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sabato 18 novembre 2017

Timecrimes-Los Cronocimenes

Titolo: Timecrimes-Los Cronocimenes
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2007
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Hector, un uomo di mezza età appena trasferitosi con la moglie in una casa vicino al bosco, è comodamente seduto in giardino. Sta osservando i dintorni con un binocolo, quando nota una ragazza molto attraente che si sta spogliando nel bosco, mentre la moglie lo raggiunge e gli dice che sta per uscire. Hector, non appena la moglie ha lasciato la casa, si avventura nel bosco per cercare la ragazza. La trova completamente nuda, in stato incosciente. Mentre cerca di capire cosa è successo, un uomo con la faccia coperta da una benda rosa lo pugnala al braccio con un paio di forbici. Fuggendo dal maniaco, Hector si ritrova in una specie di laboratorio, nel quale c’è uno strano macchinario.

Los Cronocimenes è uno dei migliori film sul viaggio nel tempo degli ultimi vent'anni.
Vigalondo non ha bisogno di presentazioni, qui tra l'altro firma una delle prime opere che si sono imposte anche grazie alla vittoria in svariati festival e aver messo d'accordo parte della critica ma soprattutto il pubblico.
Il perchè di questo successo va ricercato in diversi punti.
La scrittura fila ed è costipata di dettagli funzionalissimi per tenere incollato lo spettatore a fare attenzione ad ogni minimo dettaglio (e c'è ne sono davvero tanti a cui fare e odver fare attenzione). Il cast, con un protagonista, un uomo qualsiasi, che riesce proprio nella sua goffaggine e banalità di uomo medio ad essere tremendamente funzionale anch'esso e regalando anche inaspettate dose di humor. Una comicità che si sposa spesso con l'aspetto grottesco delle azioni e della vicenda.
Dicevo che mentre la sceneggiatura fila alla perfezione, il piano di Hector ad un certo punto ha qualcosa di ipnotico, quasi come se fosse diventato lui uno scienzato pazzo o un complottista paranoico che non ha modo di far capire cosa stia succedendo. I difetti dovessero esserci (magari guardandolo più volte), vengono camuffati molto bene dal regista e dallo scenografo.
Vigalondo essendo un autore a tutto tondo, scrive, dirige, monta, fa i salti mortali e infine interpreta il ruolo, quello dello scienziato, che gode all'interno del film di una caratterizzazione e una trasformazione interessantissima con diversi rimandi a Kafka in cui Hector, il protagonista, artefice invece rispetto allo scienziato del proprio destino, vive un inferno di cui non si vede la fine.
Un film davvero sorprendente, senza tanta azione am con un buon ritmo, vivendo di semplicità che alle volte riesce a essere inquietante e grottesca senza dover esagerare in nessun modo.


Verba Volant

Titolo: Verba Volant
Regia: Tufan Tastan
Anno: 2017
Paese: Turchia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 5/5

Tre ragazzi cercano riparo in una libreria da un gruppo di poliziotti durante una manifestazione

Verba Volant aka Söz uçar è un film dedicato a Semih Özakça e Nuriye Gülmen, due insegnanti licenziati dopo il fallito colpo di stato, accusati di appartenere al movimento Gülen, considerato mandante del tentato golpe. In sciopero della fame dal 9 novembre 2016, sono stati incarcerati. Nuriye Gülmen è ancora in detenzione.
Notevole, veloce e dinamico. In 14' Tastan riesce a dare prova di grande empatia tra il negoziante e i tre ragazzi, pochissime parole ma un uso dell'immaginazione che diventa il colpo di scena del corto oltre ad una grande prova e metafora di libertà e cultura.
Un corto che riflette e mostra tutti gli orrori che possono scaturire da una manifestazione, l'impossibilità a dare voce al proprio dissenso e infine l'individuo che pur di credere in ciò che conta senza perdere la propria dignità decide di aiutare colui che è in difficoltà...anche nascondendolo dentro a un libro. Perchè il libro è cultura. E Se vuoi trovare quella parola all'interno del libro, sei costretto a leggerlo.



Codice Unlocked- Londra sotto attacco

Titolo: Codice Unlocked- Londra sotto attacco
Regia: Michel Apted
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Alice è un'agente della CIA che non lavora sul campo: camuffata da assistente sociale, aiuta a individuare tipi sospetti e potenziali terroristi. In passato era la migliore, ma ha scelto di stare in disparte perché non riesce a perdonarsi per un attentato a Parigi che non è riuscita a sventare. Quando dei falsi agenti la contattano per interrogare un sospetto, però, deve necessariamente impugnare la pistola: per salvare se stessa e impedire che qualcosa di terribile avvenga.

Codice Unlocked è il classico thriller di spionaggio che vede da una parte un'America sofferente che piange, abbracciando i fedeli sostenitori inglesi, e dall'altra le cellule jhadiste e i loro piani per far scoppiare altri attentati.
C'è una protagonista dal passato oscuro, autodidatta in tutto, che per non aver sventato un attentato rimane coi sensi di colpa fino a dover dar prova di sventare l'ennesimo complotto.
In più diventa il capro espiatorio perfetto affinchè tutte le intelligences le diano la caccia o la baccaglino per ottenere i suoi servigi.
C'è Orlando Bloom che recita Orlando Bloom che se la tira in un personaggio che ha più riprese è davvero così insopportabile da far ridere e basta senza stare a dare importanza al suo ruolo, tra l'altro il tipico doppio giochista. Poi abbiamo il nero che si sacrifica e John Malkovich che almeno cerca di restituire un minimo di dignità ad un film imbolsito, reazionario e tamarro e con tanti difettucci anche di trama che per quanto cerchino di mascherare emergono fuori come i sensi di colpa dello sceneggiatore.
Infine esce dalla tomba pure Michael Douglas che a parte le moine alla Noomi Rapace protagonista (paladina di questi film di spionaggio e fisic du role a tutti gli effetti) si vede già dalla seconda inquadratura che è un traditore (purtroppo non sei più bravo a mascherare nulla).

Mi spiace per Apted finito a dirigere questi blockbusteroni americani che non sembrano finire mai. La sua filmografia, soprattutto nei primi anni, ha regalato diversi film interessanti e che di certo non strizzavano così tanto l'occhio a una certa politica yankee.

Dust-La vita che vorrei

Titolo: Dust-La vita che vorrei
Regia: Gabriele Falsetta
Anno: 2015
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Fetival
Giudizio: 4/5

Epopea favolosa di otto disabili fisici e psichici che vvono all'interno di un istituto, il cottolengo di Torino, da oltre cinquant'anni.

Dare la possibilità di raccontarsi in questa società soprattutto quando si vive rinchiusi tra le mura di un ospedale dovrebbe essere sacrosanta. In questo caso il viaggio sperimentale di Gabriele Falsetta, spinto oltre il teatro e il cinema con l'inebriante messa in scena delle esistenze mai vissute di 8 pazienti del Cottolengo, cerca proprio di dare un'identità a queste micro storie raccontate nell'arco di '21. Sette uomini e una donna che da oltre cinquant’anni vivono i loro disagi di natura psichica e fisica con vite interrotte, nascoste o dimenticate all'interno di una struttura chiusa al mondo, in cui sono stati mandati lì inizialmente per un breve periodo per poi scoprire dai famigliari che da lì non potranno più uscire. Alcuni ne parlano con dei toni sofferti come di chi è stato preso in giro dai propri familiari e senza di fatto avere la possibilità di scegliere.
'21 minuti di giochi, danze, sorrisi, voci incomprensibili e vite desiderabili, messe in scena in location reali, dalla sala prove nello scantinato alle sedie usate da Cavour prima e dal sindaco di Torino oggi e muovendosi poi per alcune aree di Torino come la Porta Palatina e così via.

Interpretazioni spontanee e travolgenti, per un cortometraggio sperimentale e vibrante, realizzato con la complicità di Giulio Baraldi della giovane casa di produzione Kess Film, arrivato in competizione nella sezione Spazio del 33esimo Torino Film Festival e disponibile in Video on demand.  

Copper

Titolo: Copper
Regia: Jack O'Donnel
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Un ragazzino sordo molto curioso incontra una statua vivente: chi si nasconde dietro la maschera?

E' vero i bambini possono sentire i loro cari vicini, anche quando sono apparentemente mascherati.

Ma come fare quando affianco si ha una madre troppo normativa che non lascia respiro al bambino con la paura che possa finire nei guai a causa della sordità. Per non parlare del compagno della mamma che cercando di proteggere il bambino non si rende conto che banalmente non ha mai provato a imparare il linguaggio dei segni per entraci in sintonia e infine un fenomeno da baraccone che sa essere più deciso che mai quando arriva il momento di aprire gli occhi e vedere chi ha davanti. A tratti molto melodrammatico e melanconico. Interessante anche sul piano tecnico in cui le musiche alla Amelie e un girotondo di colori cercano di mischiare il piano drammatico-sociale con quello dell'immaginazione e della fantasia.

Torre Nera

Titolo: Torre Nera
Regia: Nikolaj Arcel
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Jake è un ragazzo della New York di oggi tormentato da sinistri sogni, in cui vede un malvagio uomo in nero, un eroico pistolero e una torre nera sotto attacco. Gli incubi gli ispirano numerosi disegni, ma a dare loro concretezza è la coincidenza tra gli attacchi alla torre e i terremoti che si verificano a New York. Dopo un ennesimo problema di condotta a scuola, il padre adottivo cerca di mandare Jake in una clinica, che lui sa però essere una trappola. Così scappa seguendo gli indizi dei propri disegni, che lo spingeranno in un altro mondo e in una incredibile avventura.

Non ci ho capito niente. La Torre Nera diventato l'ennesimo romanzo a episodi del maestro del brivido King, tra peripezie , troupe e attori cambiati, alla fine è diventata l'ennesima porcheria che niente c'entra con l'atmosfera kinghiana, davvero un mix di generi all'interno della saga letteraria. Western, post-apocalittico, sci-fi, distopia, mondi paralleli, nei libri l'universo ricreato è l'ennesima conferma della capacità immaginifica dello scrittore.
Il film invece è pura porcheria. Il cast ci crede così poco che McConaughey non si è nemmeno scomodato a dare enfasi e risalto al suo personaggio per non parlare di Idris Elba che ci crede come uno schiavo scappato dai campi di cotone, un regista sconosciuto danese trapiantato ad Hollywood che sembra un amante degli effetti speciali e della c.g che qui purtroppo inghiotte quando di poco e di buono il film voleva osare.
E'tutto tremendo, estremamente patinato, un bambino fastidiosissimo che se fossi stato in Roland lo avrei stanato subito e poi un lento e bruttissimo passaggio da un mondo all'altro senza perchè.
Quando Roland incontra l'uomo in nero i dialoghi sono assurdi e banali in modo tale da non far trasparire quasi nulla di quanto scritto sui libri.
Poi aver un sogno nel cassetto non vuol dire essere capaci di realizzarlo. Nikolaj Arcel infatti non è assolutamernte riuscito in un'impresa a cui a loro tempo avevano rinunciato nell'ultimo decennio J. J. Abrams e Ron Howard, che proprio due inesperti non sono anche se non amo il loro cinema troppo commerciale.
Ed è proprio qui il problema. Cercando di inquadrare un target che mettessse a posto tutti giovani e adulti (errore madornale) è diventato un film d'azione/avventura con la solita moda hollywoodiana di non caratterizzare bene i personaggi e la storia per finire a schiantarsi in brutti effetti speciali (i mostri non si possono vedere) e poi esplosioni a raffica con questa Torre Nera che dovrebbe reggere tutto e invece nei sogni non fa altro che crollare su se stessa.

Sintetizzare tutto in un'ora e mezza significa siglare il fallimento e così è stato per una delle trasposizioni più brutte degli ultimi anni e di sempre dai libri di Stephen King.

mercoledì 15 novembre 2017

Crucifixion

Titolo: Crucifixion
Regia: Xavier Gens
Anno: 2017
Paese: Romania
Giudizio: 3/5

Basato sulla storia vera di un prete incarcerato per l'omicidio di una suora dopo aver fatto un esorcismo su di lei, il film segue una giornalista investigativa che cerca di determinare se il prete ha ucciso una persona mentalmente malata o se ha perso una battaglia con una presenza demoniaca.

Negli ultimi anni il tema della possessione è diventato mainstream a tutti gli effetti con risultati spesso altalenanti tra loro con alcuni blockbuster guardabili ed altri assolutamente no.
Si riprende una delle tematiche più interessanti per i fan dell'horror. In questo caso ci troviamo al cospetto di Gens un regista che sa il fatto suo anche se negli ultimi anni come molti mostri sacri è stato intrappolato e qui riesce ad uscirne con una produzione rumena, un budget tutto sommato scarno, e una voglia matta di dirigere un'altra opera. Certo non siamo di fronte al post-apocalittico THE DIVIDE (il suo film migliore pur essendo il più pesante) e nemmeno di fronte alla carneficina di FRONTIERS eppure in questo film, il regista si prende i suoi tempi sviluppando un film che trova nei dialoghi e nella fede gli strumenti della sua messa in scena.
Il problema del film e che solo in alcuni momenti vedi il grande talento del regista che di fatto a parte una regia che non commette errori e una tecnica che rasenta quasi la perfezione manca qualcosa di quel cinismo e di quella cattiveria che davano smalto e qualità ai suoi film.
Questo sembrava quasi un'opera di commissione sulla scia di molti film che ultimamente stanno andando di nuovo di moda sul tema della possessione, ma poi invece ho scoperto che lo stesso Gens voleva fare qualcosa di simile ai blockbusteroni usciti finora e questo non è bene.
Penso che il motivo sia più di uno ma come sempre l'ignoranza mediatica lo ha classificato come un ibrido di THE CONJURING. Addirittutra sembra che tutta l'opera sia stata pensata proprio su
questa falsa riga. Di fatto gli sceneggiatori Chad e Carey Hayes sono proprio quelli di THE CONJURING 1 e 2. Quindi volevano probabilmente una specie di ibrido del film di James Wan e per farlo avevano bisogno di un mestierante fatto e finito.
Ora come in tutte le opere di "commissione" i limiti sono dietro l'angolo e così a parte qualche jumping scared e di un'ottima congiuntura tra pensiero religioso istituzionale e quello invece vero della fede e dei veri martiri e gli esorcisti con un credo differente dalla matassa di stupidaggini di padre Amorth, il film rimane una via di mezzo, qualcosa che ha degli spunti interessanti, soprattutto nella messa in scena e nella direzione degli attori, ma che rimane distante, come un quadro che non appartiene del tutto al suo autore.
Speriamo solo che questa non sia la fine di Gens, ma che il regista possa di nuovo dar luce ad una "sua" opera senza tanti compromessi.


Fortunata

Titolo: Fortunata
Regia: Sergio Castellitto
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Fortunata è una donna sulla trentina che sta crescendo da sola la figlia Barbara di otto anni in un quartiere degradato di Roma. È agosto, la città è semivuota, e Fortunata va di casa in casa a fare (in nero) messe in piega e shatush ad amiche e vicine, coltivando il sogno di aprire un suo negozio di parrucchiera e conquistare così un minimo di indipendenza economica. Franco, il marito allontanato da casa, da cui Fortunata non è ancora separata legalmente, la tormenta con visite inaspettate, insulti gratuiti e aggressioni sessuali. Chicano, il suo migliore amico, è un tossico con una madre straniera, Lotte, che sta scivolando nel buco nero dell'Alzheimer. L'incontro con uno psicoterapeuta infantile, Patrizio, cui è stato affidato dai servizi sociali il sostegno psicologico a Barbara, si presenterà a Fortunata come l'opportunità di cambiare la propria vita. Ma non tutti sanno sfruttare le buone occasioni, soprattutto se a guidare le loro azioni è una cronica mancanza di autostima e una sfiducia nella capacità (o il diritto) di essere, nella vita, fortunati.

Oggi come oggi capita sovente di potersi imbattere in qualche Fortunata.
Caratteristica di questa società, di questo periodo post-contemporaneo in cui si corre e non si ha tempo per voltarsi indietro soprattutto quando non si ha un buon bagaglio culturale e una figlia piccola iperattiva con una componente oppositiva.
La protagonista di questo intenso dramma contemporaneo che strizza l'occhio ad un certo nostro cinema neorealista, deve molto della sua riuscita alla bella protagonista, una Jasmin Trinca che finalmente è riuscita a conquistarmi con la sua semplicità e una personalità di fuoco ( una qualche similitudine con la Magnani di BELLISSIMA potrebbe pure starci) e l'attore del momento Borghi (di nuovo in un ruolo sopra le righe ma affascinante) e l'immancabile Accorsi, qui in un ruolo che come per YOUNG POPE riesce a riscattarlo e a dargli quella meritata maturità (l'assistente sociale).
Castellitto che non ho mai amato come regista e diciamo che adatta quasi tutti i suoi film dai romanzi della moglie, qui sembra per fortuna prendersi meno sul serio, lasciando la telecamera e gli attori in diversi momenti di totale improvvisazione (e direi dove vediamo anche i momenti più riusciti). Anche se spesso alcuni personaggi e tasselli della storia sembrano abbozzati e abbastanza superficiali ( il marito/poliziotto di Fortunata che non le da pace, la madre Lotte di Chicano che sembrano usciti da un film di Ozpetek) alla fine riscono a inserirsi bene come pezzi di un puzzle.
Se dal punto di vista della messa in scena e del reparto tecnico tutto sembra non fare una piega, è proprio la scrittura dell'autrice/sceneggiatrice che ancora una volta mostra alcuni limiti che se nei film precedenti erano sempre esagerate con una propensione a mostrare relazioni sempre ai limiti del sopportabile e del buon gusto, qui ancora una volta il melodramma diventa presto motivo che porta allo sfinimento e al mero masochismo femminile.
E'proprio quando il film e la scrittura vogliono decollare senza prendere le giuste distanze che il film commette i suoi errori più grandi e il destino di Chicano è proprio uno di questi, mentre dal'altra parte emergono schegge impazzite di un cinema libero e anarchico come la sfuriata di Patrizio.
Questo film assomiglia ad un elastico. Puoi tirarlo quanto vuoi ma più lo tiri e più grande è il colpo o la frusta che ti torna indietro. Guardandolo sono riuscito a non farmi male, ma soprattutto il film non mi ha annoiato per un solo singolo minuto.


Alena

Titolo: Alena
Regia: Daniel Di Grado
Anno: 2015
Paese: Svezia
Giudizio: 3/5

La vita di Alena è tutt'altro che facile. Dal minuto in cui arriva nella sua nuova scuola, Filippa e alcune delle altre ragazze si divertono a prenderla di mira incessantemente. Josefin, la sua migliore amica, non sopporta di vederla soffrire e si prepara a prendere misure drastiche, nonostante sia morta da oltre un anno.

L'esordio di Di Grado è un adattamento di un celebre graphic novel di Kim W. Andersson oltre che essere un piccolo horror indie che tratta molti argomenti. Dal bullismo in questo caso femminile "ben peggiore di quello maschile", alla competizione, alla bisessualità, alla paura di rivelarsi per ciò che si è veramente. Con un bel piano sequenza il regista ci mostra questo nuovo collegio dove Alena sembra già dall'inizio nascondere un segreto spaventoso.
Pur non avendo molti elementi originali, il film regge per un buon impianto di suspance e un'atmosfera che grazie ad una buona fotografia riesce a trovare alcuni jump scared interessanti.
Un film dove la recitazione non è mai sopra le righe e riesce a scorgere alcune caratterizzazioni interessanti che sanno dare spessore al personaggio. Il flashforward iniziale non è male ma diventa prevedibile alla fine del primo atto e il climax finale anche se arriva come un pugno allo stomaco è abbastanza telefonato.
Bella e originale nei titoli di coda, l'idea di continuare a lasciar recitare l'amica della protagonista. Ancora una nota sul fenomeno del bullismo trattato nel film, bisogna ammettere che la scrittura è riuscita a non rendere banale questo fenomeno ma incastrarlo in una fitta rete di personaggi facendo scontrare la giovane mentalità adolescenziale borghese con la regola imposta dalla preside e altri personaggi che costruiscono la galleria funzionale dove far combaciare le storie.
Infine il personaggio di Josefin sembra esssersi ispirato ai J-horror nipponici ma ricorda anche l'horror inglese, sotto certi aspetti, NINA FOREVER.



Wheelman

Titolo: Wheelman
Regia: Jeremy Rush
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ex detenuto sfrutta le sue abilità di autista da rapine per ripagare un debito in denaro maturato con la malavita. Durante un lavoro apparentemente facile, tutto va a rotoli quando un uomo misterioso gli intima di abbandonare i suoi complici e scappare con i soldi. Da quel momento tutto si complica, l’autista finisce infatti nel bel mezzo di una disputa tra bande rivali. La sua vita e quella dei suoi familiari sono minacciate.

Per chi non conoscesse Frank Grillo, attore fisico che non vanta titoli memorabili se non l'allenatore Frank Campana, ci troviamo di fronte al suo primo film come protagonista. Un film de facto scritto apposta su di lui con uno sguardo intimista che ricorda per certi versi LOCKE, sposando però alcune tematiche su DRIVE e ibridi simili. Pochi inseguimenti ma diversi dialoghi concernenti le regole criminali e i doppi giochi che possono arrivare nel peggiore dei modi.
La tecnica anche qui di usare il cellulare, un iPhone che racconta in modalità vivavoce la vicenda risulta solo per alcuni aspetti funzionale alla vicenda mentre, già su una trama intricata, diventa lacunosa e macchinosa in alcune sue parti.
Wheelman è un altro prodotto Netflix.
L'autista è un paradossale e adrenalinico kammerspiel automobilistico, nella forma di un action–thriller quasi interamente ambientato nell’angusto abitacolo di una vettura gettata a folle velocità nel mezzo di intrighi e sparatorie d’ogni sorta.
Il film comunque dopo il primo atto in cui conosciamo il nostro protagonista, diventa una vera e propria missione salvifica contando che l'autista, per tutto il film non sappiamo il suo nome, deve intervenire in prima persona nel mezzo di un’imminente guerra fra gang che minaccia da vicino i suoi affetti più cari ovvero moglie e soprattutto figlia.
Un altro uomo che in questa post-contemporanietà non riesce a sbrigarsela con un solo lavoro ma ha bisogno di ricorrere a soluzioni disperate e pericolose.


American Assassin

Titolo: American Assassin
Regia: Michael Cuesta
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

"American Assassin" segue le vicende di Mitch Rapp, geniale studente universitario e talentuoso atleta che, in seguito alla morte della sua fidanzata, avvenuta durante un atto terroristico, decide di cambiare vita. Invece di elaborare il lutto e condividere il dolore con la famiglia, Mitch matura la voglia di vendicarsi e per questo accetta di partecipare a un prestigioso programma di addestramento della CIA.

Quando l'America cerca di trovare l'ennesimo eroe che però diventa anti-eroe abbracciando l'ideologia reazionaria americana e bellica, nutrendo sentimenti e dubbi ci troviamo di fronte all'ennesimo pasticcio che dimostra come da parte della scrittura e della regia non ci sia la benchè minima voglia o interesse di mostrare qualcosa che in fondo non instilli la stessa indecorosa politica bellica americana.
Mitch, il protagonista, è il tipico giovane belloccio (ultimamente queste sagome che arrivano dalla musica e dagli spettacoli della Disney non si possono più vedere tipo di Harry Stiles, Brenton Thwaites, Logan Lerman, Scott Eastwood, etc) a cui hanno ucciso la ragazza e che quindi vuole/deve farsi giustizia.
Ma in che modo? Un pò come SPY GAME ma il film con Ford era assai meglio pur avendo ideologie che non condivido, il nostro Mitch inizia da solo una guerra contro il presunto "Stato Islamico" lavorando da solo, seguendo tutte le piste possibili, imparando l'arabo ed entrando nei siti più segreti e pericolosi dell'Isis.
Sembra davvero troppo da digerire soprattutto quando dimostra un atteggiamento pure strafottente da giovane ribelle incarognito che sembra sempre, e alla fine purtroppo lo dimostra, di essere il number one, come tutte le "favole" americane insegnano
Da metà film conta solo più l'azione e qualche dialogo sull'onore e sul "lasciami qui e salvati..." "no, io qui da solo non la lascio...ho già perso qualcuno" e allora il film diventa una simil barzelletta, un'autoparodia di se stessa dove Keaton, perfetto per il ruolo, sembra crederci quanto l'Avvoltoio in SPIDERMAN-HOMECOMING e Kitsch trova di nuovo un ruolo minore sempre da "arruolato"mezzo spostato mentale come spesso e purtroppo gli capita.
Il film ho scoperto poi è stato voluto i costi, oltre che dalle produzioni che in questo particolare momento geopolitico pericoloso, spingono molto su queste pellicole, e il noto regista, sceneggiatore e produttore Edward Zwick ha scritto lo script per questo thriller, basato sul romanzo di Vince Flynn, che descrive appunto la vita dell'agente della CIA Mitch Rapp.

Cuesta di buono può contare finora solo alcuni episodi di DEXTER e KILL THE MESSENGER sicuramente meno reazionario e propagandistico.

War-Il pianeta delle scimmie

Titolo: War-Il pianeta delle scimmie
Regia: Matt Reeves
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nonostante la morte di Koba, la guerra scatenata da questi tra le scimmie e gli umani procede senza sosta. I soldati americani, guidati dal Colonnello, vogliono catturare Cesare, geniale condottiero dei primati super-intelligenti, e ristabilire il primato della razza umana.

E'strano pensare che anche per questa tematica fantascientifica si sia per forza voluta fare una trilogia. Incassi? Sicuramente sì.
Il terzo e ultimo capitolo sulla saga del pianeta delle scimmie è quasi un antologia, il viaggio dell'eroe sul suolo americano xenofobo e reazionario (la parabola con l'ascesa di Trump è abbastanza evidente sull'antagonista principale, il perchè invece il nemico c'è l'abbia tanto con le scimmie non mi va di spoilerarlo ma ascoltatevi quel dialogo che è forse una delle cose migliori del film in termini di scrittura).
C'è tanta carne al fuoco, un war movie con azione a gogò, avventura, suspance, dramma e tanta violenza da una parte all'altra e i toni più cupi che abbiamo visto tra i tre capitoli della saga. Scimmie traditrici che disprezzano la loro stessa natura per entrare a far parte dell'esercito nemico, soldati nonchè marines che a furia di vedere torture ai danni delle scimmie vengono mossi da compassione e giù di ribaltamenti da una parte all'altra.
In tutto questo domina Cesare, la scimmia più evoluta, l'essere senziente che riesce a mettere in difficoltà con le sue idee, e grazie alla sua leadership riesce ad essere il leader carismatico forse non solo delle scimmie...
Il film soprattutto nella prima parte è tutto così. Un attacco da una parte e una risposta dall'altra.


domenica 15 ottobre 2017

Più grande sogno

Titolo: Più grande sogno
Regia: Michele Vannucci
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Mirko è appena uscito di prigione. Alla soglia dei quarant'anni vuole ricominciare da capo, recuperando il rapporto con la compagna Vittoria e le figlie Michelle e Crystel, ma non è facile: se Vittoria e Crystel lo accolgono con fiducia, Michelle lo guarda con diffidenza e ostilità. L'occasione per rifarsi una vita sembra arrivare da un'improbabile candidatura: Mirko, a suo modo popolare nella borgata degradata in cui vive, viene eletto presidente del comitato di quartiere, e si appresta a cambiare le circostanze non solo sue ma di tutti coloro che lo circondano. Ad affiancarlo è l'amico di sempre, Boccione, prodotto dell'incuria e dell'incultura del suo ambiente ma dotato di buon cuore e buone intenzioni. Per entrambi il rischio del fallimento è dietro l'angolo, come è vicino il pericolo di una ricaduta nel vecchio giro di malaffare. Riuscirà Mirko a trovare la sua strada e a costruirsi una nuova identità?

I viaggi di redenzione sono materiale vasto e infinito. Di solito è un tema che appartiene ad una grossa fetta del genere drammatico. In questo caso l'utilizzo fatto all'interno del film e la buona catarsi dell'attore che interpreta se stesso Mirko Frezza è stata una sfida interessante e rischiosa che l'opera prima di Vannucci con difficoltà e momenti che faticano a decollare riesce a dare credibilità e spessore ad una storia molto popolare e populista, il tipico "borgata-movie".
Chiariamo subito: se non ci fosse stato Alessandro Borghi che nel film ha un ruolo molto importante da co-protagonista, il film avrebbe sicuramente patito una recitazione non sempre in grado di dare pathos e enfasi a sufficienza nonostante uno dei più grandi sforzi sia stato quello di superare gli stereotipi di genere e renderlo passionale e appassionato.
Vannucci si concentra molto sul linguaggio e il dialetto romano è iconico nel cercare di farci comprendere il microcosmo e la sotto-cultura in cui vivono questi borgatari in particolare il nostro ex-pregiudicato che ha passato tra il suo quartiere e Regina Coeli, sempre diviso fra gli “impicci” di casa e i castighi del carcere.
Dramma, pesanti rapporti familiari e con la gente del quartiere, un passato che torna o che meglio non lo ha mai abbandonato, della paura ha provare a fidarsi (non vuole nemmeno mettere una firma quando viene eletto) una figlia che non accetta che il padre durante la carcerazione non abbia voluto vederla e infine una redenzione compromessa quando dall'altra parte il tentativo di tornare a delinquere e dietro l'angolo.

L'idea buona del chi "ce sta a provà" nonchè trasformare la realtà in fiction semidocumentaria è buona, a tratti purtroppo ma speriamo che sia solo una questione di tempo, la regia e soprattutto la ripresa stilisticamente è abbastanza piatta, fatta quasi esclusivamente di un'insistente mdp a spalla che cammina con i personaggi e si chiude quasi sempre sulla faccia stralunata di Mirko.

Wind River

Titolo: Wind River
Regia: Taylor Sheridan
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un cacciatore e pescatore è costretto ad affrontare il suo passato quando aiuta un novizio agente del FBI nel risolvere un omicidio realizzato nell'anarchica riserva indiana di Wind River.

L'America da qualunque parte la osservi ha sempre dei lati nascosti e spesso alcuni di questi sono maledettamente inquietanti.
Ora tocca alle riserve indiane nel Wyoming dal freddo polare dove una donna nativa diventa capro espiatorio e la comunità inferocita farà il resto...
Un film davvero crudo con un'atmosfera notevolissima tutta glaciale e piena di silenzi e allusioni.
Una comunità in difficoltà che vive in una zona dura e insidiosa. Personaggi che sembrano dividersi la scena tra i condannati che vivono la giornata e di fatto sono i bifolchi populisti e ignoranti e dall'altro i sopravvissuti dove mettiamo nel calderone anche i pochi indiani nativi rimasti.
Un film che sfrutta la violenza in modo impulsivo senza dare la possibilità di ragionare ma agendo d'istinto che sia la carneficina dentro la roulotte della giovane coppia fino alla sparatoria che chiama in causa due gruppi diversi di forze dell'ordine.
Un film che verso la metà vira sul revenge movie ma senza essere mai troppo sfrontato e soprattutto reazionario. Renner sembra a tratti il Wahlberg di SHOOTER una cagata mostruosa ma riuscendo però ad avere una caratterizzazione che gli da più sostanza, personalità, struttura e poi porta dentro di sè, il personaggio di Cory, una segreto davvero doloroso.
Taylor Sheridan poi firma un'altra sceneggiatura potentissima dopo SICARIO ma soprattutto HELL OR HIGH WATER firmando una detective story semplice senza tanti colpi di scena che proprio per la struttura della storia non servono.
Un film di istinti primari, dove i bifolchi attaccano senza remore le forze dell'ordine le quali sono costrette a uccidere senza fronzoli alcuni di questi semi tossici abbandonati nelle loro roulotte in mezzo al nulla e alla neve.

Una nota che arriva nel finale del film per mostrare a distanza di anni quanto ancora non cambi per certi versi la politica di riconoscere i nativi americani ad esempio negli Stati Uniti è quella per cui il governo con i suoi organi tiene il conteggio e scheda il profilo di ogni donna scomparsa. Lo stesso non avviene per le donne Native Americane. C'è da stupirsi? No.
L’America ha ancora molti confini… e le musiche di Nick Cave e Warren Ellis già ascolate nel bellissimo LAWLESS aggiungono pathos all'opera.

Lowriders

Titolo: Lowriders
Regia: Ricardo de Montreuil
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ambientata nella zona orientale di Los Angeles, il film parla del mondo delle vetture lowrider e dei graffiti. La storia è incentrata su un adolescente la cui lealtà è messa a dura prova quando si trova costretto a scegliere tra il padre e lo zio criminale.

Prendete FAST & FURIOUS mescolatelo con ONCE WERE WARRIORS ed 8 MILE e conditelo con SIN NOMBRE aggiungendo infine il jolly con Theo Rossi.
Quelllo che ne esce non è nulla di buono ma anzi macchinoso, già visto e squisitamente pieno di clichè. Dalla famiglia sudamericana povera che pensa al grande mito americano, quello delle macchine, costruendo la perfetta lowrider, ovvero quel tipo di vettura le cui sospensioni sono state modificate in modo tale da poter abbassare la macchina il più vicino possibile al suolo oppure per farle compiere delle evoluzioni, diciamo che sappiamo subito di cosa stiamo parlando.
Uno potrebbe già fermarsi qui senza andare oltre per capire nell'immediato dove andrà a parare il film. Eppure anche gli inseguimenti sono abbastanza fiacchi, i combattimenti tra gang a volte sanno di ridicolo e la caratterizzazione dei personaggi è stereotipata anche quando uno come Theo Rossi cerca di dare un po di sostanza (e il fratello maggiore che ha rotto i legami con il padre e si è fatto una gag tutta sua) senza di fatto uscirne bene nemmeno lui.
Una trama che purtroppo non ha richiesto tanto sforzo dello sceneggiatore e il regista, De Montreuil, voleva solo avere l'ok per potersi cimentare in un montaggio frenetico che a volte rischia pure di distruggere quel poco di buono che il film stenta a mettere in luce.


Kingsman 2-Il cerchio d'oro

Titolo: Kingsman 2-Il cerchio d'oro
Regia: Matthew Vaughn
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Fuori dalla sartoria Kingsman, Eggsy viene attaccato da Charlie, un viziato candidato che nel film precedente non aveva superato l'addestramento e ora è dotato di braccio robotico. La Kingsman viene poi attaccata e quasi annientata, tanto che rimangono solo Galahad - ossia Eggsy - e Merlino. Insieme scoprono che di fronte a una tale disperata emergenza devono rivolgersi ai cugini americani: gli Statesman, tra cui spiccano gli agenti Whisky, Tequila e Ginger Ale, mentre a capo del tutto c'è Champagne. Insieme a loro cercheranno di sventare lo spietato piano di Poppy, una potentissima narcotrafficante che sta ricattando il governo degli Stati Uniti per ottenere la legalizzazione di ogni tipo di droga.

Il secondo capitolo della parodia del nuovo agente segreto british che diventa yankee è un action incredibile e stroboscopico dove per un attimo il regista non sembra mai darsi pace cercando in tutti i modi di passare da una location all'altra regalando colpi di scena e inseguimenti ai limiti del praticabile e dell'inverosimile.
Infatti Kingsman-Il cerchio d'oro diventa a tutti gli effetti qualcosa di impossibile che mette in un angolino quanto di buono fatto con il primo capitolo per sottolienare l'arrivo delle produzioni americane e quindi il budget che è volato a dei livelli altissimi.
Godereccio, ironico, seducente, patinato, un fumetto in piena regola firmato da quel pazzo incredibile di nome Mark Millar in collaborazione con Dave Gibbons.
Vaughn ovviamente dopo i 414 milioni di dollari incassati con il primo capitolo ha deciso così di dirigere il suo primo sequel con un cast che vanta stelle di Hollywood a raffica anche se non tutti riescono a lasciare il segno o ad essere caratterizzati come si deve oltre che inserire figuranti che non hanno proprio senso come Elton John in un ruolo tra l'altro molto imbarazzante.
Oltre ad essere volutamente esagerato, il film cerca di trovare spunti interessanti sui trafficanti di droga, le nuove multinazionali che hanno più potere degli Stati che attaccano, senza avere la benchè minima idea di ciò che stanno facendo (in questo il personaggio di Poppy poteva dare di più senza venir mostrata come uno stereotipo a cui negli anni soprattutto nel cinema americano ci siamo abituati a vedere, qui in versione supervillain e madrina del narcotraffico con la fascinazione per i robot, il rock e l'America anni '50). Questa scelta finalizzata e che gioca a favore dell'incidente scatenante iniziale diventa geometrico nel trovare poi le linee di demarcazione perfette facendo incontrare i lord con i cowboy.
Usa e Gran Bretagna schierati assieme. Se non fosse un film, l'idea di una partnership tra due delle più grandi potenze della terra farebbe ancora più paura. E' così ancora una volta qualcosa di inglese è diventato americano a tutti gli effetti.
Come sempre intriso di citazioni tra cui spicca su tutti il cinema dei Cohen e in particolare FARGO.
I punti dolenti sono che ad un certo punto tutto è così esagerato da farlo diventare un fumetto pulp allucinato e grottesco ma che non riesce come nel primo KICK ASS a diventare politicamente scorretto e aggiungere alcuni tasselli originali e divertenti. Qui tutto è così patinato, i personaggi sono sempre e solo macchiette. Per fortuna che quello che il film deve fare lo mantiene: ovvero divertire con quella spregiudicata sgregolatezza che contraddistingue il cinema di Vaughn.



Vergini di Dunwich

Titolo: Vergini di Dunwich
Regia: Daniel Haller
Anno: 1970
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il nobile Wilbur Whateley con antenati dediti alla stregoneria è interessato a procurarsi una rara copia del Necronomicon, il libro maledetto dell’occulto, appena giunto all’Università di Miskatonic. Ma il prof. Armitage che lo sta studiando, non è dello stesso avviso. Allora Wilbur con le sue doti ipnotiche riesce a sedurre e attirare Nancy, la giovane allieva di Armitage, nella sua villa per coinvolgerla in oscuri riti magici che hanno l’indicibile scopo di evocare le antiche divinità che un tempo dominavano sulla terra…

Diciamolo pure. A parte il film di Gordon del 2001 di film importanti e indimenticabili su Lovecraft non ne sono stati fatti molti. E' un peccato anche se non è detto che l'orrore cosmico non diventi di nuovo materia a cui attingere come è successo di recente con due ottimi film in cui solo uno in particolare sembra citare il leader indiscusso di Providence.
E'parlo ovviamente di THE VOID mentre segnalerei anche BASKIN che pur non trattando dichiaratamente l'orrore cosmico lovecraftiano si avvicina per intenti.
A parte questi e altre pseudo-pellicole o pseudo-esperimenti che non starei a menzionare, tutto ciò che è stato fatto prima faceva parte di questa sorta di trilogia di cui questo film fa parte essendo il terzo ed ultimo tratto dall’opera di Lovecraft prodotto dall’American International Productions di Roger Corman che cercava una valida e remunerativa alternativa ai film tratti da E. A. Poe.
Tratto dal racconto L'orrore di Dunwich, il film nonostante lodevoli sforzi e una regia pulita che sfoggia virtosismi stucchevoli e una tensione appena modesta altro non aggiunge e anzi in alcuni momenti scimmiottando anche sulla recitazione e mi riferisco a Wilbur Whateley.
Tuttavia al di là della storia e della sceneggiatura funzionale e che riprende in modo attinente e pertinente il racconto, si inserisce anche con alcuni aneddoti e numerosi collegamenti con l'opera di Moore per l'appunto Providence. Al di là di alcune scelte azzardate e che rischiano di smorzare l'atmosfera e la tensione, parlo del figlio di Yog-Sothoth, il quale veniva nel racconto rinchiuso in un fienile, mentre nel film è tenuto prigioniero in soffitta dietro una porta oppure ogni elemento orrifico lovecraftiano con le sue gelide e malsane atmosfere è smorzato regalando effetti di luce su rosso e nero per mostrare il mostro, un montaggio alle volte troppo psichedelico e allucinato e per finire un finale a botta di incantesimi che non riesce ad essere convincente.

Il problema più grosso del regista sembra essere quello di avere grande difficoltà a rappresentare in immagini l’orrore cosmico del ‘Solitario di Providence’. Ne prendiamo atto pur riconoscendo una sceneggiatura valida e un reparto tecnico valido.

mercoledì 11 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Titolo: Blade Runner 2049
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

L'agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell'anno 2049. Sono passati trent'anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi "lavori in pelle": perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo. Per esserne certo, però, dovrà andare fino in fondo. Come in ogni noir che si rispetti dovrà, ad un certo punto, consegnare pistola e distintivo e fare i conti da solo con il proprio passato.

Blade Runner 2046 bisognerebbe cercare di guardarlo senza troppe pretese cercando di dimenticare per un attimo che la macchina hollywoodiana sta cercando di riattingere dai vecchi cult per vedere se con le tecniche digitali odierne possano accadere i miracoli. Dal punto di vista della c.g mi verrebbe da dire certo che sì, per quanto concerne la storia e la sceneggiatura nì.
Blade Runner è solenne e distopico. Minimale e patinato all'inverosimile. Apocalittico e cinico. Villneuve rimane uno degli unici insieme forse a Cuaron a poter cercare di dare carattere, sostanza e atmosfera al film strutturandolo con la sua politica da autore e riuscendo ad affinare ancor meglio la tecnica. Un'opera che per diversi punti e davvero inquietante mostrando come forse finiremo e tracciando alcuni squarci che la politica del Cacciatore di Androidi di Philip K. Dick si è sempre rivelata profetica sotto certi aspetti e sembianze. La società nel 2049 è ben peggiore di quella di Deckard mostrando ancora una volta come un abominio, ovvero dove finisce il confine tra l’obbedienza androide e la ricostruzione di un’identità creata dal nulla ma settata con l’innesto di ricordi artificiali e soprattutto se tutto ciò viene lasciato in mano a un essere non meglio definito come Wallace.
Villneuve dicevo rimane uno dei registi più importanti di questa generazione e non parlo solo per la diversità nei generi in cui spazia senza difficoltà, non sempre firmando dei filmoni come accade per SICARIO che risulta per assurdo forse il suo film meno convincente.
Sin dall'inizio del film, lo script a quattro mani di Fancher e Green, le location e le scenografie di Dennis Gassner fanno da padrone insieme alla fotografia dell'immancabile Deakins, le inpalcature visive, la musica di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch che sembra ricordare la fine del mondo, portando a riflettere sui gesti compiuti dai vari replicanti e anche qui alcune inquietudini filosofiche che come per ALIEN:COVENANT lasciano perplessi e non trovano sempre risposte.
Era il novembre del 2019. Il cacciatore di replicanti Rick Deckard e Rachael provavano a fuggire da un destino segnato. Qui scopriamo che quanto successo dopo è ancora peggio. Il colpo di scena su K che scopriamo assieme a lui è una di quelle magie che il regista spesso conferma nei suoi film regalando dei climax importanti anche se allo stesso tempo in alcune scelte come il finale ad esempio appaiono abbastanza macchinose e forse poco avvincenti. L'aspetto però più conturbanteb e che Villneuve ha invece deciso di intraprendere, secondo me facendo un mezzo errore, è stato quello di voler rendere più dirette questioni, filosofiche e non, che nel precedente film rimanevano sospese, rischaindo a volte di palesare troppo senza lasciare quell'aura di dubbio.
Qui c'è di nuovo l'amore ma anche il contatto e la paura di rimanere soli. Nel film di 30 anni fa, la storia concedeva meno cercando di lavorare di sottrazione e imbastendo di fatto una log line molto breve in cui de facto un cacciatore di replicanti doveva svolgere il suo lavoro mentre qui oltre quel lavoro, il nostro agente K scopre il disegno che sta dietro la svolta che rischia di cambiare le sorti del pianeta e allo stesso tempo ci mostra la sua solitudine come accadeva per il protagonista di HER.



El Bar

Titolo: El Bar
Regia: Alex de la Iglesia
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Costretti a vivere una situazione tragica rinchiusi all'interno di un bar, un gruppo di sconosciuti comincia a confidarsi l'un l'altro.

"Oggi più che mai abbiamo paura del dolore e della morte. Non ne parliamo neppure ai nostri figli perché sappiamo di non avere le risposte. Non la capiamo e, soprattutto, non vogliamo pensarci. Ciò causa un'insopportabile tensione che, presto o tardi, si fa riconoscere con esplosioni di incontrollata violenza o come una costante amarissima presenza nelle nostre menti."
Il terrorismo è in ognuno di noi. Alex de la Iglesia continua con le sue schegge impazzite e finalmente ritorna in scena anche lui con un film tutto ambientato quasi in un'unica location, uno schema corale e tanta azione soprattutto nel finale per un film che manco a dirsi di nuovo coniuga un mezzo filone fanta-politico.
Una miscela esplosiva in cui il regista spagnolo non va mai giù per il sottile ma infila i suoi topoi cinematografici grazie al suo sceneggiatore di fiducia Guerrica con cui confeziona un'opera feroce e graffiante, un equilibrato mix di generi che, tra gustosi istinti da commedia nera e grottesca e una violenza che rischia di sfociare nell'horror psicologico, dice la sua sulla decadenza morale nella società contemporanea, in particolare trovando in alcuni normalissimi personaggi delle storie e delle modalità che lasciano basiti per scelte e azioni irreversibili.

El Bar costruisce pian piano dinamiche sempre più interessanti e ferali, in cui il peggio degli individui viene alla luce con spietata crudeltà in un grottesco disseminarsi di ipotesi e colpi di scena che prima incuriosiscono e dopo lasciano con il fiato sospeso fino all'energica resa dei conti finale, lasciando trasparire dietro tutta la genuinità di genere l'importanza di un vibrante messaggio. Purtroppo forse l'unica pecca potrebbe essere quella di un finale tirato troppo per le lunghe e abbastanza scontato ma che d'altronde è tipica del cinema del regista che con quella punta di esagerazione finale che infila quasi sempre nei suoi film da sempre risultati roccamboleschi e imprevisti  

Inganno

Titolo: Inganno
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, le donne di diverse età che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia danno ricovero ad un soldato ferito. Dopo averlo curato e rifocillato costui resta confinato nella sua camera attraendo però, in vario modo e misura, l'attenzione di tutte. La tensione aumenterà mutando profondamente i rapporti tra loro e l'ospite

Inganno è l'ultimo film della Coppola. Per molti aspetti continua un certo discorso iniziato con IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE. Tante donne di diversa età e un solo uomo, ferito, per un soggetto che si rifà ad un film già visto con Eastwood nei panni di Farrel..
Un bel film ottimamente recitato con pochi colpi di scena, purtroppo abbastanza prevedibili, e un'atmosfera che non sempre riesce ad essere graffiante pur avendo dietro una fotografia eccelsa.
E così l'ultimo film della Coppola che ha vinto come miglior regia a Cannes è un film ben confezionato ma privo di quella psicologia che almeno nei personaggi del suo esordio trovava più spessore. Qui si poteva ottenere molto di più ad esempio giocando maggiormente sulle pulsioni delle ragazze che la società del tempo non può loro riconoscere.Alla fine diventa di nuovo l'analisi delle reazioni in un microcosmo femminile con alcuni spunti interessanti nonchè scene, tanti sguardi che lasciano intendere e volere molte cose e una cornice horror da cui noi assistiamo alla scena e una regia che si muove senza indugi architettando l'aspetto più interessante del film ovvero la geometria degli spazi, con una chiusura verso l'esterno, il cancello a simboleggiare l'oggetto netto della separazione, e infine il bosco che apre un mondo sotterraneo dove mentre raccogli i funghi puoi trovare un soldato ferito e portartelo a casa.