Visualizzazione post con etichetta 2017. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2017. Mostra tutti i post

lunedì 24 dicembre 2018

Like me


Titolo: Like me
Regia: Robert Mockler
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una ragazza, solitaria e spericolata, è alla disperata ricerca di relazioni umane. Vagando per la città s'imbatte in un'onda di criminalità che trasmette prontamente sui social. La sua realtà scivola rapidamente in un incubo surreale che ben presto sfuggirà ad ogni controllo.

L'indie quello che non ti aspetti. Una piccola perla post contemporanea capace di tessere all'interno elementi di natura sociologica, erotica, politica. Un dramma, una commedia, un thriller, un road trip allucinato, un viaggio psichedelico nella mecca della sostanza. Un film drogato con pochi allucinogeni ma tante idee e la capacità di metterle in scena.
Insomma Like Me è quel film che non ti aspetti, tipico prodotto da festival, che nonostante tutto se lo sono corteggiati in molti. Un film davvero ricco di avvenimenti, temi, scene e scelte originali, dotato di musiche, cast e montaggio scoppiettanti. Un film ripeto molto contemporaneo che parla soprattutto di solitudine, di social, di like, di cose non dette ma mostrate, del fascino di dover disturbare la rete con contenuti violenti e al limite della tollerabilità come ultimo baluardo per un'identità sempre più slegata e in preda alla noia e al non sapere in cosa credere.
Mockler strizza l'occhio a Korine, Araki, il suo cinismo attraverso una critica mai così essenziale è ovvia e sembra quasi post apocalittica in cui parlare soprattutto di valori in questa epoca è obsoleto, così come la vita umana che ha perso ogni valore e c'è la si gioca a botte di video estremi.
Un film che non è stato colto nella sua interezza e nella sua profezia mai così ludica e chiara.
Spero che Mockler continui la sua esamina.
La società per come la vede il registra, sembra essere gemellata con la mia,

Manuel


Titolo: Manuel
Regia: Dario Albertini
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Manuel, al compimento dei diciotto anni esce dall'istituto per minori privi di un sostegno familiare e deve reinserirsi in un mondo da cui è stato a lungo lontano. Sua madre, che è in carcere, può sperare di ottenere gli arresti domiciliari solo se lui accetta di prenderla in carico. Si tratta di una responsabilità non di poco conto.

Roma. Un altro film di formazione, di redenzione che pulsa attraverso il suo impegno nel sociale.
Casa famiglia, madre in carcere, maggiorenne affascinato dalle sostanze, adolescente dal cuore puro, assistenti sociali che sembrano tagliati con l'accetta, legali compassionevoli e poveracci costretti a vivere tra i rifiuti.
In meno di '90 viene narrato tutto questo, visto sempre attraverso gli occhi del suo protagonista e cercando di lavorare su cosa spinge un giovane a scegliere la strada della legalità quando tutto sembra voler prendere un'altra strada.
In più Manuel è solo e tutti i suoi demoni dovranno trovare pace grazie alle sue abilità e la scelta di perseguire un obbiettivo per realizzare se stesso e liberare sua madre.
"Spesso quando si hanno storie difficili si cresce prima" come Manuel confida all'assistente sociale.
Il merito maggiore del terzo film di Albertini è quello di non esibire ancora una volta una vittima della società che lo spettatore deve compatire dall'inizio alla fine.
L'immagine finale scandisce bene questo concetto.
Manuel è uno dei tanti che vivono una situazione al limite che sta diventando sempre più spesso una prassi comune per chi vive in determinati contesti o ha la sfortuna di dover pagare a caro prezzo gli errori dei genitori.
Lo spettatore può commuoversi solo assieme a Manuel in quel momento in cui sembra soffocare dopo aver vinto una lotta che lo ha messo di fronte ai suoi fantasmi.



sabato 15 dicembre 2018

Affido-Una storia di violenza


Titolo: Affido-Una storia di violenza
Regia: Xavier Legrand
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

Affido-Una storia di violenza è un film che fin da subito prende una piega insolita. Decide di schierarsi, di prendere una posizione puntando il dito verso le responsabilità genitoriali, l'affido, materia sempre complessa, e due genitori profondamente afflitti e consumati dalla rabbia.
La Francia da sempre tratta temi sul sociale senza dover compiacere il pubblico ma prediligendo una linea dura, come d'altronde è la realtà, in questo caso facendoci scoprire fin dove può spingersi il controllo e il comportamento coercitivo di un padre che nella scena finale deraglia completamente ogni parvenza di normalità, facendo diventare l'esordio di Legrand, un incubo in cui solo la determinazione di Miriam può fare sì di proteggere i suoi figli.
"Facciam fatti" diceva Jacopone da Todi e sembra per certi versi la regola che il regista sviluppando il cortometraggio pluripremiato, ha cercato di mantenere costante per tutta la durata del film, facendo sì che le azioni predominassero sui dialoghi e le immagini mostrassero più delle parole.
Gli intenti del regista appaiono per certi versi con una marcia in più rispetto a tanti altri film che trattano temi sociali e in particolare la famiglia. Qui come dicevo tutto viene rappresentato, in particolar modo la violenza disperata e intenzionale come potrebbero essere i comportamenti di Antoine come conseguenza dell'aver perso ormai ogni contatto con la realtà.
Vincitore del premio come miglior regista alla Mostra di Venezia, Affido, alza la posta, mostrando una violenza ancora più inesorabile e cruda rispetto ad altre manifestazioni viste in passato.
Nel climax finale la furia di Antoine sembra quella di Jack Torrance.


Wicked Gift


Titolo: Wicked Gift
Regia: Roberto D'Antona
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Ethan ha dei sogni spaventosi. Lo psichiatra lo rassicura: i sogni sono solo un fenomeno psichico, non hanno un significato. Quello che si può dire, sostiene, è che probabilmente sono associati alla sua solitudine, al fatto che ha paura. Ethan infatti vive solo ed è introverso. Al lavoro - si occupa di grafica pubblicitaria e siti web - ha un socio, Andrea, che è l'unica persona di cui si fida. A Ethan piace Alice, avvenente barista, e in quel senso le cose sembrano andare per il verso giusto. In ufficio, Ethan discute dei suoi sogni con Andrea, che è propenso a credere all'esistenza di qualche entità soprannaturale e, in particolare, alle maledizioni. Il giorno dopo, Ethan e Andrea sono a un corso d'aggiornamento.

Ed eccoci all'esordio di D'Antona, che poi proprio esordio non è dal momento che prima di questo film ha esordito con svariati corti, una serie e altro ancora. FINO ALL'INFERNO il suo secondo film è un'opera citazionista che mi ha divertito abbastanza e ha dimostrato il talento e tutte le migliorie apportate al film. Wicked Gift è più complesso poichè non è proprio un horror ma un thriller di genere che cita diversi registi della nostra tradizione e mischia il tutto con il j-horror nipponico a cui il film elargisce tante strizzate d'occhio. Una buona messa in scena, un montaggio che assieme alla colonna sonora rimangono i punti di forza a dispetto di alcune prove attoriali non proprio convincenti e alcuni dialoghi eccessivamente prolissi.
Rimane un film meritevole che per essere nel girone degli indie low-budget italiani cerca di prendersi sul serio rispetto ad altri suoi simili grazie, credo, agli intenti del regista che lasciano ben sperare contando la mano e l'attenzione per i particolari che mi ha davvero stupito.
Nella limitatezza dei mezzi, il regista e la sua troupe che rimangono per ora anche nei film successivi, sono riusciti a far decollare le ambizioni di questo film, rendendolo un prodotto comparabile con tutto il panorama degli horror indipendenti.
Wicked Gift è la sfida e poi la prova che dalla dimensione amatoriale del fan-film, D'Antona è riuscito ad essere proiettato nel professionismo. Per meritocrazia pure. Quasi un miracolo di questi tempi.

mercoledì 5 dicembre 2018

End of fucking world


Titolo: End of fucking world
Regia: Jonathan Entwistle, Lucy Tcherniak
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Due ragazzi diciassettenni, James, che è abbastanza sicuro di essere uno psicopatico e Alyssa, che è una ragazza ribelle, lunatica e insoddisfatta della sua vita, decidono insieme di scappare, intraprendendo un viaggio sfortunato per sfuggire dagli schemi delle loro noiosissime vite

Al di là di Netflix o meno un buon cinefilo sarebbe comunque entrato in contatto con il mondo di Charles S.Forman. Il suo cinismo per alcuni aspetti mi ha ricordato alcuni personaggi dei romanzi di Palahniuk.
Deliziosamente fantastica. Ebbene sì la mini serie di otto episodi dalla durata di venti minuti (yeah) già mi sembrava un elemento meritevole di attenzione per quanto ormai sempre più le serie tendano a dilatarsi anche quando non c'è ne bisogno in modo ridondante ed eccessivo.
Quindi cercare di attenersi solo agli eventi macro e ad un montaggio che imbastisce quanto di più sintetico il regista voglia raccontare mi sembrava un ottimo punto di partenza.
Se ci mettiamo poi che come per MISFITS i talenti adolescenziali non mancano e il coprotagonista di GHOST STORIES ci da la prova di essere davvero un attore giovane e folle assieme alla fanciulla, decisamente una spalla in meno, entrambi sembrano fin dal primo episodio indossare quello sguardo o quelle lenti attraverso cui affrontare la realtà e il concetto di "normalità".
Ironia, cinismo, violenza, non sense, dialoghi parecchio sbottati e infine un bisogno di dire ciò che si prova e si pensa in qualsiasi momento senza aver paura delle conseguenze.
Bonnie and Clyde in salsa post-contemporanea. Un duo che rischia di mettere a ferro e fuoco qualsiasi adulto volenteroso di ricoprire un ruolo paterno o materno mancato...
Perchè il processo di riconoscimento in questi due protagonisti avviene in maniera così subitanea? Ma è molto semplice perchè mantenendo un setting molto realistico i due protagonisti, così strambi altro non fanno che rappresentare i nostri istinti primordiali quando vorremmo farla pagare ai nostri vicini o a qualsiasi scimmia per i più futili motivi.
Loro sembrano farlo per davvero per poi scappare e cercare di nascondere il misfatto.
La fine dell'adolescenza diventa quel deserto fatto di un percorso alternativo di scelte non sempre volute e legate all'impulsività soprattutto di James che più di Alyssa non sa stare nel suo ruolo di adolescente, quando lei invece ha quella paura che lui riesce diametralmente a demolire prima che la faccia entrare in crisi.
Un manifesto che potrà far non piacere ad un pubblico benpensante che vuole prodotti che siano gli stessi figli ad inneggiare a manifesto scegliendo loro i personaggi, come devono essere e quando fargli morire, in base ai loro pessimi canoni estetici. Qui invece abbiamo due fragilità che si sposano a pennello con una società sempre più alienante, competitiva e spoglia di qualsiasi valore.

A prayer before dawn


Titolo: A prayer before dawn
Regia: Jean Stephane Sauvaire
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Billy Moore è un giovane boxer inglese che combatte incontri clandestini in Thailandia. Non sappiamo perché si trovi lì, né perché si sia dato alla boxe, ma lo vediamo combattere, bere e fumare crack in un crescendo autolesionista e trasgressivo che culmina inevitabilmente in un arresto da parte della polizia locale. Ed è il suo ingresso all'inferno: nel carcere la violenza si consuma nella totale indifferenza delle guardie, e brutalità di ogni tipo stabiliscono il sistema gerarchico alla cui sommità si trovano belve umane tatuate dalla testa ai piedi che torturano i loro sottoposti in tutti i modi possibili.

A prayer before dawn è un prison movie robusto e anti convenzionale che ci porta in lande sconosciute e ci abbandona come un sacco di rifiuti in mezzo a scorie radioattive.
A differenza di molti altri film, il regista è interessato a monitorare in modo piuttosto dilatato e quasi senza azione, il micro cosmo, la sub cultura che si è impossessata delle carceri thailandesi con tutte le loro regole e i codici criminali.
Una prova che non si basa sulle solite azioni o sul revenge movie o su rivolte (i temi spesso più abusati nel sotto genere) ma mostra la dipendenza e le regole all'interno delle mura carcerarie. L'annichilimento di uomini che per riuscire ad ottenere la dose diventano oggetti di altri uomini (la scena dove uno di loro viene sodomizzato da tre boss è raccapricciante).
In tutto questo panorama dove la salvezza, l'onestà e qualsiasi valore sembra ormai aver abbandonato chiunque, Billy cerca di sopravvivere a suo modo confrontandosi con l'altro culturale e cercando fino alla fine di mantenere alta la dignità, data la sua diversità che lo pone come l'unico fantasma bianco in mezzo alla massa.
Una preghiera prima dell'alba è tratto dall'autobiografia omonima di William "Billy" Moore che ha dato minuziosa contezza della sua odissea carceraria

What Keeps you alive


Film: What Keeps you alive
Regia Colin Minihan
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Montagne maestose, un lago tranquillo e tradimenti velenosi inghiottono una coppia sposata che tenta di celebrare l'anniversario di matrimonio.

Colin Minihan è un regista canadese con 5 o 6 film all'attivo e diverse collaborazioni.
Il primo film in cui mi ero imbattuto era qualcosa di quasi vergognoso di nome EXTRATTERESTRIAL uno dei quei film che lo guardi e ti fai il segno della croce sperando che il mestierante non metta più mano su una telecamera.
Così non è stato. Il film in questione è un indi per certi versi molto anomalo dove la trama seppur non così originale riesce ad entrare nella psiche dello spettatore e da lì in avanti il film riesce dalla sua a trovare diverse elementi d'interesse.
Una coppia di lesbiche, una casa nella montagna sperduta, una coppia di vicini che sembrano conoscere una di loro e tante domande e misteri che la scrittura riesce bene a dosare senza rivelare tutto se non nel climax finale, piazzando almeno due scene difficili da dimenticare ( per chi come me soffre di vertiggini dovrà fare molta attenzione).
Una carneficina che viene affrontata e messa in scena in modo atipico, dove l'azione e la violenza ci sono ma sembrano sempre secondari alla psicologia dei personaggi e al genere che il film sembra scegliere, un mix tra giallo e thriller.
Le protagoniste entrambe riescono a trasmettere quelle sensazioni che reggono per tutto il film e l'apoteosi di cattiveria messa in atto da una di loro non sembra poi così forzata di questi tempi, ma anzi ricalca diversi fatti di cronaca.
Un film molto lento, con tantissimi primi piani, dialoghi dosati e la macchina da presa sempre sul punto di farci vedere il crollo delle protagoniste in una storia che piano piano si intensifica mettendole faccia a faccia in un duello mortale.
Un film molto indipendente che come stile di narrazione e messa in scena mi ha ricordato un altro film sconosciuto e da vedere assolutamente per i fan del genere di nome BUTTER ON THE LATCH

Tito e gli alieni


Titolo: Tito e gli alieni
Regia: Paola Randi
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

C'è un professore napoletano nel deserto del Nevada che spende la vita ad ascoltare il suono dello Spazio alla ricerca di una voce. La voce cara della consorte morta diversi anni prima. Scienziato mesto a un passo dall'Area 51, segue un progetto, o almeno dovrebbe, per conto del governo degli Stati Uniti. Il suo torpore esistenziale è interrotto quotidianamente da Stella, giovane wedding planner per turisti che credono ancora agli alieni. Un pacco postale e una registrazione video gli annunciano un giorno l'arrivo di Anita e Tito, preziosa eredità del fratello morto a Napoli. Introverso e laconico, il professore si attrezza, letteralmente, per accogliere i nipoti. Anita ha sedici anni e sogna un tuffo in piscina con Lady Gaga, Tito ne ha sette e desidera sopra a ogni cosa parlare ancora col suo papà. Sorgenti formidabili di nuova energia, Anita e Tito riavvieranno il programma e il cuore dello zio.

Qualcuno ricorda L'ENIGMA DI KASPAR HAUSER il cult italiano di Davide Manuli praticamente sconosciuto al genere umano. Ecco non saprei spiegare il motivo ma il terzo film della Randi per il suo essere totalmente slegato da tutto e artisticamente molto alternativo ha qualche piccolo aspetto in comune.
Localion desertica e abbandonata, un cast tenuto in piedi da Mastrandrea e una storia abbastanza originale e di sicuro atipica.
Sembra quasi un'opera filosofica dove la speranza diventa il centro nevralgico del film.
Un'attesa nella fattispecie in cui ogni maledetto giorno potrebbe/dovrebbe arrivare o giungere un segnale dall'universo che dona il senso della durata del lutto. Ascoltare ogni notte in laboratorio la stessa traccia registrata sulla segreteria telefonica e misurare la forza della fissazione mortale.
Dalla solitudine iniziale del suo protagonista, il professore, che sembra l'unico ormai a credere in quell'assurdo progetto subisce ormai ai limiti della stanchezza e delle sopportazione l'arrivo di qualcosa che andrà a modificare la sua vita, le abitudini e gli agenti esterni con cui interagisce.
Un film che dalla metafora della ricerca degli alieni parla di sofferenza e solitudine e cerca in modo a volte ironico uno scontro generazionale tra chi ormai è abituato alla rinuncia e alla perdita e invece i giovani d'oggi che nella loro fretta e curiosità riescono a creare quel conflitto che può portare ad un cambiamento.

sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

Angel of anywhere


Titolo: Angel of anywhere
Regia: James Kicklighter
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Uno spogliarellista empatico interpreta il terapeuta tra i numerosi clienti e collaboratori che frequentano il famoso Anywhere Bar.

Un corto eclettico e colorato quello di Kicklighter, giovane cineasta indie americano, che sembra strizzare l'occhio ad Araki per questa piccola e intensa storia queer dove Axel Roldos, Angel, diventa il vero perno della discoteca, quasi un magnete che attira dee jay, donne, uomini, esplorando assieme a loro la profondità di alcuni temi molto umani come l'amore, la fedeltà e il rapporto coniugale.
Angel ha quel modo di fare che colpisce tutti in un modo o nell'altro probabilmente perchè dietro quei muscoli c'è anche un cervello. Con un climax finale abbastanza prevedibile ma intenso e con una metafora che la dice più lunga di quel che sembra, dimostrando come in 16' si riesca a concentrare ed esplorare le insicurezze umane senza essere mai grottesco o esagerando nei toni, il regista dimostra di saper realizzare un bel corto, per nulla banale, ma intensificato da un gioco sui sessi divertente e maturo.





Sweet Virginia


Titolo: Sweet Virginia
Regia: Jamie M.Dagg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In una piccola cittadina dell'Alaska, un ex star del mondo del rodeo fa amicizia con un ragazzo. Non sa che è proprio lui il responsabile di un omicidio che ha scosso la comunità.

Sweet Virginia è un film con John Bernthal.
Parto citando il nome dell'attore, che di solito non faccio mai, perchè è lui l'epicentro della storia o meglio è colui che riesce a portarsi sulle spalle tutto il peso del film come ha dimostrato in altre pellicole dal momento che qui nonostante le buone intenzioni ci sono degli sbadigli importanti.
Un attore molto fisico, un fisic du role, ma anche un attore molto drammatico che ha saputo caratterizzare e dare spessore a personaggi che altri attori avrebbero interpretato alla solita maniera.
Siamo di nuovo in America, quella selvaggia, dove la giustizia è affar proprio e la vendetta personale o i killer spietati (contractors) si muovono all'interno di locali notturni uccidendo a sangue freddo.
Il secondo film di M.Dagg, pur senza trovarci di fronte a niente di impressionante e suggestivo, ha comunque dei lati essenziali che danno prova di come nell'intricata matassa narrativa, la vicenda procede per frammenti diegetici, mostrando diversi personaggi e diverse storie in un'alternanza che non convince sempre ma che alla fine funziona.
Una violenza senza fine, quasi misteriosa e nascosta o taciuta, in cui non tutto riesce a quadrare perfettamente, dimostrando la volontà, ma non la completa riuscita di un noir di stampo indie che cerca di procedere per accumulo e finire con un climax finale di violenza e di scontro a fuoco tra due personaggi che seppur sulla carta sembrino molto distanti, in realtà hanno diversi fattori in comune e la loro battaglia dipende anche da questo.



giovedì 18 ottobre 2018

Gutland


Titolo: Gutland
Regia: Govinda Van Maele
Anno: 2017
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Un vagabondo di nome Jens arriva nei pressi di un villaggio lussemburghese. È di origine tedesca e non parla la lingua del posto, pertanto viene trattato con freddezza, finché non incontra la figlia del sindaco, Lucy, che se lo porta a letto. Il mattino dopo il padre della giovane accompagna Jens in giro per il villaggio, gli trova lavoro presso un fattore e presto lo invita anche a cena. La comunità sembra accoglierlo senza fare domande e fin troppo calorosamente, anche perché Jens trova nel camper dove alloggia oggetti lasciati da qualcuno prima di lui. Si tratta dello scomparso Georges, che viveva in una casa vicina e forse aveva fotografato nude le donne sposate del paese.

Gutland è l'interessante opera prima che come ormai sappiamo circola solo nei festival cinematografici. Un esordio che parla di confini, identità, integrazione, adattamento, comunità rurali, omologazione, manipolazione, regole, segreti e tante altre squisite componenti che danno un'aria da favola nera, un thriller misterioso dove il film si prende una prima parte per raccontare la location in cui Jens viene catapultato e i suoi strani personaggi.
Il film è sostenuto praticamente tutto sulle spalle da una buona prova del suo protagonista, Frederick Lau, uno degli attori più in forma della sua generazione e qui coadiuvato da un buon cast.
Cosa nasconde Schandelsmillen? Da subito sembrerebbe un luogo perfettamente naturale, ma potrebbe benissimo essere tutta una finzione.
Lo spazio occupato da questa "buona terra" è vasto, ma è difficile o impossibile per chiunque fuggire. Il villaggio sembra una prigione molto grande, seppur chiusa. E perchè Jens è l'unico che riesce a svelare il lato d'ombra della cittadina? E naturalmente gli abitanti cominceranno a scoprire qualcosa legato al suo oscuro passato.
Gutland è un film da vedere più che da scriverci, perchè in quanto thriller è studiato attentamente con gli indizi che vengono svelati piano piano e in cui lo spettatore deve fare molta attenzione. Come noir funziona per la sua atmosfera che non dice nulla, ma mostra più di quanto dovrebbe.
La scelta finale che dovrà fare il protagonista, sembra una delle scelte più attuali dei tempi i cui ci troviamo a vivere.

Devil and father Amorth


Titolo: Devil and father Amorth
Regia: William Friedkin
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il regista William Friedkin ha ripreso il celebre sacerdote Padre Amorth in occasione della pratica di uno dei suoi esorcismi, eseguito su una donna che aveva manifestato comportamenti terrficanti e inspiegabili a livello psichiatrico.

Dura poco più di un'ora il documentario di Friedkin su padre Amorth.
Nasce da un bisogno, quello del regista che aveva diretto il cult L'ESORCISTA, film che scosse profondamente Amorth che anni e anni dopo (circa 40) decide di permettere al regista americano di filmare un esorcismo. Solo per quello dunque documentare un esorcismo perchè in realtà altri motivi non sembrano esserci e appare piuttosto chiaro.
In realtà quello che filma, senza troupe, da solo e con una piccola telecamera, è il nono tentativo di esorcizzare Cristina, una ragazza che abita vicino Roma e che fino al momento, in cui non vediamo realmente che succede, non possiamo renderci conto di cosa abbiamo di fronte.
Partiamo da un piccolo presupposto per quello che è un lavoro senza dubbio interessante ma con molti limiti e un'estetica troppo sensazionalistica.
Friedkin filma un quarto d’ora di questa poveretta seduta su una sedia con il vecchio prete che mugugna preghiere e benedizioni e parla col presunto Diavolo in compagnia di altre persone tra cui tre uomini oltre Amorth che cercano di bloccare la ragazza (uno di questi è il suo ragazzo forse uno dei personaggi più inquietanti del documentario, su cui però non viene fatta luce).
Sospendendo il giudizio, in quanto ateo che non crede in queste cose, ma ne rimane profondamente affascinato, in quanto fatti sociali umani e creati dall'uomo, un paio di momenti in cui mi sono davvero chiesto, come il regista, se quello a cui stavo assistendo fosse del tutto reale sono capitati.
Il problema è che anche la scena di sofferenza in sè risulta per certi versi tragicomica.
In particolare per un effetto anche se poi ho scoperto che è stato modificato in post produzione, almeno lo spero, che riguarda lo sdoppiamento della voce di Cristina.
Friedkin subito dopo l'intervista, fece vedere le immagini a neuropsichiatri, compagnie di psichiatri e altri esperti del settore come anche un vescovo che vedendo le immagini, ci crede, ma dice di aver troppa paura per prendere atto ad un esorcismo o farne uno oppure un'intervista alla buon'anima di William Peter Blatty che non sembra avere molta attinenza.
La comunità scientifica, seppur basita, parla come del resto non poteva non fare, di come alcuni disturbi vengano citati nel Dsm e che hanno dei nomi ben precisi come la trance dissociativa, il delirio e altri stati alterati della percezione. Cristina poi è posseduta da 89 demoni.
Il finale è forse l'artificio che Friedkin per cercare di spiazzare e di lasciare con il fiato sospeso filma una brutta ricostruzione trash dove lui e un assistente di Amorth, che nel frattempo è morto, scappano dalla chiesa dove avrebbero incontrato Cristina con il uomo che per giunta minaccia i familiari del regista.

Terribile il finale ma mai come la figura che è stata di padre Amorth che ha sempre criticato quasi tutto uscendosene con delle frasi memorabili che resteranno come monito per fare chiarezza su un altro personaggio religioso misterioso senza dubbio e di cui a differenza di Friedkin mi è sempre sembrato un altro servo della Chiesa senza particolare verve.

Ghost Stories


Titolo: Ghost Stories
Regia: Andy Nyman
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un docente di psicologia che non crede ai fenomeni soprannaturali. L'arrivo di una misteriosa lettera lo porterà a imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di ciò che non può essere spiegato razionalmente.

"La mente vede ciò che vuol vedere"
Ghost Stories è un bel film sui fantasmi. Forse il più bello degli ultimi anni.
Un ghost movie accattivante, girato molto bene con una messa in scena evocativa e misteriosa, un cast perfetto e una sceneggiatura che seppure con qualche strafalcione nel finale (alla fine si è scelta la modalità "Polanski") riesce nelle sue tre storie ha creare tante belle scene, un mood claustrofobico in alcuni casi, strizzando l'occhio alle leggende, ai bambini scomparsi ma anche alle creature che infestano i boschi e quanto anche un interno di una casa può creare un sistema di jump scared infinito.
Ghost Stories per quanto la storia lo preveda non è propriamente un film a episodi.
Ne ha bisogno per creare la storia e il filo conduttore, con un finale che come appunto dicevo da un lato sembra negare tutto in funzione o meglio in virtù di una verità o una lezione che viene sfruttata forse troppe volte nel cinema.
Dal canto suo avrei preferito un finale diverso dove soprattutto nei colpi di scena che arrivano uno dopo l'altro, l'interesse dei due registi, comprendesse la scoperta di altri misteri.
Ciò detto il film è compatto, solido, con delle musiche che senza mai distrarre consentono di entarre ancora di più nel cuore del brivido.
Di fantasmi come il cinema di solito ci mostra, il film prende le dovute distanze rivelandosi fin da subito ottimo nella costruzione dell'ansia e nel creare quella sensazione di orrore senza far troppo ricorso alla c.g
Come per molti altri film, la sfida dei due registi vince quasi subito, appena notiamo con quanta cura il duo ci tenga a confezionare al meglio la storia.
E poi parla di cacciatori di storie. Un investigatore che deve fare delle immagini per confermare se le testimonianze rese da quei tre personaggi sono vere.
Scoprirà ovviamente qualcosa che non avrebbe mai immaginato, ma di più non si può dire altrimenti si rischia di spoilerarlo, e questo è un film che fa dell'atmosfera la sua chiave magica.



domenica 14 ottobre 2018

Finchè c'è Prosecco c'è speranza


Titolo: Finchè c'è Prosecco c'è speranza
Regia: Antonio Padovan
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Campagna veneta, colline del Prosecco. Una serie di omicidi e, unico indiziato, un morto: il conte Desiderio Ancillotto, grande vignaiolo che pare essersi tolto la vita inscenando un improvviso e teatrale suicidio.

Devo dire che ci vuole molto coraggio a intitolare un film con un nome del genere. Chissà all'estero.
Al di là del nome, al di là del fatto che non si è proprio sentito in giro, che non mi sembra di averlo visto a nessun festival e tante altre cose.
Il thriller di Padovan sembra partire con un profilo basso come se fosse l'ennesimo thriller già visto che bisogna almeno sperare che garantisca un po di ritmo e che non annoi a morte. Invece ci troviamo di fronte ad un'opera prima scritta bene, con una pungente analisi per certi versi grottesca su come funzionino le leggi sull'industria vinicola.
Un giallo certo con un taglio piuttosto televisivo ma a differenza di quelle monumentali cagate si serie nostrane qui almeno l'indagine parte e analizza un soggetto originale dove almeno scopriamo come funziona tutta la "mafia" legata alle terre del prosecco.
Tutto il film per certi aspetti è bilanciato dal tema della sostenibilità, quella del ispettore Stucky (che si pronuncia Stucchi)legato al suo intricato passato e a quello della sostenibilità ambientale come dice Ancilotto all'inizio del film
“Mio nonno sceglieva ogni anno un ettaro di terra, e lo lasciava incolto. Per non esagerare, per chiedere alle cose un po’ meno di quello che possono dare.”
Certo l'esordio di Padovan non entra nella lista dei film italiani più interessanti del 2017, ma regala un giallo che non se ne vedevano da tempo e lo fa cercando nella sua semplicità e spontaneità di renderlo per lo meno gradevole e con una grande lezione sull'assegnazione delle vigne e le terre del Prosecco. Battiston aiuta non poco a caratterizzare l'ispettore.




martedì 25 settembre 2018

Trench 11


Titolo: Trench 11
Regia: Leo Sherman
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Negli ultimi giorni della Prima Guerra Mondiale, un esperto di tunnel colpito da psicosi traumatica deve guidare una squadra alleata in una base tedesca nascosta … 100 metri sotto le trincee. I tedeschi hanno perso il controllo di un’arma biologica altamente contagiosa che trasforma le vittime in feroci assassini. Gli Alleati si ritrovano intrappolati sotterranei con orde di infetti, un’epidemia che si sta rapidamente diffondendo e una squadra di Assalitori tedeschi spediti lì per ripulire il disordine.

L'orrore della guerra ha ispirato nel corso degli anni diversi registi.
La metafora dell'orrore che si cela dentro bunker o a causa di esperimenti quasi sempre da parte dell'esercito tedesco è una peculiarità di questo sotto genere dell'horror.
Come nel film di Basset, DEATHWATCH, stessa epoca e stesse forze alleate, ma anche di Rob Green, BUNKER, Sherman cerca di fare qualcosa dove l'horror a differenza dei demoni interiori o delle suggestioni, diventa l'araldo su cui creare l'ennesima soluzione finale.
Il risultato è un esperimento terrificante e anche piuttosto originale quando penso all'orda dei soldati usati come una sorta di non-morti o infetti ma con connotati diversi grazie ad un'idea come dicevo piuttosto innovativa che strizza l'occhio a Cronemberg ma soprattutto al body horror con alcune scene splatter decisamente gustose e un'autopsia estemporanea visceralmente stimolante.
Un film che dopo una decina di minuti e giusto il tempo per elaborare il piano e trovare il gruppo di soldati ci catapulta verso un'intensità claustrofobica dove anche noi diventiamo bestie sotterranee. Un film che mischia tanti elementi, che ha visto molto cinema citando diverse pellicole e andandosi a piazzare tra le opere più interessanti degli ultimi anni sul tema war movie-horror-body horror-nazisti. Un film che a differenza di altri usciti negli ultimi anni che seguono più il filone d'intrattenimento, si prende maledettamente sul serio nella ricostruzione storica, nella scenografia e nel make-up, e le creature sembrano uscire proprio da uno di quei parti malati alla BROOD o compagnia simile.




Desolation


Titolo: Desolation
Regia: Sam Patton
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Abby decide di spargere le ceneri del marito defunto in un bosco dove sembra trovare una pace interiore. Fino a quando incontra un uomo misterioso.

Il sotto filone del backwoods-horror è sempre stata una peculiarità americana anche se qui prende una deviazione quantomeno diversa rispetto ad altre pellicole.
Il bosco o la foresta sono location suggestive dove possono spuntare dal nulla bifolchi o serial killer pronti come sempre in America a volerti uccidere mentre da noi in Europa magari riesci pure a farti qualche amico. In questo caso la seconda scelta.
I serial killer ma di quelli caratterizzati così male che se questo era lo scopo, ovvero renderlo misterioso ma anche nel non-sense di fondo, allora il regista ci è proprio riuscito.
Il grosso problema del film di Patton che gira un indie con una buona messa in scena anche se dalla sua ha evidenti lacune per quanto concerne la fotografia, è l'intento o meglio come tutta una serie di azioni accadono assolutamente ingiustificate e gratuite oltre che senza senso.
A partire dall'arrivo dell'escursionista che viene visto dal bambino e che per tutta la durata del film risulta davvero imbarazzante con un rape e revenge finale piuttosto fiacco e assolutamente senza senso. In particolar modo nemmeno alla fine ci viene svelato il perchè di tanta voglia di uccidere chiunque si incroci durante il cammino e soprattutto c'è una scena abbastanza ironica, quasi trash, dove l'escursionista cammina trenta metri dietro le protagoniste senza un obbiettivo e con i dialoghi delle stesse veramente assurdi (si finisce con il gas urticante per orsi).
Con un primo atto descrittivo che già pone i suoi dubbi sul perchè evadere dopo la morte del marito proprio in un bosco e portando un ragazzino che sembra ancora nel mondo dei sogni per non aver elaborato il lutto.
L'amica poi molto carina che cerca di far rilassare la protagonista con erba e vino e dei dialoghi che servono a prendersi il giusto tempo per arrivare ad un ritmo soporifero, una totale mancanza di colpi di scena, sparizioni che avvengono dal nulla e ripeto una difficoltà nel mettere insieme degli elementi disordinati, piuttosto scontati e con un finale happy ending veramente brutto e senza senso.


lunedì 17 settembre 2018

Aterrados


Titolo: Aterrados
Regia: Demian Rugna
Anno: 2017
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

Le esistenze di tre persone sono sconvolte a seguito di una serie di violente morti che si registra nella loro zona. Per Funes, ispettore di polizia in procinto di ritirarsi in pensione, quello che doveva essere un caso facile prende improvvisamente una strana piega e lui si ritrova a gestire qualcosa di più grosso di ciò che pensava. Per capire cosa accade, si chiede l'intervento di esperti del paranormale, che vengono messi alla prova da un'entità maligna mai incontrata prima.

E'abbastanza atipico l'approccio col genere horror argentino per il semplice fatto che noi non arriva molto e quello che c'è spesso e volentieri fa parte di qualche grossa produzione a stampo commerciale.
Terrified parla di fenomeni paranormali e possessione demoniaca, temi piuttosto abusati dal genere. Un film furbo che riesce ad ingranare fin dall'incidente scatenante con una scena riuscitissima e molto disturbante con lei che fluttua e si spiaccica contro le pareti.
Un film che diventa sempre più coinvolgente e asserragliato grazie all'atmosfera e all'accumulo di situazioni bizzarre e grottesche riuscendo in più nonostante un make up e alcuni effetti speciali ben riusciti a tirar fuori un gruppetto di protagonisti e caratterizzandoli molto bene.
Rugna affronta il genere in modo piuttosto originale fuggendo dai soliti cliches o i luoghi comuni che spesso vediamo nella lunghissima galleria di prodotti commerciali americani che escono e che sembrano spesso fatti tutti con lo stampino.
Qui la storia se non del tutto originale ha davvero dei buoni momenti trattando in maniera mai ingenua i temi sopracitati e riuscendo a raccontarne più di una storia, sono tre, tutte tenute assieme dal collante della casa che riesce a soprendere quasi fino alla fine.
Un film peraltro abbastanza tetro e scuro che riesce per quasi tutta la durata ad avere un'unica location diventando in alcuni punti un home invasion da parte di queste forze del male che fanno davvero del male proprio quello fisico e in alcuni casi paura senza esagerare con i jump scare.
Aterrados riesce dove molti al giorno d'oggi falliscono o si ripetono instancabilmente ovvero combinando alcune suggestioni piuttosto in voga nel genere per mischiarle e rielaborarle in un contesto abbastanza innovativo o meglio inedito e portando appunto a soluzioni o invenzioni funzionali che fanno sperare per questi giovani registi ispirati


Euthanizer


Titolo: Euthanizer
Regia: Teemu Nikki
Anno: 2017
Paese: Finlandia
Giudizio: 3/5

Alle soglie di un bosco fitto e scuro vive Veijo. È un uomo misterioso e non ha molti amici, ma tutti lo conoscono: è il temuto "euthanizer", che nel buio della sua officina offre un'alternativa economica all'eutanasia delle cliniche veterinarie. Veijo non ama le persone, ma ha una forte empatia per gli animali e vive seguendo un codice etico proprio.

Il film di Nikki ci porta nei boschi finlandesi dove chissà cosa può succedere o chi ti puoi trovare di fronte come in questo caso membri di organizzazioni neo-naziste.
In Euthanizer i personaggi sono quasi tutti nichilisti e misogini, a partire dal protagonista dal cuore tenero, come Veijo che preferisce gli animali agli umani. Come dargli torto quando un proprietario vuole sbarazzarsi di un cane sano e scondinzolante e portando praticamente il nostro anti eroe a dover fare la scelta che decreterà l'intento del film di diventare presto, scoperte le carte, un solido thriller con il sotto testo del revenge movie che negli ultimi anni va sempre più di moda.
Se non altro qui geograficamente i posti sono abbastanza insoliti e poco fotografati dal cinema, in più il cast è molto convincente e alcune scene sanno essere molto crude senza essere mai scontate e senza regalare nulla soprattutto per quanto riguarda la vendetta ai danni delle persone.
Veijo è un uomo affetto da molte psicosi che vive in una regione povera e periferica dove ad un tratto vive una storia assurda e solo a tratti romantica con un'infermiera molto più giovane di lui e che si alterna per tutti e tre gli atti con la ricerca dei mandanti e della vendetta del suo protagonista.
Nikki alla sua terza opera è un filmmaker autodidatta che ha diretto, scritto, montato e coprodotto, questo intenso noir che sconfina nella black comedy e nell'exploitation dove il suo protagonista, Matti Onnismaa, ha qualcosa come più di 150 film all'attivo.
Interessante come in un'intervista abbiano chiesto a Nikki che se specialmente in un film americano, qualcuno massacra un'infinità di persone, nessuno dice niente, ma se viene ucciso un cane, allora tutti protestano. Partendo da questo pretesto il regista ha detto che se vuoi rendere un personaggio davvero cattivo, devi fargli uccidere un cane così lui ha giocato con questo cliché caratterizzando un personaggio, dotato di una sua umanità, che fa qualcosa che nessuno spettatore vorrebbe mai vedere, anche se gli animali a cui toglie la vita sono malati e portandoti sempre al limite con pistole puntate contro qualche muso dolce e sorridente

giovedì 13 settembre 2018

As boas maneiras


Titolo: As boas maneiras
Regia: Marco Dutra E Juliana Rojas
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Clara, infermiera dalla periferia di São Paulo, viene assunta dalla misteriosa e ricca Ana come bambinaia, ancor prima che nasca il suo bambino. Presto le due donne sviluppano un forte legame, ma una notte fatale cambia i loro piani

In Brasile esiste una tradizione di storie legate alla licantropia, che di villaggio in villaggio si tramandano e si trasformano (come gli zombi ad Haiti).
Ma che bella sorpresa questo dramma con venature horror sui licantropi.
Il duo del collettivo "Film to caixote" hanno avuto sicuramente tanta voglia e tanto coraggio per scoperchiare una bella metafora politica attraverso un film di genere.
Dramma, horror, musical e in parte fantasy. Con una netta divisione in tre atti che ne sancisce una narrazione mai banale ma anzi continuamente supportata da una costruzione e alcuni colpi di scena e passaggi di testimone molto colti e funzionali, passando da un primo atto più intimista ed erotico agli ultimi due decisamente più ritmati e violenti per finire con un esplosione di fatti che riescono ad essere essenziali nella loro descrizione di un fenomeno tutt'altro che conosciuto.
I registi riescono a farcire il film di un'eroticità molto potente con diverse scene lesbo davvero tenere e molto dolci, presentando due protagoniste assolute che riescono nella loro diversità e situazione economica, ha convolare in una storia d'amore che vive di contrasti e di spaccature legate al misterioso passato di Ana.
Il merito essenziale è quello di scardinare i generi cambiando registro narrativo di atto in atto con un crescendo nell'ultimo e un climax finale esplosivo che riescono a mantenere una grande coerenza narrativa alternando stupore paura e pathos
Un film profondamente politico e in alcune scene volutamente sanguinolento senza mai eccedere che per alcuni versi potrebbe essere ricondotto ad una sorta di ROSEMARY'S BABY ambientato a San Paolo con pochissime scene in esterno e un'ottimo impianto tecnico con dei dialoghi che riescono a non essere mai banali ma invece profondamente incisivi.