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martedì 2 luglio 2019

Moschettieri del re-La penultima missione


Titolo: Moschettieri del re-La penultima missione
Regia: Giovanni Veronesi
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

1650 (o suppergiù). Dopo trent'anni di onorata attività al servizio della casa reale i quattro moschettieri hanno abbandonato il moschetto e sono invecchiati: D'Artagnan fa il maialaro e ha il gomito dello spadaccino, più un ginocchio fesso; Athos si diletta con incontri erotici bisex ma ha un braccio arrugginito e un alluce valgo; Aramis fa l'abate in un monastero e non tocca più le armi; e Porthos, dimagrito e depresso (ma lui precisa: "Triste e infelice"), è schiavo dell'oppio e del vino. Ciò nonostante quando la regina Anna d'Austria, che governa una Francia devastata dalle guerre di religione al posto del dissennato figlio Luigi XIV, li convoca per affidare loro un'ultima missione, i moschettieri risalgono a cavallo, di nuovo tutti per uno, e uno per tutti.

E ora di stendere un velo pietoso anche sull'ennesimo adattamento, in chiave elementare, del romanzo immortale di Dumas. La commedia all'italiana post contemporanea degli ultimi vent'anni (quella per intenderci spocchiosa e tamarra) vs la commedia all'italiana che ci ha fatto conoscere in tutto il mondo.
Questa nuova tendenza, quasi come un marketing del remake, sta facendo ancora una volta conoscere gli aspetti peggiori del nostro paese e del nostro cinema senza però inquadrarli con una lente che ne colga paradossi e limiti e corruzione ma bensì una tendenza a stravolgere quanto di meglio abbiamo dandone una maschera ignorante con un'ironia volgare e inutile che manca l'obbiettivo principale: coinvolgere e far ridere senza risultare troppo stupido.
Veronesi purtroppo è stato uno dei registi che ha distrutto maggiormente il nostro cinema relegandolo ad effimero accessorio con stupide storie d'amore e manuali di come non si dovrebbe girare un film.
Spiace. In primis per il cast che a parte Mastrandrea vedeva tutti perfettamente in parte anche se per quanto concerne la parlata e i dialoghi, Favino, con questo suo bisogno di ritagliarsi dialetti di ogni tipo ha grattato il fondo in più scene risultando e riciclando la maschera del rifugiato nel monologo a Sanremo.
Qualcuno poi ha provato a compararla all'Armata Brancaleone del passato. Stendiamo un altro velo pietoso. Nel film e nel regista manca prima di tutto il pathos quello che in una storia del genere per quanto la si voglia rendere fantasma di se stessa come un'auto parodia con il risultato che lo spirito dissacrante non riesce mai a graffiare a dovere e dove le scene rocambolesche di combattimento costantemente sospese tra azione e comicità, non convincono mai risultando quasi dei tentativi amatoriali così come la scenografia palesemente finta e che nemmeno per un istante riesce a catapultarci in quel periodo.


lunedì 17 giugno 2019

Storia infinita


Titolo: Storia infinita
Regia: Wolfgan Petersen
Anno: 1984
Paese: Germania
Giudizio: 5/5

Tratto dal best-seller di Michael Ende, la storia del piccolo Bastian che, dopo la morte della mamma, non va a scuola e preferisce leggere libri fantastici. La "storia infinita" comincia quando, rifugiatosi in soffitta per un giorno e una notte, rivive la favola del libro identificandosi nel protagonista. Un piccolo arciere, in lotta affinché il "Nulla" non distrugga il "Tutto".

La Storia infinita oltre ad essere un cult per la mia generazione è diventato uno di quei film d'avventura/fantasy entrati nell'Olimpo in cui tutte le tematiche e gli archetipi sembrano essersi dati appuntamento. Pochi ci sono riusciti. E'in assoluto il più bel film di Petersen, insieme a quelli che sono stati i capolavori del periodo: RITORNO A OZ, FIRE AND ICE, STORIA FANTASTICA, LABYRINTH, NAVIGATOR, LEGEND.
Il merito più grande è stato senza dubbio, insieme al film di Heston, quello di spiegare ad un bambino con le immagini quanto sia sottile il filo tra realtà e immaginazione, probabilmente una lotta che continua a non avere muri che dividano le due sfere ma lasciandole convivere armoniosamente senza fare l'errore di credere nel soprannaturale ma immaginarlo possibile, questo sì.
Un film di formazione in grado di appassionare tutti i target, regalare momenti epici, personaggi indimenticabili, scene sinistre capaci di trasmettere paura al momento necessario e tanti altri motivi tra cui alcune creature in Animatronic che sono diventate storia, una colonna sonora da urlo, il fatto di non essere troppo sdolcinato e probabilmente per un bambino un'esperienza totale Inoltre tra i tanti messaggi lanciati da Ende quella premura di comunicare ai ragazzi come la lettura fosse necessaria e fondamentale per ampliare l'immaginazione e la fantasia.
Pochi altri film hanno saputo raggiungere livelli così alti dove niente e lasciato al caso, tutto funziona come per causa effetto senza momenti macchinosi e regalando le più belle ore d'intrattenimento di sempre.
Gli sceneggiatori furono abili nel trattare solo la prima parte del romanzo, facendo molta attenzione come capitava per i libri per ragazzi, di fiabe o di storie in generale a sottolinearne gli aspetti più ludici e divertenti mettendo da parte gli scenari più tetri e cupi. Petersen ha messo insieme ambo le parti finendo per fare un film molto più complesso nella sua apparente semplicità, mostrando il villain più potente della storia del cinema e lasciando il suo servo più inquietante di sempre, Gmork. Rimangono alcune scene e alcune scelte ancora con un certo alone di mistero come le leggende dietro il Fortunadrago Falcor, il rapporto di Bastian con l'imperatrice Bambina e un finale che colse tutti di sorpresa per il suo mischiare così bene regno umano e regno fantastico.

Into the wild


Titolo: Into the wild
Regia: Sean Penn
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il viaggio alla ricerca di sé di un ragazzo appena diplomato. Direzione, con “biglietto” di sola andata: l’Alaska. Dal romanzo di Jon Krakauer.

Into the Wild è un film spesso sopravvalutato. Quasi un film manifesto per generazioni di giovani figli della televisione e del consumismo inebetiti che guardando alle gesta del protagonista come un mito della caverna dove possano finalmente uscire dalla loro vita noiosa e vedere fuori cosa offre il mondo. Penn è furbo e ha creato quello che per i giovani è tata la Beat Generation.
Sean Penn è un attore e regista estremamente sopravvalutato, un uomo furbo ed egoista che come tanti attori di successo a preso parte a progetti internazionali dimostrando a se stesso che voleva aiutare gli altri e salvare il pianeta. Questo viaggio on the road, alla fine non è altro che una via di mezzo spicciola tra Siddartha e la Beat Generation.
Ne esce uno spaccato che seppur con alcune abili intuizioni o meglio verosimiglianze con la realtà (è parlo della parte migliore del film, il finale, oltre che i luoghi e la natura) rimane combattuto proprio nella parte legata agli intenti. Cosa vuole davvero raccontare il film che non hanno già fatto molti documentari tra l'altro con molta più esperienza sul campo e non improvvisati a dovere.
Into the wild è un film che va ad esplorare i vicoli più profondi dell'animo umano, un film intriso di contemplazione emozionale suggellato da una ribellione spirituale che però lascia insoddisfatti come se tutta l'operazione abbia in realtà ben altri intenti e tutto accade troppo velocemente senza dare i giusti spazi al protagonista che appare continuamente sballottato da una parte all'altra senza cognizione di quello che sta realmente succedendo.

venerdì 14 giugno 2019

Quinto Elemento

Titolo: Quinto Elemento
Regia: Luc Besson
Anno: 1997
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

New York, XXIII secolo: Korben Dallas è un ex soldato che ha abbandonato le armi e lavora come tassista. La sua banale esistenza subisce una svolta quando nella sua vettura piomba una giovane donna, Leeloo, che parla una lingua sconosciuta: la ragazza si rivelerà essere una pedina fondamentale per l'equilibrio e le sorti dell'universo.

Prima ancora dell'esistenza dei live action, quando si pensa al film che meglio ha sposato il fumetto e il cinema sci fi, la risposta per tutti coloro che vogliono godere appieno del cinema come mezzo di puro intrattenimento non può che essere IL QUINTO ELEMENTO
Un film decisamente esagerato, eccessivo, che non sembra fermarsi mai, anzi, spingendo il più possibile via via che la narrazione procede in una visione a tratti eccessiva con l'unica funzione di portarti al collasso. Un film che se ne frega di tutte le regole oltre l'ennesima potenza dove Willis poteva tornare ad essere il bad guy di sempre e la Jovovivh dimostrava di essere la Dea in terra più figa che il cinema avesse mai contemplato.
Un film che omaggia cinema e letteratura, musiche e mode, spazia tra universi differenti, sfoggia una galleria di personaggi fantastici e poi riesce al contempo a creare una storia d'amore e il messaggino furbo ed ecologista per salvare il pianeta e l'universo. In più abbiamo il Villain più forte e cazzuto dell'universo cinematografico (Il Nulla della STORIA INFINITA), un'entità imbattibile, scavalcando il buon lavoro condotto per l'ennesima volta da una delle maschere più geniali del cinema ovvero Gary Oldman che anche in questo caso come LEON ricicla un villain cattivo.
Un film che rispetto all'accozzaglia di mega blockbuster che stanno uscendo negli ultimi anni aveva delle pretenziosità e una spocchia niente male, banalmente per il semplice fatto che il cinema francese, uno da sempre dei più importanti al mondo, non aveva nessuna forte tradizione di cinema sci fi alle spalle, ma solo la voglia e il talento ma diciamolo pure, l'arroganza e l'orgoglio di un regista che ha creato un suo mondo fatto di numerosissimi accessori per lo più saccheggiati proprio dalla settima arte.
Besson dopo NIKITA e LEON non doveva dimostrare più nulla beccandosi 90 milioni che fino a quel momento in Europa erano il budget più alto mai visto. Breve storia felice. Alla Gaumont andò bene, il film incassò parecchio, praticamente ovunque nel mondo.
Besson ci ha messo davvero tutto in questa esplosiva forma d'arte e d'intrattenimento stupendo come meglio poteva e sforzandosi fino all'ultimo con invenzioni nuove, cimentandosi e andando al cuore del bisogno godereccio dello spettatore, ovvero promuovendo l'azione e l'atmosfera e lasciandosi alle spalle struttura e verosimiglianza che fin da subito sappiamo essere presi molto alla lontana con tanti dialoghi per fortuna non esageratamente epici, tanta ironia e per finire alcune metafore mica da ridere



mercoledì 5 giugno 2019

Explorers


Titolo: Explorers
Regia: Joe Dante
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Tre adolescenti video-dipendenti e computerizzati costruiscono un improbabile veicolo spaziale e vengono risucchiati da un'astronave carica di mostriciattoli.

Gli anni '80. Quelli che soprattutto nel cinema hanno seminato alcuni cult indiscussi, resi immortali negli anni a venire.
Film coraggiosi che prendevano maledettamente sul serio l'avventura e la sci fi rendendola interessante e mai pretenziosa e in grado di regalarci immagini di universi sconosciuti che solo la settima arte è in grado di creare.
Dante è un regista che soprattutto in quegli anni è stato tra gli autori più validi, consacrando alcuni generi e regalando delle perle rare che il cinema di genere non è stato più in grado di asservire al suo pubblico a causa delle mode, il gusto del pubblico, le nuove tecnologie, il montaggio frenetico etc. Al di là del finale e dell'incontro con gli alieni piuttosto fiacco e dolciastro, il film puntava ad un target di giovanissimi dove però come nel caso di E.T e chessò NAVIGATOR, i genitori accompagnatori sono rimasti anche loro rapiti da questi scenari ricchi e variegati.
Un film magico intriso di citazioni che crede nei più piccoli restituendo un messaggio sempre importante ovvero credere nei propri sogni diventando costruttori di qualcosa che si pensava impossibile ma che il cinema essendo prima di tutto una magia può renderlo possibile.
Explorers è un film sulla speranza durante uno dei periodi più brutti della giovinezza (l'adolescenza), che crede nell'amicizia, anticipa i nerd e porta sullo schermo una sequenza, quella del viaggio dentro la bolla all'interno della città, tra i momenti indimenticabili e le scene madri del film e del cinema di genere di quel periodo.



lunedì 3 giugno 2019

Yattaman


Titolo: Yattaman
Regia: Miike Takashi
Anno: 2009
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Yattaman 1 e Yattaman 2, quando non sono in officina a fabbricare Mecha come il prodigioso Yatta Can, sono in giro a salvare il mondo dalle mire malvagie dei servitori di Dokrobei, la bellissima Miss Dronio e i suoi due lacché, Boyakki e Tonzula. In ballo c'è il ritrovamento della Pietra Dokrostone, capace di regalare un potere immenso al suo possessore: nelle mani sbagliate comporterebbe la fine del mondo così come lo conosciamo.

Yattaman è stato un progetto ambizioso e complesso che ci ha messo tre anni prima di venire alla luce. Parlando del maestro e di come riesca a ritagliarsi una sua idea e politica di cinema in qualsiasi genere in cui graviti è una prerogativa e una peculiarità che hanno solo lui ed altri folli colleghi come Sion Sono e Tsukamoto solo per fare due nomi, ma per fortuna almeno in Oriente la lista è lunga.
Riuscire a dare vita ad un live action originale senza perdere la visionarietà, ma anzi allargandola e adattandola ad un target diverso e senza farla diventare una pattumiera trash come ultimamente è successo per Tiger Mask non era semplice.
Si ride, l'azione è folle e mai macchinosa, i personaggi sono caricature al limite rendendo spassosi i dialoghi e le slapsticks. I combattimenti poi e gli inseguimenti sono curati molto bene, riuscendo a cercare di essere all'altezza senza mai sfociare nel ridicolo e infine la fruizione e come sempre relegata ad un target che unisce bambini e adulti.
Yattaman proprio per gli argomenti di cui tratta, un cartone animato, pareva un'operazione folle.
Ed è proprio in progetti come questi che si vede l'autorialità e l'esperienza. Sembra più facile girare un kolossal ad ampio budget dove le regole da aderire sono sempre le stesse, piuttosto che mettere mano su, ripeto, un'operazione folle come il film in questione.
Miike ancora una volta ci è riuscito alla faccia di tutti gli apocalittici e i critici che aspettano un passo falso dell'outsider nipponico. Ancora una volta chapeau!



Queen Kong


Titolo: Queen Kong
Regia: Frank Agrama
Anno: 1976
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La regista Luce Habit scova a Londra il tipo adatto per terminare il film che sta realizzando in esterni nella giungla di un'isola tropicale. Il ragazzo si chiama Ray Fay; è un hippie, non sa nulla di recitazione ma ha la faccia adatta per interpretare una storia di avventure: il problema è che lo trovano adatto, ma per ben altri scopi, anche le donne di una tribù di amazzoni che sono solite sacrificare gli uomini alla loro divinità Queen Kong. Le selvagge rapiscono il giovanotto, lo depongono su un altare e lasciano che la misteriosa divinità ne faccia quello che crede. Ma Queen Kong, che è una super-gorilla femmina, apprezza i bei lineamenti del giovane e, invece di mangiarlo, se ne innamora. Luce Habit, derubata del primo attore, non rimane con le mani in mano e, organizzata una spedizione, libera il ragazzo, cattura la gigantessa e la trasporta a Londra accarezzando l'idea di ricavarne grande pubblicità.

Queen Kong è una brutta parodia di KING KONG che solo in alcuni momenti riesce a strappare una risata. Frank Agrama non è stato un regista proprio brillante arrivando all'attivo con due film e svolgendo più che altro un ruolo da mestierante per le major.
Siamo dalle parti del cinema di genere che tanto piaceva a Dino De Laurentis quando scommetteva su delle vere e proprie sfide arrivando e contribuendo a cult immortali come Barbarella e arrivando a puntare sulla distribuzione di questo rifacimento "serio" del classico di Ernest B. Schoedsach, a differenza di altri esperimenti in chiave erotica come QUEEN KONG di Monica Strambini con la Nappi o SUPER KONG.
Il film è di una banalità e semplicità sconcertante dove il budget semi inesistente porta a soluzioni campate in aria e improvvise soluzioni di macchina che soprattutto nel taglio e nel montaggio appaiono piuttosto evidenti.




domenica 28 aprile 2019

Avengers-Endgame


Titolo: Avengers-Endgame
Regia: Russo Brothers
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In seguito alle azioni di Thanos nel precedente Avengers: Infinity War la popolazione dell'intero universo è stata dimezzata e tra i caduti c'è stato anche Nick Fury. Ma prima di morire questi è riuscito a lanciare un messaggio nello spazio alla potentissima Capitan Marvel, che tornata sulla Terra e di fronte a un gruppo di Avengers afflitto dalla sconfitta e dal lutto, vuole prendere le cose in mano.

Penultimo film della terza fase dell'universo Marvel. Ultimamente siamo inondati da universi diversi nel cinema o fenomeni culturali titanici, una cultura pop sempre più intensa che come in questo caso non ha mai puntato così in alto, 11 anni di storia per 21 film e oltre 44 ore di intrecci narrativi definito dall'Hollywood Reporter come "la cosa più vicina , tra quelle create nel mondo moderno, alla mitologia greca".
Che piaccia o no, un traguardo cinematografico così imponente è senza precedenti.
Ed è in questa condizione che ritroviamo i sopravvissuti del capitolo trascorso.
Girarli ambedue contemporaneamente deve essere stato enormemente complesso soprattutto per chi non si è fatto mancare nessun collegamento con i film passati ( e non parlo solo di Avengers-Infinity Wars ) basta pensare alla scena nell'ascensore di Cap, o altre simili sparse per tutta la prima parte omaggiando svariati film nello stesso universo.
Tre atti, tre macro capitoli, tutti scanditi in maniera profondamente disparata sia per forma che per intenti.
Sconfitta/Fallimento-Rinascita-Scontro/combattimento finale. Come tutte le strutture archetipiche anche qui i temi su cui ci si sofferma di più per ovvi motivi sono quelli del sacrificio e del fallimento.
Il film apre con una famiglia, quella di Occhio di Falco, che viene divisa e finisce con un altro importante momento dove vediamo tutti assieme finalmente uniti (quella stessa grande famiglia in cui più di uno decide di sacrificarsi). Dunque la famiglia, i legami, sono l'elemento più importante su cui vengono diramate le azioni e le scelte dei personaggi, quegli stessi legami che all'inizio del film vedono gli Avengers divisi ma che non aspettano altro di tornare assieme.
I viaggi nel tempo. Era logico e scontato che ci fossero. Il Regno Quantico era già materia trattata e d'altronde era impossibile aspettarsi un'altra linea narrativa. Vengono sfruttati bene, anche se l'inghippo di come arrivarci, arriva ancora una volta in maniera piuttosto affrettata con Stark che sembra destarsi da un sogno e capire in pochi secondi come costruire il meccanismo e Cap e Peggy Carter che difficilmente hanno potuto vivere in tutti quegli anni senza alterare nessun evento.
Uno stratagemma narrativo non particolarmente originale.
I combattimenti. Sono centellinati nei primi due atti (il precedente film d'altra parte ne ha concessi tanti) per arrivare a quello finale che mette tutti a tacere, confermando abilità, gestione di troupe sofisticatissime, e l'aver inserito tutti i personaggi (ma proprio tutti)
Endgame ha sì una storia interessante, complessa, insensata, multiforme, dove dal secondo atto i gruppi si divideranno per cercare le gemme nelle location che abbiamo già scoperto nel precedente capitolo.
Cerca rispetto al primo di inserire molta più ironia soprattutto nei dialoghi e in alcune slapstick (funzionando bene in alcuni casi mentre inciampa ripetendosi troppo con altri ad esempio Thor) finendo per concentrarsi su alcuni personaggi mettendone da parte altri e senza infine spiegare alcuni dove siano finiti (Loki)
Infine cita il suo stesso universo e riprende i diktat lasciati aperti chiudendoli nella maniera più epica possibile (forse pure troppo)
Il cast. Anche qui l'operazione è stata ambiziosa per aver avuto il numero più alto di star mai viste in un film.
Ritmo. Rispetto al film precedente, seppur la materia da trattare sia molto meno concitata, non ci sono paragoni. In questo caso l'effetto stiracchiamento è palese anche se ciò non comporta un calo dell'attenzione ma di sicuro il fatto che i combattimenti e l'azione sia drasticamente diminuita si fa sentire.
Personaggi. Era ovvio che su alcuni ci si concentrasse di più, ma proprio su questi come ad esempio Captan Marvel, sfruttata pochissimo, converge in maniera disarmonica con il resto degli Avengers arrivando dalle retrovie quando ormai il peggio è passato e in maniera peraltro drastica senza nessuna spiegazione.
Tutto questo porta a più di tre ore di film che viaggiano senza ripensamenti, cali drastici o sotto storie marginali. Alla fine quello che si pensava dovesse succedere è accaduto.
Dal momento che tre dei sei Avengers originali non ci sono praticamente più, ognuno ha scelto la propria strada, il proprio destino, rimanendo attaccato ai cari del passato o scegliendo gli "Imrama", viaggiando così per il resto della propria vita a caccia di mondi diversi esplorando viaggi meravigliosi.


lunedì 22 aprile 2019

Shazam


Titolo: Shazam
Regia: David F.Sandberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Thaddeus è un bambino trattato con freddezza dal fratello maggiore e dal padre, finché non si ritrova improvvisamente in una caverna di fronte all'antico mago Shazam, che lo mette alla prova. Si fa però tentare da sinistre presenze e fallisce il suo test, così continuerà a vivere ossessionato dall'occasione che ha perduto. Dagli anni 80 si arriva ai giorni nostri, quando Thaddeus finalmente riesce a ottenere terribili poteri, ma il mago a sua volta trova un giovane a cui donare straordinarie capacità. Quando questi dice Shazam acquisisce infatti la saggezza di Salomone, la forza di Hercules, la resistenza di Atlante, il potere di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio.

Era da tempo che un film Dc non mi divertiva. I film dei super eroi quando non cercano di prendersi troppo sul serio come ultimamente sta succedendo devono assolvere questo compito, divertire. Shazam è il migliore film della Dc degli ultimi anni, decisamente superiore a tanti goffi tentativi di spolverare una casata che stava soccombendo sotto il peso titanico della Marvel.
Wonder Woman e Aquaman non valgono la metà del film di Sandberg.
La Dc ha forse capito che togliendo lo scettro del potere a Snyder si è accorta di quanti sceneggiatori in gamba, colti e straordinariamente nerd esistevano in circolazione.
Shazam deve tutto al suo saper sposare un'ironia travolgente e tantissima azione.
Dura 132 minuti e non pesa. Il protagonista deve tenere per tutto il film una smorfia da bambino e funziona, così come funziona il suo approccio ai super poteri (cerca di divertirsi e ne combina delle belle come accadeva tempo addietro a Peter Parker). Poi attenzione quando si pensa che sia solo per ragazzi. Gli sceneggiatori, abili ancora una volta, mettono in scena alcuni elementi non da poco
(il villain uccide prima il fratello e poi il padre) la violenza non manca e i dialoghi sono irriverenti, sboccati e ironici, con tante parolacce ma cercando di essere meno volgari di un Deadpool qualunque.
Sandberg arriva dall'horror e si vede proprio nelle scene più tetre e buie del film. Non mancano citazioni a profusione, evito di spoilerarle, ma alcune sono davvero succulente.
Si potrebbe quasi girare una soap opera sulle peripezie giuridiche che hanno imperversato su questo progetto infatti tratta uno storico personaggio a fumetti nato per la Fawcett Comics nel 1939 con il nome di Capitan Marvel e poi passato alla DC Comics, dove ha perso il nome originario che è finito alla Marvel Comics. Nel film non si contano le battute sul nome da supereroe di Billy una volta trasformatosi, senza che si arrivi mai a chiamarlo Capitan Marvel. Basta essere dei nerd come il sottoscritto per ricordarsi le battaglie del secolo Marvel vs Dc (che non è detto che non vedremo in futuro) per non ricordarsi l'epico scontro tra Thor vs Capitan Marvel.



giovedì 18 aprile 2019

Hellboy


Titolo: Hellboy
Regia: Neil Marschall
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Giunto sulla Terra ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti prossimi alla sconfitta si sono rivolti al mago Rasputin per evocare forze infernali, Hellboy è destinato a portare la fine del mondo. Non la pensa però così il suo padre adottivo, il Professor Broom, che l'ha educato per fare di lui il principale agente del BPRD, l'organizzazione di ricerca e difesa contro le minacce soprannaturali. Eppure i presagi si accumulano e la potentissima strega Nimue, tradita da Re Artù secoli fa e ora assetata di vendetta, è prossima a tornare e per fare di Hellboy il proprio Re e regnare su un mondo invaso dai demoni.

Per Hellboy non vale provare a fare un'analisi. Conviene piuttosto dire cosa è piaciuto e cosa no.
Punti negativi: la storia di una banalità sconcertante, Re Artù e Mago Merlino in versione Transformer, i dialoghi e lo sviluppo del villain, i dialoghi in generale, la storia padre figlio e i flash back. Il cinese di Lost che continua ad avere un'espressione in tutto il film. Troppa musica.
Punti positivi: il look di Hellboy (quando prende Excalibur e diventa il signore degli inferi finalmente ci siamo), i mostri (il cinghiale), l'attacco dei mostri sul pianeta terra, la violenza e lo splatter in generale, la baba jaga e la scena in cui vediamo i cadaveri dei bambini, la Jovovich che man mano che il tempo passa si conferma una delle tope numero uno di Hollywood.
I reboot sono sempre una sfida dividendo fan e critica. Del Toro era marcatamente più fantasy e il sangue era centellinato. Ora Marschall per chi lo conosce è uno che non fa sconti.
E'abituato a maneggiare l'horror ma gestisce bene un po tutto quello che gli viene dato.
Ho letto che a livello produttivo ci sono state difficoltà importanti che hanno portato a litigi e scontri in cui si è arrivati anche alle mani. Praticamente i produttori hanno avuto molta più libertà decidendo laddove il regista avrebbe dovuto avere l'ultima parola.
Nell'insieme e soprattutto nel reparto scrittura (il peggiore del film) è palese con un risultato per niente appagante e con la nota dolente che tutto il processo sia stato concepito come una sorta di farsa ridicolizzando l'horror e il sovrannaturale. In realtà ci può anche stare ma qui i wtf superano gli aspetti ironici lasciando piuttosto basiti. Povera stirpe di Oannes!



giovedì 11 aprile 2019

Captan Marvel


Titolo: Captan Marvel
Regia: Anna Bodek, Ryan Fleck
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Vers vive su Hala, capitale dell'impero galattico e militarista dei Kree, è bionda ma ha il sangue verde-blu e viene addestrata a combattere controllando le proprie emozioni e i propri straordinari poteri energetici da Yon-Rogg. Quando finisce catturata dagli skrull, i nemici mutaforma dei kree, questi esaminano la sua mente in cerca di risposte, facendo riaffiorare in lei ricordi perduti della sua vita sulla Terra e di una misteriosa donna, le cui fattezze sono utilizzate anche dall'intelligenza suprema dei kree quando comunica con lei. Sarà l'inizio dell'avventura che la riporterà sulla Terra, negli anni 90, dove scoprirà il suo passato come Carol Danvers e si riapproprierà della propria identità.

Captain Marvel era uno degli ultimi film Marvel phase 2 dell'anno, prima del'ultimo Avengers-Endgame con cui ovviamente il film ha diverse affinità.
Alieni, una sci-fi che strizza l'occhio visti i tempi agli universi di STAR TREK e affini, una messa in scena tecnicamente incredibile e un cast che poteva certo dare di più soprattutto per quanto concerne la scelta della protagonista.
Captan Marvel è prima di tutto abbastanza noioso, dura troppo, si perde in inutili sotto trame che non aiutano la narrazione e la rendono macchinosa e solforosa, l'azione è centellinata e quando finalmente dovrebbe dare carburante in più si perde dietro inutili inseguimenti ed esplosioni stellari.
Per essere la prima eroina solitaria dell'universo Marvel oltre ad essere, così dicono, la più forte in assoluto, devo dire che mi aspettavo molto di più. La caratterizzazione mostra intenti spiccatamente militari come per Roger e altri delle fila sui super eroi, lasciando sempre dubbi sull'intento reazionario del messaggio.
Manca quella solidità narrativa che dove dovrebbe spettacolizzare e coinvolgere mostra tanto fumo e crede di portare avanti una metafora socio-culturale, come d'altronde credeva di fare anche Black Panther, che purtroppo così non è, o forse lo è solo per chi ha una visione limitata della realtà. Gli unici momenti in cui mi sono quasi divertito sono stati quelli sull'astronave dove vediamo quasi tutti i buoni riuniti e che scappano dalle astronavi dell'impero galattico e un gatto che riesce ad essere più coivolgente di tutto il resto dei personaggi.
Gli sceneggiatori hanno di nuovo sottovalutato l'intelligenza dello spettatore per arrivare a mostrare una ragazza che lotta per dei valori e che scopre che il suo impero e corrotto e gli alieni che combatte in realtà sono i buoni.





lunedì 11 marzo 2019

Barbarella


Titolo: Barbarella
Regia: Robert Vadim
Anno: 1967
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Nell’anno 40.000 d.C., in un’epoca di amore universale senza più bisogno di guerre e armi, la terrestre Barbarella è convocata per scoprire che fine ha fatto lo scienziato Durand Durand, inventore del raggio positronico. È l’inizio di una serie d’avventure interplanetarie all’insegna del piacere.

Non c'è un perché razionale quando ci si innamora.
Barbarella è un cult assoluto. Un film multiforme. Exploitation, weird, trash (alle volte), grottesco. Un immenso film di genere che mette nel calderone scifi e azione, avventura e scenari favolosi.
L'idea nasce da un fumetto del 1962 di Jean-Claude Forest che di fatto lanciava una sexy eroina del futuro, troppo bella, leggermente ingenua e sempre pronta a spogliarsi.
Una icona alternativa figlia di una cultura anni Sessanta, nascendo da un contesto amniotico come la nuova donna liberata, sfidando il buon costume e la censura di quegli anni che preferivano il sesso "vecchia scuola" allo "psicosessogramma" che in un qualche modo anticipa "l'orgasmatic" di Allen sostituendo la pratica sessuale.
Un film voluto da De Laurentis (probabilmente già sapendo che sarebbe divenuto un flop) che in quel periodo approdava a sfide e produzioni straniere con il risultato di sfondare, questo è il caso, fantasie e contaminazioni, coniugando erotismo e fantascienza con una marcata vena autoironica.
La colonna sonora, la fotografia, la scenografia e il montaggio. Tutto fila liscio e psichedelico come un omaggio alla cultura dei figli dei fiori, l'uomo nella sue essenza che viene fumato e assaggiato attraverso un enorme narghilè, per arrivare alle bambole che mordono per davvero e gli angeli che non possono vedere e per finire scienziati, barbari e regine nere.
L'obbiettivo della protagonista, del film e dei suoi intenti è quello di ristabilire la pace facendo finire le guerre e abbandonandosi alle fantasie. In tutto questo nonostante la sua indole libertina, Barbarella è curiosa, pulita e mai morbosa diventando un'icona proprio per la libertà nel fare le scelte che più la appagano e con chi ne abbia voglia, senza mai morbosità.
In origine il personaggio di Barbarella doveva essere interpretato da Virna Lisi, che però decise di abbandonare l’offerta e di tornare in Italia. Il ruolo poi venne proposto a Brigitte Bardot (che aveva ispirato il personaggio originale del fumetto), la quale però rifiutò perché stanca di ruoli sexy, quindi a Sophia Loren che, allora incinta, rifiutò a sua volta ritenendosi non adatta al ruolo.
Infine venne proposta a una giovane Jane Fonda, tentata inizialmente di rifiutare; cambiò idea quando il marito, Roger Vadim, le sottolineò quali possibilità si stavano aprendo con il cinema di fantascienza.
Le citazioni o gli elementi che verranno ripresi dal cinema grazie a questo film sono troppi ci infilerei quasi tutti i nomi della nuova Hollywood.



Detroit rock city


Titolo: Detroit rock city
Regia: Adam Rifkin
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cleveland, Ohio, 1978. Quattro ragazzi che compongono il gruppo musicale dei Mystery, sognano di diventare il gruppo spalla dei Kiss, band satanica per eccellenza. In occasione del concerto dei loro idoli, essi si procurano quattro biglietti ma la madre di Jam, cattolica praticante, si infuria e li brucia. Da questo momento in poi comincia una spasmodica caccia al biglietto che vede impegnati i quattro ragazzi per un' intera nottata. Non mancano disavventure, crisi di coscienza e ostacoli di vario genere che movimentano la trama del film. Oltre ai già citati protagonisti, il cast della commedia annovera i componenti della band dei Kiss che interpretano se stessi

Cosa accade quando una madre cattolica praticante scopre che il figlio ha sostituito il suo vinile di Carly Simon con quello di “Love Gun” dei Kiss, il complesso satanico per eccellenza?
Detroit rock city è quella piacevola sorpresa che scopri quando meno te lo aspetti facente parte della pletora di film i quali omaggiano gli anni'80, tantissima musica, una teen comedy con un gruppo di quattro ragazzi che a tutti i costi vogliono raggiungere il concerto dei loro beniamini Kiss.
Da qui tutto il film è una divertente e scoppiettante avventura sulle peripezie e le sfortune di questi quattro metallari con la madre religiosa che sembra seguirli ovunque, facendogliene combinare di tutti i tipi.
Le regole, le istituzioni, il coming of age, tutto viene inserito nel calderone e il film poi riesce ad essere un caloroso omaggio, un revival delle migliori soundtrack degli anni '80, dove comparirà la stessa band musicale, per non parlare dell'eccesso a cui punta senza nasconderlo la regia di Rifkin cercando di mettere i giovani di fronte alle scelte e le prove più paradossali (milf che perdono la testa e spogliarelli)


Dominatori dell'universo


Titolo: Dominatori dell'universo
Regia: Gary Goddard
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il malvagio Skeletor, despota del pianeta Eternia, vuole impadronirsi di tutti i regni delle galassie. Per raggiungere il suo scopo imprigiona la Maga Benevola. Per liberarla partono l'eroe He Man e i suoi fidi con la chiave cosmica inventata dal nano Gwildor. Ma un errore li fa precipitare sulla Terra dove incontrano Julie e il suo ragazzo Kelvin che sono entrati in possesso della chiave cosmica. Dopo un epico duello tra He Man e Skeletor, il bene trionfa.

Nemmeno da piccolo ero un fan di He Man. Dei cattivi però sì, come quasi sempre quando scopri una galleria di mostri venuti da altri pianeti. E poi c'era la tigre.
Qui dobbiamo scegliere da che punto di vista sviluppare la recensione. Goddard è stato troppo sfortunato e dopo questo flop ha girato roba ancora più misera per essere poi definitivamente abbandonato.
Allora il nostro Lundgren, uno dei padri dei film di serie b, girava in quel fortunato periodo grazie ad un fisic du role invidiabile, sotto prodotti come quello del punitore e altre tamarrate comunque da vedere e solo in alcuni casi da riscoprire.
Qui tanti limiti erano dettati dal budget, sulla scelta di un cast che mostrava e regalava interpretazioni spesso al limite del ridicolo dove forse l'unico a salvarsi, sempre nel territorio del trash, era Langella in un inquietantissimo Skeletor (merito anche del bellissimo trucco, studiato da Moebius). Il problema era che il film, quando venne sviluppato, aveva come target brufolosi adolescenti che guardavano i cartoni, anch'essi brutti, e che non avevano mai invece letto il fumetto originale da cui è tratto. I veri destinatari volevano essere gli adulti, come di nuovo in questi anni stanno dimostrando.
Combattimenti coreografati in modo molto superficiale (sembra di vedere il combattimento finale tra David Lo Pen ed Egg Chen nel tempio) e poi ridateci il mitico castello di Grayskull e la cittadella del serpente dimora del terribile Skeletor.
Qualcuno lo ha definito i dominatori del trash, un film talmente brutto e sconclusionato da fare un testa coda e diventare un capolavoro.


Dragon Ball-Super Broly


Titolo: Dragon Ball-Super Broly
Regia: Tatsuya Nagamine
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Il re dei Saiyan Vegeta, preoccupato dalla potenza del nascituro Broly, superiore a quella del proprio figlio, spedisce Broly su un pianeta remoto e ostile, Vampa. Il padre di Broly, Paragus, lo segue su Vampa e lo addestra come un formidabile guerriero. 41 anni più tardi, dopo che Freezer ha distrutto il pianeta dei Saiyan, Broly e Paragus arrivano sulla Terra, per vendicarsi dei Saiyan superstiti.

Gli Oav di Dragon Ball soprattutto negli anni '90 avevano avuto un discreto successo.
Poi il personaggio creato da Akira Toriyama pur essendo diventato una delle icone nato nel 1986 per i nerd, venne abbandonato per essere sostituito da altri eroi venuti da altri mondi.
Questo film d'animazione dalla sua come nei due precedenti, LA RESURREZIONE DI F e Dragon Ball Z The Movie-Battle of God, regala tantissima azione (forse addirittura esagerata) finendo per essere l'ennesima rincorsa a sconfiggere il nemico di turno (che manco a farlo apposta e di famiglia) e sfruttare l'impianto di semina e raccolta per cui il protagonista incontra un nemico sempre più forte grazie al quale potenzia le sue abilità.
Anche la durata di 100' diventa disfunzionale per spiegare tutti i retrocessi familiari tale da farlo sembrare un parente lontano delle soap opera statunitensi.
Il film trova la sua componente migliore nei primi due atti mentre proprio dove dovrebbe siglare il braccio di ferro perfetto tra combattimenti e azione, diventa di una noia incredibile, in cui per '50 minuti, viene data spazio alla potenza sempre maggiore che supera subito i confini della logica, sembrando una disperata lamentela noiossima di grida e maschilismo spiccato.




Adam and Dog


Titolo: Adam and Dog
Regia: Minkyu Lee
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il paradiso terrestre visto dagli occhi di un cane. Il rapporto con l'uomo, poi con la donna, e infine i primi passi in un mondo sconosciuto e ricco di sorprese.
Minkyu Lee è il regista coreano che in 13' ha realizzato questo cortometraggio candidato agli oscar.
L'animazione è semplice ma incredibilmente funzionale per lasciare spazio alla gestualità e alla mimica facciale (d'altronde non avendo dialoghi diventa indispensabile per capire la dinamica tra i due). Un'opera emotivamente molto forte che non cede facilmente ai buoni sentimenti mostrando attraverso la diffidenza iniziale, l'instaurarsi di un rapporto di amore e fiducia.
Nell'ultima scena, Dog depone il bastone ai piedi di Adamo sorpreso.
Adamo si inginocchia dicendo ad Eva chi è Dog. Eva si inginocchia davanti a Dog e la abbraccia e lo bacia. Adamo ed Eva si allontanano insieme. Si stanno tenendo per mano e così vicini da sembrare una persona sola. Il cane cammina al loro fianco.
Adam and Dog è una metafora e una riflessione sull'amicizia, sull'aiuto e un viaggio di formazione ispirato ai temi salienti dell'antico testamento mettendoli in mano ad un regista coreano

Tiger Mask



Titolo: Tiger Mask
Regia: Ken Ochiai
Anno: 2013
Paese: Giappone
Giudizio: 1/5

Naoto Date, cresciuto in un orfanotrofio dopo la Seconda Guerra Mondiale, un giorno decide di fuggire dall'istituto per entrare a far parte dell'organizzazione della "Tana delle tigri", che alleva micidiali e letali lottatori mascherati e senza scrupoli, coronando così il sogno di diventare forte come una tigre. Le regole dell'organizzazione sono ferree e chi le tradisce, viene punito violentemente. Naoto però è diverso: cerca la libertà e vuole vendicare le ingiustizie subite dagli orfani come lui.

Tiger Mask è davvero una baracconata. Un film live-action così brutto che al confronto il film americano dei POWER RANGERS sembra da riscoprire.
Tiger Mask sembra la risposta al fatto di non prendere mai in giro un outsider come Miike Takashi giusto per rimanere nella stessa terra. Con due film speculari che sono Zebraman 2 e YATTAMAN, Miike, è riuscito a fare la stessa cosa creando però, soprattutto con il dittico di ZEBRAMAN, ottimi esempi di film di genere.
Qui tutto è particolarmente agghiacciante. Ochiai è inesperto e la prova, pur essendo un giocattolone, è troppo ardua per il mestierante che prova a cercare di rendere interessanti tre maschere diverse, il dottor X e la tana delle tigri.
Tutto viene brutalmente ridicolizzato e sembra di vedere un teen age movie nipponico che non solo non è violento (quando il cartone è uno dei più violenti mai realizzati) ma non intrattiene e regala alcune delle peggiori scelte estetiche viste prima con tute di lattice che rimandano ai film porno.
Nell'idiozia più totale il fatto che il film e gli attori si prendano sul serio è un altro particolare che crea l'effetto trash e al netto l'aspetto più traumatico del film.
Con tute nere e una rincorsa a trovare uno stile emo di rara bruttura, Tiger Mask nel suo avermi involontariamente messo a tappeto dalle risate, è uno dei film più brutti di sempre, dove citando prima l'outsider che considero uno dei registi più talentuosi di sempre, qui proprio nel ruolo di Jared, Mister X, troviamo uno dei suoi attori feticcio e interprete della saga cult di DEAD OR ALIVE

mercoledì 20 febbraio 2019

Alita


Titolo: Alita
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il dottor Dyson Ito vive ad Iron City nel 2563, trecento anni dopo la "caduta", e ripara cyborg nella propria clinica. In cerca di componenti perlustra la discarica, dove cadono i rifiuti dalla città sospesa in cielo di Zalem, e qui trova la parte centrale di una ragazza cyborg, che decide di innestare nel corpo, mai utilizzato, che aveva preparato per sua figlia Alita. La ragazza non ha memoria di sé, ma è un cyborg avanzatissimo, di una tecnologia perduta e progettata per la battaglia. È infatti combattendo che lentamente riaffiorano le sue memorie, così decide di entrare tra i cacciatori di taglie della città e poi nei ferocissimi tornei di Motorball. Si innamora inoltre di un ragazzo umano, che sogna però di raggiungere Zalem, luogo da cui una forza sinistra sembra essersi interessata ad Alita.

Alla fine ho guardato i titoli di coda e ho letto che il regista è Rodriguez. Non ci potevo credere.
Mi aspettavo Barbarella da Rodriguez ma non un prodotto senz'anima come il film in questione.
Alita è un film sci fi d'intrattenimento che cerca di cogliere alcuni importanti passi avanti della nostra società sposandoli con la robotica, il futuro distopico, qualcosa che ricorda vagamente cyber e steampunk, visto che siamo nel 557 del calendario Sputnik(2533 a.c, 26° secolo), nella Città Discarica della Terra.
Queste le premesse in un film che fin dall'inizio sembra non interessarsi alla storia, raccontando una favoletta che non si discosta molto da alcuni recenti film di genere teen e per le famiglie con produzione mega galattiche e risultati altalenanti (purtroppo anche talenti come Bloomkamp hanno appurato questa strana equazione).
Un film da cui ci si aspetta sicuramente una storia sontuosa che non venga riciclata come se fosse di fatto una porcheria per famiglie (ridateci il QUINTO ELEMENTO a questo punto) e la richiesta viene delusa forse perchè non pensavo in primis ad un antologia, forse perchè non ho mai visto Walz prendere così le distanze da un personaggio (il suo è ridicolo quando prova a fare il giustiziere in giro, il Geppetto della discarica), e ormai sdogana questa sorta di circo fumettistico dei co protagonisti (Connelly più invecchia più acquista fascino e Ali è uno dei neri del momento che bisogna spalmare ovunque) dove si cerca lo stile e la classe a discapito di una caratterizzazione spesso lacunosa e stereotipata (l'androide che perde e migliora per continuare a perdere non si può più vedere) e infine vi prego non fate più recitare Keaan Johnson che sembra il fratello minore ma più mongolo di Gosling.
Purtroppo Alita non è un grande esponente di questa sorta di contaminazione tra manga e film come è successo non molto tempo fa con il terribile Ghost in the shell(2017) o con altre baracconate come Macchine mortali.
Purtroppo questa contaminazione tra Usa e Sol levante proprio non funziona. Peccato perchè Rodriguez è uno che ci sa fare, capace di far prendere il via a progetti complessi e discutibili, ma qui sembra tutto scivolare via come se guardassimo uno show ineccepibile a livello di maestrie e computer grafica, ma che su tutto l'altro versante trasmette un vuoto cosmico che paralizza il cervello portando a interagire con il deretano e chiedere quanto tempo manca all'espulsione.





Rendel



Titolo: Rendel
Regia: Jesse Haaja
Anno: 2017
Paese: Finlandia
Giudizio: 2/5

Rendel, un vigilante mascherato finlandese, è alla ricerca di vendetta contro Vala, una potente organizzazione criminale.

Ogni tanto il cinema o la formula fare i film ha un preciso scopo. Liberarsi di denaro sporco facendo girare cifre importanti che non devono essere scoperte o rendicontate.
Ora non so se Rendel sia uno di questi casi ma il risultato non fa ben sperare. Un film davvero buttato lì dove le cose capitano perchè devono andare in quel modo senza lasciarti quella libertà, o quei dubbi che forse le cose non andranno come ci immaginiamo o che il film potrebbe prendere una svolta o una piega imprevista.
Ad un certo punto mentre lo guardi dici, ma è palese che mi stanno prendendo in giro, in realtà la storia è molto più complessa. Poi i minuti continuano a scorrere inesorabili e ti rendi conto di essere stato abbindolato perchè tutto accade come previsto.
Rendel è la riposta dei comics, dei super eroi, direttamente dalla Finlandia. Qualcuno ne sentiva il bisogno? No, ma come tanti prodotti si cerca di accoglierli per capire se meritino oppure no.
Dalla Finlandia ho apprezzato molto di recente Euthanizer, Sauna, Trasporto Eccezionale-Un racconto di Natale, tutti meritevolissimi film dove il secondo ha una marcia in più.
In un modo o nell'altro descrivevano questo freddissimo paese e ci mostravano le loro leggende e il loro folklore locale.
Questo sembra un film americano girato in Finlandia dove se non lo sapessi a parte la neve potrei benissimo dire che è stato girato in Canada.
Rendel poi non ha nessun motivo per essere ricordato o per stare simpatico. L'eroe non parla e giustizia quasi sempre a suon di cazzotti, accompagnato da una adolescente darkettona particolarmente problematica e da una serie di personaggi che ci fanno dimenticare chi sia il vero protagonista.
Rendel cerca nella maschera di assomigliare leggermente al personaggio creato da Todd McFarlane fallendo miseramente la missione.

lunedì 11 febbraio 2019

Primo re


Titolo: Primo Re
Regia: Matteo Rovere
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Romolo e Remo, letteralmente travolti dall'esondazione del Tevere, si ritrovano senza più terre né popolo, catturati dalle genti di Alba. Insieme ad altri prigionieri sono costretti a partecipare a duelli nel fango, dove lo sconfitto viene dato alle fiamme. Quando è il turno di Remo, Romolo si offre come suo avversario e i due collaborando con astuzia riescono a scatenare una rivolta, ma è solo l'inizio del loro viaggio insieme agli altri fuggitivi e a una vestale che porta un fuoco sacro. Sapendo di avere forze nemiche sulle proprie tracce decidono di sfidare la superstizione e si avventurano nella foresta, dove Remo dà prove di valore e conquista la leadership del gruppo, mentre Romolo può fare poco altro che riprendersi da una ferita. Quando a Remo viene letto il destino dalla vestale, lui decide di sfidare il volere degli dèi.

‘Un Dio che può essere compreso non è un Dio’ (frase incipit dello scrittore drammaturgo britannico William Somerset Maugham)
Il primo re credo sia uno dei film fisici più complessi e stratificati del nostro ultimo cinema.
Un frammento di un vecchio codice che sembra portare in auge valori e sfide del passato che riescono a riscattarsi ai giorni nostri con un sapiente e importante lavoro di tutte le maestranze.
Fotografia, scenografia, make up, costumi, reparto attoriale. Il primo re è un film che non sfigura di fronte ai cugini oltre oceano, alza la testa, a volte un po troppo, e guarda senza riserve tutto ciò che gli sta attorno sicuro del suo peso reale, della sua portata e del suo valore aggiunto.
Perchè è qui che va misurato il film. Una storia primordiale che riesce a dare sfumature arcaiche, sperimentali quasi, di una nuova ricerca e un nuovo passaggio per il cinema di Rovere.
Quasi una sfida in regni diversi e periodi storici affascinanti, dove l'unico obbiettivo è sopravvivere e cercare di dare un senso o una continuità alla propria vita immersi in una natura incontaminata dell'alba della civiltà.
Un anti peplum anti storico, senza geografia, dove la storia poteva raccontarci qualsiasi cosa senza bisogno di avere quell'aderenza storica precisa poichè fa parte di un periodo troppo sconosciuto, un'altra sfida ambiziosa che ho trovato anche questa vinta senza mezzi termini
Quando si sfiora troppo il fenomeno religioso, il film infila troppi dialoghi perdendo quel fascino dove filosofia, in forma primitiva e culto cercavano di trovare una sistemazione senza per forza di cose riuscirsi.
Per tutto il resto rimane un passo avanti e un riscatto per quanto ancora ci sia il volere e il bisogno di creare qualcosa di nuovo e antico.