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domenica 28 aprile 2019

Avengers-Endgame


Titolo: Avengers-Endgame
Regia: Russo
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In seguito alle azioni di Thanos nel precedente Avengers: Infinity War la popolazione dell'intero universo è stata dimezzata e tra i caduti c'è stato anche Nick Fury. Ma prima di morire questi è riuscito a lanciare un messaggio nello spazio alla potentissima Capitan Marvel, che tornata sulla Terra e di fronte a un gruppo di Avengers afflitto dalla sconfitta e dal lutto, vuole prendere le cose in mano.

Penultimo film della terza fase dell'universo Marvel. Ultimamente siamo inondati da universi diversi nel cinema o fenomeni culturali titanici, una cultura pop sempre più intensa che come in questo caso non ha mai puntato così in alto, 11 anni di storia per 21 film e oltre 44 ore di intrecci narrativi definito dall'Hollywood Reporter come "la cosa più vicina , tra quelle create nel mondo moderno, alla mitologia greca".
Che piaccia o no, un traguardo cinematografico così imponente è senza precedenti.
Ed è in questa condizione che ritroviamo i sopravvissuti del capitolo trascorso.
Girarli ambedue contemporaneamente deve essere stato enormemente complesso soprattutto per chi non si è fatto mancare nessun collegamento con i film passati ( e non parlo solo di Avengers-Infinity Wars ) basta pensare alla scena nell'ascensore di Cap, o altre simili sparse per tutta la prima parte omaggiando svariati film nello stesso universo.
Tre atti, tre macro capitoli, tutti scanditi in maniera profondamente disparata sia per forma che per intenti.
Sconfitta/Fallimento-Rinascita-Scontro/combattimento finale. Come tutte le strutture archetipiche anche qui i temi su cui ci si sofferma di più per ovvi motivi sono quelli del sacrificio e del fallimento.
Il film apre con una famiglia, quella di Occhio di Falco, che viene divisa e finisce con un altro importante momento dove vediamo tutti assieme finalmente uniti (quella stessa grande famiglia in cui più di uno decide di sacrificarsi). Dunque la famiglia, i legami, sono l'elemento più importante su cui vengono diramate le azioni e le scelte dei personaggi, quegli stessi legami che all'inizio del film vedono gli Avengers divisi ma che non aspettano altro di tornare assieme.
I viaggi nel tempo. Era logico e scontato che ci fossero. Il Regno Quantico era già materia trattata e d'altronde era impossibile aspettarsi un'altra linea narrativa. Vengono sfruttati bene, anche se l'inghippo di come arrivarci, arriva ancora una volta in maniera piuttosto affrettata con Stark che sembra destarsi da un sogno e capire in pochi secondi come costruire il meccanismo e Cap e Peggy Carter che difficilmente hanno potuto vivere in tutti quegli anni senza alterare nessun evento.
Uno stratagemma narrativo non particolarmente originale.
I combattimenti. Sono centellinati nei primi due atti (il precedente film d'altra parte ne ha concessi tanti) per arrivare a quello finale che mette tutti a tacere, confermando abilità, gestione di troupe sofisticatissime, e l'aver inserito tutti i personaggi (ma proprio tutti)
Endgame ha sì una storia interessante, complessa, insensata, multiforme, dove dal secondo atto i gruppi si divideranno per cercare le gemme nelle location che abbiamo già scoperto nel precedente capitolo.
Cerca rispetto al primo di inserire molta più ironia soprattutto nei dialoghi e in alcune slapstick (funzionando bene in alcuni casi mentre inciampa ripetendosi troppo con altri ad esempio Thor) finendo per concentrarsi su alcuni personaggi mettendone da parte altri e senza infine spiegare alcuni dove siano finiti (Loki)
Infine cita il suo stesso universo e riprende i diktat lasciati aperti chiudendoli nella maniera più epica possibile (forse pure troppo)
Il cast. Anche qui l'operazione è stata ambiziosa per aver avuto il numero più alto di star mai viste in un film.
Ritmo. Rispetto al film precedente, seppur la materia da trattare sia molto meno concitata, non ci sono paragoni. In questo caso l'effetto stiracchiamento è palese anche se ciò non comporta un calo dell'attenzione ma di sicuro il fatto che i combattimenti e l'azione sia drasticamente diminuita si fa sentire.
Personaggi. Era ovvio che su alcuni ci si concentrasse di più, ma proprio su questi come ad esempio Captan Marvel, sfruttata pochissimo, converge in maniera disarmonica con il resto degli Avengers arrivando dalle retrovie quando ormai il peggio è passato e in maniera peraltro drastica senza nessuna spiegazione.
Tutto questo porta a più di tre ore di film che viaggiano senza ripensamenti, cali drastici o sotto storie marginali. Alla fine quello che si pensava dovesse succedere è accaduto.
Dal momento che tre dei sei Avengers originali non ci sono praticamente più, ognuno ha scelto la propria strada, il proprio destino, rimanendo attaccato ai cari del passato o scegliendo gli "Imrama", viaggiando così per il resto della propria vita a caccia di mondi diversi esplorando viaggi meravigliosi.


Spietato


Titolo: Spietato
Regia: Renato de Maria
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Santo Russo, è un giovane calabrese che finisce ancora adolescente a Buccinasco, dopo che il padre è caduto in disgrazia con la 'ndrangheta. Qui cerca di mimetizzarsi, impara l'idioma locale e, trascorso ingiustamente un periodo in carcere, inizia a farsi strada nella criminalità. Le cose gli vanno bene, ma solo fino a un certo punto, tanto che si reinventerà come imprenditore, ovviamente con le mani in pasta in affari sporchi e pure coinvolto nel traffico di eroina. Santo sembra avere tutto, compresa un'artista come amante che lo circonda della bella società, ma la moglie molto cattolica inizia a capire chi ha sposato davvero...

De Maria dopo anni torna a collaborare con Scamarcio (un attore che negli ultimi anni ha dimostrato margini di miglioramento) con il risultato di omaggiare il crime movie/polizziottesco all'italiana (Lenzi e Fernando Di Leo) in un film godibile ma che lascia l'amaro in bocca.
Sembra una tipica prova di stile ad effetto con tanti accessori interessanti ma che si dimentica presto senza far luce o riflettendo su nulla, ma lasciando il crime movie come immagine di copertina e basta, lasciando così ai posteri temi come quelli della nevrosi della società contemporanea, lo stress della vita moderna, l'alienazione e il lavoro, tutti mali che andavano già delineandosi tra la classe operaia e esponenti di un ceto medio logorato di cui ancora non si parlava tanto e in cui Santo si sente di doverne far parte. Qui è tutto molto più semplice. Santo sceglie la vita criminale perchè più redditizia e perchè non vuole fare la fine del padre (visto come il fallimento da cui prendere esempio)
Santo Russo è solo l'ultimo di una galleria di criminali a cui il cinema ha saputo regalare volto e performance, intenti e progetti nonchè stili di vita e tutto quanto il resto.
Due ore di azione, dialoghi che vengono masticati velocemente senza lasciare alcuna riflessione, un divertissement ovvio, con una scenografia che fa da padrona e una buona prova attoriale.
Altro non c'è da dire. Lo spietato conferma la fretta e il bisogno di Netflix di impossessarsi di un nutrito stuolo di prodotti per abbellire un catalogo che ogni mese deve essere il più appetibile possibile.
La metafora del supermercato per me rimarrà sempre la più funzionale per spiegare Netflix.
Viene doverosa la domanda o il confronto se rispetto al cinema anni '70, che ripeto De Maria omaggia in primis con la colonna sonora, lì almeno veniva denunciato un certo abuso di potere, la mano dura delle istituzioni, la lotta criminale, qui invece sembra tutto eccessivamente tirato, la sceneggiatura è piatta e si vede che nella fretta si è cercato di sopperire a tanti limiti della pellicola.
L'intrattenimento, quello c'è, ma tutto il resto è lasciato alle smorfie di Santo/Scamarcio che sembra essere diventato dopo la collaborazione con Sorrentino e l'aiuto della Golino e della Tedeschi l'attore di punta italiano assieme a Borghi (il quale immeritatamente gli ha soffiato il David di Donatello).



lunedì 22 aprile 2019

Revenger


Titolo: Revenger
Regia: Lee Seung-Won
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Un ex detective determinato a vendicare il massacro della sua famiglia, si reca su un'isola sperduta che funge da carcere e si infiltra nel braccio della morte per pericolosi criminali.

E poi basta attraversare l'oceano finire in Oriente e fermarsi ad un modello di cinema che da noi culturalmente è sconosciuto. I film coreani in particolare hanno un che di spirituale anche quando incontrano il wuxia, le arti marziali o il kung fu movie.
Qui ci troviamo di fronte ad un'importante produzione distribuita da Netflix e firmata da quel talento di Lee-Seung Won che si approccia per la prima volta a questo cinema di genere.
Il risultato è potente almeno quanto quell'altra chicca che rispondeva al nome Aknyeo-The Villainess
Qui a differenza dell'eroina che avrebbe avuto tutti i numeri per prendere a calci nel culo Oh Dae-su, abbiamo un altro mostro delle arti marziali capace invece di prendere a calci nel culo Donnie Yen, e parliamo dell'ex stuntman cinquantenne Bruce Khan che a quanto pare si è prodigato a scrivere anche il plot.
La storia è di una banalità sconcertante e non starò a ripeterla, leggetevi la trama, ma è tutto il resto ancora una volta a regalare grande prova di intrattenimento e azione a gogò.
La location, una realtà distopica, i condannati più pericolosi che vengono confinati in un'isola al di fuori dal mondo dove vengono lasciati allo stato brado e senza alcun modo per far ritorno sulla terraferma. Anche se già vista, la trama e le aspettative conservano sempre una certa dose di fascino perchè sapremo che ne vedremo delle belle con tutti i villain e i bifolchi possibili e immaginabili.
Indonesia e Corea si aggiudicano il premio sugli action di arti marziali. Il primo per cattiveria, violenza e crudeltà, mentre il secondo per virtuosismi, inconfondibile stile e spiritualità.

Shazam


Titolo: Shazam
Regia: David F.Sandberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Thaddeus è un bambino trattato con freddezza dal fratello maggiore e dal padre, finché non si ritrova improvvisamente in una caverna di fronte all'antico mago Shazam, che lo mette alla prova. Si fa però tentare da sinistre presenze e fallisce il suo test, così continuerà a vivere ossessionato dall'occasione che ha perduto. Dagli anni 80 si arriva ai giorni nostri, quando Thaddeus finalmente riesce a ottenere terribili poteri, ma il mago a sua volta trova un giovane a cui donare straordinarie capacità. Quando questi dice Shazam acquisisce infatti la saggezza di Salomone, la forza di Hercules, la resistenza di Atlante, il potere di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio.

Era da tempo che un film Dc non mi divertiva. I film dei super eroi quando non cercano di prendersi troppo sul serio come ultimamente sta succedendo devono assolvere questo compito, divertire. Shazam è il migliore film della Dc degli ultimi anni, decisamente superiore a tanti goffi tentativi di spolverare una casata che stava soccombendo sotto il peso titanico della Marvel.
Wonder Woman e Aquaman non valgono la metà del film di Sandberg.
La Dc ha forse capito che togliendo lo scettro del potere a Snyder si è accorta di quanti sceneggiatori in gamba, colti e straordinariamente nerd esistevano in circolazione.
Shazam deve tutto al suo saper sposare un'ironia travolgente e tantissima azione.
Dura 132 minuti e non pesa. Il protagonista deve tenere per tutto il film una smorfia da bambino e funziona, così come funziona il suo approccio ai super poteri (cerca di divertirsi e ne combina delle belle come accadeva tempo addietro a Peter Parker). Poi attenzione quando si pensa che sia solo per ragazzi. Gli sceneggiatori, abili ancora una volta, mettono in scena alcuni elementi non da poco
(il villain uccide prima il fratello e poi il padre) la violenza non manca e i dialoghi sono irriverenti, sboccati e ironici, con tante parolacce ma cercando di essere meno volgari di un Deadpool qualunque.
Sandberg arriva dall'horror e si vede proprio nelle scene più tetre e buie del film. Non mancano citazioni a profusione, evito di spoilerarle, ma alcune sono davvero succulente.
Si potrebbe quasi girare una soap opera sulle peripezie giuridiche che hanno imperversato su questo progetto infatti tratta uno storico personaggio a fumetti nato per la Fawcett Comics nel 1939 con il nome di Capitan Marvel e poi passato alla DC Comics, dove ha perso il nome originario che è finito alla Marvel Comics. Nel film non si contano le battute sul nome da supereroe di Billy una volta trasformatosi, senza che si arrivi mai a chiamarlo Capitan Marvel. Basta essere dei nerd come il sottoscritto per ricordarsi le battaglie del secolo Marvel vs Dc (che non è detto che non vedremo in futuro) per non ricordarsi l'epico scontro tra Thor vs Capitan Marvel.



sabato 20 aprile 2019

True Detective 3


Titolo: True Detective 3
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 3
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Arkansas, piana di Ozark, 7 novembre 1980. Una comunità statica e retrograda viene scossa da un fatto terribile, uno di quegli avvenimenti a cui nessuno vorrebbe mai assistere, in grado di devastare una famiglia e di piantare nella collettività il seme del dubbio. Due bambini, fratello e sorella, scompaiono da un giorno all'altro. Tra testimonianze inconsistenti e indizi confusi si fanno strada i detective Wayne Hays e Roland West, che passano al vaglio testimonianze e ipotesi per andare a fondo di una vicenda apparentemente sempre più legata alla pedofilia.
La diffidenza dei membri della comunità cresce, scagliandosi contro i membri più isolati della società ed esasperando un clima di discriminazione e razzismo già molto delicato, che non risparmia lo stesso Hays. A raccontare i fatti avvenuti negli anni ‘80 è proprio Hays negli anni ‘90, dopo la scoperta di nuovi dettagli sul caso, e nel 2015, durante un'intervista per un programma televisivo crime. Il detective è però tormentato da ricordi sempre più evanescenti, la cui veridicità è minacciata dall'avanzare di una drammatica demenza senile.

Va bene. La frase è la seguente è la dicono un po tutti e per quanto non significhi nulla alla fine sembra avere pure un senso. La prima stagione era la migliore (in realtà perchè ha fatto nascere e non resuscitare MacConaughey e messo elementi un po a cazzo del Re Giallo), la seconda (che a me è piaciuta) la meno bella e infine questa terza che è meno bella della prima, ma migliore della seconda (che ripeto mi è piaciuta).
True Detective si dimostra ancora una volta una serie capace di portare sullo schermo un'indagine profonda dell'animo umano e l'esplorazione inquietante di personalità immerse in una società ostile prendendo bambini come merce, bifolchi come concime e corruzione come diserbante.
Dal punto di vista tecnico, questa terza stagione si riconferma un prodotto ben realizzato, dal taglio estetico cinematografico e ricco di performance eccellenti dove ovviamente svettano quelle dei due protagonisti (il buddy col migliore affiatamento in assoluto) e in sostanza diciamolo pure si respira tanta aria di "in parte è già stato visto", cambiando colore della pelle del protagonista, aggiungendo una linea temporale (quella della vecchiaia) e infine cambiando del tutto location.
La terza stagione è uno sfacciato rifacimento della prima, con la differenza che qui i finali sembravano e potevano essere tanti e diversi quando alla fine si è scelta la soluzione più semplice e ovvia. E'vero. Alla fine cambia il luogo, ma non l'ambientazione angosciosa, è diverso il crimine, ma non la sua capacità di scavare nell'animo umano per far emergere il marcio che esso nasconde.



Triple Frontier


Titolo: Triple Frontier
Regia: J.C.Chandor
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Santiago è un militare americano con addestramento d'élite che lavora per una compagnia privata in Colombia, dove pianifica un assalto a un ricco narcotrafficante. Per realizzarlo collabora con la bella Yovanna, che svolge alcune consegne per il narcos ed è entrata nella sua villa. Inoltre, con la promessa di evitare vittime civili e di consegnare parte del bottino alla CIA, Santiago torna negli Stati Uniti per reclutare i suoi ex commilitoni, che non se la passano benissimo. William insegna alle reclute, suo fratello Ben combatte nel giro delle MMA, il pilota Francisco è nei guai con la legge e il loro leader, Tom, è divorziato e preoccupato di non poter garantire un futuro sicuro ai propri figli. Santiago avrà gioco facile nel convincerli a partecipare all'avventura.

Triple Frontier è il tipico film che ti piazza una smorfia sul viso prima di vederlo.
Partendo dagli attori: Oscar Isaac ormai è come il prezzemolo nei film (ovunque) funzionale ma nulla più, Affleck ormai è il fantasma di se stesso alcolizzato e gonfio come se lo avessero preso a cazzotti, Hunnam rimarrà sempre Jax nei cuori degli amanti della serie cult ( e finora l'unico ruolo davvero che gli è rimasto impresso), infine Hedlund che sta provando come biondino a ritagliarsi qualche ruolo importante e infine la regia di J.C.Chandor, che diciamolo pure, confeziona il suo film migliore dopo aver dato prova di saper fare del buon cinema con il survivor di All is lost
(Redford contro le forze della natura).
Qui cambia scenario, lo schema è corale, c'è tantissima azione, i cartelli, il mondo della droga, la corruzione, alcune location riprese con una fotografia splendida in grado di risaltarne i colori (parlo del confine tra Paraguay, Argentina e Brasile).
E poi quando ti aspetti l'aspetto perturbante reazionario dietro l'angolo, il film invece fa un rovescio della medaglia dimostrando come i veterani di guerra sono servi usati dal governo per i loro scopi e poi lasciati a invecchiare o morire dentro ospedali o a darsi alla droga o all'alcool.
In questo caso in mezzo ad una giungla senza aiuti e smarriti negli ideali come negli intenti e dove la bandiera a stelle e strisce non serve più, dovranno cavarsela da soli spesso scontrandosi e dovendo purtroppo sapere che mettersi contro un cartello significa morte certa.
Triple Frontier inoltre, altro elemento a favore del film, è stato scritto dallo sceneggiatore, nonchè il giornalista Mark Boal (ZERO DARK THIRTY, HURT LOCKER, DETROIT, NELLA VALLE DI ELAH) praticamente colui che ha reso possibili gli ultimi importanti film della Bigelow, la quale avrebbe dovuto dirigerlo lei inizialmente il film.




giovedì 18 aprile 2019

Hellboy


Titolo: Hellboy
Regia: Neil Marschall
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Giunto sulla Terra ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti prossimi alla sconfitta si sono rivolti al mago Rasputin per evocare forze infernali, Hellboy è destinato a portare la fine del mondo. Non la pensa però così il suo padre adottivo, il Professor Broom, che l'ha educato per fare di lui il principale agente del BPRD, l'organizzazione di ricerca e difesa contro le minacce soprannaturali. Eppure i presagi si accumulano e la potentissima strega Nimue, tradita da Re Artù secoli fa e ora assetata di vendetta, è prossima a tornare e per fare di Hellboy il proprio Re e regnare su un mondo invaso dai demoni.

Per Hellboy non vale provare a fare un'analisi. Conviene piuttosto dire cosa è piaciuto e cosa no.
Punti negativi: la storia di una banalità sconcertante, Re Artù e Mago Merlino in versione Transformer, i dialoghi e lo sviluppo del villain, i dialoghi in generale, la storia padre figlio e i flash back. Il cinese di Lost che continua ad avere un'espressione in tutto il film. Troppa musica.
Punti positivi: il look di Hellboy (quando prende Excalibur e diventa il signore degli inferi finalmente ci siamo), i mostri (il cinghiale), l'attacco dei mostri sul pianeta terra, la violenza e lo splatter in generale, la baba jaga e la scena in cui vediamo i cadaveri dei bambini, la Jovovich che man mano che il tempo passa si conferma una delle tope numero uno di Hollywood.
I reboot sono sempre una sfida dividendo fan e critica. Del Toro era marcatamente più fantasy e il sangue era centellinato. Ora Marschall per chi lo conosce è uno che non fa sconti.
E'abituato a maneggiare l'horror ma gestisce bene un po tutto quello che gli viene dato.
Ho letto che a livello produttivo ci sono state difficoltà importanti che hanno portato a litigi e scontri in cui si è arrivati anche alle mani. Praticamente i produttori hanno avuto molta più libertà decidendo laddove il regista avrebbe dovuto avere l'ultima parola.
Nell'insieme e soprattutto nel reparto scrittura (il peggiore del film) è palese con un risultato per niente appagante e con la nota dolente che tutto il processo sia stato concepito come una sorta di farsa ridicolizzando l'horror e il sovrannaturale. In realtà ci può anche stare ma qui i wtf superano gli aspetti ironici lasciando piuttosto basiti. Povera stirpe di Oannes!



giovedì 11 aprile 2019

Captan Marvel


Titolo: Captan Marvel
Regia: Anna Bodek, Ryan Fleck
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Vers vive su Hala, capitale dell'impero galattico e militarista dei Kree, è bionda ma ha il sangue verde-blu e viene addestrata a combattere controllando le proprie emozioni e i propri straordinari poteri energetici da Yon-Rogg. Quando finisce catturata dagli skrull, i nemici mutaforma dei kree, questi esaminano la sua mente in cerca di risposte, facendo riaffiorare in lei ricordi perduti della sua vita sulla Terra e di una misteriosa donna, le cui fattezze sono utilizzate anche dall'intelligenza suprema dei kree quando comunica con lei. Sarà l'inizio dell'avventura che la riporterà sulla Terra, negli anni 90, dove scoprirà il suo passato come Carol Danvers e si riapproprierà della propria identità.

Captain Marvel era uno degli ultimi film Marvel phase 2 dell'anno, prima del'ultimo Avengers-Endgame con cui ovviamente il film ha diverse affinità.
Alieni, una sci-fi che strizza l'occhio visti i tempi agli universi di STAR TREK e affini, una messa in scena tecnicamente incredibile e un cast che poteva certo dare di più soprattutto per quanto concerne la scelta della protagonista.
Captan Marvel è prima di tutto abbastanza noioso, dura troppo, si perde in inutili sotto trame che non aiutano la narrazione e la rendono macchinosa e solforosa, l'azione è centellinata e quando finalmente dovrebbe dare carburante in più si perde dietro inutili inseguimenti ed esplosioni stellari.
Per essere la prima eroina solitaria dell'universo Marvel oltre ad essere, così dicono, la più forte in assoluto, devo dire che mi aspettavo molto di più. La caratterizzazione mostra intenti spiccatamente militari come per Roger e altri delle fila sui super eroi, lasciando sempre dubbi sull'intento reazionario del messaggio.
Manca quella solidità narrativa che dove dovrebbe spettacolizzare e coinvolgere mostra tanto fumo e crede di portare avanti una metafora socio-culturale, come d'altronde credeva di fare anche Black Panther, che purtroppo così non è, o forse lo è solo per chi ha una visione limitata della realtà. Gli unici momenti in cui mi sono quasi divertito sono stati quelli sull'astronave dove vediamo quasi tutti i buoni riuniti e che scappano dalle astronavi dell'impero galattico e un gatto che riesce ad essere più coivolgente di tutto il resto dei personaggi.
Gli sceneggiatori hanno di nuovo sottovalutato l'intelligenza dello spettatore per arrivare a mostrare una ragazza che lotta per dei valori e che scopre che il suo impero e corrotto e gli alieni che combatte in realtà sono i buoni.





lunedì 11 marzo 2019

Suburra-Stagione 2



Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 2
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Mentre Cinaglia aspetta i risultati della campagna politica, Samurai riafferma il proprio controllo su Aureliano e Lele. Spadino fa una mossa astuta per avere il potere.

L'unico problema della serie Suburra è quella per cui conosciamo già il finale avendo visto il film di Sollima. A differenza di Gomorra-Season 3 infatti anticipa gli eventi che accadranno nel film.
In questo modo nonostante ci sia molto da scoprire sui personaggi e sulle questioni economiche, politiche e criminali della vicenda, Suburra tutto sommato poteva fare molto peggio essendo partitia molto bene come serie targata Netflix.
Diciamo che tra quelle italiane è tra le più ambiziose, dove in particolare la produzione ha avuto maggior risalto. I fatti li conosciamo. La squadra abbandonando le "famiglie" si ritrova sola a dover dare una svolta alle loro vite, cercando di rispettare gli accordi, di riuscire a mettere le mani sul controllo della capitale, sfuggendo alle grinfie di Samurai e poi cercare di capire la più importante regola, ovvero il rapporto tra politica e criminalità organizzata.
In questo modo ognuno ha il suo torna conto personale per quanto concerne accordi, legami, vendette, malintesi tra famiglie, corruzione prima politica e poi delle forze dell'ordine e infine il Vaticano con i suoi cardinali incredibilmente accessibili da parte della criminalità organizzata.
In tutto questo calderone sposare poi alcuni scandali moderni legati alla politica e le istituzioni e parlare del dramma dei migranti come il nuovo business che abbraccia tutta la capitale sembrava abbastanza doverosa come questione per gli sceneggiatori.
In questa seconda stagione tutti sono cresciuti in particolar modo i nostri tre protagonisti.
Aureliano ha perso tutto, Spadino allarga il suo potere grazie anche alla spalla della moglie ma deve nascondere per tutti gli otto episodi un importante segreto, e infine a Lele, che ha perso il padre,spetta il giro di boa più difficile e complesso.
Su tutti e tre, con le varie aggiunte di co protagonisti che vedremo, tutto poi fa capo al più importante aspetto dove tutti quelli precedentemente segnalati confluiscono, il prezzo del potere. Tutte le più importanti vicende hanno luogo nei quindici giorni prima delle elezioni del nuovo sindaco di Roma, cruciali per il futuro della capitale, nella scelta tra il centro sinistra e il centro destra e dove i nostri criminali dovranno vedersela in primo piano con Samurai e poi con altri attori sociali come il politico Cinaglia, e i membri della altre famiglie che hanno intenti diversi dai loro.
Tanti sono i colpi di scena, l'azione aumenta, così come aumenta il peso della sceneggiatura e degli eventi affrontati, chiamando in causa molti più ruoli della trascorsa stagione e pensando ad una struttura piramidale dove le lotte di potere appunto stanno alla base del controllo della capitale.

Punisher- Stagione 2


Titolo: Punisher- Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

La seconda stagione di The Punisher racconterà del conflitto tra il sempre poco incline al dialogo Frank e il suo ex migliore amico Billy Russo. Russo indosserà la maschera che lo ha reso Jigsaw per coprire il suo volto, sfigurato dallo stesso Punitore al termine della prima stagione. Uno scontro tra due personalità fortemente borderline, entrambe disposte a perseguire i propri scopi senza indugiare granché nella clemenza: l’antieroe Frank nella sua battaglia ultra-violenta alla criminalità di qualunque genere e tipo, Jigsaw (da noi conosciuto anche come Mosaico) nei suoi propositi di vendetta proprio contro Castle.

Il sequel della prima serie tv targata Netflix dell'anti eroe stelle e strisce americano, probabilmente deve aver imparato dalla prima gli errori commessi è così riesce laddove quasi ogni speranza era andata persa.
Prima di tutto gli sceneggiatori hanno avuto una bella pensata. Aggiungere un villain.
In secondo luogo hanno fatto uscire completamente fuori di testa il vilain della prima stagione.
Il risultato è quello per cui abbiamo Castle che deve difendere una ragazza da una setta, una sorta di predicatore con un passato agguerrito e tantissima azione e sparatorie.
Non era difficile ma alla fine ci sono riusciti. Castle è un personaggio fisico, farlo parlare troppo mettendolo al centro di una "disputa" femminile in ospedale non segue la realtà dei fatti.
Al di là dell'azione, la stagione a livello di tematiche affrontate affonda maggiormente la lama su diversi intrecci narrativi e rapporti tra i personaggi senza riuscire però ad avere una psicologia dietro questi, così elementare e stereotipata da renderla volgarmente stupida.
Se The Punisher porta sul piccolo schermo personaggi femminili indipendenti, allo stesso tempo rinforza la dicotomia donna-intelligente e uomo-bruto. Tutti i personaggi maschili della serie reagiscono per istinto o morale, sparando, distruggendo cose o urlando, mentre gran parte delle azioni femminili prendono vita attraverso conversazioni e meditazioni su quanto avvenuto.
Le donne sono subdole, mentre gli uomini prendono la situazione in mano e l'affrontano senza fermarsi a riflettere. Tutto troppo deprimente e tagliato con l'accetta.

lunedì 11 febbraio 2019

Primo re


Titolo: Primo Re
Regia: Matteo Rovere
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Romolo e Remo, letteralmente travolti dall'esondazione del Tevere, si ritrovano senza più terre né popolo, catturati dalle genti di Alba. Insieme ad altri prigionieri sono costretti a partecipare a duelli nel fango, dove lo sconfitto viene dato alle fiamme. Quando è il turno di Remo, Romolo si offre come suo avversario e i due collaborando con astuzia riescono a scatenare una rivolta, ma è solo l'inizio del loro viaggio insieme agli altri fuggitivi e a una vestale che porta un fuoco sacro. Sapendo di avere forze nemiche sulle proprie tracce decidono di sfidare la superstizione e si avventurano nella foresta, dove Remo dà prove di valore e conquista la leadership del gruppo, mentre Romolo può fare poco altro che riprendersi da una ferita. Quando a Remo viene letto il destino dalla vestale, lui decide di sfidare il volere degli dèi.

‘Un Dio che può essere compreso non è un Dio’ (frase incipit dello scrittore drammaturgo britannico William Somerset Maugham)
Il primo re credo sia uno dei film fisici più complessi e stratificati del nostro ultimo cinema.
Un frammento di un vecchio codice che sembra portare in auge valori e sfide del passato che riescono a riscattarsi ai giorni nostri con un sapiente e importante lavoro di tutte le maestranze.
Fotografia, scenografia, make up, costumi, reparto attoriale. Il primo re è un film che non sfigura di fronte ai cugini oltre oceano, alza la testa, a volte un po troppo, e guarda senza riserve tutto ciò che gli sta attorno sicuro del suo peso reale, della sua portata e del suo valore aggiunto.
Perchè è qui che va misurato il film. Una storia primordiale che riesce a dare sfumature arcaiche, sperimentali quasi, di una nuova ricerca e un nuovo passaggio per il cinema di Rovere.
Quasi una sfida in regni diversi e periodi storici affascinanti, dove l'unico obbiettivo è sopravvivere e cercare di dare un senso o una continuità alla propria vita immersi in una natura incontaminata dell'alba della civiltà.
Un anti peplum anti storico, senza geografia, dove la storia poteva raccontarci qualsiasi cosa senza bisogno di avere quell'aderenza storica precisa poichè fa parte di un periodo troppo sconosciuto, un'altra sfida ambiziosa che ho trovato anche questa vinta senza mezzi termini
Quando si sfiora troppo il fenomeno religioso, il film infila troppi dialoghi perdendo quel fascino dove filosofia, in forma primitiva e culto cercavano di trovare una sistemazione senza per forza di cose riuscirsi.
Per tutto il resto rimane un passo avanti e un riscatto per quanto ancora ci sia il volere e il bisogno di creare qualcosa di nuovo e antico.

venerdì 8 febbraio 2019

Studio 54


Titolo: Studio 54
Regia: Matt Tyrnauer
Anno: 2019
Paese: Usa
Festival: Seeyousound
Giudizio: 4/5

Il documentario diretto dal regista Matt Tyrnauer racconta l'ascesa e la caduta del famoso club Studio 54, che, alla fine degli anni '70, divenne il locale più famoso della città, segnando una intera generazione. Esso poggia le basi sui ricordi di uno dei due fondatori, oramai anziano.

All’epicentro della New York disco seventies, simbolo di una generazione sempre più alla ricerca di qualcosa di nuovo e travolgente, nasce lo Studio 54, nella Midtown di Manhattan.
Un luogo simbolo, una di quelle realtà che chi è amante del ballo e della disco, avrà certamente sentito nominare almeno una volta.
La Mecca della musica, lo zenit dello sballo, dove tutto era lecito e possibile.
Un luogo divino, un rituale da svolgere più volte possibile, dove instaurare relazioni, lasciarsi andare, abbattere qualsiasi tipo di frontiera mortale e razziale.
Lo Studio 54 è stata semplicemente la più famosa discoteca al mondo, un modello di entertainment studiato nei minimi dettagli per creare un unicum che diventasse il punto di riferimento mondiale per la musica, per l'eleganza e per tutto ciò che è fashion. Studio 54 è diventato presto un'icona in grado di segnare un'intera generazione di target differenti dove quando si ballava semplicemente si abbandonava tutto per lasciare spazio al corpo e all'atmosfera.
Il documentario è folle e scatenato, lasciando lo spettatore in balia di volersi alzare e mettersi a ballare, con uno stile molto americano che racconta la nascita e le difficoltà dei due rampolli ebrei per la loro scalata al successo. Una storia, la loro, correlata di soddisfazioni, scandali, arresti, polemiche, novità sotto ogni punto di vista.
In poco più di un'ora e mezza viene raccontato quasi tutto dagli interni, le code all'esterno, la rigorosa selezione agli ingressi, le grandi star, la musica favolosa, la droga, con un finale in crescendo che accompagna lo spettatore fino al doloroso percorso giudiziario che ha portato poi alla chiusura per problemi fiscali e la morte per aids di uno dei due fondatori.


Velvet Buzzsaw


Titolo: Velvet Buzzsaw
Regia: Dan Gilroy
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Morf Vandewalt è un critico d'arte tra i più temuti sulla scena delle gallerie californiane. Un giorno, quando ormai è convinto di non poter essere più sorpreso da nulla, si imbatte nei quadri di un artista sconosciuto, che la sua amica (e amante) Josephine, assistente della gallerista Rhodora, dice di aver trovato per caso abbandonati in strada. Si tratta di quadri bellissimi, ipnotici e originali, di cui Morf si innamora all'istante. Peccato che le cose non siano andate proprio come le ha raccontate Josephine: quei quadri appartengono a un artista morto, e per nessun motivo al mondo Rhodora li avrebbe dovuti mettere in commercio. Ma che senso ha l'arte, se nessuno la può vedere?

Film che criticano l'arte nel cinema ne abbiamo e non pochi anche se solo negli ultimi anni il cinema sembra aver scoperto questa nuova incursione.
Ci sono quelli più politici, quelli più fracassoni, quelli estetici fine a se stessi e quelli come il secondo film di Gilroy che cercano di essere tutto assieme: grotteschi, ironici, violenti, politici, dal momento che aderiscono perfettamente al cinema di genere.
Il risultato per tutti questi fattori sembra volersi sintetizzare grosso modo in una log line: gli artisti tra i loro tic e paradossi pur di vendere ricorrono a tutto e in quanto tali e ora che qualcuno faccia loro qualcosa. Quindi senza troppi preamboli Vetril Dease diventa il deus ex machina facendo sì che proprio questo egocentrismo e questa avidità porta per forza alla paranoia e al gioco al massacro.
E chi meglio delle stesse opere d'arte?
Strano, per certi aspetti confuso, non torna tutto in questo film. Eppure è assemblato bene, cambia completamente lo scenario come le opere dell'artista morto e maledetto che colpirà con la sua vendetta tutte le iene pronte a cibarsi dei suoi resti.
Con un buon cast, Gyllenhall gli voglio un mare di bene ma bisogna sapergli mettere dei paletti altrimenti esce fuori, riesce comunque a dare quel senso di squallido, immorale, libertino, elegante e sbruffone come la materia richiedeva soprattutto per inquadrare quell'elite borghese e annoiata.
Dal punto di vista tecnico Gilroy infarcisce tutto come deve, rendendolo hi tech e minimal ma allo stesso tempo rendendo molto suggestivo il set up della scena artistica californiana.




Polar


Titolo: Polar
Regia: Jonas Åkerlund
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Duncan, noto nell'ambiente dei sicari come l'infallibile Black Kaiser, è prossimo alla pensione, che vorrebbe godersi in una zona remota e innevata, lontano da tutto e da tutti. Accetta un ultimo incarico, congegnato come una trappola, ma sopravvive senza problemi e nel mentre conosce una giovane con cui inizia un'amicizia. Blut, a capo dell'organizzazione di sicari per cui Duncan ha lavorato per decenni, vuole eliminare gli agenti che come lui sono prossimi al ritiro e non hanno eredi, quindi assegna a una letale squadra il compito di farlo fuori. Ma il Black Kaiser non è affatto un bersaglio facile e lo guerra tra lui e Blut vivrà una continua escalation...

Ci sono film che vanno valorizzati per quello che sono. Prendere sul serio un film come Polar non ha molto senso dal momento che dalla locandina, dal primo frame, tutto è indirizzato verso il puro intrattenimento sdoganato a profusione.
Polar infatti è puro intrattenimento con protagonista il marmoreo Mads Mikkelesen.
Basato su un fumetto diventato poi graphic novel, Polar è un'opera abbastanza folle e affascinante che richiama tutti gli stereotipi e i luoghi comuni dell'action americano dichiarando il proprio amore per l'universo tamarro del cinema e della letteratura pulp, qui virati su una violenza colorata e sgargiante, piena di effetti kitch e tantissimo sangue.
Saturato dall'inizio alla fine con un bel gioco di colori e dei costumi bizzarri, poteva concedersi almeno qualche miglioria per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi.
Polar è così dichiaratamente di genere che fa in modo che l'ironia e l'auto ironia funzionino convivendo nel migliore dei modi, mettendo insieme dinamiche da killer professionista con tecniche più all'avanguardia e ai limiti del non sense, come ad esempio la scena in cui comanda digitalmente dei mitragliatori o dove a petto nudo in piena tundra si mette a fare il cecchino contro i nemici.



mercoledì 6 febbraio 2019

Bandersnatch-Black Mirror


Titolo: Bandersnatch-Black Mirror
Regia: David Slade
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Stefan è un ragazzo che sogna di programmare videogiochi, il quale decide ben presto di dare vita a un gioco interattivo tratto da un libro game realmente particolare. Una volta preso coscienza che Bandersnatch è in realtà un prodotto in grado di portare lentamente alla follia (così come ha portato alla pazzia lo scrittore del romanzo originale, interpretato nientemeno che dal celebre sviluppatore britannico Jeff Minter), saremo a decidere alcune azioni di Stefan – non così tante in realtà – dal cosa fargli mangiare a colazione a quale musica ascoltare, fino a scelte che condizioneranno uno dei cinque finali differenti pensati per lo spettatore.

Diciamo pure che l'idea è favolosa ma la possibilità di aderirvi purtroppo è sfumata quella sera in cui bisognava fare di tutto e di più per essere sulla lista.
Spero che l'ultimo film non facente parte di una serie in particolare di Black Mirror, ma uscendo come una sorta di speciale, prepari colleghi e amici per fare questo salto interattivo di cui è ora finalmente di poter parlare.
Noi, generazione figli dei libri game, osserviamo con curiosità e interesse il tomo gigante che Stefan tiene in mano, quasi una Bibbia, dove all'interno ci sono tutte le diverse scelte che lo spettatore/protagonista/lettore dovrà fare.
Brooker a capo del progetto si è messo al timone scrivendo lui questo episodio che è un intreccio narrativo senza eguali, di questi tempi nella scifi, cercando congetture e finali complicatissimi ma allo stesso tempo di una semplicità disarmante per chi entra nella testa di Stefan.
Un episodio estremamente complesso che sposta i piani narrativi, le location, rimanda a flash back, sposta in forward, alterna realtà e fantasia e alla fine diventa un concentrato dove si rischia di non uscirne più o meglio non avere chiari tutti i passaggi. Da questo punto di vista l'estrema sofisticatezza della struttura narrativa rimanda a bug e codici che Stefan, come lo spettatore, deve abbattere e decifrare, se ne ha gli elementi altrimenti è meglio che si prenda una pillola e scopra cosa può nascondersi lanciandosi da un balcone molto in alto.
Schemi, porte, personaggi. Tutto viene mescolato e sbattuto in faccia senza avere il tempo di mettere pausa e poter pensare alla scelta successiva.
Per chi ha avuto occasione di provare l'interattività deve essere stata una esperienza favolosa, non certo facile, ma d'altronde Brooker se ne frega, giustamente, dei gusti del pubblico, decidendo lui cosa piace e come divertirsi e più di tutto a far uscire di testa lo spettatore che brancola nel buio.

New Year, new you-Into the dark


Titolo: New Year, new you-Into the dark
Regia: Sophia Takal
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 4
Giudizio: 2/5

Nell’era della mania della “cura di sé”, un gruppo di amici millennials si riunisce per la riunione notturna delle ragazze a Capodanno per ricollegarsi e reminiscenza. Ma mentre iniziano a ripassare vecchi ricordi e rivisitare un vecchio gioco “Never, Have I Ever”, riemergono lagnanze e segreti che stanno nascondendo in modo nefasto e sorprendente.

Al di là di qualche twist finale, il quarto episodio della saga Into the dark, di nuovo si abbassa di livello, contando che l'episodio in questione, in 80 minuti, fatica decisamente a decollare.
Quando lo fa, oltre il secondo atto, la situazione è abbastanza chiara e palese.
Il tema della vendetta reciproca non è originale, sfruttare le app e i social per i millenials invece sì, elemento che Takal non sempre però riesce a seguire in maniera astuta, attingendo così da problemi reali alcuni buoni colpi di scena.
La carneficina arriva solo nell'ultimo atto, spostando la dicotomia vittima/carnefice, e lasciando così lo spettatore, che non empatizza con nessuno dei quattro personaggi, ad assistere a questo tira e molla purtroppo già visto.
C'è da dire che anche il cast non aiuta molto a parte la high-school friend Danielle che pur di avere like e conferme chiede alle amiche di rivelare ai suoi follower i loro segreti nascosti in modo da ottenere in questo modo ancora più visualizzazioni e popolarità.
A mio avviso se la scrittura si fosse concentrata maggiormente su questi tumori sociali che rischiano di creare importante ferite nei rapporti sociali e sulla percezione dell'identità, avrebbe giovato.
In più il fatto che sia tutto in un'unica location senza azione se non nel finale diventa davvero lento e noioso.

mercoledì 23 gennaio 2019

Glass


Titolo: Glass
Regia: M. Night Shyamalan
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'orda, ossia Kevin Wendell Crumb e le sue altre numerose personalità, ha catturato un nuovo gruppo di ragazze e si prepara a "sacrificarle" alla Bestia. È però sulle sue tracce il vigilante David Dunn, che grazie all'aiuto del figlio e alle sue visioni psichiche arriva presto a un confronto con il feroce avversario. Entrambi però finiscono catturati dalla polizia e dalla psichiatra Ellie Staple e rinchiusi in un istituto psichiatrico, lo stesso dove da 19 anni è prigioniero "l'uomo di vetro", il geniale Elijah Price. Per lui sarà finalmente l'occasione di dimostrare al mondo che le sue teorie sugli esseri dotati di superpoteri sono reali. Nel mentre il figlio di David, la ragazza sopravvissuta all'Orda e la madre di Elijah cercano di salvare i propri cari dalle cure di Ellie Staple.

Glass chiude una trilogia che probabilmente non era stata pensata in origine.
Visto il successo o l'insuccesso di alcuni suoi film, Shyamalan ha ben pensato di concentrare in un capitolo finale tutta la summa, l'apoteosi degli scontri e tutta la sua ideologia sui fumetti e poi sui super eroi.
Glass è un film che mi ha fatto riflettere sulla sua necessità. Andava fatto?
Perchè a tratti il film è davvero sconclusionato, con cadute e ribaltoni nella sceneggiatura che si fa fatica a credere, dettagli importanti a cui non si da logica e infine un elemento che mi piace solo quando riesce ad essere funzionale e non un pretesto...quello per cui ci troviamo di fronte al film col più interminabile numero di finali.
Glass, che poi è il villain di UNBREAKABLE, risulta affondare proprio quando mette insieme troppi personaggi in un terzetto a cui si aggiunge la psichiatra e poi il figlio di David e la fanciulla scappata dalle mani della Bestia e per finire la madre di Elijah. Quando si guardano tutti quanti fuori dall'ospedale nel terzo atto non sapevo se ridere o piangere.
Ovviamente non va cestinato tutto. In primis alcuni dialoghi, quando non appaiono ripetitivi e monotoni, costruiscono, e qui forse la parte più bella del film, una bella metafora sulla logica dei super eroi costruendo intorno un’architettura filosofica e pop.
In più la speranza che parte degli intenti incanalassero la storia sul fatto che i tre super in realtà potessero essere degli egomaniaci incapaci di distinguere tra realtà e fantasia non era male.
Una parte dell'atmosfera, la regia, il fatto di saper essere cattivi quando bisogna esserlo (se avesse lasciato quel finale, forse avrei cambiato giudizio), il cast che cerca di mettercela tutta (McAvoy tra un po esplode) ma alla fine bisogna capire anche aspetti produttivi dove da un lato il buon Blum non smette di credere nel talento del regista ma anche della Disney che qui ci ha messo lo zampino.
Glass non era quel film che tanto aspettavo e su cui non riponevo nessuna aspettativa alla base, senza nessuna roboante premessa, e forse e uno degli elementi che mi ha in parte salvato dal massacrarlo del tutto. D'altro canto non posso certo mettere da parte il fatto che dalle domande ci si aspetta delle risposte e qui tante premesse sono state vanificate con l'impressione che la saga potrebbe andare avanti e allora staremo a vedere.