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domenica 27 ottobre 2019

Parasite


Titolo: Parasite
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 5/5

Ki-woo vive in un modesto appartamento sotto il livello della strada. La presenza dei genitori, Ki-taek e Chung-sook, e della sorella Ki-jung rende le condizioni abitative difficoltose, ma l'affetto familiare li unisce nonostante tutto. Insieme si prodigano in lavoretti umili per sbarcare il lunario, senza una vera e propria strategia ma sempre con orgoglio e una punta di furbizia. La svolta arriva con un amico di Ki-woo, che offre al ragazzo l'opportunità di sostituirlo come insegnante d'inglese per la figlia di una famiglia ricca: il lavoro è ben pagato, e la villa del signor Park, dirigente di un'azienda informatica, è un capolavoro architettonico. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, parlando con la signora Park dei disegni del figlio più piccolo, intravede un'opportunità da cogliere al volo, creando un'identità segreta per la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica e insinuandosi ancor più in profondità nella vita degli ignari sconosciuti

Il talento indiscusso di Bong Joon-ho è cosa nota a tutti.
La sua filmografia è per ora costellata di capolavori e film che giocano su generi diversi.
HostSnowpiercerOkjia, tutti andavano oltre il genere per diventare spesso film politici e di denuncia con temi e sotto trame decisamente più complesse del normale.
Se ci mettiamo poi un incredibile talento nel saper dare i tempi giusti alla drammaturgia, in cui i coreani sono dei maestri come direi gli orientali in generale, il risultato si evolve film dopo film, o meglio opera dopo opera.
Parasite è finora il suo capolavoro. Un film che mette da parte creature e ambientazioni post-apocalittiche per tracciare una vicenda umana molto realistica, assurda in tutte le sue componenti approfondendo la riflessione sociopolitica, un grido smisurato sulla differenza di classe e sul rapporto tra i ricchi e i poveri, forse ad oggi uno dei film che meglio parlano di un capitalismo ormai sempre più sfrenato e che ha raggiunto tutti nel mondo.
Da vedere rigorosamente in lingua originale, Parasite mostra la vera faccia della borghesia, entrando proprio nella villa lussuosa dei ricchi e mettendoci a tavola con loro o girando facendo gli autisti in macchine di lusso, aiutando i figli nei compiti, diventando donna delle pulizie e molto altro ancora.
Tutti i membri della famiglia povera trovano un legame con la parte debole della famiglia ricca. Allo stesso tempo il legame in alcune situazioni si ribalta dove apprendiamo scena dopo scena, minuto dopo minuto, come un meccanismo ad orologeria, il pessimismo che investe sempre di più i personaggi, il fatto che tutti nascondano qualcosa, loro, ma gli stessi ambienti, la stessa lussuosa villa (e quello che scopriremo sarà tragicamente grottesco).
Parasite ha il cast migliore che potesse avere, una recitazione che non va nemmeno commentata per quanto sfiori la meraviglia, una scenografia che rasenta la perfezione riuscendo a dare spessore e importanza ad ogni suppelletto nella casa.
Uno dei film grotteschi più belli della storia del cinema. Bong riesce a superarsi atto dopo atto, arrivando alla tragedia finale (quella tosta che lascerà basiti) e aumentando sempre di più i toni comici e drammatici con un climax che lascerà a bocca aperta.
Tutto è così perfettamente equilibrato che lascia basiti di fronte a tanta perfezione, alla maestria di saper condurre tutta la banda senza mai stonare di una virgola, di trovare spunti deliziosi e di far esplodere la lotta di classe come non si vedeva da tempo.
Un capolavoro straordinario, finalmente posso dirlo.



Draug


Titolo: Draug
Regia: Karin Engman e Klas Persson
Anno: 2019
Paese: Svezia
Giudizio: 2/5

Trama: Svezia, XI° secolo. Un missionario è scomparso nella sinistra foresta di Ödmården e il re invia una squadra di soccorso per cercarlo. Tra i soldati c’è anche Nanna, una giovane donna alla sua prima missione che, rimasta orfana in tenera età, è stata allevata dalla guardia del sovrano. Una volta addentratasi nella fitta foresta insieme agli altri guerrieri, la donna scoprirà che il luogo è in realtà la casa di tenebrose presenze.

Folk horror o horror mitologici. Negli ultimi anni questa tipologia sta tornando in auge da un lato con grosse produzioni (Aster) dall'altro con tanti registi emergenti che provano a cimentarsi con il genere spesso narrando qualche leggenda locale.
Draug significa morto vivente, in questo caso donne, streghe, con in più poteri particolari.
Questo oscuro personaggio viene definito anche con la parola aptrgangr che, tradotto, significa "colui che cammina dopo la morte". Il significato originale del termine era "fantasma": queste creature - che, al plurale, assumono la denominazione di draugar - vivevano nelle tombe dei Vichinghi, diventandone il corpo, secondo quanto credevano i popoli scandinavi. Se un draug era presente in una nicchia, lo si poteva capire a causa di una luce che brillava proprio dal tumulo, una sorta di separatore tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Un Draug, dunque era una entità dalla forza incredibile e dotata di poteri magici che permettevano all'essere di ingrandirsi e rimpicciolirsi a sua discrezione: su di essi era impresso l'odore della decomposizione. Potevano cambiare forma, manipolare il meteo e predire il futuro.
Ora a me spiace per la coppia di registi ma Draug ha tanti difetti nonostante le premesse e alcuni sforzi siano palesi. Partiamo dalla fretta con cui il film è stato girato e si vede, l'improvvisazione di alcune scene, una c.g pessima che nei combattimenti e soprattutto nel trucco dei Draug e in particolare della strega che assale Nanna negli incubi è davvero tremenda senza contare tutti gli scatti con cui le Draug si muovono che ricordano parecchio i j-horror. Cercare a tutti i costi l'esagerazione comporta come in questo caso un abbrutimento soprattutto in quello che doveva essere il vero protagonista del film ovvero queste strane creature e tutta la mitologia che sta dietro.
Con un finale inaspettato e interessante, Draug purtroppo se non fosse per alcuni problemi di tecnica e realizzazione aveva dei buoni spunti vanificati purtroppo anche dagli stessi Draug che non vengono per niente valorizzati e su di loro non si sa quasi nulla.
Un film che come Hagazussa sembra girato con due lire, ma dove in quel caso la strega faceva davvero paura e il cast era decisamente migliore, qui gli attori cercano di mettercela tutta e infine anche il ruolo della protagonista passa in secondo piano, i suoi obbiettivi come altri punti della sceneggiatura sono piatti, relegando tutte le caratterizzazioni ad un accenno senza mai esplorare un po di più le storie.


Rambo-Last Blood


Titolo: Rambo-Last Blood
Regia: Adrian Grunberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

John Rambo si è ritirato in Arizona, presso la tenuta di famiglia dove vive con la domestica e amica Maria e con la nipote Gabrielle, entrambe di origini messicane. L'uomo è più integrato che mai, tanto che aiuta anche la forestale nel corso di una alluvione, ma è sempre tormentato dai fantasmi della guerra, infatti vive in un ampio labirinto di tunnel che ha scavato sotto il terreno del ranch. Gabrielle sta per andare al college, ma un'amica trasferitasi in Messico le ha detto di aver trovato suo padre e la ragazza vorrebbe conoscerlo. John e Maria non sono d'accordo, ma Gabrielle non si lascerà convincere e finirà in grave pericolo, obbligando lo zio a imbracciare ancora una volta le armi.

Prima erano i vietcong ora i cartelli del narcotraffico, che fino a prova contraria fanno molta più paura. Da sempre comunque facevo il tifo per i Vietcong.
D'altronde per un film che è un revenge-movie che punta tutto sullo splatter bisognava trovare qualcosa di più squallido e quindi trafficanti della prostituzione erano il top visto che i pedofili erano difficili da inserire vista la trama della storia. In questo modo John ha trovato il nemico perfetto su cui sfogare tutta la sua frustrazione, visto che i poveri Vietcong evidentemente non avevano fatto niente di male, ma forse questo John lo ha capito con gli anni e ha capito anche che ha ucciso centinaia di persone innocenti.
Rambo-Last Blood è un fenomeno che torna quasi a dover chiudere capitoli di saghe discutibili in cui sembra che il finale debba essere il più triste e malinconico possibile (oltre che il più violento).
Così è successo anche per Logan ad esempio da cui secondo me viene ripresa tanta di quella atmosfera urbana da western moderno che ultimamente è tornata in auge.
La trama di Last Blood è così sintetica che è inutile soffermarsi. Così come è inutile stare a capire un nucleo molto strano tra Rambo-vecchia messicana alias donna delle pulizie e la nipote. Un triangolo tra l'altro sospeso in una casa nel mezzo del nulla a pochi km dal confine messicano (sembra fatto apposta come a provocare la nipote ad andarci).
Ma il bisogno di avere risposte sulle proprie origini è così forte da sfidare il rischio.
Altro non c'è molto da dire. Il film è violentissimo. Il Messico, almeno quell'anfratto che vediamo controllato dai narcotrafficanti, è un vero incubo in terra dove bisogna avere paura pure dei lampioni per strada e di notte non mettono il naso fuori nemmeno i vampiri dal tasso di negatività e bisogno di uccidere che si annusa nell'aria.
John prima le prende con tanto di sfregio sulla guancia. Questo causa la vendetta dei cattivi che così drogheranno e uccideranno la nipote dopo avergli fatto di tutto, per cui John ritorna ancora a farsi vendetta e infine il fratello del narcotrafficante ucciso tornerà per vendicarsi ma la casa di John sarà come la casa dei 1000 corpi o come la macchina assassina più letale dell'America e John ha fatto una promessa: deve strappargli il cuore. Una premessa: se John non fosse andato, la nipote probabilmente sarebbe ancora viva.
Qualche difettuccio di forma e altro c'è. Ad esempio le macchine nel finale che vanno a trovare John se uno calcola i posti a sedere si renderà conto che i numeri non tornano e i nemici sono almeno il doppio (ma d'altronde essendo tutte vittime sacrificali servivano sulla carta i numeri per far vedere tutte le trappole e i tracobbetti di John).
Alla fine John si siede sulla sdraio fuori a contemplare il panorama. Tutti quelli prima di lui e con lui sono morti tranne Maria, la donna delle pulizie messicana, che a questo punto, morti tutti, decide di andarsene.
Menzione a parte sui tunnel nel film, bisognerebbe aprire una caccia al tesoro per vedere cosa c'è nascosto lì sotto.
Last Blood è un action di serie b, che punta tutto sulla mattanza finale, sugli stratagemmi, sulla forza fisica e presenza del fisic du role Stallone e infine continua un percorso anche vagamente reazionario su come gli americani vedono il resto del mondo o si sentono i padroni o soprattutto debbano sistemare alcune faccende come strappare il cuore dal corpo.



Toy Story 4


Titolo: Toy Story 4
Regia: John Lassetter
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Woody, Buzz e gli altri vivono sereni con Bonnie, anche se la bambina non ama Woody come lo amava Andy e lo lascia spesso nell'armadio. Woody però rimane ricco di premure verso di lei e, quando Bonnie affronta il primo giorno d'asilo, si infila nel suo zaino per farle compagnia. Finisce così per contribuire alla creazione di Forky, un giocattolo costruito dalla bambina con una forchetta/cucchiaio che però crede di essere spazzatura e vuole solo buttarsi via. Woody cerca di fargli capire l'importanza dell'amore di una bambina, ma non riesce a convincerlo prima che lui salti giù da un camper in corsa. Il cowboy si lancia allora in un'avventura per ritrovarlo, arrivando a conoscere nuovi giocattoli e a ritrovare la sua vecchia fiamma, Bo Peep.

Lassetter era il timoniere del primo capitolo della saga, uno dei film d'animazione americani più importanti del cinema che ha saputo cambiare le regole, introdotto intuizioni perfette, facendo della sua semplicità e originalità il punto di forza e infine è riuscito a creare una saga divertente, semplice, ironica, con tanti elementi e situazioni fondamentali per tutti i tipi di target dai più piccoli agli adulti.
Il quarto capitolo ormai vede una schiera di personaggi affiatati che abbiamo conosciuto nei capitoli precedenti. Il ritmo è ottimo, gli obbiettivi e la storia funzionali e interessanti.
Lo script porta fuori i giocattoli inserendo di nuovo l'ambiente esterno e facendo interagire i nostri personaggi con gli umani e la realtà che sta fuori. Per essere un film per bambini ci sono tanti piccoli pretesti e qualche libertà le maestranze se la sono presa. Parlo ad esempio per la scena in cui Bo Peep si rompe un braccio, la bambola e i suoi sgherri nel negozio d'antiquariato che vogliono strappare un circuito dal corpo di Woody, i due pupazzi della fiera con occhi rossi inquietanti che per rubare le chiavi alla vecchietta dell'emporio vogliono farla fuori, alcune battute con qualche doppio senso lasciato lì per chi è in grado di afferrarlo, la spontaneità dei bambini che a volte per un giocattolo si traduce in rifiuto o crudeltà e infine la tecnologia che impone mode nuove e oggetti tecnologicamente sempre più all'avanguardia.
Insomma in un film di 100'non manca proprio niente e ovviamente l'elemento che più spicca in assoluto sono i sentimenti, la caratterizzazione dei personaggi, il nuovo arrivato Forky semplicemente pazzesco introducendo nuovamente la crisi d'identità, Woody sempre leader, i personaggi femminili molto più forti e decisivi mentre Buzz in questo capitolo è più ritirato. I problemi per i giocattoli possono tradursi con l'essere datati, avere difetti di fabbricazione, tutto questo ovviamente fa sì che non vengano scelti dai bambini molto intransigenti.
E'un film che promuove valori, l'amicizia, l'amore, il fatto di non avere una visione manichea degli eventi e dei personaggi ma rendendoli tutti buoni con le loro difficoltà che vanno solo smussate. Il finale lascia davvero pensare che possa essere l'ultimo capitolo e se così fosse, ha scelto un modo di chiudere la saga davvero congeniale e al passo coi tempi.




giovedì 24 ottobre 2019

Bliss

Titolo: Bliss
Regia: Joe Begos
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dezzy una brillante pittrice attraversa la peggior crisi creativa della sua vita così fa di tutto per completare il suo capolavoro tuffandosi in una spirale di droghe, sesso e violenza nel sottobosco di Los Angeles.

Qui c'è una parte di factory dell'indie horror americano che è ora venga scoperto e sdoganato, dal momento che parliamo di Begos (sei giovane, troppo giovane hai solo due anni in più di Dolan) che aveva diretto Almost Human che con tutti i difetti del caso a me sinceramente era piaciuto dandogli stima totale per quanto concerne l'arrampicarsi sugli specchi pur di portare a casa il film. Con ordine poi abbiamo Jeremy Gardner che recita nel ruolo del compagno di Dezzy che aveva recitato in Like me (film da vedere a tutti i costi), in Spring e diretto Battery, un horror che non ha bisogno di presentazioni.
Bliss è la bile nera che ti esce dal corpo quando hai toccato il fondo pippandoti tanta di quella roba nera (non meglio precisata) che le allucinazioni potrebbero essere il male minore.
Bliss cresce in continuazione, si fa sempre più male in una lotta masochista per poi arrivare all'apoteosi di sangue che non ti aspetti. Un grand guignol di efferatezze, di schifo e marciume continuo, di uno stile ancora più rozzo rispetto ai film precedenti girato in 16 mm, con una grana sporca, luci rosse e scure che coprono quasi i volti dei personaggi, un'anima punk, anarchica, un sapore vintage, di nuovo muoversi tra i generi senza troppa difficoltà e con molta disinvoltura.
Bliss è caos, è disordine mentale e fisico dall'inizio alla fine, un film che ti rimane dentro, perchè da un lato potrebbe essere un tabù di qualcosa con cui si ha paura di entrare in contatto, dall'altro una forma di dipendenza nell'appurare che a parte succhiare il sangue quando ne abbiamo bisogno, una parte di noi è anche questo o potrebbe arrivare ad esserlo.
Un film spinto, un'opera di nuovo portata a casa con pochi soldi, ma con tante idee, alcune trovae davvero niente male, un ritmo che non accenna mai a fermarsi, una strizzata d'occhio a Devil's Candy e Driller killer per gli spunti sulla storia.
Alla fine per Dezzy diventa una sorta di bagno di sangue, un grido di dolore e piacere che sembra uscire dalla bocca della protagonista di Excision. Sembra un Only Lovers Left Alive drogato e sotto acido che incontra Streghe di Salem dopo aver mandato al creatore con la cocaina nera tutti i componenti della band di Mark Renton. Bliss è devastato dal suo essere in botta dall'inizio alla fine del film, un'unica grande allucinazione sospesa tra profusione di sangue, squartamenti, scene surreali, vomito, sesso in tutte le maniere possibili.
Dezzy è ancora lì...che cerca di smaltire la botta.

Nell'erba alta

Titolo: Nell'erba alta
Regia: Vincenzo Natali
Anno: 2019
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Quando i fratelli Becky e Cal sentono le grida d'aiuto di un bambino provenire da un campo di erba alta, si addentrano per salvarlo, ma si ritrovano presto intrappolati da una misteriosa forza che li disorienta e li separa. Isolati dal mondo e incapaci di sottrarsi alla morsa del campo, presto scoprono che farsi trovare è forse l'unica cosa peggiore di perdersi.

Nell'erba alta è un racconto di 60 pagine di Joe Hill e suo padre.
Trovare spunti e storie per dipanare la storia in '90 non deve essere stato facile.
L'ultimo film del buon Natali che purtroppo negli ultimi anni è stato destinato come mestierante in serie tv di successo, ha tanti ottimi spunti, un primo atto intessuto di un'atmosfera molto accattivante, riprende alcuni buoni spunti già visti in altre storie di King, Grano rosso sangue, ma unendoli in maniera funzionale alla storia e aprendo a diverse chiavi di interpretazione.
Il problema del film è quando i suoi misteriosi protagonisti cominciano a trovarsi in mezzo all'erba con il colpo di scena del micidiale e tremendo momento dove sono tutti ai piedi della grande roccia a fare e dire cose che non hanno senso. Ad un certo punto il film si perde proprio nell'erba alta, in cui siamo continuamente catapultati da un loop temporale al'altro, con una mancanza evidente di un approfondimento dei protagonisti, un cast dove purtroppo non tutti riescono a dare il loro contributo, dove manca una caratterizzazione a volte importante per capire bene e individuare gli obbiettivi dei personaggi.
Questi fattori uniti ad un certo punto ad una certa confusione nella direzione da seguire del plot a livello narrativo e una narrazione fragile e disordinata, crea un girotondo di caos e delirio dove tutti si rincorrono e la tensione rischia in diversi momenti di essere smorzata dalla noia.


Traditore

Titolo: Traditore
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Sicilia, anni Ottanta. È guerra aperta fra le cosche mafiose: i Corleonesi, capitanati da Totò Riina, sono intenti a far fuori le vecchie famiglie. Mentre il numero dei morti ammazzati sale come un contatore impazzito, Tommaso Buscetta, capo della Cosa Nostra vecchio stile, è rifugiato in Brasile, dove la polizia federale lo stana e lo riconsegna allo Stato italiano. Ad aspettarlo c'è il giudice Giovanni Falcone che vuole da lui una testimonianza indispensabile per smontare l'apparato criminale mafioso. E Buscetta decide di diventare "la prima gola profonda della mafia". Il suo diretto avversario (almeno fino alla strage di Capaci) non è però Riina ma Pippo Calò, che è "passato al nemico" e non ha protetto i figli di Don Masino durante la sua assenza: è lui, secondo Buscetta, il vero traditore di questa storia di crimine e coscienza che ha segnato la Storia d'Italia e resta un dilemma etico senza univoca soluzione.

Mi sono sentito tradito da Cosa Nostra che ha abbandonato quel sistema di valori al quale avevo consacrato il mio giuramento. La mafia aveva dei suoi valori, non si uccidevano i bambini e gli anziani confessa nelle prime battute Buscetta a Falcone. Ma quali valori? risponde subito il giudice come a far immediatamente capire il muro che c'è tra i due, una barriera che solo il tempo farà sì che si venga a creare una solida e robusta collaborazione.
Il Traditore è un ottimo film di mafia, una sorta di sigla del nostro paese quando si tratta di crime-movie, che riesce, grazie ad un importante budget e una galleria di attori tutti in parte, ha delinea un fatto sociale che spero tutti conoscano e che il film ci tiene a documentare cercando di essere il più verosimile possibile.
E'un film da guardare con i sottotitoli, dalle prove attoriali intense, da alcune roboanti scene d'azione, gli arresti, le torture, i continui cambi di location e infine il tribunale.
Un'epopea di più due ore e mezza dove tutto sembra predestinato per arrivare in quell'aula dove qualcuno si aspettava di sentire il ruggito dei leoni mentre invece sembravano esserci  solo squittii.
C'è una storia di legami di famiglia, di omicidi, di condanne, un rapporto di lavoro e poi di amicizia tra il boss dei due mondi e Falcone fino al climax finale dove tra le condanne (366) e la morte del famoso giudice con cui il pentito ha passato ben 45 giorni, assistiamo a tanti pezzi di storia d'Italia, praticamente l'ultimo ventennio del '900, che si concludono in un momento che avrebbe potuto cambiare le sorti della mafia e del paese ovvero quando Buscetta prova ad attaccare quello che per lui è il vero male: la politica e dunque Andreotti.

Batman Hush

Titolo: Batman Hush
Regia: Justin Copeland
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Batman deve entrare in azione per salvare un bambino sequestrato da Bane. Scoprirà che è solo la punta dell’iceberg di un enorme complotto che coinvolge molti dei suoi avversari. Coadiuvato dai suoi alleati e da Catwoman, il Cavaliere Oscuro deve scoprire chi si cela dietro le bende del misterioso mastermind che si fa chiamare Hush.

L'ultimo lavoro della Dc e della Warner sul paladino della Dc è il 13esimo film del DC Animated Movie Universe. Un risultato che non accenna a fermarsi, una nutrita filmografia, dove già da tempo la Dc ha investito molto sull'animazione con risultati altalenanti ma per lo più notevoli e interessanti per quanto concerne Batman e la Justice League.
Hush già dalla trama ha tutti gli elementi per riuscire ad emergere, intrattenere e mostrare un sacco di personaggi, buoni e cattivi, con un Superman stranamente passato al lato oscuro e tutta una serie di inseguimenti, combattimenti e colpi di scena inaspettati anche se la love story con Catwoman a tratti smorza l'atmosfera del film ( in una scena tagliata che si trova su youtube i due fanno sesso).
Rimane di fatto una delle operazioni migliori dove il fan dovrà confrontarsi con una delle graphic novel più amate di sempre, con i testi di Jeph Loeb e i disegni di Jim Lee e Scott Williams infatti per tutti gli amanti sono un fattore molto funzionale. Ormai in tutti gli ultimi film usciti, abbiamo avuto modo di conoscere sempre loro gli instancabili Sam Liu e Jay Oliva che seppur con dei meriti innegabili e alcuni ottimi risultati hanno finito leggermente per cadere nel manierismo e nella monotonia (d'altronde facevano quasi tutto loro).
Copeland ci prova con delle sequenze potenzialmente più epiche e cercando di approfondire di più i personaggi ma è la concezione artistica di base ad essere troppo debole nonchè il fatto di aver sintetizzato alcune storie in troppo poco tempo.

lunedì 21 ottobre 2019

Golem

Titolo: Golem
Regia: Paz brothers
Anno: 2019
Paese: Israele
Giudizio: 3/5

In una piccola comunità ebrea del diciassettesimo secolo, una donna crea una spaventosa creatura per difendere il villaggio da un'ostica minaccia.

Film sul Golem ne sono stati fatti tanti nel corso degli anni. Quest'ultima rivisitazione andava quindi fatta? Sì. Perchè il film in questione rivisita la storia, la riscrive per certi aspetti, cambiando punti di vista, personaggi, ambienti. Il risultato è un'opera indie sconosciuta (o almeno lo era prima di Netflix che nel bene o nel male a qualcosa dunque è pur servito) con un budget risicato che riesce ancora una volta a descrivere molto bene il folklore locale, la leggenda, il sacrificio, assaporando il gusto per la tradizione, le usanze e le leggende ebraiche sempre molto affascinanti e in alcuni casi letali per il potere di riuscire ad auto infliggersi danni collaterali pazzeschi.
Il film apre le porte ad un piccolo e sconosciuto villaggio lituano povero e pacifico che per qualche motivo ha fatto i conti con la peste uscendone integro, ma non dalle calunnie e dall'odio degli esseri umani per gli ebrei. Difatti aprendosi con un incidente scatenante di forte impatto emotivo, Hanna la protagonista, nel suo rituale per salvare chi di dovere, si scontra proprio con quei pogrom che all'epoca erano quasi la normalità nei confronti degli ebrei ritenuti quasi sempre la causa di tutti i mali (quindi la peste e il fatto di esserne scampati raggiunge i fasti di questo odio). Il Golem completamente diverso ritrasformato con una messa in scena molto interessante, in fondo nasce per questo come risposta a questo male generato in particolar modo, come in questo film, dai cristiani dove la più affascinante e oscura delle creature rigurgitate dal ricco folklore ebraico, plasmata dalla terra e animata col soffio della parola di Dio, ha il compito di difendere chiunque la evochi da attacchi e soprusi. Il film nel finale cala di ritmo rifugiandosi in scene abbastanza discutibili e con alcuni effetti in c.g non proprio perfetti mentre invece risultavano funzionali nel film precedente della coppia di registi Jeruzalem, un suggestivo mockumentary apocalittico-esoterico.
Golem ha i suoi punti di forza nella recitazione, nelle atmosfere rurali infarcite fino al midollo di arcane tradizioni ancestrali ma soprattutto nel puntare tutto sulla donna per combattere le forze nemiche. Hanna creando la creatura rivivrà proprio il suo dramma, il suo defunto bambino, rievocando le sue tristi memorie e soprattutto affondando le radici nell’interiorità di una donna troppo ostinata e forte per essere asservita alla collettività maschile.
Un film di ribellione che se non avesse fatto l'azzardo finale poteva diventare un'altra di quelle chicchè folkloristiche che mi piacciono a prescindere.

Bambola assassina (2019)

Titolo: Bambola assassina (2019)
Regia: Lars Klevberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Buddi è la nuova bambola creata dalla potente industria Kaslan. In uno stabilimento nel Vietnam, dove la bambola viene assemblata, un dipendente viene rimproverato e licenziato, ma prima ha il tempo di modificare il software di una delle bambole togliendole ogni limite e ogni remora. Poi si suicida. Negli Stati Uniti, Karen è una madre single, con una storia poco passionale con Shane. Andy, figlio adolescente di Karen, non vede di buon occhio la relazione della madre e soffre anche per il trasloco familiare appena compiuto. Per farlo felice, Karen, che lavora in un grande negozio, gli porta a casa un Buddi restituito da una cliente perché difettoso. Andy si rende conto che il bambolotto è un po' particolare, ma, proprio per questo, se ne appassiona. Le cose però si fanno presto complicate. Infatti, la bambola - alla quale viene dato il nome di Chucky - è proprio quella modificata e molti guai sono perciò in arrivo.

Essendo un fan di Don Mancini, avevo una certa paura di fondo a dovermi scontrare con l'ennesimo reboot di una saga che in un modo o nell'altro ha sdoganato la bambola assassina, in un film che a conti fatti arriva trent'anni dopo l'originale.
Negli ultimi anni sulla falsa riga dell'idea di Chucky e il vodoo, sono stati prodotti tanti cloni, ibridi, tentativi di creare qualcosa di innovativo e arrivando negli ultimi anni a farlo coincidere con la possessione demoniaca virata verso Annabelle 2 con risultati molto scarsi ma che sono piaciuti molto ai neofiti dell'horror.
Klevberg che aveva diretto l'inutile Polaroid, uno di quegli horror che sembrano ripetersi sulla falsa scia di altri prodotti simili e quasi sempre brutti, riesce, forse complice anche un buono script, a portare a casa un film che non sfigura di fronte agli originali.
Certo il film a tutti i limiti del caso a partire dal terzo atto, forse una delle parti più caotiche e sconclusionate, ma l'idea di adattarlo ai nostri tempi, di partire da una interessante critica al consumismo, la caccia al Buddi (ma quello biondo, non quello coi capelli rossi) diventa se vogliamo un sostituto del cellulare per i bambini e quindi un modo per le famiglie di togliersi i marmocchi di turno è un ottimo spunto. Buddi poi è stato pensato con una storia abbastanza originale che ne giustifica la nascita, è caratterizzato come spesso negli horror non avviene e ha una sua identità molto diversa e meno spinta rispetto ai film di Mancini, non è volgare e sboccato, ma docile, non ha istinti sessuali forti e non ha quel sottile humour della saga che in questo caso in un paio di punti avrebbe giovato.

Dolor y gloria

Titolo: Dolor y gloria
Regia: Pedro Almodovar
Anno: 2019
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Il regista Salvador Mallo si trova in una crisi sia fisica che creativa. Tornano quindi nella sua memoria i giorni dell'infanzia povera in un paesino nella zona di Valencia, un film da cui aveva finito per dissociarsi una volta terminato e tanti altri momenti fondamentali della sua vita.

L'ultima opera del maestro spagnolo è un film fortemente autobiografico.
Una galleria di passaggi personali, nostalgici, un film sul ricordo e sull'importanza della memoria. Un puzzle molto ben bilanciato di situazioni vissute ai limiti, dall'esperienza acquisita nel bene e nel male da tante situazioni e nel dare forma ad un identità precisa che il peso degli anni e degli eccessi finiscono per attecchire.
La bellezza del film e la forma con cui Almodovar descrive e narra le situazioni vanno verso una direzione precisa, riuscendo ad essere poetiche e romantiche come un saggio sulla bellezza. Si unisce a questo straordinario scenario ottimamente fotografato, un manipolo di attori che entrano con sostanza dentro i personaggi riuscendo a fargli loro e mettendo un pathos e una voglia di vivere che riesce a dare quella carica maggiore e quell'elemento in più ad un film che non ha bisogno di molte descrizioni. E' un'esperienza come tutto il cinema dell'autore e in quanto esperienza và vissuta fino in fondo nel bene e nel male.
Per Pedro come per altri registi che decidono di concedersi alla settima arte, la stessa vita è stata il cinema, un'esperienza cinematografica vissuta sui set e a dar vita ai racconti e lavorare con gli attori.
L'autore passa dall'altra parte come se la sua esperienza, dopo una carriera tra le più coinvolgenti del cinema spagnolo, abbia deciso di concedersi esplicitando una sua complessa forma di tormento.
Diari, madri, geografia, malattia, tempo perduto, il suo stesso cinema del passato che era migliore del presente, auto citazionismo, auto manierismo. La simbologia e l'eterna mutazione di Sabor si collega e ricollega con tutti i tasselli del cinema unito alle esperienze di vita del regista. Il risultato è unico.

lunedì 7 ottobre 2019

C'era una volta...a Hollywood

Titolo: C'era una volta...a Hollywood
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rick Dalton, attore televisivo di telefilm western in declino, e la sua controfigura Cliff Booth cercano di ottenere ingaggi e fortuna nell’industria cinematografica al tramonto dell’età dell’oro di Hollywood.

Il nono film del regista americano, sempre sulla bocca di tutti, ci regala il film più ambizioso e meno cinematografico della sua carriera ma anzi metacinematografico.
Un film che sembra un testamento di un regista ancora in forma che racconta e si racconta omaggiando uno dei suoi generi preferiti e alcuni dei nostri autori italiani dello spaghetti western. Un genere che proprio in quegli anni ormai saturo  stava cedendo il posto alla nuova Hollywood, agli hippy riscrivendo così una generazione odiata e schifata dal protagonista, quell'anno zero della società. In quel microcosmo dove tutti cercano lo sballo bevendo e fumando, il totale disfacimento diventa uno dei simboli chiave del film, che ruota attorno a Rick come ai fantasmi nel'armadio di Booth guardando alla totale distruzione della società dove tutto è lecito e dove dietro la bellezza c'è tanto smarrimento e solitudine.
Un'opera da un lato ambiziosa, la tragedia di Sharon Tate, dall'altro nostalgica e per alcuni aspetti in più punti anche difficile da sopportare (i deliri e i monologhi di Rick Dalton sul set). L'ultimo film di Tarantino a differenza di tutto il resto del suo cinema, non sembra avere una trama vera e propria, dura moltissimo, si prende i suoi tempi allargandoli, dilatandoli e deformandoli, divertendosi a ricostruire con spirito più o meno filologico la Hollywood degli anni Sessanta e i suoi prediletti film di serie B ed è il terzo film della sua filmografia che riscrive la storia come succedeva per INGLORIOUS BASTARD e Django Unchained perchè solo in questo modo può avvenire il suo riscatto.
Tuttavia ci sono alcuni momenti che non possono essere definiti solo deliziosi ma di più, riescono a far andar fuori di testa qualsiasi amante del grande cinema e parlo ovviamente di quel finale riscritto, quell'ultima mezz'ora dove finalmente si arriva al dunque, con Cliff vero protagonista e forse del vero finale (la scena in cui Dalton viene invitato ad entrare nella Hollywood che conta) dove per un attimo ho pensato che potesse e volesse rimanere aperto per farci credere che forse accantonato un nemico, quello vero sta per arrivare.
Un regista che da sempre ha fatto quello che ha voluto ( in pochi ci sono riusciti) uccidendo il cinema, i suoi protagonisti, i suoi eroi, a volte arrivando ad uccidere il cinema che lui stesso ama e glorifica. E'forse l'opera più anomala di tutte che si distacca dai suoi precedenti lavori dove il sangue è centellinato, ma la scena finale è pregna di sanguinolenti minuti dove di nuovo le fanciulle non fanno una bella fine, così come le scene di combattimento e le linee temporali sfasate, qui tutto coincide pienamente è viene riassunto in quel fatidico '69 da febbraio ad agosto.
Se pensiamo che la parte più bella dura mezz'ora e coincide con il climax rimangono davvero tanti dubbi e forse una pretenziosità in altri momenti ormai sfuggita di mano.
L'aver preso a pugni in faccia e spappolato le facce dei componenti della Manson family è cosa grata di cui sarò sempre felice, Polanski forse per questo, trattandosi di un gioco non ha detto nulla, Tate sprecatissima dove il culmine arriva laddove lei entra in un cinema per guardarsi e lasciando tutti sgomenti per l'assoluta inconsistenza della scena, e un Brad Pitt immenso, il vero cuore pulsante del film, uno psicopatico che non si vedeva da tempo che quando entra nel covo della bestia mette tutti in riga come dei morti viventi di romeriana memoria.

Marianne-Prima stagione

Titolo: Marianne-Prima stagione
Regia: Samuel Bodin
Anno: 2019
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Una famosa scrittrice horror torna nella sua città natale e scopre che lo spirito malvagio che la perseguita in sogno sta provocando il caos nel mondo reale

I francesi nell'horror hanno sempre fatto scintille.
Marianne è un compendio di così tanti elementi mischiati che ne sanciscono variazioni su generi ormai ampiamente abusati, una trama opprimente e allo stesso tempo per un mood claustrofobico infarcito di elementi.
Un'operazione commerciale con tanti obbiettivi tra cui sicuramente quello di spezzare una monotonia di scrittura e puntare tutto sull'azione e i jump scared (davvero..davvero troppi). Un prodotto dove il soprannaturale, il disagio reale, la città che richiama demoni e segreti con i suoi inquietanti sacrifici, i personaggi (pochi ma buoni) che cercano di divincolarsi da una caratterizzazione spesso accennata e confusa.
Marianne mischia spesso i piani temporali, regala tanto di quel sangue che si fatica a credere ma allo stesso tempo, pur essendo pensata per un pubblico giovane (vietata ai minori di 14 anni) non riesce mai a far paura e inquietare davvero a causa del suo ritmo troppo accelerato e di una protagonista sfacciata che non sembra mai avere paura di nulla (nonostante quello che le succeda ha dell'incredibile). Un canovaccio con troppi elementi, spesso sbilanciati, che non sembrano dare mai una calma per soffermarsi a pensare a cosa stia succedendo, una continua burrasca, come il mare e le onde che si infrangono sugli scogli di Elden.
Sembra la risposta europea, con i tocchi classici dell'horror americano, delle Terrificanti avventure di Sabrina-Season 1 con più sangue e il taglio ancor meno teen.
In fondo i parti mentali di una scrittrice che diventano reali si sono già viste. I richiami sono tanti come le citazioni all'interno della serie.
Streghe, possessioni, sedute spiritiche con cani indemoniati, demoni che escono dal grembo materno, personaggi che svaniscono nel nulla senza più tornare se non sotto forma di fantasmi, tremendi incubi d'infanzia, un manipolo di amici fedeli che diventano a loro insaputa vittime sacrificali e per finire forse una delle cose più belle, la cittadina di Elden, con i suoi grigi paesaggi marini.
Dal punto di vista tecnico il risultato è impeccabile. Marianne, per l'enorme quantità di dettagli e formule andrebbe visto tutto insieme senza lasciare grossi buchi per non perdersi in una trama che allo stesso tempo se si fosse presa più tempo, togliendo elementi e approfondendo ancora di più quanto chiamato in causa, poteva risultare ancora più accattivante. Il risultato finale è comunque buono, averne di serie di questo tipo, e messe in scena con coraggio e tante formule narrative.

Crawl

Titolo: Crawl
Regia: Alexandre Aja
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Haley ignora gli ordini di evacuazione per cercare il padre scomparso. Trovandolo gravemente ferito e bloccato in un'intercapedine della loro casa di famiglia, i due restano rapidamente intrappolati e sommersi. Mentre il tempo stringe e fuori la tempesta è sempre più forte, Haley e suo padre scoprono che il livello dell'acqua che sale è l'ultimo dei loro problemi.

Crawl è quel genere di film che non vedo l'ora che esca in sala per gustarmelo appieno, sapendo fin dall'inizio ciò che mi darà: adrenalina.
Un pregevole horror d'azione, un survival horror, con gli animali assassini, i monster movie, che ci piacciono tanto. E' si rimane giustamente soddisfatti da un film che sembra l'esatto opposto di quell'altra chicca che rispondeva al nome di Meg, coccodrilli contro squali, unica location contro un'oceano, padre e figlia contro un'eroe e il suo equipaggio, e per finire una mini produzione contro un budget titanico.
Seminterrati, canali di scolo, cantine, intercapedini, tutto il film è ambientato in queste condizioni, in questa sorta di deposito di animali morti, una quasi cantina, un luogo anonimo e desolato che hanno appunto quasi solo gli americani, dove ancora più pericoloso degli alligatori è l'uragano di fuori. Tutto sta dietro questa scelta d'intenti, fuori una minaccia pericolosissima e dentro un'altra minaccia da affrontare e stanare.
In questo mood la tensione diventa alta fin da subito, Aja torna a fare quello che gli riesce meglio, l'horror, ma prendendosi i suoi tempi, costruendo una messa in scena efficace e con un'atmosfera che non abbandona mai il suo punto di partenza. Il ritmo è ottimo facendo in modo che la buona scelta dei tempi narrativi lasci sempre una situazione di alta tensione e forte allerta, dove padre e figlia faranno di tutto per non finire tra le fauci degli alligatori.
La storia è così semplice e tagliata con l'accetta che non lascia molti colpi di scena, Aja è bravo nel non cercare di spostarsi oltre ma insistendo su quello che ha con forse l'unica nota dolente nelle lacrime e nella caratterizzazione del legame padre figlia. Anche i jump scared
funzionano bene, non sono mai invasivi diventando armi funzionali ad accrescere la tensione e il ritmo. Speriamo che Aja dopo questo e Piranha 3d torni in acqua visto che si trova così a suo agio e speriamo magari con un bel shark movie.

Campione

Titolo: Campione
Regia: Leonardo D'Agostini
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Christian Ferro sembra avere tutto dalla vita: a vent'anni, vive in una megavilla con più Lamborghini in garage, ha una fidanzata influencer, migliaia di fan adoranti e un contratto multimilionario con la AS Roma. Ma la sua brillante carriera di attaccante è messa a rischio dal carattere iracondo e dalla bravate cui si abbandona, istigato da tre amici che lo provocano accusandolo di essersi "ripulito". Il campione infatti viene dal Trullo, quartiere periferico della Capitale, e ha alle spalle anni di miseria e degrado, un padre assente e una madre scomparsa troppo presto. Non c'è personal trainer, psicologo o life coach che tenga: Christian continua a comportarsi come un asociale, coperto dall'impunità che accompagna quei campioni cui il pubblico perdona (quasi) tutto. È a questo punto che il presidente della Roma decide di far affrontare a Christian l'esame di maturità, per inculcargli un po' di disciplina e migliorarne la pessima reputazione. Al fine di preparare il ragazzo all'esame il presidente ingaggia Valerio Fioretti, un professore di liceo che dà lezioni private dopo aver lasciato l'insegnamento in classe. Valerio non sa nemmeno chi sia Christian Ferro (difficile da credere, per uno che abita a Roma....) e accetta l'incarico a fronte di un compenso mensile che è tre volte il suo ex stipendio. Ma anche lui ha qualche esame esistenziale da superare.

Il gioco del calcio si è visto poco nel cinema, in particolare in quello italiano.
La storia dell'esordio di D'Agostini prodotto da Matteo Rovere e Sibilia è un classico escamotage per parlare di drammi quotidiani, la fuga dalla realtà, i disagi sociali, cercare di mettere la testa a posto, insomma i classici ingredienti che parlano di storie di successo e solitudine. A fare la differenza nonostante una trama abbastanza prevedibile, è la sinergia tra gli attori, la messa in scena, qualche momento divertente e una recitazione che cerca di puntare in alto dove in fondo l'unico vero protagonista è Accorsi.
La relazione tra il professore e il campione della Roma ha tutte le carte in regola, partendo basso per poi cercare di far emergere tutte le difficoltà e i piedi per terra di una persona semplice che si rapporta con un ragazzo pieno di problemi con i suoi pregi e i suoi difetti, con l'obbiettivo di fargli passare gli esami cercando un sistema per fargli apprendere i concetti e qui gli schemi del calcio diventano una bella trovata per trovare l'alleanza che mancava. Quello che funziona e che da brio alla storia è proprio quella di aver caratterizzato due personaggi uno molto demotivato e con un dramma alle spalle e l'altro il tipico viziato e indisciplinato che ha ottenuto tutto troppo in fretta. La loro amicizia diventa così l'escamotage che porta avanti tutto il film cercando di renderlo autentico per quanto possibile e per quanto pu fare la commedia italiana spesso finendo per arsi autogol. Non è questo il caso per fortuna.

Spider Man-Far from home

Titolo: Spider Man-Far from home
Regia: Jon Watts
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Peter Parker torna a scuola, cercando di fare i conti con le catastrofiche conseguenze della guerra tra Thanos e gli Avengers. Lutto e confusione hanno lasciato il segno sul perenne adolescente del Queens, alla vigilia di una vacanza scolastica che porterà la sua classe a visitare alcune delle più importanti città europee, tra cui Venezia e Praga. Lasciata a New York zia May, Peter parte in compagnia del fidato amico Ned e con un piano per dichiarare il suo amore a MJ. Non solo da nuovi rivali romantici dovrà però guardarsi l'Uomo Ragno: il redivivo Nick Fury gli sta alle costole e non ha intenzione di concedere giorni di ferie quando c'è da salvare il mondo. Una nuova minaccia, gli Elementali, insorge dalle viscere del pianeta, e in mancanza degli Avengers Peter è chiamato a supporto di un eroe in visita da una Terra parallela, Quentin Beck.

L'ultimo Spider Man è noioso oltre che possedere una trama così infantile da far rimpiangere i tempi e le opere di Raimi.
Un film oppresso dalla produzione, da tutto quello che è successo in quella fase dove lo spara ragnatele viveva una lunga corsa all'asta tra Sony e Marvel. Dove non ho quasi mai visto un villain così caratterizzato male e con dei dialoghi imbarazzanti. Una prima parte lunghissima che non và da nessuna parte, e l'eroe più amato della Marvel investito di così tanta importanza da diventare il nuovo paladino (beh alcuni nell'ultimo capitolo degli Avengers-Endgame sono morti come i titoli di testa omaggiano) ripetendoci in continuazione che Peter sarà il nuovo Tony Stark, della responsabilità che gravita su di lui, di come la terra sia tornata alla normalità dopo la morte di Thanos e che il nostro Parker sta crescendo sia per quanto concerne gli ormoni (le scenette con MJ sono lunghissime e forzatissime) ma soprattutto che dovrà essere credibile come Iron Man.
Un film estremamente infantile, forse il più teen tra tutti quelli fatti finora, dove non si assapora mai il dramma, il sacrificio, gli inseguimenti sono piatti e non coinvolgono mai come le scelte di Peter che sembrano improvvisate data la velocità con cui si muove e per finire la c.g è onnipresente,
Il 23 film dei Marvel Cinematic Universe punta tutto come l'ultimo Thor-Ragnarok sul divertissement spegnendo il cervello e lasciandoci volare da un ponte all'altro.

mercoledì 2 ottobre 2019

Boys-Prima stagione

Titolo: Boys-Prima stagione
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

I supereroi che vivono nel mondo moderno, fra social network e grandi società, sono seguiti da una multinazionale che ne gestisce immagine, merchandising, apparizioni e collocazioni nei vari stati del nord-america. Ma i "super" non sono sempre quello che sembrano: hanno vizi, più o meno accettabili dall'opinione pubblica, e commettono errori. La Vought-American si occupa di nascondere al mondo i difetti dei loro assistiti e di gestire le loro eroiche azioni, arrivando anche ad organizzare finti crimini, affinché aumentino la loro popolarità. In base al gradimento del pubblico, ai Super vengono dati incarichi più o meno importanti, diventano star del cinema e testimonial commerciali di prodotti che sponsorizzano la Vought-American.
Il gruppo di Super più famoso sono i Sette, capitanati dal Patriota, il perfetto eroe americano. Con la dipartita di Jack da Giove, viene inserita nel gruppo la giovane eroina Starlight, molto amata dal pubblico perché incarna lo stereotipo della brava ragazza del sud. Ma subito i colleghi si rivelano cinici e tutt'altro che eroici come pensava.
Il giovane Hugie è insieme alla sua ragazza quando A-Train la travolge in piena corsa, disintegrandola. Il Super si scusa spaventato e scappa. Questo fatto e la richiesta di Hugie di avere giustizia, fanno sì che venga avvicinato da Billy Butcher che vuole riformare la squadra di ex-agenti incaricati di punire i Super per i loro crimini: i "Boys".

Invasi ormai dall'universo Marvel e in parte minore dai prodotti Dc, le produzioni da tempo stanno intuendo come la materia possa cercare di osare di più andando oltre la visione del super-eroe beniamino di tutti quando potrebbe essere tranquillamente uno stronzo egoista.
E chi scomodare allora se non il prolifico Garth Ennis che dopo il successo della serie di Preacher-Season 1 viene di nuovo chiamato in causa per una delle sue opere più famose appunto The Boys dove il nome sta ad indicare gli antagonisti dei cattivi e corrotti super-eroi.
La prima stagione non fa sconti mettendo nel calderone tutto lo schifo che possiamo pensare di credere da chi in realtà dovrebbe proteggere i deboli ma in realtà e al soldo di un'importante multinazionale che controlla tutto per i propri profitti.
Con un incidente scatenante davvero gustoso e splatter gli episodi fin da subito intuiscono l'elemento più importante quello dissacratorio dove ad essere presente sempre e manifesta per lo spettatore è la scorrettezza di fondo di tutti buoni e cattivi in un girotondo perverso dove la carica di violenza e irriverenza travolge tutti facendo uscire il peggio dalle persone comuni come Hugie.
La corruzione e il cinismo sono gli elementi che più corrispondono agli intenti dello scrittore lasciando come sempre un'amara condanna sulle scelte dei singoli individui e del mondo che ci circonda sempre più avvezzo a portare a termine i suoi tornaconti.
Il modo in cui conosciamo i Super con la scena in cui Starlight viene costretta come in un battesimo del male a fare un pompino a The Deep è magistrale e in un attimo riesce ad essere un compendio di tutti i sentimenti e i rancori nonchè l'onnipotenza di questi strani impostori. Sembra quasi la parodia del movimento #metoo dove alla fine Starlight accetta.
Svettano sicuramente alcuni personaggi rispetto ad altri, non tutti riescono sempre ad essere caratterizzati a dovere.
I Super altro non sono e rimangono che lo specchio della società che si nasconde dietro uomini e donne forti che riescono ad avere follower a dismisura e trasformare l'opinione pubblica. Investiti di così tante responsabilità che alla fine diventando super problemi e dando loro personalità a dir poco disturbate, maniacali, egoiste e qualsiasi altro difetto possa venire in mente, incluso lo sfruttamento della schiavitù sessuale e persino la pedofilia.
L'opera cult di Ennis racconta quindi in sostanza un fenomeno culturale che riesce ad essere estremamente funzionale e attuale dove tutto è all'opposto di ciò che sembra basato su continue fake news, dove la manipolazione dell'opinione pubblica è la chiave per arrivare al potere.

Non sono un assassino

Titolo: Non sono un assassino
Regia: Andrea Zaccariello
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Francesco Prencipe è vicequestore e amico fraterno del giudice Giovanni Mastropaolo, oltre che dell'avvocato Giorgio, di ricca famiglia ma che ha smesso di esercitare dopo una delusione d'amore e una caduta nell'alcolismo. Quando il giudice Mastropaolo viene trovato ucciso, Francesco, che è l'ultimo ad averlo visto, è il principale indiziato dell'indagine. Lui si dichiara innocente e si affida per la propria difesa a Giorgio, inoltre cerca di ricongiungersi con la figlia, che non gli perdona di aver lasciato la famiglia per un'altra donna. Tutti, inclusi i colleghi in polizia, accusano Francesco di essere una persona orribile e solo Giorgio sembra essere dalla sua parte, anche se da ragazzini Francesco finì per escluderlo e preferirgli Giovanni come amico del cuore. I tre strinsero anche un misterioso patto: non aprire mai un cassetto segreto della scrivania di Giovanni, dove lui aveva nascosto qualcosa che non ha mai voluto rivelare.

Zaccariello è un regista che dopo alcuni sfortunati film arriva ad una grossa produzione con un cast che nel cinema italiano vanta tra i nomi migliori e un soggetto tratto dal libro omonimo di Francesco Caringella, che mischia tanti elementi, strizzando l'occhio al cinema di genere tra noir, mèlo e troppi flashback da romanzo di formazione che incidono sul ritmo della pellicola finendo per farla diventare l'ennesima indagine soporifera e con pochi colpi di scena e un finale molto discutibile.
E'una prova di attori dove l'onnipresente Scamarcio cerca di fare quanto di meglio, Pesce non viene utilizzato a dovere come anche Boni con un trucco davvero discutibile.
E'un film complesso da gestire come tanti registi italiani stanno dimostrando, chi riuscendoci a metà e chi come in questo caso non riuscendo a mantenere viva la suspance.
Il film dura decisamente troppo, e quando non vediamo alcuni interminabili flashback, assistiamo a piani temporali confusi inseriti in maniera macchinosa dando l'idea di essere una fuga dal non riuscire a gestire tutta la macchina produttiva.
Per finire il climax finale su cui si concentra tutta la sinossi del film ha un epilogo fulmineo scandito da poche battute. Una scelta voluta oppure ancora una volta una difficoltà a decifrare tutta l'indagine e l'ambiguità del suo protagonista.
Zaccariello non è Soavi, le scene d'azione e di tensione praticamente non esistono e siamo ben lungi da pellicole come Arrivederci amore ciao ma anche rispetto a pellicole indie e sconosciute e con molto meno budget e attori di spicco come il Codice del babbuinoMalarazzaContagio o per certi versi più simile Ragazza nella nebbia.

It-seconda parte

Titolo: It-seconda parte(2019)
Regia: Andres Muschietti
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ventisette anni sono passati dagli avvenimenti descritti nel primo capitolo. I ragazzi - componenti il club dei perdenti - che avevano affrontato l'orrore di Derry sono cresciuti e, benché intimamente segnati dall'esperienza, hanno in gran parte parte rimosso, piuttosto misteriosamente, quanto accaduto, cercando di vivere, con maggiore o minore successo, le proprie vite. Quasi tutti se ne sono andati dalla cittadina. Solo Mike è rimasto a presidiare la zona ed è proprio lui - l'unico a non aver dimenticato - a cogliere il segnale che l'orrore sta tornando, compiuto il suo ciclo vitale. Per questo, per combattere il mostro, Mike contatta i vecchi amici e li richiama al patto che stipularono da ragazzi, perché solo loro possono concludere il lavoro che hanno iniziato. Ciascuno di loro è colto nel pieno dei problemi quotidiani della vita, ma il richiamo è troppo forte e niente può impedire il ritorno a Derry. Per tutti, tranne che per uno, Stanley, che si toglie la vita. Gli altri, tra ritrosie, ripensamenti e paure, affrontano di nuovo It.

Finalmente ho letto il romanzo. Un'opera che sono sempre più convinto sia difficile da adattare come tanto materiale di King. Forse una serie tv con almeno dieci episodi da un'ora potrebbe bastare. Nella mini serie cult degli anni '90, che trovo finora la cosa che sfigura meno e ripeto avendola vista da piccolo e rivedendola ora continuo a sostenere che valga di più dei due film di Muschietti. Come sempre gli elementi più tremendi mancano anche qui come mancavano prima, parlo per la prova iniziatica del fumo e dunque la venuta di It come alieno da un'altra dimensione (sempre l'orrore cosmico) e Beverly che si concede a tutto il gruppo prima della caccia finale e la carneficina molto truce secoli prima a colpi di ascia in un locale.
Si inizia con Dolan in un personaggio abbastanza interessante del romanzo, si continua con alcuni tratteggi in cui gli sceneggiatori si prendono alcune libertà ma che diventano funzionali come la storia di Bob Gray, la prova del fumo anche se con diversi punti di rottura e in fondo, come nel capitolo precedente, una maggiore attenzione alla storia in quei particolari della popolazione di Derry che vedeva cosa stava succedendo limitandosi a girarsi dall'altra parte.
Vediamo quello che non ha funzionato: la comicità fuori luogo, attori fuori parte, troppo utilizzo della c.g soprattutto nelle parti con Penniwise e alcune agghiaccianti trasformazioni (tra il ridicolo e il veramente brutto), jump scared a profusione mai incisivi e tanti altri elementi disfunzionali.
Bocciato come lo era il primo capitolo. Forse questo è un pòmeno brutto. Il secondo capitolo ha delle variabili particolari, risulta essere meno noioso del precedente ma troppo pompato con uno stile che non riesce mai a fare la differenza.

venerdì 9 agosto 2019

Midsommar


Titolo: Midsommar
Regia: Ari Aster
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dani ignora l'ennesima chiamata di aiuto della sorella bipolare, rassicurata in questo dal fidanzato Christian. Christian vorrebbe rompere con Dani, ma non sa come dirglielo. Quando purtroppo le peggiori paure sulla chiamata si rivelano fondate, è troppo tardi per intervenire. Christian decide quindi di invitare Dani a partecipare al viaggio organizzato dall'amico Pelle in un curioso villaggio svedese, per effettuare studi antropologici e insieme svagarsi nel festival che celebra il solstizio d'estate.

Ari Aster era atteso alla sua seconda prova dopo il successo di critica e di pubblico enorme e forse anche eccessivo del suo primo Hereditary-Le radici del male che a dire la verità non mi aveva fatto impazzire. Continua il suo discorso sul cammino del rituale quasi legato al finale della sua opera prima con quella corona depositata sulla testa del prescelto, il neo re, che qui ha diversi punti in comune con la neo regina che non andrò a svelare.
Essendo un appassionatissimo di folk horror (d'altronde alcuni degli horror più belli di sempre, Hardy e Weir, appartengono a questo sotto filone) cercavo di non avere aspettative, sperando però che fosse una spanna sopra il predecessore prendendo le distanze da tutto ciò che avevo già visto.
Così è stato confermando tanti buoni elementi, una maturità consolidata da una ricca prova di scrittura e soprattutto di psicoanalisi dei personaggi (il fattore in assoluto migliore che riesce in questo a staccarsi da tanti altri film già visti che prendevano però solo in analisi il contesto culturale lasciando in secondo piano i protagonisti).
Un film che parla di setta ma senza condirla di luoghi comuni ma anzi cercando di entrare nel fenomeno come campo di scoperta e di rivelazione che possa creare sentimenti ed emozioni contrastanti dove anche l'antropologia di nome e di fatto ha un evolversi importante nella struttura del film e in alcune lotte tra i personaggi. Un film che inizia con un incidente scatenante che non concerne con la setta (e si parte già col botto) dimostrando come le relazioni umane ancora una volta stiano alla base di una sapiente descrizione del racconto, in questo caso mai tradizionale ma sempre scomodo e atipico per come articola la sua poetica d'autore.
Il rituale di Aster conferma come non sia un delizioso furbetto che con un buon budget cerca il disimpegno strizzando l'occhio dove gli pare. Il soggetto è originale, la setta sa il fatto suo, la luce è sempre onnipresente come i pianti del neonato che viene allevato da tutti e le bevande a base di erbe allucinogene e per finire le rune celtiche che vanno a sostituire i sigilli demoniaci.
Sono tanti i particolari, gli elementi con cui il film viene tenuto in piedi senza lasciare buchi o importanti scene senza una giusta risposta.
Chi lo sa se il film di Aster dopo tanti tentativi non così riusciti chiude una volta per tutte il filone sul paganesimo ancestrale. Speriamo di no, ma speriamo anche di poter vedere esempi così carichi di archetipi sfruttati al meglio con impianti originali e tutto il resto e un'aura disturbante per tutto l'arco narrativo.
E poi gli attori, tutti davvero bravi e mossi da domande angoscianti, egoiste, rapporti di coppia che fanno star male anche solo in poche battute, silenzi che gelano il sangue, pianti e risa continue.
Quando Aster si avvicina alle scene più drammatiche in assoluto può diventare estremamente scomodante (come lo è stato nel mio caso) o venir preso alla leggera da un pubblico che pensa alla parodia e ride non sapendo interpretare quello che succede.
Il film inizia con un crollo definitivo psicologico di Dani e così viene portato avanti per tutto il film senza mai spostare il fuoco dal suo dramma interiore che la logora ancor più dai danni arrecati da Christian e il suo gruppo di amici.
Ma se alla fine fosse tutto un trip? Il finale non è aperto sotto questo punto di vista ma se Dani si fosse svegliata dal viaggio in funghetto scoprendo come fosse tutto un incubo? Dove i riferimenti anche ad una simbologia tutta floreale ci sono e non mancano di creare inquietudine più di molte altre scene madri del film.