Visualizzazione post con etichetta Cannes. Mostra tutti i post
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sabato 20 aprile 2019

Euforia


Titolo: Euforia
Regia: Valeria Golino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Matteo è un giovane imprenditore di successo, spregiudicato, affascinante e dinamico. Suo fratello Ettore vive ancora nella piccola cittadina di provincia dove entrambi sono nati e dove insegna alle scuole medie. È un uomo cauto, integro, che per non sbagliare si è sempre tenuto un passo indietro, nell'ombra. La scoperta di una malattia grave che ha colpito Ettore (della quale lo si vuole tenere all'oscuro) spinge Matteo a tornare a frequentarlo e ad occuparsi di lui.
Nelle note di regia è la stessa Golino ad offrire una definizione del termine che dà il titolo al film: "Si tratta di quella bella e pericolosa sensazione sperimentata dai subacquei nelle grandi profondità: un sentimento di assoluta felicità e di libertà totale".

Al suo secondo film la Golino fa centro con un film solido, maturo e carico di sentimenti ed emozioni.
Pur non essendo un estimatore della commedia italiana degli ultimi anni, non posso esimermi dal definire questo dramma un importante segnale di vita e di cinema del nostro paese.
Euforia parla di ricongiungimenti, dolore, malattia, rapporti frivoli e una sorta di malessere generazionale. Tutto attraverso lo sguardo di due fratelli, uno in particolare Matteo e la sua famiglia borghese romana cercando di tenere tutto sotto controllo socialmente ed economicamente in un precario equilibrio tra auto giustificazioni professionali (i nuovi campi profughi) e un'insoddisfazione di fondo tacitata con sesso e droghe.
Il film della Golino è infarcito di empatia, di sguardi, di smorfie, sorrisi, tristezza, malinconia e solitudine. Sembrano voler vincere l'angoscia e lo smarrimento ma alla fine quello che più si apprezza e la volontà nonostante le difficoltà da parte di tutti di andare avanti. L'affiatamento tra Scamarcio e Mastrandrea strano a credere ma funziona, coinvolge e a volte fa pure sorridere.
Euforia è un toccasana per i malati, per gli indomiti depressi. La scelta delle scene e dei momenti sono semplici senza troppe costruzioni o scenografie gratuite per mostrare come spendere i soldi del budget. Le poche scene madri presenti nel film, che vedono sempre faccia a faccia Matteo ed Ettore riescono a mantenersi credibili. L'aspetto che ho apprezzato di più essendo un diario del dolore e dell'attesa, è stata la scelta della Golino di fare a meno del pietismo o della commozione come invece capita in tantissime altre commedie nostrane.
In più l'amicizia con la Tedeschi e il film I VILLEGGIANTI deve aver contribuito nel saper gestire l'improvvisazione degli attori e creare tanti momenti involontariamente ironici.

giovedì 18 aprile 2019

Border


Titolo: Border
Regia: Ali abbasi
Anno: 2018
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Tina ha un fisico massiccio e un naso eccezionale per fiutare le emozioni degli altri. Impiegata alla dogana è infallibile con sostanze e sentimenti illeciti. Viaggiatore dopo viaggiatore, avverte la loro paura, la vergogna, la colpa. Tina sente tutto e non si sbaglia mai. Almeno fino al giorno in cui Vore non attraversa la frontiera e sposta i confini della sua conoscenza più in là. Vore sfugge al suo fiuto ed esercita su di lei un potere di attrazione che non riesce a comprendere. Sullo sfondo di un'inchiesta criminale, Tina lascia i freni e si abbandona a una relazione selvaggia che le rivela presto la sua vera natura. Uno choc esistenziale il suo che la costringerà a scegliere tra integrazione o esclusione.

Border è quel film che non ti aspetti. Un esperimento che attraversa più generi narrativi, il thriller, il fantasy, l'horror metafisico, cercando al tempo stesso di non perdere mai la sua forza e portando in scena diversi temi ( la diversità, il confine tra umano e sovrannaturale che si assottiglia a tal punto da non riuscire più a distinguere specie e genere, ma anche in parte il folklore locale) e diverse scene originali che visionando più di 4000 film non mi era mai capitato di vedere.
Siamo dalle parti di Alfredson ma anche della polacca Smoczyńska.
Esseri che dominavano questa terra, superstiti, una specie ormai in via d'estinzione che cerca di sopravvivere nascondendosi, una forza sovrumana, un olfatto in grado di sentire una micro sd contenente materiale pedo pornografico, i sessi ribaltati (la scena in cui lei ha un'erezione e penetra lui è assurda) e tanto altro ancora.
Trovare un film che riesca in quasi due ore a tenerti incollato allo schermo nel 2019 non è facile. Abbadi dopo SHELLEY ci riesce scommettendo su un film insolito, scomodo, con due protagonisti che sono in realtà due troll che scelgono per non vivere in solitudine di dividere appartamenti con bifolchi (Tina) o evitare proprio la specie umana perchè inferiore (Vore)
Verso la fine del secondo atto probabilmente si sono fatti prendere la mano perchè se è pur vero che un tema come quello del giro di pedofili risulta essere un espediente sempre efficace (vedi YOU WERE NEVER REALLY HERE) rischia come in questo caso di pagarne gli effetti su alcuni espedienti e scelte di scrittura poco efficaci (Vore che lavora per questa rete di pedofili e al contempo nasconde feti nel frigo di altre specie ancora) sembra voler essere troppo ambizioso.

giovedì 11 aprile 2019

Madame Tutli Putli


Titolo: Madame Tutli Putli
Regia: Chris Lavis e Maciek Szczerbowski
Anno: 2007
Paese: Canada
Giudizio: 5/5

I passeggeri del treno (e la stessa madame Tutli-Pluti) sono anime ancora non consapevoli del loro trapasso. Continuano così a fare quello che facevano da vivi: gli appassionati di scacchi alle prese con una assurda partita, il tennista che si comporta volgarmente, il vecchio sempre addormentato. La consapevolezza (almeno per la madame) arriva quando le vengono rubati i bagagli (i ricordi della vita passata) e solo allora può avvenire il trapasso a miglior vita (la farfalla, simbolo di trasformazione e anche di rinascita).

Gli sceneggiatori di LOST avrebbero dovuto conoscere a memoria lo svolgimento di questo incredibile corto candidato agli Oscar. Un lavoro d'animazione in stop motion incredibilmente colto e in gradi di creare sentieri diversi e portare il pubblico a domandarsi se ciò che ha davvero visto sia l'intento degli autori. Un'opera singolare, non ci sono altri termini per definire ciò che vidi anni fa ma che per qualche strano motivo mi rimaneva così in mente.
A livello tecnico gli sforzi sono evidenti fin da subito. La vera forza del cortometraggio sta in una particolare innovazione apportata dove gli occhi dei personaggi sono infatti quelli di attori reali, girati dal vero e compositati in seguito sul volto dei pupazzi animati a passo uno.
Madame Tutli Putli ha impiegato più di cinque anni di lavoro, ma il risultato è impressionante anche nel suo chiamare forse involontariamente alla memoria tanti registi e tante idee di cinema già viste ma che qui attraverso un climax di forme e linguaggi trova una naturale e originale messa in scena.






mercoledì 20 febbraio 2019

House that Jack Built


Titolo: House that Jack Built
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2018
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Usa Anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli.

Sbaglio o Von Trier sta piano piano diminuendo il tasso di violenza presente nei suoi film.
Sembra un assurdo ma mi sembra proprio che le storie siano sempre più indirizzate sulla descrizione del microcosmo in cui vivono i personaggi e non invece il mondo esterno da cui è meglio stare alla larga. Allora è meglio costruirsi una sorta di tana, di caverna, di rifugio fatto con i corpi delle persone dove nascondersi e raggiungere l'Ade, il centro della terra, il paradiso che forse tutti venerano perchè dimostra di non essere poi così noioso.
Le opere di Lars Von Trier non lasciano scampo. Volente o no, sono esperienza che cambiano, che ti sconvolgono, che ti lasciano qualcosa prima di dilaniarti e poi quando hai smesso di vederle dopo giorni e giorni vengono a bussarti alla porta con l'espressione da pazzo furioso che solo un attore pazzo come Dillon può regalare in questo modo.
Un'opera che si prende i suoi tempi, racconta ciò che vuole come gli pare, non ha nessuna regola da seguire ma si sviluppa con l'umore variabile del suo indiscusso autore centrando il bersaglio.
In un'epoca sempre più promotrice del remake, della mancanza di originalità, dei film fatti per piacere agli stessi registi, per compiacere il pubblico, in anni dove l'estetica ha preso il posto della storia ovvero il cuore del film, abbiamo un Jack post contemporaneo che sfugge ad ogni sorta di decifrabilità per fare semplicemente ciò che gli pare seguendo un suo iter a tratti bizzarro.
I traumi sembrano essere il vaso di Pandora del regista da cui emerge sempre tutto e in quanto tali, bisogna soffermarsi inquadrarli, guardarli attentamente, dando nomi e cercando di analizzarli rimanendo però distanti per non farsi male.
Le opere dell'autore sono dei transfert psicoanalitici, in grado di generare dubbi e paure, di ampliare fenomeni complessi e ridicolizzare i buoni costumi o la morale di una società sempre più senza valori.
Lars Von Trier è uno dei registi più capaci, violenti e complessi della sua generazione. A parte qualche deviazione non sbaglia mai e la risposta è perchè ha molto da dire al di là di come venga recepito da pubblico e critica.
Dimenticavo l'addio di Bruno Ganz in questo film davvero fondamentale
Questo film è straordinario, rigoroso, essenziale, malato, ipnotico, celebrale, stralunato, folle, maniacale, ossessivo, perciò ancora una volta la risposta è: Sì.

Climax


Titolo: Climax
Regia: Gaspar Noè
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di giovani viene drogato senza apparente motivo ma non tutti reagiscono allo stesso modo.

Il cinema di Gaspar Noè è come una nuova droga chimica che arriva sul mercato. Se ti piace la droga non puoi che esserne affascinato. Prima c'era Araki ora c'è Noè.
Il risultato cambia come gli effetti della sostanza ma il processo è sempre lo stesso.
Cercare di provocare e stupire. Solo che da un lato c'è gente come Von Trier che riesce e regala anche arte e citazioni a profusione, dall'altra c'è Noè altro egomaniaco con degli intenti leggermente più bassi rispetto al collega danese.
Climax è un'altra esperienza doverosa, complessa, anarchica, schizzata e pompata come solo l'outsider argentino riesce ogni tanto a fare illuminandola d'immenso e facendoti venire voglia di ballare in qualsiasi luogo fruisci questa lisergica esperienza.
Cast di giovani, tante acrobazie e coreografie, musica strepitosa, luci e gelatine che regalano eccessi in sovrabbondanza e divertimento quasi assicurato, prima di entrare nel terzo atto che quasi sempre per i film del regista significa incubo, tunnel della privazione, fare i conti con se stessi e disperarsi e piangere.
Si inizia ridendo e scopando e si finisce a terra paralizzati dall'Lsd o per aver scoperto che in fondo non siamo speciali e facciamo pure un po schifo.
Ecco Climax parlando di altre cose rispetto alle tematiche del regista (anche se poi le questioni quelle sono) ci dice ancora una volta di andarci piano con la droga se non sappiamo gestirla.
Il cinema di Noè rimane un'esperienza sempre visivamente molto affascinante, impossibile sfuggire a questo caleidoscopio allucinato, dove i giovani scherzano con il fuoco, le istituzioni non esistono e il fai da te rimane la scelta convenzionale a cui sembrano sottoporsi con rituali e pratiche i millenial di questa generazione.

mercoledì 6 febbraio 2019

Panico al villaggio


Titolo: Panico al villaggio
Regia: Stephane Aubier
Anno: 2009
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

C'era una volta, in un villaggio di nome Villaggio, un cavallo di nome Cavallo, che viveva con un cow-boy di nome Cow-boy e un indiano di nome Indiano. È il 21 giugno, il compleanno di Cavallo, e i suoi due compari pensano bene di ordinare 50 mattoni per costruirgli un barbecue. Peccato che, tra un gioco e una distrazione, l'ordine on line parta pieno di zeri e il Villaggio si ritrovi invaso da 50 milioni di mattoni, che fanno particolarmente gola a dei piccoli, imprendibili ladri notturni.

Panico al villaggio è una bella metafora della nostra società.
Folle e schizzato come i belgi spesso sanno essere, riesce pur sfruttando una tecnica d'animazione in stop-motion abbastanza desueta, ad avere un ritmo e una storia che assieme ai personaggi colpiscono per la loro linearità, caratterizzazione, scelte insolite, un ritmo sbalorditivo e una messa in scena che riesce a cogliere quei dettagli importanti per rafforzare la narrazione e l'impatto visivo che rimane un'esperienza visiva, prima di tutto, molto interessante.
Grazie anche ad un ottimo doppiaggio dove aiutano i cugini di SOUTHPARK, Panico al villaggio sembra partire in sordina per poi allargarsi al di là della porzione di spazio dove vivono ancorati i tre protagonisti.
Un'ambientazione per alcuni aspetti misteriosa dove i bambini non esistono, gli animali parlano, e gli esseri umani invece sembrano tornati alla fanciullezza a differenza degli animali più maturi e rigidi nelle scelte che si comportano quasi da genitori.
La casualità è il fattore di forza e che allo stesso tempo lascia inermi di fronte ad un ritmo dove tutto può succedere in qualsiasi momento e senza dover avere una causa o un nesso.
Un ritmo e una potenza inesauribile rischiano a volte di lasciare spiazzati, soprattutto per come dicevo in quanto non essendoci coordinate, al di là di qualche frase di Cavallo, il vero protagonista, a volte si fa fatica a comprendere gli intenti dei registi.
Altrimenti sembra regnare una sorta di anarchia democraticamente accettata.


mercoledì 5 dicembre 2018

Blackkklansman


Titolo: Blackkklansman
Regia: Spike Lee
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.

L'ultimo joint di uno dei maestri del cinema americano non smette di perdere la sua carica eversiva e ironica.
Un film grottesco, parecchio crudo e razzista, che senza celare nulla della sua facciata iniziale, manda avanti un'indagine, un caso che sembra qualcosa di assurdo quando poi invece scopriamo che è esistito eccome e che come forse vorrebbe dire Lee potrebbe risuccedere anche oggi.
Un film diverso dai soliti che sceglie sempre una narrazione secondo i suoi canoni e legato ad una poetica iconoclasta che punta a dissacrare i luoghi comuni della società bianca o gli errori del passato che per tanti diciamo che errori non sono stati e ora più che mai vorrebbero tornare in auge.
Senza avere quei voli pindarici su un'azione e alcune scene di violenza efferata come capitava in altri suoi film, il regista si confronta proprio con aspetti più controversi burocratici e amministrativi che altro, mettendo tutto in mano ad una coppia di attori che riescono nella loro semplicità ad essere quanto più diretti possibili.
Lee da sempre coglie degli aspetti nel suo cinema che ne fanno un artista in grado di evidenziare quei particolari che non sembrano interessare a tutti.
E lo fa sempre di più andando controcorrente dai tempi di FA LA COSA GIUSTA nel suo immaginario dove bianchi e neri vivono assieme odiandosi fortemente.
Nel 2018 anche se la vicenda è ambientata negli anni '70, Lee ci dice che il razzismo non è mai finito anzi, sembra essere l'incipit di ogni suo film e il suo immaginario negli anni è stato fortemente diviso e diverso dagli altri che si misuravano sui film con tematiche razziali.
La sua politica è sempre stata antagonista ad un certo tipo di sogno americano radicale ed esteticamente dirompente, scegliendo e spesso mostrando invece la semplicità con cui la comunità afro sembra non solo averci fatto l'abitudine, ma sbeffeggiandola e deridendola al contempo stesso.

A prayer before dawn


Titolo: A prayer before dawn
Regia: Jean Stephane Sauvaire
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Billy Moore è un giovane boxer inglese che combatte incontri clandestini in Thailandia. Non sappiamo perché si trovi lì, né perché si sia dato alla boxe, ma lo vediamo combattere, bere e fumare crack in un crescendo autolesionista e trasgressivo che culmina inevitabilmente in un arresto da parte della polizia locale. Ed è il suo ingresso all'inferno: nel carcere la violenza si consuma nella totale indifferenza delle guardie, e brutalità di ogni tipo stabiliscono il sistema gerarchico alla cui sommità si trovano belve umane tatuate dalla testa ai piedi che torturano i loro sottoposti in tutti i modi possibili.

A prayer before dawn è un prison movie robusto e anti convenzionale che ci porta in lande sconosciute e ci abbandona come un sacco di rifiuti in mezzo a scorie radioattive.
A differenza di molti altri film, il regista è interessato a monitorare in modo piuttosto dilatato e quasi senza azione, il micro cosmo, la sub cultura che si è impossessata delle carceri thailandesi con tutte le loro regole e i codici criminali.
Una prova che non si basa sulle solite azioni o sul revenge movie o su rivolte (i temi spesso più abusati nel sotto genere) ma mostra la dipendenza e le regole all'interno delle mura carcerarie. L'annichilimento di uomini che per riuscire ad ottenere la dose diventano oggetti di altri uomini (la scena dove uno di loro viene sodomizzato da tre boss è raccapricciante).
In tutto questo panorama dove la salvezza, l'onestà e qualsiasi valore sembra ormai aver abbandonato chiunque, Billy cerca di sopravvivere a suo modo confrontandosi con l'altro culturale e cercando fino alla fine di mantenere alta la dignità, data la sua diversità che lo pone come l'unico fantasma bianco in mezzo alla massa.
Una preghiera prima dell'alba è tratto dall'autobiografia omonima di William "Billy" Moore che ha dato minuziosa contezza della sua odissea carceraria

sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

giovedì 18 ottobre 2018

Louisiana


Titolo: Louisiana
Regia: Roberto Minervini
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In un territorio invisibile, ai margini della società, sul confine tra illegalità e anarchia, vive una comunità dolente che tenta di reagire a una minaccia: essere dimenticati dalle istituzioni e vedere calpestati i propri diritti di cittadini.

Il cinema ha ripreso di tutto. Le storie sui tossicci e i film che parlano di dipendenze e di droga ci sono sempre stati, alcuni votati all'intrattenimento, altri ad inquadrare il fenomeno e cercare di analizzarlo in tutte le sue derive in primis dalla frustrazione sociale.
Louisiana arriva tardi da noi, passato in sordina ai festival, ed è un altro documentario dell'ottimo e sconosciuto Minervini che lavora ormai da tempo in America.
Anche lui come tanti della sua generazione si è messo a disposizione dei diseredati per cercare di comprendere un altro aspetto del lato oscuro dell'America.
Qui siamo dentro il Texas rurale, la patria di Lansdale, dove se non fai attenzione alle paludi rischi che qualche coccodrillo venga a mozzarti le palle.
In Louisiana, il regista deve aver conosciuto tanti disperati tra cui una coppia tossicodipendente che vive la giornata, cercando di fare in modo che la dose non manchi mai ma nemmeno il sesso o tutti quei bisogni primari di cui questi disperati cercano di saziarsi continuamente in una consumazioone di corpi e ideologie spicce. La loro è un intensissima relazione dove l'unica pecca potrebbe essere stata quella di non avergli messo in mano un copione dandogli piena improvvisazione e la cosa fino ad un certo punto funziona.
Nella seconda parte invece si sofferma su un gruppo paramilitare, e si fa più esplicitamente politico chiamando in ballo, ma come succedeva già nella parte prima dove un gruppo di anziani col cappello si ritrovano a bere birra fuori dalle loro roulotte e criticare l'attuale amministrazione e politica americana, e le loro azioni da marines.
La parte dei paramilitari per quanto affascinante non allarga più di tanto la vena politica, più che altro si compone di immagini e di monologhi del loro leader che cerca di fare il lavaggio del cervello, fermentando l'ideologia di autodifesa paramilitare a dei giovani smidollati redneck che vivono senza nessuna ambizione ma sempre con il dito sul grilletto.


Tempi felici verranno presto


Titolo: Tempi felici verranno presto
Regia: Alessandro Comodin
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso e Arturo scappano nel bosco, la vita sembra andare meglio ma si muore sempre quando meno uno se l'aspetta.

Sembra quasi un film a episodi con storie diverse tenute assieme da un filo conduttore che potrebbe essere proprio l'ambiente o la natura. L'opera numero due di Comodin è una favola surreale in un mondo reale, ma allo stesso tempo incredibilmente arcaico, nelle regole e nelle azioni che svolge la comunità.
Un film indipendente e anarchico, un INTO THE WILD più intelligente, dove la realisticità si pone alla base delle scelte e delle azioni dei personaggi e soprattutto delle storie.
Leggede folkloristiche, una ricerca interiore, un mistero che avvolge la narrazione, la scoperta e la voglia di scegliere una vita in mezzo alla natura con tanto di ritorno alla caccia primordiale e senza apparenti ripari.
La prima storia forse perchè la più folle diventa anche quella con il climax finale più triste.
Mentre nella seconda una donna, forse una specie di martire, che decide di scappare nel bosco e andare alla ricerca del lupo diventa la vittima sacrificale su cui imbastire tutta una serie di congetture e teorie. Proprio quest'ultimo, il lupo, è al centro di miti e leggende dove si narra tra fiction e documentario, realtà e fantasia, racconto e trattato antropologico, di come Ariane sia entrata nel buco senza più uscirne e questo episodio di cronaca ha portato la comunità a credere e creare leggende, tra le quali alcune davvero assurde, come l'unione tra la donna e il lupo.


martedì 25 settembre 2018

Mandy


Titolo: Mandy
Regia: Panos Cosmatos
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Red e Mandy vivono soli in una casa nel bosco. La loro tranquilla vita familiare viene sconvolta quando, durante una passeggiata nella foresta, Mandy viene notata da Jeremiah, l'inquietante leader di una setta deviata di cultisti. Deciso a trattenere la ragazza nella setta, l'uomo ne organizza il rapimento. Dopo aver provato inutilmente a resistere al brutale assalto dei rapitori, Red e Mandy si risvegliano legati e imbavagliati in mezzo agli adepti del culto. La situazione precipita quando ai due ostaggi viene iniettata una sostanza altamente allucinogena, che trasformerà la loro prigionia in un incubo.

Mandy è l'eccesso, la straripante colata di colori, frattaglie, sangue, musiche che predominano e che danno la possibilità al camaleontico Cage di esagerare in uno dei ruoli migliori di tutta la carriera.
Un film che se ne fotte della trama prendendola solo come pretesto per immergersi in una prima solitudine cosmica per arrivare a diventare un revenge movie assatanato con alcune creature che sembrano uscire dalle pagine di Barker e diventare una nuova squadra di cenobiti che fanno molta più paura del gruppo di satanisti presente nel film.
Una mattanza di insanità e sangue, l'equivalente cinematografico di uno strambissimo trip lisergico di due ore, di puro montaggio a base di heavy metal e satanismo ma anche citazioni letterarie come il libro e le strane e ambigue simbologie alla base, le doppie lune, etc.
Bisogna essere bravi a saper vendere fumo e questo gli americani e soprattutto Cosmatos lo sa benissimo vista la sua filmografia.
Il risultato è una fiaba nera, un horror indie e atipico dove l'esperienza e il modo di raccontare diventa l'essenza del film.
Soprattutto lo stile e ripeto gli eccessi risaltano e prendono le redini del film sin da subito intuendo bene che non ci troviamo di fronte a qualcosa di standard perlomeno nell'uso dei mezzi tecnici, di una fotografia coloratissima e sempre estrema con dei colori saturi che ci immergono nell'incubo vissuto da Red.
Una psichedelia a livelli bassi ma con un tasso di adrenalina molto alto e con una curiosa voglia di rompere alcuni schemi in un mix di generi dove sembra esserci quasi tutto e che sembra più che altro essere un concertone metal che non ha bisogno dal secondo atto in avanti di essere del tutto coerente.

giovedì 13 settembre 2018

As boas maneiras


Titolo: As boas maneiras
Regia: Marco Dutra E Juliana Rojas
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Clara, infermiera dalla periferia di São Paulo, viene assunta dalla misteriosa e ricca Ana come bambinaia, ancor prima che nasca il suo bambino. Presto le due donne sviluppano un forte legame, ma una notte fatale cambia i loro piani

In Brasile esiste una tradizione di storie legate alla licantropia, che di villaggio in villaggio si tramandano e si trasformano (come gli zombi ad Haiti).
Ma che bella sorpresa questo dramma con venature horror sui licantropi.
Il duo del collettivo "Film to caixote" hanno avuto sicuramente tanta voglia e tanto coraggio per scoperchiare una bella metafora politica attraverso un film di genere.
Dramma, horror, musical e in parte fantasy. Con una netta divisione in tre atti che ne sancisce una narrazione mai banale ma anzi continuamente supportata da una costruzione e alcuni colpi di scena e passaggi di testimone molto colti e funzionali, passando da un primo atto più intimista ed erotico agli ultimi due decisamente più ritmati e violenti per finire con un esplosione di fatti che riescono ad essere essenziali nella loro descrizione di un fenomeno tutt'altro che conosciuto.
I registi riescono a farcire il film di un'eroticità molto potente con diverse scene lesbo davvero tenere e molto dolci, presentando due protagoniste assolute che riescono nella loro diversità e situazione economica, ha convolare in una storia d'amore che vive di contrasti e di spaccature legate al misterioso passato di Ana.
Il merito essenziale è quello di scardinare i generi cambiando registro narrativo di atto in atto con un crescendo nell'ultimo e un climax finale esplosivo che riescono a mantenere una grande coerenza narrativa alternando stupore paura e pathos
Un film profondamente politico e in alcune scene volutamente sanguinolento senza mai eccedere che per alcuni versi potrebbe essere ricondotto ad una sorta di ROSEMARY'S BABY ambientato a San Paolo con pochissime scene in esterno e un'ottimo impianto tecnico con dei dialoghi che riescono a non essere mai banali ma invece profondamente incisivi.


lunedì 10 settembre 2018

Ava


Titolo: Ava
Regia: Léa Mysius
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Ava, tredici anni. Durante l’estate, in vacanza al mare, scopre che sta perdendo la vista sempre più rapidamente. La madre ha deciso che questa dovrà essere l’estate più bella della vita di sua figlia, ma Ava affronta il problema, la vita e l’estate a modo suo. Un giorno, Ava ruba un grosso cane nero a un ragazzo gitano…

Vincitore del Grand Prix della Giuria e del premio SACD alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2017, Ava segna l'esordio di Mysius dietro la macchina da presa portando di fatto l'ingresso nella settima arte di un artista molto eclettica, colorata e con una sua personalissima idea di cinema.
Un'opera densa e complessa ricca di sfaccettature e significati, metafore e interpretazioni, disegnando un ritratto realista dell'adolescenza e tutti i suoi numerosi problemi volando verso visioni oniriche (come il segno di lei abbastanza inquietante) senza mai distaccarsi troppo dalla realtà.
Con una protagonista semplicemnete fantastica, una venere d'argilla, la regista ci mostra il suo mondo quello intrappolato da una malattia che sembra rubarle quello sguardo sul mondo e sul futuro che lei ancora tredicenne vuole scoprire in questo viaggio d'iniziazione e soprattutto emancipazione dagli adulti (rapporto spesso di competizione con la madre, le forze dell'ordine da attaccare e i nudisti ricchi da derubare in spiaggia)
E allora è proprio dalla paura di una disgrazia imminente che Ava trova la forza per mettersi in viaggio con un insolito compagno che vive di espedienti e il suo cane nero che svolge un ruolo da mediatore famigliare tra i due giovani protagonisti.
Tra furti sulla spiaggia, matrimoni clandestini, scontri con la madre ancora in cerca di gigolò che la possano sorpendere, Ana è tutto, un'idea di cinema che va oltre la semplice narrazione e capace di saper narrare tante tappe con moltissime scene e monmenti originali ricchi di quella freschezza di chi ha dalla sua una miriade di idee da sviluppare. E poi i suoni, le musiche straordinarie capaci di farti mettere in pausa la pellicola e metterti a ballare intorno alla stanza "Sabali"di Amaduo & Mariam, una canzone capace rimane in testa e poi la scoperta della sessualità in modo molto dolce e innocente come spesso nei film di formazione i francesi sanno descrivere molto bene.


Caini


Titolo: Caini
Regia: Bogdan Mirica
Anno: 2016
Paese: Romania
Giudizio: 4/5

Il nonno di Roman è morto e il nipote ha ricevuto in eredità i suoi terreni in campagna. Vi si reca intenzionato a venderli e scopre che il nonno era a capo di una banda di criminali che hanno tutta l’intenzione e la determinazione necessarie per minacciarlo al fine di impedirgli la vendita.

Di solito quando si pensa al cinema d'autore rumeno i nomi soliti che si sentono sono quelli di almeno due grandi maestri e capaci di creare drammi molto forti come Sitaru e Mungiu.
In questo caso distaccandoci da un certo tipo di tematiche qui si entra nel cinema di genere dove Mirica dimostra di saper costruire molto bene un dramma spesso e sofferto con tanti elementi di corruzione squisitamente locali e la scelta di un cast convincente.
In più un grosso e funzionale lavoro e stato fatto nel costruire una fortissima tensione grazie alla quale la violenza dell’ambiente, queste location quasi desertiche da far sembrare la location una specie di western urbano dove ci sono anche i bifolchi, si fa sentire ancor prima di esplodere grazie ad un uso dello spazio che ne prefigura la pervasività.
Ci anticipa Mirica questa sua dote già nella sequenza iniziale in cui delle bolle d’aria in una palude conducono a una scoperta di un pezzo di corpo umano che vedrà una sorta di esplosione di fatti ed eventi dove tutti coloro che decidono di giocare non possono più uscire arrivando a pedere tutto. L'immagine iniziale di un giallo che viene a galla e quella finale nel dialogo tra il criminale e l'ispettore su quanto quest'ultimo abbia le mani legate, trovano un connubbio che porterà ad una chiusura abbastanza originale e che sembra far voler dire al regista che è ora di cambiare pagina per uno dei paesi più corrotti al mondo.

domenica 24 giugno 2018

Lazzaro Felice


Titolo: Lazzaro Felice
Regia: Alice Rohrwacher
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La Marchesa Alfonsina de Luna possiede una piantagione di tabacco e 54 schiavi che la coltivano senza ricevere altro in cambio che la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni in catapecchie fatiscenti, senza nemmeno le lampadine perchè a loro deve bastare la luce della luna. In mezzo a quella piccola comunità contadina si muove Lazzaro, un ragazzo che non sa neppure di chi è figlio ma che è comunque grato di stare al mondo, e svolge i suoi inesauribili compiti con la generosità di chi è nato profondamente buono. Ma qual è il posto, e il ruolo, della bontà fra gli uomini?

Quest'anno sono diversi i film italiani che meritano di essere visti al cinema.
Diversi narrativamente e con delle storie e delle situazioni toccanti e molto particolari.
Lazzaro Felice forse sarebbe piaciuto a Fellini almeno nella prima parte così come a Scola e forse anche a Pasolini.
E'un film raro e antico, figlio di atmosfere ormai in disuso nel nostro cinema ma non per questo minori, anzi. L'ultimo film della Rohrwacher ci porta fin da subito in un passato che poi tanto passato non è, trovando una metafora o una comparazione con alcune realtà ancora vive nel nostro paese mica da ridere.
Certo gli "schiavi"come sono ritratti i contadini, umili e misericordiosi, è una di quelle realtà che nel 2018 non dovrebbe più esistere (sarà davvero così) ma qui la pretesa che li tiene tutti ancorati alla marchesa è il tipico pretesto che il borghese adotta con coloro che non stanno a chiedersi grosse domande, vivendo sereni la giornata e cercando di sopravvivere tutti assieme felici e in questa grossa cascina che sembra per alcuni aspetti una comunità.
Un film umile come il suo protagonista che nei cambi temporali dimostra di non aver sempre quel ritmo e quel mordente che dimostra di saper fare molto bene in tutto il primo e parte del secondo atto. Ci riesce ma in maniera a volte macchinosa, mettendo in scena alcuni momenti che ho trovato sinceramente fuori luogo come la scena girata a Torino, ai giorni nostri, nella banca dove Lazzaro rischia di essere martirizzato dalla folla.
Il terzo film della giovane cineasta è un film che ho trovato molto spirituale capace di scatenarmi emozioni e sentimenti. Questo è il cinema che più mi piace. Qualcosa che non mi lascia indifferente. Lazzaro felice ci è riuscito.

giovedì 7 giugno 2018

Dogman


Titolo: Dogman
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Marcello ha due grandi amori: la figlia Alida, e i cani che accudisce con la dolcezza di uomo mite e gentile. Il suo negozio di toelettatura, Dogman, è incistato fra un "compro oro" e la sala biliardo-videoteca di un quartiere periferico a bordo del mare, di quelli che esibiscono più apertamente il degrado italiano degli ultimi decenni. L'uomo-simbolo di quel degrado è un bullo locale, l'ex pugile Simone, che intimidisce, taglieggia e umilia i negozianti del quartiere. Con Marcello, Simone ha un rapporto simbiotico come quello dello squalo con il pesce pilota.

Dogman fa ben sperare. Un nerissimo western suburbano della periferia romana come non si vedeva da tempo. Garrone è davvero uno dei talenti del nostro cinema. E parlo per la sua natura complessa, dinamica e anti commerciale capace di passare da un genere all'altro senza grosse difficoltà.
I risultati spesso vengono considerati deludenti come il bellissimo IL RACCONTO DEI RACCONTI che non è proprio stato capito da pubblico e critica.
Questo Dogman forse per il suo taglio più action dove sembra siglare la differenza di genere tra riscatto e vendetta e articolando la vicenda e la trama potrà certamente risultare più commerciale rispetto al fantasy per adulti.
Prendendo spunto dalla tremenda vicenda del Canaro della Magliana, Garrone racconta la complessa psicologia di un uomo comune che come tanti si trova a dover cambiare drasticamente la sua vita a costo di soccombere e accettare dunque di diventare l'agnello sacrificale, la vittima, il capro espiatorio dove tutti vanno a sfogarsi e su cui tutti scaricano le proprie frustrazioni.
Da questo punto di vista il film è splendido e lucido nell'esaminare questo humus di persone imbruttite dalla povertà, dalla corruzione e dall'evasione fiscale.
Una Roma ancora diversa dalle ultime serie famose o dai film che ultimamente raccontano le gesta criminali della capitale.
Qui è tutto più serio, più terra terra, più neorelistico. Sembra di sentire l'eco che proviene dalla grande tradizione del cinema italiano e che Garrone conosce e sicuramente porta con sè.
Grazie poi a dei volti magnifici che sono il vero ritratto della quotidinaità del nostro paese e della semplicità e povertà che da sempre raccontiamo così bene viene da dire che ci troviamo di fronte ad una grande lezione di cinema per un film che spero non venga di nuovo sottovalutato o sintetizzato come un revenge movie italiano.
L'opera di Garrone è qualcosa di molto più dilatata e complessa.







domenica 22 aprile 2018

You Were Never Really Here


Titolo: You Were Never Really Here
Regia: Lynne Ramsay
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Joe è un veterano di guerra, sopravvissuto anche a molte altre battaglie. A casa lo aspetta solo la madre anziana a malata, con cui ha un rapporto di grande affetto e pazienza. In una New York desolata e piena di segreti, il cui profilo nobile resta sempre in lontananza, Joe fa il mercenario per chi vuole liberarsi di nemici pericolosi ma non ne ha l'abilità o il coraggio. Il suo ultimo incarico è quello di sottrarre Nina, la figlia preadolescente di un politico locale, ad un giro di prostituzione minorile: una creatura abusata e offesa che fa da specchio al passato dell'uomo. Joe appare e scompare, spesso armato di un martello, come se non fosse mai stato lì (questa la traduzione del titolo originale), menando fendenti e scacciando con la stessa allucinata intensità i ricordi devastanti, tanto della propria infanzia in balia di un padre sadico, quanto dei crimini di guerra compiuti (anche da lui) dietro la giustificazione di una divisa. Quello di Joe è un universo di bambini perduti cresciuti alla mercè degli orchi e spesso diventati come loro, un mondo in cui l'uomo si muove come un giustiziere, cercando di rattoppare la sua vita ridotta ad un puzzle di sensazioni e (brutti) ricordi.

Lynne Ramsay non so per quale strana ragione mi viene da associarla a Ana Lily Amirpour.
Entrambe sanno fare del bel cinema spesso imperfetto ma sempre affascinante anche se la Ramsay ha dalla sua quella perla di E ORA PARLIAMO DI KEVIN che è praticamente magistrale dall'inizio alla fine.
Anche questo suo ultimo film ha qualcosa di strano, di quasi esoterico per come viene mostrato quello strano edificio che sembrerebbe molto normale se non fosse per gli abusi sui minori da parte di una certa elite.
Poi per me Joacquin Phoenix è uno di quegli attori così belli e dannati che anche se non si impegna a fondo riesce comunque a fare la sua porca figura.
Un film strano con alcuni eccessi, ma non nelle scene di violenza quanto nei flash back a volte ridondanti e pesanti che rischiano di spezzare quell'atmosfera esplosiva che sembra sempre sul punto di deflagrare. Ed è proprio così l'anti eroe Joe che sembra muoversi a rilento, stanco e vittima di incubi feroci che lo assalgono continuamente da dover prendere pillole e liberare il mostro solo quando si trova degli orchi davanti.
La trama del film è tutta così piuttosto semplice con qualche piccola scintilla e un climax finale forte e qualche piccolo scivolone soprattutto quando la Ramsay mescola troppo il sogno e la realtà.



martedì 20 marzo 2018

Loveless


Titolo: Loveless
Regia: Andrey Zvyagintsev
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 4/5

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com'è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C'è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.

Zvyaginstev è uno dei più importanti registi russi contemporanei.
I suoi film sono drammoni molto spessi che il più delle volte agiscono sotto chiave politica diventando delle grandi metafore dei controsensi e la corruzione della Russia post-moderna.
Il suo ultimo film è un viaggio verso la deriva morale di una coppia, e al contempo una detective story sulla scomparsa di un figlio che nessuno dei due vuol tenere.
Un film molto lento, camera fissa, diversi piani sequenza come a creare una struttura e un'atmosfera malinconica e riempiendo i vuoti del melodramma che ritrare tutta quella miseria esistenziale che Zhenya e Boris, incapaci di parlarsi, ricercano disperatamente in altre relazioni.
Trovare il proprio figlio potrebbe significare ritrovare il senso delle cose, in un paese sempre più gelido nei rapporti, o ritrovare quel senso di normalità che seppur fatto di quotidiana prassi, cerca di riconfermare un ordine in una sorta di fenomeno che sembra abbracciare sempre più coppie alla deriva e in cui i figli non solo non vengono visti ma risultano impedimenti per il proprio successo e tornaconto personale.

Happy End


Titolo: Happy End
Regia: Michael Haneke
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una famiglia dell'alta borghesia a Calais. Il padre è il fondatore di un'azienda che ora è guidata dalla figlia e dal riottoso nipote. I due debbono risolvere il problema di un grave incidente che ha causato una vittima. Al contempo il fratello di lei, passato a seconde nozze, ha problemi con la figlia di primo letto che viene a vivere con lui dopo il ricovero della madre. Intorno a loro il Mondo che affronta ogni giorno altri tipi di problematiche.

Che Haneke sia diventato nel corso degli anni sempre più cinico è ormai diventato un dato di fatto.
Con AMOUR per un attimo, l'autore austriaco ha deragliato dalla sua vena politica e polemica con un atto d'amore verso tanti elementi in un'opera molto colta e commovente.
In Happy End all'inizio del film ha parlare è lo schermo di un cellulare come a ribadire l'invadenza dei nuovi dispositivi cellulari con alcuni commenti che inquadrano già un senso di profondo malessere vissuto dai piccoli che portano sulle spalle i segreti degli adulti.
Nell'ultima opera del prolifico autore niente finisce bene, nemmeno un nonno che in un gesto di lucidità vorrebbe portare a termine la sua vita o una bambina che scopre la relazione nascosta del proprio padre con una facilità sorprendente.
Esemplare nel suo voler toccare alcune corde ed esplorare nuovamente l'animo umano (anche dei più piccoli dopo il NASTRO BIANCO), dove a fare da cornice è una famiglia borghese che ha fatto la fortuna con l'edilizia ma che ormai sta giungendo al termine.
Tutti soffrono. Questo il film sembra ricordarcelo sempre e qui a soffrire di più sono gli adulti mentre gli anziani e i bambini sembrano i più maturi coloro che agiscono e vedono più in là delle cose.
C'è un dialogo che ad un tratto la figlia non può più nascondere nei confronti di suo padre che in poche battute crocifigge tutte le certezze che un genitore, colto in fragrante, potrebbe avere.
A differenza però dei suoi precedenti film, Happy End ha qualcosa di meno, sembra più distaccato come se il teorema esplorato nei suoi precedenti film qui risulta meno incisivo, a tratti ridondante come il climax finale prevedibile o la scenata di Pierre al compleanno del nonno.
Proprio nella scena finale come quella iniziale, l'occhio è quello dello schermo, filmare è più importante che agire e anzichè uccidere basta dare tempo al vecchio di cadere magari filmandone la fine.