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lunedì 19 marzo 2018

Caniba


Titolo: Caniba
Regia: Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

A Parigi, nel 1981, il giapponese Issei Sagawa (1949) uccise la compagna di università Renée Hartevelt, per poi farla a pezzi, mangiarne la carne e cercare di sbarazzarsi dei resti. Arrestato ma dichiarato inabile a sostenere il processo, tornò da uomo libero in Giappone, dove da allora ha raccontato la sua storia in svariate occasioni mediatiche.

Caniba è davvero tremendo. Camera fissa sul viso di un cannibale ormai ridotto a una sorta di vegetale a causa dei farmaci e che impiega circa qualche minuto per asserire qualche parola.
Se la prima ora del film scava facendo spesso ricorso allo zoom sul viso inquietante del protagonista, la seconda parte sembra ancora più assurda dove vediamo Issei fare l'attore porno (le scene non sono censurate) con tanto di lei che gli piscia addosso e lui che finalmente riesce a venire.
Coito finale a parte tutto il resto sono immagini di repertorio girate quando il nostro cannibale era piccolo e giocava con il fratello oltre ad una parte in cui vediamo il manga realizzato proprio da Issei sulla sua impresa antropofaga. Il fratello di Issei, diventato il suo angelo custode, compare anche nella prima parte quella più descrittiva e dove anche lui condivide un masochismo sfrenato cercando di infliggersi il dolore perfetto con filo spinato, coltelli, pungoli e spilli.
Il duo di registe sono da sempre state attirate da temi e contenuti particolari ma rispetto ai loro precedenti lavori questo a tratti mette davvero alla prova la fruizione.
E credo di poterlo dire dopo aver visto una delle opere più malate del cinema di nome PHILOSOPHY OF A KNIFE solo per citarne uno tra i tantissimi.
Il fattore strano del documentario è l'intento alla base. Non è un saggio sul cannibalismo come qualcuno pensava, non è del tutto un biopic su Issei Sagawa (anche se forse è la tesi che più si avvicina) e non ha soprattutto nessuna scena inquietante se non l'espressione di vuoto esistenziale che alberga e di ciò che rimane dell'anima di questo uomo reso un ameba, il fantasma di se stesso.
Una gara di resistenza per lo spettatore
Issei, allora 32enne studente alla Sorbona, venne arrestato il 13 giugno 1981 mentre nel laghetto di Bois de Boulogne cercava di liberarsi di due valigie contenenti i resti putrefatti di una sua compagna di studi, l’olandese Renée Hartevelt. L’aveva assassinata, con un colpo di pistola alla nuca, due giorni prima, quindi l’aveva stuprata e poi mangiata parzialmente, partendo dal gluteo destro. Dichiarato insano di mente e inabile a sostenere un processo, venen estradato in Giappone due anni dopo: il 12 agosto 1985 è uscito dall’ospedale psichiatrico.


sabato 2 settembre 2017

Offspring

Titolo: Offspring
Regia: Andrew Van Den Houten
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In una contea rurale del Maine si aggira, da moltissimo tempo, una feroce banda di assassini composta prevalentemente da bambini molto piccoli, totalmente selvatici, che si spostano continuamente lungo la costa e fino al Canada, depredando case isolate e occasionali campeggiatori. I piccoli, capeggiati da una violenta e sadica coppia di maniaci trogloditi, sono i diretti discendenti di un clan di cannibali che si è lentamente isolato dalla società e, grazie alla particolare conformazione del territorio e alla scarsa comunicazione fra le varie forze di polizia, è sempre riuscito a eludere la cattura. Quando questi selvaggi assedieranno una casa isolata dove risiede una coppia con bambino piccolo, raggiunta poco tempo prima dalla sorella di lei con tanto di figlio al seguito e marito alcolizzato sulle sue tracce, gli eventi precipiteranno lungo un'inevitabile spirale di follia e violenza.

Il romanzo Offspring, firmato dall’aggressiva e talentuosissima penna dello scrittore statunitense Jack Ketchum, viene pubblicato nel 1991, a undici anni di distanza dall’esordio con Off Season, di cui Offspring è sequel letterario.
I cannibal movie, il sottofilone di genere horror, negli ultimi anni sembra essere ritornato in voga. E'uno scheletro ripreso che ora va in auge con titoli a volte sorprendenti e altri condannati ad essere film dimenticabili che ripropongono lo stesso schema narrativo e la stessa struttura senza guizzi d'originalità.
Offspring nella sua trama pressochè scontata, aveva qualche elemento di genere interessante che purtroppo viene messo in sordina dalla regia televisiva di Van Den Houten e una scelta di cast troppo amatoriale.
Tutto questo gioca un peso insostenibile nella scena degli attacchi all'interno della casa con una regia piatta e bidimensionale, mentre invece riesce a diventare quasi credibile e con scene suggestive nei rituali all'interno delle caverne.
L'idea di fatto è sempre quella per Ketchum e il regista che firmerà opere molto più interessanti in seguito il quale sembra dargli corda senza però intuirne gli intenti nel modo giusto.
La sfida tra le civiltà, l’uomo come animale selvaggio nello stato di natura, la civilizzazione tribale, il mettere alla gogna l’istituzione della famiglia, smembrandola dall’interno, e infine il potere del rito e della vittima sacrificale, sono tutti temi interessanti e antropoligicamente di ampie vedue che in questo film diventano di nuovo di una semplicità che non si può ignorare.

OFFSPRING è un horror violentissimo ma sfuggevole e scostante troppo carente nella consistenza così come nella caratterizzazione dei personaggi e della totale mancanza di empatia per i personaggi pur avendo dalla sua alcune scene sanguinolente molto forti.

giovedì 3 agosto 2017

Bad Batch

Titolo: Bad Batch
Regia: Ana Lily Amirpour
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Arlen viene espulsa dai confini del Texas, abbandonata a se stessa in un deserto senza fine, che è solo l'anticamera del vero inferno: il lotto degli ultimi dell'umanità, gli esiliati, quelli che cercano soltanto di sopravvivere, dopo aver perso il diritto alla cittadinanza. Qui la ragazza incappa subito in un gruppo di persone che non si fa scrupolo di mangiare carne umana, un pezzo alla volta, e diventa lei stessa carne da macello. Ormai senza una gamba e un braccio, riesce a scappare e a raggiungere un altro assembramento, nell'area detta di Comfort, abitato da gente disperata ma se non altro più mite, che pende dalle labbra di un ricco guru che incarna e promette il raggiungimento del "sogno".

Quanta carne al fuoco ha messo Amirpour nel suo ultimo film. Questa giovane regista si era già fatta conoscere grazie al bellissimo e sottovalutato A GIRLS WALKS HOME ALONE AT NIGHT, un film semplice e modesto che raccontava con diverse metafore una situazione abbastanza controversa. In questo caso l'aspetto che più colpisce è la metafora con i rifugiati, qui rifiuti sociali da gettare nel gabinetto del mondo che dopo aver superato una sorta di cancellata che divide il deserto del Texas dal resto degli Stati Uniti entra/no nelle terre di nessuno, nel ventre torrido e arido deserto dove non puoi sapere cosa ti aspetta e dove ovviamente l'America nasconde i suoi nei.
Bad Batch è tante cose assieme: deserto, violenza, mondo post-atomico, la distopia, i cannibali, pulp ed exploitation e qualche riferimento steampunk a caso qua e là...il grosso problema è che viaggia confuso senza una metà vera e propria, diventando così tante cose da non saperne scegliere bene nessuna. Film distopico, post-apocalittico, un western steampunk? Il fatto poi di inserire una comunità di cannibali (la scena della seghetta al braccio e alla gamba è notevole) fanno solo parte come tante bellissime scene di una sorta di continui eccessi psichedelici dove come ciliegina sulla torta troviamo una comunità guidata da un santone che sogna la nascita di una nuova era ingravidando ogni giovane a disposizione.
Dal punto di vista della messa in scena , del budget e del cast le possibilità erano davvero ghiotte e facevano pensare a qualcosa di innovativo, sperimentale e tanto altro ancora.
Forse bisognerebbe iniziare ad abbassare le aspettative con i giovani talenti altrimenti si rischia di farsi del male.
La morale in fondo è semplice quanto chiara: spazzatura siamo ma spazzatura non vogliano essere.
Il finale è imbarazzante, speriamo che Amirpour abbia imparato la lezione.

sabato 8 luglio 2017

Raw

Titolo: Raw
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Justine, giovane studentessa. In famiglia sono tutti veterinari di orientamento alimentare vegetariano. Dal suo primo giorno alla facoltà di veterinaria, Justine si distacca completamente dai valori familiari mangiando carne. Le conseguenze non tardano ad arrivare e Justine rivela la sua vera natura.

Raw è il film che aspettavo da tempo per diversi motivi tra cui la trama e il fatto che sia europeo e francese. Un circuito che quando si muove all'interno dei film di genere e soprattutto dell'horror non sbaglia quasi mai anche se negli ultimi anni ha regalato poche chicche straordinarie.
Grave è tante cose tra cui un horror cannibalistico e un dramma formativo con sotto tematiche come l'amore fraterno, la dieta e in particolare il vegetarianesimo. Infine il crudele e carnivoro rito di iniziazione, una delle scene più belle e che ha girato di più nei trailer, dove degli studenti più anziani spingono nella bocca riluttante della giovane protagonista un grosso pezzo di carne.
Justine subisce un vero e proprio calvario (ed è magnifico che il padre sia l'attore feticcio di Du Welz uno dei migliori registi in circolazione) da ragazza anestetizzata, deflorata, svezzata e cannibalizzata inizia la sua nuova redenzione, perdendo l'innocenza per indossare nuovi indumenti rosso sangue, in un circuito tra vittime, carnefici e succubi, nonchè gregari improvvisati che s'immolano come vittime sacrificali lasciandosi letteralmente divorare dalla protagonista.
Alcune scene poi vi rimarranno impresse nella psiche come la ceretta o il cat-fight tra le due sorelle a colpi di morsi. Oppure la scena dei telefonini che la filmano mentre sembra uno zombie legato che aspetta la carne da mangiare fino alle scene di autofagia e tante altre cose belle e devastanti allo stesso tempo. Un film decisamente potente, di forte impatto, che non risparmia e lesina su nulla per concentrare tutta la sua forza devastante, horrorifica ma soprattutto drammatica, di una ferocia che può avere solo il volto di una straordinaria protagonista che si abbandona al suo personaggio trasformandosi e dando forma a qualcosa di nascosto e più profondo che alberga dentro di noi.
Un dramma moderno, nemmeno poi così distante dalla realtà come i registi emergenti e quelli in gamba sanno fare, con tutti i riguardi che ci ricorda la primordiale paura di cambiare e di diventare qualcosa che non vogliamo o non possiamo accettare ed essere sotto gli occhi e lo sguardo di una poetica, quella di Ducornau, che speriamo di rivedere presto agli stessi livelli.




martedì 20 settembre 2016

Neon Demon

Titolo: Neon Demon
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jesse è una sedicenne che dalla Georgia raggiunge Los Angeles per tentare la carriera di modella. La sua bellezza e la sua innocenza si fanno immediatamente notare suscitando l'attenzione di colleghe ben più navigate (Gigi e Sarah) le quali si avvalgono di Ruby, una truccatrice che le si presenta come amica, per attrarla in un gioco che per lei si farà sempre più pericoloso.

Neon Demon è una pubblicità inquietante sulle modelle.
Continuo ad amare e al contempo odiare NWR perchè il suo cinema mi piace anche quando sbaglia, l'horror forse, se sempre di horror vale la pena parlare, è una costola che teneva in grembo e a cui voleva dare sfogo forse anche lui come altri per navigare tra i generi.
Un film autocelebrativo, una elegantissima video-installazione di rara perfezione, per un autore che forse si è montato troppo la testa o che non sa quale idea di cinema rincorrere.
Ecco se avesse diretto INVISIBLE MONSTER di Palahniuk credo che la critica ancora ne starebbe tessendo le lodi. Il problema è proprio uno script che non porta dall'inizio alla fine da nessuna parte e quel poco che esprime lo fa attraverso i corpi, la fotografia in primis (mai così spaventosa nel senso di esageratamente perfetta e allo stesso tempo vuota) è un concetto e la rincorsa verso un'ideale di bellezza che sta prendendo sempre più piede e che non concede nessun margine di errore per la corsa al successo.
Neon Demon è una Cenerentola della moda. Scritto dallo stesso regista assieme a due donne che non si comprende quale ruolo abbiano davvero avuto, in questo parto travagliato, che lascia di stucco e allo stesso tempo fa incazzare come una bestia.
Purtroppo è il ritratto di un narciso, di un Dorian Gray megalomane che ha provato a fare qualcosa di horror che non fosse un horror, di pauroso senza far paura.
Insomma un tentativo fallito in una filmografia che era partita davvero molto bene e che con DRIVE sembra aver raggiunto l'apice. Speriamo di no, perchè in fondo il regista danese è in gamba, ha i numeri, ma è stato travolto da un successo che non si aspettava fino a fare un documentario su se stesso...
NWR sembra attratto ormai solo più dalla forma.

Neon Demon porta all'esasperazione se stesso e il pubblico. E'un estasi di piacere e di noia per quanto insegue un'estetica che diciamolo pure va oltre, ma al contempo potrebbe essere riassunto come una storia d'amore tra una bimba che non conosce il suo corpo e delle lesbiche assatanate che se la vogliono letteralmente"divorare".

domenica 21 febbraio 2016

Indigenous

Titolo: Indigenous
Regia: Alastair Orr
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Cinque amici si spostano da Los Angeles a Panama per una settimana di festa in un paradiso tropicale. Stringono amicizia con una bella donna del posto, che parla loro di una leggendaria cascata incontaminata, situata nelle vicinanze ma da cui nessuno sembra aver mai fatto ritorno. Spinti dalla curiosità e sprezzanti del pericolo, i giovani le chiedono di accompagnarli nell'escursione. Giunti sul posto, la misteriosa scomparsa della donna li getta nel panico. Non tarderanno a scoprire che in zona vive un branco di fameliche creature pronte ad attaccarli.

Gli americani sono ricchi e quando devono farsi ammazzare sono quasi sempre un gruppo di cinque persone che vanno nella stragrande maggioranza delle situazioni in posti proibiti dove non devono.
Indigenous mi ha colpito per la sua totale mancanza di senso dall'inizio alla fine.
Da quando il gruppo cerca di mettersi in salvo uscendo dalla foresta e lasciandosi riprendere dalle tv locali con il mostro che li insegue, il film diventa qualcosa di completamente assurdo e inverosimile oltre che imbarazzante.
Un tentativo di cercare di criticare i media sfruttando l'elemento in modo ridicolo e senza senso e inserendo come ennesima bruttura finale, pure i militari che trovano il mostro alla luce del sole e lo uccidono in diretta.
Ora poi il motivo di scegliere il Chupacabra e di metterlo in scena come un cavernicolo di DESCENT è forse un abbaglio che è crollato sulla testa di tale Orr regista che avrebbe fatto più soldi scegliendo il suo cognome come titolo del film.



giovedì 12 novembre 2015

Bone Tomahawk

Titolo: Bone Tomahawk
Regia: S.Craig Zahler
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La storia segue quattro uomini - uno sceriffo, un pistolero, un anziano confuso e un cowboy - che lottano per salvare un gruppo di prigionieri accerchiati da una banda di trogloditi cannibali che vivono ai margini della civiltà.

Soprattutto gli yankee in questi ultimi anni stanno ritornando al western, genere di spicco per un ventennio per poi passare nel dimenticatoio. Forse perchè messo in scena con registri e intenti diversi, forse perchè mescola in modo maturo e mai banale alcune metafore dell'uomo bianco.
Infine perchè dietro alla cinepresa riesce ad avere della gente dotata di un acume profondo e innovativo (Eastwood,Lee Jones, Mac Lean, Von Ancken) questo genere sta piano piano portando alla luce alcuni film davvero intensi e originali.
L'opera prima dell'esordiente Zahler fa parte di questa lunga ascesa. Zahler un regista con alle spalle un percorso da scrittore e tanta gavetta proprio sul western.
Il suo primo film colpisce per originalità nel saper trattare il tema in una narrazione che non palesa troppo ma allo stesso tempo e di facile intuizione. Colpi di scena assestati come colpi d'accetta, da cui il tomahawk, da cui prende nome il film, è l'ascia da battaglia degli indiani pellerossa.
Un cast che trova un equilibrio importante e alcuni silenzi che parlano più di mille dialoghi, nonostante forse l'unico punto debole o critica al film di concedersi alle volte, soprattutto nel secondo atto, tempi lunghi e alcune divagazioni esistenziali nei dialoghi.
Una visione, poi antropologicamente parlando, dei trogloditi, diversi in tutto e per tutto dagli indiani che lo stesso medico sottolinea in una battuta al saloon "uomini come voi non sarebbero in grado di distinguerli dagli indiani” .
Un concetto e un aprirsi all'altro culturale, ad un altro tipo di selvaggio, con forme, regole e intenti diversi e in fondo nemmeno così strani (fatta forse eccezione per le pratiche di cannibalismo, uno dei veri punti di forza del film).
Bone Tomahawk ha davvero l'atmosfera di un film reale a tutti gli effetti, non dice più di quanto deve, dosa bene le tempistiche, crea dei personaggi diversi e tutti a loro modo interessanti, portando infine il rito e il sacrificio a dei livelli alti e mai banali.
Come per i bifolchi, entrare nelle terre selvagge che non si conoscono, può significare davvero scatenare una vendetta e una ribellione senza precedenti.
Zahler firma un film potentissimo, intenso, violento, barbaro e glaciale.


venerdì 30 ottobre 2015

Green Inferno

Titolo: Green Inferno
Regia: Eli Roth
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un gruppo di studenti attivisti viaggia da New York fino in Amazzonia per salvare una tribù morente, ma si schianta nella giungla e viene imprigionato dagli stessi indigeni che voleva proteggere.

La carneficina degli attivisti e dei media.
Eli Roth è un regista che omaggia e contamina senza brillare certo di originalità. Pupillo del suo mentore, Tarantino, si è sempre ritagliato ruoli da interprete ed è diventato uno dei nomi saldi per l'horror post-contemporaneo mediatico.
A mio parere non ha mai aggiunto o dato spessore al genere, rimanendo sulla bassa soglia, con punte di exploitation a volte persino gratuite.
Green Inferno è un ulteriore conferma di un talento furbacchiotto e nulla più.
Omaggiando i cannibal-movie, di cui il nostro paese è stato precursore (in particolar modo Deodato) Roth sfrutta la comunicazione globale, l'attivismo, i social e tutto il resto per rendere più hi-tech il film e modernizzarlo quanto basta.

Se da un lato non voglio iniziare con tutte le critiche concernenti lo sviluppo di alcuni contenuti e la cultura antropologica che sta dietro, quello che mi preme far capire di questa pellicola farlocca è soprattutto il puritanesimo del cinema americano. Roth non sembra assolutamente criticarlo, il quale tollera assai meglio la morte più selvaggia di un seno denudato, e sembra essere molto più importante la banalità dei meccanismi posti in evidenza, i quali dopo aver trattato del turismo sessuale, del delirio consumistico e il capitalismo selvaggio arriva all'attivismo, senza dare nessuna critica interessante ma evidenziando aspetti già noti come il falso leader carismatico e una protagonista affascinata più da un'idea e da un leader, che non dalla causa, protetta dal padre che è un famoso avvocato dell'Onu. Il finale poi con la dichiarazione della protagonista sulla tribù amazzone è di una banalità sconcertante.  

mercoledì 2 luglio 2014

Tribe

Titolo: Tribe
Regia: Jorg Ihle
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Un gruppo di cinque amici, un innamorato dal cuore spezzato e due coppie, naufragano accidentalmente su un'isola in apparenza deserta. Non sanno che in quei luoghi selvaggi vive una numerosa tribù di ominidi che si mantengono anche grazie a pratiche cannibali. Appena giunti sull'isola i cinque sfortunati naufraghi diventeranno nient'altro che preda e cibo per questa tribù, che non esiterà un attimo a ucciderli uno a uno nei modi più feroci, fino a quando l'ultima sopravvissuta non troverà le forze di reagire e dare battaglia ai selvaggi con medesime modalità. La giovane donna è all'oscuro di essere oggetto del desiderio sessuale del capo tribù...

Copia e incolla di un qualsiasi survivor movie di questi ultimi anni sputati fuori come palline di bonza dalle bocche degli americani. Senza un'anima e un qualsiasi pretesto che aggiunga qualcosa o tenda a diversificare il genere, il film di Ihle è davvero riprovevole, per nulla sanguinolento e i mostri sembrano a metà tra dei disadattati e le creature di Predators.
Nient'altro da aggiungere se non che tutto vacilla, dalla pessima recitazione degli attori, ad una storia sciatta, una realizzazione ridicola e un'atmosfera inesistente che poteva almeno sfruttare le suggestive location.

martedì 23 agosto 2011

Dying Breed


Titolo: Dying Breed
Regia: Jody Dwyer
Anno: 2008
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

L'assassino Alexander Pearce sfugge dalla prigione di massima sicurezza dell'Impero Britannico nel cuore della Tasmania insieme ad altri sette prigionieri. Soltanto lui riemerge dalla foresta, con addosso branelli di carne umana.

Gli horror australiani da qualche anno come in altri paesi non proprio dediti all’horror hanno saputo dire la loro. Dying Breed non fa eccezioni, è astuto nel tessere una storia che prende due icone della società e non, come la tigre Tasmaniana e appunto il cannibale che per anni si è cibato con i brandelli di carne di sette detenuti(sembra per altro essere tutto vero).
Dwyer procede con calma, semina elementi interessanti, caratterizza bene i personaggi in particolar modo la zoologa Nina che vuole a tutti i costi la spedizione e la ricerca per capire che fine ha fatto la sorella(indovinate che fine potrà aver fatto?), e poi raccoglie suspance a valangate in tutta la seconda parte con squarci di territorio fantastici come solo l’Australia e altri pochi paesi sanno regalare soprattutto in tema di meraviglie paesaggistiche e la natura selvaggia ostacolo perenne per i protagonisti di questi film.
La scelta poi di portare tutto sulla fantastica cittadina di Sarah, popolata da un connubio tra bifolchi e cannibali è la ciliegina sulla torta.

martedì 26 aprile 2011

Stag Night

Titolo: Stag Night
Regia: Peter A. Dowling
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quattro ragazzi reduci da una festa di addio al celibato prendendo la metropolitana scendono in una stazione dismessa dagli anni '70, e dopo aver visto transitare il corpo di un poliziotto brutalmente assassinato si ritrovano braccati da un pericolo che non si sanno spiegare proprio sotto le strade di New York.

Stag Night è uno di quei tanti film indipendenti che per motivi anomali sono stati abbandonati dalla distribuzione e dai produttori che almeno per quanto concerne i festival potevano riservargli una giusta accoglienza ma forse dopo i primi venti minuti ci hanno rinunciato tutti all'unisono anche se a dirla tutta mi è capitato di vedere ben di peggio presentato ad un festival.
Il soggetto non è originalissimo, scandagliare le stazioni dimesse erano già location cara per alcuni horror del passato come ad esempio NON PRENDETE QUEL METRO' di Sherman del '72, notare come anche qui c'è la presenza del cannibale(non uno ma ben tre con tanto di figlio alias "creatura nana quasi follettiana")e alcune scene sembrano proprio ispirate dal vecchio film britannico.
Direi che tra le citazioni il film sopracitato valga la menzione speciale ma nonostante questo Dowling nella sua inesperienza ci crede e cerca di tenere alta la supance della storia senza esagerare nelle divagazioni ma rimanendo sempre coerente in una descrizione abbastanza realistica.
Stag Night, l'addio al celibato può sicuramente avvalorarsi di qualche scena carina ma nel totale appare purtroppo come una pellicola facilmente dimenticabile e a dirla tutta è un vero peccato contando la location e alcune buone idee ma assistiamo per troppo tempo alle cavalcate di questi barboni cannibali che corrono e gridano neanche soffrissero di rabbia(o forse sì...non ci è dato saperlo)
Sicuramente non aiuta un cast di giovani bellocci che non sembrano essere mai in parte realmente ed un finale veramente abbastanza pacchiano.

martedì 22 marzo 2011

Papaya dei Caraibi

Titolo: Papaya dei Caraibi
Regia: Joe D'Amato
Anno: 1978
Paese: Italia/Repubblica Dominicana
Giudizio: 3/5

Geologi e ingegneri sono inviati da una multinazionale in un villaggio di Santo Domingo per costruirvi una centrale nucleare. Gli abitanti del luogo, sfrattati dalle loro terre, con la complicità della procace creola Papaya li attirano, ad uno ad uno, in una trappola mortale.

"La violenza ha un senso solo quando serve ad opporsi ad altra violenza"
Cinema erotico-esotico. Mah...
Non c'è tanto da dire su questo debole thriller che non vuole essere dichiaratamente splattere ed erotico anche se sotto certi aspetti lo rispecchia eccome, ma trattasi di tentativo di voler condannare i colonizzatori e i loro intenti espansionistici.
Eppure la trama è il pretesto per uno svolgimento che si dipana in ben altri intenti e che forse ottiene quello che vuole proprio grazie ad un alternarsi di scene ad alto impatto senza avere i pretesti di sceneggiatura per dire veramente qualcosa.
O forse D'Amato esprime il messaggio con i segnali del corpo....
E'così la cavia che gioca nella vasca con i due piccioncini(lui bruto,lei bionda)per poi capire che il bruto e il maschio cattivo e quindi va scopato per bene prima di essere punito e lei bionda che per ribellarsi a questa condizione si lascia travolgere dall'immancabile tipo di colore.
Qualche momento lo regala come la bionda inseguita dai bambini, scene inutili di squartamenti di animali e combattimenti tra polli per arrivare all'immancabile scena finale lesbica in cui le due si ricongiungono e ripartono assieme per una nuova avventura.
Questo in sostanza è lo spiacevole andamento di questa pellicola lenta e straziata da passaggi insostenibili e noiosi.
La regia è quantomeno anomala contando il regista in questione e salvo le location e qualche musica lounge il resto è assolutamente trascurabile.

Non prendete quel metrò

Titolo: Non prendete quel metrò
Regia: Gary Sherman
Anno: 1972
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

A  Londra, l’ispettore Calhoun indaga su misteriose sparizioni avvenute in una stazione del metrò e scopre che sono opera di un deforme cannibale che vive nei sotterranei, discendente di alcuni operai sepolti vivi durante gli scavi della metropolitana.

Datato '72 questo horror intelligente che sfrutta una location azzeccatissima come luogo d'azione vale sicuramente più di un encomio per l’anno in cui è stato girato. Credo sia uno dei primi film ad usare la stazione del metrò come ambientazione. Il cannibale in questione mostrato non è il classico psicopatico come in quasi tutti gli ultimi horror. Fondamentale per lui è la sopravvivenza che lo porta ad uccidere per cibarsi e soprattutto per cercare di aiutare alcuni compagni che però non c'è la fanno.
Un mondo sotterraneo silenzioso contrapposto ad una Londra caotica in cui un ispettore e due giovani cercano di svelare misteriose sparizioni.
Buona la fotografia anche se il formato in vhs non era proprio eccezzionale, le scene in cui si cibano dei corpi quasi non si vedevano. Bravo Donald Pleasence(l'ispettore), così come il cannibale e intravediamo per un breve cameo anche un Christopher Lee in veste di autorità.
Un ottimo horror inglese con un messaggio anche chiaro sulla sopravvivenza e sulle modalità di risoluzione di alcuni scomodi problemi da parte del governo e di come occultare la presenza di venti operai costretti dalle circostanze a trasformarsi in carnefici.
Buona opera prima del regista di POLTERGEIST 3.

lunedì 21 marzo 2011

Jenifer (Master of horror Stagione 1 Episodio 4)

Titolo: Jenifer (Master of horror Stagione 1 Episodio 4)
Regia: Dario Argento
Anno: 2005
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 4
Giudizio: 3/5

Un poliziotto salva dalla morte per decapitazione una ragazza dal volto mostruoso e il corpo stupendo, che lo strega al punto di fargli mollare la famiglia e andare a vivere con lei in una casa in mezzo a un bosco. La ragazza ha lunghi capelli biondi stile The Ring che in parte coprono un viso orribile, occhi neri come il petrolio e privi di pupille, denti affilati e bocca deforme. Il poliziotto si innamora e precipita in una spirale di orrore senza fine, quando si rende conto che Jenifer uccide senza pietà e si ciba delle interiora dei corpi massacrati.

Sicuramente bisogna riconoscere un merito a Dario Argento, cioè il fatto di essere stato il più splatter(in questo episodio un po’ meno) tra i maestri del master of horror, se non contiamo Miike Takashi.
Il soggetto non è neanche così originale. Una ragazza deforme che si ciba di interiora umane e cosa già vista in molteplici horror e cannibal-movie italiani.
Certo Jenifer ha una bella maschera è questo suo atteggiamento iniziale ricorda John Merrick ma poi deraglia per trasformarsi in un mostro che non sa scegliere tra ciò che è giusto e cosa invece no(nessuno le aveva detto che non si possono mangiare i bambini). Le scene di sesso devono essere piaciute molto al regista tanto da riuscire ad annoiare mettendone diverse una dopo l’altra. Abbiamo capito che Jenifer ha un corpo fantastico, ma non è questo l’elemento che ci fa innamorare del personaggio in cui manca ogni forma di identificazione cosa che invece succedeva con il film di Lynch.
Non siamo ai livelli di PELTS, ma comunque non è tra i peggiori degli episodi.
Giravano voci su Sergio Martino, Umberto Lenzi, Lamberto Bava e Nicola Rondolino al timone di episodi che avrebbero riportato un contributo solido nel nostro carente mercato dell’horror ma non è stato così almeno per ora.

The Washingtonians(Masters of Horror Stagione 2 Episodio 12)

Titolo: The Washingtonians(Masters of Horror Stagione 2 Episodio 12)
Regia: Peter Medak
Anno: 2007
Paese: Usa
Serie: 2
Episodio: 12
Giudizio: 3/5

Dopo il funerale di sua nonna, Mike scopre che nella sua cantina c’è un oggetto che potrebbe cambiare il destino dell’America: scopre infatti che George Washington era in realtà un insaziabile cannibale! Dovrà quindi fuggire dagli uomini che questo segreto lo vogliono tenere sepolto, uomini che sono… affamatissimi di carne umana!

Peter Medak è un mestierante nel cinema. Il suo contributo all’horror è stato quasi inutile con il film SPECIES 2. Questo episodio grazie ad una storia caruccia parte bene e non annoia, peculiarità a cui non fanno parte tutti i MOH.
La teoria di George Washington come cannibale e la sua setta come massimo movimento estremista che negli anni è riuscito a rimanere nascosto regge e diverte.
Buone scene splatter anche se dosate con il contagocce e buona anche la direzione degli attori dove protagonista è Johnathan Schaec l’attore di “Doom Generation” e “Splendor” e che ha avuto modo di farsi apprezzare anche nella serie FEAR IT SELF.
Nonostante tutto è un bel MOH che merita di essere tra i protagonisti di questa seconda stagione.


domenica 20 marzo 2011

Road

Titolo: Road
Regia: John Hillcoat
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Per sfuggire all'inverno, un padre e un figlio percorrono una lunga strada diretti verso sud. Lo scenario è apocalittico, la civiltà è stata distrutta da un grande ed inspiegabile cataclisma. Molti umani sono sopravvissuti ma la maggior parte delle specie animali e vegetali si sono estinte. Il sole è perennemente oscurato da nubi ed il clima è radicalmente cambiato.Gli esseri umani sono diventati violenti e selvaggi a causa delle condizioni estreme in cui vivono. L'istinto di sopravvivenza prevale e li induce a atti di cannibalismo e segregazione verso i propri simili, con lo scopo di poter soddisfare i propri bisogni alimentari. Padre e figlio viaggiano verso sud. Armati di una pistola, munita di solo due proiettili, cercano di sopravvivere.
E’ una soddisfazione quando un cinefilo trova finalmente una pellicola che lo appaghi al cento per cento. Un film pienamente riuscito con un indimenticabile interpretazione(Viggo Mortensen in uno stato di grazia) e uno sviluppo da epopea a cui non eravamo più abituati.
Sceneggiato da Joe Penhall e tratto dal romanzo di CormacMcCarthy-La strada vincitore del premio Pulitzer nel’07 è il successivo capolavoro dello scrittore dopo NON E’UN PAESE PER VECCHI.
Hillcoat dopo il riuscito LA PROPOSTA gira senza mezzi termini uno dei film più poetici mai visti negli ultimi anni. Un film che lascia sgomenti, senza per forza dover fare riferimento alle atrocità umane, ma dandogli quasi una parvenza di normalità, un film che fa piangere per quanto è disperato e realistico. Finalmente assistiamo ad una tragedia in parte celata, ad una scenografia mai così apocalittica e costruita in maniera minimale ingrigita e documentata dalla fotografia perfetta di Javier Aguirresarobe, ad un viaggio dell’eroe di un bambino e del rapporto tenero ma mai superficiale con il padre, i quali non si chiamano quasi mai per nome, dopo una tragedia che ha fatto perdere a tutti la voglia di vivere. Una moglie che prende la strada più stupida ed un padre che si ritrova a dover maniacalmente curare e proteggere suo figlio dalla civiltà scarna e dagli innumerevoli pericoli. Un padre che non riesce più a credere nella bontà dell’uomo a differenza dello sguardo innocente del ragazzino che crede nella redenzione.
Crudo, violento, onirico, in uno scenario che non ha bisogno di mostri o prodotti di fruizione ma sfrutta l’angoscia più grande e mostra un’umanità annientata condannata a perire e cibarsi altri sopravvissuti. Scandito da flash-back che non fanno mai perdere di vista la realtà degli eventi ma anzi servono come tasselli per cercare di capire qualcosa che il regista opportunamente lascia celato.
Il film è stato definito troppo deprimente e da qui si intuiscono le materie principali che il film mantiene e sviluppa ad arte. Distribuito dalla Dimension Film e girato con un budget di 20 milioni di dollari e passato quasi in sordina alla mostra di Venezia dopo varie polemiche per le scene di cannibalismo, tra l’altro fatte intuire ma quasi mai mostrate, The Road è solamente un film indimenticabile.