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lunedì 11 febbraio 2019

Down-Into the dark


Titolo: Down-Into the dark
Regia: Daniel Stamm
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 5
Giudizio: 2/5

Un paio di persone rimangono chiuse in un ascensore dentro l'edificio di lavoro

L'idea di far funzionare un lungometraggio all'interno di un'unica location è stato già uno degli intenti in questa antologia horror per la Hulu.
New year, new you, il quarto episodio, era ambientato tutto in una villa con piscina, riuscendo solo in parte a rendersi accattivante e stimolante. Down è più complesso, i due protagonisti a differenza delle ragazze della festa di Capodanno non si conoscono, sono in un ascensore dove il senso claustrofobico aumenta vertiginosamente, è sono costretti a dividere uno spazio ristretto senza niente che possa aiutarli.
Non ci vorrà molto prima che inizi una lenta carneficina che gioca tutto in un rapporto sadico e perverso tra vittima e carnefice dove vengono "scambiati" spesso i ruoli, e soprattutto nel secondo atto si cerca quel colpo di scena che in casi come questi deve essere molto incisivo e in linea con quanto prima mostrato per non risultare invece l'elemento che rischia di deflagrare tutto l'impianto costruito fino a quel momento.
In parte è così. 90' in un unico spazio risulta ancora una sfida ambiziosa. Stamm cambia completamente le carte in tavola mostrando il contrario di tutto e lasciando soprattutto il personaggio di Guy a cercare di essere carnefice, stalker, e infine un succubo che non riesce a cogliere la natura complessa e stratificata di Jennifer.
Un finale piuttosto campato in aria, dove ancora una volta si cerca di valorizzare il fatto che non esista bene o male ma un profondo egoismo di fondo.


mercoledì 6 febbraio 2019

Ghoul


Titolo: Ghoul
Regia: Patrick Graham
Anno: 2018
Paese: India
Stagione: 1
Episodi: 3
Giudizio: 3/5

In una remota prigione militare arriva un nuovo detenuto che il governo ritiene molto pericoloso: è il temuto terrorista Ali Saeed Al Yacoub. Per condurre il suo interrogatorio viene inviata sul posto una donna soldato, Nida Rahim, che ha dimostrato in precedenza abilità e senso del dovere al di fuori della norma, tanto da aiutare le autorità ad arrestare il proprio padre. La giovane agente, però, si renderà conto che il criminale nasconde delle abilità soprannaturali di matrice demoniaca che gli consentono di conoscere i segreti più intimi di tutti i militari nel carcere e di utilizzarli contro di loro. Il terrorista prenderà il controllo dell'intero carcere, ma Nida riuscirà ad affrontare questa nuova missione?

Le mini serie quando hanno temi accattivanti sono le benvenute a dispetto di serie infinite con ad esempio 20 episodi a stagione.
Il tempo è importante. Ghoul si trova tra Netflix e Blumhouse (che stimo sempre di più per il loro coraggio). Il risultato è un prodotto d'intrattenimento interessante sotto certi aspetti, che cattura un taglio internazionale pur essendo un prodotto indiano, una cinematografia, che tolta Bollywood da noi non è ancora molto conosciuta quando invece dovrebbe vista l'enorme capacità di avvicinarsi e indagare il noir, il poliziesco e l'horror.
In questo caso ci sono diversi aspetti che decretano un significativo passo avanti per le produzioni e per cercare di sfruttare il tema della possessione, che andrà sempre di moda, e mischiarlo con un futuro distopico ( che poteva anche non esserci dal momento che risulta slegato in parte dalla vicenda), una scenografia quasi interamente in una prigione e il folklore locale legato alla storia dei demoni Ghoul o Jiin onnipresente anche in Medio Oriente.
Diciamo pure che Graham aspetta un po prima di concedere azione e ritmo in abbondanza.
Il primo episodio parte in sordina facendo incetta di particolari, alcuni utili, altri trascurabili per andare subito a raccontare i personaggi e la piramide sociale presente nella prigione, con tutte le regole e i ruoli che la donna piano piano comincia a ricoprire. In questo caso anche il tema del terrorismo per quanto ultimamente risulti abbastanza abusato è funzionale, come scusa per lo stato ad usare qualsiasi mezzo contro i prigionieri o presunti complici, facendo soprattutto leva sui parenti e sulle minacce.
L'aspetto su cui ruota meglio la vicenda legata proprio alla caratterizzazione della protagonista, una poliziotta cazzuta che pur di aiutare la giustizia arriva a denunciare il proprio padre.
Ci sono diverse sotto storie, alcune delle quali ho trovato macchinose o abbastanza inutili al ritmo della vicenda, che quando parte, sa sicuramente avere un ottimo ritmo, senza mai essere pretenziosa, cercando invece di restare incatenato alle sue radici.
Sinceramente mi aspettavo qualche jump scared maggiore, contando che dalla metà del secondo episodio è quello l'obbiettivo del regista.
La mattanza avviene con alcuni twist finali abbastanza telefonati a parte l'epilogo che ho trovato interessante, crudo e spietato nella sua logica perversa a danno di un'altra logica legata alla corruzione e all'abuso di potere del governo indiano.


Flesh & Blood-Into the dark



Titolo: Into the dark-Flesh & Blood
Regia: Patrick Lussier
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 2
Giudizio: 2/5

Un’adolescente affetta da agorafobia, non ha mai lasciato la casa dopo l’omicidio di sua madre, che rimane irrisolto. Mentre è sotto la cura del suo adorabile padre alla vigilia del Ringraziamento, Kimberly inizia a sospettare di essere in pericolo e che sono sempre le persone che ami a ferirti di più

Dopo Halloween, stavolta si affonda la lama sulla ricorrenza all-american del Thanksgiving Day, anche se qui l'elemento viene praticamente ignorato.
Questa nuova saga horror, dopo il primo simpatico episodio, non riesce purtroppo, causa uno script troppo inflazionato, ad avere il giusto ritmo per tutti i suoi ottanta minuti.
Lussier anche se finisce spesso su sentieri sbagliati, aveva diretto il divertente Drive Angry, film odiato da tutti, riuscendo in quel caso a dimostrare di saper far funzionare due attori come Cage e la Heard. Qui per assurdo l'unica cosa che funzionano sono gli attori, ma i colpi di scena vengono praticamente intuiti durante il primo atto e il climax finale è ridicolo.
Purtroppo mancano tutti quegli strumenti legati all' inventiva e alla gestione della suspance che a parte il cast, Lussier prende una strada da cui non è possibile imboccare una deviazione, proseguendo in un continuo aprirsi e chiudersi dell’ipotesi principale, finendo per arrivare alla più ovvia delle conclusioni, senza aver mai veramente instillato il dubbio.

New Year, new you-Into the dark


Titolo: New Year, new you-Into the dark
Regia: Sophia Takal
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 4
Giudizio: 2/5

Nell’era della mania della “cura di sé”, un gruppo di amici millennials si riunisce per la riunione notturna delle ragazze a Capodanno per ricollegarsi e reminiscenza. Ma mentre iniziano a ripassare vecchi ricordi e rivisitare un vecchio gioco “Never, Have I Ever”, riemergono lagnanze e segreti che stanno nascondendo in modo nefasto e sorprendente.

Al di là di qualche twist finale, il quarto episodio della saga Into the dark, di nuovo si abbassa di livello, contando che l'episodio in questione, in 80 minuti, fatica decisamente a decollare.
Quando lo fa, oltre il secondo atto, la situazione è abbastanza chiara e palese.
Il tema della vendetta reciproca non è originale, sfruttare le app e i social per i millenials invece sì, elemento che Takal non sempre però riesce a seguire in maniera astuta, attingendo così da problemi reali alcuni buoni colpi di scena.
La carneficina arriva solo nell'ultimo atto, spostando la dicotomia vittima/carnefice, e lasciando così lo spettatore, che non empatizza con nessuno dei quattro personaggi, ad assistere a questo tira e molla purtroppo già visto.
C'è da dire che anche il cast non aiuta molto a parte la high-school friend Danielle che pur di avere like e conferme chiede alle amiche di rivelare ai suoi follower i loro segreti nascosti in modo da ottenere in questo modo ancora più visualizzazioni e popolarità.
A mio avviso se la scrittura si fosse concentrata maggiormente su questi tumori sociali che rischiano di creare importante ferite nei rapporti sociali e sulla percezione dell'identità, avrebbe giovato.
In più il fatto che sia tutto in un'unica location senza azione se non nel finale diventa davvero lento e noioso.

Pooka-Into the dark


Titolo: Pooka-Into the dark
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2018
Paese: Usa
Serie: 1
Episodio: 3
Giudizio: 4/5

L'episodio di Into the Dark si concentra su un attore che pare possa dar vita a Pooka, iniziando uno strano viaggio allucinatorio e pericoloso. Quella che all'inizio è solo una distrazione innocente e un lavoro stagionale, per l'attore diventa un incubo quando Pooka inizia a prendere possesso della sua mente.

Tocca al Natale dopo Halloween e la Festa del Ringraziamento. E chi ha dare nuova linfa alla serie se non uno dei registi contemporanei più interessanti. Vigalondo lascia da parte la scifi per concentrarsi su questa storia che riesce a mettere assieme, horror puro, costumi che prendono "vita", salti temporali ed esecuzioni che non ti aspetti.
Grazie ad una buona sound track, un motivetto fastidiosissimo e un montaggio perfetto, una fotografia che esalta i colori soprattutto i rossi nelle scene di sangue, Vigalondo porta a casa l'episodio per ora più valido e accattivante.
L'elemento che più traspare nell'episodio è quello della paranoia che contagia Luke il protagonista e noi con lui che non sappiamo quando una cosa è vera o no, oppure se è stato davvero lui o il costume, il responsabile di alcune trucide mattanze.
In questo tira e molla, passando dall'orrore alla commedia con dei salti da gigante, Pooka finora si dimostra il più serio, quello che va oltre e racconta la paura che può fare un giocattolo per i bambini e soprattutto riesce ad essere un film fatto e finito. Magari qualcuno nel mascherone inquietante rivivrà gli orrori del coniglio di Kelly.
Sicuramente il più coraggioso e maturo finora visto.




The Body-Into the dark



Titolo: Into the dark-The Body
Regia: Paul Davis
Anno: 2018
Paese: Usa
Serie: 1
Episodio: 1
Giudizio: 3/5

“Gli omicidi di un killer sofisticato con una visione cinica della società moderna diventano più difficoltosi quando deve trasportare un corpo nella notte di Halloween, ma tutti sono follemente innamorati di ciò pensando che sia il suo costume da assassino”.

Senza infamia ne gloria.
Il primo episodio della serie Into the dark, con il compito ogni mese di mostrarci una festività diversa.
Vi ricordate Holidays l'horror diretto a più mani del 2016. In quel caso il tempo a disposizione dei registi era una timeline da cortometraggio e l'intento era molto simile, infatti, in quel caso, i temi qui seppur indirizzati al tema della festività (Natale, Pasqua, Halloween, Festa della mamma, San Valentino) cercavano di sviluppare un'idea in particolare, dalla setta alle nuove tecnologie, al desiderio e alla vendetta, e infine al ritrovamento e alla nascita come metamorfosi.
In parte ci auguriamo che sia così anche in questo caso.
The Body gioca con un elemento per tutta la sua durata. L'elemento in questione Wilkes decide di portare le cose ad un livello ancora più alto, trasportando la sua ultima vittima in bella vista, assumendo, correttamente, che i festaioli di Los Angeles, semplicemente, saranno incantati dal suo elaborato "costume".
Alla fine verrà scoperto e la sua diventerà una battaglia di volontà e ingegno.
Davis però non cerca di prendersi mai troppo sul serio, passando da una location all'altra, attraverso una galleria di personaggi abbastanza sopra le righe tra cui cerca di farsi spazio senza riuscirci Ray Santiago. Per ultimo un finale perlomeno divertente che sicuramente ha il merito, come il resto dell'episodio, di alternare gli stati d'animo avvicinandosi più ai toni ironici e grotteschi.

mercoledì 23 gennaio 2019

Upgrade


Titolo: Upgrade
Regia: Leigh Whannell
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Grey Trace è un meccanico vecchio stile, rimasto disoccupato quando le auto tradizionali hanno iniziato a diventare obsolete in favore di vetture dotate di intelligenza artificiale alla guida. Sua moglie invece è una donna in carriera dalle rosee prospettive. Grey la convince ad accompagnarlo quando va a riconsegnare un'auto che ha rimesso a nuovo al ricchissimo Eron Kreen, ma sulla strada del ritorno l'IA della vettura della moglie impazzisce e li conduce nei bassifondi, dove vengono aggrediti. La moglie finisce uccisa e Grey paralizzato, ma Eron prende a cuore la sua situazione e si offre di ridargli la mobilità impiantandogli un chip sperimentale, STEM, che è in grado di controllare per lui il suo corpo. Grey accetta e usa la ritrovata mobilità e le capacità del chip per avere vendetta sugli assassini di sua moglie.

La sci-fi quando è scritta bene sa ancora come stupire e intrattenere.
Essendo uno dei generi più difficili e complessi del cinema, spesso sfocia in storie pacchiane, effetti in c.g eccessivi e fuorvianti e infine scenari apocalittici.
Forse è per questo che l'alternativa in parte è diventata il genere post-apocalittico, in cui negli ultimi anni, sono usciti una cifra incredibile di film, molti dei quali validi.
Upgrade è proprio fantascienza invece. Di quella che si prende sul serio, picchia forte e non lascia tregua e finali strappa lacrime o happy ending scontati.
La scifi quasi mai regala finali a lieto fine.
Leigh Whannell è un attore e poi regista che alla seconda opera, si stacca dalla Wan factory dopo quel film insulso, come quasi tutta la saga di Insidious 2, libero di raccontare il mondo che più gli interessa dimostrando un talento incredibile.
Grazie anche ad un cast perfetto, Marschall-Green dopo Invitation mette a segno un'altra grande prova, il film riesce a rimanere sempre a galla con un ritmo e un montaggio minimale, passando per una fotografia e una messa in scena che richiamano tanti bei b-movie e una voglia di raccontare una storia ribaltando, come dovrebbe capitare, tutte le regole nel climax finale.
Sintetizzato come un revenge-movie, il film è molto di più, la storia cresce, si dipana, a volte è distorta e non sempre e meccanicamente perfetta, ma averne di film del genere, in un mercato sempre più inflazionato da prodotti, in cui a farla da padrone, sono i gusti del pubblico.
Upgrade è uno dei migliori film del 2018 sia come action-movie, come revenge-movie e come film di scifi.



sabato 18 novembre 2017

Happy Death Day

Titolo: Happy Death Day
Regia: Christopher Landon
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tree si sveglia sempre nello stesso giorno, quello del suo compleanno, e nello stesso letto, quello di Carter, senza sapere come ci sia finita. Ma alla fine di quel giorno Tree muore, per le coltellate di un maniaco che indossa una maschera da bambino piccolo. Per spezzare l'incantesimo Tree deve individuare e fermare l'assassino.
Con un film in cui il momento di svolta è accompagnato dalle note di Confident di Demi Lovato, a sottolineare con enfasi che la nostra eroina ha deciso di affrontare di petto il nemico, occorre confrontarsi seguendo canoni critici differenti dalla norma.

E si ritorna a ripescare soggetti e trame del passato.
Qui RICOMINCIO DA CAPO che incontra l'horror anni '80 sul modello di SCREAM e altri suoi ibridi.
Un'idea che ha un elemento interessante ovvero mischiare il cinema di genere con questo schema di ripetere le giornate all'infinito a meno che non venga superata una prova o raggiunto un obbiettivo.
La parte iniziale del film è la migliore se non altro per la protagonista che a tutti gli effetti è di un'antipatia rara che seppur una bella fanciulla, diventa la solita cheerleaders bionda senza carattere e anima. In realtà non sarà poi così e uno sicuramente dei fattori positivi e proprio quello di caratterizzare bene il suo personaggio e altri coprotagonisti.
Il problema grosso del film arriva quando il regista prova una mossa azzardata e controproducente, a meno che non si abbia un talento alla scrittura che di solito non coincide mai con la regia, unendo commedia romantica e thriller slasher.

Dopo che Tree capisce che il nerd di una notte e via forse può aiutarla a risolvere il mistrero e scoprire chi c'è dietro la maschera, il film sembra riprendersi contando su un buon elemento, ma dopo poco il colpo di scena diventa assolutamente prevedibile (peraltro già a metà film) e le false piste non ottengono nulla di buono a meno che non ci troviamo di fronte all'ennesimo pubblico che fagocita qualsiasi cosa senza avere niente da dire e senza capire che la logica serve e bisogna tenerla allenata. Questo film proprio da questo punto di vista ne esce proprio male senza nessun guizzo e con un climax finale telefonato e prevedibile.  

domenica 15 ottobre 2017

Lowriders

Titolo: Lowriders
Regia: Ricardo de Montreuil
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ambientata nella zona orientale di Los Angeles, il film parla del mondo delle vetture lowrider e dei graffiti. La storia è incentrata su un adolescente la cui lealtà è messa a dura prova quando si trova costretto a scegliere tra il padre e lo zio criminale.

Prendete FAST & FURIOUS mescolatelo con ONCE WERE WARRIORS ed 8 MILE e conditelo con SIN NOMBRE aggiungendo infine il jolly con Theo Rossi.
Quelllo che ne esce non è nulla di buono ma anzi macchinoso, già visto e squisitamente pieno di clichè. Dalla famiglia sudamericana povera che pensa al grande mito americano, quello delle macchine, costruendo la perfetta lowrider, ovvero quel tipo di vettura le cui sospensioni sono state modificate in modo tale da poter abbassare la macchina il più vicino possibile al suolo oppure per farle compiere delle evoluzioni, diciamo che sappiamo subito di cosa stiamo parlando.
Uno potrebbe già fermarsi qui senza andare oltre per capire nell'immediato dove andrà a parare il film. Eppure anche gli inseguimenti sono abbastanza fiacchi, i combattimenti tra gang a volte sanno di ridicolo e la caratterizzazione dei personaggi è stereotipata anche quando uno come Theo Rossi cerca di dare un po di sostanza (e il fratello maggiore che ha rotto i legami con il padre e si è fatto una gag tutta sua) senza di fatto uscirne bene nemmeno lui.
Una trama che purtroppo non ha richiesto tanto sforzo dello sceneggiatore e il regista, De Montreuil, voleva solo avere l'ok per potersi cimentare in un montaggio frenetico che a volte rischia pure di distruggere quel poco di buono che il film stenta a mettere in luce.


domenica 4 giugno 2017

Get Out

Titolo: Get Out
Regia: Jordan Peele
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5
Chris è un ragazzo di colore destinato, come molti, a compiere l'infausta impresa di andare a conoscere la famiglia della sua fidanzata. Quest'ultima, all'apparenza dolce e innocente, manca di comunicare ai suoi il colore della carnagione di Chris, e quello che parte come normale weekend si trasforma presto nel più inquietante (e razzista) degli incubi.

Get Out è una vera sorpresa nel vasto panorama degli "horror"indipendenti contemporanei. Prima di tutto perchè dimostra ancora una volta, come ho sempre espresso, l'ennesima dimostrazione di quanto questo genere (molto vario e vasto) si dimostra ancora una volta in grado di comprendere la realtà sotto profili che non si vogliono vedere.
Scappa! cerca di analizzare una delle tante urgenze nella nostra società che ancora danno riprova di quanto non siamo cambiati dal punto di vista dell'accettazione dell'Altro culturale. Una scintilla impazzita che sposa il pretesto di un'indagine sociologica abbastanza semplice ma con un risultato drammatico e forse tremendamente attuale.
L'uomo di colore nel 2017 sta ancora sul cazzo alla comunità ariana? Non dovrebbe, penserebbero la maggior parte degli esseri umani. In realtà la risposta è sì.
Il film è abile a giocare sui luoghi comuni, sulla satira sociale, sui contrasti e i dialoghi taglienti.
Diventa mano a mano che la narrazione prosegue un continuum di trovate originali e il fatto che faccia maledettamente ridere in alcune parti è dovuto al suo non essere politicamente corretto come tanti film sugli afro.
Qui la battaglia del regista e verso tutti a partire dalla servitù di colore nella casa della fidanzata.
Peele, attore comico qui alla sua opera prima, distrugge in un attimo tutti i clichè e i luoghi comuni di tanti benpensanti e soprattutto il populismo contemporaneo che diventa uniforme in tutti i colori.



domenica 19 febbraio 2017

Last Showing

Titolo: Last Showing
Regia: Phil Hawkins
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La storia è incentrata sulla giovane coppia Martin e Allie che si dirige verso il cinema locale per vedere l'ultimo show horror notturno, inconsapevoli del fatto che diventeranno i protagonisti della storia dell'orrore. Englund interpreta l'ex proiezionista Stuart che è stato retrocesso dal progresso della tecnologia e che decide di vendicarsi su una generazione che non richiede più le sue abilità. Il film verrà realizzato con un budget di 2 milioni di dollari. Le riprese dureranno quattro settimane e si terranno nel nord ovest dell'Inghilterra.

Last Showing è un thriller vecchia maniera girato in unica affascinante location, un cinema, e con tre attori principali e poche comparse. Da un lato un proiezionista vecchia scuola che ama dirigere dalla cabina di proiezione e dall'altra parte una giovane coppia che vogliono guardarsi uno slasher e passare una piacevole serata prima di passare al dessert.
Niente di nuovo dunque. Hawkins però cerca fin da subito di dosare bene la tensione e non esagerare con morti e uccisioni telefonate che porterebbero subito ad un finale e un climax abbastanza scontato ma vira verso una storia più complessa e grottesca dove il nostro Robert Englund può divertirsi approfondendo un personaggio tutt'altro che prevedibile.
Una pellicola dove ci sono pochi ma buoni colpi di scena, il finale è piacevole e lascia una strada aperta, lavorando insistentemente sull'immedesimazione verso questo protagonista che si trova in una situazione quasi kafkiana e che mano a mano diventa sempre più realistico con dei tratti inquietanti giocati davvero bene.

Un indie british che con i suoi due milioni di dollari e alcune scelte poco scontate di sceneggiatura riesce ad essere mediocre senza nessun guizzo, una messa in scena che alterna alcuni colori molto accesi e un attore sempre in parte che cerca di salvare l'intera baracca dal resto del cast che punta su un protagonista purtroppo davvero inespressivo.

lunedì 30 gennaio 2017

Split


Titolo: Split
Regia: M.Night Shyamalan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anche se Kevin ha mostrato ben 23 personalità alla sua psichiatra di fiducia, la dottoressa Fletcher, ne rimane ancora una nascosta, in attesa di materializzarsi e dominare tutte le altre. Dopo aver rapito tre ragazze adolescenti guidate da Casey, ragazza molto attenta ed ostinata, nasce una guerra per la sopravvivenza, sia nella mente di Kevin – tra tutte le personalità che convivono in lui - che intorno a lui, mentre le barriere delle le sue varie personalità cominciano ad andare in frantumi.

Night Shyamalan è da diverso tempo che non gode più di alcuni privilegi a Hollywood.
A mano a mano ha visto diminuire i budget dei suoi film, le major hanno scommessso meno su di lui, nemmeno fosse un appestato, con il risultato che l'autore ha continuato a fare di testa sua.
In realtà questa strana conseguenza ha sancito una piccola nuova rinascita del regista che con pellicole deliziose come LADY IN THE WATER e THE VILLAGE (gli unici film davvero interessanti del regista) ha saputo conquistare il pubblico grazie ad una preciso modo di impiegare la suspance e l'atmosfera.
Ora Visit, il film precedente, ha più o meno delle caratteristiche anomale con questo Split. Prima di tutto l'idea alla base del film rimane la cosa migliore. L'autore purtroppo non riesce a mantenere le aspettative dovendo sempre e per forza aggiungere elementi a dispetto di una trama che se mantenuta su alcune traiettorie legate alle personalità sfaccettate, avrebbe già avuto molto da dire e su cui concentrarsi.
Gli omicidi e il climax finale con il raptus di violenza stonano proprio con tutto quello che c'è stato prima di buono rompendo nettamente ogni barriera e catapultando il film su elementi sovrannaturali (la Bestia) a dispetto della realisticità della narrazione nei primi due atti.
Questo elemento si rivela purtroppo una scelta radicale che trasforma gli intenti psicologici del film in un'orda e un accozzaglia di violenza e scene irreali che minano quel poco di credibilità che il film con fatica si era conquistato.
Ma veniamo alla destrutturazione finale. Si parla di 23 personalità e il film ne esamina 5.
Tutti sanno come agisce una psichiatra, la dott.ssa Fletcher (che simpatica citazione) non si mette ad indagare, non è la psichiatra che diventa detective.
La prima parte è il pezzo migliore. I dialoghi tra "Kevin" e la Fletcher, soprattutto all'inizio, sono ottimi oltre ad essere la riprova che il regista se non spinge troppo il pedale può farcela trovando un tema sempre interessante e poco abusato dalla cinematografia (almeno non con questi numeri).
Un'altro elemento che non aiuta, nei thriller psicologici, è proprio quello di non dover aggiungere altro quando si ha un disturbo di personalità. Gli elementi ci sono già tutti...e allora sentire l'orda e poi la bestia con questa "trasformazione" che diventa quasi ironica per quanto non sta in piedi.
La bestia che si arrampica sui muri, che riesce a gonfiare il corpo, i colpi di fucile che non gli fanno niente, nemmeno le lame riescono a trafiggerne il corpo.
Davvero un peccato perchè McAvoy, pur non facendo scintille è convincente. Ancora più di lei la talentuosa protagonista Anya Taylor-Joy.
Continuo a fare il tifo per Shyamalan e i suoi lavori low-budget sperando che si concentri meno sull'azione e rimanga più strutturato sulla storia e gli intenti del film.
Twist finale....l'uomo di vetro e il cameo finale di Willis a dir poco penoso....

domenica 29 gennaio 2017

Darkness

Titolo: Darkness
Regia: Greg McLean
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Quando una famiglia torna a casa da una vacanza al Grand Canyon, portano involontariamente con loro una forza sovrannaturale che preda le loro paure e vulnerabilità, minacciando di distruggerli dall'interno, consumando la loro vita con conseguenze terrificanti.

Darkness, titolo emblematico per una porcheria che poteva non essere fatta o meglio pensata, continua a far parte del repertorio infinito di horror scialbi e scontati. Merchandising su un tema che ormai appare così scontato, che ormai sono poche le opere che riescono a dare letteralmente i brividi.
Darkness sembra la prova del fuoco dei mestieranti di Hollywood. Il pacchetto è preconfezionato, la struttura è la solita (anche Wan è scontato e commerciale ma con CONJURING almeno qualcosa di bello è riuscito a regalarlo) diventando così uno tra i tanti che arriva al cinema a dispetto di pellicole molto più interessanti. Nel film poi incontri Bacon che è così imbarazzato e svogliato che pensa più al look e alla camicia stirata che non a quello che succeda in casa e il destino di sua figlia.
Se mettiamo da parte il figlio semi-autistico insensibile a qualsiasi cosa paurosa che normalmente impressiona i ragazzini della sua età e che finisce in un dirupo del Grand Canyon senza farsi nulla, trova delle pietre maledette di alcuni spiriti (ovviamente vendicativi) e diventa il tramite per uccidere la sua famiglia creando un varco attraverso il muro di camera sua buttando della vernice nera sulle pareti...beh...gli elementi scontati sono così tanti ed elementari da riportare la struttura narrativa e il plot ai minimi storici dove si fatica a cercare di essere presi d'assalto da un'atmosfera che non fa quello che dovrebbe.


venerdì 18 novembre 2016

In a Valley of Violence


Titolo: In a valley of violence
Regia: Ti West
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel 1980 un vagabondo di nome Paul arriva in una piccola città per vendicarsi contro i teppisti che hanno ucciso una persona a cui lui era molto affezionato. Mary Anne ed Ellen, le sorelle che gestiscono un albergo nel paese, staranno dalla sua parte e faranno di tutto per aiutarlo nell'impresa.

Sembra che negli ultimi anni, soprattutto in America, ci sia una corsa all'oro. Come se il western post-moderno fosse diventato il petrolio, diventando un nuovo sotto-genere a cui ridare linfa e instillare codici e registri narrativi diversi e complessi. I casi di recente, fortunati e che hanno saputo dare risalto ad un genere quasi morto, sono davvero molti.
In a valley of violence purtroppo è uno di quei film che sulla carta potevano creare un certo margine di interesse, almeno per gli attori e per la regia molto action, ma che invece dimostra di essere uno dei film più fiacchi e vuoti, nonchè in diversi momenti imbarazzante, di quest'anno.
A cercare di dare una nuova linfa al genere c'è il conosciutissimo Ti West, giovane e addetto all'horror che ha saputo girare qualche interessante film, ma che probabilmente voleva dare la prova di essere in grado di cimentarsi anche con i cow-boy (pessima scelta).
Tutto non funziona nel film. Dal cast caratterizzato malissimo senza nessuno spessore ma in cui predominano gli stereotipi, Hawke non solo non ci crede ma probabilmente dopo i Magnifici sette
e avendo sperimentato molto ha deciso di regalare una performance dell'eroe solitario.
Paul arriva in un villaggio per vendicarsi di cosa...della morte del suo cane e chi trova...quattro assi di legno tenute in alto da quattro chiodi e con una popolazione che non arriva a dieci abitanti.
In più l'azione è imbarazzante, i dialoghi tra Paul e il cattivo di turno, un John Travolta patetico e che probabilmente non si rende conto dove sia finito e cosa stia facendo e la ciliegina sulla torta, senza contare i camei imbarazzanti di gente interessante come Larry Fessenden

martedì 15 novembre 2016

Oujia-L'origine del male

Titolo: Oujia-L'origine del male
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nella Los Angeles del 1965, una madre vedova e le sue due figlie introducono un nuovo trucco alle loro consuete frodi spiritiche per ravvivare l'attività di famiglia, finendo per attirare senza volerlo un autentico spirito maligno nella propria casa. Quando la figlia più giovane viene posseduta dall'implacabile entità, questa piccola famiglia dovrà fare i conti con paure inimmaginabili per poterla salvare e rispedire il suo possessore nell'aldilà.

Ouija all'apparenza sembra solo un gioco rivelando invece una componente spiritica che diventa in questo caso l'espediente su cui ingranare l'elemento di forza e cercando di spaventare con tecniche e strumenti ormai ampiamente abusati.
L'origine del male in realtà crea un enorme sbadiglio in chi cerca anche solo lontanamente uno spiraglio per poter vedere qualcosa che riesca a creare tensione e generare seppur in modo limitato un'atmosfera soddisfacente.
Nulla di tutto ciò. Oujia entra nel filone degli horror moderni e commerciali che non vanno mai a fondo, creando una storia banalotta e prevedibile anche se in questo caso almeno il finale sembra dare qualche piccola soddisfazione.
Il nucleo familiare senza padre in cui le due figlie per sbarcare il lunario ed aiutare la gente al lutto fingono di evocare gli spiriti dei loro cari defunti seppur non originale può rivelare spiragli coinvolgenti.
Se non è l'originalità la nota di questo film, non lo sono nemmeno i jump scares e alcune trovate che sembrano macchinose per far confluire la storia verso una drammaticità più che telefonata (e parlo ovviamente delle ossa umane trovate come sempre nella cantina).
Flanagan è un regista che ci sa fare, ha dimostrato talento dirigendo film che all'apparenza potevano sembrare banali ma che hanno dimostrato di avere spessore e coraggio. Purtroppo Oujia forse perchè una sorta di merchandasing e perchè doveva mantenere una certa struttura senza la possibilità di metterci nulla di nuovo, paga un duro prezzo che viene, come dicevo prima, salvato dall'essere un disastro totale per il colpo di scena finale.


martedì 20 settembre 2016

Election year

Titolo: Election year
Regia: James De Monaco
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Durante la campagna elettorale presidenziale americana prendono piede le proteste contro la "notte del giudizio" che alcuni ritengono sia solo un metodo del governo per ridurre la popolazione povera e le relative spese di assistenza. La candidata alla presidenza senatrice Charlie Roan - che visse una terribile esperienza 18 anni prima durante uno dei primi "sfoghi" - intende eliminare la notte in cui ogni crimine è concesso. Ma i cosiddetti Nuovi Padri Fondatori, che l'hanno introdotta, non stanno con le mani in mano. Sostengono Edwidge Owens, un religioso rivale di Charlie, ma soprattutto vogliono usare la prossima notte del giudizio per eliminare la rivale.

Continuo ad essere perplesso sul successo di alcune saghe nel territorio esageratamente vasto di tutto ciò che possa comprendere l'horror.
La saga di PURGE, come quella di SAW, OUJIA, vari e fastidiosi remake, PARANORMAL ACTIVITY, INSIDIOUS, SINISTER, è tutta merda solo confezionata in modo diverso e con titoli e locandine che suscitino un'interesse che nasconde un'ingenuità senza fine.
James De Monaco è un altro furbo che ha saputo farsi un sacco di soldi partendo da un'idea nemmeno troppo scema, anzi. Il primo era un modesto home-invasion che non mi ha fatto esaltare ma come dicevo, partiva da un'idea così vasta per il potenziale che era normale che finisse per diventare una baracconata nelle mani sbagliate e soprattutto da uno che si è lasciato andare senza argomentare e dare contenuti al tema.
Un problema forte del film sono i personaggi. Visti e rivisti, banali, americani fino al midollo, senza una caratterizzazione e degli obbiettivi che non vadano oltre la schiavitù a cui li imprigiona il loro stesso sistema e i loro valori.
Con la carta della politica, del governo pieno di borghesi corrotti, e con alcune scene che definirle patetiche non rende l'idea, spero sia il capitolo conclusivo.
Frank Grillo, un attore che forse può essere funzionale solo in ruoli fisici, non ha il talento da protagonista e non è quasi mai convincente se non come allenatore Frank Campana.
Poi c'è la figa di LOST e alcuni neri che servono, ma guarda un po, come carne da macello e abili fornitori di consigli per la campagna politica.
Ma poi diciamocelo...più che anarchia qui ci sono psicopatici e si parla di follia. Cosa c'entra l'anarchia. Questo film è yankees fino al midollo e la sua squallida rappresentazione è forse l'unica nota di merito per una trilogia abbastanza inconsistente e che sembra girare a vuoto.



sabato 9 gennaio 2016

Visit

Titolo: Visit
Regia: M. Night Shyamalan
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La quindicenne Rebecca raccoglie in video le confidenze della mamma, che racconta come a 19 anni si sia innamorata, contro il volere dei genitori, di un insegnante. Qualcosa di grave ha causato una rottura permanente con i suoi che solo ora, dopo 15 anni, l'hanno rintracciata e hanno espresso il desiderio di vedere i due nipoti, Rebecca e il tredicenne Tyler. I ragazzi sono d'accordo e quindi la mamma, lasciata dal marito e con un nuovo compagno, ne approfitterà per andare a divertirsi con lui in una breve crociera. Tutto questo è solo l'inizio di un documentario amatoriale che Rebecca intende girare sulla visita ai nonni, che non ha mai visto. Vorrebbe conoscere il motivo della rottura dei rapporti, ma la mamma non glielo dice: saranno i nonni, se riterranno, a dirlo ai nipoti. I nonni si rivelano gentili e li portano nella loro grande casa, tra i boschi e la neve. Ma ben presto sotto la superficie della calorosa accoglienza si aprono le crepe prodotte da comportamenti strani e inquietanti che, giorno dopo giorno, mettono i ragazzi alle prese con una situazione misteriosa e pericolosa.

Shyamalan non se la sta passando bene e il suo cinema diventa lo specchio dell'anima del regista.
Il problema di fondo di The Visit è proprio legato al soggetto più che alla messa in scena.
Pur essendo un mockumentary con errori grossolani di sceneggiatura (le solite scelte di camera e inquadrature avvolte nel mistero) oltre che di passaggi tecnici e tanto altro ancora.
Proprio questo sotto-genere è diventato a tutti gli effetti una "moda" commerciale inutile e spesso patetica, soprattutto quando non si ha nulla da mostrare e la storia appare un pretesto per dar luce a un inutile prodotto di marketing. Sono passati troppi anni da quando poteva cercare di essere un valore aggiunto e creare quell'indiscutibile suspance di fondo facendoci diventare ancora più parte attiva dello spettatore. THE BLAIR WITCH PROJECT oppure a V/H/S o CRONICHLE, WHAT WE DO IN THE SHADOWS, LAKE MUNGO, TROLL HUNTER, DIGGING UP THE MARROW, EXIT THROUGHT THE GIFT SHOP.
Certo è diventata anche la scelta funzionale di molti registi al loro esordio per ragioni legate ad un low-budget di fondo.
In questo caso i carnefici sono anziani e pure psichiatrici.
Una scelta che non ho apprezzato perchè la trovo di bassa lega e su cui il regista poteva almeno cercare di trovare una deriva che fosse accettabile e che ponesse la malattia e il disagio psichiatrico con un po più di nobiltà e serietà d'intenti.
Senza nulla togliere ad alcuni momenti in cui i nonnetti e soprattutto lei, riescono a creare quella tensione palpabilissima e potente, con alcune immagini di sicuro impatto visivo, ma che purtroppo soccombono di fronte ad uno script traballante, in cui a parte il colpo di scena dei veri nonni che assale completamente lo spettatore (certo magari qualcuno aveva giù avuto il sentore di chi realmente si nascondesse in quella casa) tutto il resto procede in modo molto schematico e prevedibile.
Con dei nonni molto bravi e credibili lo stesso non si può dire dei nipoti. Forse la scelta era voluta così come ad un tratto viene quasi da prendere le parti dei nonnetti con questi nativi digitali in fondo solo interssati a filmare da dietro le telecamere chi hanno di fronte ma senza la voglia o l'interesse di guardarle negli occhi.


domenica 3 gennaio 2016

Gift


Titolo: Gift
Regia: Joel Edgerton
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La vita matrimoniale di Simon e Robyn procede a gonfie vele, fino a quando Simon non incontra Gordo, un ex compagno di liceo smanioso di rivivere i vecchi tempi. Gordo sommerge la coppia di regali, passando dall'essere un tantino invadente a risultare una presenza scomoda e inquietante. Ma quando i due decidono di liberarsi di lui, un oscuro segreto dal passato di Simon farà dubitare Robyn del marito e delle persone a lei più vicine.

Nell'agosto del 2012, Joel Edgerton aveva scritto una sceneggiatura per un thriller psicologico intitolato Weirdo. Inizialmente non se ne seppe più nulla, poi con qualche modifica, soprattutto al nome, è uscito THE GIFT (era meglio Weirdo...).
Ci troviamo di fronte ad un thriller, stalker thriller per essere precisi, molto ben bilanciato fino al finale con un bel colpo di scena drammatico e potente e un finale aperto.
In un crescendo di suspance che riesce sempre a non essere esagerato e cercando di scavare nei suoi personaggi oltre che creare tensione, l'opera prima dell'attore e regista riesce in più a creare una struttura narrativa con due parti separate e coinvolgenti.
In più poi è hitchcockiano. Avevo iniziato a vedere questo film con delle aspettative medie e anche se poi alla fine non sono rimasto così colpito, dall'altro sono stato perlomeno contento del buon lavoro di scrittura, un cast che c'è la mette tutta e un reparto tecnico tutto sommato buono.
Poi Edgerton chi lo avrebbe mai detto.
Interpretando Gordo è stato molto bravo, un personaggio inquietante come l’inferno, che agisce nei non detti e non risulta nemmeno così banale come invece in alcuni colpi di scena del film si poteva credere. The Gift non è poi così originale, ma scorre piacevolmente creando comunque una buona suspance senza esagerare e mostrare più del dovuto.

venerdì 30 ottobre 2015

Green Inferno

Titolo: Green Inferno
Regia: Eli Roth
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un gruppo di studenti attivisti viaggia da New York fino in Amazzonia per salvare una tribù morente, ma si schianta nella giungla e viene imprigionato dagli stessi indigeni che voleva proteggere.

La carneficina degli attivisti e dei media.
Eli Roth è un regista che omaggia e contamina senza brillare certo di originalità. Pupillo del suo mentore, Tarantino, si è sempre ritagliato ruoli da interprete ed è diventato uno dei nomi saldi per l'horror post-contemporaneo mediatico.
A mio parere non ha mai aggiunto o dato spessore al genere, rimanendo sulla bassa soglia, con punte di exploitation a volte persino gratuite.
Green Inferno è un ulteriore conferma di un talento furbacchiotto e nulla più.
Omaggiando i cannibal-movie, di cui il nostro paese è stato precursore (in particolar modo Deodato) Roth sfrutta la comunicazione globale, l'attivismo, i social e tutto il resto per rendere più hi-tech il film e modernizzarlo quanto basta.

Se da un lato non voglio iniziare con tutte le critiche concernenti lo sviluppo di alcuni contenuti e la cultura antropologica che sta dietro, quello che mi preme far capire di questa pellicola farlocca è soprattutto il puritanesimo del cinema americano. Roth non sembra assolutamente criticarlo, il quale tollera assai meglio la morte più selvaggia di un seno denudato, e sembra essere molto più importante la banalità dei meccanismi posti in evidenza, i quali dopo aver trattato del turismo sessuale, del delirio consumistico e il capitalismo selvaggio arriva all'attivismo, senza dare nessuna critica interessante ma evidenziando aspetti già noti come il falso leader carismatico e una protagonista affascinata più da un'idea e da un leader, che non dalla causa, protetta dal padre che è un famoso avvocato dell'Onu. Il finale poi con la dichiarazione della protagonista sulla tribù amazzone è di una banalità sconcertante.  

martedì 28 luglio 2015

Stretch

Titolo: Stretch
Regia: Joe Carnahan
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando realizza di avere a disposizione solo una notte per ottenere il denaro necessario a ripagare un enorme debito, un autista di limousine è colto dal panico. Pronto a tutto pur di trovare la somma, porterà in giro per la città un cliente alquanto folle. Mentre la notte avanza, per soddisfare i desideri del suo cliente l'autista andrà incontro ad incontri molto pericolosi.

Stretch è uno di quei film cazzata americani, pieni di ritmo, di elementi "pulp"(il termine più abusato negli ultimi anni nel cinema) a gogò, di scene inverosimili e attori cvhe non si prendono mai sul serio.
Il tutto però sempre ad un livello in cui la realtà e le scene davvero improbabili ruotano l'una attorno all'altra, ponendone i limiti ma per alcuni aspetti anche qualche punto di forza.
In alcuni momenti il film sa essere anche divertente, certo è una corsa contro il tempo, quindi è sempre il ritmo a fare da padrone. La recitazione è particolarmente esagerata e gli attori sono così convenzionali e stereotipati che è più facile immedesimarsi nella limousine piuttosto che nel protagonista.
Il fatto che il protagonista sia Patrick Wilson di certo non aiuta contando la limitata capacità espressiva e l'enfasi pari a zero dell'attore.
Se si guarda la filmografia di Carnahan, i film sono tutti action americani. Praticamente sono tutti dei copia/incolla di un mestierante senz'anima e senza meriti.
The Stretch è un film idiota che fa sorridere, forse tra tutte le menate girate dal regista è il film costato meno e meno ambizioso e forse l'unico meritevole per una serata in cui si ha bisogno di spegnere il cervello.