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mercoledì 1 luglio 2020

Gangster the Cop the Devil


Titolo: Gangster the Cop the Devil
Regia: Won-Tae Lee
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Per le strade gira un serial killer dal metodo ricorrente: sceglie la propria vittima, la tampona con l'auto e poi la uccide, quando questa è scesa dal veicolo. Tuttavia, quando la vittima scelta è il boss della malavita Jang Dong-soo, il killer non riesce a terminare il proprio compito. Jang e il detective della polizia Jung Tae-suk stringeranno quindi un patto segreto per catturare l'assassino.

Il secondo film di Won-Tae Lee è un noir action strampalato, con una trama tutt'altro che originale ma come spesso capita in Corea, il risultato è meglio di quanto ci si aspetti.
Una crime story che punta su un killer (il Diavolo) smilzo e psicopatico, un poliziotto che fa come gli pare e il gangster Ma Dong-seok, star indiscussa del film. Action, dark humor, poliziesco e gangster movie in un film che non arriva al dramma per lasciarsi andare a scenari da City of violence o meglio BUONO, MATTO E IL CATTIVO che per qualche istante incontra I saw the devil. Intrattenimento allo stato puro per un film che non si dimentica dei personaggi esplorandoli a dovere (almeno il boss) e rendendoli umani e non privi d'etica.
L'apice appunto arriva nelle roboanti scene d'azione, negli inseguimenti come nelle scene action di combattimenti dove tutto sembra essere concesso.
Per essere un thriller coreano, il film di Lee è abbastanza atipico nel senso che esplora un territorio quello della buddy commedy sugli opposti, sulla morale ambigua, sui tradimenti senza lesinare colpi di scena efficaci e un finale davvero divertente diventando quel giocattolone autoironico che esalta i suoi protagonisti e richiede fin da subito abbondanti dosi di sospensione dell'incredulità




Nimic


Titolo: Nimic
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2019
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

In metropolitana, un violoncellista professionista incontra una sconosciuta: la cosa avrà conseguenze sulla sua vita.

In 12' Lanthimos riesce a creare un suggestivo viaggio nella mente umana, un corto sulla distopia sociale, sul nulla o niente come a voler tradurre il nome dell'opera, immettendo nello spettatore fin da subito tra monotonia quotidiana, fantasia borghese e lavoro, quella paura di perdere la nostra riconoscibilità e il nostro posto nel mondo come individui.
Una provocazione pungente immersa in un contesto magico (come lo era per Killing of a sacred deer) e allo stesso tempo terrificante. Il tema della ripetizione e della temporalità, un percorso ciclico che sembra proporre tre location come a creare un loop temporale in cui si alternano reale e immaginario.
La musica ha il suo peso specifico, alternando la soundtrack che scandisce la monotonia casalinga con il mestiere da violoncellista del protagonista. Lanthimos ancora una volta prova a creare uno scenario inquietante e sci-fi leggermente distopico dove le norme che regolano la nostra quotidianità vengono abbandonate o messe alla prova scontrandosi e venendo a contatto con delle paranoie tanto irrazionali, quanto spaventose da immaginare soprattutto quando è la tua famiglia a dover scegliere se rimpiazzare o meno uno dei suoi membri.



Wretched


Titolo: Wretched
Regia: Brett Pierce & Drew T. Pierce
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ragazzo adolescente ribelle, alle prese con l'imminente divorzio dei suoi genitori, affronta una strega millenaria, che vive sottoforma della donna della porta accanto.

Il secondo film della coppia di registi dopo DEADHEADS nasce dal bisogno di confrontarsi con i caposaldi dell'horror, prima gli zombie e ora le streghe. In quella che dal 2015 possiamo chiamare la nuova "witch renaissance", si cerca di mischiare parte delle tematiche hollandiane di Fright Night immettendone possessione, luogo maledetto, presenze, vicinanza pericolosa, trasformazione mostruosa, omicidi, sacrifici e strega appunto. La diversità è giocata sulla casa del vicino che diventa un luogo da sondare e scoprire per i suoi orrori nascosti all'interno e il fatto che il giovane protagonista sarà l’unico a rendersi conto della gravità degli eventi, ovviamente senza essere creduto da amici e familiari. L'elemento da favola che colpisce per la sua semplicità e forse materia ormai inflazionata in questi ultimi anni come quello di far nascere ancora una volta la famelica fattucchiera dalle profondità brulicanti di un antico tronco d’albero alla ricerca di carne di fanciullo, mischiando folklore antico e post-moderno.
Da qui prende piega la scelta di buttarla sulla possessione di come i mariti siano incauti senza rendersi conto di chi o cosa ha preso il posto della loro moglie e prove iniziatiche fino al bisogno di confrontarsi con il sacrificio e un suggestivo climax finale.

sabato 16 maggio 2020

Les Miserables


Titolo: Les Miserables
Regia: Ladj Ly
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Montfermeil, periferia di Parigi. L'agente Ruiz, appena trasferitosi in loco, prende servizio nella squadra mobile di polizia, nella pattuglia dei colleghi Chris e Gwada. Gli bastano poche ore per fare esperienza di un quartiere brulicante di tensioni tra le gang locali e tra gang e forze dell'ordine, per il potere di dettare legge sul territorio. Quello stesso giorno, il furto di un cucciolo di leone dalla gabbia di un circo innesca una caccia all'uomo che accende la miccia e mette tutti contro tutti.

Nel film HAINE del 95' erano protagonisti i giovani delle periferie con il loro disagio, i difficili rapporti sociali e il sentimento d'odio verso le forze dell'ordine. Ly al suo secondo film unisce tutti i protagonisti della strada, nordafricani musulmani, sinti, orde di bambini, poliziotti in parte corrotti, famiglie che nascondono dentro le mura di casa e poi ancora traffici e segreti. I miserabili, perchè lo sono le forze dell'ordine quanto i gregari e gli aitanti nel film, è un dramma post contemporaneo sconvolgente, attuale quanto adrenalinico, un documentario sociale per come vengono inquadrate e narrate alcune dinamiche e allo stesso tempo pieno di ritmo e momenti di riflessione dove in fondo tutti a loro modo sono vittime delle conseguenze di un sistema che non sa più cosa fare.
Un film incredibile per la messa in scena, le interpretazioni, la caratterizzazione dei personaggi, il finale e troppe scene indimenticabili. L'avvento della tecnologia, l'uso dei droni, i cellulari, gli interrogatori poco ortodossi, l'abuso di potere. Quasi un road movie, una caccia all'uomo, l'inseguimento di troppe persone in un circolo pericolosissimo dove ognuno è alla ricerca di qualcosa in una sorta di western moderno nelle terre selvagge di Les Bosquets a Montfermeil.
Uno dei grandissimi meriti del film a parte dal punto di vista tecnico che rasenta la perfezione è quello di mantenere un equilibrio di giudizio senza prendere mai veramente le parti di nessuno, ma cercando un difficile quadro corale dove gli intenti di ogni attore sociale coinvolto assumono contorni e pesi molto difficili da sostenere. Tutti sanno di essere in parte nel torto e nessuno ha mai veramente la coscienza pulita in un continuum di deflagrazioni, colpi di scena, scorribande, rivendicazioni. E poi vogliamo parlare dei bambini/adolescenti. Ci voleva qualcuno che finalmente filmasse il degrado a cui siamo arrivati, l'assenza di valori, vivere la giornata di espedienti e aderendo a regole del branco per mettere a tacere gli adulti.





True history of Kelly Gang


Titolo: True history of Kelly Gang
Regia: Justin Kurzel
Anno: 2019
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Australia, 1867. Ned Kelly è un bambino nel mezzo del nulla dove la madre vende il suo corpo per denaro e il padre sta a guardare. È un'infanzia brutale la sua, spesa su una terra arida e venduta a un bandito ubriacone che ha deciso di farne un uomo. Rientrato cresciuto (e vissuto) in seno alla famiglia qualche anno dopo, Ned deve decidere che tipo d'uomo vuole diventare. Provocato da un poliziotto pappone e da una madre che ama visceralmente, il ragazzo sposa la 'causa irlandese' contro il nemico inglese

Kurzel è un regista che ho sempre tenuto d'occhio. Il suo esordio Snowtown Murders era un pugno allo stomaco fortissimo sui rapporti sociali e famiglie disfunzionali. Un dramma sociale che sfociava nell'horror per parlare di un serial killer. Il suo penultimo film è stato ASSASSIN'S CREED (che proprio non sono riuscito a vederlo).
E poi arriva questo True History of the Kelly Gang, il suo top, la sua opera migliore, matura, energica, drammatica e grottesca. Un film complesso maturo, viscerale che non si limita a inquadrare le gesta di Edward Ned Kelly, ma riesce ad espandere fino ad arrivare a coglierne tutte le "maestranze" dal tessuto sociale, l'umanità corrotta folle e perversa, l'ambiente, le difficoltà, una terra dominata da estranei tra aborigeni e coloni, le classi sociali che rivendicano diritti mai esistiti. Insomma esamina molto di più di quanto ci si poteva aspettare, lasciando la gang di Kelly solo per l'ultima mezz'ora.
Il protagonista è pluri stratificato risultando a tratti consapevole e non, messo in mezzo ad un intricata ragnatela tra forze dell'esercito, nuclei familiari, e tanto altro ancora passando da un estremo all'altro nel suo essere contraddittorio, folle e radicale e non sapendo mai fino ad un punto cruciale da che lato schierarsi e come far rispettare il suo ideale di giustizia.
In un'epopea matriarcale dove la figura più disfunzionale risulta proprio il punto di forza è la vera debolezza di Ned ovvero sua madre, Kurzel stilizza e sporca allo stesso tempo un western estremo e allucinato dove il dramma nell'atto finale diventerà tragedia pura, una lotta contro i mulini a vento di un manipolo di disperati che trovano rifugio e desolazione nella foresta di "Sherwood" prima di fare i conti con un male che semplicemente non possono contrastare.
Il cast merita una menzione speciale perchè chiama in cattedra la meglio gioventù e la vecchia scuola australiana con i migliori George MacKay ispiratissimo che sembra una bestia incontenibile un Peter Pan e Robin Hood fusi assieme e a spronarlo la miss Babadook per eccellenza Essie Davis che continua a stupire per stile, bravura e seduzione mettendo a sedere tutta la pletora maschile. Subito dopo Russel Crowe, Nicolas Hoult (mai così figlio di puttana) assieme a Charlie Hunnam.
True history of Kelly Gang è impregnato di così tante atmosfere dove a svettare su tutte è questa sorta di barbaresco punk abbinato alla stravaganza della gang con l'atteggiamento accusatorio verso l'autorità dove nel combattimento finale diventerà un grido di speranza e libertà messo a tacere da un'elite di potenti che semplicemente strappano l'essenza anarchica alla radice.


First Love


Titolo: First Love
Regia: Takashi Miike
Anno: 2019
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Leo è un pugile di poche parole ma dal pugno pesante: quando scopre di avere un tumore al cervello diviene preda dello sconforto. Monika è prigioniera della yakuza, che la obbliga a prostituirsi e l'ha resa tossicodipendente, costantemente in crisi di astinenza. I due si trovano coinvolti in un complotto che li porterà a scontrarsi con un variegato gruppo di personaggi, corrispondenti ad altrettante forme di insana bizzarria: un emissario della yakuza stessa, un poliziotto corrotto, un killer delle triadi cinesi con un braccio solo e così via, con crescente tendenza all'eccesso.

Miike Takashi ormai è in grado di padroneggiare qualsiasi tecnica e genere. Il suo cinema da sempre ha una firma che ormai dopo quasi 100 film è impossibile non riconoscere nei suoi lavori e nella sua tecnica.
Mi aspetto soltanto più un film d'animazione ultra violento e poi raggiungo la pace dei sensi.
First Love è una vera bomba, una via di mezzo tra Yakuza Apocalypse ma meno estremo e Like a Dragon ma meno fumetto. Perchè il film parte come una storia d'amore, ma poi attraversa come uno sguardo nostalgico quasi tutti i generi del maestro giapponese dove la yakuza gioca sempre un ruolo preponderante, ma stando al passo coi tempi ci sono anche i cinesi da tenere a bada. Complotti, tradimenti, voltafaccia, doppi giochi, stragi come non se ne vedevano da tempo (quella finale poi tutta girata nel magazzino sembra Free Fire ma con l'aggiunta di arti mozzati, katane, molte più donne e ogni genere di arma possibile). First Love si prende sul serio, ci parla di loser, di una fragilità nei rapporti sociali soprattutto tra i giovani, mescola e infarcisce tutto con il cocktail di trovate interessanti in un ritmo frenetico, violento, ma anche molto ironico.
Si prende qualche virtuosismo che sfocia nel paradosso con la scena della macchina finale, mostra capi yakuza ormai stanchi (forse come comincia ad esserlo Miike) cresciuti assieme all'autore che ha saputo trattare le loro gesta disperate in alcuni autentici capolavori.

Other lamb


Titolo: Other lamb
Regia: Malgorzata Szumowska
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 2/5

La vita con il Pastore è l’unica vita che Selah abbia mai conosciuto. La loro comunità auto-sufficiente non possiede tecnologia moderna ed è nascosta nei boschi, lontana dalla civiltà moderna. Il Pastore è il guardiano, maestro e amante del gruppo. Ciascuna delle molte donne che fanno parte del gruppo è o sua moglie o sua figlia. Selah è pura nella sua fede, ma anche pericolosamente risoluta. È stata cresciuta come figlia del Pastore, ma è solo questione di tempo prima che ne diventi anche moglie. Dopo che un incontro con le autorità ha costretto le donne e il Pastore a costruire un nuovo Eden ancora più in là nell’entroterra, Selah comincia a dubitare della sua fede, e ha delle visioni strane e sanguinose. L’arrivo della pubertà porta con sé nuovi e severi rituali, e un primo assaggio di cosa accada alle donne del Pastore a mano a mano che invecchiano.

Devo ammetere che non conosco il cinema di Malgorzata Szumowska. Da quel che ho letto mi sembra impegnata in temi sociali e drammi ambigui di qualsivoglia genere connotati dal sentimento religioso. Ora anche lei come molti altri autori ha deciso, in tempi in cui è ritornato in auge il sotto genere, di confrontarsi con il folk horror o potremmo anche definirlo un racconto di stampo rurale e pagano.
Religione, setta, iniziazione, fedeltà assoluta al proprio leader. Questi e altri temi sono alla base del dramma sociale che sfocia nell'horror della regista polacca. Un film che aspettavo e sui cui speravo di vedere all'interno qualcosa di nuovo, come lo è stato ma con esiti nefasti, arricchendo l'analisi e l'approfondimento sulle dinamiche presenti all'interno di una comunità con le proprie leggi e i propri rituali.
Ci sono senza dubbio dei meriti imprescindibili che prima di tutto emergono dal punto di vista tecnico e dei costumi, delle interpretazioni e di alcune scelte coraggiose di montaggio e di dialoghi.
Un film in cui l'elemento dei rapporti fisici e soprattutto spirituali assume contorni fondamentali in termini di relazioni incestuose e malsane. L'uomo scelto da Dio raccoglie le proprie discepole e ingravidandole ridà loro vita e speranza in un circolo vizioso in cui non vengono meno i legami tra consanguinei (le donne del gruppo sono sempre le stesse e così pure per le figlie). Poi c'è la terra promessa, la metafora sul popolo d'Israele, tutto negli intenti delle donne e nella loro assoluta obbedienza altrimenti tutto andrebbe in malora. Ovviamente imbevuto di un certo simbolismo a volte fine a se stesso come il peggiore degli esercizi di stile a cominciare dalla natura, gli animali morti, i corpi femminili che affondano nel "Giordano" dopo essere battezzati dal "Battista".
Il problema alla base a parte la lentezza disarmante e che non ci sono colpi di scena, l'azione è centellinata in uno stile minimale che anzichè lasciare a bocca aperta crea uno dopo l'altro sbadigli a raffica e cerca soprattutto, osando ma fallendo miseramente, di provare con il pretesto religioso di parlare di sfruttamento sessuale in una pseudo setta religiosa, in un mix che termina con un climax telefonatissimo e scontato.

lunedì 4 maggio 2020

Vfw


Titolo: Vfw
Regia: Joe Begos
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di veterani deve difendere il proprio territorio da un esercito di mutanti punk trasformati a causa di una potente droga.

Per me Joe Begos sta diventando una potente droga che rischia di darmi sempre maggior assuefazione.
I suoi film sono marci e disperati. Dotati di un pessimismo cosmico, dipinti di ignominie a cui ormai dobbiamo arrenderci a vedere il mondo sempre più popolato da derelitti e sballoni, vittime sacrificali, alcolizzati e pazzi isterici.
Ora per me Vfw è la sua summa contando che ha 32 anni, è al suo sesto film e forse se continua così potrà essere giustamente venerato dagli amanti del cinema di genere.
Ho amato i suoi precedenti film tanto Bliss, abbastanza Almost Human e in parte minore ma non per il suo corto Tales of Halloween.
Vfw è riassumibile in una log line, ha pochi e cazzuti protagonisti, un'unica location, dialoghi da brivido e tagliati con l'accetta e tutto il resto è splatter puro, budella e frattaglie sparse in ogni dove con questo esercito di mutanti che sembrano zombie pure abbastanza cazzuti, delle vere e proprie bestie da macello. Tutto andrà come non deve andare e due soli locali sembrano sopravvissuti ad una pandemia post apocalittica, uno un ritrovo di veterani di guerra, l'altro una Sodoma più piccola.
Un gruppo di vecchi che fanno il culo a tutta la saga de i Mercenari messi assieme e non parliamo di fisic du role imbolsiti ma di veterani veri di alcuni pezzi rari di di cult del cinema che riescono a interpretare e dare spessore come Stephen Lang, William Sadler, Fred Williamson, Martin Kove e David Patrick Kelly
Un b movie dove Carpenter viene spremuto e venerato come una sorta di profeta dell'apocalisse, dove trash, weird, splatter, grottesco, ironia, azione, thriller, dramma, vengono dosati e miscelati in un cocktail di Pechino che chi ha il coraggio di pipparselo vedrà demolita ogni frontiera mentale.


Blow the man down


Titolo: Blow the man down
Regia: Bridget Savage Cole & Danielle Krudy
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

C'è un cadavere da far sparire, un mucchio di soldi che fanno gola a molti, la polizia che indaga ma resta ai margini e soprattutto ci sono i tanti segreti che poco alla volta emergono mostrando il lato nascosto di una piccola cittadina

Blow the man down è l'esordio di una coppia di registe che andranno tenute d'occhio da qui in avanti. Il perchè? Qualsiasi elemento all'interno del film potrebbe rivelarne la risposta.
Una dark comedy ispirata tutta al femminile, dove proprio le donne hanno il proprio dominio incontrastato gestendo decisioni e affari e tutte le trame possibili in maniera dolce e sofisticata.
Un noir all'interno di un luogo dove predomina il freddo, la temperatura è sempre molto bassa, si cerca rifugio dove si può, si fanno gli incontri più pericolosi e se sei un forestiero, beh faresti meglio ad andare via da Easter Cove. Segreti, incubi, intrighi, fanno di quest'opera un film piuttosto complesso dove le comparse sono gli uomini, coloro che cercano di entrare in un luogo a loro sconosciuto e inaccessibile. Recitato benissimo, da guardare esclusivamente in lingua originale, con una colonna sonora fantastica a cui fa da sfondo un coro maschile che come per la tragedia greca rappresenta un gruppo omogeneo di personaggi, che agisce collettivamente sulla scena insieme agli attori ma senza palesarsi. Infine omicidi, dispute, dialoghi che sanno arrivare al dunque senza nascondere spesso una sottile malizia e un braccio di ferro tra personalità complesse e fuori dall'ordinario.


Lodge


Titolo: Lodge
Regia: Severin Fiala, Veronika Franz
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Richard, dopo il suicidio della moglie, decide di trascorrere le vacanze di Natale nel suo chalet di montagna con i due bambini e la nuova giovanissima compagna.

Goodnight Mommy era un esperimento interessante in cui le analogie con questo film sono davvero molte. Lodge però riesce a fare molto di più, dando risalto e spessore ad un'atmosfera soprattutto nella casa in montagna inquietante al posto giusto. Ci sono anche qui due ragazzini che devono vedersela con le reazioni di un adulta come nel precedente film. Qui però c'è la figura molto importante del padre e a fare da sfondo, soprattutto nel primo atto, una setta che ha devastato la psiche di Grace lasciandola come unica sopravvissuta dal momento che il guru era proprio suo padre.
Insomma gli ingredienti sono quelli di una fiaba post contemporanea dark con una dimensione di home invasion che è forse la parte migliore contando la connotazione psicologica alla base, le suggestioni, le allucinazioni e gli psico farmaci.
Con un incidente scatenante di forte impatto, il viaggio nel delirio a cui si apprestano a entrare i giovani componenti della famiglia, non si fa certo mancare nulla neppure le fantasie di un adolescente per una donna particolarmente seducente (guardandola nuda sotto la doccia).
Purtroppo alcune incongruenze finali lasciano qualche strafalcione nella scrittura che appariva minuziosa almeno prima del climax, lasciando alcuni dubbi sugli elementi che lo spettatore metteva in ordine per una degna risoluzione nell'atto finale.
Senza esagerare con eccessi di violenza, la qualità migliore del film è legata proprio alle mosse dei personaggi, al fatto di far entrare questa strana e inquietante presenza che comincia a far sparire elementi dalla casa lasciando enigmi e paure.

Field guide to evil


Titolo: Field guide to evil
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Field guide to evil in tempi di folk-horror e cicli antologici è una piacevolissima sorpresa per svariati motivi. Vuoi il suo essere passato inosservato, vuoi perché racchiude alcuni registi che amo molto (Evrenol, Strickland, Gebbe, Franz & Fiala, Smoczyńska) vuoi perchè tutte le storie si concentrano su leggende poco conosciute ognuna scandagliando un luogo diverso.
Sono dei corti dove il peso della narrazione si impone e di fatto riesce a far sì che alcuni lavori riescano a esercitare maggiori suggestioni rispetto ad altri, chi per gusti personali o chi perchè sembra andare ad approfondire antiche superstizioni. Favole nere tramandate nei villaggi, dove protagonisti sono mostri, elfi, demoni annidati nei boschi e miti malefici che prendono corpo. L’orrore insito nel folklore, che attraversa il tempo secolare e gli spazi geografici, condensato in un’antologia di otto racconti che esplora il lato più oscuro della tradizione ambientati in passati scaramantici e insidiosi.

The Sinful Women of Höllfall
I registi di Goodnight Mommy ci portano in Austria uno dei paesi più complessi al mondo al livello di cinema per parlarci dell'elfo Trud e di un amore omosessuale tra due donne che come tale deve essere punito perchè a quei tempi semplicemente non poteva essere accettato.
Haunted by Al Karisi – The Childbirth Djinn
Evrenol di Baskin e Housewife ci porta nella sua terra la Turchia per parlarci del demone Karisi, il demone del parto che si presenta con le sembianze di una donna ma anche di un gatto o di una capra. Uno dei corti più complessi, girato quasi tutto all'interno di una stanza e con questo alternare dialoghi e silenzi, dove gli stati della madre malata e il suo delirio in crescendo creano inquietudine e mistero. Come sempre il tocco del regista dimostra una scelta perfetta dei tempi narrativi, un montaggio eccellente e quella cattiveria innata nell'anima della politica d'intenti dell'autore che spesso e volentieri sfocia nel gore estremo.
The Kindler and the Virgin
La regista di Lure ci porta in Polonia un paese che amo alla follia per regalarci una delle storie più lente e minimali, giocata con una fotografia tetra tutta incentrata sui toni bluastri dove questa entità, una donna, sembra ammaliare questo giovane profanatore di tombe in cerca della saggezza.
Un corto molto complesso che tratta a differenza degli altri, assieme a Strickland la magia intessendola di suggestioni, inquietanti presenze, scene di cannibalismo e molto altro ancora.
Beware The Melonheads
Calvin Lee Reeder è uno dei pochi registi di cui non ho ancora potuto guardare nulla prima di questo corto. Ed è un peccato perchè pur non infilandosi come nei precedenti in una leggenda vera e propria mischia esperimenti nucleari alla Craven con protagonisti dei bambini malvagi e una sorta di potere psichico. Capitanati da un losco nano, gli umanoidi destabilizzeranno un simpatico equilibrio famigliare mordendo fisicamente con colpi bassi. Con uno stile molto sporco a tratti amatoriale e senza l'impiego massiccio di c.g, il corto di Reeder è il più bifolco tra i corti visti finora, quello che per assurdo sembra prendersi meno sul serio, un colpo alle costole che riesce a farsi portatore di una sua mitologia più cinematografica che altro, in fondo divertente.
What Ever Happened to Panagas the Pagan?
Yannis Veslemes ci porta in Grecia per una favola davvero disturbante che sfocia come contro altarino delle gioie natalizie ma a differenza del Krampus ci parla del Kallikantzaros,
creatura mostruosa che, secondo la tradizione, manifestandosi sotto stati alcolemici molto alti, vive sottoterra tutto l’anno fino al giorno di Natale, quando visita le case per arrecare οgni sorta di angherie alle persone
Palace of Horrors
Ashim Ahluwalia ci porta in India in un palazzo che sembra un incubo o una suggestione per farci entrare in un incubo in b/n dove una galleria di creature deformi sembra rappresentare e conciliare la metafora di un paese dilaniato dalle malattie e dallo sfruttamento
A Nocturnal Breath
Dalla Germania la regista di Tore Tanzt ci parla del Drude, uno spirito malevolo che lascia il corpo del posseduto per diffondere malattie sterminando greggi e bestiame lasciando la gente in povertà e vittima di ignominie e persecuzioni prima in assoluto la stregoneria. La persona come la bestia giace esanime fino a quando lo spirito non ritorna nel suo corpo
The Cobblers’ Lot
Dall'Ungheria l'ultimo segmento è di un regista fantastico che seguo da diversi anni, Strickland (Berberian Sound StudioDuke of BurgundyKatalin Varga) portandoci in una fiaba muta e onirica, suggestiva quanto ancestrale e magica, in una ricerca disperata per arrivare alla donna amata. The Princess’s Curse procede incalzante in questa rivalità fraterna in un eclatante manifesto funereo grazie ad immagini estremamente evocative e poetiche.

Girl on the third floor


Titolo: Girl on the third floor
Regia: Travis Stevens
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tubi scoppiati, muri crepati e materiali non meglio identificabili non era ciò che Don Koch si aspettava quando ha convinto la moglie Liz di poter rimettere in sesto da solo la nuova casa vittoriana che hanno preso. Sconvolto, sotto costrizione e tentato dalle sue vecchie debolezze, Don finirà presto per scoprire che la residenza ha alle spalle una storia tanto oscura quanto sordida per cui non sarà tanto facile restaurarla.

Girl on the third floor è la ciliegina sulla torta dove gli ingredienti horror sulle case infestate si danno appuntamento per organizzare una bella orgia di sangue. C'è così tanto assorbimento di opere cinematografiche in questo film che citarle tutte vorrebbe dire scrivere un'altra recensione (quindi fate questo bel giochetto quando lo guarderete).
Gli spunti iniziali sono pochi e quanto mai dei classici sul cinema di genere, ma il fattore predominante è quello per cui si prendono più direzioni, dalla vicina anonima che sembra una sorta di deus ex machina sapendo in fondo già tutto, alla famigliola americana che si appresta a cambiare vita (anche se il protagonista proprio non ci riesce) e poi incursioni che avvengono in maniera esagerata, alzando sempre di più la posta fino al capitolo finale dove ovviamente viene mischiato tutto (fantasmi, mostri, orge, palline che creano trasformazioni fisiche devastanti, la casa che potrebbe da sola definirsi il mostro per le nefandezze compiute al'interno) e molto altro ancora.
Un film che solo in alcuni momenti in cui Don costruisce la nuova dimora sembra allungare e rendere noiosetto il ritmo, ma per il resto c'è tanta e concitata azione, il film non è che un bignami di tante cose già viste mischiate e raffazzonate, ma alla fine non delude mai e tra cadaveri incollati male dentro le pareti e una bella Lolita che si nutre solo di cazzi per tormentare il malcapitato ci viene concesso un bell'intrattenimento.
Due parole sulla crew. Stevens sta nella produzione dell'horror come una sorta di Jason Blum. C.M. Punk (altro lottatore di wrestling impiantato nel cinema) sembra Bruce Campbell venuto male ma senza sfigurare e per finire Sarah Brooks è una topa mozzafiato


lunedì 20 aprile 2020

Diamanti Grezzi


Titolo: Diamanti Grezzi
Regia: Safdie
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Howard Ratner è un gioielliere che gestisce un negozio nel Diamond District di Manhattan. Incallito giocatore d'azzardo, marito e padre di famiglia con villa nei sobborghi, adultero con l'amante in città, Howard vive perennemente braccato dai debitori, in particolare dal cognato affiliato alla mafia italoamericana. Maneggione e bugiardo, ripone le sue speranze in un opale proveniente dall'Etiopia: ma qualche giorno prima dell'asta che dovrebbe fruttargli una somma milionaria, si fa convincere dal giocatore di basket Kevin Garnett, venuto in visita al suo negozio, a scambiare la pietra con un anello, dando così inizio a una serie infinita di traffici che segneranno il suo destino.

Attenti a quei due, già lo presagivo dal loro esordio. I Safdie stanno dimostrando di essere quei riformatori, quei distruttori di regole, forme, messe in scena, dialoghi, trame assurde e molto altro ancora.
Tre film tutti in crescendo, tutti con un tasso adrenalinico scoppiettante, in particolare con quest’ultima opera ci troviamo di fronte al film più complesso, ambizioso, monumentale, frenetico.
Mai e poi mai avrei detto che Adam Sandler mi sarebbe piaciuto così tanto. Un attore detestabile sempre legato a film penosi e inclassificabili qui incarna l’ebreo “malefico” doppiogiochista perfetto che in fondo molti odiano ma che è riuscito a diventare ciò che è, senza farsi mai mettere i piedi in testa da nessuno, ma costantemente alla ricerca del compromesso ideale soprattutto per lui.
Howard Ratner diventa così il centro nevralgico nel nuovo mondo, da cui tutto nasce e dove sembra che tutto debba confluire, senza mai perdere la continuità di una serie incontrollata di affari che si intrecciano in maniera formidabile e non riuscendo mai a prendersi una pausa in un crescendo patologico di mischiare tutto a partire dalla sua incasinata vita privata.
Uno dei film più belli di questa annata cinematografica, un film che guarderò e riguarderò per l’assoluta e irrefrenabile astuzia e capacità nel tenere un ritmo diabolico, a tratti eccessivo, spesso incontrollato nello spettatore che dovrà mettercela tutta per collegare tutti gli impianti di semina che sembrano un campo sterminato.


Vivarium


Titolo: Vivarium
Regia: Lorcan Finnegan
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Una coppia rimane intrappolata in un surreale labirinto.

Negli ultimi anni la sci fi sta regalando e alternando opere colte e prodotti d’intrattenimento.
Vivarium è una riflessione profonda sugli obblighi morali che la società (ma di che tipo) sembra metterci davanti alla porta di casa come un figlio che non è nostro di cui prenderci cura, un’idea di felicità vaga ed effimera, una vita da gregari fino alla morte dove saremo sostituiti da altri non umani che come cloni di noi stessi, o provando ad esserlo, porteranno avanti una burocrazia umana grigia e senza forme e colori.
In un modello ideale dove le nuvole sono tutte uguali così come le case, i colori, ciò che si mangia, ciò che si deve pensare e fare, Eisenberg e la Poots, insieme già visti nel divertentissimo quanto malato Art of self defence, sono pedine di un quadro di intenti spaventoso e atroce. Alieni travestiti da umani impongono le loro regole per creare una specie che tra varchi e portali su altri mondi o realtà sembra sbarazzarsi di noi e prediligere una natura monotona senza danni e vivendo privi di una morale un futuro che sembra un limbo di psicosi.
E’strano apostrofare l’opera seconda di Finnegan se non con qualcosa che ci passa attraverso, una nebbia composta da un’atmosfera anomala, malsana e grottesca, perturbante, qualcosa che ci mette di fronte a diritti e doveri come un potare avanti un esistenza ripetitiva e monotona.
Un figlio che spia, urla, si nutre del vuoto e cresce spasmodicamente per trovare il suo spazio seppellendo la natura umana e clonandola per modellarla a suo piacimento.
Vivarium è un incubo dove le tenebre non si vedono mai perchè sono nascoste maledette bene.


Greener Grass


Titolo: Greener Grass
Regia: Dawn Luebbe, Jocelyn DeBoer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jill e Lisa hanno accompagnato i rispettivi pargoli alla partita di calcio, e Jill decide di regalare la propria neonata all’amica. Nel frattempo, nel contesto suburbano in cui tutti guidano macchinine elettriche, una ragazza viene trovata cadavere. Questo non distoglie Jill e Lisa dalla loro gara personale, quella di riuscire a trionfare l’una sull’altra. La situazione precipita per Jill, già pentita di aver regalato la sua piccola Madison a Lisa, quando anche il suo maschietto Julian si trasforma in un cane.

I film dove regna il degrado e il non sense si sposano alla perfezione con un certo tipo di cinema indipendente americano. Soprattutto quando serve a contaminare il falso perbenismo di una classe borghese e destrutturare un impianto di buone maniere e bigottismo.
Greener Grass è una commedia surreale decisamente grottesca che si ispira a Waters cercando di mettere da parte però il trash e l’irriverenza per prendersi più sul serio, arrivando a trovare alcune scene decisamente spiazzanti e originali e altre traballanti e noiosette.
Un film anomalo e strano, perturbante a tratti con quell’atmosfera così patinata e colorata, giocata tutta come la scenografia su un’estetica che gioca un elemento estremamente rilevante nel film.
Bambini regalati ad altre madri, mariti e coppie invertiti, limonate tra adulti eccessivamente lunghe sbagliando il partner con tanto di bava finale, bambini che buttandosi in piscina si trasformano in cani con il risultato di ottenere finalmente attenzioni dai genitori, killer che agiscono nell’ombra a minare la pace assoluta della cittadina, rosa e azzurro predominanti in un quadro deformato da sorrisi che sembrano sparati e tenuti su con il botox.
Un film che maschera la follia dietro sorrisi plastici e apparecchi sempre all’avanguardia, che fa girare per la città con macchine elettriche da campi da golf finendo agli incroci dove volendo dare sempre la precedenza al prossimo si rimane incastrati. Elementi strambi e spiazzanti il film ne possiede molti, a volte troppi, pagando però il salario di voler essere un’analisi spietata senza mai essere davvero incisiva e scavare a fondo, dove in particolare nell’ultimo atto sembrano mischiarsi troppi accadimenti e l’irreale diventa così un gioco di forza da far perdere di consistenza alcune vicende che potevano essere di maggior impatto (Waters in questo è impareggiabile e forse inarrivabile).
Curioso come le due registe al loro stranissimo esordio siano anche le due protagoniste.


Ip Man 4


Titolo: Ip Man 4
Regia: Wilson Yip
Anno: 2019
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Il maestro di Kung Fu si reca negli Stati Uniti dove il suo studente ha sconvolto la comunità locale di arti marziali aprendo una scuola di Wing Chun.

Ip Man 4 poteva cadere nel ridicolo clamoroso, diventando una sorta di Karate Kid con Ip che insegna l’arte sacra del Wing Chun ad una ragazza figlia di un’importante maestro di Tai Chi.
Invece il film è una carrellata di momenti straordinari, combattimenti a non finire, scuole contro scuole contro altre scuole che cercano di essere messe sotto dal governo americano, dai marines capitanati da Scott, ad un certo punto vi ammazzo di botte tutti, Adkins.
C’è così tanta roba nel film, così tanta storia che a volte si inceppa e stroppia ma il risultato è forse uno dei migliori sequel dei sequel di sempre per un film di arti marziali se non contiamo l’esagerato quanto assolutamente spavaldo e meraviglioso John Wick 3.
Parte con Bruce Lee che poi ad un certo punto scompare per lasciare spazio ad un’altra storia ancora con maestranze a non finire, complotti, vendette e sacrifici e discriminazione razziale.
C’è Donnie Yen che invecchia bene pronto a immolarsi come paladino della giustizia passando da un cortile di una scuola a salvare una ragazzina fino a salire sull’arena per prendere a calci in culo il boss del karate.
I suoi apostoli che cercano di portare il Wing Chun tra i soldati finiscono per vedere al rogo il manichino di legno. Sembra non mancare proprio nulla a questo ultimo capitolo finale di una saga che a parte qualche sbadiglio è diventata una delle prove più importanti del cinema sulle arti marziali cinesi contemporaneo e post moderno.


Ladro di giorni


Titolo: Ladro di giorni
Regia: Guido Lombardi
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Vincenzo, piccolo delinquente pugliese, esce di galera dopo sette anni e si imbarca fino al Trentino, dove il figlio Salvo, che non lo vede da quando ne avevo quattro, vive serenamente con gli zii ma di fatto soffre la sua assenza, tanto da aver ricordato proprio in quel giorno, neanche a farlo apposta, l'ultima mattinata passato con lui in un tema che lo ha portato a guadagnarsi, a scuola, la coccarda di 'primo della classe'.

Ladro di giorni è uno dei quei film italiani che cerca di mettere radici sul sociale con i contorni del noir. Un dramma contemporaneo, una vicenda reale senza bisogno di sensazionalismi, ma creando un solido rapporto padre figlio. Scamarcio ormai è cresciuto da tempo, abbandonando ruoli spesso banali per commedie ridicole, passando ad analizzare ruoli più complessi e sfaccettati.
Lombardi scrive e poi dirige, c’è tanto pathos nel film, nell’atmosfera, una sensazione di vivere quelle stesse immagini che come dicevo non si discostano dalla realtà ma creano un profondo legame che passa attraverso la perdita e il sacrificio.
Ladro di giorni cerca di puntare su un combinato mix di generi, oltre quelli sopracitati, inserendo ovviamente il road movie, il coming of age del piccolo Salvo (ma a tratti anche di Vincenzo).
Il film riesce a dare le parti migliori nel rapporto tra i due, mentre inciampa quando incalza il genere nella parte criminale


Justice League vs the Fatal Five


Titolo: Justice League vs the Fatal Five
Regia: Sam Liu
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La Terra è in pericolo e la Justice League deve affrontare una nuova e potente minaccia, i Fatal Five. Superman, Batman e Wonder Woman cercano di trovare soluzioni mentre i viaggiatori del tempo Mano, Persuader e Tharok tengono in scacco la città di Metropolis alla ricerca della Lanterna Verde Jessica Cruz. Attraverso l'aiuto involontario di lei cercano di liberare gli altri membri dei Fatal Five, ossia Emerald Empress e Validus, per portare a termine la loro missione. La Justice League tuttavia non è stata a guardare e ha scoperto di avere anche un valido alleato da un’altra epoca, Star Boy.

Al 34°lungometraggio d’animazione Dc continuo a rimanere sorpreso per i mezzi capolavori ancora in grado di essere sviluppati come questo, dove in particolare si punti ad una solida scrittura per una trama e una serie di intuizioni davvero interessanti che mischiano azione, colpi di scena, viaggi nel tempo, caratterizzazione dei personaggi e molto altro ancora.
Sam Liu ormai lo cito continuamente, rappresenta per l’animazione in casa Dc un mentore, un punto di riferimento, un Jason Blum dell’horror, un paladino a cui bisognerebbe affidare quasi tutti i progetti di film non d’animazione della Dc. A rigor di logica questo suo ultimo film sembra quasi la nemesi di Spider Man-Un nuovo universo per quanto riesca a mischiare così tanti elementi, eroi e villain, senza far mai mancare la materia celebrale e dando risalto alle scene d’azione con un tasso molto alto di adrenalina.
Jessica Cruz diventa la vera protagonista, esaminando così un nuovo personaggio, una lady tanto fragile quanto potente capace da sola di stravolgere le sorti di un pianeta intero, così come il personaggio di Star Boy a tratti sopra le righe, ma dai poteri anch’esso imprevedibili e in grado di pareggiare i conti con qualsiasi membro della JL.

giovedì 16 aprile 2020

Dogs don’t wear pants


Titolo: Dogs don’t wear pants
Regia: J.-P. Valkeapää
Anno: 2019
Paese: Finlandia
Giudizio: 4/5

Juha ha perso la sua amata consorte, morta annegata in un lago. Alcuni anni più tardi, incapace di superare questa tragedia, vive ancora da solo con la figlia. Il suo incontro casuale con Mona, una dominatrice, modificherà il corso della sua esistenza.

Era da tempo che inseguivo questo film. Qualcosa nell’aria mi faceva pensare a uno dei miei film preferiti LA PIANISTA di Haneke. Perversioni, bisogno di espiare una presunta colpa, l’avvicinarsi con l’altro/a in maniera atipica e a tratti perversa, la voglia di uscire fuori dagli schemi e liberare il proprio Io.
Nella locandina vedevo questi elementi sperando che il film non si limitasse soltanto ad essere una galleria di efferatezze e perversioni. Al contrario il terzo film dell’autore finlandese (e non è facile fruire pellicole finlandesi) è un film complesso, sincero, elegante, poetico. Un film sui rapporti umani (familiari e non) sul concetto di normalità e su altri binari che fanno capo a un concetto più volte ripreso ovvero quello della diversità o della doppia vita.
Un film che parla di bondage e sadomaso mostrandolo e collocandolo sempre in una situazione che sembra spostare l’ago della bilancia su chi realmente domina che cosa. Una dominatrix che incontra il cliente che non avrebbe mai voluto, o di cui forse è sempre stata alla ricerca e uno scenario quello al di fuori del negozio di tattoo che sembra grigio come l’ospedale, la scuola o la casa in cui vivono Junha e sua figlia.
Un film marcatamente sul sociale che riesce a superare la scelta coraggiosa di affrontare un tema poco abusato nel cinema dimostrando compattezza, lucidità e una caratterizzazione ottima dei personaggi.

Guns Akimbo


Titolo: Guns Akimbo
Regia: Jason Lei Howden
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ragazzo si trova coinvolto in un pericoloso gioco online per il quale rischia la vita.

Howden ormai è conclamato che è uno schizzato folle. Deathgasm tra metallari, demoni e splatter aveva ridato enfasi e ritmo all’horror scanzonato in un indie curioso e sottovalutato. Qui l’autore si ritrova con un budget incredibile e senza mai dall’inizio alla fine prendersi sul serio. Howden crea un concitato action comedy politicamente scorretto, pieno di gag e di sangue e arti mozzate, una galleria di scene abbastanza truculente tutte dalla prima all’ultima sopra le righe in un crescendo goliardico, divertente e citazionista che prende a vagonate dal trash mescolando i generi e sperimentando con volgarità e divertimento i canoni dell’action.
Turbinoso, pieno di rimandi alla cultura pop contemporanea, mischiando i digital natives con gli effetti dei social e delle app e tutte le conseguenze inattese e gli effetti perversi che possono portare alla luce.
E dalle tenebre più profonde di un nerd solitario, alcolizzato e sfigato che Miles diventa a sua insaputa la vittima sacrificale, il capro espiatorio su cui far convergere tutta la sfiga e la follia di una razza, quella umana che lo è sempre di meno, ormai al capolinea non sapendo più come provare piacere e divertimento.
La consolazione di vedere gente che si massacra in un gioco perverso e spietato diventa come il cinema sa bene, l’intrattenimento folle e perfetto di cui tutti abbiamo, purtroppo o per fortuna, bisogno.