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lunedì 17 settembre 2018

Blush


Titolo: Blush
Regia: Michal Vinik
Anno: 2015
Paese: Israele
Giudizio: 4/5

La diciassettenne Naama Barash si diverte con i suoi amici tra alcol e droga mentre in famiglia deve vedersela continuamente prima con i genitori con cui è sempre in discussione e poi con la scomparsa della sorella, arruolata in un esercito ribelle. Appena arrivata in una nuova scuola, Barash si innamora per la prima volta e l'intensità dell'esperienza la confonderà fino a dare nuovo significato alla sua esistenza.

Il manifesto dell'adolescenza femminile a pari passo con le prime esperienze sessuali e trasgressive viene scandagliato regolarmente da molti paesi immergendosi in alcune sotto tematiche o semplicemente descrivendo l'ambiente.
Mancava all'appello un film coraggioso come quello israeliano che non ha nessun tipo di velo e censura mostrando una società o soprattutto un underground giovanile, una sub cultura, composta per lo più da una ricerca costante di eccessi, dalla perdita della verginità agli effetti della droga parlando di ribellione e della ricerca adolescenziale della libertà e al bisogno di infrangere ogni tabù
Un film che cerca di scardinare dogmi e valori ormai passati o trapassati dai millenial portando le ragazzine a scappare di casa o dalle caserme come gesto di estrema indipendenza o di come non si vogliano seguire alcune regole imposte dal nucleo familiare o addirittura fregandosene del parere degli altri arrivando a farlo praticamente nei posti in ultima fila di un pullman sapendo benissimo di essere visti e quindi sdoganando infine il voyeurismo proprio da parte delle protagoniste.
Un film che non ha niente di meno rispetto a pellicole come LA VITA DI ADELE o FUCKING AMAL (le analogie con il secondo sono però più palesi), o il coraggio di MUCH LOVED, mostrando una Tel Aviv molto al passo coi tempi dove la parola d'ordine sembra essere Md.
Vinik è coraggiosa nell'avvicinarsi alle protagoniste, molto giovani e belle, nel descrivere e mostrare così tante scene dove le protagoniste si scoprono a letto e hanno questi baci a profusione intensi e lunghissimi dove le scene di sesso tra le due ragazze sono realizzate con dovizia di particolari e con molta sensibilità.
Come per Amal di Moodysson anche qui Vinik non affronta il tema dell’innamoramento tra due ragazze e tutte le sue implicazioni, ma cerca di riflettere su una gioventù annoiata e stanca di relazioni liquide e in cerca di qualcosa di nuovo o che almeno possa appagare la noia quotidiana, in questo caso le droghe dove si parte dai cannabinoidi per arrivare alla cocaina o alle droghe sintetiche è molto inquietante ma sicuramente post contemporaneo.
L'unica nota dolente al film di Vinik e che scoperte le carte il film si ripete abbastanza cercando di intraprendere il plot del thriller nella scomparsa della sorella ma non riuscendoci affatto rischiando di diventare macchinoso e superficiale.



Motivational Growth


Titolo: Motivational Growth
Regia: Don Thacker
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Ian Folivor, un depresso e solitario trentenne, si ritrova a prendere consigli da una muffa che cresce nel suo bagno dopo un fallito tentativo di suicidio. La muffa, un morbido fungo parlante nato della sporcizia raccolta in un angolo del bagno trascurato, lavora per conquistare la fiducia di Ian aiutandolo a ripulirsi e a rimodellare il suo stile di vita. Con l'aiuto della muffa, Ian attira l'attenzione di una vicina di casa, Leah, e riesce a trovare un po' di felicità nonostante le sue condizioni innaturali. Improvvisamente, però, comincia a ricevere strani messaggi dal suo vecchio e rotto televisore, il quale mette in discussione la buona fede della muffa. Ha così inizio una battaglia epica tra il bene e il male di cui Ian è solo parzialmente a conoscenza.

Un protagonista molto brutto, squallido, brufoloso e mezzo chiatto che vive rinchiuso in casa, non esce da molti mesi, compra il cibo on line facendoselo portare a casa senza ricordare l'identità del fattorino e facendo sempre la stessa lista della spesa e passando tutto il giorno di fronte al tubo catodico (perchè il plasma non sa nemmeno cosa sia). Poi c'è la deliranza piena dove Ian (o forse Jack) parla e ubbidisce ai consigli della muffa parlante che fa capolino dal bagno mentre il nostro protagonista cerca di suicidarsi. Una muffa senziente che vorrebbe fornirgli cibo attraverso spore e funghi che a sua volta Ian (o forse Jack) rigetta per nutrire la muffa stessa, e gli disgrega lentamente ogni tassello del reale, uccidendo a seconda di chi si trova davanti sciogliendo proprio con gli stessi liquami.
Questi e tanti altri sono gli elementi di questo film molto bizzarro e contro corrente di Thacker che sembra un film per coplottisti dove scegliere di chi fidarsi se il Dio dal tubo catodico o la muffa parlante che genera delle escrescenze che se le mangi raggiungi il Nirvana.
Un film indie, assurdo e delirante dove la narrazione fa letteralmente quello che vuole con flash back e flash forward continui, mischiando le realtà come quando Ian (o forse Jack) entra nei canali televisivi e si confronta con i personaggi degli show, e nel modo più disparato, dove il protagonista è un nerd che non si vedeva da tempo e dove anche qui le trovate sono un continuum e tante parecchio suggestive (dal tema della crescita, l'adattamento con il mondo, l'agorafobia) per come vengono tratteggiate in maniera assolutamente anarchico e imprevisto.
Un film che finisce per immergersi nell'horror e soprattutto nello splatter dove tutto sembra e vuole essere assurdo trovando però una certa coerenza anche se qualche salto temporale deve essere sfuggito al regista.
Cinema per pochi, di genere, eccessivo ma sicuramente con la A maiuscola che tiene il suo protagonista per quasi due ore sempre nello stesso salone, le scene in esterno sono due o tre al massimo rimanendo appena fuori dalla porta, più precisamente sullo zerbino, e condendo le atmosfere con musiche 8 bit e sequenze animate stile vecchi videogiochi e dialoghi in forma teatrale.

Euthanizer


Titolo: Euthanizer
Regia: Teemu Nikki
Anno: 2017
Paese: Finlandia
Giudizio: 3/5

Alle soglie di un bosco fitto e scuro vive Veijo. È un uomo misterioso e non ha molti amici, ma tutti lo conoscono: è il temuto "euthanizer", che nel buio della sua officina offre un'alternativa economica all'eutanasia delle cliniche veterinarie. Veijo non ama le persone, ma ha una forte empatia per gli animali e vive seguendo un codice etico proprio.

Il film di Nikki ci porta nei boschi finlandesi dove chissà cosa può succedere o chi ti puoi trovare di fronte come in questo caso membri di organizzazioni neo-naziste.
In Euthanizer i personaggi sono quasi tutti nichilisti e misogini, a partire dal protagonista dal cuore tenero, come Veijo che preferisce gli animali agli umani. Come dargli torto quando un proprietario vuole sbarazzarsi di un cane sano e scondinzolante e portando praticamente il nostro anti eroe a dover fare la scelta che decreterà l'intento del film di diventare presto, scoperte le carte, un solido thriller con il sotto testo del revenge movie che negli ultimi anni va sempre più di moda.
Se non altro qui geograficamente i posti sono abbastanza insoliti e poco fotografati dal cinema, in più il cast è molto convincente e alcune scene sanno essere molto crude senza essere mai scontate e senza regalare nulla soprattutto per quanto riguarda la vendetta ai danni delle persone.
Veijo è un uomo affetto da molte psicosi che vive in una regione povera e periferica dove ad un tratto vive una storia assurda e solo a tratti romantica con un'infermiera molto più giovane di lui e che si alterna per tutti e tre gli atti con la ricerca dei mandanti e della vendetta del suo protagonista.
Nikki alla sua terza opera è un filmmaker autodidatta che ha diretto, scritto, montato e coprodotto, questo intenso noir che sconfina nella black comedy e nell'exploitation dove il suo protagonista, Matti Onnismaa, ha qualcosa come più di 150 film all'attivo.
Interessante come in un'intervista abbiano chiesto a Nikki che se specialmente in un film americano, qualcuno massacra un'infinità di persone, nessuno dice niente, ma se viene ucciso un cane, allora tutti protestano. Partendo da questo pretesto il regista ha detto che se vuoi rendere un personaggio davvero cattivo, devi fargli uccidere un cane così lui ha giocato con questo cliché caratterizzando un personaggio, dotato di una sua umanità, che fa qualcosa che nessuno spettatore vorrebbe mai vedere, anche se gli animali a cui toglie la vita sono malati e portandoti sempre al limite con pistole puntate contro qualche muso dolce e sorridente

Genesis


Titolo: Genesis
Regia: Nacho Cerda
Anno: 1998
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Uno scultore perde sua moglie in un incidente.
Come un Pigmalione addolorato risveglia dalla pietra il corpo del suo amore perduto, ma nello stesso istante in cui questo prende vita l'uomo si trasforma a sua volta in una statua.

Romantico, inquietante e allo stesso tempo molto coinvolgente l'ultimo dei tre mediometraggi girati da Cerda per la sua trilogia sulla morte.
Qui la trasformazione, il bisogno di credere in un miracolo possibile, la resurrezione sono tutti elementi importanti che portano qui al macro tema ovvero quello della metamorfosi. A differenza dei precedenti lavori qui la regia non è per niente sanguinolenta o truculenta lavorando quasi di sottrazione e puntando tutto sull'atmosfera (per tutti i trenta minuti siamo all'interno del laboratorio con una fotografia che verte quasi solo sul bianco e l'azzurro), dove la colonna sonora è la musica classica, dove non ci sono ancora una volta dialoghi ma invece sono proprio le sonorità a dare quel senso di tensione e ansia per qualcosa che lentamente scopriamo ma che solo nel climax finale vediamo manifesta.
La genesi della statua, la sua nascita, i continui e nuovi tentativi, la capacità di non mollare portano lo scultore nel bellissimo finale a poter vedere la creazione un istante prima di trasformarsi interamente in pietra inerte.

giovedì 13 settembre 2018

Black Moon


Titolo: Black Moon
Regia: Louis Malle
Anno: 1975
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Alla guida della sua auto, Lily investe un tasso, resta coinvolta in una guerra tra eserciti di sessi opposti, avvista un unicorno e giunge a una fattoria. Qui incontra una vecchia signora forse moribonda, convinta che le sue esperienze siano frutto dell'immaginazione. Con qualche difficoltà, si integrerà nella strana vita della casa.

Capita spesso che i più grandi registi facciano delle incursioni in quello che potrebbe essere definito una sorta di trip, un sogno allucinato, un'esperienza onirica, un viaggio nel paese delle meraviglie.
Black Moon dalla sua ha alcune analogie con due capolavori assoluti che sono CHE di Polanski, uscito nel '72, e la CITTA'DELLE DONNE del'80 di Fellini.
Il background è assurdo quanto molto interessante per creare gli intenti che l'opera ricerca nei suoi continui rimandi filosofici e psicologici.
Una guerra tra i sessi dove a farne le spese sono in particolar modo le donne, prese e fucilate tutte in fila come nella peggiore delle esecuzioni che si possa immaginare.
Il perchè ci è sconosciuto ma Malle porta subito Lily in questa villa abbandonata dal tempo, con un unicorno parlante, la natura che vive, un gatto che suona il pianoforte, bambini nudi che corrono dietro ad un maiale enorme e un bicchiere di latte sempre pieno nel salone di casa.
Demolito dalla critica il film del noto autore in realtà ha dei meriti singolari e si spinge attraverso una metafora politica su un'amara e personalissima allegoria di come pensiamo di essere visti all'interno di una comunità quando scopriamo di non essere al centro dell'attenzione e che spesso e volentieri le parole non hanno alcun significato ma le azioni e i gesti hanno una grossa importanza.
Quando l'unicorno sentenzia a Lily di essere cattiva perchè ha strappato dei fiori che altro non erano che dei bambini, la stessa risponde all'unicorno dicendogli che lui deve cibarsi proprio degli stessi.
Tra psicoanalisi, sogno e realtà, visioni oniriche di cosa in realtà si crede e cosa no e una vecchia malata che deve essere allattata dalle proprie figlie o presunte tali.
Un film che seppur non perfetto è affascianante sotto il piano visivo ed estetico fotografato spendidamente e in grado di riassumere nella sua durata e nel fatto che tutto il film a parte i primi dieci minuti è ambientato nella villa, una satira sociopolitica forte e suggestiva dove i richiami all'opera di Carrol sono evidenti ma non così importanti, mentre invece lo sono a tutti quegli elementi legati all'esposizione enigmatica dei fatti che si prestano a varie letture psicoanalitiche ma soprattutto metaforiche per una favola senza morale, un incubo tutto sommato tranquillo, finchè si rimane nell'aura magica della villa e non si pensa che là fuori il mondo ha raggiunto ormai la fine.



As boas maneiras


Titolo: As boas maneiras
Regia: Marco Dutra E Juliana Rojas
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Clara, infermiera dalla periferia di São Paulo, viene assunta dalla misteriosa e ricca Ana come bambinaia, ancor prima che nasca il suo bambino. Presto le due donne sviluppano un forte legame, ma una notte fatale cambia i loro piani

In Brasile esiste una tradizione di storie legate alla licantropia, che di villaggio in villaggio si tramandano e si trasformano (come gli zombi ad Haiti).
Ma che bella sorpresa questo dramma con venature horror sui licantropi.
Il duo del collettivo "Film to caixote" hanno avuto sicuramente tanta voglia e tanto coraggio per scoperchiare una bella metafora politica attraverso un film di genere.
Dramma, horror, musical e in parte fantasy. Con una netta divisione in tre atti che ne sancisce una narrazione mai banale ma anzi continuamente supportata da una costruzione e alcuni colpi di scena e passaggi di testimone molto colti e funzionali, passando da un primo atto più intimista ed erotico agli ultimi due decisamente più ritmati e violenti per finire con un esplosione di fatti che riescono ad essere essenziali nella loro descrizione di un fenomeno tutt'altro che conosciuto.
I registi riescono a farcire il film di un'eroticità molto potente con diverse scene lesbo davvero tenere e molto dolci, presentando due protagoniste assolute che riescono nella loro diversità e situazione economica, ha convolare in una storia d'amore che vive di contrasti e di spaccature legate al misterioso passato di Ana.
Il merito essenziale è quello di scardinare i generi cambiando registro narrativo di atto in atto con un crescendo nell'ultimo e un climax finale esplosivo che riescono a mantenere una grande coerenza narrativa alternando stupore paura e pathos
Un film profondamente politico e in alcune scene volutamente sanguinolento senza mai eccedere che per alcuni versi potrebbe essere ricondotto ad una sorta di ROSEMARY'S BABY ambientato a San Paolo con pochissime scene in esterno e un'ottimo impianto tecnico con dei dialoghi che riescono a non essere mai banali ma invece profondamente incisivi.


Fidele


Titolo: Fidele
Regia: Michael R.Roskam
Anno: 2017
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Bénédicte, detta Bibi, è pilota di macchina da corsa. Quando Gino, detto Gigi, la incontra per caso, è amore a prima vista. Bibi ha una carriera e una famiglia, Gigi ha solo un grande segreto, che rischia di divorare entrambi. Fedeli al loro amore, i due andranno incontro ad un destino difficile.

Gigi e Bibi.
Voglio troppo bene al cinema di Roskam e al suo attore feticcio, Schoenaerts , per maltrattare questo pasticciato e confuso film che regala però dei momenti molto intensi e potenti che non possono mancare in un polar.
Estremo verso il finale forse esageratamente allucinato nella sua idea di raggiungere l'utopico e irraggiungibile fantasma dell'amore assoluto (l'ultima scena è quasi folle) Fidelè che da noi finalmente è arrivato anche nei cinema è un toccante ma incongruente ed eccessivo mix tra polar, noir, gangster movie, love story e adrenalinica corsa tra macchine, cani e umani.
Un film che apparentemenete ha una trama molto flebile dove però Roskam sembra inserire di tutto fino a farlo diventare straripante procedendo per accumulo ma allo stesso tempo riuscendo sempre ad avere una sua alchimia e un'armonia seppur negli eccessi che non mancano.
Un film con tante e brusche ellissi temporali che si sposta da una corsa a delle ville fatiscenti fino a delle celle minuscole o addirittura gabbie dove venir confinati.
Dal macro al micro. Tutto è così come nel cinema del regista belga.
Il merito più grosso che altrimenti avrebbe decretato un mezzo fallimento è quello dell'alchimia tra i due attori dove entrambi hanno uno spessore psicologico importante nonostante i loro segreti ci vengano rivelati fin da subito e conferisce soprattutto a Bibi un personaggio molto complesso che dopo essere stata presentata come forte e indipendente pilota finisce per diventare una sorta di martire dell’inguaribile e rovinoso stile di vita del suo Gigi, annullando la propria personalità per la salvaguardia di un amore tragicamente impossibile, sul quale la sceneggiatura fa piovere ogni sciagura possibile e immaginabile.


Butter on the latch


Titolo: Butter on the latch
Regia: Josephine Decker
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nella foresta di Mendocino, nel Nord della California, si sta svolgendo un festival folk balcanico. Tra le partecipanti Isolde e Sarah, che prendono parte con grande trasporto alle attività della manifestazione, lasciandosi trascinare dall’atmosfera fuori dal tempo che vi regna. L’incontro di Sarah con un ragazzo, dal quale si sente attratta e che decide di sedurre, romperà gli equilibri, facendole scoprire sentimenti nuovi e sconosciuti, che la precipiteranno in una realtà onirica.

Il film inizia con la chiamata di Sarah completamente sconvolta. In uno dei suoi deliri alcolici si è risvegliata in un sottopassaggio alla mercè di alcuni uomini che le fanno, o hanno fatto, ciò che vogliono.
Così assieme all'amica parte per questa mistica esperienza dove ad avere il ruolo di assoluta padrona è Madre Natura che riesce ad impreziosire e rendere evocativi diversi inserti onirici e grotteschi del film.
L'amicizia delle due protagoniste è solo la miccia per sparpagliare elementi all'interno del film dove ognuna di loro cercherà il proprio cavaliere in quello che sembra essere più un esperimento e un esercizio di stile che non un'opera con una storia vera e propria ricordandomi per certi aspetti QUEEN OF EARTH con cui quest'opera ha diverse analogie.
Sicuramente Decker fa parte di quel movimento indie dove preferisce promuovere un copione libero, stravolgimenti di camera, dialoghi improvvisati, telecamera a mano (tanta forse troppa) e una ricerca di una sorta di linguaggio con la natura soprattutto per Sarah (la scena a rallenty dove vediamo lei rivolta alla telecamera assieme alla donna anziana credo sia una delle scene più suggestive e impressionanti viste ultimamente).
Un film che non ha una vera e propria direzione e nemmeno degli obbiettivi forti che crescono mano a mano nella narrazione. Qui tutto sembra perdersi e ritrovarsi proprio in mezzo alle foreste con una colonna sonora suggestiva che aiuta in questa sorta di trip che piacerà sicuramente molto al Sundance.

Blind Loves


Titolo: Blind Loves
Regia: Juraj Lehotsky
Anno: 2008
Paese: Slovacchia
Giudizio: 3/5

Slovacchia, 2005. Il film segue tre anni nella vita di quattro persone cieche: Peter, insegnante di musica e compositore che condivide la sua vita con Iveta; Miro, un playboy della Roma che vive a casa con sua madre e frequenta Monika nonostante la disapprovazione dei suoi genitori; Elena, che sta aspettando con ansia il suo primo figlio e infine Zuzana, che ha appena iniziato una scuola integrata ma si trova in cerca di amore e amicizia online.

L’amore può essere dolce, stupido, e, a volte, può anche essere cieco… Trovare il proprio posto in questo mondo non è cosa facile per nessuno, ma quanto è più difficile quando si è non-vedenti? La “visione” delle persone cieche è pura ed essenziale, e spesso anche spiritosa. Fa scoprire una nuova dimensione sul senso della felicità.
Originale, così andrebbe definito il documentario del regista slovacco.
Un'opera con vari aspetti e scene surreali (basti pensare alla citazione dell'ATALANTE di Jean Vigò) in quella scena onirica e bellissima in cui Peter scende nei fondali marini e trova una piovra gigante.
Un film che spesso lascia disorientati proprio per la materia che tratta ovvero di come i cechi percepiscono il mondo. L'idea di aver fatto un film corale con diversi siparietti e descrivendo microcosmi molto diversi ma accomunati dalla cecità è un'idea valida e molto profonda che trova vari aspetti su cui fermarsi a riflettere.
Ad esempio una scena che identifica l'ansia e la paura ma allo stesso tempo diventa un aspetto della quotidianità della vita di questi protagonisti è quella della discoteca dove lei viene invitata a ballare da uno sconosciuto e il compagno per un attimo teme che possa succederle qualcosa, chiedendosi in maniera del tutto pertinente perchè mai uno che vede dovrebbe chiedere di ballare ad una non vedente. Un'opera che fa luce su degli aspetti per noi completamente nuovi dove la percezione del mondo vista dalla loro parte spesso è più essenziale e intuitiva di quanto si pensi soprattutto se può dar luce e forma ad una nuova dimensione di realtà.
Dei quattro capitoli o delle quattro storie è solo l'ultima a esprimere e descrivere la solitudine e la tristezza mentre nelle altre il bisogno o l'urgenza è forse proprio quella di concepire l'ironia alla base dei rapporti di coppia o quelli madre/figlio che esprimono tenerezza ed empatia e forse una delle uniche armi che noi tutti abbiamo per vivere sereni la nostra esistenza.



As you are


Titolo: As you are
Regia: Miles Joris-Peyrafitte
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Anni ’90, teenage angst, il grunge, una cittadina sperduta in mezzo agli Stati Uniti e il desiderio di due ragazzi di trovare una felicità apparentemente irraggiungibile.

Tre adolescenti. Anni '90. Un'amicizia. Un menage a trois. Prime scoperte nella sessualità. Le prime droghe. Rapporti familiari distrutti e fragili che cercano fino all'ultimo una convivenza.
Clark e Van Sant ma anche tutta una generazione X di registi indipendenti sembrano essere state le fonti d'ispirazione per il giovane filmaker.
Un film che ricostruisce un dramma attraverso un lugo flash forward che scopre già la natura dell'incidente scatenante per andarlo a ricomporre come un puzzle intimista e minimale.
Un film che seppur raccontando tanto e sfruttando alcuni cliche piuttosto abusati riesce comunque a risultare a tratti un thriller per alcuni aspetti (il momento in cui il poadre Marine esce di testa nella roulotte) anche se la base è quella del teen drama.
Jack e Mark e poi la new entry passano tra mille spinelli, risse in cui sono sempre loro a farne le spese, e infine la musica che qui ha un ruolo predominante per quanto non la sentiamo quasi mai ma e proprio lei a creare gli intenti su cui si sviluppano le azioni dei protagonisti.
La scena musicale poi è quella dei Mudhoney, dei Melvins e gli Screaming Trees dove però l'amore più grande del regista che aveva già appurato con il suo precedente corto e quello per i Nirvana (la scena in cui i ragazzi vengono a sapere che il loro leader si è suicidato). Tanto Kurt Cobain, soprattutto giovane e bisex, con proprio il personaggio di Mark che sembra essere un piccolo Kurt alle prime armi come poi lo diventerà proprio nel film di Van Sant, Michael Pitt.
Ha vinto, tra i tanti premi, quello della giuria al Sundance.

Bunny and the bull


Titolo: Bunny and the bull
Regia: Paul King
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Stephen Turnbull non esce dal proprio appartamento da mesi e vive all'interno di una routine protettiva ma asfissiante. Sconvolto costretto a cambiare il ritmo della sua vita vagando all'interno della propria mente per cercare le ragioni della propria alienazione. Ripercorre così, nel suo labrintico archivio mentale, il folle viaggio in Europa fatto con Bunny, il suo amico più caro interamente dipendente da sesso, alcol e gioco d'azzardo.

Bunny and the bull è sicuramente l'opera migliore di King contando le sue ultime commedie commerciali e poco ispirate. Qui invece il regista che ha scritto anche la sceneggiatura sembra essersi preso una pausa per far viaggiare i suoi trip mentali dandogli un nome, una storia e un ritmo.
Il risultato è notevole ma senza dover per forza fare paragoni con Gondry, più di tutti, e qualcosina di Gilliam o addirittura per le scene iniziali WILLARD IL PARANOICO.
Da un'unica location, la casa di lui da cui non può/vuole uscire, fino alle intuizioni legate al sogno e agli ospiti che entrano in casa sua senza voler più uscire fino alle continue cerniere che aprono porte e varchi da casa sua per immergersi in altri luoghi inesplorati dove lo stesso Stephen sembra riuscire ad adattarsi sono solo alcuni degli aspetti più onirici e divertenti del film.
Un film per certi versi riesce ad essere anche intimista, con un menage a trois, una bella storia d'amore, un protagonista nerd e forse un po sfigato che riesce nonostante tutto a raggiungere il suo obbiettivo e Bunny, il suo amico, che rappresenta l'eccesso in tutto e per tutto che con la sua mania di diventare torero andrà incontro ad un fatalismo annunciato.
Una commedia fresca, leggera ma profonda, che come sempre prevede l'inserimento di una donna come simbolo del cambiamento e dell'uscita da quella caverna dove Stephen sembrava essersi incatenato da solo per paura di far visita al mondo.

lunedì 10 settembre 2018

Blood tea and red string


Titolo: Blood tea and red string
Regia: Christiane Cegavske
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Gli aristocratici Topi Bianchi commissionano alle popolane Creature-che-vivono-sotto-la-Quercia la realizzazione della bambola dei loro sogni. Quando l'opera è completata le Creature si innamorano della bambola, rifiutandosi di consegnarla. I Topi decidono allora di optare per il rapimento: alle Creature toccherà così avventurarsi in un viaggio fantastico popolato di incontri alla ricerca della loro amata.

La fiaba per adulti firmata in stop-motion dalla regista di Portland ha richiesto qualcosa come 13-15 anni per vederla realizzata. Un'opera immensa permeata da un'atmosfera esoterica, una colonna sonora sconvolgente e con tante melodie che sembrano uscite da culti pagani sconosciuti.
Cegavske crea una sua personale e surreale giostra di personaggi zoomorfi, piante, fiori, e ovviamente una bellissima bambola da cui come per l'arrivo di una donna pura e immacolata si crea lo scontro in cui le creature che vivono sotto la terra non solo non vorranno più separarsene ma arriveranno a trattarla come una dea crocifiggendola alla quercia in cui abitano.
La storia narra della lotta, all’ombra della Grande Quercia, fra il dispotico topo bianco dagli occhi rossi e i sui sudditi, uno strano incrocio fra pipistrelli, corvi e scoiattoli, per il possesso della bambola creata da questi ultimi.
Una fiaba magica, simbolica e oscura priva di dialoghi che segna un altro passo importante nell'underground dell'animazione.
Come dicevo al di là dello stile è la colonna sonora a farla da padrona con la partitura musicale composta ed eseguita da Mark Growden che non solo accompagna questo inquietante e meraviglioso sogno animato ma lo fa dandogli ancora più risalto in moltissime scene madri.
Blood tea and red string dovrebbe costituire il primo capitolo di una trilogia ancora in corso d’opera, della quale per il momento esiste solo la seconda parte intitolata SEED IN THE SAND.
Christiane Cegavske possiede un immaginario decadente, carico di simbologie e archetipi ancestrali, che richiamano l’Alice di Lewis Carroll, Alan Moore, i racconti di Angela Carter, tanto Svankmajer e sono intrisi di un mondo fiabesco delicatamente inquietante, fatto di tassidermia, merletti e porcellane.
Le sue creature animate non possono non far pensare alle opere dell’imbalsamatore vittoriano Walter Potter, complessi diorami composti con tanti animaletti vestiti minuziosamente e sistemati in posa tra i banchi di scuola, attorno a un tavolo, o assiepati allo sposalizio di due gattini.
Un cult imperdibile per gli amanti del buon cinema.

Ava


Titolo: Ava
Regia: Léa Mysius
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Ava, tredici anni. Durante l’estate, in vacanza al mare, scopre che sta perdendo la vista sempre più rapidamente. La madre ha deciso che questa dovrà essere l’estate più bella della vita di sua figlia, ma Ava affronta il problema, la vita e l’estate a modo suo. Un giorno, Ava ruba un grosso cane nero a un ragazzo gitano…

Vincitore del Grand Prix della Giuria e del premio SACD alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2017, Ava segna l'esordio di Mysius dietro la macchina da presa portando di fatto l'ingresso nella settima arte di un artista molto eclettica, colorata e con una sua personalissima idea di cinema.
Un'opera densa e complessa ricca di sfaccettature e significati, metafore e interpretazioni, disegnando un ritratto realista dell'adolescenza e tutti i suoi numerosi problemi volando verso visioni oniriche (come il segno di lei abbastanza inquietante) senza mai distaccarsi troppo dalla realtà.
Con una protagonista semplicemnete fantastica, una venere d'argilla, la regista ci mostra il suo mondo quello intrappolato da una malattia che sembra rubarle quello sguardo sul mondo e sul futuro che lei ancora tredicenne vuole scoprire in questo viaggio d'iniziazione e soprattutto emancipazione dagli adulti (rapporto spesso di competizione con la madre, le forze dell'ordine da attaccare e i nudisti ricchi da derubare in spiaggia)
E allora è proprio dalla paura di una disgrazia imminente che Ava trova la forza per mettersi in viaggio con un insolito compagno che vive di espedienti e il suo cane nero che svolge un ruolo da mediatore famigliare tra i due giovani protagonisti.
Tra furti sulla spiaggia, matrimoni clandestini, scontri con la madre ancora in cerca di gigolò che la possano sorpendere, Ana è tutto, un'idea di cinema che va oltre la semplice narrazione e capace di saper narrare tante tappe con moltissime scene e monmenti originali ricchi di quella freschezza di chi ha dalla sua una miriade di idee da sviluppare. E poi i suoni, le musiche straordinarie capaci di farti mettere in pausa la pellicola e metterti a ballare intorno alla stanza "Sabali"di Amaduo & Mariam, una canzone capace rimane in testa e poi la scoperta della sessualità in modo molto dolce e innocente come spesso nei film di formazione i francesi sanno descrivere molto bene.


Caini


Titolo: Caini
Regia: Bogdan Mirica
Anno: 2016
Paese: Romania
Giudizio: 4/5

Il nonno di Roman è morto e il nipote ha ricevuto in eredità i suoi terreni in campagna. Vi si reca intenzionato a venderli e scopre che il nonno era a capo di una banda di criminali che hanno tutta l’intenzione e la determinazione necessarie per minacciarlo al fine di impedirgli la vendita.

Di solito quando si pensa al cinema d'autore rumeno i nomi soliti che si sentono sono quelli di almeno due grandi maestri e capaci di creare drammi molto forti come Sitaru e Mungiu.
In questo caso distaccandoci da un certo tipo di tematiche qui si entra nel cinema di genere dove Mirica dimostra di saper costruire molto bene un dramma spesso e sofferto con tanti elementi di corruzione squisitamente locali e la scelta di un cast convincente.
In più un grosso e funzionale lavoro e stato fatto nel costruire una fortissima tensione grazie alla quale la violenza dell’ambiente, queste location quasi desertiche da far sembrare la location una specie di western urbano dove ci sono anche i bifolchi, si fa sentire ancor prima di esplodere grazie ad un uso dello spazio che ne prefigura la pervasività.
Ci anticipa Mirica questa sua dote già nella sequenza iniziale in cui delle bolle d’aria in una palude conducono a una scoperta di un pezzo di corpo umano che vedrà una sorta di esplosione di fatti ed eventi dove tutti coloro che decidono di giocare non possono più uscire arrivando a pedere tutto. L'immagine iniziale di un giallo che viene a galla e quella finale nel dialogo tra il criminale e l'ispettore su quanto quest'ultimo abbia le mani legate, trovano un connubbio che porterà ad una chiusura abbastanza originale e che sembra far voler dire al regista che è ora di cambiare pagina per uno dei paesi più corrotti al mondo.

Black hollow cage


Titolo: Black hollow cage
Regia: Sadrac González-Perellón
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Alice ha un braccio cibernetico, un padre premuroso ed un cane parlante che chiama mamma. L'apparente tranquillità del menage domestico nella villetta postmoderna immersa tra i boschi dove vivono, viene improvvisamente turbata dalla presenza di tre estranei che si introducono in casa con l'inganno e da un misterioso monolite cubico che dispensa consigli sibillini.

I film di fantascienza non sono semplici da scrivere e da girare. Hanno ancor più bisogno di idee e di una buona capacità di realizzarle senza per forza dover ricorrere a budget faraonici o a effetti speciali molto costosi.
Il film spagnolo in questione è la prima grossa possibilità concessa al regista dopo un indie di una decina di anni fa. Ci sono tanti ingredienti in questo film: intelligenza artificiale, cubi ipertecnologici in mezzo ad una foresta, bracci bionici, case con una scenografia alla EX MACHINA, salti temporali, e altro ancora.
Un film che parte moplto bene rimamendo ancorato alle regole di fantascienza mentre dal secondo atto tende a virare per cercare un thriller quasi da stanza.
Con una divisione per capitoli, forse al di là del mix di ingredienti sembra proprio questo elemento a non trovare soprattutto nel finale, diciamo tutto il terzo atto e il climax finale, una coerenza che soddisfi il pubblico senza portarlo a domandarsi più di quanto dovrebbe.
Da un lato può essere una tecnica quella di lasciare il finale aperto, ma in questo caso forse alcuni elementi non sono stati combinati al meglio nella sceneggiatura trovando delle scelte discutibili per quanto comunque rimangano molto interessanti e particolarmente efferate.
Nonostamnte tutto il film è geometricamente perfetto e minimale nella sua elegante messa in scena dove è impossibile non soffermarsi sulle atmosfere molto inquietanti, dove all'interno della casa proprio questo eterno silenzio e la paura che qualcuno possa entrare spesso danno l'impressione di trovarsi di fronte ad un home invasion
Dal punto di vista tecnico funziona tutto molto bene, così come delle interpretazioni funzionali e la fotografia, accompagnata da una colonna sonora angosciante e da paesaggi e boschi completamente deserti per dare quel senso di pace ma anche solitudine (Alice a parte il cane/mamma e il papà non ha nessuno con cui giocare)
E poi il cane chiamato madre che parla con un particolare dispositivo che sembra l'anello di Re Salomone del 21°secolo è esilarante e originale.
Black hollow cage è un film molto interessante cion alcune anomalie ma nel totale rimane una grande prova tecnica, di interpretazioni e con una sceneggiatura da livellare ma che comunque rimane notevole.

Parasyte


Titolo: Parasyte
Regia: Takashi Yamazaki
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

La storia è incentrata su dei misteriosi parassiti alieni, che sono in grado di penetrare, attraverso il naso o le orecchie, nei cervelli delle persone, prendendo così il controllo del loro corpo. Il protagonista Shinichi Izumi riesce a sfuggire a questo destino, indossando delle cuffie nel momento in cui un parassita lo attacca. Il parassita, " Migi ", si stabilisce nella mano destra di Shinichi e i due formano un rapporto simbiotico con entrambe le loro personalità completamente intatte. Insieme, combattono contro altri parassiti che divorano gli esseri umani come cibo.

Il primo capitolo del film, basato su un fumetto di Hitoshi Iwaaki che ha venduto 11 milioni di copie, è stato presentato al 27° Tokyo International Film Festival
Che sorpresa vedere di nuovo Yamazaki tornare a fare del buon cinema con questa saga divisa in due capitoli davvero in grado di appassionare e divertire come non capitava da tempo.
Un dittico incredibile con degli ottimi effetti speciali, dei personaggi caratterizzati bene e questi parassiti che di fatto creano una galleria di personaggi, mutazioni e trasformsazioni ininterrotte.
Un film tutt'altro che banale nel cercare di inserire anche una certa ironia nel film, e l'umorismo nipponico in questo è difficile da digerire, ma in questo caso pur non avendo letto l'anime immagino che sarà diminuito ma nemmeno così tanto il tasso di sangue e violenza.
Di fatto il film inserisce fin dall'inizio una marcia in più con un ritmo che riesce a rimanere tale nonostante tutto l'arco della storia e arrivando dalla fine del primo film ha mostrare il volto del boss degli antagonisti interpretato in modo sublime dal grandissimo Tadanobu Asano.
A differenza però del capitolo successivo, part 1 dalla sua ha il merito di rimanere subito così incisivo un po grazie all'originalità della storia e di come si trasformerrano le specie viventi e dall'altro perchè avendo diversi intenti da raccontare non ha tempo di inserie quei dialoghi che nella part 2 rovinano e stonano in generale con l'intento narrativo ovvero svelare troppo attraverso anche una retorica che storpia alcune parti rendendole noiose o meglio sfruttando quella tipica logica da blockbuster americano che invece reguisti come Takashi Miike o Sion Sono non hanno bisogno di fare.
Resta un ritorno al cinema molto forte quello di Yamazaki con questi due film in grado di ritornare a quella dimensione che forse gli appartiene di più con il grande merito di fondere horror e grottesco in quella tipica forma e dimensione che è quasi solo orientale o meglio giapponese.



Parasyte 2


Titolo: Parasyte 2
Regia: Takashi Yamazaki
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Prosecuzione delle vicende di Shinichi Izumi, l'adolescente che deve condividere il suo corpo con un parassita alieno.

Il primo capitolo si concludeva mostrandoci il volto del boss nemico interpretato dal mefistotelico Tadanobu Asano. Il secondo capitolo come dicevo scrivendo sul primo, non è purtroppo esilarante e originale come il primo. Qui i personaggi li conosciano bene e fatta eccezione per qualche new entry il film sdogana più che altro la sua parte action e pirotecnica mostrando una galleria di creature pur sempre interessanti e non negando l'indubbia capacità del regista di poter firmare altri blockbuster in futuro a patto che come spesso succede per i registi nipponici, creda più nel pubblico in generale senza dover, come questo film fa, spiegare ogni singola azione con dialoghi e altri annessi che il cinema orientale di solito, e per fortuna, evita.
Gli effetti speciali a differenza del primo capitolo sono volutamente più esagerati dando maggior risalto alle scene di combattimento, gli inseguimenti, le esplosioni senza tuttavia rovinare nulla essendo utili a rafforzare il lato grottesco e a divertire in alcuni casi anche se meno rispetto al primo soprattutto nello scambio di battute tra il protagonista e il suo parassita.

lunedì 3 settembre 2018

U Turn


Titolo: U Turn
Regia: Pawan Kumar
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Dopo avere conosciuto un giovane poliziotto ed essere diventata la sospettata principale di uno strano omicidio, una giornalista si ritrova a dover investigare sul caso.

I thriller indiani che passano in sordina da noi sono davvero tanti e molti di essi sono prodotti molto validi con storie che spesso ci aiutano a capire le problematiche della styratificata e complessa società indiana. U Turn come tanti altri sfrutta l'impianto del poliziesco e del thriller dramma per regalare un'indagine mai scontata ma con una bella escalation di eventi che aumentano l'atmosfera e la suspance del film.
Spesso come per UGLY o TALVAR si parte sempre da episodi di cronaca abbastanza semplici come in questo caso o eventi strazianti come negli altri due film.
I protagonisti o la protagonista sono sempre portatori di una morale e dei valori più liberi e tolleranti rispetto alla cultura molto chiusa e rigida del resto del paese. Se poi come in questo caso la protagonista è una donna, non ancora sposata, che conduce una ricerca che diventerà spesso indagine, allora tutto il plot narrativo e la chiusura culturale della società porterà la protagonista a dover lottare contro il sistema per riuscire a dimostrare la sua innocenza. In questo caso a differenza di UGLY le forze dell'ordine non sono tutte corrotte o disoneste (in realtà qualcuno sempre si salva) ma cercano di comprendere il dramma e aiutare la protagonista a fermare gli omicidi del killer della curva a U, aiutata da una galleria di personaggi che non esclude gli "esclusi" come il vecchietto che segna i numeri di targa in cambio di 100 rupie.
In questo caso la pellicola non esplode mai in scene di violenza efferate ma punta tutto sul disegno che c'è dietro la bizzarra scelta di dover sfruttare un assurdità come quella dello spostamento dei mattoni per passare sull'altra corsia che come motore scatenante sembra quasi ridicolo mentre invece nasconde una sua importanza incredibile a cui addirittura una giornalista vuole montare su un servizio.


Blood Car


Titolo: Blood Car
Regia: Alex Orr
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Archie Andrews è un'insegnante di scuola materna vegana che acquista prodotti dal banco stradale vegetariano della Lorena. Sta sviluppando un motore che funziona con wheatgrass senza risultati finché non si taglia accidentalmente un dito e il sangue cade nel wheatgrass, che filtra nel motore e poi lo fa scappare.
Andrews mette alla prova la sua macchina e offre un passaggio a Denise, che gestisce un banco di carne ed è un rivale della Lorena. Dopo che Denise esprime un interesse per Archie (credendo di potersi permettere 30+ dollari a benzina), la guida a casa, ma rimane senza carburante. Archie si rivolge agli animali da caccia, ma non forniscono abbastanza sangue. Si rivolge a prede più grandi come i predatori e alla fine si sistema per qualsiasi vittima dopo aver ricostruito un motore del sangue più efficiente.
Il governo, che ha seguito i progressi di Archie, alla fine gli offre tutte le posizioni che desidera, a patto che possa creare più "Blood Cars" dopo che l'originale è stato distrutto, e la sua esistenza è stata cancellata. Archie è preoccupato da dove arriverà il carburante per le nuove macchine, e gli agenti federali gli promettono che arriverà da invalidi, criminali condannati e senzatetto. Archie è d'accordo. Le immagini dell'ascesa di Archie come Presidente vengono tagliate con gli agenti del governo che uccidono la Lorena, Denise, i suoi studenti dell'asilo e tutti quelli che lo hanno visto sviluppare la Macchina del Sangue.

Anarchica fino al midollo questa commedia grottesca leggermente weird e con un livello d'ironia e dei dialoghi molto sboccati.
Un indie di quelli sempre più sconosciuti oppure ospiti soltanto di festival a cui piace azzardare.
Ci sono tante cose che succedono nel caotico film di Orr a iniziare da una certa visione politica americana libertaria in cui ognuno può fare quello che vuole come costruire un motore dove la benzina è uno strano compost liquido fatto con la marijuana.
Il film diventa e prende tutto un altro aspetto quando si volta pagina verso CHRISTINE anche se qui la macchina a differenza del celebre film di Carpenter, ha bisogno di carburante avendo sostituito il sangue con la sostanza psicotropa e non è la macchina ad essere posseduta.
Tutto quindi diventa una carneficina in piena regola con Archie che ormai si è fatto prendere la mano dagli omicidi e il governo che prima di riprendersi l'auto deve ovviamente cancellare tutte le prove.
Un film che spesso ricicla e ripete alcuni momenti, riuscendo comunque sempre a travolgere lo spettatore con scelte e attimi di follia inaspettata tra schizzi di sangue, frattaglie, shock e impennate demenziali.
L'idea di partenza comunque rimane abbastanza originale "In un futuro non molto lontano, il costo della benzina è arrivato alle stelle, superando i quaranta dollari a gallone. Per far fronte a una crisi economica senza precedenti, il protagonista sta tentando di studiare nuove forme di combustibili per alimentare le macchine quando scopre casualmente che il sangue umano è l’unica alternativa valida alla benzina."

Mondomanila


Titolo: Mondomanila
Regia: Khavn de la cruz
Anno: 2012
Paese: Filippine
Giudizio: 4/5

Nato come racconto, premiato al Palanca Awards for Literature (importante premio letterario filippino), Mondomanila è il risultato di 9 anni di lavoro immersivo in cui Khavn ne ha realizzato per il cinema diverse versioni, prima come corto, poi come serie a episodi e infine come lungometraggio. Una commedia nera dai toni iperrealisti incentrata sulla figura di Tony de Guzman, un antieroe per cui la vita è corta, brutale e mai dalla tua parte. La sua filosofia è "prendi quello che puoi e quando puoi, godi e fotti il sistema". Nel brutale circo dei bassifondi, prostitute, yankee pedofili, casalinghe sole, tossici, e omosessuali, sono la sua unica famiglia.

Mondomanila è un trip andato a male.
Una galleria d'immagini abbastanza strazianti e di una ferocia e un nichilismo ai limiti estremi.
Il livello di degrado, di violenza, di sopravvissuti che cercando qualsiasi modo per drogarsi e sopravvivere mangiando topi in un ammasso di lamiere unito a tanti squardìci, mai belli, diventano la cartina di questa capitale in cui non sembrano esistere, almeno per i giovani, freni inibitori.
Il lavoro di De la Cruz avrà avuto sicuramente molti problemi, traversie produttive strane e molto lunghe e tutta una serie di nemici tra cui il governo filippino che dalle immagini sembra proprio fregarsene del destino degli abitanti della capitale.
Ragazzini che vogliono fare solo sesso avendo rapporti con animali e poi uccidendoli, nani che si prestano ad ogni tipo di cose, fratelli minori che per aiutare la mamma si prostituiscono dicendo che in realtà fanno massaggi e tossici degenerati che si danno al rap.
E'un calvario Mondomanila attraversandola sembra di trovarsi accanto una Sodoma un pò più moderna e globalizzata ma dall'altra parte è un grido disperato di aiuto contando che la maggior parte dei protagonisti sono poco più che ragazzini.
Il ritmo poi è scoppiettante, molto velocizzato e con frame sparsi presi un po ovunque con alcune qualità di girato non proprio pulite. Complice una colonna sonora disperata che sembra buttare tutto ancor di più nel caos.
"Non spero necessariamente che Mondomanila ispiri questa generazione, ma spero davvero che toccherà il prossimo. Sì, c’è la realtà presente, ma c’è sempre anche la speranza che questa realtà possa cambiare a un certo punto. Se tutto va bene, Mondomanila consentirà questo alle persone, perché fare affidamento sui leader non sempre funziona: a volte bisogna farlo da soli." (Khavn)