Visualizzazione post con etichetta 2018. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2018. Mostra tutti i post

sabato 16 novembre 2019

Couteau dans le coeur


Titolo: Couteau dans le coeur
Regia: Yann Gonzalez
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Anne, dopo aver prodotto film porno, decide di cambiare registro ma gli attori del nuovo film sono al centro dell'obiettivo di un serial killer.

Una volta c'era Sconosciuto del Lago dove un killer sconvolgeva le vite di una comunità gay. Ora Gonzales senza attingere da Guiraudie, sembra lanciarsi in un omaggio citazionista a volte forzato anche se esteticamente molto interessante. Un thriller che esamina il mondo porno gay francese degli anni '70 puntando sul cromatismo, sugli eccessi della fotografia, delle gelatine, dei colori saturi, su un voyeurismo delirante e delle belle scenografie anni '70.
Un film dove al sangue si oppongono le scene di sesso, al delirio del killer le risate sui set dei film porno d'autore. Tutto questo attraverso gli occhi della bellissima Paradise, Anne, intenta a dare un senso alla sua vita, a ricongiungersi con la sua amata e a cercare di scovare l'assassino attraverso dei deliri e degli incubi premonitori.
Gonzales fa un film che cerca d'essere esageratamente d'effetto, marcato da una minimalità nel tentativo di rendere delizioso ogni piccolo dettaglio, insistendo sulla forma e rimanendo derivativo sulla sostanza. Il film procede con un ritmo notevole, il cast è ottimo, le musiche ipnotiche, lo stile impeccabile, eppure soprattutto nel finale tutto sembra procedere in maniera troppo lineare senza particolari incidenti o azioni che possano ribaltare l'effetto dei telefonati colpi di scena.
Tra pompini, cazzi che nascondono lame, pellicole, il sesso e la coazione a ripetere come le coltellate dell'omicida, la folla nel cinema porno che uccide la stessa essenza del male, i sogni altalenati alle allucinazioni e alle visioni di Anne e infine la famiglia allargata dove sembrano rifugiarsi tutti i membri della troupe Gonzales infarcisce inserendo davvero di tutto. Couteau dans le coeur esteticamente è molto bello colorato e acceso, però tutto questo appare quasi una lezione di stile, un esercizio di maniera per una storia in fondo estremamente già vista, cambiando solo il sotto genere e infilando tematica queer e tanti, tanti falli oltre che rimandi a profusione su un certo tipodi cinema thriller anni '70 in particolare quello italiano.

Wind(2018)


Titolo: Wind(2018)
Regia: Emma Tammi
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna si trasferisce in un luogo isolato in cerca di una nuova vita. Per lei la realtà si trasformerà in incubo.

Il fatto che negli ultimi anni l'horror abbia come protagoniste personaggi femminili è un fatto innegabile. Una fortuna direi..
La Tammi sembra volerci dire che l'orrore può arrivare dappertutto, anche in lande desolate dove non sembrano quasi esserci nemmeno alberi e anima viva, fatta eccezione per una coppia da poco arrivata, qualche animale della fattoria, un prete e un branco di lupi.
Tammi gira un western horror, un thriller psicologico sospeso tra allucinazioni e presenze soprannaturali, tra fobie e credenze, ritagliato su pochi personaggi portandoli all'isteria, in particolare le donne perchè loro sanno, credono e sentono mentre i maschi no.
Con una resa visiva coinvolgente e attenta, il film parte in maniera minimale cercando i dettagli e gli sguardi profondi di Lizzy vera protagonista della pellicola, su cui il film si concentra, la quale inizierà un vero e proprio calvario, un viaggio nell'orrore cercando di raccapezzarsi e cercando di capire chi sono veramente le persone che gli stanno attorno.
Demons of the Prayer, libri, entità oscure che poi diventano quattro tipologie di demoni differenti, tutto lascia ben sperare nell'inserire nuovamente questo calderone ai giorni nostri visto che la maggior parte degli horror moderni e commerciali trattano l'argomento come se fossero mele ad un bancone della frutta.
La Tammi deliziosamente non ci fa vedere quasi niente ma ci porta a comprendere il dramma che sta avvenendo. Porta a casa una scena squisita, nel primo atto, che ricorda il finale di VVitch dove presumiamo di vedere quella cosa anche quando la visione è coperta e celata. Il tempo, vero fattore che mette i bastoni tra le ruote, non segue un percorso lineare o razionale con salti temporali che però non sono nemmeno così complessi ma che incidono sul ritmo e sull'immedesimazione legata a quanto sta succedendo. Qualche elemento sconclusionato c'è, lo script per quanto accattivante compie alcune ingenuità, ma senza esagerare mai, tenendosi il fucile sempre vicino.
Wind abbatte alcune porte, cerca un sodalizio nel genere con protagoniste per lo più femminili e ha qualcosa, nel suo essere estremamente indipendente e autoriale che fa sempre piacere visionare.
Un film che parte molto lentamente concentrandosi sulle scene partorite come veri e propri quadri con pochissima e centellinata azione, puntando molto sulla suggestione con alcuni momenti decisamente notevoli e qualche colpo di scena abbastanza inaspettato.





venerdì 15 novembre 2019

Red Zone-22 miglia di fuoco


Titolo: Red Zone-22 miglia di fuoco
Regia: Peter Berg
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jimmy Silva è un agente dell'intelligence statunitense con un problema di controllo della rabbia. Quando lui e il suo team sono a caccia di una partita di cesio radioattivo nel sud-est asiatico, si consegna a loro Li Noor, disposto a consegnare il cesio in cambio di asilo politico.

Red Zone è l'ennesimo brutto film, una spy story di un brutto mestierante al soldo delle lobby americane e con intenti reazionari ormai chiari e palesi.
Prende un pò dappertutto, l'ultimo film di Berg, dall'inseguimento e i combattimenti di Raid Redemption nel palazzo iniettando a profusione violenza e adrenalina, dalla sparatoria che ci prova senza ovviamente riuscirci a citare tra le righe HEAT-LA SFIDA, nel cercare di essere modaiolo e furbetto inserendo un Walbergh palesemente annoiato come protagonista, un paio di fanciulle caratterizzate così male e così poco capaci da essere dimenticate praticamente subito e Iko Uwais che come Tony Jaa ormai viene impiegato non male ma peggio come co-protagonista con dei ruoli discutibilissimi.
Red Zone cerca sempre di non rimanere mai fermo nemmeno per un istante, perchè in quei momenti il film a dei cali e crolla dietro una sceneggiatura imbarazzante con il capo dell'Intelligence che controlla tutto dall'alto interpretato dal solito Malkovich che ormai come tanti attori accetta ruoli beceri perlopiù con un parrucchino inguardabile.
Il colpo di scena finale urla vendetta contro gli sceneggiatori, alcuni villain del film non si capisce perchè non vengono uccisi subito quando devono, alcune scene d'azione sono così inverosimili da mischiare il mondo delle arti marziali con cinema spiccio d'azione americano.
Berg come dicevo è un semi-reazionario che ha scelto Walbergh come attore feticcio almeno negli ultimi suoi quattro film con risultati abbastanza stagnanti e non sempre così beceri e politicamente a favore della bandiera stelle e striscie. Senza contare che nel rapporto di coppia regista-attore sembra esserci la volontà di affiancare l'agente Silva al fianco di celebri "colleghi" come Ethan Hunt e Jason Bourne.
HancockBattleshipLone SurvivorDeep WaterPatriots Day sono alcune delle sue chicche, film penosi che come il secondo citato, meritano davvero la fine e la resa nel settore dando la possibilità a gente più capace di mettersi all'opera. E pensare che il suo esordio ancora adesso rimane il suo film migliore COSE MOLTO CATTIVE. Berg mi duole davvero dirlo ma se lo è meritato col tempo entrando di fatto nell'olimpo tra i peggiori mestieranti americani, con idee e una morale pessima e decisamente dannosa per il pubblico yankee che vedrà in questi suoi film dei traguardi di un paese di cui vanno solo orgogliosi senza comprendere quale sia la verità e la responsabilità morale di dover sempre muovere guerra contro tutto e tutti. Spie russe, terroristi praticamente in ogni dove quasi tutti orientali, l'idea di dover sacrificare i propri compagni per un ideale, giustiziare civili e innocenti senza il minimo esame di coscienza usando i droni, tutto sembra essere giustificato come se non esistesse una reale alternativa.



giovedì 24 ottobre 2019

Go home-A casa loro

Titolo: Go home-A casa loro
Regia: Luna Gualano
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Roma. Viene aperto un centro d’accoglienza per migranti, e come di consueto, manifestanti di estrema destra rivendicano quelli che credono essere i loro diritti, con un picchetto al di fuori dell’edificio. D’un tratto l’impossibile: un attacco zombie invade l’aria in cui è sito il centro d’accoglienza, morti o zombiezzati tutti i protestanti rimane solo Enrico, un fascistoide che in ultima istanza pensa bene di trovare rifugio anch’esso all’interno della casa d’accoglienza, nascondendo a tutti la sua vera identità.

Horror italiani indie low budget sugli zombie non sono stati tanti negli ultimi anni.
C'è stato End-L'inferno fuori di Misischia e poi più nulla se contiamo le opere che almeno dal punto di vista della produzione e della distribuzione possano definirsi decorose e non "troppo" amatoriali.
Portato a termine grazie ad un’operazione di crowdfunding, Go Home unisce intrattenimento e critica sociale, seguendo le orme di Romero e Peele, senza riuscire ad emergere come avrebbe potuto, prendendosi più sul serio e portando a casa qualche buona scena.
Come risultato non è male ma a livello tecnico i limiti del film sono evidenti così come gli sforzi di Gualano che però incappa in alcuni difetti e problemucci che non sono nemmeno solo tecnici.
Ci sono dei momenti di una banalità profonda e tanti stereotipi come il ragazzino che sogna di giocare al pallone sempre in silenzio con gli occhioni languidi, il gigante nero buono che viene dall'Africa, la madre (nonchè unica donna) sfuggita alla guerra che rincuora il figlio (sempre quello del pallone). Momenti dove nelle scene d'azione il vuoto è abissale come prova attoriale, per le scene horror che non provano nemmeno a fare paura e poi i pestaggi, soprattutto quello iniziale dove sembra che stiano dando dei passaggi alla palla e non prendendo a calci i manifestanti davanti al centro d'accoglienza. Senza stare a precisare un baio di battute davvero fuori luogo e imbarazzanti per dare ancora più consistenza al dramma dei migranti.
Zombie-movie in un centro d'accoglienza. Certo l'intuizione non è male, ma non lo era nemmeno Dead Set con gli zombie in Inghilterra che attaccavano i membri della casa del grande fratello. Quella piccola mini serie però era violenta, aveva tanto ritmo e gli zombie facevano paura. Qui la metafora dello zombie migrante funziona a tratti, i fasci fanno più paura, l'ansia non si avverte mai e Roma sta perdendo sempre di più se stessa e il film infine si aggrappa in troppi momenti a stereotipi rassicuranti.

Ride

Titolo: Ride
Regia: Valerio Mastrandrea
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Carolina è vedova da una settimana e non riesce a piangere. Seduta sul divano, assorta in cucina, in piedi alla finestra, scava alla ricerca delle lacrime che tutti si aspettano da lei. Anche Bruno, il figlio di pochi anni che sul terrazzo di casa 'mette in scena' i funerali del genitore. Nessuno, nemmeno il padre e il fratello di Mario Secondari, giovane operaio morto in fabbrica, sembra riuscire a fare i conti col lutto. Tra un occhio nero e una nuvola carica di pioggia, Carolina farà i conti con l'assenza.

Ride è l'esordio alla regia per Mastrandrea. Recita la compagna, la Martegiani, un'attrice che riesce in un difficile ruolo a dare una bella catarsi ad un personaggio complesso da mantenere per tutta la durata del film. Ride sembra il punto focale nella carriera di un attore che in questi anni si è confrontato diverse volte con il tema del dolore e della morte dopo aver dato vita nel 2005 ad un corto molto simpatico TREVIRGOLAOTTANTASETTE.
Il film della Golino del 2018 Euforia e poi lo stesso anno la serie tv LA LINEA VERTICALE.
Ride è un dramma sulle morti bianche, una denuncia sociale che presto però lascia il passo ad un quadro più intimista, un approfondimento psicologico sull'elaborazione del lutto, molto pacato, lento, minimale, un film che sembra un mosaico di sguardi lontani e bloccati dalla morsa della perdita, una morte prematura che il regista sgocciola poco alla volta concentrandosi sulle ultime 24 ore che precedono il funerale della vittima.
La galleria di personaggi che fanno visita a Carolina sembrano ancora più assenti della protagonista come se avessero loro per primi bisogno di essere sostenuti.
Il problema del film è legato ad un castrazione che sembra colpire e unire tutti in un pianto disperato e silenzioso che si cerca di non esternare, con il rischio e la sensazione che tutti siano stati troppo frenati e lasciati a fluttuare in una sorta di limbo.



lunedì 21 ottobre 2019

Angelo del crimine

Titolo: Angelo del crimine
Regia: Luis Ortega
Anno: 2018
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

Buenos Aires, 1971. Giovane, spavaldo, coi riccioli biondi e la faccia d'angelo, Carlos entra nelle case della gente ricca e ruba tutto ciò che gli piace. L'incontro a scuola con Ramón, coetaneo dal quale è attratto, segna il suo ingresso in una banda di criminali, con la quale compie altri furti e soprattutto il suo primo omicidio, di fronte al quale rimane assolutamente impassibile. Fino alla morte dell'amato Ramón e oltre, Carlos proseguirà indisturbato le sue attività criminali, uccidendo ancora e talvolta facendo ritorno dai genitori come un figlio qualsiasi. Verrà arrestato dopo un colpo andato a male e l'assassinio di un complice.

Come spiega il film nel finale, anche una faccia d'angelo può nascondere un feroce omicida. Il film di Ortega di fatto dimostra una realtà che non poteva più essere nascosta e che riportava al riconoscimento dei presunti serial killer, persone per lo più di colore o che rispondevano a determinati tratti somatici. La teoria lombrosiana accennata verso il finale fa un bel passo in avanti, ipotizzando e dovendo per forza trovare una giustificazione, dopo l'arresto di Carlos dove venne appurato che il suo aspetto ambiguo potesse averne favorito la devianza psichica sfatando così il luogo comune degli occhi sporgenti, della pelle scura, del naso aquilino e i denti storti.
La storia di Carlos Robledo Puch, "el Ángel de la Muerte", il più famoso serial killer argentino, arrestato nel 1972 dopo aver ucciso almeno 11 persone cerca di essere molto fedele alla storia, evitando esagerazioni o forzature troppo marcate, cercando di documentare gli eventi principali attraverso il comportamento apparentemente sociopatico del suo protagonista e delle sue azioni.
Una famiglia vera di criminali a cui appoggiarsi, una famiglia putativa che non riesce a vedere cosa sta succedendo, diventando a tratti complice nell'aver paura dell'impulsività del proprio figlio. Tutti provenienti da una famiglia povera ma onesta. Un lato queer del protagonista che emerge solo in alcuni dialoghi come quando la madre di Ramon vorrebbe iniziare faccia d'angelo, ma il ragazzo risponde di essere interessato a suo marito, la vera mente criminale; un uomo che agisce indisturbato alle spalle del figlio e di Carlos, trovandolo geniale ma allo stesso tempo nascondendo inquietudine  e paura di come il giovane non abbia nessun tipo di esitazione ad uccidere chiunque.

Batman ninja

Titolo: Batman ninja
Regia: Junpei Mizusaki
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Mentre sta combattendo con Gorilla Grodd all'Arkham Asylum, Batman finisce inghiottito da una macchina del tempo creata dal suo avversario e si trova trasportato nel Giappone feudale. Qui viene affrontato da dei samurai alle dipendenze del Joker, anch'esso finito con l'inseparabile Harley Quinn in quell'epoca passata.

Batman ormai è stato portato al cinema in tutte la salse possibili e immaginabili.
Senza contare i film veri e propri e parlando solo dell'animazione, i lavori sono stati molteplici con tanti profili diversi arrivando spesso a cambiare i generis.
In questo caso ancora una volta si è arrivati ad un passo decisivo, cambiando e ritrasformando un universo, quello del celebre super eroe, dove ancora una volta è innegabile il talento e l'impronta degli orientali.
Siglando un accordo con la Dc comics e la Warner, Mizusaki, autore della celebre saga d'animazione LE BIZZARRE AVVENTURE DI JOJO e grazie all'animazione di Takashi Okazaki AFRO SAMURAI, riesce a mescolare sapientemente canoni e stereotipi grazie ad un estetica, vera padrona del film, che lascia basiti per la sua cura, per il suo proporre dei temi e uno stile del tutto nuovo, ridisegnando i cattivi più bizzarri di Gotham City, che si sono spartiti il Giappone feudale e unendoli al personaggio di Gorilla Grodd, la ciliegina che mancava.
Questa società segreta dei super criminali è stata riscritta, amplificata in maniera quasi sempre funzionale, una pellicola folle ed esagerata, sempre spettacolare anche quando scivola in alcuni trappoloni lasciando quasi da parte la storia per puntare tutto sui combattimenti mirabolanti. Si vede che c'è stata molta libertà in tutte le fasi del progetto, la sceneggiatura nella parte finale mischia troppi elementi, il film d'altra parte inserisce davvero tantissimi personaggi con il rischio di non riuscire a far quadrare tutto ma lo sforzo reso resta comunque innegabile.
I richiami su un certo tipo di cinema d'animazione nipponica sono evidenti ma mai disfunzionali, questo nuovo Batman potrà risultare antipatico per certi versi, ma per il sottoscritto, nonostante i limiti che ci sono e gli scivoloni che la storia prende, è un innegabile prova del fatto che questa sperimentazione ha fatto bene, regalando un'opera nuova, anarchica, originale e piena anzi straripante di azione e coinvolgimento.

lunedì 7 ottobre 2019

Comprame un revolver

Titolo: Comprame un revolver
Regia: Julio Hernandez Cordon
Anno: 2018
Paese: Messico
Giudizio: 4/5

In un mondo dove le donne vengono costrette a prostituirsi e uccise, una ragazza indossa una maschera di Hulk e una catena intorno alla caviglia per nascondere il fatto di essere una donna e aiutare suo padre a prendersi cura di un campo da baseball abbandonato dove giocano gli spacciatori. Tutto scorre finchè il padre viene invitato a suonare ad una festa e decide di portare la figlia con sé. Durante la festa avviene una sparatoria. Le conseguenze sono drammatiche e la ragazza deve fare di tutto per fuggire.

“Messico. Nessuna data precisa. Tutto, assolutamente tutto, è gestito dai cartelli. La popolazione è in diminuzione per la mancanza di donne”
Era dai tempi di Gillian che non vedevo di nuovo un rapporto per certi versi malato tra padre e figlia, quando quest'ultima lo aiuta a drogarsi e procurargli ciò che gli serve.
Il mondo è dominato dai narcotrafficanti e il film c'è lo dice subito mettendo in risalto un territorio completamente dominato da eccessi, soprusi, violenza, bambini lasciati a se stessi con arti mozzati e le donne sono disperse, o meglio sono costrette a prostituirsi o finiscono uccise.
Huckleberry Finn nel paese di Mad Max in un futuro distopico, lo ha definito Cordon, regista assai esplicito e particolare, avvezzo ai generi e i territori inesplorati dell'indie estremo a basso budget, qui di nuovo alle prese con un dramma sconvolgente in cui sembra impossibile non essere invischiati con la malavita locale.
Un regista cazzuto che mostra senza veli la realtà e i disagi senza edulcorare nulla ma lasciando basiti di fronte a dei personaggi che hanno perso l'umanità raffigurando un manifesto inquietante di un universo probabilmente non troppo distante dal presente pieno di pathos e di sguardi sofferti dove non ci sono eroi e sconti per nessuno.
Un braccio mancante, una sparatoria che lascia tutti a terra, i bambini costretti ad un viaggio dell'eroe e di sopravvivenza che gli porterà verso la libertà. Il film ha un bel ritmo si prende i suoi tempi, è minimalista ed è persuaso dall'inizio alla fine di un atmosfera dove quella che permane in assoluto soprattutto per gli adulti è la paura e il malessere e il disagio sembrano non staccarsi mai dalle difficoltà e le dipendenze dei suoi personaggi.

Lord of Chaos

Titolo: Lord of Chaos
Regia: Jonas Åkerlund
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il diciassettenne Euronymous è determinato a sfuggire all'educazione tradizionale nella Oslo degli anni ottanta. Ossessionato dal voler creare la vera musica norvegese black metal, con la sua band Mayhem, crea un fenomeno utilizzando acrobazie scioccanti che attirano l'attenzione sulla band. Ma, come i confini tra sogno e realtà iniziano a confondersi, cominciano incendi dolosi, violenza e un omicidio che scuoteranno profondamente la nazione.

Lord of Chaos è un'opera pretenziosa che vorrebbe dire e fare e mostrare tante cose, forse troppe finendo, come tante opere simili, con il mischiare tutto in enorme bolla che esplode nel finale nella maniera più telefonata possibile.
E'quasi inopportuno definirlo un brutto film, perchè la regia nella messa in scena è solida con il compito di coinvolgere lo spettatore ma soprattutto scioccarlo, elemento sempre più difficile, soprattutto quando viene spiattellato in faccia allo spettatore ogni possibile scena di crudeltà che non riesce mai ad essere pienamente credibile eccetto forse il suicidio del cantante nel primo atto.
Omicidi, suicidi, automutilazioni, culto del diavolo, atti di cannibalismo, chiese incendiate, omicidi di omosessuali, sesso a profusione, accoltellamenti, neo-nazisti, rese dei conti, ritorno alla normalità dopo aver conosciuto l'altro sesso, il metal come forma di ribellione e diversità e infine la Norvegia che rimarrà pure un paradiso naturale, ma dove il tasso di suicidi con i paesi limitrofi è sempre tra i più alti al mondo.
Documentario, mockumentary, dramma, storia di competizione tra tardo adolescenti, ci sono troppi ingredienti nel film, alcuni decisamente riusciti e ottimi da digerire, altri invece sanno di esercizio di stile, di esagerazione fine a se stessa per diventare una sorta di cult negli amanti del metal. Alla fine la risposta è che Lord of Chaos è un film di finzione dove Akerlung prova a mettercela davvero tutta con la sua opera prima e avendo avuto modo di mettersi alla prova con videoclip musicali.
I Mayhem non li conosco, mentre guardavo il film, ho letto su Wikipedia cosa fosse successo e sembra che le libertà prese da regista e sceneggiatore ne abbiano colorato parecchie dando una loro visione con le loro ipotesi su quanto accaduto edulcorando con molti eccessi diversi passaggi e prove iniziatiche della band (Euronymous che mangia pezzi di cervello del cantante della band che si suicida).

mercoledì 2 ottobre 2019

Styx

Titolo: Styx
Regia: Wolfgang Fischer
Anno: 2018
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Una dottoressa decide di prendersi una pausa dal lavoro e di salpare in solitaria sulla sua barca a vela da Gibilterra ad un’isola incontaminata nell’Oceano Pacifico. Il suo viaggio sembra scorrere serenamente finché, dopo una brutta tempesta, si imbatte in un peschereccio arenato pieno di profughi africani in grave difficoltà. Alcuni di loro provano a raggiungerla, ma solo un giovane ragazzo ce la fa. Insieme cercano di chiamare i soccorsi che tardano ad arrivare, mentre la situazione si fa sempre più drammatica. La donna si troverà quindi ad un bivio: provare ad aiutare gli uomini e le donne bloccati sull’imbarcazione oppure farsi da parte ed aspettare aiuti adeguati.

"Volevo fare un film che parlasse di noi stessi, di chi siamo, di come viviamo oggi e di chi vogliamo essere domani. Ma soprattutto desideravo aprire un dialogo con il pubblico e creare un impatto emotivo sullo spettatore, in modo che alla fine si chiedesse: 'Cosa avrei fatto al posto della protagonista?'"
Styx come lo erano alcuni film di Carpignano è un film con una forte impronta sul sociale.
Un'opera e un cinema di denuncia che parla di argomenti quanto mai attuali come in questo caso il dramma dei migranti. L'esordio di Fisher non è mai banale con alcune scene potentissime come i profughi che scappano dalla loro imbarcazione o la lotta tra Rike e il ragazzino con quella scena indimenticabile in cui lui per ribellarsi al fatto che la protagonista non possa e non riesca a salvare altre vite, butta tutte le bottiglie d'acqua in mare.
Fischer parte con un film che è un missile, con tanti silenzi che in realtà comunicano più di molti dialoghi, sguardi sofferti, scelte emblematiche e la realtà che sembra superare la fantasia come quando Rike chiede aiuto ma le viene imposto di farsi da parte e di lasciare che siano Altri a salvare la nave e recuperare i dispersi.
Un film commovente ma solido che non cerca sensazionalismi ma è impermeato nella più tragica realtà senza bisogno di edulcorare i fattori e la sostanza drammatica.
E'un film sulla volontà di prendere delle decisioni anche quando ci viene negato, una cartina sul presente, sul bisogno di far luce e raccontare quello che sta accadendo, l'epopea dei migranti, la solitudine,  il dilemma della responsabilità collettiva,  il dubbio morale, la gestione dell'accoglienza e del soccorso in mare, raccontati attraverso lo sguardo profondo della sua protagonista.
Styx è stato girato quasi interamente in mare aperto, eccetto qualche scena nel primo atto prima che Rike salga sulla nave. Il merito più grande del film a parte non avere forzature è proprio quello di non voler "approfittare" dell'epoca storica per catturare facili eroismi, ma invece una lotta contro se stessi e le istituzioni, seguendo e perseverando il proprio dovere morale, quello che molti di noi stanno perdendo.

Starfish

Titolo: Starfish
Regia: A.T.White
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ritratto unico, intimo e onesto di una ragazza in lutto per la perdita della sua migliore amica. Accade proprio nel giorno in cui il mondo così come lo conosciamo sta per finire.

L'esordio di White è associabile a tanti filoni cinematografici, ormai una consuetudine per chi è avvezzo a nuotare a stile libero tra i generi. Un film di stampo autoriale che si dipana nel primo atto come un vero e proprio dramma autoriale, con riprese a spalla, la camera che segue la sua protagonista e alcune note dolenti di una meravigliosa soundtrack che sono lì pronte a farti capire che sta per succedere qualcosa, anche se quello che veramente un certo tipo di pubblico si aspetta non arriverà mai.
Starfish può essere definito un un mystery movie, un dramma autoriale, un horror, uno sci-fi dai contorni post-apocalittici. Tutti elementi che non vengono sbattuti in faccia allo spettatore in un caos di immagini dove l'azione prevale sulla narrazione. Al contrario il film si prende i suoi tempi, ostenta quanto ci si potrebbe aspettare di vedere, lascia Aubrey a parlare quasi sempre tramite una radio venendo a conoscenza di queste creature uscite da portali spazio-temporali.
Un film criptico, lento, pienamente autoriale, ermetico e con tutta una sua simbologia di una visione di cinema e di storia complessa e non sempre decifrabile.
Mancano quelle scene madri di spessore che sono una regola in pellicole recenti e simili come Captive state o lo sconosciuto indie low budget Axiom con una trama per certi versi molto simile tolto il tema del post-apocalittico. Qui il budget è molto risicato, un indie che fin dall'inizio predilige un'altra atmosfera di spaesamento dove il dramma interiore della protagonista accompagna le sue scelte e le sue azioni, nonchè gli obbiettivi, rendendola sola e spaesata, a tratti allucinata, in un'ambiente ormai privo di vita.
Ci sono echi alla Matheson proprio quando sembra sia proprio Aubrey tra i pochi esseri viventi rimasti sulla terra, segnali che come per i simboli e la voce proveniente dalla radio ci riportano a una dimensione sconosciuta che richiama l'apocalisse.

domenica 29 settembre 2019

Arctic

Titolo: Arctic
Regia: Joe Penna
Anno: 2018
Paese: Islanda
Giudizio: 3/5

Artico. La temperatura può scendere fino a -70°. In questo deserto ostile, gelido, lontano da tutto, un uomo lotta per la sopravvivenza. Intorno a lui, l’immensità bianca e una carcassa dell’aeroplano in cui si era rifugiato, segno di un incidente già lontano. Nel corso del tempo, l’uomo ha imparato a combattere il freddo e le tempeste, a fare attenzione agli orsi polari, a cacciare il cibo. Un evento inaspettato lo costringerà a partire per una lunga e pericolosa spedizione per la sopravvivenza. Ma questa terra ghiacciata non perdona alcun errore

L'esordio di Penna, regista brasiliano, è un survival movie denso e penetrante ma che alla fine non lascia molto se non una bella galleria d'immagini e una prova attoriale indiscutibile.
Quasi un horror per come configura gli spazi mai così aperti e al contempo così claustrofobici. Sembra non avere mai un inizio e una fine in quel bianco infinito, in quelle distese ghiacciate e in un ambiente mai così pericoloso dove la natura incombe sull'uomo rendendolo un puntino in un'ambiente sempre più danneggiato dalle noncuranze del genere umano.
Overgard sembra vivere in un limbo dove la dimensione spazio tempo sembra ripetersi senza variazioni, in una monotonia e una ricerca della sopravvivenza continua e incessante come il desiderio di vita del protagonista. Le disgrazie, gli ostacoli, diventano sempre più marginali per una lotta interna in cui la solitudine e la speranza giocano in un perverso braccio di ferro.
Mikkelsen come sempre non ha bisogno di presentazioni e il suo sguardo solido e magnetico calibra tutti quei momenti in cui il film sembra spegnersi inesorabilmente schiacciato dalle stesse forze che chiama in gioco.

Uomo sul treno

Titolo: Uomo sul treno
Regia: Jaume Collet-Serra
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Michael MacCauley è un pendolare che da circa vent'anni, tutti giorni feriali, si reca a New York, finché non perde il lavoro presso una importante compagnia di assicurazioni. Prima era un agente di polizia e ha ancora amici nel dipartimento, tanto che confessa la sua disgrazia all'ex partner e aspetta invece di tornare a casa per dirlo alla moglie. Sul treno del ritorno incontra però una donna misteriosa che gli offre centomila dollari in cambio della sua collaborazione: vuole che trovi una persona di cui sa solo che non si tratta di un passeggero abituale. Lui non sa se prenderla sul serio o meno finché non scopre che i soldi ci sono davvero, ma a quel punto è troppo tardi per tirarsene fuori e si ritrova costretto a stare al gioco, anche perché nel mentre l'organizzazione della donna si mostra capace di uccidere e sostiene di avere in pugno la famiglia di Michael.

Serra è un mestierante al soldo delle major. Un tecnico con poche velleità sprecato a girare insulsi film d'azione che vedono quasi sempre come protagonista Liam Neeson.
Fatta eccezione per Run all Night tutta la sua filmografia è un altalena tra film per famiglie, horror discutibili e action di stampo vagamente reazionario.
L'uomo sul treno è forse uno dei peggiori film di Neeson diventato una sorta di idolo per pellicole di questo tipo dove alterna film di vendetta in cui è lui da solo contro tutti.
Ambientato all'interno di un treno per tutta la sua durata, forse l'unico elemento interessante, il film non risparmia una confusione che fin da subito rende lo stesso incidente scatenante di un'idiozia rara e dunque uno svolgimento che non prevede colpi di scena se non alcuni in maniera improvvisa e spesso senza soluzione di continuità.
Scritto molto male e diretto forse peggio, il film non ne azzecca una diventando a tratti noioso e insopportabile proprio nella sua continua ricerca di trovare un villain tra tante comparse in uno scenario che sembra un b-movie e una versione trash di un racconto di Agatha Christie. La solita disperata corsa contro il tempo che non accenna a tirare fuori qualche elemento decente che non sia già visto e stravisto, con un Neeson solito ombroso e roccioso che a tratti non sembra nemmeno crederci.

venerdì 9 agosto 2019

Astral


Titolo: Astral
Regia: Chris Mul
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Studente di metafisica, Alex scopre la pratica della proiezione astrale e la possibilità di viaggiare in una dimensione diversa dalla nostra. Ancora alle prese con il dolore per la prematura scomparsa della madre quando era bambino, Alex decide allora di usare la proiezione astrale per tentare di entrare in contatto con lei. Mentre i suoi esperimenti aumentano di giorno in giorno, Alex inizia a isolarsi da tutti coloro che si prendono cura di lui, andando incontro a un continuo deterioramento delle sue condizioni mentali.

"La prima cosa da fare è trovare un posto comodo. Stare sdraiato sulla schiena e riposare gli occhi. Se senti il bisogno di spostarli, ignoralo. Concentrati sul tuo respiro. Inganna il cervello come che il corpo stesse sognando: questo attiva la paralisi del corpo, uno stato di transizione tra veglia e sonno. Quando succede questo, puoi separarti dal tuo corpo fisico paralizzato. Concentrati sulle parole: sono in totale pace, connesso a tutto ciò che esiste. Ho il potere di viaggiare dove voglio andare. Sarò protetto mentalmente, fisicamente e spiritualmente."
Astral è un indie passato inosservato pressochè ovunque, senza l'ombra di una distribuzione e tutto questo è un gran peccato perchè l'esordio di Mul andrebbe tenuto d'occhio proprio per il suo declinarsi sull'occulto e il soprannaturale senza rovinarlo con effetti in c.g e creature che servono solo da maschera per il vuoto della scrittura.
Mul probabilmente come il protagonista o l'insegnante dell'università, sembra particolarmente attratto dall'occulto, riuscendo a sondarlo in maniera atipica, mai scontata, tranne qualche scena nel finale che proprio per regalare intrattenimento e azione mostra una possessione facendo vedere i demoni, riuscendo a non risultare ridicolo ma coerente con il resto del film.
Dopo una prima parte interessante dove il regista si prende tutto il tempo per raccontarci cos'è un viaggio astrale e come poterci entrare, non senza i rischi che uno psichiatra e una medium gli fanno presente, Astral persegue un percorso da omnibus dell'horror mettendo in campo demoni, uomini ombra e pure appunto la possessione demoniaca in una scena che sembra citare Raimi.
Con un cast di giovani che riescono a risultare maturi e interessanti, Astral non è certamente esente da difetti, ma riesce molto bene a fare quello che dimostra di saper fare senza fare ricorso a troppi elementi esterni rimanendo sempre focalizzato sul punto di partenza.
La scena finale poi è crudelmente perfetta girata con due lire come tutto il resto del film, dimostrando ancora una volta come anche nel low budget sia possibile dimostrare di saperci fare con idee brillanti e poco abusate

Tumbbad


Titolo: Tumbbad
Regia: Rahi Anil Barve & Adesh Prasad
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 3/5

India, XIX secolo: ai margini del fatiscente villaggio di Tumbbad vive Vinayak, testardo figlio illegittimo del signore locale, ossessionato dal mitico tesoro dei suoi antenati. Il ragazzino sospetta che la bisnonna, strega vittima di una maledizione, ne conosca il segreto ed è da lei che scoprirà dell’esistenza di una divinità malvagia posta a guardia del tesoro. Quella che inizia con una manciata di monete d’oro, si trasforma in una brama vertiginosa che crescerà per decenni, un’avidità irrefrenabile che trascinerà Vinayak sino ad un epico regolamento di conti…

Tumbbad è l'horror folkloristico indiano co prodotto dalla Svezia che non ti aspetti in una mega produzione che si vedono purtroppo sempre più di rado.
Parte bene, forse troppo, infila così tanti elementi da farti gongolare estasiato, cresce di intensità, decollando per poi finire dritto dritto contro una montagna imprevista con un finale molto discutibile.
Horror folkloristico ma anche dramma storico e sulle classi sociali (l'emancipazione del paese e della donna) oltre che ovvi rimandi al fantasy.
L'esordio alla regia dei due registi tra le fonti di ispirazione, cita anche l’opera di Narayan Dharap, autore prolifico di letteratura horror.
La storia si muove aprendo e scandagliando varie tematiche dove la principale citata anche nei titoli di testa è l'egoismo umano che crescerà nel film di generazione in generazione, arrivando all'apice con la scelta e il bisogno di varcare la soglia dell'inferno per rubare monete d'oro al dio confinato dalle altre divinità nel grembo materno della grande dea.
Inoltre quello che fin da subito stupisce ancora una volta è l'altissimo livello tecnico con una qualità produttiva incredibile dove tutto sembra studiato e confezionato perfettamente dalle ambientazioni suggestive, la colonna sonora epica ma non troppo, effetti visivi a tratti esagerati (la nonna/strega maledetta incatenata all'inizio, Hastar e le creature mostruose e sanguinarie, il ventre venoso teatro dell’orrore) e ben utilizzati in un crescendo di gore, cura dei dettagli e altissima definizione fotografica.



Hotel Artemis


Titolo: Hotel Artemis
Regia: Drew Pearce
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

2028. Sherman e Lev rapinano una banca durante il giorno dell'annunciata rivolta di Los Angeles, scoppiata in seguito alla privatizzazione dell'acqua. Dopo una sparatoria con la polizia Lev rimane gravemente ferito e per salvargli la vita non resta che Hotel Artemis, la clinica segreta riservata a una ristretta cerchia di fuorilegge. Ben presto la collisione tra la tensione interna all'Artemis e quella sulle strade di Los Angeles porterà a una escalation di violenza.

La cosa più bella del film è lo sfondo esterno dove non si capisce bene cosa stia accadendo ma tutti ne hanno paura e vediamo aerei precipitare senza capire cosa gli abbia colpiti.
Tutto invece quello che capita dentro l'hotel, dopo 7 sconosciuti a El Royale, anche quello incasinato e sconclusionato ma meno peggio di questo, è di una noia e di una banalità che non pensavo davvero che con così tanti elementi a favore scadesse in un centrifugato di stereotipi.
L'elemento peggiore al di là della storia è proprio la profondità dei personaggi, tutti macchiette sopra le righe, che gigioneggiano con i personaggi rendendoli solo pretenziosi e fastidiosi.
Con dei buchi di sceneggiatura e dei dubbi grossi come una casa, il film purtroppo parte male per finire peggio, con un climax che rischia pure di essere ridicolo e un Goldblum che prende in giro il suo stesso personaggio.
E'davvero un peccato perchè gli elementi c'erano tutti forse avrei fatto delle scelte diverse su parte del cast che risulta confuso con combattimenti che non andavano fatti e dialoghi che sfiorano il ridicolo. Una premessa come film a tratti post apocalittico sfumata, che promette tanto e mantiene poco o nulla, dove il ritmo dal secondo atto in avanti rallenta vertiginosamente facendo così in modo che il film non riesca mai ad assumere nessun genere preciso confondendosi da solo senza avere mai un'identità chiara nello script.
La regia di Pearce è buona a livello tecnico, forse troppo, sbilanciato su una regia patinata e riprese colorate ed eleganti ed esteticamente perfette ma dimenticando tutto il resto.



Villeggianti


Titolo: Villeggianti
Regia: Valeria Bruni Tedeschi
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una villa sulla riviera francese. Un luogo che sembra fuori dal tempo e anche isolato dal resto del mondo. Anna la raggiunge con la figlia per alcuni giorni di vacanza. In mezzo ai familiari, agli amici e al personale di servizio, la donna deve riuscire a gestire la recente fine del suo matrimonio e la preparazione del suo prossimo film. Dietro alle risate, alle discussioni e ai segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere.

I villeggianti è un film borghese, che non ha tanti motivi per esistere, vede la sua paladina ergersi a regina incontrastata nella modesta galleria di personaggi che popolano la villa.
Eppure pur essendo il primo film che vedo della Tedeschi come regista, stranamente viste le premesse è un film che alterna tanti stati d'animo diventando sempre di più un'antipatica riflessione sulla fragilità delle persone e delle coppie.
Un film viziato, che sembra un'autoanalisi della regista/attrice e dei mali e i vizi che la consumano, però si rimane a guardargli senza fare una piega, con l'incertezza di vedere dove vuole andare a parare, a volte da qualche parte a volte invece da nessuna in particolare.
Lo struggimento interiore, la crisi di nervi (ripetendo agli ospiti per l'ennesima volta di essere stata abusata da piccola), la rottura dei legami sentimentali, tutte queste coordinate vengono sparse durante il film in modo però molto attento e inusuale, cercando di citare un certo cinema colto, senza riuscirci ma senza nemmeno osare troppo rischiando di auto compiacersi.
Un film che sembra molto autobiografico che non annoia mai anche quando alcuni tratti sono davvero lenti e fine a se stessi. Tutti cercano di dare il loro meglio in questo film corale che come diceva qualcuno può sedurre o irritare. A tratti entrambi direi, in un rincorrersi drammatico ma poi ironico poi tragicomico peccando solo quando cerca di essere estremamente maturo.

Welcome home


Titolo: Welcome home
Regia: George Ratliff
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Bryan e Cassie partono dagli Stati Uniti per una vacanza da sogno nella campagna umbra. A prima vista sembrano la coppia ideale: giovani, attraenti e innamorati. Ma è subito evidente che "c'è del marcio in Danimarca": Cassie si spaventa troppo facilmente e ha continui flashback di una relazione violenta; Ryan invece non riesci a togliersi dalla testa l'immagine di Cassie che lo tradisce con un collega di lavoro - cosa effettivamente accaduta, e che i due stanno cercando di superare proprio attraverso la loro idilliaca vacanza in Italia. Appena arrivati nello splendido casale in provincia di Todi i due però si imbattono in Federico, un vicino di casa esperto di computer, che ha le fattezze seducenti di Riccardo Scamarcio e la sua capacità di comunicare ambiguità e minaccia. Naturalmente Federico non tarderà a mostrare il suo lato oscuro, nonché a manifestare un'attrazione irresistibile verso la procace Cassie, interpretata da quella Emily Ratajkowski le cui fattezze sono spesso e abbondantemente esibite sui social.

Un thriller erotico che non accenna mai al sesso o alle scene di nudo integrale prendendone le distanze. Sembra un paradosso quando invece è un elemento a mio avviso poteva essere interessante. Ogni volta che la coppia sembra essere sull'orlo di doverlo fare (la scena nella piscina ad esempio) vengono riportati a galla i legami sessuali precedenti di Cassie e pur trovando nella mansione del viagra non si riesce proprio a superare il passato di lei.
Il film però non può giocare solo su questo elemento e un triangolo dove il villain/antagonista gira in balia di se stesso per tutto il film ( ci sono alcuni non sense davvero troppo marcati) con dei dialoghi che rasentano tutti gli stereotipi già visti cercando di aggrapparsi solo ad un twist finale non così scontato quando lo stesso purtroppo non lo si può dire del resto del film.
Tanti elementi sprecati, un irrisorio lavoro in fase di scrittura che annoia ancor prima di partire, attori che cercano di fare quello che possono apparendo già annoiati da una caratterizzazione che non sembra mai evolversi se non in un finale che vorrebbe essere inaspettato quando in realtà è solo marcato dal suo eccessivo non sense.
Le video installazioni per spiare gli ospiti, l'airbnb che da paradiso si trasforma in un inferno, le roccambolesche comparsate di alcune escort chiamate per inscenare la solita farsa, il misterioso passato di Federico e infine un lento thriller ascrivibile al filone degli home invasion con echi da trap movie
Alla fine l'unico elemento funzionale è la gelosia di Bryan che con una Emily Ratajkowski, conosciuta su Tinder, tra le mani, risulta davvero in panne appena lei si gira dall'altra parte.


venerdì 2 agosto 2019

Fratelli nemici


Titolo: Fratelli nemici
Regia: David Oelhoffen
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Manuel e Driss sono cresciuti come fratelli nelle banlieue parigine ma oggi tutto li oppone. Manuel gestisce traffici di droga, Driss è diventato un agente dell'antidroga. All'ombra di un assassinio che ha freddato in strada tre dei suoi compagni, Manuel è costretto a collaborare con Driss. Tra ostilità e risentimento e malgrado la loro diffidenza reciproca, i loro legami si riallacciano intorno alle radici comuni.

Il polar visto dagli occhi di un regista che finora si è confrontato con il western e il dramma della guerra. Pochi ingredienti: amicizia, spaccio, tradimenti e vendetta.
Oelhofen tratta una storia molto reale, che vede contrapposti due vecchi amici cresciuti assieme dai volti espressivi e intensi di Kateb e Schoenaerts (uno degli attori più in gamba della sua generazione). Guardia e ladri, poliziotti contro spacciatori e viceversa, bande criminali e signori della droga intoccabili che fanno il doppio gioco. Tutto sembra assumere i soliti clichè di genere portando a galla una vicenda già ampiamente nota nel cinema.
Quello che però il regista riesce bene a disegnare sono le traiettorie tra i personaggi, caratterizzati molto bene e con dei dialoghi che non risparmiano sofferenza e amarezze, scappando da vecchi errori e rincorrendo amori di una vita. Pochi momenti di action ma quando si presentano sono esplosivi, violenti, reali, come la strage iniziale dove Manuel come in Maryland vede tutto dalla sua prospettiva nascondendosi come può.
L'incidente scatenante, che arriva tardi, crea un cambiamento nella strategia dei contenuti del film, in cui il protagonista fugge, "è bruciato" come racconta a Driss e da lì in avanti il loro rapporto segue un parallelismo come quello di Costigan/Queenan.
Un film duro e marmoreo isolato in pochi spazi sfruttando e saltando da una location al'altra in un quartiere governato da regole e spacciatori tra marciapiedi che scottano, cemento armato, garage sotterranei che sembrano gallerie infinite, piazze e residence alveari, passando da un tetto all'altro sempre camminando con il viso coperto.
Nessuno sconto e la realtà dura di quartiere non potrà che portare a effetti perversi e conseguenze inattese.

Quake


Titolo: Quake
Regia: John Andreas Andersen
Anno: 2018
Paese: Norvegia
Giudizio: 3/5

Il geologo Kristian Elkjord è un uomo la cui vita privata è appesa a un filo: l'ossessione verso il suo lavoro lo ha portato a separarsi dalla moglie Idun e a trascurare i due figli: lo studente universitario Sondre e la piccola Julia. La sua grande esperienza e il suo intuito di geologo lo portano a scoprire che Oslo è minacciata da un catastrofico terremoto, abbastanza potente da distruggere l'intera città. Convincere di questo le persone che gli stanno intorno sarà un'impresa difficile, ma non abbastanza da scoraggiarlo a tentare di salvare la sua famiglia intrappolata in uno dei grattacieli più alti di Oslo, duramente colpito dallo sciame sismico che violentemente sta demolendo ogni cosa

Quake è il sequel di Wave film sempre Norvegese uscito nel 2015. Un disaster movie che se nel film precedente descriveva uno tsunami omicida, qui prende in analisi un terremoto devastante descrivendo una tragedia messa a punto con un lavoro in c.g abbastanza carente e ahimè non riuscendo ad essere così accattivante e pieno di ritmo come il precedente.
Stesso protagonista, i concetti fondamentali sono gli stessi: una troupe scientifica che prende alla leggera alcuni segnali di pericolo e il nostro protagonista che solo contro tutti (in realtà qualche aiuto arriva) dovrà difendere la sua famiglia a tutti i costi purtroppo con alcuni importanti e drammatici colpi di scena. Quake è interessante perchè non fa sconti, da questo punto di vista Andersen concede poco, sbaglia molto in una fase preparatoria e pre apocalittica macchinosa e ridondante in cui si prende davvero troppo tempo descrivendo alcune sotto dinamiche peraltro nemmeno poi così funzionali alla narrazione. C'è da dire che però non prende alla leggera il fenomeno senza descriverlo all'americana con scene strappalacrime e un happy ending finale.
Andersen rifugge dai soliti clichè commettendo qualche errore nella solita catarsi dell'eroe che non viene preso sul serio fino a quando il disastro è ormai inevitabile.
Kristian è interessante per come viene caratterizzato. Un padre che ormai ha perso tutto per un tremendo esaurimento nervoso dal momento che non è riuscito a salvare tutti quelli che avrebbe voluto nella tragedia del fiordo di Geiranger.
E'nervoso, riconosce a stento i figli, cerca una riconciliazione con la moglie ormai quasi impossibile e non nasconde una crisi di pianto dimostrando di fatto di essere molto fragile e vittima di un trauma che non sembra riuscire a superare anche se per l'opinione pubblica è un eroe.
The Quake: Il terremoto del secolo finisce raccontando di cosa accadrebbe oggi se un violento terremoto colpisse la città di Oslo. La capitale della Norvegia infatti nel 1904 venne colpita da un terremoto di magnitudo 5,4 della scala Richter dove l'epicentro fu individuato nell'Oslo Rift, un graben che attraversò tutta la città.