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domenica 24 giugno 2018

Hurricane Heist


Titolo: Hurricane Heist
Regia: Rob Cohen
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Venticinque anni dopo la morte del padre, vittima di uno dei tornado cui aveva sempre dato la caccia, Will è un meteorologo del Governo impegnato a studiare Tammy: un uragano in arrivo sull'Alabama che si preannuncia essere il più violento nella storia degli Stati Uniti. Mentre gli abitanti cominciano ad evacuare la zona, Will, suo fratello Breeze e la determinata agente del Tesoro Casey si ritrovano soli in mezzo alla furia dell'uragano e, allo stesso tempo, alle prese con un gruppo di rapinatori che vuole approfittare dell'imminente catastrofe per compiere il colpo del secolo: una rapina da 600 milioni di dollari alla Zecca dello Stato.

A volte mi avvicino ai thriller per motivi futili sapendo già che non mi troverò di fronte a chissà che storia. Proprio il soggetto in questo caso è l'elemento già pre masticato che abbiamo visto almeno una ventina di volte in altri ibridi.
Gli americani del resto, rispetto agli europei, dovendo far uscire migliaia di film in più spesso prendono questa strada che loro chiamano scorciatoia. I risultati però in termini narrativi si vedono subito. L'ultima prova che un cinefilo a volte svolge, potendosi disinteressare dalla sceneggiatura che è telefonata come poche, è quello di trovare somiglianze con altri film. In questo caso su tutti HARD RAIN, in cui per farla breve qui vengono infilati gli stessi tre ingredienti: c’è la rapina, il buddy cop e pure il disaster movie (ecco l'ultimo lì era una tempesta, qui invece uragani)
Ora Rob Cohen lo sappiamo tutti non è bravo come il fratello. Il mestiere come tecnico di certo non gli manca e infatti negli ultimi vent'anni ha firmato moltissimi blockuster anche se tra i peggiori.
Negli anni Ottanta ha prodotto roba come LE STREGHE DI EASTWICK, L'IMPALACABILE, SCUOLA DI MOSTRI e fin qui ci siamo eccome sono dei signor film, mentre nei novanta ha deciso che era giunto il momento di passare a dirigere fantasy come DRAGONHEART prima di arrivare a grattare il fondo con i film più tamarri mai visti FAST & FURIOUS e XXX
La sua parola d'ordine è intrattenimento. In questo caso appunto sembra rispondere al meglio alla domanda di partenza e per l'appunto Hurricane è sicuramente meglio dei suoi ultimi lavori se non altro perchè non cerca quel filone teen che rischia di intrappolarlo in un limbo.
Il problema grosso dell'ultimo film di Cohen jr è quello di aver messo troppa carne al fuoco, di non aver saputo sfruttare al meglio un buon cast anche se sono nomi che i più non conosceranno e lasciando più domande che risposte su tutte le sotto trame che il film sembra apriire ma poi forse aspetta che sia l'uragano a chiuderle.

Cotto & Frullato Z – The Crystal Gear


Titolo: Cotto & Frullato Z – The Crystal Gear
Regia: Paolo Cellamare
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Maurizio Merluzzo è uno chef del web, celebre per la sua insana passione per i cibi frullati, capaci, secondo lui, di donare un'incredibile energia. Sequestrato, durante le ultime puntate della serie, dal suo acerrimo nemico, uno psicopatico hater serial killer chiamato Nino Seiseisei, il nostro eroe dovrà trovare il modo di vendicarsi grazie anche all'aiuto di una serie di bizzarri personaggi, tra i quali il nipote dell'inventore del frullatore e il suo avvocato.

Ok. Ho sempre ribadito la mia missione da volontario guardando spesso e volentieri tutto ciò che viene fatto in Italia e possibilmnete distribuito per tutto quello che significa e riguarda il panorama indipendente e il low-budget.
Negli ultimi anni inaspettatamente mi è capitato di trovarmi di fronte a buone opere, interessanti esordi e prodotti difficile da classificare come film quando verrebe invece da definirli esperimenti amatoriali.
Ora io non conoscevo tale Paolo Cellamare e nemmeno questa famosa serie uscita su youtube che ha avuto un successo così grosso da dare la possibilità a Cellamare e soci di poter realizzare fose il loro sogno. Diciamo che pur essendo una parodia delle celebri serie sui vari chef e quindi prodotti che non hanno mai suscitato il mio interesse, non era un buon elemento di partenza.
Puntualizzo. Maurizio Merluzzo, il protagonista, è fastidiosissimo come attore, come protagonista, come comico mancato e come tamarro.
Quindi avere sempre lui dall'inizio alla fine del film su di giri che esce completamente fuori da un personaggio che già riassume in se tutti gli stereotipi possibili non da certo punti di forza.
La storia sembra ormai essere tutta una presa in giro dei film d'azione o avventura americani inserendo come un cocktail fatto male moltissimi elementi kitch di quelli che ti chiedi se alla fine saranno funzionali non tanto per la storia e la narrazione, ma quanto proprio per il ritmo e parlo ovviamente di personaggi come l'imitatore di "Eddie Murphy" che proprio non ho capito.
Per il resto avendo degli effetti speciali terribili (il fucile a pallettoni che fa scomparire i nemici, l'elemento magico nascosto nel frullatore, scene e un montaggio non sempre connesso, ad un tratto vediamo Merluzzo legato così da un momento all'altro, e tanti altri elementi che non starò a recensire). Insomma da un lato tanto coraggio, dall'altro la rabbia che tutti questi nuovi registi, questa nuova generazioni di registi, pur di fare a qualsiasi costo un film, a volte dimentichino che va bene far ridere, fa bene scimmiottare con i generi, fa bene improvvisare pur senza mezzi, però tanti di loro non riescono mai a fare quel salto che superi anche solo la mediocrità.

giovedì 7 giugno 2018

Desierto


Titolo: Desierto
Regia: Jonas Cuaron
Anno: Messico
Paese: 2015
Giudizio: 3/5

Moises viaggia con un gruppo di immigrati attraverso l'infernale deserto di Sonora nel tentativo di attraversare il confine con gli Stati Uniti quando improvvisamente si imbatte in Sam, un vigilante squilibrato che detta legge alla frontiera. Inizia così una caccia, durante la quale Moises dovrà cercare di vincere in astuzia il suo rivale per sopravvivere e non diventare l'ennesima vittima di una terra abbandonata da tutti.

Nel 2014 è uscito un film per alcuni aspetti simile. Si chiama BEYOND THE REACH, americano, c'era Michael Douglas ha fare il cecchino, era pure lui ambientato nel deserto ma la trama era diversa meno politicamente e socialmente interessante del film del figlio del celebre regista.
Qui i confini sono fatti apposta per dividere e provocare tensioni, scontri e morti in una fascia desertica dove non solo non cresce nulla ma anche i confini sembrano labili senza nessuno a pattugliare ma lasciando mercenari liberi di fare ciò che vogliono.
In questo senso l'elemento più incredibile del film è proprio dato dal fatto che questa gente potrebbe morire e nessuno mai lo verrebbe a sapere dando così un'occasione ghiotta a tutti gli psicopatici (di cui l'America ne è piena).
Molto meglio dunque rispetto al film di Leonetti, qui l'intento e l'idea seppur abbastanza elementare e con alcuni copi di scena abbastanza telefonati (pensando soprattutto al finale) il ritmo è formidabile, il cast è perfetto, e l'ansia e l'atmosfera da incubo sotto un sole famelico fanno tutto il resto.
Un film anche questo senza una distribuzione ma passato direttamente in home video.

Lowlife


Titolo: Lowlife
Regia: Ryan Prows
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Le sordide vite di un tossicodipendente, di un ex detenuto e di un lottatore si scontrano tra loro.

Tra Jodorowski e Dupieux, l'indie di Ryan Prows è davvero una piccola chicca interessante.
Un film che dentro ha un'amore per il cinema e un desiderio di mettercela tutta che sembra suggerirtelo minuto dopo minuto.
Un film dove dentro c'è la passione, la voglia di creare e credere in qualcosa di difficile ma di possibile e quindi senza avere un grosso budget riesce a misurarsi bene con ciò che possiede e parlo ovviamente dei mezzi contando comunque l'ottima messa in scena.
Un film che arriva dritto dritto dai festival di quelli che stai pur certo che non ti capiterà mai di vedere a meno che tu non sia un soggetto con una dipendenza forte da cinema.
Tra ironia, scene splatter, vuoti di memoria che portano le persone a fare cose o a svegliarsi imbracciando arti di persone, inseguimenti che fanno morire dal ridere, il film corale di Prows è di sicuro qualcosa di non convenzionale intuibile già dal mix di generi passando dal Mostro, un disgraziato wrestler messicano che lavora come scagnozzo al saldo di un boss a Cystal, una tossicodipendente che è alla disperata ricerca di un rene nel mercato nero degli organi per salvare la vita di suo marito e infine Randy, appena uscito dal carcere.
Un PULP FICTION dei poveri verrebbe da dire ma averne di film del genere. Tanto di cappello

Mayhem


Titolo: Mayhem
Regia: Joe Lynch
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un virus trasforma gli avvocati di uno studio legale in belve sanguinarie, portando alla luce i loro istinti primordiali

Mayhem è quella scheggia impazzita che quando arriva è destinata a fare il botto almeno facendo discutere soprattutto gli appassionati del genere.
Ci sono tanti ingredienti mescolati funzionali ad aumentare le aspettative per questo strano indie che non ha avuto distribuzione nei cinema arrivando come sempre più spesso accade direttamernte in home video.
Un po fratello di BELKO EXPERIMENT e di altri film analoghi che giocano la carta di un'unica location per un massacro senza regole. Dal punto di vista dell'intrattenimento il film funziona alla grande senza lesinare sul sangue o sulla violenza ma anzi regalando scene epiche di massacri e combattimenti con ogni tipo di arma che si possa trovare all'interno di un ufficio.
L'elemento del virus che sembra per certi versi ricordare una costola meno purulenta di CROSSED un fumetto davvero cattivo, sta nel fatto che qui gli infetti hanno solo un occhio rosso e questa epidemia è destinata a liberare la parte animalesca degli esseri umani spingendoli a ogni genere di violenza, sopruso e comportamento anti-sociale
Il cast è funzionale, il protagonista orientale con la metafora sul lavoro e sullo sfruttamento che a volte gli orientali subiscono funziona soprattutto nelle scene di sudditanza arrivando a coinvolgere varie figure dagli gli arrampicatori sociali e puntando tutto su un'atmosfera di estrema competizione.
Un film dove dentro cerca davvero di metterci tutto con una grande abilità tecnica dietro dai rallenty un po abusati ma interessanti, al montaggio frenetico e le scene di combattimento davvero fatte ad hoc.

Deadpool 2


Titolo: Deadpool 2
Regia: David Leitch
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il mercenario malato di cancro e trasformato in un essere pressoché immortale, capace di rigenerarsi da ogni ferita, si gode finalmente la vita insieme alla compagna Vanessa. Ma ad accettare irresponsabilmente, com'è nel suo stile, missioni da sicario in giro per tutto il mondo si finisce per farsi dei nemici e arriva presto per Deadpool il momento di pagare il conto. Una batosta tale da ritrovarsi a casa degli X-Men, con Colosso che ancora una volta gli dà la possibilità di essere un eroe e lo porta con sé in una missione per calmare un giovanissimo e potente mutante. Prevedibilmente le cose non vanno a finir bene e Deadpool si ritrova nei guai insieme al ragazzino a cui però si sta affezionando tanto che, quando dal futuro giungerà un letale guerriero deciso a ucciderlo, il loquace ex mercenario farà tutto il possibile per proteggere il giovane.

Deadpool non è uno dei miei super eroi preferiti.
Il perchè è uno. Ryan Reynolds. Nonostante sia bruciacchiato e mascherato proprio non riesco a sopportarlo. Preferisco anche se appartiene all'universo Dc il cattivissimo e meglio caratterizzato Lobo con cui Deadpool potrebbe avere alcune affinità.
Per rimanere in casa Marvel invece rimane colui che il mercenario prende in giro all'inizio del film con la stauetta e la morte tragica dell'eroe.
Togliendo solo per un attimo l'antipatia forte verso questa specie di fantoccio mediatico che prova a fare l'attore rendendosi ancor più ridicolo, Ryan Reynolds, devo ammettere che questo secondo disastroso capitolo è davvero qualcosa di notevole per quanto riguarda l'esagerazione, la potenza dei mezzi impiegati, il cast e l'ironia ancora più blasfema e grottesca rispetto al primo capitolo.
Si ride, ci si diverte, non si prende nulla sul serio, compaiono pure bambini super cattivi e "malvagi", personaggi di supporto che funzionano benissimo anche se fanno poco più che delle comparsate e parlo di Fenomeno oppure gli X-Men coinvolti o la squadra della X-Force con alcune trovate che fanno davvero ben sperare sul futuro di un possibile sequel.
A differenza però rispetto ad altri film Marvel che hanno provato la soluzione ironica senza riuscirci e non sono pochi qui invece l'autoparodia funziona rispetto agli azzardi demenziali ad esempio di un THOR RAGNAROK davvero brutto e penoso.
Per finire il personaggio di Cable riesce a dare ancora più spessore alla storia cambiando gli schemi temporali e aggiungendo dubbi e perplessità vista tutta la storia ormai quasi un romanzo da seguire del complesso universo dei Marvel Studious, resa anche così appetibile grazie alla mimica facciale di Josh Brolin/Thanos. Se ci sarà qualche collegamento staremo a vedere, questo non mi va di spoilerarlo.
Infine sulla sceneggiatura non mi sento di dover fare la lezioncina. E' un puro divertissement dove seppur vero che la trama è deboluccia (il fattore bambini con super poteri abusati nelle comunità diventa un pretesto che a lungo andare stanca...) il film in sè non ha questo particolare compito di dover raccontare chissà cosa. Intrattiene facendolo bene e regalando due ore di divertimento e colpi bassi.

C'era una volta a Los Angeles


Titolo: C'era una volta a Los Angeles
Regia: Mark Cullen
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Steve Ford è un investigatore privato di Los Angeles il cui mondo privato entra in contatto con quello professionale dopo che il suo amorevole cane Buddy viene rapito da una famigerata gang. Una serie di folli circostanze lo porteranno a doversi guardare da due vendicativi fratelli samoani, dai sicari di un usuraio e da altri loschi individui. Steve, però, non si lascerà intimorire da nulla pur di ritrovare il suo amico a quattro zampe.

Ormai siamo alla frutta. Bruce Willis è il fantasma di vecchi personaggi da lui stesso interpretati. Momoa che non mi sta antipatico, viene spesso utilizzato come fisic du role senza dargli un minimo di caratterizzazione (non che l'attore abbia chissà quali capacità)
Il risultato è un film che cerca di strizzare l'occhio alla commedia comica e sgangherata con il fatto però che non riesca a far ridere a meno che non piaccia quell'ironia americana di bassa leva, e tutto alla fine si rivolve con le solite manovre registiche con un grosso dispendio di mezzi, sparatorie e inseguimenti a gogò. Non mancano le solite baraccate che si impiegano in film inutili come questo o come in un qualsiasi esercizio di stile, senza mai avere un benchè minimo guizzo narrativo o qualche dialogo che non ti faccia addormentare.
L'unico che sembra sforzarsi solo per qualche istante e il buon John Goodman che ultimamente è tornato in auge anche se spesso con ruoli ridicoli.

mercoledì 9 maggio 2018

Julkita


Titolo: Julkita
Regia: Humberto Busto
Anno: 2017
Paese: Messico
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Contro la violenza di ogni genere e il disonore dei politici messicani arriva Julkita e il suo ciclo mestruale....se solo fosse coraggiosa abbastanza da distruggere i suoi nemici famigliari...

Blasfemo, trasgressivo, esplosivo, assurdo, esagerato.
Il corto di Busto in 18' riesce a generare e provocare una quantità di stati d'animo a metà tra l'exploitation, lo schifo assurdo, il trash e il weird fino ad arrivare ad un finale davvero senza senso.
Fratello e sorella. Praticamente un'unica location. Sangue, lingue che si attrversano, ancora sangue ma quello mestruale. Un rapporto intimo ossessivo compulsivo, rapporti tra consanguinei, le personalità multiple di Julkita, la protagonista che si inneggia a paladina mettendo a sacrificio proprio il suo corpo e la sua femminilità.
Credo che ci troviamo di fronte al corto più feroce e frenetico del festival.
Un atto anche politico con una metafora che riesce solo in parte a raggiungere l'intento che si era dato, rimanendo troppo ancorato a qualcosa che sembra un braccio di ferro tra una sessualità deviata e un bisogno di scindere una parte di se stessi quando ci si trova lontano dalle mura domestiche.

Nova Seed


Titolo: Nova Seed
Regia: Nick DiLiberto
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Il mondo è minacciato dal diabolico dottor Mindskull e le forze di potere pianificano di fargli affrontare un feroce campione. Strappato da una sanguinosa arena di combattimento, l’uomo-leone Nac viene ammanettato e messo al servizio di chi governa. Dopo essere stato condotto in un deserto, Nac fugge ai suoi rapitori con il premio che tutti vorrebbero nelle loro mani. Nel frattempo, uno spietato cacciatore di taglie si mette sulle tracce di Nac, senza dargli tregua.

Nova Seed è un indie d'animazione alternativo e particolare.
Un film low-budget che ho avuto la possibilità di visionare grazie al sito Film per Evolvere (dateci un'occhiata è il vero paradiso dei nerd del cinema).
Il film ha qualcosa che non vedevo da tempo.
Una chimica nello sperimentare formule, personaggi grazie anche ad un montaggio fantastico e delle musiche indimenticabili. Tante le ispirazioni da Laloux a Jo Beom-jin, Luc Besson con il Quinto Elemento in particolare tantissimi altri film non si contano davvero in tutto il film.
In Nova Seed convivono e convergono un sacco di mondi e pianeti incastrandosi perfettamente e allineandosi mostrando così una galleria di personaggi e creature ammirevole.
L'animazione non è in c.g e non è delle più recenti ma ancora una volta risponde alla domanda che quando la storia è buona puoi mettere anche un'animazione posticcia e antiquata come avevano fatto all'inizio quei geni di South Park che tanto non andrai a rovinare nulla e la macchina continuerà a funzionare.


Ash vs Evil Dead


Titolo: Ash vs Evil Dead
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

Ash e Pablo hanno aperto un negozio di ferramenta a Elk Grove dove la fama di eroe che Ash ha tra la popolazione locale gli garantisce un costante successo. Una donna trova il Necronomicon e lo porta in un programma televisivo di vendita dell'usato nella speranza di raccimolare un po' di soldi, ma quando il conduttore del programma legge le scritture del Necronomicon risveglia il male, poi arriva Ruby che lo uccide e prende il Necronomicon. Candace va da Ash per dirle che la loro figlia, Brandy, è in pericolo. Ash durante una folle notte di cui a stento ricorda, aveva sposato Candace, e a sua insaputa l'aveva messa incinta. Candace gli spiega che il male minaccia sua figlia che ora si trova al liceo di Kenward County, infatti anche Pablo conferma che il male si è risvegliato perché sul suo corpo sono ricomparsi i segni del Necronomicon. Ash, Candace e Pablo vanno al liceo di Kenward County per salvare Brandy e la sua amica Rachel, infatti il male ha preso possesso della mascotte della scuola. Ruby beve il suo stesso sangue dopo averlo usato per bagnare una pagina del Necronomicon, e dal sua ventre inizia a crescere qualcosa. Rachel, posseduta dal male, decapita Candace nel tentativo di uccidere Brandy prontamente salvata da Pablo. Ash uccide Rachel con un'arpa, poi viene aggredito dalla mascotte ma viene salvato da Kelly, appena tornata insieme a un ragazzo di nome Dalton, che appartiene a un ordine che combatte il male, i "Cavalieri di Sumeria", il quale si dimostra eccitato all'idea di conoscere il famoso Ash Williams, ed è desideroso di aiutarlo nella lotta contro il male che si è appena risvegliato.

L'idea del perchè e del per come si cerchi in tutti i modi di trovare una continuità per una storia che sin dal primo episodio della prima stagione lasciava decisamente perplessi è un mistero.
Siamo al capolinea. Tre stagioni volate con un ritmo e una quantità di sangue che non vedevo da tempo. Una serie, un cartoon in live action, che non si può dire brutta, ma che fa della sua auto ironia e della sua ingenuità le armi principali con cui il buon Bruce Campbell si confronta e ci mette tutto se stesso portando avanti da solo o comunque più degli altri l'intero progetto senza mai perdere quella sintonia che padroneggia benissimo per un personaggio cult come quello di Ash Williams.
Tanti i piani narrativi i viaggi nel tempo e tante le scelte che potranno apparire dalle più ovvie alle più scontate ma anche con quei momenti epici e quei deliri splatter che mai ti aspetteresti (la scena del bambino che entra nel corpo della donna è davvero deliziosa) trovando una forza che gli permette di goderci semplicemente quello che accade senza troppi problemi.
Ritorna Rudy (in realtà non se ne mai andata) e la sua instancabile ricerca del Neonomicon, ritorna il padre di Ash che gli rivela di questa persona uccisa per sbaglio che voleva mettersi in contatto con il figlio e che aveva le pagine mancanti del Neonomicon che si ricollegerebbe con l'incipit del film di Raimi. Poi c'è il personaggio della congrega abbastanza inutile infatti sparisce quasi subito.
Sia Pablo che Kelly vengono posseduti e il primo colpito dalla figlia di Ash, la vera new entry della serie, con il pugnale Kandariano, viene ricollegato ad un piano onirico dove sembra esserci questa sorta di rituale vodoo. Infine a chiudere i battenti abbiamo i cavalieri di Sumeria tra i buoni e gli Oscuri tra i cattivi (che ricordano non poco i Cenobiti).
Insomma elementi e ingredienti c'è ne sono a gogò. Si ride e gli episodi partono sempre con una testa sgozzata o la fuoriuscita di budella ma alla fine rimane poco su cui e con cui confrontarsi.
Rimane un prodotto commerciale e godereccio, apocalittico e anarchico come pochi osando ovunque senza limiti e termini di decenza e regalando infine uno show con un ritmo frenetico.



Mazinga Z-Infinity


Titolo: Mazinga Z-Infinity
Regia: Junji Shimizu
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

C'è pace in Terra nel mondo di Mazinga Z e del Grande Mazinga dopo le battaglie del passato, ma la meravigliosa ricostruzione realizzata grazie all'energia fotonica è minacciata dal ritorno del Dottor Inferno e dei suoi alleati: l'ermafrodita Barone Ashura e il conte Blocken con la testa separata dal corpo. La loro è una misteriosa resurrezione, che coincide con il ritrovamento nelle profondità del monte Fuji di un'enorme "divinità demoniaca" simile a Mazinga e pertanto denominato Mazinga Infinity, che sarebbe proveniente dall'antica Micene ma che in modo apparentemente inspiegabile è appunto sotterrato in Giappone.

Il bello dei live action giapponesi è che riescono spesso e volentieri in 90' a raccontarti una storia, un mondo e una nutrita galleria di personaggi.
Spesso poi anche se lo spettatore non ha un retaggio o non è avvezzo alla storia riesce in un qualche modo a capire tutto lo svolgimento e non avere grossi problemi.
Shimizu senza Go Nagai si prodiga nel cercare di inserire tutti i personaggi storici e di fare moltissimo fan service ovviamente a detrimento del film che si presenta come l’opposto logico del Mazinga classico con cui tante generazioni, ormai di una certa età, sono cresciute.
Dal punto di vista tecnico è di certo un ottimo lavoro anche se le maestranze o gli intenti sono cambiati durante la lavorazione basti vedere l'alternanza tra animazione 2D e 3D (solo nella seconda parte tutti i robot sono in computer grafica, prima no) e non aggiunge niente alla mitologia dell’universo di Mazinga, inserendosi solo un’avventura autoconclusiva che va ad omaggiare il famoso robot.
Sembra infine quell'opera nostalgica e commemorativa per chi è cresciuto nell'era dei "robottoni" giapponesi in Tv, a cui non sono mai stato particolarmente legato. Sebbene ci sia lo sforzo di aggiornarne il mito all'era degli hacker, delle intelligenze artificiali e della fisica quantistica, si tratta comunque di un pretesto per rimettere in scena lo scontro tra il protagonista e i suoi vecchi nemici, che rimane comunque senza età nel suo rifiuto di ogni deriva totalitaria.

martedì 1 maggio 2018

Avengers-Infinity Wars


Titolo: Avengers-Infinity Wars
Regia: Russo
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dalla nascita dell'universo, sei gemme elementari rappresentano i vari aspetti fondamentali del cosmo e chi le possedesse tutte raggiungerebbe l'onnipotenza. È questo l'obiettivo di Thanos, il titano pazzo che ritiene se stesso come un correttivo alla sovrappopolazione universale e pensa di essere una misura necessaria e giusta, persino benevola, mentre agli altri il suo operato appare, correttamente, come una serie di genocidi. Gli Avengers e i Guardiani della Galassia dovranno cercare di fermarlo, ma come se non bastasse la sua inarrestabile potenza ci sono dalla sua armate aliene e quattro letali "figli", ognuno deciso a consegnargli le gemme dell'infinito.

Ci siamo. Ne manca solo più uno. Tra un anno sapremo come andrà a finire.
E da qui a un anno i fan cominceranno a elucubrare possibili scenari di come gli Avengers rimasti cercheranno di capire come combattere il peggior nemico di sempre ( e per fortuna, per la prima volta anche il più interessante).
Infinity Wars è davvero epico. Forse troppo. La più grande produzione di sempre superando Jackson e Lucas e tutti gli altri, stabilendo un primato in termini di record di budget e tutto il resto. C'è anche da dire che in questo film convergono proprio tutti i super eroi pur non essendo un film propriamente sugli Avengers ma su Thanos.
Già solo il fatto che a differenza degli altri film Marvel qui per godersi la scena post-credit bisogna davvero aspettare di veder sfilare tutti i titoli di coda che sembrano quasi antologici per tutto l'esercito di gente a cui questo film ha dato un lavoro mi è sembrato un buon prezzo da pagare e infatti la scena finale lo è.
Immenso con tante piccole fragilità e incrinature che di certo non ne fanno un capolavoro (difficilmente un film Marvel potrebbe mai essere un capolavoro...) ma di certo deraglia da quanto mai messo in scena prima così come deragliano gli universi e i pianeti in questo film davvero tanti cercando realmente di dare l'impressione di qualcosa di cosmico ed elevato.
I fratelli Russo hanno davvero preso in mano un progetto rivoluzionandolo a dovere e siglando di fatto il vero trauma infantile di una intera generazione dopo aver già dato prova con l'ottimo CIVIL WAR di saper trattare l'argomento inserendo più personaggi e creando delle linee narrative e delle sotto trame coinvolgenti.
Un film che seppur con alcuni piccoli rallentamenti riesce davvero a dare voce e momenti di gloria a quasi 20 super eroi. Un primato che sembrava impossibile da raggiungere.
A differenza degli altri due capitoli precedenti (che non possono proprio reggere il confronto) qui capita veramente la fine, siamo davvero di fronte all'apocalisse dei cinecomics.
Un film così smisurato da non poter essere esente da imperfezioni (ma chiunque non avrebbe potuto fare di meglio) perciò certo alcune battute, per quanto divertenti sembrano proprio inserite alle volte per allentare la tensione, alcuni momenti come quando Hulk prova paura per Thanos e non si trasforma più magari non vengono colti subito e diciamo infine che proprio i dialoghi e l'ironia a volte sembrano gli elementi più forzati oltre una trascinata storia d'amore tra Visione e Scarlet.
Per tutto il resto, credo che tutti coloro che odino profondamente l'universo MCU debbano solo fare voto di silenzio, farsi da parte, capire che parliamo di un giocattolone forse mai così colossale, e che in un cinema sempre più industria dove dominano Netflix e Amazon, la Disney (che di certo non amo) e l'universo MCU che si è comprata, sono davvero i mali minori e soprattutto fanno una cosa che Netflix e Amazon non fanno: portano di fatto la gente al cinema e di questi tempi è sempre più importante.



Hap & Leonard


Titolo: Hap & Leonard
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodi: 6
Giudizio: 3/5

I due detective più improbabili del mondo, Hap Collins e il veterano del Vietnam Leonard Pine, si trovano ancora una volta in guai seri: viene ritrovato all’interno della casa dello zio di Leonard lo scheletro di un cadavere. Nonostante sia proprio l’ex soldato a denunciare il corpo alla polizia, viene inserito nel registro degli indagati ed arrestato; la situazione per i due amiconi rischia di diventare ulteriormente ingestibile perché lo scheletro rinvenuto è solo il primo di una lunga serie (le vittime sono tutti ragazzini afroamericani) ma, grazie anche all’aiuto della giovane avvocatessa di colore Florida Grange, cercheranno in tutti i modi di scoprire la verità.

Tocca ad un altro bel romanzo del famoso scrittore sceneggiato sempre dai benimini dell'horror Nick D'Amici e Jim Mickle (nonchè attore/sceneggiatore e regista di alcuni bellissimi film).
Rimanendo nell'indie non mi stupisco di come la coppia da qualche anno stia lavorando solo su queste serie tv e non su lungometraggi di cui sentiamo fortemente la mancanza.
Mucho Mojo ha dalla sua una storia accattivante, dei temi sociali e politici importanti, Lansdale è sempre una garanzia anche se negli ultimi anni si sta un po ripetendo, e alcune scene davvero crude e indimenticabili come la bambina che si appresta a vedere la sua famiglia trucidata dai membri del Ku Klux Klan.
In tutto questo la comunità nera viene sviluppata ancora meglio rispetto alla prima stagione.
Manca la Trudy di Hap delle precedenti puntate, in modo tale così da dare finalmente più risalto alla coppia di protagonisti che dimostra una chimica davvero funzionale.
Nelle sei puntate non manca l'azione, la sceneggiatura richiama il noir in tutte le sue forme, l'indagine riesce ad essere interessante e con alcuni climax finali che seppur non così inaspettati sanno dare spessore e credibilità alla storia.
Si ride di meno in questa stagione e ci si prende più sul serio.
Questi sono solo alcuni dei motivi per cui sinceramente ho preferito questa seconda stagione rispetto alla prima dove a parte la femme fatale comparivano alcuni villain di indubbio gusto.
Qui la corruzione fa da padrona rivelando tutte le falle del sistema e un tale livello di marciume che Lansdale in tutti i suoi romanzi non smette mai di tirare fuori come scheletri nell'armadio del lato nascosto dell'America.

Nella tana dei lupi


Titolo: Nella tana dei lupi
Regia: Christian Gudegast
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

«Big Nick» O'Brien dirige una squadra anticrimine a Los Angeles, la capitale mondiale del cinema e delle rapine in banca. Una rapina più sanguinosa delle altre, poliziotti abbattuti per rubare un furgone blindato vuoto, gli ha tolto il sonno. Piantato dalla moglie, che non sopporta più il suo stile di vita, O'Brien si butta a capofitto nel lavoro. Con un manipolo di uomini indaga sul crimine e incontra Donnie, gestore di un pub e chiave di accesso al mistero. In corsa contro il tempo, O'Brien deve vedersela con un cattivo professionista che ha deciso di espugnare la Federal Reserve Bank, un palazzo governativo ritenuto impenetrabile, per trafugare trenta milioni di dollari ritirati dalla circolazione e destinati al macero. Ma O'Brien ancora non lo sa.

Si è fatto un gran parlare di questo ennesimo poliziesco con richiami alla grande rapina e all'heist movie che negli ultimi anni è tornato abbastanza in voga. Il primo vero problema del film di Gudegast è che non ha niente di originale anche se a detta di molti consacra il genere sviluppandolo al meglio e inserendo tante di quelle citazioni o omaggi uno dopo l'altro che ormai a Hollyqwood sembra diventata una sorta di epidemia con il risultato che spesso e volentieri è abusata.
Come si può pensare nel 2018 che una forza speciale di polizia sia più corrotta degli stessi criminali sia un'idea originale? A me sembra che sia stata utilizzata più volte.
Gli attori sono tutti fuori parte esagerando terribilmente e uscendo troppo dalle righe (Butler su tutti), scimmiottando i soliti stereotipi sui poliziotti corrotti e la band criminale che prendono di mira. Gudegast non solo non è Michael Mann ma dovrebbe smetterla di provare a citarlo e parlo ovviamente per le copiature venute davvero male come il gunfight in autostrada che rispetto a HEAT dovrebbe solo avere la decenza di mettersi da parte senza contare l'intrigo, le sparatorie e il testosterone assoluto della pellicola figlia di un machismo moderno.
Un film adrenalinico, troppo lungo, con alcuni personaggi insopportabili e un cast che poteva dare qualche cosa di meglio.



giovedì 26 aprile 2018

Rampage-Furia animale


Titolo: Rampage-Furia animale
Regia: Brad Peyton
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Davis Okoye è un esperto primatologo e un uomo a cui gli animali stanno più simpatici degli esseri umani. È anche un ex combattente dell'esercito americano e "uno a cui piace andare in palestra", per dirla con un personaggio del film. Il suo migliore amico è un gorilla albino, George, dotato di senso dell'umorismo e di un debito non da poco nei confronti di Davis. Ma George entra in contatto con i resti di un esperimento genetico che lo infettano, trasformandolo in una sorta di predatore invincibile, in continua crescita. E non è il solo. Ad altri animali tocca la stessa sorte. Davis dovrà fare squadra con una genetista ex galeotta e un inviato del governo per salvare il mondo e il suo amico.

Rampage ha un solo compito: intrattenere magari prendendosi almeno un pochettino sul serio nonostante una trama che seppur un giocattolone blockbuster ha dalla sua quel residuo della fantascienza che ci piace perchè fondamentalmente crea animali "mostri" giganti.
Con un budget faraonico, un Dwayne Johnson ormai lanciatissimo da tutte le grandi multinazionali del marketing e dell'intrattenimento (Disney su tutte) continuando la sua saga di film d'avventura per ragazzi dopo i tremendi VIAGGIO NELL'ISOLA MISTERIOSA e JUMANJII 2.
Almeno il film di Peyton ha azione a gogò dall'inizio alla fine senza mai lesinare scene apocalittiche con citazioni e rimandi a tanti film del passato in un climax finale davvero esagerato e tamarro.
Un film comunque piacevole dove stacchi completamente i neuroni come d'altronde la trama e soprattutto l'idea dei due fratelli di creare questo virus che ovviamente genererà terribili conseguenze.
Ovviamente del film l'elemento migliore non è da cercare nella "leggerezza" del personaggio di Davis. Qui sono tutte comparse. L'unica cosa che in questo caso conta sono le creature realizzate in maniera superba, grazie al computer, dalla Weta Digital.

domenica 22 aprile 2018

I will crush you & go to hell


Titolo: I will crush you & go to hell
Regia: Fabio Soares
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Durante il funerale del padre, colorado e Louise Fox scoprono l'esistenza di una sola e misteriosa ereditiera: Apple Pie. Decidono così di scoprire insieme di chi si tratti intraprendono un viaggio per riappropriarsi del denaro...

Il progetto di Soares prevede di riuscire a racimolare denaro per poter continuar a finanziare il suo progetto. Per ora il corto uscito è abbastanza una bomba. Colorato, molto pulp e con evidenti richiami all'exploitation e a quel cult che ha ispirato tanto cinema con protagoniste femminili THELMA &LOUISE.
Al di là del fatto che il regista abbia scelto alcune femme fatali come Petra Silander e Lise Gardo ovvero due modelle da urlo, la storia è molto convenzionale e gli intenti non sembrano voler smuovere chissà cosa o ergersi a raccontare qualcosa che non sia già stato detto in tutte le varie forme e i vari stilemi cinematografici.
E'molto kitsh se vogliamo, elegante, stiloso, eccessivamente edulcorato con dei dialoghi tagliati con l'accetta e la scena con il poliziotto che per quanto potesse sembrare macchinosa o prevedibile in fondo dalla sua ha un cinismo che connota tutta l'atmosfera e gli intenti delle protagoniste piuttosto agguerrito.
Rimane un prodotto confezionato in maniera inattaccabile, affascinante, che lascerà impressa negli occhi dello spettatore la bellezza faraonica della Silander.

Course


Titolo: Course
Regia: Agustin Falco
Anno: 2017
Paese: Argentina
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Un film narrato attraverso otto riprese continue. Ariel è un giovane padre di famiglia che perde il lavoro nel pieno della crisi economica. In preda alla vergogna, decide di nascondere alla moglie e alla figli la verità, accettando di farsi coinvolgere in loschi affari.

Siamo di nuovo su una tematica attuale ovvero la crisi economica e la perdita del lavoro.
A differenza di altri film del festival che si strutturano attorno a quersta importante tematica, Falco sceglie la strada della diperazione, mettendo tutto il fardello sulle spalle di un giovane padre di famiglia dal passato turbolento (locali, vita notturna, prostitute, droga).
Ariel rappresenta quel cambiamento che di fatto sancisce una netta divisione con il passato ma che a causa proprio della difficoltà a trovare soldi diventerà purtroppo una delle uniche vie di salvezza.
Tra spacciatori, doppi giochi e carneficine sulle sponde di isolotti abbandonati, Ariel cercherà di trovare una soluzione prima di rendersi conto che alcuni errori si pagano a caro prezzo e quando vengono a bussarti in casa allora non puoi fare altro che fuggire con tua moglie.
Un film disperato che urla tutta la sua amarezza e la fragilità di un uomo che si rende conto di essere ancora troppo avvezzo ad alcuni vizi e non in grado di farcela da solo reggendo un macigno di colpi di scena davvero drammatici.
Juan Nemirovsky riesce da solo a dare enfasi al suo personaggio, caratterizzandolo in ogni singola inquadratura in un crescendo drammatico e disperato che attraverso quello sguardo riesce a sembrare un uomo qualunque a cui capitano una sere di tragedie spiacevoli.

domenica 25 marzo 2018

Beyond Skyline


Titolo: Beyond Skyline
Regia: Liam O'Donnel
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mark è un detective della polizia di Los Angeles che si sta prendendo una pausa dalla risoluzione dei crimini dopo la morte di sua moglie. Trent è il suo problematico figlio adolescente a un passo dal finire in carcere. Quando una strana luce blu inizia a risucchiare in cielo tutti quanti, i due si uniscono a una guidatrice della metropolitana, all’ex partner di Mark e a un anziano cieco per capire cosa stia accadendo. Il loro tentativo di fuga si rivela ben presto senza speranza però, e finiscono a combattere all’interno della nave madre aliena, che dopo una breve corsa si schianta in Vietnam. Lì, Mark si trova suo malgrado a fare squadra con alcuni malviventi locali, insieme ai quali dovrà provare a trovare un modo per fermare i nemici extraterrestri e addirittura salvare gli esseri umani già ‘convertiti’.

Skyline Beyond è davvero qualcosa di esagerato. Un turbine che mischia elementi sci-fi, un certo orrore cosmico di lovecraftiana memoria (almeno per il design di alcune creature), e fonde le arti marziali marziane in un finale di combattimenti terribili con arti strappati, sangue che dilaga e una sorta di non sense generale che spegne tutte le luci per una possibile coerenza logica.
Beyond è il sequel non c'entra nulla con il precedente SKYLINE del 2010 (di una bruttezza rara).
Per assurdo questa prosecuzione a tratti riesce ad essere esilarante e dichiaratamente trash oltre che essere pasticciatissimo. E' dannatamente sporco tra astronavi che sembrano l'interno del corpo umano con liquidi e sostanze purulente che si incollano ai protagonisti.
E'un film dove la sceneggiatura prova a rendersi credibile nei titoli di testa e poi lascia il posto ad una serie di azioni alcune che potevano sembrare logiche e altre dannatamente inverosimili.
In tutto questo l'operazione di casting è importante nel cercare di capire subito cosa sottolineare dal momento che ci sono i protagonisti di THE RAID è quel tamarro cosmico di nome Frank Grillo (che dovrebbe essere il protagonista di the Raid in versione americana).
Un film con così tanti colori, esplosioni, effetti speciali alcuni decenti altri meno, con personaggi che muoiono così senza un perchè giustificato o esseri che prendono il cervello degli umani in una sorta di reincarnazione aliena.
Alla fine tutto finisce con botte da orbi, lo spettatore rimane in catalessi per non trovare un senso logico che possa appagare, rimanendo a tutti gli effetti un film d'azione più che di fantascienza per passare due ore in spensieratezza senza cercare di trovare senso laddove non potrebbe esserci.

Kickboxer: Retaliation


Titolo: Kickboxer: Retaliation
Regia: Dimitri Logothetis
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kurt Sloan non vorrebbe tornare in Thailandia ma, durante un allenamento, viene catturato, sedato e rinchiuso in una prigione. In cambio di 2 milioni di dollari dovrà affrontare un temibile sfidante e, solo nel caso di vittoria, verrà liberato.

Alle volte è troppa la tentazione per il trash. Quando poi è il sequel di un'altra trashata le aspettative, essendo ancor più basse, non possono che portare a tante risate e divertimento assicurato nel non sense generale di un film che non sta in piedi.
Ritorniamo ad una saga che già segna il suo limite più grosso dal momento che KICKBOXER, tra l'altro non credo neppure di averli visti tutti, erano già un film da non ricordare.
Qui non hanno fatto altro che inserire più attori possibili con il risultato di non far altro che una parata di "star" dove ovviamente l'oscar non può che meritarselo Van Damme.
Quando parlo di parata di "star" bisogna però almeno citarne qualcuna: Ronaldinho, non parla, non dice nulla, tira solo pallonate alla gente; Myke Tyson, che tira pugni a destra e a manca scimmiottando se stesso e ridendo come un cretino; Christopher Lambert che fa davvero paura per quanto è inquietante ed è invecchiato davvero male, altro che immortale; infine Hafþór Júlíus Björnsson alias Mongkut, un altro gigante smisurato dopo l'episodio precedente con Dave Bautista.
Il problema più grosso del film al di là delle difficoltà produttive, sceneggiature scritte da gente improvvisata al momento e soprattutto quello di avere una durata eterna per quasi due ore.
Cos'altro dire di questo film che ho praticamente già rimosso. Brutto, a volte dannatamente comico e l'apoteosi del trash quando ascoltiamo alcune gag tra gli attori per non parlare dei dialoghi assurdi che rasentano i luoghi comuni più ambiti per i film di serie b sulle arti marziali e che in fondo non possono che ammettere il lato meno nascosto del film: qualcosa di vergognosamente tragicomico

martedì 20 marzo 2018

Seven sisters


Titolo: Seven sisters
Regia: Tommy Wirkola
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un futuro tetro, la sovrappopolazione obbliga il governo a misure estreme. Il piano di Nicolette Cayman prevede di obbligare le famiglie ad avere un solo figlio: fratelli e sorelle saranno ibernati in attesa di tempi migliori. Ma Terrence riesce ad aggirare i controlli del Child Allocation Bureau, facendo assumere alle sue sette nipotine gemelle la medesima identità. Ognuna si chiamerà come un giorno della settimana e in quello stesso giorno potrà uscire di casa. Per il mondo le sette sorelle corrispondono a un'unica persona: Karen Settman.

Seven sisters è un altro di quei film pasticciati ma piacevoli che parla di un problema che sta facendo discutere da anni ovvero la sovrappopolazione. Le stesse regole vigenti in Cina vengono usate dal resto del mondo, dove una multinazionale controlla le nascite e mette in ibernazione tutti i bimbi o le bimbe che nascono dopo il primo figlio.
Ovviamente c'è chi si ribella.
C'era un film cinese che parlava di come una coppia cerchi di eludere i controlli in Cina tenendo nascosto in casa il figlio o la figlia in più. Purtroppo non ricordo il nome ma il concetto era simile, non distopico e faceva luce su un reale problema.
C'è da dire per difendere il regista che gli intenti del film sono cambiati, così come la sceneggiatura e la regia. Progetti di questo tipo che devono per forza vedere la luce entro time line senza i tempi giusti e la riflessione che alcune scelte impongono significa rischiare di essere derivativi oppure di portare a casa quello che si può come in questo caso un finale troppo telefonato e rpevedibile.
Seven sisters è un pò così. L'attrice cerca di fare il possibile per dare carattere ed enfasi alle 7 personalità, la detective story su dove finiscono le altre sorelle inciampa alle volte ma riesce ad essere interessante.
Un film zoppicante, con alcuni spunti interessanti, una nota dolente che non vuole strizzare l'occhio all'happy ending (le gemelle muoiono...) e la solita critica alle multinazionali corrotte che nascondono le vere ambizioni.