Visualizzazione post con etichetta Cannes. Mostra tutti i post
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mercoledì 1 luglio 2020

Gangster the Cop the Devil


Titolo: Gangster the Cop the Devil
Regia: Won-Tae Lee
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Per le strade gira un serial killer dal metodo ricorrente: sceglie la propria vittima, la tampona con l'auto e poi la uccide, quando questa è scesa dal veicolo. Tuttavia, quando la vittima scelta è il boss della malavita Jang Dong-soo, il killer non riesce a terminare il proprio compito. Jang e il detective della polizia Jung Tae-suk stringeranno quindi un patto segreto per catturare l'assassino.

Il secondo film di Won-Tae Lee è un noir action strampalato, con una trama tutt'altro che originale ma come spesso capita in Corea, il risultato è meglio di quanto ci si aspetti.
Una crime story che punta su un killer (il Diavolo) smilzo e psicopatico, un poliziotto che fa come gli pare e il gangster Ma Dong-seok, star indiscussa del film. Action, dark humor, poliziesco e gangster movie in un film che non arriva al dramma per lasciarsi andare a scenari da City of violence o meglio BUONO, MATTO E IL CATTIVO che per qualche istante incontra I saw the devil. Intrattenimento allo stato puro per un film che non si dimentica dei personaggi esplorandoli a dovere (almeno il boss) e rendendoli umani e non privi d'etica.
L'apice appunto arriva nelle roboanti scene d'azione, negli inseguimenti come nelle scene action di combattimenti dove tutto sembra essere concesso.
Per essere un thriller coreano, il film di Lee è abbastanza atipico nel senso che esplora un territorio quello della buddy commedy sugli opposti, sulla morale ambigua, sui tradimenti senza lesinare colpi di scena efficaci e un finale davvero divertente diventando quel giocattolone autoironico che esalta i suoi protagonisti e richiede fin da subito abbondanti dosi di sospensione dell'incredulità




Ingorgo


Titolo: Ingorgo
Regia: Luigi Comencini
Anno: 1978
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Un corteo di macchine procede sempre più lentamente lungo la tangenziale di Roma, sino a che ogni possibilità di movimento si blocca. L'ingorgo durerà 36 ore. Sin dai primi momenti il nervosismo dei viaggiatori è evidente. Quando sfumano le speranze di una veloce soluzione, mancano notizie, si palesano le prime necessità, la tensione sale al massimo e non pochi trascendono. La circostanza permette di scoprire i lati peggiori dell'umanità presente.

L'ingorgo è un film importantissimo. Una metafora dolorosa e amara che ritrae in maniera cupa alcuni aspetti della nostra cultura, dei valori, della differenza tra le classi sociali e molto altro ancora. Un film corale che vanta una galleria di attori straordinari. Un film di denuncia sull'immobilità della nostra società, in questo caso il progresso e la difficoltà a considerare il fatto che si possa restare immobili nonostante si abbia tutti gli strumenti a disposizione per percorrere molti chilometri. Ma poi la metafora più bella è stata quella di usare le macchine come celle di alluminio dove ci si auto isola e dove può succeder di tutto, tra amori ormai giunti alla fine, paradossale il festeggiamento delle nozze d'argento, un avvocato che pensa solo gli affari e che crede sia giusto comprare qualsiasi cosa, attori che ormai non c'è la fanno più e vengono coinvolti in strani giochi perversi, amanti irregolari e ancora drammi e pochissime risate. La scena dello stupro dove i testimoni sono un gruppo di malavitosi che però non osano mettersi in mezzo ma poi tra di loro esibiscono le pistole come massimo simbolo del potere è potentissima così come la battaglia per l'acqua, il prezzo che ogni cosa sembra dover avere per i ricchi mentre per i poveri no.
L'ingorgo come è solita la politica di un autore complesso e fondamentale per il nostro cinema cerca sempre di dare al film una certa verosimiglianza, precludendo la via del paradosso ed è proprio per questo che le singole scene sembrano tutte così incredibilmente realistiche.
La location, se così possiamo chiamarla, è stata ricostruita nella Cinecittà della fine degli anni ’70, nello specifico, un raccordo autostradale con tanto di distributore e un cimitero per auto che accresce la metafora già esplicita che il film possiede.




Famosa invasione degli orsi in Sicilia


Titolo: Famosa invasione degli orsi in Sicilia
Regia: Lorenzo Mattotti
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Il cantastorie Gedeone e la sua giovane assistente Almerina raccontano a un vecchio orso, svegliato dal letargo, di come il re degli Orsi Leonzio un tempo perse suo figlio Tonio, rapito dagli umani, e di come lo ritrovò invadendo la Sicilia.

Il film Di Mattotti è davvero un esempio di come continuare a credere di poter vedere realizzato un sogno. Sei anni di complesse strategie per trovare una forma visiva che potesse essere congeniale all'opera. La complessità nell'avere i diritti da parte della vedova Buzzati, una complessa produzione che sapeva benissimo di rischiare e osare molto puntando su un'opera dal forte profilo autoriale e senza dubbio con una narrazione complessa e un ritmo dinamico.
La storia come i racconti iniziali di Gedeone e figlia che cercano di animare con balletti e teatralità le loro storie, sono uno squarcio, una metafora politica e sociale su quanto uomini e bestie in realtà abbiano molti elementi in comune e di come entrambi possano prendere il meglio e il peggio dagli altri. Orsi che giocano a fare i re, impartendo norme, perdendo la calma, inseguendo figli in bische clandestine, rimanendo annoiati e spossati su una poltrona.
Maghi e indovini umani che cercano di mantenere un equilibrio in un mondo principalmente minato da interessi privati e strategie di supremazia e controllo sulla massa. E poi c'è la Fiaba, l'altro pezzo forte dell'opera di Mattotti dove fanno capolino orchi, gatti enormi, le battaglie con gli orsi che scendono dalle montagne e invadono il regno dell'uomo per riparare un torto subito, l'amore, la curiosità per il diverso, la compassione e infine un'integrità tra uomini e animali che semplicemente non potrà mai esistere.
Renè Aubry ci delizia con una soundtrack stupenda, come è suo solito fare, i colori e le forme del film creano una galleria di quadri dechirichiani, la meraviglia accompagna lo spettatore in un universo magico e accogliente, dai colori sgargianti e il gusto un po’ retrò, in cui è possibile perdersi e poi ritrovarsi senza esitazione

sabato 16 maggio 2020

Les Miserables


Titolo: Les Miserables
Regia: Ladj Ly
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Montfermeil, periferia di Parigi. L'agente Ruiz, appena trasferitosi in loco, prende servizio nella squadra mobile di polizia, nella pattuglia dei colleghi Chris e Gwada. Gli bastano poche ore per fare esperienza di un quartiere brulicante di tensioni tra le gang locali e tra gang e forze dell'ordine, per il potere di dettare legge sul territorio. Quello stesso giorno, il furto di un cucciolo di leone dalla gabbia di un circo innesca una caccia all'uomo che accende la miccia e mette tutti contro tutti.

Nel film HAINE del 95' erano protagonisti i giovani delle periferie con il loro disagio, i difficili rapporti sociali e il sentimento d'odio verso le forze dell'ordine. Ly al suo secondo film unisce tutti i protagonisti della strada, nordafricani musulmani, sinti, orde di bambini, poliziotti in parte corrotti, famiglie che nascondono dentro le mura di casa e poi ancora traffici e segreti. I miserabili, perchè lo sono le forze dell'ordine quanto i gregari e gli aitanti nel film, è un dramma post contemporaneo sconvolgente, attuale quanto adrenalinico, un documentario sociale per come vengono inquadrate e narrate alcune dinamiche e allo stesso tempo pieno di ritmo e momenti di riflessione dove in fondo tutti a loro modo sono vittime delle conseguenze di un sistema che non sa più cosa fare.
Un film incredibile per la messa in scena, le interpretazioni, la caratterizzazione dei personaggi, il finale e troppe scene indimenticabili. L'avvento della tecnologia, l'uso dei droni, i cellulari, gli interrogatori poco ortodossi, l'abuso di potere. Quasi un road movie, una caccia all'uomo, l'inseguimento di troppe persone in un circolo pericolosissimo dove ognuno è alla ricerca di qualcosa in una sorta di western moderno nelle terre selvagge di Les Bosquets a Montfermeil.
Uno dei grandissimi meriti del film a parte dal punto di vista tecnico che rasenta la perfezione è quello di mantenere un equilibrio di giudizio senza prendere mai veramente le parti di nessuno, ma cercando un difficile quadro corale dove gli intenti di ogni attore sociale coinvolto assumono contorni e pesi molto difficili da sostenere. Tutti sanno di essere in parte nel torto e nessuno ha mai veramente la coscienza pulita in un continuum di deflagrazioni, colpi di scena, scorribande, rivendicazioni. E poi vogliamo parlare dei bambini/adolescenti. Ci voleva qualcuno che finalmente filmasse il degrado a cui siamo arrivati, l'assenza di valori, vivere la giornata di espedienti e aderendo a regole del branco per mettere a tacere gli adulti.





First Love


Titolo: First Love
Regia: Takashi Miike
Anno: 2019
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Leo è un pugile di poche parole ma dal pugno pesante: quando scopre di avere un tumore al cervello diviene preda dello sconforto. Monika è prigioniera della yakuza, che la obbliga a prostituirsi e l'ha resa tossicodipendente, costantemente in crisi di astinenza. I due si trovano coinvolti in un complotto che li porterà a scontrarsi con un variegato gruppo di personaggi, corrispondenti ad altrettante forme di insana bizzarria: un emissario della yakuza stessa, un poliziotto corrotto, un killer delle triadi cinesi con un braccio solo e così via, con crescente tendenza all'eccesso.

Miike Takashi ormai è in grado di padroneggiare qualsiasi tecnica e genere. Il suo cinema da sempre ha una firma che ormai dopo quasi 100 film è impossibile non riconoscere nei suoi lavori e nella sua tecnica.
Mi aspetto soltanto più un film d'animazione ultra violento e poi raggiungo la pace dei sensi.
First Love è una vera bomba, una via di mezzo tra Yakuza Apocalypse ma meno estremo e Like a Dragon ma meno fumetto. Perchè il film parte come una storia d'amore, ma poi attraversa come uno sguardo nostalgico quasi tutti i generi del maestro giapponese dove la yakuza gioca sempre un ruolo preponderante, ma stando al passo coi tempi ci sono anche i cinesi da tenere a bada. Complotti, tradimenti, voltafaccia, doppi giochi, stragi come non se ne vedevano da tempo (quella finale poi tutta girata nel magazzino sembra Free Fire ma con l'aggiunta di arti mozzati, katane, molte più donne e ogni genere di arma possibile). First Love si prende sul serio, ci parla di loser, di una fragilità nei rapporti sociali soprattutto tra i giovani, mescola e infarcisce tutto con il cocktail di trovate interessanti in un ritmo frenetico, violento, ma anche molto ironico.
Si prende qualche virtuosismo che sfocia nel paradosso con la scena della macchina finale, mostra capi yakuza ormai stanchi (forse come comincia ad esserlo Miike) cresciuti assieme all'autore che ha saputo trattare le loro gesta disperate in alcuni autentici capolavori.

lunedì 20 aprile 2020

Muere monstruo muere


Titolo: Muere monstruo muere
Regia: Alejandro Fadel
Anno: 2018
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

L'ufficiale di polizia rurale Cruz indaga su di caso inquitante: un corpo di una donna è stato trovato senza testa in una regione remota dalle Ande. David, il marito dell'amante di Cruz, Francisca, diventa il primo sospettato e viene mandato in un ospedale psichiatrico locale. David incolpa un "Mostro" del crimine dall'aspetto inspiegabile e brutale. Cruz, nel frattempo, incappa in una misteriosa teoria che coinvolge paesaggi geometrici, motociclisti di montagna e una voce interiore, ossessionante, che si ripete come un mantra: "Muori, mostri, muori"...

Muere monstruo muere è un film ipnotico quanto surreale, folle e ambizioso. Una metafora sul femminicidio, un poliziesco, quasi un noir o un thriller fantastico. Una creatura (in Animatronic in assoluto la cosa più bella della pellicola come i paesaggi) si aggira per le Ande argentine (fotografate magnificamente) avendo una sorta di base in una grotta sotterranea, comparendo in piccoli e sperduti villaggi strozzando e decapitando le sue vittime lasciando morsi di denti innaturali e una strana sostanza verde/giallognola vischiosa che sembra interessare tutti finendo manco a farlo apposta con la voglia di annusarla e infine assaggiarla.
Il capro espiatorio, la vittima sacrificale scelgono non a caso il diverso, colui che simboleggia una sorta di ignaro succube per il mostro che sembra lasciargli una nenia in testa in un loop che lo lascia ammutolito e inerme condannato alle forze dell'ordine.
Come per Untamed-Regiòn salvaje il film mescola sogno e delirio, realtà e incubo, con diverse follie sessuali che se nel film della Escalante erano rappresentate da una sorta di ibrido tentacolare sci fi metafisico, una creatura aliena, qui è più o meno lo stesso soltanto che il mostro sembra una sorta di Jabba the hutt con fattezze antropomorfe e una testa senza occhi con al posto della bocca un enorme vagina dentata e come coda una lunga prominenza capace di allungarsi all’occorrenza, che finisce in un’equivocabile riproduzione dell’organo maschile.
Pur avendo una trama stratificata e che nell’ultimo atto diventa complessa e difficile da analizzare, il film ha proprio lo scopo nel suo muoversi lento e con gesti ed espressioni quasi minimali di proiettarci in un universo risolutamente allucinatorio, fatto da meandri mentali da cui sarebbe futile cercare l’uscita dove si perpetuano una volta che l’indagine sulle decapitazioni di massa femminili, che è il filo conduttore di questo labirinto atmosferico e psichico, trova una fine.


Vivarium


Titolo: Vivarium
Regia: Lorcan Finnegan
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Una coppia rimane intrappolata in un surreale labirinto.

Negli ultimi anni la sci fi sta regalando e alternando opere colte e prodotti d’intrattenimento.
Vivarium è una riflessione profonda sugli obblighi morali che la società (ma di che tipo) sembra metterci davanti alla porta di casa come un figlio che non è nostro di cui prenderci cura, un’idea di felicità vaga ed effimera, una vita da gregari fino alla morte dove saremo sostituiti da altri non umani che come cloni di noi stessi, o provando ad esserlo, porteranno avanti una burocrazia umana grigia e senza forme e colori.
In un modello ideale dove le nuvole sono tutte uguali così come le case, i colori, ciò che si mangia, ciò che si deve pensare e fare, Eisenberg e la Poots, insieme già visti nel divertentissimo quanto malato Art of self defence, sono pedine di un quadro di intenti spaventoso e atroce. Alieni travestiti da umani impongono le loro regole per creare una specie che tra varchi e portali su altri mondi o realtà sembra sbarazzarsi di noi e prediligere una natura monotona senza danni e vivendo privi di una morale un futuro che sembra un limbo di psicosi.
E’strano apostrofare l’opera seconda di Finnegan se non con qualcosa che ci passa attraverso, una nebbia composta da un’atmosfera anomala, malsana e grottesca, perturbante, qualcosa che ci mette di fronte a diritti e doveri come un potare avanti un esistenza ripetitiva e monotona.
Un figlio che spia, urla, si nutre del vuoto e cresce spasmodicamente per trovare il suo spazio seppellendo la natura umana e clonandola per modellarla a suo piacimento.
Vivarium è un incubo dove le tenebre non si vedono mai perchè sono nascoste maledette bene.


giovedì 16 aprile 2020

Dogs don’t wear pants


Titolo: Dogs don’t wear pants
Regia: J.-P. Valkeapää
Anno: 2019
Paese: Finlandia
Giudizio: 4/5

Juha ha perso la sua amata consorte, morta annegata in un lago. Alcuni anni più tardi, incapace di superare questa tragedia, vive ancora da solo con la figlia. Il suo incontro casuale con Mona, una dominatrice, modificherà il corso della sua esistenza.

Era da tempo che inseguivo questo film. Qualcosa nell’aria mi faceva pensare a uno dei miei film preferiti LA PIANISTA di Haneke. Perversioni, bisogno di espiare una presunta colpa, l’avvicinarsi con l’altro/a in maniera atipica e a tratti perversa, la voglia di uscire fuori dagli schemi e liberare il proprio Io.
Nella locandina vedevo questi elementi sperando che il film non si limitasse soltanto ad essere una galleria di efferatezze e perversioni. Al contrario il terzo film dell’autore finlandese (e non è facile fruire pellicole finlandesi) è un film complesso, sincero, elegante, poetico. Un film sui rapporti umani (familiari e non) sul concetto di normalità e su altri binari che fanno capo a un concetto più volte ripreso ovvero quello della diversità o della doppia vita.
Un film che parla di bondage e sadomaso mostrandolo e collocandolo sempre in una situazione che sembra spostare l’ago della bilancia su chi realmente domina che cosa. Una dominatrix che incontra il cliente che non avrebbe mai voluto, o di cui forse è sempre stata alla ricerca e uno scenario quello al di fuori del negozio di tattoo che sembra grigio come l’ospedale, la scuola o la casa in cui vivono Junha e sua figlia.
Un film marcatamente sul sociale che riesce a superare la scelta coraggiosa di affrontare un tema poco abusato nel cinema dimostrando compattezza, lucidità e una caratterizzazione ottima dei personaggi.

venerdì 27 marzo 2020

Burning(2018)


Titolo: Burning(2018)
Regia: Chang-dong Lee 
Anno: 2018
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Jongsu, che per tirare avanti fa lavoretti part-time, a Seoul incontra casualmente Haemi, ragazza che non vedeva dai tempi d’infanzia, all’epoca sua vicina di casa, in un villaggio rurale dove è possibile sentire la voce dagli altoparlanti della propaganda nordcoreana. Di lì a poco lei parte per l’Africa e chiede a Jongsu se può occuparsi del suo gatto mentre è via. Al suo ritorno, Haemi è in compagnia di Ben, uomo misterioso e facoltoso, che un giorno rivela a Jongsu di avere un hobby segreto: dare fuoco alle serre abbandonate, almeno una volta ogni due mesi. E da quel momento, Haemi scompare…

Burning è un’esperienza eterea, un viaggio lungo, lento e affascinante sulle relazioni umane.
Un’opera che riesce a trattare alcuni temi con un’attenta analisi lucida sulle classi sociali, sul perbenismo, sulle maniere delicate per distruggere quello che amiamo di più. Un film elegante con un sotto strato di nefandezze, orribili segreti, il bisogno di nascondersi e far sempre buon viso a cattivo gioco.
Un film che per qualche strano motivo non riesco a togliermi dalla testa vuoi per alcuni dialoghi, per la semplicità e la fluidità dei movimenti, per le pause, i silenzi e soprattutto le atmosfere.
Un thriller che non ingrana mai in termini di ritmo e azione riuscendo in questo modo ad essere ancora più enigmatico, ossessivo nel riprendere e ripetere alcuni passaggi, un doloroso sguardo dentro di sé e verso la vita che percorriamo in un mondo che è sempre più un labirinto. Ma è anche una perfetta matrioska dove Jongsu vuole essere uno scrittore omaggiando Faulkner che allo stesso tempo è stato omaggiato da Murakami nel suo racconto da cui è stata tratta la sceneggiatura del film. Ma anche una matrioska nelle relazioni e nell’indagine con Ben e i suoi misteri, la sua ricchezza preludio di un vuoto abissale e dei misteri della bellissima Haemi.
La vera forza del film è il suo sposare fin dalle prime scene un’atmosfera volta a rimanere per tutta la sua durata nell’ombra, dipanando gli eventi in maniera mai palese ma lasciando tutto velato nel mistero e nel non detto ma che noi presumiamo di sapere o di aver capito.
Ancora una volta una lezione su come ridare enfasi ad un genere intramontabile.


domenica 8 marzo 2020

Les Garcons sauvages


Titolo: Les Garcons sauvages
Regia: Bertrand Mandico
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Un gruppo di ragazzi commette un orribile crimine. Un capitano si prende carico di loro ma il rapporto diventa sempre più difficile.

«Volevo provare a fare un film marittimo, con scene di tempesta, scene ambientate in una giungla con dei ragazzi. Scene difficili da filmare nell’ambito di un cinema d’autore che non è troppo fortunato, perché a basso budget. È il tipo di riprese che si può trovare nella grande produzione americana. Ma mi piaceva molto l’idea di riuscire a farcela.»
Les garcon sauvages è un film estremo per stomaci forti e per chi è avvezzo al cinema di genere, l’exploitation, il queer portato all’estremo. Una fiaba provocatoria e costipata di simbolismi fallici.
Un film gigantesco che al tempo stesso produce sentimenti ed emozioni contrastanti, con questi ragazzi alle prese con un mondo sconosciuto in cui la Natura comincia a trasformarli letteralmente in altro, nei loro opposti sciogliendo ogni tabù e travolgendoli tra amori allucinati e prove iniziatiche.
Un film perverso, volgare, romantico, che trova un suo registro specifico, una politica d’autore che verrà condannata per l’estrema libertà e provocazione di cui il film è costellato in ogni suo frame.
Un film fuori dal tempo, magico ed erotico come non capitava da tempo di vedere sullo stesso asse due elementi di questo tipo. Un film mutaforma che mi è rimasto così impresso forse perché innovativo, sperimentale ed estraneo a schemi e tendenze di tanto cinema indipendente con cui faccio i conti quotidianamente. L’opera di Mandico che dopo svariati cortometraggi presentati ai più prestigiosi festival internazionali, esplode come un vaso di Pandora tra suggestioni, scene ipnotiche e oniriche, diventando un sogno surrealista, una prova difficile da inquadrare e comprendere del tutto dopo una sola visione.
Un film che sembra un trip andato a male che genera turbolente allucinazioni visive e sensoriali, difficilissimo da catalogare per tutti i registri e i generi utilizzati soprattutto per questo immaginario sfrenato che coglie e cita così tanti universi letterari e cinematografici che bisognerebbe studiarlo a fondo per elencarli tutti.

Dov’è il mio corpo


Titolo: Dov’è il mio corpo
Regia: Jeremy Caplin
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

A Parigi, la mano recisa di un giovane uomo evade da un laboratorio di dissezione anatomica decisa a ritrovare il corpo a cui appartiene. Il viaggio sarà funambolico e impervio ma sostenuto dalla presenza persistente di Naoufel, con cui la mano è cresciuta e a cui ripensa costantemente risalendo il tempo fino alla sua infanzia felice. Un'infanzia bruscamente interrotta da un incidente che lo ha reso orfano e lo ha affidato a un anaffettivo parente prossimo. La mano avanza lungo la strada e dentro il tempo fino a incontrare Naoufel e Gabrielle, una cliente a cui il ragazzo consegna la pizza e il cuore. Perché suo malgrado Naoufel è un corriere, impiegato in una misera pizzeria da cui vorrebbe fuggire per esistere. Ad accarezzarne il sonno e a favorirne il destino sarà la sua mano, ostinata nella ricerca e nel 'legame'.

Jeremy Caplin è un regista da tenere d’occhio. Riesce a costruire una fiaba moderna e paranormale che osa mettere in scena e rischiare in uno spartito di generi dove i sentimenti emergono in tutta la loro complessità e armonia.
Due storie parallele in tre piani temporali differenti attraversano Parigi nel caos frenetico e nel sottosuolo. Una mano e un ragazzo, due storie che si intrecciano e un obbiettivo comune: ritrovarsi e mettersi in contatto.
Il titolo del film allude ad un cammino di scoperta, un viaggio alla ricerca di se stessi e di un’anima gemella che può essere una parte del corpo come una ragazza di cui si è sentita solo la voce al citofono.
Un film di speranze per mostrare il dolore della perdita, di angosce che trovano una breccia tra le tante insidie del mondo per superare la tragedia, i pericoli che possono arrivare inaspettati, la resilienza verso una società ostica che distrugge ogni speranza e ogni sogno nel cassetto.
Alla fine il film di Caplin volge verso un finale delicato e prezioso, affascinante e condito da una colonna sonora semplicemente straordinaria da ascoltare in loop dove il bisogno di ritrovare ciò che si è perso supera ogni ostacolo.

mercoledì 22 gennaio 2020

Lighthouse


Titolo: Lighthouse
Regia: Robert Eggers
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Thomas Wake è il guardiano stagionale di un faro sperduto nel nulla, su un'isola battuta da venti e tempeste, nella Nuova Scozia di fine Ottocento, mentre Ephraim Winslow è il suo giovane aiutante, propostosi volontario per le quattro settimane del turno. L'accanirsi del maltempo costringerà i due uomini ad una permanenza ben più lunga del previsto e ad una convivenza forzata che porterà in superficie demoni personali, timori ancestrali e nuove, tormentate pulsioni, in un crescendo di follia e claustrofobia.

Eggers dopo il bellissimo VVitch sceglie un'altra storia insolita, condita da alcuni ingredienti che cominciano a diventare la sua politica di genere, ovvero unire e stravolgere miti, usanze, religioni, profezie, rituali e culti fino a portarci con la bellissima scena iniziale dove i due protagonisti guardano in camera come ad invitarci nel loro personale delirio. Un film completamente allucinato, stratificato e complesso in grado di alzare le vele e dimostrare l'incredibile talento dell'autore coadiuvato da due attori che ci mettono l'anima.
Dafoe come la Swinton d'altronde sono i due attori più poliedrici e camaleontici sulla piazza.
Lighthouse è un horror psichico sulla crescente paranoia che si impossessa dell'animo umano con rimandi kubrickiani sulla solitudine (Shining su tutti), un dramma grottesco che alza sempre di più la posta complice anche l'isolamento e l'alcool che scorre a fiumi e a cui è impossibile sottrarsi, che deraglia, assorbe, limita, esagera, un film pieno e ricco di elementi, di riferimenti letterari (Melville, Woolf, Poe, Lovecraft, Coleridge) di ambienti, suggestioni e luoghi che nella loro solitudine nascondono segreti e significati.
Un film in b/n che sembra bisognoso di citare tantissimi autori che hanno fatto la storia del cinema, nel suo ergersi ad un'estetica d'epoca, espressionista, minimale, in cui la scelta anti-moderna di utilizzare per le riprese il formato 35 mm in b/n accentua ancora di più le somiglianze con il cinema espressionista muto di inizio '900.
Faro come visione, ossessione, ricerca della luce, scontro tra due maschi alfa di cui si sente il bisogno di dominare ed essere dominati, dove in questo scontro avviene una lucida e drammatica analisi delle parti più nere dell'animo umano, della meschinità, dei segreti non detti, e soprattutto dell'impossibilità di redimersi o di salvarsi
Il linguaggio poi assume risonanze molto particolari, suoni misteriosi, accenti che sembravano affondati negli abissi del tempo con un dialetto da contadino canadese nel caso di Ephraim e una pronuncia ed un lessico marinareschi per Tom.
La solitudine, l'alcool, la stretta vicinanza ad un uomo più anziano che detiene il potere portano
Ephraim ad impazzire lentamente in una parabola discendente scegliendo come vittime sacrificali i gabbiani con le dovute conseguenze che diventano visioni mostruose (sirene, tentacoli lovecraftiani, Nettuno) che ad un certo punto diventano quasi caleidoscopiche intrappolando il personaggio in deliranti complotti cercando una via di fuga peraltro impossibile.



venerdì 10 gennaio 2020

Under the silver lake


Titolo: Under the silver lake
Regia: David Gordon Mitchell
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sam è una delle tante anime perse di Los Angeles: non ha un lavoro, non ha un quattrino, sta per essere sfrattato dal suo appartamento e passa il tempo a fare sesso distratto con un'aspirante attrice che si presenta a casa sua abbigliata come i ruoli che interpreta. L'altro suo passatempo è spiare dal balcone le vicine con il canocchiale: è così che intercetta lo sguardo di Sarah, una bella ragazza bionda che sembra disposta ad intraprendere con lui una relazione. "Ci vediamo domani", promette lei, ma il giorno dopo scompare. Lungo la sua ricerca della ragazza scomparsa Sam scoprirà molti altri misteri metropolitani, con la guida di un autore di graphic novel che sembra saperne molto più di lui.

David Gordon Mitchell ha diretto quell'horror atipico di nome It Follows, un vero traguardo per un genere che cerca sempre di evolversi e cercare di apportare quella spinta in più captando tutti i mali di questo mondo malato.
Under the silver lake è un thriller, un noir urbano, un giallo dove un ragazzo qualsiasi si improvvisa detective dopo aver perso la testa per l'ennesima bionda di turno.
Partendo da un'idea che il protagonista Sam è uno che vive nel lusso senza però pagare l'affitto al proprietario che minaccia di sfrattarlo, non si capisce che lavoro faccia eppure i soldi non gli mancano e ad ogni occasione buona si imbuca a feste e party di lusso incontrando vecchi amici e collezionando figure di merda.
Passa il tempo a fare cose tra cui guardare col binocolo le vicine di casa hyppie che escono nude in balcone. Sembra sempre in attesa Sam come se dovesse succedere qualcosa da un momento all'altro e scegliere proprio lui come una sorta di predestinato.
L'arrivo di Sarah è una brutta scottatura soprattutto quando lei sparisce nel nulla e da quel momento il film per ben 140' si riproduce all'infinito, senza seguire una pista precisa ma mostrando una processione interminabile di sotto trame, alcune per nulla funzionali, portando Sam ovunque anche in mezzo al deserto se necessario. Verso il finale finalmente veniamo a sapere cosa sta succedendo e il messaggio è davvero allucinante parlando di poteri forti e di quell'1% dei veri ricchi che si nascondo in ville iper lusso sottoterra dove si portano belle ragazze da scopare fino alla morte.
Qualche indizio prima c'era ma era subliminale, con questa ossessione di Sam per provare a risolvere grattacapi con strumenti ai limiti della follia e del non-sense.
Il vero mandante e ideatore finale con cui si confronta Sam, quello che controlla tutto e ha sempre avuto l'ultima parola, per certi versi è una metafora di Weinstein, in una scena memorabile che da sola basta a far perdonare almeno 90' precedenti di seghe mentali ma fatte bene.



martedì 7 gennaio 2020

Bacurau


Titolo: Bacurau
Regia: Juliano Dornelles, Kleber Mendonça Filho
Anno: 2019
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Una vicenda che accadrà tra pochi anni...Bacurau è un piccolo villaggio situato nel nordest del Brasile nello stato di Pernambuco. Vi si piange la morte della novantaquattrenne matriarca Carmelita. Qualche giorno dopo gli abitanti scoprono che il villaggio è scomparso dalle carte geografiche e che un misterioso gruppo di 'turisti' americani è arrivato nella zona.

Il bacurau è un uccello notturno molto abile nel mimetizzarsi e non farsi prendere dai predatori che invadono la sua terra.
Potente. Così può definirsi il film brasiliano passato a Cannes che ha saputo tradurre in termini post-contemporanei ma allo stesso tempo arcaici, un conflitto di classe, la metafora perfetta delle rapine culturali a danno di paesini deserti in paesi del terzo mondo. Un film che concentra così tante metafore e riflessioni politiche, socio-culturali, in cui pur di ottenere una manciata di voti si ha il coraggio di minacciare e mettere in ginocchio una comunità molto unita e profondamente segnata da perdite e da chi ha scelto la strada del banditismo non riconoscendosi più nei valori politico-sociali del suo paese. Bacurau sembra voler dare un segnale prima di tutto a coloro che vivono in questi villaggi, la sopraffazione di coloro, i politici, che si servono di contractors stranieri, che pensano di poter giocare con le vite altrui senza dimenticare che spesso queste popolazioni pur di rivendicare la propria identità sono capaci di spingersi ad azioni estreme e disperate.
Bacurau è ancor più interessante perchè gioca bene con il cinema di genere, inserendo storicità sulla vita del villaggio, il revenge-movie, lo sci-fi fatto di droni e di una sorta di Grande Fratello che cerca di mantenere il controllo mediatico del villaggio introducendo elementi che ne destrutturalizzino l'ordine (cancellare dalla mappa la città, togliere ogni tipo di segnale nella zona, fotografare con i droni, uccidere cominciando da chi vive ai margini del villaggio fino ad entrare dentro il centro), ma ancora a tratti il genere grottesco, lo splatter e lo slasher, il western e il cangaco.
Bacurau sembra senza tempo, rimane distante da ogni altra realtà cercandone una sua e diventando una favola politica che si svolge nel futuro, aderendo perfettamente all’attuale situazione del Brasile e alle profonde disuguaglianze sociali, etniche e culturali. Potrebbe sembrare una triste metafora di quello che Bolsonaro sta facendo con gli indios.


Daim


Titolo: Daim
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il protagonista è un uomo che si trova ossessionato da una giacca di cervo comprata mentre sta fuggendo, forse, dalla sua vita.
Si isola in un piccolo paesino montano in cui finge di essere regista, ma la giacca comincia a occupargli la mente con un proposito: diventare l’unica giacca esistente al mondo e fare di lui l’unico proprietario di una giacca.

Quentin Dupieux alias Mr Oizo è un dj ma anche un grande regista indipendente alternativo.
Come per la musica, segue un suo percorso personale che lo porta a scelte spesso bizzarre che sembrano sfiorare il trash per quanto assomiglino a dei veri e propri quadri grotteschi.
Una commedia nera dove si ride anche e molto ma per quella scelta singolare di combinare l'azione che ormai l'artista ha saputo fare sua, creandosi una sua politica d'intenti personale, un suo linguaggio tutt'altro che banale come spesso potrebbe essere frainteso.
Wrong CopsWrongRubber, tutti avevano a loro modo qualche scena madre da ricordare, e l'ultimo Daim oltre ad essere un rientro in patria per l'autore che si stacca dagli Usa, nemmeno a farlo apposta è il film più maturo, esilarante, politico, assurdo, drammatico e violento.
In un paesino di montagna dove sembrano vivere solo persone sole e disilluse dalla vita, Georges sembra filtrare attraverso il suo sguardo perso e la sua nuova telecamera digitale, il ritratto realistico di come la solitudine possa tessere la tela della follia.
Attraverso paradossi e dialoghi assurdi, obblighi e verità, giochi sull'identità e una giacca che prende sempre più forma, il film fa un ritratto con la commedia di costume fino a generare disagio. Dupieux traccia un quadro molto espressivo della noia che regna nelle province francesi più remote e lo fa senza prendersi mai troppo sul serio, arrivando a fare un'evoluzione molto netta in termini di intenti e messaggi e riflessioni presenti nel film, ma al contempo riuscendo con tutti gli enigmi iniziali del primo atto a tessere un film brillante e raffinato, sempre al confine tra commedia assurda e dramma realistico sulla follia, interpretato dagli eccellenti Jean Dujardin e Adèle Haenel.
Un film che mescola i generi passando dalla commedia nera, al dramma sociale, al grottesco, allo slasher, allo splatter fino al mockumentary. Tutti ingredienti deliziosi che trovano un'ottima collocazione in una storia che non smette di stupire e di apparire così maledettamente assurda e affascinante.


sabato 16 novembre 2019

Wounds


Titolo: Wounds
Regia: Babak Anvari
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un telefono in un bar porterà a sconcertanti conseguenze

Finalmente dopo tre anni torna uno dei registi emergenti più interessanti in circolazione.
Dopo la fiaba iraniana sui Djin, Under the shadow, Anvari torna con un soggetto molto più ambizioso. Un film complesso e stratificato che mette nello script tanti elementi, i portali, lo gnosticismo, le allucinazioni, visioni, tutto in un contesto che sembra molto normale, un locale con la sua solita clientela, per poi far affiorare da questo cellulare abbandonato un vero e proprio caos che aumenta vertiginosamente per trasformarsi in orrore puro.
Devo dire che il talento del regista non si discute, un film scomodo che ho addirittura preferito al precedente, per quanto il folk horror sia uno dei miei sotto generi preferiti, dove il talento di Hammer e il personaggio scomodo di Will, detestabile per tanti fattori, emerge in tutta la sua virulenza. Eppure diventa uno di quei protagonisti con cui l'empatia per quanto scomoda c'è.
Will vorrebbe a tutti i costi violare la sua monotonia senza farsi scrupoli a provarci con una cliente con tanto di fidanzato appresso. L'idea del cellulare è funzionale in parte nel film, creando anche in questo caso un attacco contro i media e l'intrusività massiccia ed effettiva nelle nostre vite.
Da qui poi il discorso si allunga in maniera cronemberghiana facendo diventare il telefono un vero e proprio mostro che sembra diffondere un male assoluto che non tutti possono percepire, sempre se si sceglie di percorrere questa trama.
Dai clienti che perdono pian piano la faccia, eserciti di scarafaggi, rapporti tormentati e video assurdi, macchine che inseguono e in tutto questo l'alcool a fare da padrone e il suo peso specifico, le magliette che preferiamo non cambiare mai e ferite che crescono senza capirne il perchè.
Wounds letteralmente ferite, è micidiale, proprio in quei colpi sotto la cintura che ci propina ogni manciata di secondi, un horror psicologico come ormai in questi anni è pieno, con tanti difetti ma con una messa in scena e un ritmo devastante per come porta tutto agli eccessi, anche eccessivi, ma mai fuori luogo, dove tutto per quanto possa sembrare assurdo mantiene una sua coerenza narrativa, un braccio di ferro tra l'inspiegabile e il reale o quello che noi presupponiamo che sia. Anvari spinge il pedale sull'atmosfera, sul disagio, sulla paranoia, su come Will perda proprio tutto e infine un'analisi mica da ridere sui rapporti di coppia e su quel vuoto che come una caverna nera e statica sembra uscire dagli smartphone, dai pc, rendendo ancora più grigie le nostre vite.







Couteau dans le coeur


Titolo: Couteau dans le coeur
Regia: Yann Gonzalez
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Anne, dopo aver prodotto film porno, decide di cambiare registro ma gli attori del nuovo film sono al centro dell'obiettivo di un serial killer.

Una volta c'era Sconosciuto del Lago dove un killer sconvolgeva le vite di una comunità gay. Ora Gonzales senza attingere da Guiraudie, sembra lanciarsi in un omaggio citazionista a volte forzato anche se esteticamente molto interessante. Un thriller che esamina il mondo porno gay francese degli anni '70 puntando sul cromatismo, sugli eccessi della fotografia, delle gelatine, dei colori saturi, su un voyeurismo delirante e delle belle scenografie anni '70.
Un film dove al sangue si oppongono le scene di sesso, al delirio del killer le risate sui set dei film porno d'autore. Tutto questo attraverso gli occhi della bellissima Paradise, Anne, intenta a dare un senso alla sua vita, a ricongiungersi con la sua amata e a cercare di scovare l'assassino attraverso dei deliri e degli incubi premonitori.
Gonzales fa un film che cerca d'essere esageratamente d'effetto, marcato da una minimalità nel tentativo di rendere delizioso ogni piccolo dettaglio, insistendo sulla forma e rimanendo derivativo sulla sostanza. Il film procede con un ritmo notevole, il cast è ottimo, le musiche ipnotiche, lo stile impeccabile, eppure soprattutto nel finale tutto sembra procedere in maniera troppo lineare senza particolari incidenti o azioni che possano ribaltare l'effetto dei telefonati colpi di scena.
Tra pompini, cazzi che nascondono lame, pellicole, il sesso e la coazione a ripetere come le coltellate dell'omicida, la folla nel cinema porno che uccide la stessa essenza del male, i sogni altalenati alle allucinazioni e alle visioni di Anne e infine la famiglia allargata dove sembrano rifugiarsi tutti i membri della troupe Gonzales infarcisce inserendo davvero di tutto. Couteau dans le coeur esteticamente è molto bello colorato e acceso, però tutto questo appare quasi una lezione di stile, un esercizio di maniera per una storia in fondo estremamente già vista, cambiando solo il sotto genere e infilando tematica queer e tanti, tanti falli oltre che rimandi a profusione su un certo tipodi cinema thriller anni '70 in particolare quello italiano.

domenica 27 ottobre 2019

Parasite


Titolo: Parasite
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 5/5

Ki-woo vive in un modesto appartamento sotto il livello della strada. La presenza dei genitori, Ki-taek e Chung-sook, e della sorella Ki-jung rende le condizioni abitative difficoltose, ma l'affetto familiare li unisce nonostante tutto. Insieme si prodigano in lavoretti umili per sbarcare il lunario, senza una vera e propria strategia ma sempre con orgoglio e una punta di furbizia. La svolta arriva con un amico di Ki-woo, che offre al ragazzo l'opportunità di sostituirlo come insegnante d'inglese per la figlia di una famiglia ricca: il lavoro è ben pagato, e la villa del signor Park, dirigente di un'azienda informatica, è un capolavoro architettonico. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, parlando con la signora Park dei disegni del figlio più piccolo, intravede un'opportunità da cogliere al volo, creando un'identità segreta per la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica e insinuandosi ancor più in profondità nella vita degli ignari sconosciuti

Il talento indiscusso di Bong Joon-ho è cosa nota a tutti.
La sua filmografia è per ora costellata di capolavori e film che giocano su generi diversi.
HostSnowpiercerOkjia, tutti andavano oltre il genere per diventare spesso film politici e di denuncia con temi e sotto trame decisamente più complesse del normale.
Se ci mettiamo poi un incredibile talento nel saper dare i tempi giusti alla drammaturgia, in cui i coreani sono dei maestri come direi gli orientali in generale, il risultato si evolve film dopo film, o meglio opera dopo opera.
Parasite è finora il suo capolavoro. Un film che mette da parte creature e ambientazioni post-apocalittiche per tracciare una vicenda umana molto realistica, assurda in tutte le sue componenti approfondendo la riflessione sociopolitica, un grido smisurato sulla differenza di classe e sul rapporto tra i ricchi e i poveri, forse ad oggi uno dei film che meglio parlano di un capitalismo ormai sempre più sfrenato e che ha raggiunto tutti nel mondo.
Da vedere rigorosamente in lingua originale, Parasite mostra la vera faccia della borghesia, entrando proprio nella villa lussuosa dei ricchi e mettendoci a tavola con loro o girando facendo gli autisti in macchine di lusso, aiutando i figli nei compiti, diventando donna delle pulizie e molto altro ancora.
Tutti i membri della famiglia povera trovano un legame con la parte debole della famiglia ricca. Allo stesso tempo il legame in alcune situazioni si ribalta dove apprendiamo scena dopo scena, minuto dopo minuto, come un meccanismo ad orologeria, il pessimismo che investe sempre di più i personaggi, il fatto che tutti nascondano qualcosa, loro, ma gli stessi ambienti, la stessa lussuosa villa (e quello che scopriremo sarà tragicamente grottesco).
Parasite ha il cast migliore che potesse avere, una recitazione che non va nemmeno commentata per quanto sfiori la meraviglia, una scenografia che rasenta la perfezione riuscendo a dare spessore e importanza ad ogni suppelletto nella casa.
Uno dei film grotteschi più belli della storia del cinema. Bong riesce a superarsi atto dopo atto, arrivando alla tragedia finale (quella tosta che lascerà basiti) e aumentando sempre di più i toni comici e drammatici con un climax che lascerà a bocca aperta.
Tutto è così perfettamente equilibrato che lascia basiti di fronte a tanta perfezione, alla maestria di saper condurre tutta la banda senza mai stonare di una virgola, di trovare spunti deliziosi e di far esplodere la lotta di classe come non si vedeva da tempo.
Un capolavoro straordinario, finalmente posso dirlo.



giovedì 24 ottobre 2019

Fà la cosa giusta

Titolo: Fà la cosa giusta
Regia: Spike Lee
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In un quartiere "nero" di Brooklyn, tutto sembra tranquillo. I disordini razziali di quindici, venti anni prima sembrano dimenticati. Ma basta una giornata di caldo torrido per esacerbare gli animi. La pizzeria italiana viene razziata. Il proprietario si vendica.

I joint di Spike Lee sono delle esperienze imperdibili per ogni cinefilo che si rispetti.
Parliamo di uno dei grandi maestri impegnato con un cinema molto impegnato e con importanti analisi lucide sul fenomeno discriminatorio degli afroamericani in America nel corso di almeno una trentina d'anni. Il film in questione è una pietra miliare nel cinema di denuncia. Un film tra i più importanti del regista.
Un'opera impegnata e densa di situazioni, un termometro bollente per sondare una temperatura di fuoco che sta lentamente per esplodere. I meriti di Lee si captano dal suo sguardo che è sempre lì come a dire "nessuno può permettersi di prendermi per il culo" e il film ogni volta sembra una riflessione allargata su questo concetto da parte dei neri d'America. La sceneggiatura funziona, è perfetta in quanto reale, potente che sfugge da ogni demagogia diventando un'acuta e funzionale analisi sociologica del razzismo dilaniante del paese e del fatto che alcuni luoghi comuni non sono e non verranno mai messi da parte o dimenticati o sorpassati perchè figli di un'ignoranza cosmica insita nell'essere umano.
L'autore con i suoi joint è sempre sul pezzo, pronto a dirti di quanto le cose continuino sempre di più a far schifo, che la storia non insegna niente e che troppi americani sono populisti, figli di un'ignoranza che mandano avanti come una sorta di rituale marcio e razzista.
Il dramma che sbatte in faccia l'autore con questo film è un cazzotto che arriva sparato dritto in faccia, il regista non è certo uno a cui piace andarci leggero, Lee, che come spesso capitava ai grandi registi e maestri che erano anche dei precursori, avevano già fatto tutta la loro feroce disamina sui conflitti razziali in America, anticipando le sommosse losangeline  scatenate dal pestaggio a Rodney King descrivendo un microcosmo di quartiere mai così reale.

Traditore

Titolo: Traditore
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Sicilia, anni Ottanta. È guerra aperta fra le cosche mafiose: i Corleonesi, capitanati da Totò Riina, sono intenti a far fuori le vecchie famiglie. Mentre il numero dei morti ammazzati sale come un contatore impazzito, Tommaso Buscetta, capo della Cosa Nostra vecchio stile, è rifugiato in Brasile, dove la polizia federale lo stana e lo riconsegna allo Stato italiano. Ad aspettarlo c'è il giudice Giovanni Falcone che vuole da lui una testimonianza indispensabile per smontare l'apparato criminale mafioso. E Buscetta decide di diventare "la prima gola profonda della mafia". Il suo diretto avversario (almeno fino alla strage di Capaci) non è però Riina ma Pippo Calò, che è "passato al nemico" e non ha protetto i figli di Don Masino durante la sua assenza: è lui, secondo Buscetta, il vero traditore di questa storia di crimine e coscienza che ha segnato la Storia d'Italia e resta un dilemma etico senza univoca soluzione.

Mi sono sentito tradito da Cosa Nostra che ha abbandonato quel sistema di valori al quale avevo consacrato il mio giuramento. La mafia aveva dei suoi valori, non si uccidevano i bambini e gli anziani confessa nelle prime battute Buscetta a Falcone. Ma quali valori? risponde subito il giudice come a far immediatamente capire il muro che c'è tra i due, una barriera che solo il tempo farà sì che si venga a creare una solida e robusta collaborazione.
Il Traditore è un ottimo film di mafia, una sorta di sigla del nostro paese quando si tratta di crime-movie, che riesce, grazie ad un importante budget e una galleria di attori tutti in parte, ha delinea un fatto sociale che spero tutti conoscano e che il film ci tiene a documentare cercando di essere il più verosimile possibile.
E'un film da guardare con i sottotitoli, dalle prove attoriali intense, da alcune roboanti scene d'azione, gli arresti, le torture, i continui cambi di location e infine il tribunale.
Un'epopea di più due ore e mezza dove tutto sembra predestinato per arrivare in quell'aula dove qualcuno si aspettava di sentire il ruggito dei leoni mentre invece sembravano esserci  solo squittii.
C'è una storia di legami di famiglia, di omicidi, di condanne, un rapporto di lavoro e poi di amicizia tra il boss dei due mondi e Falcone fino al climax finale dove tra le condanne (366) e la morte del famoso giudice con cui il pentito ha passato ben 45 giorni, assistiamo a tanti pezzi di storia d'Italia, praticamente l'ultimo ventennio del '900, che si concludono in un momento che avrebbe potuto cambiare le sorti della mafia e del paese ovvero quando Buscetta prova ad attaccare quello che per lui è il vero male: la politica e dunque Andreotti.