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lunedì 22 aprile 2019

Revenger


Titolo: Revenger
Regia: Lee Seung-Won
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Un ex detective determinato a vendicare il massacro della sua famiglia, si reca su un'isola sperduta che funge da carcere e si infiltra nel braccio della morte per pericolosi criminali.

E poi basta attraversare l'oceano finire in Oriente e fermarsi ad un modello di cinema che da noi culturalmente è sconosciuto. I film coreani in particolare hanno un che di spirituale anche quando incontrano il wuxia, le arti marziali o il kung fu movie.
Qui ci troviamo di fronte ad un'importante produzione distribuita da Netflix e firmata da quel talento di Lee-Seung Won che si approccia per la prima volta a questo cinema di genere.
Il risultato è potente almeno quanto quell'altra chicca che rispondeva al nome Aknyeo-The Villainess
Qui a differenza dell'eroina che avrebbe avuto tutti i numeri per prendere a calci nel culo Oh Dae-su, abbiamo un altro mostro delle arti marziali capace invece di prendere a calci nel culo Donnie Yen, e parliamo dell'ex stuntman cinquantenne Bruce Khan che a quanto pare si è prodigato a scrivere anche il plot.
La storia è di una banalità sconcertante e non starò a ripeterla, leggetevi la trama, ma è tutto il resto ancora una volta a regalare grande prova di intrattenimento e azione a gogò.
La location, una realtà distopica, i condannati più pericolosi che vengono confinati in un'isola al di fuori dal mondo dove vengono lasciati allo stato brado e senza alcun modo per far ritorno sulla terraferma. Anche se già vista, la trama e le aspettative conservano sempre una certa dose di fascino perchè sapremo che ne vedremo delle belle con tutti i villain e i bifolchi possibili e immaginabili.
Indonesia e Corea si aggiudicano il premio sugli action di arti marziali. Il primo per cattiveria, violenza e crudeltà, mentre il secondo per virtuosismi, inconfondibile stile e spiritualità.

Shazam


Titolo: Shazam
Regia: David F.Sandberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Thaddeus è un bambino trattato con freddezza dal fratello maggiore e dal padre, finché non si ritrova improvvisamente in una caverna di fronte all'antico mago Shazam, che lo mette alla prova. Si fa però tentare da sinistre presenze e fallisce il suo test, così continuerà a vivere ossessionato dall'occasione che ha perduto. Dagli anni 80 si arriva ai giorni nostri, quando Thaddeus finalmente riesce a ottenere terribili poteri, ma il mago a sua volta trova un giovane a cui donare straordinarie capacità. Quando questi dice Shazam acquisisce infatti la saggezza di Salomone, la forza di Hercules, la resistenza di Atlante, il potere di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio.

Era da tempo che un film Dc non mi divertiva. I film dei super eroi quando non cercano di prendersi troppo sul serio come ultimamente sta succedendo devono assolvere questo compito, divertire. Shazam è il migliore film della Dc degli ultimi anni, decisamente superiore a tanti goffi tentativi di spolverare una casata che stava soccombendo sotto il peso titanico della Marvel.
Wonder Woman e Aquaman non valgono la metà del film di Sandberg.
La Dc ha forse capito che togliendo lo scettro del potere a Snyder si è accorta di quanti sceneggiatori in gamba, colti e straordinariamente nerd esistevano in circolazione.
Shazam deve tutto al suo saper sposare un'ironia travolgente e tantissima azione.
Dura 132 minuti e non pesa. Il protagonista deve tenere per tutto il film una smorfia da bambino e funziona, così come funziona il suo approccio ai super poteri (cerca di divertirsi e ne combina delle belle come accadeva tempo addietro a Peter Parker). Poi attenzione quando si pensa che sia solo per ragazzi. Gli sceneggiatori, abili ancora una volta, mettono in scena alcuni elementi non da poco
(il villain uccide prima il fratello e poi il padre) la violenza non manca e i dialoghi sono irriverenti, sboccati e ironici, con tante parolacce ma cercando di essere meno volgari di un Deadpool qualunque.
Sandberg arriva dall'horror e si vede proprio nelle scene più tetre e buie del film. Non mancano citazioni a profusione, evito di spoilerarle, ma alcune sono davvero succulente.
Si potrebbe quasi girare una soap opera sulle peripezie giuridiche che hanno imperversato su questo progetto infatti tratta uno storico personaggio a fumetti nato per la Fawcett Comics nel 1939 con il nome di Capitan Marvel e poi passato alla DC Comics, dove ha perso il nome originario che è finito alla Marvel Comics. Nel film non si contano le battute sul nome da supereroe di Billy una volta trasformatosi, senza che si arrivi mai a chiamarlo Capitan Marvel. Basta essere dei nerd come il sottoscritto per ricordarsi le battaglie del secolo Marvel vs Dc (che non è detto che non vedremo in futuro) per non ricordarsi l'epico scontro tra Thor vs Capitan Marvel.



Logorama


Titolo: Logorama
Regia: AA,VV
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

La polizia insegue un criminale armato in una versione di Los Angeles composta interamente da loghi aziendali.

La critica al capitalismo, il modello economico che stanerà tutti, diventa il circuito perfetto dove il trio di registi francesi descrive il proprio microcosmo. Loghi, brand, multinazionali, tutto ormai sembra diventare status simbol con il preciso compito e dovere da parte degli autori di trasformare tutto in un enorme buco nero in grado di inglobare tutto e mettere fine alla civiltà.
Il collettivo H5 (François Alaux, Hervé de Crécy e Ludovic Houplain) ha già firmato videoclip per Alex Gopher, i Massive Attack, i Goldfrapp e i Röyksopp e conferma un acume attento e colto nel saper essere sintetici e al contempo ingranare la marcia e sfrecciare a tutta velocità.
16 minuti di pura azione da vedere rigorosamente in lingua originale, un lavoro enorme che ha comportato l'utilizzo di 2500 loghi e mascots, appartenenti a compagnie di tutto il mondo, per costruire l’intera architettura cittadina e per creare personaggi improbabili, come il cattivissimo Ronald MacDonald e ampliare così una critica feroce sugli intenti perversi della multinazionale del fast food.


Lenny to the nines


Titolo: Lenny to the nines
Regia: Jeremy Puffet
Anno: 2018
Paese: Belgio
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Quando lungo il suo cammino Lenny incrocia qualcuno vestito con una divisa o un costume, viene sopraffatto da un desiderio irresistibile di urinare, ma vi è una pulsione ancora più grande e più difficile da reprimere: la necessità di appropriarsi dell’identità delle persone incontrate.

Con 15.000 di budget, Puffet tira fuori questo viaggio on the road con un ritmo incredibile.
Lenny qualsiasi cosa incrocia, madre/figlia, commesse, poliziotti o altro, ha questa profonda ossessione compulsiva di dover entrare nel personaggio, scappando subito dopo aver pisciato per far perdere le tracce (la scena con la divisa da poliziotto le batte tutte).
Con una fotografia coloratissima, un montaggio scoppiettante e tanta ironia grottesca, lasciando da parte il non sense, in 16 minuti non sembra mancare davvero nulla fino ad un finale esplosivo che non poteva che chiudere nell'unico modo possibile una vicenda destinata ad arrestare il giovane biondo protagonista nella sua corsa contro il tempo.

sabato 20 aprile 2019

Dragged across concrete


Titolo: Dragged across concrete
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Brett Ridegman e Anthony Lurasetti sono due poliziotti sospesi dal servizio dopo che un video li ha immortalati e diffusi in rete mentre si accanivano con troppa brutalità su un arrestato. Le loro vite in frantumi, avare di soldi e piene di difficoltà, oltre che private del lavoro di una vita, li spingono a volersi fare giustizia da soli, nel tentativo di accaparrarsi un’illecita somma di denaro nella maniera più brutale e fuori legge possibile.

Al suo terzo film, S.Craig Zahler dimostra decisamente di essere uno dei registi più interessanti sulla piazza. Finora la sua filmografia si è rivelata unica nel suo scopo ovvero quello di darmi ripetuti cazzotti allo stomaco e ci sono delle scene di BRAWL IN CELL BLOCK 99 che ancora sono lì pronte a tormentarmi.
Forse è il poliziesco più lungo della storia del cinema, almeno di quello che mi venga in mente facendo un sunto degli ultimi vent'anni. Un poliziesco ovviamente desaturato di quasi tutti i colori, le musiche (poche e incisive e composte dallo stesso regista), lasciando la sostanza e mettendo meno mano possibile alla forma.
Un film che nel suo silenzio è capace di trasmettere così tante cose che stento ancora a crederci come sempre anche qui ruotando intorno a uomini duri guidati da codici morali rigorosi (sceriffi, criminali, poliziotti) ma che per un verso o per un altro finiscono sempre per prendere la decisione peggiore possibile e da lì in avanti sarà solo e soltanto un lungo viaggio all'inferno.
Il cinema di Zahler è lento e doloroso, una trappola che mano a mano prosegue abbattendo ogni sfera morale, ogni valore, diventando un gioco perverso dove gli sconti non esistono e si paga sempre con la vita facendo in modo che la tragicità degli eventi sia sempre più asfissiante e ingestibile.
Ancora una volta la violenza grafica anche se in poche scene è inaudita, l'autore arriva dritto al punto, senza giri di parole ma lasciando alla fine con un senso di disorientamento che ancora fatico a credere.



Vampires


Titolo: Vampires
Regia: John Carpenter
Anno: 1998
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Anche all'alba del terzo millennio, i vampiri continuano a sorgere dal fango delle loro tombe a caccia di preda umana. Solo pochi uomini sono in grado di affrontarli e Jack Crow è uno di questi, a capo di un gruppo chiamato Team Crow. In una fattoria Jack e l'amico Tony affrontano e distruggono un nido di vampiri, riducendoli in cenere con i raggi del sole. Ma la vittoria non può essere festeggiata, perché è mancato l'obiettivo più arduo, quello di uccidere il signore dei vampiri, il terribile Valek che ora promette una vendetta selvaggia.

Vampires non è tra i miei film preferiti di Carpenter nonostante sia sempre stato un fan dei signori della notte. In questo caso ho preferito il romanzo da cui è tratto.
L'elemento più interessante del film è sicuramente la location: l'arido deserto americano.
Così facendo l'autore trasporta la vicenda su terreni western on the road, sparatorie a gogò, i vampiri secondo il loro codice di regole (le croci non servono) e in un paio di scene di mattanza dove a farla da padrone è la strage ai danni dei cacciatori da parte del capo Jan Valek.
Vampires è decisamente più moderno, si slaccia completamente dalle atmosfere solite alla Dracula e altri, sceglie dialoghi sboccati e produce azione a tonnellate come qualche anno fa aveva fatto ancora meglio Rodriguez con DAL TRAMONTO ALL'ALBA.
E'un film dichiaratamente laico dove i preti forse non sono mai stati così malmenati come in questo film (viene pestato da Jack Crow almeno due volte), omaggia i generi, e il pessimismo sotto l'ironia sboccata e senza far mancare il legame tra vampiri e fede come a ribadire ancora una volta che i servi della chiesa servono anche altri padroni.
Nonostante sia stato ripudiato un po da tutti e annoverato tra i peggiori film di vampiri, mi sento onestamente di difenderlo a spada tratta (come tutte le opere di Carpenter) per tantissimi motivi alcuni dei quali sono riconducibili al coraggio di aver messo così tanti elementi e rimandi in questo film da farlo diventare tante cose messe assieme e tenute collegate da un'amore per il cinema assoluto volendo ridare ai vampiri i fasti che spettano senza farli sembrare dei dandy effeminati.



Triple Frontier


Titolo: Triple Frontier
Regia: J.C.Chandor
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Santiago è un militare americano con addestramento d'élite che lavora per una compagnia privata in Colombia, dove pianifica un assalto a un ricco narcotrafficante. Per realizzarlo collabora con la bella Yovanna, che svolge alcune consegne per il narcos ed è entrata nella sua villa. Inoltre, con la promessa di evitare vittime civili e di consegnare parte del bottino alla CIA, Santiago torna negli Stati Uniti per reclutare i suoi ex commilitoni, che non se la passano benissimo. William insegna alle reclute, suo fratello Ben combatte nel giro delle MMA, il pilota Francisco è nei guai con la legge e il loro leader, Tom, è divorziato e preoccupato di non poter garantire un futuro sicuro ai propri figli. Santiago avrà gioco facile nel convincerli a partecipare all'avventura.

Triple Frontier è il tipico film che ti piazza una smorfia sul viso prima di vederlo.
Partendo dagli attori: Oscar Isaac ormai è come il prezzemolo nei film (ovunque) funzionale ma nulla più, Affleck ormai è il fantasma di se stesso alcolizzato e gonfio come se lo avessero preso a cazzotti, Hunnam rimarrà sempre Jax nei cuori degli amanti della serie cult ( e finora l'unico ruolo davvero che gli è rimasto impresso), infine Hedlund che sta provando come biondino a ritagliarsi qualche ruolo importante e infine la regia di J.C.Chandor, che diciamolo pure, confeziona il suo film migliore dopo aver dato prova di saper fare del buon cinema con il survivor di ALL IS LOST (Redford contro le forze della natura).
Qui cambia scenario, lo schema è corale, c'è tantissima azione, i cartelli, il mondo della droga, la corruzione, alcune location riprese con una fotografia splendida in grado di risaltarne i colori (parlo del confine tra Paraguay, Argentina e Brasile).
E poi quando ti aspetti l'aspetto perturbante reazionario dietro l'angolo, il film invece fa un rovescio della medaglia dimostrando come i veterani di guerra sono servi usati dal governo per i loro scopi e poi lasciati a invecchiare o morire dentro ospedali o a darsi alla droga o all'alcool.
In questo caso in mezzo ad una giungla senza aiuti e smarriti negli ideali come negli intenti e dove la bandiera a stelle e strisce non serve più, dovranno cavarsela da soli spesso scontrandosi e dovendo purtroppo sapere che mettersi contro un cartello significa morte certa.
Triple Frontier inoltre, altro elemento a favore del film, è stato scritto dallo sceneggiatore, nonchè il giornalista Mark Boal (ZERO DARK THIRTY, HURT LOCKER, DETROIT, NELLA VALLE DI ELAH) praticamente colui che ha reso possibili gli ultimi importanti film della Bigelow, la quale avrebbe dovuto dirigerlo lei inizialmente il film.


Equalizer 2-Senza perdono


Titolo: Equalizer 2-Senza perdono
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Robert McCall, in passato agente segreto, vive ora in un quartiere popolare a Boston, Massachusetts, e si guadagna da vivere facendo l'autista. La sua amica Susan viene incaricata delle indagini su un apparente omicidio-suicidio avvenuto a Bruxelles in coppia con Dave York, un tempo collega di McCall. L'investigatrice viene però attirata in un tranello e a quel punto Robert entra in azione.

Equalizer è sempre stato un progetto stupido fin dal primo capitolo.
Difficile aspettarsi un miglioramento nel sequel voluto da Washington per pagare le ville in giro per il mondo e da Fuqua per stare a galla in una filmografia mai così sbilanciata dove praticamente sta facendo solo il manovale per le grosse produzioni, eseguendo senza arbitrio il volere dei produttori finendo per scomparire come regista e autore.
Il risultato è in parte telefonato, come i personaggi tagliati con l'accetta, Robert McCall è sempre più marmoreo e ridicolo (su tutti il potere del teletrasporto con cui questi protagonisti action sono ovunque, sempre) la sua bontà d'animo che lo porta a prendersi cura di un ragazzo di colore che rischia di finire in giri sporchi (e di nuovo McCall che pulisce i muri dalle scritte omofobe supera il ridicolo) e infine alcuni accenni da film reazionario che non si possono più vedere.
Questo cinema e queste produzioni hanno un seguito importante che non credevo (mettiamo pure nel calderone tutti i suoi cugini dalla saga e i parenti di TAKEN a SHOOTER, NOVEMBER MAN, ATTACCO AL POTERE, ABDUCTION e compagnia bella) che negli ultimi anni stanno avendo un notevole successo. Contribuisce a tale fenomeno lo spegnimento in sincrono di tutti i neuroni dal momento che sono film scritti malissimi che prendono in prestito da un po tutto e alla fine non lasciano nulla se non un accozzaglia di luoghi comuni che sembrano essere i preferiti degli amanti dell'action moderno. In questo caso il messaggio del film è che i veri terroristi siamo noi, con le falle del sistema corrotte come gli uomini del governo, agenti speciali e vecchi commilitoni di McCall e ovviamente toccherà a lui stanarli tutti.

giovedì 18 aprile 2019

Hellboy


Titolo: Hellboy
Regia: Neil Marschall
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Giunto sulla Terra ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti prossimi alla sconfitta si sono rivolti al mago Rasputin per evocare forze infernali, Hellboy è destinato a portare la fine del mondo. Non la pensa però così il suo padre adottivo, il Professor Broom, che l'ha educato per fare di lui il principale agente del BPRD, l'organizzazione di ricerca e difesa contro le minacce soprannaturali. Eppure i presagi si accumulano e la potentissima strega Nimue, tradita da Re Artù secoli fa e ora assetata di vendetta, è prossima a tornare e per fare di Hellboy il proprio Re e regnare su un mondo invaso dai demoni.

Per Hellboy non vale provare a fare un'analisi. Conviene piuttosto dire cosa è piaciuto e cosa no.
Punti negativi: la storia di una banalità sconcertante, Re Artù e Mago Merlino in versione Transformer, i dialoghi e lo sviluppo del villain, i dialoghi in generale, la storia padre figlio e i flash back. Il cinese di Lost che continua ad avere un'espressione in tutto il film. Troppa musica.
Punti positivi: il look di Hellboy (quando prende Excalibur e diventa il signore degli inferi finalmente ci siamo), i mostri (il cinghiale), l'attacco dei mostri sul pianeta terra, la violenza e lo splatter in generale, la baba jaga e la scena in cui vediamo i cadaveri dei bambini, la Jovovich che man mano che il tempo passa si conferma una delle tope numero uno di Hollywood.
I reboot sono sempre una sfida dividendo fan e critica. Del Toro era marcatamente più fantasy e il sangue era centellinato. Ora Marschall per chi lo conosce è uno che non fa sconti.
E'abituato a maneggiare l'horror ma gestisce bene un po tutto quello che gli viene dato.
Ho letto che a livello produttivo ci sono state difficoltà importanti che hanno portato a litigi e scontri in cui si è arrivati anche alle mani. Praticamente i produttori hanno avuto molta più libertà decidendo laddove il regista avrebbe dovuto avere l'ultima parola.
Nell'insieme e soprattutto nel reparto scrittura (il peggiore del film) è palese con un risultato per niente appagante e con la nota dolente che tutto il processo sia stato concepito come una sorta di farsa ridicolizzando l'horror e il sovrannaturale. In realtà ci può anche stare ma qui i wtf superano gli aspetti ironici lasciando piuttosto basiti. Povera stirpe di Oannes!



JoJo's Bizarre Adventure-Diamond Is Unbreakable Chapter I


Titolo: JoJo's Bizarre Adventure-Diamond Is Unbreakable Chapter I
Regia: Miike Takashi
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Il capitolo 1 del JoJo di Miike ripercorre i primi 2 tankobon (29 e 30 della serie completa) del manga, dividendosi piuttosto nettamente in due parti/tempi. Nella prima, conosciamo il protagonista Josuke “JoJo” Higashikata e il suo stand Crazy Diamond, un aggressivo stand adatto al combattimento ravvicinato, ai cui rapidissimi pugni è associato un particolare potere di “manipolazione” su ciò ch’egli distrugge; dunque assistiamo alla lotta di Josuke con l’assassino seriale Angelo (Anjuro Katagiri) e il suo stand Aqua Necklace, potere acquisito da costui dopo essere stato colpito da una strana freccia, scoccata da un misterioso personaggio. In perfetto stile supereroistico, tale scontro determinerà una certa svolta, che influenzerà profondamente Josuke spingendolo a impegnarsi nella difesa della sua città, Morio-cho.
La seconda parte corrisponde allo scontro con i fratelli Nijimura; al termine del quale si forma di fatto il gruppo di personaggi, Josuke in testa, che avranno l’onore e l’onere delle successive battaglie. Inoltre, intravvediamo almeno un pezzo (!) di quello che sarà il big boss finale…

Ci sono i fan e poi ci sono quelli che venerano un artista. Per Miike Takashi è così.
E'stata una fortuna averlo conosciuto, essermi fatto una rassegna vedendomi in una settimana circa 40 film e poi aver capito che riesce a farmi salire l'hype più di qualsiasi altro regista.
In più è una sorta di semi dio, ha una filmografia che levatevi tutti dalle palle, non ha quasi mai sbagliato niente e più di tutto non se la tira ma se gli chiedete come mai nel suo cinema ci sia così tanta violenza probabilmente vi risponderà a dovere tipo "E allora cosa ci fai qui a guardare i miei film" (Torino, 2006)
Ora oltre ad essere un fan del regista sapevo che da tempo ormai prova a destreggiarsi in qualsivoglia genere con risultati spesso eccezionali.
Il live action è un sotto genere strano e pericoloso capace di brutture senza eguali e fallimenti all'ordine del giorno.
Così per fortuna non è stato ma diciamo pure che Jojo per me è sacro per i fumetti come i mostri di Kentaro Miura quindi sì...ci sono rimasto male e il film devo dire che poteva essere decisamente meglio. Parliamo di colui che è stato in grado di portare sullo schermo due dei film più belli di super eroi mai visti ZEBRAMAN e un altro cartone davvero singolare che al cinema poteva diventare una trashata cosmica e parlo ovviamente di YATTAMAN.
Con Jojo siamo già incasellati nella quarta stagione quindi per chi non conoscesse la storia diventa un problema più che per i film Marvel. Purtroppo manca un villain incisivo come Dio, e ho letto che ci sono stati ingenti limiti di budget.
A trent'anni dalla sua nascita, Diamond è il primo capitolo di una trilogia che si promette di trasporre la quarta serie del manga.
Un ottimo prodotto, commerciale e di maniera, con cui Miike conferma il suo talento, ma per ora nient’altro. Sarà molto interessante vedere cosa accadrà con i prossimi episodi, sperando che sia sempre l'outsider nipponico a dirigere il progetto ma sperando anche in un ritmo più concitato che fino a prova contraria è uno degli assi nella manica dell'autore.


Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot


Titolo: Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot
Regia: Robert D. Krzykowski
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Calvin Barr è un leggendario veterano della Seconda guerra mondiale che molti anni prima ha assassinato Adolf Hitler: un incredibile segreto che gli causa frustrazione e che non può condividere con il resto del mondo. Un giorno, mentre fa i conti con la sua vita, Calvin riceve la visita dell'Fbi e della polizia canadese. Hanno bisogno del suo aiuto per catturare l'altrettanto leggendario Bigfoot.

Dovrebbe essere un horror ma funziona al meglio nelle scene di rievocazione storica sull'attentato a Hitler, la storia d'amore e infine il suo lato auto ironico dove anzichè mostrare un super uomo a caccia di mostri descrive una persona umile, normale e abitudinaria.
Poi c'è Sam Elliot che tutti ricordano per tanti film ma per me, prima della voce nel film dei Coen, era il co protagonista di Swayze in il DURO DEL ROAD HOUSE con un grandissimo Ben Gazzara, filmetto abbastanza insulso che negli anni dell'adolescenza aveva il suo peso.
Titolo e nome del regista sono troppo lunghi, aggiungo che il film è davvero un esperimento fatto in fretta e furia. Alla fine ci sono così tanti buchi di sceneggiatura che si rimane basiti a vedere tale Calvin che passa da un estremo all'altro arrivando infine a cacciare una creatura che fino a prova contraria sembra essere pure particolarmente piccola per essere il mostro che tutti conosciamo (in realtà sembra un ominide fatto con dei penosi effetti speciali). Manca un filo conduttore e un senso preciso agli intenti del film. Altrimenti è un b movie tecnicamente eseguito bene ma che forse sperava di ritagliarsi un piccolo ruolo di film cult sui mostri, mischiando questo elemento con i nazi che vanno sempre di moda ma purtroppo tutto non fa che finire in un non sense incredibile che aumenta con lil susseguirsi degli atti e delle azioni improbabili del protagonista.



giovedì 11 aprile 2019

Captan Marvel


Titolo: Captan Marvel
Regia: Anna Bodek, Ryan Fleck
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Vers vive su Hala, capitale dell'impero galattico e militarista dei Kree, è bionda ma ha il sangue verde-blu e viene addestrata a combattere controllando le proprie emozioni e i propri straordinari poteri energetici da Yon-Rogg. Quando finisce catturata dagli skrull, i nemici mutaforma dei kree, questi esaminano la sua mente in cerca di risposte, facendo riaffiorare in lei ricordi perduti della sua vita sulla Terra e di una misteriosa donna, le cui fattezze sono utilizzate anche dall'intelligenza suprema dei kree quando comunica con lei. Sarà l'inizio dell'avventura che la riporterà sulla Terra, negli anni 90, dove scoprirà il suo passato come Carol Danvers e si riapproprierà della propria identità.

Captain Marvel era uno degli ultimi film Marvel phase 2 dell'anno, prima del'ultimo END GAME con cui ovviamente il film ha diverse affinità.
Alieni, una sci-fi che strizza l'occhio visti i tempi agli universi di STAR TREK e affini, una messa in scena tecnicamente incredibile e un cast che poteva certo dare di più soprattutto per quanto concerne la scelta della protagonista.
Captan Marvel è prima di tutto abbastanza noioso, dura troppo, si perde in inutili sotto trame che non aiutano la narrazione e la rendono macchinosa e solforosa, l'azione è centellinata e quando finalmente dovrebbe dare carburante in più si perde dietro inutili inseguimenti ed esplosioni stellari.
Per essere la prima eroina solitaria dell'universo Marvel oltre ad essere, così dicono, la più forte in assoluto, devo dire che mi aspettavo molto di più. La caratterizzazione mostra intenti spiccatamente militari come per Roger e altri delle fila sui super eroi, lasciando sempre dubbi sull'intento reazionario del messaggio.
Manca quella solidità narrativa che dove dovrebbe spettacolizzare e coinvolgere mostra tanto fumo e crede di portare avanti una metafora socio-culturale, come d'altronde credeva di fare anche BLACK PANTHER, che purtroppo così non è, o forse lo è solo per chi ha una visione limitata della realtà. Gli unici momenti in cui mi sono quasi divertito sono stati quelli sull'astronave dove vediamo quasi tutti i buoni riuniti e che scappano dalle astronavi dell'impero galattico e un gatto che riesce ad essere più coinvolgente di tutto il resto dei personaggi.
Gli sceneggiatori hanno di nuovo sottovalutato l'intelligenza dello spettatore per arrivare a mostrare una ragazza che lotta per dei valori e che scopre che il suo impero e corrotto e gli alieni che combatte in realtà sono i buoni.



lunedì 11 marzo 2019

Barbarella


Titolo: Barbarella
Regia: Robert Vadim
Anno: 1967
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Nell’anno 40.000 d.C., in un’epoca di amore universale senza più bisogno di guerre e armi, la terrestre Barbarella è convocata per scoprire che fine ha fatto lo scienziato Durand Durand, inventore del raggio positronico. È l’inizio di una serie d’avventure interplanetarie all’insegna del piacere.

Non c'è un perché razionale quando ci si innamora.
Barbarella è un cult assoluto. Un film multiforme. Exploitation, weird, trash (alle volte), grottesco. Un immenso film di genere che mette nel calderone scifi e azione, avventura e scenari favolosi.
L'idea nasce da un fumetto del 1962 di Jean-Claude Forest che di fatto lanciava una sexy eroina del futuro, troppo bella, leggermente ingenua e sempre pronta a spogliarsi.
Una icona alternativa figlia di una cultura anni Sessanta, nascendo da un contesto amniotico come la nuova donna liberata, sfidando il buon costume e la censura di quegli anni che preferivano il sesso "vecchia scuola" allo "psicosessogramma" che in un qualche modo anticipa "l'orgasmatic" di Allen sostituendo la pratica sessuale.
Un film voluto da De Laurentis (probabilmente già sapendo che sarebbe divenuto un flop) che in quel periodo approdava a sfide e produzioni straniere con il risultato di sfondare, questo è il caso, fantasie e contaminazioni, coniugando erotismo e fantascienza con una marcata vena autoironica.
La colonna sonora, la fotografia, la scenografia e il montaggio. Tutto fila liscio e psichedelico come un omaggio alla cultura dei figli dei fiori, l'uomo nella sue essenza che viene fumato e assaggiato attraverso un enorme narghilè, per arrivare alle bambole che mordono per davvero e gli angeli che non possono vedere e per finire scienziati, barbari e regine nere.
L'obbiettivo della protagonista, del film e dei suoi intenti è quello di ristabilire la pace facendo finire le guerre e abbandonandosi alle fantasie. In tutto questo nonostante la sua indole libertina, Barbarella è curiosa, pulita e mai morbosa diventando un'icona proprio per la libertà nel fare le scelte che più la appagano e con chi ne abbia voglia, senza mai morbosità.
In origine il personaggio di Barbarella doveva essere interpretato da Virna Lisi, che però decise di abbandonare l’offerta e di tornare in Italia. Il ruolo poi venne proposto a Brigitte Bardot (che aveva ispirato il personaggio originale del fumetto), la quale però rifiutò perché stanca di ruoli sexy, quindi a Sophia Loren che, allora incinta, rifiutò a sua volta ritenendosi non adatta al ruolo.
Infine venne proposta a una giovane Jane Fonda, tentata inizialmente di rifiutare; cambiò idea quando il marito, Roger Vadim, le sottolineò quali possibilità si stavano aprendo con il cinema di fantascienza.
Le citazioni o gli elementi che verranno ripresi dal cinema grazie a questo film sono troppi ci infilerei quasi tutti i nomi della nuova Hollywood.



Suburra-Stagione 2


Titolo: Suburra-Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 2
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Mentre Cinaglia aspetta i risultati della campagna politica, Samurai riafferma il proprio controllo su Aureliano e Lele. Spadino fa una mossa astuta per avere il potere.

L'unico problema della serie Suburra è quella per cui conosciamo già il finale avendo visto il film di Sollima. A differenza di GOMORRA infatti anticipa gli eventi che accadranno nel film.
In questo modo nonostante ci sia molto da scoprire sui personaggi e sulle questioni economiche, politiche e criminali della vicenda, Suburra tutto sommato poteva fare molto peggio essendo partita molto bene come serie targata Netflix.
Diciamo che tra quelle italiane è tra le più ambiziose, dove in particolare la produzione ha avuto maggior risalto. I fatti li conosciamo. La squadra abbandonando le "famiglie" si ritrova sola a dover dare una svolta alle loro vite, cercando di rispettare gli accordi, di riuscire a mettere le mani sul controllo della capitale, sfuggendo alle grinfie di Samurai e poi cercare di capire la più importante regola, ovvero il rapporto tra politica e criminalità organizzata.
In questo modo ognuno ha il suo torna conto personale per quanto concerne accordi, legami, vendette, malintesi tra famiglie, corruzione prima politica e poi delle forze dell'ordine e infine il Vaticano con i suoi cardinali incredibilmente accessibili da parte della criminalità organizzata.
In tutto questo calderone sposare poi alcuni scandali moderni legati alla politica e le istituzioni e parlare del dramma dei migranti come il nuovo business che abbraccia tutta la capitale sembrava abbastanza doverosa come questione per gli sceneggiatori.
In questa seconda stagione tutti sono cresciuti in particolar modo i nostri tre protagonisti.
Aureliano ha perso tutto, Spadino allarga il suo potere grazie anche alla spalla della moglie ma deve nascondere per tutti gli otto episodi un importante segreto, e infine a Lele, che ha perso il padre,spetta il giro di boa più difficile e complesso.
Su tutti e tre, con le varie aggiunte di co protagonisti che vedremo, tutto poi fa capo al più importante aspetto dove tutti quelli precedentemente segnalati confluiscono, il prezzo del potere. Tutte le più importanti vicende hanno luogo nei quindici giorni prima delle elezioni del nuovo sindaco di Roma, cruciali per il futuro della capitale, nella scelta tra il centro sinistra e il centro destra e dove i nostri criminali dovranno vedersela in primo piano con Samurai e poi con altri attori sociali come il politico Cinaglia, e i membri della altre famiglie che hanno intenti diversi dai loro.
Tanti sono i colpi di scena, l'azione aumenta, così come aumenta il peso della sceneggiatura e degli eventi affrontati, chiamando in causa molti più ruoli della trascorsa stagione e pensando ad una struttura piramidale dove le lotte di potere appunto stanno alla base del controllo della capitale.

Robocop


Titolo: Robocop
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una poliziotto è catturato da una banda di gangster cui dava la caccia, torturato e ucciso. Ma qualcosa di lui rimane viva e viene innestata in un robot che il capo della polizia fa adottare dal corpo per gli incarichi più pericolosi (è invulnerabile). Ma il robot ha la memoria dell'agente ucciso e, riconosciuti i suoi carnefici, dà loro una caccia spietata, sterminandoli (e uccidendo il loro capo, un alto funzionario della polizia).

Verhoeven negli anni '90 ha girato tre film con cui verrà ricordato nella storia del cinema.
ROBOCOP, ATTO DI FORZA, STARSCHIP TROOPERS. Con questa trilogia poteva smettere di fare film e guardare quanto in futuro avrebbero saccheggiato dai suoi film.
Quando la scifi incontra il dramma, l'action, le intuizioni narrative, il tutto con un abbondante dose di violenza e di pessimismo dove le multinazionali si sostituiscono all'amministrazione pubblica, il governo e la politica sono più corrotti che mai e i criminali imperversano nelle strade come bande senza limiti e controllo spesso spalleggiati dalle forze dell'ordine.
La giustizia personale diventa uno dei motori più interessanti del film, staccandosi da una logica e una politica più reazionaria per cercare un'anarchia personale, come nel caso di Murphy, finendo per essere solo contro tutti. Sembra la versione per certi aspetti hi tech del GIUSTIZIERE DELLA NOTTE uscito nel '74.
Lo stile inconfondibile del regista appare dall'inusitato tasso di violenza, fuori e dentro le strade, di un trucco e un make up sempre ai massimi livelli grazie a Rob Bottin.
La trilogia scifi del regista si è dimostrata più intelligente e attenta che mai a scoprire e denunciare gli orrori che stavano per prendere vita, dando sempre delle idee molto valide in una matrice che non dimentica mai la politica ma la segue misurandone la temperatura in tutti i suoi film, mettendola quasi sempre alla stregua e agli intenti della psicologia criminale.


Punisher- Stagione 2


Titolo: Punisher- Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

La seconda stagione di The Punisher racconterà del conflitto tra il sempre poco incline al dialogo Frank e il suo ex migliore amico Billy Russo. Russo indosserà la maschera che lo ha reso Jigsaw per coprire il suo volto, sfigurato dallo stesso Punitore al termine della prima stagione. Uno scontro tra due personalità fortemente borderline, entrambe disposte a perseguire i propri scopi senza indugiare granché nella clemenza: l’antieroe Frank nella sua battaglia ultra-violenta alla criminalità di qualunque genere e tipo, Jigsaw (da noi conosciuto anche come Mosaico) nei suoi propositi di vendetta proprio contro Castle.

Il sequel della prima serie tv targata Netflix dell'anti eroe stelle e strisce americano, probabilmente deve aver imparato dalla prima gli errori commessi è così riesce laddove quasi ogni speranza era andata persa.
Prima di tutto gli sceneggiatori hanno avuto una bella pensata. Aggiungere un villain.
In secondo luogo hanno fatto uscire completamente fuori di testa il vilain della prima stagione.
Il risultato è quello per cui abbiamo Castle che deve difendere una ragazza da una setta, una sorta di predicatore con un passato agguerrito e tantissima azione e sparatorie.
Non era difficile ma alla fine ci sono riusciti. Castle è un personaggio fisico, farlo parlare troppo mettendolo al centro di una "disputa" femminile in ospedale non segue la realtà dei fatti.
Al di là dell'azione, la stagione a livello di tematiche affrontate affonda maggiormente la lama su diversi intrecci narrativi e rapporti tra i personaggi senza riuscire però ad avere una psicologia dietro questi, così elementare e stereotipata da renderla volgarmente stupida.
Se The Punisher porta sul piccolo schermo personaggi femminili indipendenti, allo stesso tempo rinforza la dicotomia donna-intelligente e uomo-bruto. Tutti i personaggi maschili della serie reagiscono per istinto o morale, sparando, distruggendo cose o urlando, mentre gran parte delle azioni femminili prendono vita attraverso conversazioni e meditazioni su quanto avvenuto.
Le donne sono subdole, mentre gli uomini prendono la situazione in mano e l'affrontano senza fermarsi a riflettere. Tutto troppo deprimente e tagliato con l'accetta.

Punisher- Stagione 1


Titolo: Punisher- Stagione 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Episodi: 13
Serie: 1
Giudizio: 2/5

Dopo aver vendicato la morte della moglie e dei figli, uccidendo tutti i responsabili, il pluridecorato veterano del Colpo dei Marine Frank Castle - che a differenza degli altri vigilanti a Hell's Kitchen non ha super poteri ma può contare su una enorme forza fisica, una insormontabile forza di volontà, un'ampia conoscenza delle armi ed eccellenti doti tattiche - scopre un complotto che non coinvolge soltanto la malavita di New York, ma ha radici ben più profonde. Ormai noto nella Grande Mela con l'appellativo The Punisher, Frank deve scoprire la verità su ingiustizie che non riguardano solo la sua famiglia.

Frank Castle che non spara per più di un episodio o non prende a mazzate qualcuno è un peccato.
In più non rispecchia l'indole di questo anti eroe diventato una pietra miliare tra la galleria dei personaggi più cazzuti della Marvel. La fortuna è stata anche quella di indovinare un volto che desse enfasi e sostanza al personaggio con la scelta del buon Jon Bernthal, un attore molto fisico e istintivo che in questo caso aggiunge carattere e muscoli al personaggio.
Il problema di questa prima stagione che dura la bellezza di 13 episodi da un'ora è quella di faticare a ingranare. Manca quasi del tutto l'azione. I personaggi che entrano ed escono, anche se non sono molti, non sono poi così male in particolare Russo, il quale però come lo stesso Frank, ad un tratto sembrano arrivare al capolinea per quanto l'indagine sia inconsistente e i punti deboli siano sempre maggiori. L'antagonista fatica a prendere vita e quando lo fa viene alimentato per ben due stagioni, lasciando spazio a Jigsaw quando i villain del Punitore sono tanti e aspettano solo di essere tirati fuori dalle pagine dei fumetti.
Frank Castle è stato caratterizzato di più e meglio nella seconda stagione di DAREDEVIL di cui questa è uno spin-off. Ho detto tutto.
The Punisher, si basa sul personaggio omonimo della Marvel Comics creato da Gerry Conway (testi), John Romita Sr. (disegni) e Ross Andru (disegni), e così battezzato grazie al contributo dalla leggenda dei fumetti Stan Lee, apparso per la prima volta nel 1974 sul numero 129 di The Amazing Spider-Man.

Dominatori dell'universo


Titolo: Dominatori dell'universo
Regia: Gary Goddard
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il malvagio Skeletor, despota del pianeta Eternia, vuole impadronirsi di tutti i regni delle galassie. Per raggiungere il suo scopo imprigiona la Maga Benevola. Per liberarla partono l'eroe He Man e i suoi fidi con la chiave cosmica inventata dal nano Gwildor. Ma un errore li fa precipitare sulla Terra dove incontrano Julie e il suo ragazzo Kelvin che sono entrati in possesso della chiave cosmica. Dopo un epico duello tra He Man e Skeletor, il bene trionfa.

Nemmeno da piccolo ero un fan di He Man. Dei cattivi però sì, come quasi sempre quando scopri una galleria di mostri venuti da altri pianeti. E poi c'era la tigre.
Qui dobbiamo scegliere da che punto di vista sviluppare la recensione. Goddard è stato troppo sfortunato e dopo questo flop ha girato roba ancora più misera per essere poi definitivamente abbandonato.
Allora il nostro Lundgren, uno dei padri dei film di serie b, girava in quel fortunato periodo grazie ad un fisic du role invidiabile, sotto prodotti come quello del punitore e altre tamarrate comunque da vedere e solo in alcuni casi da riscoprire.
Qui tanti limiti erano dettati dal budget, sulla scelta di un cast che mostrava e regalava interpretazioni spesso al limite del ridicolo dove forse l'unico a salvarsi, sempre nel territorio del trash, era Langella in un inquietantissimo Skeletor (merito anche del bellissimo trucco, studiato da Moebius). Il problema era che il film, quando venne sviluppato, aveva come target brufolosi adolescenti che guardavano i cartoni, anch'essi brutti, e che non avevano mai invece letto il fumetto originale da cui è tratto. I veri destinatari volevano essere gli adulti, come di nuovo in questi anni stanno dimostrando.
Combattimenti coreografati in modo molto superficiale (sembra di vedere il combattimento finale tra David Lo Pen ed Egg Chen nel tempio) e poi ridateci il mitico castello di Grayskull e la cittadella del serpente dimora del terribile Skeletor.
Qualcuno lo ha definito i dominatori del trash, un film talmente brutto e sconclusionato da fare un testa coda e diventare un capolavoro.


Chillerama


Titolo: Chillerama
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anche l’ultimo drive-in americano sta per chiudere i battenti. Durante la serata di chiusura, milioni di coppiette parcheggiano le loro numerose auto per assistere alla maratona cinematografica di pellicole dell’orrore talmente rare da non essere mai state proiettate. Ma se, improvvisamente, un pazzo riesumasse il corpo di una sposa cadavere e rimanesse infetto trasformandosi in zombie?

Con tutto il bene che gli voglio e per tutta la libertà e il coraggio di fregarsene altamente di tutto, Chillerama anche se mi sono divertito a vederlo, mi ha lasciato schierato tra i moderati soprattutto contando che tra i diversi episodi, nonostante il fil rouge, ci siano delle importantissime differenze.
Prima di tutto la standing ovation alla location. Il drive-in. Dimora incontrastata di Lansdale.
Poi c'è il virus e infine il trash e tante tette e cazzi che volano.
Detta così dovrebbe essere una sorta di droga per i fan di genere, una vera e propria antologia horror sulla scia di CREEPSHOW, e almeno così appariva prima di veder modificate alcune regole e godere da parte dei registi di una totale libertà che in alcuni casi è stata provvidenziale ma in altri ha siglato un totale imbarazzo.
L'omaggio ai b movie del secolo scorso può essere una possibilità enorme per cambiare le regole dei vecchi classici.
Il migliore in assoluto è il primo, quello girato dal regista del divertentissimo 2001 MANIACS remake di TWO THOUSAND MANIACS. In questo caso l'omaggio è riferito al sotto genere dei monster movie che arrivavano come missili dal Sol Levante.
Wadzilla infatti parla brevemente di un giovane che si sottopone ad una cura per incrementare la forza del proprio sperma che, ben presto, diventerà un mostro che mangia le persone.
"Lo sperma che uccide" è una log line simpatica per un corto divertente che al di là dello stile tecnico, assolutamente senza prendersi mai sul serio, esagera senza mezzi fini per arrivare al climax finale. Infine l'ultimo episodio Zom-b- movie, una parodia di tutti gli stereotipi dei film di zombie degli anni ’70 e ‘80 non esalta, ma strappa qualche risata.
Quelli che pur avendo delle idee godibili, a mio avviso, non hanno alzato la bandierina dell'ok sono stati I was a teenager werebear, orsi omosessuali sulla scia di GREASE, RAGAZZI PERDUTI e HAPPY DAYS e The diary of Anne Frankenstein dove Hitler è il dottor Frankenstein e la Cosa è un rabbino ebreo nerboruto che uccide tutti i nazisti.


Dragon Ball-Super Broly


Titolo: Dragon Ball-Super Broly
Regia: Tatsuya Nagamine
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Il re dei Saiyan Vegeta, preoccupato dalla potenza del nascituro Broly, superiore a quella del proprio figlio, spedisce Broly su un pianeta remoto e ostile, Vampa. Il padre di Broly, Paragus, lo segue su Vampa e lo addestra come un formidabile guerriero. 41 anni più tardi, dopo che Freezer ha distrutto il pianeta dei Saiyan, Broly e Paragus arrivano sulla Terra, per vendicarsi dei Saiyan superstiti.

Gli Oav di Dragon Ball soprattutto negli anni '90 avevano avuto un discreto successo.
Poi il personaggio creato da Akira Toriyama pur essendo diventato una delle icone nato nel 1986 per i nerd, venne abbandonato per essere sostituito da altri eroi venuti da altri mondi.
Questo film d'animazione dalla sua come nei due precedenti, LA RESURREZIONE DI F e LA BATTAGLIA DEGLI DEI, regala tantissima azione (forse addirittura esagerata) finendo per essere l'ennesima rincorsa a sconfiggere il nemico di turno (che manco a farlo apposta e di famiglia) e sfruttare l'impianto di semina e raccolta per cui il protagonista incontra un nemico sempre più forte grazie al quale potenzia le sue abilità.
Anche la durata di 100' diventa disfunzionale per spiegare tutti i retrocessi familiari tale da farlo sembrare un parente lontano delle soap opera statunitensi.
Il film trova la sua componente migliore nei primi due atti mentre proprio dove dovrebbe siglare il braccio di ferro perfetto tra combattimenti e azione, diventa di una noia incredibile, in cui per '50 minuti, viene data spazio alla potenza sempre maggiore che supera subito i confini della logica, sembrando una disperata lamentela noiosissima di grida e maschilismo spiccato.