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giovedì 19 luglio 2018

Ghostland


Titolo: Ghostland
Regia: Pascal Laugier
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

In seguito alla morte della zia, Pauline e le sue due figlie ereditano una casa. La prima sera, però, degli assassini penetrano nella residenza e Pauline è costretta a combattere per salvare le sue figlie. Dopo la notte da incubo che hanno vissuto, le due ragazze reagiscono in maniera diversa e le loro differenze di personalità si acuiscono. Mentre Beth diventa una scrittrice di letteratura horror, Vera cade vittima di una paranoia distruttiva. Sedici anni dopo quella notte, la famiglia si riunisce nella casa da cui Pauline e Vera non sono mai andate via. Strani eventi iniziano allora a susseguirsi.

Laugier è uno di quei pochi registi europei in grado di arrivare a valicare i miei limiti di tollerabilità in un film come è stato MARTYRS senza eguali nell'horror contemporaneo post 2000.
Certo ci sono stati anche altri film horror ma spesso cadevano nel ridicolo e nel patetico cercando e rivelandosi alla fine come deludenti torture-porn o schifezze che cercavano di sembrare degli snuff-movie e in cui la violenza gratuita, che non accetto, regnava sovrana.
Il merito più grande del regista francese è stato quello di mettere in scena una violenza reiterata e gratuita a danno delle sue giovani protagoniste in diversi film in maniera davvero scioccante e come non si era quasi mai vista.
Incident in a Ghost Lake, produzione franco-canadese, è sì bello ma non ha davvero niente a che vedere con MARTYRS. In più Laugier ha purtroppo sperimentato come in America le sue idee venissero semplicemente tradotte con A TALL MAN, un thriller-horror interessante ma debole per un talento come quello del regista.
Con l'ultimo film abbiamo però sempre quella natura incontaminata del ritrovarsi in un incubo senza soluzione e forse anche da questo elemento, a dispetto dell'orrore cosmico, che viene citato il grande Howard Phillips Lovecraft (che peraltro ad un certo punto si materializza dotato di mascellona) dove è palese che siamo davanti a qualcosa che ci stupirà senza però come dicevo cadere nella trappola della violenza sanguigna che non è mai appunto gratuita ma che riesce a fondersi con il mistero della trama, non sempre accattivante, rendendo impossibile l'esistenza di una fine senza l'altra.
Ancora una volta per le due protagoniste vengono varcati i limiti della realtà ma anche della tollerabilità umana e psicologica dovuti e legati alla tortura e ai danni che consegue seguendo le protagoniste negli oscuri meandri della mente e dei meccanismi di autodifesa.
Qualcuno ha identificato un nuovo sotto genere dell'horror per definire film come questi.
Vengono chiamati nerve-racking ovvero film snervanti allo stato puro.



Red Sparrow


Titolo: Red Sparrow
Regia: Francis Lawrence
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dominika Egorova è la prima ballerina del Bolshoi e la figlia di una donna sola e ammalata, di cui si prende cura con affetto e devozione. Quando un brutto incidente pone bruscamente fine alla sua carriera sulle punte, minacciando la sussistenza economica della madre, Dominika accetta la proposta dello zio Vanja, potente vicedirettore del SVR, di servire il governo di Mosca divenendo una Sparrow: un'agente pronta a tutto, un'arma di seduzione letale. Dentro di sé, però, la ragazza disprezza i metodi del governo e coltiva un piano segreto.

Red Sparrow è un noiosissimo film molto lungo di spionaggio ambientato in Russia con un cast americano. Un film fatto e confezionato per far vedere quanto è bella e di ghiaccio Jennifer Lawrence. Quando il regista di una saga ridicola come HUNGER GAMES decide visto che è innamorato della sua musa di buttarsi su del materiale che non sa assolutamente come gestire il risultato non può che essere uno solo: imbarazzante.
L'imbarazzo di avere un budget faraonico e non saperlo gestire con attori del calibro di Schoenaerts e Irons, ambienti maestosi, regali ma in pratica fumosi vista l'inutilità dello sfoggio fine a se stesso e snaturato dalla bellezza che in fondo si dovrebbe provare a guardare alcuni teatri e alcuni palazzi sovietici e infine le eroine che cercano di ribaltare i potenti e il sistema con doppi giochi che alla fine non tornano e scelte nonchè buchi di sceneggiatura che ad un tratto rischiano di farti perdere quel poco di dignitoso che il film grazie ad alcuni attori cercava di ottenere.
I tempi dilatati cercano di essere smorzati da un nudo della protagonista dove guardando in faccia il carnefice che ha cercato di violentarla sotto la doccia lo provoca dicendogli:
"Vediamo se hai il coraggio di scoparmi guardandomi in faccia?" il tipo non riesce e questo è per certi versi il film di Lawrence..un regista che ama la sua musa ma sul più bello fa cilecca

sabato 14 luglio 2018

Loro1


Titolo: Loro1
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Faccendieri ambiziosi e imprenditori rampanti, cortigiane - vergini per niente candide che si offrono al drago, addestrate da molti anni di pubblicità sessiste e trasmissioni strillate - politici corrotti, giullari, acrobate: è il circo che sta intorno a Silvio Berlusconi, nella "rielaborazione e reinterpretazione a fini artistici" messa in scena da Paolo Sorrentino.

Da anni Sorrentino racconta il suo visionario e particolarissimo circo mediatico.
Dopo Andreotti e un papa fuori dall'ordinario tocca all'emblema della politica italiana
Loro però appunto dal titolo racconta tutti gli attori che nel circo pur non essendo i veri protagonisti servono per dare lustro e pubblicità al loro signore
Loro sono quelli che contano, dice Morra, senza rendersi conto che pure lui, e da un bel po’, è uno di loro. Loro sono quelli rispetto ai quali non ci si dà nemmeno il disturbo di pronunciarne i nomi, almeno in questo primo pezzo, quasi si fosse a rischio di contagio.
La maschera che entra in scena di Servillo dopo quasi un'ora è quella di un cartone animato.
Perfetta, iconica, plasmata come forse la maschera più bella finora indossata dall'attore
Loro1 potrebbe anche essere riassunto così: orge e cocaina
Il problema grosso con cui Sorrentino ormai non sembra avere nemmeno più la necessità di confrontarsi è quello dell'intreccio e della soluzione (una critica aperta anche ad un altro grande regista come Malick) che in questo capitolo come nel successivo diventa l'arma a doppio taglio.
Una galleria di immagini davvero molto belle, con un cast tutto sommato convincente (a parte Servillo tutti gli altri sono comparse) senza contare le musiche e la fotografia che riesce a mettere e dare risalto a qualsiasi particolare inquadrato nella scena
Un film per immagini, visivo come spesso viene vista la settima arte, ma che a mio avviso poteva cercare senza poi sbilanciarsi molto di dare anche un'altra visione di questo grande personaggio mediatico che ha saputo trasformare un paese a sua immagine e somiglianza
Era giusto che Re Mida alla fine diventasse una delle scelte con cui il nostro buon Sorrentino non poteva non confrontarsi


Looking Glass


Titolo: Looking Glass
Regia: Tim Hunter
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una coppia acquista un motel in un deserto. Nell'edificio c'è una stanza segreta che permette di vedere cosa succede nella camera più richiesta. Finchè ci scappa il morto.

Un bel film di fantascienza potrebbe essere quello di capire come mai Nicolas Cage giri una media di un film al mese. E' ancora messo così male? I suoi creditori sono come la setta di Scientology?
Ecco secondo me questo sarebbe un tema interessante da trattare..un road movie con Cage inseguito dai suoi creditori..
Mi chiedo. Ma come deve essere per un regista lavorare con Nicolas Cage? Ne ha di tempo o mentre l'attore legge il copione sta già trattando con il manager per conoscere la trama del successivo film?
Looking Glass aveva secondo me dei buoni spunti di partenza soprattutto nel soggetto.
Il problema del film è che parte malissimo, quasi tutte le azioni dei protagonisti hanno un non sense di base che le muove, non so bene se per cercare di renderli alternativi o particolarmente bizzarri ma il risultato è tremendo.
Cage – al settimo film in 12 mesi – pare non aver ritenuto che il materiale offertogli da Looking Glass valesse abbastanza da tentare di salvarlo con una delle sue ormai leggendarie performance sopra le righe da B-Movie.
Hunter ha diretto quasi solo episodi di serie tv o televisione per lo più e la parte tecnica a volte leggeremente amatoriale si vede così come la fotografia che poteva dare più risalto in alcune scene o illuminare di più alcuni particolari importanti dalmomento che il filmpunta motlo sulle diverse cromature a seconda della location e alcuni particolari della trama.
Invece per cercare di dare un po di ritmo si preferisce puntare su scene lesbo girate pure male e alcune scene d'effetto che ormai fanno solo più sbadigliare
Peccato perchè nel mare di film inguardabili con Cage, nuovo filone cinematografico vista la quantità a dispetto della qualità, questo sci-fi poteva davvero dare qualcosa di interessante

Ladies First


Titolo: Ladies First
Regia: Uraaz Bahl
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 4/5

Nata nel villaggio di Ratu, in India, tra povertà e pochi diritti per le donne, Deepika Kumari a 18 anni è diventata l'arciere donna migliore del mondo.

Emozionante. Davvero in 40' Bahl riesce a cogliere i passaggi fondamentali di questa storia che come per altre spesso nel contesto indiano sa di miracolo.
Il miracolo però non sta nella fortuna ma nella continua lotta per voler a tutti i costi ottenere qualcosa per se stessi e perchè dia per la protgonista una ragione di vita. Che siano uomini o donne, spesso gli emarginati nei paesi del terzo mondo, devono tirare fuori una forza d'animo che dovrebbe scuotere tutte le nostre fragilità e capire che si può ottenere quello che si vuole lottando dal basso con gli strumenti che si hanno grazie ad una profonda forza d'animo.
Deepika racconta un'altra lotta con cui lei si è vista chiudere quasi ogni porta per poi raggiungere i fasti in quello che è un documentario sportivo e anche biografico molto bello dove anche la tematica del tiro con l'arco è originale e poco vissuta nel cinema come nei documentari.

domenica 24 giugno 2018

Lazzaro Felice


Titolo: Lazzaro Felice
Regia: Alice Rohrwacher
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La Marchesa Alfonsina de Luna possiede una piantagione di tabacco e 54 schiavi che la coltivano senza ricevere altro in cambio che la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni in catapecchie fatiscenti, senza nemmeno le lampadine perchè a loro deve bastare la luce della luna. In mezzo a quella piccola comunità contadina si muove Lazzaro, un ragazzo che non sa neppure di chi è figlio ma che è comunque grato di stare al mondo, e svolge i suoi inesauribili compiti con la generosità di chi è nato profondamente buono. Ma qual è il posto, e il ruolo, della bontà fra gli uomini?

Quest'anno sono diversi i film italiani che meritano di essere visti al cinema.
Diversi narrativamente e con delle storie e delle situazioni toccanti e molto particolari.
Lazzaro Felice forse sarebbe piaciuto a Fellini almeno nella prima parte così come a Scola e forse anche a Pasolini.
E'un film raro e antico, figlio di atmosfere ormai in disuso nel nostro cinema ma non per questo minori, anzi. L'ultimo film della Rohrwacher ci porta fin da subito in un passato che poi tanto passato non è, trovando una metafora o una comparazione con alcune realtà ancora vive nel nostro paese mica da ridere.
Certo gli "schiavi"come sono ritratti i contadini, umili e misericordiosi, è una di quelle realtà che nel 2018 non dovrebbe più esistere (sarà davvero così) ma qui la pretesa che li tiene tutti ancorati alla marchesa è il tipico pretesto che il borghese adotta con coloro che non stanno a chiedersi grosse domande, vivendo sereni la giornata e cercando di sopravvivere tutti assieme felici e in questa grossa cascina che sembra per alcuni aspetti una comunità.
Un film umile come il suo protagonista che nei cambi temporali dimostra di non aver sempre quel ritmo e quel mordente che dimostra di saper fare molto bene in tutto il primo e parte del secondo atto. Ci riesce ma in maniera a volte macchinosa, mettendo in scena alcuni momenti che ho trovato sinceramente fuori luogo come la scena girata a Torino, ai giorni nostri, nella banca dove Lazzaro rischia di essere martirizzato dalla folla.
Il terzo film della giovane cineasta è un film che ho trovato molto spirituale capace di scatenarmi emozioni e sentimenti. Questo è il cinema che più mi piace. Qualcosa che non mi lascia indifferente. Lazzaro felice ci è riuscito.

Hurricane Heist


Titolo: Hurricane Heist
Regia: Rob Cohen
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Venticinque anni dopo la morte del padre, vittima di uno dei tornado cui aveva sempre dato la caccia, Will è un meteorologo del Governo impegnato a studiare Tammy: un uragano in arrivo sull'Alabama che si preannuncia essere il più violento nella storia degli Stati Uniti. Mentre gli abitanti cominciano ad evacuare la zona, Will, suo fratello Breeze e la determinata agente del Tesoro Casey si ritrovano soli in mezzo alla furia dell'uragano e, allo stesso tempo, alle prese con un gruppo di rapinatori che vuole approfittare dell'imminente catastrofe per compiere il colpo del secolo: una rapina da 600 milioni di dollari alla Zecca dello Stato.

A volte mi avvicino ai thriller per motivi futili sapendo già che non mi troverò di fronte a chissà che storia. Proprio il soggetto in questo caso è l'elemento già pre masticato che abbiamo visto almeno una ventina di volte in altri ibridi.
Gli americani del resto, rispetto agli europei, dovendo far uscire migliaia di film in più spesso prendono questa strada che loro chiamano scorciatoia. I risultati però in termini narrativi si vedono subito. L'ultima prova che un cinefilo a volte svolge, potendosi disinteressare dalla sceneggiatura che è telefonata come poche, è quello di trovare somiglianze con altri film. In questo caso su tutti HARD RAIN, in cui per farla breve qui vengono infilati gli stessi tre ingredienti: c’è la rapina, il buddy cop e pure il disaster movie (ecco l'ultimo lì era una tempesta, qui invece uragani)
Ora Rob Cohen lo sappiamo tutti non è bravo come il fratello. Il mestiere come tecnico di certo non gli manca e infatti negli ultimi vent'anni ha firmato moltissimi blockuster anche se tra i peggiori.
Negli anni Ottanta ha prodotto roba come LE STREGHE DI EASTWICK, L'IMPALACABILE, SCUOLA DI MOSTRI e fin qui ci siamo eccome sono dei signor film, mentre nei novanta ha deciso che era giunto il momento di passare a dirigere fantasy come DRAGONHEART prima di arrivare a grattare il fondo con i film più tamarri mai visti FAST & FURIOUS e XXX
La sua parola d'ordine è intrattenimento. In questo caso appunto sembra rispondere al meglio alla domanda di partenza e per l'appunto Hurricane è sicuramente meglio dei suoi ultimi lavori se non altro perchè non cerca quel filone teen che rischia di intrappolarlo in un limbo.
Il problema grosso dell'ultimo film di Cohen jr è quello di aver messo troppa carne al fuoco, di non aver saputo sfruttare al meglio un buon cast anche se sono nomi che i più non conosceranno e lasciando più domande che risposte su tutte le sotto trame che il film sembra apriire ma poi forse aspetta che sia l'uragano a chiuderle.

giovedì 7 giugno 2018

Dogman


Titolo: Dogman
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Marcello ha due grandi amori: la figlia Alida, e i cani che accudisce con la dolcezza di uomo mite e gentile. Il suo negozio di toelettatura, Dogman, è incistato fra un "compro oro" e la sala biliardo-videoteca di un quartiere periferico a bordo del mare, di quelli che esibiscono più apertamente il degrado italiano degli ultimi decenni. L'uomo-simbolo di quel degrado è un bullo locale, l'ex pugile Simone, che intimidisce, taglieggia e umilia i negozianti del quartiere. Con Marcello, Simone ha un rapporto simbiotico come quello dello squalo con il pesce pilota.

Dogman fa ben sperare. Un nerissimo western suburbano della periferia romana come non si vedeva da tempo. Garrone è davvero uno dei talenti del nostro cinema. E parlo per la sua natura complessa, dinamica e anti commerciale capace di passare da un genere all'altro senza grosse difficoltà.
I risultati spesso vengono considerati deludenti come il bellissimo IL RACCONTO DEI RACCONTI che non è proprio stato capito da pubblico e critica.
Questo Dogman forse per il suo taglio più action dove sembra siglare la differenza di genere tra riscatto e vendetta e articolando la vicenda e la trama potrà certamente risultare più commerciale rispetto al fantasy per adulti.
Prendendo spunto dalla tremenda vicenda del Canaro della Magliana, Garrone racconta la complessa psicologia di un uomo comune che come tanti si trova a dover cambiare drasticamente la sua vita a costo di soccombere e accettare dunque di diventare l'agnello sacrificale, la vittima, il capro espiatorio dove tutti vanno a sfogarsi e su cui tutti scaricano le proprie frustrazioni.
Da questo punto di vista il film è splendido e lucido nell'esaminare questo humus di persone imbruttite dalla povertà, dalla corruzione e dall'evasione fiscale.
Una Roma ancora diversa dalle ultime serie famose o dai film che ultimamente raccontano le gesta criminali della capitale.
Qui è tutto più serio, più terra terra, più neorelistico. Sembra di sentire l'eco che proviene dalla grande tradizione del cinema italiano e che Garrone conosce e sicuramente porta con sè.
Grazie poi a dei volti magnifici che sono il vero ritratto della quotidinaità del nostro paese e della semplicità e povertà che da sempre raccontiamo così bene viene da dire che ci troviamo di fronte ad una grande lezione di cinema per un film che spero non venga di nuovo sottovalutato o sintetizzato come un revenge movie italiano.
L'opera di Garrone è qualcosa di molto più dilatata e complessa.







Deadpool 2


Titolo: Deadpool 2
Regia: David Leitch
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il mercenario malato di cancro e trasformato in un essere pressoché immortale, capace di rigenerarsi da ogni ferita, si gode finalmente la vita insieme alla compagna Vanessa. Ma ad accettare irresponsabilmente, com'è nel suo stile, missioni da sicario in giro per tutto il mondo si finisce per farsi dei nemici e arriva presto per Deadpool il momento di pagare il conto. Una batosta tale da ritrovarsi a casa degli X-Men, con Colosso che ancora una volta gli dà la possibilità di essere un eroe e lo porta con sé in una missione per calmare un giovanissimo e potente mutante. Prevedibilmente le cose non vanno a finir bene e Deadpool si ritrova nei guai insieme al ragazzino a cui però si sta affezionando tanto che, quando dal futuro giungerà un letale guerriero deciso a ucciderlo, il loquace ex mercenario farà tutto il possibile per proteggere il giovane.

Deadpool non è uno dei miei super eroi preferiti.
Il perchè è uno. Ryan Reynolds. Nonostante sia bruciacchiato e mascherato proprio non riesco a sopportarlo. Preferisco anche se appartiene all'universo Dc il cattivissimo e meglio caratterizzato Lobo con cui Deadpool potrebbe avere alcune affinità.
Per rimanere in casa Marvel invece rimane colui che il mercenario prende in giro all'inizio del film con la stauetta e la morte tragica dell'eroe.
Togliendo solo per un attimo l'antipatia forte verso questa specie di fantoccio mediatico che prova a fare l'attore rendendosi ancor più ridicolo, Ryan Reynolds, devo ammettere che questo secondo disastroso capitolo è davvero qualcosa di notevole per quanto riguarda l'esagerazione, la potenza dei mezzi impiegati, il cast e l'ironia ancora più blasfema e grottesca rispetto al primo capitolo.
Si ride, ci si diverte, non si prende nulla sul serio, compaiono pure bambini super cattivi e "malvagi", personaggi di supporto che funzionano benissimo anche se fanno poco più che delle comparsate e parlo di Fenomeno oppure gli X-Men coinvolti o la squadra della X-Force con alcune trovate che fanno davvero ben sperare sul futuro di un possibile sequel.
A differenza però rispetto ad altri film Marvel che hanno provato la soluzione ironica senza riuscirci e non sono pochi qui invece l'autoparodia funziona rispetto agli azzardi demenziali ad esempio di un THOR RAGNAROK davvero brutto e penoso.
Per finire il personaggio di Cable riesce a dare ancora più spessore alla storia cambiando gli schemi temporali e aggiungendo dubbi e perplessità vista tutta la storia ormai quasi un romanzo da seguire del complesso universo dei Marvel Studious, resa anche così appetibile grazie alla mimica facciale di Josh Brolin/Thanos. Se ci sarà qualche collegamento staremo a vedere, questo non mi va di spoilerarlo.
Infine sulla sceneggiatura non mi sento di dover fare la lezioncina. E' un puro divertissement dove seppur vero che la trama è deboluccia (il fattore bambini con super poteri abusati nelle comunità diventa un pretesto che a lungo andare stanca...) il film in sè non ha questo particolare compito di dover raccontare chissà cosa. Intrattiene facendolo bene e regalando due ore di divertimento e colpi bassi.

mercoledì 9 maggio 2018

Ash vs Evil Dead


Titolo: Ash vs Evil Dead
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

Ash e Pablo hanno aperto un negozio di ferramenta a Elk Grove dove la fama di eroe che Ash ha tra la popolazione locale gli garantisce un costante successo. Una donna trova il Necronomicon e lo porta in un programma televisivo di vendita dell'usato nella speranza di raccimolare un po' di soldi, ma quando il conduttore del programma legge le scritture del Necronomicon risveglia il male, poi arriva Ruby che lo uccide e prende il Necronomicon. Candace va da Ash per dirle che la loro figlia, Brandy, è in pericolo. Ash durante una folle notte di cui a stento ricorda, aveva sposato Candace, e a sua insaputa l'aveva messa incinta. Candace gli spiega che il male minaccia sua figlia che ora si trova al liceo di Kenward County, infatti anche Pablo conferma che il male si è risvegliato perché sul suo corpo sono ricomparsi i segni del Necronomicon. Ash, Candace e Pablo vanno al liceo di Kenward County per salvare Brandy e la sua amica Rachel, infatti il male ha preso possesso della mascotte della scuola. Ruby beve il suo stesso sangue dopo averlo usato per bagnare una pagina del Necronomicon, e dal sua ventre inizia a crescere qualcosa. Rachel, posseduta dal male, decapita Candace nel tentativo di uccidere Brandy prontamente salvata da Pablo. Ash uccide Rachel con un'arpa, poi viene aggredito dalla mascotte ma viene salvato da Kelly, appena tornata insieme a un ragazzo di nome Dalton, che appartiene a un ordine che combatte il male, i "Cavalieri di Sumeria", il quale si dimostra eccitato all'idea di conoscere il famoso Ash Williams, ed è desideroso di aiutarlo nella lotta contro il male che si è appena risvegliato.

L'idea del perchè e del per come si cerchi in tutti i modi di trovare una continuità per una storia che sin dal primo episodio della prima stagione lasciava decisamente perplessi è un mistero.
Siamo al capolinea. Tre stagioni volate con un ritmo e una quantità di sangue che non vedevo da tempo. Una serie, un cartoon in live action, che non si può dire brutta, ma che fa della sua auto ironia e della sua ingenuità le armi principali con cui il buon Bruce Campbell si confronta e ci mette tutto se stesso portando avanti da solo o comunque più degli altri l'intero progetto senza mai perdere quella sintonia che padroneggia benissimo per un personaggio cult come quello di Ash Williams.
Tanti i piani narrativi i viaggi nel tempo e tante le scelte che potranno apparire dalle più ovvie alle più scontate ma anche con quei momenti epici e quei deliri splatter che mai ti aspetteresti (la scena del bambino che entra nel corpo della donna è davvero deliziosa) trovando una forza che gli permette di goderci semplicemente quello che accade senza troppi problemi.
Ritorna Rudy (in realtà non se ne mai andata) e la sua instancabile ricerca del Neonomicon, ritorna il padre di Ash che gli rivela di questa persona uccisa per sbaglio che voleva mettersi in contatto con il figlio e che aveva le pagine mancanti del Neonomicon che si ricollegerebbe con l'incipit del film di Raimi. Poi c'è il personaggio della congrega abbastanza inutile infatti sparisce quasi subito.
Sia Pablo che Kelly vengono posseduti e il primo colpito dalla figlia di Ash, la vera new entry della serie, con il pugnale Kandariano, viene ricollegato ad un piano onirico dove sembra esserci questa sorta di rituale vodoo. Infine a chiudere i battenti abbiamo i cavalieri di Sumeria tra i buoni e gli Oscuri tra i cattivi (che ricordano non poco i Cenobiti).
Insomma elementi e ingredienti c'è ne sono a gogò. Si ride e gli episodi partono sempre con una testa sgozzata o la fuoriuscita di budella ma alla fine rimane poco su cui e con cui confrontarsi.
Rimane un prodotto commerciale e godereccio, apocalittico e anarchico come pochi osando ovunque senza limiti e termini di decenza e regalando infine uno show con un ritmo frenetico.



lunedì 7 maggio 2018

Hurry Slowly


Titolo: Hurry Slowly
Regia: Anders Emblem
Anno: 2018
Paese: Norvegia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

"Hurry Slowly" è un film che ritrae un tenero spaccato di vita che riguarda Fiona e il suo fratello minore Tom, del quale la ragazza si prende cura

Il film della Emblem è un indie coraggioso che tratta diversi temi sociali rimanendo però inquadrato su questo rapporto fratello sorella, in cui la seconda fa anche da caregiver.
Un film con tanti sentimenti e una voglia profonda di credere laddove i mezzi pur non essendo molti riescono a creare un buon prodotto di genere.
Fiona è un attrice straordinaria, giovane e piena di vita che riesce a cogliere tutte le sfumature di un personaggio certo attuale ma connotato da una psicologia complessa che riesce bene a mettere in luce tutte le fragilità dell'adolescenza.
Allora la musica diventa l'occasione per staccare, la chitarra e la voce della protagonista sulle note di una canzone molto bella che sentiremo almeno tre volte riesce a toccare in parte anche quelle corde dell'anima che fanno più fatica a sciogliersi.
Un film solo in alcuni momenti lento o ridondante in grado però di fuggire in maniera misurata da quei trappoloni melodrammatici o melanconici che alla fine devono creare quell'happy ending a tutti i costi.


martedì 1 maggio 2018

Avengers-Infinity Wars


Titolo: Avengers-Infinity Wars
Regia: Russo
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dalla nascita dell'universo, sei gemme elementari rappresentano i vari aspetti fondamentali del cosmo e chi le possedesse tutte raggiungerebbe l'onnipotenza. È questo l'obiettivo di Thanos, il titano pazzo che ritiene se stesso come un correttivo alla sovrappopolazione universale e pensa di essere una misura necessaria e giusta, persino benevola, mentre agli altri il suo operato appare, correttamente, come una serie di genocidi. Gli Avengers e i Guardiani della Galassia dovranno cercare di fermarlo, ma come se non bastasse la sua inarrestabile potenza ci sono dalla sua armate aliene e quattro letali "figli", ognuno deciso a consegnargli le gemme dell'infinito.

Ci siamo. Ne manca solo più uno. Tra un anno sapremo come andrà a finire.
E da qui a un anno i fan cominceranno a elucubrare possibili scenari di come gli Avengers rimasti cercheranno di capire come combattere il peggior nemico di sempre ( e per fortuna, per la prima volta anche il più interessante).
Infinity Wars è davvero epico. Forse troppo. La più grande produzione di sempre superando Jackson e Lucas e tutti gli altri, stabilendo un primato in termini di record di budget e tutto il resto. C'è anche da dire che in questo film convergono proprio tutti i super eroi pur non essendo un film propriamente sugli Avengers ma su Thanos.
Già solo il fatto che a differenza degli altri film Marvel qui per godersi la scena post-credit bisogna davvero aspettare di veder sfilare tutti i titoli di coda che sembrano quasi antologici per tutto l'esercito di gente a cui questo film ha dato un lavoro mi è sembrato un buon prezzo da pagare e infatti la scena finale lo è.
Immenso con tante piccole fragilità e incrinature che di certo non ne fanno un capolavoro (difficilmente un film Marvel potrebbe mai essere un capolavoro...) ma di certo deraglia da quanto mai messo in scena prima così come deragliano gli universi e i pianeti in questo film davvero tanti cercando realmente di dare l'impressione di qualcosa di cosmico ed elevato.
I fratelli Russo hanno davvero preso in mano un progetto rivoluzionandolo a dovere e siglando di fatto il vero trauma infantile di una intera generazione dopo aver già dato prova con l'ottimo CIVIL WAR di saper trattare l'argomento inserendo più personaggi e creando delle linee narrative e delle sotto trame coinvolgenti.
Un film che seppur con alcuni piccoli rallentamenti riesce davvero a dare voce e momenti di gloria a quasi 20 super eroi. Un primato che sembrava impossibile da raggiungere.
A differenza degli altri due capitoli precedenti (che non possono proprio reggere il confronto) qui capita veramente la fine, siamo davvero di fronte all'apocalisse dei cinecomics.
Un film così smisurato da non poter essere esente da imperfezioni (ma chiunque non avrebbe potuto fare di meglio) perciò certo alcune battute, per quanto divertenti sembrano proprio inserite alle volte per allentare la tensione, alcuni momenti come quando Hulk prova paura per Thanos e non si trasforma più magari non vengono colti subito e diciamo infine che proprio i dialoghi e l'ironia a volte sembrano gli elementi più forzati oltre una trascinata storia d'amore tra Visione e Scarlet.
Per tutto il resto, credo che tutti coloro che odino profondamente l'universo MCU debbano solo fare voto di silenzio, farsi da parte, capire che parliamo di un giocattolone forse mai così colossale, e che in un cinema sempre più industria dove dominano Netflix e Amazon, la Disney (che di certo non amo) e l'universo MCU che si è comprata, sono davvero i mali minori e soprattutto fanno una cosa che Netflix e Amazon non fanno: portano di fatto la gente al cinema e di questi tempi è sempre più importante.



Outsider


Titolo: Outsider
Regia: Martin Zandvliet
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Prigioniero durante la seconda guerra mondiale, un soldato americano riesce a tornare libero solo grazie all'aiuto di un componente dell'organizzazione criminale Yakuza. Una volta uscito dalla prigione dovrà fare in modo di ripagare il debito e conquistare i favori della mafia giapponese.

Lo yakuza movie è un po come i J-horror, sono quei cavalli di battaglia orientali e che solo come tali dovrebbero e avrebbe senso farli andare avanti. I risultati sui remake, reboot, sequel e prequel fatti dagli americani hanno quasi sempre regalato risultati contrastanti ma quasi mai appaganti.
Questo Outsider è un film con polso. Lento, minimale, accurato, elegante, senza mai esagerare ma invece mostrando quel codice morale e tutti i significati che regolano l'appartenenza ad un clan.
Al di là del fatto di quali siano i veri intenti che muovano Nick Lowell a diventare un appartenente della yakuza (un particolare della trama che non viene sviluppato a dovere), per tutto il resto del film viene quasi tutto fatto intuire senza di fatto avere mai quelle esplosioni di violenza tipiche del genere che connotano tanti registi come Miike Takashi o Sion Sono (solo per fare due nomi a caso).
Il fatto che ci siano state molte polemiche sul Whitewashing, mosse alla pellicola per aver utilizzato un attore bianco in una storia sulla mafia giapponese, trovo che non abbia ragion d'essere sul nascere.
Se la scelta non funziona il film o il protagonista pagheranno con il fatto che il film o l'attore faranno schifo in quel caso. In questo caso invece Jared Leto è così inquietante e fuori di testa che offre una recitazione e un personaggio che seppur centellinato in tutte le mosse e i movimenti ha due occhi di ghiaccio che fanno quasi impallidire i capi yakuza.
La scena del giuramento così come alcune sequenze sono davvero girate con quella precisione e quella tecnica che fanno sì che Zandvliet riesca a portare a casa il suo film migliore.
Con un finale abbastanza telefonato che poteva dare di più in termini di climax e di scrittura, è uno dei rari film decenti distribuiti da Netflix.

Nella tana dei lupi


Titolo: Nella tana dei lupi
Regia: Christian Gudegast
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

«Big Nick» O'Brien dirige una squadra anticrimine a Los Angeles, la capitale mondiale del cinema e delle rapine in banca. Una rapina più sanguinosa delle altre, poliziotti abbattuti per rubare un furgone blindato vuoto, gli ha tolto il sonno. Piantato dalla moglie, che non sopporta più il suo stile di vita, O'Brien si butta a capofitto nel lavoro. Con un manipolo di uomini indaga sul crimine e incontra Donnie, gestore di un pub e chiave di accesso al mistero. In corsa contro il tempo, O'Brien deve vedersela con un cattivo professionista che ha deciso di espugnare la Federal Reserve Bank, un palazzo governativo ritenuto impenetrabile, per trafugare trenta milioni di dollari ritirati dalla circolazione e destinati al macero. Ma O'Brien ancora non lo sa.

Si è fatto un gran parlare di questo ennesimo poliziesco con richiami alla grande rapina e all'heist movie che negli ultimi anni è tornato abbastanza in voga. Il primo vero problema del film di Gudegast è che non ha niente di originale anche se a detta di molti consacra il genere sviluppandolo al meglio e inserendo tante di quelle citazioni o omaggi uno dopo l'altro che ormai a Hollyqwood sembra diventata una sorta di epidemia con il risultato che spesso e volentieri è abusata.
Come si può pensare nel 2018 che una forza speciale di polizia sia più corrotta degli stessi criminali sia un'idea originale? A me sembra che sia stata utilizzata più volte.
Gli attori sono tutti fuori parte esagerando terribilmente e uscendo troppo dalle righe (Butler su tutti), scimmiottando i soliti stereotipi sui poliziotti corrotti e la band criminale che prendono di mira. Gudegast non solo non è Michael Mann ma dovrebbe smetterla di provare a citarlo e parlo ovviamente per le copiature venute davvero male come il gunfight in autostrada che rispetto a HEAT dovrebbe solo avere la decenza di mettersi da parte senza contare l'intrigo, le sparatorie e il testosterone assoluto della pellicola figlia di un machismo moderno.
Un film adrenalinico, troppo lungo, con alcuni personaggi insopportabili e un cast che poteva dare qualche cosa di meglio.



Come un gatto in tangenziale


Titolo: Come un gatto in tangenziale
Regia: Riccardo Milani
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Giovanni lavora per una think tank che si propone di riqualificare le periferie italiane. La sua ex moglie Luce coltiva lavanda in Provenza, convinta di essere francese. Giovanni e Luce hanno allevato la figlioletta tredicenne Agnese secondo i principi dell'uguaglianza sociale, anche se vivono al caldo nel loro privilegio. E quando Agnese rivela a Giovanni la sua cotta per Alessio, un quattordicenne della borgata romana Bastogi tristemente nota per il suo degrado, papà, terrorizzato, segue la ragazzina fino alla casa dove Alessio abita insieme alla mamma Monica e alle due zie Pamela e Sue Ellen (sì, come le protagoniste di Dallas). Giovanni scoprirà che Monica è altrettanto atterrita all'idea che suo figlio frequenti una ragazzina dei quartieri alti: "Non siamo uguali", Monica avverte Alessio. "Inutile farsi illusioni".

Milani è quel regista ormai assoldato per la commedia all'italiana che non ha niente a che vedere con le vecchie commedie all'italiana poichè il cinema di oggi ha perso quella stoffa e quella voglia di prendersi sul serio come capitava una volta. Un mestierante che gira filmetti furbetti che incassano, con un buon tasso di ironia, dei dialoghi quasi sempre mediocri senza mai nessun guizzo e cercando di sposare la post contemporaneità.
Tra i suoi ultimi film forse questa commedia appare la meno sdolcinata, un film con alcuni buoni momenti, che cerca di strizzare l'occhio alle differenze sociali e ai quartieri dividendo poveracci e borghesi e uno scontro generazionale tra adulti e bambini che non guasta mai come ingrediente.
Il risultato è un film di splapstick, alcune riuscite altre meno, con la solita lezioncina morale nel finale (Claudio Amendola mandatelo in pensione vi prego non si può più vedere in questi ruoli dove sembra auto reciclarsi da solo) e una coppia di attori che riesce a dare sempre ritmo anche in alcuni momenti dove il film inciampa pesantemente.

giovedì 26 aprile 2018

Rampage-Furia animale


Titolo: Rampage-Furia animale
Regia: Brad Peyton
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Davis Okoye è un esperto primatologo e un uomo a cui gli animali stanno più simpatici degli esseri umani. È anche un ex combattente dell'esercito americano e "uno a cui piace andare in palestra", per dirla con un personaggio del film. Il suo migliore amico è un gorilla albino, George, dotato di senso dell'umorismo e di un debito non da poco nei confronti di Davis. Ma George entra in contatto con i resti di un esperimento genetico che lo infettano, trasformandolo in una sorta di predatore invincibile, in continua crescita. E non è il solo. Ad altri animali tocca la stessa sorte. Davis dovrà fare squadra con una genetista ex galeotta e un inviato del governo per salvare il mondo e il suo amico.

Rampage ha un solo compito: intrattenere magari prendendosi almeno un pochettino sul serio nonostante una trama che seppur un giocattolone blockbuster ha dalla sua quel residuo della fantascienza che ci piace perchè fondamentalmente crea animali "mostri" giganti.
Con un budget faraonico, un Dwayne Johnson ormai lanciatissimo da tutte le grandi multinazionali del marketing e dell'intrattenimento (Disney su tutte) continuando la sua saga di film d'avventura per ragazzi dopo i tremendi VIAGGIO NELL'ISOLA MISTERIOSA e JUMANJII 2.
Almeno il film di Peyton ha azione a gogò dall'inizio alla fine senza mai lesinare scene apocalittiche con citazioni e rimandi a tanti film del passato in un climax finale davvero esagerato e tamarro.
Un film comunque piacevole dove stacchi completamente i neuroni come d'altronde la trama e soprattutto l'idea dei due fratelli di creare questo virus che ovviamente genererà terribili conseguenze.
Ovviamente del film l'elemento migliore non è da cercare nella "leggerezza" del personaggio di Davis. Qui sono tutte comparse. L'unica cosa che in questo caso conta sono le creature realizzate in maniera superba, grazie al computer, dalla Weta Digital.

domenica 25 marzo 2018

Mute


Titolo: Mute
Regia: Duncan Jones
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel 2046, in una Berlino carica di immigrati e dove si incontrano e si scontrano Oriente e Occidente, come in una sorta di fantascientifica Casablanca, Leo Beiler è un barista muto disperatamente alla ricerca della sua amata. La donna è scomparsa e la ricerca nei bassifondi della città porta Leo in contatto con una coppia di chirurghi americani, che sembrano in qualche modo collegati al caso e di cui lui non sa se può fidarsi o meno.

Mute è un film che è stato distrutto praticamente da tutti critica e pubblico.
Invece ho trovato tantissimo pathos in questo film, un concentrato di sentimenti, senza essere melenso e banale, che soprattutto lascia un finale amaro e profondo (anche se non originale ma non è questo il punto). Il film certo non è scritto benissimo e alle volte scivola in malo modo o si dimentica nel tracciato pedine e indizi importanti.
Mute è un film d'amore molto drammatico e con alcune trovate e una messa in scena calibrata, funzionale e suggestiva. A farla da padrone nel film sono alcune caratterizzazioni e la messa in scena, tutta, dalla fotografia viola e blu, ai costumi e allo stile scenografico e stilistico.
Paul Rudd è forse la cosa che rimarrà più impressa del film. Un personaggio border che riesce a dare una svolta interessante al film diventando il vero protagonista nel senso che subisce il cambiamento più forte pur rimandendo un villain.
Jones è un regista strano e dinamico che passa da un estremo all'altro amando e prediligendo comunque la fantascienza. Questo noir sporco e difettoso è come un sistema che regala forti emozioni ma va velocemente in corto circuito.
Il regista infine cita e forse omaggia suo padre, richiamando direttamente in causa il difficile tema del rapporto padre-figlio e dedicando l’intera opera a Maron, la donna che lo ha cresciuto come un figlio pur non essendone la madre biologica.

Kickboxer: Retaliation


Titolo: Kickboxer: Retaliation
Regia: Dimitri Logothetis
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kurt Sloan non vorrebbe tornare in Thailandia ma, durante un allenamento, viene catturato, sedato e rinchiuso in una prigione. In cambio di 2 milioni di dollari dovrà affrontare un temibile sfidante e, solo nel caso di vittoria, verrà liberato.

Alle volte è troppa la tentazione per il trash. Quando poi è il sequel di un'altra trashata le aspettative, essendo ancor più basse, non possono che portare a tante risate e divertimento assicurato nel non sense generale di un film che non sta in piedi.
Ritorniamo ad una saga che già segna il suo limite più grosso dal momento che KICKBOXER, tra l'altro non credo neppure di averli visti tutti, erano già un film da non ricordare.
Qui non hanno fatto altro che inserire più attori possibili con il risultato di non far altro che una parata di "star" dove ovviamente l'oscar non può che meritarselo Van Damme.
Quando parlo di parata di "star" bisogna però almeno citarne qualcuna: Ronaldinho, non parla, non dice nulla, tira solo pallonate alla gente; Myke Tyson, che tira pugni a destra e a manca scimmiottando se stesso e ridendo come un cretino; Christopher Lambert che fa davvero paura per quanto è inquietante ed è invecchiato davvero male, altro che immortale; infine Hafþór Júlíus Björnsson alias Mongkut, un altro gigante smisurato dopo l'episodio precedente con Dave Bautista.
Il problema più grosso del film al di là delle difficoltà produttive, sceneggiature scritte da gente improvvisata al momento e soprattutto quello di avere una durata eterna per quasi due ore.
Cos'altro dire di questo film che ho praticamente già rimosso. Brutto, a volte dannatamente comico e l'apoteosi del trash quando ascoltiamo alcune gag tra gli attori per non parlare dei dialoghi assurdi che rasentano i luoghi comuni più ambiti per i film di serie b sulle arti marziali e che in fondo non possono che ammettere il lato meno nascosto del film: qualcosa di vergognosamente tragicomico

Ore 15:17-Attacco al treno


Titolo: Ore 15:17-Attacco al treno
Regia: Clint Eastwood
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Spencer Stone, Alek Skarlatos e Anthony Sadler s'incontrano la prima volta dal preside, sulla panchina dell'anticamera, in attesa di un rimprovero. Saranno ancora insieme molti anni dopo, a Parigi, davanti al Presidente della Repubblica, per ricevere la legione d'onore. In mezzo c'è un'amicizia lunga una vita, la scelta di arruolarsi (per due su tre di loro), un viaggio estivo in Europa e un treno, il Thalis delle 15:17 da Amsterdam a Parigi, che cambierà le loro vite e quelle di molte altre persone.

Ore 15:17-Attacco al treno credo che sia il peggior film di Eastwood.
Dannatamente inutile e reazionario, anche se non sembrerebbe, non ci tiene a nascondere la sua sprezzante critica verso una manipolazione di contenuti e intenti davvero triste e inneggiando di nuovo i marines e l'educazione fascista militare come un valore a cui attenersi che non può che portare a gesta epiche ed esiti memorabili...
Il film è girato da uno sconosociuto, non c'è nulla del Clint che conosco, o meglio c'è ne troppo di quello che non voglio e non vogliamo conoscere e cioè quello che lo vede inneggiare a Trump e a scelte politiche inquietanti (possiamo dire che tutta una parte della sua politica e del suo credo è concentrata proprio in questa pellicola).
Tutto sembra patinato e scritto male dal momento che il film non ha nessun segreto, nessun colpo di scena. Anzi addirittura sapendo già come andrà a finire, il film nel montaggio inserisce, dal momento che è noiosissimo, pure alcune scene d'azione per farti capire cosa succederà e la piega che prenderanno i fatti che ovviamente già conosciamo.
Questo film insegna che credere nello stato paga, che la legione d'onore viene data come lode a coloro che difendono con il sangue e con la forza il proprio paese.
Eastwood purtroppo è così ma a noi piace ricordarlo per un altro tipo di cinema, quello scomodo che gioca sporco come il bellissimo MYSTIC RIVER.

lunedì 19 marzo 2018

Annihilation


Titolo: Annihilation
Regia: Alex Garland
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una biologa, il cui marito partecipa a missioni militari segrete, è disperata per il suo mancato rientro. L'uomo finalmente torna a casa ma non sa però spiegare cosa gli sia successo, non ricorda niente e sta misteriosamente male. La biologa verrà così a conoscenza di un'anomalia verificatasi anni fa e tenuta segreta: un'area da cui nessuno ha mai fatto ritorno tranne appunto suo marito, che sembra però prossimo a morire. Decide così di affrontare questo enigma e partecipa alla prossima spedizione, insieme ad altre quattro donne, ognuna esperta in un diverso campo scientifico.

Annihilation è uno di quei film che per forza di cose farà discutere. I motivi sono tanti a partire dal fatto che è tratto dalla trilogia di uno scrittore schizzato e originale che spero arrivi tradotto da noi per quanto concerne il resto della sua bibliografia.
Un film Netflix pubblicizzato, almeno qui a Torino, in maniera inquietante facendoti quasi passare la voglia di vederlo.
Un film che porta la Portman su un palmo della mano come a dire che effettivamente nel film esiste solo lei e Oscar Isaac che recita Isaac Oscar.
Un film molto lento con un ritmo che spesso frena ogni tensione e atmosfera soprattutto per le pedanti scene di coppia tra i due protagonisti.
Questi e altri motivi rendono difficile il giudizio per un film che probabilmente avrà due sequel ammesso che la macchina funzioni a livello di botteghino.
Ci sono stati alcuni cambiamenti drastici come la scelta delle protagoniste che nel libro non sono bianche ma di etnia differente e altri motivi che il regista di EX MACHINA ha voluto subito rivelare quasi per non essere attaccato da critiche di ogni sorta.
Rimane un film frammentato da una realizzazione che definirei veloce e sbrigativa come quando cerchiamo di capire che cosa sia realmente questa entità che prende forma. La parte filosofica del film in alcuni momenti cerca di scavalcare la narrazione diventando un esercizio di stile coadiuvato da un importante lavoro col sonoro (ma Garland non è Villeneuve) e la stessa minaccia che mi ha fatto pensare al nulla della storia infinita per quanto potente e suggestiva come idea viene messa da parte come se da un momento all'altro ci si aspettasse una reazione che di fatto avviene solo nel climax finale dalla biologa spaventata che non può o non vuole accettare questa entità.
Un film che nella parte tecnica attinge a una messa in scena senza passi falsi e con alcune scelte estetiche e una fotografia molto costosa e in alcuni momenti, quando l'azione centellinata fa capolino, qualche cosa di buono il film soprattutto con le bestie cerca di portarlo a casa (anche se il lupo parlante che chiede aiuto è sul filo del rasoio tra l'horror e la trashata dell'anno).
Forse è una di quelle operazioni complesse che il cinema per fretta e bisogno di soldi vuole veder crescere troppo in fretta senza aspettare o rispettare alcune fasi fondamentali.
Annihilation è così, ha tante cose che non funzionano ma non si può dire che è proprio brutto.