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venerdì 27 marzo 2020

Zerozerozero


Titolo: Zerozerozero
Regia: Stefano Sollima
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 5/5

Il traffico di droga e l'economia globale si intrecciano in tre storie del giorno d'oggi unite dal viaggio di una nave che trasporta un carico di cocaina. Sull'Aspromonte, l'anziano boss Don Minu acquista la partita di droga per rinsaldare la sua leadership, ma è tradito dal giovane e ambizioso nipote Stefano. A New Orleans, il broker dell'affare, Edward Lynwood, si ritrova nei guai quando dall'Italia non arriva il pagamento pattuito, mettendo a rischio la sua compagnia navale presso cui lavorano i figli Emma e Chris. In Messico, le forze dell'esercito cercano di fermare l'avvio della spedizione, ma al comando della squadra designata c'è il soldato 'Vampiro', anche lui al soldo del Cartello.

Sollima è il nostro Michael Mann italiano. Ormai non si può nascondere l’evidenza dei fatti. Un autore nato nel cinema e figlio del cinema che sapendo aspettare è diventato la nostra garanzia, la forza più importante nell’action nazionale e internazionale. Presentata a Venezia e ancora una volta resa così attuale e importante dalla firma di un outsider come Roberto Saviano e tutti i colleghi editor che lo hanno aiutato.
Zerozerozero è come se fosse la continuazione di un percorso intrapreso con la seconda filmografia di Sollima. Mentre la prima riguardava AcabSuburra e GOMORRA 2, la seconda più matura e definita da una politica d’autore ormai evidente nel suo modo di condurre le riprese e il ritmo ha saputo dare i suoi frutti con lo stupendo Soldado (raro caso in cui il sequel supera Sicario) e ora questa struggente serie di otto episodi che vorresti non finisse mai.
Poche storie ma con tanti intrecci e vie secondarie, scorciatoie, passaggi segreti che scelgono Italia, Messico e Usa con alcune incursioni in Africa (Marocco e Senegal)
Una messa in scena minimale, pulitissima, una scelta di cast che non poteva fare di meglio e parlo per tutte le parti coinvolte anche sugli attori secondari, che mostra la vera crudeltà e gli interessi che muovono le parti in causa e una violenza reale e mai nascosta inusitata e travolgente in grado di far abbassare la testa a tutti i precedenti lavori dell’autore e tanti film fantocci americani sul genere.
La serie spara molto in alto e in profondità, riesce ad essere sempre verosimile e reale, crea una storia che riesce a rendere interessanti e mai banali i flash forward con quel qualcosa in più nella scrittura che si faceva difficoltà a credere, incasella così tanti colpi di scena da rendere la trama un thriller, noir, giallo, dramma, poliziesco, una esamina del narcotraffico, della ndrangheta e dei nuovi imprenditori americani che vogliono inserirsi nel gioco del trasporto della droga senza sapere con cosa avranno a che fare ma imparando molto in fretta.
Emma, Manuel e Don Minu sono il triangolo della quintessenza di come vanno caratterizzati i personaggi con Emma che ha quel qualcosina in più rispetto a tutti gli altri nelle vesti di una Andrea Riseborough per cui bisogna solo godere di come riesce a dare peso e sostanza al personaggio femminile che riesce a eguagliare e superare tutti dimostrando una sofferta storia di perdite ma che riescono a farla diventare la più importante e pericolosa. Il carico, la nave e le sue mille peripezie, sono solo la traiettoria di fondo di una costosissima operazione commerciale e una lotta per il potere più che per la cocaina in sé che di fatto non vediamo mai. In questa ambiziosa operazione chi riuscirà ad uscirne vincitore e soprattutto vivo, avrà il potere assoluto. L’accordo finale tra Emma e Don Minu e poi Manuel tratteggia come le regole cambieranno perché una delle frasi che sanciscono meglio l’enorme arco narrativo è proprio che non contano le leggi (quelle sono per i deboli) ma contano solo le regole. Giochi di potere, cambi all’ultimo, personaggi sempre molto complessi e impegnativi ma mai sopra le righe che giocano sui meccanismi psicologici e umani facendo parte di un gioco gigantesco difficile da pensare che abbia portato a dei fasti e risultati di questo tipo.

Doctor Sleep


Titolo: Doctor Sleep
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Danny Torrance, il bambino con la luccicanza, è cresciuto. Adesso è un uomo che deve fare i conti con la sua particolarità e cercare di conviverci. Nel farlo, si è ridotto a una sorta di relitto umano: alcolizzato e spiantato, senza presente né futuro. Toccato il fondo, Dan decide che è abbastanza e si riposiziona in una serena cittadina, trova l’amicizia del fraterno Bill, si disintossica dall’alcool e si mette a lavorare di buona lena.

Mike Flanagan sta dimostrando di essere una sorta di Re Mida di Hollywood. Tutto quello con cui entra in contatto brilla di luce propria. Quando ho sentito che avrebbe diretto il seguito di Shining avevo una certa paura di fondo, sapevo che il budget era consistente, che il libro di King veniva bocciato da tutti e tanti altri elementi che potevano far storcere il naso.
Poi tralasciando tutto, come sempre, mi sono sparato il film che non lo sapevo ma dura 151 minuti.
Il risultato è ancora una volta una sfida vinta per aver creato quell’atmosfera che sembra seguire le coordinate kinghiane sullo sposare il dramma senza lasciar perdere l’azione, portandola a dei livelli molto alti. Vampiri di anime (Vero Nodo), luccicanza, Overlook, Abra, c’erano così tanti elementi da dover dosare nell’intricato labirinto che probabilmente qualsiasi altro avrebbe fatto una porcheria. Flanagan restituisce al romanzo di King tutta la sua atmosfera, si confronta con le colpe dei padri e porta in terapia il figlio, sceglie la vita e di proteggere anziché soffocare nell’isolamento e lasciare che altre voci si facciano strada dentro di lui. Sembra tutta la struttura un sofisticato gioco di rimandi e ammissioni di colpe, di confrontarsi con il passato accettandolo ma prendendone le distanze.
Doctor Sleep è prima di tutto un viaggio terapeutico. I villain, gli antagonisti, sono gitani superdotati che agiscono in gruppo e ricordano molto per come si pongono con i bambini ai Vacui bartoniani (luccicanza vs occhi).
Flanagan dimostra ancora una volta di saper districare una matassa complessissima, con il suo talento che riesce a dimostrare ancora una volta di essere personale, passionale e quasi mai derivativo.
Doctor Sleep è un viaggio on the road, un film di formazione, una favola su come ritrovare se stessi grazie agli altri, di come il potere e la sue essenza sia una maledizione immortale in particolare per la bellissima Rose the Hat, riuscendo in una sfida che sembrava persa ovvero confrontarsi e continuare alcune scene topiche del cult di Kubrick come se fossero già collegate come un filo e toccava a Mike unire e sciogliere i nodi.


Villains


Titolo: Villains
Regia: Dan Berk, Robert Olsen
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una coppia di ladri inesperti decide di rapinare una casa di periferia ma non sa a cosa sta andando incontro.

Villains è una dark comedy, un home-invasion al contrario che non cerca di prendersi troppo sul serio. Fa il suo dovere intrattenendo senza colpi di scena importanti (il meglio avviene nell’ultimo atto) e con una struttura di fatto già vista innumerevoli volte. E’ un esercizio di stile di una coppia di registi che aveva per qualche inspiegabile ragione diretto il sequel di uno dei più importanti film di vampiri visti negli ultimi anni ovvero Stake Land.
Il problema più grosso del film rimane la scrittura, con una sequenza di eventi davvero scontati e prevedibili nonché marginali e già visti e sentiti a profusione. La messa in scena invece di quello che non è un indie, è molto curata, quasi tutto in interni in un’unica location che è la casa e le apprezzabili interpretazioni del cast con la coppia di villain psicopatici ampiamente sopra le righe. Purtroppo avrebbe giovato di più una lezioncina su come alzare di più il livello (il bambino che Gloria porta in braccio all’inizio è scontato che sia finto, la bambina rinchiusa in cantina con tanto di catene, la droga peggio utilizzata in un film e via dicendo) però ci sono anche momenti interessanti soprattutto tra i due protagonisti e la loro chimica (la scena di Jules che copre Mickey con i capelli è il momento più alto del film ed è una scena romantica)
Villains non fa mai paura, nemmeno qualche brivido, ma ha un buon ritmo e poggia perlopiù sulle interpretazioni e su eventi tragicomici.

Jojo Rabbit


Titolo: Jojo Rabbit
Regia: Taika Waititi
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nella Germania del 1945, Johannes Betzler detto “Jojo” ha dieci anni ed è un fanatico nazista, al punto di avere come amico immaginario e consigliere Adolf Hitler. Con il padre apparentemente disperso al fronte, vive solo con la madre, attiva nella resistenza. Le sue convinzioni, infatti, gradualmente muteranno, attraverso il classico “coming of age”, quando scopre che la madre nasconde in casa Elsa, una ragazza ebrea.

Jojo Rabbit è un film molto furbo e diciamolo subito, una marchetta perfetta per uno dei registi e autori più furbi della nuova Hollywood che però in fin dei conti pensava di brillare agli Oscar quando così per fortuna non è stato. Taika Waititi lo seguo dai suoi esordi e con quel mockumentary di What we do in the shadows mi ero divertito davvero molto e facevo il tifo per lui. E’un abile scrittore da commedie scanzonate, uno a cui la battuta riesce bene ed è abile a districarsi coi generi. Quello che l’ha fatto diventare un mestierante è stato il suo ingresso alla Disney/Marvel con il tremendo Thor-Ragnarok quando invece l’anno prima a briglie sciolte aveva diretto l’amabile Hunt for the Wilderpeople.
Jojo Rabbit tratta una materia che passa di default nel filone (deve essere visto e non si può attaccare per nessun motivo) è scritto in maniera discreta, cerca di fare una summa che non era mai stata fatta, ironia e olocausto, fuga dal mondo dei sogni e nazismo, coming of age e storia d’amore, condendo tutto con una messa in scena perfetta, una galleria di attori estremamente funzionale e un ritmo che riesce ad alternare abilmente dramma e azione, comicità e tragedia. Un film di opposti però sapientemente bilanciati, un film che sembra fatto e pensato per accrescere il successo di un autore che ormai nel giro di pochi anni è diventato potentissimo e continuerà ad esserlo, un film che strizza l’occhio agli Academy e agli Oscar ma che di fatto si è portato via solo una statuetta e tanti, tanti sentimenti e qualche lacrimuccia facile.
Jojo Rabbit è un film che è stato pubblicizzato troppo, che ha voluto far parlare tanto di sé con il risultato che al botteghino è andato bene ma allo stesso tempo conferma come Waititi secondo me dia il suo meglio nell’indie, nell’autorialità profonda dove non sono le maestranze a dettar legge o la produzione.

Blood Bags


Titolo: Blood Bags
Regia: Emiliano Ranzani
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mostro si aggira per i corridoi di una casa abbandonata, prendendo di mira i curiosi che vi entrano. Due amiche vi si avventurano solo per scoprire poco dopo che tutte le uscite sono state bloccate. La creatura le insegue, sempre più affamata e assetata del loro sangue. Non c'è via d'uscita.

A volte alcuni film stupiscono più per la forma, per la costruzione, per la tecnica, per come impreziosiscono i dettagli che non per la storia in sé che trattandosi di uno splatter/slasher diventa spesso e volentieri marginale.
Blood Bags nel mondo dell’indie italiano, del cinema autoriale diciamolo subito è una piacevole sorpresa.
I perché sono tanti e portano sulle spalle citazioni che non diventano mai opprimenti ma che sanno dare il giusto tono, una squisita ricerca di colori di impostazione della mdp (con alcune sequenze sofisticate e oniriche davvero funzionali) e un amore profondo per Bava in primis e Argento al secondo posto (e tutti gli altri rimangono iconici nel sotto filone). Blood Bags gioca bene le carte individuando da subito i vettori forti su cui un prodotto di questo tipo deve fare i conti, ma allo stesso tempo non punta a quella bramosa ricerca di dover fare il salto in avanti cercando sensazionalismi originali, ma preferendo una strada più artigianale fatta di iconografe in parte già ammesse, un’ottima fotografia che nell’atto finale in quella grotta fumosa trova il suo apice, cercando un mix di elementi che riescano a inserire più richiami dei generi in particolar modo il poliziesco, l’indagine, il serial-thriller cercando in più di non lasciare tutta la responsabilità a Tracy ma appoggiandosi anche sui co-protagonisti e cercando così di espandere il filone in maniera classica e mai scontata.

lunedì 23 marzo 2020

Hail Satan


Titolo: Hail Satan
Regia: Penny Lane
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La controversa influenza dei satanisti sulla politica USA

Essere satanisti ai nostri giorni non significa sacrificare cose, o fare atti osceni in luogo pubblico o dover per forza provocare qualcosa nell’altro culturale. Satanisti al giorno d’oggi come si interroga l’attenta Penny Lane può voler dire semplicemente aderire ad un altro culto (che non per questo va condannato).
Siamo in un’epoca in cui il dio delle guerre è la religione e ad oggi ne contiamo qualcosa come più di 4600.
Ora che male può fare un culto che si interroga partendo dalle intuizioni di Milton e il suo profetico Paradiso Perduto sulle origini del dio della materia e del re dei disobbedienti.
In breve, il Satanic Temple o la Chiesa di Satana è un’organizzazione composta da attivisti nonteisti che, pur non credendo nell’esistenza di Satana, almeno una buona parte, prendono la figura di Lucifero come simbolo di un’eterna lotta al sistema opprimente, alla tirannia, alla sovranità arbitraria religiosa che prevede la sottomissione a Dio.
I membri del Satanic Temple si descrivono come pacifisti, convinti sostenitori dei diritti umani (come quelli della comunità LGBTQ) e del pluralismo religioso, a scapito di poche religioni che controllano il mondo.
Se è pur vero che a parte mettere da parte Jex Blackmore e tutti coloro che usano manifestazioni violente per circoscrivere il loro credo, dall’altra parte il documentario traccia alcuni dati di fatto importanti per sostenere la continuità e la fidelizzazione cristiana in America come ad esempio combattere i comunisti visti come il male maggiore in tempo di guerra, oppure sempre per i cristiani alcuni esperimenti nati con il solo obbiettivo di accrescere il numero degli adepti,  come il film i Dieci Comandamenti e altre operazioni semi-reazionarie.
Si ride, non ci si prende troppo sul serio, sentiamo buona parte dei benpensanti e scopriamo tutta la galleria di fesserie prodotte e volute dai media negli anni per avere un nemico in comune: Satana e i loro seguaci.
In realtà il più grande nemico del pensiero libero e delle donne come dimostrano i fatti e sempre stato il Cristianesimo e gli altri monoteismi.
I sette fondamentali “comandamenti” su cui si basa il Satanic Temple sono:
1-One should strive to act with compassion and empathy towards all creatures in accordance with reason.
2-The struggle for justice is an ongoing and necessary pursuit that should prevail over laws and institutions.
3-One’s body is inviolable, subject to one’s own will alone.
4-The freedoms of others should be respected, including the freedom to offend. To willfully and unjustly encroach upon the freedoms of another is to forgo your own.
5-Beliefs should conform to our best scientific understanding of the world. We should take care never to distort scientific facts to fit our beliefs.
6-People are fallible. If we make a mistake, we should do our best to rectify it and resolve any harm that may have been caused.
7-Every tenet is a guiding principle designed to inspire nobility in action and thought. The spirit of compassion, wisdom, and justice should always prevail over the written or spoken word.
Alla faccia dei 10 comandamenti cristiani!

Knives out


Titolo: Knives out
Regia: Rian Johnson
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Harlan Thrombey, romanziere, editore e carismatico patriarca di una bizzarra famiglia allargata, è morto. Scoperto dalla giovane cameriera Marta la mattina dopo un'imponente festa di compleanno per i suoi 85 anni, il cadavere eccellente ha la gola tagliata ma sembra essere il frutto di un suicidio. La lussuosa villa di campagna di Thrombey vede l'arrivo di due ispettori di polizia, dell'investigatore privato Benoit Blanc, e dei familiari del ricco imprenditore, guidati dai figli Linda e Walter e dalla nuora Joni. Con un'eredità che fa gola a ognuno di loro, e con un'indagine che gratta sotto la superficie degli eventi, la costernazione lascia velocemente il posto al sotterfugio e al pregiudizio.

Knives Out è un altro di quei film che sotto sotto avevo paura che a lungo andare fosse deboluccio, non lo so forse le ambizioni, il cast stellare, il giallo che agli americani quando hanno troppi soldi non viene così bene e altri motivi tra cui Johnson che passa da un universo all’altro ma che qui diciamolo non ha sbagliato una virgola.
Il detective movie in questione è un film che guarderò sicuramente molte altre volte vuoi perché ha qualcosa di decisamente ipnotico, vuoi perché ha una struttura e una sceneggiatura finalmente perfetta per un giallo e poi con continui ribaltamenti di struttura, attori caratterizzati benissimo, colpi di scena a profusione, un climax finale perfetto e una messa in scena di rara bellezza.
Mi sono davvero divertito, facevo le mie puntate, pensavo qualcosa che poi cambiava quando meno me lo aspettavo, insomma nei suoi 130’ non stacchi la testa un solo momento e la scelta funzionale del cast con un Craig che ancora una volta dimostra di non essere solo un fisic du role, ma un attore dotato di un pathos e di una sensibilità che dimostra e mette al servizio di questo controcorrente ispettore privato.
Knives out è pieno di situazioni, momenti indimenticabili, dialoghi perfetti, recitazioni mai sopra le righe (Evans è al limite) diventando ironico e divertente, ma anche un thriller dove il peso dell’eredità darà modo alla parentela di tirare fuori le unghie e quant’altro pur di appropriarsi sui beni di un romanziere che è riuscito semplicemente a fare quello che voleva prendendosi in un certo senso gioco di tutti.
Whodunit, gialli come questo era da tempo che non venivano a galla riuscendo a dimostrare come mettere insieme così tanti attori e dare ad ognuno il proprio momento in cui brillare non era affatto semplice soprattutto contando che Johnson non è l’Altman di GOSFORD PARK ma il paragone potrebbe, in questo unicum, tranquillamente starci. Davvero chapeau!

sabato 14 marzo 2020

Daniel isn’t real


Titolo: Daniel isn’t real
Regia: Adam Egypt Mortimer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Luke, studente universitario dal passato difficile e disturbato, subisce un violento trauma familiare che lo spinge a riportare ‘in vita’ Daniel, il pericoloso amico immaginario che aveva da bambino e che da tempo ormai aveva obliato. Carismatico e pieno d’energia, Daniel torna così subdolamente nella sua quotidianità, deciso più che mai ad aiutare Luke nel realizzare i suoi sogni, guidandolo però inesorabilmente ai limiti della sua sanità mentale, in una disperata lotta per mantenere il controllo della sua mente e della sua anima.

Daniel isn’t real ha un primo atto incredibile dove dosando gli ingredienti Mortimer riesce ad intrappolare diversi temi e scene da manuale come quella in cui rinchiude Daniel nella casa di bambole con quelle luci e quell’atmosfera molto suggestiva e originale. Il tema del doppio è stato affrontato in varie maniere nel cinema con risultati altalenanti ma diverse pillole indimenticabili e alcuni cult indiscutibili.
Questo film non è nessuno dei due. E’un pregevolissimo horror che fa perdonare al regista Some kind of hate il suo esordio che mi aveva davvero convinto poco. Qui gli effetti fanno molto, la vivida realizzazione visiva e sonora, le gelatine che sparano colori a profusione quali il rosso e il viola ad annunciare l’arrivo di qualcosa di brutto, l’uso della c.g in maniera quasi mai debordante, mostri e creature che sembrano risvegliare l’abisso del male. Il film alterna thriller psicologico con body horror, dove il sangue e le scene di violenza non mancano, la patologia come si è appresa (la madre forse..)rimane la grande incognita soprattutto contando come è stato giocato male il ruolo dello psicologo che dovrebbe aiutare il protagonista e noi del pubblico ad avere qualche elemento in più. Trauma, malattia mentale, realtà di un opposto che non potrà morire mai ma come un alieno cambia di corpo in corpo scegliendo identità fragili da eludere e controllare. E poi c’è l’entrata a straforo proprio nel corpo di Luke, il quale coincide con il secondo atto (verso la fine) e pone altri dubbi e perplessità spostando le interpretazioni verso viaggi della follia poco comuni anche se a volte pasticciati.
Il ritmo vola senza fare guizzi particolari, solo verso il finale, prima del climax comunque interessante, il film svela le sue carte diventando a tutti gli effetti un horror viscerale dove secchiate di sangue e colori tingono la scena infilando mostri e trasformazioni corporee a profusione. Buona la prova di Patrick Schwarzenegger, meno quella di Miles Robbins.
Speriamo comunque che la SpectreVision di Frodo continui a regalarci buoni prodotti

Head hunter


Titolo: Head hunter


Regia: Jordan Downey
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel Medioevo, un guerriero che protegge il regno dai mostri e dall’occulto, ha una raccapricciante collezione di teste. Ma per essere completa, alla collezione ne manca una, quella del mostro che ha ucciso sua figlia tanti anni prima. L’uomo ricorrerà alla stregoneria per raggiungere il suo obiettivo, con conseguenze terrificanti.

Head hunter è un film coraggiosissimo che ho saputo apprezzare e di cui sarò fan sperando prima o poi che riesca a farsi strada come produzione indipendente low budget autoriale per un pazzo folle come Jordan Downey e la sua festa del Ringraziamento (perché il suo amore per i tacchini merita una menzione a parte).
Un medieval horror, un film fatto di atmosfera, di momenti mai mostrati ma che fanno da contorno e in alcuni momenti in uno scenario ormai costipato di creature e mostri giganti in c.g, si apprezza per quello sforzo in più di lasciarli all’immaginazione, teste esibite come trofei per un Predator umano che si rispetti.
Grotte, armature pesantissime, un protagonista enorme come deve essere un pari di Conan per sconfiggere mostri che apprendiamo subito essere giganteschi in un mondo dove i sentimenti non esistono più, dove la voglia di vendetta diventa l’unico stimolo per andare avanti in una solitudine disarmante.
Un film muto quasi, dove il viaggio dell’eroe è una continua prova di sangue tra tormenti e ferite incredibili, un Gatsu che non smette mai di voler punire e stanare le forze del male e dove tutto sembra uscito dal peggiore degli incubi attaccandolo e lasciandolo preda dei suoi stessi fantasmi in maniera opprimente.
La prima parte, quasi i primi due atti, sono sanciti da un ritmo che non è mai quello che si potrebbe pensare, tutto appartiene ad una routine fatta di rituali, tutto l'excursus magico ed eretico sull'armamentario d'alchimista. Un film di mostri senza mostri, con una cura maniacale per ogni frame e suppelletto utilizzato con un'attenta ricerca delle location e un climax finale dove per tanti finalmente verrà, a suo modo, appagata o ripagata l'attesa.


Occhio per occhio


Titolo: Occhio per occhio
Regia: Paco Plaza
Anno: 2019
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Il leggendario spacciatore gallicano Antonio Padín viene graziato dal carcere per motivi umanitari, dato che ha contratto una malattia terminale. Invecchiato, debole e malato, Antonio entra di sua spontanea volontà in una residenza per anziani invece di andare a casa sua dai due figli, Toño e Kiko che lui disprezza apertamente e sospetta che saranno la rovina dell'azienda di famiglia

Plaza è uno dei miei registi spagnoli preferiti che nell’arco di vent’anni prediligendo l’horror, ha saputo confrontarsi con altri generi rimanendo nel cinema di genere puro. Occhio per occhio è il suo primo thriller e lo fa scegliendo uno degli attori più malleabili sulla piazza Luis Tozar. C’è qualcosa nella struttura e nel mostrare il personaggio che mi ha fatto ricordare l’eccellente BED TIME, vuoi la semplicità del soggetto oppure il modus operandi del protagonista.
Qui c’è un rapporto che deve reggersi sulla fiducia e non sull’interesse (come invece capita per i figli delinquenti di Padin), cercare da parte di Mario di mantenere una sorta di normalità garantendo la sua professionalità millantata dai colleghi e infine iniziare la sua lenta vendetta fatta di iniezioni, la droga per inibire i sensi della vittima e un ascolto costante per cercare di avere la sua massima fiducia.
Se la struttura mostra per certi versi la lunga operazione di Mario per cercare di evitare di destare sospetti e facendo in modo che la morte arrivi senza che lui possa essere dichiarato colpevole, i gregari di Antonio comprenderanno presto l’interesse morboso di Mario. Tutto il film sembra puntare su un climax finale sempre drammatico dove il destino inevitabile e la mancanza di redenzione dei personaggi porta verso un destino segnato ma allo stesso tempo reale e mai con il dovere di regalare quello che il pubblico si aspetta. Pagherà caro Mario (o meglio ciò che ama di più), pagheranno i figli di Antonio, soprattutto uno in carcere.
Plaza senza Balaguerò, ma i tratti comuni dopo anni di complicità si vedono, conferma dando prova di sapersi cimentare perfettamente con un genere che sembra aver esaurito le idee peraltro senza scene d’azione ma studiando lentamente la mossa dei personaggi caratterizzati in maniera complessa e articolata. L’imprevedibilità di trovarsi la propria vittima tra le mani ha contorni di kinghiana memoria (MISERY) ma qui i co-protagonisti sono fondamentali anche se ancora una volta tutto è sulle spalle del semplice quanto immenso Tozar


Rabid(2019)


Titolo: Rabid(2019)
Regia: Soska
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film è il remake del film di Cronenberg che racconta la storia di una donna gravemente ferita dopo un incidente motociclistico. L'intervento chirurgico effettuato per salvarla cambierà il suo corpo irrimediabilmente, trasformandola in una specie di vampiro.

Più che ispirarsi al modello del regista canadese, le sorelle Soska, che spero da oggi in avanti vanteranno una carriera più prolifica, immettono toni alla Refn di Neon Demon, protagonista bellissima, competizione ai massimi livelli, mondo della moda e via dicendo per finire su cartelloni pubblicitari e stare alle regole di squilibrati maschi alfa. Il make-up mostra dopo un primo atto di semina, un volto deturpato in maniera oscena, l’incidente dopo un altro incidente che aveva già di fatto colpito Rose nel profondo trasformandola almeno psicologicamente annichilendo la sua autostima.
Rabid parte decorosamente, dopo il secondo atto esplode in un fiume di sangue lasciando lievemente la protagonista in secondo piano e concentrandosi sull’epidemia.
Transumanesimo, postumanesimo, ormai il mondo sta cercando di aprire nuovi orizzonti non soltanto per quanto concerne la chirurgia estetica ma nel modo di arrivare a pensare e trasformare in primis le menti indirizzandole verso un binario comune con i medicin man e i guru dell’immagine.
Il film delle sorelle Soska, veneratrici di Cronemberg, non è perfetto, prende molto dall’originale pur riuscendo ad allargarne gli intenti puntando più in alto, rischiando e mettendoci la faccia arrivando a porre delle risposte a dei concetti che l’ateo canadese non si è mai posto o forse non gli è mai interessato indagare. Si và oltre la mera concezione dell’horror per portare alcune riflessioni sulla scienza, sulle metodologie spesso conosciute e d’avanguardia, degli effetti perversi e le conseguenze inattese che possono avvenire e diventare virali nel giro di poco tempo senza dimenticare però la vera natura del film fatta di sangue ed epidemia.

Motherless Brooklin


Titolo: Motherless Brooklin
Regia: Edward Norton
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

New York, anni Cinquanta. Lionel Essrog lavora presso il detective privato Frank Minna, che l'ha salvato da un orfanotrofio insieme ai suoi compagni dell'agenzia di investigazioni. Lionel ha una memoria prodigiosa e una capacità estrema di collegare i puntini, qualità che, insieme ad una lealtà incrollabile, l'hanno reso molto caro al suo capo. Purtroppo però è anche affetto dalla sindrome di Tourette, che gli fa sentire nella testa la voce di uno spiritello anarchico che lo chiama Bailey e gli fa produrre suoni, versi e parolacce totalmente fuori controllo. La frammentazione caotica che Lionel ha in testa fa il paio con il puzzle che dovrà affrontare quando Frank Minna verrà ucciso, e lui dovrà scoprire il motivo e i mandanti di quell'omicidio: e al centro del puzzle troverà anche Laura, una bella attivista per i diritti della comunità afroamericana.

Voglio bene a Norton sul serio. Negli ultimi anni come capita per gli attori americani sbagliando alcuni film e non incassando e stato messo in uno sgabuzzino. Da lì ha cominciato a tessere un noir che ha richiesto molto tempo, troppo direi contando che parliamo di dieci anni, denaro, maestranze, un cast tutto sommato funzionale per arrivare a dirigere e interpretare un anti eroe un po’ sfigato con questa particolarità della sindrome di Tourette che purtroppo essendo un cultore di Southpark non ho potuto non pensare all’unico e inimitabile Eric Cartman.
E’simpatico vedere Edward fare le faccette che tanto ama e che ha rifilato in molti personaggi della sua interessante filmografia, ma l’inesperienza e l’aver voluto puntare troppo in alto si sono rivelate scelte che hanno appesantito e reso noioso un film che non doveva esserlo.
Dal punto di vista tecnico il film non fa una piega e i nomi che svettano nel cast non hanno bisogno di presentazioni, ma la natura tormentata del protagonista sembra una maledizione che rende il film eccessivamente lungo, con troppa musica, sfilacciato, noioso e ripetitivo con un secondo atto che fatica trascinandosi spesso per inerzia nel profondo delle periferie di Brooklyn senza mai riuscire a colpire per colpi di scena e con un climax tutto sommato prevedibile.
Sembra strizzare l’occhio a Scorsese nel voler fare uno spaccato di una metropoli ma senza riuscirci e non avendo quel talento, cerca di diventare criptico e complesso sfidando il noir alla Polanski o Altman e infine forse voleva dare l’impressione di infilare tra una pausa e un’altra una mezza storia d’amore con l’afroamericana di turno impegnata nei diritti umani che riesce ad essere solo melensa e scontata.

Black Christmas(2019)


Titolo: Black Christmas(2019)
Regia: Sophia Takal
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il college di Hawthorne è da sempre un posto tranquillo. Tuttavia, con l'avvicinarsi delle feste natalizie, Riley Stone e le consorelle della Mu Kappa Epsilon dovranno vedersele con uno stalker mascherato che comincia a uccidere le ragazze una dopo l'altra. Man mano che i cadaveri aumentano, Riley e le amiche metteranno in discussione tutti gli uomini che le circondano.

Ricordo un BLACK CHRISTMAS in passato decisamente più splatter dove l’assassino non si vedeva mai.
La versione prodotta dalla Blumhouse mi ha fatto per un attimo pensare al bellissimo esordio di Oz Perkins February, dove alcuni elementi erano parecchio simili come parte dell’isolamento nel college privato (lì era di matrice cattolica) e le protagoniste. Ora mentre l’esordio di Perkins portava al sovrannaturale giocato in maniera davvero ottima e ispirata, la deriva in cui ci conduce Takal ovvero stregoneria+confraternita=liquido nero che rende catatonici e spietati i neo-membri della confraternità sembra quasi una barzelletta. In un film vietato ai minori di 13 anni dove il sangue non compare quasi mai e dove i dialoghi insistono nel ripetere cose che già sappiamo da tempo con tanto bene che posso volere alla nuova spinta di registe donne (che spesso dimostrano di avere più palle della controparte).
Se da un lato le ispirazioni, il messaggio, la carica con cui vengono montate le protagoniste, i tabù da sciogliere, il mistero da celare, poteva essere dosato con più elementi sforzandosi in fase di scrittura e nell’osare idee superiori, la confraternita viene ancora una volta ridicolizzata (come è bene che sia) ma in maniera patetica dove alla fine, mi spiace, il film sembra un poster che si scaglia contro la mascolinità difesa dalle istituzioni, dove il maschio cattivo riesce a vincere sempre e alla ragazza pura di cuore tocca diventare una vittima sacrificale o un capro espiatorio. In alcune scene che hanno quasi del patetico (il balletto dove Riley vede arrivare il suo aguzzino) questo pamphlet femminista che vuole ricordarci come alcune cose accadano e non vengano prese in considerazione purtroppo sprofonda sotto tutte le leggerezze lanciate e raccolte in un finale, un climax dove arriva questa vendetta del manipolo di fanciulle rimaste in vita (sembrava di vedere Avengers-Endgame quando il gruppo di eroine femmine combatte Thanos, ma lì almeno aveva un senso).
Un peccato perché la messa in scena, la recitazione e parte dell’atmosfera erano davvero interessati.
Ho un’idea da vendere alla Blumhouse che vale cento mila volte questa scontatissima trama ed è cazzuta all’inverosimile però trattasi di Pg 18


Batman vs Teenage Mutant Ninja Turtles


Titolo: Batman vs Teenage Mutant Ninja Turtles
Regia: Jake Castorena
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una serie di furti di tecnologia mette sulla stessa strada Batman e le Tartarughe Ninja. Il Cavaliere Oscuro dovrà unire le forze con Raffaello, Michelangelo, Leonardo e Donatello per salvare ancora una volta Gotham!

E’incredibile come i prodotti sul cavaliere oscuro non accennino a diminuire, anzi. Negli ultimi anni ne ho recensiti così tanti di lungometraggi d’animazione sull’uomo pipistrello da poter scrivere un saggio in materia.
E’devo anche ammettere che proprio per gli stili, gli autori, gli universi messi l’uno accanto all’altro, si è arrivati a dei risultati insperati, originali e pieni di azione folle e che metteva assieme personaggi strampalati senza denigrare sul sangue o sula violenza. Questo mix di fattori e incontri hanno portato a questa opera di certo tra le più interessanti degli ultimi anni, tratto dal primo grapich novel dove i super eroi della notte e delle fogne si incontravano per sancire un prodotto d’azione mai banale che prende tanti elementi mischiandoli e sfruttando villain di entrambi i mondi per portare in scena Shredder, Ra’s al Ghul, l’Ooze, la lega degli assassini e il clan del piede. Il tutto condito con un impianto ironico che regala azione a profusione, scontri mai visti e che non vedremo mai più, alleanze strane ma funzionali e una battaglia finale dove il concetto di trasformazione raggiunge i fasti portando i nemici a trasformarsi in creature animali davvero sorprendenti.
Un’opera ambiziosa dove le sfumature legate a tante e diverse produzioni negli anni fanno capolino nei titoli di coda come se fosse una ricerca sulle fonti davvero brillante che ha saputo dare enfasi alle produzioni dagli anni ’60 in avanti. Sulla carta pensavo fosse una goliardata prodotta per attirare i gonzi fan di entrambi i mondi ma il risultato è quanto di meglio potessi aspettarmi.

domenica 8 marzo 2020

Color out of space

Titolo: Color out of space
Regia: Richard Stanley
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La famiglia Gardner si è appena trasferita nella campagna del New England quando un meteorite si schianta nel loro giardino. Tutto ciò che li circonda si tinge di strani colori che nascondono inquietanti misteri.

Negli ultimi anni Lovecraft è sulla bocca di tutti. In un certo qual modo viene citato e omaggiato in svariati horror quando si accenna anche solo ad un tentacolo o ad una vaga allusione circa l’orrore cosmico.
Mancava nell’ultima decade un film che si confrontasse direttamente e apertamente con lo scrittore di Providence. Per cui ci troviamo tre nomi Whalen, Noah e Wood di cui l’ultimo è il famoso attore che negli ultimi anni sta ritrovando una spiccata voglia di investire su progetti horror indipendenti e complessi.
I primi due invece negli ultimi anni hanno prodotto film molto anarchici e grotteschi come MandyCootiesGreasy Strangler. David Keith aveva già provato nel 1987 con Fattoria Maledetta a cimentarsi con l’opera complessa sviluppando un film sofisticato per l’epoca dove “Vermi, putrefazioni, bubboni e ogni tipo di elemento rivoltante facevano da contraltare a un inizio che scorre apprezzabilmente pur con qualche sbando alla regia”. Era un esperimento interessante con un budget abbastanza limitato e uno studio meno accurato per quanto concerne la fotografia e l’atmosfera che invece in questa pellicola fanno da padroni infarcendo il film con tinte violacee e fucsia ed esseri purulenti e tutto il sangue nero dello spazio possibile.
Trasformazioni fisiche ed esterne, una natura che diventa extraterrestre, corpi deturpati e con escrescenze che si insinuano dappertutto, una cometa che infetta un pozzo che infetta l’acqua che trasforma una famiglia e la loro casa in una tana di presenze immonde e orrori indicibili.
Color out of space si dipana ovunque accresce le sue radici del male verso un finale estremo e splatter dove gli umani perdono e il male ottiene i suoi frutti facendoli implodere nei corpi devastati di ognuno dei presenti. Un film sulla trasformazione che avviene dall’esterno ma che contamina tutto ciò che può esserci di buono e allo stesso tempo sprigiona e rende manifesti sentimenti repressi e una voglia incontenibile di esplodere. Stanley che ho sempre apprezzato anche nei primi lavori e in tutto ciò che ha fatto (assolutamente sì anche Isola perduta nonostante l’abbiano cacciato dopo una settimana) ha creato b-movie a gogò di cui questa è la parte più putrida, la vera radice da cui speriamo che rinasca con una nuova filmografia votata all’horror puro e a quell’indicibile, quella scommessa che si pensava già persa, ovvero di riuscire a trasporre l’opera come se fosse una sorta di maledizione a cui tutti erano condannati. Stanley ci è riuscito addirittura infilando un attore come Cage che non ha cercato di mettersi in prima linea ma ha saputo rimanere in disparte e dare modo all’atmosfera di essere l’unica protagonista.

Beach Bum


Titolo: Beach Bum
Regia: Harmony Korine
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il poeta Moondog vive come un naufrago urbano a Key West, isola a sud della Florida. Alcol, sesso, droga e un totale senso di abbandono sono le sue uniche priorità assieme alla lettura di vecchie poesie condite da ululati in mezzo a una folla. Da Miami arriva però una telefonata con cui la moglie Minnie, ricchissima, lo richiama all'ovile per presenziare al matrimonio della figlia Heather. Moondog torna quindi alla civiltà, pur senza cambiare abitudini. Ma stavolta l'enorme ricchezza che finanzia la sua vita da spiantato viene messa davvero in pericolo da eventi imprevisti, e Moondog si trova costretto ad affrontare il nemico più insormontabile: un centro di riabilitazione e l'obbligo di dover pubblicare una nuova opera.

Harmony Korine è un regista da cui mi aspettavo davvero molto visti i suoi primi lavori con GUMMO che segnava un esordio davvero interessante. Passano gli anni, il talento e la ricerca rimangono e infatti i suoi successivi lavori portano il nome del regista ad un panorama e un pubblico più vasto nonostante non sia affine al cinema commerciale. E poi arriva Spring Breakers da molti odiato, ma che ho trovato sinceramente il suo film, assieme a Trash Humpers ad avermi inquietato di più per l’assoluto degrado giovanile a cui la nostra epoca sta assistendo.
Era difficile dunque capire quale sarebbe stato il suo film successivo. Beach bum può avere due risposte: la prima è che Korine si sia bruciato completamente i neuroni esagerando con la droga. La seconda è che lo squarcio aperto con il film precedente gli abbia dato terreno fertile e idee interessanti da approfondire per mettere al centro della narrazione un protagonista quasi coetaneo. Spero che sia la seconda scelta.
Beach Bum visivamente non è affatto brutto. Matthew McConaughey a ruota libera fa il suo dovere, i co-protagonisti lo assistono in maniera più che decente (compreso Zac Efron che ogni tanto si mette a fare l’attore come per Paperboy tra l’altro sempre assieme a McConaughey), il cameo di Lawrence a cui viene staccato a morsi un piede da uno squalo è al limite del paradosso, tra il grottesco e il trash.
C’è questa idea dello sballo fine a se stesso, del giovane-adulto mantenuto dalla moglie la quale va a letto col miglior amico e tante scene tra l’imbarazzante e il divertente. Poi però uno si aspetterebbe una Storia che invece il film più volte sembra rifiutare per fare un film tutto su Moondog che si sballa e combina guai.

Come to daddy


Titolo: Come to daddy
Regia: Ant Timpson
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Durante una visita nella casa del padre, con cui non ha più molti rapporti, il trentenne Norval si ritrova suo malgrado intrappolato in un micidiale complotto. La scomparsa improvvisa del padre lo costringerà a portare a termine ciò che l'uomo ha lasciato incompiuto.

Come to daddy entra di default nell’universo degli indie horror che al cinema non vedremo mai contando che a parte rari casi dobbiamo arrenderci a cagate mostruose come Annabelle 2 e tutti i suoi simili.
Di nuovo una menzione speciale bisogna farla verso il reparto produttivo che in questi casi conta davvero molto. Ant Timpson il regista, è il produttore di film folli e pazzeschi come Turbo KidGreasy StranglerDeathgasm e ABC OF DEATH tutte pillole che un cultore del cinema di genere deve per forza aver visto. Wood è sempre stato un attore mediocre e il film in questione più che un horror è un thriller legato tutto ad un colpo di scena che purtroppo è abbastanza telefonato prima che arrivi (Visit da questo punto di vista aveva fatto molto meglio). Però Timson inserisce elementi sporchi e grotteschi, strapazza il suo protagonista fino a farlo diventare una macchina letale, infarcisce tutto in uno strano sogno o son desto (basta vedere la lama nel viso di Norval nel climax finale) e poi in quello strano hotel inserisce corpi nudi, orge e donne che sodomizzano i loro clienti. Insomma non avendo molto da dire inserisce tanti wtf che da un lato fanno sorridere ed empatizzare sempre più per Norval, dall’altro fanno storcere la bocca intuendo dove tutto andrà a finire. Menzione speciale a come vengono cestinati i cellulari (ha uno smartphone fatto d’oro e disegnato da Lorde, ne esistono solo 20 esemplari al mondo) e alle cazzate mostruose di Norval che nel primo atto dove vengono seminati svariati elementi se ne esce dicendo che conosce Elton John e Kendrick Lamar. Nel cast bisogna sottolineare la presenza di un outsider indiscusso come Michael Smiley che spesso si abbandona a ruoli e film atipici confermando un grande talento e per finire a tanti elementi che sanciscono una messa in scena e un’atmosfera condita da colori e presenze accattivanti.

Dov’è il mio corpo


Titolo: Dov’è il mio corpo
Regia: Jeremy Caplin
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

A Parigi, la mano recisa di un giovane uomo evade da un laboratorio di dissezione anatomica decisa a ritrovare il corpo a cui appartiene. Il viaggio sarà funambolico e impervio ma sostenuto dalla presenza persistente di Naoufel, con cui la mano è cresciuta e a cui ripensa costantemente risalendo il tempo fino alla sua infanzia felice. Un'infanzia bruscamente interrotta da un incidente che lo ha reso orfano e lo ha affidato a un anaffettivo parente prossimo. La mano avanza lungo la strada e dentro il tempo fino a incontrare Naoufel e Gabrielle, una cliente a cui il ragazzo consegna la pizza e il cuore. Perché suo malgrado Naoufel è un corriere, impiegato in una misera pizzeria da cui vorrebbe fuggire per esistere. Ad accarezzarne il sonno e a favorirne il destino sarà la sua mano, ostinata nella ricerca e nel 'legame'.

Jeremy Caplin è un regista da tenere d’occhio. Riesce a costruire una fiaba moderna e paranormale che osa mettere in scena e rischiare in uno spartito di generi dove i sentimenti emergono in tutta la loro complessità e armonia.
Due storie parallele in tre piani temporali differenti attraversano Parigi nel caos frenetico e nel sottosuolo. Una mano e un ragazzo, due storie che si intrecciano e un obbiettivo comune: ritrovarsi e mettersi in contatto.
Il titolo del film allude ad un cammino di scoperta, un viaggio alla ricerca di se stessi e di un’anima gemella che può essere una parte del corpo come una ragazza di cui si è sentita solo la voce al citofono.
Un film di speranze per mostrare il dolore della perdita, di angosce che trovano una breccia tra le tante insidie del mondo per superare la tragedia, i pericoli che possono arrivare inaspettati, la resilienza verso una società ostica che distrugge ogni speranza e ogni sogno nel cassetto.
Alla fine il film di Caplin volge verso un finale delicato e prezioso, affascinante e condito da una colonna sonora semplicemente straordinaria da ascoltare in loop dove il bisogno di ritrovare ciò che si è perso supera ogni ostacolo.

Selfie

Titolo: Selfie
Regia: Agostino Ferrente
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Alessandro e Pietro sono due sedicenni che vivono nel Rione Traiano di Napoli dove, nell'estate del 2014 Davide Bifolco, anche lui sedicenne, morì ucciso da un carabiniere che lo inseguiva avendolo scambiato per un latitante. I due sono amici inseparabili. Alessandro ha trovato un lavoro da cameriere in un bar mentre Pietro, che ha studiato per diventarlo, cerca un posto da parrucchiere. I due hanno accettato la proposta del regista di riprendersi con un iPhone raccontando così la loro quotidianità di ragazzi come tanti altri nel mondo.

«Ho pure provato a spacciare ma non è cosa mia»
Selfie potrebbe sembrare un’operazione furba con lo scopo di inquadrare Napoli e usare due amici fraterni che si filmano tenendo il cellulare in mano senza avere un’idea precisa circa la trama o cosa vogliano dire e fare. Un’idea praticamente a costo zero, un low budget che cerca di trovare elementi e documentare lo stato dei giovani napoletani che ormai soprattutto il cinema identifica sempre più spesso con la delinquenza. Ecco a livello antropologico forse l’aspetto più interessante del film è quello di far vedere la bellezza di alcuni ragionamenti, dialoghi, monologhi degli attori improvvisati e delle numerose comparse che contano diversi minorenni mettendosi spesso in discussione e avendo ben chiaro che tutti dovranno fare una scelta .
Ne esce una descrizione mai banale, una quotidianità fatta di gesti e azioni semplici, dove a fare da sfondo certo c’è sempre una certa identificazione con un mondo marcio e infetto che ha messo le radici nella regione ma che in parte viene smorzato dalle parole degli attori che sanno benissimo cosa succede attorno a loro e come starne alla larga. Un documentario dove filmare vuol dire scegliere da che parte stare, come girare l‘iphone e cosa si vuol inquadrare e cosa invece no. Alessandro e Pietro vivono sempre a stretto contatto, li vediamo mangiare un anguria, camminare per le strade, filmare i propri parenti, ridere, scherzare, mai litigare rimanendo in un Rione dove il caldo imperversa e dove non basta rimanere attaccati in casa davanti ad un ventilatore.
Il film di Ferrente si piazza come un quadro neorealista, un documentario semplice ma originale e onesto nel dare forma e parole ad una città resa celebre solo e soltanto per i fatti di cronaca.

mercoledì 22 gennaio 2020

Lighthouse


Titolo: Lighthouse
Regia: Robert Eggers
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Thomas Wake è il guardiano stagionale di un faro sperduto nel nulla, su un'isola battuta da venti e tempeste, nella Nuova Scozia di fine Ottocento, mentre Ephraim Winslow è il suo giovane aiutante, propostosi volontario per le quattro settimane del turno. L'accanirsi del maltempo costringerà i due uomini ad una permanenza ben più lunga del previsto e ad una convivenza forzata che porterà in superficie demoni personali, timori ancestrali e nuove, tormentate pulsioni, in un crescendo di follia e claustrofobia.

Eggers dopo il bellissimo VVitch sceglie un'altra storia insolita, condita da alcuni ingredienti che cominciano a diventare la sua politica di genere, ovvero unire e stravolgere miti, usanze, religioni, profezie, rituali e culti fino a portarci con la bellissima scena iniziale dove i due protagonisti guardano in camera come ad invitarci nel loro personale delirio. Un film completamente allucinato, stratificato e complesso in grado di alzare le vele e dimostrare l'incredibile talento dell'autore coadiuvato da due attori che ci mettono l'anima.
Dafoe come la Swinton d'altronde sono i due attori più poliedrici e camaleontici sulla piazza.
Lighthouse è un horror psichico sulla crescente paranoia che si impossessa dell'animo umano con rimandi kubrickiani sulla solitudine (Shining su tutti), un dramma grottesco che alza sempre di più la posta complice anche l'isolamento e l'alcool che scorre a fiumi e a cui è impossibile sottrarsi, che deraglia, assorbe, limita, esagera, un film pieno e ricco di elementi, di riferimenti letterari (Melville, Woolf, Poe, Lovecraft, Coleridge) di ambienti, suggestioni e luoghi che nella loro solitudine nascondono segreti e significati.
Un film in b/n che sembra bisognoso di citare tantissimi autori che hanno fatto la storia del cinema, nel suo ergersi ad un'estetica d'epoca, espressionista, minimale, in cui la scelta anti-moderna di utilizzare per le riprese il formato 35 mm in b/n accentua ancora di più le somiglianze con il cinema espressionista muto di inizio '900.
Faro come visione, ossessione, ricerca della luce, scontro tra due maschi alfa di cui si sente il bisogno di dominare ed essere dominati, dove in questo scontro avviene una lucida e drammatica analisi delle parti più nere dell'animo umano, della meschinità, dei segreti non detti, e soprattutto dell'impossibilità di redimersi o di salvarsi
Il linguaggio poi assume risonanze molto particolari, suoni misteriosi, accenti che sembravano affondati negli abissi del tempo con un dialetto da contadino canadese nel caso di Ephraim e una pronuncia ed un lessico marinareschi per Tom.
La solitudine, l'alcool, la stretta vicinanza ad un uomo più anziano che detiene il potere portano
Ephraim ad impazzire lentamente in una parabola discendente scegliendo come vittime sacrificali i gabbiani con le dovute conseguenze che diventano visioni mostruose (sirene, tentacoli lovecraftiani, Nettuno) che ad un certo punto diventano quasi caleidoscopiche intrappolando il personaggio in deliranti complotti cercando una via di fuga peraltro impossibile.