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domenica 27 ottobre 2019

Fratelli d'Italia



Titolo: Fratelli d'Italia
Regia: Claudio Giovannesi
Anno: 2009
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Uno sguardo alle vite di tre adolescenti di famiglie immigrate in Italia che frequentano un istituto tecnico di Ostia.

Come ti ambienti a Ostia quando sei cresciuto in un paese culturalmente molto diverso da quello d'origine. Tre storie diverse tutte di seconda generazione, dove ormai l'accento romano è sdoganato. La prima se vogliamo è quella che ha più elementi e spunti su cui riflettere. Tra i tanti ambienti ripresi, non solo uno, ma tutta la quotidianità che passa per le istituzioni, la casa, la strada, i ristoranti e le discoteche. Il lavoro è stato reso possibile sicuramente dagli ottimi rapporti che c'erano tra maestranze e i giovani coinvolti nel progetto tutti molto empatici e senza difficoltà a stare davanti alla telecamera, anzi.
La scuola nel rapporto con i compagni e soprattutto nella prima storia con l'insegnante, è quello che ha un valore pedagogico più importante perchè attraverso lo scontro tra docente e alunno capiamo subito un sacco di elementi e il distacco iniziale tra i due porta ad un rapporto di fiducia anche se a volte in maniera troppo banale e telefonata.
Fratelli d'Italia, che pensavo parlasse dei giovani fascisti, ha però degli evidenti limiti se non vogliamo chiamarli problemi. C'è qualcosa in quella quotidianità che emerge dai vissuti dei ragazzi e come si comportano che lascia intendere come il fatto di sentirsi delle star gli abbia sicuramente influenzati nella naturalezza dei gesti mentre dall'altro se il film voleva documentare efficacemente i problemi dell'integrazione e del retaggio culturale dei giovani che vivono, il forte dissidio di trovarsi accentrati fra due culture di fronte al quale reagiscono con la paura o con un atteggiamento ribelle, il risultato è un altro, filmando invece dei ragazzi che dal punto di vista dell'integrazione non hanno problemi, se non con i genitori che chi per la scuola, chi per i valori religiosi si oppongono a questa condotta, trovando nell'ambiente esterno altri collanti sociali.


lunedì 7 ottobre 2019

Lord of Chaos

Titolo: Lord of Chaos
Regia: Jonas Åkerlund
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il diciassettenne Euronymous è determinato a sfuggire all'educazione tradizionale nella Oslo degli anni ottanta. Ossessionato dal voler creare la vera musica norvegese black metal, con la sua band Mayhem, crea un fenomeno utilizzando acrobazie scioccanti che attirano l'attenzione sulla band. Ma, come i confini tra sogno e realtà iniziano a confondersi, cominciano incendi dolosi, violenza e un omicidio che scuoteranno profondamente la nazione.

Lord of Chaos è un'opera pretenziosa che vorrebbe dire e fare e mostrare tante cose, forse troppe finendo, come tante opere simili, con il mischiare tutto in enorme bolla che esplode nel finale nella maniera più telefonata possibile.
E'quasi inopportuno definirlo un brutto film, perchè la regia nella messa in scena è solida con il compito di coinvolgere lo spettatore ma soprattutto scioccarlo, elemento sempre più difficile, soprattutto quando viene spiattellato in faccia allo spettatore ogni possibile scena di crudeltà che non riesce mai ad essere pienamente credibile eccetto forse il suicidio del cantante nel primo atto.
Omicidi, suicidi, automutilazioni, culto del diavolo, atti di cannibalismo, chiese incendiate, omicidi di omosessuali, sesso a profusione, accoltellamenti, neo-nazisti, rese dei conti, ritorno alla normalità dopo aver conosciuto l'altro sesso, il metal come forma di ribellione e diversità e infine la Norvegia che rimarrà pure un paradiso naturale, ma dove il tasso di suicidi con i paesi limitrofi è sempre tra i più alti al mondo.
Documentario, mockumentary, dramma, storia di competizione tra tardo adolescenti, ci sono troppi ingredienti nel film, alcuni decisamente riusciti e ottimi da digerire, altri invece sanno di esercizio di stile, di esagerazione fine a se stessa per diventare una sorta di cult negli amanti del metal. Alla fine la risposta è che Lord of Chaos è un film di finzione dove Akerlung prova a mettercela davvero tutta con la sua opera prima e avendo avuto modo di mettersi alla prova con videoclip musicali.
I Mayhem non li conosco, mentre guardavo il film, ho letto su Wikipedia cosa fosse successo e sembra che le libertà prese da regista e sceneggiatore ne abbiano colorato parecchie dando una loro visione con le loro ipotesi su quanto accaduto edulcorando con molti eccessi diversi passaggi e prove iniziatiche della band (Euronymous che mangia pezzi di cervello del cantante della band che si suicida).

sabato 8 giugno 2019

Lost in La Mancha


Titolo: Lost in La Mancha
Regia: Keith Fulton, Louis Pepe
Anno: 2001
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel settembre del 2000, Terry Gillian avrebbe dovuto iniziare le riprese del film "The man who killed Don Quixote", una mega-produzione europea che raccontava le disavventure di un pubblicitario americano capitato, chissà come, nella Spagna del XVII secolo, ed assoldato da Don Chisciotte come novello Sancho Panza. Il film ebbe problemi fin dalla pre-produzione, e naufragò dopo soli sei giorni di lavorazione grazie ad un'incredibile concomitanza di eventi: un uragano che semi-distrusse le apparecchiature, problemi logistici sottovalutati e soprattutto una grave malattia che costrinse il protagonista Jean Rochefort a rinunciare all'impresa. "Lost in La Mancha" è un documentario che testimonia le disavventure occorse al vulcanico regista inglese: nato come innocente "making of", è stato successivamente rimpolpato con interviste, disegni ad hoc ed inserti video (memorabili le poche scene del "Don Chisciotte" che anche Orson Welles provò a girare, ma senza successo); il film, da semplice curiosità sul dietro le quinte di una lavorazione, diventa quindi un importante mezzo per comprendere la magia del cinema, le fatiche della sua realizzazione ed anche quel pizzico di genio e sregolatezza che si nasconde dietro ogni grande impresa.

I making of che poi diventano documentari non sono moltissimi soprattutto quando si parla di grandi registi per progetti prestigiosi. Quando in un'unica parola si arriva ad annusare l'atmosfera che può celarsi dietro un film maledetto e soprattutto dietro il talento di un grande regista come Gilliam allora l'interesse ad avvicinarsi ad un esperimento simile non può risparmiare nessun cinefilo.
Un regista pazzo, per tanti mestieranti, colleghi, produttori. Un personaggio complesso e difficile dal talento naturale innegabile e grande sognatore. Come tanti però è sempre stato molto disturbato nella sua iperattività. Questo segmento montato e filmato da alcuni suoi collaboratori da degli sprazzi importanti per cercare di capire la complessità alla base di alcuni progetti, la sfortuna (che seppur non esiste andrebbe coniata anche solo per i progetti dell'autore), la difficoltà di far girare la macchina cinematografica come si deve e infine la rinuncia, quella che fino alla fine viene scongiurata.
Un viaggio tutt'altro che lezioso o noioso ma invece un dietro le quinte che ci insegna le tante difficoltà logistiche e produttive. Questo folle miscuglio di scene rende perfettamente l'idea di come il cinema non sia quella macchina sempre facile, piena di soldi, con gli attori tutti posati e pronti a mettersi in mostra
Tanti i motivi che hanno concorso al disastro finanziario (32 milioni di dollari) e creativo: la troupe sparsa in giro per il mondo, l'assenza di reale comunicazione tra i vari elementi del cast, un nubifragio a inizio lavorazione, il male alla prostata del protagonista Jean Rochefort, che ha dovuto abbandonare il set, ma su tutto l'incapacità del regista di circoscrivere il suo estro, di dare una forma alla sua potente visione, di sfogare in modo costruttivo il suo ego. Un'ambizione smisurata che coinciderà anche con i suoi film successivi.

venerdì 24 maggio 2019

Sale della terra

Titolo: Sale della Terra
Regia: Wim Wenders
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Il film racconta l’universo poetico e creativo di un grande artista del nostro tempo, il fotografo Sebastião Salgado. Dopo aver testimoniato alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea, Salgado si lancia alla scoperta di territori inesplorati e grandiosi, per incontrare la fauna e la flora selvagge in un grande progetto fotografico, omaggio alla bellezza del pianeta che abitiamo. La sua vita e il suo lavoro ci vengono rivelati dallo sguardo del figlio Juliano Ribeiro Salgado, che l’ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi, e da quello di Wenders, fotografo egli stesso.

Wenders è un po come Herzog.                                                                                                                  Due nomi che hanno fatto la storia. Due registi a 360° che soprattutto negli ultimi anni hanno saputo sposare e incanalare bene la tecnologia nella settima arte.                                           
Dalla fotografia, al 3d, alla capacità di ottenere fondi e permessi quando sarebbero negati a qualsiasi altro essere umano. Questi sono solo alcuni degli aspetti per cui le loro “opere” suscitano e lasciano basiti per l’interesse e i temi che vanno a trattare oltre la delicatezza con cui toccano i sentimenti del pubblico. Il Sale della Terra di cui ci parla Sebastiao Salgado, è un’esperienza durata tutta una vita.    Un percorso e un dovere sociale, dinamico, variopinto, necessario, pericoloso e invidiabile.                  Così, anche se andrebbe scritto un saggio solo sul fotografo e il suo pensiero, è davvero toccante poter avvicinarsi alle mille avventure che lo hanno portato nel momento giusto in alcune parti del mondo in cui la natura e l’uomo continuano a combattere uno scontro che forse non finirà mai.            Dalla violenza, ai volti, al modernismo, fino ad arrivare agli emigrati e poi agli animali, queste sono solo alcune delle tematiche su cui Salgado, con l’aiuto del figlio e con alcuni racconti del padre, crea il suo universo e ci da la possibilità di ammirarlo come quando guardiamo una fotografia e rimaniamo esterrefatti.
Ci si commuove, si spalanca la bocca, si fa fatica ad accettare quello che l’obbiettivo cattura e tutto questo dura il tempo di un film, strutturato, bilanciato e montato in modo semplicemente squisito, come un’opera d’arte che risulterà precisa in tutti i suoi meccanismi.
Salgado diceva che l'uomo è l'animale più crudele, ma capace anche di elevarsi al di sopra di se stesso.

martedì 30 aprile 2019

Off Broom


Titolo: Off Broom
Regia: Roald Zom
Anno: 2018
Paese: Olanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Rein è il portiere transgender di una squadra di Quidditch, lo sport emergente inventato da Harry Potter. Mentre la squadra si prepara a partecipare ai giochi europei in Italia, Rein racconta il suo processo di autodeterminazione.

La storia di Rein ci porta in Olanda per conoscere questo "ragazzo" ormai nel pieno di una cura ormonale con il preciso compito di cambiare sesso.
E'la sua determinazione a rendere paradossale, quanto curioso, tutto il palcoscenico costruito affianco alla sua vita dove il Quidditch (non sapevo ma esistono davvero tornei europei e mondiali) diventa l'arma per immolarsi e dare così un senso e una continuità alla propria vita.
Lo sport non si gioca da solo. Rein infatti in questa avventura è attorniato da ragazzi e ragazze che come lui stanno cercando di cambiare sesso oppure hanno in comune il gioco creato dalla Rowling.
Il risultato per quanto assurdo (vengono spiegate le regole del gioco) e per quanto innaturale possa essere (vedere maschi e femmine che si rincorrono a cavallo di una scopa può risultare a tratti abbastanza ridicolo) alla fine tutto acquista un senso nella maniera in cui serve a dare speranze.


Passage to Womanhood


Titolo: Passage to Womanhood
Regia: Inaya Yusuf
Anno: 2018
Paese: Malesia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Un gruppo di donne trans musulmane si oppone all’emarginazione sociale in Malesia. Ridefinendo il ruolo femminile nell’Islam, dipingono il proprio ritratto di essere donna.

Il mediometraggio di Yusuf si concentra sulla vita di tre donne e la loro lotta per cercare di sopravvivere in una terra inospitale come quella della Malesia soprattutto per chi ha scelto di diventare trans. Difficoltà, oltre già le normali, ad essere inserite nella società ( ma non accolte), difficoltà a lavoro, per strada con la paura di essere aggredite quotidianamente, con le minacce dei familiari e infine con i propri partner.
Sembra una condanna più che una scelta. Dalle testimonianze delle donne si appura un limite culturale che non sembra voler accennare a nessun tipo di cambiamento.
Il cinema o meglio i documentari servono soprattutto a questo, esplorando terre sconosciute e portarci così alla scoperta di tabò che richiedono ancora tantissimo tempo prima di riuscire ad essere comprese e rispettare così la carta dei diritti umani per far sì che ognuno possa liberamente scegliere di fare quello che vuole con il suo corpo nel paese in cui nasce e cresce.


giovedì 18 aprile 2019

New city maps


Titolo: New City Maps
Regia: Giorgia Dal Bianco
Anno: 2018
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Nel documentario gli spostamenti delle persone migranti ridisegnano e trasformano le coordinate del paesaggio urbano di Roma a partire dalle relazioni che stabiliscono con lo spazio pubblico

Giorgia Dal Bianco non è una regista, tanto meno una documentarista. E'un'architetta che si è trovata in mezzo a questo notevole e sperimentale progetto a Roma contribuendo a renderla un'opera video. In questo modo è riuscita a far diffondere questo esperimento condotto da lei e l'equipe, con l'intento di fare in modo che magari altri possano prendere spunto da questo progetto e adoperarsi per aiutare a rendere la capitale un posto migliore per i migranti.
Il breve documentario racconta dello spostamento dei profughi di diversi paesi monitorando il fenomeno dei rifugiati e altre tipologie in transito da Roma e le relazioni che questi stabiliscono con lo spazio pubblico.
L’obiettivo è quello di attivare un percorso di riflessione sul fenomeno e diffondere tramite una app e altre tipologie la possibilità di usufruire di un servizio gratuito e fondamentale soprattutto per i nuovi arrivati che muovono i primi passi nella capitale italiana.
New city maps analizza e descrive una geografia dei luoghi frequentati per soddisfare i bisogni primari. Questo flusso, anche attraverso la proliferazione di insediamenti informali nei luoghi dismessi di Roma, genera per forza di cose pratiche adattati (ovviamente va sempre aggiornato), New city maps ci mostra ancora una volta i mezzi e le risorse di chi non smette di mettersi al servizio dei cittadini.

lunedì 11 marzo 2019

Transit


Titolo: Transit
Regia: Mariam El Marakeshy
Anno: 2018
Paese: Grecia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Potenti storie di giovani rifugiat* che hanno rischiato la vita attraversando il mare Egeo verso l’Europa, per rimanere intrappolat* nell’isola greca di Lesbo. Piccole forme di resistenza aprono spiragli di speranza

Co finanziato da un canale televisivo turco, Transit è un documentario scomodo, indipendente e low budget che ha il merito di cogliere alcune testimonianze di tutti coloro che si sono trovati intrappolati nell’isola greca di Lesbo senza aiuti dall'Europa in accampamenti che spesso non hanno nemmeno i servizi principali.
Un luogo che "dovrebbe essere" di transito, dal momento che tanti rifugiati non vedono la Grecia e l'Italia come quella Europa che dovrebbe ospitarli e sistemarli, ma una via di mezzo per l'Europa che significa invece Germania o paesi più industrializzati.
Emergono dettagli inquietanti come i salvagenti consegnati dagli scafisti ai rifugiati che in realtà non sono omologati a norma, ai traumi senza parole delle testimonianze di persone e famiglie semplicemente lasciate lì, in mezzo ad un'isola con sogni, rabbia, delusioni e intenti su un futuro che sembra sempre più abbandonato e reso inconsistente da una politica che si dimentica di loro.

venerdì 8 febbraio 2019

Studio 54


Titolo: Studio 54
Regia: Matt Tyrnauer
Anno: 2019
Paese: Usa
Festival: Seeyousound
Giudizio: 4/5

Il documentario diretto dal regista Matt Tyrnauer racconta l'ascesa e la caduta del famoso club Studio 54, che, alla fine degli anni '70, divenne il locale più famoso della città, segnando una intera generazione. Esso poggia le basi sui ricordi di uno dei due fondatori, oramai anziano.

All’epicentro della New York disco seventies, simbolo di una generazione sempre più alla ricerca di qualcosa di nuovo e travolgente, nasce lo Studio 54, nella Midtown di Manhattan.
Un luogo simbolo, una di quelle realtà che chi è amante del ballo e della disco, avrà certamente sentito nominare almeno una volta.
La Mecca della musica, lo zenit dello sballo, dove tutto era lecito e possibile.
Un luogo divino, un rituale da svolgere più volte possibile, dove instaurare relazioni, lasciarsi andare, abbattere qualsiasi tipo di frontiera mortale e razziale.
Lo Studio 54 è stata semplicemente la più famosa discoteca al mondo, un modello di entertainment studiato nei minimi dettagli per creare un unicum che diventasse il punto di riferimento mondiale per la musica, per l'eleganza e per tutto ciò che è fashion. Studio 54 è diventato presto un'icona in grado di segnare un'intera generazione di target differenti dove quando si ballava semplicemente si abbandonava tutto per lasciare spazio al corpo e all'atmosfera.
Il documentario è folle e scatenato, lasciando lo spettatore in balia di volersi alzare e mettersi a ballare, con uno stile molto americano che racconta la nascita e le difficoltà dei due rampolli ebrei per la loro scalata al successo. Una storia, la loro, correlata di soddisfazioni, scandali, arresti, polemiche, novità sotto ogni punto di vista.
In poco più di un'ora e mezza viene raccontato quasi tutto dagli interni, le code all'esterno, la rigorosa selezione agli ingressi, le grandi star, la musica favolosa, la droga, con un finale in crescendo che accompagna lo spettatore fino al doloroso percorso giudiziario che ha portato poi alla chiusura per problemi fiscali e la morte per aids di uno dei due fondatori.


sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

Invocation of my demon brother


Titolo: Invocation of my demon brother
Regia: Kenneth Anger
Anno: 1969
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cortometraggio sperimentale sull'immaginario omoerotico. Contiene alcune scene di performances dei Rolling Stones

Anger da sempre ha cercato di imporsi con una sua precisa e sperimentale idea di cinema.
O meglio una sorta di arte delirante e ossessiva che sembra essere la nota costante della maggior parte dei suoi cortometraggi, con il compito di impressionare, provocare e perchè no, buttare pure qualche seme trattando la magia nera e l'occultismo come tratterebbe Andy Warhol la nuova pubblicità del 21°secolo.
Il risultato ancora una volta mostra gli sforzi, l'eccesso e a volte la deriva attraverso cui l'artista cerca di dare forma ai suoi demoni personali investendoli e caricandoli di significato per impressionare il pubblico come in questo caso Lucifero e Sua Satanica Maestà.
Da sempre fan e succubo di Aleister Crowley che cita e omaggia in diversi lavori, cerca ancora una volta nel suo linguaggio sperimentale, quella misteriosa simbologia esoterica appartenuta al Gran Maestro. In 12' è concentrato tutto il suo universo che mescola musica, Rolling Stones, religione magica, il fondatore della Chiesa di Satana californiana Anton LaVey e il criminale Bobby Beausoleil, complice del pluriomicida americano Charles Manson.
Il corto in sè seppur con un ritmo incredibile e alcuni suoni e mescolanze suggestive soffre come spesso accade nei lavori di Anger di essere troppo confusionario.
Anger appare nei panni di un officiante chiaramente ispirato ad Aleister Crowley




giovedì 18 ottobre 2018

Louisiana


Titolo: Louisiana
Regia: Roberto Minervini
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In un territorio invisibile, ai margini della società, sul confine tra illegalità e anarchia, vive una comunità dolente che tenta di reagire a una minaccia: essere dimenticati dalle istituzioni e vedere calpestati i propri diritti di cittadini.

Il cinema ha ripreso di tutto. Le storie sui tossicci e i film che parlano di dipendenze e di droga ci sono sempre stati, alcuni votati all'intrattenimento, altri ad inquadrare il fenomeno e cercare di analizzarlo in tutte le sue derive in primis dalla frustrazione sociale.
Louisiana arriva tardi da noi, passato in sordina ai festival, ed è un altro documentario dell'ottimo e sconosciuto Minervini che lavora ormai da tempo in America.
Anche lui come tanti della sua generazione si è messo a disposizione dei diseredati per cercare di comprendere un altro aspetto del lato oscuro dell'America.
Qui siamo dentro il Texas rurale, la patria di Lansdale, dove se non fai attenzione alle paludi rischi che qualche coccodrillo venga a mozzarti le palle.
In Louisiana, il regista deve aver conosciuto tanti disperati tra cui una coppia tossicodipendente che vive la giornata, cercando di fare in modo che la dose non manchi mai ma nemmeno il sesso o tutti quei bisogni primari di cui questi disperati cercano di saziarsi continuamente in una consumazioone di corpi e ideologie spicce. La loro è un intensissima relazione dove l'unica pecca potrebbe essere stata quella di non avergli messo in mano un copione dandogli piena improvvisazione e la cosa fino ad un certo punto funziona.
Nella seconda parte invece si sofferma su un gruppo paramilitare, e si fa più esplicitamente politico chiamando in ballo, ma come succedeva già nella parte prima dove un gruppo di anziani col cappello si ritrovano a bere birra fuori dalle loro roulotte e criticare l'attuale amministrazione e politica americana, e le loro azioni da marines.
La parte dei paramilitari per quanto affascinante non allarga più di tanto la vena politica, più che altro si compone di immagini e di monologhi del loro leader che cerca di fare il lavaggio del cervello, fermentando l'ideologia di autodifesa paramilitare a dei giovani smidollati redneck che vivono senza nessuna ambizione ma sempre con il dito sul grilletto.


Devil and father Amorth


Titolo: Devil and father Amorth
Regia: William Friedkin
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il regista William Friedkin ha ripreso il celebre sacerdote Padre Amorth in occasione della pratica di uno dei suoi esorcismi, eseguito su una donna che aveva manifestato comportamenti terrficanti e inspiegabili a livello psichiatrico.

Dura poco più di un'ora il documentario di Friedkin su padre Amorth.
Nasce da un bisogno, quello del regista che aveva diretto il cult L'ESORCISTA, film che scosse profondamente Amorth che anni e anni dopo (circa 40) decide di permettere al regista americano di filmare un esorcismo. Solo per quello dunque documentare un esorcismo perchè in realtà altri motivi non sembrano esserci e appare piuttosto chiaro.
In realtà quello che filma, senza troupe, da solo e con una piccola telecamera, è il nono tentativo di esorcizzare Cristina, una ragazza che abita vicino Roma e che fino al momento, in cui non vediamo realmente che succede, non possiamo renderci conto di cosa abbiamo di fronte.
Partiamo da un piccolo presupposto per quello che è un lavoro senza dubbio interessante ma con molti limiti e un'estetica troppo sensazionalistica.
Friedkin filma un quarto d’ora di questa poveretta seduta su una sedia con il vecchio prete che mugugna preghiere e benedizioni e parla col presunto Diavolo in compagnia di altre persone tra cui tre uomini oltre Amorth che cercano di bloccare la ragazza (uno di questi è il suo ragazzo forse uno dei personaggi più inquietanti del documentario, su cui però non viene fatta luce).
Sospendendo il giudizio, in quanto ateo che non crede in queste cose, ma ne rimane profondamente affascinato, in quanto fatti sociali umani e creati dall'uomo, un paio di momenti in cui mi sono davvero chiesto, come il regista, se quello a cui stavo assistendo fosse del tutto reale sono capitati.
Il problema è che anche la scena di sofferenza in sè risulta per certi versi tragicomica.
In particolare per un effetto anche se poi ho scoperto che è stato modificato in post produzione, almeno lo spero, che riguarda lo sdoppiamento della voce di Cristina.
Friedkin subito dopo l'intervista, fece vedere le immagini a neuropsichiatri, compagnie di psichiatri e altri esperti del settore come anche un vescovo che vedendo le immagini, ci crede, ma dice di aver troppa paura per prendere atto ad un esorcismo o farne uno oppure un'intervista alla buon'anima di William Peter Blatty che non sembra avere molta attinenza.
La comunità scientifica, seppur basita, parla come del resto non poteva non fare, di come alcuni disturbi vengano citati nel Dsm e che hanno dei nomi ben precisi come la trance dissociativa, il delirio e altri stati alterati della percezione. Cristina poi è posseduta da 89 demoni.
Il finale è forse l'artificio che Friedkin per cercare di spiazzare e di lasciare con il fiato sospeso filma una brutta ricostruzione trash dove lui e un assistente di Amorth, che nel frattempo è morto, scappano dalla chiesa dove avrebbero incontrato Cristina con il uomo che per giunta minaccia i familiari del regista.

Terribile il finale ma mai come la figura che è stata di padre Amorth che ha sempre criticato quasi tutto uscendosene con delle frasi memorabili che resteranno come monito per fare chiarezza su un altro personaggio religioso misterioso senza dubbio e di cui a differenza di Friedkin mi è sempre sembrato un altro servo della Chiesa senza particolare verve.

Tempi felici verranno presto


Titolo: Tempi felici verranno presto
Regia: Alessandro Comodin
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso e Arturo scappano nel bosco, la vita sembra andare meglio ma si muore sempre quando meno uno se l'aspetta.

Sembra quasi un film a episodi con storie diverse tenute assieme da un filo conduttore che potrebbe essere proprio l'ambiente o la natura. L'opera numero due di Comodin è una favola surreale in un mondo reale, ma allo stesso tempo incredibilmente arcaico, nelle regole e nelle azioni che svolge la comunità.
Un film indipendente e anarchico, un INTO THE WILD più intelligente, dove la realisticità si pone alla base delle scelte e delle azioni dei personaggi e soprattutto delle storie.
Leggede folkloristiche, una ricerca interiore, un mistero che avvolge la narrazione, la scoperta e la voglia di scegliere una vita in mezzo alla natura con tanto di ritorno alla caccia primordiale e senza apparenti ripari.
La prima storia forse perchè la più folle diventa anche quella con il climax finale più triste.
Mentre nella seconda una donna, forse una specie di martire, che decide di scappare nel bosco e andare alla ricerca del lupo diventa la vittima sacrificale su cui imbastire tutta una serie di congetture e teorie. Proprio quest'ultimo, il lupo, è al centro di miti e leggende dove si narra tra fiction e documentario, realtà e fantasia, racconto e trattato antropologico, di come Ariane sia entrata nel buco senza più uscirne e questo episodio di cronaca ha portato la comunità a credere e creare leggende, tra le quali alcune davvero assurde, come l'unione tra la donna e il lupo.


domenica 14 ottobre 2018

Scorpio Rising


Titolo: Scorpio Rising
Regia: Kenneth Anger
Anno: 1964
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un party di giovani ribelli degli anni Sessanta. Giovani che fanno del simbolismo il loro stile di vita. T-shirt, jeans attillatissimo, borchie, giubbotti di pelle nera e la immancabile motocicletta scattante e rumorosa. L'abbigliamento rivela un forte feticismo, soprattutto se in presenza di catene e simboli nazisti che spesso sono legati ad una perversa omosessualità.

"Ho sempre ritenuto il cinema un male. Il giorno in cui il cinema è stato inventato è stata una giornata nera per l'umanità."
Che dire quando ci si trova davanti agli spiazzanti corti di un artista icona della nuova Hollywood come Anger e il suo bisogno fisico di provocare lo spettatore con un suo linguaggio cinematografico contemporaneo colto e mai banale dove il bisogno di scatenarsi nel vero senso della parola con ironia e irriverenza riesce a non cadere mai in nulla di gratuito ma invece risulta una sorta di manifestazione dell'ego e della libertà soprattutto sessuale.
Anger sfrutta e in Scorpio Rising più che mai un suo simbolismo e i suoi rituali che servono a scandire e narrare l'ascesa dei "bikers" e di tutto quello che questa sub cultura ha generato nel bene e nel male come gli Hell's Angels esaltandone le vicende e i gesti quotidiani come rituali pagani.
Scorpio Rising in 30' fagocita simboli, accessori, mode, linguaggi, personaggi e facendolo sforzandosi di mostrare quello che Anger voleva mostrare e diventato un cult praticamente saccheggiato da numerosissimi registi che non hanno potuto trattenersi dal citarlo e omaggiarlo in tanti film a partire da Scorsese, Lynch, Hopper, etc.
Un piccolo gioiello, a suo tempo accusato di oscenità per i brevissimi inserti hard.
Anger tenterà poi di realizzarne una sorta di seguito,di cui ci resta un frammento di soli 3 minuti dal titolo "Kustom Kar Kommandos".

venerdì 12 ottobre 2018

Camping Jesus


Titolo: Camping Jesus
Regia: Becksy Fisher
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un documentario su un campus estivo per bambini "Kids On Fire School of Ministry" della comunità evangelica americana

Un fatto sociale inquietante.
Gli Evangelisti si stima che siano circa 80 milioni negli U.S.A, circa un quarto della popolazione totale
Camping Jesus è un horror travestito da documentario che parla di integralismo religioso.
E lo fa bene. Basta guardarlo. Sono le immagini che evocano più di qualsiasi scenario le gesta e la sofferenza di alcuni giovani protagonisti costretti a esprimere il loro amore per Gesù e la sofferenza per i sensi di colpa in maniera davvero drastica e spaventosa.
Tutto è ambientato all'interno di questo campus estivo del Nord Dakota riservato a bambini e ragazzi facenti parte della comunità evangelica americana. Questo campus è diretto da Becky Fischer, una predicatrice evangelista, un'obesa che manipola i bambini a cui viene fatto il lavaggio del cervello. Nè più nè meno e i messaggi nonchè i contenuti eviscerati da questo campus dell'orrore trattano argomenti in maniera anomala e controcorrente come ad esempio il discorso anti-ecologista "Cristo sta per arrivare a salvarci e ci porterà con lui, quindi perchè perdere tempo nella salvaguardia del nostro pianeta? Sfruttiamolo il più possibile!"
Oppure il fatto che questi bambini non vengono mandati a scuola, tanto meno in quelle pubbliche dove "si insegna che siamo degli animali". Vengono educati a casa, con libri di scienze creazionisti.
E dulcis in fundo viene loro inculcata l'importanza della guerra, delle armi, Bush diventa il loro leader e viene loro inculcata la militarizzazione.
Viene descritto l'aborto come omicidio, e gli vengono consegnati delle piccole figure antropomorfe con la loro età dalla creazione della cellula uovo.
Insomma un orrore dopo l'altro in cui questi poveri bambini devono provare la sofferenza che ha provato il loro leader cadendo spesso in trance mentre pregano o piangendo l'uno con l'altro come se l'apocalisse diventi davvero il loro unico grande obbiettivo
Dopo la release del documentario Becky Fischer ha deciso di chiudere il campus, per paura di ritorsioni. Insomma, missione compiuta anche se la felicità e il benessere legato a questi bambini resta un fatto imprescindibile.


giovedì 13 settembre 2018

Blind Loves


Titolo: Blind Loves
Regia: Juraj Lehotsky
Anno: 2008
Paese: Slovacchia
Giudizio: 3/5

Slovacchia, 2005. Il film segue tre anni nella vita di quattro persone cieche: Peter, insegnante di musica e compositore che condivide la sua vita con Iveta; Miro, un playboy della Roma che vive a casa con sua madre e frequenta Monika nonostante la disapprovazione dei suoi genitori; Elena, che sta aspettando con ansia il suo primo figlio e infine Zuzana, che ha appena iniziato una scuola integrata ma si trova in cerca di amore e amicizia online.

L’amore può essere dolce, stupido, e, a volte, può anche essere cieco… Trovare il proprio posto in questo mondo non è cosa facile per nessuno, ma quanto è più difficile quando si è non-vedenti? La “visione” delle persone cieche è pura ed essenziale, e spesso anche spiritosa. Fa scoprire una nuova dimensione sul senso della felicità.
Originale, così andrebbe definito il documentario del regista slovacco.
Un'opera con vari aspetti e scene surreali (basti pensare alla citazione dell'ATALANTE di Jean Vigò) in quella scena onirica e bellissima in cui Peter scende nei fondali marini e trova una piovra gigante.
Un film che spesso lascia disorientati proprio per la materia che tratta ovvero di come i cechi percepiscono il mondo. L'idea di aver fatto un film corale con diversi siparietti e descrivendo microcosmi molto diversi ma accomunati dalla cecità è un'idea valida e molto profonda che trova vari aspetti su cui fermarsi a riflettere.
Ad esempio una scena che identifica l'ansia e la paura ma allo stesso tempo diventa un aspetto della quotidianità della vita di questi protagonisti è quella della discoteca dove lei viene invitata a ballare da uno sconosciuto e il compagno per un attimo teme che possa succederle qualcosa, chiedendosi in maniera del tutto pertinente perchè mai uno che vede dovrebbe chiedere di ballare ad una non vedente. Un'opera che fa luce su degli aspetti per noi completamente nuovi dove la percezione del mondo vista dalla loro parte spesso è più essenziale e intuitiva di quanto si pensi soprattutto se può dar luce e forma ad una nuova dimensione di realtà.
Dei quattro capitoli o delle quattro storie è solo l'ultima a esprimere e descrivere la solitudine e la tristezza mentre nelle altre il bisogno o l'urgenza è forse proprio quella di concepire l'ironia alla base dei rapporti di coppia o quelli madre/figlio che esprimono tenerezza ed empatia e forse una delle uniche armi che noi tutti abbiamo per vivere sereni la nostra esistenza.



lunedì 3 settembre 2018

Mondomanila


Titolo: Mondomanila
Regia: Khavn de la cruz
Anno: 2012
Paese: Filippine
Giudizio: 4/5

Nato come racconto, premiato al Palanca Awards for Literature (importante premio letterario filippino), Mondomanila è il risultato di 9 anni di lavoro immersivo in cui Khavn ne ha realizzato per il cinema diverse versioni, prima come corto, poi come serie a episodi e infine come lungometraggio. Una commedia nera dai toni iperrealisti incentrata sulla figura di Tony de Guzman, un antieroe per cui la vita è corta, brutale e mai dalla tua parte. La sua filosofia è "prendi quello che puoi e quando puoi, godi e fotti il sistema". Nel brutale circo dei bassifondi, prostitute, yankee pedofili, casalinghe sole, tossici, e omosessuali, sono la sua unica famiglia.

Mondomanila è un trip andato a male.
Una galleria d'immagini abbastanza strazianti e di una ferocia e un nichilismo ai limiti estremi.
Il livello di degrado, di violenza, di sopravvissuti che cercando qualsiasi modo per drogarsi e sopravvivere mangiando topi in un ammasso di lamiere unito a tanti squardìci, mai belli, diventano la cartina di questa capitale in cui non sembrano esistere, almeno per i giovani, freni inibitori.
Il lavoro di De la Cruz avrà avuto sicuramente molti problemi, traversie produttive strane e molto lunghe e tutta una serie di nemici tra cui il governo filippino che dalle immagini sembra proprio fregarsene del destino degli abitanti della capitale.
Ragazzini che vogliono fare solo sesso avendo rapporti con animali e poi uccidendoli, nani che si prestano ad ogni tipo di cose, fratelli minori che per aiutare la mamma si prostituiscono dicendo che in realtà fanno massaggi e tossici degenerati che si danno al rap.
E'un calvario Mondomanila attraversandola sembra di trovarsi accanto una Sodoma un pò più moderna e globalizzata ma dall'altra parte è un grido disperato di aiuto contando che la maggior parte dei protagonisti sono poco più che ragazzini.
Il ritmo poi è scoppiettante, molto velocizzato e con frame sparsi presi un po ovunque con alcune qualità di girato non proprio pulite. Complice una colonna sonora disperata che sembra buttare tutto ancor di più nel caos.
"Non spero necessariamente che Mondomanila ispiri questa generazione, ma spero davvero che toccherà il prossimo. Sì, c’è la realtà presente, ma c’è sempre anche la speranza che questa realtà possa cambiare a un certo punto. Se tutto va bene, Mondomanila consentirà questo alle persone, perché fare affidamento sui leader non sempre funziona: a volte bisogna farlo da soli." (Khavn)

sabato 14 luglio 2018

Ladies First


Titolo: Ladies First
Regia: Uraaz Bahl
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 4/5

Nata nel villaggio di Ratu, in India, tra povertà e pochi diritti per le donne, Deepika Kumari a 18 anni è diventata l'arciere donna migliore del mondo.

Emozionante. Davvero in 40' Bahl riesce a cogliere i passaggi fondamentali di questa storia che come per altre spesso nel contesto indiano sa di miracolo.
Il miracolo però non sta nella fortuna ma nella continua lotta per voler a tutti i costi ottenere qualcosa per se stessi e perchè dia per la protgonista una ragione di vita. Che siano uomini o donne, spesso gli emarginati nei paesi del terzo mondo, devono tirare fuori una forza d'animo che dovrebbe scuotere tutte le nostre fragilità e capire che si può ottenere quello che si vuole lottando dal basso con gli strumenti che si hanno grazie ad una profonda forza d'animo.
Deepika racconta un'altra lotta con cui lei si è vista chiudere quasi ogni porta per poi raggiungere i fasti in quello che è un documentario sportivo e anche biografico molto bello dove anche la tematica del tiro con l'arco è originale e poco vissuta nel cinema come nei documentari.

domenica 24 giugno 2018

Ligne Noir


Titolo: Ligne Noir
Regia: Mark Olexa, Francesca Scalisi
Anno: 2017
Paese: Svizzera
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 4/5

Una donna pesca in acque torbide, una natura sofferente, il canto spezzato del muezzin. Tutto si collega attraverso una sottile linea nera.

Ligne Noir segue la monotona quotidianità di una donna indiana che per sopravvivere è costretta a cercare in un mezzo a un fiume dalle acque torbide, qualsiasi cosa che possa essere rivenduto affinchè non muoia di fame (non sappiamo se ha marito o figli ma come spesso capita è molto probabile di sì). Attraverso delle belle carrellate seguiamo il suo pellegrinaggio in mezzo alle acque senza minimamente pensare ai rischi e ai pericoli di cosa può trovarsi sott'acqua e del pericolo di inquinamento e tossicità soprattutto dal momento che l'acqua è nera e quindi l'elemento i suspance è già dato dal fatto che nessuno sa cosa c'è lì sotto.
Un altro dramma quotidiano che dovrebbe farci riflettere sempre sul nostro modello economico e ancora una volta sottolinea l'impressionante povertà che abbraccia questo straordinario paese.