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sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

Hap & Leonard


Titolo: Hap & Leonard
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 6
Giudizio: 4/5

In questa nuova avventura Hap e Leonard vanno a Grovetown, una città che più razzista non si può, a cercare Florida, fidanzata del loro amico poliziotto Marvin Hanson ed ex di Hap. Florida si è recata lì per indagare sul suicidio di un ragazzo di colore avvenuto in carcere ma da giorni non dà notizie di sé.

La terza e ho paura ultima stagione di Hap & Leonrad manco a dirsi è la più straziante.
Sundance Tv ha detto che questa è l'ultima, ma io spero nei miracoli e chi lo sa magari Lansdale, Mickle e D'Amici, riusciranno a trovare qualche folle che produca le gesta dei due anti eroi più interessanti degli ultimi anni.
Bisogna fare una premessa. E'difficile condensare il pulp e l'azione di Lansdale su cellulosa.
Prego sempre Satana che prima o poi vedrò su grande schermo LA NOTTE DEL DRIVE-IN ma comincio a pensare che rimarrà solo un sogno, oppure nella malaugurata ipotesi che diventi un trappolone commerciale, spero che rimanga il best seller che è.
Hap & Leonard vivono ormai da anni in qualcosa come svariati romanzi e appunto per chi non fosse un fan accanito dello scrittore texano come me, la serie potrebbe rivelarsi abbastanza noiosa anche se parlo per le prime due stagioni, mentre questa merita davvero un encomio particolare per la gestione di tutta la matassa, per come viene dipanata la storia e soprattutto della spinta propulsiva che dimostra.
Innanzitutto la coppia di attori qui è rodata più che mai, ma soprattutto non manca nulla, dall'azione (che nelle precedenti stagioni a volte era proprio poca), al noir, al dramma, al mistery, al grottesco, al tema sempre scottante del razzismo, e a tanti altri elementi favorevoli, dove finalmente gli antagonisti e i villain riescono ad essere credibili.
Il Mambo degli orsi è un libro stronzo con una storia avvincente che ci porta a calci in culo nella Gomorra degli xenofobi. Una città, nella sempre più inquietante America, dove davvero bisogna avere paura dal momento che si rischia di avere tutti, ma proprio tutti, contro se il colore della tua pelle non è a stelle e strisce.
Narrata per la quasi totalità come un lungo flashback, questa terza stagione non nasconde proprio nulla, partendo con una storiella niente male che richiama alcuni racconti dello scrittore sui musicisti jazz, sul voodoo (D'Amici che interpreta il Diavolo mi ha fatto sorridere) e su tante storie che ci piace sentire per poi accostare il tutto con il romanzo sopra citato.
Il finale è davvero disperato ma l'elemento che più mi ha colpito e che come dimostrano i primi frame degli episodi, la coppia di amici piange, si dispera. Davvero ha visto l'abisso dell'odio razziale e non solo. Sono stati tirati dentro e sputati fuori a calci in culo con le ossa e le costole rotte.



Overlord


Titolo: Overlord
Regia: Julius Avery
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

A poche ore dal D-Day, un battaglione americano di paracadutisti viene lanciato su un paesino della Francia occupata dai nazisti per una missione cruciale: far saltare una torre-radio, posizionata sopra una chiesa, per facilitare l'invasione alle truppe di terra. Sterminati dalla contraerea tedesca e dalla superiorità numerica delle forze naziste, i soldati americani rimangono in poche unità e trovano rifugio nella casa di una ragazza del posto, che vive sola col fratellino. Decisi a portare comunque a termine la missione, il soldato Boyce e i suoi compagni si fanno strada con uno stratagemma all'interno della torre, ma qui scoprono un vero e proprio laboratorio degli orrori e si ritrovano a combattere un nemico mostruoso, apparentemente invincibile.

Chissà come mai la scelta di Avery, il regista che aveva diretto un filmetto molto carino ma con tante imperfezioni di nome SONS OF A GUN. Diciamo che a differenza dell'esordio del 2014, qui Avery può contare su un budget faraonico, rispetto al precedente film, anche se per quanto concerne il cast ha sempre avuto una buona schiera di attori.
War-movie+Action+Horror+Nazisti ed esperimenti+Creature e mutazioni.
Gli ingredienti alla base sono questi e non sono pochi.
Una manciata di minuti per presentare lo squadra in aereo e poi il massacro dove si salvano in pochissimi e da lì il cambio strategico nella location principale, un paesino francese dove gli abitanti servono come cavie per gli esperimenti nazisti, e dove abbiamo tutto il tempo per conoscere i personaggi e respirare dopo il bombardamento iniziale.
Tempesta, silenzio e infine pioggia acida.
Diciamo che anche qui la carne al fuoco era molta. Anche su questo ci sono stati diversi film molto ma molto simili, primo tra tutti FRANKENSTEIN'S ARMY che diciamo era davvero una chicca e se prendiamo in esamina l'horror era proprio un'altra cosa molto più potente e paurosa.
Questa è la versione più edulcorata, commerciale, digeribile, con molti meno mostri e di una major celeberrima, per cui i rischi erano davvero tanti, ma Avery da buon mestierante con qualche punto in più è riuscito a salvare il comando della squadra, cercando di bilanciare intrattenimento e un minimo di sostenibilità della storia.
Funziona sotto molti aspetti che sono poi quelli che riguardano il reparto tecnico, il cast, alcuni accorgimenti e soprattutto le scene d'azione. Quello che non è che non funziona, ma ci si poteva aspettare di più sicuramente, erano gli infetti nella torre che gli alleati dovranno distruggere.
Alcune fesserie riguardanti cose che fanno i personaggi come se da un momento all'altro fossero tutti killer professionisti o abili ladri che riescono a nascondersi in una base nemica piena di guardie naziste tra cunicoli infiniti senza mai farsi vedere dal nemico, sono spesso esagerati, come la ragazza francese che ad un certo punto diventa quasi un'assassina nata rubando troppo la scena.
Un finale che poteva e doveva regalare di più, la resa dei conti tra l'antagonista e il protagonista è veramente scopiazzata da tantissimi film e diciamo anche che l'aspetto che doveva più di tutti far paura, e che il regista olandese aveva usato molto bene nel film citato prima, qui è appena abbozzato senza dargli forza, un punto debole che avrebbe accresciuto tensione e ansia, elementi di cui questo film soffre in dosi massicce in più parti.



Soldado


Titolo: Soldado
Regia: Stefano Sollima
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sempre meno redditizio, il traffico di droga viene convertito dai cartelli in traffico di essere umani. Lungo il confine messicano e in mezzo ai clandestini si insinuano terroristi islamici che minacciano la sicurezza degli Stati Uniti. Un attentato-suicida in un supermercato texano provoca una reazione forte del governo americano che incarica l'agente Matt Graver di seminare illegalmente il caos ristabilendo una parvenza di giustizia. Graver fa appello ancora una volta ad Alejandro, battitore libero guidato da una vendetta che incontra vantaggiosamente le ragioni di Stato. Alejandro, che se ne infischia della legalità, rapisce la figlia di un potente barone della droga prima di diventare oggetto di una partita di caccia orchestrata dalla polizia messicana corrotta e da differenti gruppi criminali desiderosi di mettere le mani sull'infante. Diventata un rischio potenziale, bisogna liberarsene. Ma davanti a una scelta infame, Alejandro rimette in discussione tutto quello per cui si batte e tutto quello che lo consuma da anni.

Senza voler fare una comparazione a tutti i costi, ho trovato il film di Sollima leggermente superiore alla costruzione di Villeneuve, regista che stimo tantissimo ma che secondo me trova il suo meglio in altri generi.
Sollima dirige qualcosa di potente e maestoso, senza farsi prendere dal panico trovandosi di fronte ad una monumentale macchina produttiva come quella americana e con due attoroni ormai inarrivabili come Del Toro e Brolin (che fino a prova contraria è uno degli attori ritrovati del momento)
Un film che si divide come sempre in tre atti ma che racconta due storie diverse dove la prima mostra l'intelligence delle forze speciali e di come la lotta al narcotraffico fra Stati Uniti e Messico si è inasprita, dall'altra una storia umana di gente che cerca di attraversare il confine, di sopravvivere, di una relazione tra un sicario e una bambina, un rapimento, e un finale che spero dia conferma che deve rimanere Sollima a dirigere il terzo capitolo.
Un film di uno spessore e di una violenza impressionante da tutte le parti attraverso cui noi la guardiamo. Che siano i bambini, gli adolescenti, gli adulti, gli agenti del governo, lo stesso presidente, tutto sembra nichilismo puro e caos dove la parola d'ordine è uccidere senza regole e senza remore. Un crocevia di morte, che richiama soprattutto nella seconda storia il western, dove l'essere umano è la vera merce di scambio e dove ormai anche trattare è diventato quasi inutile, la giustizia e la vendetta sono invece i soli strumenti a fare da padroni (vedi Graver dopo quello che succede a Alejandro).
Un film bomba geometricamente che non fa una piega, con scene d'azione esaltanti e minimali, scenari pirotecnici che si aprono e sembrano farti catapultare da un bus pieno di messicani, al deserto più sanguinario di sempre e spazi angusti dove avviene il peggio.
Un film disperatamente cinico e drammatico che non regala e non vuole esaltare nulla, ma chiude tutte le porte massacrandole sul nascere, senza dare modo di redimersi a meno che non contiamo la deliziosa scena finale che apre le porte per un sequel che spero tanto di poter vedere.



Halloween


Titolo: Halloween
Regia: David Gordon Green
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Da 40 anni Laurie Strode si prepara per il ritorno di Michael Myers, lo psicopatico che ha massacrato i suoi amici durante la notte di Halloween del 1978. E per tutti quegli anni Laurie è rimasta chiusa in casa, imponendo la stessa reclusione anche alla figlia Karen, con l'intento di proteggerla dall'inevitabile ricomparsa del mostro. Quando Myers viene trasferito dall'ospedale psichiatrico di Smith's Grove le paure di Laurie si rivelano fondate: il prigioniero infatti trova il modo di scappare e naturalmente si reca ad Haddonfield in cerca dell'unica preda sfuggitagli nel '78.

Solo due parole su Green, regista capace di intrattenere con film commerciali a volte particolarmente stupidi e insignificanti per spostarsi poi su territori inesplorati dell'indie con risultati più che piacevoli.
Halloween è una bestia difficile da trattare vuoi perchè alla base abbiamo uno dei maestri supremi della settima arte che è il buon Carpenter, vuoi perchè anche se a molti non sono piaciuti, ci ha messo la mano pure quel pazzo furioso che io stimo molto di Zombie che negli anni è riuscito a creare un suo stile di cinema ben definito e con Halloween ha picchiato davvero duro.
Questo poteva sembrare il classico sequel che nessuno voleva, fatto alla veloce, senza anima e senza prendere spunto dai film precedenti.
Invece Green mantiene lo scheletro dell'originale, 40 anni dopo, e mettendo tre donne di tre generazioni diverse a scontrarsi con Michael in uno scontro finale crudele ma quanto mai emblematico nel voler ancora una volta dimostrare come questa battaglia fino alla fine tocca alla famiglia Strode e tocca alle Donne.
Il cast è azzeccatissimo con alcune vecchie glorie che riescono a togliersi la polvere di dosso e mantenere quel polso duro fino alla fine, ognuno ovviamente schierato secondo il suo codice deontologico.
La violenza e il gore non manca anche se diventa secondario nel cercare di dipanare di più la suspance e i colpi di scena a differenza dei jump scared che rischiavano di incasellare il film verso litorali meno piacevoli.
Il ritmo, la colonna sonora, la fotografia, i colori sparati e quel senso di ritrovarsi in quelle lande desolate che Myers a colpi di slasher straziava senza nessun riguardo sono alcuni dei fattori che fanno da padrone.
Davvero il lavoro per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi è stato lodevole e inaspettato come il ruolo dello psichiatra, del poliziotto, e della famiglia Strode, ripeto tre generazioni diverse di donne che nel finale combattono Myers con tutto quello che hanno, la forza della disperazione e un odio di non voler più avere a che fare con un serial killer che ha distrutto l'anima della famiglia e ucciso gli amici più cari.

Fino all'inferno


Titolo: Fino all'inferno
Regia: Roberto D'Antona
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre delinquenti, di cui un leader fumantino ma astuto, un braccio destro un po' in carne e uno smilzo incontrollabile, si ritrovano per colpa di quest'ultimo a dover saldare un debito con un boss. Rapinano così una farmacia, ma durante la fuga si fermano in una tavola calda, in cui entrano altri rapinatori decisi a svaligiare il locale. Si scatena una sparatoria che coinvolge anche un falso poliziotto, che in verità aveva preso in ostaggio una madre e suo figlio. Quando i protagonisti, per cambiare auto, prendono il suo camper, scoprono che il compare del misterioso agente è già morto e dovranno liberarsi del corpo. Successivamente incontreranno un ex poliziotto con cui il loro capo ha un rapporto di conflittuale amicizia, nel mentre l'organizzazione Crisalis è sulle loro tracce e contatta il boss con cui sono in debito perché gli tenda una trappola.

Mi sento in dovere di difendere questo film.
Ok è una trashata che prende in giro tanti generi e tanto cinema, ovviamente in alcuni momenti la recitazione come l'aspetto tecnico è palesemente amatoriale ma nonostante tanti sforzi, gli attori italiani purtroppo sono quello che sono.
Scene di indubbio gusto, durata eccessiva, dialoghi troppo lunghi e fine a se stessi per prendere tempo ( va bene le battute sul sesso ma qui rischiano di storpiare quando è troppo), scene d'azione quasi improvvisate e a tratti assai ridicole, uno stile di regia non sempre professionale e funzionale e tante altre cosucce che spero D'Antona, chissà dove prende i soldi per fare i film, affinerà col tempo.
Per il resto ci troviamo di fronte ad un film che è una parodia dei film americani (DAL TRAMONTO ALL'ALBA più di ogni altro) dove nonostante tutto, il film riesce e funziona per quanto concerne il ritmo, l'azione in alcuni casi, qualche personaggio, le musiche, l'uso del montaggio.
E'un film godereccio di quelli che cercano di esaltarti sempre di più piano piano che vai avanti.
Un'opera che punta sull'esagerazione, sul fatto che tutto debba essere di più di quello che è, con sempre il sesso e la trasgressione a farla da padrone, i valori del maschio alpha, agenti governativi e multinazionali che producono virus battereologici, infetti e altre cose ancora.
Insomma un caos dove alla fine non rimani deluso.
Fino all'inferno è puro intrattenimento dichiaratamente di stampo citazionista.

Angel of anywhere


Titolo: Angel of anywhere
Regia: James Kicklighter
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Uno spogliarellista empatico interpreta il terapeuta tra i numerosi clienti e collaboratori che frequentano il famoso Anywhere Bar.

Un corto eclettico e colorato quello di Kicklighter, giovane cineasta indie americano, che sembra strizzare l'occhio ad Araki per questa piccola e intensa storia queer dove Axel Roldos, Angel, diventa il vero perno della discoteca, quasi un magnete che attira dee jay, donne, uomini, esplorando assieme a loro la profondità di alcuni temi molto umani come l'amore, la fedeltà e il rapporto coniugale.
Angel ha quel modo di fare che colpisce tutti in un modo o nell'altro probabilmente perchè dietro quei muscoli c'è anche un cervello. Con un climax finale abbastanza prevedibile ma intenso e con una metafora che la dice più lunga di quel che sembra, dimostrando come in 16' si riesca a concentrare ed esplorare le insicurezze umane senza essere mai grottesco o esagerando nei toni, il regista dimostra di saper realizzare un bel corto, per nulla banale, ma intensificato da un gioco sui sessi divertente e maturo.





Sweet Virginia


Titolo: Sweet Virginia
Regia: Jamie M.Dagg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In una piccola cittadina dell'Alaska, un ex star del mondo del rodeo fa amicizia con un ragazzo. Non sa che è proprio lui il responsabile di un omicidio che ha scosso la comunità.

Sweet Virginia è un film con John Bernthal.
Parto citando il nome dell'attore, che di solito non faccio mai, perchè è lui l'epicentro della storia o meglio è colui che riesce a portarsi sulle spalle tutto il peso del film come ha dimostrato in altre pellicole dal momento che qui nonostante le buone intenzioni ci sono degli sbadigli importanti.
Un attore molto fisico, un fisic du role, ma anche un attore molto drammatico che ha saputo caratterizzare e dare spessore a personaggi che altri attori avrebbero interpretato alla solita maniera.
Siamo di nuovo in America, quella selvaggia, dove la giustizia è affar proprio e la vendetta personale o i killer spietati (contractors) si muovono all'interno di locali notturni uccidendo a sangue freddo.
Il secondo film di M.Dagg, pur senza trovarci di fronte a niente di impressionante e suggestivo, ha comunque dei lati essenziali che danno prova di come nell'intricata matassa narrativa, la vicenda procede per frammenti diegetici, mostrando diversi personaggi e diverse storie in un'alternanza che non convince sempre ma che alla fine funziona.
Una violenza senza fine, quasi misteriosa e nascosta o taciuta, in cui non tutto riesce a quadrare perfettamente, dimostrando la volontà, ma non la completa riuscita di un noir di stampo indie che cerca di procedere per accumulo e finire con un climax finale di violenza e di scontro a fuoco tra due personaggi che seppur sulla carta sembrino molto distanti, in realtà hanno diversi fattori in comune e la loro battaglia dipende anche da questo.



7 sconosciuti a El Royale


Titolo: 7 sconosciuti a El Royale
Regia: Drew Goddard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anni Sessanta. Un uomo affitta una stanza all'hotel El Royale nascondendo una borsa voluminosa sotto le assi del pavimento. Pochi attimi dopo viene ucciso da un altro uomo, la cui identità rimane misteriosa. Dieci anni dopo alcuni clienti decidono di soggiornare nello stesso albergo, che si trova all'esatto confine fra la California e il Nevada, al punto che una striscia rossa divide fisicamente a metà gli spazi: da un lato le camere in Nevada - lo stato del vizio, dell'illegalità e del gioco d'azzardo - dall'altro quelle in California - lo stato dell'amore libero, della contestazione e di Hollywood. Uno dopo l'altro i personaggi riveleranno la loro vera natura.

Il secondo film di Goddard dopo l'accattivante QUELLA CASA NEL BOSCO lasciava veramente tutti sgomenti su cosa comprendesse il suo prossimo progetto.
Di sicuro il primo elemento che mi ha fatto sorridere e vedere alla scrittura solo Goddard, quindi volevo veramente capire se il regista avesse la stoffa e doti come sceneggiatore.
Nel film precedente c'era Josh Whedon con lui, un nome che non ha bisogno di presentazioni.
E infatti la scrittura, dal secondo atto, diventa l'elemento più intricato e scollegato dell'intera opera.
Un film esageratamente ammiccante a tanti generi scegliendo ed edulcorando il pulp come se fosse qualcosa di così estremamente accattivante e alla portata di tutti, quando invece trovo che sia l'esatto contrario. Non lo è affatto a meno che tu non sia Tarantino o uno di quella mercè lì, che sa tenere in scacco tanti elementi diversi, senza fare danni o deflagrare in anticipo.
Il problemone se così vogliamo chiamarlo è un lavoro di sottrazione che invece il film ribalta immettendo sempre elementi diversi, schiacciando il pedale sulla violenza e i colpi di scena, a volte enormemente scontati o con l'effetto di storpiare quanto di buono visto un attimo prima.
Dal punto di vista tecnico non si può dire nulla come sempre, e sulla storia la parte della presentazione iniziale è indubbiamente la migliore, contando il discorso della linea che divide i due stati dentro l'albergo anche se viene quasi subito lasciata in secondo piano.
Nel finale ci sono delle scelte davvero insulse, a questo punto Goddard hai deciso di prendere una strada che è quella dell'esagerazione e fallo, per citare HATEFUL HEIGHT, falli morire tutti e male pure.
Qui invece il portiere finale che si confessa dopo che abbiamo scoperto essere un cecchino infallibile, l'happy ending finale che uccide quel poco di buono che il film aveva costruito, personaggi caratterizzati così male che non vi ricorderete di nessuno di loro.
E poi Billy Lee interpretato dal fascistone Thor è qualcosa di inguardabile, l'antagonista che arriva con la sua Manson family nell'albergo a cui piace scoparsi le ragazzine.
Un personaggio misero come gli altri ma il suo ha qualcosa di peggio soprattutto quando non fa altro che tirarsela e far uscire dalla bocca stereotipi già sentiti mille volte.
L'unica nota positiva è il ritmo che in definitiva non stanca mai.
Goddard deve avere dei grossi problemi con i complotti e la paura di essere osservato.
Veramente troppa carne al fuoco, in uno stile estetico che cerca di piacere tutti e fare andare d'accordo diversi target. Il verdetto finale è un enorme prova di regia che conferma l'ottima messa in scena, ma non ancora la capacità di saper scrivere da solo una storia che voleva anche essere complessa e stratificata, ma che fino a prova contraria, dimostra di non riuscirci.



Braven-Il coraggioso


Titolo: Braven-Il coraggioso
Regia: Lin Oeding
Anno: 2018
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Un taglialegna è costretto a difendere la sua famiglia da un pericoloso gruppo di trafficanti di droga.

Devo dire che non erano tanti i pretesti che mi hanno portato a vedere questo insulso film diretto da un mestierante qualsiasi tale Oeding.
C'era Momoa che di per sè non è proprio un motivo, visto che come attore è abbastanza incapace, tre/quattro espressioni al massimo, bensì Stephen Lang il co-protagonista, la location, il mood, insomma speravo che potesse esserci qualcosa. Così non è stato.
Braven è un caso anomalo di una storia che per quanto fagocitata in ogni maniera possibile e spesa in ogni location immaginabile, i boschi innevati del Canada, qui riesce ad avere nonostante tutto evidenti problemi di scrittura.
Ci sono un sacco di azioni inutili e momenti wtf, senza contare la marchetta a Carhartt.
Nella prima parte alcune azioni dei personaggi non hanno alcun senso, soprattutto da quando padre e figlio vanno a rifugiarsi nella baita con il primo che dovrebbe comunicare al secondo di un ospizio visto che quest'ultimo và nei pub a combinare macelli e prendere ragazze sotto braccio scambiandole per l'ex moglie (ma chiunque lo picchierebbe malamente anche se è un vecchio).
Da lì in poi tutto viene strutturato come causa/effetto in modo direi sintetico e campato in aria, come se ad un certo punto, giunti nel bosco, abbiano fatto tutti (produzione e cast) una partita a nascondino in cui ognuno andava in una direzione diversa senza capire cosa capitava agli altri.
La maggior parte dei colpi di scena sono telefonati e l'happy ending finale è ridicolo quanto assolutamente e imprescindibilmente scontato. La famiglia americana non si tocca mai.
I personaggi compiono azioni che non hanno senso in tanti momenti.
La figlia di Momoa è incapacissima a recitare, il cattivo con lo stampino che uccide prima di fare qualsiasi cosa non ha senso, personaggi che nel bosco nei vari inseguimenti compaiono dal nulla. Momoa che ha pure dei "poteri" perchè avverte nell'aria il pericolo o in cinque minuti riesce a confezionare trappole meglio di McGuyver.
Lui e sua moglie essendo fighi non usano armi da fuoco, quasi mai. Lei l'arco e lui l'ascia (JIMMY BOBO-BULLET TO THE HEAD)
Insomma un casino colossale, ma dove sembra che sia stato addirittura inscenato apposta, perchè il budget c'era, il gruppo di cattivoni non dice niente di nuovo ma fa il suo dovere e poi ho trovato due o tre scene quasi copia/incolla da WARRIOR nei rapporti padre/figlio e marito/moglie.
Un disastro che si poteva prevenire ed evitare.



Invocation of my demon brother


Titolo: Invocation of my demon brother
Regia: Kenneth Anger
Anno: 1969
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cortometraggio sperimentale sull'immaginario omoerotico. Contiene alcune scene di performances dei Rolling Stones

Anger da sempre ha cercato di imporsi con una sua precisa e sperimentale idea di cinema.
O meglio una sorta di arte delirante e ossessiva che sembra essere la nota costante della maggior parte dei suoi cortometraggi, con il compito di impressionare, provocare e perchè no, buttare pure qualche seme trattando la magia nera e l'occultismo come tratterebbe Andy Warhol la nuova pubblicità del 21°secolo.
Il risultato ancora una volta mostra gli sforzi, l'eccesso e a volte la deriva attraverso cui l'artista cerca di dare forma ai suoi demoni personali investendoli e caricandoli di significato per impressionare il pubblico come in questo caso Lucifero e Sua Satanica Maestà.
Da sempre fan e succubo di Aleister Crowley che cita e omaggia in diversi lavori, cerca ancora una volta nel suo linguaggio sperimentale, quella misteriosa simbologia esoterica appartenuta al Gran Maestro. In 12' è concentrato tutto il suo universo che mescola musica, Rolling Stones, religione magica, il fondatore della Chiesa di Satana californiana Anton LaVey e il criminale Bobby Beausoleil, complice del pluriomicida americano Charles Manson.
Il corto in sè seppur con un ritmo incredibile e alcuni suoni e mescolanze suggestive soffre come spesso accade nei lavori di Anger di essere troppo confusionario.
Anger appare nei panni di un officiante chiaramente ispirato ad Aleister Crowley




giovedì 18 ottobre 2018

Eat me


Titolo: Eat me
Regia: Jacqueline Wright
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna tenta il suicidio e il violento intruso che le ha salvato la vita supera i limiti della resistenza umana e i confini del perdono.

Eat me è un dramma molto colorato e ricco di ritmo e dialoghi feroci che sembrano prenderti letteralmente a cazzotti in faccia. Un indie estremo, un film da camera dove c'è forse solo una scena in esterno nel bel finale.
Un film che parte col botto, una donna vuole suicidarsi e si mangia psicofarmaci a manetta, tiene in mano vibratori, pensa alla sua vita di merda e poi sviene.
Arrivano due tipi, senza spiegare il perchè ed entrambi vogliono scoparsela anche se lei è svenuta.
Uno esce a prendere la birra e tornerà solo nel finale mentre l'altro inizia questa sfida tra sessi.
Eat Me è l’adattamento cinematografico della commedia intitolata a LA Weekly
Uno scontro tra due loser. Lei cerca di suicidarsi e lui vorrebbe stuprarla ma infine si interessa della sua storia. Una specie di VENERE IN PELLICCIA senza un palco teatrale, senza la regia di Polanski, ma con due attori inferociti che quando riescono a trovare l'enfasi e la complicità giusta sparano giù duro peggio che in un dialogo pulp. Qui non si perde un attimo, il film è sempre in crescendo senza lasciare momenti di riflessione ed è un cinema molto fisico dove i due attori combattono per contendersi la scena mettendosi continuamente le mani addosso, con scene di tortura e rape & revenge.
Lei vorrebbe che lui la uccidesse ma lui non può e non riesce nemmeno a farle male quando invece lei lo provoca continuamente ed è tutto così.
Un gioco delle parti in cui anche i ruoli di vittima e carnefice si ribaltano continuamente.
I monologhi e il climax finale sono quasi da applauso.


Louisiana


Titolo: Louisiana
Regia: Roberto Minervini
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In un territorio invisibile, ai margini della società, sul confine tra illegalità e anarchia, vive una comunità dolente che tenta di reagire a una minaccia: essere dimenticati dalle istituzioni e vedere calpestati i propri diritti di cittadini.

Il cinema ha ripreso di tutto. Le storie sui tossicci e i film che parlano di dipendenze e di droga ci sono sempre stati, alcuni votati all'intrattenimento, altri ad inquadrare il fenomeno e cercare di analizzarlo in tutte le sue derive in primis dalla frustrazione sociale.
Louisiana arriva tardi da noi, passato in sordina ai festival, ed è un altro documentario dell'ottimo e sconosciuto Minervini che lavora ormai da tempo in America.
Anche lui come tanti della sua generazione si è messo a disposizione dei diseredati per cercare di comprendere un altro aspetto del lato oscuro dell'America.
Qui siamo dentro il Texas rurale, la patria di Lansdale, dove se non fai attenzione alle paludi rischi che qualche coccodrillo venga a mozzarti le palle.
In Louisiana, il regista deve aver conosciuto tanti disperati tra cui una coppia tossicodipendente che vive la giornata, cercando di fare in modo che la dose non manchi mai ma nemmeno il sesso o tutti quei bisogni primari di cui questi disperati cercano di saziarsi continuamente in una consumazioone di corpi e ideologie spicce. La loro è un intensissima relazione dove l'unica pecca potrebbe essere stata quella di non avergli messo in mano un copione dandogli piena improvvisazione e la cosa fino ad un certo punto funziona.
Nella seconda parte invece si sofferma su un gruppo paramilitare, e si fa più esplicitamente politico chiamando in ballo, ma come succedeva già nella parte prima dove un gruppo di anziani col cappello si ritrovano a bere birra fuori dalle loro roulotte e criticare l'attuale amministrazione e politica americana, e le loro azioni da marines.
La parte dei paramilitari per quanto affascinante non allarga più di tanto la vena politica, più che altro si compone di immagini e di monologhi del loro leader che cerca di fare il lavaggio del cervello, fermentando l'ideologia di autodifesa paramilitare a dei giovani smidollati redneck che vivono senza nessuna ambizione ma sempre con il dito sul grilletto.


Gutland


Titolo: Gutland
Regia: Govinda Van Maele
Anno: 2017
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Un vagabondo di nome Jens arriva nei pressi di un villaggio lussemburghese. È di origine tedesca e non parla la lingua del posto, pertanto viene trattato con freddezza, finché non incontra la figlia del sindaco, Lucy, che se lo porta a letto. Il mattino dopo il padre della giovane accompagna Jens in giro per il villaggio, gli trova lavoro presso un fattore e presto lo invita anche a cena. La comunità sembra accoglierlo senza fare domande e fin troppo calorosamente, anche perché Jens trova nel camper dove alloggia oggetti lasciati da qualcuno prima di lui. Si tratta dello scomparso Georges, che viveva in una casa vicina e forse aveva fotografato nude le donne sposate del paese.

Gutland è l'interessante opera prima che come ormai sappiamo circola solo nei festival cinematografici. Un esordio che parla di confini, identità, integrazione, adattamento, comunità rurali, omologazione, manipolazione, regole, segreti e tante altre squisite componenti che danno un'aria da favola nera, un thriller misterioso dove il film si prende una prima parte per raccontare la location in cui Jens viene catapultato e i suoi strani personaggi.
Il film è sostenuto praticamente tutto sulle spalle da una buona prova del suo protagonista, Frederick Lau, uno degli attori più in forma della sua generazione e qui coadiuvato da un buon cast.
Cosa nasconde Schandelsmillen? Da subito sembrerebbe un luogo perfettamente naturale, ma potrebbe benissimo essere tutta una finzione.
Lo spazio occupato da questa "buona terra" è vasto, ma è difficile o impossibile per chiunque fuggire. Il villaggio sembra una prigione molto grande, seppur chiusa. E perchè Jens è l'unico che riesce a svelare il lato d'ombra della cittadina? E naturalmente gli abitanti cominceranno a scoprire qualcosa legato al suo oscuro passato.
Gutland è un film da vedere più che da scriverci, perchè in quanto thriller è studiato attentamente con gli indizi che vengono svelati piano piano e in cui lo spettatore deve fare molta attenzione. Come noir funziona per la sua atmosfera che non dice nulla, ma mostra più di quanto dovrebbe.
La scelta finale che dovrà fare il protagonista, sembra una delle scelte più attuali dei tempi i cui ci troviamo a vivere.

Hold the dark


Titolo: Hold the dark
Regia: Jeremy Saulnier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il cacciatore Russell Core viene chiamato presso un piccolo paese dell'Alaska dove i bambini scompaiono catturati dai lupi. A contattarlo è stata Medora, che ha letto un suo libro di memorie in cui, tra le altre cose, raccontava di aver ucciso un lupo. Anche il figlio di Medora è del resto tra le persone scomparse, mentre il marito di lei, Vernon, è in missione militare in Medioriente, dove oltre a una spiccata propensione per la guerra dimostra anche un particolare senso dell'onore.

“C’è qualcosa di strano, qualcosa di sbagliato nel cielo di questo posto“
Questa è una delle prime importanti frasi che viene proferita da uno dei personaggi del film.
Diciamo che a livello simbolico apre tutta una serie di strani eventi, poco spiegati, per il mood atipico e impressionante con cui il buon Saulnier gira e ambienta il suo ultimo film.
Siamo in mezzo ai ghiacci, in un posto dove la vita e dura e difficile e il rapporto con i lupi sembra sempre sul piede di guerra come due specie che devono trovare un compromesso.
Proprio da questi ultimi nascono leggende come quella della possessione del demone lupo chiamato Tournaq.
Rispetto ai precedenti BLUE RUIN e GREEN ROOM il film è molto lento e minimale, prendendosi i suoi tempi, soprattutto nel primo atto, per mostrare senza dire nulla o meglio spargendo così pochi indizi che ci vuole la giusta concentrazione per non perdersi in mezzo ai ghiacci come chi finisce nelle mani di Vernon. Il rischio potrebbe essere quello di additare il film come il solito revenge-movie, quando invece la posta in palio è più complessa e tra rapporti tra consanguinei, leggende folkloristiche, maledizioni e stragi senza senso (quella ai danni della polizia è forse dai tempi di HEAT-LA SFIDA che non si vedeva una tale carneficina) il film dopo la prima mezz'ora esplode in maniera feroce come da sempre è il cinema di Saulnier.
Un film sempre molto drammatico e tragico dove a Saulnier non interessa mostrare i vincitori perchè non esistono, ma tutti devono come sempre perdere qualcosa dentro e fuori ed espiare le loro colpe come capita nel bel finale con i due gemelli.

Devil and father Amorth


Titolo: Devil and father Amorth
Regia: William Friedkin
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il regista William Friedkin ha ripreso il celebre sacerdote Padre Amorth in occasione della pratica di uno dei suoi esorcismi, eseguito su una donna che aveva manifestato comportamenti terrficanti e inspiegabili a livello psichiatrico.

Dura poco più di un'ora il documentario di Friedkin su padre Amorth.
Nasce da un bisogno, quello del regista che aveva diretto il cult L'ESORCISTA, film che scosse profondamente Amorth che anni e anni dopo (circa 40) decide di permettere al regista americano di filmare un esorcismo. Solo per quello dunque documentare un esorcismo perchè in realtà altri motivi non sembrano esserci e appare piuttosto chiaro.
In realtà quello che filma, senza troupe, da solo e con una piccola telecamera, è il nono tentativo di esorcizzare Cristina, una ragazza che abita vicino Roma e che fino al momento, in cui non vediamo realmente che succede, non possiamo renderci conto di cosa abbiamo di fronte.
Partiamo da un piccolo presupposto per quello che è un lavoro senza dubbio interessante ma con molti limiti e un'estetica troppo sensazionalistica.
Friedkin filma un quarto d’ora di questa poveretta seduta su una sedia con il vecchio prete che mugugna preghiere e benedizioni e parla col presunto Diavolo in compagnia di altre persone tra cui tre uomini oltre Amorth che cercano di bloccare la ragazza (uno di questi è il suo ragazzo forse uno dei personaggi più inquietanti del documentario, su cui però non viene fatta luce).
Sospendendo il giudizio, in quanto ateo che non crede in queste cose, ma ne rimane profondamente affascinato, in quanto fatti sociali umani e creati dall'uomo, un paio di momenti in cui mi sono davvero chiesto, come il regista, se quello a cui stavo assistendo fosse del tutto reale sono capitati.
Il problema è che anche la scena di sofferenza in sè risulta per certi versi tragicomica.
In particolare per un effetto anche se poi ho scoperto che è stato modificato in post produzione, almeno lo spero, che riguarda lo sdoppiamento della voce di Cristina.
Friedkin subito dopo l'intervista, fece vedere le immagini a neuropsichiatri, compagnie di psichiatri e altri esperti del settore come anche un vescovo che vedendo le immagini, ci crede, ma dice di aver troppa paura per prendere atto ad un esorcismo o farne uno oppure un'intervista alla buon'anima di William Peter Blatty che non sembra avere molta attinenza.
La comunità scientifica, seppur basita, parla come del resto non poteva non fare, di come alcuni disturbi vengano citati nel Dsm e che hanno dei nomi ben precisi come la trance dissociativa, il delirio e altri stati alterati della percezione. Cristina poi è posseduta da 89 demoni.
Il finale è forse l'artificio che Friedkin per cercare di spiazzare e di lasciare con il fiato sospeso filma una brutta ricostruzione trash dove lui e un assistente di Amorth, che nel frattempo è morto, scappano dalla chiesa dove avrebbero incontrato Cristina con il uomo che per giunta minaccia i familiari del regista.

Terribile il finale ma mai come la figura che è stata di padre Amorth che ha sempre criticato quasi tutto uscendosene con delle frasi memorabili che resteranno come monito per fare chiarezza su un altro personaggio religioso misterioso senza dubbio e di cui a differenza di Friedkin mi è sempre sembrato un altro servo della Chiesa senza particolare verve.

Ghost Stories


Titolo: Ghost Stories
Regia: Andy Nyman
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un docente di psicologia che non crede ai fenomeni soprannaturali. L'arrivo di una misteriosa lettera lo porterà a imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di ciò che non può essere spiegato razionalmente.

"La mente vede ciò che vuol vedere"
Ghost Stories è un bel film sui fantasmi. Forse il più bello degli ultimi anni.
Un ghost movie accattivante, girato molto bene con una messa in scena evocativa e misteriosa, un cast perfetto e una sceneggiatura che seppure con qualche strafalcione nel finale (alla fine si è scelta la modalità "Polanski") riesce nelle sue tre storie ha creare tante belle scene, un mood claustrofobico in alcuni casi, strizzando l'occhio alle leggende, ai bambini scomparsi ma anche alle creature che infestano i boschi e quanto anche un interno di una casa può creare un sistema di jump scared infinito.
Ghost Stories per quanto la storia lo preveda non è propriamente un film a episodi.
Ne ha bisogno per creare la storia e il filo conduttore, con un finale che come appunto dicevo da un lato sembra negare tutto in funzione o meglio in virtù di una verità o una lezione che viene sfruttata forse troppe volte nel cinema.
Dal canto suo avrei preferito un finale diverso dove soprattutto nei colpi di scena che arrivano uno dopo l'altro, l'interesse dei due registi, comprendesse la scoperta di altri misteri.
Ciò detto il film è compatto, solido, con delle musiche che senza mai distrarre consentono di entarre ancora di più nel cuore del brivido.
Di fantasmi come il cinema di solito ci mostra, il film prende le dovute distanze rivelandosi fin da subito ottimo nella costruzione dell'ansia e nel creare quella sensazione di orrore senza far troppo ricorso alla c.g
Come per molti altri film, la sfida dei due registi vince quasi subito, appena notiamo con quanta cura il duo ci tenga a confezionare al meglio la storia.
E poi parla di cacciatori di storie. Un investigatore che deve fare delle immagini per confermare se le testimonianze rese da quei tre personaggi sono vere.
Scoprirà ovviamente qualcosa che non avrebbe mai immaginato, ma di più non si può dire altrimenti si rischia di spoilerarlo, e questo è un film che fa dell'atmosfera la sua chiave magica.



Tempi felici verranno presto


Titolo: Tempi felici verranno presto
Regia: Alessandro Comodin
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso e Arturo scappano nel bosco, la vita sembra andare meglio ma si muore sempre quando meno uno se l'aspetta.

Sembra quasi un film a episodi con storie diverse tenute assieme da un filo conduttore che potrebbe essere proprio l'ambiente o la natura. L'opera numero due di Comodin è una favola surreale in un mondo reale, ma allo stesso tempo incredibilmente arcaico, nelle regole e nelle azioni che svolge la comunità.
Un film indipendente e anarchico, un INTO THE WILD più intelligente, dove la realisticità si pone alla base delle scelte e delle azioni dei personaggi e soprattutto delle storie.
Leggede folkloristiche, una ricerca interiore, un mistero che avvolge la narrazione, la scoperta e la voglia di scegliere una vita in mezzo alla natura con tanto di ritorno alla caccia primordiale e senza apparenti ripari.
La prima storia forse perchè la più folle diventa anche quella con il climax finale più triste.
Mentre nella seconda una donna, forse una specie di martire, che decide di scappare nel bosco e andare alla ricerca del lupo diventa la vittima sacrificale su cui imbastire tutta una serie di congetture e teorie. Proprio quest'ultimo, il lupo, è al centro di miti e leggende dove si narra tra fiction e documentario, realtà e fantasia, racconto e trattato antropologico, di come Ariane sia entrata nel buco senza più uscirne e questo episodio di cronaca ha portato la comunità a credere e creare leggende, tra le quali alcune davvero assurde, come l'unione tra la donna e il lupo.


Nights eats the world


Titolo: Nights eats the world
Regia: Dominique Rocher
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sam si sveglia una mattina e si ritrova a vivere in un incubo: un esercito di zombie ha invaso le strade di Parigi e lui è l'unico sopravvissuto. Mentre contempla il suo triste futuro e come sopravvivere, apprende che potrebbe non essere l'unico sopravvissuto in città.

Il sotto filone horror sugli zombie o gli zombie movie sono ormai abbastanza abusati, per alcuni un fenomeno fatto e finito, per me fonte inesauribile di idee purchè scritte bene e con tante metafore ancora da scandagliare.
Bisogna ammettere che nonostante tutto negli ultimi anni qualche eccezione c'è stata confermando come per altri sotto filoni, di come alla fine siano sempre le storie e la realizzazione a renderle forti e interessanti.
Dicevo appunto che qualche caso c'è stato come NIGHT OF THE SOMETHING STRANGE o LES AFFAMES o ancora bisogna andare in Oriente.
I francesi di solito hanno la fama di essere abbastanza originali e spesso e volentieri sanno spiazzare senza lesinare sullo splatter o sul gore.
La ricerca di Rocher è partita da un assunto piuttosto discutibile, ma interessante, ovvero quello di limitare l'uso dei mezzi e di ogni sorta di atmosfera accattivante o di ritmo frenetico.
Nel film molte scene sembrano essere pensate e studiate quando invece sono dei topoi di non sense eppure questa continua prolissità del film e delle azioni wtf di Sam creano degli assurdi così grossi che tutto il film assume intenti che non ci è mai dato di sapere, salvo la sopravvivenza come macro tema, da sempre di questo genere.
La minaccia zombie o meglio di un'invasione è pressochè assente o inesistente come se a deciderlo fosse proprio il protagonista a partire dal suo palazzo o dall'ascensore dove uno di questi è nascosto.
Diciamo che anche i co protagonisti non aiutano molto anzi disorientano ancora di più su quali scelte intraprendere.
Un film che non mi è dispiaciuto, è strano, a tratti bizzarro, ma si chiama fuori da tutti i film di recente sul filone che invece sono inclini agli inseguimenti, le lotte e la violenza.





Boar


Titolo: Boar
Regia: Chris Sun
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

Il bestiame comincia a scomparire in una piccola città rurale e due contadini dediti all’alcol si ritrovano faccia a faccia con un gigantesco cinghiale. Dopo essersi imbattuti nei resti devastati di un camping, i due uomini – con abbondanza di bottiglie di whisky, ma con una scorta di munizioni insufficienti – devono così provare a respingere la bestia da soli, prima che questa torni a uccidere di nuovo. Nel frattempo, la famiglia Monroe arriva in città per far visita ad alcuni parenti e, mentre trascorre un idilliaco pomeriggio a nuotare nel vicino fiume, anche i suoi membri finiscono nel mirino della creatura predatrice selvatica dall’appetito insaziabile.

Boar entra a far parte di quel sotto filone creature film o monster movie.
Un b movie cresciuto nell'outback australiano figlio di un certo genere ozploitation che dalla terra dei canguri ogni tanto fa spuntare qualche pellicola di genere.
Boar però a differenza di RAZORBACK o chessò PIG HUNT, non ha proprio niente a che vedere. Sun purtroppo, non parliamo solo di limiti di budget, confeziona degli errori eclatanti in fase di montaggio e in alcuni punti della narrazione.
Mai cinghiale è stato visto così poco con dei pessimi effetti speciali e con un finale dove lo prendono a fucilate, da arresto.
La storia oltre essere infarcita di luoghi comuni continua il discorso che già aveva iniziato Kotcheff con il suo capolavoro esprimendo la sua impressione sugli australiani che sono dei redneck alcolizzati. I protagonisti a parte un nonnetto simpatico e sempre arrapato già visto in due horror che con questo non hanno nulla a che fare, sono fantasmi messi lì solo per dire assurdità e morire malamente. Quando ti rendi conto che uno dei personaggi meglio caratterizzati è un ex lottatore di wrestling che fa lo stunt man, beh siamo proprio arrivati alla frutta.
Si salva davvero poco. Il cinghiale compare sempre con il teletrasposrto di fronte alle sue vittime.
Alcuni, disarmati, provano anche a prenderlo a pugni con risultati direi piuttosto penosi.
Pensatela così. Campi sterminati dove non c'è nulla nemmeno un albero quindi diciamo che se non siete proprio ciechi risucireste a vedere anche il buco del culo di un canguro a miglia di distanza.
Eppure Sun, che in questo o è stato esageratamente stupido per buttarla sull'ironia, sbam, oppure ha proprio cannato tutto dove infatti dal nulla giacchè prima non c'era nulla compare il cinghiale tra l'altro con una velocità ancora più impressionante dei quella dei velociraptor