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lunedì 11 marzo 2019

Westworld


Titolo: Westworld
Regia: Michael Crichton
Anno: 1973
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

In un luna park del futuro, una specie di Disneyland, si trovano robot perfettamente congegnati e programmati per far vivere i turisti nella loro epoca preferita. Ma un giorno i circuiti vanno in tilt e i robot si ribellano, massacrando i visitatori.

Ci troviamo di fronte ad uno dei film più importanti della fantascienza moderna, passata e futura. Quasi un archetipo da cui prendere e sviluppare forme e dimensioni diverse, accomunate da uno dei topoi classici della scifi.
In questo caso è stata sdoganata l'idea di giocare con universi e mondi possibili da esplorare, una delle tematiche che diventerà la più masticata dai registi successivi e dalla cinematografia in generale.
Un realtà e tre mondi differenti dove poter vivere e fare ciò che nella realtà non potremmo, in particolare relazioni sessuali e omicidi. Delos offre ai clienti, per 1000 dollari al giorno, la possibilità di vivere ed esorcizzare i loro fantasmi in tre mondi: l'antichità romana, il Medioevo e l'Ovest del 1880
E' meglio scegliere due fantastiche ragazze robot in un saloon o assaltare una banca sparando contro tutti?
Così è se vi pare..il parco divertimenti offre tutto quello che nella nostra fantasia prediligiamo.
Tanti i temi. L'allegoria sulla violenza del mondo moderno, la schiavitù dei robot trattati e visti solo come merce, la ribellione delle macchine contro l'uomo, questi e altri sono alcuni degli intenti che il film sviluppa senza contare che è stato il primo a fare riferimento alla parola “virus” riferendosi al mal funzionamento di una rete di computer ed inoltre è stato uno dei primi film ad utilizzare effetti visivi in CGI.
L'unico punto debole rimane una certo limite nella scrittura e nella costruzione degli incidenti principali come banalmente cosa sia stato a generare il virus.

Green Book


Titolo: Green Book
Regia: Peter Farrelly
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L'occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un'epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italo americano cresciuto con l'idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book non è un brutto film. Meritava l'Oscar? Forse no.
Da sempre gli Oscar rappresentano l'anti festival a priori, dove predomina la facciata e un Academy che preferisce scelte dettate dalle buone maniere. Una parata dove vincono spesso le marchette come negli anni abbiamo dimostrato anche noi italiani.
L'ultimo film di Farrelly (che ha capito che i drammi servono di più a differenza delle commedie becere girate finora) di fatto mostra un film piuttosto banale in un equilibrato rapporto tra bianco e nero visto altre migliaia di volte con altre migliaia di mezzi e cambiando di fatto pochi accessori ( A SPASSO CON DAISY non riesco nemmeno a levarmelo dalla testa)
In questo caso però sono le tematiche o meglio come esse vengono gestite a lasciare interdetti come a dire "Che diavolo gli è passato per la testa?" e soprattutto ancora siamo fermi a questo punto nel 2019, con così tanto cinema politicamente impegnato che non viene nemmeno preso in considerazione?
Sembra di sì.
Il cast è fantastico. Il ritmo per durare quasi due ore è formidabile a non far pesare mai momenti troppo sobbarcati di buoni sentimenti e scene melense.
Tutto in fondo è più che matematicamente studiato a tavolino, il finale e nessun altro momento del film godono o possono godere di colpi di scena, ma forse non servono. Si rimane così ad osservare i dialoghi e i cambi repentini di un personaggio, quello di Don, che da un lato nasconde la sua omosessualità e dall'altra esibisce un tono estremamente elegante avendo il piglio di un grande attore classico.
Tematiche sul razzismo, sulla diseguaglianza, su un nero che non può andare nei servizi pubblici dove vanno i bianchi, ma può salire come un bestia sullo stesso palco.
In tempi dove il razzismo è tornato in auge in maniera pericolosa, Green Book è un buon film ma non è la risposta al problema. Il cinema può fare di più e in maniera meno patinata

Suburra-Stagione 2


Titolo: Suburra-Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 2
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Mentre Cinaglia aspetta i risultati della campagna politica, Samurai riafferma il proprio controllo su Aureliano e Lele. Spadino fa una mossa astuta per avere il potere.

L'unico problema della serie Suburra è quella per cui conosciamo già il finale avendo visto il film di Sollima. A differenza di GOMORRA infatti anticipa gli eventi che accadranno nel film.
In questo modo nonostante ci sia molto da scoprire sui personaggi e sulle questioni economiche, politiche e criminali della vicenda, Suburra tutto sommato poteva fare molto peggio essendo partita molto bene come serie targata Netflix.
Diciamo che tra quelle italiane è tra le più ambiziose, dove in particolare la produzione ha avuto maggior risalto. I fatti li conosciamo. La squadra abbandonando le "famiglie" si ritrova sola a dover dare una svolta alle loro vite, cercando di rispettare gli accordi, di riuscire a mettere le mani sul controllo della capitale, sfuggendo alle grinfie di Samurai e poi cercare di capire la più importante regola, ovvero il rapporto tra politica e criminalità organizzata.
In questo modo ognuno ha il suo torna conto personale per quanto concerne accordi, legami, vendette, malintesi tra famiglie, corruzione prima politica e poi delle forze dell'ordine e infine il Vaticano con i suoi cardinali incredibilmente accessibili da parte della criminalità organizzata.
In tutto questo calderone sposare poi alcuni scandali moderni legati alla politica e le istituzioni e parlare del dramma dei migranti come il nuovo business che abbraccia tutta la capitale sembrava abbastanza doverosa come questione per gli sceneggiatori.
In questa seconda stagione tutti sono cresciuti in particolar modo i nostri tre protagonisti.
Aureliano ha perso tutto, Spadino allarga il suo potere grazie anche alla spalla della moglie ma deve nascondere per tutti gli otto episodi un importante segreto, e infine a Lele, che ha perso il padre,spetta il giro di boa più difficile e complesso.
Su tutti e tre, con le varie aggiunte di co protagonisti che vedremo, tutto poi fa capo al più importante aspetto dove tutti quelli precedentemente segnalati confluiscono, il prezzo del potere. Tutte le più importanti vicende hanno luogo nei quindici giorni prima delle elezioni del nuovo sindaco di Roma, cruciali per il futuro della capitale, nella scelta tra il centro sinistra e il centro destra e dove i nostri criminali dovranno vedersela in primo piano con Samurai e poi con altri attori sociali come il politico Cinaglia, e i membri della altre famiglie che hanno intenti diversi dai loro.
Tanti sono i colpi di scena, l'azione aumenta, così come aumenta il peso della sceneggiatura e degli eventi affrontati, chiamando in causa molti più ruoli della trascorsa stagione e pensando ad una struttura piramidale dove le lotte di potere appunto stanno alla base del controllo della capitale.

Robocop


Titolo: Robocop
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una poliziotto è catturato da una banda di gangster cui dava la caccia, torturato e ucciso. Ma qualcosa di lui rimane viva e viene innestata in un robot che il capo della polizia fa adottare dal corpo per gli incarichi più pericolosi (è invulnerabile). Ma il robot ha la memoria dell'agente ucciso e, riconosciuti i suoi carnefici, dà loro una caccia spietata, sterminandoli (e uccidendo il loro capo, un alto funzionario della polizia).

Verhoeven negli anni '90 ha girato tre film con cui verrà ricordato nella storia del cinema.
ROBOCOP, ATTO DI FORZA, STARSCHIP TROOPERS. Con questa trilogia poteva smettere di fare film e guardare quanto in futuro avrebbero saccheggiato dai suoi film.
Quando la scifi incontra il dramma, l'action, le intuizioni narrative, il tutto con un abbondante dose di violenza e di pessimismo dove le multinazionali si sostituiscono all'amministrazione pubblica, il governo e la politica sono più corrotti che mai e i criminali imperversano nelle strade come bande senza limiti e controllo spesso spalleggiati dalle forze dell'ordine.
La giustizia personale diventa uno dei motori più interessanti del film, staccandosi da una logica e una politica più reazionaria per cercare un'anarchia personale, come nel caso di Murphy, finendo per essere solo contro tutti. Sembra la versione per certi aspetti hi tech del GIUSTIZIERE DELLA NOTTE uscito nel '74.
Lo stile inconfondibile del regista appare dall'inusitato tasso di violenza, fuori e dentro le strade, di un trucco e un make up sempre ai massimi livelli grazie a Rob Bottin.
La trilogia scifi del regista si è dimostrata più intelligente e attenta che mai a scoprire e denunciare gli orrori che stavano per prendere vita, dando sempre delle idee molto valide in una matrice che non dimentica mai la politica ma la segue misurandone la temperatura in tutti i suoi film, mettendola quasi sempre alla stregua e agli intenti della psicologia criminale.


Last days


Titolo: Last Days
Regia: Kathrin Bigelow
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

'Un elefante scompare ogni 15 minuti'
Si parla sempre poco del fenomeno del bracconaggio. Forse perchè in Africa, forse perchè sembra non appartenerci, ma in fondo questa pratica ha modificato le sorti di questo pianeta.
La Bigelow è una regista molto coraggiosa che negli ultimi vent'anni ha dato uno scossone al suo cinema, già interessantissimo, interessandosi di politica, scandali, corruzione e terrorismo.
Nel 2014 si è presa a cuore l'idea di produrre questo importante corto animato realizzato in collaborazione con Annapurna Pictures e WildAid e avvalendosi della scrittura di Scott Z. Burns e realizzato in collaborazione con il concept designer Samuel Michlap
"L'anno scorso sono stata messa al corrente della reale connessione tra il bracconaggio di elefanti e il terrorismo. Per me rappresentava l'intersezione diabolica tra due problemi che sono di enorme preoccupazione, ovvero l'estinzione della specie e il terrorismo globale. Entrambi comportano la perdita di vite innocenti ed entrambi richiedono un intervento urgente. Per fare un film su un simile argomento ci vorrebbero probabilmente anni, anni in cui ancora più elefanti morirebbero, così ho invece incontrato una squadra di colleghi cineasti e abbiamo fatto Last Days come un pezzo d'animazione, idea che abbiamo pensato potrebbe presentarlo ad un pubblico più vasto (Internet è piena di immagine grafiche di elefanti macellati eppure la strage continua), ci sono cose reali che tutti noi possiamo fare per fare in modo che finisca la scomparsa degli elefanti selvatici dal nostro mondo, vedi il tagliare fondi ad alcune delle reti terroristiche più famose al mondo".

It stainds at the sands red


Titolo: It stainds at the sands red
Regia: Colin Minihan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Molly si ritrova persa nel deserto con uno zombie che le dà la caccia. La situazione si complica quando la ragazza si rende conto che il suo persecutore non ha l'esigenza di fermarsi. Lui non si stanca mai.

Anni fa uscì un film di nome FIDO dove i non morti venivano usati dagli umani grazie a dei guinzagli come servi per fare lavori di manovalanza. Dall'altra parte una fonte di ispirazione per il film potrebbe essere stata data dal recente SWISS ARMY MAN per la tematica dell'amicizia umano- non morto.
Ad un tratto, nel primo film, avverrà una ribellione contro i perbenisti aristocratici. Qui succede una cosa analoga.
Il non morto segue la protagonista per tutta la durata del film lungo un deserto per mangiarla fino a che i due non diventeranno "amici". Sicuramente Minihan ha coraggio a raccontare una storia che seppur facente parte del genere horror, è articolato in maniera diversa, quasi un survivor movie, dove vediamo alcune simpatiche scenette tra Molly e il suo inseguitore per non farsi prendere e alcune svolte hanno un'ironia drammatica di fondo.
Un film da un certo lato furbo, perchè autoriale e indipendente, costato poco avendo il deserto come location e due attori e pressochè nessun dialogo a parte i monologhi della protagonista.
It stainds at the sands red, carino il gioco di parole, è sicuramente uno dei film zombie più originali degli ultimi tempi disponendo di una storia semplice quanto funzionale.
Riesce ad essere insieme divertente, a tratti drammatico e quasi patetico (contando che si empatizzerà molto con lo zombie) per un primo atto e un finale che rimangono i momenti migliori.

Transit


Titolo: Transit
Regia: Mariam El Marakeshy
Anno: 2018
Paese: Grecia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Potenti storie di giovani rifugiat* che hanno rischiato la vita attraversando il mare Egeo verso l’Europa, per rimanere intrappolat* nell’isola greca di Lesbo. Piccole forme di resistenza aprono spiragli di speranza

Co finanziato da un canale televisivo turco, Transit è un documentario scomodo, indipendente e low budget che ha il merito di cogliere alcune testimonianze di tutti coloro che si sono trovati intrappolati nell’isola greca di Lesbo senza aiuti dall'Europa in accampamenti che spesso non hanno nemmeno i servizi principali.
Un luogo che "dovrebbe essere" di transito, dal momento che tanti rifugiati non vedono la Grecia e l'Italia come quella Europa che dovrebbe ospitarli e sistemarli, ma una via di mezzo per l'Europa che significa invece Germania o paesi più industrializzati.
Emergono dettagli inquietanti come i salvagenti consegnati dagli scafisti ai rifugiati che in realtà non sono omologati a norma, ai traumi senza parole delle testimonianze di persone e famiglie semplicemente lasciate lì, in mezzo ad un'isola con sogni, rabbia, delusioni e intenti su un futuro che sembra sempre più abbandonato e reso inconsistente da una politica che si dimentica di loro.

Tombes & Manages


Titolo: Tombes & Manages
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel suo isolato cimitero, un becchino piuttosto rozzo cerca di divertire suo figlio in un modo piuttosto sciocco ...

Perché alcune delle migliori storie per bambini sono così deliziosamente macabre.
Sembra di continuare un discorso aperto nell'82 da Burton con il suo VINCENT ma prima ancora di lui da tanta importante narrativa senza contare il peso della fiaba.
In sette minuti il Team di ISART Digital School composto da Nicolas Albrecht, Jérémie Auray, Alexandre Garnier, Antoine Giuliani, Sandrine Normand, Ambre Pochet, Marc Visintin, riesce a fare un mezzo miracolo.
Una storia drammatica di una perdita, quella di un figlio. La notte come un momento magico che in un parco divertimenti/circo, riesce a far rivivere come una benedizione/maledizione una piccola anima permettendole notte dopo notte di stare a fianco del padre e vivere come se fosse la prima una nuova entusiasmante avventura.
Straziante per certi versi. Muto e con dei colori fantastici, l'impiego dell'animazione digitale sembra in alcuni casi stop motion pura e semplice, usata dal team francese che si compone di tanti elementi e una maniacalità a far in modo che tutto converga verso la perfezione.
In particolar modo come nel lungometraggio capolavoro CORALINE sono proprio i dettagli del corto a farla da padrona, dai paesaggi, alle giostre, alle impronte digitali negli stampi dei personaggi, fino alle scenografie gotiche e barocche su cui svetta un cimitero grigio macabro e inquietante come d'altronde dovrebbe essere una fiera di tombe.


Who's watching Oliver


Titolo: Who's watching Oliver
Regia: Richie Moore
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il solitario Oliver vaga di notte senza meta per le strade della città. Intrappolato in una vita umiliante e frustrante in cui riesce a reagire solo con la violenza, Oliver trova nella dolce ed ingenua Sophia un’ancora di salvezza. Con lei il triste e squilibrato killer cercherà di mantenere il controllo…

Who's watching Oliver è un altro malato film che mostra un protagonista vittima di disturbi mentali con un rapporto ossessivo compulsivo nei confronti della madre che lo guarda da uno schermo consumare rapporti e affettare ragazze per cui prova dei sentimenti.
Uno slasher splatter in parte con scene davvero esplicite nei nudi e nel sangue quando mostra sopratutto le scene di torture ai danni delle povere malcapitate.
Il fatto che la pellicola sia indipendente oltre ad essere l'esordio di Moore, di sicuro apporta alcuni piacevoli accessori al film e riesce a metterlo in scena con alcune suggestive e originali momenti, come il rapporto di Oliver con le coetanee, cogliendo i suoi stati emotivi interni quando prende le "pillole" sondando il rapporto con i problemi mentali generati dagli abusi commessi dai genitori e la loro conseguente connessione con la sfera emozionale con cui Oliver ha molta difficoltà oltre ad apparire in pubblico come un semi ritardato.
Moore riempie immagini di sangue e frattaglie, usa tanta camera a mano oltre che seguire minuziosamente il suo protagonista con tanti primi piani e mezzi busti, rendendo la fotografia sporca dando così ancora più un senso di marcio e sporcizia all'intera pellicola.
Il film purtroppo non riesce ad essere, nonostante gli sforzi originale ad andare oltre quello che ciclicamente mostra senza affossare la critica o sviluppare qualcosa che non sia solo mattanza.
L'incipit e la trama in generale sono troppo debitrici ad altri film o classici di genere.
Oliver è un incrocio tra Bateman e Bates già visto troppe volte al cinema così come l'idea di riprenderlo sempre nella sua maniacalità osservando sempre la sua routine quotidiana, che consiste nell’alzarsi la mattina, lavarsi, prepararsi, fare colazione, infine compiere un giro al mercato e al parco giochi locale prima di selezionare le vittime impasticcarle, legarle e poi ucciderle con l'eco della mamma che incita il figlio a far peggio di quanto può.


Gonji


Titolo: Gonji
Regia: Arman Gholipourdashtaki
Anno: 2017
Paese: Iran
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Gonj (ape) è il racconto di persone che lavorano sulle montagne di Zagros, in Iran. Ad elevate altitudini e con semplici strumenti avviene la raccolta di un miele speciale con ottime proprietà curative. Paesaggi mozzafiato.

Le api sono un bene universale. Quando scompariranno tutte (e non manca molto) allora ci renderemo conto del loro insostituibile apporto al nostro pianeta.
Un gruppo di persone, in particolare un uomo, mostra la complessa pratica per cogliere il miele e scacciare le api rimaste. Il profondo rispetto e la ritualità della pratica, fanno emergere una lenta e importante ciclicità di nomadi e gruppi di persone che da secoli portano avanti lavori scomodi procacciandosi i lavori nei modi più strani e impensati oltre che impervi dal momento che il gruppo di montagne di Zagros oltre ad essere monumentalmente affascinante fa impressione per le sue dimensioni e in alcuni casi l'inaccessibilità a salire su alcune pareti.

Punisher- Stagione 2


Titolo: Punisher- Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

La seconda stagione di The Punisher racconterà del conflitto tra il sempre poco incline al dialogo Frank e il suo ex migliore amico Billy Russo. Russo indosserà la maschera che lo ha reso Jigsaw per coprire il suo volto, sfigurato dallo stesso Punitore al termine della prima stagione. Uno scontro tra due personalità fortemente borderline, entrambe disposte a perseguire i propri scopi senza indugiare granché nella clemenza: l’antieroe Frank nella sua battaglia ultra-violenta alla criminalità di qualunque genere e tipo, Jigsaw (da noi conosciuto anche come Mosaico) nei suoi propositi di vendetta proprio contro Castle.

Il sequel della prima serie tv targata Netflix dell'anti eroe stelle e strisce americano, probabilmente deve aver imparato dalla prima gli errori commessi è così riesce laddove quasi ogni speranza era andata persa.
Prima di tutto gli sceneggiatori hanno avuto una bella pensata. Aggiungere un villain.
In secondo luogo hanno fatto uscire completamente fuori di testa il vilain della prima stagione.
Il risultato è quello per cui abbiamo Castle che deve difendere una ragazza da una setta, una sorta di predicatore con un passato agguerrito e tantissima azione e sparatorie.
Non era difficile ma alla fine ci sono riusciti. Castle è un personaggio fisico, farlo parlare troppo mettendolo al centro di una "disputa" femminile in ospedale non segue la realtà dei fatti.
Al di là dell'azione, la stagione a livello di tematiche affrontate affonda maggiormente la lama su diversi intrecci narrativi e rapporti tra i personaggi senza riuscire però ad avere una psicologia dietro questi, così elementare e stereotipata da renderla volgarmente stupida.
Se The Punisher porta sul piccolo schermo personaggi femminili indipendenti, allo stesso tempo rinforza la dicotomia donna-intelligente e uomo-bruto. Tutti i personaggi maschili della serie reagiscono per istinto o morale, sparando, distruggendo cose o urlando, mentre gran parte delle azioni femminili prendono vita attraverso conversazioni e meditazioni su quanto avvenuto.
Le donne sono subdole, mentre gli uomini prendono la situazione in mano e l'affrontano senza fermarsi a riflettere. Tutto troppo deprimente e tagliato con l'accetta.

Punisher- Stagione 1


Titolo: Punisher- Stagione 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Episodi: 13
Serie: 1
Giudizio: 2/5

Dopo aver vendicato la morte della moglie e dei figli, uccidendo tutti i responsabili, il pluridecorato veterano del Colpo dei Marine Frank Castle - che a differenza degli altri vigilanti a Hell's Kitchen non ha super poteri ma può contare su una enorme forza fisica, una insormontabile forza di volontà, un'ampia conoscenza delle armi ed eccellenti doti tattiche - scopre un complotto che non coinvolge soltanto la malavita di New York, ma ha radici ben più profonde. Ormai noto nella Grande Mela con l'appellativo The Punisher, Frank deve scoprire la verità su ingiustizie che non riguardano solo la sua famiglia.

Frank Castle che non spara per più di un episodio o non prende a mazzate qualcuno è un peccato.
In più non rispecchia l'indole di questo anti eroe diventato una pietra miliare tra la galleria dei personaggi più cazzuti della Marvel. La fortuna è stata anche quella di indovinare un volto che desse enfasi e sostanza al personaggio con la scelta del buon Jon Bernthal, un attore molto fisico e istintivo che in questo caso aggiunge carattere e muscoli al personaggio.
Il problema di questa prima stagione che dura la bellezza di 13 episodi da un'ora è quella di faticare a ingranare. Manca quasi del tutto l'azione. I personaggi che entrano ed escono, anche se non sono molti, non sono poi così male in particolare Russo, il quale però come lo stesso Frank, ad un tratto sembrano arrivare al capolinea per quanto l'indagine sia inconsistente e i punti deboli siano sempre maggiori. L'antagonista fatica a prendere vita e quando lo fa viene alimentato per ben due stagioni, lasciando spazio a Jigsaw quando i villain del Punitore sono tanti e aspettano solo di essere tirati fuori dalle pagine dei fumetti.
Frank Castle è stato caratterizzato di più e meglio nella seconda stagione di DAREDEVIL di cui questa è uno spin-off. Ho detto tutto.
The Punisher, si basa sul personaggio omonimo della Marvel Comics creato da Gerry Conway (testi), John Romita Sr. (disegni) e Ross Andru (disegni), e così battezzato grazie al contributo dalla leggenda dei fumetti Stan Lee, apparso per la prima volta nel 1974 sul numero 129 di The Amazing Spider-Man.

Sun of a beach


Titolo: Sun of a beach
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Una delle più belle metafore sul riscaldamento globale.
Una spiaggia, un gruppo disomogeneo di persone e il sole che stermina tutti.
Semplice ed essenziale come i corti dovrebbero essere.
In sei minuti il team di registi e tecnici con un animazione marginale, riescono a cogliere l'obbiettivo riuscendo a regalare come dicevo una buona metafora ambientalista, azione, horror e ironia.
Famiglie e ombrelloni nonchè silicone dei seni. Tutto si scioglie. Persino i muscoli finti dei palestrati e così via..
Quando il sole scende, tutto prende fuoco e la via di scampo non sembra nemmeno essere il mare..

Khailauna


Titolo: Khailauna
Regia: Sriramm Dude
Anno: 2018
Paese: India
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

In un quartiere popolare indiano, un ragazzino musulmano subisce la fascinazione di Ganesh sotto forma di giocattolo. Lo scontro fra culture religiose e la delicatezza poetica del mondo dell’infanzia.

Khailauna è un corto molto interessante senza trattare di preciso tematiche gbl.
Il protagonista è un giovane ragazzino che corre per le strade di Mumbay e si innamora dell'immagine di Ganesh vedendolo prima come statua per le strade e poi successivamente trovando una statuetta che il bambino colora a piacimento offendendo così la divinità secondo il parere dei genitori in particolare della madre che rombe la statuetta del figlio.
Da un lato parlando di perdita casca a pennello la scelta di una divinità come Ganesh e della sua storia che nasce proprio da una ferita e dall'amputazione della testa mentre dall'altro l'elemento a farla da padrone del corto di 12' sono, come quasi sempre si ha a che fare col territorio indiano, i colori, il fascino e le musiche che rimandano a danze e rituali indù.


Rain


Titolo: Rain
Regia: Alessandro Spallino
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 2/5

Gli esseri umani nascono senza essere assegnati a un genere specifico, anche se l’aspetto è femminile. Acquisiscono il loro genere definitivo dopo aver attraversato il cosiddetto “completamento”, una procedura controllata. Rain, giovane studentessa, dovrà sfidare le regole imposte.

Con 3000 euro e l'aiuto di tanti amici, Spallino crea il suo primo corto in un'unica location, un acquario e alcune attrici irlandesi che parlano in lingua originale (scelta non motivata).
Il tema è glbt, dove la sessualità delle ragazze, in questo caso, non è libera, esse devono seguire un preciso controllo e una rigida procedura.
Il risultato è un opposizione ai vincoli e alla dittatura di questa strana organizzazione che seppure non venendo spiegata di sicuro è rivolta ad un futuro distopico. BLACK MIRROR che incontra HANDMAID'S TALE, con la differenza che il corto di Spallino in '12 è tutto un dialogo tra ragazze con la loro leader in inquadrature che sono tutte campi e controcampi, una fotografia che vira tutta sui blu che rimandano all'acqua, l'oceano e lo scorrere di pensieri, opposizioni e parole..

Bao


Titolo: Bao
Regia: Domee Shii
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Come ogni mattina una donna si alza dal letto e subito prepara il pranzo che il marito porterà a lavoro: deliziosi “sream bun” (quelli che chiamiamo ravioli al vapore) di cui è maestra indiscussa. Dopo che l’uomo è uscito, nel silenzio della casa vuota, la donna si appresta ad assaggiare la sua arte quando il bocconcino che sta per ingoiare improvvisamente prende vita, come un neonato. Spinta dal suo istinto materno, la donna inizia ad accudire il piccolo e vederlo crescere giorno dopo giorno.

Forse qualcuno avvezzo al cinema di genere, si ricorderà certo il mediometraggio girato da Chan per i THREE OF HORRORS come mediometraggio e poi il lungometraggio, l'inquietante DUMPLING.
L'idea era che i ravioli cinesi fossero in realtà dei feti e mangiarli aiutava le persone a vivere più a lungo. Qui in comune c'è solo il raviolo. La Pixar allarga come la Disney il suo controllo e chiama questa interessante regista cinese a tessere la sua appassionante storia di pochi minuti.
Tutto il corto è un'appassionante allegoria sul rapporto tra una madre e un piccolo raviolo come a sostituire il figlio ormai grande partito per gli studi.
Il piccolo che cresce, la sua voglia d'indipendenza, i legami che crea con la famiglia (in particolare con la madre) e alla fine il ricongiungimento sono i temi su cui si sviluppa il cortometraggio.
Un'opera che ancora di più segna il bisogno della Pixar di sdoganare e uscire fuori dai confini per regalare storie nuove e riuscire così ad appassionare un nuovo pubblico.
La Shii coniuga quella da lei vissuta come la Empty-nest syndrome per tutta la durata del corto; il rapporto tra la madre del corto e il piccolo raviolo va a sostituire quello che la donna aveva con il figlio che ha ormai lasciato la casa per iniziare una propria vita. Un fenomeno che soprattutto in Cina è molto sentito.

Chillerama


Titolo: Chillerama
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anche l’ultimo drive-in americano sta per chiudere i battenti. Durante la serata di chiusura, milioni di coppiette parcheggiano le loro numerose auto per assistere alla maratona cinematografica di pellicole dell’orrore talmente rare da non essere mai state proiettate. Ma se, improvvisamente, un pazzo riesumasse il corpo di una sposa cadavere e rimanesse infetto trasformandosi in zombie?

Con tutto il bene che gli voglio e per tutta la libertà e il coraggio di fregarsene altamente di tutto, Chillerama anche se mi sono divertito a vederlo, mi ha lasciato schierato tra i moderati soprattutto contando che tra i diversi episodi, nonostante il fil rouge, ci siano delle importantissime differenze.
Prima di tutto la standing ovation alla location. Il drive-in. Dimora incontrastata di Lansdale.
Poi c'è il virus e infine il trash e tante tette e cazzi che volano.
Detta così dovrebbe essere una sorta di droga per i fan di genere, una vera e propria antologia horror sulla scia di CREEPSHOW, e almeno così appariva prima di veder modificate alcune regole e godere da parte dei registi di una totale libertà che in alcuni casi è stata provvidenziale ma in altri ha siglato un totale imbarazzo.
L'omaggio ai b movie del secolo scorso può essere una possibilità enorme per cambiare le regole dei vecchi classici.
Il migliore in assoluto è il primo, quello girato dal regista del divertentissimo 2001 MANIACS remake di TWO THOUSAND MANIACS. In questo caso l'omaggio è riferito al sotto genere dei monster movie che arrivavano come missili dal Sol Levante.
Wadzilla infatti parla brevemente di un giovane che si sottopone ad una cura per incrementare la forza del proprio sperma che, ben presto, diventerà un mostro che mangia le persone.
"Lo sperma che uccide" è una log line simpatica per un corto divertente che al di là dello stile tecnico, assolutamente senza prendersi mai sul serio, esagera senza mezzi fini per arrivare al climax finale. Infine l'ultimo episodio Zom-b- movie, una parodia di tutti gli stereotipi dei film di zombie degli anni ’70 e ‘80 non esalta, ma strappa qualche risata.
Quelli che pur avendo delle idee godibili, a mio avviso, non hanno alzato la bandierina dell'ok sono stati I was a teenager werebear, orsi omosessuali sulla scia di GREASE, RAGAZZI PERDUTI e HAPPY DAYS e The diary of Anne Frankenstein dove Hitler è il dottor Frankenstein e la Cosa è un rabbino ebreo nerboruto che uccide tutti i nazisti.


Adam and Dog


Titolo: Adam and Dog
Regia: Minkyu Lee
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il paradiso terrestre visto dagli occhi di un cane. Il rapporto con l'uomo, poi con la donna, e infine i primi passi in un mondo sconosciuto e ricco di sorprese.
Minkyu Lee è il regista coreano che in 13' ha realizzato questo cortometraggio candidato agli oscar.
L'animazione è semplice ma incredibilmente funzionale per lasciare spazio alla gestualità e alla mimica facciale (d'altronde non avendo dialoghi diventa indispensabile per capire la dinamica tra i due). Un'opera emotivamente molto forte che non cede facilmente ai buoni sentimenti mostrando attraverso la diffidenza iniziale, l'instaurarsi di un rapporto di amore e fiducia.
Nell'ultima scena, Dog depone il bastone ai piedi di Adamo sorpreso.
Adamo si inginocchia dicendo ad Eva chi è Dog. Eva si inginocchia davanti a Dog e la abbraccia e lo bacia. Adamo ed Eva si allontanano insieme. Si stanno tenendo per mano e così vicini da sembrare una persona sola. Il cane cammina al loro fianco.
Adam and Dog è una metafora e una riflessione sull'amicizia, sull'aiuto e un viaggio di formazione ispirato ai temi salienti dell'antico testamento mettendoli in mano ad un regista coreano

Circo della farfalla


Titolo: Butterfly Circus
Regia: Joshua Weigel
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La storia di Vujicic è triste. Primogenito di una famiglia serba cristiana, Nick Vujicic nacque a Melbourne, Australia con un rara malattia genetica: la tetramelia ovvero privo di arti, senza entrambe le braccia, e senza gambe eccetto i suoi piccoli piedi, uno dei quali ha due dita.
Probabilmente non si aspettava che dalla sua storia nascesse un cortometraggio che ha fatto piangere le platee di diversi paesi in tutto il mondo.

The Butterfly Circus è sicuramente un ottimo cortometraggio con un cast importante, una sontuosa fotografia e una storia tutto sommato che rispecchia difficoltà e timori del protagonista.
Weigel è abile e sfrutta in particolare i sentimenti e le musiche per rendere ancora più sdolcinata e melensa una storia che non aveva bisogno di fronzoli per comunicare quello che doveva.
Il circo allora in questa galleria di freaks piuttosto originali e con un ottimo lavoro di trucco e costumi, diventa quel luogo dove ognuno, in questo caso Vujicic, trova la sua strada diventando da bruco a farfalla e abbandonando così la muta iniziale della pigrizia e dello sconforto.


Florido & Carlotta


Titolo: Florido & Carlotta
Regia: Rossella Bergo
Anno: 2018
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Festival
Giudizio: 2/5

Florindo è un poeta disabile che va a ritirare un premio di poesia in un villaggio dimenticato dal mondo. Carlotta è una prostituta che lavora su una delle strade infinite di questi luoghi desolati e vive in un’antica fattoria con collegh*, personaggi stravaganti e artisti falliti. Il loro incontro cambierà le loro vite.

Il cortometraggio della Bergo sembra una slapstick chapliniana in b/n dove i due attori cercano, mettendoci forza e coraggio, di rendere in tono ironico e dare semplicità e profondità al sentimento dell'amore e della diversità.
Cosicchè i poveri e gli smarriti possano godere della vita in semplicità senza doversi preoccupare di noiose problematiche. Florido & Carlotta inseguono la libertà, occupandosi di stabili abbandonati e cercando di sopravvivere come possono in una società che mette da parte i miserabili per fare posto a realtà che non sembrano possedere nessuna virtù e qualità empatica che i nostri protagonisti non smettono mai di perdere e regalare al prossimo.