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lunedì 3 settembre 2018

End-L'inferno fuori


Titolo: End-L'inferno fuori
Regia: Daniele Misischia
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Claudio è un importante uomo d'affari, cinico e narcisista. Una mattina, dopo essere rimasto imbottigliato nel traffico delle strade di Roma, arriva finalmente in ufficio nonostante il notevole ritardo, ma rimane bloccato da solo in ascensore a causa di un guasto. Subito dopo averlo bloccato per infastidire un'impiegata. Peccato sia proprio il giorno in cui Claudio deve concludere un lavoro cruciale per la sua azienda. Ma questo inconveniente sarà solo il primo di tanti altri. Mentre cerca di non farsi sopraffare dalla disperazione per aver perso l'appuntamento, si rende conto che sta succedendo qualcosa di terribile. Parlando al telefono con la moglie e consultando le news si rende conto che la città è in preda al delirio, colpita da un virus letale che sta trasformando le persone in essere disumani e aberranti. Bloccato nell'ascensore, fermo tra due piani, Claudio dovrà affidarsi al suo istinto di sopravvivenza per affrontare l'apocalisse che travolge la città eterna.

Nonostante ci siano vari fan del cinema di genere che sono ormai saturi di vedere zombie o vampiri nei film, l'opera prima di Misischia ha più di un merito e l'ambizione di riportare in sala l’horror in uno dei suoi sottogeneri più popolari e sfruttati allo stremo negli ultimi anni essenzialmente in campo televisivo e a dirla tutta con i pochi strumenti che il regista aveva il risultato non è affatto male.
Certo sulla durata si poteva togliere qualcosa dal momento che il film soprattutto dal secondo atto fatica un po a mantenere ritmo e suspance nonchè la reiterazione di eventi che finiscono col diventare prevedibili e dunque meno spaventosi che si uniscono ad alcune scelte e azioni non colte dal protagonista, ma palesemente ovvie, che sembrano fatte apposta.
Scelta ancora più difficile e ambiziosa è quella di scegliere un'unica location mentre sugli attori ci accontentiamo.
Una sfida che sembrava voler chiedere ai giovani cineasti italiani, non troppo raccomandati, se sapessero/potessero fare del buon cinema con poche idee e tanto sforzo.
La risposta è sicuramente sì anche se negli ultimi anni mi è capitato di vedere horror italiani indicibili e imbarazzantipur avendo un discreto budget.
The End non è tra questi, cerca di avere spessore e caratterizzare bene un attore moderno che incarna i valori dell'egoismo e della corruzione, che dovrà pagare sulla sua pelle se vorrà cercare di mettersi in salvo.


sabato 1 settembre 2018

Meg


Titolo: Meg
Regia: Jon Turteltaub
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un sommergibile oceanico - parte di un programma internazionale di osservazione sottomarina - viene attaccato da un'imponente creatura che si riteneva estinta e che ora giace sul fondo della fossa più profonda del Pacifico con il suo equipaggio intrappolato all'interno. Il tempo stringe, l'esperto di salvataggi subacquei Jonas Taylor viene incaricato da un visionario oceanografo cinese, contro il volere della figlia Suyin, di salvare l'equipaggio - e l'oceano stesso - da questa inarrestabile minaccia: uno squalo preistorico di quasi 23 metri conosciuto come Megalodon.

Se Maometto non va dalla montagna...interessante quest'ultima sorprendente scoperta scientifica che nelle profondità dell'oceano esiste un luogo per nulla intaccato dal tempo, che ha conservato temperatura e caratteristiche adatte alla vita di alcune specie animali sparite altrove.
Pur non scegliendo mai la carta della demenzialità, il confine in alcune scene è arduo.
È infatti molto importante capire con quale spirito affrontare la visione, se qualcuno mai si fosse aspettato uno shark movie con ettolitri di sangue ci rinunci perchè è dosato con il contagocce, se con piglio serio oppure con l'esplicita volontà di ridere, accettando di perdere qualsiasi regola logica. Al di là di una storia che ha poco o nulla di originale, che non aggiunge niente di nuovo al filone, se non la scoperta scientifica iniziale che speravo mostrasse qualcosa di più, ci troviamo infatti dinanzi a personaggi caratterizzati in modo superficiale, che fanno costantemente azioni ridicole mettendo in pericolo loro stessi e gli altri.
In questo l'immortale Jason suona davvero come la nota dolente perchè distrugge, con l'azione più tamarra mai vista, quel poco che invece riusciva a mantenere un'aria da thriller giocando con un'atmosfera solo a tratti convincente.
Invece qui si gioca con un sonoro che alza le antenne, il nostro "eroe"che a petto nudo e fiocina in mano combatte un Megalodonte di 23 metri..

Hollow child


Titolo: Hollow child
Regia: Jeremy Lutter
Anno: 2018
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Un gruppo di creature maligne attrae bambini nel bosco. Una ragazza fa di tutto per salvare la sorella.

Sarà che mi basta leggere creature maledette unito a bosco e perchè no folklore che qualcosa si accende e a tutti i costi devo confrontarmi con quell'opera che sia riuscita oppure no.
Hollow child fa un bello scivolone quando in realtà riusciva dalla sua a creare una bella atmosfera perlomeno nelle scene in casa o quando la sorella maggiore cerca la sorella minore.
I mostri o le creature praticamente non si vedono e il film vira tutto su un elemento che non digerisco molto bene ovvero la sorella che torna cambiata perchè qualcosa si è impossessato di lei.
Da qui ovviamente Samantha dal passato oscuro, passando da una casa-famiglia ad un’altra, è l'unica ad accorgersene assieme ad una pazza a cui hanno rapito la sorella anni prima. Un thriller che non entra mai veramente nell'horror bazzicandolo e annusandolo da lontano che quando ti porta nella loro tana in realtà non si prende nemmeno lo sforzo di osare qualcosa di più.

giovedì 30 agosto 2018

Generi


Titolo: Generi
Regia: Marcello Macchia
Anno: 2018
Paese: Italia
Serie: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Gianfelice Spagnagatti è il protagonista interpretato dallo stesso Capatonda, è un uomo sulla quarantina che vive la sua vita monotona e senza balzi, gli si propone una donna, Luciana, e un lavoro, che lui rifiuta per ritornare ad essere se stesso, fare la sua solita vita piena di film e serie TV. Ma all’improvviso una porta si apre e lo stesso protagonista si trova catapultato in un genere cinematografico dove dovrà salvare la pelle e cercare la porta per ritornare nel suo mondo, anche se a fine episodio lo catapulterà semplicemente in un altro genere.

Dopo la fallimentare serie del 2016 MARIOTTIDE, Macchia torna dietro la macchina da presa per dirigere, scrivere e interpretare lo stesso personaggio in questa divertente serie a episodi.
A differenza però rispetto alle precedenti produzioni qui può beneficiare di un'attenzione maggiore dal punto di vista produttivo con la Lotus Production, società della Leone Film Group, che non ha badato a spese nel ricreare in ogni episodio un'ambientazione diversa e Now TV, della piattaforma Sky, per Sky Generation.
Ambientazioni diverse, location suggestive, una piccola galleria di figuranti speciali abbastanza noti, un'ottima colonna sonora e una fotografia e una color correction che sanno il fatto loro.
Otto episodi da '40 che passando attraverso il genere comico, demenziale e la commedia esplorano un genere cinematografico diverso:Western, horror, fantasy, commedia sexy all’italiana, supereroistico, quiz e il noir.
Di sicuro quello che brilla di più per ironia e trovate e l'episodio horror sul friggitore dove Gianfelice sembra attingere da tutto il suo repertorio comico e con alcune scelte tecniche e una messa in scena coraggiosa senza farsi mancare il teatro dell'assurdo, le gag e il nonsense generale. Inoltre l'episodio è talmente ben strutturato da far ridere con poco ed è qui la vittoria e il pregio più grosso dell'ultima fatica del comico. A differenza della serie su MARIOTTIDE dove l'esagerazione portava all'effetto inverso della risata qui tutto assume uno spirito e un'idea propria di cinema che assieme al suo secondo film OMICIDIO ALL'ITALIANA speriamo continui su questa strada.



Mission Impossible-Fallout


Titolo: Mission Impossible-Fallout
Regia: Christopher McQaurrie
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ethan Hunt riceve a Belfast l'ordine di una nuova missione impossibile: recuperare una valigia di plutonio e scovare i cattivissimi che immancabilmente vogliono metterci le mani sopra. Sulle tracce di John Lark, il misterioso finanziatore del rapimento di uno scienziato anarchico ed esperto in armi nucleari, ritrova a Berlino i compagni di sempre: Benji e Luther, a cui salva la pelle compromettendo la missione. E adesso tocca riparare, lanciandosi sul cielo di Parigi per (s)mascherare Lark e incontrare la Vedova Bianca, un'intermediaria sexy e letale. Come a ogni missione, niente andrà come previsto.

La vera missione impossibile credo a parte arrivare fino alla fine del film, quasi due ore e mezza, sia vedere Tom Cruise ormai arrivato ad una certa età, eludere il pubblico servendosi degli stunt man nei momenti di bisogno.
Un film molto fracassone che a differenza degli ultimi action movie come 007 o i vari Jason Bourne parte subito in quinta dimenticandosi, è più il film contina più gli assurdi crescono, di fare i conti con una parte almeno minima di credibilità e sopportabilità o diciamola semplice coerenza narrativa.
Un film fatto e composto da dialoghi molto brutti dove i combattimenti e le esplosioni crescono e aumentano per arrivare a scene molto imponenti in termini di budget, la corsa di Hunt e labattaglia sugli elicotteri sono troppo lunghe, che rischiano di essere presto dimenticate senza contare gli assurdi, i vecchi amori di Hunt che tornano e le insopportabili maschere che rendono tutti dei trasformisti incredibili.
Tra cospirazioni, tradimenti, raggiri, segreti governativi, manovre geopolitiche, doppio (e triplo) gioco, la banda di Hunt, con l'ex a fare da spalla oltre che doppiogiochista, si ritrova ancora una volta per un franchise che rilancia ancora e ancora, come se volesse proseguire all'infinito.
Il prossimo sarà sempre una girandola strabiliante. Ogni volta più bella, più kitch, ogni volta più grande, ogni volta più folle e ogni volta purtroppo sempre più senza senso come il personaggio di Walker.

A quiet place


Titolo: A quiet place
Regia: John Krasinski
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Gli Abbott e i loro tre figli camminano scalzi dentro un supermercato abbandonato e lungo la via del ritorno a casa, lontano dalla città. Sono rimasti in pochi nella loro zona e devono stare attenti a non fare alcun rumore, o le terribili creature che hanno invaso il nostro pianeta li individueranno in un attimo e per loro sarà la fine. Per 472 giorni, gli Abbott sopravvivono, sfruttando il linguaggio dei segni che conoscono bene, perché la figlia maggiore è sordomuta. Ma un altro figlio è in arrivo e non fare rumore diventa sempre più difficile.
John Krasinski torna a raccontare una storia di famiglia, scegliendo però un genere completamente diverso.

A quiet place è un horror post apocalittico di quelli belli forti.
Un'atmosfera incredibile che riesce a dare e mantenere per quasi tutta la pellicola una tensione sempre in crescendo contando che il film dalla sua ha dei brevissimi dialoghi. Un film che nella sofferenza dei protagonisti e negli sforzi per sopravvivere pone le sue basi, il suo stadio binario prima che il nucleo familiare trovi un luogo in cui nascondersi.
Dal secondo atto diventa un home invasion senza lesinare però il peso drammatico anzi accentuandolo come la scena con la nascita del bambino davvero carica di pathos.
Le creature poi sono potenti e incazzate e il climax finale regge bene riuscendo a regalare qualche piccolo colpo di scena.
Un film mai scomposto ma che affina piano piano i suoi intenti per regalare alcune piacevoli sorprese assieme all'incidente scatenante duro e secco e forse un po telefonato.
Ottima la prova del giovane regista che si afferma come un grande conoscitore del sonoro e di come sfruttarlo e impiegarlo al meglio contando che tutto il film è bilanciato su questa sorta di sfida di riuscire a tenere alta l'attenzione per tutta la durata senza quasi dialoghi.
Interessante poi la metafora di fondo. La nostra società è così tanto caotica e rumorosa che deve arrivare qualcosa di esterno a porre rimedio a questo inferno senza fine.


Ant Man ant the Wasp


Titolo: Ant Man ant the Wasp
Regia: Peyton Reed
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In seguito agli eventi di Captain America: Civil War, Scott Lang è agli arresti domiciliari. La richiesta di aiuto del professor Hank Pym e della figlia Hope però lo obbligano a trovare uno stratagemma per eludere la polizia e tornare in azione.
Ogni volta che la faccenda si fa troppo imponente e si decidono le sorti del mondo, la Marvel ha bisogno del suo minimaxieroe più divertente per alleggerire l'atmosfera.

Che cosa ci si doveva aspettare dal sequel del riuscito ANT MAN?
Risate, nuovi antagonisti (ancora più sorprendenti del deboluccio calabrone), oppure una trama diciamo un po meno quantica?
Eh sì perchè il film diretto da Peyton Reed amante della commedia, fa molta fatica a decollare e quando ci riesce il risultato non è poi granchè.
Troppo dramma familiare, troppo humor scientifico che non fa ridere, pochi combattimenti e poi manca un vero nemico contando che la ragazzina che soffre di una sorta di "schizzofrenia molecolare" che la fa diventare una sorta di fantasma vivente.
Insomma un film fatto un po troppo alla svelta con alcune idee carine, un contenuto extra, come sempre dopo i titoli di coda, abbastanza prevedibile, attori in parte, Wasp che tra le eroine probabilmente se la gioca tra le più affascinanti, ma tutto questo non basta.
Ant Man ant the Wasp non riesce ad emergere come il precedente, forse anche coadiuvato da una certa new entry nel panorama dei supereroi troppo forti, mentre questo è ironico e sa tanto dell'anti eroe come Deadpool e compagnia varia. Davvero non si capisce cosa sia andato storto.

Escape Plain 2


Titolo: Escape Plain 2
Regia: Steven C.Miller
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ray Breslin, l'uomo in grado di fuggire dalle prigioni più dotate di sistemi di sicurezza a prova di evasione, è ora a capo di un team che si occupa della stessa materia. Il suo agente più abile, Shu Ren, è finito insieme a quello che considera un fratello in una prigione denominata Ade da cui sembra davvero impossibile fuggire. Le sue coordinate cambiano costantemente e tutto ruota attorno a un'arena dove vengono convocati i prigionieri per combattere tra loro.

Sembra che stia diventando una moda o forse questi mercenari proprio non c'è la fanno ad andare in pensione visti i debiti o i mutui sulle ville o i castelli.
Cruise, Stallone, Cage, Willis, e molti altri ancora portano avanti franchise, sage interminabili, profetti disastrosi e disastrati che non meritavano nemmeno dei sequel e tante altre cose spiacevoli.
Eccoci al secondo capitolo di una saga che già non aveva senso in partenza portando l'attore a riprendere vecchi ruoli del passato cercando di fare ancora bella figura.
Stallone non mi sta nemmeno troppo antipatico seppur un mezzo reazionario, però il suo bisogno per salvare i suoi soldati di rientrare in una prigione di massima sicurezza con le spalle parate da Bautista e dal sempre più inutile 50% dopo che l'ex presidente della Californi ha dato forfait mi sembra forse eccessivo.
Dopo i film con Dwayne Johnson anche qui i cinesi stanno risalendo la china tra l'altro tutti giovani in ottima forma capaci di dare tante pedate ai vecchi mercenari e a rispondere alla domanda se veramente abbiano bisogno dei mercenari stanchi e imbruttiti dai troppi abbellimenti estetici a differenza di fisici tonici quasi tutti campioni di arti marziali.
Un film abbastanza vuoto dove i veri protagonisti non sembrano nemmeno esserci ma tutti cercano di trovarsi il loro momento in cui rubare la scena tra un fuggi fuggi per questi tortuosi corridoi in questo carcere di "massima" sicurezza

Skycraper


Titolo: Skycraper
Regia: Rawson Marshall Thurber
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Will Sawyer, veterano di guerra e agente dell'FBI, perde una gamba in un'operazione per liberare gli ostaggi. Dieci anni dopo ha una moglie e due figli che contano su di lui e vivono con lui ai piani alti di un grattacielo avveniristico costruito nel cielo di Hong Kong da un miliardario cinese megalomane. Nominato responsabile della sicurezza della struttura, il grattacielo più alto e più sicuro del mondo prende improvvisamente fuoco. Dell'incendio viene accusato a torto Will. Ma lui non ci sta. Considerato fuggitivo dalla polizia cinese, non gli resta che trovare i veri colpevoli, riabilitare la propria reputazione e salvare la sua famiglia intrappolata all'interno e al di sopra del livello del fuoco.

Ormai Dwayne Johnson è diventato l'eroe di una schiera infinita di bambini e perchè no delle loro mamme. A parte essere uno dei tre attori che ha guadagnato più soldi a Hollywood negli ultimi anni si sta aggiudicando quasi tutti i blockbuster per famiglie e grazie alla sua stretta alleanza con la Disney di fatto il suo potere si è allargato ancora di più.
E fin qui non ci sarebbero da fare critiche. Meglio lui che Fraser o Sandler o idioti alla stessa stregua. Johnson almeno ci prova a recitare con risultati non sempre allettanti ma visto il target e la drammaticità stucchevole e commerciale dei suoi film poteva addirittura fare di peggio.
Il problema in questo caso è il film in questione.
Pessimo rispetto a RAMPAGE o commercialate simili. Qui oltretutto a parte l'idea banale sono gli intenti e le spiegazioni successive che rendono il film eccessivamente infimo per come tratta non solo gli orientali ma soprattutto per come utilizza i mezzi diventando presto un'esplosione unica e incontrollata dopo la successiva deflagrazione nata dall'idiozia dei suoi personaggi.
Un film reazionario fino al midollo. Johnson è un veterano ed ex-membro dell’FBI, che ha perso una gamba nel corso di un’operazione di recupero finita male, ma che qui "grattando il cielo" e passando per alcuni assurdi riferimenti biblici per trasferirsi ad Hong Kong, dove un importante e visionario magnate ha costruito il grattacielo più alto ed avanzato del mondo, chiamandolo Skyscraper; a Sawyer, impiegatosi nel ramo della sicurezza, spetta ingraziarsi il ricco genio per poter ottenere, dopo mesi d’impegno, l’affidamento dei lavori.
Assurdo come tutti i disaster movie o action siano così tanto esagerati da perdere tutto quel fascino che una volta se ben dosato rappresentava un bell'intrattenimento come INFERNO DI CRISTALLO. Qui non c'è niente di tutto questo perchè i destini sono prevedibili e segnati, il soldato deve veder sacrificati tutti i membri della famiglia perchè avvenga il miracolo e la redenzione (dove però l'happy ending di default fa sì che non muoia mai nessuno)
Un viaggio dell'eroe mai così stupido e prevedibile. Il pubblico dovrebbe essere saturo.



giovedì 2 agosto 2018

Hereditary- Le radici del male


Titolo: Hereditary- Le radici del male
Regia: Ari Aster
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ellen Graham muore insieme ai suoi misteri. Mentre la figlia Anne elabora il lutto di una complicata figura materna, nella casa dei Graham avvengono strani episodi, che sembrano presagire un epilogo tragico. Basta un movimento di macchina, lento e avvolgente, tra i sinistri diorami assemblati dalla protagonista Anne Graham per far capire a cosa andremo incontro con Hereditary. A un dramma angosciante sui traumi di una famiglia di rara disfunzionalità e insieme a un ambizioso debutto, che guarda ai maestri del passato per generare nuovi shock.

L'horror di cui tutti parlano.
Hereditary poteva davvero giocarsela molto bene se avesse mantenuto la promessa iniziale ovvero quella di valorizzare il thriller psicologico aggiungendo connotazioni horror.
Invece dopo un primo atto, più o meno dalla morte di una delle protagoniste, il film diventa un pasticcio con sedute spiritiche (davvero ridicole), possessioni e poi quel "colpo di scena" religioso finale che lascia davvero perplessi quando tocca i re dell'inferno per quanto il connubbio religione-esoterismo mi piaccia molto nel cinema ma qui non siamo ai livelli di KILL LIST.
Peccato perchè la regia assieme agli attori sono la cosa meglio riuscita della pellicola.
Un reparto tecnico impressionante dove la fotografia, il sound designeer, il montaggio e alcune riprese di camera senza contare delle inquadrature suggestive e funzionali, sono davvero potenti e studiate con molta attenzione.
Eppure sono proprio i jump scared a rovinare l'atmosfera e il pathos di un film che sulla carta poteva davvero promettere di più quando invece tenta di mischiare troppi elementi dell'horror in modo disordinato e palesemente esagerato dove anche la c.g ad un tratto perde la sua efficacia.
Un'ultima cosa. Ari Aster mostra davvero un talento che spero non vada sprecato, cogliendo molte sfumature e aspetti in disuso nell'horror. Tuttavia non è Lynch e i marcati riferimenti al suo cinema da un lato sono stati apprezzati mentre dall'alto alcune citazioni come quella forse un po troppo chiara e diretta di VELLUTO BLU direi che andava malleta un po di più. E poi c'è tanto Polanski e Shyamalan.

Miracolo


Titolo: Miracolo
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Durante l'irruzione nel covo di un boss della 'ndrangheta, viene ritrovata una statuetta di plastica della Madonna che piange sangue. Al mistero non c'è risposta, ma la potenza di quell'enigma farà impazzire e deragliare le vite di tutti quelli che entreranno in contatto con questo evento.

Devo ammettere che non sono mai stato un grosso fruitore delle serie tv.
Questo non significa che non sia un ammiratore ma trovo che ci sia davvero troppa carne al fuoco con risultati poco più che mediocri e pochissimi casi di prodotti interessanti.
Ecco forse il Miracolo riesce a staccarsi, nello spettro italiano che delle serie ha davvero tanta paura soprattutto quando tratta il cinema di genere, superando quel confine invisibile che divideva la serialità italiana fatta per lo più di carabinieri, ispettori, polizia e preti, cercando come in questo caso di sconfinare e di catturare quello che tutti vogliono ovvero un pubblico mainsteram.
Il Miracolo è quella cosa scritta da Ammaniti, la sua prima storia originale per la televisione dopo sette romanzi di successo
Il viaggio di Ammaniti inizia da una suggestione classica in quanto a miracoli, quella di una statua della Madonna che piange sangue.
L'immagine della Madonna che emette grandi quantità di sangue è potente, sia dal punto di vista concettuale che visivo e gli autori che accompagnano lo scrittore la depongono con una piscina coperta e abbandonata, vuota e opprimente. Ma la sua funzione è solo di detonatore, di avviare una reazione a catena che li metterà di fronte a ragionamenti, domande, decisioni e scelte.
Gli otto episodi non sono solo un affascinante dramma, noir e visionario, avvolto nel mistero e in costante equilibrio tra sacro e profano, ma riescono a dare prova che una serialità da noi può esserci sfruttando il folklore e le nostre infinite leggende mischiando come in questo caso politica, mistero, thriller, mafia, scienza e chiesa e riuscendo anche a raccontare dei nuclei familiari e dei rapporti tra personaggi enormemente fragili e complessi.
Alla fine la serie è una grandissima metafora: davanti al mistero di una Madonna che lacrima sangue (nove litri l’ora, che non si sa come stoccare, salvo poi avere l’idea geniale di congelare la statuina per fermarne il deflusso), diventiamo tutti instabili se non schizofrenici.

mercoledì 1 agosto 2018

Io sono tempesta


Titolo: Io sono tempesta
Regia: Daniele Lucchetti
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Il finanziere Numa Tempesta sta per avviare un grande progetto immobiliare in Kazakistan.
Ma proprio al momento di chiudere le trattative con gli investitori internazionali i suoi avvocati lo informano che dovrà scontare una condanna per frode fiscale: non in carcere, che gli avvocati sono riusciti ad evitargli, ma prestando servizi sociali presso un centro di accoglienza. Passaporto e cellulare gli vengono ritirati da Angela, che gestisce il centro, e Numa è adibito a vari compiti di assistenza - compreso quello di tenere puliti i bagni comuni.
La parabola di Tempesta è dichiaratamente ispirata a quella di Silvio Berlusconi, ma lo sviluppo del personaggio ha più a vedere con la commedia all'italiana che con l'attualità politica (anche se nella realtà spesso le due si sovrappongono).

Terribile l'ultimo film di Lucchetti.
Un regista su cui faccio difficoltà ad esprimermi dal momento che la sua filmografia è piuttosto variegata e sono pochi i suoi film ad avermi convinto.
Io sono Tempesta, la campagna promozionale dove gli attori dicevano di essere tutti tempesta, è davvero un film che si smonta piano piano andando avanti in una confusione che a volte si perde i personaggi per le strade di Roma facendoli rincontrare senza un nesso logico .
Una trama confusa, un cast che sembra voler omaggiare uno degli attori più richiesti romani (ma non dei più bravi dal momento che recita se stesso) e poi Germano a fare il senzatetto che alla fine finisce a letto con una modella è davvero il top del non sense.
Un film brutto che non arriva da nessuna parte, trasmette poco e comunica quasi nulla.
Un film confezionato anche molto bene, costato moltissimo con tante location e un abbellimento che lasciava sperare in qualcosa di almeno sopportabile.
E poi è noiosissimo per quanto il gruppo di senzatetto cerchi di commuovere con il risultato che tutto è forzato, niente appare realistico ma è invece quanto di più distante dalla realtà.



Loro2


Titolo: Loro2
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

È il momento dei confronti: fra Silvio ed Ennio, imprenditore del nordest testimone della prima ascesa di Berlusconi, tra Silvio e Sergio Morra, fra Silvio e Cupa Caiafa, fra Silvio e Veronica. Al centro c'è sempre Lui, proiezione delle speranze di riscatto di quelli (e quelle) che lo circondano, incarnazione materiale (e impudentemente materialista) dei sogni di (quasi) tutti.
Loro2 si conferma superficie eternamente riflettente, come il font cromato in cui è inciso il titolo sulle locandine. E la sua estetica inane veicola visivamente un vuoto così pieno di sé da apparire come un intero perfetto, pura materia deprivata di ogni parvenza di spirito.

Ritorna la corte attorno a uno degli uomini più influenti e potenti d'Italia.
Ancora una volta Sorrentino/Servillo danno prova di poter e voler lasciare il segno disegnando una cornice attorno a cui transitano tutta la galleria, tutto il sontuoso circo del regista.
La sua nemesi, il suo attore feticcio, il suo asso nella manica si supera ancora una volta dando prova di essere un attento osservatore e un imitatore dalle svariate sfaccettature.
E'il momento dei confronti tra Silvio e tutta la sua corte.
La più importante è sempre lei Veronica. Moglie, mamma, dea, compagna, amica e alleata.
Un film che chiude pur lasciando aperte molte domande su quanto invece il film abbia voluto raccontare. Penso non fosse alla base degli intenti del regista che ancora una volta promuove i rapporti e crea dei quadri stupendi fotografando lo sfarzo e l'apoteosi di un impero senza invece ritagliarsi quella parte politica e critica che in tanti avrebbero voluto vedere.
Ognuno sceglie di fare ciò che vuole e Sorrentino da sempre fa quello che gli pare e come gli pare.

Metti la nonna in freezer


Titolo: Metti la nonna in freezer
Regia: Giancarlo Fontana & Giuseppe Stasi
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Claudia è una giovane restauratrice che lavora in proprio, con l'aiuto delle due amiche più care. Da mesi ha completato un grosso lavoro per la Sovrintendenza ma la pubblica amministrazione non le paga quanto dovuto. L'unica entrata certa è la pensione della nonna Birgit, ma improvvisamente la nonna muore, e nella mente di Claudia e delle sue amiche si fa strada un insano proposito: surgelare il cadavere dell'anziana signora per continuare ad incassare la sua pensione fino a quando non avranno recuperato il credito loro dovuto. Simone è un incorruttibile maresciallo della Guardia di Finanza intenzionato a smascherare tutti coloro che compiono atti di piccola o grande illegalità.

Che il cinema italiano si stia leggermente scongelando dopo anni di assenza non è una novità anche se in questo caso si parla comunque di commedia di genere, il solito impasto che piace al nostro pubblico poco raffinato. La speranza è che in futuro si possa fare più cinema di genere.
Il duo di registi dopo l'esordio sconosciuto mettono le mani su una coppia di attori, uno bravo, l'altra troppo bella con il risultato che di sicuro l'accoppiata funziona anche se in alcuni momenti non sembra molto realistico il loro rapporto.
E'un film confezionato bene, dove si ride abbastanza, alcune gag funzionano, ci sono alcuni momenti decisamente inaspettati e gode di qualche piccolissima scintilla nei colpi di scena.
Per il resto rimane comunque un prodotto che alza di poco l'indice della mediocrità sfruttando quasi sempre gli stessi meccanismi. C'è da dire che Fontana & Stasi comunque ci ha provato portando a casa tutto sommato una storiellina che vanta pure alcuni momenti grotteschi.

Ready player one


Titolo: Ready player one
Regia: Steven Spielberg
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Columbus, Ohio, 2045. La maggior parte dell'umanità, afflitta dalla miseria e dalla mancanza di prospettive, si rifugia in Oasis, una realtà virtuale creata dal geniale James Halliday. Quest'ultimo, prima di morire, rivela la presenza in Oasis di un easter egg, un livello segreto che consente, a chi lo trova e vince ogni sfida, di ottenere il controllo di Oasis.
Fin dalle prime anticipazioni, Ready Player One ha generato un'enorme aspettativa. La musica deliziosamente anni Ottanta e kitsch. La sfida tecnologica che vede Steven Spielberg alle prese con il digitale come mai prima d'ora.

E alla fine ci voleva un maestro come Spielberg a siglare la chiusura delle citazioni anni'80 e '90 che negli ultimi anni hanno preso piede con valanghe di film e serie tv.
E il regista lo fa infarcendolo di citazioni di cui la maggior parte le ha create proprio lui con il suo cinema per certi versi d'avanguardia nei generi soprattutto nell'avventura. Un film colto, singolare, esteticamente perfetto e con una computer grafica potente ma mai esagerata da far pedere il filo della narrazione.
Un cockatil di effetti speciali, di personaggi memorabili, di battute divertenti, colpi di scena, indovinelli, gare e sfide continue e poi combattimenti galattici e balli che non si vedevano da tempo
Tutto questo è Oasis nella dimensione virtuale e ancora una volta questo caschetto non è altro che il continuum del cellulare o di quanto l'essere umano cerchi continuamente e disperatamente per staccare dalla realtà o dalle difficoltà che oggi affrontiamo nella quotidianità.
La scena iniziale rende molto bene in questa sorta di baraccopoli dove alla gente non interessa la realtà ma in casa sono tutti dipendenti da questo caschetto e i loro avatar digitali.




Ragazzo invisibile – Seconda generazione


Titolo: Ragazzo invisibile – Seconda generazione
Regia: Gabriele Salvadores
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Michele Silenzi è cresciuto: ora ha 16 anni e il temperamento tipico dell'adolescente scontroso, anche perché, oltre alla crisi di crescita comune a tutti i teenager, ha gravi problemi da affrontare. Il primo è un lutto, di cui è impossibile parlare senza fare spoiler. Il secondo è il dono dell'invisibilità, abbinato a quella forza incontrollata che gli ha permesso, al termine de Il ragazzo invisibile, di distruggere un sottomarino. Il terzo è un passato scomodo del quale fanno parte una madre biologica russa e una gemella cresciuta in Marocco della quale non sospettava l'esistenza. Ora Michele dovrà capire se essere uno "speciale" sia davvero un dono o una dannazione, scoprire chi vuole essere davvero, e fare i conti con il suo lato oscuro - "si chiama diventare adulti", in un universo in cui "l'evoluzione della specie non è mai indolore".

In Italia abbiamo il RAGAZZO INVISIBILE e JEEG ROBOT se dobbiamo parlare di supereroi e il primo è meglio del secondo.
Seconda generazione rispetto al prequel è sicuramente molto più allettante non solo in termini di scrittura e di messa in scena grazie agli effetti visivi di Victor Perez, ma soprattutto per la storia molto più dark e con alcune incursioni nell'horror con delle scene di tortura e parecchio sangue.
Tutti questi elementi a differenza di altri film in cui non sarebbero bilanciati da un buono script come spesso accade cercando solo di apparire, in questo caso il sequel del film si intreccia bene con il prequel e sigla un dittico che riesce a vincere diverse sfide con il cinema di genere senza mai perdere di ritmo.
Salvadores continua a sorprendermi. Sceglie percorsi poco battuti dal nostro cinema pendendosi dei rischi incredibili e creando di fatto un suo mondo allargato che con questa saga arriva ad espandersi ancora di più. Il ragazzo invisibile è stato saccheggiato da tanti film e serie tv arrivate qualche anno dopo con delle analogie incredibili.
Un film che fa ben sperare, che unisce, allarga il cinema di genere, diventa più maturo e coraggioso e soprattutto parla di supereroi fragili, quelli umani con cui empatizzare è fondamentale

Pacific Rim – La rivolta


Titolo: Pacific Rim – La rivolta
Regia: Steven S. DeKnight
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jake Pentecost, il figlio dell'eroico Stacker Pentecost, non è come suo padre e ha infatti lasciato il corpo speciale di piloti degli enormi robot detti jaeger per vivere alla giornata tra piccoli furti e truffe. Finisce però nei guai per colpa di una ragazzina, Amara Namani, e potrà tirarsene fuori solo se accetterà di partecipare a un programma di addestramento di nuovi piloti. Questa attività sembra diventare inutile quando Liwen Shao annuncia il suo progetto: nuovi jaeger pilotati in remoto come droni, realizzati insieme allo scienziato Newt Geiszler. Il suo ex collega Hermann Gottlieb ha invece una diversa invenzione in cantiere: propulsori a base di sangue di kaiju per rendere più rapido l'impiego dei jaeger. Nonostante tutti questi avanzamenti, i piloti e gli scienziati saranno presi in contropiede da un misterioso jaeger che attacca le industrie Shao.

La cosa peggiore del film è che nel finale (spoiler) si annuncia un altro capitolo quando il protagonista parla con l'antagonista dicendogli "la prossima volta saremo noi ad andare da loro"
Pacific Rim poteva chiudersi dopo il primo capitolo come un esperimento che sembrava impossibile, negli ultimi anni invece si sta dimostrando il contrario un po su tutto, e che invece ha saputo trasformarsi in un film molto avvincente, epico ma senza esagerare e con dei mostri memorabili e soprattutto giganteschi.
Questo era Del Toro e il suo cinema o meglio il suo universo o la sua politica d'autore che lo mette sempre a fianco degli emarginati che siano creature di questo mondo oppure no.
Guillermo Del Toro cinque anni fa aveva creato un ponte tra Giappone e Stati Uniti, un film che doveva tradurre i mecha e gli jaeger per un pubblico che poteva anche non conoscerli o apprezzarli, traducendo di conseguenza anche molta dell’etica nipponica che li anima in una storia d’azione americana
Questo sequel che aveva bisogno di essere realizzato per ragioni di marketing ancora una volta lascia sgomenti per l'impiego dei mezzi, il budget faraonico e alcune trovate che non erano poi nemmeno così male se non fosse che tutto è riciclato da qualcos'altro.
E poi il cast è imbarazzante almeno quanto i dialoghi e alcune scene di combattimento che sembrano girate da Michael Bay e che sembra a tratti di vedere quella porcheria dei TRANSFORMER.


Fahrenheit 451


Titolo: Fahrenheit 451
Regia: Ramin Bahrani
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In una società di un non lontano futuro, al fine di preservare l'armonia e la felicità della popolazione, il giovane pompiere Montag è impegnato, insieme ai suoi colleghi e sotto lo sguardo vigile del suo mentore e capitano Beatty, a dare fuoco a tutto ciò che può essere considerato come strumento di cultura. Tutti dipendono dai nuovi media che pervadono la loro vita. Gli individui stanno a casa interagendo con enormi schermi sotto la guida (e il controllo) di 'Yuxie', una sorta di assistente personale dotata di intelligenza artificiale. Un giorno però Montag, grazie all'incontro con Clarissa che fa parte del gruppo di resistenza che cerca di salvare i libri, inizia a porsi delle domande.

E'davvero confuso e senza senso il remake o meglio la nuova trasposizione del romanzo cult di Ray Bradbury dopo comunque il bel film datato di Truffaut.
L'universo distopico non poteva apparire più degradato e senza anima come di fatto è il film in cui tutti sembrano recitare il loro copione senza un minimo di pathos.
Ed è un peccato quando a questi progetti targati Netflix prendono parte attori del calibro di Shannon che bisogna ammettere che pur essendo un grande caratterista a volte sceglie dei film davvero dannosi per la sua carriera e per lo spirito reazionario.
Un film che sembra seguire di pari passo il romanzo senza mai trovare quella valvola e quello sfogo che ne giustifichino il film e non ad esempio un libro a fumetti che forse sarebbe stato più interessante.
Un film anomalo e vuoto dove il messaggio e la critica politica diventano quasi inutili dal momento che non vengono mai valorizzati.
Un peccato per uno dei film più brutti di quest'anno.

giovedì 19 luglio 2018

Ghostland


Titolo: Ghostland
Regia: Pascal Laugier
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

In seguito alla morte della zia, Pauline e le sue due figlie ereditano una casa. La prima sera, però, degli assassini penetrano nella residenza e Pauline è costretta a combattere per salvare le sue figlie. Dopo la notte da incubo che hanno vissuto, le due ragazze reagiscono in maniera diversa e le loro differenze di personalità si acuiscono. Mentre Beth diventa una scrittrice di letteratura horror, Vera cade vittima di una paranoia distruttiva. Sedici anni dopo quella notte, la famiglia si riunisce nella casa da cui Pauline e Vera non sono mai andate via. Strani eventi iniziano allora a susseguirsi.

Laugier è uno di quei pochi registi europei in grado di arrivare a valicare i miei limiti di tollerabilità in un film come è stato MARTYRS senza eguali nell'horror contemporaneo post 2000.
Certo ci sono stati anche altri film horror ma spesso cadevano nel ridicolo e nel patetico cercando e rivelandosi alla fine come deludenti torture-porn o schifezze che cercavano di sembrare degli snuff-movie e in cui la violenza gratuita, che non accetto, regnava sovrana.
Il merito più grande del regista francese è stato quello di mettere in scena una violenza reiterata e gratuita a danno delle sue giovani protagoniste in diversi film in maniera davvero scioccante e come non si era quasi mai vista.
Incident in a Ghost Lake, produzione franco-canadese, è sì bello ma non ha davvero niente a che vedere con MARTYRS. In più Laugier ha purtroppo sperimentato come in America le sue idee venissero semplicemente tradotte con A TALL MAN, un thriller-horror interessante ma debole per un talento come quello del regista.
Con l'ultimo film abbiamo però sempre quella natura incontaminata del ritrovarsi in un incubo senza soluzione e forse anche da questo elemento, a dispetto dell'orrore cosmico, che viene citato il grande Howard Phillips Lovecraft (che peraltro ad un certo punto si materializza dotato di mascellona) dove è palese che siamo davanti a qualcosa che ci stupirà senza però come dicevo cadere nella trappola della violenza sanguigna che non è mai appunto gratuita ma che riesce a fondersi con il mistero della trama, non sempre accattivante, rendendo impossibile l'esistenza di una fine senza l'altra.
Ancora una volta per le due protagoniste vengono varcati i limiti della realtà ma anche della tollerabilità umana e psicologica dovuti e legati alla tortura e ai danni che consegue seguendo le protagoniste negli oscuri meandri della mente e dei meccanismi di autodifesa.
Qualcuno ha identificato un nuovo sotto genere dell'horror per definire film come questi.
Vengono chiamati nerve-racking ovvero film snervanti allo stato puro.



Red Sparrow


Titolo: Red Sparrow
Regia: Francis Lawrence
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dominika Egorova è la prima ballerina del Bolshoi e la figlia di una donna sola e ammalata, di cui si prende cura con affetto e devozione. Quando un brutto incidente pone bruscamente fine alla sua carriera sulle punte, minacciando la sussistenza economica della madre, Dominika accetta la proposta dello zio Vanja, potente vicedirettore del SVR, di servire il governo di Mosca divenendo una Sparrow: un'agente pronta a tutto, un'arma di seduzione letale. Dentro di sé, però, la ragazza disprezza i metodi del governo e coltiva un piano segreto.

Red Sparrow è un noiosissimo film molto lungo di spionaggio ambientato in Russia con un cast americano. Un film fatto e confezionato per far vedere quanto è bella e di ghiaccio Jennifer Lawrence. Quando il regista di una saga ridicola come HUNGER GAMES decide visto che è innamorato della sua musa di buttarsi su del materiale che non sa assolutamente come gestire il risultato non può che essere uno solo: imbarazzante.
L'imbarazzo di avere un budget faraonico e non saperlo gestire con attori del calibro di Schoenaerts e Irons, ambienti maestosi, regali ma in pratica fumosi vista l'inutilità dello sfoggio fine a se stesso e snaturato dalla bellezza che in fondo si dovrebbe provare a guardare alcuni teatri e alcuni palazzi sovietici e infine le eroine che cercano di ribaltare i potenti e il sistema con doppi giochi che alla fine non tornano e scelte nonchè buchi di sceneggiatura che ad un tratto rischiano di farti perdere quel poco di dignitoso che il film grazie ad alcuni attori cercava di ottenere.
I tempi dilatati cercano di essere smorzati da un nudo della protagonista dove guardando in faccia il carnefice che ha cercato di violentarla sotto la doccia lo provoca dicendogli:
"Vediamo se hai il coraggio di scoparmi guardandomi in faccia?" il tipo non riesce e questo è per certi versi il film di Lawrence..un regista che ama la sua musa ma sul più bello fa cilecca