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giovedì 19 luglio 2018

Laissez bronzer les cadavres


Titolo: Laissez bronzer les cadavres
Regia: Hélène Cattet, Bruno Forzani
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

L'estate mediterranea: mare blu, sole cocente e... 250 kg di oro rubato da Rhino e la sua banda! Invitati da Luce, una pittrice cinquantenne, in un borgo remoto e abbandonato, riconoscono nel luogo idilliaco un nascondiglio perfetto. A mettere a rischio il loro piano arrivano due poliziotti: il paradisiaco luogo celeste si trasforma ben presto in un campo di battaglia raccapricciante.

E' vero che l'ultimo film della coppia sembra una costola maledetta di Antonioni girata sotto effetto di lsd, un deserto rosso fotografato dal protagonista di blow-up sotto funghetti.
Il risultato rimane come sempre a livello visivo e simbolico un film affascinante e caratterizzato da alcune scelte estetiche e lavori di fotografia che esaltano ancora di più il curriculum della coppia di registi francesi di cui invito a vedere tutti i loro precedenti film. La loro visione come sempre è articolata su esercizi spericolati di cinema sul tempo, dentro il tempo e fuori dal tempo.
Siamo di fronte a due pionieri del montaggio, dello studio minimale di ogni singolo frame, di una logica e una geometria delle immagini minuziosamente studiate una per una con la personale ricerca di espressione sperimentando con i limiti e le potenzialità del cinema di genere.
Rimane un film con un linguaggio personale e non proprio immediato per quanto riguarda il fluire della narrazione e rimane un lavoro che cerca ostentatamente, quando riuscendovi quando meno, un’idea di originalità o di eccentricità . Insomma un lavoro che come sempre non passa inosservato. Arriva la loro terza opera dopo due film molto belli e soprattutto confermando l'amore per il cinema di genere e il bisogno di sperimentarsi come in questo caso in una sorta di western psichedelico dove durante vari spezzoni con una musica che ricorda Morricone vediamo una venere legata e quasi crocifissa che viene presa a frustate da un gruppo di uomini prima di urinare sulle loro teste.
Sin da AMER eravamo di fronte a due outsider.
Quelli che prendono la settima arte e ne scrivono un loro alfabeto preciso composto da una magia potente e la forza primigenia delle cose elementali che fondano e scoprono con il loro gusto soggettivo e molto personale fatto di un amore smodato per il cinema.
Degli stregoni quasi. Un cinema maledetto ma soprattutto con alcuni rimandi esoterici fatta quasi esclusione per quest'ultimo film che è tratto da un romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid che in Italia è stato tradotto con il titolo Che i cadaveri si abbronzino.
Il loro terzo film è sicuramente il meno complesso e simbolico, il più digeribile e fuibile da parte di un pubblico medio non abituato a questo tipo di sperimentazione.



Ghostland


Titolo: Ghostland
Regia: Pascal Laugier
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

In seguito alla morte della zia, Pauline e le sue due figlie ereditano una casa. La prima sera, però, degli assassini penetrano nella residenza e Pauline è costretta a combattere per salvare le sue figlie. Dopo la notte da incubo che hanno vissuto, le due ragazze reagiscono in maniera diversa e le loro differenze di personalità si acuiscono. Mentre Beth diventa una scrittrice di letteratura horror, Vera cade vittima di una paranoia distruttiva. Sedici anni dopo quella notte, la famiglia si riunisce nella casa da cui Pauline e Vera non sono mai andate via. Strani eventi iniziano allora a susseguirsi.

Laugier è uno di quei pochi registi europei in grado di arrivare a valicare i miei limiti di tollerabilità in un film come è stato MARTYRS senza eguali nell'horror contemporaneo post 2000.
Certo ci sono stati anche altri film horror ma spesso cadevano nel ridicolo e nel patetico cercando e rivelandosi alla fine come deludenti torture-porn o schifezze che cercavano di sembrare degli snuff-movie e in cui la violenza gratuita, che non accetto, regnava sovrana.
Il merito più grande del regista francese è stato quello di mettere in scena una violenza reiterata e gratuita a danno delle sue giovani protagoniste in diversi film in maniera davvero scioccante e come non si era quasi mai vista.
Incident in a Ghost Lake, produzione franco-canadese, è sì bello ma non ha davvero niente a che vedere con MARTYRS. In più Laugier ha purtroppo sperimentato come in America le sue idee venissero semplicemente tradotte con A TALL MAN, un thriller-horror interessante ma debole per un talento come quello del regista.
Con l'ultimo film abbiamo però sempre quella natura incontaminata del ritrovarsi in un incubo senza soluzione e forse anche da questo elemento, a dispetto dell'orrore cosmico, che viene citato il grande Howard Phillips Lovecraft (che peraltro ad un certo punto si materializza dotato di mascellona) dove è palese che siamo davanti a qualcosa che ci stupirà senza però come dicevo cadere nella trappola della violenza sanguigna che non è mai appunto gratuita ma che riesce a fondersi con il mistero della trama, non sempre accattivante, rendendo impossibile l'esistenza di una fine senza l'altra.
Ancora una volta per le due protagoniste vengono varcati i limiti della realtà ma anche della tollerabilità umana e psicologica dovuti e legati alla tortura e ai danni che consegue seguendo le protagoniste negli oscuri meandri della mente e dei meccanismi di autodifesa.
Qualcuno ha identificato un nuovo sotto genere dell'horror per definire film come questi.
Vengono chiamati nerve-racking ovvero film snervanti allo stato puro.



El incidente


Titolo: El incidente
Regia: Isaac Ezban
Anno: 2014
Paese: Messico
Giudizio: 4/5

Due storie parallele hanno per protagonisti personaggi intrappolati in illogici spazi senza fine: due fratelli e un detective sono alle prese con una scala infinita mentre una famiglia deve fare i conti con una strada che non termina mai.

Interessante l'esordio indie e low budget del regista messicano Ezban. Fin da subito ci immergiamo in due storie, con un sunto finale, che seppur la seconda sia in un esterno hanno qualcosa di claustrofobico che come per i dialoghi assorbe i personaggi in un limbo senza scampo e facendoli "lottare" quasi sempre in spazi ristretti come può essere una scala di un edificio o l'interno di un auto. Scappi per poi tornare al punto di partenza.
Un monito che sembra per alcuni aspetti una delle costanti di una politica d'autore che attraverso lo sci-fi ingabbia i suoi protagonisti in scenari da incubo.
La regia è già precisa e si vede che con i mezzi a disposizione, il regista sa già quello che vuole, studiasndosi tutto alla perfezione scena per scena, inquadratura per inquadratura.
A livello tecnico il film è girato molto bene con gli stacchi al punto giusto, un buon montaggio che non annoia mai, una fotografia che riesce a mettere in luce i particolari che servono e alcuni piani sequenza importanti.
Una storia complessa che seppur scritta molto bene contiene alcuni piccoli errori da capire se fanno parte della scrittura o della realizzazione (come nella prima storia la confusione tra i piani da dove salgono e scendono i personaggi in particolare il poliziotto) ma che in fondo servono anche per far capire come sia difficile avere una visione a 360° di tutto ciò che si ha tra le mani.
Ezban si era fatto notare per uno dei corti mostruosi del bellissimo film corale a episodi MEXICO BARBARO.

Super


Titolo: Super
Regia: James Gunn
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Ordinario e mediamente vile, Frank si accende di rabbia non tanto quando la bellissima moglie di cui è innamorato lo pianta in asso, ma quando vede per chi è stato lasciato. Lo stile di vita lascivo e condito di droga ora condotto da quella che era la sua sposa è intollerabile per lo strisciante bigottismo di Frank il quale, seguendo le orme di The Holy Avenger (un supereroe cristiano che agisce per mano di Dio la cui serie tv Frank è solito guardare), si cuce un costume comincia a distribuire violenza a piene mani.

Super ha tratti sembrerebbe la classica commedia demenziale sui super eroi. Una parodia quasi per mettere in luce l'americano medio e confrontarlo con il resto della società.
Forse questo film messo in mano a chiunque avrebbe generato un filmetto dimenticabile dopo poco.
Gunn che ho conosciuto a ritroso partendo da TROMEO AND JULIET passando per l'universo Marvel e infine arrivando a SLITHER e questo suo piccolo gioiello fa parte di quegli outsider che Hollywood ama e disprezza allo stesso tempo perchè semplicemnte vogliono fare come gli pare.
La storia è delle più classiche della storia del cinema, un canovaccio da prendere erimodellare secondo un universo culturale pop fantastico come quello del regista, la solfa del già visto che però fin da subito ha qualcosa, vuoi nel montaggio, vuoi nella scrittura, in grado di essere da subito politicamente scorretto e diventando un vero concentrato di trovate divertentissime dove se ho riso di gusto, e non mi capita quasi mai, un perchè ci sarà.
Un cast che funziona sebbene tutti recitino uno stereotipo, qualcosa di telefonato e tagliato con l'accetta fatta eccezione per i due protagonisti e la loro caratterizzazione molto più complessa di quanto ci si possa aspettare. In più qua i colpi di scena sono potenti arrivano come schiaffoni in faccia rafforzando il plot e la trama arricchendola di momenti niente affatto scontati e uccisioni che arrivano implacabili quando nessuno se le aspetta.
Davvero un film molto bello, quasi anti hollywodiano nei carismi, indie a tutti gli effetti e con un regista che se è vero che ha lavorato poco quello che ha fatto finora è stato tutto molto bello.
Curioso che il cuginetto KICK ASS sia uscito lo stesso anno.


Bajo la rosa


Titolo: Bajo la rosa
Regia: Josue Ramos
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Oliver e Julia sono una coppia benestante che vive una vita agiata con i figli Alex e Sara. Una mattina, madre e figlia escono di casa di fretta: Julia è già in ritardo per il lavoro e decide di lasciare Sara a pochi passi da scuola. Al suo rientro a casa, scopre però che Sara non è mai entrata in classe. In preda alla disperazione, tutta la famiglia chiede l'aiuto della polizia ma per giorni nessun indizio si rivela utile. Tutto cambia quando una lettera misteriosa, scritta da qualcuno che sostiene di aver trattenuto Sara, propone di lasciarla andare a patto di poter parlare con i restanti tre componenti del nucleo familiare.

Ultimamente come ho già detto più volte soprattutto sui thriller europei la Spagna continua ad essere in prima linea assieme a pochissimi altri paesi.
I film prodotti e non distribuiti negli ultimi anni sono davvero tanti, numerosi registi diversi e idee nonchè tematiche slegate del tutto differenti.
In questo caso il dramma famigliare viene deflagrato sulla base di un segreto da confessare da parte di un mebro del nucleo (padre-madre-figlio).
Il kammerspiel da qui in avanti ci porta al tema del sacrificio e della confessione, i quali vengono messi in scena in maniera del tutto trasparente con una tecnica e un ritmo incredibile.
Ramos si trova a che fare con un indie in tutto e per tutto a partire dall'unica location e dall'uso centellinato dei mezzi, un cast di nomi abbastanza nuovi e una realizzazione che trova nel plot narrativo e soprattutto nei dialoghi la parte migliore senza contare che il vero dolore viene inferto quasi esclusivamente a suon di parole e sguardi.
Un film che punta tutto sull'atmosfera e sulla tensione senza cadere mai nel ridicolo e riuscendo a trasmettere una paura reale come se incidenti e situazioni di questo tipo non siano poi così distanti dalla realtà.
Come spesso capita vittime e carnefice possono scambiarsi le parti in una trappola che riuscirà a sferrare un buon colpo di scena in un climax inaspettato

Red Sparrow


Titolo: Red Sparrow
Regia: Francis Lawrence
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dominika Egorova è la prima ballerina del Bolshoi e la figlia di una donna sola e ammalata, di cui si prende cura con affetto e devozione. Quando un brutto incidente pone bruscamente fine alla sua carriera sulle punte, minacciando la sussistenza economica della madre, Dominika accetta la proposta dello zio Vanja, potente vicedirettore del SVR, di servire il governo di Mosca divenendo una Sparrow: un'agente pronta a tutto, un'arma di seduzione letale. Dentro di sé, però, la ragazza disprezza i metodi del governo e coltiva un piano segreto.

Red Sparrow è un noiosissimo film molto lungo di spionaggio ambientato in Russia con un cast americano. Un film fatto e confezionato per far vedere quanto è bella e di ghiaccio Jennifer Lawrence. Quando il regista di una saga ridicola come HUNGER GAMES decide visto che è innamorato della sua musa di buttarsi su del materiale che non sa assolutamente come gestire il risultato non può che essere uno solo: imbarazzante.
L'imbarazzo di avere un budget faraonico e non saperlo gestire con attori del calibro di Schoenaerts e Irons, ambienti maestosi, regali ma in pratica fumosi vista l'inutilità dello sfoggio fine a se stesso e snaturato dalla bellezza che in fondo si dovrebbe provare a guardare alcuni teatri e alcuni palazzi sovietici e infine le eroine che cercano di ribaltare i potenti e il sistema con doppi giochi che alla fine non tornano e scelte nonchè buchi di sceneggiatura che ad un tratto rischiano di farti perdere quel poco di dignitoso che il film grazie ad alcuni attori cercava di ottenere.
I tempi dilatati cercano di essere smorzati da un nudo della protagonista dove guardando in faccia il carnefice che ha cercato di violentarla sotto la doccia lo provoca dicendogli:
"Vediamo se hai il coraggio di scoparmi guardandomi in faccia?" il tipo non riesce e questo è per certi versi il film di Lawrence..un regista che ama la sua musa ma sul più bello fa cilecca

Loveless


Titolo: Loveless
Regia: Kathryn Bigalow
Anno: 1981
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Vance è un giovane biker che ha dato appuntamento ai suoi amici (quasi tutti ladri di automezzi) per mettere a punto le moto prima di raggiungere la Florida dove si tengono le annuali gare. Il luogo dell'incontro è una cittadina in cui, mentre gli altri si dedicano alle messe a punto, Vance incontra una ragazzina, Debbie. La giovane gli racconta del padre violento che l'ha deturpata (e violentata) e ha spinto la madre al suicidio. Mentre i due sono a letto in un motel il genitore arriva e porta via con sé Debbie. L'uomo vuole sterminare i bikers e li raggiunge nel bar in cui si radunano. Debbie non resterà a guardare

L'esordio della Bigelow lascia già ben sperare sul successo di questa importante regista.
Un film lento e minimale che mette a fuoco la bellezza androgina e il talento già collaudato di Willem Dafoe in una prova attoriale quasi spaventosa per quanto si afferma in quanto leader del gruppo dei bikers e maschera importante per il cinema d'autore e commerciale.
Come in EASY RIDER del '69, i bikers sono sempre stati antipatici, visti come belli e maledetti, antagonisti dell'ordine e della disciplina e in quanto tali da cercare di punire semplicemente perchè diversi.
Questo tema di fatto costituisce l'anima di un film che seppur bellissimo e con una fotografia che riesce a dare anima e risalto ad ogni ambiente e primo piano, risente un po a livello di scrittura con una storia che come dicevo, fatica a ingranare prendendosi tutto il suo tempo per farci vedere lo sguardo e l'indole granitica di Vance o scoprire da chi è abitata la cittadina dove i bikers fanno la loro sosta.
Con un finale delirante che ricorda tanto Lynch e tanta altra roba, lasciando davvero di stucco dopo la calma e lo stile narrativo costituito di quadri, il finale impazza come non fa durante tutto il film con un'azione che in poche scene porta a sconvolgimenti importanti e soprattutto ad un climax come quello della drammatica storia di Debbie che si fa fatica a scrollarsi di dosso.
Quella fotografata è un'America fifties decadente, abitata da angeli ribelli che paiono usciti da tanti film e uno stile che almeno in questa prima opera sviluppa e concentra un'attenzione quasi maniacale per dettagli e colori e una costruzione ricercata dell'inquadratura in cui le immagini contano più dei dialoghi

Malarazza


Titolo: Malarazza
Regia: Giovanni Virgilio
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso Caruso è un pregiudicato figlio di Tonino detto Malarazza, potente boss del quartiere. Tommaso ha ereditato il soprannome del padre ma non si è rivelato all'altezza della sua fama criminale, e ora passa il tempo a ubriacarsi e a giocare a carte, scaricando la propria frustrazione e brama di potere sulla moglie Rosaria e sul figlio, che porta il nome del celebre nonno. Quando Rosaria non riesce più a sopportare le botte e gli insulti del marito e scappa di casa insieme al figlio, Tommaso chiede alla comunità criminale di ostracizzare la donna e di punire il fratello di lei, Franco, transessuale dedito alla prostituzione. Si innesca così una spirale di violenza che non può avere altro che conseguenze tragiche.

Come dicevo in un'altra recensione, c'è tanto cinema italiano di buona fattura uscito negli ultimi anni. Il fatto che la maggior parte del pubblico non lo conosca e un problema distributivo, nel senso che è troppo rischioso proiettarli nei cinema con la paura che non incassino.
Quindi le alternative sono i festival oppure aspettare che escano in dvd oppure lo streaming.
Malarazza affronta di nuovo, come tanti giovani registi soprattutto esordienti cercano di fare, il tema delle aree urbane degradate del Sud completamente abbandonate a se stesse dallo Stato e dalla legge, zone franche in cui lo spaccio avviene alla luce del sole e la gente è stanca di "aspettare che ci salvi qualcuno".
Tematica di fuoco, dove le vicende e i personaggi sono fondamentali per la riuscita del film.
Uno schema corale dove di fatto ognuno segue la sua strada come ci è capitato di recente di vedere in diversi film che trattano tematiche legate alla criminalità organizzata (le serie su tutte proprio per delineare questo tratto peculiare dei personaggi) dove il senso della comunità civile funziona solo per certi aspetti e bisogni e dove prevale di fatto l'omertà di stampo mafioso.
"Malarazza" vuol dire tante cose tra cui il destino disgraziato di molti giovani del sud che hanno ben poche alternative al crimine dal quale sono circondati.
Alla sua terza opera Virgilio cerca di portare il suo film più maturo, sicuramente migliore rispetto ai precedenti e con una visione più ampia dei temi e della gestione dei personaggi.
Ennesimo indie che da sicuramente coraggio al regista nell'affrontare le miserie della sua città senza glorificarne i criminali.
Una visione e una politica di cinema da tenere d'occhio

sabato 14 luglio 2018

Loro1


Titolo: Loro1
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Faccendieri ambiziosi e imprenditori rampanti, cortigiane - vergini per niente candide che si offrono al drago, addestrate da molti anni di pubblicità sessiste e trasmissioni strillate - politici corrotti, giullari, acrobate: è il circo che sta intorno a Silvio Berlusconi, nella "rielaborazione e reinterpretazione a fini artistici" messa in scena da Paolo Sorrentino.

Da anni Sorrentino racconta il suo visionario e particolarissimo circo mediatico.
Dopo Andreotti e un papa fuori dall'ordinario tocca all'emblema della politica italiana
Loro però appunto dal titolo racconta tutti gli attori che nel circo pur non essendo i veri protagonisti servono per dare lustro e pubblicità al loro signore
Loro sono quelli che contano, dice Morra, senza rendersi conto che pure lui, e da un bel po’, è uno di loro. Loro sono quelli rispetto ai quali non ci si dà nemmeno il disturbo di pronunciarne i nomi, almeno in questo primo pezzo, quasi si fosse a rischio di contagio.
La maschera che entra in scena di Servillo dopo quasi un'ora è quella di un cartone animato.
Perfetta, iconica, plasmata come forse la maschera più bella finora indossata dall'attore
Loro1 potrebbe anche essere riassunto così: orge e cocaina
Il problema grosso con cui Sorrentino ormai non sembra avere nemmeno più la necessità di confrontarsi è quello dell'intreccio e della soluzione (una critica aperta anche ad un altro grande regista come Malick) che in questo capitolo come nel successivo diventa l'arma a doppio taglio.
Una galleria di immagini davvero molto belle, con un cast tutto sommato convincente (a parte Servillo tutti gli altri sono comparse) senza contare le musiche e la fotografia che riesce a mettere e dare risalto a qualsiasi particolare inquadrato nella scena
Un film per immagini, visivo come spesso viene vista la settima arte, ma che a mio avviso poteva cercare senza poi sbilanciarsi molto di dare anche un'altra visione di questo grande personaggio mediatico che ha saputo trasformare un paese a sua immagine e somiglianza
Era giusto che Re Mida alla fine diventasse una delle scelte con cui il nostro buon Sorrentino non poteva non confrontarsi


Looking Glass


Titolo: Looking Glass
Regia: Tim Hunter
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una coppia acquista un motel in un deserto. Nell'edificio c'è una stanza segreta che permette di vedere cosa succede nella camera più richiesta. Finchè ci scappa il morto.

Un bel film di fantascienza potrebbe essere quello di capire come mai Nicolas Cage giri una media di un film al mese. E' ancora messo così male? I suoi creditori sono come la setta di Scientology?
Ecco secondo me questo sarebbe un tema interessante da trattare..un road movie con Cage inseguito dai suoi creditori..
Mi chiedo. Ma come deve essere per un regista lavorare con Nicolas Cage? Ne ha di tempo o mentre l'attore legge il copione sta già trattando con il manager per conoscere la trama del successivo film?
Looking Glass aveva secondo me dei buoni spunti di partenza soprattutto nel soggetto.
Il problema del film è che parte malissimo, quasi tutte le azioni dei protagonisti hanno un non sense di base che le muove, non so bene se per cercare di renderli alternativi o particolarmente bizzarri ma il risultato è tremendo.
Cage – al settimo film in 12 mesi – pare non aver ritenuto che il materiale offertogli da Looking Glass valesse abbastanza da tentare di salvarlo con una delle sue ormai leggendarie performance sopra le righe da B-Movie.
Hunter ha diretto quasi solo episodi di serie tv o televisione per lo più e la parte tecnica a volte leggeremente amatoriale si vede così come la fotografia che poteva dare più risalto in alcune scene o illuminare di più alcuni particolari importanti dalmomento che il filmpunta motlo sulle diverse cromature a seconda della location e alcuni particolari della trama.
Invece per cercare di dare un po di ritmo si preferisce puntare su scene lesbo girate pure male e alcune scene d'effetto che ormai fanno solo più sbadigliare
Peccato perchè nel mare di film inguardabili con Cage, nuovo filone cinematografico vista la quantità a dispetto della qualità, questo sci-fi poteva davvero dare qualcosa di interessante

Ladies First


Titolo: Ladies First
Regia: Uraaz Bahl
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 4/5

Nata nel villaggio di Ratu, in India, tra povertà e pochi diritti per le donne, Deepika Kumari a 18 anni è diventata l'arciere donna migliore del mondo.

Emozionante. Davvero in 40' Bahl riesce a cogliere i passaggi fondamentali di questa storia che come per altre spesso nel contesto indiano sa di miracolo.
Il miracolo però non sta nella fortuna ma nella continua lotta per voler a tutti i costi ottenere qualcosa per se stessi e perchè dia per la protgonista una ragione di vita. Che siano uomini o donne, spesso gli emarginati nei paesi del terzo mondo, devono tirare fuori una forza d'animo che dovrebbe scuotere tutte le nostre fragilità e capire che si può ottenere quello che si vuole lottando dal basso con gli strumenti che si hanno grazie ad una profonda forza d'animo.
Deepika racconta un'altra lotta con cui lei si è vista chiudere quasi ogni porta per poi raggiungere i fasti in quello che è un documentario sportivo e anche biografico molto bello dove anche la tematica del tiro con l'arco è originale e poco vissuta nel cinema come nei documentari.

Totem


Titolo: Totem
Regia: Marcel Sarmiento
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo la morte in circostanze sospette della moglie, James sta faticosamente ricostruendo la sua vita insieme alla nuova compagna Robin, che decide di accogliere a vivere in casa sua insieme alle figlie Kellie e Abby. Con l’arrivo della donna nell’abitazione, l’unità familiare comincia a essere messa alla prova non soltanto dalla diffidenza di Kellie verso colei che ritiene una sostituta non all’altezza della madre, ma anche dall’insorgere di inquietanti fenomeni paranormali diretti verso la piccola di casa Abby, che a sua volta sembra in contatto con una sorta di entità spirituale.

Ormai senza guizzi di sceneggiatura e un minimo di capacità di scrittura il risultato sembra ormai scontato.
Il dramma familiare unito alla ghost story sono solo alcuni dei temi più sfruttati dalla lobby del cinema commerciale americano horror. Troppi prodotti con il risultato che i clichè e gli stereotipi fanno da protagonisti a dispetto di personaggi piatti e delle storie lacunose.
Ridicolo e scontato questo film di tal Sarmiento che dovrebbe guardarsi tanti horror per capire come dirigere e anche in questo caso come giocare meglio sui colpi di scena, dosare la suspance, etc.
In realtà la domanda più grossa del film credo che sia ancora motivo di mistero per la troupe e soprattutto per Evan Dickson che oltre ad essere lo sceneggiatore e anche uno degli attori. In più tutto il tema legato all'accettazione da parte delle due protagoniste della compagna di papà, anche se sembra proprio l'anima irrequieta della defunta moglie a non accettare la nuova arrivata, poteva essere curato di più con qualche caratterizzazione che non sembrasse così stereotipata.
L'idea che mi sono fatto visto questo pasticcio legato alla scrittura è quello che Dickson voleva forse omaggiare qualche tematica legata ai j-horror giapponesi visto che il tema sembra ricordarli molto.
Il risultato però è davvero pessimo..


domenica 24 giugno 2018

Lazzaro Felice


Titolo: Lazzaro Felice
Regia: Alice Rohrwacher
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La Marchesa Alfonsina de Luna possiede una piantagione di tabacco e 54 schiavi che la coltivano senza ricevere altro in cambio che la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni in catapecchie fatiscenti, senza nemmeno le lampadine perchè a loro deve bastare la luce della luna. In mezzo a quella piccola comunità contadina si muove Lazzaro, un ragazzo che non sa neppure di chi è figlio ma che è comunque grato di stare al mondo, e svolge i suoi inesauribili compiti con la generosità di chi è nato profondamente buono. Ma qual è il posto, e il ruolo, della bontà fra gli uomini?

Quest'anno sono diversi i film italiani che meritano di essere visti al cinema.
Diversi narrativamente e con delle storie e delle situazioni toccanti e molto particolari.
Lazzaro Felice forse sarebbe piaciuto a Fellini almeno nella prima parte così come a Scola e forse anche a Pasolini.
E'un film raro e antico, figlio di atmosfere ormai in disuso nel nostro cinema ma non per questo minori, anzi. L'ultimo film della Rohrwacher ci porta fin da subito in un passato che poi tanto passato non è, trovando una metafora o una comparazione con alcune realtà ancora vive nel nostro paese mica da ridere.
Certo gli "schiavi"come sono ritratti i contadini, umili e misericordiosi, è una di quelle realtà che nel 2018 non dovrebbe più esistere (sarà davvero così) ma qui la pretesa che li tiene tutti ancorati alla marchesa è il tipico pretesto che il borghese adotta con coloro che non stanno a chiedersi grosse domande, vivendo sereni la giornata e cercando di sopravvivere tutti assieme felici e in questa grossa cascina che sembra per alcuni aspetti una comunità.
Un film umile come il suo protagonista che nei cambi temporali dimostra di non aver sempre quel ritmo e quel mordente che dimostra di saper fare molto bene in tutto il primo e parte del secondo atto. Ci riesce ma in maniera a volte macchinosa, mettendo in scena alcuni momenti che ho trovato sinceramente fuori luogo come la scena girata a Torino, ai giorni nostri, nella banca dove Lazzaro rischia di essere martirizzato dalla folla.
Il terzo film della giovane cineasta è un film che ho trovato molto spirituale capace di scatenarmi emozioni e sentimenti. Questo è il cinema che più mi piace. Qualcosa che non mi lascia indifferente. Lazzaro felice ci è riuscito.

Hurricane Heist


Titolo: Hurricane Heist
Regia: Rob Cohen
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Venticinque anni dopo la morte del padre, vittima di uno dei tornado cui aveva sempre dato la caccia, Will è un meteorologo del Governo impegnato a studiare Tammy: un uragano in arrivo sull'Alabama che si preannuncia essere il più violento nella storia degli Stati Uniti. Mentre gli abitanti cominciano ad evacuare la zona, Will, suo fratello Breeze e la determinata agente del Tesoro Casey si ritrovano soli in mezzo alla furia dell'uragano e, allo stesso tempo, alle prese con un gruppo di rapinatori che vuole approfittare dell'imminente catastrofe per compiere il colpo del secolo: una rapina da 600 milioni di dollari alla Zecca dello Stato.

A volte mi avvicino ai thriller per motivi futili sapendo già che non mi troverò di fronte a chissà che storia. Proprio il soggetto in questo caso è l'elemento già pre masticato che abbiamo visto almeno una ventina di volte in altri ibridi.
Gli americani del resto, rispetto agli europei, dovendo far uscire migliaia di film in più spesso prendono questa strada che loro chiamano scorciatoia. I risultati però in termini narrativi si vedono subito. L'ultima prova che un cinefilo a volte svolge, potendosi disinteressare dalla sceneggiatura che è telefonata come poche, è quello di trovare somiglianze con altri film. In questo caso su tutti HARD RAIN, in cui per farla breve qui vengono infilati gli stessi tre ingredienti: c’è la rapina, il buddy cop e pure il disaster movie (ecco l'ultimo lì era una tempesta, qui invece uragani)
Ora Rob Cohen lo sappiamo tutti non è bravo come il fratello. Il mestiere come tecnico di certo non gli manca e infatti negli ultimi vent'anni ha firmato moltissimi blockuster anche se tra i peggiori.
Negli anni Ottanta ha prodotto roba come LE STREGHE DI EASTWICK, L'IMPALACABILE, SCUOLA DI MOSTRI e fin qui ci siamo eccome sono dei signor film, mentre nei novanta ha deciso che era giunto il momento di passare a dirigere fantasy come DRAGONHEART prima di arrivare a grattare il fondo con i film più tamarri mai visti FAST & FURIOUS e XXX
La sua parola d'ordine è intrattenimento. In questo caso appunto sembra rispondere al meglio alla domanda di partenza e per l'appunto Hurricane è sicuramente meglio dei suoi ultimi lavori se non altro perchè non cerca quel filone teen che rischia di intrappolarlo in un limbo.
Il problema grosso dell'ultimo film di Cohen jr è quello di aver messo troppa carne al fuoco, di non aver saputo sfruttare al meglio un buon cast anche se sono nomi che i più non conosceranno e lasciando più domande che risposte su tutte le sotto trame che il film sembra apriire ma poi forse aspetta che sia l'uragano a chiuderle.

Ligne Noir


Titolo: Ligne Noir
Regia: Mark Olexa, Francesca Scalisi
Anno: 2017
Paese: Svizzera
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 4/5

Una donna pesca in acque torbide, una natura sofferente, il canto spezzato del muezzin. Tutto si collega attraverso una sottile linea nera.

Ligne Noir segue la monotona quotidianità di una donna indiana che per sopravvivere è costretta a cercare in un mezzo a un fiume dalle acque torbide, qualsiasi cosa che possa essere rivenduto affinchè non muoia di fame (non sappiamo se ha marito o figli ma come spesso capita è molto probabile di sì). Attraverso delle belle carrellate seguiamo il suo pellegrinaggio in mezzo alle acque senza minimamente pensare ai rischi e ai pericoli di cosa può trovarsi sott'acqua e del pericolo di inquinamento e tossicità soprattutto dal momento che l'acqua è nera e quindi l'elemento i suspance è già dato dal fatto che nessuno sa cosa c'è lì sotto.
Un altro dramma quotidiano che dovrebbe farci riflettere sempre sul nostro modello economico e ancora una volta sottolinea l'impressionante povertà che abbraccia questo straordinario paese.

Terraform


Titolo: Terraform
Regia: Sil Van Der Woerd e Jorik Dozy
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

Le difficoltà e i sacrifici che i minatori di zolfo di KawahIjen in Indonesia devono affrontare quotidianamente per provvedere alle loro famiglie.

Pur essendo per lo più un lavoro di fotografia che sembra uscito da IL SALE DELLA TERRA fotografato da Mallick, il lavoro della coppia di registi inglesi, grazie ad un budget stratoferico, hanno davvero fotografato qualcosa di unico.
Il sacrificio di un padre che pur di far sopravvivere la famiglia, rischia ogni giorno la sua vita in un ambiente che ha dell'incredibile.
Cosa davvero lascia basiti? Che nonostante si sappia, nonostante sia stata denunciata tale schiavitù ( e parlo soprattutto per le condizioni di lavoro) questa realtà continui ad esistere.



Yaban


Titolo: Yaban
Regia: Volkan Budak
Anno: 2017
Paese: Turchia
Festival: Cinemabiente 21°
Giudizio: 3/5

Uomini e animali del delta del fiume Kızıl in Turchia: le contraddizioni tra cultura e natura.

Portare al mascolo una mandria di buoi può non essere così facile e tutta la rete che sta dietro e il duro, lento e stancante lavoro sembra suggerirci che è una pratica antichissima (famigliare pure) che abbraccia diversi target d'età ognuno con un preciso compito.
Immagini con campi lunghissimi e primi piani per un branco di persone che sembrano quasi vergognarsi quando la telecamera si accorge di loro.
Il rapporto tra natura, gregge e uomo che arriva dritto dritto dalle sterminate pianure e dove questo gruppo di uomini a cavallo con le loro regole sembra farci tornare indietro nel tempo.


giovedì 7 giugno 2018

Fire and Ice


Titolo: Fire and Ice
Regia: Ralph Bakshi
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Durante l'era glaciale, lotta selvaggia fra due tribù del Nord. Una principessa sta per essere violentata e uccisa, ma un gigantesco guerriero la salva

Fire and Ice è un film d'animazione indipendente e decisamente importante. Il suo peso è rilevante per più motivi. Il primo è che in quegli anni stava esplodendo letteralmente il fantasy di cui questo film ne è una costola importante per l'universo che crea, per il dualismo tra bene e male, fuoco e ghiaccio, perchè di lì a poco il fantasy sarebbe sdoganato dai mass media diventando molto più commerciale e industriale rispetto a queste opere incredibili.
Il perchè si riconduce subito alle tecniche utilizzate di cui il suo regista Bakshi è stato cantore e martire ineguagliato, e che con l’acidissimo SIGNORE DEGLI ANELLI e il meraviglioso AMERICAN POP ha tracciato una linea di stato dell’arte della faccenda con la quale però ha anche minato la sua carriera a causa dei costi esorbitanti non corrisposti da incassi altrettanto alti.
Una di quelle residue figure d’arte, autoriali e visionarie in un cinema d’animazione che stava semplicemente morendo sotto il botteghino Disney, schiavo del peggior buonismo.
Sensa contare poi la tecnica proprio del rotoscopio che consiste nel ridisegnare un cartone animato fotogramma per fotogramma sopra ad un girato con attori e ambientazione veri; una tecnica dispendiosa perché raddoppia le manodopera e i passaggi ma che permette momenti e soluzioni superbi per l’animazione, per quanto a volte strani.
Inoltre non bisogna dimenticare l'apporto di Franzetta che assieme a Bakshi ha rivoluzionato anche lo stile di come inserire la fotografia all'interno di questa incredibile tecnica cinematografica.

Desierto


Titolo: Desierto
Regia: Jonas Cuaron
Anno: Messico
Paese: 2015
Giudizio: 3/5

Moises viaggia con un gruppo di immigrati attraverso l'infernale deserto di Sonora nel tentativo di attraversare il confine con gli Stati Uniti quando improvvisamente si imbatte in Sam, un vigilante squilibrato che detta legge alla frontiera. Inizia così una caccia, durante la quale Moises dovrà cercare di vincere in astuzia il suo rivale per sopravvivere e non diventare l'ennesima vittima di una terra abbandonata da tutti.

Nel 2014 è uscito un film per alcuni aspetti simile. Si chiama BEYOND THE REACH, americano, c'era Michael Douglas ha fare il cecchino, era pure lui ambientato nel deserto ma la trama era diversa meno politicamente e socialmente interessante del film del figlio del celebre regista.
Qui i confini sono fatti apposta per dividere e provocare tensioni, scontri e morti in una fascia desertica dove non solo non cresce nulla ma anche i confini sembrano labili senza nessuno a pattugliare ma lasciando mercenari liberi di fare ciò che vogliono.
In questo senso l'elemento più incredibile del film è proprio dato dal fatto che questa gente potrebbe morire e nessuno mai lo verrebbe a sapere dando così un'occasione ghiotta a tutti gli psicopatici (di cui l'America ne è piena).
Molto meglio dunque rispetto al film di Leonetti, qui l'intento e l'idea seppur abbastanza elementare e con alcuni copi di scena abbastanza telefonati (pensando soprattutto al finale) il ritmo è formidabile, il cast è perfetto, e l'ansia e l'atmosfera da incubo sotto un sole famelico fanno tutto il resto.
Un film anche questo senza una distribuzione ma passato direttamente in home video.

Doctor


Titolo: Doctor
Regia: Yavuz Ucer
Anno: 2017
Paese: Turchia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 4/5

La storia di Beşir e dei suoi sogni spezzati dalla brutalità della guerra a causa della quale è costretto, insieme alla sua famiglia, a fuggire dalla Siria e raggiungere la Turchia. La vita ricomincia a fatica, alla ricerca di una nuova identità.

Besir raccoglie i cartoni per guadagnare denaro e poter raggiungere il resto della sua famiglia in Turchia. Ciò che lo spaventa è l'esame del Dna che se non corrisponde sigla definitivamente la perdita della sua identità culturale.
Mentre racconta la sua vita e la sua quotidianità lo osserviamo da dietro questo carretto costruito a modi baracchetta dove con un bastone di ferro aggancia i cartoni dai cassonetti infilandoli nel sacco.
Quando finisce il suo lavoro stanco e affaticato, Besir si concede un riposo guardando il mare, lasciando le preoccupazioni da un'altra parte, ascoltando le onde e sorridendo quando il regista gli chiede quale sia il suo sogno.