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sabato 1 agosto 2020

Possessor


Titolo: Possessor
Regia: Brandon Cronemberg
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Possessor segue Tasya Vos, un agente che lavora per un’organizzazione segreta che utilizza la tecnologia degli impianti cerebrali per prendere letteralmente il controllo dei corpi di altre persone per commettere delitti. Il film si apre con la donna che sta compiendo un omicidio fallito e percependo alcuni strani effetti collaterali del lavoro. Data la sua fama ed efficacia come killer ‘pilotato’, il suo capo, Girder, decide di mantenerla operativa nonostante il sospetto che ci possa essere qualcosa che non va. Per il suo successivo incarico, Tasya viene così impiantata nel corpo ospitante di Colin Tate, un uomo senza famiglia ma destinato a sposare l’ereditiera Ava Parse. Nei panni di Colin, Tasya dovrebbe quindi uccidere il padre di Ava, John, ma si ritrova intrappolata in una ‘battaglia mentale’ non solo con se stessa, ma con l’uomo a cui è entrato nella testa.

Otto lunghi anni ci ha fatto aspettare Brandon Cronemberg per regalarci la sua seconda opera.
Film sci-fi, un fanta horror violento e allucinato, un body horror celebrale piuttosto ambizioso e fuori dagli schemi per un tipo di narrazione originale e una trama che seppur accostandosi ad un certo tipo di distopia rimane una delle più interessanti pellicole recenti sul controllo mentale e fisico. Anche se si fa aspettare il figlio del noto autore canadese si concentra nel cercare di metterci l'anima nel suo progetto scrivendo anche la sceneggiatura e cambiando di continuo gli stilemi e gli intenti del film, alternando continuamente registro e facendo in modo di entrare nel corpus di Tasya e Colin in un mix che troverà alcune scene davvero suggestive e grottesche.
Il film partendo come un thriller diventa poi qualcosa che si stacca dalla sua materia originale.
Tasya si rende conto di essere merce a sua volta percependo di non avere più quel controllo che le dava sicurezza e forza, così come i cambiamenti nella mente di Vos che non riesce a controllare più la propria indole violenta, iperstimolata dalle esperienze shoccanti e traumatizzanti a cui è costretta per entrare nel personaggio. Tutti questi momenti riescono peraltro ad essere scanditi da un montaggio complesso e forse unico nel suo genere.
Il pericolo di non avere controllo, il continuo impossessarsi di altri corpi e di altri pensieri, il peso dei ricordi, i continui cambiamenti di stati d'animo tali da non farci spesso capire chi stiamo osservando e perchè mettono in atto tali comportamenti.
Un film che mantiene un ritmo decisamente alto, ha continui colpi di scena e la meticolosità a livello tecnico ormai ha raggiunto la maturità consolidando uno stile e una politica d'autore che seppur con due film è riconoscibilissima. In più gli elementi visivi sono spesso una galleria di colori perfetti per una fotografia meticolosa e sporca e una soundtrack angosciante.
Se ci mettiamo poi un talento sottovalutato come Andrea Riseborough che non sbaglia mai un colpo e l'ottimo Christopher Abbott attorniati da attori tutti in parte, si evince come il film di Cronemberg jr segnerà un'altra svolta elevandosi ma rimanendo al contempo un tipo di cinema da festival, anti mainstream, anti commerciale, purtroppo anti cinema, aderendo ad un codice tutto suo e rientrando in quel filone di film difficilmente etichettabili.


Infedeli

Titolo: Infedeli
Regia: Stefano Mordini
Anno: 2020
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Le peripezie amorose di cinque uomini, ognuno di essi alle prese con mogli, fidanzate, amanti. Cinque storie brevi raccontate con uno sguardo irriverente e divertito, ma anche lievemente amaro, sull'amore.

Infedeli è un film divertente e recitato anche in maniera decorosa dalla sua piccola galleria d'attori.
Scamarcio ormai attore feticcio di Mordini, Gallo e Mastrandrea che sembrano giocare sui propri ruoli e la Chiatti forse quella che stona meno regalando una performance dignitosa.
Il problema grosso è l'intreccio narrativo, scene lunghissime che sembrano improvvisate, un plot narrativo che cerca di trovarsi da solo le complicazioni, situazioni stereotipate e già viste in ogni salsa, con le rivelazioni dei tradimenti di una coppia frustrata (Mastrandrea/Cervi), il bisogno di nascondere l'evidenza imbastendo un teatrino per illudere la moglie (Scamarcio/Chiatti) e poi quel capitolo iniziale (Gallo/Fois) diretto proprio male con l'espressione di lei nell'aereo e quella scena che sembra da denuncia per come è stata montata e sembra far parte dei cinepanettoni.
Un remake del remake partendo dai MOSTRI di Risi, continuando con la commedia francese e infine con questo film che da l'impressione di essere stato girato con molta fretta lasciando il cast libero di scimmiottare e finendo per diventare parodie di loro stessi anzichè mostri ordinari diventando a tutti gli effetti chi più chi meno fenomeni da baraccone straordinari.
L’obiettivo del film, come quello del suo originale, è di demistificare il machismo ma lo fa male e in maniera lungimirante dal cercare di trovare qualche risposta che non sia già stata detta, una saga del già visto e sentito soprattutto nei dialoghi in salotto dopo la cena di Mastrandrea/Cervi, dove lui sembra sciorinare dei luoghi comuni e degli stereotipi sulla donna da tardo Medioevo che davvero non si possono sentire. Manca la materia prima, la sostanza, il resto è fumo. Fumata nera.

lunedì 27 luglio 2020

Beasts Clawing At Straws


Titolo: Beasts Clawing At Straws
Regia: Kim Yong-Hoon
Anno: 2020
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

I destini di quattro miserandi si intrecciano e il colore dei soldi diventa il rosso del sangue in un puzzle di vite grottesche.

Kim Yong-Hoon al suo esordio assoluto dimostra un coraggio e una capacità notevole nel saper gestire storia e piazzare la mdp in maniera davvero formidabile. I film con una struttura a incastro non sono moltissimi e spesso viste le diverse storie e gli intrecci rimangono difficili da gestire facendo sì che alcune risultino più accattivanti rispetto alle altre.
Tra ricchi colpi di scena, deviazioni inaspettate, un ritmo e una tensione che non vacillano mai, il film tende a rendere tre storie apparentemente distinte, facendole incrociare in maniera complessa e appagante.
Donne a capo di bordelli spietate e ancora innamorate dei loro ex, boss disposti a tutto pur di ottenere questa fantomatica valigetta piena di soldi, uomini indebitati dopo che la loro ragazza è fuggita con l'incasso di uno strozzino, giovani amanti, ragazzi disposti a tutto, mariti violenti, miserandi umili che fanno pulizie o lavorano all'interno di una sauna alle dipendenze di capi spregevoli.
Una valigetta, il colore dei soldi che diventa il rosso del sangue in questo puzzle di vite grottesche con un sapore coinvolgente, cambiando toni e atmosfere di continuo, capace di coniugare le tipiche atmosfere del thriller coreano a una verve ironica caustica e spiazzante, dove grottesco e black humor convivono magnificamente. Dal secondo atto il film cresce di continuo senza mai lasciare strade aperte. L'happy ending è torbido regalando colpi di scena e momenti inattesi nonchè conseguenze impreviste inaspettate delineando un quadro sempre più chiaro e preciso nella messa in scena non cronologica dove passato e presente ballano costantemente sul filo del rasoio e questa forse è la caratteristica più interessante e originale del film.

Justice League-Dark Apokolips War


Titolo: Justice League-Dark Apokolips War
Regia: Christina Sotta, Matt Peters
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dopo gli eventi di Justice League: War, Darkside lancia un secondo e definitivo attacco alla Terra. Constantine, Superman e Raven sono i tre eroi che si incaricano di radunare gli eroi, e non solo, terrestri per respingere l’invasione da Apokolips.

Il seguito di Justice League-Dark non poteva essere più epico di così.
Un finale di stagione dopo ben 15 lungometraggi animati e un percorso durato 7 anni.
I prodotti in assoluto più interessanti della Dc difatti sono sempre stati questi lungometraggi d'animazione in grado di approfondire le gesta e il nutrito universo di personaggi a differenza dei film veri e propri che seppur con qualche eccezione sono sempre stati dei giocattoloni pieni di effetti speciali e con storie davvero banali e inconsistenti.
Dark Apokolips War è il trentottesimo lungometraggio del filone dei DC Universe Animated Original Movies e del quindicesimo appartenente al DC Animated Movie Universe, l’universo condiviso inaugurato da Justice League-The Flashpoint paradox del 2013, di cui rappresenta, per l’appunto, il capitolo conclusivo.
In Apokolips War la premessa è una sola: muoiono tutti e male tra atroci sofferenze, sbudellamenti, smembramenti, esplosioni. Di fatto è la risposta Dc a Avengers-Endgame ma molto più cattiva e con una dose di violenza mai vista prima e un tasso gore davvero peculiare per un ecatombe che abbraccia tutti. Compaiono tutti gli eroi apparsi nei film precedenti, svariati mondi dove essi risiedono, la Terra viene conquistata da Darkseid e dal suo esercito di parademoni, Batman ad esempio diventa una figura infernale, il braccio destro e il consigliere dell'antagonista. L'atmosfera è buia e apocalittica, tutti hanno perso la battaglia dopo quella presenza di un balzo temporale che riesce a spiazzare lo spettatore, proiettandolo nel bel mezzo delle conseguenze della sconfitta subita dalla Justice League, e l’opprimente atmosfera di sconforto e disfatta che accompagna la visione fino ai titoli di coda.
La narrazione, il passare da un mondo all'altro, la direzione di un comparto così vasto di personaggi, fa in modo che l’attenzione dello spettatore venga tenuta costantemente viva da un ritmo incalzante ed equilibrato, che riesce a creare un crescendo di epicità e drammaticità lodevole. Il tutto culmina poi in un finale davvero tragico e inaspettato, in contro tendenza con quanto questo genere di storie ci hanno abituati ad aspettarci e contribuendo ad una sceneggiatura scritta per l'appunto senza i soliti happy ending dei super eroi ma lasciando per fortuna l'amaro in bocca.




Odio l'estate


Titolo: Odio l'estate
Regia: Massimo Venier
Anno: 2020
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Le famiglie di Aldo, Giovanni e Giacomo, che non si conoscono e sono molto diverse tra loro, partono per una vacanza in Puglia e si ritrovano, a causa di un disguido, a dover condividere l'abitazione

Forse non sarà l'ultimo film ma di sicuro è decisamente il migliore di questi ultimi anni.
IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO non si poteva vedere, Fuga da Reuma Park sembra quasi uno sketch che non un film vero e proprio, per non parlare di COSMO SUL COMO' e LA BANDA DEI BABBI NATALI.
Le prime commedie forse perchè più cinematografiche che teatrali annoiavano meno ma erano un compendio di clichè e stereotipi troppo romantici e fati apposta per accomodare e mettere tutti d'accordo.
Qui ritorna al timone Venier e il film sembra mischiare dramma famigliare, convivenza forzata, disastri matrimoniali e figli non così perfetti come ci si potrebbe aspettare.
Ci sono a mio avviso dei tocchi di apertura mentale in più come i figli delle due famiglie diverse che hanno rapporti sessuali, le tre mogli da sole che fumano una canna e si fanno il bagno nude, elementi questi che portano in tutti i sensi ad essere meno appannati e chiusi ma invece ridendo di situazioni tragicomiche molto reali e spontanee. In più è uno sguardo al passato dove ritorna la partita in spiaggia, il trio racconta in scenette e momenti esilaranti la loro storica amicizia.
E'un ritorno in grande stile gettando un occhio ai drammi post contemporanei come un'attività di famiglia che chiude, una moglie frustrata che getta tutto sul marito, un figlio sempre attaccato all'IPad, una società in cui le regole sono inesplicabilmente a volte ferree e solo a volte flessibili.
Vedere il trio così affiatato e che continua a invecchiare bene era il regalo più grosso che potessero fare a chi li ha amati e seguiti da sempre.

lunedì 20 luglio 2020

Gretel and Hansel


Titolo: Gretel and Hansel
Regia: Osgood Perkins
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La trama è sempre quella: due giovani fratelli - in questa versione di sedici e otto anni, rispettivamente - si ritrovano all'interno di una foresta cupa, inospitale e spettrale, soli e costretti a badare a sé stessi. Gretel, la maggiore, e Hansel, il fratellino più giovane, incontrano Holda, una donna che si rivelerà essere una potente strega malvagia. Il resto, più che storia, è la storia

Portare i Grimm su pellicola è sempre una scommessa. Vuoi perchè alcune storie sono nell'immaginario collettivo di tutti, vuoi perchè la brevitas impone di doversi destreggiare trovando altre forme narrative e di stile portando negli ultimi anni a scenari post-contemporanei in action di revenge che poco avevano a che fare con l'anima e la drammaticità della fiaba e del suo essere una crudelissima cautionary tale (in questo caso nemmeno una delle fiabe più cruente pur essendo un'analisi lucida e netta sull'abbandono e il cannibalismo).
Perkins non poteva essere che il regista più adatto dal momento che ha nella sua indole il potere di mantenere atmosfere malsane e buie, mai scontate, dove l'ambiente gioca un importante ruolo spesso mettendo in secondo piano i protagonisti, creando suggestioni orrorifiche e sul terrore, portando ai massimi livelli la scenografia e la location composta da una foresta teutonica viva e marscecente che sembra comunicare con i protagonisti sussurrando l'incubo costante nel quale piomberanno in un paesaggio mai così macabro e inquietante.
Mantenendo lo scheletro della fiaba originale, inserendo alcuni cambiamenti del tutto funzionali, il film dal secondo atto crea un ambiguo e perverso legame di sopravvivenza tra Gretel e la strega, negando ogni soluzione commerciale ma ridando enfasi al folk-horror europeo in questo caso attraverso una matrice germanica sperimentale e funzionale a far comprendere il viaggio nell'oblio dei due protagonisti.


Favolacce


Titolo: Favolacce
Regia: D'Innocenzo brothers
Anno: 2020
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Una calda estate in un quartiere periferico di Roma. Nelle villette a schiera vivono alcune famiglie in cui il senso di disagio costituisce la cifra esistenziale comune anche quando si tenta di mascherarlo. I genitori sono frustrati dall'idea di vivere lì e non altrove, di avere (o non avere) un lavoro insoddisfacente, di non avere in definitiva raggiunto lo status sociale che pensavano di meritare. I figli vivono in questo clima e ne assorbono la negatività cercando di difendersene come possono e magari anche di reagire.

Chissà come lo avrebbe definito Monicelli. Il secondo film dei fratelli D'Innocenzo dopo il bellissimo Terra dell'abbastanza ha fatto molto discutere e parlare. Forse troppo.
Si tratta di un dramma famigliare in parte grottesco che scandisce su piani differenti (adulti e ragazzini, giovani-adulti e adulti-giovani) paradossi, situazioni tragicomiche, un film che colpisce duramente lo spettatore allo stomaco ma soprattutto nelle psicologie così evidenti di un dramma collettivo che ormai siamo abituati a respirare e a confrontarci quotidianamente con la cronaca.
A differenza dei due giovani che entrano in un mondo criminale che li devasterà, qui il dramma essendo ancora più reale e tangibile sfiora il paradosso nell'assenza totale di attenzione dei genitori rivolta ai propri figli.
La normalità è ciò che dobbiamo sentire quando i bambini di fronte agli ospiti elencano i loro 10 in pagella, non quello che succede in altre occasioni dove ci si confronta con la sessualità, con ciò che fingono di non vedere i bambini nella fragilità dei loro genitori.
"Sei il miglior padre del mondo" questa frase scandita dalla moglie nei confronti del compagno che non lavora da tempo ma che compra una piscina per vantarsi con il circondario per poi bucarla e dare la colpa agli zingari. Tutte queste situazioni che sembrano a prima vista surreali in realtà fanno parte di un grottesco concetto di normalità presente da sempre nella nostra comunità.
E allora cosa devono fare i figli per trovare una via d'uscita in una macro dimensione che in realtà gli vuole precisi e perfetti?


sabato 16 maggio 2020

Invisible man


Titolo: Invisible man
Regia: Leigh Whannell
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cecilia si sveglia nella notte e mette in atto la sua fuga dal compagno, il ricco Adrian Griffin, con cui ha una relazione abusiva. L'uomo la insegue persino nella foresta ma la sorella riesce a portare Cecilia in salvo. La donna, traumatizzata, continua a temere che Adrian si rifaccia vivo e l'incubo sembra finire solo quando arriva la notizia della morte di Adrian. La serenità però dura pochissimo, perché inspiegabili fatti avvengono in casa di Cecilia e lei si convince di essere ancora perseguitata da Adrian, divenuto misteriosamente invisibile.

Invisible Man dovrebbe ancora una volta far intuire la capacità della Blumhouse di riuscire a sistemare pasticci difficili e puntare su opere spesso complesse e controverse.
Che Blum abbia preso le redini dei già defunti orrori della Dark Universe è stato solo un bene per tutti e soprattutto per la Universal.
Ora che cosa fa del film di Leigh Whannell un dramma contemporaneo a sfondo sci fi che appoggia le sue radici nell'horror psicologico? Prima di tutto un lavoro meticoloso per quanto concerne la scrittura, un budget modesto come a dire che l'atmosfera e lo sviluppo della storia avranno un peso notevole, una regia che dopo averci regalato Upgrade, mettete pure Whannell a fare qualsiasi cosa e poi una Elisabeth Moss sempre più brava che forse qui comincia a studiare la parte di quando dovrà scappare da Scientology e verrà inseguita dai suoi adepti. Ma il vero colpo di scena, l'idea alla base, è stata quella di invertire il punto di vista facendo in modo che sia la vittima a scappare dal suo stalker invisibile.
Invisible man parte come non me lo sarei mai aspettato e solo verso la prima parte del primo atto ti rendi veramente conto di quale sia la lente con cui il film decide di ingrandire il suo problema.
Ovvero tutto quello che Cecilia denuncerà e a cui ovviamente nessuno crederà.
Due ore di dramma intensissimo con colpi di scena mozzafiato (la morte della sorella) il peso di alcuni personaggi e i loro veri intenti, maschere continue in una galleria dove ad un certo punto non sai dove girarti o nasconderti. Le ambizioni e gli obbiettivi del villain sempre in continua crescita in un viaggio delirante in cui Cecilia vivrà degli incubi di un impatto mai così sofferto e tragico.






Extraction


Titolo: Extraction
Regia: Sam Hergrave
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo assolda un mercenario per far ritrovare suo figlio

Chris Hemsworth & company sono come i Baldwin. Un'insieme di fratelli che ci tocca sopportare nonostante il contributo sia assai discutibile. Ora Chris manco a farlo apposta è il migliore ma è un fisic du role, che recita di mascella e spesso ha dato modo di rendere al meglio le sue prodezze in film discutibili e reazionari. Fino ad oggi Thor è la cosa migliore che abbia fatto e penso di aver detto tutto.
Ora Extraction è un film che cerca di fare meno sforzi possibili nella creazione di una storia per puntare tutto sui combattimenti e le roboanti scene d'azione (poi c'è pure il piano sequenza che blah blah blah). Un film incredibilmente stupido che per fortuna non si prende mai seriamente, che sposta i nemici in India confinando col Pakistan e che mette all'interno tante scene di botte da orbi funzionali quanto scoppiettanti (il perchè è uno solo e ci riporta al nome in questione Sam Hergrave, praticamente il dio del tuono degli stunt man che prima o poi dovrà vedersela con il suo acerrimo rivale il dio della forza Chad Stahelski).
Un film che nelle sue due ore però non riesce ad annoiare mai nonostante i cambi continui di location e alcune prove attoriali che fanno sembrare tutto una sorta di circo bollywoodiano che mette le radici nell'ignoranza eroica di Hemsworth e l'inutilizzatissimo David Harbour.
Un film che ad un certo punto smette di raccontare per far sparare più o meno tutti, in testa i bambini, ognuno sacrificando e cercando di essere cazzuto il più possibile passando dal lato oscuro alla luce bianca o viceversa. Un b movie con un budget alto, esplosioni a quintalate, elicotteri che si sfracellano, il protagonista caratterizzato così male che nel primo atto ti viene solo da ridere.
Un film di quelli che non si può prendere sul serio, ma ci si diverte, contando che per fortuna non è reazionario, è solo ignorante e regala tanto intrattenimento anche se telefonato e con i non colpi di scena pronti a minare ogni tentativo di provare a credere di avercela fatta.


lunedì 20 aprile 2020

Gentleman


Titolo: Gentleman
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'investigatore privato Fletcher s'intrufola nella casa del gangster Raymond Smith per raccontargli come il cliente che l'ha assoldato, il re dei tabloid Big Dave, abbia voluto vendicarsi del suo capo, il più importante trafficante di droga d'Inghilterra, l'americano Mickey Pearson. Fletcher riferisce di come Pearson abbia offerto il suo regno al miliardario Matthew Berger, desideroso di mollare tutto e ritirarsi con la moglie e socia in affari Rosalind. Raymond in realtà conosce perfettamente la storia e sa che Fletcher è venuto per ricattarlo con le prove di un omicidio tenuto nascosto. Ma è solo l'inizio di una serie di tradimenti e rivelazioni che coinvolgono anche un trafficante cinese, un miliardario russo ex spia del KGB e lo strambo gangster di quartiere Coach, a capo di una band di rapper e lottatori.

Ritchie è così. Non fategli fare film della Disney o stupidaggini patinate come Sherlock Holmes Sherlock Holmes-Gioco di Ombre
Lui è RocknRolla, SNATCH, LOCK&STOCK, Operazione U.N.C.L.E questa roba qui. Dategli gangster, droga, un cast della madonna, case, macchine e abiti di lusso. Fate parlare i suoi personaggi con quello strano accento inglese o al massimo un americano particolarmente divertente da sentire e fategli fare thriller, spionaggio, trame intricate con numerose sotto storie e tradimenti e colpi di scena all’ultimo.
Gentleman è un Ritchie che invecchia bene e torna ai suoi fasti con un cinema divertente e divertito, dove gli attori vanno sempre oltre giocando nei loro ruoli, dove tutto non sai mai se prenderlo seriamente oppure no, dove nell’apparire fuori luogo è perfettamente centrato e dove è assicurato divertimento, torture, personaggi che muoiono male, sparatorie, inseguimenti, pestaggi e tanta droga e donne bellissime.
Ritchie è fiero di essere british, così tanto che nel film nonostante arrivino i cinesi (il suo cinema d’altronde deve stare al passo coi tempi) lascia sempre loro come i russi in sordina come a dire che chi entra nella terra della Regina in fondo, nonostante possa fare dei buoni affari, deve sempre portare rispetto e rimanere due gradini sotto i padroni di casa.
McConaughey, Farrell, Grant, Hunnam, Strong, Beckinsale, cosa volete di più?
L’unica nota se vogliamo dolente è il mordente del film, Ritchie sembra essersi dato una calmata puntando più sull’estetica a tratti eccessiva, sull’eleganza e sul romanticismo che su quella crudeltà che connotava alcuni suoi personaggi nelle opere precedenti.


Mortal Kombat-Scorpion Revenge


Titolo: Mortal Kombat-Scorpion Revenge
Regia: Ethan Spaulding
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Lord Raiden raduna una squadra di guerrieri d'élite, un'improbabile compagine di eroi con il compito di salvare l'umanità.

Scorpion Revenge perchè è Scorpion l'assoluto protagonista della storia è di una cattiveria cosmica andando ad aprire mondi, infarcendoli di creature diaboliche che vogliono solo spargimenti di sangue e torturare all'infinito corpi dilaniati di poveri malcapitati.
Con un intro che serve a far capire chi è Scorpion, a che livello di splatter e slasher il film possa arrivare, un livello di violenza grand guignol in cui tutti speravamo, a quale sarà la condanna del protagonista, a quale patto andrà a stipulare per vivere in altri gironi infernali.
E poi c'è il torneo con i personaggi soliti, il nostro trio capitanato da Raiden e capeggiato da Liu Kang, tanti personaggi, alcuni volutamente trascurati in maniera così fulminea che potevano non essere accreditati.
La trama è la stessa dei due famosi film di serie b, il sequel trash come non mai.
L'unica aggiunta è la vendetta di Scorpion, il prologo dove vediamo scardinata nel giro di pochi minuti tutta la vita di Hanzo Hasashi ex capo del clan ninja degli Shirai Ryu.
Quan Chi e il Netherrealm (una sorta di inferno dantesco), trame di potere, complotti, una galleria di mostri e di demoni che non sembra esaurirsi mai, Cage che si prende sonori calci nelle palle da Sonya e il duello finale tra Quan Chi e Scorpion oltre che le sonore mazzate di Goro e l'incursione veloce ma glaciale di Sub Zero.

giovedì 16 aprile 2020

To your last death


Titolo: To your last death
Regia: Jason Axinn
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In difesa dei fratelli, Miriam affronta il padre Cyrus, cinico speculatore della Dekalb Industries, e un'entità aliena nota come Gamemaster, che pone gli esseri umani in pericolose condizioni, sul cui esito mortale vengono fatte scommesse. Nel caso specifico Miriam ha possibilità di rivivere la terribile notte nella quale i suoi fratelli hanno perso la vita, avendo facoltà di agire con precognizione.

Negli ultimi anni nutrendomi molto d’animazione sono rimasto rarissime volte scioccato dalla componente horror e splatter. L’unico a disturbarmi parecchio era stato Jimmy ScreamerClauz con i suoi due film assolutamente malati e certo importanti quali Where the dead go to die e When black birds fly.
To your last death è ambizioso, prende Saw e lo strapazza con Battle Royale e molto di più. Un film dannatamente ipnotico, malato, ispiratissimo, un concentrato puro di cattiveria e violenza che riesce a entrarti nelle viscere. Angosciante, ricco di momenti splatter, azzeccato nel diventare un thriller psicologico con il gioco al massacro di un padre che decide di uccidere i propri figli. Salti temporali, divinità dell’Olimpo che si divertono a giocare con i miserabili esseri umani di sotto, Gamemaster s spadroneggiare su tutto e tutti, torture efferate e scene indimenticabili.
To your last death colpisce duro come un pugno allo stomaco lasciandoti l’amaro in bocca e facendoti soffocare per quanto non abbassi mai la guardia prendendoti sempre alla sprovvista. Tutto poi all’interno di un palazzo con pochi personaggi e quasi tutti odiosi, vi lascerà come il metodo ludovico costretti in sordina a vedere come la trama si prenderà minuto per minuto gioco dello spettatore.

Underwater


Titolo: Underwater
Regia: William Eubank
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di scienziati sta lavorando sott'acqua quando vengono travolti da un terremoto. I sopravvissuti dovranno fare delle scelte estreme per rimanere vivi.

Underwater è stato preda di un accanimento in negativo che mi ha lasciato perplesso.
Sicuramente non esente da difetti, l’opera di Eubank ci porta nelle profondità marine e quindi già per questo ha tutta la mia attenzione. E’un b movie che soprattutto nel primo atto riesce nel suo obbiettivo quello di cospargere tutto di un pessimismo cosmico all’interno della base sperimentale di perforazione, facendoci capire come tutto l’impianto rimanda al survival movie con inquadrature claustrofobiche e un buio minaccioso che soprattutto nel secondo atto sarà uno dei veri protagonisti.
Fin da subito capiamo che l’incidente scatenante avverrà subito, senza stare a prendersi troppo tempo per mostrarci i personaggi e la loro psicologia ma andando dritto al punto, la sopravvivenza ad ogni costo che richiederà sacrifici, vittime, carne da estirpare, tute che imploderanno, la pressione costante che sfinirà i protagonisti e una minaccia che aprirà le fauci immense proprio nei fondali di una natura ormai stufa di essere violentata e trivellata.
Underwater ha una bella atmosfera, una deliziosa e curata messa in scena, effetti speciali che non esagerano mai, ma arrivano precisi a fare il loro dovere e mostrarci una popolazione subacquea piena di polipi giganti e anfibi che sembrano mostri della laguna più cazzuti, esseri che sembrano materializzarsi per poi svanire come nebbia. Underwater deraglia da tante scelte che potevano apparire scontate e inverosimili, cercando di aprirsi una strada insidiosa e fatta tutta di scelte prese all’ultimo, di soluzioni che non potranno portare mai a nulla di buono sapendo bene che ciò che si è andato a risvegliare avrà la meglio.
Underwater è un film dove i personaggi a parte Norah, sembrano non esistere come se fossero tutti preda della sua immaginazione (contando che è solo lei che di fatto accende i segnali di speranza) mentre gli altri potrebbero essere una suggestione che si è creata negli abissi della sua psiche. Partendo da questa riflessione il film potrebbe aprire un’altra valvola di interpretazioni per accrescere la sua forza evocativa.

Bloodshot


Titolo: Bloodshot
Regia: Dave Wilson
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il marine Ray Garrison dice di essere uno che torna sempre a casa e infatti anche la sua missione a Mombasa ha avuto successo. Si gode quindi un po' di licenza in Italia, tra la base di Aviano Gentile e una gita in auto ad Amalfi (quasi fosse dietro l'angolo) con la moglie Gina. Entrambi vengono rapiti e la loro situazione sembra senza speranza, ma poi Ray si sveglia in un laboratorio ad altissima tecnologia dove scopre gli sono stati innestati dei prodigiosi naniti nel sangue, che fanno di lui un supersoldato. 

E’ difficile fare una lista di tutti i difetti o meglio i clichè di cui è costellato il film di Dave Wilson, un mestierante che aveva almeno fatto bene con uno degli episodi della saga di LOVE DEATH+ROBOTS.
Bloodshot aveva delle aspettative, creare un ibrido di tanti film ma con un budget faraonico, un cast interessante (fatta eccezione per Vin Diesel), trattare naniti e tecnologia militare, scene di combattimento che facevano presagire tanta azione e divertimento e infine magari qualche colpo di scena per una trama non scontatissima. Invece fin da subito è appurato come il meccanismo non funzioni, da quando il nostro protagonista viene incatenato nel bunker prima di essere ucciso (?), dall’incidente scatenante nella battaglia contro ipotetici avversari nella legione straniera, di come il complotto a sua insaputa sia così ridicolo da essere svelato dopo il primo atto. E’necessario andare avanti?
Qualche scena d’azione carina, quella ad esempio negli ascensori, il film la regala pure, ci mancherebbe d’altronde, ma la trama è mostruosamente banale, gli scopi e gli obbiettivi dei villain sono ormai materia così saccheggiata da sembrare scritta da un bambino, il governo cattivo che usa i suoi soldati come carnefici a loro insaputa, Pearce e Kebbell buttati nel cesso, Diesel che mantiene una sola espressione per tutto il film con la voglia di vendicare la moglie uccisa e altri luoghi comuni così manifesti e palesi da rendere il film lungo, lento e monotono per cercare nel terzo atto di cambiare quadro da un momento all’altro con il risultato di sembrare ancora più confuso e in difficoltà.

Bad boys for life


Titolo: Bad boys for life
Regia: Adil El ArbiBilall Fallah
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

I Bad Boys Mike Lowrey e Marcus Burnett sono di nuovo insieme per un'ultima corsa.

Bad boys for life è uno dei tanti sequel di cui nessuno francamente sentiva il bisogno.
Uno dei buddy movie peggiori della storia del cinema che dietro il suo perbenismo di mostrare una coppiata di colore, nasconde segnali di un cinema reazionario e di una banalità sconvolgente.
Il terzo capitolo della saga voluto da non si sa bene chi, a distanza di 17 anni, appare subito come un esperimento ridicolo, datato che a differenza dei sequel della saga di Donner non ha motivi di stare in piedi.
In questo caso poi la trama è quanto di più inverosimile possibile, mischiando un figlio che arriva dal nulla, una ex con poteri che mettono radici nel vodoo con effetti trash a volontà, l’eroe di turno che si sente chiamato a dover far fronte ad un’emergenza personale e il solito plotone di comparse tutte fuori luogo.
Bad boys ha il fiato così corto e Lawrence è così imbolsito che non riesce nemmeno a far ridere, gli anni passano per tutti e Smith ancora una volta sceglie un film per cui, come quasi tutte le scelte della sua carriera, pagherà care le conseguenze dimostrando come sia un attore davvero limitato e pessimo.
Il rallenty famoso di loro che escono dalla macchina impugnando le pistole così come la canzoncina che intonano sono le ultime cartucce di una buffonata durata anche troppo. I messicani come il male assoluto e Mike che sembra dover scontare tutte le bravate fatte ai danni delle molteplici donne a cui ha spezzato il cuore sono espedienti davvero bassi. Tuttavia andrà tutto bene..
Ma poi da dove escono questi Adil El Arbi e Bilall Fallah?

venerdì 27 marzo 2020

Hunt


Titolo: Hunt
Regia: Craig Zobel
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dodici sconosciuti si risvegliano all'interno di un parco appartenente alla cosiddetta Tenuta (the Manor), scoprendo di lì a poco di essere stati scelti per essere cacciati in un gioco ideato da un gruppo di persone della ricca. Per rendere il gioco più interessante alle prede vengono concesse delle armi che recuperano da un'enorme cassa posizionata nel bel mezzo di una radura del parco

Zobel all’attivo ha diretto l’interessante Compliance, un film che faceva luce su un fatto insolito negli Usa. Hunt sembra tante cose e ne scopiazza molte altre, un survival-movie con catfight finale senza esclusione di colpi.
Persone sconosciute che partecipano ad un gioco in cui una certa elite borghese gode nel farli fuori “perché deplorevoli” ovvero chi per la caccia, chi perché ha commesso non si sa bene cosa, chi per altri motivi. Tutti vengono scelti come vittime sacrificali per finire massacrati. Abbiamo la final girl cazzutissima che dalla scena della stazione di servizio capisce di non essere in Arkansas ma vicino alla Croazia.
Insomma un film che parte su un aereo, continua in un bosco e finisce in un campo rifugiati e infine in una villa per lo scontro finale.
Hunt di certo non annoia, ma è una tale galleria di luoghi comuni e idee prese da altri film cercando di dargli una parvenza di autorialità imbarazzante. I dialoghi sono così privi di carattere, i personaggi scontatissimi (forse l’unico aspetto positivo e che prima dell’arrivo di Crystal chiunque possa sembrare il protagonista muore malamente) e la trama come il disegno e l’intento da parte dell’elite davvero telefonata all’ennesima potenza. Tra le tante idiozie del film il piano segreto di Crystal che confida ad Athena nel dialogo finale (un gioco degli equivoci che sembra una presa in giro) il massacro della tana dove tutti i membri dell’elite si nascondono per venire sgominati dalla stessa Crystal e tanti altri fattori che cercano di dare spessore al film senza riuscirvi. L’unico motivo per cui non lo boccio completamente è perché non si prende sul serio e regala qualche timido sorriso.

Onward


Titolo: Onward
Regia: Dan Scanlon
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un universo fantasy che il progresso tecnologico ha reso uguale al nostro, l'elfo Ian è un adolescente come tanti, impacciato e poco sicuro di sé. Mamma Laurel e il vulcanico fratellone Barley non possono riempire del tutto il vuoto lasciato da un padre scomparso prima che Ian nascesse, ma per il suo sedicesimo compleanno il ragazzo riceve in dono un artefatto magico che può farlo tornare in vita per 24 ore. L'incantesimo riesce solo "a metà", limitandosi a far apparire le gambe dell'elfo genitore e proiettando i due fratelli verso un'avventura contro il tempo per rivedere finalmente il volto del padre.

La Pixar/Disney e la magia. Un sodalizio che prima o poi doveva arrivare. Ed è arrivato cercando di fare molto bene, ma non arrivando a quei fasti che ci si poteva aspettare dalla Pixar. Onward ha un inizio straordinario con il passaggio dalla magia alla tecnologia che merita un applauso. Poi piano piano si spegne sempre di più mantenendo comunque un ritmo e un bilanciamento degli intenti che alza l’asticella per l’animazione americana, ma a livello di impatto emotivo cerca tropo la lacrimuccia, limitandosi a fare il suo lavoro che dal secondo atto diventa un viaggio on the road tra fratelli che poteva aggiungere molta più carne al fuoco e invece diventa un viaggio alla ricerca del padre inflazionato da alcune scene banalissime.
La narrazione cede il passo più volte a scene d’azione concitate e noiosette, gli effetti in c.g a volte esagerano finendo per stonare e alcuni personaggi non riescono proprio ad avere enfasi e pathos limitandosi a diventare per certi aspetti quasi ridicoli.
Siamo distanti dai fasti come WALL-E, UP o Toy Story 4 4, COCO o Inside Out. Mi aspettavo molto di più da un inizio così sfolgorante, invece Onward abbassa subito le aspettative diventando quel film che si lascia vedere ma non ha quella spinta in più sulla ricerca e la descrizione di elementi sociali e tematiche altissime che la Pixar ha dimostrato di saper trattare in maniera delicata, complessa e deliziosa, diventando un punto di riferimento e un target in grado di mettere d’accordo tutte le fasce d’età.

lunedì 23 marzo 2020

Ultras


Titolo: Ultras
Regia: Francesco Lettieri
Anno: 2020
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La storia di un'amicizia, di una fede e di un amore scanditi dalle ultime settimane di un campionato di calcio. E dell'inevitabile incontro con il proprio destino.

Il dato più impressionante non è di come Lettieri abbia inquadrato le tifoserie e gli ultras napoletani, i fittizzi Apache (in realtà su uno degli striscione compare Wes Studi aka Magua che in realtà era un Urone).
Il dato significativo è il rapporto generazionale tra adulti e ragazzini, in cui i giovani-adulti ormai cinquantenni e diffidati vengano rappresentati come dei tamarri tutto muscoli, canne e vendetta.
Sandro quando sbotta con il suo socio e amico, che come lui è costretto ad andare a firmare in questura dopo il daspo, gli grida face to face di come dovrebbero forse vergognarsi e ragionare sulla loro attuale posizione e di quanto sia inutile prendersela con i ragazzini quando loro per primi hanno fatto le stesse cose. Per quanto riguarda la storia, la struttura è la parte che viene meno con il climax finale da lacrimuccia facile e in fondo abbastanza scontato se non il dubbio tra Sandro e il ciccione (che richiama drasticamente il finale di Hooligans). Lettieri però come Giovannesi e Sollima o pochi altri riesce a girare molto bene per le strade di Napoli inquadrando tutti i fenomeni connessi e i rapporti tra i personaggi che diventano l’analisi sociale più bella del film, passando dalla frattura generazionale ad una caratterizzazione dei personaggi interessante, in cui ancora una volta sondiamo queste famiglie disfunzionali e surrogate dove il bisogno di mantenere dei rapporti e non rimanere da soli porta all’accettazione di un chiunque che venga posto di fronte (come per la madre di Angelo). Cinema neorealista urbano contemporaneo con tutti gli annessi e i connessi del territorio campano, dal porto, ai bar inaccessibili, i quartieri, la periferia, Ischia.
Condito da interessanti scene d’azione il film poteva avvalersi di una scrittura che soprattutto nello sciorinare gli eventi si rendesse più complessa e meno marginale.

Outsider


Titolo: Outsider
Regia: AA,VV
Anno: 2020
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

The Outsider inizia seguendo un'indagine apparentemente semplice sull'omicidio raccapricciante di un ragazzo. Ma quando un'insidiosa forza soprannaturale si fa strada nel caso, un poliziotto esperto e un investigatore poco ortodosso sono portati a mettere in discussione tutto ciò in cui credono.

Strappo un 3/5 al pelo con un più no che sì. Una serie tv abbastanza fiacca, dell’onnipresente King ancora una volta riadattato per un pubblico di fan che vuole incessantemente che i lavori del maestro del brivido vengano sdoganati nella settima arte. Il cinema ha più volte dimostrato, a seconda anche dei talenti posti alla regia e alla scrittura, quali si siano salvati e quali no e sono tanti da entrambe le parti.
Parto con una premessa. Di solito quando scrivo le recensioni dei film di King leggo sempre anche i libri.
Si millanta tanto questa serie come se fosse finalmente quella via di mezzo che riadatta il folk-horror e la narrativa fiabesca e mitologica con funzioni apotropaiche, mischiando elementi di It e i Vampiri di Salem, Dracula di Stoker, godendo di un budget faraonico e mettendo insieme un crew di attori tutti, o quasi, in parte. Capitanati da Mendelsohn, un attore che adoro che riesce a comunicare ed essere espressivo pure con gli occhi chiusi, si scoperchiava un vaso di Pandora con elementi horror, drama, sci-fi, poliziesco, mistery e tanto altro ancora. I drammi per bambini scomparsi erano solo il segmento finale per costruire una analisi complessa sul dolore e farci finire dentro la maggior parte dei personaggi in una comunità marcia dove l’irrazionale strisciante assume diverse forme e identità. La stessa comunità divisa da una purulenta e potenziale malvagità insita in ognuno di noi dove infine il soprannaturale convive sullo stesso piano della nostra realtà e sembra questo il tema su cui la serie Hbo si concentra maggiormente ma a differenza di serie intoccabili come True Detective-Season 1 (e qui le similitudini non vanno nemmeno prese in considerazione) il bello del lavoro di Pizzolato era puntare ad un impianto di semina e raccolta dove il personaggio arrivava prima dell’evento in sé agendo in un ambiente definito da regole precise e subito individuabili mentre qui l’impianto è stato ribaltato con effetti nefasti.
Outsider parte molto bene (i primi due episodi), ha una parte centrale noiosissima e riempitiva (4-5-6) in cui i dettagli delle sotto storie vengono ampiamente sottolineate ed evidenziate da Holly nel monologo in cui mostra a tutti con cosa avranno a che fare (forse uno dei momenti più alti della serie) e finisce maluccio, mettendo l’acceleratore all’interno di quella caverna dove credo tutti si aspettassero qualcosa di più.
Outsider inquadra molto bene alcuni problemi legati alla serialità, alla mancanza di riuscire a trasformare quei non detti del romanzo, a dover spesso ripetere formule e dettagli già ampiamente trasmessi al pubblico se non in maniera palese, come dovrebbe essere il cinema, con dei dettagli per stuzzicare l’attenzione e la voglia di coinvolgersi magari prendendo qualche appunto.
La divisione bene e male non è mai stata divisa in maniera così netta, lo stesso ruolo della comunità che con maestranze diverse si stringerà al dramma successo per combattere lo straniero, questa strana calamità che chiede nutrimento prendendo le sembianze umane. “Perché i bambini?” chiede nel finale uno dei protagonisti al vampiro aka l’uomo nero aka El Cuco e la creatura risponderà “perché sono più buoni”
Fate attenzione perché il vero colpo di scena arriverà dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio.


sabato 14 marzo 2020

Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Titolo: Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn
Regia: Cathy Yan
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Harley Quinn deve salvare la giovane Cassandra Cain, che si è messa nei guai entrando in possesso di un diamante di proprietà dello spietato boss della malavita Black Mask.

Birds of prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn era quel film che non aspettavo e che in realtà non volevo nemmeno vedere. Poi preso dalla curiosità e dal fatto che la Dc senza Snyder ha dato dei risultati interessanti, Shazam su tutti, mi sono regalato queste due ore di intrattenimento ed il risultato è stato quello che non mi aspettavo. Il secondo lungo della Yan è un concentrato di insensatezze divertenti con un turbo ritmo che supera addirittura il film menzionato prima e con un vaso di Pandora di efferatezze, colori, battute, combattimenti, squartamenti, sparatorie, che sembrano anni luce avanti rispetto ad alcuni comics degli ultimi anni.
Essendo un film d'intrattenimento che non aveva una storia interessante e doveva trovare dei personaggi per cui provare empatia, che già solo per Harley era difficile, la regista e gli sceneggiatori cercano e trovano e danno spessore alla follia, quella totale, in cui la protagonista deraglia continuamente dalla sua scelta egoistica sul cosa dover fare e per chi. E poi la scelta di rendere buoni delle sopracitate cattive non era cosa facile e infatti come per tanti elementi del film la sospensione dell’incredulità deve finire in un limbo e capire che da lì non ne uscirà più. Ci sono state delle scelte abili, a parte il cast e Margot che riesce persino a mettere da parte la bellezza per creare un pathos e un personaggio davvero borderline con una doppia diagnosi e le Fox Force Five che togliessero ad Harley il primato di essere la più cazzuta ma al contempo portando linfa e risorse ad un team come se ne sono visti tanti negli ultimi anni.
Trattandosi di fumetto, tutto nel film, ma proprio tutto a partire dalla iena, è sopra le righe. I più contenuti come Black Mask alias McGregor infatti sono i meno incisivi e più superficiali. Il film gioca tutto sull’esaurire ogni location con effetti in c.g desaturando ogni componente e non lasciando spazio per provare anche solo un secondo ad analizzare quello che sta succedendo. E’una lunga corsa in una delle più colorate e fracassone gallerie dei luna park, una corsa continua che non si ferma mai altrimenti lascerebbe il nulla dietro di sé..però proprio per questo funziona. Volendo potrebbe avere sequel a bizzeffe proprio per la sua non storia e per dei personaggi che potrebbero essere almeno caratterizzati con più intenti e obbiettivi e parlo in particolare per i villain.