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venerdì 2 agosto 2019

Drive


Titolo: Drive
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Driver (non ha un nome) ha più di un lavoro. È un esperto meccanico in una piccola officina. Fa lo stuntmen per riprese automobilistiche e accompagna rapinatori sul luogo del delitto garantendo loro una fuga a tempo di record. Ora Driver avrebbe anche una nuova opportunità : correre in circuiti professionistici. Ma le cose vanno diversamente. Driver conosce e si innamora di Irene, una vicina di casa, e diventa amico di suo figlio Benicio. Irene però è sposata e quando il marito, Standard, esce dal carcere la situazione precipita. Perché Standard ha dei debiti con dei criminali i quali minacciano la sua famiglia. Driver decide allora di fargli da autista per il colpo che dovrebbe sistemare la situazione. Le cose però non vanno come previsto.

Drive è il miglior film di Refn. Un cult che seppur debitore di tanti altri film e con un plot abbastanza scontato, riesce a fuggire da tutti i clichè e gli stereotipi risultando un film estremamente affascinante, maturo, violento (caratteristica del regista) e patinato.
Ha lo stesso effetto di un incidente in un cocktatil di generi e citazioni, un mix di emozioni contrastanti in un film potente dall'inizio alla fine.
Un film che sembra un miscuglio guidando tra gli anni '80 e il post moderno, con un cast brillante di grandi nomi, una regia attenta e tanti preziosi particolari e scene madri indimenticabili.
Refn andrà ricordato come l'unico grande regista in grado di far recitare in maniera passionale e muta un attore inespressivo come Gosling.
La trama di Drive come dicevo è semplice, la sinossi non nasconde nessun plot twist fra le sue pieghe, una sceneggiatura che probabilmente lasciata nelle mani di altri registi sarebbe diventato l'ennesimo film già visto ma che Refn dimostra ancora una volta la sua bravura dietro la macchina da presa, mettendo il suo stile al servizio della trama. Ecco quindi che lo spettatore si ritrova una pellicola con pochi dialoghi e lunghi sguardi, dove le riprese sono sempre curate in maniera maniacale senza lasciare mai nulla al caso.
Il ritmo è lento, risultando proprio come un punto di forza soprattutto nel genere che poi rimanda in tutto e per tutto all'action pronto ad esplodere in attimi di violenza inusitata.
Senza contare una colonna sonora curata da Cliff Martinez che è subito entrata nella playlist delle soundtrack più belle di sempre.



giovedì 18 luglio 2019

Sauvage


Titolo: Sauvage
Regia: Camilla Vidal-Naquet
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Léo ha ventidue anni, batte sulla strada e non fa segreto dei suoi tesori coi clienti: bocca, lingua, muscoli, sesso, culo. Più corpo che persona, lo vende senza risparmiarsi, così come ama, senza ritorno. Gli uomini sfilano, lui resta là, aspettando l'amore. Perché Léo è un romantico, innamorato senza speranza di un altro ragazzo che risponde alla sua ossessione a colpi di baci e pugni. Tra le umiliazioni e le carezze, tra un cliente e una visita medica, Léo è affetto da tubercolosi, incontra un angelo borghese che gli offre l'America. Ma lui declina e corre via.

Era forse dai tempi di MYSTERIOUS SKIN che un film con tematiche queer non mi colpiva così profondamente e mettiamoci dentro anche alcune affascinanti scene lesbo di As boas maneiras
e la pedofilia di Desdè Allà.
Un film incredibile, molto stratificato, ricco di situazioni grottesche e curiose, un film selvaggio come la natura del protagonista qui in una performance totale nell'offrirsi e il brutale abuso che il suo corpo subisce da tutti gli strati sociali con cui entra in contatto.
Leò è un ingenuo, non nasconde la sua natura, ma anzi pur senza esaltarla, la accetta senza farsi tante domande come risponde alla dottoressa che vorrebbe sapere qualcosa di più della sua storia.
Il corpo di Lèo lo mette a disposizione di tutti, preferendo un abbraccio e un sorriso ad un conflitto o momenti di rabbia, cercando di scansare i pericoli e la violenza della strada tra sadici e malati che captano immediatamente la sua innocenza.
Il film ha una profonda metafora disperata e attuale, risultato di anni di inchiesta nel mondo della prostituzione maschile. Parla di chi come Lèo non pensa alle conseguenze esplorando ed essendo esplorato senza preoccuparsi delle malattie e dei pericoli, ingoiando tutto quello che trova senza fare distinzioni in una ricerca spasmodica del piacere senza mezzi termini.
Dall'inferno al paradiso. La regista non fa nessuno sconto, il risultato vince una sfida almeno per quanto concerne la realisticità delle scene e delle circostanze in cui Lèo viene catapultato.
Dalla piazza con i suoi "colleghi" di lavoro, dove non tutti come lui sono "froci" cercando un piccolo riscatto, magari trovando l'anziano che gli mantiene per tutta la vita.
Nel viale della miseria passano tutti, dai macellai, agli sprovveduti con cui Lèo sempre molto curioso e affascinato dal genere umano intrattiene rapporti, scene di sesso a tre girate benissimo con una ferocia in alcune scene e quel senso di libertà che lascia sempre paralizzati e scioccati, portando il ritmo del film da un eccesso all'altro, da una situazione di calma ad una di rabbia e mortificazione (la discoteca o il covo di tossici dove tutti vanno a farsi).
Non saprei cos'altro dire di un film meraviglioso che ti catapulta in una Francia sempre più abbandonata a se stessa, dove la gente è sola e cerca di trovare riparo alla disperazione anche solo con una carezza o facendosi "inculare".
La scena dei due arabi che sodomizzano il protagonista è di una potenza e di una crudeltà che non vedevo dai tempi di Doom Generation con la famosa scena finale censurata della madonnina.


Morti non muoiono


Titolo: Morti non muoiono
Regia: Jim Jarmush
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film è ambientato nella tranquilla cittadina di Centreville, dove qualcosa non va come dovrebbe. La luna splende grande e bassa nel cielo, le ore di luce del giorno diventano imprevedibili e gli animali iniziano a mostrare comportamenti insoliti. Nessuno sa bene perché. Le notizie che circolano sono spaventose e gli scienziati sono preoccupati. Ma nessuno prevede la conseguenza più strana e più pericolosa che inizierà presto a tormentare Centerville: I morti non muoiono - escono dalle loro tombe e iniziano a nutrirsi di esseri viventi, e gli abitanti della cittadina dovranno combattere per la loro sopravvivenza.

Dopo la parentesi vampiri riuscita perfettamente, uno dei maestri della nuova Hollywood ci riprova con gli zombie inserendo alcune critiche alla società e a tante altre cose come aveva fatto in passato il padre dei non morti.
Si ride, ci si prende anche sul serio, si muore, ci sono alieni, astronavi, momenti splatter, un cast corale da far venire la bava alla bocca, una recitazione che sembra quella a scenette di COFFEE AND CIGARETTES e poi tanti altri particolari per gli amanti del cinema horror e del cinema politico di Jarmush.
Una commedia molto più semplice del previsto anche se poi analizzandola bene l'intento più grosso è proprio quello di mostrare dopo il film manifesto del '68, come tutto da allora sia persino peggiorato, a partire dalle mode, dai giovani, dalla futilità della vita, dall'egoismo, dalle regole e infine dalla coscienza di ognuno di noi sempre più radicata nel profondo malessere dell'egoismo (l'incidente iniziale della gallina scomparsa è perfetta così come il capro espiatorio interpretato da uno stralunato Waits).
Qui gli zombie potevano essere tranquillamente sostituiti da un'invasione aliena, da una minaccia incombente, dagli effetti del riscaldamento globale, invece l'autore ha voluto dire la sua in un film che omaggia più di quanto si pensi e sceglie in maniera accurata le location delle vittime e dei sopravvissuti. Infine i dialoghi sono intrisi di un cinismo e di una visione così limitata della vita che porta la Swinton aliena (in tutti i sensi) ad andarsene lasciando il genere umano a morire decimato dagli zombie. Boom!



mercoledì 10 luglio 2019

Sisters brothers


Titolo: Sisters brothers
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Oregon, 1851. Eli e Charlie Sisters sono fratelli e pistoleri virtuosi al servizio del Commodore, padrino locale che li lancia sulle tracce di Herman Warm, cercatore d'oro fuggito in California. L'uomo ha messo a punto un processo chimico per separare l'oro dagli altri residui minerali su cui il Commodore vuole mettere le mani. A cavallo, i Sisters avanzano verso il loro obiettivo per torturarlo e poi piantargli una pallottola in testa. A precederli nella caccia è John Morris, investigatore umanista che ha il compito di rintracciare Warm e trattenerlo fino all'arrivo dei due sicari. Ma il chimico è pieno di sorprese e finisce per sorprendere Morris, coinvolgendolo nella sua impresa: trovare l'oro e costruire una società ideale a Dallas.

Audiard (Deephan, Profeta, Sapore di ruggine e ossa) è uno dei registi francesi contemporanei più talentuosi sulla piazza.
Tutti i suoi film hanno sempre una continuità sulle tematiche e sull'esplosione della violenza da parte dei suoi protagonisti. Da sempre nell'hinterlad francese, il suo primo film yankee con un budget incredibile, racconta e narra una storia abbastanza originale cercando di dipingere la dura vita ai tempi dei cercatori d'oro.
Con un cast che non merita presentazioni e rifuggendo la più ovvia mitologia insita nella cinematografia western, che negli ultimi anni continua a sfornare film a profusione, Audiard come sempre nel suo cinema si interessa a fare uno scavo ancor più intimistico sulla natura dei rapporti umani e suoi suoi personaggi in particolar modo il complesso rapporto tra i due fratelli e la loro devastante storia familiare.
Il risultato è un film che sin dalla prima inquadratura si mostra come deve e sarebbe stato ai tempi, ovvero uno sguardo molto violento dove i due fratelli sanno fare bene solamente una cosa: uccidere


sabato 8 giugno 2019

Profeta


Titolo: Profeta
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c'è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l'omicidio come rito d'iniziazione, l'ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità.

Audiard è un regista francese che potremmo definire quasi internazionale. Il suo cinema almeno le sue ultime opere dimostrano talento e soprattutto la capacità di girare qualsiasi cosa, di qualsiasi genere e con qualsiasi attore internazionale.
I risultati seppur molto distanti confermano un innegabile talento. Sapore di ruggine e ossa
, Deephan, sono storie d'azione, drammatiche e coraggiose che parlano di questioni attuali mischiandole con la criminalità organizzata o la crisi del lavoro e i protagonisti quasi sempre dei perdenti.
Su tutto un aderenza ai generi minimale, un aspetto tecnico sempre squisitamente formidabile, un cast che aderisce perfettamente alla causa e infine tante bellissime scene che come quadri diventano indimenticabili nella psiche dello spettatore.
Il profeta è il film da cui il regista segna un importante passaggio, entrando nel mondo adulto e maturo e da lì in seguito sarà solo una discesa negli inferi.
Prison movie, dramma contemporaneo, vita criminale, viaggio di formazione nella violenza.
Il film discute e approfondisce tanti passaggi, immergendosi fin da subito nella sub cultura che racconta, soprattutto quelli in carcere con alcuni dialoghi squisiti e che istantaneamente rendono il film molto realistico e decisamente esagerato sotto certi aspetti.
Un film che non vacilla mai, sospendendo il pregiudizio, di fatto essendo lungo quanto complesso, ma che grazie ad un uso sapiente del montaggio, non lascia mai momenti di vuoto ma relega ogni momento ad una scena ben precisa, diventando significativo nella sua continuità come l'exursus del protagonista scandito da didascalie che suddividono la sua epopea in capitoli


venerdì 24 maggio 2019

Sale della terra

Titolo: Sale della Terra
Regia: Wim Wenders
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Il film racconta l’universo poetico e creativo di un grande artista del nostro tempo, il fotografo Sebastião Salgado. Dopo aver testimoniato alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea, Salgado si lancia alla scoperta di territori inesplorati e grandiosi, per incontrare la fauna e la flora selvagge in un grande progetto fotografico, omaggio alla bellezza del pianeta che abitiamo. La sua vita e il suo lavoro ci vengono rivelati dallo sguardo del figlio Juliano Ribeiro Salgado, che l’ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi, e da quello di Wenders, fotografo egli stesso.

Wenders è un po come Herzog.                                                                                                                  Due nomi che hanno fatto la storia. Due registi a 360° che soprattutto negli ultimi anni hanno saputo sposare e incanalare bene la tecnologia nella settima arte.                                           
Dalla fotografia, al 3d, alla capacità di ottenere fondi e permessi quando sarebbero negati a qualsiasi altro essere umano. Questi sono solo alcuni degli aspetti per cui le loro “opere” suscitano e lasciano basiti per l’interesse e i temi che vanno a trattare oltre la delicatezza con cui toccano i sentimenti del pubblico. Il Sale della Terra di cui ci parla Sebastiao Salgado, è un’esperienza durata tutta una vita.    Un percorso e un dovere sociale, dinamico, variopinto, necessario, pericoloso e invidiabile.                  Così, anche se andrebbe scritto un saggio solo sul fotografo e il suo pensiero, è davvero toccante poter avvicinarsi alle mille avventure che lo hanno portato nel momento giusto in alcune parti del mondo in cui la natura e l’uomo continuano a combattere uno scontro che forse non finirà mai.            Dalla violenza, ai volti, al modernismo, fino ad arrivare agli emigrati e poi agli animali, queste sono solo alcune delle tematiche su cui Salgado, con l’aiuto del figlio e con alcuni racconti del padre, crea il suo universo e ci da la possibilità di ammirarlo come quando guardiamo una fotografia e rimaniamo esterrefatti.
Ci si commuove, si spalanca la bocca, si fa fatica ad accettare quello che l’obbiettivo cattura e tutto questo dura il tempo di un film, strutturato, bilanciato e montato in modo semplicemente squisito, come un’opera d’arte che risulterà precisa in tutti i suoi meccanismi.
Salgado diceva che l'uomo è l'animale più crudele, ma capace anche di elevarsi al di sopra di se stesso.

sabato 20 aprile 2019

Euforia


Titolo: Euforia
Regia: Valeria Golino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Matteo è un giovane imprenditore di successo, spregiudicato, affascinante e dinamico. Suo fratello Ettore vive ancora nella piccola cittadina di provincia dove entrambi sono nati e dove insegna alle scuole medie. È un uomo cauto, integro, che per non sbagliare si è sempre tenuto un passo indietro, nell'ombra. La scoperta di una malattia grave che ha colpito Ettore (della quale lo si vuole tenere all'oscuro) spinge Matteo a tornare a frequentarlo e ad occuparsi di lui.
Nelle note di regia è la stessa Golino ad offrire una definizione del termine che dà il titolo al film: "Si tratta di quella bella e pericolosa sensazione sperimentata dai subacquei nelle grandi profondità: un sentimento di assoluta felicità e di libertà totale".

Al suo secondo film la Golino fa centro con un film solido, maturo e carico di sentimenti ed emozioni.
Pur non essendo un estimatore della commedia italiana degli ultimi anni, non posso esimermi dal definire questo dramma un importante segnale di vita e di cinema del nostro paese.
Euforia parla di ricongiungimenti, dolore, malattia, rapporti frivoli e una sorta di malessere generazionale. Tutto attraverso lo sguardo di due fratelli, uno in particolare Matteo e la sua famiglia borghese romana cercando di tenere tutto sotto controllo socialmente ed economicamente in un precario equilibrio tra auto giustificazioni professionali (i nuovi campi profughi) e un'insoddisfazione di fondo tacitata con sesso e droghe.
Il film della Golino è infarcito di empatia, di sguardi, di smorfie, sorrisi, tristezza, malinconia e solitudine. Sembrano voler vincere l'angoscia e lo smarrimento ma alla fine quello che più si apprezza e la volontà nonostante le difficoltà da parte di tutti di andare avanti. L'affiatamento tra Scamarcio e Mastrandrea strano a credere ma funziona, coinvolge e a volte fa pure sorridere.
Euforia è un toccasana per i malati, per gli indomiti depressi. La scelta delle scene e dei momenti sono semplici senza troppe costruzioni o scenografie gratuite per mostrare come spendere i soldi del budget. Le poche scene madri presenti nel film, che vedono sempre faccia a faccia Matteo ed Ettore riescono a mantenersi credibili. L'aspetto che ho apprezzato di più essendo un diario del dolore e dell'attesa, è stata la scelta della Golino di fare a meno del pietismo o della commozione come invece capita in tantissime altre commedie nostrane.
In più l'amicizia con la Tedeschi e il film I VILLEGGIANTI deve aver contribuito nel saper gestire l'improvvisazione degli attori e creare tanti momenti involontariamente ironici.

giovedì 18 aprile 2019

Border



Titolo: Border
Regia: Ali abbasi
Anno: 2018
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Tina ha un fisico massiccio e un naso eccezionale per fiutare le emozioni degli altri. Impiegata alla dogana è infallibile con sostanze e sentimenti illeciti. Viaggiatore dopo viaggiatore, avverte la loro paura, la vergogna, la colpa. Tina sente tutto e non si sbaglia mai. Almeno fino al giorno in cui Vore non attraversa la frontiera e sposta i confini della sua conoscenza più in là. Vore sfugge al suo fiuto ed esercita su di lei un potere di attrazione che non riesce a comprendere. Sullo sfondo di un'inchiesta criminale, Tina lascia i freni e si abbandona a una relazione selvaggia che le rivela presto la sua vera natura. Uno choc esistenziale il suo che la costringerà a scegliere tra integrazione o esclusione.

Border è quel film che non ti aspetti. Un esperimento che attraversa più generi narrativi, il thriller, il fantasy, l'horror metafisico, cercando al tempo stesso di non perdere mai la sua forza e portando in scena diversi temi ( la diversità, il confine tra umano e sovrannaturale che si assottiglia a tal punto da non riuscire più a distinguere specie e genere, ma anche in parte il folklore locale) e diverse scene originali che visionando più di 4000 film non mi era mai capitato di vedere.
Siamo dalle parti di Alfredson ma anche della polacca Smoczyńska.
Esseri che dominavano questa terra, superstiti, una specie ormai in via d'estinzione che cerca di sopravvivere nascondendosi, una forza sovra umana, un olfatto in grado di sentire una micro sd contenente materiale pedo pornografico, i sessi ribaltati (la scena in cui lei ha un'erezione e penetra lui è assurda) e tanto altro ancora.
Trovare un film che riesca in quasi due ore a tenerti incollato allo schermo nel 2019 non è facile. Abbadi dopo Shelley ci riesce scommettendo su un film insolito, scomodo, con due protagonisti che sono in realtà due troll che scelgono per non vivere in solitudine di dividere appartamenti con bifolchi (Tina) o evitare proprio la specie umana perchè inferiore (Vore)
Verso la fine del secondo atto probabilmente si sono fatti prendere la mano perchè se è pur vero che un tema come quello del giro di pedofili risulta essere un espediente sempre efficace (vedi You Were Never Really Here) rischia come in questo caso di pagarne gli effetti su alcuni espedienti e scelte di scrittura poco efficaci (Vore che lavora per questa rete di pedofili e al contempo nasconde feti nel frigo di altre specie ancora) sembra voler essere troppo ambizioso.


giovedì 11 aprile 2019

Madame Tutli Putli


Titolo: Madame Tutli Putli
Regia: Chris Lavis e Maciek Szczerbowski
Anno: 2007
Paese: Canada
Giudizio: 5/5

I passeggeri del treno (e la stessa madame Tutli-Pluti) sono anime ancora non consapevoli del loro trapasso. Continuano così a fare quello che facevano da vivi: gli appassionati di scacchi alle prese con una assurda partita, il tennista che si comporta volgarmente, il vecchio sempre addormentato. La consapevolezza (almeno per la madame) arriva quando le vengono rubati i bagagli (i ricordi della vita passata) e solo allora può avvenire il trapasso a miglior vita (la farfalla, simbolo di trasformazione e anche di rinascita).

Gli sceneggiatori di LOST avrebbero dovuto conoscere a memoria lo svolgimento di questo incredibile corto candidato agli Oscar. Un lavoro d'animazione in stop motion incredibilmente colto e in gradi di creare sentieri diversi e portare il pubblico a domandarsi se ciò che ha davvero visto sia l'intento degli autori. Un'opera singolare, non ci sono altri termini per definire ciò che vidi anni fa ma che per qualche strano motivo mi rimaneva così in mente.
A livello tecnico gli sforzi sono evidenti fin da subito. La vera forza del cortometraggio sta in una particolare innovazione apportata dove gli occhi dei personaggi sono infatti quelli di attori reali, girati dal vero e compositati in seguito sul volto dei pupazzi animati a passo uno.
Madame Tutli Putli ha impiegato più di cinque anni di lavoro, ma il risultato è impressionante anche nel suo chiamare forse involontariamente alla memoria tanti registi e tante idee di cinema già viste ma che qui attraverso un climax di forme e linguaggi trova una naturale e originale messa in scena.






mercoledì 20 febbraio 2019

House that Jack Built


Titolo: House that Jack Built
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2018
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Usa Anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli.

Sbaglio o Von Trier sta piano piano diminuendo il tasso di violenza presente nei suoi film.
Sembra un assurdo ma mi sembra proprio che le storie siano sempre più indirizzate sulla descrizione del microcosmo in cui vivono i personaggi e non invece il mondo esterno da cui è meglio stare alla larga. Allora è meglio costruirsi una sorta di tana, di caverna, di rifugio fatto con i corpi delle persone dove nascondersi e raggiungere l'Ade, il centro della terra, il paradiso che forse tutti venerano perchè dimostra di non essere poi così noioso.
Le opere di Lars Von Trier non lasciano scampo. Volente o no, sono esperienza che cambiano, che ti sconvolgono, che ti lasciano qualcosa prima di dilaniarti e poi quando hai smesso di vederle dopo giorni e giorni vengono a bussarti alla porta con l'espressione da pazzo furioso che solo un attore pazzo come Dillon può regalare in questo modo.
Un'opera che si prende i suoi tempi, racconta ciò che vuole come gli pare, non ha nessuna regola da seguire ma si sviluppa con l'umore variabile del suo indiscusso autore centrando il bersaglio.
In un'epoca sempre più promotrice del remake, della mancanza di originalità, dei film fatti per piacere agli stessi registi, per compiacere il pubblico, in anni dove l'estetica ha preso il posto della storia ovvero il cuore del film, abbiamo un Jack post contemporaneo che sfugge ad ogni sorta di decifrabilità per fare semplicemente ciò che gli pare seguendo un suo iter a tratti bizzarro.
I traumi sembrano essere il vaso di Pandora del regista da cui emerge sempre tutto e in quanto tali, bisogna soffermarsi inquadrarli, guardarli attentamente, dando nomi e cercando di analizzarli rimanendo però distanti per non farsi male.
Le opere dell'autore sono dei transfert psicoanalitici, in grado di generare dubbi e paure, di ampliare fenomeni complessi e ridicolizzare i buoni costumi o la morale di una società sempre più senza valori.
Lars Von Trier è uno dei registi più capaci, violenti e complessi della sua generazione. A parte qualche deviazione non sbaglia mai e la risposta è perchè ha molto da dire al di là di come venga recepito da pubblico e critica.
Dimenticavo l'addio di Bruno Ganz in questo film davvero fondamentale
Questo film è straordinario, rigoroso, essenziale, malato, ipnotico, celebrale, stralunato, folle, maniacale, ossessivo, perciò ancora una volta la risposta è: Sì.

Climax


Titolo: Climax
Regia: Gaspar Noè
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di giovani viene drogato senza apparente motivo ma non tutti reagiscono allo stesso modo.

Il cinema di Gaspar Noè è come una nuova droga chimica che arriva sul mercato. Se ti piace la droga non puoi che esserne affascinato. Prima c'era Araki ora c'è Noè.
Il risultato cambia come gli effetti della sostanza ma il processo è sempre lo stesso.
Cercare di provocare e stupire. Solo che da un lato c'è gente come Von Trier che riesce e regala anche arte e citazioni a profusione, dall'altra c'è Noè altro egomaniaco con degli intenti leggermente più bassi rispetto al collega danese.
Climax è un'altra esperienza doverosa, complessa, anarchica, schizzata e pompata come solo l'outsider argentino riesce ogni tanto a fare illuminandola d'immenso e facendoti venire voglia di ballare in qualsiasi luogo fruisci questa lisergica esperienza.
Cast di giovani, tante acrobazie e coreografie, musica strepitosa, luci e gelatine che regalano eccessi in sovrabbondanza e divertimento quasi assicurato, prima di entrare nel terzo atto che quasi sempre per i film del regista significa incubo, tunnel della privazione, fare i conti con se stessi e disperarsi e piangere.
Si inizia ridendo e scopando e si finisce a terra paralizzati dall'Lsd o per aver scoperto che in fondo non siamo speciali e facciamo pure un po schifo.
Ecco Climax parlando di altre cose rispetto alle tematiche del regista (anche se poi le questioni quelle sono) ci dice ancora una volta di andarci piano con la droga se non sappiamo gestirla.
Il cinema di Noè rimane un'esperienza sempre visivamente molto affascinante, impossibile sfuggire a questo caleidoscopio allucinato, dove i giovani scherzano con il fuoco, le istituzioni non esistono e il fai da te rimane la scelta convenzionale a cui sembrano sottoporsi con rituali e pratiche i millenial di questa generazione.

mercoledì 6 febbraio 2019

Panico al villaggio


Titolo: Panico al villaggio
Regia: Stephane Aubier
Anno: 2009
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

C'era una volta, in un villaggio di nome Villaggio, un cavallo di nome Cavallo, che viveva con un cow-boy di nome Cow-boy e un indiano di nome Indiano. È il 21 giugno, il compleanno di Cavallo, e i suoi due compari pensano bene di ordinare 50 mattoni per costruirgli un barbecue. Peccato che, tra un gioco e una distrazione, l'ordine on line parta pieno di zeri e il Villaggio si ritrovi invaso da 50 milioni di mattoni, che fanno particolarmente gola a dei piccoli, imprendibili ladri notturni.

Panico al villaggio è una bella metafora della nostra società.
Folle e schizzato come i belgi spesso sanno essere, riesce pur sfruttando una tecnica d'animazione in stop-motion abbastanza desueta, ad avere un ritmo e una storia che assieme ai personaggi colpiscono per la loro linearità, caratterizzazione, scelte insolite, un ritmo sbalorditivo e una messa in scena che riesce a cogliere quei dettagli importanti per rafforzare la narrazione e l'impatto visivo che rimane un'esperienza visiva, prima di tutto, molto interessante.
Grazie anche ad un ottimo doppiaggio dove aiutano i cugini di SOUTHPARK, Panico al villaggio sembra partire in sordina per poi allargarsi al di là della porzione di spazio dove vivono ancorati i tre protagonisti.
Un'ambientazione per alcuni aspetti misteriosa dove i bambini non esistono, gli animali parlano, e gli esseri umani invece sembrano tornati alla fanciullezza a differenza degli animali più maturi e rigidi nelle scelte che si comportano quasi da genitori.
La casualità è il fattore di forza e che allo stesso tempo lascia inermi di fronte ad un ritmo dove tutto può succedere in qualsiasi momento e senza dover avere una causa o un nesso.
Un ritmo e una potenza inesauribile rischiano a volte di lasciare spiazzati, soprattutto per come dicevo in quanto non essendoci coordinate, al di là di qualche frase di Cavallo, il vero protagonista, a volte si fa fatica a comprendere gli intenti dei registi.
Altrimenti sembra regnare una sorta di anarchia democraticamente accettata.


mercoledì 5 dicembre 2018

Blackkklansman


Titolo: Blackkklansman
Regia: Spike Lee
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.

L'ultimo joint di uno dei maestri del cinema americano non smette di perdere la sua carica eversiva e ironica.
Un film grottesco, parecchio crudo e razzista, che senza celare nulla della sua facciata iniziale, manda avanti un'indagine, un caso che sembra qualcosa di assurdo quando poi invece scopriamo che è esistito eccome e che come forse vorrebbe dire Lee potrebbe risuccedere anche oggi.
Un film diverso dai soliti che sceglie sempre una narrazione secondo i suoi canoni e legato ad una poetica iconoclasta che punta a dissacrare i luoghi comuni della società bianca o gli errori del passato che per tanti diciamo che errori non sono stati e ora più che mai vorrebbero tornare in auge.
Senza avere quei voli pindarici su un'azione e alcune scene di violenza efferata come capitava in altri suoi film, il regista si confronta proprio con aspetti più controversi burocratici e amministrativi che altro, mettendo tutto in mano ad una coppia di attori che riescono nella loro semplicità ad essere quanto più diretti possibili.
Lee da sempre coglie degli aspetti nel suo cinema che ne fanno un artista in grado di evidenziare quei particolari che non sembrano interessare a tutti.
E lo fa sempre di più andando controcorrente dai tempi di FA LA COSA GIUSTA nel suo immaginario dove bianchi e neri vivono assieme odiandosi fortemente.
Nel 2018 anche se la vicenda è ambientata negli anni '70, Lee ci dice che il razzismo non è mai finito anzi, sembra essere l'incipit di ogni suo film e il suo immaginario negli anni è stato fortemente diviso e diverso dagli altri che si misuravano sui film con tematiche razziali.
La sua politica è sempre stata antagonista ad un certo tipo di sogno americano radicale ed esteticamente dirompente, scegliendo e spesso mostrando invece la semplicità con cui la comunità afro sembra non solo averci fatto l'abitudine, ma sbeffeggiandola e deridendola al contempo stesso.

A prayer before dawn


Titolo: A prayer before dawn
Regia: Jean Stephane Sauvaire
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Billy Moore è un giovane boxer inglese che combatte incontri clandestini in Thailandia. Non sappiamo perché si trovi lì, né perché si sia dato alla boxe, ma lo vediamo combattere, bere e fumare crack in un crescendo autolesionista e trasgressivo che culmina inevitabilmente in un arresto da parte della polizia locale. Ed è il suo ingresso all'inferno: nel carcere la violenza si consuma nella totale indifferenza delle guardie, e brutalità di ogni tipo stabiliscono il sistema gerarchico alla cui sommità si trovano belve umane tatuate dalla testa ai piedi che torturano i loro sottoposti in tutti i modi possibili.

A prayer before dawn è un prison movie robusto e anti convenzionale che ci porta in lande sconosciute e ci abbandona come un sacco di rifiuti in mezzo a scorie radioattive.
A differenza di molti altri film, il regista è interessato a monitorare in modo piuttosto dilatato e quasi senza azione, il micro cosmo, la sub cultura che si è impossessata delle carceri thailandesi con tutte le loro regole e i codici criminali.
Una prova che non si basa sulle solite azioni o sul revenge movie o su rivolte (i temi spesso più abusati nel sotto genere) ma mostra la dipendenza e le regole all'interno delle mura carcerarie. L'annichilimento di uomini che per riuscire ad ottenere la dose diventano oggetti di altri uomini (la scena dove uno di loro viene sodomizzato da tre boss è raccapricciante).
In tutto questo panorama dove la salvezza, l'onestà e qualsiasi valore sembra ormai aver abbandonato chiunque, Billy cerca di sopravvivere a suo modo confrontandosi con l'altro culturale e cercando fino alla fine di mantenere alta la dignità, data la sua diversità che lo pone come l'unico fantasma bianco in mezzo alla massa.
Una preghiera prima dell'alba è tratto dall'autobiografia omonima di William "Billy" Moore che ha dato minuziosa contezza della sua odissea carceraria

sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

giovedì 18 ottobre 2018

Louisiana


Titolo: Louisiana
Regia: Roberto Minervini
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In un territorio invisibile, ai margini della società, sul confine tra illegalità e anarchia, vive una comunità dolente che tenta di reagire a una minaccia: essere dimenticati dalle istituzioni e vedere calpestati i propri diritti di cittadini.

Il cinema ha ripreso di tutto. Le storie sui tossicci e i film che parlano di dipendenze e di droga ci sono sempre stati, alcuni votati all'intrattenimento, altri ad inquadrare il fenomeno e cercare di analizzarlo in tutte le sue derive in primis dalla frustrazione sociale.
Louisiana arriva tardi da noi, passato in sordina ai festival, ed è un altro documentario dell'ottimo e sconosciuto Minervini che lavora ormai da tempo in America.
Anche lui come tanti della sua generazione si è messo a disposizione dei diseredati per cercare di comprendere un altro aspetto del lato oscuro dell'America.
Qui siamo dentro il Texas rurale, la patria di Lansdale, dove se non fai attenzione alle paludi rischi che qualche coccodrillo venga a mozzarti le palle.
In Louisiana, il regista deve aver conosciuto tanti disperati tra cui una coppia tossicodipendente che vive la giornata, cercando di fare in modo che la dose non manchi mai ma nemmeno il sesso o tutti quei bisogni primari di cui questi disperati cercano di saziarsi continuamente in una consumazioone di corpi e ideologie spicce. La loro è un intensissima relazione dove l'unica pecca potrebbe essere stata quella di non avergli messo in mano un copione dandogli piena improvvisazione e la cosa fino ad un certo punto funziona.
Nella seconda parte invece si sofferma su un gruppo paramilitare, e si fa più esplicitamente politico chiamando in ballo, ma come succedeva già nella parte prima dove un gruppo di anziani col cappello si ritrovano a bere birra fuori dalle loro roulotte e criticare l'attuale amministrazione e politica americana, e le loro azioni da marines.
La parte dei paramilitari per quanto affascinante non allarga più di tanto la vena politica, più che altro si compone di immagini e di monologhi del loro leader che cerca di fare il lavaggio del cervello, fermentando l'ideologia di autodifesa paramilitare a dei giovani smidollati redneck che vivono senza nessuna ambizione ma sempre con il dito sul grilletto.


Tempi felici verranno presto


Titolo: Tempi felici verranno presto
Regia: Alessandro Comodin
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso e Arturo scappano nel bosco, la vita sembra andare meglio ma si muore sempre quando meno uno se l'aspetta.

Sembra quasi un film a episodi con storie diverse tenute assieme da un filo conduttore che potrebbe essere proprio l'ambiente o la natura. L'opera numero due di Comodin è una favola surreale in un mondo reale, ma allo stesso tempo incredibilmente arcaico, nelle regole e nelle azioni che svolge la comunità.
Un film indipendente e anarchico, un INTO THE WILD più intelligente, dove la realisticità si pone alla base delle scelte e delle azioni dei personaggi e soprattutto delle storie.
Leggede folkloristiche, una ricerca interiore, un mistero che avvolge la narrazione, la scoperta e la voglia di scegliere una vita in mezzo alla natura con tanto di ritorno alla caccia primordiale e senza apparenti ripari.
La prima storia forse perchè la più folle diventa anche quella con il climax finale più triste.
Mentre nella seconda una donna, forse una specie di martire, che decide di scappare nel bosco e andare alla ricerca del lupo diventa la vittima sacrificale su cui imbastire tutta una serie di congetture e teorie. Proprio quest'ultimo, il lupo, è al centro di miti e leggende dove si narra tra fiction e documentario, realtà e fantasia, racconto e trattato antropologico, di come Ariane sia entrata nel buco senza più uscirne e questo episodio di cronaca ha portato la comunità a credere e creare leggende, tra le quali alcune davvero assurde, come l'unione tra la donna e il lupo.


martedì 25 settembre 2018

Mandy


Titolo: Mandy
Regia: Panos Cosmatos
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Red e Mandy vivono soli in una casa nel bosco. La loro tranquilla vita familiare viene sconvolta quando, durante una passeggiata nella foresta, Mandy viene notata da Jeremiah, l'inquietante leader di una setta deviata di cultisti. Deciso a trattenere la ragazza nella setta, l'uomo ne organizza il rapimento. Dopo aver provato inutilmente a resistere al brutale assalto dei rapitori, Red e Mandy si risvegliano legati e imbavagliati in mezzo agli adepti del culto. La situazione precipita quando ai due ostaggi viene iniettata una sostanza altamente allucinogena, che trasformerà la loro prigionia in un incubo.

Mandy è l'eccesso, la straripante colata di colori, frattaglie, sangue, musiche che predominano e che danno la possibilità al camaleontico Cage di esagerare in uno dei ruoli migliori di tutta la carriera.
Un film che se ne fotte della trama prendendola solo come pretesto per immergersi in una prima solitudine cosmica per arrivare a diventare un revenge movie assatanato con alcune creature che sembrano uscire dalle pagine di Barker e diventare una nuova squadra di cenobiti che fanno molta più paura del gruppo di satanisti presente nel film.
Una mattanza di insanità e sangue, l'equivalente cinematografico di uno strambissimo trip lisergico di due ore, di puro montaggio a base di heavy metal e satanismo ma anche citazioni letterarie come il libro e le strane e ambigue simbologie alla base, le doppie lune, etc.
Bisogna essere bravi a saper vendere fumo e questo gli americani e soprattutto Cosmatos lo sa benissimo vista la sua filmografia.
Il risultato è una fiaba nera, un horror indie e atipico dove l'esperienza e il modo di raccontare diventa l'essenza del film.
Soprattutto lo stile e ripeto gli eccessi risaltano e prendono le redini del film sin da subito intuendo bene che non ci troviamo di fronte a qualcosa di standard perlomeno nell'uso dei mezzi tecnici, di una fotografia coloratissima e sempre estrema con dei colori saturi che ci immergono nell'incubo vissuto da Red.
Una psichedelia a livelli bassi ma con un tasso di adrenalina molto alto e con una curiosa voglia di rompere alcuni schemi in un mix di generi dove sembra esserci quasi tutto e che sembra più che altro essere un concertone metal che non ha bisogno dal secondo atto in avanti di essere del tutto coerente.

giovedì 13 settembre 2018

As boas maneiras


Titolo: As boas maneiras
Regia: Marco Dutra E Juliana Rojas
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Clara, infermiera dalla periferia di São Paulo, viene assunta dalla misteriosa e ricca Ana come bambinaia, ancor prima che nasca il suo bambino. Presto le due donne sviluppano un forte legame, ma una notte fatale cambia i loro piani

In Brasile esiste una tradizione di storie legate alla licantropia, che di villaggio in villaggio si tramandano e si trasformano (come gli zombi ad Haiti).
Ma che bella sorpresa questo dramma con venature horror sui licantropi.
Il duo del collettivo "Film to caixote" hanno avuto sicuramente tanta voglia e tanto coraggio per scoperchiare una bella metafora politica attraverso un film di genere.
Dramma, horror, musical e in parte fantasy. Con una netta divisione in tre atti che ne sancisce una narrazione mai banale ma anzi continuamente supportata da una costruzione e alcuni colpi di scena e passaggi di testimone molto colti e funzionali, passando da un primo atto più intimista ed erotico agli ultimi due decisamente più ritmati e violenti per finire con un esplosione di fatti che riescono ad essere essenziali nella loro descrizione di un fenomeno tutt'altro che conosciuto.
I registi riescono a farcire il film di un'eroticità molto potente con diverse scene lesbo davvero tenere e molto dolci, presentando due protagoniste assolute che riescono nella loro diversità e situazione economica, ha convolare in una storia d'amore che vive di contrasti e di spaccature legate al misterioso passato di Ana.
Il merito essenziale è quello di scardinare i generi cambiando registro narrativo di atto in atto con un crescendo nell'ultimo e un climax finale esplosivo che riescono a mantenere una grande coerenza narrativa alternando stupore paura e pathos
Un film profondamente politico e in alcune scene volutamente sanguinolento senza mai eccedere che per alcuni versi potrebbe essere ricondotto ad una sorta di Rosemary's Baby ambientato a San Paolo con pochissime scene in esterno e un'ottimo impianto tecnico con dei dialoghi che riescono a non essere mai banali ma invece profondamente incisivi.



lunedì 10 settembre 2018

Ava


Titolo: Ava
Regia: Léa Mysius
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Ava, tredici anni. Durante l’estate, in vacanza al mare, scopre che sta perdendo la vista sempre più rapidamente. La madre ha deciso che questa dovrà essere l’estate più bella della vita di sua figlia, ma Ava affronta il problema, la vita e l’estate a modo suo. Un giorno, Ava ruba un grosso cane nero a un ragazzo gitano…

Vincitore del Grand Prix della Giuria e del premio SACD alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2017, Ava segna l'esordio di Mysius dietro la macchina da presa portando di fatto l'ingresso nella settima arte di un artista molto eclettica, colorata e con una sua personalissima idea di cinema.
Un'opera densa e complessa ricca di sfaccettature e significati, metafore e interpretazioni, disegnando un ritratto realista dell'adolescenza e tutti i suoi numerosi problemi volando verso visioni oniriche (come il segno di lei abbastanza inquietante) senza mai distaccarsi troppo dalla realtà.
Con una protagonista semplicemnete fantastica, una venere d'argilla, la regista ci mostra il suo mondo quello intrappolato da una malattia che sembra rubarle quello sguardo sul mondo e sul futuro che lei ancora tredicenne vuole scoprire in questo viaggio d'iniziazione e soprattutto emancipazione dagli adulti (rapporto spesso di competizione con la madre, le forze dell'ordine da attaccare e i nudisti ricchi da derubare in spiaggia)
E allora è proprio dalla paura di una disgrazia imminente che Ava trova la forza per mettersi in viaggio con un insolito compagno che vive di espedienti e il suo cane nero che svolge un ruolo da mediatore famigliare tra i due giovani protagonisti.
Tra furti sulla spiaggia, matrimoni clandestini, scontri con la madre ancora in cerca di gigolò che la possano sorpendere, Ana è tutto, un'idea di cinema che va oltre la semplice narrazione e capace di saper narrare tante tappe con moltissime scene e monmenti originali ricchi di quella freschezza di chi ha dalla sua una miriade di idee da sviluppare. E poi i suoni, le musiche straordinarie capaci di farti mettere in pausa la pellicola e metterti a ballare intorno alla stanza "Sabali"di Amaduo & Mariam, una canzone capace rimane in testa e poi la scoperta della sessualità in modo molto dolce e innocente come spesso nei film di formazione i francesi sanno descrivere molto bene.