, tuttavia, il trace si fa calare dalla parete del vulcano e attacca Glabro su due fronti, riuscendo a prevalere e a ucciderlo.


Terza stagione: La guerra dei dannati (10 Episodi)
Gaio Claudio Glabro è morto. Molti mesi sono passati da quando i romani sono stati sconfitti, e l'esercito ribelle, guidato da Spartaco e dai suoi gladiatori Crisso e Gannicus, continua ad accumulare vittorie su Roma. Con migliaia di schiavi liberati, è diventato una forza che ha cominciato a sfidare anche i potenti eserciti di Roma. Spartacus è più determinato che mai a far crollare l'intera Repubblica Romana. Dopo la morte di Ashur, Naevia e Crisso sono un tutt'uno con ritrovata forza e determinazione. E Gannicus, cercando sempre di abbracciare la vita al massimo, condivide il suo letto con Saxa, bella e pericolosa. I ribelli sono impegnati in uno scontro sanguinoso dopo l'altro e devono prepararsi per l'inevitabile: una guerra totale con Roma.
Il Senato romano si rivolge al suo ricco cittadino, Marco Licinio Crasso, per gli aiuti. Un potente, politico e stratega, che rispetta il suo avversario e si rifiuta di fare gli stessi errori dei suoi predecessori. Insieme a suo figlio Tiberio e a un giovane e fortemente competitivoGiulio Cesare come alleati, Crasso è determinato a schiacciare Spartaco e la sua ribellione. È la conclusione epica di un viaggio leggendario.


Prequel: Gli dei dell'arena (6 Episodi)
Differentemente dalla serie originale, il prequel vede come protagonisti Batiato e il gladiatore celta Gannicus, e non Spartacus, poiché gli eventi qui riportati sono antecedenti all'arrivo di Spartacus nella casa di Batiato. Crisso, l'indomito gallo, è ancora alle prime armi ed Enomao non è ancora un maestro. Gannicus è il primo gladiatore a guadagnarsi il rudio (pugnale di legno rappresentativo della libertà) dopo aver mostrato il suo valore nell'arena in una competizione tra gli uomini di Solonio e quelli di Batiato.

Lo sentite questo rumore? È il suono di centinaia di cuori che battono, sanguinano e si spezzano all’unisono fino a formare una melodia di morte sul campo di battaglia. E, in mezzo al fragore delle spade, come un secondo miracolo operato dal portatore della pioggia, nessuno di loro si perde nel suono degli altri ma ad ognuno viene concesso il suo momento da solista nell’attimo del congedo dalla vita e dalla Storia che quasi duemila anni fa ne ha decretato la triste fine. Dalla polvere dell’arena a quella del campo di battaglia, al crocevia tra mito, destino, libera scelta e necessità storica, esplode in un finale intenso come pochi l’epilogo dell’epopea del trace che riuscì a far tremare un gigante
Provate a immaginare se in uno scenario come quello del GLADIATORE ci fossero dei combattimenti alla 300 senza però averne lo spirito reazionario ma solo saturandone i colori.
Dopo tre stagioni regolari più una miniserie spin-off, il racconto moderno dello schiavo trace che osò sfidare la Repubblica romana trova la sua storica conclusione. Ed è un peccato perchè tutte e quattro le serie sono davvero interessanti, girate con stile e rigorosa determinazone.
Senza stare ovviamente a dire che SANGUE E SABBIA e DEI DELL'ARENA sono migliori dell'ultima e del prequel, bisogna soffermarsi su un pregio delle serie, ovvero la scelta dei personaggi e la loro caratterizzazione. Spartacus, Crisso, Sura, Batiato, Lucrezia, Oenomaus, Gannicus, Glabro, Agron, Illizia, Ashur, Naevia, Mira, Nasir, Solonio, Giulio Cesare, Crasso, Barca.
Spartacus: Blood and Sand mette in scena il coraggio, l'onore, il rispetto degli schiavi gladiatori in parallelo all'avidità, al cinismo e all'immoralità dei ricchi. Due micromondi che si intrecciano e parlano fra loro con il linguaggio del sesso e della violenza e con dei dialoghi e un ritmo sempre molto sostenuto.
Se l'universo delle fiction e delle serie tv fosse tutto così guarderei molte più serie americane. Questa devo dire che mi è proprio piaciuta, al di là dell'affidabilità storica che non emerge mai troppo realistica dalle trasposizioni. Per essere quattro stagioni da almeno quasi dieci episodi l'una fare un'unica recensione non è cosa facile, ma al contempo stare a scrivere di ogni serie diventerebbe lento e noioso.
Whitfield l'attore che lo interpretava nella prima serie è morto di tumore ed è stato sostituito nelle successive due da Mc Intyre.
Nel 20XX c'è ancora bisogno di un ribelle che sfida i potentati economici, guida le proteste degli indignados e ci affranca dal consumismo.
La serie tv dell'emittente Starz ha riportato di estrema attualità la vicenda storica, colpendo lo spettatore prima con un orgia grafica di sangue, violenza e corpi nudi, poi con una sceneggiatura avvincente e ricca di trovate originali.
Meravigliosa è la figura della donna che emerge da tutte le serie. Le donne sono mostrate come intelligenti, intraprendenti e consapevoli del loro ruolo ma anche del loro potere. E tuttavia il miglior omaggio alla donna è quello che viene fatto attraverso il personaggio di Saxa. Una guerriera forte, bellissima, gloriosa. Nell’ultima battaglia si abbatte come un’amazzone sui romani, seminando il terrore e non essendo da meno dei suoi compagni maschi. E tuttavia, quando anche lei cade, uccisa dalle spade nemiche, morendo tra le braccia di Gannicus rivela tutta la splendida fragilità femminile che ha tenuto nascosta e tutto l’amore di cui anche una guerriera è capace.
Spartacus non è solo un inedito (nello scenario televisivo) intrattenimento per stomaci forti, il suo creatore DeKnight si sforza, senza la pretesa di sfiorare le vette di Roma, di servire allo spettatore una trama orizzontale coerente che confluisce negli eventi storici noti, esponendo l'eziologia della rivolta degli schiavi capeggiata da Spartacus. Il dolore per la perdita della libertà e dell'identità, la ribellione nei confronti dell'autorità, il desiderio di ricongiungimento alla famiglia, la discesa nell'inferno degli incontri clandestini, il tentativo di annichilirsi rinnegando le proprie origini e abbracciando il destino del gladiatore, il rigetto della seduzione del potere e la brama di vendetta conducono inevitabilmente alla ribellione (con annessa mattanza) finale.
Infinito come l'esodo del popolo d'Israele, Spartacus è una meraviglia per gli appassionati di combattimenti e vicissitudini. Personaggi caratterizzati così bene mancavano dallo scenario da parecchio tempo e trovare soluzioni di continuità e scontri così epici e titanici non è cosa semplice.

lunedì 25 novembre 2013

Canyons

Titolo: Canyons
Regia: Paul Schrader
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tara, giovane aspirante attrice, ha una turbolenta relazione con Christian, un giovane e ricco produttore di film. La vicenda si complica quando nella vita di Tara si riaffaccia il suo ex, Ryan, in un'escalation di sangue, violenza, paranoia e crudeli giochi mentali.

Si è parlato molto dell'ultimo film di Schrader e a quanto pare non è piaciuto a nessuno. I motivi potrebbero essere molti tra cui una storia già messa in scena da innumerevoli registi e una struttura abbastanza tipica per il genere.
Eppure Canyon ha dalla sua delle buone intuizioni che non ne fanno certo un ottimo film ma lo salvano garantendone una solida dignità.
Diciamo che Schrader sceglie dei protagonisti odiosi. Manichini pieni di soldi e gigolò di loro stessi in una Los Angeles quanto mai finta, squallida nei modi di pensare e venditrice di fumo.
Palleggia tra tutte le dicotomie dell'esasperazione estetica contemporanea. I personaggi come dicevo, sono oggetti elastici al servizio della squallida mercificazione di massa.
La Lohan oltre ad essere bella non risalta molto come attrice ma in questo film, a parte i problemi legati al suo caratteraccio, è funzionale per lo scopo ovvero adempie al suo ruolo che forse è spaventosamente simile alla sua normale routine.
James Dean ha detto che preferisce i film porno perchè molto più professonali rispetto alle produzioni cinematografiche. Và detto però che è stato un elemento interessante usare lui come protagonista in un ruolo che gli calza a pennello insieme ad altre star del porno che fanno solo delle comparsate. Sul personaggio di Ryan preferisco non dire nulla se non che è l'ennesimo belloccio che non sa recitare e anche qui è congeniale per essere sfruttato al meglio nel film.
Una radiografia della svendita, dei corpi come merce, degli interessi economici che valgono la perdita della dignità.
Uno stile asciutto con delle belle musiche e una fotografia quasi amatoriale.
Come gli spettacoli non possono che assomigliarsi tutti, nella loro ristrettezza morale, nel loro linguaggio ridotto ai minimi termini, anche i personaggi e il loro perdersi dietro futili scandali.
Schrader e un regista infine che vede la settima arte non tanto come espressione del mondo ma come panacea salvifica, anche per se stesso