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giovedì 24 ottobre 2019

Traditore

Titolo: Traditore
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Sicilia, anni Ottanta. È guerra aperta fra le cosche mafiose: i Corleonesi, capitanati da Totò Riina, sono intenti a far fuori le vecchie famiglie. Mentre il numero dei morti ammazzati sale come un contatore impazzito, Tommaso Buscetta, capo della Cosa Nostra vecchio stile, è rifugiato in Brasile, dove la polizia federale lo stana e lo riconsegna allo Stato italiano. Ad aspettarlo c'è il giudice Giovanni Falcone che vuole da lui una testimonianza indispensabile per smontare l'apparato criminale mafioso. E Buscetta decide di diventare "la prima gola profonda della mafia". Il suo diretto avversario (almeno fino alla strage di Capaci) non è però Riina ma Pippo Calò, che è "passato al nemico" e non ha protetto i figli di Don Masino durante la sua assenza: è lui, secondo Buscetta, il vero traditore di questa storia di crimine e coscienza che ha segnato la Storia d'Italia e resta un dilemma etico senza univoca soluzione.

Mi sono sentito tradito da Cosa Nostra che ha abbandonato quel sistema di valori al quale avevo consacrato il mio giuramento. La mafia aveva dei suoi valori, non si uccidevano i bambini e gli anziani confessa nelle prime battute Buscetta a Falcone. Ma quali valori? risponde subito il giudice come a far immediatamente capire il muro che c'è tra i due, una barriera che solo il tempo farà sì che si venga a creare una solida e robusta collaborazione.
Il Traditore è un ottimo film di mafia, una sorta di sigla del nostro paese quando si tratta di crime-movie, che riesce, grazie ad un importante budget e una galleria di attori tutti in parte, ha delinea un fatto sociale che spero tutti conoscano e che il film ci tiene a documentare cercando di essere il più verosimile possibile.
E'un film da guardare con i sottotitoli, dalle prove attoriali intense, da alcune roboanti scene d'azione, gli arresti, le torture, i continui cambi di location e infine il tribunale.
Un'epopea di più due ore e mezza dove tutto sembra predestinato per arrivare in quell'aula dove qualcuno si aspettava di sentire il ruggito dei leoni mentre invece sembravano esserci  solo squittii.
C'è una storia di legami di famiglia, di omicidi, di condanne, un rapporto di lavoro e poi di amicizia tra il boss dei due mondi e Falcone fino al climax finale dove tra le condanne (366) e la morte del famoso giudice con cui il pentito ha passato ben 45 giorni, assistiamo a tanti pezzi di storia d'Italia, praticamente l'ultimo ventennio del '900, che si concludono in un momento che avrebbe potuto cambiare le sorti della mafia e del paese ovvero quando Buscetta prova ad attaccare quello che per lui è il vero male: la politica e dunque Andreotti.

lunedì 21 ottobre 2019

Angelo del crimine

Titolo: Angelo del crimine
Regia: Luis Ortega
Anno: 2018
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

Buenos Aires, 1971. Giovane, spavaldo, coi riccioli biondi e la faccia d'angelo, Carlos entra nelle case della gente ricca e ruba tutto ciò che gli piace. L'incontro a scuola con Ramón, coetaneo dal quale è attratto, segna il suo ingresso in una banda di criminali, con la quale compie altri furti e soprattutto il suo primo omicidio, di fronte al quale rimane assolutamente impassibile. Fino alla morte dell'amato Ramón e oltre, Carlos proseguirà indisturbato le sue attività criminali, uccidendo ancora e talvolta facendo ritorno dai genitori come un figlio qualsiasi. Verrà arrestato dopo un colpo andato a male e l'assassinio di un complice.

Come spiega il film nel finale, anche una faccia d'angelo può nascondere un feroce omicida. Il film di Ortega di fatto dimostra una realtà che non poteva più essere nascosta e che riportava al riconoscimento dei presunti serial killer, persone per lo più di colore o che rispondevano a determinati tratti somatici. La teoria lombrosiana accennata verso il finale fa un bel passo in avanti, ipotizzando e dovendo per forza trovare una giustificazione, dopo l'arresto di Carlos dove venne appurato che il suo aspetto ambiguo potesse averne favorito la devianza psichica sfatando così il luogo comune degli occhi sporgenti, della pelle scura, del naso aquilino e i denti storti.
La storia di Carlos Robledo Puch, "el Ángel de la Muerte", il più famoso serial killer argentino, arrestato nel 1972 dopo aver ucciso almeno 11 persone cerca di essere molto fedele alla storia, evitando esagerazioni o forzature troppo marcate, cercando di documentare gli eventi principali attraverso il comportamento apparentemente sociopatico del suo protagonista e delle sue azioni.
Una famiglia vera di criminali a cui appoggiarsi, una famiglia putativa che non riesce a vedere cosa sta succedendo, diventando a tratti complice nell'aver paura dell'impulsività del proprio figlio. Tutti provenienti da una famiglia povera ma onesta. Un lato queer del protagonista che emerge solo in alcuni dialoghi come quando la madre di Ramon vorrebbe iniziare faccia d'angelo, ma il ragazzo risponde di essere interessato a suo marito, la vera mente criminale; un uomo che agisce indisturbato alle spalle del figlio e di Carlos, trovandolo geniale ma allo stesso tempo nascondendo inquietudine  e paura di come il giovane non abbia nessun tipo di esitazione ad uccidere chiunque.

mercoledì 2 ottobre 2019

Non sono un assassino

Titolo: Non sono un assassino
Regia: Andrea Zaccariello
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Francesco Prencipe è vicequestore e amico fraterno del giudice Giovanni Mastropaolo, oltre che dell'avvocato Giorgio, di ricca famiglia ma che ha smesso di esercitare dopo una delusione d'amore e una caduta nell'alcolismo. Quando il giudice Mastropaolo viene trovato ucciso, Francesco, che è l'ultimo ad averlo visto, è il principale indiziato dell'indagine. Lui si dichiara innocente e si affida per la propria difesa a Giorgio, inoltre cerca di ricongiungersi con la figlia, che non gli perdona di aver lasciato la famiglia per un'altra donna. Tutti, inclusi i colleghi in polizia, accusano Francesco di essere una persona orribile e solo Giorgio sembra essere dalla sua parte, anche se da ragazzini Francesco finì per escluderlo e preferirgli Giovanni come amico del cuore. I tre strinsero anche un misterioso patto: non aprire mai un cassetto segreto della scrivania di Giovanni, dove lui aveva nascosto qualcosa che non ha mai voluto rivelare.

Zaccariello è un regista che dopo alcuni sfortunati film arriva ad una grossa produzione con un cast che nel cinema italiano vanta tra i nomi migliori e un soggetto tratto dal libro omonimo di Francesco Caringella, che mischia tanti elementi, strizzando l'occhio al cinema di genere tra noir, mèlo e troppi flashback da romanzo di formazione che incidono sul ritmo della pellicola finendo per farla diventare l'ennesima indagine soporifera e con pochi colpi di scena e un finale molto discutibile.
E'una prova di attori dove l'onnipresente Scamarcio cerca di fare quanto di meglio, Pesce non viene utilizzato a dovere come anche Boni con un trucco davvero discutibile.
E'un film complesso da gestire come tanti registi italiani stanno dimostrando, chi riuscendoci a metà e chi come in questo caso non riuscendo a mantenere viva la suspance.
Il film dura decisamente troppo, e quando non vediamo alcuni interminabili flashback, assistiamo a piani temporali confusi inseriti in maniera macchinosa dando l'idea di essere una fuga dal non riuscire a gestire tutta la macchina produttiva.
Per finire il climax finale su cui si concentra tutta la sinossi del film ha un epilogo fulmineo scandito da poche battute. Una scelta voluta oppure ancora una volta una difficoltà a decifrare tutta l'indagine e l'ambiguità del suo protagonista.
Zaccariello non è Soavi, le scene d'azione e di tensione praticamente non esistono e siamo ben lungi da pellicole come Arrivederci amore ciao ma anche rispetto a pellicole indie e sconosciute e con molto meno budget e attori di spicco come il Codice del babbuinoMalarazzaContagio o per certi versi più simile Ragazza nella nebbia.

venerdì 9 agosto 2019

Sleepers


Titolo: Sleepers
Regia: Barry Levinson
Anno: 1996
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quattro giovani ladri, finiti in riformatorio negli anni sessanta per l’uccisione accidentale di un passante, vogliono vendicarsi delle angherie subite dalle guardie.

Sleepers è prima di tutto una parata di star alcune di grande successo, altri meno e infine qualcuno che non c'è l'ha fatta. Gassman, Hoffman, De Niro, Bacon, Pitt, Patric, Crudup, Renfro.
Sleepers non è esente da difetti, anzi, ma rimane un film importante con una vicenda davvero disturbante nonostante i film sugli abusi e sul carcere siano un tema ricorrente da anni a questa parte. Quello che colpisce al di là di alcune intense interpretazioni, è l'atmosfera del film, soprattutto nella prima parte, che sembra rimandare a Scorsese ma anche ad un certo cinema di genere. Ci sono pro e contro nel film, scelte che si possono ritenere giuste o valide e altre discutibili. Uno dei pochi film in cui la voce narrante non è un punto debole ad esempio.
Come nel conte di Montecristo citato a profusione, la vendetta va preparata e infine sfruttata nella maniera più funzionale quella per le strade ma soprattutto nell'aula di tribunale. Ci sono vari stereotipi che proprio sulla parte finale e i personaggi chiamati in causa, sostengono la giustizia privata attraverso la manipolazione della legge e della fede cattolica (il giuramento del prete De Niro) dando al film pregi e momenti debolucci in un altalenarsi dove i difetti sembrano andare di pari passo con la strategia per confezionare la vendetta.
Il coraggio di Levinson non si risparmia specie nelle scene in riformatorio, Rizzo il nero come capro espiatorio, le urla dei ragazzi nei corridoi mentre vengono abusati e torturati, l'incidente scatenante iniziale..il dialogo con Bacon da parte di Tommy e John.



venerdì 2 agosto 2019

Fratelli nemici


Titolo: Fratelli nemici
Regia: David Oelhoffen
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Manuel e Driss sono cresciuti come fratelli nelle banlieue parigine ma oggi tutto li oppone. Manuel gestisce traffici di droga, Driss è diventato un agente dell'antidroga. All'ombra di un assassinio che ha freddato in strada tre dei suoi compagni, Manuel è costretto a collaborare con Driss. Tra ostilità e risentimento e malgrado la loro diffidenza reciproca, i loro legami si riallacciano intorno alle radici comuni.

Il polar visto dagli occhi di un regista che finora si è confrontato con il western e il dramma della guerra. Pochi ingredienti: amicizia, spaccio, tradimenti e vendetta.
Oelhofen tratta una storia molto reale, che vede contrapposti due vecchi amici cresciuti assieme dai volti espressivi e intensi di Kateb e Schoenaerts (uno degli attori più in gamba della sua generazione). Guardia e ladri, poliziotti contro spacciatori e viceversa, bande criminali e signori della droga intoccabili che fanno il doppio gioco. Tutto sembra assumere i soliti clichè di genere portando a galla una vicenda già ampiamente nota nel cinema.
Quello che però il regista riesce bene a disegnare sono le traiettorie tra i personaggi, caratterizzati molto bene e con dei dialoghi che non risparmiano sofferenza e amarezze, scappando da vecchi errori e rincorrendo amori di una vita. Pochi momenti di action ma quando si presentano sono esplosivi, violenti, reali, come la strage iniziale dove Manuel come in Maryland vede tutto dalla sua prospettiva nascondendosi come può.
L'incidente scatenante, che arriva tardi, crea un cambiamento nella strategia dei contenuti del film, in cui il protagonista fugge, "è bruciato" come racconta a Driss e da lì in avanti il loro rapporto segue un parallelismo come quello di Costigan/Queenan.
Un film duro e marmoreo isolato in pochi spazi sfruttando e saltando da una location al'altra in un quartiere governato da regole e spacciatori tra marciapiedi che scottano, cemento armato, garage sotterranei che sembrano gallerie infinite, piazze e residence alveari, passando da un tetto all'altro sempre camminando con il viso coperto.
Nessuno sconto e la realtà dura di quartiere non potrà che portare a effetti perversi e conseguenze inattese.

DolceRoma


Titolo: DolceRoma
Regia: Fabio Resinaro
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Andrea Serrano ha 29 anni, sa di essere uno scrittore, ma al momento campa lavando i pavimenti di un obitorio: difficile dare un senso alla propria esistenza quando ci si sente una comparsa nella vita degli altri, invece che il protagonista nel proprio storytelling personale. Tutto cambia quando Andrea pubblica il suo primo romanzo, "Non finisce qui", e un produttore, Oscar Martello, se ne dichiara così entusiasta da volerlo trasformare in film. In una Roma dove "nessuno dice quello che pensa e nessuno fa quello che dice", Martello non ha peli sulla lingua e si dimostra di parola, affiancando ad Andrea un regista e una protagonista, Jacaranda Ponti, che guarda caso è la donna dei sogni dello scrittore. Peccato che il regista si riveli un "Tarkovsky dei poveri" e trasformi "Non finisce qui" in un film inguardabile: la carriera di Andrea rischia di naufragare, così come quella della bella Jacaranda. Riusciranno i due a recuperare dignità, umana e professionale?

DolceRoma è l'ennesimo ritratto della capitale in un film che sembra rincorrere un'idea di cinema stratificato e complesso quando invece risulta a tratti estremamente già visto e infantile.
Non sembra proprio di vedere alla regia lo stesso di Mine film molto più riuscito forse anche grazie al fatto di non essere così ambizioso. DolceRoma è a briglie sciolte, sembra una farsa nemmeno poi così ironica, mostrando un altro aspetto di Roma dopo pellicole che in maniera molto più matura e funzionale ne hanno descritto gli eccessi e tutto il resto.
Si passa dalla commedia al noir, dalla satira al thriller, passando per il film d'azione, il crime e il "camorra movie" arrivando anche ad aggiungere un momento musical.
Senza mai azzeccarne uno in particolare bisognerebbe aggiungere... ma risultando un pasticcio coloratissimo che deve quasi tutto alla color correction e alla post produzione (aspetti che rendono il film con un'idea di cinema molto simile agli americani, facendone però un uso eccessivo e stracolmo che a lungo andare annoia o sembra una scelta radicale per districarsi da un impianto che fa acqua da tutte le parti).
Barbareschi troppo sopra le righe anche se affascinante e forse il più riuscito di tutti, Richelmy che sembra con lo sguardo volutamente perso per tutto il film, Montanari inguardabile, De Rienzo in un ruolo che non è il suo, l'unica che sembra quasi fare una bella figura, pur non piacendomi come attrice, è la Gerini che nella scena di nudo quando esce dalla vasca di miele risulta ancora molto bella e affascinante. Lo stesso non si può dire per la Bellè, femme fatale purtroppo stereotipata eccessivamente. A tratti davvero sconclusionato e fuori dai binari, sembra guardare proprio una certa idea di cinema pulp risultando però insufficiente in quasi tutti i momenti in cui cerca il parallelismo. Con una retoricità delle battute, il film sbanda continuamente risultando confuso e
sprecando purtroppo quel potenziale che sembrava avere fin dall'inizio.
Un montaggio troppo frenetico, una direzione degli attori lasciati ad auto gestirsi con i risultati spiacevoli descritti prima, parti meta cinematografiche a caso, intere sequenze delegate a montaggio e voce narrante, in più sembra iniziare come una commedia intellettuale per poi sfociare in troppe cose, dal thriller investigativo fino ad un finale telefonato ed un climax imbarazzante e tanti ma proprio tanti momenti che sconfinano nel trash.


mercoledì 10 luglio 2019

Paranza dei bambini


Titolo: Paranza dei bambini
Regia: Claudio Giovannesi
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Napoli 2018. Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ, Briatò vogliono diventare ricchi alla svelta, comprare abiti firmati e motorini nuovi. In particolare Nicola, la cui madre gestisce una piccola tintoria non resiste alla tentazione di entrare a far parte di una 'famiglia' camorrista. Il furto di una pistola lo fa sentire più uomo anche nei confronti di Letizia che gli è entrata nel cuore al primo incontro. In poco tempo diventa il capo del suo gruppo. Nicola ha 15 anni.

"Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza"
E'vero qualcuno forse dirà che il miglior cinema italiano, quello main stream, ruota spesso attorno ai temi della criminalità organizzata. In questo caso il filone cerca di inserire un connotato leggermente atipico dove ad essere protagonisti sono i ragazzini, quelli stessi visti nella serie di GOMORRA.
Il risultato supera le aspettative e sfiora quasi il capolavoro.
Neo realismo post-contemporaneo del cinema italiano? Sicuramente Giovannesi e Saviano hanno saputo fare un ottimo lavoro di squadra.
La miglioria apportata al film è da scovare nella sua messa in scena, nella mai banalità della sceneggiatura, di uno script e di un'idea che insegue e si muove a cavallo della realtà e infine un manipolo di attori più che in parte forse addirittura esaltati dall'idea di poter inscenare piccoli boss scelti tutti non professionisti direttamente dal Rione Sanità.
A differenza però della serie resa famosa o di alcuni piccoli protagonisti di Ostia, qui il tratteggio è proprio sulla formazione del manipolo di ragazzi, in particolare Nicola, della sua ascesa, tra richieste di pizzo, una ragazza da mantenere e a cui non far mancare niente, ad una madre che pur intuendo la scelta del figlio preferisce tacere per una casa di lusso, al sentirsi uomo con un arma tra le mani e infine gli omicidi, che dopo la prima esecuzione diventano normale routine.
Nel film di Giovannesi i ragazzini sfidano i boss minacciandoli senza mostrare paura o esitazione
Proprio per uscire però dal racconto di genere criminale di noir come appunto GOMORRA faceva, il film sceglie e adotta una soluzione per certi versi nuova, lavorando più su cosa succedeva agli adolescenti e i loro sentimenti quando sceglievano una vita criminale.

martedì 30 aprile 2019

Mali


Titolo: Mali
Regia: Antonio Nuic
Anno: 2018
Paese: Croazia
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Dopo aver trascorso quattro anni in prigione, Franjo non è cambiato. Era, ed è tuttora, uno spacciatore. Sua moglie sta morendo e i genitori della donna vogliono far risultare l'uomo incompetente al fine di togliergli la custodia del figlio, Mali. Tuttavia, Mali ama suo padre e vuole continuare a vivere insieme a lui. I metodi genitoriali di Franjo sono poco convenzionali, ma non intende darne conto a nessuno. Inoltre non permetterà ad anima viva di portargli via suo figlio. Inaspettatamente, per il suo 40esimo compleanno, Franjo riceverà un regalo che risolverà tutti i suoi problemi.

Una commedia grottesca, un insolito dramma sul sociale. Mali è il secondo film del giovane croato Nuic che sempre su territori indipendenti inesplorati muove la sua macchina cinematografica con un film intenso che cerca di mettercela tutta per quanto concerne le carenze di budget e alcuni intenti che cercano di mescolare film di formazione e crime movie.
Come succedeva per Wild Bill anche qui abbiamo giovani/adulti e viceversa, dove cercando di dare il buon esempio ai figli spesso e volentieri si finisce con l'essere peggio dei bambini.
Da questo punto di vista il passato criminale e alcuni vizi sembrano essere i leitmotiv di Franjo e la sua banda di rovinati.
Mali cerca di farsi spazio come dicevo alternando spesso il linguaggio rendendolo ironico e volgare ma anche colto e raffinato, sempre sul piano della bilancia, offrendo uno spaccato sul sociale dove cercare di rifarsi una vita per chi è stato in prigione oggi diventa sempre più complesso, soprattutto quando a raccoglierne gli esiti diventano i bambini come nel caso del piccolo Mali.



domenica 28 aprile 2019

Spietato


Titolo: Spietato
Regia: Renato de Maria
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Santo Russo, è un giovane calabrese che finisce ancora adolescente a Buccinasco, dopo che il padre è caduto in disgrazia con la 'ndrangheta. Qui cerca di mimetizzarsi, impara l'idioma locale e, trascorso ingiustamente un periodo in carcere, inizia a farsi strada nella criminalità. Le cose gli vanno bene, ma solo fino a un certo punto, tanto che si reinventerà come imprenditore, ovviamente con le mani in pasta in affari sporchi e pure coinvolto nel traffico di eroina. Santo sembra avere tutto, compresa un'artista come amante che lo circonda della bella società, ma la moglie molto cattolica inizia a capire chi ha sposato davvero...

De Maria dopo anni torna a collaborare con Scamarcio (un attore che negli ultimi anni ha dimostrato margini di miglioramento) con il risultato di omaggiare il crime movie/polizziottesco all'italiana (Lenzi e Fernando Di Leo) in un film godibile ma che lascia l'amaro in bocca.
Sembra una tipica prova di stile ad effetto con tanti accessori interessanti ma che si dimentica presto senza far luce o riflettendo su nulla, ma lasciando il crime movie come immagine di copertina e basta, lasciando così ai posteri temi come quelli della nevrosi della società contemporanea, lo stress della vita moderna, l'alienazione e il lavoro, tutti mali che andavano già delineandosi tra la classe operaia e esponenti di un ceto medio logorato di cui ancora non si parlava tanto e in cui Santo si sente di doverne far parte. Qui è tutto molto più semplice. Santo sceglie la vita criminale perchè più redditizia e perchè non vuole fare la fine del padre (visto come il fallimento da cui prendere esempio)
Santo Russo è solo l'ultimo di una galleria di criminali a cui il cinema ha saputo regalare volto e performance, intenti e progetti nonchè stili di vita e tutto quanto il resto.
Due ore di azione, dialoghi che vengono masticati velocemente senza lasciare alcuna riflessione, un divertissement ovvio, con una scenografia che fa da padrona e una buona prova attoriale.
Altro non c'è da dire. Lo spietato conferma la fretta e il bisogno di Netflix di impossessarsi di un nutrito stuolo di prodotti per abbellire un catalogo che ogni mese deve essere il più appetibile possibile.
La metafora del supermercato per me rimarrà sempre la più funzionale per spiegare Netflix.
Viene doverosa la domanda o il confronto se rispetto al cinema anni '70, che ripeto De Maria omaggia in primis con la colonna sonora, lì almeno veniva denunciato un certo abuso di potere, la mano dura delle istituzioni, la lotta criminale, qui invece sembra tutto eccessivamente tirato, la sceneggiatura è piatta e si vede che nella fretta si è cercato di sopperire a tanti limiti della pellicola.
L'intrattenimento, quello c'è, ma tutto il resto è lasciato alle smorfie di Santo/Scamarcio che sembra essere diventato dopo la collaborazione con Sorrentino e l'aiuto della Golino e della Tedeschi l'attore di punta italiano assieme a Borghi (il quale immeritatamente gli ha soffiato il David di Donatello).



lunedì 11 marzo 2019

Suburra-Stagione 2




Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.
Suburra, la serie, è il prequel del film Suburra diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come Gomorra-Season 3 (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.
10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.


Punisher- Stagione 2


Titolo: Punisher- Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

La seconda stagione di The Punisher racconterà del conflitto tra il sempre poco incline al dialogo Frank e il suo ex migliore amico Billy Russo. Russo indosserà la maschera che lo ha reso Jigsaw per coprire il suo volto, sfigurato dallo stesso Punitore al termine della prima stagione. Uno scontro tra due personalità fortemente borderline, entrambe disposte a perseguire i propri scopi senza indugiare granché nella clemenza: l’antieroe Frank nella sua battaglia ultra-violenta alla criminalità di qualunque genere e tipo, Jigsaw (da noi conosciuto anche come Mosaico) nei suoi propositi di vendetta proprio contro Castle.

Il sequel della prima serie tv targata Netflix dell'anti eroe stelle e strisce americano, probabilmente deve aver imparato dalla prima gli errori commessi è così riesce laddove quasi ogni speranza era andata persa.
Prima di tutto gli sceneggiatori hanno avuto una bella pensata. Aggiungere un villain.
In secondo luogo hanno fatto uscire completamente fuori di testa il vilain della prima stagione.
Il risultato è quello per cui abbiamo Castle che deve difendere una ragazza da una setta, una sorta di predicatore con un passato agguerrito e tantissima azione e sparatorie.
Non era difficile ma alla fine ci sono riusciti. Castle è un personaggio fisico, farlo parlare troppo mettendolo al centro di una "disputa" femminile in ospedale non segue la realtà dei fatti.
Al di là dell'azione, la stagione a livello di tematiche affrontate affonda maggiormente la lama su diversi intrecci narrativi e rapporti tra i personaggi senza riuscire però ad avere una psicologia dietro questi, così elementare e stereotipata da renderla volgarmente stupida.
Se The Punisher porta sul piccolo schermo personaggi femminili indipendenti, allo stesso tempo rinforza la dicotomia donna-intelligente e uomo-bruto. Tutti i personaggi maschili della serie reagiscono per istinto o morale, sparando, distruggendo cose o urlando, mentre gran parte delle azioni femminili prendono vita attraverso conversazioni e meditazioni su quanto avvenuto.
Le donne sono subdole, mentre gli uomini prendono la situazione in mano e l'affrontano senza fermarsi a riflettere. Tutto troppo deprimente e tagliato con l'accetta.

Punisher- Stagione 1



Titolo: Punisher- Stagione 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Episodi: 13
Serie: 1
Giudizio: 2/5

Dopo aver vendicato la morte della moglie e dei figli, uccidendo tutti i responsabili, il pluridecorato veterano del Colpo dei Marine Frank Castle - che a differenza degli altri vigilanti a Hell's Kitchen non ha super poteri ma può contare su una enorme forza fisica, una insormontabile forza di volontà, un'ampia conoscenza delle armi ed eccellenti doti tattiche - scopre un complotto che non coinvolge soltanto la malavita di New York, ma ha radici ben più profonde. Ormai noto nella Grande Mela con l'appellativo The Punisher, Frank deve scoprire la verità su ingiustizie che non riguardano solo la sua famiglia.

Frank Castle che non spara per più di un episodio o non prende a mazzate qualcuno è un peccato.
In più non rispecchia l'indole di questo anti eroe diventato una pietra miliare tra la galleria dei personaggi più cazzuti della Marvel. La fortuna è stata anche quella di indovinare un volto che desse enfasi e sostanza al personaggio con la scelta del buon Jon Bernthal, un attore molto fisico e istintivo che in questo caso aggiunge carattere e muscoli al personaggio.
Il problema di questa prima stagione che dura la bellezza di 13 episodi da un'ora è quella di faticare a ingranare. Manca quasi del tutto l'azione. I personaggi che entrano ed escono, anche se non sono molti, non sono poi così male in particolare Russo, il quale però come lo stesso Frank, ad un tratto sembrano arrivare al capolinea per quanto l'indagine sia inconsistente e i punti deboli siano sempre maggiori. L'antagonista fatica a prendere vita e quando lo fa viene alimentato per ben due stagioni, lasciando spazio a Jigsaw quando i villain del Punitore sono tanti e aspettano solo di essere tirati fuori dalle pagine dei fumetti.
Frank Castle è stato caratterizzato di più e meglio nella seconda stagione di Daredevil-Season 2 di cui questa è uno spin-off. Ho detto tutto.
The Punisher, si basa sul personaggio omonimo della Marvel Comics creato da Gerry Conway (testi), John Romita Sr. (disegni) e Ross Andru (disegni), e così battezzato grazie al contributo dalla leggenda dei fumetti Stan Lee, apparso per la prima volta nel 1974 sul numero 129 di The Amazing Spider-Man.

mercoledì 5 dicembre 2018

Codice del babbuino


Titolo: Codice del babbuino
Regia: Davide Alfonsi, Denis Malagnino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Denis, padre e marito in ambasce, trova sul ciglio della strada il corpo abusato di una donna. Tiberio, fidanzato impetuoso della vittima, vuole vendetta e chiede aiuto a Denis, compagno di sventura nella periferia romana. Convinto in cuor suo che i responsabili siano i rom dei campi adiacenti, Tiberio vuole incendiare le loro roulotte. Denis lo dissuade e lo convince a investigare 'a freddo'. Ma le indagini amatoriali non portano a niente almeno fino a quando Denis non coinvolge il Tibetano, boss tronfio del quartiere che risolve il caso in una notte. Una notte mai così nera che conduce i suoi passeggeri dove nessuno aveva previsto.

Il cinema italiano ogni anno offre una quantità incredibile di titoli di cui nessuno quasi mai raggiunge le sale o una parvenza di distribuzione.
In particolar modo quando non c'è una produzione seria alle spalle o una casa affermata.
Il Codice del babbuino è un film indipendente, sconosciuto, che nell'era in cui ci troviamo ha un suo peso specifico soprattutto nelle dinamiche che spesso portano alla giustizia privata o alle ronde contro gli immigrati.
Un film praticamente girato quasi tutto in un'unica location, all'interno di una macchina, con tre attori, di cui due decenti, un linguaggio particolarmente fiorito e tanto lavoro di scrittura.
Vorrebbe essere una sorta di noir e i generi sono poi quelli del dramma e del crime movie, dove la coppia di registi non avendo budget puntano tutto su una ricerca dei mezzi e delle soluzioni visive semplici ma non esageratamente amatoriali come ci si poteva aspettare.
Il collettivo Amanda Flor, composto da Davide Alfonsi e Denis Malagnino, ci porta in un implacabile viaggio periferico ai confini della notte dove non c’è riscatto per nessuno e dove gli stessi protagonisti conoscono l'impossibilità di seguire la giustizia per aderire invece ai propri codici morali.



sabato 10 novembre 2018

Night comes for us


Titolo: Night comes for us
Regia: Timo Tjahjanto
Anno: 2018
Paese: Indonesia
Giudizio: 4/5

Ito, un ex scagnozzo della Triade, al suo ritorno a casa dopo un periodo all'estero deve proteggere una giovane ragazza. Dovrà tentare così di tenersi lontano dal mondo criminale di cui faceva parte e dalla violenta guerra che si sta combattendo tra le strade di Giacarta.

Quando ci si trova di fronte ai film action di arti marziali, in particolare indonesiani, bisogna subito aprire una parentesi. Come in questo caso e in tutti gli altri ci troviamo di fronte a qualcosa di superiore a tutto ciò che ci è capitato di vedere finora. Nemmeno se Miike Takashi si facesse aiutare dai coreografi dei film cinesi wuxia si arriverebbe mai a fasti simili.
Il perchè è semplice. Gli attori. La grandezza degli stunt man. La preparazione fisica degli attori.
La follia e non in ultimo, la potenza delle immagini che distruggono quasi tutto ciò che è stato fatto fino ad oggi.
Ora il film in questione dimostra pure come non sia nemmeno l'effetto del regista a dare così tanto valore aggiunto, da Evans si è passati a Tjahjanto, è di fatto a noi ciò che importa è il risultato, le mazzate e anche ogni tanto magari qualche dialogo non proprio così buttato in un recinto di maiali.
La storia è sempre bene o male la stessa. Che sia vendetta o redenzione, di solito sono sempre questi i due elementi principali attorno a cui si dipana la storia.
In più anche la cerchia di attori è sempre la stessa con qualche aggiunta, ma la squadra diciamo che è composta dalla maggior parte degli attori già visti in Aknyeo-The Villainess , Headshot, Killers, Raid 2
Raid Redemption e compagnia varia.
Night comes for us è un action come quelli citati prima con un ritmo ancora più devastante, violentissimo, a volte splatter, con palle da biliardo che spaccano i crani e coltelli che eviscerano budella come se niente fosse. Un'iperbolica corsa sfrenata viscerale, che come dicevo, mette al primo posto gli indonesiani per come hanno saputo riscrivere i canoni degli scontri corpo a corpo in un turbine che non può che far esaltare lo spettatore.
Ancora a differenza degli altri, qui il livello di violenza è davvero a dei livelli quasi mai visti per il sotto genere in questione. Chissà cosa si inventeranno.







Sweet Virginia


Titolo: Sweet Virginia
Regia: Jamie M.Dagg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In una piccola cittadina dell'Alaska, un ex star del mondo del rodeo fa amicizia con un ragazzo. Non sa che è proprio lui il responsabile di un omicidio che ha scosso la comunità.

Sweet Virginia è un film con John Bernthal.
Parto citando il nome dell'attore, che di solito non faccio mai, perchè è lui l'epicentro della storia o meglio è colui che riesce a portarsi sulle spalle tutto il peso del film come ha dimostrato in altre pellicole dal momento che qui nonostante le buone intenzioni ci sono degli sbadigli importanti.
Un attore molto fisico, un fisic du role, ma anche un attore molto drammatico che ha saputo caratterizzare e dare spessore a personaggi che altri attori avrebbero interpretato alla solita maniera.
Siamo di nuovo in America, quella selvaggia, dove la giustizia è affar proprio e la vendetta personale o i killer spietati (contractors) si muovono all'interno di locali notturni uccidendo a sangue freddo.
Il secondo film di M.Dagg, pur senza trovarci di fronte a niente di impressionante e suggestivo, ha comunque dei lati essenziali che danno prova di come nell'intricata matassa narrativa, la vicenda procede per frammenti diegetici, mostrando diversi personaggi e diverse storie in un'alternanza che non convince sempre ma che alla fine funziona.
Una violenza senza fine, quasi misteriosa e nascosta o taciuta, in cui non tutto riesce a quadrare perfettamente, dimostrando la volontà, ma non la completa riuscita di un noir di stampo indie che cerca di procedere per accumulo e finire con un climax finale di violenza e di scontro a fuoco tra due personaggi che seppur sulla carta sembrino molto distanti, in realtà hanno diversi fattori in comune e la loro battaglia dipende anche da questo.



domenica 14 ottobre 2018

Terra dell'abbastanza



Titolo: Terra dell'abbastanza
Regia: Damiano e Fabio D'Innocenzo
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Due ragazzi investono e uccidono per sbaglio un boss della mala. Entreranno in un vortice che li risucchierà in qualcosa molto più grande di loro.

“Con questo film volevamo raccontare com’è maledettamente facile assuefarsi al male”
La terra dell'abbastanza sancisce il successo che stanno ottenendo tanti film drammatici ambientati a Roma che trattano il tema della malavita. Tanti, forse troppi negli ultimi anni:Contagio, Suburra, Manuel, Malarazza.
Chi in un modo chi in un altro narrano vicende quasi sempre di perdenti dove la salvezza è sempre direttamente proporzionale a un sacrificio o alla perdita di qualcuno o qualcosa di importante.
Il film dei fratelli Innocenzo è forse tra gli ultimi usciti il più semplice come tema ma anche quello che provoca delle emozioni autentiche e reali dal momento che il plot della vicenda è molto realistico anche se ovviamente con alcuni passaggi un po macchinosi e il fatto di scegliere due facce nuove e toste come protagonisti è stata un'intuizione funzionale.
Un film dicevo che nella sua semplicità risulta molto complesso almeno per cercare di capire cosa passa nella testa delle nuove generazioni a cui non frega più di niente come dice un mafioso quando si rende conto della capacità di questi due giovani ragazzi di borgata di arrivare a fare qualsiasi cosa senza rimorsi o sensi di colpa "non avendo consapevolezza, non subiscono il giudizio di nessuno, se non, in fondo, quello di se stessi".
La periferia romana, landa desolata e terra di nessuno. Un viaggio nell'inferno che li porterà a fare prima una sorta di gavetta per poi arrivare a salire di livello e diventare pericolosi in un viaggio di formazione drammatico e allucinato, nato dallo stesso pensiero inculcato dai genitori dove si tira avanti sfangandosela con il miraggio di poter svoltare, in qualche modo e la morte di un infame e il regalo di un clan ancora ad oggi possono significare una nuova vita e l'ascesa nel mondo criminale

giovedì 19 luglio 2018

Malarazza


Titolo: Malarazza
Regia: Giovanni Virgilio
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso Caruso è un pregiudicato figlio di Tonino detto Malarazza, potente boss del quartiere. Tommaso ha ereditato il soprannome del padre ma non si è rivelato all'altezza della sua fama criminale, e ora passa il tempo a ubriacarsi e a giocare a carte, scaricando la propria frustrazione e brama di potere sulla moglie Rosaria e sul figlio, che porta il nome del celebre nonno. Quando Rosaria non riesce più a sopportare le botte e gli insulti del marito e scappa di casa insieme al figlio, Tommaso chiede alla comunità criminale di ostracizzare la donna e di punire il fratello di lei, Franco, transessuale dedito alla prostituzione. Si innesca così una spirale di violenza che non può avere altro che conseguenze tragiche.

Come dicevo in un'altra recensione, c'è tanto cinema italiano di buona fattura uscito negli ultimi anni. Il fatto che la maggior parte del pubblico non lo conosca e un problema distributivo, nel senso che è troppo rischioso proiettarli nei cinema con la paura che non incassino.
Quindi le alternative sono i festival oppure aspettare che escano in dvd oppure lo streaming.
Malarazza affronta di nuovo, come tanti giovani registi soprattutto esordienti cercano di fare, il tema delle aree urbane degradate del Sud completamente abbandonate a se stesse dallo Stato e dalla legge, zone franche in cui lo spaccio avviene alla luce del sole e la gente è stanca di "aspettare che ci salvi qualcuno".
Tematica di fuoco, dove le vicende e i personaggi sono fondamentali per la riuscita del film.
Uno schema corale dove di fatto ognuno segue la sua strada come ci è capitato di recente di vedere in diversi film che trattano tematiche legate alla criminalità organizzata (le serie su tutte proprio per delineare questo tratto peculiare dei personaggi) dove il senso della comunità civile funziona solo per certi aspetti e bisogni e dove prevale di fatto l'omertà di stampo mafioso.
"Malarazza" vuol dire tante cose tra cui il destino disgraziato di molti giovani del sud che hanno ben poche alternative al crimine dal quale sono circondati.
Alla sua terza opera Virgilio cerca di portare il suo film più maturo, sicuramente migliore rispetto ai precedenti e con una visione più ampia dei temi e della gestione dei personaggi.
Ennesimo indie che da sicuramente coraggio al regista nell'affrontare le miserie della sua città senza glorificarne i criminali.
Una visione e una politica di cinema da tenere d'occhio

martedì 1 maggio 2018

Outsider


Titolo: Outsider
Regia: Martin Zandvliet
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Prigioniero durante la seconda guerra mondiale, un soldato americano riesce a tornare libero solo grazie all'aiuto di un componente dell'organizzazione criminale Yakuza. Una volta uscito dalla prigione dovrà fare in modo di ripagare il debito e conquistare i favori della mafia giapponese.

Lo yakuza movie è un po come i J-horror, sono quei cavalli di battaglia orientali e che solo come tali dovrebbero e avrebbe senso farli andare avanti. I risultati sui remake, reboot, sequel e prequel fatti dagli americani hanno quasi sempre regalato risultati contrastanti ma quasi mai appaganti.
Questo Outsider è un film con polso. Lento, minimale, accurato, elegante, senza mai esagerare ma invece mostrando quel codice morale e tutti i significati che regolano l'appartenenza ad un clan.
Al di là del fatto di quali siano i veri intenti che muovano Nick Lowell a diventare un appartenente della yakuza (un particolare della trama che non viene sviluppato a dovere), per tutto il resto del film viene quasi tutto fatto intuire senza di fatto avere mai quelle esplosioni di violenza tipiche del genere che connotano tanti registi come Miike Takashi o Sion Sono (solo per fare due nomi a caso).
Il fatto che ci siano state molte polemiche sul Whitewashing, mosse alla pellicola per aver utilizzato un attore bianco in una storia sulla mafia giapponese, trovo che non abbia ragion d'essere sul nascere.
Se la scelta non funziona il film o il protagonista pagheranno con il fatto che il film o l'attore faranno schifo in quel caso. In questo caso invece Jared Leto è così inquietante e fuori di testa che offre una recitazione e un personaggio che seppur centellinato in tutte le mosse e i movimenti ha due occhi di ghiaccio che fanno quasi impallidire i capi yakuza.
La scena del giuramento così come alcune sequenze sono davvero girate con quella precisione e quella tecnica che fanno sì che Zandvliet riesca a portare a casa il suo film migliore.
Con un finale abbastanza telefonato che poteva dare di più in termini di climax e di scrittura, è uno dei rari film decenti distribuiti da Netflix.

domenica 22 aprile 2018

Course


Titolo: Course
Regia: Agustin Falco
Anno: 2017
Paese: Argentina
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Un film narrato attraverso otto riprese continue. Ariel è un giovane padre di famiglia che perde il lavoro nel pieno della crisi economica. In preda alla vergogna, decide di nascondere alla moglie e alla figli la verità, accettando di farsi coinvolgere in loschi affari.

Siamo di nuovo su una tematica attuale ovvero la crisi economica e la perdita del lavoro.
A differenza di altri film del festival che si strutturano attorno a quersta importante tematica, Falco sceglie la strada della diperazione, mettendo tutto il fardello sulle spalle di un giovane padre di famiglia dal passato turbolento (locali, vita notturna, prostitute, droga).
Ariel rappresenta quel cambiamento che di fatto sancisce una netta divisione con il passato ma che a causa proprio della difficoltà a trovare soldi diventerà purtroppo una delle uniche vie di salvezza.
Tra spacciatori, doppi giochi e carneficine sulle sponde di isolotti abbandonati, Ariel cercherà di trovare una soluzione prima di rendersi conto che alcuni errori si pagano a caro prezzo e quando vengono a bussarti in casa allora non puoi fare altro che fuggire con tua moglie.
Un film disperato che urla tutta la sua amarezza e la fragilità di un uomo che si rende conto di essere ancora troppo avvezzo ad alcuni vizi e non in grado di farcela da solo reggendo un macigno di colpi di scena davvero drammatici.
Juan Nemirovsky riesce da solo a dare enfasi al suo personaggio, caratterizzandolo in ogni singola inquadratura in un crescendo drammatico e disperato che attraverso quello sguardo riesce a sembrare un uomo qualunque a cui capitano una sere di tragedie spiacevoli.

martedì 20 marzo 2018

Intrusa


Titolo: Intrusa
Regia: Leonardo Di Costanzo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Napoli ai giorni nostri. Giovanna è una donna che lavora nel sociale e che si deve confrontare quotidianamente con le problematiche sociali della città. Il centro che dirige offre un luogo protetto in cui crescere e giocare dopo le ore di attività scolastica a bambini che potrebbero finire precocemente a far parte della manovalanza camorristica. Un giorno Maria, madre di due bambini, chiede e trova rifugio, con il consenso di Giovanna, in un monolocale che appartiene al centro. La quale però non sa che si tratta della giovane moglie di un boss della camorra ricercato per un efferato omicidio.

Un altro film spesso e importane per raccontare Napoli che negli ultimi anni sembra essere sotto l'occhio attento e vigile di grandi produzioni come GOMORRA e tanti registi, indipendenti o meno come il caso di Di Costanzo, un regista che ha saputo ritagliarsi un percorso fatto di scelte singolari e con una precisa idea di cinema.
La sua politica d'autore è quella che passa per il documentario scegliendo poi la fiction e la narrazione cinematografica. Il film è un dramma contemporaneo a cui si affacciano tante tematiche dai problemi legati alla criminalità organizzata, il lavoro nel sociale che sembra sempre più qualcosa di fondamentale, come una delle poche possibilità di riflettere sulla condizione umana e infine le regole dei clan e le scelte morali di alcune donne fortissime e incredibilmente cazzute.
L'Intrusa andrebbe fatto vedere di default nelle scuole in tempi in cui l'ignoranza dilaga e la criminalità spesso viene vista come una virtù morale.
Di Costanzo senza stare a fare la morale su nulla, il film infatti è equilibratissimo in materia, riesce a divincolarsi da alcuni schemi già brevettati nel cinema e che rimangono distanti dalla realtà o dediti a intenti strappalacrime con moralismi discutibili.
L'intrusa è secco, non può fermarsi un attimo e cercare di sorridere, vorrebbe ma non può e ancora una volta le bambine diventano feroci animali da combattimento se non agganciati in tempo costrette come le proprie madri a difendere un'onore che al contempo le priva di ogni libertà e scelta morale.