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giovedì 18 luglio 2019

I'll take your dad


Titolo: I'll take your dad
Regia: Chad Archibald
Anno: 2018
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un uomo, William, incaricato di far scomparire i cadaveri, scopre che una delle vittime è ancora viva.

Il quinto film di Archibald dimostra il talento e le idee di un regista che sempre di più va tenuto sott'occhio e che dovrebbe girare almeno tre film l'anno visti i risultati e gli spunti narrativi originali.
La storia di I'll take your dad, dal titolo non così entusiasmante è incredibile.
Un uomo tranquillissimo che vive con la figlia e che ha da poco perso la moglie si occupa di far sparire i cadaveri. Praticamente tutti i criminali lo conoscono e ne hanno paura perchè dietro di lui c'è una leggenda misteriosa come di qualcuno davvero pericoloso da temere a tutti i costi.
Con tutta la tranquillità e prendendosi i suoi tempi, l'uomo che vive in una casetta ai margini di tutto, scioglie le vittime, che i criminali vogliono far sparire, dentro vasche d'acido.
William però ha un suo codice morale e non uccide nessuno che sia ancora vivo.
Questo naturalmente creerà tutta una serie di incidenti incredibili.
Archibald però è molto abile ancora una volta ad inquadrare una vicenda che seppur folle denuncia sempre più la drammaticità della vita che dietro l'apparente situazione macabra, vede la coppia padre-figlia (stupendo il rapporto) ritratti dal cuore enorme ed un animo nobile, costretto lui e costretta lei, a scendere in compromessi con le avversità della vita.
Se è pur vero che la prima parte è quella che fa da padrona dove alcuni rimandi al cinema dei Coen non possono mancare e vero che Archibald con pochi attori e una location riesce a dare sempre enfasi e carattere alla storia senza farle perdere mai il suo fascino. Tutto questo vale per i primi due atti spaccati con l'accetta a differenza della carneficina finale, forse un po scontata e forse no, ma visto il tale insieme di elementi gestito così bene, senza ricorrere alla violenza, forse si poteva provare qualcosa di diverso.
Rimane un film interessante, con un ritmo straordinario, ottimi attori dove il protagonista è l'esatta copia di Rocco Siffredi tale Aidan Devine, davvero è difficile guardare il film senza pensare che non sia la stessa persona e anche in parte le espressioni sembrano le stesse.
Un film purtroppo sconosciuto che forse non avrà mai, come quasi tutto il cinema indie interessante, una valida distribuzione.
Di nuovo la coppia di fuoco Jayme LaForest (sceneggiatore) e Archibald tornano a lavorare insieme, e speriamo continuino, dopo Bite, HERETICS e DROWNSMAN

giovedì 18 aprile 2019

Fauve


Titolo: Fauve
Regia: Jeremy Comte
Anno: 2018
Paese: Canada
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 5/5

Due ragazzi giocano attorno a una miniera di superficie. La complicità si evolve in uno scontro in cui uno vuole prevaricare l'altro. Quando improvvisamente si impigliano nelle sabbie mobili, il dibattito finisce. Prendendo proporzioni più grandi della natura, questo gioco non si rivelerà innocuo come pensavano.

Fauve è uno dei più bei corti che abbia mai visto.
Essenziale, canadese in tutti i sensi, con un piccolo protagonista che sembra Vincent Cassel, un tema scomodo ma attuale e tanti pugni nello stomaco, doverosi per chi racconta una storia senza happy ending ma mostrando semplicemente che la vita non fa sconti a nessuno in particolar modo a ragazzi maldestri che sfidano il pericolo.
Competizione, paura, sopravvivenza, fuga. In sedici minuti l'opera di Comte è straziante senza regalare nulla allo spettatore e lasciando a riflettere sul livello di consapevolezza.
Rischiava di vincere agli Oscar per il miglior corto straniero. Peccato perchè a distanza di tempo, rimane ancora impresso nella retina con una forza e una lucidità notevole.



giovedì 11 aprile 2019

Madame Tutli Putli


Titolo: Madame Tutli Putli
Regia: Chris Lavis e Maciek Szczerbowski
Anno: 2007
Paese: Canada
Giudizio: 5/5

I passeggeri del treno (e la stessa madame Tutli-Pluti) sono anime ancora non consapevoli del loro trapasso. Continuano così a fare quello che facevano da vivi: gli appassionati di scacchi alle prese con una assurda partita, il tennista che si comporta volgarmente, il vecchio sempre addormentato. La consapevolezza (almeno per la madame) arriva quando le vengono rubati i bagagli (i ricordi della vita passata) e solo allora può avvenire il trapasso a miglior vita (la farfalla, simbolo di trasformazione e anche di rinascita).

Gli sceneggiatori di LOST avrebbero dovuto conoscere a memoria lo svolgimento di questo incredibile corto candidato agli Oscar. Un lavoro d'animazione in stop motion incredibilmente colto e in gradi di creare sentieri diversi e portare il pubblico a domandarsi se ciò che ha davvero visto sia l'intento degli autori. Un'opera singolare, non ci sono altri termini per definire ciò che vidi anni fa ma che per qualche strano motivo mi rimaneva così in mente.
A livello tecnico gli sforzi sono evidenti fin da subito. La vera forza del cortometraggio sta in una particolare innovazione apportata dove gli occhi dei personaggi sono infatti quelli di attori reali, girati dal vero e compositati in seguito sul volto dei pupazzi animati a passo uno.
Madame Tutli Putli ha impiegato più di cinque anni di lavoro, ma il risultato è impressionante anche nel suo chiamare forse involontariamente alla memoria tanti registi e tante idee di cinema già viste ma che qui attraverso un climax di forme e linguaggi trova una naturale e originale messa in scena.






lunedì 11 marzo 2019

Gutterballs


Titolo: Gutterballs
Regia: Ryan Nicholson
Anno: 2008
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un brutale e sadico stupro porta ad una serie di omicidi bizzarri e altamente violenti durante una festa da ballo organizzata in una sala da bowling. Uno dopo l'altro, i giocatori delle due squadre muoiono per mano di un misterioso killer…

Se dovessimo fare una classifica di tutte le maschere più imbarazzanti negli slasher, il carnefice di Gutterballs si aggiudica la menzione speciale.
Il film canadese di Nicholson è un palese omaggio agli anni 80, uno splatter di serie b e infatti non differisce molto da centinaia di altre pellicole sul torture porn, trash & revenge e rape & revenge (giusto per non farsi mancare nulla). Inserisce come location il campo da bowling, quasi tutto il film è in interni, la trama è campata in aria, infilando la solita galleria di personaggi patetici ed esemplarmente idioti. Due squadre che si affrontano, qualche fanciulla degna di nota, un certo sessismo in particolare sui trans e per finire uno stupro lunghissimo, tantissimo sangue e alcuni dialoghi inconsistenti e sboccati.
Per il resto non c'è molto al di là del fatto di perdersi per strada in più momenti, la regia poteva regalare più pathos tra i personaggi al posto di inscenare troppi dialoghi resi pesanti da campi e contro campi macchinosi come un partita di ping pong.



mercoledì 5 dicembre 2018

What Keeps you alive



Film: What Keeps you alive
Regia Colin Minihan
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Montagne maestose, un lago tranquillo e tradimenti velenosi inghiottono una coppia sposata che tenta di celebrare l'anniversario di matrimonio.

Colin Minihan è un regista canadese con 5 o 6 film all'attivo e diverse collaborazioni.
Il primo film in cui mi ero imbattuto era qualcosa di quasi vergognoso di nome Extraterrestrial
uno dei quei film che lo guardi e ti fai il segno della croce sperando che il mestierante non metta più mano su una telecamera.
Così non è stato. Il film in questione è un indi per certi versi molto anomalo dove la trama seppur non così originale riesce ad entrare nella psiche dello spettatore e da lì in avanti il film riesce dalla sua a trovare diversi elementi d'interesse.
Una coppia di lesbiche, una casa nella montagna sperduta, una coppia di vicini che sembrano conoscere una di loro e tante domande e misteri che la scrittura riesce bene a dosare senza rivelare tutto se non nel climax finale, piazzando almeno due scene difficili da dimenticare ( per chi come me soffre di vertigini dovrà fare molta attenzione).
Una carneficina che viene affrontata e messa in scena in modo atipico, dove l'azione e la violenza ci sono, ma sembrano sempre secondari alla psicologia dei personaggi e al genere che il film sembra scegliere, un mix tra giallo e thriller.
Le protagoniste entrambe riescono a trasmettere con le loro paure e i disagi quelle sensazioni che reggono per tutto il film e l'apoteosi di cattiveria messa in atto da una di loro non sembra poi così forzata di questi tempi, ma anzi ricalca diversi fatti di cronaca recenti.
Un film molto lento, con tantissimi primi piani, dialoghi dosati e la macchina da presa sempre sul punto di farci vedere il crollo delle protagoniste, in una storia che piano piano s'intensifica mettendole faccia a faccia in un duello mortale.
Un film molto indipendente che come stile di narrazione e messa in scena mi ha ricordato un altro film sconosciuto e da vedere assolutamente per i fan del genere, ancora più bello, di nome Butter on the latch



sabato 10 novembre 2018

Braven-Il coraggioso


Titolo: Braven-Il coraggioso
Regia: Lin Oeding
Anno: 2018
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Un taglialegna è costretto a difendere la sua famiglia da un pericoloso gruppo di trafficanti di droga.

Devo dire che non erano tanti i pretesti che mi hanno portato a vedere questo insulso film diretto da un mestierante qualsiasi tale Oeding.
C'era Momoa che di per sè non è proprio un motivo, visto che come attore è abbastanza incapace, tre/quattro espressioni al massimo, bensì Stephen Lang il co-protagonista, la location, il mood, insomma speravo che potesse esserci qualcosa. Così non è stato.
Braven è un caso anomalo di una storia che per quanto fagocitata in ogni maniera possibile e spesa in ogni location immaginabile, i boschi innevati del Canada, qui riesce ad avere nonostante tutto evidenti problemi di scrittura.
Ci sono un sacco di azioni inutili e momenti wtf, senza contare la marchetta a carhartt.
Nella prima parte alcune azioni dei personaggi non hanno alcun senso, soprattutto da quando padre e figlio vanno a rifugiarsi nella baita con il primo che dovrebbe comunicare al secondo di un ospizio visto che quest'ultimo và nei pub a combinare macelli e prendere ragazze sotto braccio scambiandole per l'ex moglie (ma chiunque lo picchierebbe malamente anche se è un vecchio).
Da lì in poi tutto viene strutturato come causa/effetto in modo direi sintetico e campato in aria, come se ad un certo punto, giunti nel bosco, abbiano fatto tutti (produzione e cast) una partita a nascondino in cui ognuno andava in una direzione diversa senza capire cosa capitava agli altri.
La maggior parte dei colpi di scena sono telefonati e l'happy ending finale è ridicolo quanto assolutamente e imprescindibilmente scontato. La famiglia americana non si tocca mai.
I personaggi compiono azioni che non hanno senso in tanti momenti.
La figlia di Momoa è incapace a recitare, il cattivo con lo stampino che uccide prima di fare qualsiasi cosa non ha senso, personaggi che nel bosco nei vari inseguimenti compaiono dal nulla. Momoa che ha pure dei "poteri" perchè avverte nell'aria il pericolo o in cinque minuti riesce a confezionare trappole meglio di McGuyver.
Lui e sua moglie essendo fighi non usano armi da fuoco, quasi mai. Lei l'arco e lui l'ascia (Bullet to the Head)
Insomma un casino colossale, ma dove sembra che sia stato addirittura inscenato apposta, perchè il budget c'era, il gruppo di cattivoni non dice niente di nuovo ma fa il suo dovere e poi ho trovato due o tre scene quasi copia/incolla da Warrior nei rapporti padre/figlio e marito/moglie.
Un disastro che si poteva prevenire ed evitare.




martedì 25 settembre 2018

Trench 11


Titolo: Trench 11
Regia: Leo Sherman
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Negli ultimi giorni della Prima Guerra Mondiale, un esperto di tunnel colpito da psicosi traumatica deve guidare una squadra alleata in una base tedesca nascosta … 100 metri sotto le trincee. I tedeschi hanno perso il controllo di un’arma biologica altamente contagiosa che trasforma le vittime in feroci assassini. Gli Alleati si ritrovano intrappolati sotterranei con orde di infetti, un’epidemia che si sta rapidamente diffondendo e una squadra di Assalitori tedeschi spediti lì per ripulire il disordine.

L'orrore della guerra ha ispirato nel corso degli anni diversi registi.
La metafora dell'orrore che si cela dentro bunker o a causa di esperimenti quasi sempre da parte dell'esercito tedesco è una peculiarità di questo sotto genere dell'horror.
Come nel film di Basset, Deathwatch, stessa epoca e stesse forze alleate, ma anche di Rob Green, Bunker(2001), Sherman cerca di fare qualcosa dove l'horror a differenza dei demoni interiori o delle suggestioni, diventa l'araldo su cui creare l'ennesima soluzione finale.
Il risultato è un esperimento terrificante e anche piuttosto originale quando penso all'orda dei soldati usati come una sorta di non-morti o infetti ma con connotati diversi grazie ad un'idea come dicevo piuttosto innovativa che strizza l'occhio a Cronemberg ma soprattutto al body horror con alcune scene splatter decisamente gustose e un'autopsia estemporanea visceralmente stimolante.
Un film che dopo una decina di minuti e giusto il tempo per elaborare il piano e trovare il gruppo di soldati ci catapulta verso un'intensità claustrofobica dove anche noi diventiamo bestie sotterranee. Un film che mischia tanti elementi, che ha visto molto cinema citando diverse pellicole e andandosi a piazzare tra le opere più interessanti degli ultimi anni sul tema war movie-horror-body horror-nazisti. Un film che a differenza di altri usciti negli ultimi anni che seguono più il filone d'intrattenimento, si prende maledettamente sul serio nella ricostruzione storica, nella scenografia e nel make-up, e le creature sembrano uscire proprio da uno di quei parti malati alla Cronemberg o compagnia simile.







sabato 1 settembre 2018

Hollow child


Titolo: Hollow child
Regia: Jeremy Lutter
Anno: 2018
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Un gruppo di creature maligne attrae bambini nel bosco. Una ragazza fa di tutto per salvare la sorella.

Sarà che mi basta leggere creature maledette unito a bosco e perchè no folklore che qualcosa si accende e a tutti i costi devo confrontarmi con quell'opera che sia riuscita oppure no.
Hollow child fa un bello scivolone quando in realtà riusciva dalla sua a creare una bella atmosfera perlomeno nelle scene in casa o quando la sorella maggiore cerca la sorella minore.
I mostri o le creature praticamente non si vedono e il film vira tutto su un elemento che non digerisco molto bene ovvero la sorella che torna cambiata perchè qualcosa si è impossessato di lei.
Da qui ovviamente Samantha dal passato oscuro, passando da una casa-famiglia ad un’altra, è l'unica ad accorgersene assieme ad una pazza a cui hanno rapito la sorella anni prima. Un thriller che non entra mai veramente nell'horror bazzicandolo e annusandolo da lontano che quando ti porta nella loro tana in realtà non si prende nemmeno lo sforzo di osare qualcosa di più.

giovedì 30 agosto 2018

Rakka


Titolo: Rakka
Regia: Neil Blomkamp
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

In un futuro distopico, gli alieni invadono la terra e si impongono sulla popolazione terrestre nel tentativo di controllarne le menti e ribaltare l’equilibrio del pianeta. Un gruppo di ribelli combatte l’invasione

Blomkamp dovrebbe continuare a fare di testa sua magari con studious e major pronti a dargli soldi a palate qualora servissero. L'idea dopo RAKKA continua a farsi spazio come di un artista sottovalutato con un talento enorme nel creare mostri e scenari post apocalittici.
Rakka è divino. C'è il massacro, la sopravvivenza, una nuova razza che sembra provenire dall'orrore cosmico e dalle pagine dei fumetti di Slaine, tanto sangue, assenza totale di ironia e il genere umano che si merita l'estinzione.
Il regista ha confermato che la Oats Studios - Volume 1 sarà composta da tre corti in totale, tutti della durata di 20-25 minuti: «L'obiettivo è capire se la gente sia interessata al progetto e voglia pagare per il Volume 2 in futuro» e la risposta mi pare abbastanza ovvia dopo i trascurabili Chappie

Tra i tanti meriti bisogna annoverare quello di essere in grado di aver creato un universo alternativo funzionante e funzionale oltre che affascinate e di riuscire ad instillare negli spettatori la voglia di volerne sapere di più sperando in un continuum tra le storie che porti magari ad un'altra opera come DISTRICT 9.

mercoledì 9 maggio 2018

Nova Seed


Titolo: Nova Seed
Regia: Nick DiLiberto
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Il mondo è minacciato dal diabolico dottor Mindskull e le forze di potere pianificano di fargli affrontare un feroce campione. Strappato da una sanguinosa arena di combattimento, l’uomo-leone Nac viene ammanettato e messo al servizio di chi governa. Dopo essere stato condotto in un deserto, Nac fugge ai suoi rapitori con il premio che tutti vorrebbero nelle loro mani. Nel frattempo, uno spietato cacciatore di taglie si mette sulle tracce di Nac, senza dargli tregua.

Nova Seed è un indie d'animazione alternativo e particolare.
Un film low-budget che ho avuto la possibilità di visionare grazie al sito Film per Evolvere (dateci un'occhiata è il vero paradiso dei nerd del cinema).
Il film ha qualcosa che non vedevo da tempo.
Una chimica nello sperimentare formule, personaggi grazie anche ad un montaggio fantastico e delle musiche indimenticabili. Tante le ispirazioni da Laloux a Jo Beom-jin, Luc Besson con il Quinto Elemento in particolare tantissimi altri film non si contano davvero in tutto il film.
In Nova Seed convivono e convergono un sacco di mondi e pianeti incastrandosi perfettamente e allineandosi mostrando così una galleria di personaggi e creature ammirevole.
L'animazione non è in c.g e non è delle più recenti ma ancora una volta risponde alla domanda che quando la storia è buona puoi mettere anche un'animazione posticcia e antiquata come avevano fatto all'inizio quei geni di South Park che tanto non andrai a rovinare nulla e la macchina continuerà a funzionare.


King Kong(2017)


Titolo: King Kong(2017)
Regia: Lo Xu-Ming Tong
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Eliza e suo fratello Damian vivono a Toronto con la madre. Dopo l'incidente di quest'ultima, i due ragazzi intraprendono un viaggio alla volta di Montreal per ricongiungersi col padre.
La storia è focalizzata su Eliza, una giovane teenager. Dovendosi prendere cura di suo fratello e del loro benessere, questo viaggio rappresenta per lei il primo passo nel mondo da donna indipendente carica di responsabilità.

Il corto canadese in questione improntato su temi sociali è uno spaccato sulle nuove generazioni. Appena adolescenti alcuni giovani adulti si ritrovano responsabilità e doveri che dovrebbero appartenere solo ai genitori. Il risultato può essere una bomba ad orologeria come Eliza che oltre a dover badare al fratello (come accadeva per il lungo indie sempre del festival di questa edizione HURRY SLOWLY) ha tutta una serie di irrisolti con il padre che la porteranno ad un climax finale potente e dinamico, un urlo disperato di quanto i ragazzi abbiano bisogno di essere visti e seguiti dai loro genitori soprattutto nei momenti più bui della propria vita.
King Kong è fortemente d'impatto dal punto di vista emotivo, crea per i suoi quasi venti minuti tutta l'atmosfera che andrà ad esplodere nel finale.


giovedì 14 dicembre 2017

Les Affames

Titolo: Les Affames
Regia: Robin Aubert
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 4/5

Un gruppo di sopravvissuti deve affrontare un'apocalisse zombie nelle campagne del Quebec, tra boschi, prati, e case isolate.

Les Affames è l'ennesimo film di zombie che racconta l'itinerario di un gruppo di sopravvissuti.
L'idea è praticamente quanto di più comune abbiamo visto negli ultimi anni e fin qui sembrerebbe un film come un altro se non fosse che Aubert sembra essersi studiato attentamente ogni inquadratura. Il ritmo nonchè l'azione divora letteralmente i protagonisti, gli zombie e gli spettatori. Con alcune leggere tamarrate come la mattanza di Celine che senza stare a spoilerare è pura adrenalina al femminile con un finale nel bosco che provocherà qualche lacrimuccia.
Les Affames più si narra e più assume contorni e intenti sempre più interessanti in primo luogo da un'atmosfera tesa e rarefatta, in cui sembra esserci sempre uno strato di nebbia come a lasciare tutto in uno stato di sospensione. Esistenzialista, grondante sangue e con livelli di gore molto alti, ad un tratto c'è un vero e proprio geiser di sangue, il film riesce come dicevo a non sembrare ripetitivo, visto il tema, non è un caso che sia canadese dal momento che molti registi indipendenti, soprattutto nell'horror post contemporaneo vengono proprio da quei territori inesplorati e intatti.
Dicevo che l'atmosfera ma anche il senso di sconforto prevale tra tutti, i dialoghi ridotti, il passato che non emerge se non da espressioni intrise e colme di sofferenza con diversi momenti costellati da battute sferzanti e intrise da un ferocissimo humour nero.
Il film ad un tratto, dal secondo atto in avanti, prende una piega vagamente surreale con i non morti che costruiscono un vero e proprio totem che ricorda quanto di più bello scritto dal sociologo francese Durkheim sull'argomento.


sabato 9 dicembre 2017

Crescent


Titolo: Crescent
Regia: Seth A.Smith
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Una casa grigia si erge isolata su una costa. Una donna sola e devastata dal dolore vi si è rifugiata con il suo bambino di due anni. Dipinge, cura il bambino, passeggia in riva al mare. Di notte, dall'acqua emergono figure minacciose che la chiamano. Incubi o fantasmi concreti di un passato non sepolto. Sospeso tra surrealismo lynchiano e orrore psicologico, un racconto tormentoso sulla fatica di vivere.

Quando sento che figure minacciose emergono dall'acqua penso all'orrore cosmico, ai fomori, Oannes oppure al bellissimo film di qualche anno fa al Tff e sempre nella sezione After Hours Evolution.
Crescent è un film d'atmosfera e di colori che si mischiano l'uno con l'altro per creare quelle contaminazioni che la protagonista cerca di portare avanti, in particolare la tecnica della marmorizzazione, tecnica di arte vista che ben si presta per sottolineare gli stati di sospensione spiritica dei protagonisti.
Una pausa. Un momento di riflessione per se stessi e per starsene in pace e tranquillità con il piccolo nascituro a poche ore dal funerale del marito/padre.
Ci sono luoghi però che richiamano il passato e soprattutto i fantasmi che esso provoca e in tutto ciò l'acqua, un certo tipo energia rilasciata dall'oceano, può ridare enfasi e vita a chi non c'è l'ha.
In tutto questo Beth cerca di dare una spiegazione ad alcuni strani e anomali eventi soprattutto di notte che la portano a diventare paranoica, sonnambula e mettere da parte il piccolo Lowen in quella che a tutti gli effetti risulta come un "limbo" che rischia di imprigionare le anime perse in attesa di raggiungere un luogo definitivo.
Proprio quando ci avviciniamo all'orrore che è però più legato all'inquietudine di aver paura che il bambino possa farsi del male da solo rispetto a Beth e alla ricostruzione di un passato/presente che si miscelano. Una contaminazione che proprio come i colori, trova in questa tecnica pittorica suggestiva che richiama tanto la video arte con alcuni eccessi di cura estetica davvero impressionanti oppure di questi strani ospiti tra cui una sorta di guardiano con una ghigna e una trasformazione finale funzionale e che richiama le creature degli abissi per non parlare dell'uomo pitturato o dell'uomo paguro.
Un film disturbante, minimale, che ripeto fa dei suoni e dell'atmosfera il suo punto di forza, rimanendo derivativo quando cerca di spiegare troppo o di svelare tutti coloro che emergono dall'acqua per una sorta di sacrificio finale.



martedì 5 dicembre 2017

Limina

Titolo: Limina
Regia: Joshua M. Ferguson
Anno: 2016
Paese: Canada
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Un* ragazz* gender-fluid di nome Alessandra che, guidat* da innocenza e intuizione, è curios*
della vita degli abitanti di una piccola città pittoresca che decidono di giocare un ruolo attivo nel
processo di lutto di una donna sconosciuta.

I canadesi come sempre sanno distinguersi per come affrontano alcune tematiche.
Limina, in concorso anch'esso, è notevole quanto estremamente particolare soprattutto per cercare di analizzare il punto focale del corto di '15. Una chiesa, una bambina gender straordinaria e sempre sorridente e il suo compito che metaforicamente potrebbe essere quello di custodire una candela che deve rimanere sempre accesa.

Con una fotografia tutta virata tutta verso il rosso e l'arancione e i colori accesi e autunnali, Alessandra scoprirà presto di avere uno scopo e un ruolo aiutando una donna che soffre a superare le difficoltà diventandone amica e facendosi custode dei suoi segreti.

mercoledì 15 novembre 2017

Black Mountain Side

Titolo: Black Mountain Side
Regia: Nick Szostakiwskyj
Anno: 2014
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un thriller su un gruppo di archeologi che scopre una strana struttura nel nord del Canada, risalente a oltre 10 mila anni fa. La squadra si ritrova isolata quando i loro sistemi di comunicazione non funzionano e non molto tempo dopo cominciano a sentire gli effetti della solitudine.

L'esordio di questo regista dal nome impronunciabile è una bella sorpresa dal Canada che non smette mai di regalare alcune perle soprattutto nell'horror.
Black Mountain Side cerca di raccogliere vari elementi e tessere una trama sicuramente originale e interessante, attingendo dall'antropologia nuove specie viventi che sembrano essere esistiti millenni prima, cercando poi di inserire suddetto elemento con le caratteristiche dell'horror.
Diciamo subito che ci sono alcune importanti ispirazioni di cui la più grande e del maestro Carpenter è sicuramente LA COSA diventa subito l'elemento che più si assimila in quest'opera anche se più per le ambientazioni che non per le azioni dei personaggi. Azioni che purtroppo tendono ad essere come l'anima del film abbastanza derivative dove tra sospetti e tensioni il film ci mette parecchio prima di inserire la marcia e pur facendolo rimane comunque limitato per quanto concerne splatter, frattaglie e trasformazioni. Tutto si consuma nella casa senza troppi colpi di scena. L'elemento misterioso, ovvero la nuova civiltà scoperta, all'inizio, sembra innescare quel guizzo per cui magari ci troviamo di fronte a un'opera che sa scavare nel mito e nelle leggende per trovare materiale originale.
Però proprio su questa non riesce a dare quella spinta propulsiva che mi aspettavo parlando comunque di Inuit, perchè qua quello che viene risvegliato dai ghiacci e ben altra cosa che rimanda più per certi aspetti all'orrore cosmico di Lovecraft, negli ultimi anni sdoganato per fortuna con alcune buone e intense opere, dove le voci vengono sussurrate dall'entità risvegliata e la follia come sempre in questi casi avvolge tutti facendoli diventare cospiratori e carnefici.
Un film per certi versi a metà. Bastonato dalla critica e da molti blogger, diventa l'opposto di alcuni film horror più votati all'azione, anche LA COSA lo era, per prendere le giuste distanze e lavorare di suspance e dialoghi, non riuscendo sempre ad essere appagante nella sua messa in scena ma dimostrando un buon talento che lavora più di privazioni che di aggiunte.



sabato 23 settembre 2017

Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


domenica 10 settembre 2017

February

Titolo: February
Regia: Oz Perkins
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti..

Ci metti un po all'inizio a capire chi sono le protagoniste e quali sono i diversi nomi dal momento che sembrano essere inizialmente tre poi quattro nella storia o nelle varie storie tutte comunque collegate. Un film praticamente tutto votato al silenzio, una camera e una regia pulita e molto autoriale che cita e ricorda tanto nostro cinema del passato e un'amore sconfinato per i classici.
Perkins ci mette un po a partire lasciando dilatati i tempi, ma non troppo, per scoprire chi lo popola, mostrarci questo college isolato, spettrale e labirintico, e alcuni personaggi a partire da Bill questa sorta di prete che si prende cura del destino della protagonista visto che le ricorda la figlia standole sempre col fiato sul collo ed entrando nella sua stanza quasi di soppiatto, il direttore Gordon personaggio molto enigmatico e criptico e infine un altro tipo in una rimesssa inginocchiato davanti ad un forno enorme che si mette a pregare Satana.
Pur non scoprendo le carte e lavorando molto sulla suspance, Perkins lavora tutto di sguardi, di primi piani, segue queste ragazze anche abbastanza simili nell'aspetto, almeno le due bionde, per questi corridoi vuoti e bui con una fotografia di ghiaccio che aumenta ancora di più questa sorta di limbo temporale in cui sembrano trovarsi tutti.

I personaggi rappresentano una copertura di quello che invece è una sorta di disegno malvagio e satanico di chi abita vicino a questa struttura e forse controllano una delle tre protagoniste rivelando in realtà chi si nasconde dietro questi personaggi (donne che hanno parrucche senza sopracciglia e tutto il resto). Con un sotto filone satanico con rimandi alla possessione, il film di Perkins, figlio del celebre attore, è sicuramente tra gli horror più importanti della stagione. 

martedì 25 aprile 2017

Void


Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per Baskin.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di Cabal, Baskin e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno Editor, Father's day ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: Extraterrestrial e VVitch.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


martedì 7 marzo 2017

Heavy Metal

Titolo: Heavy Metal
Regia: Gerald Potterton
Anno: 1981
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Uno strano tipo d'astronauta torna a casa portando con sè il Loc-Nar, un piccolo meteorite verde. Appena varcato l'uscio di casa l'uomo viene polverizzato dal malefico meteorite davanti agli occhi dell'inerme figlioletta. Il Loc-Nar inizia così a raccontare le sue tremende vicissitudini alla bambina, affinché possano valere come lezione di vita sulle smanie di potere del genere umano.

Quando penso ad alcune pellicole storiche per quanto concerne l'animazione non posso non includere questo master di Potterton, il quale assieme a tante altre opere significative hanno saputo dare enfasi e spirito al genere. Heavy Metal poi senza nemmeno farlo apposta è un precursore nel suo viaggio spazio tempo a cercare storie e creare trame diverse anche se legate da un filo invisibile.
Tutto gode di una libertà, una magia e un'armonia che si respirava in alcuni periodi e che spesso con la c.g l'animazione moderna rischia di perdere.
Quando il film venne citato in un celebre episodio di SOUTHPARK mi resi conto che dovevo assolutamente vedere questa fondamentale perla che riesce a contaminare più generi dalla sci-fi uniti al fantasy e infine l'horror in modo molto equilibrato e suggestivo.
Il film è ispirato ad un celebre fumetto franco-canadese uscito nel 1974 di nome Metal Hurlant che tra l'altro potrebbe avere qualche analogia con il libro di Evangelisti Metallo Urlante, una raccolta di storie con tanti punti in comune.

A questo film tra l'altro collaborarono disegnatori come Moebius, Dan O'Bannon e Richard Corben mentre sulla soundtrack ci sono gruppi come i Black Sabbath, i Blue Oyster Cult e i Nazareth. Il film tra l'altro venne prodotto da un Ivan Reitman alle prime armi. Al di là della trama e di alcune storie che potranno sembrare ormai datate, il film mantiene un fascino e un'atmosfera davvero unica e potente in grado di restituire quella fama e rendere giustizia al lavoro che Potterton e soci meritano soprattutto inserendo alcuni sprazzi erotici che per il tempo non erano affatto scontati.

giovedì 21 luglio 2016

Bite


Titolo: Bite
Regia: Chad Arcibald
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Durante la sua "fuga" per l'addio al nubilato, la futura sposa Casey viene morsa da un insetto sconosciuto apparentemente innocuo. Dopo il ritorno a casa Casey è spaventata e tenta di rimandare il suo matrimonio, ma prima che lei sia in grado di farlo inizia una strana mutazione che mostra i tratti di un insetto. Tra la sua trasformazione fisica e la sua ansia per le nozze, Casey soccombe ai suoi nuovi istinti e inizia la creazione di un alveare che non solo ospita le sue uova traslucide, ma si nutre della carne di altri. Mentre la sua trasformazione diventa completa, Casey scopre che tutto può cambiare con un solo morso.

Il body horror continua a sfornare pellicole. Perchè piace come sotto genere dell'horror?
Semplice perchè parla di corpi. Ma non di corpi qualsiasi. Parla di corpi femminili come è capitato per quasi tutte le ultime pellicole senza però dimenticare che uno degli esempi di questo cinema è stato LA MOSCA di Cronemberg.
I risultati purtroppo non sono sempre appaganti come nel caso di Contracted a differenza invece di un Thanatomorphose
che fin da subito rivela tutt'altro spessore.
Quest'ultimo è il migliore finora. Vera perla dell'indie con pochissimi mezzi è stato in grado di farmi quasi vomitare ma allo stesso tempo riflettere riprendendo e attualizzando il tema della trasformazione.
Ora che sia una malattia sessualmente trasmissibile, il morso di un insetto, un'opera come metafora della marcescenza del corpo, tutto è funzionale affinchè si abbia l'incidente scatenante, la causa dell'epidemia e il focolare della mutazione fisica e mentale nonchè sociale.
Bite è interessante come combina le location in particolar modo la casa trasformandola in un nido dove nutrire le larve d'insetto.
Di nuovo la casa, come anche nel film di Falardeau, diventa il luogo dell'origine, della gestazione, della crescita.
"E' tutto iniziato con mia cognata che era tornata da un viaggio nella giungla del Guatemala, ed era coperta di diverse punture di insetto. Ogni anno migliaia di nuovi insetti vengono scoperti così ho pensato, -Wow, come fai a sapere che cosa ti ha morso?- e poi ho pensato, -Che cosa succederebbe se uno di quei morsi continuasse a peggiorare?-. Da qui l'idea è nata abbastanza facilmente. Ho iniziato a fare ricerca su come i vari insetti esotici si riproducono e sul loro istinto di conservazione. E' pazzesco e interessante."