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venerdì 10 gennaio 2020

Monos


Titolo: Monos
Regia: Alejandro Landes
Anno: 2019
Paese: Colombia
Giudizio: 4/5

Patagrande, Ramo, Leidi, Sueca, Pitufo, Perro e Bum Bum sono i nomi in codice di sette adolescenti isolati dal mondo, sperduti sui monti della Colombia, che si allenano e combattono. A prima vista potrebbe sembrare una specie di campo estivo, un bizzarro ritrovo di ragazzini che giocano a fare i soldati. Invece si tratta dello scenario iniziale di una missione delicatissima: i sette adolescenti hanno con sé una prigioniera, una donna americana che chiamano semplicemente "la dottoressa". La debbono detenere per conto di una non meglio specificata Organizzazione. Debbono anche però mungere e trattare bene una mucca che si chiama Shakira. Quando quest'ultima muore i segnali di morte iniziano ad addensarsi sul gruppo.

Monos è un film complesso e ambizioso che ti catapulta fin dall'inizio in questa dimensione, in uno spazio astratto nascosto da qualche parte in Colombia e come tale deve rimanerlo per proteggere l'anonimato degli affiliati ovvero la schiera scelta di bambini soldato dall'Organizzazione. Fino al secondo atto non ci è dato sapere molto, i dialoghi sono pochi e quasi criptati dal linguaggio che usano questi adolescenti, giovani-adulti costretti a imparare l'arte della guerra e della sopravvivenza stando sempre a contatto con tutte le dovute difficoltà. Come in tutti i casi bastano alcuni piccoli imprevisti o incidenti a scoperchiare una normalità presunta e portare anarchia e ribaltamento delle regole.
Una mucca, uno di loro, un'amore, la dottoressa, la radio, il potere, l'obbedienza cieca, la sopravvivenza, sono questi gli elementi su cui il film da un certo punto muove le sue pedine scardinando l'apparente normalità e sistematicità degli eventi.
Questa allegra banda di giovani militarizzati è conosciuta come "Monos", scimmie, vivono sotto il crudele comando militare dell'immaginaria "Organizzazione", probabilmente una sostituta delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) in un contesto quello colombiano basato sulle azioni autonome, sui meccanismi para-militari, sulla nascita di nuovi contractors, sulla violenza in generale. Landes attraverso una fiaba che sembra avere pure dei connotati post-apocalittici ci mostra la crudeltà del suo Paese che non disdegna la schiavitù dei bambini. Vivono in uno stato perenne di combattimento, con uno scopo generale vago e l'obbiettivo del comando e di avere riconoscimenti in guerra da parte dell'Organizzazione.
Monos si muove come un manifesto di denuncia accattivante anche perchè di film su combattenti bambini e adolescenti ne sono stati fatti, ma questa pellicola ha qualcosa di speciale, soprattutto nel come viene sviluppato il rapporto tra gli adolescenti e la natura, i paesaggi e la fotografia che comunicano molto più di quello che si pensa e accecano per i loro colori così vivi e un verde che fatichiamo a percepirlo così selvaggio. La natura diventa fondamentale, un legame, un alchimia che i personaggi sembrano asservire come se il potere della terra servisse a renderli più forti. L'ambiente che dovrebbe e vorrebbe proteggerli diventa una gabbia con il risultato che prima o poi si dovrà cercare una via di fuga.

Marriage story


Titolo: Marriage story
Regia: Noah Baumbach
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Charlie Barber è un regista teatrale d'avanguardia di New York e Nicole è stata negli ultimi dieci anni la sua compagna, la sua musa e la sua prima attrice. Insieme hanno un bambino di otto anni, Henry. La donna, nativa di Los Angeles, ha abbandonato una carriera appena avviata grazie a una teen-comedy di successo, stabilendosi nella Grande Mela per amore e, avendo ora l’opportunità di interpretare il pilot di una serie tv, decide di ritornare a casa portando con sé il figlio, mentre Charlie prepara il suo debutto a Broadway.

Con questa interpretazione la Johansson per me si è aggiudicata il premio come miglior attrice del 2019. Marriage story mi ha fatto venire in mente un altro film molto simile che mi aveva commosso Blue Valentine ma anche KRAMER CONTRO KRAMER. Anche in quel caso c'era un matrimonio che si stava sgretolando con tutti i problemi e le conseguenze che ne derivano. 
Baumbach è uno che i drammi riesce a renderli molto bene in scena. Non a caso tra il palco teatrale e il palco di casa c'è un confine molto labile come se spesso i dialoghi tra la coppia non avessero muri entrambi troppo egoisticamente concentrati su se stessi e i loro impegni. C'è la casa con il figlio, il teatro dove lavorano assieme, le sedute dal terapeuta che non sembrano funzionare, almeno per Nicole, e poi la famiglia, i nonni che cercano come lo spettatore di capirci qualcosa spesso senza riuscirci e pensando esclusivamente a limitare i danni.
La scena con cui il film si apre è da applausi dimostrando in poche battute quanto pathos riesce a trasmettere, un'apocalisse di sentimenti e lacrime che vedremo scorrere in un uragano emotivo che non accenna a fermarsi mai. Il tutto raccontato attraverso un'empatia straziante che dimostra quanto i personaggi di questa storia, fatta eccezione per alcuni avvocati, siano vivi e abbiano bisogno di essere continuamente stimolati. Anche il finale come l'inizio riesce davvero ad essere molto bello, insistendo sul concetto che Charlie e Nicole si vogliono troppo bene per arrivare a farsi male l'uno con l'altra.



3 from hell


Titolo: 3 from hell
Regia: Rob Zombie
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo essere sopravvissuto a malapena a una brutale sparatoria della polizia, il clan Firefly demente scatenato scatena una nuova ondata di omicidi, follia e caos.

Davvero non capisco come mai ci sia stato un tale accanimento negativo sull'ultimo film di Rob Zombie che chiude una interessante trilogia dove Devil's Reject era la ciliegina ma questo sicuramente è più interessante della CASA DEI 1000 CORPI.
Gli ingredienti sono evidenti, senza Sid Haig (rip) che però nei pochi minuti regala un bel monologo, ma inserendo il buon Richard Brake del bellissimo 31.
La matrice è sempre la stessa, sporcizia in tutti i sensi, sudore, iper-violenza, un pò b-movie, molto grindhouse celebrando ancora una volta l'amore di Robert Bartleh Cummings per i fumetti porno-horror, l'industrial e tutta una serie di elementi squisitamente yankee senza stare a citare tutti i fim che sembra voler omaggiare.
E'vero che il finale del film precedente chiudeva in bellezza le danze, portando ai massimi livelli una lotta anarchica tra criminali e forze dell'ordine con tutte le dovute descrizioni del caso.
Qui si vede che la trama è flebile e l'omicidio di Danny Trejo per portare agli intenti e gli obbiettivi criminali è molto debole e flaccida ma funzionale a riportare tutto al confine messicano, mostrando una carneficina che sembra un horror girato da Rodriguez.
Maschere, rituali, puttane, alcool e sfide a lanciar coltelli, una scenografia ottima in grado di dare valore ad ogni location, con nani che si accingono a diventare partner inaspettati della family maledetta, traditori, famiglie innocenti che vengono fatte a pezzi, sono tutti gli elementi che come sempre fanno parte dell'orgia finale, prima del bagno di sangue dove i vilain altro non sono che criminali forse legati a qualche cartello del narcotraffico.
La mattanza finale è squisitamente girata bene con tanta azione e un finale molto prevedibile.
3 from Hell è il film più sanguinolento della filmografia del regista. Il primo e ultimo della saga sulla famiglia Firefly che immette pochi accenni di trama per concentrarsi solo sull'azione e alcuni dialoghi lasciati ai posteri giacchè i protagonisti sono tutti e tre pazzi furiosi.
Infatti dopo aver liberato Baby i tre riprendono la loro fuga verso territori inesplorati americani, vivendo di stenti e uccidendo chi gli capita a tiro.



Zombieland-Doppio colpo


Titolo: Zombieland-Doppio colpo
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Da dieci anni Tallahassee, Columbus, Wichita e Little Rock affrontano zombie armati di fucili d'assalto. In dieci anni hanno imparato a intendersi e a condividere il quotidiano. Insieme formano una 'sacra famiglia' che vive alla Casa Bianca, bonificata dagli zombie e creativamente personalizzata. Tra lo studio ovale e la camera da letto di Lincoln, Columbus vorrebbe sposare Wichita, che esita, e Tallahassee trattenere Little Rock, che vuole lasciare il nido. Fuori intanto gli zombie evolvono per sopravvivere agli uomini. Ma sono i conflitti familiari la sfida più ardua da vincere.

Sono passati dieci anni e l'unico ad invecchiare bene è Bill Murray nel solito fantastico cameo.
Era davvero così atteso questo sequel di un film che mostrava gente che ammazza zombie cercando di far ridere? I sequel sono una sfida molto dura quando non si ha una storia solida tra le mani.
Non basta aggiungere una biondina sociopatica e ninfomane per aspettarsi che gli esiti cambino a favore del film. Certo qualche intuizione c'è, gli scontri sono sempre più terribili e con quel rallenty che li rende ancor più fastidiosi, e in tutto questo il meglio se lo portano a casa le scene di contrasti famigliari tra questo nucleo di persone improvvisato. Si aggiungono ancora al coro l'hyppie di turno che scappa con Little Rock sognando paradisi in cui cazzeggiare e ad un tratto esce fuori proprio senza nessun senso Rosario Dawson che si porta a letto Tallahassee. Una nuova grande famiglia per un viaggio on the road prevedibile e scontato con personaggi banali e superficiali e caratterizzati in maniera fin troppo macchiettistica.


Men in black-International


Titolo: Men in black-International
Regia: F.Gary Gray
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il film inizia nel 1996. La futura agente M non è che una bambina quando assiste per caso a una scena destinata a cambiare il corso della sua vita. Un cucciolo di alieno in fuga si è nascosto nella sua stanza. I genitori incontrano gli agenti dei Men In Black, prontamente spara-flashati perché dimentichino l’accaduto. Ma la piccola Molly vede tutto dalla finestra. E da quel momento, il suo unico desiderio sarà entrare in quella segretissima agenzia, delegata a gestire la presenza aliena sulla terra.

L'ultimo MIB è stupido ma non così tanto come mi aspettavo. La coppiata purtroppo non funziona ma diversi elementi o accessori riescono a regalare inaspettatamente un piccolo sorriso che a dirla tutta in due ore sembrava proprio il minimo.
L'universo di MIB non poteva finire, bisognava riadattarlo, renderlo ancora più malizioso, prendere gli attori che vuole il pubblico e regalare ancora più spavalderie, buffonate e risate in grosse dosi per chi mastica un certo tipo di ironia.
La trama è appena un pretesto per fare un gioco nuovo che gli americani con le grosse produzioni piace continuare a fare. Una moda quella di cambiare location da un momento all'altro come per spara-flashare il pubblico e far loro dimenticare cosa stavano guardando fino a un attimo prima. Perchè poi alla fine è così. Il primo film del '97 aveva almeno un Sonnenfeld dietro che prima di finire a morire con pellicole per la happy family aveva almeno diretto il duo decente della FAMIGLIA ADDAMS e con MIB cercava di scimmiottare con la sci-fi con un film innovativo, dirompente che allo stesso tempo avesse qualche scena creepy, ma dotato di una comicità demenziale e in questo la coppia di attori era davvero funzionale nel mischiare generazioni diverse a confronto. Gary Gray è un mestierante che non ha idee o innovazione nel suo cinema, fa quello che gli dicono di fare senza polemiche.
Il problema ancora una volta di operazioni così costose e che servono solo ad intrattenere in un franchise che era meglio non allungare, è il ruolo della donna che come in questo caso, o negli ultimi film della Marvel e della Dc, dovrebbe dare forza e carattere alle eroine femminili, sembra invece a mio avviso sentenziarne delle macchine da guerra e basta fedeli al loro codice di regole da seguire.



martedì 7 gennaio 2020

Death of Dick Long


Titolo: Death of Dick Long
Regia: Daniel Scheinert
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dick è morto da poche ore, ma Zeke e Earl non vogliono che nessuno scopra come. Purtroppo in una piccola città dell'Alabama le notizie corrono veloci.

Death of Dick Long è quella chicca che non ti aspetti. Un raggio di luce nella via lattea della settima arte. Un film che con pochi e astuti mezzi, ma un grosso impiego e sforzo degli attori, riesce a fare un mezzo miracolo di fatto nascondendo un segreto per tutto il film e regalare un climax finale capace di farti brillare gli occhi.
Cinema indie, una commedia nera, grottesca, che rivela e nasconde pregi e difetti di persone qualsiasi, attaccate ad una quotidianità che ormai ci ha sfinito e allora di nascosto si cercano piaceri o divertimenti atipici e pericolosi, quelle bravate che si fanno solo tra amici di nascosto senza far sapere nulla alle mogli.
Scheinert parliamone è quello che tre anni fa ci ha regalato quel film meraviglioso che era Swiss Army Man ma con questa sua ultima opera si distacca completamente dalle scelte e soluzioni visive del suo primo film per racchiudersi in una piccola città dell'Alabama che per alcune atmosfere e scelte di come condurre le indagini strizza l'occhio ai Coen di FARGO.
Un film davvero capace di intrattenere alla grande, di voler sapere a tutti i costi cos'è successo a Dick e come sia potuto succedere con gli altri gregari attorno a lui che fino all'ultimo non ci si rende conto quanto siano stati complici.
Un thriller noir tutto di suspance, dialoghi, atmosfera, caratterizzazione dei personaggi davvero magnifici, una trama che seppur potrebbe sembrare così scarna, in realtà si concentra prettamente sui rapporti famigliari, le amicizie, il lecito e il proibito, la coerenza e la sincerità dei bambini che spaventa gli adulti perchè dicono sempre la verità.



Bacurau


Titolo: Bacurau
Regia: Juliano Dornelles, Kleber Mendonça Filho
Anno: 2019
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Una vicenda che accadrà tra pochi anni...Bacurau è un piccolo villaggio situato nel nordest del Brasile nello stato di Pernambuco. Vi si piange la morte della novantaquattrenne matriarca Carmelita. Qualche giorno dopo gli abitanti scoprono che il villaggio è scomparso dalle carte geografiche e che un misterioso gruppo di 'turisti' americani è arrivato nella zona.

Il bacurau è un uccello notturno molto abile nel mimetizzarsi e non farsi prendere dai predatori che invadono la sua terra.
Potente. Così può definirsi il film brasiliano passato a Cannes che ha saputo tradurre in termini post-contemporanei ma allo stesso tempo arcaici, un conflitto di classe, la metafora perfetta delle rapine culturali a danno di paesini deserti in paesi del terzo mondo. Un film che concentra così tante metafore e riflessioni politiche, socio-culturali, in cui pur di ottenere una manciata di voti si ha il coraggio di minacciare e mettere in ginocchio una comunità molto unita e profondamente segnata da perdite e da chi ha scelto la strada del banditismo non riconoscendosi più nei valori politico-sociali del suo paese. Bacurau sembra voler dare un segnale prima di tutto a coloro che vivono in questi villaggi, la sopraffazione di coloro, i politici, che si servono di contractors stranieri, che pensano di poter giocare con le vite altrui senza dimenticare che spesso queste popolazioni pur di rivendicare la propria identità sono capaci di spingersi ad azioni estreme e disperate.
Bacurau è ancor più interessante perchè gioca bene con il cinema di genere, inserendo storicità sulla vita del villaggio, il revenge-movie, lo sci-fi fatto di droni e di una sorta di Grande Fratello che cerca di mantenere il controllo mediatico del villaggio introducendo elementi che ne destrutturalizzino l'ordine (cancellare dalla mappa la città, togliere ogni tipo di segnale nella zona, fotografare con i droni, uccidere cominciando da chi vive ai margini del villaggio fino ad entrare dentro il centro), ma ancora a tratti il genere grottesco, lo splatter e lo slasher, il western e il cangaco.
Bacurau sembra senza tempo, rimane distante da ogni altra realtà cercandone una sua e diventando una favola politica che si svolge nel futuro, aderendo perfettamente all’attuale situazione del Brasile e alle profonde disuguaglianze sociali, etniche e culturali. Potrebbe sembrare una triste metafora di quello che Bolsonaro sta facendo con gli indios.


Guava Island


Titolo: Guava Island
Regia: Hiro Murai
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sull'Isola di Guava un musicista locale è intenzionato a organizzare un festival per tutta la popolazione.

Guava Island è un film che sprigiona così tanto amore, umanità, colori, freschezza, danze e bellezza che fa quasi commuovere nella sua breve durata di un'ora scarsa. Una fiaba metropolitana con sognatori, amori che non finiscono mai, leggende folkloristiche, boss locali e tanta, tanta musica e finalmente il concetto di musical che riesce a configurarsi perfettamente con alcune canzoni di Childish Gambino potenti e frenetiche che poi altro non è che il nome d'arte dell'attore che interpreta il protagonista.
Il film è di un regista americano di origine giapponese in una località tutta africana e con attori del luogo più alcune star che non hanno bisogno di presentazioni. Una combo strana di elementi che si rivela frizzante e funzionale, di fatto regalando un film squisitamente acceso e politicamente schierato. Un film che parte con una favola folkloristica locale d'animazione per poi prendere una piega che dalla quotidianità tira fuori tutta la vitalità e la voce di chi crede strimpellando una chitarra di poter cambiare le cose e creare un mondo migliore.
Deni è il vero protagonista della vicenda il quale sceglie e non potrebbe vivere in un altro luogo, nonostante il regime dittatoriale del boss dell'isola che detiene e controlla tutto. Deni è parte così attiva e integrante della comunità, conoscendo tutti, essendo amico di quasi tutti, con una vitalità contagiosa in una non meglio specificata isola esotica che sembra esteticamente e tecnologicamente rimasta fuori dal tempo. Tutto sembra convergere sul protagonista il quale deve barcamenarsi tra un impiego al porto e una trasmissione radiofonica propagandistica, nella quale è costretto - sempre col sorriso, sempre con le buone maniere - a tessere le lodi e osannare il leader di Guava Island, il boss Red Cargo. Il mediometraggio assume così un contesto socio-politico più ambizioso e complesso che se è vero viene affrontato con una certa facilità e forse prevedibilità degli scenari riesce ad essere sempre calzante nel ritmo e funzionale sia dal punto di vista narrativo che formale.
«Guava Island è il risultato finale di quattro incredibili settimane trascorse a Cuba con alcuni dei più creativi talenti che abbia mai incontrato», ha dichiarato il regista in una nota, «Designer, artisti, musicisti e attori si sono uniti da tutto il mondo per creare questo folle sogno»


Daim


Titolo: Daim
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il protagonista è un uomo che si trova ossessionato da una giacca di cervo comprata mentre sta fuggendo, forse, dalla sua vita.
Si isola in un piccolo paesino montano in cui finge di essere regista, ma la giacca comincia a occupargli la mente con un proposito: diventare l’unica giacca esistente al mondo e fare di lui l’unico proprietario di una giacca.

Quentin Dupieux alias Mr Oizo è un dj ma anche un grande regista indipendente alternativo.
Come per la musica, segue un suo percorso personale che lo porta a scelte spesso bizzarre che sembrano sfiorare il trash per quanto assomiglino a dei veri e propri quadri grotteschi.
Una commedia nera dove si ride anche e molto ma per quella scelta singolare di combinare l'azione che ormai l'artista ha saputo fare sua, creandosi una sua politica d'intenti personale, un suo linguaggio tutt'altro che banale come spesso potrebbe essere frainteso.
Wrong CopsWrongRubber, tutti avevano a loro modo qualche scena madre da ricordare, e l'ultimo Daim oltre ad essere un rientro in patria per l'autore che si stacca dagli Usa, nemmeno a farlo apposta è il film più maturo, esilarante, politico, assurdo, drammatico e violento.
In un paesino di montagna dove sembrano vivere solo persone sole e disilluse dalla vita, Georges sembra filtrare attraverso il suo sguardo perso e la sua nuova telecamera digitale, il ritratto realistico di come la solitudine possa tessere la tela della follia.
Attraverso paradossi e dialoghi assurdi, obblighi e verità, giochi sull'identità e una giacca che prende sempre più forma, il film fa un ritratto con la commedia di costume fino a generare disagio. Dupieux traccia un quadro molto espressivo della noia che regna nelle province francesi più remote e lo fa senza prendersi mai troppo sul serio, arrivando a fare un'evoluzione molto netta in termini di intenti e messaggi e riflessioni presenti nel film, ma al contempo riuscendo con tutti gli enigmi iniziali del primo atto a tessere un film brillante e raffinato, sempre al confine tra commedia assurda e dramma realistico sulla follia, interpretato dagli eccellenti Jean Dujardin e Adèle Haenel.
Un film che mescola i generi passando dalla commedia nera, al dramma sociale, al grottesco, allo slasher, allo splatter fino al mockumentary. Tutti ingredienti deliziosi che trovano un'ottima collocazione in una storia che non smette di stupire e di apparire così maledettamente assurda e affascinante.


Mandalorian


Titolo: Mandalorian
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Ambientata nell'universo di Star Wars, la serie si inserisce in un periodo storico compreso tra la caduta dell'Impero e l'ascesa del regno del terrore del Primo Ordine. In questo vuoto di potere viene raccontata la storia del protagonista, un guerriero appartenente al popolo combattente dei mandaloriani, come si evince dalla sua armatura che ha caratterizzato altri personaggi di Guerre stellari come Jango e Boba Fett. The Mandalorian segue le avventure del pistolero solitario, che come cacciatore di taglie si muove negli angoli più remoti della galassia ancora distanti dall'autorità della Nuova Repubblica. Nella sua nuova veste, il Mandaloriano si ritrova in un bar per catturare una delle sue prede, consegnandola poi al suo datore di lavoro, Greef Karga, il quale gestisce un gruppo di cacciatori che include la grintosa e ribelle Cara Dune.
Ben presto, Greef affida una nuova missione ad Mandaloriano: ritrovare un oggetto o una creatura ritenuta molto importante dal facoltoso e misterioso cliente, un potente sostenitore del decaduto Impero ancora protetto dai soldati imperiali. Quando i due si incontrano, l'uomo paga subito il guerriero e gli consegna un localizzatore al fine di poter individuare il suo obiettivo, senza però svelargli cosa sia. Ciò che il Mandaloriano ancora ignora è che il ritrovamento dell'obiettivo non è stato affidato solo a lui, ma anche a un droide, IG-11, che incontra durante l'assalto all'edificio dove si trova nascosto. Raggiunto, i due scoprono finalmente di cosa si tratta, o meglio, di chi si tratta: un neonato... particolare. I due hanno reazioni opposte - il robot vuole uccidere la creatura, mentre il Mandaloriano vuole salvarla.

Mandalorian si affida quasi esclusivamente ad un concetto molto importante e interessante per la sci-fi come per il franchise in generale. Un universo da scoprire pieno di pianeti, razze e culture.
Partendo da questo presupposto la trama è semplice quanto assai funzionale e adatta al contesto: un cacciatore di taglie che fa il suo lavoro stanando criminali in giro per gli universi e che si troverà a fare una scelta importante che cambierà il corso della sua vita e i suoi obbiettivi.
Eppure c'è più Star Wars in Mandalorian che non nell'ultima trilogia uscita.
La mini serie di otto episodi è stata scelta dalla Disney per inaugurare il suo servizio di streaming online Disney+. Dato l’intento manifesto di andarsi a scontrare con i giganti di Netflix e Amazon Prime Video e Hubu, la discesa in campo non poteva che essere guidata da una serie che avesse un pubblico già scritto. Se la paura dei fandom o della setta che si muove dietro Star Wars poteva storcere il naso pensando ad un prodotto di puro intrattenimento che piacesse soprattutto ai più giovani, dovrà ricredersi perchè il vocabolario di Mandalorian è universale, tradotto significa che piacerà a tutti, ma proprio tutti.
E non parlo solo della bella abitudine di partire aprendo e chiudendo gli episodi, facendoli durare poco più di mezz'ora, inserendo tanta roba di qualità ma non troppa da farla precipitare male.
Tutta l'operazione è stata gestita da quel pazzo di Jon Favreau, che seppur come regista appare poco più che un mestierante, come ideatore e produttore sa muoversi molto bene disponendo delle conoscenze giuste avendo un piede nella Disney e un altro nell'universo Marvel che poi sono la stessa cosa.
Mandalorian si sapeva ed è giusto che abbia avuto il suo meritato successo, giocando e puntando tanto sull'avventura, sul non sapere cosa succederà ma volerlo scoprire perché si è sicuri che sarà qualcosa che valeva la pena aspettare, caratteristica che ormai con la saga di successo abbiamo quasi dimenticato.
E poi c'è il protagonista che come Dredd non si toglie mai l'elmo, una creaturina a cui è impossibile non affezionarsi, una banda di criminali su una navicella capitanata da Mark Boone Junior, un villain come Herzog, Clancy Brown e tanti altri splendidi attori che trovano i loro spazi per essere caratterizzati a dovere.
Le storie sono molto semplici, ma proprio questa semplicità permette alla serie di procedere indisturbata e silenziosa, mettendo tutti d'accordo, promuovendo valori e ideali, non mostrando mai una goccia di sangue, ma facendo vedere letteralmente corpi che scompaiono o deflagrano a contatto con armi laser.

Nest-Il nido


Titolo: Nest-Il nido
Regia: Roberto De Feo
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Un uomo nel cuore della notte cerca di lasciare una villa insieme a bambino poco più che neonato, ma un ostacolo lo manda fuori strada. L'uomo muore sul colpo mentre il bambino si salva e, dieci anni dopo, lo ritroviamo paraplegico, educato da una madre severissima e da un piccolo gruppo di borghesi che però si rifiutano di parlargli del mondo esterno. Le cose iniziano a cambiare quando una ragazzina viene presa a servizio come nuova domestica e Samuel si invaghisce di lei. La giovane lentamente sembra ricambiare e gli fa conoscere per esempio una musica diversa dalla classica che la madre gli ha sempre imposto di suonare. Questa educazione sentimentale si farà via via più dirompente...

The Nest è davvero una prova dell'ottimo stato di salute di un certo tipo di cinema nostrano.
Una favola gotica che gioca su diversi piani, come un meccanismo a orologeria che si prende il suo tempo per dipanare la storia, mettere alcuni paletti facendo intuire gli intenti e giocando sull'apparenza per cercare di non scoprire i suoi punti di forza.
Una regia quella di De Feo che irradia il cinema horror italiano, che rinforza il cinema di genere, facendo un salto in avanti molto importante e soprattutto per avere la deliziosa sfacciataggine di non sfigurare di fronte a pellicole straniere con budget altissimi.
The Nest è un'opera intima che sembra tracciare maledizioni, destini ormai segnati, rituali che non potranno mai cessare, case infestate da un malessere personale che come un virus ha contaminato tutto. A tratti sembra poter nascondere segreti come quelli di Society-The Horror altre volte risulta molto più fedele a prendere di mira i nostri maestri del cinema neogotico rinforzandolo con postille post-moderne. Un film che gioca con un'atmosfera impressionante su una sorta di oblio, lasciando il mondo esteriore lontano, come un nemico da cui prendere le distanze puntando tutto sulla magione e facendo molta attenzione a selezionare cosa entra e cosa esce, soprattutto la seconda.
Roberto De Feo alla sua opera prima compone un quadro famigliare destabilizzante, un microcosmo disturbato, paranoico e sinistro senza nasconderlo ma dandogli eros e thanatos, allo stesso tempo facendo un film moderno ma evitando facili sensazionalismi, giochi di volume, jump scared inutili ma rimanendo nel mood giusto di atmosfera e suspance.
Due parole poi sulla location, una villa costruita in un parco naturale vicino a Torino e caduta parzialmente in rovina, che la troupe ha risistemato facendone un luogo misterioso e suggestivo.


5 è il numero perfetto


Titolo: 5 è il numero perfetto
Regia: Igort
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Peppino Lo Cicero è un sicario di seconda classe della camorra in pensione, costretto a tornare in azione dopo l'omicidio di suo figlio. Questo avvenimento tragico innesca una serie di azioni e reazioni violente ma è anche la scintilla per cominciare una nuova vita.

Tra il 2017 e il 2019 ci sono stati importanti traguardi per gli esordi alla regia in Italia.
THE NEST, Go home-A casa loroCampioneEdhelMcBetterProfezia dell'armadilloKrokodyleTerra dell'abbastanzaFinchè c'è prosecco c'è speranzaMetti la nonna in freezerEnd-L'inferno fuori, tutti usciti in questi ultimi anni che confermano quasi sempre un cinema dalle idee chiare, tanti talenti e ottime maestranze e la voglia di puntare molto sul cinema di genere.
Il film di Igort, prima regia pur avendo già lavorato come sceneggiatore, è un film brillante, un noir scontato ma di lusso che a conti fatti mantiene un livello tecnico e attoriale indubbiamente sopra la media senza sfigurare di fronte ai film europei o americani.
Un noir che sembra uscito dal passato per sposare la modernità e raccontare una grapich novel senza mostrare l'ennesima storia drammatica di Camorra, cercando invece di sposare le mode visive della vignetta, mettendo tanta azione hard-boiled e cercando fino alla fine di non soffocare i ritmi action della storia con una struttura piuttosto lineare (tentativo meno riuscito).
Quindi l'azione come parodia, poche risate e toni molto seri, il bellissimo gioco di luci e ombre, i tratti fisici marcati per sottolineare alcuni personaggi e poi Toni Servillo ancora una volta immerso nel dare enfasi e caratterizzare un personaggio che si carica quasi tutto il peso del film sulle spalle.
5 è il numero perfetto fa delle sue imperfezioni i punti di forza, gioca col pubblico cercando di divertire, di regalare scene che potrebbero essere tutte delle tavole, senza avere quei fasti che hanno certi autori cinematografici, ma promuovendo comunque un tipo di cinema d'intrattenimento importante per il nostro paese in cui sempre più opere danno che la conferma che la salute generale, soprattutto nell'indie, è quella buona.

lunedì 30 dicembre 2019

Irishman


Titolo: Irishman
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Frank Sheeran è un veterano della Seconda Guerra Mondiale e un autista di camion quando incontra l'uomo del destino, Russell Bufalino, boss della mafia a Filadelfia, che vede in lui il tratto principale di un buon ufficiale: l'affidabilità. Le famiglie di Frank e Russell stringono un'amicizia che va al di là (ma non al di sopra, come vedremo) del business. Russell è così fiero di Frank che lo presenta a Jimmy Hoffa, il capo del sindacato dei camionisti, più popolare di Elvis e dei Beatles messi insieme. Hoffa è vulcanico e brillante, calcolatore e stratega, ma anche affettuoso e seducente. Frank non è immune al suo carisma e diventa il suo guardiaspalle, il suo consigliere e, forse, il suo miglior amico. Il viaggio di questi tre personaggi attraverso gli Stati Uniti e la Storia americana è la stoffa di cui è fatto il cinema.

Per fortuna ho avuto la fortuna di vedere l'ultimo film di Scorsese al cinema in lingua originale sottotitolato. Dovrei soffermarmi molto sulla bellezza che il cinema riesce a restituire alle pellicole, di come lo streaming e gli apparecchi che siano cellulari o televisori non potranno per ovvie ragioni reggere il confronto. Alla fine l'opera che l'autore ci mostra è una sorta di personale testamento su una parte della sua cinematografia (chiude la quadrilogia) mostrandoci un affettuoso quanto intimo sguardo sulla terza età, il tutto alternato da momenti di vita di alcuni personaggi quasi come se fosse un film corale. Il film si apre con un piano sequenza dove il protagonista racconterà tutta la lunga epopea gangster malinconica ed elegiaca che ci condurrà alle prese di un politico molto importante, la crew dei boss malavitosi, la nascita e la rapida crescita di fenomeni politici e sociali di quel periodo, lasciando da parte l'azione per tessere invece trame con sotto-testi psicologici e di ampia risonanza sociale come a far vedere quali siano le complesse strutture anzichè smantellarle brutalmente. Sembra più codificato con un suo preciso linguaggio, regole, simbologie e codici.
L'alfabeto del crimine che ci viene insegnato fin dall'inizio quando Frank dice di dipingere le case
ovvero imbrattare di sangue le pareti dove uccide le sue vittime. E' solo l'inizio di quel percorso di adesione e obbedienza ai sommi capi, tutto il film è in fondo una personale ascesa di Frank ma allo stesso tempo il suo conflitto interiore con Bufalino, Hoffa e Bruno.
The Irishman è la risposta al PADRINO di Coppola, dove non è Corleone a parlare ma uno qualsiasi come Frank, quasi uno sconosciuto e del suo rapporto con uno dei più importanti esponenti di spicco di Cosa Nostra. Una favola intrisa di disincanto e dell'umore malinconico di chi ha scelto una strada di sofferenza, dove non si può mai stare veramente in pace se non con la morte, riflettendo sugli scheletri del passato, dovendo portare segreti nella tomba e guardando indietro vedendo solo una scia di sangue, esecuzioni, lutti e perdite.
Senza stare a chiamare in ballo gli attori che qui fanno qualcosa di più, alcuni dialoghi durante la merenda tra Sheeran e Bufalino in italiano al ristorante sono da storia del cinema per quanto riescano a toccare quegli stati di grazia, facendoti capire quando in fondo anche questi mercenari abbiano una loro semplicità che gli contraddistingue, tutta virata verso il concetto di onore e rispetto ma anche sottile come in alcuni momenti di vita famigliare.

Ready or not


Titolo: Ready or not
Regia: Tyler Gillett & Matt Bettinelli-Olpin
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Grace, novella sposa, decide di rispettare una bizzarra tradizione della famiglia del neomarito Alex: la notte delle sue nozze, dovrà prendere parte a un gioco. Sfortunatamente, però, scoprirà che si tratta di una sorta di nascondino e che l'obiettivo è sacrificare un essere umano. Da qui, si troverà a lottare per la sua sopravvivenza fino all'alba.

La trama sembra semplice, una famiglia borghese che deve fare un gioco tipo nascondino ogni volta che arriva un nuovo membro della famiglia per sposarsi e ovviamente tutto lascia pensare che questo gioco punti al massacro. Dicevo una trama semplice quanto in realtà ha un paio di cosucce niente male come la caratterizzazione di alcuni membri della famiglia, sentimenti contrastanti per alcuni di loro che sembrano sopportarsi solo per mandare avanti la dinastia e poi quel patto col diavolo che genererà un climax finale splatter e gore, cosa buona che ho apprezzato molto se non fosse che rende tutta la narrazione realistica in precedenza, un guazzabuglio confuso con tante infiltrazioni di generi diversi.
Poi ci sono loro Gillet & Olpin che avevano girato il corto più interessante nell'antologico
Southbound e un meno rilevante episodio di V/H/S ma soprattutto il loro primo esordio quel dimenticabilissimo Stirpe del male ennesimo film sulle possessioni demoniache che hanno invaso il cinema horror regalando quasi sempre ciofeche assurde con inutili jump scared.
Ciò che rende Ready or not delizioso e che ad un certo punto decide di smettere di prendersi sul serio, diventando auto-ironico e destrutturalizzando in parte quell'aria così seria che il film sembrava voler mantenere a tutti i costi. Facendo in questo modo, possiamo accettare tutto dal demone che strizza l'occhio alla final girls, fino a Grace che comincia con toni da revenge-movie a incazzarsi sul serio con tanto di fucile a pallettoni e qualsiasi altra arma trovi in giro (asce, pistole, balestre).
Per cui come per Babysitter la nostra Weaving vede di nuovo questa sorta di sacrificio ad una divinità luciferina con l'aggiunta che qui tale sacrificio ha lo scopo di continuare la fortuna della ricca famiglia del futuro sposo.
Si ride e tanto in diversi momenti, una delle componenti della famiglia è così fatta e stordita che uccide per errore alcune domestiche, bambini mai così stronzi che prendono troppo sul serio i giochi, una location fotografata in ogni suo più piccolo nascondiglio e tanta, ma proprio tanta azione con alcuni dialoghi e qualche colpo di scena che non manca a rendere ancora più interessante la narrazione e la messa in scena.



Furies


Titolo: Furies
Regia: Tony D'Aquino
Anno: 2019
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di donne rapite lotta per la sopravvivenza contro degli psicopatici mascherati, in un gioco mortale diretto da misteriosi committenti.

The Furies è l'esordio alla regia di tale Tony D'Aquino, uno di quei nomi che sembra promettere bene a metà tra un boss italo-americano e un'amante del trash.
Furies combina tanti elementi, cerca sensazionalismi in ogni dove, prova a lanciarsi in una sfida nella sfida quando ad esempio si gioca con il metacinematografico e per tutto il primo atto fa quello che deve senza lesinare sul sangue, infilando elementi che sembrano assai funzionali ed inizia come potrebbe finire un tipico slasher con la final girls che scappa e il killer di turno che la rincorre.
Quasi un unico ambiente, effetti speciali tutti rigorosamente artigianali e con un audio che riesce bene a esprimere il disagio e la mattanza che si sta compiendo sullo schermo.
Il problema arriva diciamo verso la fine del secondo atto e tutto il terzo dove le lacune di scrittura sono larghe come buche dove potrebbe tranquillamente sprofondare la protagonista.
A questo punto forse D'Aquino avrebbe fatto meglio a lasciare la sospensione dell'incredulità senza poi spiegare di fatto nulla, perchè soprattutto le spiegazioni, le giustificazioni e il climax finale da revenge-movie sono un limite forte per un film che strizza l'occhio all'exploitation, a tutti i serial killer in celluloide che sono passati davanti ai nostri occhi dal ’78 in poi con delle maschere davvero suggestive e funzionali, così come il cast che a parte qualche sbaglio forse voluto (l'attrice orientale è impressionante nel peggiore dei termini) ha una buona protagonista.
Furies lo si ama, ma da un certo punto produce una smorfia nello spettatore amante dei generi che vede un'ottima occasione sprecata per un esercizio di stile e forma che sorpassa il fondamentale lavoro di scrittura

Nightmare Cinema


Titolo: Nightmare Cinema
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cinque estranei convergono in un cinema infestato di proprietà di The Projectionist (Mickey Rourke). Una volta all'interno, i membri del pubblico assistono a una serie di proiezioni che mostrano le loro paure più profonde e i segreti più oscuri su cinque racconti.

Nightmare Cinema arriva come un piccolo tesoro da custodire, uno di quei tanti esperimenti per rilanciare gli horror antologici fortemente voluto da Mick Garris che a parte avere un problema nelle trasposizioni dei film di King e aver diretto due filmetti dimenticabili, ha fatto sì che nascesse Masters of Horror-Season 1 Masters of Horror-Season 2 e Fear it Self-Comunità-Season 1.
Il primo episodio inizia col botto in media res ed è firmato dal frizzante Brugues il quale aveva diretto un film bello originale sugli zombie Juan of the dead e un episodio di ABC OF DEATH 2. In questo caso The Thing in the Woods fa le cose per bene risultando splatter, trash e in parte gore con tanto umorismo macabro e una mattanza notevole contando che il pezzo forte rimane il finale.
Samantha è l'unica superstite di un gruppo d'amici riuniti in una baita per festeggiare. Un killer che indossa maschera da saldatore, ha letteralmente fatto una strage. Alla resa dei conti, Samantha si trova faccia a faccia con Fred, suo vicino di casa segretamente innamorato. Questa volta, però, la catena di delitti non è dovuta ai deliri di un folle, ma è legata ad un misterioso oggetto piovuto dal cielo.
Mirari di Joe Dante è una sorta di omaggio cronemberghiano e carpenteriano quando ci si lascia nelle mani del chirurgo amico del futuro sposo allora i danni o i colpi di scena possono assumere effetti esagerati quanto divertenti e inquietanti come la maschera della protagonista.
Anna porta sul viso una cicatrice, frutto di un incidente d'auto, sin dall'età di due anni. Dietro consiglio del compagno David decide di sottoporsi ad un delicato intervento di chirurgia estetica facciale, senza immaginarne le conseguenze.
I primi due episodi hanno un ritmo forsennato, ci pensa Mashit di Kitamura a cambiare decisamente i toni, l'ambiente, il ritmo e la narrazione con una storia di possessioni demoniache in un convento del Messico dove tra bambini che camminano come ragni sulle pareti abbiamo un grand gruignol finale d'effetto, simboli esoterico-satanici sparsi un po ovunque senza farsi mancare il prete locale che si scopa una delle suore.
Peter, un bambino ospite di una comunità religiosa, si uccide gettandosi dal tetto di una chiesa. Il tragico fatto è seguito da una serie di fenomeni demoniaci, che si manifestano con lacrimazione di statue, rapporti sessuali tra padre Benedict e le suore e bambini posseduti. Ospite indesiderato del sacro luogo è infatti Mashit, "una entità infernale, confinata a causa di perdizione e incesto al ruolo di demone, la cui missione è quella di torturare i bambini e spingerli al suicidio."
Penultimo abbiamo il buon Slade che è davvero un peccato che non lavori quanto dovrebbe visto il suo spiccato talento dimostrato un pò ovunque tra horror e serie tv. In questo caso se ne esce con questo This Way to Egress
Helen, moglie divorziata con due bambini di nove e undici anni a carico, si reca dal dott. Salvadore, psicologo che l'ha in cura. La donna, depressa e munita di pistola nella borsa, è afflitta da visioni inquietanti, durante le quali intravede alcune persone con aspetto deforme.
Probabilmente il segmento più interessante dove succedono cose in una specie di orrendo ospedale che sembra trasformarsi e dove le pareti così come le creature deformi che lo popolano non sembrano mai essere le stesse e in questo luogo che si aggira con l'aria spersa la nostra protagonista. Slade è bravo a creare molta tensione quasi citando tra le righe l'atmosfera di Silent Hill o Citadel.
Dead di Garris

Dolemite is my name


Titolo: Dolemite is my name
Regia: Craig Brewer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rudy Ray Moore non è sempre stato Dolemite. Ci ha messo un po' a decidere di diventarlo. E quando poteva concentrarsi solo sulla carriera di stand-up comedian, ha pensato bene di creare un film attorno al suo personaggio. Quasi senza soldi, senza un vero e proprio cast, con una sceneggiatura raffazzonata e tutto il nudo possibile

Sinceramente non so dove fosse finito Eddie Murphy. Il padre della risata che tra gli anni '80 e '90 ha dato ruoli indimenticabili, il Bambino d’oro su tutti, ritorna notevolmente invecchiato ma sempre con quella faccia da culo pronta a dirne una più del solito.
Dolemite è praticamente tutto sulle sue spalle, sul suo potere comico, sulla sua espressività che non conosce limiti, ma anche su un personaggio per fortuna meno tagliato con l'accetta come lo erano i suoi ruoli del passato, con una forza drammatica che dimostra ancora una volta il suo talento.
Un biopic sulla storia vera del comico, musicista, cantante, attore e produttore cinematografico Rudy Ray Moore ormai al capolinea e bisognoso di cercare una soluzione per continuare ad avere successo. Il film è una commedia velata da un dramma interiore del protagonista, un'opera carismatica e valida, dove l'idea supera la forma e il film ancora una volta ci ripete quanto siano importanti le storie, lo storytelling e quindi registrare canzonette sporche di senzatetto riadattandole intelligentemente per il grande pubblico. Questo stratagemma può essere un'arma infallibile per conquistarsi di nuovo un meritato posto da leader sul palcoscenico.
L'opera di Brewer che finalmente filma il suo miglior film, cerca però, quando ormai la trama è sdoganata, di aggiungere ancora elementi preziosi e importanti per farci capire quanto in quel periodo quel mondo e la cultura afro stesse cambiando rapidamente, dall'hip-hop, alla blaxploitation mostrando un paesaggio rappresentativo in cui gli afroamericani vivono in contesti poveri, popolati da prostitute e spacciatori e dove Dolemite, visto quello che lo circonda, riesce nel bene e nel male a sfruttarlo a suo piacimento per mostrare il doppio lato della società all'interno dei suoi monologhi.

giovedì 26 dicembre 2019

Art of self defence


Titolo: Art of self defence
Regia: Riley Stearns
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un uomo viene aggredito per caso per strada. Decide allora di allenarsi in un dojo locale, allenato da un Sensei carismatico e misterioso, nel tentativo di imparare come difendersi.

Eisenberg sta proprio bene nel cinema indipendente. Ultimamente poi se escludiamo il cacciatore di zombie e il nemico di Superman, non ha praticamente sbagliato nulla, prendendosi anche dei bei rischi e dando vita a personaggi indimenticabili per la loro insicurezza e fragilità, un pò come accadeva per il defunto Anton Yelchin, in ruoli come American UltraDoubleCalamaro e la balenaNight MovesEnd of the tour.
Stearns è un regista da tenere occhio. Aveva esordito con un indie sconosciuto sui fanatismi religiosi di nome Faults, imperfetto quanto irresistibile. In questo caso dal momento che ci troviamo di fronte ad un amante dei percorsi disarticolati e apparentemente semplici, alza ancora di più l'asticella del grottesco, sua peculiarità e connotazione, per esasperare ancora di più il contesto che dal secondo atto del film, diventerà davvero assurdo e per certi versi brutale nel suo prendersi così sul serio e allo stesso tempo autodistruggendosi con tanta auto-ironia.
Un film per pochi da amare o odiare. Un film che prende a calci sui coglioni alcuni rituali delle arti marziali, una certa filosofia spiccia, buttando tutto alla malora e facendo della scorrettezza la sua pietra miliare, lasciando ai posteri il concetto di onore e obbedienza.
Un film disperato, divertente quanto violento, con una storia che solo nel finale puzza troppo di prevedibilità, ma dall'altra parte piazza dei clamorosi colpi di scena lasciandoci sempre col fiato sospeso su quale altra disgrazia possa succedere al protagonista o quale bizzarra idea si faccia venire in mente.

Star Wars: Episodio IX – L'ascesa di Skywalker


Titolo: Star Wars: Episodio IX – L'ascesa di Skywalker
Regia: J.J. Abrams
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La resistenza è ridotta a poche unità, il primo ordine dilaga sotto il comando del leader supremo Kylo Ren, ma un messaggio ha turbato la galassia. L'imperatore Palpatine giura vendetta! Ren si mette così alla ricerca dell'origine della trasmissione e arriva a confrontarsi con Palpatine, che gli offre una spaventosa flotta se saprà eliminare la ragazza Jedi, Rey. Questa combatte e si addestra seguendo gli insegnamenti del generale Organa, mentre Finn, Poe e Chewbacca ricevono messaggi da una spia nel Primo Ordine.

Nei saluti finali quando ormai i nostri guerrieri hanno vinto contro il Primo Ordine e la Reisistenza può finalmente festeggiare, tra i tanti saluti vediamo due donne baciarsi in bocca.
Un segno di coraggio della Disney? il bisogno ormai di mettersi in riga con una realtà che ormai il cinema non deve e non può più nascondere?
La scena forse rappresenta la sfida più alta dell'ultimo capitolo della trilogia che chiude o riapre i canali della forza, di una saga infinita, una tra le più enormi e ambiziose macchine da soldi che Lucas creò nel lontano '77, che si siano mai viste.
Se da un lato i toni si sono più addolciti, basta vedere quella serie tv davvero coinvolgente di nome MANDALORIAN, per capire che non vedremo più sangue, che i corpi scompaiono pur di non mostrare, che ormai per quanto sia una macchina rodata, questa saga ha sempre avuto il villain numero uno: i fan.
Perchè nell'ultimo capitolo di certo c'era una pressione di fondo nel dover chiudere tutte le trame e sotto-trame aperte in precedenza, cercando di edulcorarle il più possibile, cercando di dare pace ai tormenti infiniti di Kylo Ren, dare enfasi a Palpatine mostrando ancora gli assi nella manica che possiede e infine caratterizzare malissimo la protagonista, quella Rey che in fondo non abbiamo mai conosciuto, facendo un salto enorme rispetto al film precedente e facendole fare ogni cosa (im)possibile pensata all'interno del film come ad esempio controllare un'astronave con un gesto della mano (il povero Joda sarebbe rimasto allibito).
Al di là dei meriti tecnici di un budget smisurato e della c.g che si muove come la regia di Abrams con passo svelto senza stare a perdersi in inutili congetture, sposando ancora una volta l'avventura prima della sci-fi e dando vita ad una vaga idea di azione come se fosse un enorme giocattolo dove per assurdo i combattimenti con le spade laser passano in secondo piano per le funamboliche manovre delle astronavi.
Alcune stonature come una narrazione che si apre e chiude da sola senza la presenza di colpi di scena, di trame complesse, ma dando svago e intrattenimento in grosse quantità, risvegliando anche alcuni personaggi che non aveva senso rimettere in quel contesto (Leia su tutti) lascia l'amaro in bocca. Forse l'unico vero pregio del film è di aver cercato quanto più rispetto ai precedenti capitoli, un'atmosfera in più momenti abbastanza oscura e spettrale dove i nostri eroi verranno spesso messi di fronte alle loro debolezze e fragilità, dove le paure, i rimossi e i ricordi giocheranno una carta importante spesso buttata via velocemente ma che continua quell'idea di una morte come condizione transitoria, tanto quanto la vita o forse è proprio quest’ultima a non estinguersi mai del tutto da sempre nell'immaginario della mitologia Lucasiana



Paradise Beach


Titolo: Paradise Beach
Regia: Xavier Durringer
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un gruppo di ex rapinatori si è stanziato in un vero paradiso terrestre a Phuket, nel sud della Thailandia. Divenuti commercianti, vivono giorni felici fino a quando sul posto non si palesa il diavolo in persona: Mehdi, condannato a quindici anni di carcere per la rapina, vuole la sua fetta di bottino. Il problema però è uno solo: non c'è più la torta da spartirsi...

Paradise Beach è un film davvero brutto e scontato. Belle location, un cast sprecatissimo, tante belle fanciulle, rapine, guerre tra gang, revenge-movie, esecuzioni a gogò e via dicendo tutto in un crescendo che anzichè risultare funzionale alla narrazione diventa la sua maledizione sbagliando tutto quello che poteva e giocandosela davvero male nel mettere in scena almeno un tentativo di provare a dire qualcosa che non fosse stato detto in tutti questi anni. Tutti gli elementi elencati parrebbero materia interessante anche se ormai abusata dalla settima arte. In altre mani avrebbe dato qualcosa di meritevole, ma Durringer sembra non avere polso e coraggio, perdendo ogni speranza e lasciando buchi enormi nella caratterizzazione dei personaggi.
Tutto è già visto, scontato, tanti elementi della storia non tornano, alcune scene sono così imbarazzanti che uno pensa che il film la voglia buttare sull'ironico quando invece si prende maledettamente sul serio.
Una galleria infinita di luoghi comuni, scene telefonate, clichè in ogni angolo di Phuket e dialoghi a volte così banali e sconclusionati che non ci si crede.
Il film pur essendo costato una caterva di soldi lascia dunque ancora più interdetti lasciando oltre l'amaro in bocca, la rabbia per aver perso così tante premesse che potevano almeno rimanere bilanciate senza sprofondare in maniera così eccessivamente idiota.