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martedì 30 aprile 2019

Mali


Titolo: Mali
Regia: Antonio Nuic
Anno: 2018
Paese: Croazia
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Dopo aver trascorso quattro anni in prigione, Franjo non è cambiato. Era, ed è tuttora, uno spacciatore. Sua moglie sta morendo e i genitori della donna vogliono far risultare l'uomo incompetente al fine di togliergli la custodia del figlio, Mali. Tuttavia, Mali ama suo padre e vuole continuare a vivere insieme a lui. I metodi genitoriali di Franjo sono poco convenzionali, ma non intende darne conto a nessuno. Inoltre non permetterà ad anima viva di portargli via suo figlio. Inaspettatamente, per il suo 40esimo compleanno, Franjo riceverà un regalo che risolverà tutti i suoi problemi.

Una commedia grottesca, un insolito dramma sul sociale. Mali è il secondo film del giovane croato Nuic che sempre su territori indipendenti inesplorati muove la sua macchina cinematografica con un film intenso che cerca di mettercela tutta per quanto concerne le carenze di budget e alcuni intenti che cercano di mescolare film di formazione e crime movie.
Come succedeva per Wild Bill anche qui abbiamo giovani/adulti e viceversa, dove cercando di dare il buon esempio ai figli spesso e volentieri si finisce con l'essere peggio dei bambini.
Da questo punto di vista il passato criminale e alcuni vizi sembrano essere i leitmotiv di Franjo e la sua banda di rovinati.
Mali cerca di farsi spazio come dicevo alternando spesso il linguaggio rendendolo ironico e volgare ma anche colto e raffinato, sempre sul piano della bilancia, offrendo uno spaccato sul sociale dove cercare di rifarsi una vita per chi è stato in prigione oggi diventa sempre più complesso, soprattutto quando a raccoglierne gli esiti diventano i bambini come nel caso del piccolo Mali.



Old man and the gun


Titolo: Old man and the gun
Regia: David Lowery
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Forrest Tucker è un rapinatore di banche che si potrebbe definire seriale. A 77 anni e dopo 16 evasioni, anche da carceri come San Quintino, non ha smesso, insieme a due soci, di organizzare dei colpi decisamente originali. Utilizzando il suo fascino e con tutta calma, senza mai utilizzare un'armi, continua a visitare banche e ad uscirne con borse piene di dollari. C'è però un poliziotto che ha deciso di occuparsi di lui.

Quasi nessuno ricorda Ain't them bodies saint. Un film purtroppo passato in sordina che mostrava già in maniera ineccepibile il talento di questo giovanissimo regista. Sembrava quasi di leggere tra le pagine di McCarthy un manipolo di personaggi disillusi e in cerca di qualcosa che forse non troveranno mai.
Da quel film che finora rimane la cosa più bella che ha fatto, devo dire che il talento di Lowery non è decollato come avrei immaginato. Forse sono state le scelte fallimentari, forse il fatto di non essersi ritagliato un certo tipo di cinema (come altri colleghi di recente hanno dimostrato) o forse perchè ancora una volta a decidere il futuro del regista sono state le major.
Old man and the gun è un film certo interessante, spezza una lancia ancora poco abusata nel cinema rispetto ad un modo di rapinare le banche raffinato ed elegante, e da lustro e gloria ad un grande attore come Redford che dimostra alla sua età di essere un figo della madonna.
Il problema del film è che il finale viene già rivelato durante la narrazione, il detective (Casey Affleck ormai possiamo definirlo l'attore feticcio di Lowery) conduce un'indagine con il suo classico stile pigro e scazzato, il resto della compagnia di Forest Tucker è affidato a due veterani come Danny Glover e Tom Waits e Sissy Spacek dimostra come una grande attrice a qualsiasi età avrà sempre qualcosa da dire.
Più che un film sembra il manifesto di un attore. Redford ha dichiarato che non comparirà più sul grande schermo ponendo fine di una carriera, di un'epoca, di un immaginario che lo vede ancora protagonista a 82 anni.


Mazeppa


Titolo: Mazeppa
Regia: Jonathan Lago Lago
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Johan, un talentuoso e insicuro giovane pianista, sta per esibirsi in un importante concorso musicale. Sopraffatto dallo stress, inizia però a temere il palco…

Cosa fare quando avvicinandoti al palco comincia a sanguinarti il naso facendoti diventare nel giro di pochi minuti quasi una vittima di un film horror.
Lago Lago, dal cognome insolito, sembra divertirsi molto con questo interessante cortometraggio tutto girato all'interno di un'accademia musicale popolata da rampolli di una certa aristocrazia francese. Con uno stile invidiabile, il regista e soprattutto il cast tecnico promuove un uso della luce naturale, campi lunghi e carrelli per girare intorno alla personalità schizzata e travolgente di Johan.
Alla fine basta ricongiungersi con la persona amata, salire sul palco, sedersi, prendere un respiro e appoggiare le mani sui tasti del pianoforte. Fine


Off Broom


Titolo: Off Broom
Regia: Roald Zom
Anno: 2018
Paese: Olanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Rein è il portiere transgender di una squadra di Quidditch, lo sport emergente inventato da Harry Potter. Mentre la squadra si prepara a partecipare ai giochi europei in Italia, Rein racconta il suo processo di autodeterminazione.

La storia di Rein ci porta in Olanda per conoscere questo "ragazzo" ormai nel pieno di una cura ormonale con il preciso compito di cambiare sesso.
E'la sua determinazione a rendere paradossale, quanto curioso, tutto il palcoscenico costruito affianco alla sua vita dove il Quidditch (non sapevo ma esistono davvero tornei europei e mondiali) diventa l'arma per immolarsi e dare così un senso e una continuità alla propria vita.
Lo sport non si gioca da solo. Rein infatti in questa avventura è attorniato da ragazzi e ragazze che come lui stanno cercando di cambiare sesso oppure hanno in comune il gioco creato dalla Rowling.
Il risultato per quanto assurdo (vengono spiegate le regole del gioco) e per quanto innaturale possa essere (vedere maschi e femmine che si rincorrono a cavallo di una scopa può risultare a tratti abbastanza ridicolo) alla fine tutto acquista un senso nella maniera in cui serve a dare speranze.


Passage to Womanhood


Titolo: Passage to Womanhood
Regia: Inaya Yusuf
Anno: 2018
Paese: Malesia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Un gruppo di donne trans musulmane si oppone all’emarginazione sociale in Malesia. Ridefinendo il ruolo femminile nell’Islam, dipingono il proprio ritratto di essere donna.

Il mediometraggio di Yusuf si concentra sulla vita di tre donne e la loro lotta per cercare di sopravvivere in una terra inospitale come quella della Malesia soprattutto per chi ha scelto di diventare trans. Difficoltà, oltre già le normali, ad essere inserite nella società ( ma non accolte), difficoltà a lavoro, per strada con la paura di essere aggredite quotidianamente, con le minacce dei familiari e infine con i propri partner.
Sembra una condanna più che una scelta. Dalle testimonianze delle donne si appura un limite culturale che non sembra voler accennare a nessun tipo di cambiamento.
Il cinema o meglio i documentari servono soprattutto a questo, esplorando terre sconosciute e portarci così alla scoperta di tabò che richiedono ancora tantissimo tempo prima di riuscire ad essere comprese e rispettare così la carta dei diritti umani per far sì che ognuno possa liberamente scegliere di fare quello che vuole con il suo corpo nel paese in cui nasce e cresce.


domenica 28 aprile 2019

Donnybrook


Titolo: Donnybrook
Regia: Tim Sutton
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

L'ex marine Jarhead è un padre disperato, disposto a tutto per sfamare i suoi figli. Combattente formidabile, vede un'occasione unica per migliorare la sua vita nel Donnybrook, un torneo di pugilato che mette in palio un cospicuo premio in denaro. Angus, leggendario pugile dei combattimenti clandestini, ha invece appeso i guanti al chiodo da tempo, dedicandosi con la sorella Liz alla produzione di metanfetamina. Per entrambi, il Donnybrook rappresenterà il luogo della loro perdizione o della loro redenzione.

Donnybrook è un film che picchia duro. Per tutto il film il dramma diventa ancora più evidente della mattanza finale dove vediamo una rissa che da tempo il cinema si era presa una pausa dal voler mostrare con tanto impegno.
Un allevamento intensivo di disperati pronti a uccidersi a mani nude in una gabbia che probabilmente veniva usata per i combattimenti clandestini tra cani.
Qui ci troviamo nell'America più buia, quella fatta di camper e baracche, dove si muore per la droga o per lo spaccio ma la vita non sembra offrire altro.
Il film inizia imperniato nello squallore, in un'atmosfera che sa già di morte e si respira deserto e brutalità per tutto lo scorrimento del film.
Tim Sutton ama la tragedia e il film ne è un compendio interessante contando che il suo film precedente Dark Night pur essendo un film importante sull'uso e le conseguenze delle armi in America non mi aveva entusiasmato.
Qui per la droga e gli interessi si arriva a fare di tutto, uccidendo membri della propria famiglia, facendo prostituire la propria ragazza e allo stesso tempo annichilendola sputandole in faccia e dicendole quanto faccia schifo.
Ecco è proprio lo schifo della vita in cui Sutton ci fionda senza salvare nulla nemmeno i più piccoli. Tutti fanno una brutta fine, soprattutto chi non è in grado con le mani di difendersi, sposando per certi versi la politica nichilista di Zahler dove anche salvandosi dopo aver spaccato una mascella a mani nude per vendicare il proprio figlio, ci si rende conto che aver perso tutto il resto comporta un'ulteriore stato di morte e paralisi.
Il film è tutto sulle spalle di due attori che ultimamente stanno tornando in auge. Il protagonista Jamie Bell (un padre così disperato non si vedeva da tempo) e Frank Grillo mai così cattivo.



Principe libero


Titolo: Principe libero
Regia: Luca Facchini
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Il 27 agosto 1979 Fabrizio De André e la sua compagna, la cantante Dori Ghezzi, vengono sequestrati nella loro tenuta agricola nei pressi di Tempio Pausania, in Sardegna. Verranno liberati quasi quattro mesi dopo. Da quel fatto si innesca un lungo flashback che racconta l'adolescenza e l'età adulta del cantautore, tra incontri, folgorazioni, vita privata e attività musicale, fino a tornare al rapimento e chiudersi sul matrimonio tra i due, nel 1989.

De Andrè è e rimarrà sempre materia sensibile per lo stuolo di fan che negli anni non accenna a frenarsi. Film che abbiano parlato della sua vita e delle sue opere finora non ci sono a parte i documentari Effedia-sulla mia cattiva strada.
Scegliere la fiction con due film che narrassero i fatti principali senza edulcorare nessun passaggio poteva essere una buona occasione per fare luce su alcuni momenti peculiari della sua vita non proprio chiari come la gestazione del rapimento in Sardegna, il rapporto con Tenco, e altre vicende interessanti dell'autore.
Facchini deve aver avuto tanto materiale da raccontare, forse troppo. Uno dei limiti maggiori del film è stato quello di dividere per comparti stagni gli stessi capitoli della sua vita in maniera troppo affrettata e macchinosa.
Durando, entrambi i film, quasi quattro ore mi aspettavo davvero una descrizione di Faber molto più elaborata dove l'artista potesse narrarsi raccontando la sua vita mentre qui la musica, i suoi testi, vengono sfruttati in maniera disfunzionale richiamando la canzone a descrivere la situazione senza peraltro connotarla e lasciandola così come sfondo senza mai entrarci dentro.
Il cast. Se la scelta di Marinelli, attore che dimostra di saperci fare in alcuni ruoli, è stata a mio avviso imperfetta (un attore romano con accento romano che interpreta un artista genovese che parla genovese, anche se la famiglia De Andrè era piemontese) dimostra il limite di un certo tipo di produzione a non avere il coraggio di fare un lavoro di casting opportuno e allo stesso tempo fallisce miseramente nella scelta di Valentina Bellè come Dory Ghezzi.
La scena iniziale del rapimento in Sardegna è da arresto alla troupe per quanto sia pessimo in tutte le scelte adottate.
Principe libero andava preso molto più sul serio come progetto. Funziona come racconto di 40 anni di vita privata di Faber, dalla prima adolescenza tra i caruggi al sequestro in Sardegna, ma non va oltre una descrizione televisiva senza quella ricerca o la voglia di scavare dentro Faber. L'aspetto migliore dei due film è di certo nella prima parte quando viene mostrato il rapporto tra Faber e suo padre, vera croce e delizia della vita dell'artista, interpretato in maniera eccellente da Ennio Fantastichini.



lunedì 22 aprile 2019

Suffering Bible



Titolo: Suffering Bible
Regia: Davide Pesca
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Il film è diviso in 5 atti (dedicati, ognuno, a un comandamento). A questi si aggiunge un sesto segmento che fungerà da introduzione e anche da epilogo.

Il cinema di Davide Pesca ha evidenti limiti di budget il che comporta una messa in scena piuttosto amatoriale ma curata nei dettagli come solo un regista che ama i suoi progetti è in grado di fare.
L'autore del progetto vanta i meriti migliori sicuramente negli aspetti tecnici a dispetto di una scrittura che riserva diverse lacune e non riesce sempre ad essere pungente o funzionale alla vicenda narrata. C'è da dire che quando si intraprendono gli estremi percorsi del gore e dello splatter è difficile cercare di ritagliarsi una sceneggiatura valida dal momento che è altra la materia da promuovere. Pochi in passato ci sono riusciti e parlo di maestri come Buttgereit nel bellissimo Schramm o Der Todesking con cui il film di Pesca ha alcuni elementi in comune col secondo citato e non parlo solo della divisione in capitoli.
E'la prima volta che mi avvicino al cinema di questo outsider italiano, diversamente il cinema indipendente amatoriale italiano continua a profusione a ritagliarsi produzioni, purtroppo auto finanziate, con progetti che rischiano di non essere mai distribuiti.
All'interno del progetto non mancano alcune citazioni come quelle ad un certo tipo di cinema sempre indipendente e grottesco come quello di Cipri e Maresco oltre al già citato Buttgereit. Difficile non notare la somiglianza in un cristo grasso e laido. Poche location, ambienti malsani con una scenografia ridotta all'osso che in un qualche modo serve ad aumentare lo smarrimento fisico dei personaggi. C'è tanta voglia e ricerca di promuovere una visione dell'estasi mistica, in questo caso la tortura, il sangue e la carne diventano simboli importanti di un'ideologia religiosa malata.
Martiri ma senza chiamare in causa il capolavoro di Laugier (vi prego) qui siamo in altri territori, in lande desolate dove l'avvicinamento alla santità, alla salvezza e al divino passa attraverso il sacrificio, ma senza quella ricerca che ha portato Anna a scoprire quel passaggio segreto nel sotterraneo.



Lenny to the nines


Titolo: Lenny to the nines
Regia: Jeremy Puffet
Anno: 2018
Paese: Belgio
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Quando lungo il suo cammino Lenny incrocia qualcuno vestito con una divisa o un costume, viene sopraffatto da un desiderio irresistibile di urinare, ma vi è una pulsione ancora più grande e più difficile da reprimere: la necessità di appropriarsi dell’identità delle persone incontrate.

Con 15.000 di budget, Puffet tira fuori questo viaggio on the road con un ritmo incredibile.
Lenny qualsiasi cosa incrocia, madre/figlia, commesse, poliziotti o altro, ha questa profonda ossessione compulsiva di dover entrare nel personaggio, scappando subito dopo aver pisciato per far perdere le tracce (la scena con la divisa da poliziotto le batte tutte).
Con una fotografia coloratissima, un montaggio scoppiettante e tanta ironia grottesca, lasciando da parte il non sense, in 16 minuti non sembra mancare davvero nulla fino ad un finale esplosivo che non poteva che chiudere nell'unico modo possibile una vicenda destinata ad arrestare il giovane biondo protagonista nella sua corsa contro il tempo.

sabato 20 aprile 2019

Dragged across concrete


Titolo: Dragged across concrete
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Brett Ridegman e Anthony Lurasetti sono due poliziotti sospesi dal servizio dopo che un video li ha immortalati e diffusi in rete mentre si accanivano con troppa brutalità su un arrestato. Le loro vite in frantumi, avare di soldi e piene di difficoltà, oltre che private del lavoro di una vita, li spingono a volersi fare giustizia da soli, nel tentativo di accaparrarsi un’illecita somma di denaro nella maniera più brutale e fuori legge possibile.

Al suo terzo film, S.Craig Zahler dimostra decisamente di essere uno dei registi più interessanti sulla piazza. Finora la sua filmografia si è rivelata unica nel suo scopo ovvero quello di darmi ripetuti cazzotti allo stomaco e ci sono delle scene di Brawl in cell block 99 che ancora sono lì pronte a tormentarmi.
Forse è il poliziesco più lungo della storia del cinema, almeno di quello che mi venga in mente facendo un sunto degli ultimi vent'anni. Un poliziesco ovviamente desaturato di quasi tutti i colori, le musiche (poche e incisive e composte dallo stesso regista), lasciando la sostanza e mettendo meno mano possibile alla forma.
Un film che nel suo silenzio è capace di trasmettere così tante cose che stento ancora a crederci come sempre anche qui ruotando intorno a uomini duri guidati da codici morali rigorosi (sceriffi, criminali, poliziotti) ma che per un verso o per un altro finiscono sempre per prendere la decisione peggiore possibile e da lì in avanti sarà solo e soltanto un lungo viaggio all'inferno.
Il cinema di Zahler è lento e doloroso, una trappola che mano a mano prosegue abbattendo ogni sfera morale, ogni valore, diventando un gioco perverso dove gli sconti non esistono e si paga sempre con la vita facendo in modo che la tragicità degli eventi sia sempre più asfissiante e ingestibile.
Ancora una volta la violenza grafica anche se in poche scene è inaudita, l'autore arriva dritto al punto, senza giri di parole ma lasciando alla fine con un senso di disorientamento che ancora fatico a credere.




Euforia


Titolo: Euforia
Regia: Valeria Golino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Matteo è un giovane imprenditore di successo, spregiudicato, affascinante e dinamico. Suo fratello Ettore vive ancora nella piccola cittadina di provincia dove entrambi sono nati e dove insegna alle scuole medie. È un uomo cauto, integro, che per non sbagliare si è sempre tenuto un passo indietro, nell'ombra. La scoperta di una malattia grave che ha colpito Ettore (della quale lo si vuole tenere all'oscuro) spinge Matteo a tornare a frequentarlo e ad occuparsi di lui.
Nelle note di regia è la stessa Golino ad offrire una definizione del termine che dà il titolo al film: "Si tratta di quella bella e pericolosa sensazione sperimentata dai subacquei nelle grandi profondità: un sentimento di assoluta felicità e di libertà totale".

Al suo secondo film la Golino fa centro con un film solido, maturo e carico di sentimenti ed emozioni.
Pur non essendo un estimatore della commedia italiana degli ultimi anni, non posso esimermi dal definire questo dramma un importante segnale di vita e di cinema del nostro paese.
Euforia parla di ricongiungimenti, dolore, malattia, rapporti frivoli e una sorta di malessere generazionale. Tutto attraverso lo sguardo di due fratelli, uno in particolare Matteo e la sua famiglia borghese romana cercando di tenere tutto sotto controllo socialmente ed economicamente in un precario equilibrio tra auto giustificazioni professionali (i nuovi campi profughi) e un'insoddisfazione di fondo tacitata con sesso e droghe.
Il film della Golino è infarcito di empatia, di sguardi, di smorfie, sorrisi, tristezza, malinconia e solitudine. Sembrano voler vincere l'angoscia e lo smarrimento ma alla fine quello che più si apprezza e la volontà nonostante le difficoltà da parte di tutti di andare avanti. L'affiatamento tra Scamarcio e Mastrandrea strano a credere ma funziona, coinvolge e a volte fa pure sorridere.
Euforia è un toccasana per i malati, per gli indomiti depressi. La scelta delle scene e dei momenti sono semplici senza troppe costruzioni o scenografie gratuite per mostrare come spendere i soldi del budget. Le poche scene madri presenti nel film, che vedono sempre faccia a faccia Matteo ed Ettore riescono a mantenersi credibili. L'aspetto che ho apprezzato di più essendo un diario del dolore e dell'attesa, è stata la scelta della Golino di fare a meno del pietismo o della commozione come invece capita in tantissime altre commedie nostrane.
In più l'amicizia con la Tedeschi e il film I VILLEGGIANTI deve aver contribuito nel saper gestire l'improvvisazione degli attori e creare tanti momenti involontariamente ironici.

Equalizer 2-Senza perdono



Titolo: Equalizer 2-Senza perdono
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Robert McCall, in passato agente segreto, vive ora in un quartiere popolare a Boston, Massachusetts, e si guadagna da vivere facendo l'autista. La sua amica Susan viene incaricata delle indagini su un apparente omicidio-suicidio avvenuto a Bruxelles in coppia con Dave York, un tempo collega di McCall. L'investigatrice viene però attirata in un tranello e a quel punto Robert entra in azione.

Equalizer è sempre stato un progetto stupido fin dal primo capitolo.
Difficile aspettarsi un miglioramento nel sequel voluto da Washington per pagare le ville in giro per il mondo e da Fuqua per stare a galla in una filmografia mai così sbilanciata dove praticamente sta facendo solo il manovale per le grosse produzioni, eseguendo senza arbitrio il volere dei produttori finendo per scomparire come regista e autore.
Il risultato è in parte telefonato, come i personaggi tagliati con l'accetta, Robert McCall è sempre più marmoreo e ridicolo (su tutti il potere del teletrasporto con cui questi protagonisti action sono ovunque, sempre) la sua bontà d'animo che lo porta a prendersi cura di un ragazzo di colore che rischia di finire in giri sporchi (e di nuovo McCall che pulisce i muri dalle scritte omofobe supera il ridicolo) e infine alcuni accenni da film reazionario che non si possono più vedere.
Questo cinema e queste produzioni hanno un seguito importante che non credevo (mettiamo pure nel calderone tutti i suoi cugini dalla saga e i parenti di Taken 3 a Attacco al potere Attacco al Potere 2 Run all Night Gunman) che negli ultimi anni stanno avendo un notevole successo. 
Contribuisce a tale fenomeno lo spegnimento in sincrono di tutti i neuroni dal momento che sono film scritti male che prendono in prestito da un po tutto e alla fine non lasciano nulla se non un accozzaglia di luoghi comuni che sembrano essere i preferiti degli amanti dell'action moderno. In questo caso il messaggio del film è che i veri terroristi siamo noi, con le falle del sistema corrotte come gli uomini del governo, agenti speciali e vecchi commilitoni di McCall e ovviamente toccherà a lui stanarli tutti.

giovedì 18 aprile 2019

Fauve


Titolo: Fauve
Regia: Jeremy Comte
Anno: 2018
Paese: Canada
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 5/5

Due ragazzi giocano attorno a una miniera di superficie. La complicità si evolve in uno scontro in cui uno vuole prevaricare l'altro. Quando improvvisamente si impigliano nelle sabbie mobili, il dibattito finisce. Prendendo proporzioni più grandi della natura, questo gioco non si rivelerà innocuo come pensavano.

Fauve è uno dei più bei corti che abbia mai visto.
Essenziale, canadese in tutti i sensi, con un piccolo protagonista che sembra Vincent Cassel, un tema scomodo ma attuale e tanti pugni nello stomaco, doverosi per chi racconta una storia senza happy ending ma mostrando semplicemente che la vita non fa sconti a nessuno in particolar modo a ragazzi maldestri che sfidano il pericolo.
Competizione, paura, sopravvivenza, fuga. In sedici minuti l'opera di Comte è straziante senza regalare nulla allo spettatore e lasciando a riflettere sul livello di consapevolezza.
Rischiava di vincere agli Oscar per il miglior corto straniero. Peccato perchè a distanza di tempo, rimane ancora impresso nella retina con una forza e una lucidità notevole.



Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot


Titolo: Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot
Regia: Robert D. Krzykowski
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Calvin Barr è un leggendario veterano della Seconda guerra mondiale che molti anni prima ha assassinato Adolf Hitler: un incredibile segreto che gli causa frustrazione e che non può condividere con il resto del mondo. Un giorno, mentre fa i conti con la sua vita, Calvin riceve la visita dell'Fbi e della polizia canadese. Hanno bisogno del suo aiuto per catturare l'altrettanto leggendario Bigfoot.

Dovrebbe essere un horror ma funziona al meglio nelle scene di rievocazione storica sull'attentato a Hitler, la storia d'amore e infine il suo lato auto ironico dove anzichè mostrare un super uomo a caccia di mostri descrive una persona umile, normale e abitudinaria.
Poi c'è Sam Elliot che tutti ricordano per tanti film ma per me, prima della voce nel film dei Coen, era il co protagonista di Swayze in il DURO DEL ROAD HOUSE con un grandissimo Ben Gazzara, filmetto abbastanza insulso che negli anni dell'adolescenza aveva il suo peso.
Titolo e nome del regista sono troppo lunghi, aggiungo che il film è davvero un esperimento fatto in fretta e furia. Alla fine ci sono così tanti buchi di sceneggiatura che si rimane basiti a vedere tale Calvin che passa da un estremo all'altro arrivando infine a cacciare una creatura che fino a prova contraria sembra essere pure particolarmente piccola per essere il mostro che tutti conosciamo (in realtà sembra un ominide fatto con dei penosi effetti speciali). Manca un filo conduttore e un senso preciso agli intenti del film. Altrimenti è un b movie tecnicamente eseguito bene ma che forse sperava di ritagliarsi un piccolo ruolo di film cult sui mostri, mischiando questo elemento con i nazi che vanno sempre di moda ma purtroppo tutto non fa che finire in un non sense incredibile che aumenta con lil susseguirsi degli atti e delle azioni improbabili del protagonista.



Border



Titolo: Border
Regia: Ali abbasi
Anno: 2018
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Tina ha un fisico massiccio e un naso eccezionale per fiutare le emozioni degli altri. Impiegata alla dogana è infallibile con sostanze e sentimenti illeciti. Viaggiatore dopo viaggiatore, avverte la loro paura, la vergogna, la colpa. Tina sente tutto e non si sbaglia mai. Almeno fino al giorno in cui Vore non attraversa la frontiera e sposta i confini della sua conoscenza più in là. Vore sfugge al suo fiuto ed esercita su di lei un potere di attrazione che non riesce a comprendere. Sullo sfondo di un'inchiesta criminale, Tina lascia i freni e si abbandona a una relazione selvaggia che le rivela presto la sua vera natura. Uno choc esistenziale il suo che la costringerà a scegliere tra integrazione o esclusione.

Border è quel film che non ti aspetti. Un esperimento che attraversa più generi narrativi, il thriller, il fantasy, l'horror metafisico, cercando al tempo stesso di non perdere mai la sua forza e portando in scena diversi temi ( la diversità, il confine tra umano e sovrannaturale che si assottiglia a tal punto da non riuscire più a distinguere specie e genere, ma anche in parte il folklore locale) e diverse scene originali che visionando più di 4000 film non mi era mai capitato di vedere.
Siamo dalle parti di Alfredson ma anche della polacca Smoczyńska.
Esseri che dominavano questa terra, superstiti, una specie ormai in via d'estinzione che cerca di sopravvivere nascondendosi, una forza sovra umana, un olfatto in grado di sentire una micro sd contenente materiale pedo pornografico, i sessi ribaltati (la scena in cui lei ha un'erezione e penetra lui è assurda) e tanto altro ancora.
Trovare un film che riesca in quasi due ore a tenerti incollato allo schermo nel 2019 non è facile. Abbadi dopo Shelley ci riesce scommettendo su un film insolito, scomodo, con due protagonisti che sono in realtà due troll che scelgono per non vivere in solitudine di dividere appartamenti con bifolchi (Tina) o evitare proprio la specie umana perchè inferiore (Vore)
Verso la fine del secondo atto probabilmente si sono fatti prendere la mano perchè se è pur vero che un tema come quello del giro di pedofili risulta essere un espediente sempre efficace (vedi You Were Never Really Here) rischia come in questo caso di pagarne gli effetti su alcuni espedienti e scelte di scrittura poco efficaci (Vore che lavora per questa rete di pedofili e al contempo nasconde feti nel frigo di altre specie ancora) sembra voler essere troppo ambizioso.


New city maps


Titolo: New City Maps
Regia: Giorgia Dal Bianco
Anno: 2018
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Nel documentario gli spostamenti delle persone migranti ridisegnano e trasformano le coordinate del paesaggio urbano di Roma a partire dalle relazioni che stabiliscono con lo spazio pubblico

Giorgia Dal Bianco non è una regista, tanto meno una documentarista. E'un'architetta che si è trovata in mezzo a questo notevole e sperimentale progetto a Roma contribuendo a renderla un'opera video. In questo modo è riuscita a far diffondere questo esperimento condotto da lei e l'equipe, con l'intento di fare in modo che magari altri possano prendere spunto da questo progetto e adoperarsi per aiutare a rendere la capitale un posto migliore per i migranti.
Il breve documentario racconta dello spostamento dei profughi di diversi paesi monitorando il fenomeno dei rifugiati e altre tipologie in transito da Roma e le relazioni che questi stabiliscono con lo spazio pubblico.
L’obiettivo è quello di attivare un percorso di riflessione sul fenomeno e diffondere tramite una app e altre tipologie la possibilità di usufruire di un servizio gratuito e fondamentale soprattutto per i nuovi arrivati che muovono i primi passi nella capitale italiana.
New city maps analizza e descrive una geografia dei luoghi frequentati per soddisfare i bisogni primari. Questo flusso, anche attraverso la proliferazione di insediamenti informali nei luoghi dismessi di Roma, genera per forza di cose pratiche adattati (ovviamente va sempre aggiornato), New city maps ci mostra ancora una volta i mezzi e le risorse di chi non smette di mettersi al servizio dei cittadini.

giovedì 11 aprile 2019

Braid


Titolo: Braid
Regia: Mitzi Peirone
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Petula e Tilda sono due artiste che, trasferite a New York per inseguire i loro sogni, sono finite coinvolte nello spaccio e nella prostituzione. Una sera, perdono 80 mila dollari di stupefacenti e hanno solo 48 ore di tempo per ripagare il debito. Pianificano allora di mettere a segno una rapina ai danni di Daphne, una loro ricca amica d'infanzia agorafobica e schizofrenica che vive nel mondo fantastico che le tre hanno creato da bambine. Per rubarle i soldi, dovranno prendere parte al micidiale universo dell'amica, fatto di allucinazioni, giochi di ruolo, torture e omicidi.

Gli horror psicologici non vanno molto di moda, il perchè spesso è riconducibile alla trama, al modo di non essere chiari fino alla fine e non avere uno script adeguato. Braid incappa purtroppo in questo errore mostrandosi fin da subito voglioso di mostrare location e un manipolo di attrici che sembrano crederci fino in fondo. Un primo atto spavaldo, forse la parte migliore, in cui prima di rinchiuderci nella mansione abbiamo scorci delle vite delle due protagoniste tra fughe da appartamenti pieni di droga e viaggi in treno senza biglietto prostituendosi con il controllore (in realtà si fa solo leccare i piedi). Partendo dal principio vi dico che è più chiara la trama di tutto lo svolgimento del film.
I roccamboleschi switch finali per cercare di far tornare tutto in una parvenza di normalità, servono in realtà a rendere ancora più macchinoso tutto il palcoscenico. Nel terzo atto poi avviene ciò che non ti aspetti. Forse intuendo che diversi elementi non funzionano o non tornano, si punta tutto su un colpo di scena che rovina quel poco che poteva funzionare. Vi lascio con le parole di Peirone che credo non si renda forse bene conto del risultato finale della sua opera.
"Braid" rappresenta tutto ciò che temo. "Braid" è l'orribile abisso che si snoda tra realtà e sogni, tra chi siamo e chi vogliamo essere. L'oscura essenza ancestrale di noi stessi, di ciò che ci circonda, della nostra mente, delle nostre azioni e dei nostri desideri. Cosa succede quando la fantasia e la realtà diventano una cosa sola. Cosa succede quando ci rendiamo conto che tutto ciò che ci circonda è esattamente ciò che abbiamo immaginato. La realtà come estensione dei nostri pensieri, in un mondo in cui si inventa la maggior parte di tutto: società, nomi, lavoro, filosofie, religioni, confini geografici, tradizioni, tempo. Siamo adulti che giocano a fare finta. Siamo le ombre dei nostri stessi sogni. "Braid" è il viaggio metaforico da incubo di tre eroine che si avventurano nel mondo sotterraneo delle loro stesse paure, dubbi e ambizioni insoddisfatte. Questo paese delle meraviglie infernale le tiene intrappolate, proprio come lasciamo che i nostri fantasmi psicologici ci tengano prigionieri del mondo inventato che abbiamo creato strategicamente per noi stessi. Per stare al sicuro nelle nostre piccole macchinazioni. Per impedirci di immergerci nell'ignoto sconfinato, dove tutto dipende da noi. "Braid" è stato concepito per aiutare le persone a vivere meglio, cambiando la loro prospettiva sui propri sogni e il potere dell'immaginazione.



McBetter


Titolo: McBetter
Regia: Mattia De Pascali
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Insieme alla fidanzata Melanie, il ricercatore universitario Malcolm si reca in visita nella villa del suocero Joe McBetter, arcigno imprenditore nel settore dei fast food, marito della giovane Patricia e padre del piccolo Little Joe. Durante un colloquio con Joe, Malcolm cerca invano di convincerlo a rivedere la sua strategia di mercato, concentrando i suoi sforzi sugli insetti anziché sulla carne. Vistosi brutalmente respinto dal suocero, Malcolm trova conforto nella fidanzata, che, da novella Lady Macbeth, lo spinge a portare avanti la propria idea anche con metodi violenti. Ha così inizio un vortice di terrore e sangue, che coinvolgerà tutti i presenti nella lussuosa villa.

Ancora una volta mi ritrovo a visionare l'indie horror italiano per non usare invece i termini, trash, low budget e una messa in scena amatoriale dove di professionale c'è forse solo la locandina.
Mcbetter non avevo proprio idea di cosa fosse. Pensavo ad una falsa riga di McDonald in cui si provasse a lavorare su una metafora contro la multinazionale americana. In realtà, nonostante non ne venga però fatta alcuna menzione sui titoli di testa e forse solo nella trama, McBetter è una rilettura in chiave moderna della tragedia di Macbeth, quando il film non viene inflazionato e ucciso da una recitazione amatoriale da film porno, dove purtroppo tutte le azioni non riescono ad avere effetto per il semplice fatto che non c'è nessun mordente a rendere d'effetto ciò che i protagonisti fanno, azioni a volte senza senso, catapultati in stanze dove poco prima erano in esterni a fare qualcos'altro di poco chiaro, imprigionati in un limbo spazio tempo dove sembrano ricorrersi tra le camere di questa cascina abbandonata nelle lande.
Solo verso il finale quando il film abbandona i toni da commedia per diventare marcatamente horror e in parte splatter, sembra esserci una lieve miglioria in tutto il reparto soprattutto nel montaggio, forse tra gli elementi tecnici la parte migliore.
L'esordio di De Pascali parte da un'idea per nulla ingenua. Cerca di sfruttare un'unica location non avendo possibilità di budget e punta su alcuni dialoghi e un menage a trois i punti cardine del film. De Pascali ha cercato, presentandolo ad una "premiere" nel febbraio del 2018, di far approdare il film nelle sale operazione purtroppo e per evidenti limiti fallita. Alla fine McBetter è uscito direttamente su supporto digitale, in catalogo Home Movies disponibile dalla fine di gennaio 2019.

Uuquchiing


Titolo: Uuquchiing
Regia: Kevin Nogues
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Undergound Cinefest
Giudizio: 3/5

Camille è totalmente smarrito. I giorni sono seguiti da altri giorni in un tempo metronomico, che trascorre tra il suo lavoro in fabbrica e le visite regolari ai suoi nonni. Una sera, mentre sta cenando a casa loro, viene trasportato nel suo futuro, a poche ore di distanza dal presente. Camille, però, non ricorda nulla.

Nogues in sala spiegava che il titolo del suo corto gli era venuto in mente guardando un documentario sulle volpi e la citata sembra essere una delle più rare da vedere.
Più o meno è quello che succede nella vita di Camille.
Provate a immaginare come può essere svegliarsi in un posto senza sapere come ci si è arrivati, vuoti di memoria anticipati da una scossa fastidiosissima (causato da problemi neurologici forse), un padre che sta morendo di Alzheimer e la difficoltà nel non capire cosa sta succedendo nella propria vita. In tutto questo tra un lavoro alienante, una ragazza affascinante e un gruppo di amici che sembrano non prendere sul serio il problema, Camille per non impazzire dovrà prendere una scelta. Poco da dire su un corto realizzato con un incredibile attenzione tecnica, un lavoro sul sonoro in grado di ampliare la sensibilità nostra e di Camille su quanto stia succedendo e in 22' muoversi da una parte all'altra spiazzando e ribaltando luoghi e geografie e rimanendo con un espressione incredula di chi ha paura di svegliarsi magari nel luogo che meno si aspetta o con la paura di poter fare qualche gesto inusitato.


Bird Box



Titolo: Bird Box
Regia: Susanne Bier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Malorie, incinta al nono mese, è tra i pochi sopravvissuti a una serie di suicidi di massa che ha decimato la popolazione mondiale. Barricata in una casa insieme ad altre persone, la donna cerca di elaborare una strategia per sopravvivere in un mondo in cui basta tenere gli occhi aperti per morire. Una madre deve portare in salvo i suoi due bambini. Lo deve fare sapendo di non poter contare sulla vista, lo deve fare bendata. Anche i suoi bambini sono bendati ("Se ti levi la benda, muori. Se guardi, muori. Hai capito?"). Insieme, questi tre individui fragilissimi e ciechi devono navigare lungo un fiume, affrontarne le rapide, penetrare un bosco, combattere a colpi di remi, mazze, cazzotti, coltelli e oggetti di fortuna contro nemici naturali e sovrannaturali. Qualcos'altro? Volendo, sì. Anche se il cuore del film è tutto qui.

Negli ultimi anni il sotto genere post apocalittico è stato molto prolifico. Per gli ultimi anni intendo almeno dal 2010 ad oggi, in cui i rumori, i suoni, tutto poteva essere usato come deterrente, una reale minaccia e uccidere nel peggiore dei modi. In questo caso un virus che passa attraverso uno sguardo non è così banale come idea, come insegnava Palahniuk in Ninna Nanna, tutto può spaventare e far riflettere in fondo.
Susanne Bier, una regista che mi piace molto e di cui ho recensito diversi film, si ritrova anche lei a fare i conti con un sotto genere che diciamolo pure sta andando molto di moda ed è profetico per cercare soluzioni narrative originali. Grazie a Netflix esce Bird Box un film sicuramente non brutto, recitato bene, non amo la Bullock, che dura forse troppo scegliendo il lungo quando il materiale poteva portare anche ad una mini serie, altro espediente che negli ultimi anni va parecchio in voga.
La metafora, che non avendo letto il romanzo non posso sapere se è il punto focale, è interessante in un epoca ormai soppiantata dall'ego digitale. Guardare diventa impossibile. Questo elemento azzera i nostri ultimi processi di relazionarsi e di mostrarsi, come in parte avveniva nel Blindness tratto dal bellissimo romanzo di Saramago, portando ad un riflessione e una metafora che nella lunga durata poteva pungere di più senza limitarsi a cercare le solite sotto storie tra personaggi nemmeno così interessanti.