Visualizzazione post con etichetta Cult. Mostra tutti i post
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giovedì 18 ottobre 2018

Grass Labyrinth


Titolo: Grass Labyrinth
Regia: Shuji Terayama
Anno: 1983
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Akira è un giovane ragazzo che deve sfuggire alle mire di una ninfomane tentatrice. Il suo unico modo sarà quello di dare ascolto a sua madre per non lasciarsi catturare

Nell'anno della sua morte Terayama, uno degli esponenti maggiori del surrealismo cinematografico giapponese, ci lascia questo mediometraggio di una potenza visiva indimenticabile.
L'exploitaion giapponese. Un mediometraggio che registi come Miike Takashi conosceranno a memoria.
Uno scenario esteticamente delizioso e grottesco, dove le creature della mitologia nipponica, emergono in una galleria che alterna pulsioni di vita e di morte.
Una strega, una ninfomane che invece cerca con le sue armi, una melodia che rischia di far impazzire, di strappare l'umile Akira, ancora vergine, dall'unica donna in grado di salvarlo, appunto sua madre, in un rapporto dai risvolti edipici molto complessi.
Un piccolo e delizioso cult, completamente assurdo, senza una vera e propria trama, ma lasciando anche parte del cast nelle roccambolesche scene da teatro kabuki a trovare una loro complicità e forza che non manca mai di risultare visivamente estremamente complessa e affascinante.
Dal punto di vista tecnico poi la scenografia e la fotografia cercano di aumentare soprattutto i colori passando per forme naturali e artificiali che si mescolano puntando in particolare al rosso e al giallo.
C'è davvero tanta musica che insieme alle scene di sesso, folli anch'esse, aumentano quella sorta di oniricità tra sogni immersi nella confusione temporale, dove tutto accade in un'atmosfera che non viene e non deve essere mai chiarita.
Un'esperienza ancora una volta non convenzionale per un cinema anarchico fino al midollo come solo quello di alcuni artisti giapponesi.





venerdì 12 ottobre 2018

Capsule


Titolo: Capsule
Regia: Athina Rachel Tsangari
Anno: 2012
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Sette ragazze. Una villa abbarbicata su un costone roccioso nelle Cicladi. Una serie di lezioni su disciplina, desiderio e sottomissione.

Ma che bella scoperta il cinema videoarte della Tsangari. Figlia anch'essa di tanto cinema e di tante citazioni e forme d'arte diverse che riescono in questo caso ha unirsi tutte come in un girotondo dark ed esoterico per una galleria di immagini evocative e dalla innegabile grazia.
Un fascino e una ricerca della moda, della bellezza, del desiderio in cui la regista ellenica sembra voler sancire i suoi temi più personali dalla competizione al desiderio, il dominio e non ultima la sottomissione. Lo fa confezionando una pellicola di grandissimo fascino visivo e di bellezza estetica in cui nessuna componente è lasciata al caso: tutto è molto curato e controllato dai costumi alle immagini.
Un certo simbolismo potrebbe far storcere il naso dal momento che alcuni contenuti possono risultare criptici e di certo la regista non esclude una certa ricerca non solo dell'estetismo a tutti i costi ma anche di una sotto chiave narrativa e intellettuale che inserisce toni da fiaba gotica e un certo horror che cerca di rifarsi al mito del vampirismo
Un'opera ambiziosa e criptica che in fondo tratta la magia, il rituale, la cerimonia grazie a sei discepole (o replicanti) alla corte di una dominatrice matriarcale che, costituito un'ordine improntato su un'insolita dottrina iniziatica alla (ri)scoperta della natura femminile, finisce per stabilirne i rispettivi e brevissimi cicli esistenziali.

lunedì 10 settembre 2018

Blood tea and red string


Titolo: Blood tea and red string
Regia: Christiane Cegavske
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Gli aristocratici Topi Bianchi commissionano alle popolane Creature-che-vivono-sotto-la-Quercia la realizzazione della bambola dei loro sogni. Quando l'opera è completata le Creature si innamorano della bambola, rifiutandosi di consegnarla. I Topi decidono allora di optare per il rapimento: alle Creature toccherà così avventurarsi in un viaggio fantastico popolato di incontri alla ricerca della loro amata.

La fiaba per adulti firmata in stop-motion dalla regista di Portland ha richiesto qualcosa come 13-15 anni per vederla realizzata. Un'opera immensa permeata da un'atmosfera esoterica, una colonna sonora sconvolgente e con tante melodie che sembrano uscite da culti pagani sconosciuti.
Cegavske crea una sua personale e surreale giostra di personaggi zoomorfi, piante, fiori, e ovviamente una bellissima bambola da cui come per l'arrivo di una donna pura e immacolata si crea lo scontro in cui le creature che vivono sotto la terra non solo non vorranno più separarsene ma arriveranno a trattarla come una dea crocifiggendola alla quercia in cui abitano.
La storia narra della lotta, all’ombra della Grande Quercia, fra il dispotico topo bianco dagli occhi rossi e i sui sudditi, uno strano incrocio fra pipistrelli, corvi e scoiattoli, per il possesso della bambola creata da questi ultimi.
Una fiaba magica, simbolica e oscura priva di dialoghi che segna un altro passo importante nell'underground dell'animazione.
Come dicevo al di là dello stile è la colonna sonora a farla da padrona con la partitura musicale composta ed eseguita da Mark Growden che non solo accompagna questo inquietante e meraviglioso sogno animato ma lo fa dandogli ancora più risalto in moltissime scene madri.
Blood tea and red string dovrebbe costituire il primo capitolo di una trilogia ancora in corso d’opera, della quale per il momento esiste solo la seconda parte intitolata SEED IN THE SAND.
Christiane Cegavske possiede un immaginario decadente, carico di simbologie e archetipi ancestrali, che richiamano l’Alice di Lewis Carroll, Alan Moore, i racconti di Angela Carter, tanto Svankmajer e sono intrisi di un mondo fiabesco delicatamente inquietante, fatto di tassidermia, merletti e porcellane.
Le sue creature animate non possono non far pensare alle opere dell’imbalsamatore vittoriano Walter Potter, complessi diorami composti con tanti animaletti vestiti minuziosamente e sistemati in posa tra i banchi di scuola, attorno a un tavolo, o assiepati allo sposalizio di due gattini.
Un cult imperdibile per gli amanti del buon cinema.

sabato 1 settembre 2018

Hagazussa


Titolo: Hagazussa
Regia: Lukas Feigelfeld
Anno: 2017
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Nel XV secolo, Albrun vive nelle Alpi prendendosi cura di una mandria di capre da quando sua madre è morta, vent'anni prima. Un giorno, però, Albrun si rende conto di come nelle profondità del bosco si nasconda una presenza sinuosa che trasformerà la sua realtà in un incubo.

Torniamo al folklore, all'Europa e alle sue leggende.
Hagazussa è la risposta europea al THE WITCH americano decisamente più minimale e con meno azione. Un film magnetico che fin dalla prima scena ti catapulta in questa dimensione geografica quasi abbandonata dal mondo e dai suoi abitanti. Due donne, madre e figlia, che in quanto eremite vengono confinate e giudicate streghe.
Espressionismo tedesco che torna in maniera volutamente funzionale scardinando la quotidinità di Albrun e trasmettendo quel senso di impotenza e solitudine di chi cerca conforto quando può proprio dagli animali che alleva.
Strega si traduce in tedesco con hexe e in svedese con häxan, termini che derivano dall’arcaico hagazussa, in uso durante il tardo medioevo.
Hagazussa, da quell'abbraccio iniziale della madre alla figlia prima di scoprire l'incidente scatenante, una scena molto forte e disturbante, ribattezza un periodo felice del cinema di genere che sembra riscoprire la sua vera forza attraverso paesaggi e recitazione con una buona storia dietro dimenticandosi effetti speciali e jump scared in favore di tutto ciò che sa creare stupore come le suggestive atmosfere pagane e le superstizioni di un'epoca mai così buia e pericolosa in particolare per la donna.
Ancora una volta è lei, Albrun, la figura femminile, lo snodo centrale per lo sviluppo della storia.
Il film del giovane Feigelfeld pur essendo particolarmente lento e senza quasi dialoghi crea fin da subito una grossa dose di empatia e inquietudine nell'ottica esoterica ponendosi come uno dei più importanti film sulla stregoneria.
Resta difficile credere che Hagazussa: A Heathen’s Curse sia il lavoro di uno studente.
Eppure si tratta davvero della prova finale del cineasta emergente Lukas Feigelfeld, austriaco di nascita, ma residente a Berlino. Hagazussa, che è stato in parte finanziato con il crowdfunding, non è solo un azzeccato debutto, ma un film d'autore con una chiara visione che potrebbe rivelarsi una pietra miliare dell'horror folk d'essai.

giovedì 30 agosto 2018

Rakka


Titolo: Rakka
Regia: Neil Blomkamp
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

In un futuro distopico, gli alieni invadono la terra e si impongono sulla popolazione terrestre nel tentativo di controllarne le menti e ribaltare l’equilibrio del pianeta. Un gruppo di ribelli combatte l’invasione

Blomkamp dovrebbe continuare a fare di testa sua magari con studious e major pronti a dargli soldi a palate qualora servissero. L'idea dopo REKKA continua a farsi spazio come di un artista sottovalutato con un talento enorme nel creare mostri e scenari post apocalittici.
Rekka è divino. C'è il massacro, la sopravvivenza, una nuova razza che sembra provenire dall'orrore cosmico e dalle pagine dei fumetti di Slaine, tanto sangue, assenza totale di ironia e il genere umano che si merita l'estinzione.
Il regista ha confermato che la Oats Studios - Volume 1 sarà composta da tre corti in totale, tutti della durata di 20-25 minuti: «L'obiettivo è capire se la gente sia interessata al progetto e voglia pagare per il Volume 2 in futuro» e la risposta mi pare abbastanza ovvia dopo i trascurabili HUMANDROID ed ELYSIUM
Tra i tanti meriti bisogna annoverare quello di essere in grado di aver creato un universo alternativo funzionante e funzionale oltre che affascinate e di riuscire ad instillare negli spettatori la voglia di volerne sapere di più sperando in un continuum tra le storie che porti magari ad un'altra opera come DISTRICT 9.

Cabal


Titolo: Cabal
Regia: Clive Barker
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Aaron Boone è un giovane tormentato da incubi riguardanti Midian, città leggendaria collocata in un cimitero di cercatori d’oro ed abitata da creature deformi di diverse specie. Il suo psichiatra, un astuto serial killer interpretato da un Cronenberg a tratti macabramente ironico a tratti agghiacciante, lo convince, anche drogandolo, di essere lui il responsabile della catena di stragi familiari che da qualche mese bagnano di sangue la città. Tormentato dai sensi di colpa e dai dubbi, una volta trovata Midian Boone viene aggredito e morso da uno degli abitanti.
Quando verrà ucciso dalla polizia, su istigazione dello psichiatra, tornerà dal regno dei morti e chiederà di essere accolto nella comunità dei Figli delle Tenebre, reietti mutanti massacrati per secoli dagli umani sotto la guida dei preti e costretti a nascondersi, protetti dal loro dio Baphomet. Aaron Boone, suo malgrado, sarà sia la causa scatenante della guerra degli uomini contro i mostri sia il salvatore di questi ultimi.

Cabal è un cult. Punto.
Inutile stare a disquisire su cosa non ha funzionato nella pellicola.
E'stato considerato un film che supera per poco la soglia del b-movie quando invece è ambizioso e il risultato è ottimo nonostante non abbia mai avuto modo di vedere il director's cut girato dallo stesso Barker di '145 in cui forse avrei visto più scene gore e soprattutto quelle strazianti scene di sesso che nel libro sanno essere potenti, evocative ed affascinanti.
Un film da cui forse poi anni dopo lo stesso Miike Takashi, che considero un maestro e una sorta di divinità della settima arte, è riuscito in parte a omaggiare e citare qualche scena nel bellissimo YOKAI DAISENSO.
Un film Cabal che diventa presto quello che tutti gli amanti dei mostri vogliono.
Entrare nella città santa di Midian, un viaggio in un immaginifico territorio mutante dove nonostante alcuni limiti legati al make up, il lavoro rimane esaustivo ed eccellente con alcune maschere e scelte di gusto in grado almeno in parte di restituire quell'orrore che tutti chiedevamo.
Cronemberg riesce a dare spessore al personaggio più complesso del libro, l'unico vero antagonista, in grado di incarnare quella stessa scienza e analisi clinica che si scontra con tutti gli pseudo riferimenti religiosi con cui Barker costipa il libro e poi il film.



Streets of Crocodile


Titolo: Streets of Crocodile
Regia: Quay brothers
Anno: 1986
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Un uomo si rinchiude in una grande sala di lettura, appartandosi con una misteriosa scatola. Taglia il nastro che la chiude, liberando il pupazzo conservato al suo interno: silenziosamente, il pupazzo inizia ad esplorare le stanze buie confinanti con la grande sala.

I maestri della stop motion aggiungono questa coppia di fratelli dal talento più che mai consolidato.
Una galleria d'immagini perfette, in cui i fratelli danno vita ad un mondo di sfumature, aspetti grotteschi, un'atmosfera a tratti claustrofobica quasi kafkiana con poche luci e suggestivi colori.
Un film che sa di oscuro, un viaggio dentro se stessi in cui l'uomo sembra quasi sul punto di essere stravolto da un'alterazione psicofisica
Tratto da uno dei capolavori della letteratura polacca, Le botteghe color cannella di Bruno Schulz, i fratelli Quay si appoggiano a uno dei capitoli centrali del libro in questione, in cui viene descritta una singolare quanto misteriosa strada della vecchia Drohobycz, chiamata la Via dei Coccodrilli, piena di vecchie botteghe ricolme di meraviglie di ogni genere e di singolari sartorie nel cui retrobottega avvengono strani, nonché ambigui, traffici.
Non saprei cos'altro aggiungere contando che in soli 20 minuti ci sono così tanti dettagli e suggestioni che vederlo e rivederlo più volte non fa altro che unire come dei puntini in una geometria perfetta di immagini dove gli artisti catapultano pubblico e protagonista.




giovedì 19 luglio 2018

Body Melt


Titolo: Body Melt
Regia: Philip Brophy
Anno: 1993
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Più vicende che vedono protagonisti alcuni personaggi legati fra loro da un unico filo conduttore: la vitamina Vimuville. Si tratta di un prodotto realizzato da un'omonima industria farmaceutica, mirato alla cura e al mantenimento del fisico. Una volta entrato in circolo nel nostro corpo, il Vimuville crea dapprima allucinazioni, per poi culminare con uno spaventoso effetto a catena che si sviluppa rabbiosamente all'interno dell'organismo, sciogliendo i corpi di chi ne ha fatto uso.

Tra i film che hanno reso interessante il sotto filone dell'horror Body bags è sicuramente il Melt Movie (film dove sono presenti liquefazioni di corpi) e figlio di quel Body Horror che tutti amiamo.
Un genere bizzarro e weird che sempre con sangue a profusione ha avuto una sua piccola filmografia dopo i successi dei primi due film di Jackson evidenti caposaldi del genere e dopo altre incursioni da parte per esempio degli orientali su tematiche simili come gli esperimenti sul corpo ad esempio in NAKED BLOOD dopo essere passati dalla lente di Tsukamoto per i suoi Body Horror.
Body Melt è un po Troma, soprattutto la parte dei bifolchi, è un po tante cose che ci raccontavano la vita e la "quotidianità" degli australiani.
Multinazionale farmaceutica, trasformazioni, palestrati impasticcati, nella galleria di elementi con cui Brophy farcisce il suo film per farlo diventare quella schifezza purulenta che tutti aspettavamo non si è davvero risparmiato niente cercando però fino all'ultimo di portare avanti anche la sua critica e la sua politica su quanto queste pasticche e gli interessi da parte di dottori e squali delle grosse aziende pensino solo ai profitti senza avere nessun tipo di riguardo nei confronti dei pazienti (la scena della donna incinta con il feto/poltiglia che attacca il marito è incredibile).
Le scene cult sono davvero troppe è inutile provare ad elencarle tutte.
Un cult con una messa in scena che ha dell'incredibile a partire dalla fotografia e dai colori sgargianti senza mai arrestare il ritmo del film ma anzi passando da uno scenario all'altro in cui le situazioni tragi comiche, quelle poche che ci sono, si susseguono senza sosta .
Un horror trash favoloso che a distanza di anni non perde nessun colpo, anzi e in cui le fantasiose scene splatter sono montate in maniera rapida e convulsa, con vorticosi ed improvvisi movimenti di macchina per sottolineare gli effetti letali della vitamina come succedeva in BABY BLOOD prodotto anch'esso anarchico e splatter uscito in Francia tre anni prima.

Laissez bronzer les cadavres


Titolo: Laissez bronzer les cadavres
Regia: Hélène Cattet, Bruno Forzani
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

L'estate mediterranea: mare blu, sole cocente e... 250 kg di oro rubato da Rhino e la sua banda! Invitati da Luce, una pittrice cinquantenne, in un borgo remoto e abbandonato, riconoscono nel luogo idilliaco un nascondiglio perfetto. A mettere a rischio il loro piano arrivano due poliziotti: il paradisiaco luogo celeste si trasforma ben presto in un campo di battaglia raccapricciante.

E' vero che l'ultimo film della coppia sembra una costola maledetta di Antonioni girata sotto effetto di lsd, un deserto rosso fotografato dal protagonista di blow-up sotto funghetti.
Il risultato rimane come sempre a livello visivo e simbolico un film affascinante e caratterizzato da alcune scelte estetiche e lavori di fotografia che esaltano ancora di più il curriculum della coppia di registi francesi di cui invito a vedere tutti i loro precedenti film. La loro visione come sempre è articolata su esercizi spericolati di cinema sul tempo, dentro il tempo e fuori dal tempo.
Siamo di fronte a due pionieri del montaggio, dello studio minimale di ogni singolo frame, di una logica e una geometria delle immagini minuziosamente studiate una per una con la personale ricerca di espressione sperimentando con i limiti e le potenzialità del cinema di genere.
Rimane un film con un linguaggio personale e non proprio immediato per quanto riguarda il fluire della narrazione e rimane un lavoro che cerca ostentatamente, quando riuscendovi quando meno, un’idea di originalità o di eccentricità . Insomma un lavoro che come sempre non passa inosservato. Arriva la loro terza opera dopo due film molto belli e soprattutto confermando l'amore per il cinema di genere e il bisogno di sperimentarsi come in questo caso in una sorta di western psichedelico dove durante vari spezzoni con una musica che ricorda Morricone vediamo una venere legata e quasi crocifissa che viene presa a frustate da un gruppo di uomini prima di urinare sulle loro teste.
Sin da AMER eravamo di fronte a due outsider.
Quelli che prendono la settima arte e ne scrivono un loro alfabeto preciso composto da una magia potente e la forza primigenia delle cose elementali che fondano e scoprono con il loro gusto soggettivo e molto personale fatto di un amore smodato per il cinema.
Degli stregoni quasi. Un cinema maledetto ma soprattutto con alcuni rimandi esoterici fatta quasi esclusione per quest'ultimo film che è tratto da un romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid che in Italia è stato tradotto con il titolo Che i cadaveri si abbronzino.
Il loro terzo film è sicuramente il meno complesso e simbolico, il più digeribile e fuibile da parte di un pubblico medio non abituato a questo tipo di sperimentazione.



Terminator 2


Titolo: Terminator 2
Regia: James Cameron
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Dieci anni dopo i fatti del primo episodio, un altro, più evoluto Terminator viene inviato sulle tracce di Sarah Connor: stavolta l'obbiettivo è il figlio John, il futuro leader della ribellione alle macchine che stanno per conquistare il mondo. Ma anche i ribelli, dal futuro, cercheranno di provvedere alla protezione del ragazzo.

Sono pochi i sequel che riescono a eguagliare o non sfigurare di fronte al primo capitolo.
Come per ALIEN la saga di Cameron, in cui manco a farlo apposta Cameron diresse ALIENS e dimostrando dunque come per entrambe le saghe riuscisse a portare il peso specifico dell'azione a profusione senza renderla fine a se stessa o stucchevole ma anzi dandole spessore e drammaticità.
Entrambi sono cult destinati negli anni a non perdere colpi ma a diventare sempre di più dei manifesti da seguire per tanti giovani registi che non riescono a dare carattere al genere.
All'interno del film c'è proprio tutto: dramma, sci-fi, azione, tanto sangue, alcune scene splatter, inseguimenti a profusione, trasformazione ed effetti in c.g allo stato di grazia e un cast tra cui il T1000 indimenticabili.
Un film che pur rivedendolo da poco veramente lascia davvero pochissimi elementi sui cui non essere d'accordo, come la caratterizzazione della Connor, che però è giusto passasse in secondo piano o alcuni scenari del futuro realizzati non proprio benissimo ma il sogno, anzi l'incubo di Sara, nel parco giochi è davvero cattivissimo e apocalittico per la razza umana.
Un film potente non può non aver dietro un mestierante in grado di tenere sotto controllo tutta la baracca senza perdersi quasi nulla, passando da una location all'altra e creando trame e sottotrame che servono ad alimentare la storia e soprattutto a proseguire il discorso dopo il primo capitolo in un continuum che dopo questo capitolo non avrà più la stessa corazza perdendo smalto e carattere e finendo per diventare una saga distrutta da giovani mestieranti, attori cretini e un incapacià di scrittura e messa in scena che lascia davvero senza parole.

giovedì 7 giugno 2018

Fire and Ice


Titolo: Fire and Ice
Regia: Ralph Bakshi
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Durante l'era glaciale, lotta selvaggia fra due tribù del Nord. Una principessa sta per essere violentata e uccisa, ma un gigantesco guerriero la salva

Fire and Ice è un film d'animazione indipendente e decisamente importante. Il suo peso è rilevante per più motivi. Il primo è che in quegli anni stava esplodendo letteralmente il fantasy di cui questo film ne è una costola importante per l'universo che crea, per il dualismo tra bene e male, fuoco e ghiaccio, perchè di lì a poco il fantasy sarebbe sdoganato dai mass media diventando molto più commerciale e industriale rispetto a queste opere incredibili.
Il perchè si riconduce subito alle tecniche utilizzate di cui il suo regista Bakshi è stato cantore e martire ineguagliato, e che con l’acidissimo SIGNORE DEGLI ANELLI e il meraviglioso AMERICAN POP ha tracciato una linea di stato dell’arte della faccenda con la quale però ha anche minato la sua carriera a causa dei costi esorbitanti non corrisposti da incassi altrettanto alti.
Una di quelle residue figure d’arte, autoriali e visionarie in un cinema d’animazione che stava semplicemente morendo sotto il botteghino Disney, schiavo del peggior buonismo.
Sensa contare poi la tecnica proprio del rotoscopio che consiste nel ridisegnare un cartone animato fotogramma per fotogramma sopra ad un girato con attori e ambientazione veri; una tecnica dispendiosa perché raddoppia le manodopera e i passaggi ma che permette momenti e soluzioni superbi per l’animazione, per quanto a volte strani.
Inoltre non bisogna dimenticare l'apporto di Franzetta che assieme a Bakshi ha rivoluzionato anche lo stile di come inserire la fotografia all'interno di questa incredibile tecnica cinematografica.

domenica 22 aprile 2018

Wall of Death


Titolo: Wall of Death
Regia: Mladen Kovacevic
Anno: 2016
Paese: Serbia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Quando Brankica aveva appena dieci anni, era lei l'attrazione principale delle fiere di paese. I suoi fratelli maggiori, delle leggende dell'ex Jugoslavia, erano acrobati sul muro della morte e lei era la principessa. Ora che i suoi fratelli non ci sono più, non rimane che lei. A 43 anni e nonna di sei nipoti, ripete gli stessi numeri correndo con la sua motocicletta lungo una pista di legno larga 6 metri. E'in bilico tra i ricordi malinconici del passato e la claustrofobica esistenza nell'ormai unico muro della morte esistente.

Istant Cult. Poco più che un mediometraggio come durata (61'20'') il lavoro di Kovacevic è molto più interessante e racconta molto di più di quanto potrebbe dire.
Entriamo nel circo, nella vita e nella quotidianità di chi ci vive dentro giorno per giorno, incontrando una famiglia di leggende acrobatiche che si confronta con un numero mortale sfidando continuamente la morte.
Il giro della morte, l'importanza di seguire un antico rituale e le tradizioni che non si possono cambiare, una promessa che sembra segnare la vita della protagonista nei confronti dei suoi fratelli e della loro morte. In fondo Brankica sembra voler convolare a nozze con il destino della sua famiglia in quel suo prolungato silenzio, quei momenti di solitudine mentre fuma spensierata e l'attenzione maniacale verso l'unica cosa che si ostina a fare.
La macchina come un documentario segue la vita di questo strano nucleo dove giovani e anziani lottano ogni giorno, sbaraccando e portando il circo e le loro attrattive di paese in paese sfidando le regole della sopravvivenza e non sembrando mai stanchi e stufi nonostante il limbo in cui sembrano essere confinati.
C'è così tanto amore in questa opera, come se il regista si fosse davvero affezzionato a queste persone e il risultato si vede eccome soprattutto dai segnali e dalle note molto personali che il regista coglie nei suoi protagonisti.
Infine uno spaccato su quello che ha prodotto la guerra tra Serbia e Croazia, un clima pesante e ancora con tanta sofferenza lasciata senza parole e senza un'adeguata soluzione per le vittime e coloro che andrebbero aiutate.
Allora i loro silenzi vanno riempiti magari sfidando proprio quel sottile confine tra la vita e la morte.


lunedì 19 marzo 2018

Essi vivono


Titolo: Essi vivono
Regia: John Carpenter
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

John Nada giovane disoccupato e vagabondo arriva a Los Angeles dove trova lavoro all’interno di un cantiere edile. Qui conosce Frank un altro operaio che lo fa alloggiare a Justiceville una baraccopoli situata ai margini della città. In seguito Nada, dopo che la polizia avrà sgomberato la bidonville, troverà in una scatola di cartone un paio di occhiali da sole in grado di fargli vedere il mondo in una luce completamente diversa.

Super cult o meglio capolavoro intramontabile che ancora oggi, o forse soprattutto oggi, non perde nulla del suo fascino, del suo carattere distopico e complottista smascherando con un metaforone geniale, i mali della nostra società.
Come fare per vedere il consumismo che avanza in una società inghiottita dalle pubblicità? Carpenter, uno dei più grandi registi al mondo, segna un punto importantissimo della sua già memorabile carriera e lo fa con un film che pur sembrando un giocattolone è di una cattiveria impressionante senza lesinare su stragi e omicidi.
I cari giustizieri reazionari yankees qui vengono ridicolizzati da un senza tetto che non avendo niente da perdere diventa il simbolo della ribellione contro il consumismo imperante, la corruzione, le multinazionali e tanto altro ancora.
Una metafora sulla condizione che in quegli anni si stava andando a conformare a danno di una popolazione ormai resa patologicamente dipendente da ciò che lei stessa ha contribuito a creare e veder nascere.
Essi Vivono è uno dei film manifesto della fine degli anni '80. Uno dei film di fantascienza più importanti e rivoluzionari della storia del cinema che abbracciando un formato da giocattolone diventa davvero brutale nel cercare di convertire l'umanità al dio denaro.
Straordinario e inarrivabile. Un film che a distanza di anni non perde un colpo anzi ne aggiunge diventando quasi una profezia per chi riesce a indossare gli occhiali senza sparare un colpo.
Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek ha definito il film un «capolavoro dimenticato della sinistra hollywoodiana». Secondo Zizek infatti «gli occhiali da sole fungono da critica dell’ideologia. Essi ti permettono di vedere al di la di tutta la propaganda, lo sfarzo, i poster e così via. Quando indossi gli occhiali da sole vedi la dittatura nella democrazia, l’ordine invisibile che si sorregge su una libertà apparente».



venerdì 5 gennaio 2018

Harpya

Titolo: Harpya
Regia: Raoul Servais
Anno: 1979
Paese: Belgio
Giudizio: 5/5

Un baffuto uomo sta camminando lungo una strada buia, quando sente le grida di una donna strangolata in una fontana. L'uomo mette fuori combattimento il suo assalitore, solo per scoprire che lei è in realtà un'arpia , un uccello bianco alato, più grande di un'aquila, con la testa e il seno (calvi) di una donna. Affascinato, l'uomo porta la bestia a casa sua per ripararla e nutrirla. Presto scopre l'insaziabile appetito di Arpia. L'Arpia mangia tutto il suo cibo, poi mangia il suo pappagallo e inizia a guardare il suo ospite con uno sguardo sinistro. Una notte, quando l'uomo tenta di fuggire, l'Arpia lo travolge e mangia le sue gambe.

Ci troviamo di fronte ad un capolavoro assoluto. Un cortometraggio girato da un Servais dimenticato dal cinema che riesce a infondere in quest'importantissimo lavoro atmosfere di un horror cupo con un tono grottesco ma al contempo umoristico e scanzonato.
Bellissima l'atmosfera da incubo bislacco che Servais riesce a creare calando gli attori in scenografie disegnate e lugubramente colorate. Il finale è ampiamente prevedibile, ma l'insieme del corto è davvero ammirevole non solo per il tocco pittorico ma anche per l'ottimo soundtrack, la recitazione, la messa in scena e l'atmosfera che grazie a degli sfondi straordinari riesce sempre a fare effetto.
L'Arpia poi è una creatura con viso di donna, ma con il mostruoso corpo di un uccello. Un viso che pare dolce, ma soltanto a chi - perché s'inganna - non percepisce la freddezza del suo sguardo, il gelo della sua inespressività, l'abisso vorace dei suoi occhi vuoti e scuri. L'Arpia è una metafora del rapporto psicologico "Infermiere-Malato", in virtù del quale alcune persone buone, ma deboli, danno tutto il proprio animo per soccorrere amanti o amici sbagliati, che non guariranno né cambieranno mai, dai quali anzi verranno trascinati nello stesso baratro.
Incubi (arpie maschi) o Succubi (arpie femmine), che, obbedendo ad una propria natura ferina che nulla ha di umano, spremono l'anima delle persone che hanno accanto, insensibili ed incuranti del danno che arrecano. "Vampiri energetici", come vengono chiamati al giorno d'oggi.
L'Arpia odia la vita, averla vicino porta a vivere con paura e con disgusto. L'Arpia è affamata e divora impunemente ogni cosa: il pover'uomo del cortometraggio non potrà più mangiare, nemmeno di nascosto, perché la creatura lo scoverà e divorerà il suo cibo con la voracità di una bestia affamata (fantastici i primi piani dell'Arpia che mangia con foga).
L'Arpia gli divorerà persino le gambe, per impedirgli di fuggire. Ma, soprattutto, per renderlo simile a lei: un mostro appollaiato sul proprio trespolo, la cui vita si riduce a fissare in eterno la propria mostruosa compagna.



Halloween 3

Titolo: Halloween 3
Regia: Tommy Lee Wallace
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Il dottor Daniel Challis è in piena crisi familiare. Un giorno in cui è di turno al pronto soccorso del suo ospedale deve soccorrere un uomo, ridotto in fin di vita da strani individui che l'hanno aggredito. Il ferito, che pronuncia frasi sconnesse, viene aggredito di nuovo e muore durante la notte. Daniel ed Ellie Grimbridge vogliono scoprire gli assassini e si mettono sulle tracce di un'ambigua fabbrica di maschere che vengono propagandate con ritmo ossessivo in televisione.

Un altro cult firmato da quel Wallace che sette anni dopo girerà la miniserie IT.
Prodotto da Carpenter che crea anche le musiche, è l'unico Halloween a non avere Mike Myers ma che invece si concentra su una storia perversa, politicamente scorretta, metafora dei mali che la tecnologia se non usata a dovere può generare e tante altre cose.
Halloween 3 ha veramente qualcosa di speciale. L'atmosfera e il brivido passa prima di tutto attraverso la colonna sonora che l'autore gestisce come sempre al meglio scegliendo una tonalità bassa e profonda che ti entra direttamente dentro la testa come il messaggio pubblicitario che fa scattare la trasformazione e che rende a tutti gli effetti lo spot pubblicitario come qualcosa di martellante e deleterio (la pubblicità televisiva di sempre).
Tom Atkins si conferma uno degli attori più importanti del filone b-movie degli horror americani e tutto ma proprio tutto funziona al meglio all'interno dell'opera che appena uscì venne ingiustamente calunniata ma che col tempo è diventato il cult che merita.
Di nuovo un'altra fetta dell'America che forse non si vorrebbe conoscere, una città quasi fantasma dove sembra esserci un copri fuoco velato e dove per la prima volta viene posto il male all'interno di una fabbrica di giocattoli (il Quadrifoglio d'Argento) gestito dal mefistotelico Conal Cochran.
Costui in realtà è un uomo privo di scrupoli che grazie ad una martellante campagna pubblicitaria immette sul mercato statunitense innumerevoli tipologie di maschere, le quali, secondo il losco piano, puntualmente verranno indossate dai bambini la notte di Ognissanti.
E' grazie a questo che lo spietato Signore della Notte intende distruggere l'umanità: le maschere sono infatti composte da microchip letali pronti ad attivarsi all'attuazione di un innocente spot pubblicitario, causando la fuoriuscita di viscidi serpenti, vermi, ragni e altre creature striscianti e pericolose. L'atroce bizzarria prenderà piede, naturalmente, la notte del 31 ottobre.
Scopriamo poi che Cochran (e qui il guizzo dello script che mischia sci-fi, horror e culti primitivi) è seguace di un barbarico rituale druidico che al ripetersi di una secolare congiunzione di pianeti reclama il sacrificio di sangue innocente, ed è proprio per questo che ha immesso sul mercato maschere programmate a causare l'atroce morte dei bambini che le indossano. Ogni maschera nasconde nel marchio del "Trifoglio" un congegno letale ricavato dai frammenti radioattivi di un dolmen di Stonehenge, pronto ad attivarsi ad un popolarissimo messaggio pubblicitario televisivo nella notte di Halloween.




giovedì 4 gennaio 2018

Alieno

Titolo: L'alieno
Regia: Jack Sholder
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Perché un uomo tranquillo si trasforma improvvisamente in un pericoloso rapinatore di banche e in uno spietato assassino? E perché, dopo la cattura, l'uomo muore in ospedale e contemporaneamente un altro paziente si trasforma in una belva assetata di sangue? Questi ed altri inspiegabili fatti sono provocati da un mostruoso extraterrestre che usa, come fossero vestiti, ora questo ora quel corpo, non importa se uomo o donna o animale. Saltando da un corpo all'altro, l'essere progetta di impadronirsi del potere "occupando" il corpo del presidente degli Stati Uniti. Soltanto uno strano agente del F.B.I. sembra capace di contrastare il mostro, mentre la polizia non sa "che pesci pigliare". E l'agente è l'unico in grado di dare seri grattacapi all'orribile parassita, dal momento che egli stesso é un extraterrestre: anzi, proviene dal medesimo pianeta del criminale alieno, cui da molto tempo sta dando la caccia.

Istant cult di sempre. Il film di Sholder è una delle pietre miliari della sci-fi.
Vero gioiello della fine degli anni '80, The Hidden ha diversi elementi originali oltre che mostrare uno degli alieni più terribili e schifosi della storia del cinema grazie anche ad un funzionalissimo uso degli effetti speciali artigianali.
Una specie di ragno, un prototipo di ALIEN che passa di corpo in corpo come per THE THINGS ed esplorando diversi generi tra l'horror e il thriller d'azione metropolitano. Un film dove i topoi di genere fanno da padrone dalla perfetta e affiatata coppia di detective, ai vari predestinati ad essere "posseduti", alle mire espansionistiche dell'alieno che punta alla presidenza e un ritmo che per tutta la durata non perde mai colpi.
Il film inspiegabilmente colpisce proprio nelle scene in cui vediamo gli umani "presi in prestito" dall'alieno e quindi una serie di gesti e azioni bizzarre alcune grottesche e senza risparmiare nulla (la scena iniziale la dice lunga) con altre abbastanza comiche. Rientra a pieno in quel gruppo di film che stava cercando di ridare forma al concetto dell'invasione aliena a differenza dei film come quello di Siegel del '56. Un'invasione dunque che è già avvenuta, che qualcuno riesce a vedere e altri no, che sembra passare in sordina e infine con le mire espansionistiche dell'alieno lo script mostra un sottotesto politico interessante che poteva cercare di scavare più a fondo anche se il climax finale è indimenticabile.


domenica 4 giugno 2017

Conan il Distruttore

Titolo: Conan il Distruttore
Regia: Richard Fleischer
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una giovane fanciulla deve recuperare un corno magico custodito da un mago: la regina cattiva le affianca un muscoloso cavaliere per scortarla durante il viaggio, ma in realtà ha già programmato il sacrificio della ragazza. I buoni, però, riusciranno a mandare a monte i suoi crudeli progetti.

Con questo secondo capitolo si concludono le gesta epiche del Cimmero più famoso al mondo. Certo minore rispetto al primo capitolo, il sequel diretto da Fleischer si concentra maggiormente sulle avventure inserendo una galleria di personaggi indimenticabili e alcuni momenti che sono diventati indimenticabili. Partendo dalla liberazione di Zula, il mago Akiro, l'uccello alato che porta via la principessa, la creatura cornuta, il castello del mago e il santuario del corno, nonchè la scena degli specchi raggiungono punti molto alti per come riescono ad essere scenari perfetti d'avventura e azione e al contempo far emergere tutto l'occultismo, i sortilegi e la stregoneria.
Dal punto di vista della scenografia e dei particolari inseriti nel film tutto assume un'aria più kitsch ma al contempo trovando anche scelte e dinamiche divertenti e meno truci del primo capitolo.
Tutta l'azione infine viene espressamente resa meno epica con una certa nota di leggerezza che lo rende più disimpegnato ma allo stesso tempo un film con un target che forse non si è riuscito più a raggiungere sposando così tanti elementi e sapendogli dare forza, anima e sostanza.






domenica 30 aprile 2017

Conan il barbaro

Titolo: Conan il Barbaro
Regia: John Milius
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Nella mitica Era Hyboriana, tra la caduta di Atlantide e l’inizio della storia conosciuta, il giovane Conan del popolo dei Cimmeri, barbari fabbricatori di spade dalla superba fattura, vede tutta la sua tribù massacrata dagli uomini del malvagio stregone Thulsa Doom (James Earl Jones),bramoso di conoscere il fondamento della loro arte, il Segreto dell’Acciaio. Dopo anni passati come schiavo prima e gladiatore poi, Conan riconquista la libertà e giunge nella città di Shadizar, dove in compagnia dell’amante Valeria e dell’amico Subotai si crea una fama come ladro e mercenario. Viene dunque ingaggiato dal re della città per una missione della massima importanza: salvare la figlia del monarca, fuggita per unirsi agli adepti di Thulsa Doom del cui perverso fascino è caduta vittima. Di fronte all’occasione di vendicarsi dell’assassino della sua famiglia, il Cimmero accetta e parte con i suoi compagni alla volta del palazzo dello stregone.

Schwarzenegger, qui al suo esordio, verrà ricordato nella storia del cinema per CONAN, TERMINATOR, PREDATOR e ATTO DI FORZA
Gran parte del resto che ha fatto è merda contando che non è mai stato un attore ma un fisic du role da sfruttare al meglio nelle produzioni più indicate .
Conan il Barbaro non è solo un cult e un capolavoro, ma un viaggio epico nella formidabile mente di Robert E. Howard creatore di personaggi come SOLOMON KANE e di altri straordinari romanzi e racconti brevi pubblicati tra il1932 e il1936 su Weird Tales (da ricordare soprattutto di Howard ALI NOTTURNE, FIGLI DI ASSHUR) oltre che per la memorabile saga di Conan.
John Milius grazie al contributo nella sceneggiatura di Ridley Scott e alla colossale produzione che sta dietro l'immenso Dino de Laurentis e sorella, riesce a dare vita ad un kolossal che per gli anni aveva forse il più grande allestimento scenografico mai visto per il genere e alcuni effetti speciali precursori per l'anno in cui è uscito.
Dal serpente gigante, agli spiriti che vogliono impossessarsi del corpo di Conan, alla trasformazione di Thulsa Doom, alla strega licantropa con cui Conan copula all'inizio del film.
Tutto all'interno del film funziona perfettamente grazie anche all'incommensurabile colonna sonora di Basil Poledouris, che sottolinea mirabilmente tutte le fasi del film a cui susseguono le fantastiche inquadrature, veramente suggestive, e la generale atmosfera epica della pellicola, nella quale tra l'altro i dialoghi sono ridotti al minimo, per lasciare posto al linguaggio delle immagini.
La sceneggiatura ha un impianto perfetto e la trama infatti è solida e scorrevole alternando ironia a momenti più sanguinolenti.
Conan The Barbarian possiamo definirlo un giocattolone pieno di magia nera, una pellicola dopata di fantasy ed epicità, a cui segue il sequel CONAN IL DISTRUTTORE e di cui è stato fatto un remake qualche anno fa con Jason Momoa che non vale nemmeno l'unghia dell'originale.
Conan vuole essere a tutti gli effetti uno spaccato dei valori del periodo storico che lo ha visto nascere rimanendo un tuffo nell’America del passato che riesce a toccare la parte più machista.
Un classico che va visto almeno una volta, anche solo per fare un piacevole salto di due ore nel mondo fantastico dell’era Hyboriana inventata dallo scrittore.
L'unico difetto di Milius come di Eastwood è quello di essere conservatori e spesso nei loro film, più per il primo regista direi, questa visione d'intenti emerge in maniera nemmeno troppo velata.

Per Crom e per l'Acciaio!

martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


Excalibur

Titolo: Excalibur
Regia: John Boorman
Anno: 1981
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Merlino è al servizio di Uther Pendragon, ambizioso nobile che vuole diventare Re. Il destino del cavaliere è però segnato dall'infatuazione per la bella Igrayne, moglie del Duca di Cornwall, con il quale aveva appena siglato un patto di pace. Aiutato da Merlino e dalla magia a possedere la donna, alla nascita del figlio originato in quella notte Uther è costretto a lasciare il pargolo alle cure del Mago che lo chiede come pegno in cambio dei suoi passati servigi. Poco dopo lo stesso Uther cade in un'imboscata lasciando la magica spada Excalibur conficcata in una roccia. Anni dopo il bambino (ormai uomo), chiamato Artù e cresciuto da Sir Hector, partecipa come scudiero per il fratello acquisito ad una competizione nella quale il vincitore potrà tentare di estrarre la spada, ormai diventata un simbolo di pellegrinaggio per chiunque aspiri al regno: la leggenda infatti sostiene che solo chi riuscirà a sradicarla dal masso potrà diventare Re. Per un imprevisto Artù si ritrova proprio egli stesso a brandirla, ottenendo di fatto il diritto al trono. Ma il suo, nonostante i consigli di Merlino, non sarà un regno "facile": e l'arrivo di Lancillotto alla Tavola Rotonda e le mire di potere della sorellastra Morgana lo metteranno di fronte ad enormi difficoltà.

Excalibur di Boorman è un cult e un capolavoro a cinque stelle. Un film epico degno di entrare a far parte della tavola rotonda e diventare così leggenda come le gesta epiche e i passaggi cruciali della leggenda arthuriana, dalla spada nella roccia al menage a trois con Ginevra e Lancillotto, dalla ricerca del Sacro Graal fino alla rivalità tra Merlino e Morgana.
Ricordo ancora la prima volta che lo vidi da piccolo e ne rimasi spaventato per la violenza e la crudeltà nei combattimenti. Erano tempi in cui il fantasy e la magia venivano quasi sempre rappresentati in modo allegro e a lieto fine senza l'atmosfera di morte assolutamente affascinante che abbraccia tutto l'arco della narrazione. Boorman come regista è stato tra i migliori di quel periodo, girando interamente in Irlanda quest'opera visionaria e accettando una sfida complessa.
Se pensiamo che il regista avrebbe dovuto girare in quegli stessi anni il Signore degli Anelli tiriamo un sospiro di sollievo. Excalibur si potrebbe definire in molti modi e il vero segreto, o la vera magia, è che al giorno d'oggi non ha perso nulla del suo fascino e della sua atmosfera mostrando un'epoca oscura di sangue e acciaio, aumentando il fascino visivo ad ogni capitolo e situazione che tocca grazie anche al perfetto contributo e il montaggio delle musiche dei Carmina Burana che aumentano il fascino e l'epicità delle gesta e dei combattimenti.
Il taglio fantasy e dark è forse ad oggi il miglior connubbio mai riuscito, rimanendo ad oggi la più potente rilettura cinematografica del ciclo arturiano, ricca di personaggi e situazioni iconoche della leggenda bretone. Excalibur e tutto e di più riuscendo a trovare un cast importante che riesce a valorizzare la caratterizzazione di ogni singolo personaggio.
Un fantasy adulto e non superficiale, sospeso tra dramma e ironia, portandoci per la prima volta, e forse l'ultima, in un'avventura senza fine dove ancora la magia e il paganesimo riuscivano ad essere gli unici strumenti simbolici organizzatori di senso.