Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post

venerdì 5 gennaio 2018

Harpya

Titolo: Harpya
Regia: Raoul Servais
Anno: 1979
Paese: Belgio
Giudizio: 5/5

Un baffuto uomo sta camminando lungo una strada buia, quando sente le grida di una donna strangolata in una fontana. L'uomo mette fuori combattimento il suo assalitore, solo per scoprire che lei è in realtà un'arpia , un uccello bianco alato, più grande di un'aquila, con la testa e il seno (calvi) di una donna. Affascinato, l'uomo porta la bestia a casa sua per ripararla e nutrirla. Presto scopre l'insaziabile appetito di Arpia. L'Arpia mangia tutto il suo cibo, poi mangia il suo pappagallo e inizia a guardare il suo ospite con uno sguardo sinistro. Una notte, quando l'uomo tenta di fuggire, l'Arpia lo travolge e mangia le sue gambe.

Ci troviamo di fronte ad un capolavoro assoluto. Un cortometraggio girato da un Servais dimenticato dal cinema che riesce a infondere in quest'importantissimo lavoro atmosfere di un horror cupo con un tono grottesco ma al contempo umoristico e scanzonato.
Bellissima l'atmosfera da incubo bislacco che Servais riesce a creare calando gli attori in scenografie disegnate e lugubramente colorate. Il finale è ampiamente prevedibile, ma l'insieme del corto è davvero ammirevole non solo per il tocco pittorico ma anche per l'ottimo soundtrack, la recitazione, la messa in scena e l'atmosfera che grazie a degli sfondi straordinari riesce sempre a fare effetto.
L'Arpia poi è una creatura con viso di donna, ma con il mostruoso corpo di un uccello. Un viso che pare dolce, ma soltanto a chi - perché s'inganna - non percepisce la freddezza del suo sguardo, il gelo della sua inespressività, l'abisso vorace dei suoi occhi vuoti e scuri. L'Arpia è una metafora del rapporto psicologico "Infermiere-Malato", in virtù del quale alcune persone buone, ma deboli, danno tutto il proprio animo per soccorrere amanti o amici sbagliati, che non guariranno né cambieranno mai, dai quali anzi verranno trascinati nello stesso baratro.
Incubi (arpie maschi) o Succubi (arpie femmine), che, obbedendo ad una propria natura ferina che nulla ha di umano, spremono l'anima delle persone che hanno accanto, insensibili ed incuranti del danno che arrecano. "Vampiri energetici", come vengono chiamati al giorno d'oggi.
L'Arpia odia la vita, averla vicino porta a vivere con paura e con disgusto. L'Arpia è affamata e divora impunemente ogni cosa: il pover'uomo del cortometraggio non potrà più mangiare, nemmeno di nascosto, perché la creatura lo scoverà e divorerà il suo cibo con la voracità di una bestia affamata (fantastici i primi piani dell'Arpia che mangia con foga).
L'Arpia gli divorerà persino le gambe, per impedirgli di fuggire. Ma, soprattutto, per renderlo simile a lei: un mostro appollaiato sul proprio trespolo, la cui vita si riduce a fissare in eterno la propria mostruosa compagna.



Killing of a sacred Deer

Titolo: Killing of a sacred Deer
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Steven è un cardiologo: ha una bellissima moglie, Anna, e due figli, Kim e Bob. All'insaputa di costoro, tuttavia, si incontra frequentemente con un ragazzo di nome Martin, come se tra i due ci fosse un legame, di natura ignota a chiunque altro. Quando Bob comincia a presentare degli strani sintomi psicosomatici, la verità su Steven e Martin sale a galla.

Lanthimos è un regista che ha un dono come Dumont e Haneke: disturbare facendolo molto bene.
Il suo ultimo film ne è la prova ultima che pone tra l'altro l'autore a livelli molto alti per quanto concerne la sceneggiatura tirando in ballo la tragedia greca, tanta psicologia e ogni frame che sembra appunto nascondere un'insidia psicologica.
Espiazione e vendetta sono questi i due temi della vicenda. Una storia che vive di non detti che lascia per tutto il film quella sensazione costante che qualcosa di terribile stia per accadere e la regia minimale con inquadrature fisse e molto gemometriche nello studio degli spazi e delle location utilizzate (in particolar modo la villa) aiuta ancora di più a rendere palese questo dramma e tutti i suoi risvolti.
Con un finale aperto e un cast ben misurato (Farrell e la Kidman vuol dire andare sul sicuro dopo la buona prova in INGANNO della Coppola a cui aiuta un'inquietante Barry Keoghan giovane e già visto in diverse pellicole) il thriller psicologico e home-invasion presentato in concorso al festival di Cannes 2017, vincitore ex-aequo del premio alla sceneggiatura, del regista della new-wave greca fa un altro passo in avanti regalando un'opera per certi versi indimenticabile soprattutto contando gli orrori che la famiglia vedrà a spese dei propri figli e un finale che sembra un urlo disperato di un padre che ha perso tutto e non sa più cosa fare. Il dubbio o ilmistero più grosso il regista fa attenzione a non svelarlo (ottimo dunque il finale aperto) facendosi strada tra paradossi, fatti inspiegabili e quintalate di sadismo che soprattutto dal secondo atto in avanti esplodono dopo la rivelazione e allora scopriamo le carte, la borghesia finalmente mostra il suo vero volto.



Tesnota

Titolo: Tesnota aka Closeness
Regia: Kantemir Balagov
Anno: 2017
Paese: Russia
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 4/5

Siamo a Nalchik, nel Caucaso settentrionale, l’anno è il 1998. Ilana, 24 anni, aiuta il padre nella sua officina. La sera, dopo che in casa viene festeggiato il fidanzamento del secondogenito Davis, il ragazzo viene rapito insieme alla sua amata.
La comunità ebraica di cui entrambe le famiglie fanno parte si riunisce per provare a racimolare i soldi necessari per pagare il riscatto. Ma non bastano. Che cosa è disposta a fare la famiglia di David per salvare suo figlio?

Tesnota è stata sicuramente una delle sorprese dell'ultimo TFF. I perchè sono tanti oltre ad aver un giovane mestierante alla sua prima regia sotto la benedizione di Sokurov.
Un'apparente giallo che nasconde in realtà una critica molto ampia sulle tradizioni e sulla vita in una zona rurale del Caucaso settentrionale capitale della Repubblica Autonoma di Kabardino-Balkaria, Nalchik – seppur non direttamente – osservava con molta attenzione l’intensificarsi del secondo conflitto ceceno (nel film vengono mostrati alcuni videotape a dir poco estremi di alcune uccisioni) e, seppur da sempre integrati nel tessuto sociale del posto, gli ebrei preferivano – diciamo così – non dare troppo nell’occhio.
Un paese dove se è vero che la guerra è finita (i video sulle uccisioni dei Ceceni sono a dir poco estreme, quasi degli snuff movie) dall'altro la tensione, la paura e il paradosso che alcune minoranze si trovano a dover affontare a causa di conflitti passati e di un odio e di un pregiudizio che forse non guarirà mai sono elementi che il regista non trascura mai.
Al centro della vicenda c'è lei Ilana, una giovane protagonista che sembra assorbire tutta la vicenda trasmettendo enfasi ed empatia in ogni sua espressione. Ed è proprio lei, giovane ragazza ribelle, a cercare di portare un piccolo cambiamento senza mai aver paura delle azioni e del fatto che essendo ebrea continua a non essere vista di buon occhio dagli amici del ragazzo di differente etnia.
Allo stesso tempo tutta la dinamica del rapimento e della difficoltà a riprendersi il proprio figlio, Balagov ne è interessato ma sotto un altro profilo senza seguire quasi mai l'aspetto dell'indagine ma muovendo gli attori e soprattutto Ilana verso altre destinazioni a cui il rapimento è collegato.
E' un film che mostra anche tutti i ruoli all'interno del nucleo con un padre più permissivo a differenza di una madre che detta le regole e non vede di buon occhio la vita "trasgressiva" che Ilana cerca con gli amici.
E alla fine, sarà proprio a lei, Ilana, che verrà chiesto il sacrificio maggiore per poter riabbracciare David. Ma, anche stavolta, la giovane ribelle farà la sua mossa in modo come sempre imprevedibile, sacrificando(si), certo, ma scegliendo lei in che modo.


Good Time

Titolo: Good Time
Regia: Safdie
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York. Quartiere di Queens. Una rapina in banca finisce male, Connie riesce a fuggire mentre suo fratello Nick, affetto da un ritardo mentale, viene arrestato. Da quel momento Connie inizia a darsi da fare per poter trovare il denaro necessario per pagare la cauzione mentre progressivamente sviluppa un altro progetto: farlo evadere.

Il Queens visto attraverso l'ottica dei Safdie con una New York al neon che da uno sfondo spettrale per tutta la durata del film. La quinta opera dei due giovani fratelli che fanno la "sfida" a Dolan, è un trip, un cinema anch'esso impegnato, impregnato nel sociale, un caotico e febbricitante dramma che parla di derelitti e personaggi che vivono nell'incertezza più totale assorbendo la giornata fatta di piccoli furti e spacci.
Un film che prima di tutto è un'esperienza da fare, condensata in appena un giorno, da una mattina all'altra, unità di tempo che rappresenta un ottimo escamotage per trattenere una trama che è costantemente sul punto di deragliare come succedeva per un cult come VICTORIA.
Tesissimo e veloce il ritmo di questa corsa che sembra metterti continuamente una fretta incredibile nel cercare come Connie di capire cosa fare e di chi fidarsi.
Se Parkinson recita abbastanza bene (esce fuori dal personaggio troppe volte però) quello che colpisce e proprio il fratello di Connie, Nick, interpretato da uno dei due registi Ben Safdie.
Lo script, tanto per rimanere in famiglia, è stato scritto insieme al “terzo Safdie” Ronald Bronstein (loro co-sceneggiatore fisso) ed è stato realizzato con molte più risorse (la produzione è della a24 productions, casa di MOONLIGHT e SPRING BREAKERS oltre che aver avuto la benedizione e la supervisione di Martin Scorsese).
Un film che già dal titolo vuole essere metaforico a tutti gli effetti.
Parlando di una rapina e di disadattati (quindi è facile pensare che per loro non finisca bene) chiamarlo dunque Good Time è insieme negazione e conferma appunto dello “star bene” che rimane un assurdo soprattutto nell'idea e negli intenti di un gruppo di personaggi che per forza di cose non vuole e non può "star bene".




Halloween 3

Titolo: Halloween 3
Regia: Tommy Lee Wallace
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Il dottor Daniel Challis è in piena crisi familiare. Un giorno in cui è di turno al pronto soccorso del suo ospedale deve soccorrere un uomo, ridotto in fin di vita da strani individui che l'hanno aggredito. Il ferito, che pronuncia frasi sconnesse, viene aggredito di nuovo e muore durante la notte. Daniel ed Ellie Grimbridge vogliono scoprire gli assassini e si mettono sulle tracce di un'ambigua fabbrica di maschere che vengono propagandate con ritmo ossessivo in televisione.

Un altro cult firmato da quel Wallace che sette anni dopo girerà la miniserie IT.
Prodotto da Carpenter che crea anche le musiche, è l'unico Halloween a non avere Mike Myers ma che invece si concentra su una storia perversa, politicamente scorretta, metafora dei mali che la tecnologia se non usata a dovere può generare e tante altre cose.
Halloween 3 ha veramente qualcosa di speciale. L'atmosfera e il brivido passa prima di tutto attraverso la colonna sonora che l'autore gestisce come sempre al meglio scegliendo una tonalità bassa e profonda che ti entra direttamente dentro la testa come il messaggio pubblicitario che fa scattare la trasformazione e che rende a tutti gli effetti lo spot pubblicitario come qualcosa di martellante e deleterio (la pubblicità televisiva di sempre).
Tom Atkins si conferma uno degli attori più importanti del filone b-movie degli horror americani e tutto ma proprio tutto funziona al meglio all'interno dell'opera che appena uscì venne ingiustamente calunniata ma che col tempo è diventato il cult che merita.
Di nuovo un'altra fetta dell'America che forse non si vorrebbe conoscere, una città quasi fantasma dove sembra esserci un copri fuoco velato e dove per la prima volta viene posto il male all'interno di una fabbrica di giocattoli (il Quadrifoglio d'Argento) gestito dal mefistotelico Conal Cochran.
Costui in realtà è un uomo privo di scrupoli che grazie ad una martellante campagna pubblicitaria immette sul mercato statunitense innumerevoli tipologie di maschere, le quali, secondo il losco piano, puntualmente verranno indossate dai bambini la notte di Ognissanti.
E' grazie a questo che lo spietato Signore della Notte intende distruggere l'umanità: le maschere sono infatti composte da microchip letali pronti ad attivarsi all'attuazione di un innocente spot pubblicitario, causando la fuoriuscita di viscidi serpenti, vermi, ragni e altre creature striscianti e pericolose. L'atroce bizzarria prenderà piede, naturalmente, la notte del 31 ottobre.
Scopriamo poi che Cochran (e qui il guizzo dello script che mischia sci-fi, horror e culti primitivi) è seguace di un barbarico rituale druidico che al ripetersi di una secolare congiunzione di pianeti reclama il sacrificio di sangue innocente, ed è proprio per questo che ha immesso sul mercato maschere programmate a causare l'atroce morte dei bambini che le indossano. Ogni maschera nasconde nel marchio del "Trifoglio" un congegno letale ricavato dai frammenti radioattivi di un dolmen di Stonehenge, pronto ad attivarsi ad un popolarissimo messaggio pubblicitario televisivo nella notte di Halloween.




Permesso-48 ore fuori

Titolo: Permesso-48 ore fuori
Regia: Claudio Amendola
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Dal carcere di Civitavecchia escono con un permesso di 48 ore 4 detenuti: Rossana, 25 anni, arrestata in aeroporto per traffico di cocaina; il cinquantenne Luigi condannato per duplice omicidio che ha già scontato 17 anni di pena; Angelo, venticinquenne finito in prigione per una rapina compiuta con complici che non ha mai denunciato; Donato, 35 anni, condannato pur essendo innocente. Le due giornate verranno utilizzate da ognuno di loro per cercare di ritrovare e ritrovarsi nelle realtà che hanno lasciato da tempo.

Secondo voi vendetta ed espiazione secondo la politica di Amendola cosa vogliono o possono dire?
Poco o nulla. 48 ore fuori pur avendo uno schema corale con ben quattro storie non ne azzecca una, o meglio forse quella di Angelo o Rossana non saprei.
Sicuramente le storie di Argentero e lo stesso Amendola paiono avvolte nel fumo di un noir che non riesce a crescere con una storia che è un luogo comune in tutte le sue parti.
Il problema più grosso al di là di una prova attoriale che non sempre risulta bilanciata (Argentero in versione Fight Club può piacere giusto allo stuolo di fan ma è inguardabile dal punto di vista della realisticità del personaggio) è proprio la sceneggiatura scritta con Roberto Jannone e con Giancarlo De Cataldo due nomi interessanti ma che sembrano puntare sull'effetto lacrimuccia e altri espedienti davvero insopportabili.
E'un peccato perchè lo sforzo si vede anche se è un film che vuole essere troppo marcatamente americano ma Amendola non è Placido e il risultato si vede subito girando come i Vanzina dei tempi d'oro. Un film di genere dovrebbe calarsi meno sugli attori cercando di lavorare di rarefazione, ambienti, atmosfera e un senso di perdizione onnipresente.


giovedì 4 gennaio 2018

Brawl in Cell Block 99

Titolo: Brawl in Cell Block 99
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Bradley, un ex pugile, perde il lavoro come meccanico di auto, e anche il suo tormentato matrimonio è in pericolo. In questo momento difficile, non vede davanti a sé altre scelte se non quella di lavorare come corriere per un trafficante, sua vecchia conoscenza. La situazione migliora fino al giorno tremendo in cui si trova coinvolto in una sparatoria tra un gruppo di poliziotti e i suoi spietati alleati. Bradley è gravemente ferito e finisce in prigione, dove i suoi nemici lo costringono ad atti di violenza che trasformeranno quel posto in un brutale campo di battaglia.

Zahler lo aspettavo al varco sperando che dopo l'ottimo BONE TOMAHAWK, uno dei western più cattivi in assoluto della passata stagione assieme a OUTLAWS AND ANGELS, riuscisse a regalarci un'altra perla.
Un vero viaggio negli inferi. E'davvero spiazzante e sbalorditiva la quantità di sofferenza e rabbia presente in questo film, senza contare ovviamente la violenza.
Bradleyè una macchina che non accetta compromessi e che arriva dritto al punto a suon di combinazioni di boxe e altre tecniche decisamente astute di chi conosce il mestiere.
Pur avendo visto innumerevoli prison-movie, non mi sono mai trovato di fronte a qualcosa che riuscisse a farmi star male. Un male positivo che nonostante la lunghissima serie di elementi non-sense presenti nel film e una sceneggiatura che se ne frega della realisticità dei fatti (quasi tutti sopra le righe ed esagerati) il film sembra essere interessato solo a riprendere questa carneficina che non risparmia nessuno dalle guardie ai detenuti e a chiunque ostacoli la "redenzione" del protagonista.
Un film che spesso e volentieri proprio nelle scene di violenza, per quanto girate in maniera impressionante e in alcuni casi decisamente realistiche, deraglia più volte sullo splatter (crani spappolati, arti spezzati come fossero grissini) come a voler sottolineare la poetica di inabissamento verso la morte (attraverso l’ultraviolenza), percorso necessario, inevitabile, per riscattare esistenze in bilico.


A Ciambra

Titolo: A Ciambra
Regia: Jonas Carpignano
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Pio, 14 anni, vive nella piccolo comunità Rom denominata A Ciambra in Calabria. Beve, fuma ed è uno dei pochi che siano in relazione con tutte le realtà presenti in zona: gli italiani, gli africani e i suoi consanguinei Rom. Pio segue e ammira il fratello maggiore Cosimo e da lui apprende gli elementi basilari del furto. Quando Cosimo e il padre vengono arrestati tocca a Pio il ruolo del capofamiglia precoce che deve provvedere al sostentamento della numerosa famiglia.

Carpignano è un autore giovane e molto interessante. Questo lungometraggio assieme a MEDITERRANEA rappresentano temi di attualità e contenuti scomodi a cui l'italo americano con madre afro-americana ha deciso di prestarsi e focalizzarsi.
Il risultato và oltre l'aspettativa almeno per questo esordio dopo il corto che ha vinto alla Mostra del cinema di Venezia. A Ciambra mostra prima di tutto una comunità con tutte le sue regole e lo fa molto bene, tenendo conto di tutto, dagli aspetti antropologici, dando ampio spazio ai personaggi, facendo un lavoro squisito per quanto concerne il dialetto e infine è un film sul sociale di formazione con un ritmo invidiabile.
I film controcorrente destinati al cinema che parlano di rom non sono molti. Il regista si trova ad aver tra le mani un esordiente che spacca la quarta parete dando un'interpretazione magistrale e un cambiamento al suo personaggio impressionante quanto spotaneo e realistico.
Come in MEDITERRANEA ci troviamo di nuovo in Calabria, per raccontare il rapporto tra rom e africani nella zona di Gioia Tauro, dove c’è una sorta di enclave, la Ciambra appunto, con casermoni in cui le due comunità vivono gomito a gomito.

Interessante notare come per il film il regista prediliga una messa in scena con un montaggio morbido e telecamera e inquadrature fisse, per il resto seguiamo le vicissitudini di Pio e della sua famiglia allargata. In quasi due ore non manca praticamente nulla. Forse l'unica critica è una certa voglia di narrare il più possibile inserendo anche alcuni passaggi che ho trovato eccessivi come il gruppo di fasci che lancia le molotov contro il campo rom (attuale e doveroso sottolienare questa barbarie ma forse andava trovato un altro momento nel film) ma a parte davvero piccoli elementi e alcune ripetizioni, il film è davvero una bomba e questo Carpignano sembra proprio sapere il fatto suo.

Alieno

Titolo: L'alieno
Regia: Jack Sholder
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Perché un uomo tranquillo si trasforma improvvisamente in un pericoloso rapinatore di banche e in uno spietato assassino? E perché, dopo la cattura, l'uomo muore in ospedale e contemporaneamente un altro paziente si trasforma in una belva assetata di sangue? Questi ed altri inspiegabili fatti sono provocati da un mostruoso extraterrestre che usa, come fossero vestiti, ora questo ora quel corpo, non importa se uomo o donna o animale. Saltando da un corpo all'altro, l'essere progetta di impadronirsi del potere "occupando" il corpo del presidente degli Stati Uniti. Soltanto uno strano agente del F.B.I. sembra capace di contrastare il mostro, mentre la polizia non sa "che pesci pigliare". E l'agente è l'unico in grado di dare seri grattacapi all'orribile parassita, dal momento che egli stesso é un extraterrestre: anzi, proviene dal medesimo pianeta del criminale alieno, cui da molto tempo sta dando la caccia.

Istant cult di sempre. Il film di Sholder è una delle pietre miliari della sci-fi.
Vero gioiello della fine degli anni '80, The Hidden ha diversi elementi originali oltre che mostrare uno degli alieni più terribili e schifosi della storia del cinema grazie anche ad un funzionalissimo uso degli effetti speciali artigianali.
Una specie di ragno, un prototipo di ALIEN che passa di corpo in corpo come per THE THINGS ed esplorando diversi generi tra l'horror e il thriller d'azione metropolitano. Un film dove i topoi di genere fanno da padrone dalla perfetta e affiatata coppia di detective, ai vari predestinati ad essere "posseduti", alle mire espansionistiche dell'alieno che punta alla presidenza e un ritmo che per tutta la durata non perde mai colpi.
Il film inspiegabilmente colpisce proprio nelle scene in cui vediamo gli umani "presi in prestito" dall'alieno e quindi una serie di gesti e azioni bizzarre alcune grottesche e senza risparmiare nulla (la scena iniziale la dice lunga) con altre abbastanza comiche. Rientra a pieno in quel gruppo di film che stava cercando di ridare forma al concetto dell'invasione aliena a differenza dei film come quello di Siegel del '56. Un'invasione dunque che è già avvenuta, che qualcuno riesce a vedere e altri no, che sembra passare in sordina e infine con le mire espansionistiche dell'alieno lo script mostra un sottotesto politico interessante che poteva cercare di scavare più a fondo anche se il climax finale è indimenticabile.


Chispa de la Vida

Titolo: Chispa de la Vida
Regia: Alex De La Iglesia
Anno: 2011
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Roberto non lavora da ormai qualche anno e la crisi economica comincia a farsi sentire. Nonostante una famiglia e una moglie amorevole, il suo senso d'insoddisfazione arriva al culmine quando anche l'amico di vecchia data (assieme al quale aveva partorito il fortunato slogan per una campagna pubblicitaria) rifiuta di dargli un impiego. Depresso torna sui luoghi della luna di miele dove ora sorge un museo che viene inaugurato proprio in quel momento. Un incidente lo fa cadere su una grata di ferro e uno spuntone di metallo gli si conficca nel cranio, ma non lo uccide. In un limbo tra la vita e la morte (che potrebbe arrivare in qualsiasi momento e per qualsiasi movimento) Roberto diventa l'attrazione mediatica per antonomasia, pronto a morire in diretta ma soprattutto a sfruttare più che può a proprio vantaggio (economico) tutto l'accaduto.

Il sedicesimo film dell'outsider spagnolo seppur con una spanna in meno rispetto agli ultimi suoi film è ancora una volta la conferma e la dimostrazione di un talento che ha preferito fare il suo cinema senza farsi ingabbiare dalle major.
Senza stare a presentare l'autore che non ha bisogno di presentazioni, ci troviamo di fronte all'ennesimo dramma grottesco anche se più convenzionale rispetto al suo cinema tradizionale che porta alle estreme conseguenze la tragedia per sfruttarla a dovere con uno schema corale funzionale e un buon ritmo.
A differenza però degli ultimi film, la scintilla della vita è molto ancorato sulla realtà in particolare sui media e gli effetti perversi che generano e le loro conseguenze inattese. Dunque una nuova vittima sacrificale post contemporanea dove la dignità passa per la vendita del proprio corpo ai media e dove un povero padre di famiglia disoccupato diventa la vittima perfetta per un manipolo di carnefici ognuno pronto a portare acqua al suo mulino, dal direttore del museo, ai giornalisti cannibali, al losco individuo che cerca nuovi talenti da mostrare in tv, etc.
Il tutto come sempre con un ritmo eccezionale, alcuni momenti macchinosi ci sono ma funzionali contando che il regista anche in questo caso per riuscire a fare il suo film ha limitato di molto i costi con un'unica location per quasi tutto il film. Una riflessione divertita sui compromessi ai quali ci obbliga l'attuale crisi economica,quella spagnola poi particolarmente segnata, e soprattutto sui meccanismi che mettono in moto gli eventi mediatici costruiti su quei fatti di cronaca che di tanto in tanto catalizzano l'attenzione del pubblico televisivo e che sembrano non sconvolgerci più.
Roberto deve superare un vero e proprio calvario dove il chiodo e la croce nonchè le statue dei santi sono tutte simbologie che portano alla parabola finale del film.


Bullet Head

Titolo: Bullet Head
Regia: Paul Solet
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre criminali, dopo aver messo a segno un grosso colpo, si ritrovano intrappolati in un magazzino Con la polizia alle calcagna, a dar loro la caccia è anche un cane gigantesco e feroce…

Vi manca veder scimmiottare Adrien Brody e John Malkovich senza nessun apparente motivo con dialoghi sconclusionati che non vogliono dire nulla? In più il terzo giovane incomodo un po sfigatello e senza esperienza non poteva che essere l'insopportabile Rory Culkin (fratello e sosia di Macaulay) già visto in JACK GOES HOME ancora non in grado di padroneggiare la scena.
In più per il nemico si è andati su Banderas che ormai è a buon prezzo come il resto della crew di attori ormai appannati.
Produzione americana ma con una co produzione bulgara che mi fa pensare a queste solite strategie per cui dovevano disfarsi di parecchi soldi (forse sporchi) per chissà cosa e così hanno chiamato queste star per fare un film che non vuol dire niente e in cui nessuno ci crede dall'inizio alla fine e che dovrebbe essere un mix tra CUJO e le IENE.
Con una regia scialba che non è riuscita a dare coraggio e forza oltre che ritmo al film.

Alla fine chi recita meglio è il grosso cane della fine che poi sarà veramente cattivo? Oppure è solo il risultato di lotte clandestine? Tra un momento di non-sense e l'altro (il film ci mette davvero troppo ad ingranare con l'inizio nell'edificio abbandonato di una noia mortale) vediamo flash-back di una sofferta storia d'amore tra Brody e la sua fanciulla. Penso di aver detto abbastanza....

domenica 24 dicembre 2017

Most Beautiful Island

Titolo: Most Beautiful Island
Regia: Ana Asensio
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Le disavventure di una spagnola squattrinata che accetta, una sera, un lavoro ambiguo: andare, elegante, a una festa per farsi guardare. Ma la festa conduce a una stanza misteriosa.

Quando si dice metterci l'anima nelle cose.
Ana Asensio ha lasciato Madrid per la Grande Mela cercando fortuna. Infine è tornata in Europa a dirigere quest'opera prima. Ana Asensio è la regista e l'interprete di questo film. Ana Asensio è belllissima oltre che dotata di empatia e di una mimica facciale che dice tanto senza bisogno di molte parole.
Cosa fare per procacciarsi dei soldi? Fin dove si è disposti ad arrivare? L'assunto dell'esordio della regista spagnola è semplice quanto interessante e ricco di possibili e diverse interpretazioni.
Qui è la discesa negli inferi, quelli veri con rimandi a REPULSION e EYE WIDE SHUT (in piccola parte). Una condizione di povertà dove ancora una volta le "minoranze" sembrano vengono prese di mira e scelte da un addescatrice in un circolo vizioso di ricchi pronti a spendere qualsiasi cifra per l'ultima e bizzarra moda che si consuma in alcune cantine segrete.
New York non è Madrid sembra dire la Asensio. La grande mela è una macchina del fumo consumistica con tanti colori e alcuni possono accerare così tanto da portare ad azioni estreme raccogliendo il meglio e il peggio del genere umano.
Senza stare a fare spoiler perchè tutto il film è costruito sul climax finale, si vede o meglio si capta tanto quanto la regista si racconti attraverso le immagini. Non ne ha fatto mistero contando la sua esperienza vissuta in prima persona e sofferta quando era un'immigrata in un paese poco accogliente. Nel film li ha plasmati nella struttura di un thriller che segue la protagonista nei suoi tentativi non solo di sopravvivere, ma di sfuggire ai suoi fantasmi e soprattutto a stravolgere e rivoluzionare le catene con cui le donne di solito vengono imprigionate ma senza fare ricorso al revenge-movie o a stragi senza senso.

Da questo punto di vista il film vince il traguardo più grosso. La rivoluzione di Ana è più complessa, più variegata, sa di non avere possibilità contro il nemico e così decide di attaccarlo seguendo un'altra strategia.

Suburra

Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.

Suburra, la serie, è il prequel del film SUBURRA diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come GOMORRA (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.

10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.

Riccardo va all'inferno

Titolo: Riccardo va all'inferno
Regia: Roberta Torre
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 2/5

In un Fantastico Regno alle porte di una città di nome Roma, vive in un decadente Castello la Nobile Famiglia Mancini, stirpe di alto lignaggio che gestisce un florido traffico di droga e di malaffare. Qui, Riccardo Mancini è da sempre in lotta con i fratelli per la supremazia e il comando della famiglia, dominata dagli uomini ma retta nell'ombra dalla potente Regina Madre, grande tessitrice di equilibri perversi. Tornato a casa dopo un lungo ricovero in un ospedale psichiatrico, Riccardo inizia a tramare per assicurarsi il possesso della corona, assassinando chiunque ostacoli la sua scalata al potere.

"L'unico perdono possibile resta sempre la vendetta"
Riccardo va all'inferno è uno dei film trash italiani più costosi degli ultimi anni.
Al TFF come sempre nella sezione After Hours il pubblico sembrava "domandarsi il perchè" dopo la prima del film. Qualcuno rideva, qualcuno agitava la testa confuso come per chiedersi cosa avesse visto, ma l'atmosfera generale era di stupore anche se in senso negativo.
E'difficile cercare di essere critici e seri con un film che diciamoci la verità "si prende sul serio" pur non riuscendoci. Torre vuole portare la tragedia quella shakespiriana di Riccardio III ai giorni nostri. Vicende di mafia mischiate in un mondo che prende prestiti un po ovunque dal cinema e inserisce un nutrito cast di attori che pur scimmiottando e recitando sopra le righe, riescono almeno a creare un'impalcatura che per certi versi regge la tragicommedia.
C'è da dire che non è mancato il coraggio alla regista. Di questi tempi in cui è sempre più difficile provare il cinema di genere in Italia, quest'opera al di là dei pregi e dei difetti ha coraggio da vendere. Alcuni momenti e squarci che la scenografia disegna sono interessanti come il Regno del Tiburtino, il bestiario periferico, alcuni settings visionari, i mascheroni che sembrano uscire da TRASH HUMPERS, ma poi tutto comincia a diventare tessera di un mosaico non suo dai costumi e una vena dark che sembra uscire da DARK CITY, un'amore incondizionato per Terry Gilliam, la cura Ludovico Bis di ARANCIA MECCANICA, etc
Quello che non regge è il taglio da musical che in diverse parti spezza quanto di buono e orrorifico l'atmosfera e il ritmo cercavano di fare, in alcuni momenti davvero noiosi e in cui per quanto Ranieri si sforzi di dare dignità e spessore al personaggio, assume in dei momenti un taglio farlocco e volontariamente o involontariamente comico.
Nel cast Sonia Bergamasco riesce ad essere utilizzata bene con un personaggio, una genitrice mefistotelica, che seppur già visto ha i suoi momenti di svago e di potenziale originalità. Camei a volte non sfruttati a pieno come quello della Calderoni e di Frezza purtroppo potevano regalare qualcosa di più.
Come film corale, revenge-movie e dramma grottesco Riccardo non sempre vince alternando momenti statici e tragicomici con altri in cui allo sforzo non è conseguita la riuscita.
L'unico successo al di là del coraggio, è che questo è il più bel film della regista finora.
Nel suo disordine e caos, nella sua ossessione per il corpo e la mutilazione, per i freak e quanto di più storpiato e deturpato, quest'opera con tutti i suoi infiniti limiti ha qualcosa di affascinante.


Bright

Titolo: Bright
Regia: David Ayer
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In un presente immaginario, elfi, orchi e creature fatate, non più esiliate in remote periferie e mondi confinanti, vivono gomito a gomito con gli uomini nella città di Los Angeles. Ma gli umani gracilini non sempre accettano la diversità dei nuovi arrivati, soprattutto se sono orchi zannuti e corpulenti in divisa da poliziotto. L'agente Nick Jakoby, il primo della sua razza a indossare il distintivo, viene affiancato dal poliziotto umano Scott Ward, non troppo entusiasta di passare il turno in compagnia dell'ottusa creatura mitologica. Durante la pattuglia serale però, i due scoprono l'esistenza di una misteriosa bacchetta magica, nelle mani di una ragazza elfo di nome Tikka. L'uomo e l'orco dovranno collaborare con individui di specie diverse, fare squadra con la divisione magica dell'FBI e rinsaldare il legame tra partner, per arginare la febbrile caccia all'arma che agita la comunità magica e non.

Bright è un film davvero insulso.
Come rovinare un'idea. Buttare nel calderone elementi presi a caso dall'universo fantasy di Del Toro, infilare a caso orchi, fate, tecnologia e stronzate. Ad un certo punto si vede pure un drago volare sopra la città.
I mondi fantastici esistono ma bisogna saperli costruire con delle regole che possano essere giustificate pur non essendo realistiche. Questa semplice condizione sembra essere sfuggita agli ideatori del film, agli sceneggiatori e a una regia che si è fiondata sull'azione dimenticando il resto.
Parliamo anche del confusissimo cast dove Smith recita Smith e Edgerton per fortuna è sotto una maschera. Bright sbaglia tutto tentando di creare una sua specifica e originale mitologia con il risultato di mascherare in modo patetico alcune tematiche come quelle interrazziali in modo misero e senza un'intento alla base forte e coinvolgente.
Per il resto la trama è sempre quella, non diverte affatto nonostante alcuni dialoghi vogliano ribadire il contrario, è la sinossi potrebbe essere: se la bacchetta magica finisce nelle mani sbagliate arriva il Signore Oscuro.


Gomorra

Titolo: Gomorra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Serie: 3
Episodi: 12
Giudizio: 4/5

Ultimamente si fa un gran parlare di alcune serie tv italiane come GOMORRA, SUBURRA e ROMANZO CRIMINALE. Alcuni sostengono che esaltino le gesta di alcuni criminali o mafiosi di cui raccontano.
Sono in parte d'accordo con questa analisi però non bisogna mai dimenticare che tutto in parte è nato dal film di Scorsese e da una buona parte di cinema yankee. Il cinema poi è costretto per le sue regole ha cercare di far affascinare il pubblico ai suoi protagonisti o meglio a enfatizzare per loro.
Ancora più napoletano (qua il dialetto è un poco più stretto) delle due stagioni precedenti, l'ultima di Gomorra finisce togliendo dalla scena due personaggi fondamentali. Uno/a non me l'aspettavo, l'altro/a sì.
Genny, L'Immortale, Sange Blu da una parte, i Confederati dall'altra.
I giovani contro i vecchi, la nuova politica contro la vecchia scuola.
C'è da dire che mentre i primi episodi partivano abbastanza in sordina, quando Enzo & company entra in scena l'azione a tutti gli effetti.
Meno stragi che nella seconda, i uagliò si sono fatti più accorti e svegli, grazie anche ad un mentore che agisce sempre e con forza, il vero deus ex machina, quasi come un fantasma permettendo a tutti i nodi di essere ben allacciati. Ciro di Marzio arriva infatti in modo assolutamente consono, vendicando quella parte che andava vendicata dopo l'omicidio di Pietro Savastano.
L'ultima serie di Gomorra è molto più intellettuale e meno sanguinolenta, costruisce ancora più rapporti, accordi, larghe intese, confronti, piuttosto che precipitarsi per le strade spargendo panico e devastazione.
Lealtà e tradimento....alla fine è tutta l'anima di questa serie può essere racchiusa in queste due parole così come il vangelo secondo cui alcune famiglie e i loro successori non si possono toccare a differenza dei figli dei bastardi o chi non ha un titolo adeguato. Colui diventa il capro espiatorio, la vittima sacrificale perfetta in queste storie di Camorra, l'unico/a a rimetterci davvero alla fine è chi non ha nulla se non la propria dignità uomo che se rivendicata firma la sua condanna a morte.



mercoledì 20 dicembre 2017

Revenge

Titolo: Revenge
Regia: Coralie Fargeat
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 4/5

Jen, una lolita dei giorni nostri, viene invitata da Richard, il suo ricco amante, alla tradizionale battuta di caccia che l’uomo è solito organizzare con due amici. Lontana da tutto e immersa nello spettacolare scenario del Grand Canyon, la ragazza diventa presto preda del desiderio degli uomini e la gita prende una piega inaspettata…

«Si trattava davvero di simbolizzare la mutazione di un certo modo di rappresentare la donna al cinema, troppo sovente vista come semplice comprimario o come oggetto sessuale da svestire o sminuire. Inizialmente il film gioca con questo tipo di rappresentazione, spingendola però all’estremo fino a sfociare nella sua controparte brutale. A quel punto la protagonista diventa la vera figura forte del film, una supereroina donna e il motore dell’azione». Dopo la Ducournau ecco un'altra regista da tenere d'occhio.
Un Rape & Revenge frizzante e iperbolico di una bellezza visiva incredibile con una fotografia immensa che riesce a mettere in risalto anche le formiche che rosicchiano la ferita di Jen quando cade nel precipizio. Revenge semplicemente spinge l'accelleratore al massimo tra estetica patinata e gore spinto a manetta. A parte che l'opera prima di Fergeat sembra essere la risposta a quella parte dell’universo femminista che si limita a indignarsi o a protestare sui social media senza poi fare nulla di concreto. Qui la Lolita, una bellissima modella italiana poco conosciuta, si stacca il tronco dal corpo e cicatrizza tutto con la lamiera incandescente di un barattolo per citare RAMBO tra i più depredati all'interno delle ampie citazioni che la Farget non nasconde.
Revenge scorre davvero che è un piacere e deflagra in un duello finale tra il maschio Alfa e la rinata Femmina Alfa tecnicamente sopraffino ed esplicito oltre ogni misura dove uno dei traguardi più grossi riusciti alla regista è stato quello di riuscire a caratterizzare molto bene i protagonisti (4 per tutto il film) e a renderli, soprattutto gli uomini e soprattutto gli ultimi due arrivati a far così schifo e dare un quadro di quelli che sono ne più ne meno gli intenti borghesi e dove in tutto ciò finisce la donna. In questo la villa di Richard è perfetta per sintetizzare un sistema fasullo, superficiale, intriso di ipocrisia e alimentato da sopraffazione e violenza dove il trio, chiaramente, non poteva che essere fatto da cacciatori armati fino ai denti, nonché morbosi, corrotti e codardi.
Jen imbraccia il fucile e il deserto fa tutto il resto...


Beast

Titolo: Beast
Regia: Michael Pearce
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 4/5

Una giovane donna si innamora di un uomo con il quale spera di poter scappare dalla sua famiglia. Ma sull'isola avviene un omicidio.

"La sinfonia tragica di un’anima interessata a cambiare il proprio destino ma che non riesce a liberarsi da questa macchia che la segue ovunque"
Beast ha qualcosa di fresco e travolgente. Un'aura strana, che sembra unire una narrazione classica appartenente al passato con una nutrita serie di elementi originali e cambi di struttura che portano il film a ottenere alcuni importanti colpi di scena e un climax finale potente e incisivo.
Giovane il regista, come tanti altri anche quest'anno al Tff. Prima di uscire dalla sala ha detto di non confonderlo con il protagonista vista la somiglianza.
Il co protagonista di Beast è un "cacciatore" che arriva dal mare salvando la sua bella da un corteggiatore molesto e inizia una fuga d'amore dimenticandosi della realtà di una famiglia, quella di lei, ambiziosa e borghese. I sentimenti di lei e di lui proprio perchè selvaggi e incontrollabili ad un certo punto esplodono. Da quel punto in avanti l'elemento più bello e quello con cui il regista mescola le psicologie dei due protagonisti senza mai farci capire chi nasconde cosa e dove si trova davvero la natura selvaggia di ognuno di noi. In più proprio questo legame sembra ribadire cosa può succedere se lasciamo fuoriuscire la parte messa in ombra da un'immagine costruita su misura degli altri come in questo caso la rigida madre di Moll.
Un film semplice tutto ambientato nella selvaggia e claustrofobica isola di Jersey, un'opera prima vibrante che riesce a raccontare bene tante cose, con uno spirito libero e ambiziosamente anarchico per certi aspetti come le scelte e le azioni dei due bravi e giovani protagonisti.
Un esordio che vive di sentimenti ed emozioni arrivando ad un finale che quasi esplode nel terreno fertile dell'horror accendendo tutti quei toni cupi e ancestrali che Pearce ha aspettato e centellinato per far deflagrare in quella morsa finale.



Detroit

Titolo: Detroit
Regia: Kathryn Bigelow
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel 1967, in piena epoca di battaglie per i diritti civili da parte degli afroamericani (Martin Luther King sarebbe stato ucciso nel '68 sul balcone del Lorraine Motel di Memphis), nel ghetto nero di Detroit ebbe luogo una rivolta scatenata da una retata della polizia in un bar dove si vendevano alcolici senza permesso. Il governatore del Michigan inviò la Guardia Nazionale a sedare la rivolta, e il presidente Lyndon Johnson gli fece dare man forte dall'esercito. L'episodio paradigmatico di quel tumulto fu il sequestro di un gruppetto di giovani uomini neri e di due ragazze bianche all'interno del Motel Algiers: un episodio di brutalità da parte della polizia (con il fiancheggiamento di alcuni militari) che è una ferita nella coscienza.

Detroit è un film molto bello che poteva essere un capolavoro.
La Bigelow ormai sempre più irraggiungibile come forza e tenacia che mette nei suoi lavori, continua un suo percorso di cinema impegnato, non cinema sociale ma film di denuncia che in molti aspetti soprattutto in questo film mi ha ricordato la politica degli autori di Spike Lee.
Un film emotivo al massimo da cui non riesci a staccarti un attimo per la foga incredibile, per il ritmo della narrazzione in un crescendo che diventa perfetto esempio di tempi e raccordi di montaggio. In tutto ciò che è roboante cinema anche d'azione, con una telecamera sempre in movimento e praticamente mai un'inquadratura fissa, si passa 143' di sconvolgimenti e con un secondo atto, tutto girato all'interno di un hotel, che rimane un momento molto alto per il cinema post-contemporaneo con alcune scene di soprusi esemplari per la straordinaria efficacia della messa in scena.
In tutta questi elementi molto belli l'unica perplessità ma bisognerebbe capire se era negli intenti della regista e credo di sì, è quellaper cui viene un po meno la parte legata alla rilevanza storica e sociale della vicenda, elemento che forse avrebbe interessato di più altri registi come Lee, mentre invece la Bigelow scarta in fretta passando a far pronunciare le rivelazioni più scottanti proprio dai personaggi, dalla loro corruzione, dall'essere spinti solo dall'odio e di nascondere i fatti cercando di farsi giustificare dai piani alti.
Il film procede con una furia allucinata, dove davvero è impressionante il lavoro svolto dalla regista nel coordinare troupe e attori nel trovare i tempi e gli spazi perfetti e riuscire ad essere sempre coinvolgente. Un film che nonostante sia ambientato nel 67' riesce ad essere sorprendentemente reale, attuale e trascinante e far subito capire quando ascoltiamo i fatti di cronaca che continuano ad accadere oggi giorno quanto le cose non siano assolutamente cambiate da allora dove anche un poliziotto negro non riesce sempre a fare la differenza (tra l'altro Denzel Washington da giovane è davvero bravo).



Casting

Titolo: Casting
Regia: Nicolas Wackerbarth
Anno: 2017
Paese: Germania
Festival: 35°Torino film Festival
Giudizio: 4/5

Nell'anniversario della nascita di Fassbinder, la televisione tedesca decide di realizzare il remake di Le lacrime amare di Petra von Kant e le candidate al ruolo della protagonista si succedono davanti a una regista inflessibile, che continua a scartarle tutte nonostante manchino pochi giorni all'inizio delle riprese. Speranze e inadeguatezze, isterismi e illusioni del dietro le quinte, con al centro la frustrazione dell'attore di secondo piano che ha accettato di far da spalla alle candidate per i provini.

Ci sono film che riescono ad essere sorretti da alcune grandi prove attoriali.
In questo caso recitazione e improvvisazione per dirla con le parole del regista presente in sala.
Un regista/attore che ha scritto e diretto questo ammirevole film che cerca di raccontare il dietro le quinte muovendosi su piani emotivi e fragilità da entrambe le parti (regista, attrici, maestranze, produzione). Attori ma soprattutto attrici, donne che riempiono la scena mettendo a volte il povero Gerwin in difficoltà tra la vergogna e la sua totale esposizione e flessibilità alle richieste di Vera.
Un film che mano a mano che prosegue diventa sempre più stimolante nel mostrare la tensione e i gradi di potere (la scena con l'attrice famosissima che minaccia la regista è pura estasi chiià se sarebbe piaciuta a Fassbinder), la rabbia e poi il perdono, la voglia di credere in un progetto al di là delle incomprensioni e del proprio orgoglio che sembra essere alla base di quasi tutte le scelte delle protagoniste. Tutti temi, plot e dialoghi che Wackerbarth riesce a mescolare al meglio rimanendo tra l'altro per quasi tutto il film in un unico interno sfruttando lo stesso spazio che di solito viene adottato per i provini anche quelli "improvvisati".
Andreas Lust, dopo il bellissimo e intenso THE ROBBER torna a dare un interpretazione forte e celebrale, una caratterizzazione e un personaggio complesso e importante, che pur sembrando marginale diventa testata d'angolo per far intuire tutte quelle problematiche che stanno alla base di un attore e una natura quanto meno incline a cercare di fare sempre la differenza come in questo caso.