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martedì 1 maggio 2018

Hap & Leonard


Titolo: Hap & Leonard
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodi: 6
Giudizio: 3/5

I due detective più improbabili del mondo, Hap Collins e il veterano del Vietnam Leonard Pine, si trovano ancora una volta in guai seri: viene ritrovato all’interno della casa dello zio di Leonard lo scheletro di un cadavere. Nonostante sia proprio l’ex soldato a denunciare il corpo alla polizia, viene inserito nel registro degli indagati ed arrestato; la situazione per i due amiconi rischia di diventare ulteriormente ingestibile perché lo scheletro rinvenuto è solo il primo di una lunga serie (le vittime sono tutti ragazzini afroamericani) ma, grazie anche all’aiuto della giovane avvocatessa di colore Florida Grange, cercheranno in tutti i modi di scoprire la verità.

Tocca ad un altro bel romanzo del famoso scrittore sceneggiato sempre dai benimini dell'horror Nick D'Amici e Jim Mickle (nonchè attore/sceneggiatore e regista di alcuni bellissimi film).
Rimanendo nell'indie non mi stupisco di come la coppia da qualche anno stia lavorando solo su queste serie tv e non su lungometraggi di cui sentiamo fortemente la mancanza.
Mucho Mojo ha dalla sua una storia accattivante, dei temi sociali e politici importanti, Lansdale è sempre una garanzia anche se negli ultimi anni si sta un po ripetendo, e alcune scene davvero crude e indimenticabili come la bambina che si appresta a vedere la sua famiglia trucidata dai membri del Ku Klux Klan.
In tutto questo la comunità nera viene sviluppata ancora meglio rispetto alla prima stagione.
Manca la Trudy di Hap delle precedenti puntate, in modo tale così da dare finalmente più risalto alla coppia di protagonisti che dimostra una chimica davvero funzionale.
Nelle sei puntate non manca l'azione, la sceneggiatura richiama il noir in tutte le sue forme, l'indagine riesce ad essere interessante e con alcuni climax finali che seppur non così inaspettati sanno dare spessore e credibilità alla storia.
Si ride di meno in questa stagione e ci si prende più sul serio.
Questi sono solo alcuni dei motivi per cui sinceramente ho preferito questa seconda stagione rispetto alla prima dove a parte la femme fatale comparivano alcuni villain di indubbio gusto.
Qui la corruzione fa da padrona rivelando tutte le falle del sistema e un tale livello di marciume che Lansdale in tutti i suoi romanzi non smette mai di tirare fuori come scheletri nell'armadio del lato nascosto dell'America.

venerdì 8 dicembre 2017

Tokyo Vampire Hotel

Titolo: Tokyo Vampire Hotel
Regia: Sion Sono
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35° Torino Film Festival
Serie: 1
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

Tokyo, 2021. Manami vorrebbe festeggiare il suo compleanno, ma la celebrazione si trasforma in una carneficina. Quel che Manami non sa è che è l'unica sopravvissuta a recare in corpo sangue dei discendenti di Dracula, estromessi dal mondo secoli prima da un'altra casata di vampiri rumeni

L'incipit della serie tv di Siono sui vampiri voluta e prodotta ad alto budget da Amazon prime Giappone risulta un compendio di svariate tematiche del regista nipponico che ovviamente vanno sempre nelle direzioni preferite dal divario tra nuove e vecchie generazioni, alla religione vista attraverso le sue diverse forme e strutture, l'identità di genere femminile, la mattanza finale e l'esagerazione gore nonchè il mondo yakuza sminuito o esageratamente pompato (al pari del cinema di Miike Takashi).
In 142' Sono prova, senza riuscirci sempre, ad omaggiare i signori delle tenebre contando che nel sollevante non sono mai andati così di moda. Dopo un recente passaggio in Romania, l'outsider ha voluto intraprendere questa ennesima sfida vincendola anche se con immancabili esagerazioni e dilungamenti nella trama che sanciscono alcuni limiti soprattutto di trama.
L'incipit è un surplus di citazioni da i J-Horror a Cronemberg a piene mani (BROOD su tutti).
Unire dunque vampiri orientali e rumeni dalla sua ha sicuramente decretato alcune scelte di fatto funzionali che hanno contribuito a rendere ancora più suggestivo il casting ma in alcuni momenti mostra le sue perle derivative soprattutto nel finale che sembra esageratamente tirato via per chiudere una mattanza che sembrava non aver fine (i vampiri non muoiono facilmente soprattutto quando gli scarichi addosso una scarica di pallottole...) e ad un certo punto liberata la vera anima della protagonista, l'unica soprtavvissuta, il film diventa exploitation puro al cento per cento.
Ancora una volta protagoniste sono loro, il genere femminile a 360°.
Le sexy teenager sono ancora una volta al centro dell'inquadratura: tartassate, desiderate, a(r)mate, mutilate, vilipese e ricoperte di sangue.
Dovevano dargli più tempo. Sono come dicevo in questa fruizione spensierata non riese purtroppo a caratterizzare molto bene i personaggi (la protagonista ad un certo punto sembra soppiantata dal suo mentore K intenta a dividersi tra i discendenti di Dracula e le origini degli Yamada del clan Corvin).
Rimane come sempre un’idea visiva molto nipponica che l'autore e la sua politica non ammette tagli e censure esagerando e mostrando tutto senza problemi e senza badare alla censura con fusioni di mitologie e look diversi , mostrando lotte di vampiri di diverse dinastie è uno scontro senza senso, che trae la sua vitalità proprio dall’esibizione della morte e dal suo annullamento (si muore e si ritorna senza troppi problemi).
TVH segna la quarantottesima regia di Sion Sono in soli trent'anni in un twist che non accenna ad esaurire la vena artistica e grandguignolesca del regista che tra massacri seriali, decapitazioni, sgozzamenti, sventramenti, amputazioni e fiumi di sangue, sembra continuare a divertirsi molto e a fare ovviamente di testa sua mischiando carte, regole clan di vampiri e clan di yakuza vampirizzati.

Ancora una volta quando ci si trova di fronte ad esperimenti simili, la sospensione d'incredulità deve andare a farsi fottere, spegnendo il cervello ma nemmeno così tanto come mi aspettavo dal momento che la metaforona politica non è affatto male come quella della Dieta e di un certo governo e politica giapponese fine a se stessa e ad auto sostenersi che è la prima ad essere odiata dai signori della notte.

domenica 26 febbraio 2017

Manchester by the sea

Titolo: Manchester by the sea
Regia: Kennet Lonergan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Lee Chandler conduce una vita solitaria in un seminterrato di Boston, tormentato dal suo tragico passato. Quando suo fratello Joe muore, è costretto a tornare nella cittadina d'origine, sulla costa, e scopre di essere stato nominato tutore del nipote Patrick, il figlio adolescente di Joe. Mentre cerca di capire cosa fare con lui, e si occupa delle pratiche per la sepoltura, rientra in contatto con l'ex moglie Randy e con la vecchia comunità da cui era fuggito. Allontanare il ricordo della tragedia diventa sempre più difficile.

Manchester by the sea dura più di due ore e ha pochi colpi di scena. Ha un sacco di dialoghi, una scenografia basilare e un attore in stato di grazia. Pur non conoscendo Lonergan devo dire che al suo terzo film il regista newyorchese fa centro alla grande filmando un'opera che ritrae il tema del dolore in tutta la sua forma entrando nelle viscere e sguazzandoci dentro.
Un film dalla messa in scena sobria con pochi ricorsi al flash-back ma funzionali e mai eccessivi per dare al pubblico quelle piccolissime coordinate di cui ha bisogno per trovare la coerenza della trama.
Una sceneggiatura dicevo asciutta ma che nella sua apparente semplicità è impregnata di complessità ritraendo i suoi personaggi in tutta la loro naturalezza e solitudine.
Casey Affleck ormai è sinonimo di certezza in quasi tutti i film in cui recita a differenza del fratello. In questo caso paradossalmente ha una sola maschera per due espressioni dall'inizio alla fine del film riuscendo ad essere commovente oltre che esprimere a pieno tutti quei non detti che il nostro caro zio Lee vorrebbe gridare al mondo.
I colpi di scena sono pochi ma così maledettamente studiati bene che amplificano ancora di più la complessità e l'atmosfera mai ansiogena. Il film per quanto punta sul suo protagonista ha un lavoro enorme sui co-protagonisti passando da un personaggio all'altro e tracciando tutti i diversi stati d'animo. Il più grande merito registico e di scrittura è sicuramente quello di narrare un dramma che sa emozionare senza strappare lacrime a tutti i costi esplorando e sondando la sciagura massima, il destino irreparabile, la redenzione che non si riesce a cogliere.
Alla fine rimane un affresco che racconta una storia di vita tragica e commovente ma spalmando questa dolce malinconia in un sapore amarissimo sussurrandoti la fatalità piano piano nell'orecchio attraverso gli sguardi intensi e penetranti dello zio Lee.

Lonergan riesce con incredibile maestria a valorizzare il potenziale umano e drammaturgico regalando un film tragico e commovente.