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lunedì 24 dicembre 2018

Ant Head


Titolo: Ant Head
Regia: David Lynch
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

David Lynch. Dopo la terza stagione di TWIN PEAKS sembra che l'unica passione a parte il cinema sia la musica con le collaborazioni con il compositore Angelo Badalamenti.
In tutto questo si ritaglia però un suo personale continuum legato alla sperimentazione in particolare legata ai cortometraggi.
Ant Head è l'ultima "malata", complessa e delirante opera che ci mostra per tredici minuti un pezzo di formaggio tutto in bianco e nero divorato da alcune instancabili formiche.
Per sua stessa ammissione «un video corto con le mie amiche formiche con del formaggio, etc..»
in cui a fare da sfondo alle immagini, due brani altamente disturbanti anch'essi, tratti dall'album Thought Gang.
Che dire. Un altro parto malato, una camera fissa che sembra avere l'unico scopo di comunicare sensazioni disturbanti ponendosi come un prodotto audiovisivo con l'unico intento di comunicare sensazioni, emozioni diverse e reazioni molteplici.
A mio avviso uno dei lavori meno interessanti dell'artista che ha saputo regalare soprattutto con il cinema, un nuovo linguaggio e una filmografia che a distanza di anni, riesce ad essere sempre più innovativa e ricca di sfumature e significati nascosti.


Bad Samaritan


Titolo: Bad Samaritan
Regia: Dean Devlin
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una coppia di ladri si imbattono in una donna tenuta prigioniera all'interno dell'abitazione che avevano intenzione di derubare

Negli ultimi anni sembra esserci un nuovo sotto filone del thriller, un mix tra heist movie e home invasion.
MAN IN THE DARK è stato tra i migliori in assoluto, non avendo una trama originalissima, ma sapendo lavorare molto bene sulla suspance. Elemento che Devlin, con un passato su cui per ovvie ragioni non starò a ripercorrere, all'inizio grazie anche al talento di Sheenan (attore che dopo MISFITS non sembra imbroccarne una) muove i primi passi per una costruzione che lasciava dei buoni segnali su quanto potesse raccogliere dopo un primo impianto di semina convincente e non così banale in fondo.
Il problema al di là di una durata troppo prolissa, è stata quella di mettere da parte le indicazioni su cui banalmente alcuni maestri del thriller e del giallo hanno fatto la storia del cinema, mescolando tanti elementi in forma sbagliata, con il risultato di far apparire tutto troppo telefonato quando una parte della storia, prima che diventasse davvero assurda ed esagerata, convincesse a piene mani.
Clichè a gogò, un villain che sembra anticipare qualsiasi mossa in modo del tutto immotivato, una serie di non colpi di scena e infine un climax che lascia davvero interdetti come la solita solfa di prendere idee dal mondo snuff e non saperle padroneggiare assolutamente.

Monster party


Titolo: Monster party
Regia: Chris von Hoffmann
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre ladri indebitati fino al collo si infiltrano in una festa dentro una villa, con il progetto di rubare i soldi dalla cassaforte. Piano piano si rendono conto però che gli invitati alla festa non sono quello che sembrano.

Monster Party è un altro di quegli horror che sulla carta appaiono interessanti con una trama furba e d'effetto ma che per qualche strano motivo ti aspetti dietro l'angolo la solita fregatura che stanne certo, prima o poi arriverà.
E così manco a dirlo è stato.
Certo meno noioso di quello che mi sarei aspettato dal momento che il sangue non manca e dal secondo atto diventa una mattanza generale con un ritmo sostenuto.
L'incidente scatenante con il padre preso in ostaggio è ai limiti della denuncia (Hoffmann voleva fare il botto ma l'esagerazione costa sempre molto se non sei capace a dosarla) e l'unico altro elemento assurdo ma che diventa funzionale alla vicenda, sembra strizzare l'occhio a MAN IN THE DARK e SOCIETY , ovvero quello che la famiglia di pazzi relegata nella casa deve fare una sorta di cerimonia per festeggiare come con gli alcolisti anonimi, il fatto di non aver ucciso nessuno. Sono una famiglia di psicopatici serial killer che con il loro terapeuta stanno scontando questa sorta di accordo fino a che ovviamente i ladri di turno, teen ager con tanti sogni nel cassetto che andranno infranti per forza, fanno capolino...
Praticamente questa famiglia è tenuta sotto controllo da un uomo, l'unico a far davvero paura, il cui compito è placare la loro sete di sangue e la mancanza di un paio di giorni della settimana nella testa.
Non saprei che altro dire, se non che il finale non aggiunge molto e quello che fa lo aggiunge male, a questo punto era meglio rimanere nella casa a godersi la mattanza.

sabato 15 dicembre 2018

Possum


Titolo: Possum
Regia: Matthew Holness
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Philip è un problematico burattinaio per bambini che è costretto ad affrontare il suo malvagio patrigno e i segreti oscuri e surreali che lo hanno torturato per tutta la vita. Facendo i conti con il suo passato, dovrà affrontare anche Possum, l'orribile pupazzo che tiene in una custodia di pelle nera. Scoprirà suo malgrado che sfuggire alla volontà di Possum è difficile tanto quanto venire a patti con i propri demoni.

Sean Harris è uno dei quegli attori inglesi e caratteristi che riescono con la loro intensità a fare cose che molti altri attori non riescono a fare. Come ad esempio tenere sulle spalle un film intero. Trasmettere la paura, l'ansia, l'atmosfera. Il suo pari in America è il camaleontico Doug Jones. Entrambi sono due mostri e come tali spesso vengono chiamati proprio per i ruoli da antagonista o da freak.
Possum è magnifico, un horror psicologico enigmatico che in nemmeno novanta minuti racconta un dramma famigliare spesso, mostra un burattino che fa paura, durante il film non succede quasi niente (scordatevi omicidi o scene di violenza, scordatevi il sangue) e per tutta la durata sembra un incubo onirico e allucinato di Lynch e tante altre cose ancora che sono state create e pensate con l'unico scopo di togliervi il sonno.
Un film dove i dialoghi sono ridotti all'osso, c'è un attore e un co protagonista e basta.
Il resto è un racconto di evocazione che riesce ad impiegare esemplarmente i suoi mezzi.
Un altro esempio di come al budget si possono sostituire le idee, nemmeno così originali ma sapientemente dosate e messe in scena.

Kin


Titolo: Kin
Regia: Fratelli Baker
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un ex carcerato e suo fratello sono costretti a fuggire da un criminale in cerca di vendetta.

Nell'esordio dei fratelli Baker sembra esserci proprio tutto. Sci-fi, bande criminali che mettono sotto la polizia, un protagonista di colore dall'infanzia difficile, un road movie che scappa dai problemi e dalla giustizia, James Franco che esibisce il suo nuovo look come boss criminale che spara prima di pensare e tanti inseguimenti, sparatorie, scontri tra uomini del futuro e citazioni a profusione dove TERMINATOR e Blomkamp sono le ciliegine sulla torta.
Un brodo di giuggiole quello inscenato per il loro esordio. C'è tanta roba, molti ingredienti, una cura minuziosa per l'aspetto estetico, una buona fotografia, una scenografia curatissima e tanti altri aspetti dove si sente e si percepisce lo sforzo fatto dalla coppia di registi.
Eppure sembra un boomerang impazzito che anzichè tornare indietro dal suo padrone fa quello che gli pare colpendo tutti senza distinzioni. Il che se messo nelle mani di qualche autore con esperienza poteva portare a qualcosa di ancora più anarchico e allucinato. La storiella dei Baker finisce subito per arrotolarsi su se stessa e a parte vedere un bambino costretto ad uccidere perchè solo lui ha il potere di farlo, è una scelta coraggiosa e certamente pesante e non capita spesso di vederlo ma da solo non basta.
Ho fatto quasi un salto sulla poltrona quando ho letto che alla sceneggiatura c'era Daniel Casey autore del buon DRAG ME TO HELL.
C'è tanto baccano, molti sentimenti, un cast incredibile dove a togliere il fiato ci si mette pure Zoe Kravitz a fare la spogliarellista e poi un finale in quella centrale di polizia che forse è tra le cose più belle del film fino all'arrivo di Michael B.Jordan.


Guilty


Titolo: Guilty
Regia: Gustav Moller
Anno: 2018
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Asger Holm è un agente di polizia che si è messo nei guai e per questo è stato confinato a rispondere al numero d'emergenza insieme a più anziani colleghi. Vive questo lavoro con insofferenza e agitazione, anche perché l'indomani lo aspetta il processo che deciderà della sua carriera. Quando riceve la telefonata disperata di una donna che dice di essere stata rapita, Asger decide di mettersi in gioco e fare il possibile, fino a scavalcare le regole, per non tralasciare alcuna possibilità. Il suo desiderio di redenzione si incaglia però in un caso che è molto più complesso di quello che sembra e le sue buone intenzioni rischiano di avere effetti controproducenti per sé e per gli altri.

Avete presente quella che forse negli ultimi anni è stata la sfida di diversi registi di girare un film in un'unica location con un attore e un telefono?
LOCKE, THE END, in peso minore COMPLIANCE. L'esordio di Moller però ha su tutti una marcia in più. L'abilità del regista e dello sceneggiatore è stata in primis quella di ovviare verso il poliziesco che dalla sua riesce sempre a cogliere un intrattenimento maggiore viste le tematiche approfondite e se poi aggiungiamo un dramma famigliare con colpo di scena finale azzeccatissimo, una colpa inconfessabile, una lotta contro il tempo e un attore che ci crede fino alla fine abbiamo risposto a quasi tutte le domande. Un agente che ad un certo punto agisce senza seguire il protocollo finendo per prendere sul personale una vicenda, dove proprio il regolamento impone un certo distacco e una distanza, quando vengono alla luce alcuni particolari inquietanti diventa davvero difficile saper mantenere.
Un racconto minimale e originale che dimostra ancora una volta, è lo farà sempre finchè c'è del talento in giro e soprattutto delle buone idee, che è ancora possibile vedere delle scene di un film senza che siano state girate, solo attraverso le doti attoriali del suo protagonista. Una menzione particolare alla soundtrack dove il sonoro riesce a cogliere tutte quelle sfumature che servono ad ampliare la suspance della vicenda.




Clovehitch killer


Titolo: Clovehitch killer
Regia: Duncan Skiles
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Tyler Burnside è un boy-scout, fa volontariato nella chiesa locale e si comporta come il devoto figlio di un uomo rispettabile. Solo una cosa turba la tranquilla cittadina in cui vive: gli omicidi irrisolti di dieci donne brutalmente torturate e uccise da uno psicopatico, avvenuti una decina di anni prima. Quando scopre alcune disturbanti immagini che il padre conserva in gran segreto, Tyler inizia a sospettare che l'uomo di cui si fida di più al mondo potrebbe essere il serial killer, pronto a colpire ancora.

La sfida non è facile. Parlare di serial killer è trovare una narrazione originale, lenta, ma travolgente, è una di quelle sfide che rimangono aperte.
Sul piano tecnico ormai nel 2018 sono bravi quasi tutti a realizzare un buon film, ma le storie, le sceneggiature, sempre di più rappresentano l'ostacolo principale.
E qui Christopher Ford si supera scrivendo un dramma che fin da subito mostra come c'è qualcosa che davvero non ci aspettiamo, infatti la storia è tutt'altro che convenzionale e il rapporto tra vittima/carnefice, figlio/padre, nonchè il rapporto del primo con l'amica/compagna, rimangono in assoluto i passaggi che il film sviluppa meglio soprattutto a livello di psicologia.
Una buona caratterizzazione che non toglie mai forza e atmosfera alla suspance, che seppur minimale, esaspera soprattutto verso la fine del secondo atto, per un climax finale comunque funzionale e che riesce a chiudere nella maniera migliore senza fronzoli una buona storia, drammatica all'inverosimile.
Il secondo atto in assoluto è quello che tiene lo spettatore incollato allo schermo per monitorare questo strano legame, che poi aumenta la sua drammaticità proprio perchè mette a confronto un figlio che scopre i crimini del padre e quando quest'ultimo sembra capire e collaborare con il figlio come a buttarsi indietro il passato, è proprio l'amica che ricorda al protagonista che i killer seriali non perdono mai la loro voglia o il loro bisogno di uccidere.

Calibre


Titolo: Calibre
Regia: Matt Palmer
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia narra le vicende di Vaughn, prossimo a divenire padre, che si dirige con l’amico Marcus verso un isolato villaggio tra le colline scozzesi per un fine settimana di caccia. Dopo una prima sera passata a bere pesantemente con gli abitanti del posto, i due si addentreranno nella vasta foresta ma, credendo di sparare a un cervo, Vaughn compie un gesto involontario. Decidendo di insabbiare il tragico incidente, finiranno lentamente risucchiati in un incubo senza fine fatto di scelte morali sempre più insopportabili e impossibili.

Calibre fa parte di quel genere di film che aveva uno dei suoi caposaldi post contemporanei nel bellissimo e inquietante KILL LIST, pietra miliare del sotto genere.
Un film che aveva di nuovo fatto emergere l'interesse per un certo tipo di paganesimo, i rituali, l'esoterismo e infine tanta, tanta violenza.
Dopo di lui hanno cominciato ad uscirne diversi, molti inglesi ma la maggior parte americani.
Alcuni di loro hanno saputo difendersi bene attaccandosi con forza al folklore locale o chiamando in cattedra leggende antiche che non devono essere dimenticate.
Palmer decide di girare un film tosto e duro, dove preferisce rimanere ancorato alla realtà parlando di persone e scelte, senza andare a chiamare in cattedra niente che non si possa trovare in un pub scozzese. Il tema dei bifolchi locali, qui con una piega diversa, riesce ad essere e rappresentare quello scontro contro due cittadini che in fondo, in particolare uno, sono solo alla ricerca di svago approfittando del fatto di essere dei perfetti sconosciuti e forestieri in terra straniera e dunque di poter approfittare della debolezza umana esercitata da un paio di donne che nemmeno a farlo apposta, come in una tragedia greca, sono alle basi dell'incidente scatenante.
Di nuovo un'indefinita e impalpabile minaccia colpisce lo sventurato turista che si avventura in una comunità liminale e isolata che arriva però alle orecchie dei due stranieri grazie ai preziosi consigli del boss locale interpretato da un Tony Curran sempre sul punto di esplodere.
Una festa locale, una battuta di caccia, l'errore che non si dovrebbe mai commettere.
Il grosso problema di Calibre è che non ha un vero colpo di scena e in fondo tutte le azioni prendono la strada che ci si aspetta. Certo rimane duro e impalcabile nella messa in scena e nelle prove attoriali funzionali e mai sopra le righe, ma se si è un fan del genere, abituati a cibarsi con queste storie e queste atmsofere, sinceramente a differenza di quasi tutta la critica che ha parlato di un quasi capolavoro, ho trovato in alcuni momenti il film anche decisamente fiacco.

Terrificanti avventure di Sabrina


Titolo: Terrificanti avventure di Sabrina
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Studentessa di liceo nella città di Greendale, la sedicenne Sabrina Spellman vive la quotidianità di una teenager come tante, divisa tra primi amori, amicizie di banco e piccole rivalità scolastiche. Solo che Sabrina non è una teenager come le altre: è una strega, o meglio un'apprendista strega, alle prese con poteri non ancora perfettamente controllabili. E tutto il mondo intorno a lei, fatta eccezione per l'ignaro fidanzatino Harvey Kinkle, appartiene al mondo dell'occulto: suo padre è uno stregone, le zie Hilda e Zelda sono streghe e anche il gatto nero di casa, Salem, non è propriamente un felino normale. Nata nel 1962 dalla penna del fumettista Dan Decarlo, su soggetto di George Gladir, la bionda Sabrina è stata uno dei personaggi di punta dei fumetti Archie Comics, prima di diventare, nel corso degli anni Novanta, un grande successo in tv.

Ormai Netflix è una potenza difficile da contrastare.
Anno dopo anno, il livello di serie e film, nonchè prodotti rivolti ad altre categorie e target di qualsivoglia genere è quasi illimitato con sorprese e delusioni di cui la serie in questione rimane una bella via di mezzo.
In realtà il peso specifico di questa serie è rivolto al target con cui entra in comunione, per cui verrà amato alla follia da un certo tipo di pubblico, quello teen con l'amore per le Wicca e limitato nella sua sete di sapere e su cosa dovrebbe prendere le distanze. I fan del genere come me, rimarranno colpiti dalla messa in scena, da qualche scena splatter, da Satana mostrato col contagocce in forma caprina pieno di sangue e simboli sul corpo, ma in poche parole in qualcosa che potremmo montare in tre minuti contro le quasi dieci ore della piccola mini-serie.
Per il resto è una cozzaglia di elementi che unisce, SABRINA VITA DA STREGA, BUFFY e STREGHE.
Decisa a soddisfare un pubblico più smaliziato del precedente, i millenial sono affamati nonchè saturi e allo stesso tempo lacunosi nell'essere piombati nell'era Netflix che io ribattezzo supermercato dove puoi trovare quello che vuoi ma devi saper scegliere.
I millenial non sanno scegliere. Fagocitano ciò che gli viene dato e ciò che loro vogliono vedere rompendo una regola sacra del cinema.
Roberto Aguirre-Sacasa, unica vera new entry della serie, cerca nel suo di infilare squarci dark e i dialoghi sembrano molto moderni anche quando risultano esagerare nella loro vena citazionista che parla per l'appunto di un mondo che la serie in questione non conosce (Cronemberg, Aleister Crowley, solo per fare due importanti esempi) rendendo la scelta discutibile a meno che non sia un tentativo di far emergere un interesse per i sopra citati dai millenial (che non credo funzioni)
Un altro aspetto che ho trovato disfunzionale nella narrazione e legato alla causa effetto che qui è giocata malissimo nel senso che qualsiasi mistero o dubbio viene immediatamente risolto senza enigmi o senza quella suspance che ci si potrebbe aspettare.
Il finale è troppo spiccio con l'arrivo delle 12 streghe che dovrebbero sconvolgere tutto e l'unica nota positiva è che Sabrina alla fine sceglie il male, come dimostrazione che nonostante l'happy ending che non manca, alla fine una strega (come qui viene intesa secondo la tradizione delle streghe "cattive") sceglie consapevolmente la sua vera natura.




Animali fantastici- I crimini di Grindelwald


Titolo: Animali fantastici- I crimini di Grindelwald
Regia: David Yates
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

New York, 1927. Sono passati pochi mesi dalla cattura da parte del MACUSA del perfido e potente Grindelwald e, come da minaccia, il Mago Oscuro sfugge presto alla detenzione, nel corso di una sequenza aerea che stabilisce da subito le caratteristiche dello spettacolo visivo che sta per seguire: vertiginoso, inquieto e acrobatico. Grindelwald ha piani estremi, sul mondo dei maghi e su quello dei non maghi, e si dirige a radunare i suoi seguaci, pescando tra le fila degli scontenti per i metodi repressivi e violenti del Ministero della Magia. Ma in particolare cerca Credence, l'Obscuriale miracolosamente scampato alla morte. Anche Newt Scamander, il timido magizoologo, è sulle tracce del ragazzo, per conto di Albus Silente. E naturalmente anche il Ministero, e l'Auror Tina, con la quale Newt ha un malinteso sentimentale in sospeso.

Il sequel di ANIMALI FANTASTICI per fortuna non perde tanto tempo ma si lega dopo solo qualche mese ai fatti narrati in linea temporale. Tanta azione, molto più che nel precedente capitolo, e una preparazione per quello che ovviamente sarà lo scontro finale nel terzo e spero ultima parte della saga.
Veniamo subito al sodo. In più due ore e mezza gli interrogativi sono davvero pochi, quasi nulli direi. Tutto viene spiegato e rispiegato con una dovizia di particolari come solo gli americani sanno fare. L'unico mistero resta l'antico legame tra Silente e Grindelwald e le origini piuttosto pasticciate di Credence in una scena a cui non volevo crederci sul serio.
Si corre tanto, si ride meno, tra l'altro su freddure abbastanza di cattivo gusto e le new entry non vengono caratterizzate poi così bene. La fuga iniziale dell'antagonista è quanto di più telefonato si possa vedere e forse solo nel finale arriva qualche piccolo colpo di scena come un effetto smorzato di una bacchetta difettosa.
Qualche impasto con la mitologia cinese, alcuni scenari carini, ma tutto ha un effetto kitsch che alla lunga stufa e annoia, come voler continuare ad affondare su un progetto che non aveva assolutamente bisogno di uno spin-off.


domenica 9 dicembre 2018

Hill House


Titolo: Hill House
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 5/5

La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli che, da bambini, sono cresciuti in quella che in seguito sarebbe diventata la casa infestata più famosa del paese. Ora adulti e costretti a stare di nuovo insieme di fronte alla tragedia, la famiglia deve finalmente affrontare i fantasmi del loro passato, alcuni dei quali sono ancora in agguato nelle loro menti, mentre altri potrebbero nascondersi nell'ombra.

Hill House è una delle più belle serie tv in circolazione nel prima, nell'oggi e nel domani.
Il perchè credo sia Mike Flanagan.
E a conti fatti credo che sia una delle uniche serie televisive che rivedrò più avanti.
I perchè sono molti. In dieci episodi c'è la dimostrazione di un impegno, una voglia e un amore per il cinema tali che hanno permesso un mezzo miracolo in tempi dove ormai le serie sono parecchio inflazionate e soprattutto per chi come me pur venerando l'horror non ama particolarmente i fantasmi ma ama alla follia i dettagli e qui c'è ne sono una valanga.
Il vangelo da cui è tratta la serie viene praticamente citato quasi sempre e lei Shirley Jackson diventa l'anima nel libro a cui hanno provato a cercare di omaggiarla nel cinema con risultati altalenanti dall'immenso film di Wise a quella mezza ciofeca di HAUNTING.
Per fare un esempio della differenza. HAUNTING era mainstream, commerciale e puntava sugli effetti visivi. Flanagan è indie, autore e cura i dialoghi.
Flanagan picchia duro e lo fa usando come un burattinaio la dose di dettagli e colpi di scena, i jump scared e i momenti in cui la nostra capacità di elaborare verrà meno perchè colpita sotto la cintura.
Mentre mi abbandonavo alla serie (guardatevela se riuscite nel giro di poco tempo, o se siete dei nerd, in due giorni di filato come il sottoscritto perchè altrimenti non ha senso che la vediate) ho cominciato a elencare quali universi gravitano nella testa di Flanagan (ma come mai poi mi ha ricordato così tanto IT per come mette insieme la famiglia da piccoli e poi da adulti, il romanzo e la mini serie del maestro del brivido che tra le altre cose è rimasto innamorato della serie e ha definito Flanagan un genio ) e partendo da alcuni suoi film ho notato le tracce e i fili invisibili che possono essere comparati tra il prima e il dopo e che qui trovano la loro essenza.
Certo che dopo un lavoro di scrittura enorme come questo e la saggezza di portare indizi e misteri in maniera ponderata e mai fuori percorso mi auguro tutto il meglio e che l'autore sappia e continui a gestire in maniera così meticolosa tutti gli ingranaggi di una storia dove il presente e il passato si intrecciano continuamente con un lavoro di flash back sublime e mai pedante o macchinoso.
La paura non aspetta e fa capolino quasi subito con pochi ma eccellenti personaggi dalla donna col collo storto all'uomo alto e senza non poter annoverare la stanza rossa o altri particolari che non starò a spoilerare. Entrambi non vengono quasi mai chiamati in causa, si sentono, si percepiscono sempre, ma l'ansia è data proprio dal centellinare per alcuni aspetti la loro presenza riuscendo il più delle volte a far assaporare la paura, imprigionandola per un istante, quando poi non viene nemmeno mostrata (una dote e una capacità rara nella settima arte) e anche e soprattutto perchè la vera paura è proprio Hill House.
Maschere nascoste, scatole contenenti "sorprese", libri mastri, ciondoli, chiavi, già solo per quanto concerne gli oggetti magici ci sarebbe da fare un discorso a parte e poi non si perdono i riferimenti per quanta roba ci viene consegnata e sbattuta in faccia, tutto elaborato con una cura che se non lo sapessi penserei addirittura che Flanagan è andato a viverci lì dentro per parlare con i suoi demoni e farsi dare dei suggerimenti.
E'stato fatto un lavoro di casting incredibile e il risultato diventa ovvio fin dal primo episodio.
La bellezza e la bravura delle donne (che rubano la scena a tutti gli uomini) in questo caso si supera e i nomi diventano un terno al lotto a meno che non vi segnate o non li impariate a memoria fin da subito. La location come gli attori diventa la vera protagonista riuscendo a far impallidire anche Crimson Peak.
Uno stile quello del regista che avanza lento e inesorabile senza fretta e senza mai essere invadente e soprattutto non cade nel facile tranello del jump scared quello tipicamente sfruttato negli horror americani fatto di volume e cazzate usato come concime quando non si hanno idee.
Qui certo che ci sono ma non hanno di certo quella funzione (basta vedere i film del regista per capire dove attacca maggiormente e come intende lui il rapporto e la vicinanza con l'orrore).
Ogni episodio poi è inquadrato su uno dei personaggi, particolarità che ho trovato funzionale per cercare di inquadrare un pezzo di storia alla volta e ambientandola nei vari passaggi temporali.
Senza parlare di come ad esempio il nome dei genitori dei bambini veniamo a scoprirlo quasi alla fine della serie, in particolare il nome della madre, elementi che hanno una loro precisa funzione.
Rimedierò alle lacune andandomi a recuperare i libri di Shirley Jackson, perchè dopo questa saga è doveroso e opportuno farlo come spesso il cinema riesce facendo collegamenti con le altre arti.
Spero non vi dimentichiate della dolcezza e della fragilità di Nell (quando torna nella casa si toccano vette molto alte), la furbizia e i poteri di Theo, la forza e la tenacia di Shirley, la paura e la freddezza di Steven, il sorriso e la sensibilità di Luke, il potere della dea madre Liv e la spericolata voglia di risolvere sempre tutto di Hugh.




Mowgli


Titolo: Mowgli
Regia: Andy Serkis
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Mowgli è un cucciolo d'uomo cresciuto da un branco di lupi nella giungla indiana. Il bimbo impara le dure regole della giungla grazie agli insegnamenti dell'orso Baloo e di una pantera di nome Bagheera. In questo modo si fa accettare da tutti, o quasi tutti. La tigre Shere Khan non lo ha mai visto di buon occhio. Ma non è l'unico pericolo che dovrà affrontare Mowgli: presto si troverà faccia a faccia con le sue origini umane.

Che Serkis volesse a tutti i costi girare l'ennesimo remake de Il libro della giungla sinceramente mi ha sorpreso. Il risultato mi ha convinto più di quanto mi aspettassi per un semplice motivo che secondo me sancisce la riuscita del film.
Sporcarlo. Rendere gli animali goffi e pieni di ferite con l'orso mezzo cieco e per certi versi sempre ubriaco e altri animali che non sembrano passarsela molto bene. Una vione più cupa e dark, meno fantastica ma più grezza come se la vita e le scelte portino davvero a scenari drastici. E infine renderli più animali di quanto non abbia mai fatto nessuno (Bagheera che esita prima di mangiarsi il cucciolo d'uomo) e non è poco.
Per il resto la storia non cambia ma rimane la stessa che al tempo che ci raccontò la Disney e che tutti in un modo o nell'altro conosciamo.
Kipling è il suo celebre racconto tornano per l'ennesima volta sfoggiando una natura e una foresta che seppur ricostruita in parte in c.g è forse la cosa più bella e riuscita del film unita ad un protagonista quanto mai perfetto nella parte e alcuni colpi di scena non così banali.
Il racconto sembra tessuto più per gli adulti che non per i bambini e alcune scene di combattimento riescono dove al tempo bisognava bloccarsi per trasformare tutto in petali di rosa.
L'unico eccesso ho trovato sia l'uso del capture motion, di cui ovviamente Serkis è tra i più bravi, che a lungo andare appesantisce la naturalezza degli animali trasformandoli in brutti effetti speciali.

How it ends


Titolo: How it ends
Regia: David M.Rosenthal
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo una pessima serata segnata da accese discussioni a casa dei genitori della sua fidanzata Sam a Chicago, Will si sveglia nella sua stanza d'albergo pronto a prendere il prossimo volo per Seattle sollevato di poter tornare a casa e raggiungere la sua bella in dolce attesa, ma qualcosa di strano inizia ad accadere: comunicazioni interrotte e voli cancellati in tutto il paese causano l'allarme generale costringendo lui e il padre dell'amata ad intraprendere un pericoloso viaggio attraverso l'America e l'apocalisse.

Rosenthal aveva diretto qul thriller carino che credo abbiamo visto forse io e il regista.
A SINGLE SHOT aveva una bella atmosfera e Sam Rockwell in ottima forma.
Ecco a proposito dell'atmosfera in questo dramma post-apocalittico o come viene anche definito disaster-survival movie, il regista sembra riprendere quell'ispirazione ma purtroppo è un attimo quando invece deraglia su percorsi già presi e verso lidi e spiagge affollate già viste e che danno solo quella sensazione di non avere originalità con il risultato di buttare tutto alla rinfusa con una continua galleria di situazioni abbozzate e scenari già visti e sentiti.
In questa storia in un viaggio on the road con il suocero che proprio sembra non farcela a sopportare il compagno della figlia, non sembrano esserci segnali per qualcosa che riesca davvero a mantenere ritmo e attenzione e forse il fatto che la sceneggiatura sia passata di mano in mano per ben otto anni potrebbe essere una risposta.
Perchè la posta in palio è lei, la moglie, la figlia, colei che in un messaggio video al cellulare ha fatto capire che cercherà di fare in modo di mandare avanti la gravidanza.
State of emergency dove mano a mano che procediamo dobbiamo cercare di mettere da parte i buoni sentimenti e pensare solo ad andare avanti essendo più egoisti che mai perchè solo in questo modo si può sopravvivere.
E'sempre così. La regressione sembra essere l'unica condizione che spinge uomini e donne ad azioni crudeli e folli in questo caso mettendo a dura prova la psiche in fondo salvifica di Will a differenza di Tom, interpretato da un sempre bravo Forest Whitaker, che non regala niente a nessuno per via del suo passato militare e la sua abilità a premere il grilletto prima di aspettare la risposta.
Eppure proprio la regressione che negli ultimi anni ha aperto scenari come quelli distopici, ma nemmeno poi molto di LA NOTTE DEL GIUDIZIO o nei fumetti con la saga fantastica e iper violenta di Crossed. Peccato con l'aggiunta di qualche sbadiglio.

mercoledì 5 dicembre 2018

Blackkklansman


Titolo: Blackkklansman
Regia: Spike Lee
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.

L'ultimo joint di uno dei maestri del cinema americano non smette di perdere la sua carica eversiva e ironica.
Un film grottesco, parecchio crudo e razzista, che senza celare nulla della sua facciata iniziale, manda avanti un'indagine, un caso che sembra qualcosa di assurdo quando poi invece scopriamo che è esistito eccome e che come forse vorrebbe dire Lee potrebbe risuccedere anche oggi.
Un film diverso dai soliti che sceglie sempre una narrazione secondo i suoi canoni e legato ad una poetica iconoclasta che punta a dissacrare i luoghi comuni della società bianca o gli errori del passato che per tanti diciamo che errori non sono stati e ora più che mai vorrebbero tornare in auge.
Senza avere quei voli pindarici su un'azione e alcune scene di violenza efferata come capitava in altri suoi film, il regista si confronta proprio con aspetti più controversi burocratici e amministrativi che altro, mettendo tutto in mano ad una coppia di attori che riescono nella loro semplicità ad essere quanto più diretti possibili.
Lee da sempre coglie degli aspetti nel suo cinema che ne fanno un artista in grado di evidenziare quei particolari che non sembrano interessare a tutti.
E lo fa sempre di più andando controcorrente dai tempi di FA LA COSA GIUSTA nel suo immaginario dove bianchi e neri vivono assieme odiandosi fortemente.
Nel 2018 anche se la vicenda è ambientata negli anni '70, Lee ci dice che il razzismo non è mai finito anzi, sembra essere l'incipit di ogni suo film e il suo immaginario negli anni è stato fortemente diviso e diverso dagli altri che si misuravano sui film con tematiche razziali.
La sua politica è sempre stata antagonista ad un certo tipo di sogno americano radicale ed esteticamente dirompente, scegliendo e spesso mostrando invece la semplicità con cui la comunità afro sembra non solo averci fatto l'abitudine, ma sbeffeggiandola e deridendola al contempo stesso.

Codice del babbuino


Titolo: Codice del babbuino
Regia: Davide Alfonsi, Denis Malagnino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Denis, padre e marito in ambasce, trova sul ciglio della strada il corpo abusato di una donna. Tiberio, fidanzato impetuoso della vittima, vuole vendetta e chiede aiuto a Denis, compagno di sventura nella periferia romana. Convinto in cuor suo che i responsabili siano i rom dei campi adiacenti, Tiberio vuole incendiare le loro roulotte. Denis lo dissuade e lo convince a investigare 'a freddo'. Ma le indagini amatoriali non portano a niente almeno fino a quando Denis non coinvolge il Tibetano, boss tronfio del quartiere che risolve il caso in una notte. Una notte mai così nera che conduce i suoi passeggeri dove nessuno aveva previsto.

Il cinema italiano ogni anno offre una quantità incredibile di titoli di cui nessuno quasi mai raggiunge le sale o una parvenza di distribuzione.
In particolar modo quando non c'è una produzione seria alle spalle o una casa affermata.
Il Codice del babbuino è un film indipendente, sconosciuto, che nell'era in cui ci troviamo ha un suo peso specifico soprattutto nelle dinamiche che spesso portano alla giustizia privata o alle ronde contro gli immigrati.
Un film praticamente girato quasi tutto in un'unica location, all'interno di una macchina, con tre attori, di cui due decenti, un linguaggio particolarmente fiorito e tanto lavoro di scrittura.
Vorrebbe essere una sorta di noir e i generi sono poi quelli del dramma e del crime movie, dove la coppia di registi non avendo budget puntano tutto su una ricerca dei mezzi e delle soluzioni visive semplici ma non esageratamente amatoriali come ci si poteva aspettare.
Il collettivo Amanda Flor, composto da Davide Alfonsi e Denis Malagnino, ci porta in un implacabile viaggio periferico ai confini della notte dove non c’è riscatto per nessuno e dove gli stessi protagonisti conoscono l'impossibilità di seguire la giustizia per aderire invece ai propri codici morali.



Cosa fai a Capodanno?


Titolo: Cosa fai a Capodanno
Regia: Filippo Bologna
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Un gruppetto di scambisti decide di trascorrere la notte di Capodanno in una baita di montagna. Ecco in arrivo due sposini in cerca di emozioni forti, un ex politico confinato su una sedia a rotelle accompagnato da una giovane dark, e una matura signora altoborghese insieme ad un ragazzo che, per età, potrebbe essere suo figlio. È anche in arrivo (o forse no) un carico di aragoste e champagne per consentire al gruppetto di festeggiare l'occasione nel tripudio dei sensi. Ma nulla andrà come pianificato, anche perché ad aspettarli nella baita non c'è la coppia di viziosi pronti ad ospitare un'orgia casalinga, ma due ladruncoli intenzionati a svaligiare la casa.

Che peccato. L'idea alla base non era neppure così male. Mi aspettavo di vedere un cugino lontano dell'ULTIMO CAPODANNO o qualcosa che potesse convergere con la vena grottesca di Ammaniti e invece questa commediola in salsa natalizia che vorrebbe essere graffiante è di una noia e di una stupidità colossale. Mettendo per un attimo da parte il cast vergognoso dove solo un paio di attori riescono a salvarsi, il film fa acqua fin da subito mostrando già all'inizio tutti i suoi limiti (il cameo di Scamarcio è imbarazzante con l'unico pretesto di far accorrere più spettatori a vedere il film).
Bologna non so dove si trovasse durante le riprese, ma sprecare un budget di questo tipo e uno script che se modificato poteva trasformarsi in qualcosa di buono fa davvero arrabbiare contando quante idee valide ci sono nel nostro territorio.
Manca l'ironia, manca il sesso (e il film ci corre attorno per tutta la durata su una trasgressione sessuale che dovrebbe esplodere da un momento all'altro senza invece accendersi mai), manca la violenza, mancano gli aspetti grotteschi e manca tutto a parte la goliardia di Haber e qualche sorriso della Ferrari. Il regista conosciuto per aver scritto il soggetto di PERFETTI SCONOSCIUTI qui sembra aver fatto tutto di fretta con una pistola puntata alla schiena e il risultato è quello di aver dato vita a delle invenzioni narrative e non a ruoli e personaggi da caratterizzare.

Castlevania


Titolo: Castlevania
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

La prima stagione si conclude con il figlio di Dracula, Alucard, che decide di unire le forze con l’ex nemico Trevor per abbattere il padre. La giovane ma potente maga Sypha fa già parte della banda, si unirà qualche altro personaggio alla squadra anti-Dracula?

Diciamolo subito. La prima stagione, che non era affatto male, anche se sembrava più una necessità impellente dei nerd, lasciava la bava alla bocca nella speranza di vedere cosa poteva capitare in futuro e non era sicura fino all'ultimo una seconda stagione con ben 4 episodi in più che potesse portare avanti la storia e i personaggi.
Mi ci sono ritrovato quasi per caso e così andandomi a leggere la trama della prima stagione per avere almeno un'idea chiara dove riprendere la narrazione, me la sono sparata tutta di filato per non perdermi colpi di scena o elementi importanti della storia.
E sono rimasto parecchio deluso da questa seconda stagione. Se il livello tecnico e qualitativo è ottimo senza sbavature o impiego vergognoso della c.g, è proprio la storia a diventare invece noiosa fin da subito. Sono stati in grado di sbagliare pur avendo nel trio dei personaggi principali del bene assi come Alucard, Trevor e Sypha abbastanza tosti e cazzuti.
Nell'esagerazione dei personaggi buttati a caso nei vari episodi si perde completamente un aspetto che invece giocava bene nella prima serie ovvero la caratterizzazione dei personaggi.
Infatti nessuno di loro soddisfa per il suo carisma risultando tronfio proprio a causa di una mancanza di approfondimento delle loro personalità, facendoli risultare come semplice contorno per la corte di Dracula che invece sembra forse l'unico ad avere il margine di imprevedibilità maggiore.
Il trio dalla sua non sembra avere quell'affiatamento che ci si poteva immaginare e mi è sembrato che spesso e volentieri i combattimenti, alcuni proprio a caso, servano proprio da deterrente per coprire vuoti o momenti imbarazzanti.
L'ultimo episodio lacrimuccia è da arresto.

Giustiziere della notte


Titolo: Giustiziere della notte
Regia: Eli Roth
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Paul Kersey è un chirurgo che vive una vita tranquilla e coscienziosa, tenendo a bada la propria aggressività. Quando la sua famiglia viene colpita brutalmente, tutta la sua rabbia esplode e, dopo aver preso per sé la pistola di un giovane membro di una gang, inizia a fare giustizia a modo suo per le strade di Chicago. La sua prima impresa viene filmata da un testimone e il video diventa virale, facendo di lui una specie di celebrità, anche se Paul vuole solo ritrovare la pace raggiungendo i criminali che hanno distrutto la sua famiglia.

Prima di tutto devo fare una confessione: odio il cinema reazionario americano.
La scena più assurda del film avviene quando Bruce è in sala chirurgica e sta cercando di salvare la vita ad uno spacciatore che vorrebbe vedere morto.
Mentre esegue le analisi con il resto del reparto appiccicato al culo, ecco che come per magia dalla giacca della vittima, cade un ferro enorme che il nostro Bruce, senza che nessuno se ne accorga, si infila in saccoccia senza dire nulla.
Questa breve scena rappresenta il non sense generale dell'intero film.
E'un film di assurdi e scene che non tornano quello di Roth che ormai sembra aver toccato il fondo, o ci sta arrivando molto velocemente. Senza aver mai dato chissà quale merito alla settima arte, l'amico di Tarantino, aveva esordito e si era dato da fare nell'horror cercando almeno di non essere un mestierante come tanti.
Sarebbe curioso sapere il perchè di questo film. Perchè è stato fatto e soprattutto da chi è stato voluto. Seguaci di Trump? O forse la lobby delle armi. Penso la seconda.
Anche perchè "non" ci troviamo di fronte ad un remake dell'originale come invece lo stesso regista e la critica ammette. In quel caso si prendeva di punta il vigilantismo (la vendetta privata) cercando di dividere l'americano dal grilletto facile da quello democratico che invece preferisce il processo.
Al di là delle divagazioni politiche il film è girato di fretta e male.
Willis non azzecca un'espressione e mette su la stessa espressione che sta collezzionando diciamo negli ultimi imbarazzanti film. D'Onofrio lo difendo perchè sembra prendere in giro addirittura il suo ruolo per quanto è celebroleso e sembra ghignare sotto la maschera.
L'unico elemento su cui il film poteva lavorare per cercare di non sembrare così tragi comico (alcune morti sono così imbarazzanti e comiche che spero siano una scelta voluta) era quello di puntare tutto sul travaglio interiore del protagonista e muovere il film in base ad esso.


sabato 10 novembre 2018

Night comes for us


Titolo: Night comes for us
Regia: Timo Tjahjanto
Anno: 2018
Paese: Indonesia
Giudizio: 4/5

Ito, un ex scagnozzo della Triade, al suo ritorno a casa dopo un periodo all'estero deve proteggere una giovane ragazza. Dovrà tentare così di tenersi lontano dal mondo criminale di cui faceva parte e dalla violenta guerra che si sta combattendo tra le strade di Giacarta.

Quando ci si trova di fronte ai film action di arti marziali, in particolare indonesiani, bisogna subito aprire una parentesi. Come in questo caso e in tutti gli altri ci troviamo di fronte a qualcosa di superiore a tutto ciò che ci è capitato di vedere finora. Nemmeno se Miike Takashi si facesse aiutare dai coreografi dei film cinesi wuxia si arriverebbe mai a fasti simili.
Il perchè è semplice. Gli attori. La grandezza degli stunt man. La preparazione fisica degli attori.
La follia e non in ultimo, la potenza delle immagini che distruggono quasi tutto ciò che è stato fatto fino ad oggi.
Ora il film in questione dimostra pure come non sia nemmeno l'effetto del regista a dare così tanto valore aggiunto, da Evans si è passati a Tjahjanto, è di fatto a noi ciò che importa è il risultato, le mazzate e anche ogni tanto magari qualche dialogo non proprio così buttato in un recinto di maiali.
La storia è sempre bene o male la stessa. Che sia vendetta o redenzione, di solito sono sempre questi i due elementi principali attorno a cui si dipana la storia.
In più anche la cerchia di attori è sempre la stessa con qualche aggiunta, ma la squadra diciamo che è composta dalla maggior parte degli attori già visti in AKNEYO, HEADSHOT, KILLERS, RAID e compagnia varia.
Night comes for us è un action come quelli citati prima con un ritmo ancora più devastante, violentissimo, a volte splatter, con palle da biliardo che spaccano i crani e coltelli che eviscerano budella come se niente fosse. Un'iperbolica corsa sfrenata viscerale, che come dicevo, mette al primo posto gli indonesiani per come hanno saputo riscrivere i canoni degli scontri corpo a corpo in un turbine che non può che far esaltare lo spettatore.
Ancora a differenza degli altri, qui il livello di violenza è davvero a dei livelli quasi mai visti per il sotto genere in questione. Chissà cosa si inventeranno.




Hap & Leonard


Titolo: Hap & Leonard
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 6
Giudizio: 4/5

In questa nuova avventura Hap e Leonard vanno a Grovetown, una città che più razzista non si può, a cercare Florida, fidanzata del loro amico poliziotto Marvin Hanson ed ex di Hap. Florida si è recata lì per indagare sul suicidio di un ragazzo di colore avvenuto in carcere ma da giorni non dà notizie di sé.

La terza e ho paura ultima stagione di Hap & Leonrad manco a dirsi è la più straziante.
Sundance Tv ha detto che questa è l'ultima, ma io spero nei miracoli e chi lo sa magari Lansdale, Mickle e D'Amici, riusciranno a trovare qualche folle che produca le gesta dei due anti eroi più interessanti degli ultimi anni.
Bisogna fare una premessa. E'difficile condensare il pulp e l'azione di Lansdale su cellulosa.
Prego sempre Satana che prima o poi vedrò su grande schermo LA NOTTE DEL DRIVE-IN ma comincio a pensare che rimarrà solo un sogno, oppure nella malaugurata ipotesi che diventi un trappolone commerciale, spero che rimanga il best seller che è.
Hap & Leonard vivono ormai da anni in qualcosa come svariati romanzi e appunto per chi non fosse un fan accanito dello scrittore texano come me, la serie potrebbe rivelarsi abbastanza noiosa anche se parlo per le prime due stagioni, mentre questa merita davvero un encomio particolare per la gestione di tutta la matassa, per come viene dipanata la storia e soprattutto della spinta propulsiva che dimostra.
Innanzitutto la coppia di attori qui è rodata più che mai, ma soprattutto non manca nulla, dall'azione (che nelle precedenti stagioni a volte era proprio poca), al noir, al dramma, al mistery, al grottesco, al tema sempre scottante del razzismo, e a tanti altri elementi favorevoli, dove finalmente gli antagonisti e i villain riescono ad essere credibili.
Il Mambo degli orsi è un libro stronzo con una storia avvincente che ci porta a calci in culo nella Gomorra degli xenofobi. Una città, nella sempre più inquietante America, dove davvero bisogna avere paura dal momento che si rischia di avere tutti, ma proprio tutti, contro se il colore della tua pelle non è a stelle e strisce.
Narrata per la quasi totalità come un lungo flashback, questa terza stagione non nasconde proprio nulla, partendo con una storiella niente male che richiama alcuni racconti dello scrittore sui musicisti jazz, sul voodoo (D'Amici che interpreta il Diavolo mi ha fatto sorridere) e su tante storie che ci piace sentire per poi accostare il tutto con il romanzo sopra citato.
Il finale è davvero disperato ma l'elemento che più mi ha colpito e che come dimostrano i primi frame degli episodi, la coppia di amici piange, si dispera. Davvero ha visto l'abisso dell'odio razziale e non solo. Sono stati tirati dentro e sputati fuori a calci in culo con le ossa e le costole rotte.