Visualizzazione post con etichetta 2018. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2018. Mostra tutti i post

lunedì 11 marzo 2019

Green Book


Titolo: Green Book
Regia: Peter Farrelly
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L'occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un'epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italo americano cresciuto con l'idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book non è un brutto film. Meritava l'Oscar? Forse no.
Da sempre gli Oscar rappresentano l'anti festival a priori, dove predomina la facciata e un Academy che preferisce scelte dettate dalle buone maniere. Una parata dove vincono spesso le marchette come negli anni abbiamo dimostrato anche noi italiani.
L'ultimo film di Farrelly (che ha capito che i drammi servono di più a differenza delle commedie becere girate finora) di fatto mostra un film piuttosto banale in un equilibrato rapporto tra bianco e nero visto altre migliaia di volte con altre migliaia di mezzi e cambiando di fatto pochi accessori ( A SPASSO CON DAISY non riesco nemmeno a levarmelo dalla testa)
In questo caso però sono le tematiche o meglio come esse vengono gestite a lasciare interdetti come a dire "Che diavolo gli è passato per la testa?" e soprattutto ancora siamo fermi a questo punto nel 2019, con così tanto cinema politicamente impegnato che non viene nemmeno preso in considerazione?
Sembra di sì.
Il cast è fantastico. Il ritmo per durare quasi due ore è formidabile a non far pesare mai momenti troppo sobbarcati di buoni sentimenti e scene melense.
Tutto in fondo è più che matematicamente studiato a tavolino, il finale e nessun altro momento del film godono o possono godere di colpi di scena, ma forse non servono. Si rimane così ad osservare i dialoghi e i cambi repentini di un personaggio, quello di Don, che da un lato nasconde la sua omosessualità e dall'altra esibisce un tono estremamente elegante avendo il piglio di un grande attore classico.
Tematiche sul razzismo, sulla diseguaglianza, su un nero che non può andare nei servizi pubblici dove vanno i bianchi, ma può salire come un bestia sullo stesso palco.
In tempi dove il razzismo è tornato in auge in maniera pericolosa, Green Book è un buon film ma non è la risposta al problema. Il cinema può fare di più e in maniera meno patinata

Transit


Titolo: Transit
Regia: Mariam El Marakeshy
Anno: 2018
Paese: Grecia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Potenti storie di giovani rifugiat* che hanno rischiato la vita attraversando il mare Egeo verso l’Europa, per rimanere intrappolat* nell’isola greca di Lesbo. Piccole forme di resistenza aprono spiragli di speranza

Co finanziato da un canale televisivo turco, Transit è un documentario scomodo, indipendente e low budget che ha il merito di cogliere alcune testimonianze di tutti coloro che si sono trovati intrappolati nell’isola greca di Lesbo senza aiuti dall'Europa in accampamenti che spesso non hanno nemmeno i servizi principali.
Un luogo che "dovrebbe essere" di transito, dal momento che tanti rifugiati non vedono la Grecia e l'Italia come quella Europa che dovrebbe ospitarli e sistemarli, ma una via di mezzo per l'Europa che significa invece Germania o paesi più industrializzati.
Emergono dettagli inquietanti come i salvagenti consegnati dagli scafisti ai rifugiati che in realtà non sono omologati a norma, ai traumi senza parole delle testimonianze di persone e famiglie semplicemente lasciate lì, in mezzo ad un'isola con sogni, rabbia, delusioni e intenti su un futuro che sembra sempre più abbandonato e reso inconsistente da una politica che si dimentica di loro.

Khailauna


Titolo: Khailauna
Regia: Sriramm Dude
Anno: 2018
Paese: India
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

In un quartiere popolare indiano, un ragazzino musulmano subisce la fascinazione di Ganesh sotto forma di giocattolo. Lo scontro fra culture religiose e la delicatezza poetica del mondo dell’infanzia.

Khailauna è un corto molto interessante senza trattare di preciso tematiche gbl.
Il protagonista è un giovane ragazzino che corre per le strade di Mumbay e si innamora dell'immagine di Ganesh vedendolo prima come statua per le strade e poi successivamente trovando una statuetta che il bambino colora a piacimento offendendo così la divinità secondo il parere dei genitori in particolare della madre che rombe la statuetta del figlio.
Da un lato parlando di perdita casca a pennello la scelta di una divinità come Ganesh e della sua storia che nasce proprio da una ferita e dall'amputazione della testa mentre dall'altro l'elemento a farla da padrone del corto di 12' sono, come quasi sempre si ha a che fare col territorio indiano, i colori, il fascino e le musiche che rimandano a danze e rituali indù.


Bao


Titolo: Bao
Regia: Domee Shii
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Come ogni mattina una donna si alza dal letto e subito prepara il pranzo che il marito porterà a lavoro: deliziosi “sream bun” (quelli che chiamiamo ravioli al vapore) di cui è maestra indiscussa. Dopo che l’uomo è uscito, nel silenzio della casa vuota, la donna si appresta ad assaggiare la sua arte quando il bocconcino che sta per ingoiare improvvisamente prende vita, come un neonato. Spinta dal suo istinto materno, la donna inizia ad accudire il piccolo e vederlo crescere giorno dopo giorno.

Forse qualcuno avvezzo al cinema di genere, si ricorderà certo il mediometraggio girato da Chan per i THREE OF HORRORS come mediometraggio e poi il lungometraggio, l'inquietante DUMPLING.
L'idea era che i ravioli cinesi fossero in realtà dei feti e mangiarli aiutava le persone a vivere più a lungo. Qui in comune c'è solo il raviolo. La Pixar allarga come la Disney il suo controllo e chiama questa interessante regista cinese a tessere la sua appassionante storia di pochi minuti.
Tutto il corto è un'appassionante allegoria sul rapporto tra una madre e un piccolo raviolo come a sostituire il figlio ormai grande partito per gli studi.
Il piccolo che cresce, la sua voglia d'indipendenza, i legami che crea con la famiglia (in particolare con la madre) e alla fine il ricongiungimento sono i temi su cui si sviluppa il cortometraggio.
Un'opera che ancora di più segna il bisogno della Pixar di sdoganare e uscire fuori dai confini per regalare storie nuove e riuscire così ad appassionare un nuovo pubblico.
La Shii coniuga quella da lei vissuta come la Empty-nest syndrome per tutta la durata del corto; il rapporto tra la madre del corto e il piccolo raviolo va a sostituire quello che la donna aveva con il figlio che ha ormai lasciato la casa per iniziare una propria vita. Un fenomeno che soprattutto in Cina è molto sentito.

Dragon Ball-Super Broly


Titolo: Dragon Ball-Super Broly
Regia: Tatsuya Nagamine
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Il re dei Saiyan Vegeta, preoccupato dalla potenza del nascituro Broly, superiore a quella del proprio figlio, spedisce Broly su un pianeta remoto e ostile, Vampa. Il padre di Broly, Paragus, lo segue su Vampa e lo addestra come un formidabile guerriero. 41 anni più tardi, dopo che Freezer ha distrutto il pianeta dei Saiyan, Broly e Paragus arrivano sulla Terra, per vendicarsi dei Saiyan superstiti.

Gli Oav di Dragon Ball soprattutto negli anni '90 avevano avuto un discreto successo.
Poi il personaggio creato da Akira Toriyama pur essendo diventato una delle icone nato nel 1986 per i nerd, venne abbandonato per essere sostituito da altri eroi venuti da altri mondi.
Questo film d'animazione dalla sua come nei due precedenti, LA RESURREZIONE DI F e LA BATTAGLIA DEGLI DEI, regala tantissima azione (forse addirittura esagerata) finendo per essere l'ennesima rincorsa a sconfiggere il nemico di turno (che manco a farlo apposta e di famiglia) e sfruttare l'impianto di semina e raccolta per cui il protagonista incontra un nemico sempre più forte grazie al quale potenzia le sue abilità.
Anche la durata di 100' diventa disfunzionale per spiegare tutti i retrocessi familiari tale da farlo sembrare un parente lontano delle soap opera statunitensi.
Il film trova la sua componente migliore nei primi due atti mentre proprio dove dovrebbe siglare il braccio di ferro perfetto tra combattimenti e azione, diventa di una noia incredibile, in cui per '50 minuti, viene data spazio alla potenza sempre maggiore che supera subito i confini della logica, sembrando una disperata lamentela noiosissima di grida e maschilismo spiccato.



Florido & Carlotta


Titolo: Florido & Carlotta
Regia: Rossella Bergo
Anno: 2018
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Festival
Giudizio: 2/5

Florindo è un poeta disabile che va a ritirare un premio di poesia in un villaggio dimenticato dal mondo. Carlotta è una prostituta che lavora su una delle strade infinite di questi luoghi desolati e vive in un’antica fattoria con collegh*, personaggi stravaganti e artisti falliti. Il loro incontro cambierà le loro vite.

Il cortometraggio della Bergo sembra una slapstick chapliniana in b/n dove i due attori cercano, mettendoci forza e coraggio, di rendere in tono ironico e dare semplicità e profondità al sentimento dell'amore e della diversità.
Cosicchè i poveri e gli smarriti possano godere della vita in semplicità senza doversi preoccupare di noiose problematiche. Florido & Carlotta inseguono la libertà, occupandosi di stabili abbandonati e cercando di sopravvivere come possono in una società che mette da parte i miserabili per fare posto a realtà che non sembrano possedere nessuna virtù e qualità empatica che i nostri protagonisti non smettono mai di perdere e regalare al prossimo.

Reprisal


Titolo: Reprisal
Regia: Brian A.Miller
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob chiede aiuto al vicino di casa, ex poliziotto, James di aiutarlo a rintracciare l'uomo che ha rapinato la sua banca e ha ucciso il suo collega. Il criminale però sembra essere sempre un passo avanti a loro, fino ad arrivare a rapire la moglie ed il figlio del banchiere.

Un altro film di serie b dove le due "star" sono Willis e Grillo. In realtà c'è anche il terzo qui il villain di turno, il bello e dannato Scaech che aveva esordito coi film dell'outsider Gregg Araki per poi finire anche lui in produzioni sfortunate e ruoli identici e detestabili.
Sia lui che Willis ormai campano come possono accettando qualsiasi ruolo in qualsiasi film per qualsiasi produzione. Basta essere pagati.
Grillo poteva chiamarsi fuori da questa porcheria, dal momento che è un attore che si sta costruendo una sua filmografia e si sta soprattutto specializzando nei film di azione e arti marziali.
Questo poliziesco è così brutto da lasciarmi senza parole, cercando di diventare un buddy movie che fallisce miseramente dal momento che avendo una sceneggiatura da denuncia, anzichè provare a tirar fuori un pò di ironia il film fallisce miseramente prendendosi molto sul serio.
Brian A.Miller è uno dei quei mestieranti vagamente di ispirazione ariana e reazionaria che fa film stupidi e molto ingenui dove il tasso di testosterone dovrebbe essere sostituito da sceneggiatori che non vadano a braccetto con la sua ideologia.

mercoledì 20 febbraio 2019

House that Jack Built


Titolo: House that Jack Built
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2018
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Usa Anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli.

Sbaglio o Von Trier sta piano piano diminuendo il tasso di violenza presente nei suoi film.
Sembra un assurdo ma mi sembra proprio che le storie siano sempre più indirizzate sulla descrizione del microcosmo in cui vivono i personaggi e non invece il mondo esterno da cui è meglio stare alla larga. Allora è meglio costruirsi una sorta di tana, di caverna, di rifugio fatto con i corpi delle persone dove nascondersi e raggiungere l'Ade, il centro della terra, il paradiso che forse tutti venerano perchè dimostra di non essere poi così noioso.
Le opere di Lars Von Trier non lasciano scampo. Volente o no, sono esperienza che cambiano, che ti sconvolgono, che ti lasciano qualcosa prima di dilaniarti e poi quando hai smesso di vederle dopo giorni e giorni vengono a bussarti alla porta con l'espressione da pazzo furioso che solo un attore pazzo come Dillon può regalare in questo modo.
Un'opera che si prende i suoi tempi, racconta ciò che vuole come gli pare, non ha nessuna regola da seguire ma si sviluppa con l'umore variabile del suo indiscusso autore centrando il bersaglio.
In un'epoca sempre più promotrice del remake, della mancanza di originalità, dei film fatti per piacere agli stessi registi, per compiacere il pubblico, in anni dove l'estetica ha preso il posto della storia ovvero il cuore del film, abbiamo un Jack post contemporaneo che sfugge ad ogni sorta di decifrabilità per fare semplicemente ciò che gli pare seguendo un suo iter a tratti bizzarro.
I traumi sembrano essere il vaso di Pandora del regista da cui emerge sempre tutto e in quanto tali, bisogna soffermarsi inquadrarli, guardarli attentamente, dando nomi e cercando di analizzarli rimanendo però distanti per non farsi male.
Le opere dell'autore sono dei transfert psicoanalitici, in grado di generare dubbi e paure, di ampliare fenomeni complessi e ridicolizzare i buoni costumi o la morale di una società sempre più senza valori.
Lars Von Trier è uno dei registi più capaci, violenti e complessi della sua generazione. A parte qualche deviazione non sbaglia mai e la risposta è perchè ha molto da dire al di là di come venga recepito da pubblico e critica.
Dimenticavo l'addio di Bruno Ganz in questo film davvero fondamentale
Questo film è straordinario, rigoroso, essenziale, malato, ipnotico, celebrale, stralunato, folle, maniacale, ossessivo, perciò ancora una volta la risposta è: Sì.

Climax


Titolo: Climax
Regia: Gaspar Noè
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di giovani viene drogato senza apparente motivo ma non tutti reagiscono allo stesso modo.

Il cinema di Gaspar Noè è come una nuova droga chimica che arriva sul mercato. Se ti piace la droga non puoi che esserne affascinato. Prima c'era Araki ora c'è Noè.
Il risultato cambia come gli effetti della sostanza ma il processo è sempre lo stesso.
Cercare di provocare e stupire. Solo che da un lato c'è gente come Von Trier che riesce e regala anche arte e citazioni a profusione, dall'altra c'è Noè altro egomaniaco con degli intenti leggermente più bassi rispetto al collega danese.
Climax è un'altra esperienza doverosa, complessa, anarchica, schizzata e pompata come solo l'outsider argentino riesce ogni tanto a fare illuminandola d'immenso e facendoti venire voglia di ballare in qualsiasi luogo fruisci questa lisergica esperienza.
Cast di giovani, tante acrobazie e coreografie, musica strepitosa, luci e gelatine che regalano eccessi in sovrabbondanza e divertimento quasi assicurato, prima di entrare nel terzo atto che quasi sempre per i film del regista significa incubo, tunnel della privazione, fare i conti con se stessi e disperarsi e piangere.
Si inizia ridendo e scopando e si finisce a terra paralizzati dall'Lsd o per aver scoperto che in fondo non siamo speciali e facciamo pure un po schifo.
Ecco Climax parlando di altre cose rispetto alle tematiche del regista (anche se poi le questioni quelle sono) ci dice ancora una volta di andarci piano con la droga se non sappiamo gestirla.
Il cinema di Noè rimane un'esperienza sempre visivamente molto affascinante, impossibile sfuggire a questo caleidoscopio allucinato, dove i giovani scherzano con il fuoco, le istituzioni non esistono e il fai da te rimane la scelta convenzionale a cui sembrano sottoporsi con rituali e pratiche i millenial di questa generazione.

Keepers


Titolo: Keepers
Regia: Kristoffer Nyholm
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

A 20 miglia dalla costa scozzese, su un'isola disabitata arrivano tre guardiani del faro per il loro turno di sei settimane. Quando Thomas, James e Donald riescono ad abituarsi al loro lavoro e alla routine sull'isola, succede qualcosa di inaspettato e misterioso. Una barca che appare in lontananza potrebbe essere la risposta alle loro domande mentre la loro stabilità mentale comincia a vacillare. I tre cominceranno a lottare l'uno contro l'altro cercando di sopravvivere alle paranoie sempre più forti.

Peter Mullan ovunque lo metti è sinonimo di garanzia.
Uno degli attori migliori della sua generazione.
In questo caso il film si struttura su tre attori protagonisti che devono mandare avanti la baracca con i loro stati d'animo e i loro segreti. Tre generazioni differenti. Anziano, adulto, ragazzo.
Quello in mezzo è il redivivo Butler, attore belloccio con tanti problemi di alcool e droga che qui prova a regalare una prova sofferta e drammatica visti i suoi eccessi in quasi tutti i film tremendi che ha fatto.
Quello giovane è sconosciuto ha fatto semplicemente il suo dovere.
Il film nella sua scrittura non è affatto male anche se avrei sinceramente concesso meno, risparmiando e lesinando più sulle scene, mentre ad un certo punto dal secondo atto, il film si sposta completamente verso un'altra direzione, spaccando buoni e cattivi e regalando antagonisti di cui non c'è n'era bisogno.
Il finale è la cosa meno bella del film. La storia basata su fatti reali non aiuta, il mordente è di un thriller inflazionato nel suo bisogno di inserire, quando il trucco banalmente avrebbe suggerito invece di togliere. La semina ha dato troppi frutti ma almeno non si è attraccati sul paranormale o scelte che all'ultimo avrebbero tolto quanto di buono, Nyholm, nella sua atmosfera, soprattutto iniziale pre incidente scatenante, crea supportato da una scenografia possente e naturalmente in grado di evocare ogni stato d'animo.




Alita


Titolo: Alita
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il dottor Dyson Ito vive ad Iron City nel 2563, trecento anni dopo la "caduta", e ripara cyborg nella propria clinica. In cerca di componenti perlustra la discarica, dove cadono i rifiuti dalla città sospesa in cielo di Zalem, e qui trova la parte centrale di una ragazza cyborg, che decide di innestare nel corpo, mai utilizzato, che aveva preparato per sua figlia Alita. La ragazza non ha memoria di sé, ma è un cyborg avanzatissimo, di una tecnologia perduta e progettata per la battaglia. È infatti combattendo che lentamente riaffiorano le sue memorie, così decide di entrare tra i cacciatori di taglie della città e poi nei ferocissimi tornei di Motorball. Si innamora inoltre di un ragazzo umano, che sogna però di raggiungere Zalem, luogo da cui una forza sinistra sembra essersi interessata ad Alita.

Alla fine ho guardato i titoli di coda e ho letto che il regista è Rodriguez. Non ci potevo credere.
Mi aspettavo Barbarella da Rodriguez ma non un prodotto senz'anima come il film in questione.
Alita è un film sci fi d'intrattenimento che cerca di cogliere alcuni importanti passi avanti della nostra società sposandoli con la robotica, il futuro distopico, qualcosa che ricorda vagamente cyber e steampunk, visto che siamo nel 557 del calendario Sputnik(2533 a.c, 26° secolo), nella Città Discarica della Terra.
Queste le premesse in un film che fin dall'inizio sembra non interessarsi alla storia, raccontando una favoletta che non si discosta molto da alcuni recenti film di genere teen e per le famiglie con produzione mega galattiche e risultati altalenanti (purtroppo anche talenti come Bloomkamp hanno appurato questa strana equazione).
Un film da cui ci si aspetta sicuramente una storia sontuosa che non venga riciclata come se fosse di fatto una porcheria per famiglie (ridateci il QUINTO ELEMENTO a questo punto) e la richiesta viene delusa forse perchè non pensavo in primis ad un antologia, forse perchè non ho mai visto Walz prendere così le distanze da un personaggio (il suo è ridicolo quando prova a fare il giustiziere in giro, il Geppetto della discarica), e ormai sdogana questa sorta di circo fumettistico dei co protagonisti (Connelly più invecchia più acquista fascino e Ali è uno dei neri del momento che bisogna spalmare ovunque) dove si cerca lo stile e la classe a discapito di una caratterizzazione spesso lacunosa e stereotipata (l'androide che perde e migliora per continuare a perdere non si può più vedere) e infine vi prego non fate più recitare Keaan Johnson che sembra il fratello minore ma più mongolo di Gosling.
Purtroppo Alita non è un grande esponente di questa sorta di contaminazione tra manga e film come è successo non molto tempo fa con il terribile GHOST IN THE SHELL o con altre baracconate come MACCHINE MORTALI.
Purtroppo questa contaminazione tra Usa e Sol levante proprio non funziona. Peccato perchè Rodriguez è uno che ci sa fare, capace di far prendere il via a progetti complessi e discutibili, ma qui sembra tutto scivolare via come se guardassimo uno show ineccepibile a livello di maestrie e computer grafica, ma che su tutto l'altro versante trasmette un vuoto cosmico che paralizza il cervello portando a interagire con il deretano e chiedere quanto tempo manca all'espulsione.



You might be the killer


Titolo: You might be the killer
Regia: Brett Simmons
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il consigliere di un campo estivo, Sam (Kranz), deve fuggire da un killer mascherato che si aggira nel luogo in cui lavora. Invece di chiamare la polizia, chiama la sua amica Chuck (Hannigan), un’esperta di film slasher, per aiutarlo a sopravvivere alla notte. Sam e Chuck lavorano così fianco a fianco per riempire gradualmente le lacune per vedere come è arrivato al punto in cui si ritrova, solo per realizzare che, proprio come suggerisce il titolo del film, Sam stesso potrebbe essere il killer!

Vi ricordate CABAL il capolavoro letterario di Barker e girato poi dallo stesso Barker.
Beh al di là di essere un cult, il film ragionava molto sulla figura del serial killer e sull'importanza della maschera. In quel caso il villain era Cronemberg in un personaggio davvero caratterizzato molto bene. Per alcuni aspetti il bisogno e il voler indossare qualcosa che porterà a liberare una parte violenta e sadica, è uno dei perchè che l'ennesima baracconata di Simmons cerca di descrivere. Il suo è un cinema difficile da sopportare e digerire come i precedenti ANIMAL e HUSK due porcherie da cui prendere subito le distanze.
In questo caso cercando di fare una satira degli slasher movie anni 80, il film cercava in primis l'ironia che fallisce malamente. Tutto il resto ha senso quasi come la collega del protagonista che dall'inizio alla fine rimane con lui al telefono a spiegargli passo per passo dove si trova e cosa sta per succedere...tremendo

lunedì 11 febbraio 2019

Favorita


Titolo: Favorita
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2018
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Inghilterra, 18esimo secolo. La regina Anna è una creatura fragile dalla salute precaria e il temperamento capriccioso. Facile alle lusinghe e sensibile ai piaceri della carne, si lascia pesantemente influenzare dalle persone a lei più vicine, anche in tema di politica internazionale. E il principale ascendente su di lei è esercitato da Lady Sarah, astuta nobildonna dal carattere di ferro con un'agenda politica ben precisa: portare avanti la guerra in corso contro la Francia per negoziare da un punto di forza - anche a costo di raddoppiare le tasse sui sudditi del Regno. Il più diretto rivale di Lady Sarah è l'ambizioso politico Robert Harley, che farebbe qualunque cosa pur di accaparrarsi i favori della regina. Ma non sarà lui a contendere a Lady Sarah il ruolo di Favorita: giunge infatti a corte Abigail Masham, lontana parente di Lady Sarah, molto più in basso nel sistema di caste inglese.

Chi è la favorita dell'ultimo film di Lanthimos?
Una, nessuna e centomila.
Perchè continuando a scardinare i generi, l'autore si presta così, in piena epoca vittoriana, a creare questo scontro tra donne spietate, uno scontro prima di caste, ma soprattutto di piani astuti e intelligenze che cercano di non soccombere mai di fronte alla realtà dei fatti ovvero una mentalità rigidamente patriarcale (la scena di Harley in cui ad ogni incontro con Abigail la prende a calci per ribadire la sua superiorità è una bella metafora nel film) e procacciarsi il proprio interesse dove come un topo in trappola, bisogna sempre cercare di anticipare le mosse della preda altrimenti si finisce in pasto ai suoi famelici ingordi (appena ci allontaniamo dal palazzo regale, scopriamo come soprattutto nelle campagne, la donna ha il solo compito di essere messa a quattro zampe come mero strumento per il dominio maschile).
Cos'è la favorita?
La favorita è quella posizione in cui la regina Anna infine decide di abbandonarsi a che gli eventi prendano una piega disfunzionale purchè ciò la lasci libera e ancor più avvezza ai piaceri frivoli, senza dover continuamente e incessantemente trovare una soluzione o un patteggiamento per il bene del proprio paese. Il senso critico, la giustizia, la nazionalità e i valori di una discendenza, per scegliere invece qualcosa che riesca ad intenerire, a far scorrere nella maniera migliore e più viziosa possibile gli ultimi anni di vita, preferendo il piacere della carne ad uno stile di vita rigido e noioso che comporta responsabilità e scelte di giudizio (la guerra in questo caso funge come elemento trasversale e perfetto per far tornare tutti i diversi piani macchiavellici sotto un unico tetto e allo stesso tempo ponendo la questione bellica come un rompicapo non semplice da decifrare)
Cosa fa la favorita?
Corre e si rincorre per tutta la sua durata, nascondendosi, perdendosi a cavallo nelle campagne, guardando e scoprendo come fuori dai muri del castello tutto faccia paura e i valori e le alleanze non esistano, dovè il vincitore o la vincitrice non può essere una sola, ma un continuo scambio dove l'intento da parte di ognuno è quello di accaparrarsi il gradino più alto del potere, approfittando dell'indole devastata e sepolta di una regina malata di gotta che rimembra i suoi 17 figli morti attraverso dei coniglietti.
Un film grottesco, delicato, erotico, ingegnoso, che grazie ad un trio di attrici che si presta in modo viscerale, troviamo tutti i risvolti per far sembrare questa commedia o dramma da camera, una metafora di come in fondo, ad oggi, continuino a funzionare le corti di tutto il mondo nelle solite maniere e appesantite dalle stesse sofferenze e difficoltà della vita.

Isola dei cani


Titolo: Isola dei cani
Regia: Wes Anderson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato cane dopo che, per un decreto esecutivo a causa di un'influenza canina, tutti i cani di Megasaki City vengono mandati in esilio in una vasta discarica chiamata Trash Island. Atari parte da solo nel suo Junior-Turbo Prop e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo cane da guardia, Spots. Lì, con l'aiuto di un branco di nuovi amici a quattro zampe, inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione.

Ormai Anderson, nel bene, c'è lo siamo persi su lidi ormai molto distanti dalla normalità di partorire il cinema, creando sempre di più, un suo universo e un suo codice molto elementare seppur complesso di fare cinema.
L'isola dei cani potrebbe essere uno dei cardini finali in questa sua nobile e importante ricerca di migliorare, destrutturare e cambiare sistemi, linguaggi e tecniche visive.
Anderson, dal canto suo, è sempre più avvezzo ad un cambiamento e una rigorosità nella messa in scena che ormai e inutile stare ad elencare, la sua filmografia è chiara, riuscendo in questo film almeno, chissà se volutamente, a raccontare una delle più belle metafore che si stanno manifestando nella nostra società dove di fatto, che siano migranti, stranieri, persone etnicamente o religiosamente diverse, il punto è chiaro è la formula migliore da parte di qualsiasi governo è sempre la stessa: quella di respingere.
Perchè l'isola dei cani in fondo respinge in qualche modo la solita struttura classica di far convergere la storia o di narrarla attraverso i soliti stilemi o topoi narrativi ricorrenti.
Qui l'essenziale spesso diventa profetico per cercare di mostrare quella rigidità di sicuro molto orientale, di come parte di questo respingimento culturale diventa il motore centrale per far avvicinare due mondi, due realtà, che sembrano cercare di ritrovarsi per dialogare per la prima volta senza paure.
L'altra metafora importante e su cui Anderson da sempre impronta e impermea il suo cinema è quello della scoperta e dell’accettazione dell’identità del singolo all’interno di un gruppo sociale, elemento che come il precedente riesce a sintetizzarsi ancora meglio nella terra del Sol Levante.

Down-Into the dark


Titolo: Down-Into the dark
Regia: Daniel Stamm
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 5
Giudizio: 2/5

Un paio di persone rimangono chiuse in un ascensore dentro l'edificio di lavoro

L'idea di far funzionare un lungometraggio all'interno di un'unica location è stato già uno degli intenti in questa antologia horror per la Hulu.
New year, new you, il quarto episodio, era ambientato tutto in una villa con piscina, riuscendo solo in parte a rendersi accattivante e stimolante. Down è più complesso, i due protagonisti a differenza delle ragazze della festa di Capodanno non si conoscono, sono in un ascensore dove il senso claustrofobico aumenta vertiginosamente, è sono costretti a dividere uno spazio ristretto senza niente che possa aiutarli.
Non ci vorrà molto prima che inizi una lenta carneficina che gioca tutto in un rapporto sadico e perverso tra vittima e carnefice dove vengono "scambiati" spesso i ruoli, e soprattutto nel secondo atto si cerca quel colpo di scena che in casi come questi deve essere molto incisivo e in linea con quanto prima mostrato per non risultare invece l'elemento che rischia di deflagrare tutto l'impianto costruito fino a quel momento.
In parte è così. 90' in un unico spazio risulta ancora una sfida ambiziosa. Stamm cambia completamente le carte in tavola mostrando il contrario di tutto e lasciando soprattutto il personaggio di Guy a cercare di essere carnefice, stalker, e infine un succubo che non riesce a cogliere la natura complessa e stratificata di Jennifer.
Un finale piuttosto campato in aria, dove ancora una volta si cerca di valorizzare il fatto che non esista bene o male ma un profondo egoismo di fondo.


Profezia dell'armadillo


Titolo: Profezia dell'armadillo
Regia: Emanuele Scarigni
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Zero ha ventisette anni e il talento per il disegno. La sua vita sociale si limita a Secco con cui condivide l'entusiasmo per la geek culture. Ma la sua vera passione è Camille, il suo amore di sempre traslocato a Tolosa. Camille che ama e che adesso l'anoressia ha vinto. Cercando dentro di sé le parole per dire il suo lutto, Zero oscilla tra nostalgia e proiezioni 'corazzate'. In conflitto perenne con se stesso, la sua voce interiore ha il corpo placcato di un armadillo, presenza rassicurante che lo accompagna permanentemente. Tra Rebibbia e Roma Nord, passando per il temibile centro, Zero si imbarca in un'avventura splenica e comica, specchio di un'intera generazione.

La profezia dell'armadillo è l'esordio di Emanuele Scarigni dalla grapich novel di Zerocalcare con una sceneggiatura a svariate mani tra cui Mastrandrea.
E'un film italiano all'ennesima potenza, nel suo prendersi alla leggera e psicanalizzando qualsiasi cosa, dubbi, incertezze, timori, ricordando Moretti e Pazienza, ma allo stesso tempo con la difficoltà e un linguaggio che seppur variopinto, non riesce a reggere tutta la durata del film diventando soprattutto nella fase finale abbastanza ripetitivo e acerbo sotto alcuni aspetti che rincorre senza mai raggiungere.
Ci sono molti sforzi, l'idea di cambiare linguaggio, lasciando molta improvvisazione a dei giovani attori che non sempre riescono a cogliere tutte le sfumature dei personaggi.
Se l'obbiettivo di Zerocalcare nel suo fumetto era quello di non scendere mai a compromessi soprattutto per i giovani, Zero che sembra sempre sul punto di esplodere con chiunque, riassume da solo tutti i limiti di questo film aderendo ad una serie di sequenze che si susseguono senza un disegno portante comune in grado di unirle e amalgamarle. Lo stesso elemento invece è per fortuna funziona perfettamente nel fumetto, staccato da queste regole e in grado di autodefinirsi in modi, tempi e forme diverse. Simpatiche le scelte come quelle di creare un vero armadillo, piuttosto inquietante, e di farlo interpretare da un attore, ma sono effetti che definirei quasi kitch come se basandosi su queste scelte estetiche, si possa rilanciare un elemento importante quando invece non basta, e il film nella sua timida apparizione, rimane un'esperimento simpatico ma niente di più.

Macchine mortali


Titolo: Macchine mortali
Regia: Christian Rivers
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo una guerra che ha devastato il mondo in sessanta minuti, ridefinendone addirittura la geografia, Londra è diventata una città predatrice, in movimento su enormi cingoli e armata di arpioni, che ha lasciato l'Inghilterra in cerca di prede europee. Qui vive Tom, che ha trovato diversi reperti di tecnologie militari del passato e le ha nascoste, ma non resiste a mostrarle alla bella Katherine, ignaro che anche Bevis assiste al suo segreto. Il tutto mentre Londra cattura una cittadina più piccola, dove vive Hester Shaw, che intende vendicarsi per la morte di sua madre di uno dei potenti della metropoli, Thaddeus Valentine. Il fallimento del suo attentato fa esiliare lei e Tom, costringendoli a sopravvivere tra varie città, finché non incontrano Anna Fang e il suo velivolo: il Jenny Haniver.

L'uso improprio e impacciato dei mezzi porta a risultati che deflagrano nella loro inconsistenza e inutilità. Macchine mortali è l'effettiva e ormai continua risposta di come le grandi produzioni e le major più potenti, continuino a investire su un cinema "baraccone"
Vi prego non venitemi a parlare di streampunk. Perchè quell'universo che ho ammirato nei libri non ha niente a che vedere con questa porcheria. Come a dire che i film tratti dalle opere di Alan Moore hanno a che fare con i suoi fumetti.
In questo film hanno ucciso lo spirito steampunk e il post apocalittico, ferraginoso e inconsistente, privo di qualsiasi scenario che nella nostra immaginazione possa essere realistico o che soddisfi la nostra sete di curiosità e solletichi l'appetito di grandi divoratori multimediali.
L'idea di vedere il castello errante di Howl prendere vita con alcuni suoi simili era affascinante e direi anche innovativa, per quanto le recenti tecniche cinematografiche stiano rendendo possibili mondi che non potevamo nemmeno immaginare fino a più di vent'anni fa.
Ma qui è tutto sfocato dagli intenti del film, all'impossibilità di avvicinarsi ai suoi personaggi, distanti e caratterizzati malissimo, diventando subito una storia di una banalità senza eguali e cercando in alcuni sacrificabili colpi di scena un resa ormai impossibile.
Sinceramente ha fatto peggio di quello che potessi pensare, e non avevo aspettative di nessun tipo senza aver nemmeno letto il libro o andandomi ad informare, lasciando così carta bianca, ma ho trovato alcune logiche e scene macchinose, ripetitive, con dialoghi ed espressività pari a zero come ancora una volta i milioni investiti per una porcheria simile.


Goosebumps 2


Titolo: Goosebumps 2
Regia: Ari Sandel
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sonny e il suo amico Sam sono stati affidati alla sorveglianza della sorella maggiore di Sonny, Sarah, ma la eludono abilmente per dedicarsi al loro progetto extra scolastico: svuotare cantine e solai con il nome di "fratelli Cassonetto". Ed è proprio in una casa da svuotare che trovano un vecchio baule contenente un vecchio libro. Liberato dalla prigione, torna a materializzarsi così il malvagio pupazzo ventriloquo Slappy. Permaloso e vendicativo, animerà dei peggiori intenti tutte le creature esposte nei cortili e nelle case della città in occasione di Halloween, facendo passare a Sarah, Sonny e Sam la notte più avventurosa della loro vita.

Non che il primo fosse proprio un bel film, ma almeno dalla sua aveva il merito di non annoiare grazie all'utilizzo della formula, non mi fermo mai infarcendo il film di action, così almeno il pubblico non ha il tempo di sbadigliare.
Questo sequel sbaglia tutto quello si poteva. Struttura difettosa sin dalle prime immagini, dove l'intento non è chiaro. Il ritmo, ovvero i mostri, arrivano dopo la prima ora, a siglare un buco cosmico nella prima parte che ci mostra rapporti cretini tra teen ager.
Cerca di sfruttare alcuni elementi copiati alla serie dei Duffer, che non finirò mai di dire che in realtà è poca cosa, con il solo risultato di creare ancora più non sense. In più quando nel sequel vengono fatti risorgere i mostri del primo capitolo, vuol dire che quelli nuovi sono particolarmente noiosi o assenti.
Per finire mettiamoci un ragno gigante fatto coi palloncini e il cinese fastidioso di UNA NOTTE DA LEONI.
Il risultato? Lo schifo cosmico con Black nell'atto finale, palesemente assente o imbarazzato per cercare di continuare a dar vita ad un personaggio che sulla carta poteva essere sfruttato meglio.
Goosebumps non fa paura e non fa nemmeno ridere. Sembra uno di quei film con Dwayne Johnson creati appositamente per le famiglie e per portare cassa la notte di Halloween, continuando in questo modo a dimostarre di fare una tabula rasa in termini di idee o di cercare di approfondire qualsiasi cosa e prendendo ancora una volta in giro gli spettatori.


venerdì 8 febbraio 2019

Piercing


Titolo: Piercing
Regia: Nicolas Pesce
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Reed, marito e padre finge con la moglie una trasferta di lavoro ma in realtà si prepara meticolosamente a una serata sadomaso, che prevede di concludere con l'eliminazione fisica della prostituta con cui ha appuntamento, Jackie, già dotata di spiccate tendenze autolesioniste. Nella camera d'albergo in cui si incontrano, infatti, il programma non procede come previsioni.

Piercing è il classico film indie che quando cominci a vederlo pensi alle furbizie del regista, al fatto che la storia in fondo non è così enigmatica come sembra e poi arrivi alla fine in cui qualcosa non torna, ma nel frattempo quello che hai visto ti è piaciuto. 
E'un film strano, un'opera che cerca di provocare e ci riesce, spiazzandoti proprio dove credi di essere particolarmente ferrato.
Pesce è un regista che sa fare il suo mestiere, lo ha dimostrato con la sua opera prima, un horror atipico e con questo film dimostrando di saperci fare, è stato rapito dalle lobby che lo vogliono per il remake di THE GRUDGE.
Ok sperando di non essercelo perso, questo film tratto da un'opera del malatissimo Ryu Murakami, ha dalla sua dei cliffangher clamorosi anche se rischiano di diventare macchinosi per l'uso che il regista ne fa, ricorrendo spesso allo spiazzamento (quello che sta succedendo è davvero reale?)
La particolarità dei personaggi è come per VENERE IN PELLICCIA di mostrare piano piano ognuno il loro reale potenziale, destrutturando in un attimo quanto abbiamo appena visto.
Il primo atto diciamo che è semplicemente perfetto. Abbott con la sua mimica centra perfettamente il protagonista e lo rende vittima e carnefice in un gioco sadomaso intenso e ironico pur mostrando tagli e tanto sangue
Piercing è un gioiellino squisito, che spero venga assorbito come deve dai fan del cinema di genere e spero infine che Pesce, a parte questa entrata nell'olimpo della merda, riesca a rimanere coi piedi per terra.
E'vero che nel film le citazioni sono tante e importanti ma al di là di questo fattore, la storia c'è, non ha bisogno di fronzoli per renderla funzionale, ma invece approfitta del pervasivo e poderoso contributo del music supervisor Randall Poster omaggiando tanti film degli anni '70, dove il film di Argento fa da padrone.



White boy rick


Titolo: White boy rick
Regia: Yann Demange
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Detroit, 1984: l'adolescente Rick vive con il padre, un piccolo trafficante di armi che sogna di aprire una videoteca, da quando la madre e la sorella maggiore se ne sono andate di casa. Vendendo armi a basso prezzo, Rick si guadagna il rispetto delle bande di criminali del quartiere e, in un mondo composto unicamente di neri, diventa per tutti "White Boy Rick". Ricattato dall'FBI, che avrebbe le prove per incriminare il padre, Rick accetta suo malgrado di fare l'informatore e contribuisce a smantellare una rete di spacciatori e poliziotti corrotti che arriva fino all'ufficio del sindaco. Quando però comincia a spacciare per conto proprio viene arrestato e condannato all'ergastolo, nonostante la giovane età e il lavoro svolto fino a quel momento per le autorità.

Di nuovo la storia di un anti eroe americano. Un ragazzo molto giovane che si è trovato ad essere presto molto ricco e molto importante, che negli anni di Reagan però se commerciavi armi e droga significava diventare molto pericoloso sotto tutti gli aspetti.
Finalmente torna Demange, e avercene di registi come lui, un volto interessante, purtroppo non molto prolifico che con '71, passato in sordina un po da tutti, aveva dimostrato di saperci fare.
Caratteristica che mantiene anche in questo suo secondo film, anche se continuo a preferire '71.
White boy rick, così lo chiamavano, mantiene molti traguardi, ha una parte tecnica e una scelta rigorosa delle musiche e della scenografia, nonchè dei costumi che ti riportano in quegli anni.
La storia è un viaggio di formazione nel "male" dove un giovane ragazzo impara presto e a sue spese cosa significa entrare in un sistema dove politica e mafia vanno a braccetto e quando c'è bisogno di facce pulite da spedire in prigione è facile trovare alla propria mercè, vittime sacrificali.
Il film per tutta la sua durata mantiene un bel ritmo, gli attori sono tutti ottimi, Matthew McConaughey che rischiava di ritrovarsi nel solito personaggio che interpreta molto bene, riesce invece ad essere diversificato e il cambiamento del suo personaggio è uno degli aspetti più interessanti del film, come il rapporto con la sorella e con i poliziotti che fanno fare il doppio gioco al figlio.