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martedì 25 aprile 2017

Taking of Tiger mountain

Titolo: Taking of Tiger mountain
Regia: Tsui Hark
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Manciuria, 1946. Il capitano 203 guida un manipolo di soldati dell'Esercito Popolare di Liberazione maoista, spossato dalla guerra civile, che arriva in un villaggio terrorizzato dall'egemonia dei banditi. Questi, guidati da Lord Hawk, hanno preso possesso di Tiger Mountain, un rifugio pieno di insidie, e di un arsenale appartenuto ai giapponesi. Inferiori numericamente e peggio armati, i soldati dovranno ricorrere a un'impresa eroica per sconfiggere i banditi e liberare il villaggio. Yang, inviato dal Quartier Generale del Partito, si offre volontario come infiltrato nella gang di Hawk per aiutare la missione.

Tsui Hark è uno dei registi più importanti della sua generazione. Credo sia uno dei pochissimi a non aver mai dato alla luce un brutto film e non ha quasi mai accettato marchette come il suo collega Zhang Yimou di cui peraltro ho grande stima.
Ci troviamo ancora una volta di fronte ad un'opera incredibile con una messa in scena che raggiunge livelli ancora una volta molto alti inserendo un lavoro di fotografia magnifico in grado di esaltare ogni singolo attimo di azione e di bellezza estetica presente nel film.
The Taking of Tiger mountain è un'opera di sorprendente naturalezza visiva che ci offre scenari e location incontaminate.
Tratto da un'opera patriottica e da un romanzo di Qu Bo pubblicato nel 1946, il racconto è diventato subito un grande successo di pubblico tra il popolo, in un periodo ricco di cambiamenti politici e sociali per la Cina. La pellicola, capace di incassare in patria una ragguardevole cifra (decimo incasso nazionale di tutti i tempi) equivalente ad oltre 150 milioni di dollari ha dato di nuovo il lasciapassare ad Hark, abituato a smarcarsi tra grandi produzioni e film a basso budget.
Il suo ultimo film è un'avventura in piena regola che a differenza di altre opere dell'autore cerca di essere meno politica puntando su un misuratissimo intrattenimento con alcuni colpi di scena e un climax spettacolare. L'epicità ancora una volta fa da protagonista diventando l'impianto narrativo e riuscendo a inserire una galleria di personaggi convincenti e memorabili oltre che essere caratterizzati molto bene. In più le solite sotto trame, alcune semplici altre meno e comunque sempre ricche di sfumature riescono a dare ancora più sostanza privilegiando l'entertainment più puro e incontaminato.

Un'altra prova per un artista che non ha bisogno di presentazioni sapendo destreggiarsi tranquillamente in ogni genere apportando sempre la sua firma e il suo stile ormai una garanzia di qualità, tecnica, complessità di scrittura e intenti.

domenica 11 dicembre 2016

Wind

Titolo: Wind
Regia: Saw Tiong Guan
Anno: 2016
Paese: Cina
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

Christopher Doyle ha condotto un’esistenza a dir poco straordinaria: dopo aver lasciato i deserti australiani per l’oceano, ha viaggiato in tutto il mondo, lavorato come marinaio e scavatore di pozzi e vissuto in un kibbutz. Una vita avventurosa, che l’ha portato a Taiwan, dove, infine, a trentadue anni, ha imbracciato per la prima volta una macchina da presa, divenendo uno dei direttori della fotografia più noti e apprezzati del cinema contemporaneo, collaboratore di registi come Wong Kar-wai, Gus Van Sant, James Ivory e Neil Jordan. In questo film racconta la sua vita seduto di fronte all’obiettivo, fra ricordi, immagini e riflessioni.

Christopher Doyle è un artista poliedrico ed eccentrico.
Il premio vinto e consegnatoli al TFF 34° ha incorniciato un personaggio molto umile e divertente. La sua performance e le sue parole sono state caldamente apprezzate assieme al suo bisogno di parlare e dare valore alla settima arte. Il suo cinema e la sua professionalità come direttore della fotografia nasce da autodidatta da chi non ha tutto pronto ma si lascia immergere nelle scene trovando il punto giusto e la prospettiva dove inserirsi. Ha detto molto nella sua intervista Doyle, partendo dal potere della Cina che ci domina già tutti, delle nuove tecniche digitali, del suo amore per le droghe e l'alcool e per la sua straordinaria e assetata curiosità e voglia di scoprire.
A fare da sfondo una spiaggia, acqua, onde e scogli, il tutto frammentato come i ricordi del regista che si alternano in un b/n suggestivo e funzionale.


Port of Call

Titolo: Port of Call
Regia: Philip Yung
Anno: 2015
Paese: Cina
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

Una prostituta adolescente viene uccisa in modo orribile: il suo corpo viene fatto a pezzi e gettato in un gabinetto, mentre la testa viene buttata nel Victoria Harbor. La polizia inizia a indagare...

“Se una persona arriva a sacrificare il proprio corpo, vendendolo in modo da poter fare una vita diversa, perché improvvisamente dovrebbe avere voglia di morire?”
Avete presente ANATOMIA DI UN RAPIMENTO di Kurosawa e L'ELEMENTO DEL CRIMINE di Trier. Ecco l'ultimo film dello sceneggiatore Yung mischia e sembra ricordare per alcuni aspetti e per come concepisce location e dettagli i due registi sopra citati, da una parte e dall'altra in un film lento, lungo e complesso con svariati archi temporali e una messa in scena digitale che grazie alla fotografia di Cristopher Doyle riesce a tirare fuori alcune idee e una regia ottima e suggestiva.
E'un film a metà Port of Call. Forse troppo lungo e con alcune linee narrative e sotto-storie difficili da seguire e da tenere a mente. Dalla sua porta a casa una realisticità inquietante, uno studio intimo dei personaggi e del dramma sociale e alcuni dialoghi strazianti sulla miseria umana e sul degrado.
E'un film in cui i protagonisti sono tutti molto soli e soffrono silenziosamente. Chi come il detective a causa dell'isolamento e per l'ossessione comportata dal suo lavoro che gli ha fatto perdere la famiglia. Soffre il killer, dilaniato dal senso di colpa e dalla difficoltà di non essere accettato. Soffre la vittima, dimenticata dalla sua famiglia e ormai una lucciola timorata che cerca ripari nei posti più pericolosi.
Un noire cupo e gelido che attinge a un vero fatto di cronaca: l’omicidio, avvenuto nel 2008, della sedicenne Wong Ka-mui, una ragazza che si era trasferita a Hong Kong dalla Cina continentale e aveva ben presto abbandonato la scuola. Wong è stata strangolata mentre forniva prestazioni sessuali e il suo corpo non è mai stato trovato, perché il killer ne aveva buttato alcune parti nel gabinetto, altri pezzi li aveva gettati al mercato e la testa era finita nelle acque del porto. Il caso aveva suscitato articoli sensazionalistici



domenica 23 ottobre 2016

Accident

Titolo: Accident
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2009
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Il cervello, la Zia, la Ragazza e il Grassone sono una gang specializzata in incidenti, loro fanno accadere appositamente ciò che dovrebbe essere casuale con lo scopo di uccidere su commissione. Che sia la mafia o un privato cittadino ad ordinare l'esecuzione perfetta poco importa. Quando però un incidente accade a loro l'idea che sia casuale semplicemente non è pensabile.

Ormai quando si legge Johnnie To come produttore si ha in automatico la garanzia di qualità.
E non parlo solo di un genere sempre interessante che nelle giuste mani riesce spesso e volentieri a dare quella spinta in più che manca, ma è proprio lo sguardo critico e il team di professionisti attorno al regista a fare la differenza.
Accident come spesso capita parte già in quinta, è possibile afferrare la maggior parte delle caratteristiche stilistiche e tematiche nel primo atto ed è un coreografatissimo thriller tutto giocato sulla costruzione e la realizzazione dei piani della banda di Brain. I temi, la poetica e la caratterizzazione dei personaggi sono incomparabilmente più profondi di tanto cinema mainstream americano.
I dialoghi scarni e colmi di significato, la fotografia neutra e indifferente al dramma in atto, le scenografie anonime e disadorne quanto quel che rimane al protagonista sempre più vittima della disperazione. Siamo cerebralmente predisposti a non affrontare il reale senza una qualche regolarità.
Cheang in nove film ha già collezzionato diversi film importanti come MOTORWAY, la saga di MONKEY KING, KILL ZONE 2, LOVE BATTFIELD. Sicuramente è uno da continuare a tenere d'occhio vuoi perchè è ancora molto giovane, vuoi perchè investe e cerca di trovare tematiche e generi diversi su cui cimentarsi e vuoi perchè fa parte di quella corrente di cineasti cinesi davvero esplosiva e con un sacco di talento.


venerdì 23 settembre 2016

Motorway

Titolo: Motorway
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2012
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Per il giovane Cheung, membro di una squadra della polizia specializzata in inseguimenti di auto, la cattura di Jiang diviene una sorta di ossessione, specie dopo le umiliazioni impartite da questi al dipartimento di polizia. Il veterano Lo dapprima cerca di dissuadere Cheung, per poi convincersi a dargli una mano, anche considerato l'antico conto in sospeso con Jiang.

C'è poco da fare. Anche quando gli orientali trattano i "b-movie" trasformano la merda in oro.
Poi di fatto parlare di serie B in un film che vanta alcune sequenze che da noi, nel cinema europeo, vederle stilisticamente così all'avanguardia capita quasi di rado è un altro discorso.
L'ultimo film di Cheang, pur avendo una trama abbastanza scontata, è una lezione tecnica, trovando in una perizia della messa in scena perfetta e a tratti all'avanguardia, delle scelte raffinate e stilisticamente impressionanti. Anche se la storia può apparire scontata, supera di certo quella saga tamarra americana e brutta di FAST & FURIOUS.
Motorway è un action minimale con un buon cast e il regista di KILL ZONE 2 e della saga di MONKEY KING (dunque stiamo parlando di qualcuno che sa dirigere gli action perlomeno da dio e non stupisce che sia uno dei pupilli di To).
Un film tutto di inseguimenti e di colpi di scena che in 80' non concede attimi di noia e cali di tensione.
Una truzzata con stile che riesce sempre bene agli orientali.



giovedì 4 agosto 2016

Iceman

Titolo: Iceman
Regia: Wing-cheong Law
Anno: 2014
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Un'eroica guardia imperiale della dinastia Ming viene sepolta nel ghiaccio con il suo nemico durante un combattimento su una montagna innevata. Quando la coppia si ritrova secoli dopo, risvegliata da alcuni scienziati, i due guerrieri riprendono la loro battaglia scatenando il caos nella città di Hong Kong.

A tratti sembra di vedere una parodia di DEMOLITION MAN in salsa cinese solo che almeno in quel film la storia del surgelamento e scongelamento funzionava, qui invece fin dalla prima scena ti rendi conto che il regista si sta arrampicando su dei vetri rotti (sembra una battuta ma in realtà coincide suo malgrado quasi con una scena del film).
Iceman, da non confondere con il film americano del 2013, con la star orientale più pagata al mondo, è un film scemo che a parte qualche notevole scena d'azione esaurisce fin da subito tutto quello che aveva da dire e dal secondo atto in avanti è costituito da continui cambi di scena e roccambolesche scene d'azione costruite per distrarre il pubblico da una sceneggiatura davvero limitata e con dei dialoghi davvero insopportabili.
Un film che forse costruisce e sembra appunto ruotare attorno a delle assurdità così imbarazzanti che non starò ad elencare un po per un processo di rimozione immediato e poi per aver fatto un patto col cervello di non guardare più spazzatura simile (anche se poi ogni tanto ci casco...)


mercoledì 25 maggio 2016

Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword Of Destiny

Titolo: Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword Of Destiny
Regia: Yuen Woo-Ping
Anno: 2016
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Dopo la morte del maestro Li Mu Bai nel mondo delle arti marziali si è diffuso il caos, finché non ha prevalso il crudele Hades Dai. Quando quest'ultimo viene a sapere dove si trova la spada di Li Mu Bai, Destino Verde, scatena una caccia all'uomo senza esclusione di colpi pur di impossessarsene.

Il wuxia rimane sempre un sottogenere orientale in cui i cinesi fanno da padroni. Con una tecnica che rasenta la perfezione ci troviamo di fronte al sequel del bel film diretto da Ang Lee nel 2000.
In questo caso le caratterizzazioni che diventavano il centro della vicenda del primo film, qui si diramano in un film per alcuni versi quasi corale per tutti i personaggi che lo popolano.
E'un film d'avventura, una favola che proprio nello stile e nell'eleganza riesce a sottolineare i propri tratti. A dirigerlo c'è un signore che è diventato una garanzia di potenza, Yuen Woo-Ping, regista e coreografo che ha lavorato per numerosissimi film orientali e occidentali e conquistandosi meriti e una fama oltreoceano. Tutti questi elementi però non bastano a salvare un film che nasce puramente per interessi commerciali girato in brevissimo tempo e parte di un accordo tra Netflix e The Weinstein Company, in cui la prima deve aver investito un altro bel patrimonio solo per la pubblicità in rete.
E'un film senz'anima in cui nessuno esce a testa alta nemmeno la super star Donnie Yen.
Troppo uso massiccio di pessima computer grafica e i combattimenti, per quanto alcuni deliziosi, sono privi di personalità, in più la cosa peggiore di tutte e che smarrisce gli elementi che rendevano speciale il suo predecessore




domenica 22 maggio 2016

Ip Man 3

Titolo: Ip Man 3
Regia: Wilson Yip
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Hong Kong 1959, la scuola frequentata dal figlio di Ip Man, maestro di arti marziali, è nel mirino di una gang che vuole rilevarne il terreno. Ip raccoglie i suoi discepoli e un guidatore di risciò che conosce il wing chun, Cheung Tin-chi, per fronteggiare i delinquenti e salvaguardare la scuola. Lo scontro porterà a un escalation di violenza, ma Ip Man oltre a questi problemi ne dovrà affrontare anche di familiari, gravi e inaspettati.

Ip Man 3 è un buon film con uno stile tecnico davvero iperstilizzato. Una regia solida che firma il terzo capitolo e l'attore più pagato della Cina, Donnie Yen, ancora una volta a vestire i panni del sommo maestro del Wing chun Ip man.
Qual'è il problema di questo terzo capitolo se non la completa inutilità di una storia che al termine del secondo capitolo aveva esaurito tutte le principali tematiche e i problemi con le scuole, i maestri rivali, la criminalità e la corruzione. Ragioni prettamente commerciali per un film che al botteghino ha davvero incassato molto. Questa trama sembra voler rimanere ancorata con i piedi a terra imbastendo delle coreografie e delle scenografie incredibili ma andando in alcuni momenti fuori dai binari come l'ingresso di Mike Tyson che poco si presta se non per creare interesse con il risultato di metterlo in imbarazzo per la goffaggine e l'inutilità del personaggio.
I combattimenti poi non sono molti rispetto ai precedenti pur avendo sempre in cattedra il grande Yuen Wo-ping e la presenza anche se per soli cinque minuti di Bruce Lee giovane crea uno smisurato interesse da parte dei fan di arti marziali.
La nota positiva è mostrare Lee per come era. Un tamarro che faceva andare via gli allievi dalla scuola per avere tutto per sè il maestro e imparare più velocemente.
Qui in questa modestissima scena in cui compare si prende solo un sonoro "no" alla richiesta di entrare a far parte della scuola di Ip Man.

Dunque pur avendo la sceneggiatura come anello debole e sperando che sia il capitolo conclusivo (ma la vedo dura) alla fine Ip Man 3 pur essendo narrativamente inutile risulta visivamente davvvero piacevole e ben realizzato.

domenica 24 aprile 2016

Kill Zone

Titolo: Kill Zone
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Un poliziotto rinchiuso in una prigione thailandese, collabora con una guardia carceraria che ha una figlia malata di leucemia, per riuscire a guadagnare la libertà e poter vendicarsi di chi gli ha fatto saltare la copertura.

Senza troppi fronzoli gli action con protagoniste le arti marziali non devono arrabattarsi storie che parlino di drammi sociali cercando di empatizzare col pubblico sulla salvezza di bambini malati.
Kill Zone è una tamarrata orientale perfettamente modulata su frequenze a dir poco incredibili, la sparatoria iniziale e i combattimenti all'interno del carcere, e vuoti esistenziali in cui si cerca di comunicare e dare fragilità e spessore ai personaggi.
Con un cast di volti noti, Spl2, che non è un sequel del primo, vuole cercare di essere troppe cose, senza accontentarsi di essere un eccellente film d'azione ma volendo osare di più con una "filosofia metafisica" inutile, becera e patetica, che serve solo come fanalino di coda per la sceneggiatura davvero brutta e scontata.
A differenza del primo capitolo non punta nemmeno ad una storia iper drammatica, cupissima, da noir senza speranza e complicata come solo nei polizieschi orientali si può trovare.

Nonostante i molti elementi improbabili và detto, come sempre quando si parla di cinema orientale, che il film è ovviamente girato e fotografato in modo perfetto, con un gran bello stile visivo e una costruzione delle scene d'azione di gran respiro pieno di virtuosismi e piani sequenza spettacolari.

martedì 12 aprile 2016

Tocco del peccato

Titolo: Tocco del peccato
Regia: Jia Zhang-Ke
Anno: 2013
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Nella desertica provincia dello Shanxi (luogo natale di Jia Zhangke) un uomo noto per la sua opposizione alla corruzione, non resiste al senso di impotenza e, fucile in mano, decide di eliminare i problemi alla radice. In un centro rurale del sudovest, un lavoratore ritorna a casa dalla sua famiglia dopo diverso tempo ma non regge più ritmi e consuetudini di una vita sedentaria. In una città della Cina centrale una receptionist di una sauna cerca di cambiare vita senza successo e, ritornata a quella precedente, viene aggredita dai clienti. Infine nella città industriale Dongguan un ragazzo lascia e riprende diversi lavori tra cui uno come cameriere in uno dei molti bordelli locali travestiti da attività rispettabili.

Anche i cinesi sono stanchi della corruzione.
Con il suo ultimo film addirittura un regista come Zhang-Ke sembra interessarsi all'argomento.
E lo fa con quattro vicende che hanno a che fare con violenza e corruzione nella Cina post-moderna.
Infatti i protagonisti vengono utilizzati come casi esemplari di una corruzione che si è ormai insinuata entro i confini del Celeste Impero e si sta propagando inarrestabile, come un cancro in metastasi, attraverso il contesto geografico e socio-economico in cui essi vivono.
La vendetta o la reazione violenta divengono così l'unica via percorribile.
La violenza, come atto disperato, viene rivolta anche contro se stessi da parte di cittadini qualsiasi come noi, in fondo figure paradigmatiche che hanno poco del tragicamente ordinario.
Anche se il tema non è nuovo, evidentemente gli effetti indotti dalla rapida ascesa industriale della Cina ancora non sono ben chiari e diciamo che sull'argomento poco si è parlato.
Il degrado nuovo della Cina è presente su tutto il territorio invadendo e investendo campagne, villaggi, città industrializzate. Così la rabbia accumulata sfocia in violento desiderio di vendetta contro l'oppressore e il padrone.




domenica 13 dicembre 2015

Assassin

Titolo: Assassin
Regia: Hou Hsiao-Hsien
Anno: 2015
Paese: Cina
Festival: TFF 33°
Giudizio: 4/5

Cina, IX secolo. Sotto la dinastia Tang il Paese vive e prospera. A minacciare la sua età d'oro si adoperano gli ambiziosi e corrotti governatori della provincia. L'"ordine degli assassini" è incaricato di eliminarli. Nelle sue fila serve e combatte Nie Yinniang, abile con la spada e sotto la chioma nera di inchiostro lucente. Rientrata nella sua città e nella sua provincia, dopo l'apprendistato marziale e un esilio lungo tredici anni, Nie Yinniang deve uccidere Tian Ji'an, governatore dissidente della provincia di Weibo. Cugino e sposo a cui fu promessa e poi negata, Tian Ji'an è l'oggetto del suo desiderio. Amato e mai dimenticato, Nie Yinniang lo avvicina e lo sfida senza riuscire ad affondare il fendente. Ostinata a seguire le ragioni del cuore e a vincere quelle della spada, Nie Yinniang abdicherà al suo mandato, congedandosi dall'ordine.

Assassin con una parvenza da wuxia cinese che ormai negli anni siamo stati abituati a conoscere, sfrutta solo qualche elemento del genere per arrivare a dare forma ad un film molto complesso, maturo e straordinario.
Miglior regia a Cannes, Hsiao-Hsien non ha bisogno di presentazioni e riconoscimenti.
E' un autore straordinario che non prende mai nulla sotto gamba, sondando in questa sua ultima opera, con libertà e una leggerezza disarmante, dispute politiche e giochi di potere, oltre che tornare a ribadire alcune tematiche che hanno sempre attraversato il suo cinema come le donne forti (in questo caso l'apice direi), la famiglia e il fato.
C'è una grazia dietro, una disarmante bellezza che rende il film arte a 360°, con alcune immagini e location che lasciano a bocca aperta, una direzione degli attori straordinaria e una fotografia che sembra un dipinto, catturando con una manciata di colori, metafore, sentimenti ed emozioni, il meglio di questa storia sempre in evoluzione.
Un film inaspettato, che non esplode mai, non mostra troppo, concede e centellina le sue varie espressioni e forme.
Senza dire mai più di quanto deve, il wuxiapian del maestro di Taiwan, destruttura le regole, crea una forma e quasi una corrente tutta propria e incanta per quanto sia incredibilmente realistico nella sua messa in scena, senza cercare di spettacolarizzare troppo in inutili combattimenti ma sapendo bene di essere forte di una storia originale e controcorrente.
Senza mai concedersi un primo piano ma puntando tutto su inquadrature in campo medio e lungo aprendo orizzonti e lasciando modo di innamorarci di ambienti che sembrrano comunicare quanto i personaggi, regala infine un finale che è pura e semplice estasi.


lunedì 5 ottobre 2015

Drug War

Titolo: Drug War
Regia: Johnnie To
Anno: 2012
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Un'unica lunga operazione antidroga, che inizia con la cattura di un gruppo di corrieri portatori di pacchetti di cocaina dentro il proprio corpo e mira ad arrivare fino alla cupola del narcotraffico. Tutto è visto attraverso le azioni di Lei, un funzionario di polizia sveglio e totalmente dedito alla causa (come il resto del suo team), e attraverso il rapporto che sviluppa con Ming, trafficante pentito che decide di fare il doppio gioco per la polizia tradendo i suoi sodali.

Johnnie to è uno dei più interessanti maestri di cinema contemporaneo capace di muoversi tra i generi come pochi e sapendo portare il poliziesco e il noir a dei traguardi incredibili.
Drug War ne è la perfetta dimostrazione. Non che bisognasse averne altre dopo i numerosi capolavori del maestro, ma Drug War è complesso, disturbante, drammatico, ipnotico, di denuncia oltre che recitato ottimamente.
Girato in maniera sontuosa è un film in primis di denuncia che attraverso un carosello di maschere e tradimenti, raffredda la manichea divisione tra buoni e cattivi facendocene cogliere tutte le ambiguità in un thriller sfumato e ricco di complessità.
To in conferenza stampa dice a proposito del film che la differenza tra i criminali di Hong Kong e quelli del Mainland è che i secondi devono fare i conti con la pena capitale.
E infatti uno dei temi più interessanti del film è proprio la tematica relativa alla pena capitale per i trafficanti di droga in Cina attraverso l'iniezione letale.
L'asetticità disumana di tale tortura (forse per la prima volta sugli schermi) vorrebbe dimostrarci che "il crimine non paga", ma la coda finale mette alla berlina un sistema che sfrutta, fino all'ultimo e senza pietà alcuna, la sua posizione di vantaggio per carpire informazioni e continuare la sua (giusta) crociata.
Dovendo scendere a compromessi con la censura cinese, per poter trattare il complesso tema della guerra alla (e per la) droga in Cina, il regista è dovuto passare attraverso non poche difficoltà, in primis la serie di lunghi controlli sulla sceneggiatura e sull'esito finale da parte del governo.
Drug War non ha eroi e non ci sono vincitori come non esiste un happy-ending.

E'tutto straordinariamente reale e coinvolgente. Vergognoso che in Italia non abbia fatto capolino se non in qualche festival.

lunedì 29 giugno 2015

Kung Fu Jungle

Titolo: Kung Fu Jungle
Regia: Teddy Chan
Anno: 2014
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Il maestro di arti marziali Hahou Mo si costituisce alla polizia dopo aver accidentalmente ucciso un uomo. Durante la sua carcerazione, diversi campioni di arti marziali vengono uccisi: le ricerche della polizia conducono a Fung Yu-sau, impazzito dopo aver perso la moglie. L'obiettivo finale per Fung è quello di sfidare all'ultimo sangue Hahou Mo, a cui ricorre anche la polizia in qualità di informatore.

Kung Fu Jungle se da un lato mostra una notevole messa in scena e dei combattimenti abbastanza interessanti, dall'altra parte smarrisce subito la credibilità e la forza della storia, risultando un action banalotto e molto prevedibile.
In più la causa che porta l'antagonista ad uccidere tutti i maestri di arti marziali è davvero ingenua e fasulla.
Donnie Yen è bravo ma non coinvolge molto, soprattutto in un personaggio che sa di macchietta, prevedibile e senza una caratterizzazione che ne sancisca un'immedesimazione adeguata.
Dopo IP MAN non sono molti i film interessanti che la star cinese sta realizzando.
Scelte economiche o script poco interessanti? Viene da pensare la prima.

E se poi, come molti hanno detto, il film altro non è che un omaggio, praticamente onnicomprensivo, alla storia del cinema d'azione di Hong Kong, costellato di camei di alcuni dei suoi più significativi protagonisti, allora davvero si salvano forse solo i titoli di coda davvero ironici e citazionisti.

lunedì 22 giugno 2015

Dragon Blade

Titolo: Dragon Blade
Regia: Daniel Lee
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

48 a. C. La Via della Seta è luogo di passaggio e di contesa tra popoli differenti per etnia e costumi. Il generale Huo An, un unno adottato e cresciuto da un generale cinese, è il custode della pace e del delicato equilibrio tra le 36 nazioni. Un giorno di fronte al Cancello dell'Oca Selvaggia si presenta Lucius, un generale romano coraggioso quanto rispettoso del codice d'onore militare, che ha il compito di proteggere il piccolo Publius dal sanguinario fratello maggiore Tiberius. Tra Huo e Lucius nasce una sincera amicizia, ma l'esercito di Tiberius è alle porte.

Roma e la Cina. Un incontro che per certi versi in un "blockbuster" cinese mancava ancora dagli schermi.
Facendo attenzione a mettere da parte l'introduzione in totale disarmonia con il dispiegarsi del film, l'ultima "fatica" voluta da Jackie Chan, alla veneranda età di 61 anni, e diretta dal regista di 14 BLADES e THREE KINGDOMS affascina tecnicamente sotto molti punti di vista senza però di fatto diventare quel cult di genere che invece si pensava.
Se da un lato il target destinato ad accontentare tutti sottolinea in parte le numerose ingenuità che lo script commette e alcune scene indubbiamente melense, è ace il caso di aggiungere uno svolgimento approssimativo e i soliti sentimenti buonisti sparsi ovunque (bisogna contare che la star Jackie Chan voleva a tutti i costi alcuni paletti circa temi a lui cari).
Dall'altro lato della bilancia il make-up, i costumi, la location e la moderazione della c.g, oltre il cast in cui svetta Cusack, creano un equilibrio importante e un peplum che di certo potrà rimanere impresso solo per la sua notevole messa in scena e per un budget impressionante.
Un film che seppur non indimenticabile, sancisce una crescita di un certo cinema di genere cinese oltre che di incassi se contiamo che in patria si parla di 120 milioni di dollari.
Il wuxia, tanto amato ma lontano da squisite opere come HERO, riesce comunque a fare in modo a differenza di molti film americani, di saper essere un connubbio valido di temi e messa in scena, un sodalizio importante tra cast e tematiche e combattimenti davvero decorosi.


martedì 10 febbraio 2015

Dumplings

Titolo: Dumplings
Regia: Fruit Chan
Anno: 2004
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Ching è una stellina del mondo dello spettacolo, ormai quasi del tutto dimenticata dal suo pubblico, che si appresta a muovere i primi passi lungo il viale del tramonto ma, anziché arrendersi, decide di fermarsi e tentare di compiere un ultimo tentativo per portare indietro le lancette dell'orologio, anche e soprattutto per riaccendere il fuoco della passione ormai spentosi nel marito, Lee, il quale invece approfitta del suo fascino da uomo maturo per correre dietro a gonnelle assai più giovani....

Dumplings è un prodotto  che ha saputo allo stesso tempo riscuotere pareri positivi e suscitare non poche polemiche ma soprattutto è stato un film poi condensato in un medio nel film corale a tre episodi THREE EXTREMES del 2004 e che vedeva niente poco di meno che tre outsider di tre diversi paesi orientali farsi la guerra per chi riuscisse a partorire i soggetti più malati. Credo che la vittoria l’abbia vinta il regista dal punto di vista della scelta narrativa ovvero l’idea di raggiungere l’eterna giovinezza mangiando feti.
Un’idea cruda e particolarmente malata che ha saputo conquistare un ampia fetta di pubblico tra chi come me, non può fare a meno di queste storie per creare congetture e dare ancora più voce e spazio a elucubrazioni malate.
Dumplings, ravioli, è una disturbante critica all' edonismo di massa, una riflessione sull' incapacità di accettare il tempo e la caducità del nostro aspetto esteriore, per cui ognuno a suo modo rincorre questo falso mito prendendosi le più crude e spaventose responsabilità. L’unico problema per cui a mio parere il medio era ancora più funzionale è perchè toglieva alcune sotto-trame che a mio avviso penetrano di meno nella psiche dello spettatore e della personalità delle due protagoniste, con il fascino plastico e kitch di Bai Ling e la sensualità di Miriam Yeung che ogni volta che porta alla bocca un raviolo e che sentiamo masticare crea un effetto malato e perverso che lo spettatore non può completamente deviare dalla sua psiche.

Chan poi è un regista di Hong Kong su cui bisognerebbe soffermarsi un attimo per alcuni film della sua ristretta ma importante filmografia (fatta eccezione per la marchetta che gli è servita per farsi un po di soldi ovvero l’americano DON’T LOOK UP) e che sembra non lesinare alcuni disturbanti metafore e paradossi della società, in particolare quella cinese.

venerdì 19 dicembre 2014

Rigor Mortis

Titolo: Rigor Mortis
Regia: Juno Mak
Anno: 2013
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Un ex attore, una volta celebre per il ruolo di cacciatore di vampiri, è ora caduto in disgrazia, è separato dalla moglie ed è incapace di avere un rapporto con suo figlio. Deciso a riprendersi dalla sua miseria, l’uomo affitta la stanza 2442 di un edificio fatiscente che si dice sia infestato da entità maligne. Mentre tenta di risolvere da solo il mistero viene interrotto da alcuni degli altri “occupanti” del palazzo, tra questi un maestro taoista-esorcista, una casalinga traumatizzata da un tragico passato e una vecchietta apparentemente innocua che però ha una bara vuota piazzata nel mezzo del suo appartamento. Nonostante lo scetticismo verso i fenomeni sovrannaturali, l’ex attore si convince allora che le persone intorno a lui sono tutt’altro che normali.

«Molta gente dice che il mondo del cinema è ridicolo. D’altra parte, la vita è ancora più ridicola.»
Rigor Mortis pur nei suoi assurdi e affondando la storia tra leggende, tradizioni, credenze, fantasmi e vampiri (gli Jangshi, vampiri saltellanti tipici del folklore cinese) dimostra come gli orientali (in questo caso i cinesi) siano sempre tra le prime fila in un decoro estetico e in una pregevole attenzione al plot narrativo e tutte le sue diramazioni soprattutto quando si entra nella particolare iconografia legata alla tradizione horror che sempre di più sembra attingere da una antica e vasta tradizione letteraria come i Racconti straordinari dello studio Liao, ovvero 435 novelle scritte da Pu Songling e pubblicate nel 1766, durante la dinastia Qing.
Sono tanti i rimandi e le citazioni nel film di Mak prodotto da Shimizu, uno dei maestri del J-horror giapponese che aveva già iniziato il discorso, in quella che possiamo definire una tradizione orientale legata al ghost-movie (anche se bisognerebbe coniare un termine più ampio), con THE GRUDGE e il favoloso MAREBITO.
Juno Mak al suo esordio fonde moltissime mitologie dagli Jiang-shi, cadavere riportato in vita dagli stregoni cinesi, per arrivare anche a citare il cinema wuxia con l'entrata in scena del taoista Anthony Chan e poi del suo rivale dedito alla magia nera Chung Fat.
Affossando radici nel cinema è una via di mezzo tra un certo cinema di rinascita del genere orientale e l'omaggio a tante pellicole del presente e del passato che affrontavano il tema come MR.VAMPIRE, I DUE CAMPIONI DELLO SHAOLIN, RINGU, 1406, STORIE DI FANTASMI CINESI, KUNG-FU HUSTLE, PAINTED SKIN, DARK WATER, THE COMPLEX, etc
A livello linguistico anche lo humor anche se centellinato apre a tutta una squisita simbologia e rimandi della tradizione orientale, come ad esempio che se si versa del riso per terra, prima di poterlo superare lo jiangshi dovrà contare tutti i chicchi oppure a rimandi che portano anche ad una tradizione che sembra quella legata al Golem per cui applicare sulla loro fronte il foglietto di carta gialla con la formula magica con cui i sacerdoti taoisti li comandano li blocca, in attesa di ordini.
Quindi dal riso al miso che tiene lontani i vampiri alla cucina come passatempo per i cacciatori di vampiri, l'opera prima di Mak tra continui cambi di rotta, metacinema e citazioni a gogò, è quella piacevole sorpresa che se fruita da qualcuno che mastica la materia saprà essere anche e a suo modo molto divertente.

mercoledì 19 novembre 2014

Special Id

Titolo: Special Id
Regia: Clarence Fok Yiu-leung
Anno: 2013
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Drago è un agente speciale da anni infiltrato nella malavita cinese. Quando la sua copertura sembra venire meno l’agente vorrebbe ritirarsi, ma il capitano Cheung gli assegna un’ultima e delicata missione. Drago dovrà infatti infiltrarsi nel cuore di una pericolosa organizzazione gestita niente di meno che da Sunny, il pupillo del più violento boss di tutta la Cina, Hung, colpevole di aver ucciso decine di poliziotti.

Special Id, nuova identità, è un film d'azione come da prassi con certo qualche guizzo e qualche scena particolarmente spettacolare. D'altronde siamo in Oriente, ma dalla parte fedele al mercato di Honk Kong, dove vigono spesso e volentieri le stesse regole del marketing hollywoodiano.
Donnie Yen è un attore multisfaccettato, molto fisico, che ci aveva regalato quella bella interpretazione di IP MAN.
Qui in veste più tamarra e potendosi permettere ogni tipo di esagerazione, mostra proprio quel carattere trasgressivo, ma alla fine buono, del detective infiltrato.
Imprigionato in una storia che rimane sempre equilibrata tra eccessi e disimpegno, Special Id è semplicemente uno come tanti, che non verrà di certo ricordato, ma che regala un piacevole intrattenimento con un ritmo funzionale e una storia inesistente, priva di qualsiasi tipo di interesse.
Al di là del nome trasformato ma che in realtà tolta la maschera ci porta a quel Clarence Ford, nome noto per alcuni importanti film di arti marziali, e soprattutto per le importanti sequenze d’azione, forse unico vero motivo per cui valga la pena guardare il film. Alcune sono davvero spettacolari e magistrali come quella del duello marziale all’interno di auto in corsa coreografato dal veterano Bruce Law, professionista nei tanti inseguimenti automobilistici del cinema di Hong Kong.

lunedì 9 dicembre 2013

Grandmaster

Titolo: Grandmaster
Regia: Wong Kar-wai
Anno: 2013
Paese: Cina/Hong Kong
Giudizio: 3/5

Ip Man, colui che diventerà il maestro di Bruce Lee, vive a Fo Shan, nel sud della Cina dove pratica le arti marziali come personale passione. In seguito alla guerra cino-giapponese che sconvolge le province del nordest del Paese, il Grande Maestro Gong Baosen è costretto a trasferirsi a Fo Shan dove tiene la cerimonia del proprio addio alle arti marziali. Viene raggiunto da Gong Er, figlia a cui ha insegnato una tecnica letale. Ip Man e Gong Er si conoscono in questa occasione. La domanda che percorre il mondo del kung fu è: chi diverrà il successore di Gong Baosen?

Sinceramente mi erano sconosciuti i motivi per cui dopo la saga di IP MAN che parlava della storia del celebre maestro del Wing Chun, disciplina cinese fondata da una donna, un regista così interessante come Kar-wai si fosse interessato al progetto trasformandolo in un film visivamente eccellente e con una fotografia d'avanguardia e una scelta di chiari/scuri invidiati efficaci ma al contempo debole sotto il profilo culturale e storico della disciplina.
Se nella saga con Donnie Yen c'era più tempo e più spazio da regalare e investire su una storia che seppur romanzata spiegava, tutto sommato, l'epopea e le gesta del protagonista, in questo film invece diventa emblematico il fattore e la risorsa di ricerca, stile e messa in scena senza sbavature ma facendo diventare il film un'esperienza cinematografica sicuramente molto elegante.
Un film voluto e travagliato, sei anni di progettazione e tre di lavorazione.
Con un cast come sempre fenomenale e usando alcuni dei suoi attori feticci, l'immenso Tony Leung e la bella Ziyi Zhang, The Grandmaster non era forse il film che molti fan del regista si aspettavano ma segna intanto un ritorno e dall'altra parte una capacità e una grazia del regista di confrontarsi anche con altri registri cinematografici e generi che non sempre sono oggetto di interesse da parte di un certo tipo di pubblico.

lunedì 29 ottobre 2012

Riki-Oh: The Story of Ricky



Titolo: Riki-Oh: The Story of Ricky
Regia: Lam Ngai Kai
Anno: 1991
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

In un futuro imprecisato le prigioni sono state privatizzate e quella in cui è ambientata la vicenda è stata affidata al potente e spietato Sugiyama e al suo sottoposto Cyclops. Dentro al carcere quattro criminali, grandissimi esperti nelle arti marziali, hanno instaurato un vero e proprio clima di terrore e con il placet del direttore hanno sterminato parte dei detenuti più mansueti. Però la situazione cambia con l'arrivo nella prigione di Riki Oh, un ragazzo di 21 anni condannato a 10 anni per aver assassinato un boss della droga, il quale gli aveva ucciso la fidanzata. In poco tempo Riki, grazie alla sua forza sovrumana e alla sua incredibile tecnica di combattimento, riesce a sgominare prima i quattro criminali più cattivi, poi, dopo un'estenuante lotta, uccide il crudele direttore, sotto le cui sembianze in realtà si celava un essere mostruoso. Diventato il paladino di tutti i detenuti, Riki Oh assume il controllo del carcere per distruggerlo e dare ai tutti i suoi compagni la libertà.

Il film si basa sull'omonimo manga giapponese Riki-Oh, creato nel 1988 da Masahiko Takajo e illustrato da Saruwatari Tetsuya.
Il motivo per cui Riki-Oh è diventata una chicca del cinema di arti marziali degli anni ’90 è sicuramente la brutalità delle scene di violenza e la grossa vena splatter che sembra configurare tutti i combattimenti del film.
Al di là della trama che seppur con qualche trovata interessante è di un piattume inconsistente, Kai sfrutta proprio questa banalità per cercare di buttare tutto sulle scene di combattimento e sull’esagerazione più totale in campo di arti strappati e organi usati come vere e proprie armi.
Uno dei film più trash e da un certo punto di vista, involontariamente rivoluzionario nella sua presa di posizione. Quello che lo spettatore vuole vedere e il cammino dell’eroe che come per un Bruce Lee di serie Z, vede il protagonista combattere in una piramide di forza in cui il boss finale altro non è che il direttore.
Quest’ultimo poi sembra rubato da una delle tre bufere del capolavoro di Carpenter GROSSO GUAIO A CHINATOWN.
Tutto il film è costellato da assurdi inimmaginabili come il training del protagonista che si addestra facendosi tirare delle lapidi sulla schiena, oppure un certo messaggio sul consumo di droghe e delle coltivazioni di oppio contro le quali Riki si accanisce con inusitata violenza e una nota anarchica nel finale in cui con un pugno Riki distrugge il muro del carcere.
Se si pensa che il regista ha potuto sfruttare tutti gli eccessi possibili e immaginabili con pochi soldi allora non ci si può esimere dal definirlo una perla trash del cinema di Hong Kong.

mercoledì 11 luglio 2012

Fire of Conscience


Titolo: Fire of Conscience
Regia: Dante Lam
Anno: 2010
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Il capitano di polizia Manfred deve risolvere un brutale omicidio, scagionando nel contempo un suo collega accusato ingiustamente. Nelle indagini, scoperchia un calderone di corruzione che coinvolge la polizia di Hong Kong. Ad aiutarlo, ci sarà l'ispettore della Narcotici Kee.

Fire of Coscience è un film che parte benissimo. Ritmo e tecnica come spesso si vede in quasi tutti i film di Hong Kong (in particolare la collana Far East Film) . La prima parte della sceneggiatura poi è incredibilmente realistica e attuale trattando di giovani delinquenti organizzati che decidono di terrorizzare le forze dell’ordine con continui attentati.
I dialoghi sono approfonditi e quasi mai banali, gli attori sanno confrontarsi con dei personaggi mai monotoni e la suspance che si dirama lungo tutto il primo atto lascia ben sperare.
Poi il film sembra perdersi, preferendo una strada più convenzionale e stereotipata quasi come se dovesse accontentare un target famigliare ancorato al melodramma.
Ed è qui che il quinto film di Lam sbanda dai consueti binari del genere trasformandosi in un dramma amoroso con alcune scene davvero assurde (il salvataggio del bambino in mezzo alle fiamme solo per citare l’assurdo per antonomasia) piuttosto che la mancanza di sperimentazione e innovatività sulle lunghe scene d’azione e gli inseguimenti davvero mirabolanti oltre che la straordinaria varietà di omaggi e contro-tendenze a cui il filone action-poliziesco aderisce completamente quasi come se fosse una caratteristica innata del genere.
Dante Lam non merita presentazioni. Il suo cinema anche se non ai livelli di pochissimi vertici di questo cinema si è saputo ben piazzare in questi ultimi anni soprattutto dopo THE BEAST STALKER.
Però proprio per questo motivo ci si aspettava qualcosa di più spettacolare che purtroppo poco prima del terzo atto sembra svanire come per magia.