Visualizzazione post con etichetta Arti Marziali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arti Marziali. Mostra tutti i post

venerdì 8 dicembre 2017

Aknyeo-The Villainess

Titolo: Aknyeo-The Villainess
Regia: Jung Byung-Gil
Anno: 2017
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Sook-Hee è una killer. Cresciuta e addestrata in Yanbian, in Cina, nasconde la sua vera identità e parte per la Corea. Lì sogna di avere un tipo di vita diverso, ma viene in contatto con due uomini misteriosi: Joong-Sang e Hyun-Soo.

Aknyeo aka The Villainess è sicuramente uno dei film d'azione coreani virato tutto al femminile destinato a far parlare di sè. Una bomba in tutti i sensi. Ovviamente senza uno straccio di distribuione qui da noi, il film è un vortice di combattimenti e sparatorie da far sembrare OLD BOY o LADY VENDETTA e HARDCORE, quello russo, delle commediole (i rimandi a questi due film sono impossibili da non fare) nonchè una certa estetica compositiva che sembra rimandare a Bong Joon-ho oltre che il pluricitato KILL BILL per quanto concerne la scelta della sposa, momenti che ricordano LADY SNOWBLOOD e l'estetica videoludica che mi ha ricordato tanto JIAKPAE.
Senza contare alcuni rimandi ad un certo cinema orientale più estremo dal genere Dnotomista o al cinema nipponico di Mitsutake e parlo ovviamente di GUN WOMAN.
Interessante, adrenalinico e se vogliamo anche abbastanza esagerato con queste musiche sparate al massimo e alcuni mirabolanti azioni e delle coreografie sempre più impressionanti, The Villainess, uno dei due attesissimo film a Cannes mostra però come spesso accade in questi film una trama derivativa come a ribadire per l'ennesima volta di come non servano plot narrativi per il cinema d'azione. Il regista in questo caso spinge al massimo nel primo atto, sparpaglia il più possibile flashback per tutto il secondo atto e infine nel terzo raccoglie ciò che ha seminato ovvero caos.
La sequenza iniziale first-person shooter è fatta così bene da meritarsi il top nelle classifiche di sparatorie degli ultimi anni, nemici a pioggia, iper-violenza, splatter e un ritmo davvero inesauribile come la vendetta che ancora una volta assale la protagonista.
C'è da dire però che forse i coreani più di tutti o tra i maggiori attualmente sono in grado di

mischiare eleganza estetica e intrattenimento mainstream in maniera mai troppo scontata e grossolana riuscendo a convivere reciprocamente senza fare a botte e regalando momenti di puro cinema d'intrattenimento e non solo.

sabato 18 novembre 2017

Falcon Rising

Titolo: Falcon Rising
Regia: Ernie Barbarash
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un ex marine va in Brasile per condurre da solo una vendetta contro l' organizzazione criminale giapponese Yakuza, che ha brutalmente assassinato sua sorella.

Cinema di serie Z. Ok a volte piace farmi del male, smettendo di pensare e guardare solo gente che si legna duro. In questo caso c'era il nero di UNDISPUTED Michael Jai White che è un animale senza senso al pari di Scott Adkins.
Come sempre in questi film ciò che mi fa star male dal ridere è la banalità della storia da cui sdi evincono poi i più grossi limiti dell'intera baracconata.
Lui è un reduce di guerra, quale non la sappiamo, e non trovando un posto nella società, sfida la morte per far smettere le voci dei morti che gli urlano in testa e decide di prendersela con la yakuza in Brasile (?). In più la sorella, la figlia del famoso pugile Laila Ali, viene trovata morta dove si trovava lavorando per un’associazione americana non-profit in favore delle favelas.
Servono altri luoghi comuni. Direi di no.
La regia non esiste, la messa in scena anche nei combattimenti e confusa con personaggi trapiantati lì senza nessun motivo e alcuni dialoghi che meriterebbero l'arresto. La fotografia forse è l'unico elemento che si salva. Per il resto è la solita piccola parata di star per un film che comparato con un ideal tipo orientale non regge assolutamente la sfida.


sabato 2 settembre 2017

Undisputed IV

Titolo: Undisputed IV
Regia: Todor Chapkanov
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Yuri Boyka sta portando in alto il suo nome nel mondo dei grandi campionati di combattimento quando una morte accidentale sul ring lo costringe a mettere in discussione tutto ciò che egli è e rappresenta. Quando scopre che la vedova di chi ha inavvertitamente ucciso è in difficoltà, Boyka si offre di combattere in una serie di incontri impossibili per liberarla da una vita di schiavitù.

E arriviamo così al quarto capitolo del nostro profeta occidentale delle arti marziali che forse se non si ammazza di steroidi pure lui può puntare ad un futuro straight to video meno deprimente e irrisorio. Scott Adkins torna di nuovo a vestire i panni del pazzo psicopatico diventato il più inaspettato grande eroe filmico sovietico. In questo film diventa pure amico con un prete...
Un tamarro che in questa avventura decide di redimersi trovandosi come sempre a dover sfidare i propri demoni del passato e del presente per ottenere la libertà.
Ed è proprio la redenzione forse la parte più pacchiana contando che il nostro lottatore si sente in colpa per aver ucciso un atleta durante un combattimento e ora promette alla moglie defunta risarcimenti e scuse.
Cambia il timone alla regia per una saga che non punta molto sulla storia bensì sui combattimenti e le mascelle, quelle toste che non ridono mai e che non fanno mai una piega.

Boyka nell'ennesimo torneo che ricorda esattamente quello del terzo capitolo trova qui un nemico che sembra la copia identica di Baine, tale “Koshmar the Nightmare”, un personaggio che ha look e nome giusto per sembrare un Ivan Drago 2.0. il problema è che anche qui il nemico finale non ha la stoffa e l'eleganza del nemico del terzo capitolo che faceva dell'arroganza la sua garanzia di approvazione. Qui davvero si rasenta la pochezza massima di trovare anche solo dei minimi elementi kitch per cercare di dare forma e consistenza a un sequel che muore sul nascere.

domenica 4 giugno 2017

Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


martedì 16 maggio 2017

Più forte del mondo

Titolo: Più forte del mondo
Regia: Alfonso Poyart
Anno: 2016
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

La storia del lottatore José Aldo, che mentre mira a diventare campione di arti marziali deve affrontare i propri demoni dovuti a un'infanzia difficile.

Mais Forte que o Mundo è un film drammatico, biografico e solo alla fine un film sulle arti marziali, le cosiddette Mma che negli ultimi anni stanno portando diversi prodotti nelle sale e un certo fascino da parte dei fan che possono ammirare i combattimenti senza esclusione di colpi nella gabbia. La prima impressione guardando il film è di una certa confusione nell'arco in cui si concentra la vicenda mostrando uno spaccato di vita di Aldo ma senza rifletterne e coglierne alcune battute soprattutto per quanto concerne alcune sue vicende personali. E'un film di formazione ma anche di redenzione e di riscatto in un paese in cui è difficilissimo emergere soprattutto nelle discipline marziali.
Prima di passare però al Brazilian Jiu-Jitsu e poi al Vale tudo, Poyart disegna la storia della vita del lottatore diviso tra speranze e una sua missione personale che ne segna obbiettivi e intenti del personaggio motivato e condizionato a portare a termine il suo piano.
La prima parte mostra delle location bellissime portandoci dentro i villaggi e facendoci ballare con l'atmosfera di festa che sembra in molti momenti condizionare la vita dei personaggi e di una prima parte del film appunto più legata all'ambiente e meno agli spazi asettici e i ring dove avverranno gli incontri.
Poyart sembra cercare di mostrare le paure e i compromessi proprio nel momento in cui Josè Aldo sale sul ring e decide di essere il numero uno senza abbassare mai lo sguardo diventando un'animale nel vero senso della parola pur finendo la sua carriera appunto in una mission educativa e di redenzione che sembra spesso una vicenda nota per alcuni lottatori o sportivi particolarmente talentuosi.
I combattimenti sono girati bene senza avere quei guizzi di regia che gli Stati Uniti e l'Oriente ormai padroneggia con una rigorosa e straordinaria messa in scena.

E'una storia che ancora una volta ci racconta il difficile percorso di un giovane ragazzino delle favelas con un sogno nel cassetto, una famiglia povera e tanta voglia di essere il numero uno.  

Iron First

Titolo: Iron First
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.



martedì 11 aprile 2017

Headshot

Titolo: Headshot
Regia: Mo Brothers
Anno: 2016
Paese: Indonesia
Giudizio: 3/5

Un uomo soffre di amnesia e non ricorda il suo passato quando era sfruttato come una macchina da guerra per uccidere le persone. Un giorno però si imbatte nei criminali che lavorano ai servizi di un vendicativo trafficante di droga e il suo passato ritorna a galla.

Ormai l'Oriente ha spodestato definitivamente l'Occidente sul cinema delle arti marziali e alcune sotto branchie del cinema d'azione. Basti pensare agli Yakuza Movie come alcuni polar nipponici e cinesi, senza peraltro contare la potenza degli ultimi anni del cinema sud coreano.
In fondo è sempre stato così dai tempi di Bruce Lee. E'un fattore culturale che li appartiene.
Iko Uwais è diventato il nuovo paladino delle arti marziali dopo Tony Jaa. Indonesia vs Thailandia. Un bello scontro tra due paesi che mettono in ballo mazzate di una violenza cosmica e con un ritmo eccezionale che spesso e volentieri mostra lunghi piani sequenza per valorizzare il talento degli attori e la quasi totale assenza di stunt man.
Uwais dopo i due capitoli di THE RAID per il gallese Evans, è stato prelevato dai due fratelli che hanno avuto in patria un mezzo flop con il difficilissimo KILLERS. Un film cupo, teso e complesso che purtroppo non è riuscito ad avere successo anche a causa di una violenza gratuita molto perversa.
Headshot è pieno di scene d'azione che lo rendono estremamente divertente e realistico ma ancora una volta l'aspetto provvidenziale per mostrare che cosa ci si aspetta da film di questo tipo e nella trama che definire imbarazzante è poco.
Alcune carneficine come quella in prigione e sul pullman sono di una violenza inenarrabile con arti mozzati e quant'altro, il tutto ovviamente condito con una realisticità a tratti inquietante.

Questa incredibile alleanza dovuta tutta a Evans che di fatto ha organizzato l'incontro tra i registi e la star, diventa importante per poter sancire un sodalizio che speriamo porti a tante altre pellicole di sonore mazzate come questa che diventano oro colato dal momento che dall'altra parte del mondo ci tocca vedere gente improbabile che si cimenta in film di arti marziali senza averne la stoffa.

sabato 8 aprile 2017

Bodyguard Kiba

Titolo: Bodyguard Kiba
Regia: Takashi Miike
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Junpei, uno Yakuza di basso livello, ruba 500 milioni di yen al suo capo. Mentre viene interrogato, un colpo di fortuna gli salva la vita facendolo restare in prigione per cinque anni. Al rilascio, assume l'invincibile guardia del corpo professionista Kiba per scortarlo a recupeare i soldi prima nascosti, in modo che possa egli possa ritrovare la sua ragazza e fuggire per sempre. Ad ogni passo del lor cammino i due sono vittime di imboscate da parte dell'ex capo di Junpei, e dagli studenti di un Dojo rivale di Kiba, arrabbiati dal fatto che il Dojo di Kiba sia migliore del loro.

Era uno dei pochissimi film di Miike ha inizio carriera che non avevo ancora visto, contando la fortuna di aver partecipato ad una rassegna a Torino anni fa al Cinema Massimo dove partecipava anche il regista e in cui noi italiani sfortunati abbiamo potuto gustarciu quasi tutte le sue opere inedite o mai arrivate nel nostro paese.

Bodyguard Kiba è fondamentale nel curriculum di uno dei registi più interessanti della settima arte. Già erano presenti in questo film tutti gli ingredienti che Takashi avrebbe usato e ingigantito nei prossimi film. Il genere yakuza, l'appartenenza al clan, l'azione quasi sempre esplosiva e impulsiva che sembra deflagrare da un momento all'altro. Il sesso, la tortura, gli inseguimenti, i dialoghi e soprattutto l'onore. Kiba rappresenta il totem di tutti questi elementi che spalmati su una trama piuttosto convenzionale riescono ad avere quei guizzi di genio e dare conferma anche solo per la disposizione delle luci e alcune inquadrature che confermano il talento di un regista inesauribile.

venerdì 23 settembre 2016

Kickboxer Vengeance

Titolo: Kickboxer Vengeance
Regia: John Stockwell
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kurt Sloan è un talentuoso artista delle arti marziali che si reca in Thailandia, dove dovrà imparare i segreti del kickboxer per vendicare la morte del fratello avvenuta per mano di Tong Po.

Stockwell è un regista di serie B che almeno ci aveva provato con il simpatico TURISTAS.
Per il resto ha sempre girato robetta action da quattro soldi. Il suo approccio alle arti marziali è di infimo gusto, al di là di qualche bella location e basta. Pure i combattimenti sono girati e montati con così tanti stacchi da non capirci quasi niente.
Sulla storia non mi pronuncio perchè è così banale che già la striminzita trama rivela fin troppo e poi questi film non hanno bisogno di trama ma di doverose mazzate e quando c'è è sempre la stessa.
Da fan delle arti marziali dovevo guardarlo per forza, era troppa la mole di non-sense e attori improbabili da Bautista che sembra un monaco venerato da discepoli che non si sa bene cosa cerchino, Van Damme che recita con gli occhiali e fa delle mosse e si atteggia in modo alquanto imbarazzante, la Carano che ormai si è sputtanata e per finire alcune facce nuove che dimenticherete troppo velocemente.
E'un film brutto che poteva essere ancora peggio, nel senso che a tratti pur essendo la summa del già visto, almeno fa quello che deve mischiando mazzate, inseguimenti e allenamenti.

Vi prego per chi riesce a guardarlo fino alla fine, non perdetevi i titoli di coda con Van Damme che balla da giovane sculettando e il protagonista che pure lui ci mette la sua improvvisandosi in un balletto anch'esso inguardabile.

giovedì 4 agosto 2016

Iceman

Titolo: Iceman
Regia: Wing-cheong Law
Anno: 2014
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Un'eroica guardia imperiale della dinastia Ming viene sepolta nel ghiaccio con il suo nemico durante un combattimento su una montagna innevata. Quando la coppia si ritrova secoli dopo, risvegliata da alcuni scienziati, i due guerrieri riprendono la loro battaglia scatenando il caos nella città di Hong Kong.

A tratti sembra di vedere una parodia di DEMOLITION MAN in salsa cinese solo che almeno in quel film la storia del surgelamento e scongelamento funzionava, qui invece fin dalla prima scena ti rendi conto che il regista si sta arrampicando su dei vetri rotti (sembra una battuta ma in realtà coincide suo malgrado quasi con una scena del film).
Iceman, da non confondere con il film americano del 2013, con la star orientale più pagata al mondo, è un film scemo che a parte qualche notevole scena d'azione esaurisce fin da subito tutto quello che aveva da dire e dal secondo atto in avanti è costituito da continui cambi di scena e roccambolesche scene d'azione costruite per distrarre il pubblico da una sceneggiatura davvero limitata e con dei dialoghi davvero insopportabili.
Un film che forse costruisce e sembra appunto ruotare attorno a delle assurdità così imbarazzanti che non starò ad elencare un po per un processo di rimozione immediato e poi per aver fatto un patto col cervello di non guardare più spazzatura simile (anche se poi ogni tanto ci casco...)


mercoledì 25 maggio 2016

Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword Of Destiny

Titolo: Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword Of Destiny
Regia: Yuen Woo-Ping
Anno: 2016
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Dopo la morte del maestro Li Mu Bai nel mondo delle arti marziali si è diffuso il caos, finché non ha prevalso il crudele Hades Dai. Quando quest'ultimo viene a sapere dove si trova la spada di Li Mu Bai, Destino Verde, scatena una caccia all'uomo senza esclusione di colpi pur di impossessarsene.

Il wuxia rimane sempre un sottogenere orientale in cui i cinesi fanno da padroni. Con una tecnica che rasenta la perfezione ci troviamo di fronte al sequel del bel film diretto da Ang Lee nel 2000.
In questo caso le caratterizzazioni che diventavano il centro della vicenda del primo film, qui si diramano in un film per alcuni versi quasi corale per tutti i personaggi che lo popolano.
E'un film d'avventura, una favola che proprio nello stile e nell'eleganza riesce a sottolineare i propri tratti. A dirigerlo c'è un signore che è diventato una garanzia di potenza, Yuen Woo-Ping, regista e coreografo che ha lavorato per numerosissimi film orientali e occidentali e conquistandosi meriti e una fama oltreoceano. Tutti questi elementi però non bastano a salvare un film che nasce puramente per interessi commerciali girato in brevissimo tempo e parte di un accordo tra Netflix e The Weinstein Company, in cui la prima deve aver investito un altro bel patrimonio solo per la pubblicità in rete.
E'un film senz'anima in cui nessuno esce a testa alta nemmeno la super star Donnie Yen.
Troppo uso massiccio di pessima computer grafica e i combattimenti, per quanto alcuni deliziosi, sono privi di personalità, in più la cosa peggiore di tutte e che smarrisce gli elementi che rendevano speciale il suo predecessore




domenica 22 maggio 2016

Boy and the Beast

Titolo: Boy and the Beast
Regia: Mamoru Hosoda
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Ren perde la madre per un incidente dopo aver perso il padre in seguito al divorzio dei genitori. Di fronte alla prospettiva di essere affidato agli odiati zii, il ragazzo fugge per le strade di Shibuya finché non attira l'attenzione di un animale bipede, misterioso e parlante. Il suo nome è Kumatetsu ed è una delle Bestie (bakemono) più potenti di Jutenkai, un mondo parallelo a Shibuya e popolato solo da animali antropomorfi. Senza rimpianti per il mondo degli uomini, Ren sceglie di crescere tra le creature, imparando l'arte della lotta dal formidabile Kumatetsu.

In The Boy and The Beast esistono due mondi, o per meglio dire, dimensioni.
In una vi abitano gli esseri umani, nell’altra le bestie. È pericoloso che gli abitanti della prima varchino i confini della seconda, poiché l’uomo, a differenza della bestia, può essere colto dal potere delle tenebre, che è un modo come un altro per dire che può commettere azioni turpi.
Una verità che tutti conoscono lì dove non ci sono uomini, i quali perciò vengono visti come portatori di squilibrio.
Boy and the beast è finora il film più bello della già interessantissima filmografia del maestro dell'animazione Mamoru Hosoda. Un film che pur costellato da numerosi limiti e scelte che si rivelano disfunzionali riesce e cresce diventando una parabola di vita, un film di formazione e di nuovo una galleria di personaggi e intuizioni originali.
Gli archetipi trattati all'interno dell'opera sono abbastanza abusati ma riescono ad essere tanti e miscelati in modo funzionale anche se ogni tanto si rischia di annegare nelle emozioni umane e il sentimentalismo fa capolino come in molte opere d'animazioni nipponiche e che trattano il percorso di formazione che prevede un'educazione attraverso le arti marziali (cosa che nel mondo asiatico coincide con un’educazione morale ed spirituale) fino all’adolescenza.

Come per Miyazaki anche qui la sceneggiatura e il soggetto vanno al di là del classico film per bambini, trattando temi decisamente adulti, e mascherandoli con un velo di comicità  

Ip Man 3

Titolo: Ip Man 3
Regia: Wilson Yip
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Hong Kong 1959, la scuola frequentata dal figlio di Ip Man, maestro di arti marziali, è nel mirino di una gang che vuole rilevarne il terreno. Ip raccoglie i suoi discepoli e un guidatore di risciò che conosce il wing chun, Cheung Tin-chi, per fronteggiare i delinquenti e salvaguardare la scuola. Lo scontro porterà a un escalation di violenza, ma Ip Man oltre a questi problemi ne dovrà affrontare anche di familiari, gravi e inaspettati.

Ip Man 3 è un buon film con uno stile tecnico davvero iperstilizzato. Una regia solida che firma il terzo capitolo e l'attore più pagato della Cina, Donnie Yen, ancora una volta a vestire i panni del sommo maestro del Wing chun Ip man.
Qual'è il problema di questo terzo capitolo se non la completa inutilità di una storia che al termine del secondo capitolo aveva esaurito tutte le principali tematiche e i problemi con le scuole, i maestri rivali, la criminalità e la corruzione. Ragioni prettamente commerciali per un film che al botteghino ha davvero incassato molto. Questa trama sembra voler rimanere ancorata con i piedi a terra imbastendo delle coreografie e delle scenografie incredibili ma andando in alcuni momenti fuori dai binari come l'ingresso di Mike Tyson che poco si presta se non per creare interesse con il risultato di metterlo in imbarazzo per la goffaggine e l'inutilità del personaggio.
I combattimenti poi non sono molti rispetto ai precedenti pur avendo sempre in cattedra il grande Yuen Wo-ping e la presenza anche se per soli cinque minuti di Bruce Lee giovane crea uno smisurato interesse da parte dei fan di arti marziali.
La nota positiva è mostrare Lee per come era. Un tamarro che faceva andare via gli allievi dalla scuola per avere tutto per sè il maestro e imparare più velocemente.
Qui in questa modestissima scena in cui compare si prende solo un sonoro "no" alla richiesta di entrare a far parte della scuola di Ip Man.

Dunque pur avendo la sceneggiatura come anello debole e sperando che sia il capitolo conclusivo (ma la vedo dura) alla fine Ip Man 3 pur essendo narrativamente inutile risulta visivamente davvvero piacevole e ben realizzato.

domenica 24 aprile 2016

Kill Zone

Titolo: Kill Zone
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Un poliziotto rinchiuso in una prigione thailandese, collabora con una guardia carceraria che ha una figlia malata di leucemia, per riuscire a guadagnare la libertà e poter vendicarsi di chi gli ha fatto saltare la copertura.

Senza troppi fronzoli gli action con protagoniste le arti marziali non devono arrabattarsi storie che parlino di drammi sociali cercando di empatizzare col pubblico sulla salvezza di bambini malati.
Kill Zone è una tamarrata orientale perfettamente modulata su frequenze a dir poco incredibili, la sparatoria iniziale e i combattimenti all'interno del carcere, e vuoti esistenziali in cui si cerca di comunicare e dare fragilità e spessore ai personaggi.
Con un cast di volti noti, Spl2, che non è un sequel del primo, vuole cercare di essere troppe cose, senza accontentarsi di essere un eccellente film d'azione ma volendo osare di più con una "filosofia metafisica" inutile, becera e patetica, che serve solo come fanalino di coda per la sceneggiatura davvero brutta e scontata.
A differenza del primo capitolo non punta nemmeno ad una storia iper drammatica, cupissima, da noir senza speranza e complicata come solo nei polizieschi orientali si può trovare.

Nonostante i molti elementi improbabili và detto, come sempre quando si parla di cinema orientale, che il film è ovviamente girato e fotografato in modo perfetto, con un gran bello stile visivo e una costruzione delle scene d'azione di gran respiro pieno di virtuosismi e piani sequenza spettacolari.

domenica 13 dicembre 2015

Assassin

Titolo: Assassin
Regia: Hou Hsiao-Hsien
Anno: 2015
Paese: Cina
Festival: TFF 33°
Giudizio: 4/5

Cina, IX secolo. Sotto la dinastia Tang il Paese vive e prospera. A minacciare la sua età d'oro si adoperano gli ambiziosi e corrotti governatori della provincia. L'"ordine degli assassini" è incaricato di eliminarli. Nelle sue fila serve e combatte Nie Yinniang, abile con la spada e sotto la chioma nera di inchiostro lucente. Rientrata nella sua città e nella sua provincia, dopo l'apprendistato marziale e un esilio lungo tredici anni, Nie Yinniang deve uccidere Tian Ji'an, governatore dissidente della provincia di Weibo. Cugino e sposo a cui fu promessa e poi negata, Tian Ji'an è l'oggetto del suo desiderio. Amato e mai dimenticato, Nie Yinniang lo avvicina e lo sfida senza riuscire ad affondare il fendente. Ostinata a seguire le ragioni del cuore e a vincere quelle della spada, Nie Yinniang abdicherà al suo mandato, congedandosi dall'ordine.

Assassin con una parvenza da wuxia cinese che ormai negli anni siamo stati abituati a conoscere, sfrutta solo qualche elemento del genere per arrivare a dare forma ad un film molto complesso, maturo e straordinario.
Miglior regia a Cannes, Hsiao-Hsien non ha bisogno di presentazioni e riconoscimenti.
E' un autore straordinario che non prende mai nulla sotto gamba, sondando in questa sua ultima opera, con libertà e una leggerezza disarmante, dispute politiche e giochi di potere, oltre che tornare a ribadire alcune tematiche che hanno sempre attraversato il suo cinema come le donne forti (in questo caso l'apice direi), la famiglia e il fato.
C'è una grazia dietro, una disarmante bellezza che rende il film arte a 360°, con alcune immagini e location che lasciano a bocca aperta, una direzione degli attori straordinaria e una fotografia che sembra un dipinto, catturando con una manciata di colori, metafore, sentimenti ed emozioni, il meglio di questa storia sempre in evoluzione.
Un film inaspettato, che non esplode mai, non mostra troppo, concede e centellina le sue varie espressioni e forme.
Senza dire mai più di quanto deve, il wuxiapian del maestro di Taiwan, destruttura le regole, crea una forma e quasi una corrente tutta propria e incanta per quanto sia incredibilmente realistico nella sua messa in scena, senza cercare di spettacolarizzare troppo in inutili combattimenti ma sapendo bene di essere forte di una storia originale e controcorrente.
Senza mai concedersi un primo piano ma puntando tutto su inquadrature in campo medio e lungo aprendo orizzonti e lasciando modo di innamorarci di ambienti che sembrrano comunicare quanto i personaggi, regala infine un finale che è pura e semplice estasi.


Yakuza Apocalypse

Titolo: Yakuza Apocalypse
Regia: Takashi Miike
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Kamiura è un leggendario leader della yakuza. Leggenda vuole che sia immortale, e in effetti è un vampiro, un capo-yakuza-vampiro! Kageyama è il più fedele membro del suo clan, ma gli altri yakuza si prendono gioco di lui, che ha la pelle troppo sensibile per potersi fare i tatuaggi di rito.
Un giorno degli uomini arrivano dall’estero e presentano un’ultimatum a Kamiura: o rientra a far parte del sindacato internazionale del crimine che ha abbandonato oppure verrà ucciso. Kamiura rifiuta, e il suo corpo viene smembrato al termine di un feroce combattimento. Prima di morire, Kamiura morde Kageyama, trasmettendogli i propri poteri. Al suo risveglio Kageyama decide di servirsi di tali poteri per vendicare la morte del suo capo e combattere il sindacato internazionale del crimine.

Se c'è un regista con una capacità, una fantasia e un talento visionario straordinario senza limiti e che non ha bisogno di commenti è Miike Takashi.
Ovunque lo metti, qualsiasi cosa gli dai in mano, trasformerà sempre la merda in oro.
Con una filmografia senza paragoni (toccherebbe scrivere due righe sulle produzioni giapponesi) insieme al numero due Sion Sono, è tra gli outsider nippo di cui il mondo dei cinefili aveva un disperato bisogno e che non ha potuto non visionare ogni sua opera, smanettando come un nerd sul web nel disperato tentativo di visionare ogni sua creazione dal momento che non è così facile reperire alcuni suoi film.
Yakuza Apocalypse ritrova il canovaccio e la semplice essenza dell'esagerazione portata agli eccessi, metafora di un disagio e di un male sociale e tramutata in una parabola che spero possa avere un seguito. Senza una vera e propria storia, il film smonta la struttura lineare abitudinaria, diventando senza mezzi termini un divertimento continuo, una serie di gag che giocano su un'ironia, quella giapponese, difficile a volte da comprendere nella sua forza dissacrante ma che se esteticamente portata al massimo può soffocare nel senso buono lasciandoti come una tela bianca da sporcare a proprio piacimento.
Un fumetto spettacolare, colorato, scoppiettante e con alcune trovate, seppur minori ad alcuni suoi precedenti capolavori, in grado di dare forma e fare diventare cool anche una semplice "rana" con un virtuosismo, quello di Miike anarchico e difficile da trovare in giro.
Sicuramente uno dei film cretini più belli che abbia mai visto.


giovedì 16 luglio 2015

Kung Fury

Titolo: Kung Fury
Regia: Dadiv Sandberg
Anno: 2015
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Kung fury, detective della polizia di Miami ed esperto di arti marziali, viaggia indietro nel tempo, dagli anni Ottanta alla Seconda guerra mondiale, per uccidere Adolf Hitler, alias Kung Führer, e vendicare in tal modo la morte del suo miglior amico avvenuta per mano del leader nazista. Un errore nella macchina del tempo lo spedisce però in piena epoca vichinga.

C'è ne fossero di mediometraggi così...
Il fatto che sia stato girato grazie ad una campagna di raccolta fondi sulla piattaforma Kickstarter, credo che sia già sinonimo delle difficoltà produttive per lavori di questo tipo.
E pensare che sono stati raccolti più di 600.000$, questo per dire quanto i nerd e gli amanti in generale dei b-movie e di tutto l'universo che gravita attorno al fantasy, abbiano voluto che questo medio si facesse, assumendosi le responsabilità che potesse diventare una porcata come purtroppo tanti infedeli alla materia lo hanno definito.
Sandberg poi è uno sconosciuto ma di quelli che sanno il fatto suo, mischiando e creando un vaso di Pandora gigantesco che in '30 farebbe allibire molti registi contemporanei soprattutto le produzioni hollywoodiane che con milioni e milioni e centinaia di milioni creano puttanate meno credibili di Kung Fury (tipo TRANSFORMERS o boiate del genere la lista è lunga...)
Il fatto poi di aver attinto alla cultura nordica con un Thor decisamente antiestetico, delle tettone tettesche provocanti, dinosauri, un nerd e un poliziotto Triceratopo contro i nazisti è evidente di un divertimento e di una totale assenza di cercare di prendersi sul serio, ma creando un prodotto divertentissimo e funzionale alla parodia di generi.
Si potrebbe continuare citando un’estetica che rimanda ai film anni ottanta, videogiochi arcade, una computer grafica più che credibile che ha permesso al regista di girare il 90% del film nel suo studio grazie all’uso massiccio di greenscreen.
Non è un caso che abbia ottenuto oltre 10 milioni di visualizzazioni in meno di 4 giorni.

Chissà se Sandberg, con un budget più solido, cosa potrebbe essere in grado di creare...

lunedì 29 giugno 2015

Kung Fu Jungle

Titolo: Kung Fu Jungle
Regia: Teddy Chan
Anno: 2014
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Il maestro di arti marziali Hahou Mo si costituisce alla polizia dopo aver accidentalmente ucciso un uomo. Durante la sua carcerazione, diversi campioni di arti marziali vengono uccisi: le ricerche della polizia conducono a Fung Yu-sau, impazzito dopo aver perso la moglie. L'obiettivo finale per Fung è quello di sfidare all'ultimo sangue Hahou Mo, a cui ricorre anche la polizia in qualità di informatore.

Kung Fu Jungle se da un lato mostra una notevole messa in scena e dei combattimenti abbastanza interessanti, dall'altra parte smarrisce subito la credibilità e la forza della storia, risultando un action banalotto e molto prevedibile.
In più la causa che porta l'antagonista ad uccidere tutti i maestri di arti marziali è davvero ingenua e fasulla.
Donnie Yen è bravo ma non coinvolge molto, soprattutto in un personaggio che sa di macchietta, prevedibile e senza una caratterizzazione che ne sancisca un'immedesimazione adeguata.
Dopo IP MAN non sono molti i film interessanti che la star cinese sta realizzando.
Scelte economiche o script poco interessanti? Viene da pensare la prima.

E se poi, come molti hanno detto, il film altro non è che un omaggio, praticamente onnicomprensivo, alla storia del cinema d'azione di Hong Kong, costellato di camei di alcuni dei suoi più significativi protagonisti, allora davvero si salvano forse solo i titoli di coda davvero ironici e citazionisti.

lunedì 22 giugno 2015

Dragon Blade

Titolo: Dragon Blade
Regia: Daniel Lee
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

48 a. C. La Via della Seta è luogo di passaggio e di contesa tra popoli differenti per etnia e costumi. Il generale Huo An, un unno adottato e cresciuto da un generale cinese, è il custode della pace e del delicato equilibrio tra le 36 nazioni. Un giorno di fronte al Cancello dell'Oca Selvaggia si presenta Lucius, un generale romano coraggioso quanto rispettoso del codice d'onore militare, che ha il compito di proteggere il piccolo Publius dal sanguinario fratello maggiore Tiberius. Tra Huo e Lucius nasce una sincera amicizia, ma l'esercito di Tiberius è alle porte.

Roma e la Cina. Un incontro che per certi versi in un "blockbuster" cinese mancava ancora dagli schermi.
Facendo attenzione a mettere da parte l'introduzione in totale disarmonia con il dispiegarsi del film, l'ultima "fatica" voluta da Jackie Chan, alla veneranda età di 61 anni, e diretta dal regista di 14 BLADES e THREE KINGDOMS affascina tecnicamente sotto molti punti di vista senza però di fatto diventare quel cult di genere che invece si pensava.
Se da un lato il target destinato ad accontentare tutti sottolinea in parte le numerose ingenuità che lo script commette e alcune scene indubbiamente melense, è ace il caso di aggiungere uno svolgimento approssimativo e i soliti sentimenti buonisti sparsi ovunque (bisogna contare che la star Jackie Chan voleva a tutti i costi alcuni paletti circa temi a lui cari).
Dall'altro lato della bilancia il make-up, i costumi, la location e la moderazione della c.g, oltre il cast in cui svetta Cusack, creano un equilibrio importante e un peplum che di certo potrà rimanere impresso solo per la sua notevole messa in scena e per un budget impressionante.
Un film che seppur non indimenticabile, sancisce una crescita di un certo cinema di genere cinese oltre che di incassi se contiamo che in patria si parla di 120 milioni di dollari.
Il wuxia, tanto amato ma lontano da squisite opere come HERO, riesce comunque a fare in modo a differenza di molti film americani, di saper essere un connubbio valido di temi e messa in scena, un sodalizio importante tra cast e tematiche e combattimenti davvero decorosi.


mercoledì 3 dicembre 2014

Protector 2

Titolo: Protector 2
Regia: Prachya Pinkaew
Anno: 2013
Paese: Thailandia
Giudizio: 2/5

La Thailandia è sede dell'incontro di pace tra i presidenti di Katana Ovest e Est, Paesi che combattono tra loro una guerra sanguinosa. L'evento manda in fibrillazione il mondo della malavita, in particolare il boss Mr LC, che progetta un piano diabolico che coinvolge l'elefante sacro protetto da Kham.

Pinkaew come tutte le macchine per fare soldi ottiene ancora più danari dalle produzioni rimischiando nel calderone magico degli stereotipi thailandesi, in campo di cinema di arti marziali, quello che aveva già filmato e mostrato nei precedenti titoli, peraltro quasi tutti uguali.
Protector 2 non convince da nessun punto di vista, banalmente l'uso e il ricorso alla CGI e al 3D mostra ancora una volta quanto questo stratagemma venga sempre più mosso da scopi puramente commerciali, oltre che all'aborrito wire work, si avvale di una post-produzione qualitativamente imbarazzante, finendo per svuotare di pathos le scene action e allontanare ancor di più Jaa dall'iperrealismo di Uwais, anziché avvicinarsi a lui.