Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post

mercoledì 1 luglio 2020

Carandiru


Titolo: Carandiru
Regia: Hector Babenco
Anno: 2003
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

A Carandiru, la prigione piú grande del Brasile, il potere è in mano ad assassini, stupratori e drogati. Ma il giorno della rivolta 300 poliziotti fecero irruzione nel carcere uccidendo 111 detenuti disarmati. La storia vera del massacro di Carandiru nell'ottobre del 1992.

Carandiru è stato attaccato duramente dalla critica. Uno dei due importantissimi film di Babenco assieme a PIXOTE racconta le dinamiche del più grande carcere del Brasile nonchè il più affollato, il più degenerato e il più violento. Come un organismo, tutto al suo interno fatica a mantenere un ordine prestabilito, un'umanità feroce e disperata, che lotta per la sopravvivenza quotidiana, tra ordinaria sopraffazione e squarci di solidarietà, violenza onnipresente e rara speranza, secondo regole non scritte di convivenza. Il governo agisce tardivamente e male, l'incidente finale che a reso tragica una delle pagine più vergognose dei penitenziari ci mette molto tempo a decollare prima del doloroso terzo atto.
Un film molto romanzato, dove Babenco si prende tutto il tempo che gli occorre come uno storytelling per ascoltare e vedere le storie dei protagonisti, raccontando senza lesinare violenza e linguaggio con sofisticata leggerezza, matrimoni, tradimenti, screzi e quant'altro, tutto attraverso noi/lui, il protagonista, dottor Drauzio Varella chiamato a controllare i casi di Hiv presenti nella struttura.
Con il teorema del flashback assistiamo alle gesta a volte grottesche e spregiudicate di alcuni personaggi, del loro modo di prendere ciò che vogliono dalla vita vivendo e seguendo precisi codici d'onore.
“Attraverso quale sistema d’esclusione, eliminando chi, creando quale divisione, attraverso quale gioco di negazione e di rifiuto la società può cominciare a funzionare?”. Questa è una della domande centrali che Michel Foucault si pone nella sua trattazione di “A proposito della prigione d’Attica” e che sembra essere a tutti gli effetti la matrice alla base del film, la domanda che continuamente siamo chiamati a porci.




Gangster the Cop the Devil


Titolo: Gangster the Cop the Devil
Regia: Won-Tae Lee
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Per le strade gira un serial killer dal metodo ricorrente: sceglie la propria vittima, la tampona con l'auto e poi la uccide, quando questa è scesa dal veicolo. Tuttavia, quando la vittima scelta è il boss della malavita Jang Dong-soo, il killer non riesce a terminare il proprio compito. Jang e il detective della polizia Jung Tae-suk stringeranno quindi un patto segreto per catturare l'assassino.

Il secondo film di Won-Tae Lee è un noir action strampalato, con una trama tutt'altro che originale ma come spesso capita in Corea, il risultato è meglio di quanto ci si aspetti.
Una crime story che punta su un killer (il Diavolo) smilzo e psicopatico, un poliziotto che fa come gli pare e il gangster Ma Dong-seok, star indiscussa del film. Action, dark humor, poliziesco e gangster movie in un film che non arriva al dramma per lasciarsi andare a scenari da City of violence o meglio BUONO, MATTO E IL CATTIVO che per qualche istante incontra I saw the devil. Intrattenimento allo stato puro per un film che non si dimentica dei personaggi esplorandoli a dovere (almeno il boss) e rendendoli umani e non privi d'etica.
L'apice appunto arriva nelle roboanti scene d'azione, negli inseguimenti come nelle scene action di combattimenti dove tutto sembra essere concesso.
Per essere un thriller coreano, il film di Lee è abbastanza atipico nel senso che esplora un territorio quello della buddy commedy sugli opposti, sulla morale ambigua, sui tradimenti senza lesinare colpi di scena efficaci e un finale davvero divertente diventando quel giocattolone autoironico che esalta i suoi protagonisti e richiede fin da subito abbondanti dosi di sospensione dell'incredulità




Ingorgo


Titolo: Ingorgo
Regia: Luigi Comencini
Anno: 1978
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Un corteo di macchine procede sempre più lentamente lungo la tangenziale di Roma, sino a che ogni possibilità di movimento si blocca. L'ingorgo durerà 36 ore. Sin dai primi momenti il nervosismo dei viaggiatori è evidente. Quando sfumano le speranze di una veloce soluzione, mancano notizie, si palesano le prime necessità, la tensione sale al massimo e non pochi trascendono. La circostanza permette di scoprire i lati peggiori dell'umanità presente.

L'ingorgo è un film importantissimo. Una metafora dolorosa e amara che ritrae in maniera cupa alcuni aspetti della nostra cultura, dei valori, della differenza tra le classi sociali e molto altro ancora. Un film corale che vanta una galleria di attori straordinari. Un film di denuncia sull'immobilità della nostra società, in questo caso il progresso e la difficoltà a considerare il fatto che si possa restare immobili nonostante si abbia tutti gli strumenti a disposizione per percorrere molti chilometri. Ma poi la metafora più bella è stata quella di usare le macchine come celle di alluminio dove ci si auto isola e dove può succeder di tutto, tra amori ormai giunti alla fine, paradossale il festeggiamento delle nozze d'argento, un avvocato che pensa solo gli affari e che crede sia giusto comprare qualsiasi cosa, attori che ormai non c'è la fanno più e vengono coinvolti in strani giochi perversi, amanti irregolari e ancora drammi e pochissime risate. La scena dello stupro dove i testimoni sono un gruppo di malavitosi che però non osano mettersi in mezzo ma poi tra di loro esibiscono le pistole come massimo simbolo del potere è potentissima così come la battaglia per l'acqua, il prezzo che ogni cosa sembra dover avere per i ricchi mentre per i poveri no.
L'ingorgo come è solita la politica di un autore complesso e fondamentale per il nostro cinema cerca sempre di dare al film una certa verosimiglianza, precludendo la via del paradosso ed è proprio per questo che le singole scene sembrano tutte così incredibilmente realistiche.
La location, se così possiamo chiamarla, è stata ricostruita nella Cinecittà della fine degli anni ’70, nello specifico, un raccordo autostradale con tanto di distributore e un cimitero per auto che accresce la metafora già esplicita che il film possiede.




Nimic


Titolo: Nimic
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2019
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

In metropolitana, un violoncellista professionista incontra una sconosciuta: la cosa avrà conseguenze sulla sua vita.

In 12' Lanthimos riesce a creare un suggestivo viaggio nella mente umana, un corto sulla distopia sociale, sul nulla o niente come a voler tradurre il nome dell'opera, immettendo nello spettatore fin da subito tra monotonia quotidiana, fantasia borghese e lavoro, quella paura di perdere la nostra riconoscibilità e il nostro posto nel mondo come individui.
Una provocazione pungente immersa in un contesto magico (come lo era per Killing of a sacred deer) e allo stesso tempo terrificante. Il tema della ripetizione e della temporalità, un percorso ciclico che sembra proporre tre location come a creare un loop temporale in cui si alternano reale e immaginario.
La musica ha il suo peso specifico, alternando la soundtrack che scandisce la monotonia casalinga con il mestiere da violoncellista del protagonista. Lanthimos ancora una volta prova a creare uno scenario inquietante e sci-fi leggermente distopico dove le norme che regolano la nostra quotidianità vengono abbandonate o messe alla prova scontrandosi e venendo a contatto con delle paranoie tanto irrazionali, quanto spaventose da immaginare soprattutto quando è la tua famiglia a dover scegliere se rimpiazzare o meno uno dei suoi membri.



Underworld


Titolo: Underworld
Regia: George Pavlou
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il ricco e malavitoso Hugo Motherskille costringe Roy Bain, un tempo alle sue dipendenze, ad improvvisarsi detective privato per liberare l'affascinante Nicole - una prostituta d'alto bordo della quale entrambi sono innamorati - rapita da una banda di misteriosi individui che vivono rintanati nei tenebrosi cunicoli della rete fognaria londinese. Bain scopre che i sequestratori sono i sopravvissuti agli esperimenti condotti con una pericolosa droga che produce momenti di ineguagliabile estasi a prezzo di terribili e irreversibili deformazioni fisiche, inventata anni prima dal biochimico dottor Savory. Nicole stessa ha fatto uso della droga ma, per qualche ragione, non ne ha subito le tragiche conseguenze e, adesso, i mutanti credono che in lei sia la chiave per ottenere l'antidoto per la loro salvezza.

Amo alla follia Barker qualsiasi cosa faccia. Questo UNDERWORLD è stato un film molto sottovalutato con una miriade di problemi produttivi, i soliti che sembrano ombre malefiche all'inseguimento dello scrittore/regista/sceneggiatore/disegnatore/pittore.
Un film che purtroppo non ha saputo far brillare tutti gli spunti e i temi che già facevano parte del suo cult Cabal. Qui lo sci-fi prende più piega, il film fa meno paura e gli stessi mostri non hanno la stessa enfasi e il brio che li contraddistingueva nel suo capolavoro.
Un film che ancora una volta parla di quelle creature, abitanti del sottosuolo dimenticati dall'umanità, cavie, esseri allo stesso tempo così simili a noi, con una comunità, delle regole, un senso di onore e rispetto e infine personalità che cercano sempre di prevaricare l'una sull'altra.
Qui Barker nello scritto ancora una volta si era rivelato profetico nel suo sviluppare una critica sociale, una denuncia alle sperimentazioni e le conseguenze che alcune droghe possono avere sul nostro corpo. Assomiglia per alcune tematiche con il film Isola perduta, con questo scienziato/medico che sembra avere un controllo su tutto e riuscire a farsi rispettare e temere da creature ben più pericolose. Pavlou purtroppo non riesce con i suoi limitati strumenti a creare e dare risalto e continuità ad un ritmo smorzato in più parti e un'atmosfera che andava mantenuta e su cui bisognava riuscire a dare i fasti per far emergere tutta la complessità degli intenti del film. Sembra di vedere gli stessi problemi in parte che facevano parte anche de Signore delle illusioni diretto dallo stesso Barker nel 95'.

Robot ninja


Titolo: Robot ninja
Regia: J R Bookwalter
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Leonard Miller è un disegnatore di talento. "Robot Ninja", il personaggio del suo comic, ha dato fortuna al suo editore e sta anche conoscendo un remunerativo adattamento sullo schermo in una serie TV, ma a lui, che non possiede i diritti d'autore, ne è venuto in tasca ben poco al punto che il lavoro stesso gli sta venendo a noia. Una sera, incappa in due teppisti che stanno aggredendo una ragazza e il drammatico episodio lo spinge a dare un taglio netto alla sua monotona esistenza. Con l'aiuto del pur riluttante amico dottor Goodknight, Miller si confeziona un costume da giustiziere ispirandosi a "Robot Ninja" e - protetto da una tuta nera completa di maschera di metallo munita di un visore ad infrarossi e di un modulatore per camuffare la voce - intraprende una spietata e solitaria battaglia contro la criminalità che infesta di notte i quartieri di Rigdway.

Viva gli anti eroi o coloro che intuiscono già da subito che la realtà, quella vera, prende a calci in culo tutti, ancora di più nerd sfigati improvvisati e vestiti da buffoni.
Il b-movie girato con un low budget estremo coglie gli aspetti più grotteschi della farsa dell'eroe misurandosi fin da subito con un film drammatico, con una regia dignitosamente ignorante ed ingenua che spoglia il suo protagonista con l'andare avanti della sua folle vendetta di ogni dignità possibile portandolo a spararsi in faccia appena intuisce che semplicemente non potrà farcela.
Un'opera indipendente e amatoriale che riesce però a sfruttare una certa dose di dramma, combattimenti, arti mozzati, splatter e gore efficaci a gogò e altri strumenti funzionali a dare corpo e spessore alla vicenda. Molto poco ninja e niente affatto robot, Miller sembra una via di mezzo tra il Vendicatore Tossico e un Power Rangers molto sfigato preso di mira da un Henenlotter e un un Yuzna sotto acido mentre guardano STREET TRASH.

Howling


Titolo: Howling
Regia: Joe Dante
Anno: 1981
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un lupo mannaro imperversa per una città americana, finché la polizia non lo abbatte, con l'aiuto di una coraggiosa giornalista. La ragazza però riporta uno shock, da cui pensa di cavarsi con un breve soggiorno in una clinica sui monti, diretta da un simpatico dottore.

Dante al suo secondo film si cimenta con l'horror e in particolare sui licantropi scegliendo un'ambientazione metropolitana e al passo coi tempi. Il plot non è male, l'inizio è incredibile e originale e a pensarci bene anche la struttura della storia riesce a coinvolgere sempre lo spettatore alternando dramma, humor, scene morbose e poi forse quel momento cult dell'accoppiamento nella foresta.
A pensarci bene poi il licantropo qui in particolare sembra agire proprio come i vampiri contaminando velocemente la vittima, dove predomina una doppia identità e il magnetismo animale sembra fare il resto. Rob Bottin cerca di sperimentare al meglio regalando sicuramente alcuni make up originali al passo coi tempi e precursori di un'immaginario sulla bestia contagiando diversi film a venire anticipando Landis. Su Rob Bottin dal momento che questo risulta una sorta di battesimo del fuoco vi lascio un paio di info. Messo su un gruppo di venticinque tecnici – che per un film a basso budget è una cifra importante – Bottin comincia a sfornare materiale su materiale. Almeno quindici sculture di testa di lupo mannaro vengono create prima di trovare un risultato soddisfacente, mentre vengono prodotti meccanismi basculanti e ingranaggi mobili per creare una testa umana che si trasformi in canide peloso. I suoi tecnici fanno proposte che Bottin rifiuta: roba già vista, c’è bisogno di qualcosa di nuovo. Raccontano i suoi collaboratori che a volte arrivavano la mattina a studio e scoprivano che Rob aveva passato lì tutta la notte, a buttar giù idee ma soprattutto alla disperata ricerca della forma perfetta di lupo mannaro. Un lavoro duro che finisce con un apparato meccanico, protesico e addirittura dentario come nessun altro film simile ha mai mostrato. Tutto ciò che si vede su schermo è stato ideato da un giovane genio che è entrato in punta di piedi in una piccola produzione e ne è uscito seduto sul trono del re.
Dopo aver visto The Howling, Ridley Scott si dice che quello che ha curato gli effetti speciali è proprio il tizio giusto che gli serve per Legend(1985).

5150 rue des ormes


Titolo: 5150 rue des ormes
Regia: Eric Tessier
Anno: 2009
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

5150, Rue des Ormes è la via in cui il giovane Yannick Bèrubé cade dalla bicicletta per evitare un gatto. Yannick, partito da casa, perché ha vinto un concorso per diventare regista, ha fatto appena in tempo ad assaporare la libertà di stare lontano da un padre stronzo, che tra poco si troverà nei pasticci seri con un essere diabolico. Insomma, il gatto è salvo, ma per Yannick stanno per aprirsi le porte dell’inferno. A malincuore ha salutato la sua ragazza Cathérine, tra poco incontrerà un’altra ragazza, Michelle Beaulieu, poco rassicurante.

L'opera di Tessier nasce dal bisogno di misurarsi con la penna di Patrick Senécal, lo Stephen King franco-canadese. Ne esce fuori un film complesso, stratificato, con diversi elementi e sotto generi dell'horror all'interno, mischiando terribili segreti famigliari, un home-invasion al contrario, un torture movie per lo più psicologico e verso il finale una atipica maniera di trattare il gioco degli scacchi e tutto il suo fascino, un limbo dove staccarsi da tutti e tutto. Un film violento dove da subito Tessier decide di non lasciare Yannick come protagonista assoluto ma personalizza e lavora molto sulle psicologie di un nucleo familiare disfunzionale e una rete di non detti che porta ad un climax delirante e tragico e un duro scontro tra maschi alfa. La materia complessa, i tanti riferimenti e il voler credere di poter smuovere soprattutto nel finale anche una componente metafisica, portano il film a non partire certo benissimo, ad avere un ritmo alle volte sfiancante e ad avere alcuni difetti di forma e di intenti, eppure riesce proprio nella sua imperfezione a diventare un robusto film di genere.
Le prove attoriali riescono ad essere tutte convincenti, i personaggi oltre alla caratterizzazione cercano di spezzare i soliti schemi borghesi ormai abbastanza telefonati e quella partita di scacchi finale riesce a portare a casa una scena davvero indimenticabile.

22 Luglio


Titolo: 22 Luglio
Regia: Paul Greengrass
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La strage di Utoya avvenuta nel 2011 per mano del terrorista Anders Breivik, in cui morirono 69 giovani tra i 14 e i 20 anni.

Greengrass è un mestierante particolarmente preso sul serio nell'action americano.
JASON BOURNE, BOURNE ULTIMATUM, CAPTAIN PHILLIPS-ATTACCO IN MARE APERTO, erano film sempre in un qualche modo inflazionati da una scrittura e una messa dove gli intenti e la politica d'autore rimanevano in secondo piano, piazzando l'estetica e la macchina da presa come unici punti di riferimento.
La strage di Utoya è una questione complessa, un vero incubo a cui un paese come la Norvegia non avrebbe mai potuto credere e che ancora oggi è una ferita aperta e un trauma senza parole.
Lasciare dunque ad un americano che accetta la sfida di Netflix di approfondire il dramma, di per sè era già un'operazione discutibile e delicata. Il film dura due ore e mezza, di cui i primi 24' sono legati alla strage vista dal punto di vista di Breivik e una delle vittime. Il resto del film è tutto sulla ricostruzione del processo, degli interrogatori, della riabilitazione da parte delle vittime, dell'importanza degli affetti e della famiglia in una comunità che non si arrende e infine con accenni politici sparpagliati tra gruppi di estrema destra e decisioni del primo ministro, un film corale con troppi rimandi confusi.
La questione è che il film seppur confezionato molto bene, assimila in maniera feroce il dramma iniziale per poi sciogliersi su se stesso, diventando a tratti addirittura patetico soprattutto nella descrizione della famiglia di Viljar e il suo bisogno di "vendetta". Allo stesso tempo la descrizione di Breivik quando viene arrestato, sembra quasi involontariamente comico per quanto gli venga dato importanza e su quanto la stessa opinione pubblica sembra aver paura chiedendosi se veramente possa esserci un qualche disegno terroristico dietro.

sabato 16 maggio 2020

Les Miserables


Titolo: Les Miserables
Regia: Ladj Ly
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Montfermeil, periferia di Parigi. L'agente Ruiz, appena trasferitosi in loco, prende servizio nella squadra mobile di polizia, nella pattuglia dei colleghi Chris e Gwada. Gli bastano poche ore per fare esperienza di un quartiere brulicante di tensioni tra le gang locali e tra gang e forze dell'ordine, per il potere di dettare legge sul territorio. Quello stesso giorno, il furto di un cucciolo di leone dalla gabbia di un circo innesca una caccia all'uomo che accende la miccia e mette tutti contro tutti.

Nel film HAINE del 95' erano protagonisti i giovani delle periferie con il loro disagio, i difficili rapporti sociali e il sentimento d'odio verso le forze dell'ordine. Ly al suo secondo film unisce tutti i protagonisti della strada, nordafricani musulmani, sinti, orde di bambini, poliziotti in parte corrotti, famiglie che nascondono dentro le mura di casa e poi ancora traffici e segreti. I miserabili, perchè lo sono le forze dell'ordine quanto i gregari e gli aitanti nel film, è un dramma post contemporaneo sconvolgente, attuale quanto adrenalinico, un documentario sociale per come vengono inquadrate e narrate alcune dinamiche e allo stesso tempo pieno di ritmo e momenti di riflessione dove in fondo tutti a loro modo sono vittime delle conseguenze di un sistema che non sa più cosa fare.
Un film incredibile per la messa in scena, le interpretazioni, la caratterizzazione dei personaggi, il finale e troppe scene indimenticabili. L'avvento della tecnologia, l'uso dei droni, i cellulari, gli interrogatori poco ortodossi, l'abuso di potere. Quasi un road movie, una caccia all'uomo, l'inseguimento di troppe persone in un circolo pericolosissimo dove ognuno è alla ricerca di qualcosa in una sorta di western moderno nelle terre selvagge di Les Bosquets a Montfermeil.
Uno dei grandissimi meriti del film a parte dal punto di vista tecnico che rasenta la perfezione è quello di mantenere un equilibrio di giudizio senza prendere mai veramente le parti di nessuno, ma cercando un difficile quadro corale dove gli intenti di ogni attore sociale coinvolto assumono contorni e pesi molto difficili da sostenere. Tutti sanno di essere in parte nel torto e nessuno ha mai veramente la coscienza pulita in un continuum di deflagrazioni, colpi di scena, scorribande, rivendicazioni. E poi vogliamo parlare dei bambini/adolescenti. Ci voleva qualcuno che finalmente filmasse il degrado a cui siamo arrivati, l'assenza di valori, vivere la giornata di espedienti e aderendo a regole del branco per mettere a tacere gli adulti.





True history of Kelly Gang


Titolo: True history of Kelly Gang
Regia: Justin Kurzel
Anno: 2019
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Australia, 1867. Ned Kelly è un bambino nel mezzo del nulla dove la madre vende il suo corpo per denaro e il padre sta a guardare. È un'infanzia brutale la sua, spesa su una terra arida e venduta a un bandito ubriacone che ha deciso di farne un uomo. Rientrato cresciuto (e vissuto) in seno alla famiglia qualche anno dopo, Ned deve decidere che tipo d'uomo vuole diventare. Provocato da un poliziotto pappone e da una madre che ama visceralmente, il ragazzo sposa la 'causa irlandese' contro il nemico inglese

Kurzel è un regista che ho sempre tenuto d'occhio. Il suo esordio Snowtown Murders era un pugno allo stomaco fortissimo sui rapporti sociali e famiglie disfunzionali. Un dramma sociale che sfociava nell'horror per parlare di un serial killer. Il suo penultimo film è stato ASSASSIN'S CREED (che proprio non sono riuscito a vederlo).
E poi arriva questo True History of the Kelly Gang, il suo top, la sua opera migliore, matura, energica, drammatica e grottesca. Un film complesso maturo, viscerale che non si limita a inquadrare le gesta di Edward Ned Kelly, ma riesce ad espandere fino ad arrivare a coglierne tutte le "maestranze" dal tessuto sociale, l'umanità corrotta folle e perversa, l'ambiente, le difficoltà, una terra dominata da estranei tra aborigeni e coloni, le classi sociali che rivendicano diritti mai esistiti. Insomma esamina molto di più di quanto ci si poteva aspettare, lasciando la gang di Kelly solo per l'ultima mezz'ora.
Il protagonista è pluri stratificato risultando a tratti consapevole e non, messo in mezzo ad un intricata ragnatela tra forze dell'esercito, nuclei familiari, e tanto altro ancora passando da un estremo all'altro nel suo essere contraddittorio, folle e radicale e non sapendo mai fino ad un punto cruciale da che lato schierarsi e come far rispettare il suo ideale di giustizia.
In un'epopea matriarcale dove la figura più disfunzionale risulta proprio il punto di forza è la vera debolezza di Ned ovvero sua madre, Kurzel stilizza e sporca allo stesso tempo un western estremo e allucinato dove il dramma nell'atto finale diventerà tragedia pura, una lotta contro i mulini a vento di un manipolo di disperati che trovano rifugio e desolazione nella foresta di "Sherwood" prima di fare i conti con un male che semplicemente non possono contrastare.
Il cast merita una menzione speciale perchè chiama in cattedra la meglio gioventù e la vecchia scuola australiana con i migliori George MacKay ispiratissimo che sembra una bestia incontenibile un Peter Pan e Robin Hood fusi assieme e a spronarlo la miss Babadook per eccellenza Essie Davis che continua a stupire per stile, bravura e seduzione mettendo a sedere tutta la pletora maschile. Subito dopo Russel Crowe, Nicolas Hoult (mai così figlio di puttana) assieme a Charlie Hunnam.
True history of Kelly Gang è impregnato di così tante atmosfere dove a svettare su tutte è questa sorta di barbaresco punk abbinato alla stravaganza della gang con l'atteggiamento accusatorio verso l'autorità dove nel combattimento finale diventerà un grido di speranza e libertà messo a tacere da un'elite di potenti che semplicemente strappano l'essenza anarchica alla radice.


First Love


Titolo: First Love
Regia: Takashi Miike
Anno: 2019
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Leo è un pugile di poche parole ma dal pugno pesante: quando scopre di avere un tumore al cervello diviene preda dello sconforto. Monika è prigioniera della yakuza, che la obbliga a prostituirsi e l'ha resa tossicodipendente, costantemente in crisi di astinenza. I due si trovano coinvolti in un complotto che li porterà a scontrarsi con un variegato gruppo di personaggi, corrispondenti ad altrettante forme di insana bizzarria: un emissario della yakuza stessa, un poliziotto corrotto, un killer delle triadi cinesi con un braccio solo e così via, con crescente tendenza all'eccesso.

Miike Takashi ormai è in grado di padroneggiare qualsiasi tecnica e genere. Il suo cinema da sempre ha una firma che ormai dopo quasi 100 film è impossibile non riconoscere nei suoi lavori e nella sua tecnica.
Mi aspetto soltanto più un film d'animazione ultra violento e poi raggiungo la pace dei sensi.
First Love è una vera bomba, una via di mezzo tra Yakuza Apocalypse ma meno estremo e Like a Dragon ma meno fumetto. Perchè il film parte come una storia d'amore, ma poi attraversa come uno sguardo nostalgico quasi tutti i generi del maestro giapponese dove la yakuza gioca sempre un ruolo preponderante, ma stando al passo coi tempi ci sono anche i cinesi da tenere a bada. Complotti, tradimenti, voltafaccia, doppi giochi, stragi come non se ne vedevano da tempo (quella finale poi tutta girata nel magazzino sembra Free Fire ma con l'aggiunta di arti mozzati, katane, molte più donne e ogni genere di arma possibile). First Love si prende sul serio, ci parla di loser, di una fragilità nei rapporti sociali soprattutto tra i giovani, mescola e infarcisce tutto con il cocktail di trovate interessanti in un ritmo frenetico, violento, ma anche molto ironico.
Si prende qualche virtuosismo che sfocia nel paradosso con la scena della macchina finale, mostra capi yakuza ormai stanchi (forse come comincia ad esserlo Miike) cresciuti assieme all'autore che ha saputo trattare le loro gesta disperate in alcuni autentici capolavori.

Invisible man


Titolo: Invisible man
Regia: Leigh Whannell
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cecilia si sveglia nella notte e mette in atto la sua fuga dal compagno, il ricco Adrian Griffin, con cui ha una relazione abusiva. L'uomo la insegue persino nella foresta ma la sorella riesce a portare Cecilia in salvo. La donna, traumatizzata, continua a temere che Adrian si rifaccia vivo e l'incubo sembra finire solo quando arriva la notizia della morte di Adrian. La serenità però dura pochissimo, perché inspiegabili fatti avvengono in casa di Cecilia e lei si convince di essere ancora perseguitata da Adrian, divenuto misteriosamente invisibile.

Invisible Man dovrebbe ancora una volta far intuire la capacità della Blumhouse di riuscire a sistemare pasticci difficili e puntare su opere spesso complesse e controverse.
Che Blum abbia preso le redini dei già defunti orrori della Dark Universe è stato solo un bene per tutti e soprattutto per la Universal.
Ora che cosa fa del film di Leigh Whannell un dramma contemporaneo a sfondo sci fi che appoggia le sue radici nell'horror psicologico? Prima di tutto un lavoro meticoloso per quanto concerne la scrittura, un budget modesto come a dire che l'atmosfera e lo sviluppo della storia avranno un peso notevole, una regia che dopo averci regalato Upgrade, mettete pure Whannell a fare qualsiasi cosa e poi una Elisabeth Moss sempre più brava che forse qui comincia a studiare la parte di quando dovrà scappare da Scientology e verrà inseguita dai suoi adepti. Ma il vero colpo di scena, l'idea alla base, è stata quella di invertire il punto di vista facendo in modo che sia la vittima a scappare dal suo stalker invisibile.
Invisible man parte come non me lo sarei mai aspettato e solo verso la prima parte del primo atto ti rendi veramente conto di quale sia la lente con cui il film decide di ingrandire il suo problema.
Ovvero tutto quello che Cecilia denuncerà e a cui ovviamente nessuno crederà.
Due ore di dramma intensissimo con colpi di scena mozzafiato (la morte della sorella) il peso di alcuni personaggi e i loro veri intenti, maschere continue in una galleria dove ad un certo punto non sai dove girarti o nasconderti. Le ambizioni e gli obbiettivi del villain sempre in continua crescita in un viaggio delirante in cui Cecilia vivrà degli incubi di un impatto mai così sofferto e tragico.






Matinèe


Titolo: Matinèe
Regia: Joe Dante
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel 1962, mentre infuria la crisi dei missili cubani, a Key West in Florida, Lawrence Woolsy, regista e produttore di B-movies a corto di ispirazione e di dubbio talento, tenta di rilanciare la propria carriera con "Mant", il film che racconta la mutazione di un uomo in una formica gigante per effetto delle radiazioni atomiche. Woolsy, consapevole dei propri limiti, pensa di riuscire nell'intento sostenendo l'uscita della pellicola con una trovata pubblicitaria tale da catturare il pubblico dei teenager: durante la proiezione, nel momento clou dell'avventura un figurante mascherato da uomo-formica apparirà in sala e le poltrone, scosse da un dispositvo elettrico - il "rumble-rama" - daranno una memorabile emozione agli spettatori

Negli ultimi tempi ho visto due filmoni di uno dei più grandi registi americani sottovalutati della nuova Hollywood. BURBS e questo Matinèe. Film così incredibilmente diversi ma con tanti elementi comuni dalla paura dell'invasore (In Burbs era il nuovo vicinato russo) mentre qui la paura dell'atomica o di un'altra guerra fredda sempre con i russi. Insomma quando c'è la guerra alla base Dante non riesce proprio a non buttarla su una metafora o meglio un'allegoria profonda, originale, perfetta in scelta di tempi e ritmo, dialoghi, ironia, dramma e molto altro ancora dove con uno sguardo al passato sonda le paure immortali della gente.
Un film maturo, una critica sociopolitica, che oltre tutti i temi sopracitati è un viaggio di formazione per un ragazzo, un'analisi sul cinema e tutto ciò che appartiene alle scelte di marketing, al lato oscuro di alcuni di noi, tutto come una sorta di contorno dove la base è la tribolata anteprima di un film con sottofondo un clima di psicosi anticomunista. Matinèe è cinema puro, denso e profondo, semplice quanto ingenuo in alcuni passaggi (ma è sempre una scelta dell'autore per bilanciare seriosità e intrattenimento).
Un film ispiratissimo, in bilico tra commedia adolescenziale e cinefilia sofisticata, che parla anche di sci fi, che omaggia i b movie di mostri e che chiama in cattedra William Castle e Ed Wood e dove il tema del weird e dell'horror compare più di tutti nel dialogo formidabile tra Gene e Lawrence sul bisogno di film che facciano paura e il potere e gli effetti benefici che l'horror può arrecare allo spettatore.

Cannibal club


Titolo: Cannibal club
Regia: Guto Parente
Anno: 2018
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

Una coppia molto ricca organizza cene eleganti sul proprio yacht. Il menu di queste serate è composto dalla griglia di carne umana e da sesso sfrenato. Quando scoprono che il capo di questo club di cannibali nasconde un segreto ancora più scabroso, per loro le conseguenze saranno devastanti.

Negli ultimi anni il cinema brasiliano sta diventando sempre più interessante soprattutto quando punta sulla denuncia sociale, sulla politica, sul dramma dell'enorme divario economico e altri temi di attualità.
Nell'horror fino ad ora As boas maneiras rimane la summa di un cinema di genere in grado di essere multi variegato e consapevole di saper affondare la propria critica verso una pluralità di temi.
Cannibal club è un film con pochi intenti, molte scene di contorno discutibili nel loro essere state abusate nell'horror in troppe occasioni. Una sorta di Zona come il film fondamentale di Plà, dove i ricchi abitano in zone residenziali con tanto di guardie private per delle paure latenti legate a bande di poveri ragazzini disposti a tutti che possano minare la loro tranquillità. Dall'altro l'apatia, la noia quotidiana di chi ha scelto la reclusione e ingaggia agenzie interinali per portare carne fresca nel loro mattatoio.
Gli esponenti della classe dirigenziale brasiliana per il loro doversi auto conservare e auto proteggere inscenano banchetti snuff, si vantano delle loro acrobazie sessuali quando in realtà sono così frustrati da farsi sodomizzare dalle minoranze che loro stessi sacrificano.
Da questo punto di vista, il merito più grande del film è di scoperchiare lo squallore in maniera ciclica, come un cane che si insegue la coda e che finisce per fare del male a se stesso in primis.
Un film che soprattutto denuncia i rapporti liquidi, il non sense di alcune relazioni che pur di mantenere agli occhi del pubblico esterno una normalità sono costretti a pratiche fuori dal comune come quella della moglie che ama farsi possedere da sconosciuti mentre il marito, quando lei raggiunge l'orgasmo, ha l’abitudine di correre a uccidere con una grossa scure l’amante della moglie in un lago di sangue, prima di iniziare a fare a pezzi il malcapitato insieme al consorte, per poi condividerne le carni in un elegante pasto.
Ovviamente questo impianto non può durare in eterno e a furia di esagerare con le scorpacciate di vittime sacrificali e osservando ciò che non si deve, gli effetti non tarderanno ad arrivare..

Other lamb


Titolo: Other lamb
Regia: Malgorzata Szumowska
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 2/5

La vita con il Pastore è l’unica vita che Selah abbia mai conosciuto. La loro comunità auto-sufficiente non possiede tecnologia moderna ed è nascosta nei boschi, lontana dalla civiltà moderna. Il Pastore è il guardiano, maestro e amante del gruppo. Ciascuna delle molte donne che fanno parte del gruppo è o sua moglie o sua figlia. Selah è pura nella sua fede, ma anche pericolosamente risoluta. È stata cresciuta come figlia del Pastore, ma è solo questione di tempo prima che ne diventi anche moglie. Dopo che un incontro con le autorità ha costretto le donne e il Pastore a costruire un nuovo Eden ancora più in là nell’entroterra, Selah comincia a dubitare della sua fede, e ha delle visioni strane e sanguinose. L’arrivo della pubertà porta con sé nuovi e severi rituali, e un primo assaggio di cosa accada alle donne del Pastore a mano a mano che invecchiano.

Devo ammetere che non conosco il cinema di Malgorzata Szumowska. Da quel che ho letto mi sembra impegnata in temi sociali e drammi ambigui di qualsivoglia genere connotati dal sentimento religioso. Ora anche lei come molti altri autori ha deciso, in tempi in cui è ritornato in auge il sotto genere, di confrontarsi con il folk horror o potremmo anche definirlo un racconto di stampo rurale e pagano.
Religione, setta, iniziazione, fedeltà assoluta al proprio leader. Questi e altri temi sono alla base del dramma sociale che sfocia nell'horror della regista polacca. Un film che aspettavo e sui cui speravo di vedere all'interno qualcosa di nuovo, come lo è stato ma con esiti nefasti, arricchendo l'analisi e l'approfondimento sulle dinamiche presenti all'interno di una comunità con le proprie leggi e i propri rituali.
Ci sono senza dubbio dei meriti imprescindibili che prima di tutto emergono dal punto di vista tecnico e dei costumi, delle interpretazioni e di alcune scelte coraggiose di montaggio e di dialoghi.
Un film in cui l'elemento dei rapporti fisici e soprattutto spirituali assume contorni fondamentali in termini di relazioni incestuose e malsane. L'uomo scelto da Dio raccoglie le proprie discepole e ingravidandole ridà loro vita e speranza in un circolo vizioso in cui non vengono meno i legami tra consanguinei (le donne del gruppo sono sempre le stesse e così pure per le figlie). Poi c'è la terra promessa, la metafora sul popolo d'Israele, tutto negli intenti delle donne e nella loro assoluta obbedienza altrimenti tutto andrebbe in malora. Ovviamente imbevuto di un certo simbolismo a volte fine a se stesso come il peggiore degli esercizi di stile a cominciare dalla natura, gli animali morti, i corpi femminili che affondano nel "Giordano" dopo essere battezzati dal "Battista".
Il problema alla base a parte la lentezza disarmante e che non ci sono colpi di scena, l'azione è centellinata in uno stile minimale che anzichè lasciare a bocca aperta crea uno dopo l'altro sbadigli a raffica e cerca soprattutto, osando ma fallendo miseramente, di provare con il pretesto religioso di parlare di sfruttamento sessuale in una pseudo setta religiosa, in un mix che termina con un climax telefonatissimo e scontato.

Extraction


Titolo: Extraction
Regia: Sam Hergrave
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo assolda un mercenario per far ritrovare suo figlio

Chris Hemsworth & company sono come i Baldwin. Un'insieme di fratelli che ci tocca sopportare nonostante il contributo sia assai discutibile. Ora Chris manco a farlo apposta è il migliore ma è un fisic du role, che recita di mascella e spesso ha dato modo di rendere al meglio le sue prodezze in film discutibili e reazionari. Fino ad oggi Thor è la cosa migliore che abbia fatto e penso di aver detto tutto.
Ora Extraction è un film che cerca di fare meno sforzi possibili nella creazione di una storia per puntare tutto sui combattimenti e le roboanti scene d'azione (poi c'è pure il piano sequenza che blah blah blah). Un film incredibilmente stupido che per fortuna non si prende mai seriamente, che sposta i nemici in India confinando col Pakistan e che mette all'interno tante scene di botte da orbi funzionali quanto scoppiettanti (il perchè è uno solo e ci riporta al nome in questione Sam Hergrave, praticamente il dio del tuono degli stunt man che prima o poi dovrà vedersela con il suo acerrimo rivale il dio della forza Chad Stahelski).
Un film che nelle sue due ore però non riesce ad annoiare mai nonostante i cambi continui di location e alcune prove attoriali che fanno sembrare tutto una sorta di circo bollywoodiano che mette le radici nell'ignoranza eroica di Hemsworth e l'inutilizzatissimo David Harbour.
Un film che ad un certo punto smette di raccontare per far sparare più o meno tutti, in testa i bambini, ognuno sacrificando e cercando di essere cazzuto il più possibile passando dal lato oscuro alla luce bianca o viceversa. Un b movie con un budget alto, esplosioni a quintalate, elicotteri che si sfracellano, il protagonista caratterizzato così male che nel primo atto ti viene solo da ridere.
Un film di quelli che non si può prendere sul serio, ma ci si diverte, contando che per fortuna non è reazionario, è solo ignorante e regala tanto intrattenimento anche se telefonato e con i non colpi di scena pronti a minare ogni tentativo di provare a credere di avercela fatta.


lunedì 4 maggio 2020

Drive in 2000


Titolo: Drive in 2000
Regia: Brian Trenchard-Smith
Anno: 1986
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Crabs, dinamico giovanotto che è riuscito a strappare un appuntamento alla bella Carmen, prende in prestito l'auto del fratello per accompagnare al Drive in la ragazza dei suoi sogni. Ma il divertimento finisce presto, non appena i due giovani, assieme ad un centinaio di altre coppie, scoprono che per disposizione del governo il parcheggio è stato sigillato e di fatto trasformato in un campo di sorveglianza dal quale è impossibile uscire. Per molti ragazzi, disadattati o privi di redditi di lavoro, quella soluzione - ancorchè inaspettata - non è così negativa, dal momento che comunque fornisce loro nutrimento e riparo più regolare di quanto godessero fuori, ma Crabs non accetta la situazione e progetta la fuga...

Nel 1988 due anni dopo l'uscita del film uscì uno dei miei libri preferiti "La notte del Drive Inn" capolavoro assoluto e istant cult dell'immenso Joe Lansdale che credo di aver letto almeno sei o sette volte. Chissà se qualcosa di questa pellicola impressionò lo scrittore nella lavorazione del suo romanzo.
Per me l'Ozploitation australiano continua ad essere un mistero, una fauna incredibile di risorse e film assolutamente straordinari. Pochi ma fondamentali esempi sono stati Macchine che distrussero ParigiBody MeltWake in frightMad Max-InterceptorRazorback-Oltre l'urlo del demonioNeurokillers. Qui parliamo di un altro film che non posso che esimermi dal definirlo cult assoluto. Vuoi l'ambientazione, l'atmosfera post atomica, la crisi economica globale, un prossimo futuro dove i drive-in diventano campi di sorveglianza dove gli internati vivono a base di junk food, new wave, droga e film di serie Z.
Dove vengono riscritte le regole, il divario sociale cresce a dismisura, dove la comunità sembra rassegnarsi toccando momenti di squallore, dove un demiurgo agisce indisturbato aiutando a far sì che tutto rimanga intrappolato in una sorta di limbo che sembra un paese dei balocchi infinito.
A differenza delle pellicola sopracitate qui l'uso della violenza è centellinato. L'azione è spostata sulla disobbedienza del protagonista e degli altri internati, nel cercare di spezzare le catene di un progetto che vuole annichilire la dignità e la libertà dell'individuo infarcendolo solo di porcherie e distrazioni.
Un film che non esula da evidenti difetti soprattutto nella parte centrale ma a differenza dei media in generale che lo hanno devastato di critiche negative, rimane un b movie puro con un budget modesto che non poteva competere con film di quel periodo, ma che cerca come può di fare della scrittura e dell'originalità del soggetto il suo pezzo forte.

Vfw


Titolo: Vfw
Regia: Joe Begos
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di veterani deve difendere il proprio territorio da un esercito di mutanti punk trasformati a causa di una potente droga.

Per me Joe Begos sta diventando una potente droga che rischia di darmi sempre maggior assuefazione.
I suoi film sono marci e disperati. Dotati di un pessimismo cosmico, dipinti di ignominie a cui ormai dobbiamo arrenderci a vedere il mondo sempre più popolato da derelitti e sballoni, vittime sacrificali, alcolizzati e pazzi isterici.
Ora per me Vfw è la sua summa contando che ha 32 anni, è al suo sesto film e forse se continua così potrà essere giustamente venerato dagli amanti del cinema di genere.
Ho amato i suoi precedenti film tanto Bliss, abbastanza Almost Human e in parte minore ma non per il suo corto Tales of Halloween.
Vfw è riassumibile in una log line, ha pochi e cazzuti protagonisti, un'unica location, dialoghi da brivido e tagliati con l'accetta e tutto il resto è splatter puro, budella e frattaglie sparse in ogni dove con questo esercito di mutanti che sembrano zombie pure abbastanza cazzuti, delle vere e proprie bestie da macello. Tutto andrà come non deve andare e due soli locali sembrano sopravvissuti ad una pandemia post apocalittica, uno un ritrovo di veterani di guerra, l'altro una Sodoma più piccola.
Un gruppo di vecchi che fanno il culo a tutta la saga de i Mercenari messi assieme e non parliamo di fisic du role imbolsiti ma di veterani veri di alcuni pezzi rari di di cult del cinema che riescono a interpretare e dare spessore come Stephen Lang, William Sadler, Fred Williamson, Martin Kove e David Patrick Kelly
Un b movie dove Carpenter viene spremuto e venerato come una sorta di profeta dell'apocalisse, dove trash, weird, splatter, grottesco, ironia, azione, thriller, dramma, vengono dosati e miscelati in un cocktail di Pechino che chi ha il coraggio di pipparselo vedrà demolita ogni frontiera mentale.


Blow the man down


Titolo: Blow the man down
Regia: Bridget Savage Cole & Danielle Krudy
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

C'è un cadavere da far sparire, un mucchio di soldi che fanno gola a molti, la polizia che indaga ma resta ai margini e soprattutto ci sono i tanti segreti che poco alla volta emergono mostrando il lato nascosto di una piccola cittadina

Blow the man down è l'esordio di una coppia di registe che andranno tenute d'occhio da qui in avanti. Il perchè? Qualsiasi elemento all'interno del film potrebbe rivelarne la risposta.
Una dark comedy ispirata tutta al femminile, dove proprio le donne hanno il proprio dominio incontrastato gestendo decisioni e affari e tutte le trame possibili in maniera dolce e sofisticata.
Un noir all'interno di un luogo dove predomina il freddo, la temperatura è sempre molto bassa, si cerca rifugio dove si può, si fanno gli incontri più pericolosi e se sei un forestiero, beh faresti meglio ad andare via da Easter Cove. Segreti, incubi, intrighi, fanno di quest'opera un film piuttosto complesso dove le comparse sono gli uomini, coloro che cercano di entrare in un luogo a loro sconosciuto e inaccessibile. Recitato benissimo, da guardare esclusivamente in lingua originale, con una colonna sonora fantastica a cui fa da sfondo un coro maschile che come per la tragedia greca rappresenta un gruppo omogeneo di personaggi, che agisce collettivamente sulla scena insieme agli attori ma senza palesarsi. Infine omicidi, dispute, dialoghi che sanno arrivare al dunque senza nascondere spesso una sottile malizia e un braccio di ferro tra personalità complesse e fuori dall'ordinario.