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venerdì 27 marzo 2020

Zerozerozero


Titolo: Zerozerozero
Regia: Stefano Sollima
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 5/5

Il traffico di droga e l'economia globale si intrecciano in tre storie del giorno d'oggi unite dal viaggio di una nave che trasporta un carico di cocaina. Sull'Aspromonte, l'anziano boss Don Minu acquista la partita di droga per rinsaldare la sua leadership, ma è tradito dal giovane e ambizioso nipote Stefano. A New Orleans, il broker dell'affare, Edward Lynwood, si ritrova nei guai quando dall'Italia non arriva il pagamento pattuito, mettendo a rischio la sua compagnia navale presso cui lavorano i figli Emma e Chris. In Messico, le forze dell'esercito cercano di fermare l'avvio della spedizione, ma al comando della squadra designata c'è il soldato 'Vampiro', anche lui al soldo del Cartello.

Sollima è il nostro Michael Mann italiano. Ormai non si può nascondere l’evidenza dei fatti. Un autore nato nel cinema e figlio del cinema che sapendo aspettare è diventato la nostra garanzia, la forza più importante nell’action nazionale e internazionale. Presentata a Venezia e ancora una volta resa così attuale e importante dalla firma di un outsider come Roberto Saviano e tutti i colleghi editor che lo hanno aiutato.
Zerozerozero è come se fosse la continuazione di un percorso intrapreso con la seconda filmografia di Sollima. Mentre la prima riguardava AcabSuburra e GOMORRA 2, la seconda più matura e definita da una politica d’autore ormai evidente nel suo modo di condurre le riprese e il ritmo ha saputo dare i suoi frutti con lo stupendo Soldado (raro caso in cui il sequel supera Sicario) e ora questa struggente serie di otto episodi che vorresti non finisse mai.
Poche storie ma con tanti intrecci e vie secondarie, scorciatoie, passaggi segreti che scelgono Italia, Messico e Usa con alcune incursioni in Africa (Marocco e Senegal)
Una messa in scena minimale, pulitissima, una scelta di cast che non poteva fare di meglio e parlo per tutte le parti coinvolte anche sugli attori secondari, che mostra la vera crudeltà e gli interessi che muovono le parti in causa e una violenza reale e mai nascosta inusitata e travolgente in grado di far abbassare la testa a tutti i precedenti lavori dell’autore e tanti film fantocci americani sul genere.
La serie spara molto in alto e in profondità, riesce ad essere sempre verosimile e reale, crea una storia che riesce a rendere interessanti e mai banali i flash forward con quel qualcosa in più nella scrittura che si faceva difficoltà a credere, incasella così tanti colpi di scena da rendere la trama un thriller, noir, giallo, dramma, poliziesco, una esamina del narcotraffico, della ndrangheta e dei nuovi imprenditori americani che vogliono inserirsi nel gioco del trasporto della droga senza sapere con cosa avranno a che fare ma imparando molto in fretta.
Emma, Manuel e Don Minu sono il triangolo della quintessenza di come vanno caratterizzati i personaggi con Emma che ha quel qualcosina in più rispetto a tutti gli altri nelle vesti di una Andrea Riseborough per cui bisogna solo godere di come riesce a dare peso e sostanza al personaggio femminile che riesce a eguagliare e superare tutti dimostrando una sofferta storia di perdite ma che riescono a farla diventare la più importante e pericolosa. Il carico, la nave e le sue mille peripezie, sono solo la traiettoria di fondo di una costosissima operazione commerciale e una lotta per il potere più che per la cocaina in sé che di fatto non vediamo mai. In questa ambiziosa operazione chi riuscirà ad uscirne vincitore e soprattutto vivo, avrà il potere assoluto. L’accordo finale tra Emma e Don Minu e poi Manuel tratteggia come le regole cambieranno perché una delle frasi che sanciscono meglio l’enorme arco narrativo è proprio che non contano le leggi (quelle sono per i deboli) ma contano solo le regole. Giochi di potere, cambi all’ultimo, personaggi sempre molto complessi e impegnativi ma mai sopra le righe che giocano sui meccanismi psicologici e umani facendo parte di un gioco gigantesco difficile da pensare che abbia portato a dei fasti e risultati di questo tipo.

Hunt


Titolo: Hunt
Regia: Craig Zobel
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dodici sconosciuti si risvegliano all'interno di un parco appartenente alla cosiddetta Tenuta (the Manor), scoprendo di lì a poco di essere stati scelti per essere cacciati in un gioco ideato da un gruppo di persone della ricca. Per rendere il gioco più interessante alle prede vengono concesse delle armi che recuperano da un'enorme cassa posizionata nel bel mezzo di una radura del parco

Zobel all’attivo ha diretto l’interessante Compliance, un film che faceva luce su un fatto insolito negli Usa. Hunt sembra tante cose e ne scopiazza molte altre, un survival-movie con catfight finale senza esclusione di colpi.
Persone sconosciute che partecipano ad un gioco in cui una certa elite borghese gode nel farli fuori “perché deplorevoli” ovvero chi per la caccia, chi perché ha commesso non si sa bene cosa, chi per altri motivi. Tutti vengono scelti come vittime sacrificali per finire massacrati. Abbiamo la final girl cazzutissima che dalla scena della stazione di servizio capisce di non essere in Arkansas ma vicino alla Croazia.
Insomma un film che parte su un aereo, continua in un bosco e finisce in un campo rifugiati e infine in una villa per lo scontro finale.
Hunt di certo non annoia, ma è una tale galleria di luoghi comuni e idee prese da altri film cercando di dargli una parvenza di autorialità imbarazzante. I dialoghi sono così privi di carattere, i personaggi scontatissimi (forse l’unico aspetto positivo e che prima dell’arrivo di Crystal chiunque possa sembrare il protagonista muore malamente) e la trama come il disegno e l’intento da parte dell’elite davvero telefonata all’ennesima potenza. Tra le tante idiozie del film il piano segreto di Crystal che confida ad Athena nel dialogo finale (un gioco degli equivoci che sembra una presa in giro) il massacro della tana dove tutti i membri dell’elite si nascondono per venire sgominati dalla stessa Crystal e tanti altri fattori che cercano di dare spessore al film senza riuscirvi. L’unico motivo per cui non lo boccio completamente è perché non si prende sul serio e regala qualche timido sorriso.

sabato 14 marzo 2020

Head hunter


Titolo: Head hunter


Regia: Jordan Downey
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel Medioevo, un guerriero che protegge il regno dai mostri e dall’occulto, ha una raccapricciante collezione di teste. Ma per essere completa, alla collezione ne manca una, quella del mostro che ha ucciso sua figlia tanti anni prima. L’uomo ricorrerà alla stregoneria per raggiungere il suo obiettivo, con conseguenze terrificanti.

Head hunter è un film coraggiosissimo che ho saputo apprezzare e di cui sarò fan sperando prima o poi che riesca a farsi strada come produzione indipendente low budget autoriale per un pazzo folle come Jordan Downey e la sua festa del Ringraziamento (perché il suo amore per i tacchini merita una menzione a parte).
Un medieval horror, un film fatto di atmosfera, di momenti mai mostrati ma che fanno da contorno e in alcuni momenti in uno scenario ormai costipato di creature e mostri giganti in c.g, si apprezza per quello sforzo in più di lasciarli all’immaginazione, teste esibite come trofei per un Predator umano che si rispetti.
Grotte, armature pesantissime, un protagonista enorme come deve essere un pari di Conan per sconfiggere mostri che apprendiamo subito essere giganteschi in un mondo dove i sentimenti non esistono più, dove la voglia di vendetta diventa l’unico stimolo per andare avanti in una solitudine disarmante.
Un film muto quasi, dove il viaggio dell’eroe è una continua prova di sangue tra tormenti e ferite incredibili, un Gatsu che non smette mai di voler punire e stanare le forze del male e dove tutto sembra uscito dal peggiore degli incubi attaccandolo e lasciandolo preda dei suoi stessi fantasmi in maniera opprimente.
La prima parte, quasi i primi due atti, sono sanciti da un ritmo che non è mai quello che si potrebbe pensare, tutto appartiene ad una routine fatta di rituali, tutto l'excursus magico ed eretico sull'armamentario d'alchimista. Un film di mostri senza mostri, con una cura maniacale per ogni frame e suppelletto utilizzato con un'attenta ricerca delle location e un climax finale dove per tanti finalmente verrà, a suo modo, appagata o ripagata l'attesa.


Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Titolo: Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn
Regia: Cathy Yan
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Harley Quinn deve salvare la giovane Cassandra Cain, che si è messa nei guai entrando in possesso di un diamante di proprietà dello spietato boss della malavita Black Mask.

Birds of prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn era quel film che non aspettavo e che in realtà non volevo nemmeno vedere. Poi preso dalla curiosità e dal fatto che la Dc senza Snyder ha dato dei risultati interessanti, Shazam su tutti, mi sono regalato queste due ore di intrattenimento ed il risultato è stato quello che non mi aspettavo. Il secondo lungo della Yan è un concentrato di insensatezze divertenti con un turbo ritmo che supera addirittura il film menzionato prima e con un vaso di Pandora di efferatezze, colori, battute, combattimenti, squartamenti, sparatorie, che sembrano anni luce avanti rispetto ad alcuni comics degli ultimi anni.
Essendo un film d'intrattenimento che non aveva una storia interessante e doveva trovare dei personaggi per cui provare empatia, che già solo per Harley era difficile, la regista e gli sceneggiatori cercano e trovano e danno spessore alla follia, quella totale, in cui la protagonista deraglia continuamente dalla sua scelta egoistica sul cosa dover fare e per chi. E poi la scelta di rendere buoni delle sopracitate cattive non era cosa facile e infatti come per tanti elementi del film la sospensione dell’incredulità deve finire in un limbo e capire che da lì non ne uscirà più. Ci sono state delle scelte abili, a parte il cast e Margot che riesce persino a mettere da parte la bellezza per creare un pathos e un personaggio davvero borderline con una doppia diagnosi e le Fox Force Five che togliessero ad Harley il primato di essere la più cazzuta ma al contempo portando linfa e risorse ad un team come se ne sono visti tanti negli ultimi anni.
Trattandosi di fumetto, tutto nel film, ma proprio tutto a partire dalla iena, è sopra le righe. I più contenuti come Black Mask alias McGregor infatti sono i meno incisivi e più superficiali. Il film gioca tutto sull’esaurire ogni location con effetti in c.g desaturando ogni componente e non lasciando spazio per provare anche solo un secondo ad analizzare quello che sta succedendo. E’una lunga corsa in una delle più colorate e fracassone gallerie dei luna park, una corsa continua che non si ferma mai altrimenti lascerebbe il nulla dietro di sé..però proprio per questo funziona. Volendo potrebbe avere sequel a bizzeffe proprio per la sua non storia e per dei personaggi che potrebbero essere almeno caratterizzati con più intenti e obbiettivi e parlo in particolare per i villain.

Batman vs Teenage Mutant Ninja Turtles


Titolo: Batman vs Teenage Mutant Ninja Turtles
Regia: Jake Castorena
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una serie di furti di tecnologia mette sulla stessa strada Batman e le Tartarughe Ninja. Il Cavaliere Oscuro dovrà unire le forze con Raffaello, Michelangelo, Leonardo e Donatello per salvare ancora una volta Gotham!

E’incredibile come i prodotti sul cavaliere oscuro non accennino a diminuire, anzi. Negli ultimi anni ne ho recensiti così tanti di lungometraggi d’animazione sull’uomo pipistrello da poter scrivere un saggio in materia.
E’devo anche ammettere che proprio per gli stili, gli autori, gli universi messi l’uno accanto all’altro, si è arrivati a dei risultati insperati, originali e pieni di azione folle e che metteva assieme personaggi strampalati senza denigrare sul sangue o sula violenza. Questo mix di fattori e incontri hanno portato a questa opera di certo tra le più interessanti degli ultimi anni, tratto dal primo grapich novel dove i super eroi della notte e delle fogne si incontravano per sancire un prodotto d’azione mai banale che prende tanti elementi mischiandoli e sfruttando villain di entrambi i mondi per portare in scena Shredder, Ra’s al Ghul, l’Ooze, la lega degli assassini e il clan del piede. Il tutto condito con un impianto ironico che regala azione a profusione, scontri mai visti e che non vedremo mai più, alleanze strane ma funzionali e una battaglia finale dove il concetto di trasformazione raggiunge i fasti portando i nemici a trasformarsi in creature animali davvero sorprendenti.
Un’opera ambiziosa dove le sfumature legate a tante e diverse produzioni negli anni fanno capolino nei titoli di coda come se fosse una ricerca sulle fonti davvero brillante che ha saputo dare enfasi alle produzioni dagli anni ’60 in avanti. Sulla carta pensavo fosse una goliardata prodotta per attirare i gonzi fan di entrambi i mondi ma il risultato è quanto di meglio potessi aspettarmi.

domenica 8 marzo 2020

Destruction babies


Titolo: Destruction babies
Regia: Tetsuya Mariko
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Mitsuhama, una noiosa cittadina portuale in Giappone. Abbandonati dai genitori, Taira e Shouta Ashiwara, due fratelli adolescenti, abitano in un cantiere navale in prossimità del mare. Taira si azzuffa spesso con studenti provenienti da altre parti della città, ma un giorno ha la peggio e scompare. Mentre Shouta lo cerca dappertutto, Taira, spinto dal proprio ego ostinato che rifiuta la sconfitta, si imbarca in un viaggio di violenza attraverso le strade della città, alla ricerca di altri contendenti da battere

Il film sembra una costola impazzita di Crow Zero II oppure Agitator, insomma quei missili disobbedienti e cult istantanei del maestro nipponico Mike Takashi che venero da ormai circa trent’anni avendo visto praticamente tutto tra rassegne e avendo avuto modo di conoscere di persona il maestro. Il cinema giapponese tra i primi in assoluto ha saputo consolidare l’arte di saper fare cinema che viene alle mani e che sa come picchiare e rendere realistiche scorribande giovanili e massacri tra appartenenti alla yakuza.
Tetsuya Mariko che non so in quali rapporti sia con Takashi, crea un suo mondo ibrido desolato dove l’esistenza sembra ormai una piaga e la noia e la disillusione diventano importanti scenari in cui imbastire e proliferare il proprio caos esistenziale interno. Il vuoto assoluto del protagonista, della società, che in Giappone assume proporzioni estreme, si esprime in un grido disperato verso il bisogno di essere vivi e Taira sceglierà di esprimere il suo disagio in una lotta impari contro chiunque attraversi la sua strada prima di impazzire del tutto e inquadrare un altro nemico “ovvero la donna“. Destruction babies è la deriva anche dei social dove tutto viene filmato e condiviso, dove il bisogno di mostrarsi passa sempre di più attraverso imprese ai limiti della legalità e del buon senso. Dove ormai i like richiedono prove estreme di sacrificio o di brutalità e in questo caso la seconda parte del film, quando interviene quello che poi diventa il co-protagonista, il suo seguace Yuya che impazzirà del tutto, allarga la metafora del film inquadrando altri obbiettivi e diventando ancora più brutale nella sua desamina di un vuoto culturale e di un abbandono fisico e sociale in cui il governo è il primo responsabile.
Il germe della follia una volta che attecchisce può portare altri individui repressi ad esplodere? Ebbene sì e il cinema nipponico c’è lo ricorda di continuo.


Deep Rising


Titolo: Deep Rising
Regia: Stephen Sommers
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di mercenari raggiunge, in alto mare, la nave da crociera Argonautica, messa in avaria da un complice per permettere loro di derubare i passeggeri, ma trova solo cadaveri ed un orrendo mostro marino.

Amo i b-movie. I film poi con i mostri e soprattutto quelli acquatici sono sempre in prima linea anche quando sai benissimo che ad attenderti sarà una trashata.
Quando però ti rendi conto che tra i tanti difetti di Sommers (il quale era pure partito bene poi si è perso) il pregio in questo caso è stato riuscire a mettere in scena creature tentacolose che ti succhiano i liquidi del corpo bevendoti vivo e quindi non stavo nella pelle soprattutto contando che mostra le creature solo a metà film per creare un po’ di atmosfera prima e far conoscere i personaggi e la trama scontatissima.
Deep Rising è la perfetta via di mezzo. Un film con budget, attori dignitosi, una buona messa in scena, mostri tentacolari che fanno quello che possono per l’anno di uscita (Rob Bottin era sul pezzo ormai da tempo) e dialoghi cazzari e situazioni stereotipate che aderiscono pienamente all’action d’assedio.
Un film che mostra una sola scena se vogliamo di paura, trova l’intesa tra la Bella (Famke Jansenn) e la Bestia (Treat Williams) due attori che mi stanno simpatici perché protagonisti di due cult Faculty (ad oggi secondo me il miglior film di Rodriguez) e Sbirri oltre la vita.
A quel tempo andava molto di moda la trama per cui mercenari cattivi alla fine trovassero un male indecifrabile e si schierassero con i buoni per combattere i mostri.
Sommers che non è mai da prendere sul serio, è riuscito a creare quel miscuglio dove si spara, ci si azzuffa, molti inseguimenti, storiella d’amore, massacri a volontà, toni da maschio alfa e dialoghi scritti da un bimbo o improvvisati, zero colpi di scena e un finale che si difende bene esagerando come sempre troppo.
Deep Rising è uno di quei film che guardi mentre ti leggi Dead Sea di Tim Curran, contando che il primo è puro intrattenimento, un giocattolone, mentre il romanzo sulle creature tentacolari è di una serietà mostruosa.

Bad boys 2


Titolo: Bad boys 2
Regia: Michael Bay
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Mike Lowrey e Marcus Burnett, agenti della narcotici di Miami, hanno vite ed inclinazioni diverse ma accomunate dalla scelta di servire la giustizia nella lotta contro il crimine. Questa volta sono alle prese con un grosso trafficante di stupefacenti cubano, Johnny Tapia, che con la sua organizzazione smercia ecstasy a mezza Miami. Tra raduni del Ku Klux Klan e incursioni a Cuba, i due ne vedranno di tutti i colori: non bastassero i criminali, ci si mette anche Syd, che oltre ad essere un'agente infiltrata nella cricca di Tapia all'insaputa del fratello Marcus, è anche troppo sexy perché Mike possa restarle indifferente…

Michael Bay è uno dei peggiori registi della storia. Un cazzaro abile solo a distruggere tutto con blockbuster discutibili dove dominano le macchine e gli effetti speciali. Le sue uniche pillole meno gravi forse rimangono questi due buddy movie e THE ROCK che almeno osava qualcosa pur spettacolarizzando l’America in un film che sullo sfondo aveva tanti ingredienti reazionari.
Il problema di Bad Boys è quello in primis di avere due protagonisti esageratamente ridicoli nel prendersi sul serio, nel tirarsela a tutti i costi e nel non avere un solo elemento da ricordare e una caratterizzazione da manuale della denuncia. Ridicoli loro, tutto il resto è fumo e scorribande, sparatorie inutili, accenni al Ku Klux Klan in modo davvero patetico dove forse l’unico elemento era scoprire un attore come Michael Shannon quando faceva cose brutte prima di passare alla serie A del cinema.
Stormare e Mollà ridicolizzati con personaggi mai approfonditi a dovere e un palcoscenico di maestranze utilizzate male senza avere una sceneggiatura e un’idea di cinema in cui credere.
Passi in alcune scene Lawrence, ma Smith è davvero insopportabile, uno degli attori peggiori della sua generazione, stimato da una pletora di pubblico che non sa cosa significa recitare

Bad boys

Titolo: Bad boys
Regia: Michael Bay
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Burnet è tutto famiglia e lavoro. Lowrey è ricco ed è un playboy incontenibile. Fanno i poliziotti e lavorano in coppia. Per sgominare una banda di trafficanti di eroina dovranno scambiarsi i ruoli che sono loro abituali nella vita. 

Bad boys nel suo cercare di essere politicamente corretto e mettere due protagonisti di colore, non si rende conto che proprio questo sodalizio perde punti già sul nascere. Se la fortuna del buddy movie aveva sempre il contrasto tra il bianco e il nero 48 oreArma letale, BEVERLY HILLS COP e tanti altri ancora, qui la coppia del bello e serio e del brutto e simpatico non riesce a reggere e portare sulle spalle tutto l’arco del film.
Soprattutto contando che in film come questi l’alchimia della coppia vale l’80% del film così come le gag, le litigate, il conoscersi e non andare d’accordo, l’accettarsi in tutte le diversità.
Il personaggio poi di Mak Lowery è detestabile fin da subito con quella sua spocchia e il suo vantarsi di essere borghese dovendolo mostrare a tutti i costi, in questo caso con le auto di lusso.
Il film poi è una cozzaglia di quei luoghi comuni che diventano noiosi alla radice, in cui il non prendere in considerazione un colpo di scena che sia uno, abbassa il ritmo e i toni del film che punta tutto sulla deflagrazione, sui rocamboleschi inseguimenti, sulla distruzione di tutto ciò che Bay può far distruggere come farà in tutti i suoi detestabili 

mercoledì 22 gennaio 2020

Girl with balls


Titolo: Girl with balls
Regia: Olivier Afonso
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Dopo aver vinto una competizione, una squadra di pallavolo femminile sta tornando a casa a bordo di un minibus quando l'autista è costretto da un guasto a una deviazione, finendo nel territorio di caccia di un gruppo di degenerati. Ben presto, le ragazze dovranno lottare per salvare le loro vite e per testare il loro spirito di gruppo.

Quando ho scoperto che il villain di turno era Denis Lavant non ho potuto sottrarmi dall'ennesimo survival movie, una caccia spietata tra bifolchi cannibali assetati di sangue incappucciati aderenti ad un strana setta pagana e una squadra di pallavolo.
Girls with balls è un horror divertente che aggiunge poco al genere, tratta una storia più che abusata ma lo fa senza prendersi troppo sul serio e regalando scene d'azione, torture porn e ironia a gogò. Un film d'intrattenimento curato in vari aspetti con un cast dove lo stesso Lavant per quanto sia spettacolare, si ritrova a dover fare i conti con un personaggio per nulla caratterizzato a dovere come un po lo sono tutti i personaggi del film in particolare le final girls.
C'è la mattanza finale, scene splatter e slasher, tutti ma proprio tutti i clichè di genere, la caratterizzazione che come spiegavo prima è così lacunosa che non permette di empatizzare mai per nessuno, diventando mai credibile e di fatto non facendo nemmeno mai paura perchè tutto sa di gioco al massacro con il twist finale abbastanza scontato e banale.
Il film di Afonso decide di non prendersi mai sul serio giocando con gli stereotipi e promuovendo una visione divertente senza far mancare nulla nel panorama di genere spesso come in questo caso scontato e prevedibile ma allo stesso tempo ingenuo e divertente.



One Piece-Stampede


Titolo: One Piece-Stampede
Regia: Takashi Otsuka
Anno: 2019
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

I pirati di tutto il mondo si ritrovano nell'isola di Delta, convocati per un misterioso festival. Ma l'invito si rivelerà pieno di insidie per Luffy e la sua ciurma, che dovranno fronteggiare sul loro cammino una minaccia apparentemente insormontabile.

Il 14 OAV fa pensare ad un'operazione di franchise ormai diventata una saga importante per un anime che ha decisamente e radicalmente trasformato le avventure e l'universo dei pirati.
Per celebrare i vent'anni, gli intenti erano di fare un film per il pubblico, un fan service, che uscisse anche al cinema e che all'interno ci fosse un grande villain, una sfida tra pirati, alleanze e vecchie conoscenze e un combattimento finale estremo che richiamasse più partecipanti possibili per un esplosione continua e inarrestabile che confluisse in una colossale battaglia tra pirati e marina.
Il risultato grazie anche agli ottimi effetti in c.g e ad una fotografia che mai come in questo film riesce a dare ancora più risalto e fascino ai colori, soprattutto quando hai il compito di mostrare la Fiera mondiale pirata, porta a una messa in scena e una scenografia molto curata, un'intera isola trasformata nella più grande festa a cielo aperto per i peggiori ceffi di tutti i mari.
Un film dove ancora una volta il villain cerca di spodestare tutti i predecessori mettendo a dura prova la ciurma di cappello di paglia e tutte le new entry che a parte i Mugiwara al completo, prevede Law e tutta le generazione peggiore di pirati, Crocodile della vecchia flotta dei 7, Rob Lucci, e ancora Boa Hancock e Drakul Mihawk, senza neppure passare dall'altro lato della forza, dove la Marina è schierata al completo.

Città delle bestie incantatrici


Titolo: Città delle bestie incantatrici
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1989
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Da mille anni la razza umana e quelle dei mostri del lato Oscuro, combattono una guerra segreta ma fortunatamente alcuni soggetti definiti "illuminati" sono riusciti a stipulare un trattato di pace, tuttavia il trattato in questione sta per scadere ed una nuova guerra è alle porte...

Kawajiri di cui ho recensito tutte le opere è un regista straordinario, un precursore e un innovatore che ha saputo dare enfasi e prestigio all'animazione passando da un genere all'altro senza troppi problemi, regalando perle rare, cult di tutto rispetto che ancora oggi rimangono pietre miliari.
Noir, horror, fantasy, poliziesco, hard boiled, grottesco, erotico, thriller. Ci sono così tanti generi e sotto generi nelle sue opere che servono a dare sostanza, atmosfera, in un viaggio oscuro e decadente nei meandri della civiltà popolata da creature inquietanti e mostri sotto fattezze umane.
Ricco di azione e avventura, il film sbaraglia ogni tabù mostrando violenza a profusione con arti squartati e sangue in grosse quantità e scene erotiche fortemente esplicite.
La fotografia, i colori della notte, pervadono l'opera dandole sempre un equilibrio perfetto tra l'atmosfera opprimente che si respira, i continui colpi di scena e combattimenti, gli inseguimenti, i sacrifici e infine poi un'animazione tetra più che convincente.
Uno dei più bei film d'animazione horror per adulti che a trent'anni di distanza non fa una piega rimanendo spettacolare e incisivo sotto tutti i punti di vista.



Justice League vs Teen Titans


Titolo: Justice League vs Teen Titans
Regia: Sam Liu
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una misteriosa presenza demoniaca s’intromette in uno scontro tra la Justice League e la Legion of Doom che si conclude con l’ennesimo intervento sconsiderato di Robin, alias Damian Wayne, figlio di Batman. Nel tentativo di rimetterlo in riga ed insegnargli a fare gioco di squadra, il padre lo costringe ad unirsi ai Teen Titans. Mentre Damian cerca di integrarsi, la sua nuova compagna di squadra Raven è perseguitata dal padre, il demone Trigon.

Ancora una volta alla regia c'è l'instancabile Sam Liu e se non è lui è Jay Oliva.
Di nuovo un ottimo film d'animazione della Dc che come dico spesso dimostra di saper gestire molto bene i lungometraggi d'animazione a differenza di altre opere.
Libertà, violenza, combattimenti sempre ad un livello molto alto, scene truculente, distruzioni di massa, dialoghi mai banali e con un linguaggio a volte volgare. Il film è incentrato sui Teen Titans dopo vari film legati al nuovo Robin alias Damian Wayne e al suo cambio d'intenti mostrando un'altro volto e temperamento legato alle sue origini dopo Son of BatmanBatman vs Robin e Batman: Bad Blood. Dunque il primo della serie di film d’animazione direct-to-video DC Universe ad essere dedicato al giovane super gruppo che ha già al suo attivo una serie animata durata cinque stagioni. La Justice League ha un ruolo molto marginale ed è spinta nella storia a forza con scene di fatto che più che vederli contro i giovani ragazzi gli vedono alle prese soprattutto nel terzo atto con il demone Trigon e il suo obbiettivo di distruggere il pianeta assumendo una forza e grandezza senza eguali.


venerdì 10 gennaio 2020

Freaks


Titolo: Freaks
Regia: Zach Lipovsky, Adam B. Stein
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il padre della piccola Chloe, una bambina di sette anni, non vuole che lei esca dalla loro casa in rovina, perché ritiene che il mondo esterno sia troppo pericoloso per loro e soprattutto per la bambina. Cerca di nasconderla anche ai vicini, ma lei vorrebbe fare come le altre ragazzine e andare almeno a prendere il gelato dal camioncino che passa per il loro vicinato e suona una musica quasi irresistibile. Il gelataio è un vecchio dal sorriso vagamente sinistro, ma questo non turba Chloe che anzi sempre più vuole conoscere il mondo di fuori. Nulla però è davvero quello che sembra...

Freaks è un indie interessante, un'opera che strizza l'occhio chiamando a sè diversi generi, thriller, sci-fi, super-eroi (meglio chiamarli Freaks), l'isolamento come paura di essere presi in quanto diversi. Tanti segnali sembrano poi i classici di tanti film usciti negli ultimi anni, ma il film dalla sua ha una storia semplice, nel primo atto non ci dice molto ma fa presagire che da quando la piccola "Chloe" dovrà uscire dalla porta si troverà preda o predatrice di un mondo che le è stato sempre nascosto. Ci sono sicuramente alcune intuizioni interessanti come il teletrasporto qui sfruttato in maniera davvero originale, il sangue non viene lesinato ma anzi serve a far comprendere alla innocente Chloe a cosa si debba andare incontro per salvare chi si ama.
Effetti speciali e scene d'azione ottime ma mai abusate, cercando sempre di mantenere quel'atmosfera che caratterizza tutto l'arco del film e alcuni dialoghi che rivelano interessanti colpi di scena. Bruce Dern poi con quel camioncino dei gelati è allo stesso tempo salvifico quanto inquietante. Tutto il cast capitanato dalla preziosa bambina e Emile Hirsch ci credono tutti molto e la loro caratterizzazione riesce a dare manforte alla psicologia dei personaggi e la sinergia con i colleghi. Qualche piccolo intoppo c'è, ma nel finale possiamo annoverarlo tra gli esperimenti più interessanti su persone dotate di super poteri con un budget modesto ma che sa lavorare bene su quello che ha regalando molto più di quanto riescano a fare i film Marvel.

Zombieland-Doppio colpo


Titolo: Zombieland-Doppio colpo
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Da dieci anni Tallahassee, Columbus, Wichita e Little Rock affrontano zombie armati di fucili d'assalto. In dieci anni hanno imparato a intendersi e a condividere il quotidiano. Insieme formano una 'sacra famiglia' che vive alla Casa Bianca, bonificata dagli zombie e creativamente personalizzata. Tra lo studio ovale e la camera da letto di Lincoln, Columbus vorrebbe sposare Wichita, che esita, e Tallahassee trattenere Little Rock, che vuole lasciare il nido. Fuori intanto gli zombie evolvono per sopravvivere agli uomini. Ma sono i conflitti familiari la sfida più ardua da vincere.

Sono passati dieci anni e l'unico ad invecchiare bene è Bill Murray nel solito fantastico cameo.
Era davvero così atteso questo sequel di un film che mostrava gente che ammazza zombie cercando di far ridere? I sequel sono una sfida molto dura quando non si ha una storia solida tra le mani.
Non basta aggiungere una biondina sociopatica e ninfomane per aspettarsi che gli esiti cambino a favore del film. Certo qualche intuizione c'è, gli scontri sono sempre più terribili e con quel rallenty che li rende ancor più fastidiosi, e in tutto questo il meglio se lo portano a casa le scene di contrasti famigliari tra questo nucleo di persone improvvisato. Si aggiungono ancora al coro l'hyppie di turno che scappa con Little Rock sognando paradisi in cui cazzeggiare e ad un tratto esce fuori proprio senza nessun senso Rosario Dawson che si porta a letto Tallahassee. Una nuova grande famiglia per un viaggio on the road prevedibile e scontato con personaggi banali e superficiali e caratterizzati in maniera fin troppo macchiettistica.


Men in black-International


Titolo: Men in black-International
Regia: F.Gary Gray
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il film inizia nel 1996. La futura agente M non è che una bambina quando assiste per caso a una scena destinata a cambiare il corso della sua vita. Un cucciolo di alieno in fuga si è nascosto nella sua stanza. I genitori incontrano gli agenti dei Men In Black, prontamente spara-flashati perché dimentichino l’accaduto. Ma la piccola Molly vede tutto dalla finestra. E da quel momento, il suo unico desiderio sarà entrare in quella segretissima agenzia, delegata a gestire la presenza aliena sulla terra.

L'ultimo MIB è stupido ma non così tanto come mi aspettavo. La coppiata purtroppo non funziona ma diversi elementi o accessori riescono a regalare inaspettatamente un piccolo sorriso che a dirla tutta in due ore sembrava proprio il minimo.
L'universo di MIB non poteva finire, bisognava riadattarlo, renderlo ancora più malizioso, prendere gli attori che vuole il pubblico e regalare ancora più spavalderie, buffonate e risate in grosse dosi per chi mastica un certo tipo di ironia.
La trama è appena un pretesto per fare un gioco nuovo che gli americani con le grosse produzioni piace continuare a fare. Una moda quella di cambiare location da un momento all'altro come per spara-flashare il pubblico e far loro dimenticare cosa stavano guardando fino a un attimo prima. Perchè poi alla fine è così. Il primo film del '97 aveva almeno un Sonnenfeld dietro che prima di finire a morire con pellicole per la happy family aveva almeno diretto il duo decente della FAMIGLIA ADDAMS e con MIB cercava di scimmiottare con la sci-fi con un film innovativo, dirompente che allo stesso tempo avesse qualche scena creepy, ma dotato di una comicità demenziale e in questo la coppia di attori era davvero funzionale nel mischiare generazioni diverse a confronto. Gary Gray è un mestierante che non ha idee o innovazione nel suo cinema, fa quello che gli dicono di fare senza polemiche.
Il problema ancora una volta di operazioni così costose e che servono solo ad intrattenere in un franchise che era meglio non allungare, è il ruolo della donna che come in questo caso, o negli ultimi film della Marvel e della Dc, dovrebbe dare forza e carattere alle eroine femminili, sembra invece a mio avviso sentenziarne delle macchine da guerra e basta fedeli al loro codice di regole da seguire.



martedì 7 gennaio 2020

Mandalorian


Titolo: Mandalorian
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Ambientata nell'universo di Star Wars, la serie si inserisce in un periodo storico compreso tra la caduta dell'Impero e l'ascesa del regno del terrore del Primo Ordine. In questo vuoto di potere viene raccontata la storia del protagonista, un guerriero appartenente al popolo combattente dei mandaloriani, come si evince dalla sua armatura che ha caratterizzato altri personaggi di Guerre stellari come Jango e Boba Fett. The Mandalorian segue le avventure del pistolero solitario, che come cacciatore di taglie si muove negli angoli più remoti della galassia ancora distanti dall'autorità della Nuova Repubblica. Nella sua nuova veste, il Mandaloriano si ritrova in un bar per catturare una delle sue prede, consegnandola poi al suo datore di lavoro, Greef Karga, il quale gestisce un gruppo di cacciatori che include la grintosa e ribelle Cara Dune.
Ben presto, Greef affida una nuova missione ad Mandaloriano: ritrovare un oggetto o una creatura ritenuta molto importante dal facoltoso e misterioso cliente, un potente sostenitore del decaduto Impero ancora protetto dai soldati imperiali. Quando i due si incontrano, l'uomo paga subito il guerriero e gli consegna un localizzatore al fine di poter individuare il suo obiettivo, senza però svelargli cosa sia. Ciò che il Mandaloriano ancora ignora è che il ritrovamento dell'obiettivo non è stato affidato solo a lui, ma anche a un droide, IG-11, che incontra durante l'assalto all'edificio dove si trova nascosto. Raggiunto, i due scoprono finalmente di cosa si tratta, o meglio, di chi si tratta: un neonato... particolare. I due hanno reazioni opposte - il robot vuole uccidere la creatura, mentre il Mandaloriano vuole salvarla.

Mandalorian si affida quasi esclusivamente ad un concetto molto importante e interessante per la sci-fi come per il franchise in generale. Un universo da scoprire pieno di pianeti, razze e culture.
Partendo da questo presupposto la trama è semplice quanto assai funzionale e adatta al contesto: un cacciatore di taglie che fa il suo lavoro stanando criminali in giro per gli universi e che si troverà a fare una scelta importante che cambierà il corso della sua vita e i suoi obbiettivi.
Eppure c'è più Star Wars in Mandalorian che non nell'ultima trilogia uscita.
La mini serie di otto episodi è stata scelta dalla Disney per inaugurare il suo servizio di streaming online Disney+. Dato l’intento manifesto di andarsi a scontrare con i giganti di Netflix e Amazon Prime Video e Hubu, la discesa in campo non poteva che essere guidata da una serie che avesse un pubblico già scritto. Se la paura dei fandom o della setta che si muove dietro Star Wars poteva storcere il naso pensando ad un prodotto di puro intrattenimento che piacesse soprattutto ai più giovani, dovrà ricredersi perchè il vocabolario di Mandalorian è universale, tradotto significa che piacerà a tutti, ma proprio tutti.
E non parlo solo della bella abitudine di partire aprendo e chiudendo gli episodi, facendoli durare poco più di mezz'ora, inserendo tanta roba di qualità ma non troppa da farla precipitare male.
Tutta l'operazione è stata gestita da quel pazzo di Jon Favreau, che seppur come regista appare poco più che un mestierante, come ideatore e produttore sa muoversi molto bene disponendo delle conoscenze giuste avendo un piede nella Disney e un altro nell'universo Marvel che poi sono la stessa cosa.
Mandalorian si sapeva ed è giusto che abbia avuto il suo meritato successo, giocando e puntando tanto sull'avventura, sul non sapere cosa succederà ma volerlo scoprire perché si è sicuri che sarà qualcosa che valeva la pena aspettare, caratteristica che ormai con la saga di successo abbiamo quasi dimenticato.
E poi c'è il protagonista che come Dredd non si toglie mai l'elmo, una creaturina a cui è impossibile non affezionarsi, una banda di criminali su una navicella capitanata da Mark Boone Junior, un villain come Herzog, Clancy Brown e tanti altri splendidi attori che trovano i loro spazi per essere caratterizzati a dovere.
Le storie sono molto semplici, ma proprio questa semplicità permette alla serie di procedere indisturbata e silenziosa, mettendo tutti d'accordo, promuovendo valori e ideali, non mostrando mai una goccia di sangue, ma facendo vedere letteralmente corpi che scompaiono o deflagrano a contatto con armi laser.

Blade II


Titolo: Blade II
Regia: Gulliermo Del Toro
Anno: 2002
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Blade, un uomo per metà vampiro, si vede costretto a schierarsi con un team di vampiri molto potenti per sconfiggere un nuovo tipo di super-vampiro che nessuno di loro ha mai affrontato prima. È l'unica possibilità per scongiurare l'eliminazione della razza umana e di quella dei vampiri.

Del Toro conferma ancora una volta il suo buon gusto e il tocco da Re Mida nel saper gestire qualsiasi genere con cui si cimenta.
Blade II riesce a coniugare molto bene horror e azione, con un ritmo adrenalinico, mostra una metropoli e il sotto suolo (le fogne per intendersi) putride e anarchiche oltre che malsane, prende alcuni suoi fedelissimi come Perlman e Goss e riesce a sfornare un sequel che non è solo il migliore del primo, ma di tutta la saga.
Blade II è il b-movie di puro intrattenimento, l'occasione per l'autore prima di girare il duo di film Hellboy(2004) Hellboy 2-The Golden Army di dimostrare ancora una volta un'enorme fantasia e creatività, dando i giusti ritmi all'azione ma senza mai perdere di vista la storia e la sua fondamentale importanza.
In più l'idea di raccontare i vampiri poteva concludersi con nessuna ricetta innovativa ma Goyer confeziona una storia originale dove incontriamo i mietitori, mostruosi mutanti succhia sangue che si nutrono di umani e di vampiri, ma soprattutto sarà difficile non provare empatia per il villain di turno Jared Normak il vero jolly del film.
Peccato per Wesley Snipes, sempre più insopportabile nel ruolo da protagonista e alcuni combattimenti decisamente troppo veloci.


Son of Batman


Titolo: Son of Batman
Regia: Ethan Spaulding
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Batman scopre di aver avuto un figlio dalla relazione con Talia Al Ghul. Si tratta di Damian, un letale e geniale ragazzino cresciuto e addestrato dalla Lega degli Assassini. Investigando sul rapimento di Kirk Langstrom e della sua famiglia, il Cavaliere Oscuro deve tenere a bada la sete di vendetta del figlio per la morte di Ra’s Al Ghul, ucciso da Deathstroke. Scegliere tra la propria brama di sangue e gli etici ideali di Batman potrebbe fare di Damian il nuovo Robin.

Come per JUSTICE LEAGUE VS TEEN TITANS e Batman vs Robin, rispettivi sequel cronologicamente, il Robin quello cazzuto finalmente fa la sua comparsa, mettendo subito tutti in riga su quello che sarà un cambio d'intenti decisivo soprattutto nel rapporto complesso con Bruce e di vederci chiaro sulla storia della discendenza famigliare.
Spaulding è un mestierante abbastanza novizio anche aveva girato Justice League-Throne of Atlantis in questo piccolo ma sempre più interessante universo Dc tutto animato dove continua il lavoro svolto dai leggendari Oliva e Liu capaci da soli di risollevare l'animazione dei comics.
La storia del film è abbastanza complessa e stratificata vedendo una rosa di nomi decisamente importanti che hanno saputo dare enfasi e carattere alla storia a partire da Il Figlio del Demone, scritta da Mike W. Barr e disegnata da Jerry Bingham, al termine della quale si scopriva che il Cavaliere Oscuro aveva avuto un figlio con Talia Al Ghul fino a Grant Morrison per dare inizio della sua lunga run sulla serie regolare di Batman nel 2006 con la story-arc Batman e Figlio e infine tenetevi pronti come sceneggiatore niente poco di meno che il prolifico e leggendario Joe R. Lansdale (di cui credo di essere uno dei pochissimi ad aver letto tutto e possedere tutti i suoi libri, nonchè fumetti) il quale essendo avvezzo alla materia riesce a creare un nuovo intreccio mantenendo i punti essenziali dell’opera originale senza alterarne contenuti e personaggi.

lunedì 30 dicembre 2019

Demon city Shinjuku


Titolo: Demon city Shinjuku
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Tokyo, un futuro molto prossimo. Shinjuku, un tempo uno dei quartieri più vitali, è diventato una landa oscura e abbandonata, preda di creature demoniache scese sulla Terrra attraverso un varco aperto dieci anni prima ad opera di un folle sanguinario. Lo stesso che oggi ha rapito un illuminato presidente, e intende precipitare il mondo intero nelle tenebre con un nuovo rituale. Dieci anni fa, il padre di Kyoya aveva tentato di fermarlo. Ora tocca a Kyoya scoprire i suoi poteri latenti e terminare la battaglia iniziata da suo padre, prima che l'umanità venga distrutta per sempre.

Il sequel non proprio accreditato di WICKED CITY-LA CITTA' DELLE BESTIE INCANTATRICI, continua la lezione del maestro nipponico disegnando mondi ormai saturi di violenza e ambiguità, dove i soprusi e gli omicidi sono all'ordine del giorno e i demoni come i mostri convivono con la nostra specie senza dover per forza essere più crudeli.
L'incipit della storia è l'aggancio a farci capire quali saranno gli intenti e gli obbiettivi del protagonista.
Avendo ormai visionato e recensito quasi tutti i film di Kawajiri devo ammettere che ci troviamo di fronte ad un maestro straordinario che ha saputo dare enfasi ed essere un piccolo precursore di alcune derive dell'horror ma soprattutto della sci-fi. Se è vero che i capolavori del maestro rimangono altri, il film come per il predecessore, ha il medesimo stile di disegno, le atmosfere macabre e cupe, le scene d'azione girate molto bene e il continuo scontro del protagonista con tutta la galleria di demoni che lo porteranno al boss finale.
Anche se la trama è fin troppo lineare e scontata ciò che conta spesso in film come questo è
l'aspetto molto dark, cupo, da vero e proprio film horror, che lo mette su un piano diverso e più maturo rispetto alle pellicole d'animazione di quel periodo, prendendosi rischi enormi ma allo stesso tempo dimostrando un enorme coraggio.