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venerdì 9 agosto 2019

Midsommar


Titolo: Midsommar
Regia: Ari Aster
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dani ignora l'ennesima chiamata di aiuto della sorella bipolare, rassicurata in questo dal fidanzato Christian. Christian vorrebbe rompere con Dani, ma non sa come dirglielo. Quando purtroppo le peggiori paure sulla chiamata si rivelano fondate, è troppo tardi per intervenire. Christian decide quindi di invitare Dani a partecipare al viaggio organizzato dall'amico Pelle in un curioso villaggio svedese, per effettuare studi antropologici e insieme svagarsi nel festival che celebra il solstizio d'estate.

Ari Aster era atteso alla sua seconda prova dopo il successo di critica e di pubblico enorme e forse anche eccessivo del suo primo Hereditary-Le radici del male che a dire la verità non mi aveva fatto impazzire. Continua il suo discorso sul cammino del rituale quasi legato al finale della sua opera prima con quella corona depositata sulla testa del prescelto, il neo re, che qui ha diversi punti in comune con la neo regina che non andrò a svelare.
Essendo un appassionatissimo di folk horror (d'altronde alcuni degli horror più belli di sempre, Hardy e Weir, appartengono a questo sotto filone) cercavo di non avere aspettative, sperando però che fosse una spanna sopra il predecessore prendendo le distanze da tutto ciò che avevo già visto.
Così è stato confermando tanti buoni elementi, una maturità consolidata da una ricca prova di scrittura e soprattutto di psicoanalisi dei personaggi (il fattore in assoluto migliore che riesce in questo a staccarsi da tanti altri film già visti che prendevano però solo in analisi il contesto culturale lasciando in secondo piano i protagonisti).
Un film che parla di setta ma senza condirla di luoghi comuni ma anzi cercando di entrare nel fenomeno come campo di scoperta e di rivelazione che possa creare sentimenti ed emozioni contrastanti dove anche l'antropologia di nome e di fatto ha un evolversi importante nella struttura del film e in alcune lotte tra i personaggi. Un film che inizia con un incidente scatenante che non concerne con la setta (e si parte già col botto) dimostrando come le relazioni umane ancora una volta stiano alla base di una sapiente descrizione del racconto, in questo caso mai tradizionale ma sempre scomodo e atipico per come articola la sua poetica d'autore.
Il rituale di Aster conferma come non sia un delizioso furbetto che con un buon budget cerca il disimpegno strizzando l'occhio dove gli pare. Il soggetto è originale, la setta sa il fatto suo, la luce è sempre onnipresente come i pianti del neonato che viene allevato da tutti e le bevande a base di erbe allucinogene e per finire le rune celtiche che vanno a sostituire i sigilli demoniaci.
Sono tanti i particolari, gli elementi con cui il film viene tenuto in piedi senza lasciare buchi o importanti scene senza una giusta risposta.
Chi lo sa se il film di Aster dopo tanti tentativi non così riusciti chiude una volta per tutte il filone sul paganesimo ancestrale. Speriamo di no, ma speriamo anche di poter vedere esempi così carichi di archetipi sfruttati al meglio con impianti originali e tutto il resto e un'aura disturbante per tutto l'arco narrativo.
E poi gli attori, tutti davvero bravi e mossi da domande angoscianti, egoiste, rapporti di coppia che fanno star male anche solo in poche battute, silenzi che gelano il sangue, pianti e risa continue.
Quando Aster si avvicina alle scene più drammatiche in assoluto può diventare estremamente scomodante (come lo è stato nel mio caso) o venir preso alla leggera da un pubblico che pensa alla parodia e ride non sapendo interpretare quello che succede.
Il film inizia con un crollo definitivo psicologico di Dani e così viene portato avanti per tutto il film senza mai spostare il fuoco dal suo dramma interiore che la logora ancor più dai danni arrecati da Christian e il suo gruppo di amici.
Ma se alla fine fosse tutto un trip? Il finale non è aperto sotto questo punto di vista ma se Dani si fosse svegliata dal viaggio in funghetto scoprendo come fosse tutto un incubo? Dove i riferimenti anche ad una simbologia tutta floreale ci sono e non mancano di creare inquietudine più di molte altre scene madri del film.



Captive state


Titolo: Captive state
Regia: Rupert Wyatt
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una famiglia cerca di fuggire dalla Chicago occupata dagli alieni ma non ha fortuna e sopravvivono solo i due giovani fratelli Rafe e Gabriel. Nove anni dopo, nel 2025, Rafe è scomparso, dato per morto si è in realtà unito alla resistenza, mentre Gabriel lavora a chip di cellulari da cui vengono estratti dati per gli archivi degli occupanti alieni. Trova il modo di farci su anche qualche soldo sul mercato nero e insieme a un amico prepara una barca per la fuga dalla città, ma i suoi piani sono stravolti dal ritorno di Rafe e dalle azioni terroristiche della resistenza. Sulle quali indaga anche il detective William Mulligan, che vuole proteggere il quartiere di Pilsen dalla rappresaglia aliena.

I film sugli alieni devono essere cattivi o lasciare delle forti domande come a dire "vi siete fatti vivi, ma non abbiamo saputo comprendere il vostro messaggio" giusto per citare Arrival
Lo diceva la sci fi degli anni '60 e '70, la nuova Hollywood, MARS ATTACK, la letteratura e poi ci sono i film che hanno cercato di fare l'opposto come E.T che non smetterò mai di odiare.
In questo caso Wyatt affina la sua esperienza su un film distopico, post apocalittico, tra i migliori degli ultimi anni contando che il genere rimane tutt'ora molto prolifico anche se lo stesso dimostra un altalenarsi nei risultati che dimostrano ancora una volta come non basti il budget.
Gli alieni si vedono poco ma sono onnipresenti con i loro droni, attuano una vera e propria democratura totalitarista, colonizzando e sfruttando le risorse del nostro pianeta.
Come sempre ci sarà una sorta di eletto e una resistenza che si muove per cercare di stanare l'invasione aliena, ma più strutturata e articolata di come negli ultimi film si è vista, dove in risalto venivano messe le esplosioni e gli alieni mentre in questo caso, anche per evidenti motivi di budget, si vede poco e quello che si vede è stato fatto proprio bene più raccolto in un'invasione claustrofobica tra edifici distrutti e una scenografia tra le cose più belle del film (i monumenti alieni gettati come piloni in mare sostituiscono la statua della libertà.
E'uno scenario inquietante ma nemmeno così lontano dalla realtà se metaforicamente sostituiamo gli alieni con una forma di governo dove l’antagonista non è tanto l’alieno invasore del tuo pianeta, bensì l’alieno invasore del tuo corpo fatta di microchip intessuti nel corpo.
Creare un villaggio di lobotomizzati, avere dei gregari perfetti da usare come cavie, uccidere quando lo si deve fare senza la minima esitazione. Forse tra gli ultimi usciti insieme alla prima politica di Blomkamp e il cult maledetto di Proyas, è quello più anarchico di tutti.



Fast & Furious - Hobbs & Shaw


Titolo: Fast & Furious - Hobbs & Shaw
Regia: David Leitch
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un'agente dell'MI6, per impedire il furto di un micidiale virus che potrebbe decimare l'intera razza umana, si inietta le capsule della malattia e si dà alla fuga, seminando il micidiale superuomo Brixton. La CIA, per impedire che il virus venga diffuso, si affida agli irruenti ma efficaci Luke Hobbs e Deckard Shaw. I due si detestano, ma il primo non è uno che lascia un caso a metà, soprattutto se ne va del destino del mondo, mentre il secondo è coinvolto negli affetti, visto che l'agente MI6 in fuga è Hattie Shaw, sua sorella minore, inoltre con Brixton ha un conto in sospeso. Luke, Deckard e Hattie stringeranno così una traballante alleanza per sgominare i piani dell'organizzazione Eteon.

Fast & Furious - Hobbs & Shaw è un brutto film ma decisamente migliore di tutti gli ultimi capitoli della saga messi assieme.
E'un film con un altissimo livello di intrattenimento, testosterone, salti, combattimenti, inseguimenti, insomma tutti gli ingredienti che la saga deve mantenere dove le macchine si vedono sempre di meno e arrivano addirittura le moto dei transformer.
Tanti scenari rubacchiati di qua e di là. Konchalovsky nell'aria (il film era ben altra cosa però), battute prese da vari film, Tolkien, la saga del trono di spade, tutto questo per confermare come i dialoghi debbano essere sempre più funzionali a vendere un'altra fetta di cinema e quando non è così vediamo Dwayne scimmiottare con battute su Nietzsche e Bruce Lee nel non sense più totale.
La struttura narrativa muore in partenza con un pretesto davvero imbarazzante per la pochezza di script ( è vero che parliamo di una saga tamarra ma almeno qualche minimo sforzo di Hattie che poteva nascondere il virus anzichè impiantarselo ).
Tutto l'impegno è stato messo sulle scene d'azione come peraltro ci si aspettava, tutti fanno il gioco delle parti dove l'unico che si salva dimostrando di sapere recitare è Idris Elba (purtroppo sempre più inflazionato da scelte e ruoli sbagliati che non gli permettono di tirare fuori il suo talento) qui nel villain di turno, una sorta di terminator anzì per sua stessa ammissione Superman nero.
Uno spin off che a differenza degli altri sembra aver trovato sicuramente una coppiata funzionale con due attori ormai che godono di ampia fama tra il pubblico dove Dwayne è attualmente uno degli attori più pagati al mondo.
Il film non risparmia nulla, è confezionato in maniera impeccabile, ha delle scene soprattutto a Samoa di inseguimenti con un tasso adrenalinico sfrenato eppure anche quando le macchine sono sul promontorio della paura in scenari bellissimi, la c.g purtroppo ci mostra come sia così tutto finto e mascherato da non creare quell'ansia che potevano dare i vecchi film d'azione.
Il film è maledettamente scontato, sappiamo già tutto dai primi minuti, potremmo chiedere la trama ad un bimbo e risponderebbe portando a galla particolari che nemmeno il regista conosceva.
E'un film dove non bisogna farsi domande come ad esempio perchè i samoani hanno l'accento russo e cose di questo tipo ( la guerra fredda d'altronde non è mai finita). Quello che però ancora una volta mi lascia attratto per l'immensa idiozia e la corporation nemica, che sembra un gruppo terroristico, anzi una setta tecnologica che vuole distruggere i deboli come dice Brixton e come in maniera leggermente diversa diceva Thanos.
Leitch dopo un passato da stunt man e si vede avrà fatto il botto con questo film ma siamo distanti anni luce da ATOMICA BIONDA o Deadpool 2 o addirittura John Wick 2 il più deludente della saga ma comunque migliore di questo spin off che ha rilanciato una saga ormai fiacca.


Scappo a casa


Titolo: Scappo a casa
Regia: Enrico Lando
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 1/5

Michele è, per sua stessa orgogliosa definizione, "uno stronzetto viziato egoista" il cui unico obbligo è "rendersi la vita spensierata a profusione". L'uomo ha "la pretesa di decidere del suo destino: mica posso essere me stesso": infatti è un meccanico calvo e senza un soldo, ma si reinventa sui social ricco seduttore grazie ad un vistoso parrucchino e ad alcune auto di lusso prese a prestito dai clienti della sua officina, naturalmente a loro insaputa. Il suo motto è "I don't give a fuck" e si dichiara favorevole "alla disuguaglianza ingiustificabile", discriminando praticamente tutti, in particolare ne(g)ri e immigrati. Ma il destino cospira contro di lui, e un viaggio di lavoro a Budapest si trasforma da gita di piacere in incubo: Michele si ritrova senza documenti, smartphone e auto di lusso, e viene scambiato per un clandestino. Inizia così il suo calvario fra centri di respingimento più che di accoglienza e distretti di polizia programmaticamente ostili allo straniero. I suoi unici alleati saranno un medico e una bellissima donna africani che vanno in cerca di una vita migliore, invece che "spensierata a profusione".

Ormai se pensiamo alle commedie siamo sempre più allo sbaraglio capitanati da una cerchia di attori/registi/sceneggiatori che andrebbero messi in riformatorio a guardare i classici del cinema italiano.
Scappo a casa è un film inutile, difficilmente sopportabile, con un tasso di idiozia e demenza inarrivabile (certo esiste di peggio nel nostro cinema) e non arriva mai a dire nulla di valido, sostenere qualcosa che non sia banale e condito solo da stereotipi (e pure quelli più brutti).
Enrico Lando entra nella top ten dei registi italiani più immaturi che si siano mai visti nel nostro cinema, lavorando per cercare di deformare ancora di più la commedia all'italiana trasformandola in una galleria di volgarità, pretenziosità e dialoghi di indubbio gusto.
Il tema del razzismo trattato in maniera inusuale? Scappo a casa di cui si salva forse solo l'ultimo minuto che non è proprio un happy ending, lascia un comico esperto come Aldo Baglio senza collare e il risultato e un susseguirsi di situazioni e mimiche imbarazzanti che stufano dopo pochi minuti. Il resto degli attori sono squallidi a parte i figuranti di colore che almeno rimangono se stessi, ma vedere la Finocchiaro stufa e annoiata probabilmente per l'inconsistenza del suo ruolo non è che la ciliegina sulla torta di un film che si trascina sforzandosi solo di avere un montaggio a tratti adeguato.
La parte migliore, se ne possiamo trovare una, è certamente il primo atto dove scopriamo gli eccessi, le nuove mode, gli hobby, la solitudine dei social e altri elementi di certo attuali e sempre più inquietanti nella nostra società per dare monito di come siamo sempre più popolati da giovani/adulti immaturi con una scala di valori discutibili. Ancora una volta si cerca di trattare un tema importante ridicolizzandolo senza mai dargli sostanza e drammaticità. Quando si cerca di mettere una toppa lo si fa con qualche momento sdolcinato dove i buoni sentimenti cercano di sopraffare lo spettatore, il quale ormai dovrebbe essere stanco di questi trucchetti da quattro soldi.

venerdì 2 agosto 2019

Point Blank


Titolo: Point Blank
Regia: Joe Lynch
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'infermiere Paul si trova in ospedale quando la moglie incinta viene rapita sotto i suoi occhi. Quando scopre che un pericoloso criminale, Mateo, è proprio il responsabile del crimine. Se vuole rivedere la moglie viva, l'infermiere dovrà sconfiggere il criminale nel suo perfido gioco.

Joe Lynch è il mestierante addetto all'ennesimo remake di un action che ha due film in questione entrambi validi e notevoli. La scelta non poteva che rivelarsi più funzionale dal momento che Lynch gira perfettamente le scene d'azione alternando montaggio e immagini in una formula già rassodata con i suoi precedenti film: Everly, Mayhem, Chillerama e Knight of Badassdom.
Il film poteva essere un unico piano sequenza action tra inseguimenti, sparatorie, scene d'azione, regolamenti di conti, doppio gioco, poliziotti corrotti e altro in un buddy dramedy d'azione.
Pochi elementi, una chiavetta usb, due fratelli delinquenti dal cuore tenero, un infermiere e una moglie incinta tenuta in ostaggio per tutto il film.
Fila via veloce, con un ritmo esagerato, tanta carne al fuoco, insegue stereotipi a gogò e infatti il talento e le scelte di script e una sceneggiatura molto stereotipata sono gli unici elementi deboli di un film che rimane puro intrattenimento ma è molto lontano dai film del regista in cui non opera per commissione.
Grillo è funzionale anche se in più riprese sembra Chev di Crank, meno forse Mackie, su tutto però pesa un particolare difficile da mettere da parte ovvero la scarsa caratterizzazione, gli obbiettivi e gli intenti soprattutto del protagonista che rendono piatti e inconsistenti i ruoli e il loro modus operandi a volte davvero anomalo come Paul che non sembra soffrire particolarmente per le sorti della moglie incinta. In più anche l'incidente scatenante con il fratello criminale che sceglie Paul sembra davvero senza senso.



Escape Plan 3


Titolo: Escape Plan 3
Regia: John Herzfeld
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La figlia di un magnate di Hong Kong viene rapita e Ray Breslin, incaricato di salvarla, riceve una minaccia da Lester Clark jr., figlio del precedente socio in affari di Ray, che gli promette vendetta. Ray riceve anche l'aiuto di due esperti di sicurezza di Hong Kong, ossia Bao Yung che si sente in colpa per non essere riuscito a salvare la donna, e il misterioso Shen Lo, formidabile artista marziale che ha un interesse molto personale verso la vittima del rapimento. Ray poco dopo è a sua volta colpito negli affetti da Lester e così, insieme al sodale e massiccio Trent DeRosa, è deciso più che mai a portare a termine la missione.

Escape Plan 3 chiude una brutta trilogia, inutile più che mai dal momento che copia e riprende stilemi di altri brutti film che non possono nemmeno essere considerati prison movie.
Arti marziali, cinesi fortissimi, Bautista, Stallone in difficoltà e la prigione del diavolo, questa volta nei paesi dell'est, vicino Tallin tra l'altro, una capitale bellissima e piena di gente interessante.
Il villain è il figlio di un vecchio cattivo che si vendica, c'è un cinese miliardario a cui hanno rapito la figlia e la squadra come dicevo è composta da 4 elementi di cui due cinesi che non fanno però una bella figura dal momento che sono i mercenari a dover fare il figurone.
Escape Plan 3 poteva almeno regalare qualche interessante scena d'azione, ma purtroppo sembra scritto da un celebroleso che ha cercato di fare meno schifo del secondo capitolo, ma di fatto rimane un prodotto inutile, stupido, vagamente reazionario e con un corollario di scene che sembrano montate malissimo senza continuità.
Herzfeld aveva dimostrato se non altro di saperci fare come mestierante. Qui tra location fasulle, scenografie da denuncia, combattimenti pacchiani, recitazione ai minimi storici e una storia noiosa, sembra aver fatto peggio di quanto ci si potesse aspettare. Fortuna che è finita!


DolceRoma


Titolo: DolceRoma
Regia: Fabio Resinaro
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Andrea Serrano ha 29 anni, sa di essere uno scrittore, ma al momento campa lavando i pavimenti di un obitorio: difficile dare un senso alla propria esistenza quando ci si sente una comparsa nella vita degli altri, invece che il protagonista nel proprio storytelling personale. Tutto cambia quando Andrea pubblica il suo primo romanzo, "Non finisce qui", e un produttore, Oscar Martello, se ne dichiara così entusiasta da volerlo trasformare in film. In una Roma dove "nessuno dice quello che pensa e nessuno fa quello che dice", Martello non ha peli sulla lingua e si dimostra di parola, affiancando ad Andrea un regista e una protagonista, Jacaranda Ponti, che guarda caso è la donna dei sogni dello scrittore. Peccato che il regista si riveli un "Tarkovsky dei poveri" e trasformi "Non finisce qui" in un film inguardabile: la carriera di Andrea rischia di naufragare, così come quella della bella Jacaranda. Riusciranno i due a recuperare dignità, umana e professionale?

DolceRoma è l'ennesimo ritratto della capitale in un film che sembra rincorrere un'idea di cinema stratificato e complesso quando invece risulta a tratti estremamente già visto e infantile.
Non sembra proprio di vedere alla regia lo stesso di Mine film molto più riuscito forse anche grazie al fatto di non essere così ambizioso. DolceRoma è a briglie sciolte, sembra una farsa nemmeno poi così ironica, mostrando un altro aspetto di Roma dopo pellicole che in maniera molto più matura e funzionale ne hanno descritto gli eccessi e tutto il resto.
Si passa dalla commedia al noir, dalla satira al thriller, passando per il film d'azione, il crime e il "camorra movie" arrivando anche ad aggiungere un momento musical.
Senza mai azzeccarne uno in particolare bisognerebbe aggiungere... ma risultando un pasticcio coloratissimo che deve quasi tutto alla color correction e alla post produzione (aspetti che rendono il film con un'idea di cinema molto simile agli americani, facendone però un uso eccessivo e stracolmo che a lungo andare annoia o sembra una scelta radicale per districarsi da un impianto che fa acqua da tutte le parti).
Barbareschi troppo sopra le righe anche se affascinante e forse il più riuscito di tutti, Richelmy che sembra con lo sguardo volutamente perso per tutto il film, Montanari inguardabile, De Rienzo in un ruolo che non è il suo, l'unica che sembra quasi fare una bella figura, pur non piacendomi come attrice, è la Gerini che nella scena di nudo quando esce dalla vasca di miele risulta ancora molto bella e affascinante. Lo stesso non si può dire per la Bellè, femme fatale purtroppo stereotipata eccessivamente. A tratti davvero sconclusionato e fuori dai binari, sembra guardare proprio una certa idea di cinema pulp risultando però insufficiente in quasi tutti i momenti in cui cerca il parallelismo. Con una retoricità delle battute, il film sbanda continuamente risultando confuso e
sprecando purtroppo quel potenziale che sembrava avere fin dall'inizio.
Un montaggio troppo frenetico, una direzione degli attori lasciati ad auto gestirsi con i risultati spiacevoli descritti prima, parti meta cinematografiche a caso, intere sequenze delegate a montaggio e voce narrante, in più sembra iniziare come una commedia intellettuale per poi sfociare in troppe cose, dal thriller investigativo fino ad un finale telefonato ed un climax imbarazzante e tanti ma proprio tanti momenti che sconfinano nel trash.


giovedì 18 luglio 2019

Noi


Titolo: Noi
Regia: Jordan Peele
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In Tv uno spot pubblicizza l'iniziativa di beneficenza "Hands Across America", siamo infatti nel 1986, quando sei milioni e mezzo di americani si tennero per mano e fecero donazioni per combattere fame e miseria. Un'immagine che colpisce la piccola Adelaide e che colpirà anche il suo doppio, incontrato una notte in una casa degli specchi in un Luna Park. Ai giorni nostri Adelaide è cresciuta, ha più o meno superato il trauma, e ha una famiglia, ma di nuovo una vacanza alla spiaggia scatena minacciosi doppi e questa volta non solo suoi, bensì di tutta la sua famiglia.

Peele è sicuramente un nome ormai conosciuto tra i seguaci dell'horror per la sua astuzia, la sua maturità nello scrivere e nel dirigere, nell'essere assolutamente al passo coi tempi e per riuscire a coniugare spirito indie e main stream con risultati finora molto convincenti.
Certo la metafora sociale di Get Out rimane un binario a parte, che forse il regista non riuscirà più a ripetere. Noi è un film molto maturo che a differenza dell'esordio infila una quantità di elementi di genere che rischiavano di creare quel caos o quel cocktail mal dosato.
Invece grazie ad un cast di tutto rispetto (come lo era anche il film precedente) Lupita Nyong'o strepitosa con una mimica facciale e un uso della voce davvero inquietante, dove dai traumi senza parole vissuti sin dall'incidente scatenante iniziale, si arriva ad un uso della voce lugubre e deforme, passando poi da un registro all'altro in tempi molto veloci pur senza perdere di vista gli elementi importanti della storia.
Anche Noi è un horror politico sulle disparità e le specularità americane (“Ma voi cosa siete?”
– “Siamo americani”) dove ad un certo punto viene fatto riferimento a quest'anomala invasione da da parte di un’indefinita massa di persone, vestite di rosso e armate di forbici affilate… (“Si dice che provengano dalle fogne”) essendo di fatto più ambizioso e allegorico, appunto più stratificato e complesso per cui vale la pena riguardarlo più volte per coglierne tutte le sfaccettature e le complessità.
Doppelgänger e home-invasion, svirgolate di violino ed espressioni di pura paura.
Noi di diritto entra nella cerchia dei migliori e più intelligenti horror del 2019, ancora una volta a dimostrare come il genere possa servire a far luce in alcuni inquietanti misteri come quello scambio
iniziale della piccola Adelaide.




Morti non muoiono


Titolo: Morti non muoiono
Regia: Jim Jarmush
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film è ambientato nella tranquilla cittadina di Centreville, dove qualcosa non va come dovrebbe. La luna splende grande e bassa nel cielo, le ore di luce del giorno diventano imprevedibili e gli animali iniziano a mostrare comportamenti insoliti. Nessuno sa bene perché. Le notizie che circolano sono spaventose e gli scienziati sono preoccupati. Ma nessuno prevede la conseguenza più strana e più pericolosa che inizierà presto a tormentare Centerville: I morti non muoiono - escono dalle loro tombe e iniziano a nutrirsi di esseri viventi, e gli abitanti della cittadina dovranno combattere per la loro sopravvivenza.

Dopo la parentesi vampiri riuscita perfettamente, uno dei maestri della nuova Hollywood ci riprova con gli zombie inserendo alcune critiche alla società e a tante altre cose come aveva fatto in passato il padre dei non morti.
Si ride, ci si prende anche sul serio, si muore, ci sono alieni, astronavi, momenti splatter, un cast corale da far venire la bava alla bocca, una recitazione che sembra quella a scenette di COFFEE AND CIGARETTES e poi tanti altri particolari per gli amanti del cinema horror e del cinema politico di Jarmush.
Una commedia molto più semplice del previsto anche se poi analizzandola bene l'intento più grosso è proprio quello di mostrare dopo il film manifesto del '68, come tutto da allora sia persino peggiorato, a partire dalle mode, dai giovani, dalla futilità della vita, dall'egoismo, dalle regole e infine dalla coscienza di ognuno di noi sempre più radicata nel profondo malessere dell'egoismo (l'incidente iniziale della gallina scomparsa è perfetta così come il capro espiatorio interpretato da uno stralunato Waits).
Qui gli zombie potevano essere tranquillamente sostituiti da un'invasione aliena, da una minaccia incombente, dagli effetti del riscaldamento globale, invece l'autore ha voluto dire la sua in un film che omaggia più di quanto si pensi e sceglie in maniera accurata le location delle vittime e dei sopravvissuti. Infine i dialoghi sono intrisi di un cinismo e di una visione così limitata della vita che porta la Swinton aliena (in tutti i sensi) ad andarsene lasciando il genere umano a morire decimato dagli zombie. Boom!



mercoledì 10 luglio 2019

Paranza dei bambini


Titolo: Paranza dei bambini
Regia: Claudio Giovannesi
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Napoli 2018. Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ, Briatò vogliono diventare ricchi alla svelta, comprare abiti firmati e motorini nuovi. In particolare Nicola, la cui madre gestisce una piccola tintoria non resiste alla tentazione di entrare a far parte di una 'famiglia' camorrista. Il furto di una pistola lo fa sentire più uomo anche nei confronti di Letizia che gli è entrata nel cuore al primo incontro. In poco tempo diventa il capo del suo gruppo. Nicola ha 15 anni.

"Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza"
E'vero qualcuno forse dirà che il miglior cinema italiano, quello main stream, ruota spesso attorno ai temi della criminalità organizzata. In questo caso il filone cerca di inserire un connotato leggermente atipico dove ad essere protagonisti sono i ragazzini, quelli stessi visti nella serie di GOMORRA.
Il risultato supera le aspettative e sfiora quasi il capolavoro.
Neo realismo post-contemporaneo del cinema italiano? Sicuramente Giovannesi e Saviano hanno saputo fare un ottimo lavoro di squadra.
La miglioria apportata al film è da scovare nella sua messa in scena, nella mai banalità della sceneggiatura, di uno script e di un'idea che insegue e si muove a cavallo della realtà e infine un manipolo di attori più che in parte forse addirittura esaltati dall'idea di poter inscenare piccoli boss scelti tutti non professionisti direttamente dal Rione Sanità.
A differenza però della serie resa famosa o di alcuni piccoli protagonisti di Ostia, qui il tratteggio è proprio sulla formazione del manipolo di ragazzi, in particolare Nicola, della sua ascesa, tra richieste di pizzo, una ragazza da mantenere e a cui non far mancare niente, ad una madre che pur intuendo la scelta del figlio preferisce tacere per una casa di lusso, al sentirsi uomo con un arma tra le mani e infine gli omicidi, che dopo la prima esecuzione diventano normale routine.
Nel film di Giovannesi i ragazzini sfidano i boss minacciandoli senza mostrare paura o esitazione
Proprio per uscire però dal racconto di genere criminale di noir come appunto GOMORRA faceva, il film sceglie e adotta una soluzione per certi versi nuova, lavorando più su cosa succedeva agli adolescenti e i loro sentimenti quando sceglievano una vita criminale.

Domino


Titolo: Domino
Regia: Brian De Palma
Anno: 2019
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Un poliziotto danese vuole vendicarsi dell'omicidio di un suo amico e collega e cerca l'appoggio dell'amante dell'amico deceduto, anche lei poliziotta. L'uomo cui i due danno la caccia è però un infiltrato della CIA che sta cercando di sgominare una cellula dell'ISIS.

Bastano un paio di carrellate e un piano sequenza per indovinare la regia dietro questo interessante thriller di spionaggio che dalla sua cerca di confrontarsi con alcune tematiche attuali.
Domino è stato bistrattato all'unisono da pubblico e critica, senza nessun tipo di riserva ma anzi definendo ormai la capacità del maestro sulla strada del tramonto quando invece la tecnica rimane rigorosa e sinonimo di garanzia.
Sono stati tanti, troppi forse i problemi con la produzione europea denunciata dall'autore che nonostante tutto ha saputo portare a termine un film che a livello di stile, tecnica e prova attoriale riesce a mantenersi più che buono grazie anche ad un buon utilizzo delle musiche nelle scene clou del noir.
Con una produzione problematica e sotto finanziata, l'ultima opera del regista americano è stato girato nell'estate del 2017 ed esce ora in una versione troncata a seguito di una disputa tra De Palma e i suoi produttori.
La lotta dell'Europa contemporanea contro il terrorismo soprattutto dal secondo atto, diventa un'operazione quasi mediatica dove le parti coinvolte si inseguono in maniera innaturale con alcune logiche predominanti disfunzionali o per lo più banali contando che la materia ormai quasi tutti sembrano conoscerla abbastanza bene. Quello che il film poteva fare meglio e che per fretta o per divagazioni della sceneggiatura non ha saputo cogliere, ma il tentativo c'era, era fare una comparazione tra i media e le loro tecniche impiegate. Di come ormai nel 21° secolo la propaganda dell'Isis sembra avere più lo scopo di pensare alle immagini fatte per colpire il pubblico e suscitare paura piuttosto che mostrare i problemi politici e storici che hanno fatto sì che si creassero i gruppi terroristici. Ad un tratto l'indagine perde peso e il resto del tempo i due agenti sembrano passarlo intrattenuti da video su youtube, droni, web cam piazzati sopra le mitragliatrici, etc


Brightburn


Titolo: Brightburn

Regia: David Yarovesky
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Brightburn, Kansas. Tori e Kyle Breyer sono una coppia che cerca invano di avere un figlio, pur dedicandosi al tentativo con impegno e convinzione. Una notte, qualcosa precipita nei pressi della loro fattoria. Detto fatto, i Breyer hanno un figlio, al quale danno il nome di Brandon. Anni dopo, Brandon ha dodici anni ed è un bambino introverso e particolare. A scuola è bravo, ma non proprio popolare tra i compagni. Inoltre, Brandon sembra attirato da qualcosa che si trova nel sotterraneo di una rimessa della fattoria di famiglia. Ma sembra anche avere una forza insospettata, di cui lui stesso si sorprende per primo. Tori comincia a preoccuparsi e cerca supporto psicologico per Brandon. In realtà, le cose sono molto più complesse: Brandon prende coscienza dei suoi super poteri e di non essere per niente normale. Comincia perciò ad agire come un super eroe, ma da ciò conseguono problemi seri per tutti.

Brightburn è lo strano caso di un film per il cinema con un super eroe votato al male violentissimo che non si farà nessuno scrupolo ad uccidere i suoi "genitori".
Anomalo, tutt'altro che scontato e soprattutto un film che non fa sconti a nessuno.
Semplicemente Brandon nel momento in cui scopre il male ne diventa succube senza provare nessun tipo di sentimento o emozione ma agendo seguendo un impulso irrefrenabile che lo porterà a stanare chiunque provi anche solo a redarguirlo.
Ci sono tante scene violentissime, il torture e lo splatter non mancano e alcune scene nelle esecuzioni del bambino fanno proprio pensare a Chronicle quando incontra Superman malvagio.
La messa in scena di Yarovesky è ottima sfruttando una fotografia molto calda e accesa dove i rossi sembrano illuminare lo schermo come luci al neon. A differenza però proprio di Chronicle dove i ragazzi usavano i poteri contro la società, qui la storia si focalizza molto di più sull'importante legame familiare. La disgraziata coppia che trova il bambino in un astronave, dovrà fare i conti con la mente malata e violenta più pericolosa degli ultimi vent'anni del cinema se contiamo l'età del suo protagonista.
Brandon diventa a tutti gli effetti il villain, l'antagonista, il super eroe del male, più tosto, cazzuto e spietato del momento. Contro ogni spoiler uccide: compagna di classe (gli spezza solo la mano), la madre della compagna (attenzione alle scena del vetro nell'occhio), il patrigno, la matrigna, la zia, lo zio, due poliziotti e poi chi lo sa...il film finisce mentre fa schiantare un aereo di linea pieno di passeggeri (ovviamente tutti morti) contro casa sua.
C'è però qualcosa nell'esordio di Yarovesky che non funziona...tutto è sparato a mille dalla regia, al montaggio che non lascia respirare un secondo e alla psicologia soprattutto della madre del ragazzino davvero troppo stereotipata dove i dialoghi alle volte appaiono per lo meno ridicoli.
E'un vero peccato. Brightburn ha uno scorrimento così veloce da far perdere d'occhio alcuni particolari e buchi di sceneggiatura abbastanza importanti.



giovedì 4 luglio 2019

Hole in the ground


Titolo: Hole in the ground
Regia: Lee Cronin
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 3/5

Sarah sta costruendo una nuova vita con suo figlio ai margini di una piccola cittadina rurale. Un incontro terrificante con un vicino misterioso frantuma la sua già fragile anima, gettandola in una spirale paranoica sempre più disturbante. Dovrà scoprire se i cambiamenti inquietanti del suo bambino sono collegati a una minuscola buca nella foresta che confina con la loro casa.

E'difficile non amare alla follia le fiabe nere e gli horror rurali. I perchè sono tanti e nascono da presupposti che coincidono con le mille facce di madre natura, della selva oscura e di tutto ciò che è confinato fuori dalle nostre grigie città.
Negli ultimi anni sono arrivate diverse opere accattivanti e affascinanti unite dal bisogno di narrare quel folklore locale che appartiene di norma a ogni paese.
Hole in the ground ha tutti gli elementi per entrare a far parte di questo piccolo universo se non fosse che i rimandi e le somiglianze con Hallow che ho semplicemente adorato, sono davvero tante, tali da far perdere parte del fascino dell'opera dell'esordiente Lee Cronin.
Tanti i sotto testi e le metafore del film a partire da una vena ecologista a delineare l'intero intento dell'opera: stiamo distruggendo così tanto la natura che la risposta è una forza oscura rigurgitata dalle viscere della terra che si prenderà la sua rivincita sacrificando ciò che pensiamo di amare di più, i nostri affetti, la nostra famiglia e tutto il resto.
Due attori, una location e solo qualche sparuta immagine della creatura di turno.
Il resto sono pensieri e parole, suggestioni e giochi d'atmosfera.
Cronin nel cappello magico non mette molti elementi ma riesce a inquadrarli molto bene grazie ad una fotografia e degli effetti sonori che meritano una standing ovation
Uniche pecche l'aver esagerato e tirato un po troppo per le lunghe la "possessione" del piccolo Chris



Nome della Rosa(2019)


Titolo: Nome della Rosa(2019)
Regia: Giacomo Battiato
Anno: 2019
Paese: Italia
Serie: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Alpi piemontesi, fine novembre del 1327. Il frate francescano Guglielmo da Baskerville, seguito dal giovane novizio benedettino Adso da Melk, raggiunge un'isolata abbazia benedettina per partecipare ad una disputa sulla povertà apostolica tra rappresentanti dell'Ordine francescano e del papato avignonese. All'arrivo nell'abbazia i due si trovano coinvolti in una catena di morti misteriose.

Il nome dell rosa è un classico senza tempo inserito tra i 100 libri più importanti al mondo.
L'opera immortale di Eco si è aggiudicata col tempo così tanti meriti oltre la capacità di mischiare i generi superandosi con una rigorosa descrizione del medioevo oltre che delle trame degli uomini di Chiesa. Un romanzo così dettagliato era stato già materia di un film importante e inarrivabile come quello di Annaud del '86.
Per prima cosa spenderò una parola sul cast. In un'opera del genere, probabilmente è l'elemento chiamato a fare la differenza. La versione del'87 era diabolica, nel senso che aveva tirato fuori dalle tenebre alcuni caratteristi che rimarranno indimenticabili con il risultato che l'abbruttimento, la sporcizia e i segni particolari indelebili creavano un'atmosfera e una galleria di "mostri" perfetti.
Il cast della serie da questo punto di vista, pur avendo centrato appieno alcuni personaggi, nel quadro generale, non riesce ad essere così "sporco" preferendo una pulizia generale meno funzionale a chi era rimasto affascinato da uno stile meno morbido e più spaventosamente incisivo.
Il personaggio di Guglielmo è stato pensato in due maniere molto distinte.
Da ambo le parti il personaggio è orgogliosamente fiero di sè per il suo acume e il talento a risolvere l'indagine. Nel film di Annaud, Connery mostrava quello spirito francescano più da monaco che non invece da ex inquisitore come promuove invece la caratterizzazione del nuovo Guglielmo interpretato da Turturro.
Nella serie avendo 400 minuti a disposizione per otto puntate viene dato molto più spazio alle questioni teologiche e i dibattiti politico religiosi tra monaci francescani e domenicani oltre che impero e chiesa, facendolo diventare più un thriller politico per alcuni aspetti rispetto al giallo grottesco di Annaud.
Un'altra differenza riguarda la storia d'amore di Adso che mentre nel romanzo e nel film avviene in un'unica scena di notte dentro le cucine dell'abbazia, qui viene descritta e narrata allungandola e dandole maggiori informazioni oltre che incrociarla con alcune sotto storie legate ai dolciniani.
Ed è proprio per questi ultimi che la serie ha fatto un saltino in più prendendosi un bel rischio tant'è che il risultato infatti è stato molto, ahimè lacunoso. Decidere di descrivere e mettere in scena i dolciniani era un elemento che speravo di vedere dal momento che tutta la loro parte all'interno del romanzo della setta eretica rimane uno degli aspetti più interessanti e allo stesso tempo tristi della vicenda per l'epilogo che ebbero i suoi componenti.
Fra Dolcino, Margherita e tutto il seguito qui vengono qui appena accennati messi come figure a far da sfondo quando c'era il tempo per descriverli meglio sfruttando il talento di un attore come Boni a dispetto della Scarano per Anna su cui si è insistito troppo senza peraltro far nulla di buono.
I paragoni tra il film cult e la serie sono per forza di cose insensati e improponibili: due media troppo diversi, con regole e linguaggi propri ma soprattutto intenti completamente diversi e commercialmente pensati su regole differenti a dividere pubblico e critica.
Il progetto Rai cerca fin da subito di omologare il target facendo un lavoro commerciale per tutti i gusti e preferendo l'opinione e i gusti del pubblico. Annaud di tutte queste "regole" sembra essersene fregato fin da subito e il risultato è evidente.
Un conto è avere a disposizione 132 minuti e un altro averne 400 per sviluppare la storia e i personaggi e inserire anche altre parti, essenziali al libro come lo è la parte più ludica (ma sempre colta) dedicata alla detection.


martedì 2 luglio 2019

Never grow old


Titolo: Never grow old
Regia: Ivan Kavanagh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un impresario irlandese trae profitto dalla conquista di alcuni fuorilegge di una pacifica città di frontiera americana, ma la sua famiglia viene minacciata e il numero delle vittime continua ad aumentare.

Ivan Kavanagh è un nome forse sconosciuto ma per gli amanti dell'horror indipendente e sinonimo di forza e coraggio. Al TFF avevo ammirato il suo primo film Canal, un interessante ibrido di tante cose suggestive e inquietanti con una messa in scena pulita e minimale. Un film che strizzava l'occhio all'horror soprannaturale con Lovecraft e il j horror in primis.
Il regista aveva dato vita ad un interessante esordio che vista la tematica, nelle mani di un qualsiasi mestierante, sarebbe diventata robetta con qualche jump scared forse d'effetto e basta.
L'atmosfera è rimasta la stessa anche in questo western, dove la narrazione procede lenta e in maniera efficace, studiando passo per passo le motivazioni che portano alla sciagura finale, al vero orrore come sempre nella politica d'autore del regista nascosto dentro ognuno di noi, anche in questo caso nella veste di un giovane padre che dovrà fare delle scelte spaventose.
Never grow old è quel western indipendente che cerca di fare il grande salto mettendosi al livello delle ultime importanti opere di genere uscite negli ultimi anni.
Da questo punto di vista il genere è una metafora perfetta per un'America sanguinaria i cui intenti non sono mai cambiati.
Il genocidio dei nativi americani è stato solo l'inizio prima di arrivare all'altro lato oscuro del "sogno americano", della "ricerca della felicità" a tutti i costi e l'ipocrisia di una città oppressiva e patriarcale, che fu costruita dopo l'espulsione violenta e assassina dei nativi americani locali.
Kavanagh però a parte inserire tutti questi temi sembra andare oltre entrando nel vivo dell'oppressione e dello sfruttamento delle donne e del loro impiego nei bordelli.
Tutta questa parte racchiude e si prende la briga di toccare il fondo per quanto le leggi del "wild west" facessero schifo oltre che essere orrendamente sessiste. Cusack finalmente dopo tanti ruoli inutili riesce a dare enfasi ad un personaggio diabolico che conferma le sue ottime doti da villain dopo la prova iconica nel bellissimo Paperboy




Non ci resta che il crimine


Titolo: Non ci resta che il crimine
Regia: Massimiliano Bruno
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Moreno e Sebastiano sono due sfaccendati, anzi, come li definisce l'amico Gianfranco che invece è diventato un uomo di successo, due "poracci". Ma i tre sono cresciuti insieme, e Moreno e Sebastiano da bambini bullizzavano il piccolo Gianfranco, soprannominandolo "il Ventosa". Con loro c'era anche Giuseppe, che ora fa il commercialista precario e subisce le angherie del suocero, che lo paga solo quando gli pare. Sebastiano peraltro è intrappolato in un matrimonio infelice e Moreno, pur cercando da sempre il modo di "fare i soldi con la pala", non riesce neppure a pagare gli alimenti arretrati alla ex moglie. Nel tentativo di sfuggire a Gianfranco, Moreno, Sebastiano e Giuseppe si infilano in un cunicolo spaziotemporale che li catapulta all'epoca in cui erano bambini: il giugno 1982, per la precisione.

Ultimamente nel cinema italiano le più grandi soddisfazioni stanno arrivando dalle produzioni indipendenti a parte alcune serie tv con importanti nomi alle spalle (SUBURRA, MIRACOLO)
Al di là del titolo fessacchiotto che strizza l'occhio quando invece dovrebbe chiuderlo e basta, questa evidente operazione commerciale che dovrebbe omaggiare i polizieschi e le commedie del passato, risulta una delle ignominie a livello di scrittura più brutte che mi sia capitato ultimamente di vedere. Ci sono dei buchi di sceneggiatura grandi come bruciature di sigarette
Se poi contiamo che ormai gli attori sono sempre loro, che il romanaccio è diventato l'unico gergo italico, che la Pastorelli non dovrebbe recitare e che l'ironia qui cede il passo a qualcosa di grottesco che irrita anzichè far ridere, il risultato è un evidente fallimento confezionato e colorato il meglio possibile con una locandina farlocca che cerca di attirare i gonzi un po dappertutto
Inserire troppe mani nel reparto della sceneggiatura a conti fatti non produce nulla di buono (in questo caso otto mani); Bruno dovrebbe cambiare lavoro o mettersi al soldo delle serie tv italiane più becere televisive facendo invece lavorare gente come Soavi o i Manetti o altri ancora...
Sì è voluto fare qualcosa di insolito omaggiando cose a caso con il risultato che il film è l'ennesima commedia banale e senza profondità che esaurisce tutto il suo repertorio con dialoghi che sembrano persino improvvisati. Un nulla di fatto che ho paura che in fondo sia pure piaciuto per un pubblico sempre più paralizzato e in grado di non saper fare nessunissima critica.

Escape Room


Titolo: Escape Room
Regia: Adam Robitel
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sei persone di diversa provenienza si vedono recapitare un misterioso pacchetto, che contiene un ancora più misterioso puzzle a forma di cubo. Una volta risolto, questo produce un biglietto d'ingresso per l'esclusivo complesso di escape room della Minos, stanze chiuse da cui si può uscire solo risolvendo un enigma. La Minos, mette inoltre in palio un premio di 10mila dollari per chi riuscirà a venirne a capo. C'è il maniaco delle escape room che parteciperebbe anche gratis, c'è la reduce delle guerre in medio Oriente segnata dalle cicatrici, il ragazzo che non capisce perché sia finito a partecipare, il genio della fisica timida al punto da sfiorare l'autismo, il camionista che teme di essere sostituito in futuro da IA dedicate alla guida e il broker egoista, narcisista e arrogante: chi tra loro sopravvivrà a un gioco molto più mortale del previsto?

Escape Room è uno di quei film fatti a tavolino per sfruttare un'idea nemmeno tanto male.
Siamo in tempi duri per l'horror commerciale dove ogni idea diventa una facile scappatoia per un manipolo di sceneggiatori col fiuto per gli affari e il marketing a discapito di una storia che parte bene ma già dal secondo atto si arena sui dei buchi di sceneggiatura che lei stessa a fatto così tanta fatica a costruirsi.
Un gruppo di persone completamente diverse che per qualche strana e immotivata ragione (questa poi è ridicola) hanno un elemento o un fatto singolare che le rende complici.
Robitel aveva diretto un horror anch'esso commerciale ma indubbiamente interessante con un'atmosfera coinvolgente e un'attrice di tutto rispetto Taking of Deborah Logan.
Un film che parlava di malattia diventando una specie di provocazione ai film sulle possessioni con il risultato che aveva brividi da vendere e un paio di scene davvero inquietanti.
Poi c'è stata la parentesi INSIDIOUS e infine questo ESCAPE ROOM.
L'idea di un thriller con venature horror dove per andare avanti bisogna risolvere intricati indovinelli è interessante e il cinema da questo punto di vista a fatto certamente di meglio (CUBE, Exam, Circle, IDENTITA). Qui dal secondo atto ad esempio è proprio il ritmo a non seguire più una logica. I personaggi sembrano tutti impazziti e dei mezzi geni come McGuyver oppure cercando di essere misteriosi con il risultato opposto, le location cambiano troppo di fretta e non hanno neppure molto senso se non quello di inseguire una linea estetica a cui ultimamente il cinema in mancanza di idee offre così in maniera del tutto gratuita. In più il perchè alla base della scelta delle vittime è da arresto e il climax finale chiude facendo peggio di quanto ci si poteva aspettare. Rimane comunque la mano di un regista che tecnicamente dimostra un certo talento e ripeto anche nel suo esordio aveva dato prova di saper costruire un horror con un'interessante atmosfera. I due film successivi sembrano aver creato quel mestierante al soldo delle major sostituendolo invece con quel'autore ispirato che al suo esordio sembrava dotato di un certo talento.

Polaroid


Titolo: Polaroid
Regia: Lars Klevberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nella cittadina di Locust Harbor, Bird Fitcher è una studentessa liceale un po' complessata, con ancora le scorie di un grave trauma infantile. Appassionata di fotografia, riceve in regalo dall'amico Tyler una vecchia macchina fotografica Polaroid, che fa le foto a sviluppo istantaneo. Bird è entusiasta del regalo e per provare la macchina scatta una foto di Tyler. La sera, andando a una festa in costume, Bird nota che nella foto che ha scattato all'amico c'è qualcosa di strano.
Timida e rinunciataria, alla festa Bird se ne sta come sempre in disparte. A sorpresa, però, Connor, il ragazzo che le piace, le si avvicina e si dimostra amichevole. Bird scatta una polaroid a lui e ad altri amici. Ma l'arrivo della polizia getta un'ombra sulla festa: lo sceriffo Pembroke convoca Bird per comunicare che Tyler è stato trovato morto. Anche nella foto presa alla festa sembra esserci qualcosa di strano: un'ombra minacciosa. Bird comincia a capire che nella Polaroid alberga qualcosa di micidiale. Chi viene fotografato è destinato a una sorte orribile e per salvarsi Bird e i suoi amici fotografati dovranno cercare di capire da chi difendersi e come.

Polaroid è il tipico horror teen virato sule maledizioni e i fantasmi destinato ad ammorbare il pubblico horror nel periodo estivo.
Inventiva pari a zero. Sembra quel videogioco orientale del passato, Project Zero, dove nella foto compariva questa presenza destinata ovviamente a uccidere il malaugurato soggetto o i soggetti quando la foto non è singola ma di gruppo. Dalla maledizione non si può scappare, c'è una macchina fotografica maledetta e la solita tiritera andando a cercare di scoprire la biografia della presenza maledetta per poter placare la sua ira.
Pur essendo l'horror un genere a grande latitudine, non è solo la macchina fotografica posseduta a non funzionare (negli anni ci siamo adattati a tutto) ma il ritmo che a parte l'incidente scatenante che balza fin dalla prima inquadratura senza perdere troppo tempo ma arrivando subito al punto, sembra soporifero per tutto il tempo con una recitazione di giovani attori incompetenti che non aiuta a rendere l'atmosfera reale e coinvolgente.
La c.g del mostro finale è davvero tremenda per quanto risulti infima per qualità e per mancanza totale di idee e originalità.

lunedì 17 giugno 2019

John Wick 3


Titolo: John Wick 3-Parabellum
Regia: Chad Stahelski
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

John Wick, killer infallibile ritiratosi dal "mestiere" ma tornato forzatamente a uccidere, è stato scomunicato dall'Alta Tavola, consesso internazionale di assassini. Sulla sua testa pende una taglia da 15 milioni di dollari, che attira l'attenzione di tutti i peggiori individui in circolazione.

Parabellum – Preparatevi per la guerra
Eccoci dunque al terzo capitolo di una saga che in fin dei conti non voleva dire e fare nulla se non intrattenere con complesse e mirabolanti scene d'azione.
John Wick 3 è uno dei rari casi in cui il terzo capitolo a conti fatti risulta il migliore, quello confezionato meglio visto che di confezione si parla.
Un film che come le lancette dell'orologio del protagonista è una veloce corsa contro il tempo.
Abbiamo un protagonista, l'eroe, l'eletto, l'immortale Neo, che combatte contro chiunque incroci la sua strada e per farlo viene aiutato da alcuni loschi ceffi che però non sanno usare le armi e le mani come John. John uccide senza un perchè alla base che giustifichi le sue azioni e questo lo rende gloriosamente stupido ma notevolmente travolgente.
Un film action a tutti gli effetti che fin da subito scarta sotto storie o sotto chiavi di lettura per fortuna riuscendo a non essere reazionario e ad avere come villain, se così possiamo chiamarli, una parte di quel'1% che controlla il mondo, l'Alta Tavola, e che non può fare in modo che una scheggia impazzita crei il caos per le città o destabilizzi l'opinione pubblica.
Ora dicevo che questo terzo capitolo è in assoluto quello confezionato meglio perchè è un trip nel montaggio e nel ritmo. Tutto è davvero incredibili e allo stesso tempo incredibilmente irreale.
Il lavoro sui combattimenti, le coreografie, gli stunt man di Keanu (a cui regala per ognuno una Harley Davidson a fine riprese, Chad Stahelski su tutti che ha firmato anche la regia), il linguaggio quasi assente per dare sfogo a quello che un film di questo tipo deve saper regalare: intrattenimento e una cura tecnica estrema e minimale in ogni sequenza.
Rigorosamente da vedere al cinema, John Wick 3 sono 130' che volano come forse nell'action non siamo più abituati, frastornando completamente la psiche dello spettatore rincoglionendolo a dovere ma sapendo al punto giusto infilare qualche risata.
Alla fine tutti muoiono e tutti risorgono e ci aspetta un quarto capitolo perchè alla fine del terzo John è a terra incazzato nero che dopo aver ucciso metà città non sembra contento e vuole vendetta.


Black Mirror-Season 5


Titolo: Black Mirror-Season 5
Regia: Owen Harris, James Hawes, Anne Sewitsky
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Serie: 5
Episodi: 3
Giudizio: 3/5


3x01Striking Vipers
Storia di due vecchi amici che, nel provare un futuristico videogioco picchiaduro a immersione totale (cinque sensi compresi), lasciano presto perdere cazzotti e calci per iniziare ad accoppiarsi selvaggiamente, uno nei panni di un guerriero asiatico, l’altro in quelli di una gagliarda combattente in gonnella.
Forse nelle menti degli ideatori si palesava questa possibilità di vedere Ryu e Chun-Li scopare anzichè prendersi a botte, modificare o variare nel vero senso della parola l'intento di un videogioco opure pensandolo per uno scopo imprevisto.
Non c'è alcun dubbio che il primo episodio della serie sia il più originale, divertente e in grado di giocare su alcuni tabù mica da ridere. Molti si sono chiesti perchè dopo aver scoperto questo insolito legame o passione, la storia non sia andata avanti scegliendo invece di sedersi sugli allori. E'vero in parte, ma è anche giusto notare come anche in questo caso senza aggiungere altri elementi, l'atmosfera di fatto era perfetta giocando su tanti elementi diversi finendo per scegliere nel climax finale la formula che quasi tutte le coppie al giorno d'oggi scelgono: anzichè litigare, viene lasciato intercorrere un tacito accordo in grado di soddisfare gli appetiti sessuali da ambo le parti in qualsiasi forma.


3x02Smithereens
La storia è quella di un uomo che, dopo aver perso la moglie in un incidente di cui si sente responsabile perché era distratto dal cellulare, rapisce il giovane stagista di un social network simil-Facebook con lo scopo di arrivare a parlare con il simil-Zuckerberg della situazione.
Interessante. Poteva certo dare di più senza bloccarsi all'interno di un auto tra negoziatori, polizia, una vittima che alla fine si renderà conto di quanto è disperato l'uomo che lo ha preso in ostaggio e infine una sorta di guru che come per la parabola di Zuckerberg non si rende nemmeno più conto di cosa facciano i suoi assistenti e soprattutto di quali scelte approvino senza nemmeno prenderlo in considerazione. Forse tra tutti gli elementi all'interno dell'episodio, proprio questo del non essere incluso in qualcosa che abbiamo creato perchè ormai è andato troppo il là, dovrebbe far pensare in una società in cui sempre di più le grosse corporazioni e le multinazionali controllino paesi e l'economia. Il fatto però che un personaggio secondario prenda il sopravvento su quello principale dovrebbe dare da pensare.


3x03Rachel, Jack and Ashley Too
Miley Cyrus, nei panni di una cantante super colorata e super positiva che manda messaggi edificanti alle ragazzine pur covando dentro di sé una vena oscura e ribelle. Accanto a lei ci sono due sorelle, una delle quali super-fan della cantante suddetta, tanto da comprare avidamente una speciale bambola in cui è stata inserita un’intelligenza artificiale molto sofisticata, ricalcata sulla personalità della prorompente Ashely.
L'ultimo episodio con tanti limiti dalla sua e una scelta tecnica di indubbio gusto sotto la sua patina, è in assoluto il più spaventoso di tutti perchè è tristemente reale. Sembra prendersi gioco della Disney, per fare un esempio a caso di una multinazionale che controlla, sceglie e determina i gusti e i bisogni dei più giovani facendo perno sulla "prostituzione digitale", su come alcune pop star, o meglio celebrità 2.0, diventano meri oggetti a scopo di guadagnare denaro lanciando messaggi idioti alle loro fan con l'unico scopo di diventare influencer su tutto ciò che gravita attorno agli adolescenti avendo un peso enorme sulla capacità di scegliere.
Da questo punto di vista un altro esperimento nell'horror recente è stato fatto con la serie Into the dark-New year in un episodio che seppur non è proprio il massimo tratta un tema analogo e i suoi effetti collaterali e le conseguenze inattese.
L'idea di scegliere Miley Cirus non poteva che essere più accattivante come elemento che quasi nessuno ha compreso. Perchè altrimenti chiamare una non attrice a recitare in una delle saghe di sci fi più belle di sempre? Perchè il pubblico avrebbe partecipato a sciami senza nemmeno voler sapere o capire di cosa tratti l'argomento in questione, per il semplice fatto di vedere la loro icona pop legata a strettissime e rigide imposizioni da parte delle major e degli agenti.
La stessa Miley Cirus come è sempre stata condizionata a fare quello che lo star system le richiedeva, ha fatto la stessa cosa all'interno di questo episodio fantascientifico.
In questo la gabbia, la speciale bambola, è la metafora perfetta.

La quinta stagione riflette su questioni etiche post contemporanee senza andare a fare voli pindarici scegliendo scenari o accessori troppo fantascientifici. Questioni etiche vs il progresso tecnologico, preferendo appunto l'umanità e i drammi dei suoi protagonisti.
Seppur tra alti e bassi, ci viene molto difficile immaginare un'opera che ancora oggi sappia fotografare la realtà e la società attuale con altrettanta lucidità.
Charlie Brooker l'ideatore della serie ci aveva regalato in passato quella mini serie televisiva da urlo sul Grande Fratello che ospita gli zombie Dead Set