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mercoledì 5 dicembre 2018

Codice del babbuino


Titolo: Codice del babbuino
Regia: Davide Alfonsi, Denis Malagnino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Denis, padre e marito in ambasce, trova sul ciglio della strada il corpo abusato di una donna. Tiberio, fidanzato impetuoso della vittima, vuole vendetta e chiede aiuto a Denis, compagno di sventura nella periferia romana. Convinto in cuor suo che i responsabili siano i rom dei campi adiacenti, Tiberio vuole incendiare le loro roulotte. Denis lo dissuade e lo convince a investigare 'a freddo'. Ma le indagini amatoriali non portano a niente almeno fino a quando Denis non coinvolge il Tibetano, boss tronfio del quartiere che risolve il caso in una notte. Una notte mai così nera che conduce i suoi passeggeri dove nessuno aveva previsto.

Il cinema italiano ogni anno offre una quantità incredibile di titoli di cui nessuno quasi mai raggiunge le sale o una parvenza di distribuzione.
In particolar modo quando non c'è una produzione seria alle spalle o una casa affermata.
Il Codice del babbuino è un film indipendente, sconosciuto, che nell'era in cui ci troviamo ha un suo peso specifico soprattutto nelle dinamiche che spesso portano alla giustizia privata o alle ronde contro gli immigrati.
Un film praticamente girato quasi tutto in un'unica location, all'interno di una macchina, con tre attori, di cui due decenti, un linguaggio particolarmente fiorito e tanto lavoro di scrittura.
Vorrebbe essere una sorta di noir e i generi sono poi quelli del dramma e del crime movie, dove la coppia di registi non avendo budget puntano tutto su una ricerca dei mezzi e delle soluzioni visive semplici ma non esageratamente amatoriali come ci si poteva aspettare.
Il collettivo Amanda Flor, composto da Davide Alfonsi e Denis Malagnino, ci porta in un implacabile viaggio periferico ai confini della notte dove non c’è riscatto per nessuno e dove gli stessi protagonisti conoscono l'impossibilità di seguire la giustizia per aderire invece ai propri codici morali.



sabato 10 novembre 2018

Night comes for us


Titolo: Night comes for us
Regia: Timo Tjahjanto
Anno: 2018
Paese: Indonesia
Giudizio: 4/5

Ito, un ex scagnozzo della Triade, al suo ritorno a casa dopo un periodo all'estero deve proteggere una giovane ragazza. Dovrà tentare così di tenersi lontano dal mondo criminale di cui faceva parte e dalla violenta guerra che si sta combattendo tra le strade di Giacarta.

Quando ci si trova di fronte ai film action di arti marziali, in particolare indonesiani, bisogna subito aprire una parentesi. Come in questo caso e in tutti gli altri ci troviamo di fronte a qualcosa di superiore a tutto ciò che ci è capitato di vedere finora. Nemmeno se Miike Takashi si facesse aiutare dai coreografi dei film cinesi wuxia si arriverebbe mai a fasti simili.
Il perchè è semplice. Gli attori. La grandezza degli stunt man. La preparazione fisica degli attori.
La follia e non in ultimo, la potenza delle immagini che distruggono quasi tutto ciò che è stato fatto fino ad oggi.
Ora il film in questione dimostra pure come non sia nemmeno l'effetto del regista a dare così tanto valore aggiunto, da Evans si è passati a Tjahjanto, è di fatto a noi ciò che importa è il risultato, le mazzate e anche ogni tanto magari qualche dialogo non proprio così buttato in un recinto di maiali.
La storia è sempre bene o male la stessa. Che sia vendetta o redenzione, di solito sono sempre questi i due elementi principali attorno a cui si dipana la storia.
In più anche la cerchia di attori è sempre la stessa con qualche aggiunta, ma la squadra diciamo che è composta dalla maggior parte degli attori già visti in AKNEYO, HEADSHOT, KILLERS, RAID e compagnia varia.
Night comes for us è un action come quelli citati prima con un ritmo ancora più devastante, violentissimo, a volte splatter, con palle da biliardo che spaccano i crani e coltelli che eviscerano budella come se niente fosse. Un'iperbolica corsa sfrenata viscerale, che come dicevo, mette al primo posto gli indonesiani per come hanno saputo riscrivere i canoni degli scontri corpo a corpo in un turbine che non può che far esaltare lo spettatore.
Ancora a differenza degli altri, qui il livello di violenza è davvero a dei livelli quasi mai visti per il sotto genere in questione. Chissà cosa si inventeranno.




Sweet Virginia


Titolo: Sweet Virginia
Regia: Jamie M.Dagg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In una piccola cittadina dell'Alaska, un ex star del mondo del rodeo fa amicizia con un ragazzo. Non sa che è proprio lui il responsabile di un omicidio che ha scosso la comunità.

Sweet Virginia è un film con John Bernthal.
Parto citando il nome dell'attore, che di solito non faccio mai, perchè è lui l'epicentro della storia o meglio è colui che riesce a portarsi sulle spalle tutto il peso del film come ha dimostrato in altre pellicole dal momento che qui nonostante le buone intenzioni ci sono degli sbadigli importanti.
Un attore molto fisico, un fisic du role, ma anche un attore molto drammatico che ha saputo caratterizzare e dare spessore a personaggi che altri attori avrebbero interpretato alla solita maniera.
Siamo di nuovo in America, quella selvaggia, dove la giustizia è affar proprio e la vendetta personale o i killer spietati (contractors) si muovono all'interno di locali notturni uccidendo a sangue freddo.
Il secondo film di M.Dagg, pur senza trovarci di fronte a niente di impressionante e suggestivo, ha comunque dei lati essenziali che danno prova di come nell'intricata matassa narrativa, la vicenda procede per frammenti diegetici, mostrando diversi personaggi e diverse storie in un'alternanza che non convince sempre ma che alla fine funziona.
Una violenza senza fine, quasi misteriosa e nascosta o taciuta, in cui non tutto riesce a quadrare perfettamente, dimostrando la volontà, ma non la completa riuscita di un noir di stampo indie che cerca di procedere per accumulo e finire con un climax finale di violenza e di scontro a fuoco tra due personaggi che seppur sulla carta sembrino molto distanti, in realtà hanno diversi fattori in comune e la loro battaglia dipende anche da questo.



domenica 14 ottobre 2018

Terra dell'abbastanza


Titolo: Terra dell'abbastanza
Regia: Damiano e Fabio D'Innocenzo
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Due ragazzi investono e uccidono per sbaglio un boss della mala. Entreranno in un vortice che li risucchierà in qualcosa molto più grande di loro.

“Con questo film volevamo raccontare com’è maledettamente facile assuefarsi al male”
La terra dell'abbastanza sancisce il successo che stanno ottenendo tanti film drammatici ambientati a Roma che trattano il tema della malavita. Tanti, forse troppi negli ultimi anni:
CONTAGIO, SUBURRA, MANUEL, CUORI PURI, MALARAZZA.
Chi in un modo chi in un altro narrano vicende quasi sempre di perdenti dove la salvezza è sempre direttamente proporzionale a un sacrificio o alla perdita di qualcuno o qualcosa di importante.
Il film dei fratelli Innocenzo è forse tra gli ultimi usciti il più semplice come tema ma anche quello che provoca delle emozioni autentiche e reali dal momento che il plot della vicenda è molto realistico anche se ovviamente con alcuni passaggi un po macchinosi e il fatto di scegliere due facce nuove e toste come protagonisti è stata un'intuizione funzionale.
Un film dicevo che nella sua semplicità risulta molto complesso almeno per cercare di capire cosa passa nella testa delle nuove generazioni a cui non frega più di niente come dice un mafioso quando si rende conto della capacità di questi due giovani ragazzi di borgata di arrivare a fare qualsiasi cosa senza rimorsi o sensi di colpa "non avendo consapevolezza, non subiscono il giudizio di nessuno, se non, in fondo, quello di se stessi".
La periferia romana, landa desolata e terra di nessuno. Un viaggio nell'inferno che li porterà a fare prima una sorta di gavetta per poi arrivare a salire di livello e diventare pericolosi in un viaggio di formazione drammatico e allucinato, nato dallo stesso pensiero inculcato dai genitori dove si tira avanti sfangandosela con il miraggio di poter svoltare, in qualche modo e la morte di un infame e il regalo di un clan ancora ad oggi poossono significare una nuova vita e l'ascesa nel mondo criminale

giovedì 19 luglio 2018

Malarazza


Titolo: Malarazza
Regia: Giovanni Virgilio
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso Caruso è un pregiudicato figlio di Tonino detto Malarazza, potente boss del quartiere. Tommaso ha ereditato il soprannome del padre ma non si è rivelato all'altezza della sua fama criminale, e ora passa il tempo a ubriacarsi e a giocare a carte, scaricando la propria frustrazione e brama di potere sulla moglie Rosaria e sul figlio, che porta il nome del celebre nonno. Quando Rosaria non riesce più a sopportare le botte e gli insulti del marito e scappa di casa insieme al figlio, Tommaso chiede alla comunità criminale di ostracizzare la donna e di punire il fratello di lei, Franco, transessuale dedito alla prostituzione. Si innesca così una spirale di violenza che non può avere altro che conseguenze tragiche.

Come dicevo in un'altra recensione, c'è tanto cinema italiano di buona fattura uscito negli ultimi anni. Il fatto che la maggior parte del pubblico non lo conosca e un problema distributivo, nel senso che è troppo rischioso proiettarli nei cinema con la paura che non incassino.
Quindi le alternative sono i festival oppure aspettare che escano in dvd oppure lo streaming.
Malarazza affronta di nuovo, come tanti giovani registi soprattutto esordienti cercano di fare, il tema delle aree urbane degradate del Sud completamente abbandonate a se stesse dallo Stato e dalla legge, zone franche in cui lo spaccio avviene alla luce del sole e la gente è stanca di "aspettare che ci salvi qualcuno".
Tematica di fuoco, dove le vicende e i personaggi sono fondamentali per la riuscita del film.
Uno schema corale dove di fatto ognuno segue la sua strada come ci è capitato di recente di vedere in diversi film che trattano tematiche legate alla criminalità organizzata (le serie su tutte proprio per delineare questo tratto peculiare dei personaggi) dove il senso della comunità civile funziona solo per certi aspetti e bisogni e dove prevale di fatto l'omertà di stampo mafioso.
"Malarazza" vuol dire tante cose tra cui il destino disgraziato di molti giovani del sud che hanno ben poche alternative al crimine dal quale sono circondati.
Alla sua terza opera Virgilio cerca di portare il suo film più maturo, sicuramente migliore rispetto ai precedenti e con una visione più ampia dei temi e della gestione dei personaggi.
Ennesimo indie che da sicuramente coraggio al regista nell'affrontare le miserie della sua città senza glorificarne i criminali.
Una visione e una politica di cinema da tenere d'occhio

domenica 22 aprile 2018

Course


Titolo: Course
Regia: Agustin Falco
Anno: 2017
Paese: Argentina
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Un film narrato attraverso otto riprese continue. Ariel è un giovane padre di famiglia che perde il lavoro nel pieno della crisi economica. In preda alla vergogna, decide di nascondere alla moglie e alla figli la verità, accettando di farsi coinvolgere in loschi affari.

Siamo di nuovo su una tematica attuale ovvero la crisi economica e la perdita del lavoro.
A differenza di altri film del festival che si strutturano attorno a quersta importante tematica, Falco sceglie la strada della diperazione, mettendo tutto il fardello sulle spalle di un giovane padre di famiglia dal passato turbolento (locali, vita notturna, prostitute, droga).
Ariel rappresenta quel cambiamento che di fatto sancisce una netta divisione con il passato ma che a causa proprio della difficoltà a trovare soldi diventerà purtroppo una delle uniche vie di salvezza.
Tra spacciatori, doppi giochi e carneficine sulle sponde di isolotti abbandonati, Ariel cercherà di trovare una soluzione prima di rendersi conto che alcuni errori si pagano a caro prezzo e quando vengono a bussarti in casa allora non puoi fare altro che fuggire con tua moglie.
Un film disperato che urla tutta la sua amarezza e la fragilità di un uomo che si rende conto di essere ancora troppo avvezzo ad alcuni vizi e non in grado di farcela da solo reggendo un macigno di colpi di scena davvero drammatici.
Juan Nemirovsky riesce da solo a dare enfasi al suo personaggio, caratterizzandolo in ogni singola inquadratura in un crescendo drammatico e disperato che attraverso quello sguardo riesce a sembrare un uomo qualunque a cui capitano una sere di tragedie spiacevoli.

martedì 20 marzo 2018

Intrusa


Titolo: Intrusa
Regia: Leonardo Di Costanzo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Napoli ai giorni nostri. Giovanna è una donna che lavora nel sociale e che si deve confrontare quotidianamente con le problematiche sociali della città. Il centro che dirige offre un luogo protetto in cui crescere e giocare dopo le ore di attività scolastica a bambini che potrebbero finire precocemente a far parte della manovalanza camorristica. Un giorno Maria, madre di due bambini, chiede e trova rifugio, con il consenso di Giovanna, in un monolocale che appartiene al centro. La quale però non sa che si tratta della giovane moglie di un boss della camorra ricercato per un efferato omicidio.

Un altro film spesso e importane per raccontare Napoli che negli ultimi anni sembra essere sotto l'occhio attento e vigile di grandi produzioni come GOMORRA e tanti registi, indipendenti o meno come il caso di Di Costanzo, un regista che ha saputo ritagliarsi un percorso fatto di scelte singolari e con una precisa idea di cinema.
La sua politica d'autore è quella che passa per il documentario scegliendo poi la fiction e la narrazione cinematografica. Il film è un dramma contemporaneo a cui si affacciano tante tematiche dai problemi legati alla criminalità organizzata, il lavoro nel sociale che sembra sempre più qualcosa di fondamentale, come una delle poche possibilità di riflettere sulla condizione umana e infine le regole dei clan e le scelte morali di alcune donne fortissime e incredibilmente cazzute.
L'Intrusa andrebbe fatto vedere di default nelle scuole in tempi in cui l'ignoranza dilaga e la criminalità spesso viene vista come una virtù morale.
Di Costanzo senza stare a fare la morale su nulla, il film infatti è equilibratissimo in materia, riesce a divincolarsi da alcuni schemi già brevettati nel cinema e che rimangono distanti dalla realtà o dediti a intenti strappalacrime con moralismi discutibili.
L'intrusa è secco, non può fermarsi un attimo e cercare di sorridere, vorrebbe ma non può e ancora una volta le bambine diventano feroci animali da combattimento se non agganciati in tempo costrette come le proprie madri a difendere un'onore che al contempo le priva di ogni libertà e scelta morale.

mercoledì 31 gennaio 2018

Ammore e Malavita


Titolo: Ammore e Malavita
Regia: Manetti Bros
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Don Vincenzo Strozzalone, 're del pesce' e boss camorrista, scampa a un attentato e decide di cambiare vita. Stressato e braccato da criminali e polizia, si finge morto per ricominciare altrove con donna Maria, la consorte cinéphile che trova la risoluzione a tutto nelle trame dei film. Ma il suo segreto, condiviso dalla moglie e dai fedeli Ciro e Rosario, ha il fiato corto. Fatima, una giovane infermiera, ha visto quello che non doveva vedere. L'ordine adesso è di eliminarla. Ciro è il primo a trovarla, risparmiandole la vita. Perché Fatima è il suo primo grande amore. Un amore perduto ma mai dimenticato. Messa in salvo la fanciulla, Ciro deve rispondere della sua insubordinazione. Davanti a Napoli, a don Vincenzo e alla sua malafemmina.

In tempi dove le serie tv e le pellicole sulla criminalità organizzata stanno spopolando (GOMORRA, SUBURRA, ROMANZO CRIMINALE) ci sono produzioni dal basso che con il loro taglio indie e anti commerciale continuano a portare avanti un certo tipo di cinema nostrano fortmente incentrato sul territorio.
Come non amare i Manetti che seppur molto giovani hanno già una nutrita e appassionante filmografia nonchè una serie tv con diverse stagioni all'attivo.
AMMORE E MALAVITA sembra una continuazione di SONG'E NAPULE dove torna preponderante il musical che ancora una volta nelle mani dei due registi riesce ad essere funzionale così come il cinema di genere che in mano ai due fratelli cerca di trovare una sua collocazione precisa staccandosi dalle altre produzioni e realtà per messaggi culturali, intenti e una differente concezione della fiction.
Si ride, si piange, si perdona e si ama e più di tutto si gioca con le maschere gli stereotipi, il citazionismo sconfinato e il folklore culturale che in questo film non cessa mai di pulsare regalando alcune scene d'azione intense e un ritmo che riesce sempre ad essere a dei buoni livelli.
Dall'horror alla commedia, dal poliziesco al crime-movie, dal musical alla serie tv, il curriculum diventa impressionante essendo il risultato di tanto cinema visto e seguito che crea una sconfinata serie di personaggi e caricature mai eccessive ma quel tanto da renderle grottesche.
Un cinema indie alto e colto che seppur non entrando e non volendo misurasi con una storia complessa e difficile punta tutto sulla messa in scena, sui protagonisti e sulle voci che qui quasi tutte riescono a non ammorbare mai regalando una tragedia contemporanea e divertente che seppur in toni che alternano anche un certo tipo di comicità non smette mai di essere una critica e un messaggio politico sulla malavita.


venerdì 5 gennaio 2018

Permesso-48 ore fuori

Titolo: Permesso-48 ore fuori
Regia: Claudio Amendola
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Dal carcere di Civitavecchia escono con un permesso di 48 ore 4 detenuti: Rossana, 25 anni, arrestata in aeroporto per traffico di cocaina; il cinquantenne Luigi condannato per duplice omicidio che ha già scontato 17 anni di pena; Angelo, venticinquenne finito in prigione per una rapina compiuta con complici che non ha mai denunciato; Donato, 35 anni, condannato pur essendo innocente. Le due giornate verranno utilizzate da ognuno di loro per cercare di ritrovare e ritrovarsi nelle realtà che hanno lasciato da tempo.

Secondo voi vendetta ed espiazione secondo la politica di Amendola cosa vogliono o possono dire?
Poco o nulla. 48 ore fuori pur avendo uno schema corale con ben quattro storie non ne azzecca una, o meglio forse quella di Angelo o Rossana non saprei.
Sicuramente le storie di Argentero e lo stesso Amendola paiono avvolte nel fumo di un noir che non riesce a crescere con una storia che è un luogo comune in tutte le sue parti.
Il problema più grosso al di là di una prova attoriale che non sempre risulta bilanciata (Argentero in versione Fight Club può piacere giusto allo stuolo di fan ma è inguardabile dal punto di vista della realisticità del personaggio) è proprio la sceneggiatura scritta con Roberto Jannone e con Giancarlo De Cataldo due nomi interessanti ma che sembrano puntare sull'effetto lacrimuccia e altri espedienti davvero insopportabili.
E'un peccato perchè lo sforzo si vede anche se è un film che vuole essere troppo marcatamente americano ma Amendola non è Placido e il risultato si vede subito girando come i Vanzina dei tempi d'oro. Un film di genere dovrebbe calarsi meno sugli attori cercando di lavorare di rarefazione, ambienti, atmosfera e un senso di perdizione onnipresente.


giovedì 4 gennaio 2018

A Ciambra

Titolo: A Ciambra
Regia: Jonas Carpignano
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Pio, 14 anni, vive nella piccolo comunità Rom denominata A Ciambra in Calabria. Beve, fuma ed è uno dei pochi che siano in relazione con tutte le realtà presenti in zona: gli italiani, gli africani e i suoi consanguinei Rom. Pio segue e ammira il fratello maggiore Cosimo e da lui apprende gli elementi basilari del furto. Quando Cosimo e il padre vengono arrestati tocca a Pio il ruolo del capofamiglia precoce che deve provvedere al sostentamento della numerosa famiglia.

Carpignano è un autore giovane e molto interessante. Questo lungometraggio assieme a MEDITERRANEA rappresentano temi di attualità e contenuti scomodi a cui l'italo americano con madre afro-americana ha deciso di prestarsi e focalizzarsi.
Il risultato và oltre l'aspettativa almeno per questo esordio dopo il corto che ha vinto alla Mostra del cinema di Venezia. A Ciambra mostra prima di tutto una comunità con tutte le sue regole e lo fa molto bene, tenendo conto di tutto, dagli aspetti antropologici, dando ampio spazio ai personaggi, facendo un lavoro squisito per quanto concerne il dialetto e infine è un film sul sociale di formazione con un ritmo invidiabile.
I film controcorrente destinati al cinema che parlano di rom non sono molti. Il regista si trova ad aver tra le mani un esordiente che spacca la quarta parete dando un'interpretazione magistrale e un cambiamento al suo personaggio impressionante quanto spotaneo e realistico.
Come in MEDITERRANEA ci troviamo di nuovo in Calabria, per raccontare il rapporto tra rom e africani nella zona di Gioia Tauro, dove c’è una sorta di enclave, la Ciambra appunto, con casermoni in cui le due comunità vivono gomito a gomito.

Interessante notare come per il film il regista prediliga una messa in scena con un montaggio morbido e telecamera e inquadrature fisse, per il resto seguiamo le vicissitudini di Pio e della sua famiglia allargata. In quasi due ore non manca praticamente nulla. Forse l'unica critica è una certa voglia di narrare il più possibile inserendo anche alcuni passaggi che ho trovato eccessivi come il gruppo di fasci che lancia le molotov contro il campo rom (attuale e doveroso sottolienare questa barbarie ma forse andava trovato un altro momento nel film) ma a parte davvero piccoli elementi e alcune ripetizioni, il film è davvero una bomba e questo Carpignano sembra proprio sapere il fatto suo.

domenica 24 dicembre 2017

Suburra

Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.

Suburra, la serie, è il prequel del film SUBURRA diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come GOMORRA (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.

10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.

Gomorra

Titolo: Gomorra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Serie: 3
Episodi: 12
Giudizio: 3/5

Ultimamente si fa un gran parlare di alcune serie tv italiane come GOMORRA, SUBURRA e ROMANZO CRIMINALE. Alcuni sostengono che esaltino le gesta di alcuni criminali o mafiosi di cui raccontano.
Sono in parte d'accordo con questa analisi però non bisogna mai dimenticare che tutto in parte è nato dal film di Scorsese e da una buona parte di cinema yankee. Il cinema poi è costretto per le sue regole ha cercare di far affascinare il pubblico ai suoi protagonisti o meglio a enfatizzare per loro.
Ancora più napoletano (qua il dialetto è un poco più stretto) delle due stagioni precedenti, l'ultima di Gomorra finisce togliendo dalla scena due personaggi fondamentali. Uno/a non me l'aspettavo, l'altro/a sì.
Genny, L'Immortale, Sange Blu da una parte, i Confederati dall'altra.
I giovani contro i vecchi, la nuova politica contro la vecchia scuola.
C'è da dire che mentre i primi episodi partivano abbastanza in sordina, quando Enzo & company entra in scena l'azione a tutti gli effetti.
Meno stragi che nella seconda, i uagliò si sono fatti più accorti e svegli, grazie anche ad un mentore che agisce sempre e con forza, il vero deus ex machina, quasi come un fantasma permettendo a tutti i nodi di essere ben allacciati. Ciro di Marzio arriva infatti in modo assolutamente consono, vendicando quella parte che andava vendicata dopo l'omicidio di Pietro Savastano.
L'ultima serie di Gomorra è molto più intellettuale e meno sanguinolenta, costruisce ancora più rapporti, accordi, larghe intese, confronti, piuttosto che precipitarsi per le strade spargendo panico e devastazione.
Lealtà e tradimento....alla fine è tutta l'anima di questa serie può essere racchiusa in queste due parole così come il vangelo secondo cui alcune famiglie e i loro successori non si possono toccare a differenza dei figli dei bastardi o chi non ha un titolo adeguato. Colui diventa il capro espiatorio, la vittima sacrificale perfetta in queste storie di Camorra, l'unico/a a rimetterci davvero alla fine è chi non ha nulla se non la propria dignità uomo che se rivendicata firma la sua condanna a morte.



lunedì 6 marzo 2017

Falchi

Titolo: Falchi
Regia: Toni D'angelo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Peppe e Francesco sono due Falchi, ovvero due poliziotti della sezione speciale della Squadra mobile di Napoli: girano per i vicoli della città in moto e in borghese, dando la caccia alla piccola e grande criminalità che comprende non solo la tradizionale camorra, ma anche le nuove mafie di importazione, come quella cinese. I Falchi sono "nati per difendere e combattere", come i cani che Peppe fa addestrare proprio agli esponenti della malavita cinese che gestisce gli incontri clandestini fra molossi. Ma sono anche uomini fallibili e talvolta sbagliano di grosso, come è successo a Francesco in uno scontro a fuoco che gli è costato la sospensione temporanea dal servizio. Ad aver sbagliato è anche Marino, il capo della Squadra mobile, almeno secondo la testimonianza di un pentito. Ed è dalla vicenda di Marino, come dal presagio di una pizia greca, che prende le mosse la storia di Peppe e Francesco, fratelli di strada l'uno impegnato a distinguere il giusto dall'ingiusto in un mondo in cui quel confine diventa sempre più labile, l'altro in cerca di conforto per il proprio senso di colpa, tanto dall'assunzione di droghe quanto dalla frequentazione di un bordello cinese

L'ultimo film del figlio di Nino D'angelo cerca di fare i conti con la tradizione del cinema di genere senza avere quel polso o intenti tali da renderlo un film interessante. Falchi non aggiunge niente di nuovo. Sembra di vedere un episodio di GOMORRA con meno attori. Il quinto film del regista è un disastro perchè nella sua idea astuta e interessante di fondo, non riesce ad emergere mostrando i soliti stereotipi e fossilizzandosi in una guerra tra poliziotti corrotti, criminalità e affari sporchi con la comunità cinese. Il punto è che tutti questi ingredienti non riescono ad essere dosati come qualcun'altro avrebbe fatto restituendo per di più una serie di colpi di scena davvero imbarazzanti per non parlare di inutili stratagemmi per arrampicarsi sui vetri come le lotte clandestine tra cani o il senso di colpa di Francesco in un flash back che viene ripetuto così tante volte da dare la noia.
E'un peccato perchè Falchi vola alto, mettendo in primo piano due attori tosti che ultimamente stanno recitando molto come Cerlino e Riondino e aggiungerei anche Del Bono (tra l'altro proprio questi due hanno recitato assieme nel recente LA RAGAZZA DEL MONDO).
Il film di D'angelo è tesissimo, forse troppo, come se dovesse spezzarsi da un momento all'altro cercando di guardare agli asiatici ma facendo proprio quello che non andava fatto ovvero infilando clichè a gogo e caratterizzando malissimo i suoi personaggi. Alla fine il film pretende di essere un film di genere, senza averne affatto la stoffa.
Dal punto di vista tecnico invece è una bella sorpresa. Il budget è alto e così Toni può permettersi una interessante fotografia, una messa in scena patinatissima, un buon lavoro con le comparse, senza però riuscire nemmeno ad essere convincente proprio nel cuore dell'azione dove assistiamo a sparatorie e rese dei conti. Un altro esperimento fallito che travestendosi da poliziesco e noir e scegliendo temi universali come l'amicizia, l'amore e il tradimento, senza far mancare il tema della corruzione soprattutto nei reparti delle forze dell'ordine, non va oltre una sofferta mediocrità.

La sparatoria finale ricorda un famosissimo hard-boiled di Johhnie To ed è tra le cose in assoluto migliori del film.

sabato 28 gennaio 2017

Trafficanti

Titolo: Trafficanti
Regia: Todd Philips
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ispirato ad una storia vera, “Trafficanti” segue le vicende di due amici di Miami poco più che ventenni durante il periodo della prima Guerra in Iraq, che sfruttando un’iniziativa semisconosciuta del governo, iniziano una piccola attività relativa a contratti dell’esercito U.S.A.. Poco a poco, iniziano a vedere i frutti dei loro investimenti che li porta a vivere una vita agiata. Ben presto però i due amici si troveranno ad affrontare faccende al di sopra delle loro possibilità, un affare da 300 milioni di dollari per armare le Milizie Afghane - una mossa che li porterà in contatto con alcune persone a dir poco misteriose e che si riveleranno poi essere agenti del Governo U.S.A.

Trafficanti è l'ultimo lavoro di Philips regista che ha trovato una sua precisa collocazione a Hollywood con commedie demenziali, ottenendo un enorme successo con la trilogia di UNA NOTTE DA LEONI. Trafficanti non è brutto è solo maledettamente mediocre.
Finchè il film mostra due idioti patentati, la scelta non poteva risultare più favorevole (con il fastidiosissimo protagonista di WHIPLASH e il pippatissimo Jonah Hill), dunque la scalata al successo, le armi, il potere, etc.
Il problema è proprio qui quando il film muove il re, una scelta rischiosa che rischia lo scacco.
La caratterizzazione è povera e i due malcapitati da un momento all'altro sfoderano toni e ambizioni che rischiano di comprometterne il beneficio della risata, tra l'altro descrivendo un affare che sa di bravata uscito sui giornali come a dimostrare l'idiozia dell'intelligence americana.
Alla fine a differenza di LORD OF WAR, ambizioso ma narrativamente meno sciocco e inconsapevole, WAR DOGS rinarra senza guizzi e particolari riflessioni la marcia dei signori della guerra che da un momento all'altro fanno il botto, una coppia improvvisata che giocano una partita più grossa di loro e sapendo, questo lo spettatore lo intuisce anche senza sapere la storia vera, che tutto non potrà che finire male. Dal punto di vista dell'ironia poi il film non sembra dire tanto, sfruttando un impianto ingenuo e che a lungo andare mostra il limite raggiunto da Philips appena si accinge a rendere un po più complessa la struttura narrativa.


giovedì 22 dicembre 2016

Animal Kingdom

Titolo: Animal Kingdom
Regia: Jonathan Lisco
Anno: 2016
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Serie drammatica ispirata al film omonimo del 2010 che segue la famiglia Cody: un ragazzo di diciassette anni rimane orfano e si trasferisce nel sud della California per vivere con sua nonna, Janine Cody, capo di una famiglia dedita al crimine.

Sembra di vedere tante cose già viste in Animal Kingdom (che purtroppo solo dal nome ricorda l'ottimo film di Michod, nonostante quest'ultimo abbia firmato il soggetto). Qui il regista infatti mantiene solo le vesti di produttore allontanandosi con molta furbizia da un progetto per una serie di 10 episodi (di cui è già stata annunciata la seconda stagione) e che purtroppo non ha lo smalto e la classe del film australiano che a parte vantare un cast memorabile riusciva in un difficilissimo compito ovvero la descrizione di una famiglia allargata di rapinatori in una durissima Australia
Possono essere tanti i limiti e le pretese da parte dei fan. Il problema più grosso della prima stagione è il concentrato di idiozia abominevole presente in questi primi episodi.
La storia banalotta che anzichè lavorare e scavare nella psicologia del protagonista lo lascia quasi sempre in secondo piano sballonzolato da una galleria di personaggi quasi tutti primari e ovviamente stereotipati a dovere. Insomma una storia che fin da subito sembra già essere ridotta all'osso. Segreti, appartenenza, integrazione, affari sporchi, qualche risicata sparatoria, feste quasi tutte nella stessa location presenti in quasi tutti gli episodi e dialoghi sboccati e penosi.
Purtroppo tutto è superficiale, un mix di clichè che sembra unire lo spirito di squadra di SONS OF ANARCHY, il non-sense e la tamarria intenzionale di BANSHEE ma a differenza delle serie citate che nella loro esagerazione promuovevano qualcosa di nuovo, qui siamo su un livello decisamente più basso appesantito da una storia che sembra andare avanti con enorme difficoltà e di fatto non ha mai un climax potente regalando il momento topico, tra l'altro scontato e telefonato, in un finale di stagione che doveva dare di più soprattutto contando che la produzione alle spalle non era affatto male.
Ellen Barkin interpreta lo stesso personaggio di ONLY GOD FORGIVES, ovvero la matriarca fatale e senza contare alcune interpretazioni di certo non memorabili ma efficaci per la caus, come il personaggio di Pope (lo zio squilibrato appena uscito di prigione) rimane forse l'unico ad avere qualche carta da giocare in una lia in cui a comandare non sono le norme ma il testosterone.


domenica 23 ottobre 2016

Toro

Titolo: Toro
Regia: Kike Maillo
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Toro è un giovane che si è rifatto una vita dopo un incidente che lo ha portato a trascorrere un lungo periodo al fresco: ora ha un lavoro legale e una fidanzata solare, lontano da quel passato criminale che intende lasciarsi alle spalle. Ma suo fratello López, coinvolto in affari sporchi con Romano, che ha rapito sua figlia adolescente, gli chiederà aiuto e lo trascinerà, suo malgrado, in una spirale di truffa, fuga e violenza.

Toro è un'opera che già dalla trama si intuisce fin da subito dove andrà a parare.
Un film di genere con le palle, quasi un polar, che punta su alcune importanti scene d'azione (inseguimenti, combattimenti e sparatorie) e un ritratto sulla mafia nei paesaggi costieri andalusi tanto conosciuta in Spagna con un particolare intento di raccontare una storia di violenza, di corruzione e di legami familiari.

Il film di Maillo parte già in quinta, ribadendo in fondo quegli che appaiono al pubblico come presagi di morte, l'immutabilità delle cose, alcune scelte che determinano per forza uno scontro che non si potrà più fermare. Un film che sembra una resa dei conti tra chi si sente intrappolato da un destino che ha più solo gli occhi della morte e un'idea di poter sperare fino alla fine in un viaggio di redenzione. Sono proprio i fratelli ad avere una caratterizzazione che trova alcuni buoni spunti soprattutto tra il protagonista e Lopez, un Tosar sempre d'effetto tanto per cambiare, capace però di dare una connotazione diversa al classico criminale sfigatello. Sicuramente Maillo al suo secondo film è da tener d'occhio trasformando il film di genere in uno degli esperimenti spagnoli più interessanti assieme a la ISLA MINIMA.

martedì 20 settembre 2016

El Clan

Titolo: El Clan
Regia: Paolo Trapero
Anno: 2015
Paese: Argentina
Giudizio: 4/5

Argentina inizio anni 80. All'apparenza una famiglia come le altre che vive nel tranquillo paesino di San Isidro, in realtà un vero e proprio clan che si guadagna da vivere con i sequestri di persona. Arquímedes, il patriarca, è a capo delle operazioni. Alejandro, il suo figlio più grande, è una star del rugby che gioca nel mitico team argentino "Los Pumas". E' lui che adesca le vittime dei rapimenti tra i giovani rampolli dell'alta società. I crimini del clan dei Puccio, famiglia che gode della protezione del regime militare, riescono a passare inosservati nella loro costante ferocia programmatica, ma prima o poi finiscono con il coinvolgere tutti in una crescente spirale di violenza, dove è colpevole anche chi assiste in silenzio. Ispirato ad un episodio realmente accaduto, il film racconta insieme alla storia di una famiglia anche quella di un intero Paese, nella sua delicatissima fase di transizione dalla feroce dittatura militare ad una fragile democrazia.

El Clan è un film molto importante e ben riuscito.
Un film che sfrutta un'idea al servizio di una tematica sempre complessa e doverosa da spiegare al suo pubblico. Un film che ha bisogno di dare una lezione su che cos'è il controllo e l'oppressione e di come a volte la manipolazione comincia proprio dalle mura domestiche in uno schema patriarcale impossibile da discutere o scardinare.
Una dittatura familiare è proprio la sintesi di tutti i mali, la radice dei problemi difficile da sradicare e in molti casi, diciamolo pure, impossibile.
L'idea, lo sviluppo, la messa in scena e alcuni colpi di scena (Alejandro in tribunale) è riuscita così bene a Trapero che si potrebbe usare come manifesto per spiegare alcuni comportamenti dei clan nelle dittature e nelle mafie, cambiando alcuni connotati ma tenendo alta la struttura e i tentacoli.
Uno schema che riesce ad andare oltre gli splendidi paesaggi, la rivisitazione storica, per portare alla summa un personaggio come quello di Arquimedes, la vera regina e mente criminale che non conosce alternative diventando una macchina infernale che non conosce ostacoli.
Un film che sembra sempre lasciarti un passo indietro perchè per arrivare alla piramide ci mette un po di tempo lasciandoti sempre una presunta normalità di superficie che descrive in modo perfetto il funzionamento di qualsiasi tipo di società criminale come "il caso Puccio".
Francella poi, il padre, è semplicemente immenso.


domenica 18 settembre 2016

Pericle il Nero

Titolo: Pericle il Nero
Regia: Stefano Mordini
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

La vita di Pericle Scalzone è nera come il 'titolo' che si è guadagnato sul campo. Assoldato da Don Luigi per fare letteralmente il culo alla gente, Pericle arrotonda l'attività criminale girando film pornografici. Perché Pericle 'maneggia' bene certi argomenti davanti alla macchina da presa come alle spalle dei malcapitati che umilia barbaramente. Durante una spedizione punitiva uccide per sbaglio la sorella di un temibile boss camorrista e ripiega in un rifugio segreto dove viene presto raggiunto da due uomini armati. Tradito da Don Luigi, l'unico a sapere dove si fosse nascosto, Pericle infila l'autostrada e abbandona Bruxelles. Lontano, solo e disperato a Calais incontra Anastasia, impiegata in una boulangerie e madre di due bambini. Per Pericle è subito amore e forse l'inizio di una nuova vita.

Mordini è un regista insolito per il panorama italiano. Il suo ultimo film in concorso a Cannes ne è una prova lampante anche se purtroppo nonostante molti meriti e finalmente una decente interpretazione di Scamarcio, si inserisce nel solito e nutrito panorama del noir che parla di mafia.
Ora se da un lato una certa realisticità iniziale e senza esagerazioni, crea una bella atmosfera e alcuni spunti interessanti, soprattutto sull'atipicità del protagonista, dal secondo atto in avanti, con la comparsa di Anastasia, la sola di turno che accetta il vagabondo in casa e lo lascia trascorrere i pomeriggi con i due figli pur sapendo che proprio tutto a posto non è...diventa l'inizio di una serie di scelte di sceneggiatura molto discutibili e di alcune esagerazioni che sconfinano in alcuni casi anche nel puro non sense.
Sembra che quella stessa ricerca di un sensazionalismo ad effetto diventi l'arma a doppio taglio del film, con un finale aperto che lascerà diversi dubbi, una trasformazione del super io di Pericle e infine la resa dei conti col boss.

Diciamolo pure. Tra i film di mafia recenti ANIME NERE continua ad essere una spanna in più sopra tutti.

Banshee

Titolo: Banshee
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Usa
Stagioni: 4
Episodi: 38
Giudizio: 3/5

Il protagonista principale è un criminale, che dopo aver scontato quindici anni di prigione a seguito di un tentativo di rapina finito male, ritorna in libertà. Immediatamente si mette sulle tracce della sua ex amante e complice, Ana, mentre si ritrova braccato dagli uomini del boss criminale che aveva tentato di rapinare, Mr. Rabbit. Le sue ricerche lo conducono quindi in un luogo immaginario, ossia a Banshee, una piccola città della Pennsylvania abitata prevalentemente da una popolazione Amish. Banshee, come viene detto in una presentazione della serie, è una creatura femminile della mitologia irlandese che porta sfortuna e probabilmente ciò ha ispirato il nome della città, che è rappresentata come una località in apparenza bella, pacifica, ma in realtà abitata da alcune persone orribili, come Proctor, un potente gangster che nasconde le proprie attività criminali dietro la facciata di uomo d'affari e praticamente tiene in pugno la città. Il protagonista qui rintraccia Ana, che ha cambiato identità ed è nota come Carrie Hopewell, moglie del procuratore distrettuale. Dopo essersi ritrovato casualmente in uno scontro a fuoco tra il nuovo sceriffo appena arrivato in città, Lucas Hood, e alcuni criminali del posto, i quali finiscono tutti uccisi, decide di rubare l'identità dello sceriffo e rimanere in città, nel tentativo di convincere l'ex complice a riprendere il rapporto con lui.

Banshee ha qualcosa di infinitamente idiota ed esageratamente tamarro questo è vero.
Si prende poco sul serio o meglio quando lo fa non ci riesce comunque.
Diciamo proprio: e'una serie di ignoranza senza precedenti.
Eppure è adorabile, fantasticamente pieno di ritmo e di insensatezze che piacciono perchè incasellate in modo furbo, certo banale, ma d'effetto.
E'un telefilm di uomini duri che bevono in silenzio whisky, scopano senza un domani e fanno rapine con una facilità degna dei serial americani.
Ho deciso per limiti di tempo di essere coinciso e perchè sinceramente trovo esagerati e inutili tutti coloro che recensiscono, magari con due o tre pagine, ogni singolo episodio di tutte le lunghe e disparate serie che guardano.
Nel mio caso sarò estremamente veloce contando che provare a dare un giudizio su quattro stagioni tutte assieme per 38 episodi e opera folle come non ho quasi mai fatto.
Seppur con tante trovate, alcune davvero banali e scontate mentre altre quasi d'effetto, la serie trova nell'esagerazione, nella continua diversificazione dei personaggi l'elemento più imprevedibile e divertente. Poi senza stare a prendersi in giro, in Banshee ci sono un sacco di fighe, spogliarelli e altro che fanno capire quale è stato l'elemento in più della Cinemax, costola della HBO, ex canale sporcaccione dei porno softcore.
Veniamo per ordine. Che cosa c'è in Banshee: violenza, nudi, scopate, indiani, amish, freaks, checche che spaccano i culi, tette e culi, inseguimenti, sparatorie, religioni caratterizzate col culo, fbi, azione a gogò, mafiosi russi e ucraini, branchie del governo che appaiono e scompaiono, zii che scopano le nipoti, motociclisti, albini che sodomizzano, sceriffi senza uno scopo nella vita, tutori del disordine, nazisti e bambini malati.
In mezzo a tutto questo poi non esiste solo la città di Banshee, vero tesoro per gli scambi di identità, ma altri coloratissimi e insensati luoghi che danno e creano disordine e ovviamente uniscono i tasselli di una trama che come per molte altre serie tende a lavorare per accumulo.
Ho un problema grosso.
Ho visto questa serie qualche mese fa ma per strani, arcani e sinistri motivi non l'ho mai recensita. Quindi inserire le trame di quattro stagioni non avrebbe senso e quindi non lo farò.
La parola chiave di Banshee comunque rimane una: l'adrenalina, quella che piace perchè spegne il cervello.
Continuando sono davvero tanti i luoghi comuni che vengono buttati sullo schermo senza pensare alle conseguenze, come un giocattolone che forse si pensava non sarebbe mai andato oltre il primo episodio, ma che invece è stato addirittura ed esageratamente tirata avanti e non a caso le ultime due serie sono quelle che hanno i maggiori wtf.
Da questo punto di vista l'ultima serie infatti è forse quella campata più in aria e l'antagonista con quelle corna da minchione sembra una parodia del satanismo e delle new-religion.
L'unico aspetto politicamente scorretto (il vero colpo di genio se vogliamo), ma dubito che appartenesse negli intenti dei due creatori, è quello di dare potere ad un uomo comune tutto rapine e discutibile senso della morale. Come a dire che chiunque potrebbe fare lo sbirro o lo sceriffo in America (o forse un po ovunque...) e che tanto non bisogna sapere e capire niente sulla legge perchè in fondo basta trovare un minimo di coerenza e buon senso quando la circostanza lo ritiene.



mercoledì 25 maggio 2016

Miami Vice

Titolo: Miami Vice
Regia: Michael Mann
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dopo il fallimento di un'operazione che ha portato alla morte di tre agenti, i detective Rico Tubbs e Sonny Crockett s'infiltrano in un traffico di armi e droga che fa capo a un pezzo grosso della mala ispanica.

Mann si riconosce subito. E'una garanzia e tutti i suoi film sono quasi sempre dei capolavori.
Miami Vice non fa eccezione. Cool e intelligente, raffinato e violento, elegante e sporco allo stesso tempo. Contrasti che appaiono e scompaiono come i volti dei due protagonisti e il colore della pelle. Loro come anche dello spagnolo Luis Tosar e della bella Gong Li.
Uno degli elementi ancora una volta affascinanti è come sempre la fotografia che riesce a sporcare e rendere inquietanti alcune importanti città.
Gira con un digital impressionante che non si stacca mai dai personaggi e riesce a farci entrare ancora di più all'interno della storia. La scrittura è complessa, tante situazioni e nomi da gestire molto in fretta, diventando complessi e a volte si rischia di perdersi qualche pezzo per strada.
Le gesta di Sonny e Rico sono incredibili, si spostano velocemente usando qualsiasi mezzo e cambiando città e paese in tempo record.
Sembrano in grado di poter fare qualsiasi cosa dimostrando di superare per intelletto gli stessi capi che gli dirigono. In 134' Mann decolla senza fermarsi mai e senza tante sparatorie, ma quelle che ci sono come sempre portano un marchio di qualità in più, riuscendo a creare ritmo e azione senza mai fermarsi.