Visualizzazione post con etichetta 2018. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2018. Mostra tutti i post

sabato 10 novembre 2018

Night comes for us


Titolo: Night comes for us
Regia: Timo Tjahjanto
Anno: 2018
Paese: Indonesia
Giudizio: 4/5

Ito, un ex scagnozzo della Triade, al suo ritorno a casa dopo un periodo all'estero deve proteggere una giovane ragazza. Dovrà tentare così di tenersi lontano dal mondo criminale di cui faceva parte e dalla violenta guerra che si sta combattendo tra le strade di Giacarta.

Quando ci si trova di fronte ai film action di arti marziali, in particolare indonesiani, bisogna subito aprire una parentesi. Come in questo caso e in tutti gli altri ci troviamo di fronte a qualcosa di superiore a tutto ciò che ci è capitato di vedere finora. Nemmeno se Miike Takashi si facesse aiutare dai coreografi dei film cinesi wuxia si arriverebbe mai a fasti simili.
Il perchè è semplice. Gli attori. La grandezza degli stunt man. La preparazione fisica degli attori.
La follia e non in ultimo, la potenza delle immagini che distruggono quasi tutto ciò che è stato fatto fino ad oggi.
Ora il film in questione dimostra pure come non sia nemmeno l'effetto del regista a dare così tanto valore aggiunto, da Evans si è passati a Tjahjanto, è di fatto a noi ciò che importa è il risultato, le mazzate e anche ogni tanto magari qualche dialogo non proprio così buttato in un recinto di maiali.
La storia è sempre bene o male la stessa. Che sia vendetta o redenzione, di solito sono sempre questi i due elementi principali attorno a cui si dipana la storia.
In più anche la cerchia di attori è sempre la stessa con qualche aggiunta, ma la squadra diciamo che è composta dalla maggior parte degli attori già visti in AKNEYO, HEADSHOT, KILLERS, RAID e compagnia varia.
Night comes for us è un action come quelli citati prima con un ritmo ancora più devastante, violentissimo, a volte splatter, con palle da biliardo che spaccano i crani e coltelli che eviscerano budella come se niente fosse. Un'iperbolica corsa sfrenata viscerale, che come dicevo, mette al primo posto gli indonesiani per come hanno saputo riscrivere i canoni degli scontri corpo a corpo in un turbine che non può che far esaltare lo spettatore.
Ancora a differenza degli altri, qui il livello di violenza è davvero a dei livelli quasi mai visti per il sotto genere in questione. Chissà cosa si inventeranno.




Hap & Leonard


Titolo: Hap & Leonard
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 6
Giudizio: 4/5

In questa nuova avventura Hap e Leonard vanno a Grovetown, una città che più razzista non si può, a cercare Florida, fidanzata del loro amico poliziotto Marvin Hanson ed ex di Hap. Florida si è recata lì per indagare sul suicidio di un ragazzo di colore avvenuto in carcere ma da giorni non dà notizie di sé.

La terza e ho paura ultima stagione di Hap & Leonrad manco a dirsi è la più straziante.
Sundance Tv ha detto che questa è l'ultima, ma io spero nei miracoli e chi lo sa magari Lansdale, Mickle e D'Amici, riusciranno a trovare qualche folle che produca le gesta dei due anti eroi più interessanti degli ultimi anni.
Bisogna fare una premessa. E'difficile condensare il pulp e l'azione di Lansdale su cellulosa.
Prego sempre Satana che prima o poi vedrò su grande schermo LA NOTTE DEL DRIVE-IN ma comincio a pensare che rimarrà solo un sogno, oppure nella malaugurata ipotesi che diventi un trappolone commerciale, spero che rimanga il best seller che è.
Hap & Leonard vivono ormai da anni in qualcosa come svariati romanzi e appunto per chi non fosse un fan accanito dello scrittore texano come me, la serie potrebbe rivelarsi abbastanza noiosa anche se parlo per le prime due stagioni, mentre questa merita davvero un encomio particolare per la gestione di tutta la matassa, per come viene dipanata la storia e soprattutto della spinta propulsiva che dimostra.
Innanzitutto la coppia di attori qui è rodata più che mai, ma soprattutto non manca nulla, dall'azione (che nelle precedenti stagioni a volte era proprio poca), al noir, al dramma, al mistery, al grottesco, al tema sempre scottante del razzismo, e a tanti altri elementi favorevoli, dove finalmente gli antagonisti e i villain riescono ad essere credibili.
Il Mambo degli orsi è un libro stronzo con una storia avvincente che ci porta a calci in culo nella Gomorra degli xenofobi. Una città, nella sempre più inquietante America, dove davvero bisogna avere paura dal momento che si rischia di avere tutti, ma proprio tutti, contro se il colore della tua pelle non è a stelle e strisce.
Narrata per la quasi totalità come un lungo flashback, questa terza stagione non nasconde proprio nulla, partendo con una storiella niente male che richiama alcuni racconti dello scrittore sui musicisti jazz, sul voodoo (D'Amici che interpreta il Diavolo mi ha fatto sorridere) e su tante storie che ci piace sentire per poi accostare il tutto con il romanzo sopra citato.
Il finale è davvero disperato ma l'elemento che più mi ha colpito e che come dimostrano i primi frame degli episodi, la coppia di amici piange, si dispera. Davvero ha visto l'abisso dell'odio razziale e non solo. Sono stati tirati dentro e sputati fuori a calci in culo con le ossa e le costole rotte.



Overlord


Titolo: Overlord
Regia: Julius Avery
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

A poche ore dal D-Day, un battaglione americano di paracadutisti viene lanciato su un paesino della Francia occupata dai nazisti per una missione cruciale: far saltare una torre-radio, posizionata sopra una chiesa, per facilitare l'invasione alle truppe di terra. Sterminati dalla contraerea tedesca e dalla superiorità numerica delle forze naziste, i soldati americani rimangono in poche unità e trovano rifugio nella casa di una ragazza del posto, che vive sola col fratellino. Decisi a portare comunque a termine la missione, il soldato Boyce e i suoi compagni si fanno strada con uno stratagemma all'interno della torre, ma qui scoprono un vero e proprio laboratorio degli orrori e si ritrovano a combattere un nemico mostruoso, apparentemente invincibile.

Chissà come mai la scelta di Avery, il regista che aveva diretto un filmetto molto carino ma con tante imperfezioni di nome SONS OF A GUN. Diciamo che a differenza dell'esordio del 2014, qui Avery può contare su un budget faraonico, rispetto al precedente film, anche se per quanto concerne il cast ha sempre avuto una buona schiera di attori.
War-movie+Action+Horror+Nazisti ed esperimenti+Creature e mutazioni.
Gli ingredienti alla base sono questi e non sono pochi.
Una manciata di minuti per presentare lo squadra in aereo e poi il massacro dove si salvano in pochissimi e da lì il cambio strategico nella location principale, un paesino francese dove gli abitanti servono come cavie per gli esperimenti nazisti, e dove abbiamo tutto il tempo per conoscere i personaggi e respirare dopo il bombardamento iniziale.
Tempesta, silenzio e infine pioggia acida.
Diciamo che anche qui la carne al fuoco era molta. Anche su questo ci sono stati diversi film molto ma molto simili, primo tra tutti FRANKENSTEIN'S ARMY che diciamo era davvero una chicca e se prendiamo in esamina l'horror era proprio un'altra cosa molto più potente e paurosa.
Questa è la versione più edulcorata, commerciale, digeribile, con molti meno mostri e di una major celeberrima, per cui i rischi erano davvero tanti, ma Avery da buon mestierante con qualche punto in più è riuscito a salvare il comando della squadra, cercando di bilanciare intrattenimento e un minimo di sostenibilità della storia.
Funziona sotto molti aspetti che sono poi quelli che riguardano il reparto tecnico, il cast, alcuni accorgimenti e soprattutto le scene d'azione. Quello che non è che non funziona, ma ci si poteva aspettare di più sicuramente, erano gli infetti nella torre che gli alleati dovranno distruggere.
Alcune fesserie riguardanti cose che fanno i personaggi come se da un momento all'altro fossero tutti killer professionisti o abili ladri che riescono a nascondersi in una base nemica piena di guardie naziste tra cunicoli infiniti senza mai farsi vedere dal nemico, sono spesso esagerati, come la ragazza francese che ad un certo punto diventa quasi un'assassina nata rubando troppo la scena.
Un finale che poteva e doveva regalare di più, la resa dei conti tra l'antagonista e il protagonista è veramente scopiazzata da tantissimi film e diciamo anche che l'aspetto che doveva più di tutti far paura, e che il regista olandese aveva usato molto bene nel film citato prima, qui è appena abbozzato senza dargli forza, un punto debole che avrebbe accresciuto tensione e ansia, elementi di cui questo film soffre in dosi massicce in più parti.



Soldado


Titolo: Soldado
Regia: Stefano Sollima
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sempre meno redditizio, il traffico di droga viene convertito dai cartelli in traffico di essere umani. Lungo il confine messicano e in mezzo ai clandestini si insinuano terroristi islamici che minacciano la sicurezza degli Stati Uniti. Un attentato-suicida in un supermercato texano provoca una reazione forte del governo americano che incarica l'agente Matt Graver di seminare illegalmente il caos ristabilendo una parvenza di giustizia. Graver fa appello ancora una volta ad Alejandro, battitore libero guidato da una vendetta che incontra vantaggiosamente le ragioni di Stato. Alejandro, che se ne infischia della legalità, rapisce la figlia di un potente barone della droga prima di diventare oggetto di una partita di caccia orchestrata dalla polizia messicana corrotta e da differenti gruppi criminali desiderosi di mettere le mani sull'infante. Diventata un rischio potenziale, bisogna liberarsene. Ma davanti a una scelta infame, Alejandro rimette in discussione tutto quello per cui si batte e tutto quello che lo consuma da anni.

Senza voler fare una comparazione a tutti i costi, ho trovato il film di Sollima leggermente superiore alla costruzione di Villeneuve, regista che stimo tantissimo ma che secondo me trova il suo meglio in altri generi.
Sollima dirige qualcosa di potente e maestoso, senza farsi prendere dal panico trovandosi di fronte ad una monumentale macchina produttiva come quella americana e con due attoroni ormai inarrivabili come Del Toro e Brolin (che fino a prova contraria è uno degli attori ritrovati del momento)
Un film che si divide come sempre in tre atti ma che racconta due storie diverse dove la prima mostra l'intelligence delle forze speciali e di come la lotta al narcotraffico fra Stati Uniti e Messico si è inasprita, dall'altra una storia umana di gente che cerca di attraversare il confine, di sopravvivere, di una relazione tra un sicario e una bambina, un rapimento, e un finale che spero dia conferma che deve rimanere Sollima a dirigere il terzo capitolo.
Un film di uno spessore e di una violenza impressionante da tutte le parti attraverso cui noi la guardiamo. Che siano i bambini, gli adolescenti, gli adulti, gli agenti del governo, lo stesso presidente, tutto sembra nichilismo puro e caos dove la parola d'ordine è uccidere senza regole e senza remore. Un crocevia di morte, che richiama soprattutto nella seconda storia il western, dove l'essere umano è la vera merce di scambio e dove ormai anche trattare è diventato quasi inutile, la giustizia e la vendetta sono invece i soli strumenti a fare da padroni (vedi Graver dopo quello che succede a Alejandro).
Un film bomba geometricamente che non fa una piega, con scene d'azione esaltanti e minimali, scenari pirotecnici che si aprono e sembrano farti catapultare da un bus pieno di messicani, al deserto più sanguinario di sempre e spazi angusti dove avviene il peggio.
Un film disperatamente cinico e drammatico che non regala e non vuole esaltare nulla, ma chiude tutte le porte massacrandole sul nascere, senza dare modo di redimersi a meno che non contiamo la deliziosa scena finale che apre le porte per un sequel che spero tanto di poter vedere.



Halloween


Titolo: Halloween
Regia: David Gordon Green
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Da 40 anni Laurie Strode si prepara per il ritorno di Michael Myers, lo psicopatico che ha massacrato i suoi amici durante la notte di Halloween del 1978. E per tutti quegli anni Laurie è rimasta chiusa in casa, imponendo la stessa reclusione anche alla figlia Karen, con l'intento di proteggerla dall'inevitabile ricomparsa del mostro. Quando Myers viene trasferito dall'ospedale psichiatrico di Smith's Grove le paure di Laurie si rivelano fondate: il prigioniero infatti trova il modo di scappare e naturalmente si reca ad Haddonfield in cerca dell'unica preda sfuggitagli nel '78.

Solo due parole su Green, regista capace di intrattenere con film commerciali a volte particolarmente stupidi e insignificanti per spostarsi poi su territori inesplorati dell'indie con risultati più che piacevoli.
Halloween è una bestia difficile da trattare vuoi perchè alla base abbiamo uno dei maestri supremi della settima arte che è il buon Carpenter, vuoi perchè anche se a molti non sono piaciuti, ci ha messo la mano pure quel pazzo furioso che io stimo molto di Zombie che negli anni è riuscito a creare un suo stile di cinema ben definito e con Halloween ha picchiato davvero duro.
Questo poteva sembrare il classico sequel che nessuno voleva, fatto alla veloce, senza anima e senza prendere spunto dai film precedenti.
Invece Green mantiene lo scheletro dell'originale, 40 anni dopo, e mettendo tre donne di tre generazioni diverse a scontrarsi con Michael in uno scontro finale crudele ma quanto mai emblematico nel voler ancora una volta dimostrare come questa battaglia fino alla fine tocca alla famiglia Strode e tocca alle Donne.
Il cast è azzeccatissimo con alcune vecchie glorie che riescono a togliersi la polvere di dosso e mantenere quel polso duro fino alla fine, ognuno ovviamente schierato secondo il suo codice deontologico.
La violenza e il gore non manca anche se diventa secondario nel cercare di dipanare di più la suspance e i colpi di scena a differenza dei jump scared che rischiavano di incasellare il film verso litorali meno piacevoli.
Il ritmo, la colonna sonora, la fotografia, i colori sparati e quel senso di ritrovarsi in quelle lande desolate che Myers a colpi di slasher straziava senza nessun riguardo sono alcuni dei fattori che fanno da padrone.
Davvero il lavoro per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi è stato lodevole e inaspettato come il ruolo dello psichiatra, del poliziotto, e della famiglia Strode, ripeto tre generazioni diverse di donne che nel finale combattono Myers con tutto quello che hanno, la forza della disperazione e un odio di non voler più avere a che fare con un serial killer che ha distrutto l'anima della famiglia e ucciso gli amici più cari.

Fino all'inferno


Titolo: Fino all'inferno
Regia: Roberto D'Antona
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre delinquenti, di cui un leader fumantino ma astuto, un braccio destro un po' in carne e uno smilzo incontrollabile, si ritrovano per colpa di quest'ultimo a dover saldare un debito con un boss. Rapinano così una farmacia, ma durante la fuga si fermano in una tavola calda, in cui entrano altri rapinatori decisi a svaligiare il locale. Si scatena una sparatoria che coinvolge anche un falso poliziotto, che in verità aveva preso in ostaggio una madre e suo figlio. Quando i protagonisti, per cambiare auto, prendono il suo camper, scoprono che il compare del misterioso agente è già morto e dovranno liberarsi del corpo. Successivamente incontreranno un ex poliziotto con cui il loro capo ha un rapporto di conflittuale amicizia, nel mentre l'organizzazione Crisalis è sulle loro tracce e contatta il boss con cui sono in debito perché gli tenda una trappola.

Mi sento in dovere di difendere questo film.
Ok è una trashata che prende in giro tanti generi e tanto cinema, ovviamente in alcuni momenti la recitazione come l'aspetto tecnico è palesemente amatoriale ma nonostante tanti sforzi, gli attori italiani purtroppo sono quello che sono.
Scene di indubbio gusto, durata eccessiva, dialoghi troppo lunghi e fine a se stessi per prendere tempo ( va bene le battute sul sesso ma qui rischiano di storpiare quando è troppo), scene d'azione quasi improvvisate e a tratti assai ridicole, uno stile di regia non sempre professionale e funzionale e tante altre cosucce che spero D'Antona, chissà dove prende i soldi per fare i film, affinerà col tempo.
Per il resto ci troviamo di fronte ad un film che è una parodia dei film americani (DAL TRAMONTO ALL'ALBA più di ogni altro) dove nonostante tutto, il film riesce e funziona per quanto concerne il ritmo, l'azione in alcuni casi, qualche personaggio, le musiche, l'uso del montaggio.
E'un film godereccio di quelli che cercano di esaltarti sempre di più piano piano che vai avanti.
Un'opera che punta sull'esagerazione, sul fatto che tutto debba essere di più di quello che è, con sempre il sesso e la trasgressione a farla da padrone, i valori del maschio alpha, agenti governativi e multinazionali che producono virus battereologici, infetti e altre cose ancora.
Insomma un caos dove alla fine non rimani deluso.
Fino all'inferno è puro intrattenimento dichiaratamente di stampo citazionista.

7 sconosciuti a El Royale


Titolo: 7 sconosciuti a El Royale
Regia: Drew Goddard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anni Sessanta. Un uomo affitta una stanza all'hotel El Royale nascondendo una borsa voluminosa sotto le assi del pavimento. Pochi attimi dopo viene ucciso da un altro uomo, la cui identità rimane misteriosa. Dieci anni dopo alcuni clienti decidono di soggiornare nello stesso albergo, che si trova all'esatto confine fra la California e il Nevada, al punto che una striscia rossa divide fisicamente a metà gli spazi: da un lato le camere in Nevada - lo stato del vizio, dell'illegalità e del gioco d'azzardo - dall'altro quelle in California - lo stato dell'amore libero, della contestazione e di Hollywood. Uno dopo l'altro i personaggi riveleranno la loro vera natura.

Il secondo film di Goddard dopo l'accattivante QUELLA CASA NEL BOSCO lasciava veramente tutti sgomenti su cosa comprendesse il suo prossimo progetto.
Di sicuro il primo elemento che mi ha fatto sorridere e vedere alla scrittura solo Goddard, quindi volevo veramente capire se il regista avesse la stoffa e doti come sceneggiatore.
Nel film precedente c'era Josh Whedon con lui, un nome che non ha bisogno di presentazioni.
E infatti la scrittura, dal secondo atto, diventa l'elemento più intricato e scollegato dell'intera opera.
Un film esageratamente ammiccante a tanti generi scegliendo ed edulcorando il pulp come se fosse qualcosa di così estremamente accattivante e alla portata di tutti, quando invece trovo che sia l'esatto contrario. Non lo è affatto a meno che tu non sia Tarantino o uno di quella mercè lì, che sa tenere in scacco tanti elementi diversi, senza fare danni o deflagrare in anticipo.
Il problemone se così vogliamo chiamarlo è un lavoro di sottrazione che invece il film ribalta immettendo sempre elementi diversi, schiacciando il pedale sulla violenza e i colpi di scena, a volte enormemente scontati o con l'effetto di storpiare quanto di buono visto un attimo prima.
Dal punto di vista tecnico non si può dire nulla come sempre, e sulla storia la parte della presentazione iniziale è indubbiamente la migliore, contando il discorso della linea che divide i due stati dentro l'albergo anche se viene quasi subito lasciata in secondo piano.
Nel finale ci sono delle scelte davvero insulse, a questo punto Goddard hai deciso di prendere una strada che è quella dell'esagerazione e fallo, per citare HATEFUL HEIGHT, falli morire tutti e male pure.
Qui invece il portiere finale che si confessa dopo che abbiamo scoperto essere un cecchino infallibile, l'happy ending finale che uccide quel poco di buono che il film aveva costruito, personaggi caratterizzati così male che non vi ricorderete di nessuno di loro.
E poi Billy Lee interpretato dal fascistone Thor è qualcosa di inguardabile, l'antagonista che arriva con la sua Manson family nell'albergo a cui piace scoparsi le ragazzine.
Un personaggio misero come gli altri ma il suo ha qualcosa di peggio soprattutto quando non fa altro che tirarsela e far uscire dalla bocca stereotipi già sentiti mille volte.
L'unica nota positiva è il ritmo che in definitiva non stanca mai.
Goddard deve avere dei grossi problemi con i complotti e la paura di essere osservato.
Veramente troppa carne al fuoco, in uno stile estetico che cerca di piacere tutti e fare andare d'accordo diversi target. Il verdetto finale è un enorme prova di regia che conferma l'ottima messa in scena, ma non ancora la capacità di saper scrivere da solo una storia che voleva anche essere complessa e stratificata, ma che fino a prova contraria, dimostra di non riuscirci.



Braven-Il coraggioso


Titolo: Braven-Il coraggioso
Regia: Lin Oeding
Anno: 2018
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Un taglialegna è costretto a difendere la sua famiglia da un pericoloso gruppo di trafficanti di droga.

Devo dire che non erano tanti i pretesti che mi hanno portato a vedere questo insulso film diretto da un mestierante qualsiasi tale Oeding.
C'era Momoa che di per sè non è proprio un motivo, visto che come attore è abbastanza incapace, tre/quattro espressioni al massimo, bensì Stephen Lang il co-protagonista, la location, il mood, insomma speravo che potesse esserci qualcosa. Così non è stato.
Braven è un caso anomalo di una storia che per quanto fagocitata in ogni maniera possibile e spesa in ogni location immaginabile, i boschi innevati del Canada, qui riesce ad avere nonostante tutto evidenti problemi di scrittura.
Ci sono un sacco di azioni inutili e momenti wtf, senza contare la marchetta a Carhartt.
Nella prima parte alcune azioni dei personaggi non hanno alcun senso, soprattutto da quando padre e figlio vanno a rifugiarsi nella baita con il primo che dovrebbe comunicare al secondo di un ospizio visto che quest'ultimo và nei pub a combinare macelli e prendere ragazze sotto braccio scambiandole per l'ex moglie (ma chiunque lo picchierebbe malamente anche se è un vecchio).
Da lì in poi tutto viene strutturato come causa/effetto in modo direi sintetico e campato in aria, come se ad un certo punto, giunti nel bosco, abbiano fatto tutti (produzione e cast) una partita a nascondino in cui ognuno andava in una direzione diversa senza capire cosa capitava agli altri.
La maggior parte dei colpi di scena sono telefonati e l'happy ending finale è ridicolo quanto assolutamente e imprescindibilmente scontato. La famiglia americana non si tocca mai.
I personaggi compiono azioni che non hanno senso in tanti momenti.
La figlia di Momoa è incapacissima a recitare, il cattivo con lo stampino che uccide prima di fare qualsiasi cosa non ha senso, personaggi che nel bosco nei vari inseguimenti compaiono dal nulla. Momoa che ha pure dei "poteri" perchè avverte nell'aria il pericolo o in cinque minuti riesce a confezionare trappole meglio di McGuyver.
Lui e sua moglie essendo fighi non usano armi da fuoco, quasi mai. Lei l'arco e lui l'ascia (JIMMY BOBO-BULLET TO THE HEAD)
Insomma un casino colossale, ma dove sembra che sia stato addirittura inscenato apposta, perchè il budget c'era, il gruppo di cattivoni non dice niente di nuovo ma fa il suo dovere e poi ho trovato due o tre scene quasi copia/incolla da WARRIOR nei rapporti padre/figlio e marito/moglie.
Un disastro che si poteva prevenire ed evitare.



giovedì 18 ottobre 2018

Eat me


Titolo: Eat me
Regia: Jacqueline Wright
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna tenta il suicidio e il violento intruso che le ha salvato la vita supera i limiti della resistenza umana e i confini del perdono.

Eat me è un dramma molto colorato e ricco di ritmo e dialoghi feroci che sembrano prenderti letteralmente a cazzotti in faccia. Un indie estremo, un film da camera dove c'è forse solo una scena in esterno nel bel finale.
Un film che parte col botto, una donna vuole suicidarsi e si mangia psicofarmaci a manetta, tiene in mano vibratori, pensa alla sua vita di merda e poi sviene.
Arrivano due tipi, senza spiegare il perchè ed entrambi vogliono scoparsela anche se lei è svenuta.
Uno esce a prendere la birra e tornerà solo nel finale mentre l'altro inizia questa sfida tra sessi.
Eat Me è l’adattamento cinematografico della commedia intitolata a LA Weekly
Uno scontro tra due loser. Lei cerca di suicidarsi e lui vorrebbe stuprarla ma infine si interessa della sua storia. Una specie di VENERE IN PELLICCIA senza un palco teatrale, senza la regia di Polanski, ma con due attori inferociti che quando riescono a trovare l'enfasi e la complicità giusta sparano giù duro peggio che in un dialogo pulp. Qui non si perde un attimo, il film è sempre in crescendo senza lasciare momenti di riflessione ed è un cinema molto fisico dove i due attori combattono per contendersi la scena mettendosi continuamente le mani addosso, con scene di tortura e rape & revenge.
Lei vorrebbe che lui la uccidesse ma lui non può e non riesce nemmeno a farle male quando invece lei lo provoca continuamente ed è tutto così.
Un gioco delle parti in cui anche i ruoli di vittima e carnefice si ribaltano continuamente.
I monologhi e il climax finale sono quasi da applauso.


Hold the dark


Titolo: Hold the dark
Regia: Jeremy Saulnier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il cacciatore Russell Core viene chiamato presso un piccolo paese dell'Alaska dove i bambini scompaiono catturati dai lupi. A contattarlo è stata Medora, che ha letto un suo libro di memorie in cui, tra le altre cose, raccontava di aver ucciso un lupo. Anche il figlio di Medora è del resto tra le persone scomparse, mentre il marito di lei, Vernon, è in missione militare in Medioriente, dove oltre a una spiccata propensione per la guerra dimostra anche un particolare senso dell'onore.

“C’è qualcosa di strano, qualcosa di sbagliato nel cielo di questo posto“
Questa è una delle prime importanti frasi che viene proferita da uno dei personaggi del film.
Diciamo che a livello simbolico apre tutta una serie di strani eventi, poco spiegati, per il mood atipico e impressionante con cui il buon Saulnier gira e ambienta il suo ultimo film.
Siamo in mezzo ai ghiacci, in un posto dove la vita e dura e difficile e il rapporto con i lupi sembra sempre sul piede di guerra come due specie che devono trovare un compromesso.
Proprio da questi ultimi nascono leggende come quella della possessione del demone lupo chiamato Tournaq.
Rispetto ai precedenti BLUE RUIN e GREEN ROOM il film è molto lento e minimale, prendendosi i suoi tempi, soprattutto nel primo atto, per mostrare senza dire nulla o meglio spargendo così pochi indizi che ci vuole la giusta concentrazione per non perdersi in mezzo ai ghiacci come chi finisce nelle mani di Vernon. Il rischio potrebbe essere quello di additare il film come il solito revenge-movie, quando invece la posta in palio è più complessa e tra rapporti tra consanguinei, leggende folkloristiche, maledizioni e stragi senza senso (quella ai danni della polizia è forse dai tempi di HEAT-LA SFIDA che non si vedeva una tale carneficina) il film dopo la prima mezz'ora esplode in maniera feroce come da sempre è il cinema di Saulnier.
Un film sempre molto drammatico e tragico dove a Saulnier non interessa mostrare i vincitori perchè non esistono, ma tutti devono come sempre perdere qualcosa dentro e fuori ed espiare le loro colpe come capita nel bel finale con i due gemelli.

Nights eats the world


Titolo: Nights eats the world
Regia: Dominique Rocher
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sam si sveglia una mattina e si ritrova a vivere in un incubo: un esercito di zombie ha invaso le strade di Parigi e lui è l'unico sopravvissuto. Mentre contempla il suo triste futuro e come sopravvivere, apprende che potrebbe non essere l'unico sopravvissuto in città.

Il sotto filone horror sugli zombie o gli zombie movie sono ormai abbastanza abusati, per alcuni un fenomeno fatto e finito, per me fonte inesauribile di idee purchè scritte bene e con tante metafore ancora da scandagliare.
Bisogna ammettere che nonostante tutto negli ultimi anni qualche eccezione c'è stata confermando come per altri sotto filoni, di come alla fine siano sempre le storie e la realizzazione a renderle forti e interessanti.
Dicevo appunto che qualche caso c'è stato come NIGHT OF THE SOMETHING STRANGE o LES AFFAMES o ancora bisogna andare in Oriente.
I francesi di solito hanno la fama di essere abbastanza originali e spesso e volentieri sanno spiazzare senza lesinare sullo splatter o sul gore.
La ricerca di Rocher è partita da un assunto piuttosto discutibile, ma interessante, ovvero quello di limitare l'uso dei mezzi e di ogni sorta di atmosfera accattivante o di ritmo frenetico.
Nel film molte scene sembrano essere pensate e studiate quando invece sono dei topoi di non sense eppure questa continua prolissità del film e delle azioni wtf di Sam creano degli assurdi così grossi che tutto il film assume intenti che non ci è mai dato di sapere, salvo la sopravvivenza come macro tema, da sempre di questo genere.
La minaccia zombie o meglio di un'invasione è pressochè assente o inesistente come se a deciderlo fosse proprio il protagonista a partire dal suo palazzo o dall'ascensore dove uno di questi è nascosto.
Diciamo che anche i co protagonisti non aiutano molto anzi disorientano ancora di più su quali scelte intraprendere.
Un film che non mi è dispiaciuto, è strano, a tratti bizzarro, ma si chiama fuori da tutti i film di recente sul filone che invece sono inclini agli inseguimenti, le lotte e la violenza.





Boar


Titolo: Boar
Regia: Chris Sun
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

Il bestiame comincia a scomparire in una piccola città rurale e due contadini dediti all’alcol si ritrovano faccia a faccia con un gigantesco cinghiale. Dopo essersi imbattuti nei resti devastati di un camping, i due uomini – con abbondanza di bottiglie di whisky, ma con una scorta di munizioni insufficienti – devono così provare a respingere la bestia da soli, prima che questa torni a uccidere di nuovo. Nel frattempo, la famiglia Monroe arriva in città per far visita ad alcuni parenti e, mentre trascorre un idilliaco pomeriggio a nuotare nel vicino fiume, anche i suoi membri finiscono nel mirino della creatura predatrice selvatica dall’appetito insaziabile.

Boar entra a far parte di quel sotto filone creature film o monster movie.
Un b movie cresciuto nell'outback australiano figlio di un certo genere ozploitation che dalla terra dei canguri ogni tanto fa spuntare qualche pellicola di genere.
Boar però a differenza di RAZORBACK o chessò PIG HUNT, non ha proprio niente a che vedere. Sun purtroppo, non parliamo solo di limiti di budget, confeziona degli errori eclatanti in fase di montaggio e in alcuni punti della narrazione.
Mai cinghiale è stato visto così poco con dei pessimi effetti speciali e con un finale dove lo prendono a fucilate, da arresto.
La storia oltre essere infarcita di luoghi comuni continua il discorso che già aveva iniziato Kotcheff con il suo capolavoro esprimendo la sua impressione sugli australiani che sono dei redneck alcolizzati. I protagonisti a parte un nonnetto simpatico e sempre arrapato già visto in due horror che con questo non hanno nulla a che fare, sono fantasmi messi lì solo per dire assurdità e morire malamente. Quando ti rendi conto che uno dei personaggi meglio caratterizzati è un ex lottatore di wrestling che fa lo stunt man, beh siamo proprio arrivati alla frutta.
Si salva davvero poco. Il cinghiale compare sempre con il teletrasposrto di fronte alle sue vittime.
Alcuni, disarmati, provano anche a prenderlo a pugni con risultati direi piuttosto penosi.
Pensatela così. Campi sterminati dove non c'è nulla nemmeno un albero quindi diciamo che se non siete proprio ciechi risucireste a vedere anche il buco del culo di un canguro a miglia di distanza.
Eppure Sun, che in questo o è stato esageratamente stupido per buttarla sull'ironia, sbam, oppure ha proprio cannato tutto dove infatti dal nulla giacchè prima non c'era nulla compare il cinghiale tra l'altro con una velocità ancora più impressionante dei quella dei velociraptor

Jurassic World-Il regno distrutto


Titolo: Jurassic World-Il regno distrutto
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

A tre anni di distanza dai fatti di Jurassic World, Isla Nublar sta per essere sommersa da lava vulcanica. Il governo deve decidere se salvare i dinosauri superstiti che la popolano o se lasciare che la natura faccia il suo corso. Eli Mills propone a Claire di coinvolgere Owen per una missione di salvataggio, che recuperi anche il Raptor super-intelligente Blue.
Dopo 25 anni l'inverosimile espediente che ha dato vita al bestseller di Crichton e alla celeberrima serie sulle lucertole terribili trova infine un suo inatteso senso ultimo nel quinto capitolo (o secondo di una nuova trilogia, a seconda dei punti di vista).

Ormai negli anni è divenuta una moda distruggere i capolavori.
Gli incassi contano più di qualsiasi storia si voglia raccontare.
Il regno distrutto, sequel di Jurassic World del 2015, è il quinto capitolo cinematografico del franchise di successo. Ormai non sanno più nemmeno che titoli dare ai film, l'importante è che siano catastrofici.
Dal momento che a parte il primo capitolo, su tutti gli altri ho quasi rimosso le trame, anche perchè sono sempre le medesime, ci troviamo di fronte forse al peggiore di tutta la saga, manco a farlo apposta. Un film lungo, noioso e stupido, che poteva risparmiarsi tutto per arrivare all'unica scena degna di menzione, ovvero il monologo finale di Goldblum, tornato in cattedra dopo quella cagata tremenda di THOR RAGNAROK, anche se a pensarci il suo era forse uno degli unici personaggi interessanti.
Qua troviamo di nuovo specie che devono superare le altre in una rincorsa alla vendita all'asta per dinosauri che poi chissà uno dove intende sistemarli, immagino non nel giardino di casa.
Un film arrogante, con dialoghi improvvisati, niente di buono e poi i due protagonisti che cercano la rivoluzione finale aiutati da due mocciosi in uno scenario che di fatto alterna spazi aperti e fuggi fuggi generale, a questa casa immensa dove per cercare lavoro e successo hanno dato pure una particina da badante alla Chaplin.
Ancora una volta vediamo le stupidaggini narrative dove il pupillo figlio del magnate del dna dei dinosauri uccide suo padre per poter così vendere a tutti gli investitori quello che fino ad allora doveva rimanere taboo.
Forse nel prossimo vedremo i dinosauri a piede libero per la città e chissà quali cagate riusciranno lo stesso a trovare per non divertire mai, a meno che non ci troviamo con una folla di persone lobotomizzate. Visto che il franchise continua, ho paura che sia così.
Addio Bayona avevi diretto quella piccola chicca di A MONSTER CALLS

domenica 14 ottobre 2018

Apostolo


Titolo: Apostolo
Regia: Gareth Evans
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo cerca di salvare la sorella rapita da una setta religiosa. Ma il riscatto da pagare è molto alto.

L'ultima opera di Evans si distacca completamente dalla sua precedente filmografia dove aveva dato nuova enfasi al cinema action in particolare sulle arti marziali.
Apostolo è un film completo, lungo, che si prende il suo tempo per raccontare una storia tutto sommato gradevole anche se inflazionata da troppe citazioni tra le righe e un amore cosmico nei confronti del capolavoro THE WICKER MAN.
Apostolo è ambientato nei primi anni del '900 mette insieme molti elementi interessanti, l’isolazionismo deciso dalla comunità, il fanatismo religioso, la radicalizzazione della violenza, creature che per "proteggere" l'isola hanno bisogno di sangue (in questo caso la dea) e il declino ambientale visto sotto una chiave piuttosto originale e prendendo qualche spunto da Barker.
Gli elementi non mancano, i toni e l'atmosfera soprattutto nei due primi atti sono la parte migliore contando che verso il finale, vista la moltitudine di eventi da chiarire e da chiudere il film tende ad ingarbugliarsi un po con alcune sotto vicende destinate a concludersi troppo velocemente contando che il film dura più di due ore e su questo elemento si poteva fare di più.
Un horror di natura fanatico-religiosa dove Evans ha voluto cercare di inserire il più possibile con atmosfere venefiche un taglio soprannaturale, culti misterici e una divinità che sembra rimandare al paganesimo con una fame che da secoli sta distruggendo il mondo e le sue floride bellezze e questo forse è l'elemento più interessante del film che cerca una metafora ambientale ma anche politica per inserire i suoi codici eretici.
La location Welsh Island poi appare come una terra ormai morente grigia e scura dove tre fratelli, i primi arrivati, detengono un potere attraverso delle cerimonie in alcuni casi raccapriccianti e dove a differenza dei combattimenti qui vengono mostrate diverse volte e senza mascherare nulla scene di tortura e momenti sanguinolenti senza nessun risparmio.




Terra dell'abbastanza


Titolo: Terra dell'abbastanza
Regia: Damiano e Fabio D'Innocenzo
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Due ragazzi investono e uccidono per sbaglio un boss della mala. Entreranno in un vortice che li risucchierà in qualcosa molto più grande di loro.

“Con questo film volevamo raccontare com’è maledettamente facile assuefarsi al male”
La terra dell'abbastanza sancisce il successo che stanno ottenendo tanti film drammatici ambientati a Roma che trattano il tema della malavita. Tanti, forse troppi negli ultimi anni:
CONTAGIO, SUBURRA, MANUEL, CUORI PURI, MALARAZZA.
Chi in un modo chi in un altro narrano vicende quasi sempre di perdenti dove la salvezza è sempre direttamente proporzionale a un sacrificio o alla perdita di qualcuno o qualcosa di importante.
Il film dei fratelli Innocenzo è forse tra gli ultimi usciti il più semplice come tema ma anche quello che provoca delle emozioni autentiche e reali dal momento che il plot della vicenda è molto realistico anche se ovviamente con alcuni passaggi un po macchinosi e il fatto di scegliere due facce nuove e toste come protagonisti è stata un'intuizione funzionale.
Un film dicevo che nella sua semplicità risulta molto complesso almeno per cercare di capire cosa passa nella testa delle nuove generazioni a cui non frega più di niente come dice un mafioso quando si rende conto della capacità di questi due giovani ragazzi di borgata di arrivare a fare qualsiasi cosa senza rimorsi o sensi di colpa "non avendo consapevolezza, non subiscono il giudizio di nessuno, se non, in fondo, quello di se stessi".
La periferia romana, landa desolata e terra di nessuno. Un viaggio nell'inferno che li porterà a fare prima una sorta di gavetta per poi arrivare a salire di livello e diventare pericolosi in un viaggio di formazione drammatico e allucinato, nato dallo stesso pensiero inculcato dai genitori dove si tira avanti sfangandosela con il miraggio di poter svoltare, in qualche modo e la morte di un infame e il regalo di un clan ancora ad oggi poossono significare una nuova vita e l'ascesa nel mondo criminale

Solo-A star wars story


Titolo: Solo-A star wars story
Regia: Ron Howard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tempi duri per la Galassia, forze oscure tramano nell'ombra e minacciano la Repubblica. Ma Ian è ancora troppo giovane per occuparsi delle cause dei grandi. L'unica cosa che desidera davvero è pilotare una nave spaziale per sfuggire l'oppressione con Qi'ra, la ragazza che ama. Intrepido e sfrontato, ha carattere da vendere e il coraggio di provarci ma nella fuga qualcosa va storto e il destino lo separa da Qi'ra. Ian si arruola come pilota, guadagna il cognome e promette di tornare a prenderla. Perché ha carattere da vendere e un amico wookiee che lo aiuta nell'impresa. Disertore per amore e poi ladro, imbroglione e contrabbandiere, vince a carte il Millennium Falcon e impara sul campo le regole del gioco.

Solo ho aspettato un po prima di vederlo. Non avevo nessuna voglia, non mi entusiasmava, non sono mai stato un fan di Star Wars e trovo che la Disney da quando ha comprato la società abbia fatto più danni che altro.
Ormai siamo ad un numero alto e notevole di sequel, prequel, reboot, capitoli originali, etc.
Solo però, forse perchè un mezzo cinefumetto venuto stranamente bene, con un taglio ironico funzionale, un ritmo esagerato che non sembra fermarsi mai e una storia tutto sommato piacevole mi è parso uno dei prodotti più validi di tutti questi ultimi capitoli a dispetto della critica e del pubblico che ne parlano invece come del peggiore.
Almeno facciamo luce su un elemento fondamentale: come per i film della Marvel questo è un segmento a parte che non prevede la conoscenza di tutti i fatti successi prima e quindi lo spettatore può piacevolmente goderselo come episodio a sè.
E poi c'è una scena pessima che però omaggia L'ARMATA DELLE TENEBRE e sancisce tra le altre cose l'incontro tra Solo e lo wookiee.
E'vero che Ron Howard sta al cinema come qualcosa di ordinario e privo di personalità, tanto suo cinema lo ha dimostrato, ma forse non avere un super nerdone che inserisse personaggi troppo complessi e strane sotto storie eviscerate poi in altri capitoli della saga credo abbia fatto bene.
Ovviamente dopo questo flop la Disney ha deciso di ridurre le produzioni della saga, "è il momento di rallentare le produzioni dei film legati all'universo Star Wars" ha commentato Bob Iger il presidente della Disney Company.
Errori di strategia? Sicuro non è chiaro cosa succederà agli altri due spin-off dell'antologia quelli su Boba Fett e Obi Wan Kenobi. Ma chi li voleva poi? E Chi diavolo è Boba Fett?

Predator


Titolo: Predator
Regia: Shane Black
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il tiratore scelto Quinn McKenna, impegnato in una missione in Messico, trovandosi improvvisamente di fronte a un Predator, riesce a impadronirsi del suo casco e di un copri braccio. Quest'ultimo viene inviato al proprio domicilio come prova dell'incontro con l'alieno. Quando il pacco arriva, il figlio autistico Rory lo apre e mette accidentalmente in funzione un dispositivo che innesca il ritorno degli alieni sulla terra. Ora i letali cacciatori sono ancora più forti e intelligenti, essendosi implementati geneticamente con il DNA di altre specie. Un gruppo di ex marine e Casey Bracket, una delusa professoressa di scienze, cercheranno di affrontare i Predator e impedire la fine della razza umana.

L'ultimo Predator è una cagata colossale.
Mi sembra giusto iniziare così a bastonare un media franchise statunitense arrivato al suo quarto capitolo dopo alcune deviazioni che non starò nemmeno a citare.
Il Ora cosa tratteranno? Cosa inventeranno gli sceneggiatori? Era alla base dei miei dubbi che mi hanno portato in una sera buia e tempestosa a vedere l'ultimo capitolo senza voler sapere nulla sulla ttrama o qualsiasi altra cosa (sono pure riuscito a non guardare il trailer).
Il problema è stato uno e anche molto grosso che per un attimo mi ha fatto provare quel brivido di terrore già provato guardando un'altra cagata faraonica come LA TORRE NERA.
Vedere dopo pochi minuti un bambino autistico sapendo che sarebbe diventato uno dei protagonisti della vicenda questo avrebbe subito dovuto farmi alzare alla sedia e scappare a gambe levate. Bambino autistico perchè dovete sapere che l'unico spiraglio di questo Predator e che appunto queste creature vanno di pianeta in pianeta a cercare le specie più forti a cui togliere il midollo spinale per ficcarselo nel corpo e diventare più potenti.
Perchè quindi vanno sulla terra? Per cercare il bambino autistico, il prescelto, visto che l'autismo è considerato l'ultimo passo prima dell'evoluzione dell'uomo.
Io non so cosa si sia fumato Shane Black ma non era niente di buono.
Per il resto abbiamo un gruppetto di psichiatrici dove all'interno si cita la Tourette, sembrano "contractors" più che altro e tutto il film è intriso da un umorismo becero e ripugnante con battute sessiste, razziste e offensive ma che ormai sono entrati a far parte del vocabolario cinematografico soprattutto quando c'è di mezzo l'action.
Per fortuna non è un film reazionario ma d'altro canto è un continuo rimando di scene sconnesse, personaggi caratterizzati peggio di Raoul Bova in ALIEN VS PREDATOR e qui direi passo e chiudo.
Anche un attore smorfioso, un fisic du role come Boyd Holbrook riesce a stare antipatico.


venerdì 12 ottobre 2018

Venom


Titolo: Venom
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel laboratorio dell'ambigua Life Foundation, Carlton Drake, leader senza scrupoli, tenta di innestare il simbionte che ha riportato da una missione spaziale dentro un organismo umano. Le cavie però muoiono una dopo l'altra. Il giornalista d'inchiesta Eddie Brock, che a causa del suo ultimo incontro con Drake ha perso il lavoro e la fidanzata, non può stare a guardare e s'intrufola nel laboratorio. Ma è proprio in Eddie che il parassita alieno Venom troverà l'ospite perfettamente compatibile di cui andava in cerca. Inizialmente spaventato, Eddie progressivamente impara a convivere con Venom e a formare con lui un unico individuo.

Sono pochi i film Marvel insufficienti.
Prodotti di intrattenimento studiati a tavolino e spesso fatti più che bene per soddisfare il palato degli amanti dei comics e come sottolinea l'industria Disney e poi Marvel, l'unico scopo è intrattenere e fare più soldi possibili dunque va eviscerato da un certo concetto di cinema.
Questo Venom già dall'inizio non mi convinceva e la cosa già mi infastidiva dal momento che ho sempre trovato Venom come Carnage, nemici super cool.
Un prodotto invece fatto super fast, con un cast che non voleva saperne di stare l'uno vicino all'altra e una componente nonchè uno dei più grossi limiti: l'assenza di un villain decente o meglio di un antagonista, se non pensiamo al buon Riz Ahmed qui in un ruolo davvero infarcito di cose già viste.
E'difficile parlare di un simbiota cattivo e pazzo per natura che qui cambia gli intenti arrivando a voler salvare il genere umano perchè ci si affezziona.
Sono tanti gli elementi wtf nel film dai dialoghi scritti da ubriachi in un pub, alcune scene soprattutto quelle di coppia ai limiti del sopportabile, Hardy che probabilmente vista la prova sopra le righe ho paura che sia tornato a fumarsi le bottigliette e meno che mai la totale assenza di sangue per una creatura che divora letteralmente le sue vittime.
Un film dove la narrazione si perde ancor prima di trovarsi con un intro che forse era l'unica cosa decente, anche qui ai limiti del già visto, e poi alcuni combattimenti dove esiste solo la c.g e non si capisce assolutamente niente di quello che succede con corpi liquidi che sembrano fondersi l'uno con l'altro in un sotto messaggio quasi omosessuale come in una guerra tra sessi dei simbonti e dei parassiti. Un film poi lungo dove il ritmo bizzarro e ingestibile non riesce mai ad appassionare fino in fondo perchè staccato da una struttura che come dicevo fin dall'inizo non convince e non riesce a far sì che lo spettatore riesca ad appassionarsi alla vicenda.
Come per altri flop della Marvel il tentativo di unire humor e dramma è risultato così becero e disfunzionale da lasciar basiti in alcune scene più delle facce da wtf di Hardy.
Tremendi poi gli altri aborti che si vedono nel film che cambiano di corpo in corpo passando dall'ALIENO per arrivare a squallidi finali e come in questo caso temo ma sono quasi sicuro che avverrà un sequel che proprio non ci voleva.
Qui il body horror non fa nemmeno capolino e perfino la scena post credits fa cagare

Domestics


Titolo: Domestics
Regia: Mike P. Nelson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un terrificante mondo post apocalittico abitato da violente gang divise in fazioni, Nina e Mike viaggiano attraverso il paese, desolato e senza legge, in cerca di salvezza. Dopo il cataclisma pochi sono sopravvissuti, le città sono state abbandonate e i gruppi di superstiti si sono organizzati in bande in lotta tra loro. Ogni fazione rappresenta una specie di "incubo americano" e i loro membri non si fermano davanti a nulla, con il predominio come unico obiettivo. Restare vivi non sarà facile.

Domestics è un curioso wtf sulla regressione del genere post-apocalittico nonchè survival on the road con un nutrito mix di film in parte ampiamente scopiazzati.
Il risultato però non è nocivo come il gas che sparano a profusione gli aerei del governo sulla civiltà all'inizio del film.
Lo sono forse tutte le gang diverse e con l'unico scopo di uccidere e fottere, una via di mezzo tra i bifolchi trasformati in Crossed e l'universo di Miller in chiave nichilista dove la donna serve solo come suppelletto. Forse a tal proposito una delle scene più belle è proprio quella nella casa anzi nell'arena dove marito e moglie, entrambi ex, devono uccidersi a vicenda con le pistole attaccate con tanto di trapano alle mani.
Un horror d'azione dove nell'apocalittica ricerca di una salvezza dove anche qui la voce fuori campo, un dj, ci aiuta e narra cosa è successo raccontando le nefandezze di questa Sodoma ma anche la strada da percorrere per trovare la salvezza.
La profonda amarezza di The Domestics è che ci si aspettava "qualcosa" mentre invece la storia procede spedita sì ma anche inflazionata dalle scene telefonate e dalla prevedibilità dei colpi di scena. Un enorme calderone del già visto con tanti accessori notevoli e affascinanti ma che alla fine non riescono nemmeno a farti venire quella sensazione come di essersi beccati in pieno da un cazzotto nello stomaco. Qui il colpo punta sotto la cintura e come si sà non si guadagna nessun punto.
Alla fine il film di Nelson è un'operazione che si affida in maniera genuina ad un'estetica di genere, con una violenza presente ma mai estrema e gratuita con una solida componente action che, soprattutto nel rocambolesco finale, si rivela accattivante e in grado di regalare le giuste dosi, ma che non appagano mai, di quell'adrenalina che necessitano i fan del genere.

Ulysses-A dark odyssey


Titolo: Ulysses-A dark odyssey
Regia: Federico Alotto
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Anno 2020. In una Torino alternativa e notturna, divenuta per l’occasione Taurus City, il militare Ulysses vaga alla ricerca della moglie Penelope e dei segreti nascosti nel proprio passato, ma la sorte ha in serbo per lui una lunga serie di incontri inquietanti e pericolosi.

Pro e contro del primo lungometraggio del torinese Alotto che ha dovuto vendere una casa di proprietà per finanziarsi il film.
Il cinema costa non dimentichiamolo mai.
Una premessa in cui mi sento di spezzare una lancia a favore del cinema indie low-budget.
Ancora di più quando sono giovani emergenti a chiamarsi fuori dalle istituzioni e altre realtà che non supportano gli sconosciuti. In questo caso coraggio e determinazione contando poi che il risultato non è esageratamente fine a se stesso come i lavori di un altro pseudo artista torinese che ha girato un film quasi contemporaneo a questo, anche quello con tanti attori internazionali ormai entrati nella terza età.
Ora a me Ulysses non è piaciuto ma sono contento che sia stato realizzato immagino con traversie innumerevoli e squisite difficoltà.
Partendo dai pro con cui spesso finirò per comparare i contro, sono d'accordo che il film dalla sua non ha nessuna pretesa illustrativa cercando un suo mondo straordinario originale, il quale, volendo abbracciare tante zone di Torino riesce in alcuni punti ad essere credibile e con delle scenografie funzionali mentre in altre location risulta la solita bella Torino senza nulla che faccia pensare ad una Taurus City e fotografata poi nemmeno così bene, cadendo spesso in un trappolone che divide il film tra il professionale e l'amatoriale.
Come contro avrei preferito una narrazione e dei dialoghi più significativi e meno tagliati con l'accetta, un botta e risposta tremendamente didascalico che spesso snatura la stessa caratterizzazione dei personaggi rendendoli poco più che macchiette fuori dalle righe.
Il film ha un taglio ed una messa in scena platealmente tamarra dall'inizio alla fine, elemento che non deve essere per forza un punto debole, anzi, ma però rimane una scelta e come tale crea dei risultati, un meccanismo e delle aspettative che celebrano al contempo una certa ricerca di cinema.
E'un film pretenzioso dove il regista ha voluto fare qualcosa di macro anzichè partire con un'opera micro come spesso fanno tanti esordienti magari ambientando tutto in un'unica location.
Anche questa è una scelta coraggiosa, ambiziosa e folle che però riesce in diversi momenti ad affinare la suspance attraverso la tecnica cinematografica il che significa che più avanti se il cinema o le risorse finanziarie di Alotto lo permetteranno, il ragazzo andrà avanti e migliorerà ancora di più spero lo script e i dialoghi piuttosto che lo stile di regia che seppur con tante imperfezioni funziona.
Dal punto di vista tecnico non amo quello stile grafico troppo "acceso" (una fotografia a volte bruciata),a meno che non ci troviamo di fronte a super produzioni americane che i soldi c'è li hanno eccome, qui viene richiamato spesso un tono quasi da videogioco con un montaggio spesso frenetico o che storpia e velocizza i ricordi del protagonista dove alcune sequenze pirotecniche e parlo soprattutto dei combattimenti storpiano completamente l'intento del film rendendolo di nuovo estremamemte amatoriale ( e non mi pronunciò sulle scene da war movie).
Uli-Nessuno-Johnny Ferro, il protagonista e nessuno e centomila mi verrebbe da dire, un personaggio marmoreo che recita con gli occhi senza sfruttare la mimica, ma che riesce ad essere incisivo nel suo osservare e disperarsi su quello che gli è rimasto.
Un revenge movie in piena regola, un film confezionato per il mercato internazionale, il mix tra cinema mainstream e sguardo autoriale che non credo dispiacerà agli americani dando così la possibilità di creare le basi per un prossimo film speriamo più serio, intellettuale, che continua un
preciso percorso spettacolare e in parte, per forza di cose, anche commerciale.
Buona fortuna Alotto!