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lunedì 17 settembre 2018

Aterrados


Titolo: Aterrados
Regia: Demian Rugna
Anno: 2017
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

Le esistenze di tre persone sono sconvolte a seguito di una serie di violente morti che si registra nella loro zona. Per Funes, ispettore di polizia in procinto di ritirarsi in pensione, quello che doveva essere un caso facile prende improvvisamente una strana piega e lui si ritrova a gestire qualcosa di più grosso di ciò che pensava. Per capire cosa accade, si chiede l'intervento di esperti del paranormale, che vengono messi alla prova da un'entità maligna mai incontrata prima.

E'abbastanza atipico l'approccio col genere horror argentino per il semplice fatto che noi non arriva molto e quello che c'è spesso e volentieri fa parte di qualche grossa produzione a stampo commerciale.
Terrified parla di fenomeni paranormali e possessione demoniaca, temi piuttosto abusati dal genere. Un film furbo che riesce ad ingranare fin dall'incidente scatenante con una scena riuscitissima e molto disturbante con lei che fluttua e si spiaccica contro le pareti.
Un film che diventa sempre più coinvolgente e asserragliato grazie all'atmosfera e all'accumulo di situazioni bizzarre e grottesche riuscendo in più nonostante un make up e alcuni effetti speciali ben riusciti a tirar fuori un gruppetto di protagonisti e caratterizzandoli molto bene.
Rugna affronta il genere in modo piuttosto originale fuggendo dai soliti cliches o i luoghi comuni che spesso vediamo nella lunghissima galleria di prodotti commerciali americani che escono e che sembrano spesso fatti tutti con lo stampino.
Qui la storia se non del tutto originale ha davvero dei buoni momenti trattando in maniera mai ingenua i temi sopracitati e riuscendo a raccontarne più di una storia, sono tre, tutte tenute assieme dal collante della casa che riesce a soprendere quasi fino alla fine.
Un film peraltro abbastanza tetro e scuro che riesce per quasi tutta la durata ad avere un'unica location diventando in alcuni punti un home invasion da parte di queste forze del male che fanno davvero del male proprio quello fisico e in alcuni casi paura senza esagerare con i jump scare.
Aterrados riesce dove molti al giorno d'oggi falliscono o si ripetono instancabilmente ovvero combinando alcune suggestioni piuttosto in voga nel genere per mischiarle e rielaborarle in un contesto abbastanza innovativo o meglio inedito e portando appunto a soluzioni o invenzioni funzionali che fanno sperare per questi giovani registi ispirati


Euthanizer


Titolo: Euthanizer
Regia: Teemu Nikki
Anno: 2017
Paese: Finlandia
Giudizio: 3/5

Alle soglie di un bosco fitto e scuro vive Veijo. È un uomo misterioso e non ha molti amici, ma tutti lo conoscono: è il temuto "euthanizer", che nel buio della sua officina offre un'alternativa economica all'eutanasia delle cliniche veterinarie. Veijo non ama le persone, ma ha una forte empatia per gli animali e vive seguendo un codice etico proprio.

Il film di Nikki ci porta nei boschi finlandesi dove chissà cosa può succedere o chi ti puoi trovare di fronte come in questo caso membri di organizzazioni neo-naziste.
In Euthanizer i personaggi sono quasi tutti nichilisti e misogini, a partire dal protagonista dal cuore tenero, come Veijo che preferisce gli animali agli umani. Come dargli torto quando un proprietario vuole sbarazzarsi di un cane sano e scondinzolante e portando praticamente il nostro anti eroe a dover fare la scelta che decreterà l'intento del film di diventare presto, scoperte le carte, un solido thriller con il sotto testo del revenge movie che negli ultimi anni va sempre più di moda.
Se non altro qui geograficamente i posti sono abbastanza insoliti e poco fotografati dal cinema, in più il cast è molto convincente e alcune scene sanno essere molto crude senza essere mai scontate e senza regalare nulla soprattutto per quanto riguarda la vendetta ai danni delle persone.
Veijo è un uomo affetto da molte psicosi che vive in una regione povera e periferica dove ad un tratto vive una storia assurda e solo a tratti romantica con un'infermiera molto più giovane di lui e che si alterna per tutti e tre gli atti con la ricerca dei mandanti e della vendetta del suo protagonista.
Nikki alla sua terza opera è un filmmaker autodidatta che ha diretto, scritto, montato e coprodotto, questo intenso noir che sconfina nella black comedy e nell'exploitation dove il suo protagonista, Matti Onnismaa, ha qualcosa come più di 150 film all'attivo.
Interessante come in un'intervista abbiano chiesto a Nikki che se specialmente in un film americano, qualcuno massacra un'infinità di persone, nessuno dice niente, ma se viene ucciso un cane, allora tutti protestano. Partendo da questo pretesto il regista ha detto che se vuoi rendere un personaggio davvero cattivo, devi fargli uccidere un cane così lui ha giocato con questo cliché caratterizzando un personaggio, dotato di una sua umanità, che fa qualcosa che nessuno spettatore vorrebbe mai vedere, anche se gli animali a cui toglie la vita sono malati e portandoti sempre al limite con pistole puntate contro qualche muso dolce e sorridente

giovedì 13 settembre 2018

As boas maneiras


Titolo: As boas maneiras
Regia: Marco Dutra E Juliana Rojas
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Clara, infermiera dalla periferia di São Paulo, viene assunta dalla misteriosa e ricca Ana come bambinaia, ancor prima che nasca il suo bambino. Presto le due donne sviluppano un forte legame, ma una notte fatale cambia i loro piani

In Brasile esiste una tradizione di storie legate alla licantropia, che di villaggio in villaggio si tramandano e si trasformano (come gli zombi ad Haiti).
Ma che bella sorpresa questo dramma con venature horror sui licantropi.
Il duo del collettivo "Film to caixote" hanno avuto sicuramente tanta voglia e tanto coraggio per scoperchiare una bella metafora politica attraverso un film di genere.
Dramma, horror, musical e in parte fantasy. Con una netta divisione in tre atti che ne sancisce una narrazione mai banale ma anzi continuamente supportata da una costruzione e alcuni colpi di scena e passaggi di testimone molto colti e funzionali, passando da un primo atto più intimista ed erotico agli ultimi due decisamente più ritmati e violenti per finire con un esplosione di fatti che riescono ad essere essenziali nella loro descrizione di un fenomeno tutt'altro che conosciuto.
I registi riescono a farcire il film di un'eroticità molto potente con diverse scene lesbo davvero tenere e molto dolci, presentando due protagoniste assolute che riescono nella loro diversità e situazione economica, ha convolare in una storia d'amore che vive di contrasti e di spaccature legate al misterioso passato di Ana.
Il merito essenziale è quello di scardinare i generi cambiando registro narrativo di atto in atto con un crescendo nell'ultimo e un climax finale esplosivo che riescono a mantenere una grande coerenza narrativa alternando stupore paura e pathos
Un film profondamente politico e in alcune scene volutamente sanguinolento senza mai eccedere che per alcuni versi potrebbe essere ricondotto ad una sorta di ROSEMARY'S BABY ambientato a San Paolo con pochissime scene in esterno e un'ottimo impianto tecnico con dei dialoghi che riescono a non essere mai banali ma invece profondamente incisivi.


Fidele


Titolo: Fidele
Regia: Michael R.Roskam
Anno: 2017
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Bénédicte, detta Bibi, è pilota di macchina da corsa. Quando Gino, detto Gigi, la incontra per caso, è amore a prima vista. Bibi ha una carriera e una famiglia, Gigi ha solo un grande segreto, che rischia di divorare entrambi. Fedeli al loro amore, i due andranno incontro ad un destino difficile.

Gigi e Bibi.
Voglio troppo bene al cinema di Roskam e al suo attore feticcio, Schoenaerts , per maltrattare questo pasticciato e confuso film che regala però dei momenti molto intensi e potenti che non possono mancare in un polar.
Estremo verso il finale forse esageratamente allucinato nella sua idea di raggiungere l'utopico e irraggiungibile fantasma dell'amore assoluto (l'ultima scena è quasi folle) Fidelè che da noi finalmente è arrivato anche nei cinema è un toccante ma incongruente ed eccessivo mix tra polar, noir, gangster movie, love story e adrenalinica corsa tra macchine, cani e umani.
Un film che apparentemenete ha una trama molto flebile dove però Roskam sembra inserire di tutto fino a farlo diventare straripante procedendo per accumulo ma allo stesso tempo riuscendo sempre ad avere una sua alchimia e un'armonia seppur negli eccessi che non mancano.
Un film con tante e brusche ellissi temporali che si sposta da una corsa a delle ville fatiscenti fino a delle celle minuscole o addirittura gabbie dove venir confinati.
Dal macro al micro. Tutto è così come nel cinema del regista belga.
Il merito più grosso che altrimenti avrebbe decretato un mezzo fallimento è quello dell'alchimia tra i due attori dove entrambi hanno uno spessore psicologico importante nonostante i loro segreti ci vengano rivelati fin da subito e conferisce soprattutto a Bibi un personaggio molto complesso che dopo essere stata presentata come forte e indipendente pilota finisce per diventare una sorta di martire dell’inguaribile e rovinoso stile di vita del suo Gigi, annullando la propria personalità per la salvaguardia di un amore tragicamente impossibile, sul quale la sceneggiatura fa piovere ogni sciagura possibile e immaginabile.


lunedì 10 settembre 2018

Ava


Titolo: Ava
Regia: Léa Mysius
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Ava, tredici anni. Durante l’estate, in vacanza al mare, scopre che sta perdendo la vista sempre più rapidamente. La madre ha deciso che questa dovrà essere l’estate più bella della vita di sua figlia, ma Ava affronta il problema, la vita e l’estate a modo suo. Un giorno, Ava ruba un grosso cane nero a un ragazzo gitano…

Vincitore del Grand Prix della Giuria e del premio SACD alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2017, Ava segna l'esordio di Mysius dietro la macchina da presa portando di fatto l'ingresso nella settima arte di un artista molto eclettica, colorata e con una sua personalissima idea di cinema.
Un'opera densa e complessa ricca di sfaccettature e significati, metafore e interpretazioni, disegnando un ritratto realista dell'adolescenza e tutti i suoi numerosi problemi volando verso visioni oniriche (come il segno di lei abbastanza inquietante) senza mai distaccarsi troppo dalla realtà.
Con una protagonista semplicemnete fantastica, una venere d'argilla, la regista ci mostra il suo mondo quello intrappolato da una malattia che sembra rubarle quello sguardo sul mondo e sul futuro che lei ancora tredicenne vuole scoprire in questo viaggio d'iniziazione e soprattutto emancipazione dagli adulti (rapporto spesso di competizione con la madre, le forze dell'ordine da attaccare e i nudisti ricchi da derubare in spiaggia)
E allora è proprio dalla paura di una disgrazia imminente che Ava trova la forza per mettersi in viaggio con un insolito compagno che vive di espedienti e il suo cane nero che svolge un ruolo da mediatore famigliare tra i due giovani protagonisti.
Tra furti sulla spiaggia, matrimoni clandestini, scontri con la madre ancora in cerca di gigolò che la possano sorpendere, Ana è tutto, un'idea di cinema che va oltre la semplice narrazione e capace di saper narrare tante tappe con moltissime scene e monmenti originali ricchi di quella freschezza di chi ha dalla sua una miriade di idee da sviluppare. E poi i suoni, le musiche straordinarie capaci di farti mettere in pausa la pellicola e metterti a ballare intorno alla stanza "Sabali"di Amaduo & Mariam, una canzone capace rimane in testa e poi la scoperta della sessualità in modo molto dolce e innocente come spesso nei film di formazione i francesi sanno descrivere molto bene.


Black hollow cage


Titolo: Black hollow cage
Regia: Sadrac González-Perellón
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Alice ha un braccio cibernetico, un padre premuroso ed un cane parlante che chiama mamma. L'apparente tranquillità del menage domestico nella villetta postmoderna immersa tra i boschi dove vivono, viene improvvisamente turbata dalla presenza di tre estranei che si introducono in casa con l'inganno e da un misterioso monolite cubico che dispensa consigli sibillini.

I film di fantascienza non sono semplici da scrivere e da girare. Hanno ancor più bisogno di idee e di una buona capacità di realizzarle senza per forza dover ricorrere a budget faraonici o a effetti speciali molto costosi.
Il film spagnolo in questione è la prima grossa possibilità concessa al regista dopo un indie di una decina di anni fa. Ci sono tanti ingredienti in questo film: intelligenza artificiale, cubi ipertecnologici in mezzo ad una foresta, bracci bionici, case con una scenografia alla EX MACHINA, salti temporali, e altro ancora.
Un film che parte moplto bene rimamendo ancorato alle regole di fantascienza mentre dal secondo atto tende a virare per cercare un thriller quasi da stanza.
Con una divisione per capitoli, forse al di là del mix di ingredienti sembra proprio questo elemento a non trovare soprattutto nel finale, diciamo tutto il terzo atto e il climax finale, una coerenza che soddisfi il pubblico senza portarlo a domandarsi più di quanto dovrebbe.
Da un lato può essere una tecnica quella di lasciare il finale aperto, ma in questo caso forse alcuni elementi non sono stati combinati al meglio nella sceneggiatura trovando delle scelte discutibili per quanto comunque rimangano molto interessanti e particolarmente efferate.
Nonostamnte tutto il film è geometricamente perfetto e minimale nella sua elegante messa in scena dove è impossibile non soffermarsi sulle atmosfere molto inquietanti, dove all'interno della casa proprio questo eterno silenzio e la paura che qualcuno possa entrare spesso danno l'impressione di trovarsi di fronte ad un home invasion
Dal punto di vista tecnico funziona tutto molto bene, così come delle interpretazioni funzionali e la fotografia, accompagnata da una colonna sonora angosciante e da paesaggi e boschi completamente deserti per dare quel senso di pace ma anche solitudine (Alice a parte il cane/mamma e il papà non ha nessuno con cui giocare)
E poi il cane chiamato madre che parla con un particolare dispositivo che sembra l'anello di Re Salomone del 21°secolo è esilarante e originale.
Black hollow cage è un film molto interessante cion alcune anomalie ma nel totale rimane una grande prova tecnica, di interpretazioni e con una sceneggiatura da livellare ma che comunque rimane notevole.

lunedì 3 settembre 2018

Journey to the west – Demon strike


Titolo: Journey to the west – Demon strike
Regia: Tsui Hark
Anno: 2017
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Tang Monk porta tre discepoli in un viaggio verso l'Occidente. All'apparenza, tutto sembra armonioso, tuttavia la tensione è presente sotto la superficie, ed i loro cuori e le loro menti non sono d'accordo. Dopo una serie di eventi demoniaci, il monaco e i suoi discepoli guadagnano una fiducia reciproca. Infine, risolvono i loro conflitti interiori lavorando insieme per diventare un team in grado di esorcizzare i demoni.

Di fatto la saga di MONKEY KING o LEAGUE OF GOD o il primo episodio sempre di JOURNEY TO THE WEST, sono tutti esempi di come le grandi produzioni cinesi pur giocando quasi sempre sulla mitologia o il folklore popolare sfruttino appieno la c.g (esasperandola il più delle volte) per creare questi kolossal che a tutti gli effetti sembrano dei blockbuster americani.
Il risultato o meglio i risultati come in questo caso sono piuttosto spiazzanti, nel senso che lo spettatore passa due ore d'intrattenimento con dialoghi spesso ironici, gag abbstanza elementari, i valori e le virtù che sono spesso le tematiche principali e molti combattimenti che mischiano il wuxia esagerandolo e portandolo ad una sorta di scontro tra divinità molto pirotecnico ed epico.
Un'esaltante spettacolo, un film coloratissimo, un'altra opera visionaria che qui è tutta sulle spalle in cabina di regia del maestro Tsui Hark supportato nella produzione e nella sceneggiatura da Stephen Chow. Un film che in alcuni punti si prende anche delle soddisfazioni come nella scena in cui uno dei tre discepoli, maiale, nonostante finisca tra le grinfie della donna ragno cerca lo stesso di portarsela a letto nonostante l'aspetto ripugnante oppure le umiliazioni e le pene a cui la scimmia deve soccombere a causa del suo monaco.


sabato 1 settembre 2018

Hagazussa


Titolo: Hagazussa
Regia: Lukas Feigelfeld
Anno: 2017
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Nel XV secolo, Albrun vive nelle Alpi prendendosi cura di una mandria di capre da quando sua madre è morta, vent'anni prima. Un giorno, però, Albrun si rende conto di come nelle profondità del bosco si nasconda una presenza sinuosa che trasformerà la sua realtà in un incubo.

Torniamo al folklore, all'Europa e alle sue leggende.
Hagazussa è la risposta europea al THE WITCH americano decisamente più minimale e con meno azione. Un film magnetico che fin dalla prima scena ti catapulta in questa dimensione geografica quasi abbandonata dal mondo e dai suoi abitanti. Due donne, madre e figlia, che in quanto eremite vengono confinate e giudicate streghe.
Espressionismo tedesco che torna in maniera volutamente funzionale scardinando la quotidinità di Albrun e trasmettendo quel senso di impotenza e solitudine di chi cerca conforto quando può proprio dagli animali che alleva.
Strega si traduce in tedesco con hexe e in svedese con häxan, termini che derivano dall’arcaico hagazussa, in uso durante il tardo medioevo.
Hagazussa, da quell'abbraccio iniziale della madre alla figlia prima di scoprire l'incidente scatenante, una scena molto forte e disturbante, ribattezza un periodo felice del cinema di genere che sembra riscoprire la sua vera forza attraverso paesaggi e recitazione con una buona storia dietro dimenticandosi effetti speciali e jump scared in favore di tutto ciò che sa creare stupore come le suggestive atmosfere pagane e le superstizioni di un'epoca mai così buia e pericolosa in particolare per la donna.
Ancora una volta è lei, Albrun, la figura femminile, lo snodo centrale per lo sviluppo della storia.
Il film del giovane Feigelfeld pur essendo particolarmente lento e senza quasi dialoghi crea fin da subito una grossa dose di empatia e inquietudine nell'ottica esoterica ponendosi come uno dei più importanti film sulla stregoneria.
Resta difficile credere che Hagazussa: A Heathen’s Curse sia il lavoro di uno studente.
Eppure si tratta davvero della prova finale del cineasta emergente Lukas Feigelfeld, austriaco di nascita, ma residente a Berlino. Hagazussa, che è stato in parte finanziato con il crowdfunding, non è solo un azzeccato debutto, ma un film d'autore con una chiara visione che potrebbe rivelarsi una pietra miliare dell'horror folk d'essai.

giovedì 30 agosto 2018

Rakka


Titolo: Rakka
Regia: Neil Blomkamp
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

In un futuro distopico, gli alieni invadono la terra e si impongono sulla popolazione terrestre nel tentativo di controllarne le menti e ribaltare l’equilibrio del pianeta. Un gruppo di ribelli combatte l’invasione

Blomkamp dovrebbe continuare a fare di testa sua magari con studious e major pronti a dargli soldi a palate qualora servissero. L'idea dopo REKKA continua a farsi spazio come di un artista sottovalutato con un talento enorme nel creare mostri e scenari post apocalittici.
Rekka è divino. C'è il massacro, la sopravvivenza, una nuova razza che sembra provenire dall'orrore cosmico e dalle pagine dei fumetti di Slaine, tanto sangue, assenza totale di ironia e il genere umano che si merita l'estinzione.
Il regista ha confermato che la Oats Studios - Volume 1 sarà composta da tre corti in totale, tutti della durata di 20-25 minuti: «L'obiettivo è capire se la gente sia interessata al progetto e voglia pagare per il Volume 2 in futuro» e la risposta mi pare abbastanza ovvia dopo i trascurabili HUMANDROID ed ELYSIUM
Tra i tanti meriti bisogna annoverare quello di essere in grado di aver creato un universo alternativo funzionante e funzionale oltre che affascinate e di riuscire ad instillare negli spettatori la voglia di volerne sapere di più sperando in un continuum tra le storie che porti magari ad un'altra opera come DISTRICT 9.

mercoledì 1 agosto 2018

Mohawk


Titolo: Mohawk
Regia: Ted Geoghegan
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quando un membro della sua tribù incendia un accampamento americano, la giovane guerriera Mohawk viene inseguita da un contingente militare di ribelli assetati di vendetta.

Mohawk è un insolito e sconosciuto horror che parla di indiani.
In realtà è un dramma con diverse scene d'azione e svariati combattimenti.
La protagonista, l'eroina che si immola, riesce bene a reggere il peso del film sulle spalle grazie anche a degli antagonisti particolarmente sporchi e cattivi. Un film insolito che deraglia dall'horror per come siamo abituati a fruirlo scegliendo un percorso diverso e diventando di fatto un film ambientato durante la guerra anglo-americana del 1812, che pur non avendo un budget molto alto riesce soprattutto nei costumi e nelle location ad essere realistico.
A distanza di due anni da WE ARE STILL HERE, Ted Geoghegan torna dietro la macchina da presa per un revenge – thriller in costume. E lo fa cambiando completamente direzione rispetto a quanto scrissi del precedente film
"Un'opera prima di uno sconosciuto che seppur parlando di fantasmi, maledizioni, comunità chiusa, ed elaborazione di un lutto, riesce nonostante tutto ad avere un suo stile originale, citando infine dalla A alla Z gli horror più famosi, dalla vecchia scuola (italiani in testa) a quelli più moderni. "
Senza lesinare sui dettagli, il regista cerca di fare quello che può pur avendo il budget limitato, ma anche in questo caso sceglie e coglie quei dettagli truci soprattutto dal secondo atto in avanti dove arriva la vendetta della protagonista.
Mohawk con pochi mezzi e molta personalità, ci regala una propria personalissima rielaborazione dell’action drama storico incentrato sullo scontro tra Mohawk e milizie statunitensi, riuscendo a combinare carneficina e incubo ad occhi aperti con eccezionale e scabrosa inventiva, fatto per cui gli si perdonano le plurime imperfezioni.

giovedì 19 luglio 2018

Laissez bronzer les cadavres


Titolo: Laissez bronzer les cadavres
Regia: Hélène Cattet, Bruno Forzani
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

L'estate mediterranea: mare blu, sole cocente e... 250 kg di oro rubato da Rhino e la sua banda! Invitati da Luce, una pittrice cinquantenne, in un borgo remoto e abbandonato, riconoscono nel luogo idilliaco un nascondiglio perfetto. A mettere a rischio il loro piano arrivano due poliziotti: il paradisiaco luogo celeste si trasforma ben presto in un campo di battaglia raccapricciante.

E' vero che l'ultimo film della coppia sembra una costola maledetta di Antonioni girata sotto effetto di lsd, un deserto rosso fotografato dal protagonista di blow-up sotto funghetti.
Il risultato rimane come sempre a livello visivo e simbolico un film affascinante e caratterizzato da alcune scelte estetiche e lavori di fotografia che esaltano ancora di più il curriculum della coppia di registi francesi di cui invito a vedere tutti i loro precedenti film. La loro visione come sempre è articolata su esercizi spericolati di cinema sul tempo, dentro il tempo e fuori dal tempo.
Siamo di fronte a due pionieri del montaggio, dello studio minimale di ogni singolo frame, di una logica e una geometria delle immagini minuziosamente studiate una per una con la personale ricerca di espressione sperimentando con i limiti e le potenzialità del cinema di genere.
Rimane un film con un linguaggio personale e non proprio immediato per quanto riguarda il fluire della narrazione e rimane un lavoro che cerca ostentatamente, quando riuscendovi quando meno, un’idea di originalità o di eccentricità . Insomma un lavoro che come sempre non passa inosservato. Arriva la loro terza opera dopo due film molto belli e soprattutto confermando l'amore per il cinema di genere e il bisogno di sperimentarsi come in questo caso in una sorta di western psichedelico dove durante vari spezzoni con una musica che ricorda Morricone vediamo una venere legata e quasi crocifissa che viene presa a frustate da un gruppo di uomini prima di urinare sulle loro teste.
Sin da AMER eravamo di fronte a due outsider.
Quelli che prendono la settima arte e ne scrivono un loro alfabeto preciso composto da una magia potente e la forza primigenia delle cose elementali che fondano e scoprono con il loro gusto soggettivo e molto personale fatto di un amore smodato per il cinema.
Degli stregoni quasi. Un cinema maledetto ma soprattutto con alcuni rimandi esoterici fatta quasi esclusione per quest'ultimo film che è tratto da un romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid che in Italia è stato tradotto con il titolo Che i cadaveri si abbronzino.
Il loro terzo film è sicuramente il meno complesso e simbolico, il più digeribile e fuibile da parte di un pubblico medio non abituato a questo tipo di sperimentazione.



Bajo la rosa


Titolo: Bajo la rosa
Regia: Josue Ramos
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Oliver e Julia sono una coppia benestante che vive una vita agiata con i figli Alex e Sara. Una mattina, madre e figlia escono di casa di fretta: Julia è già in ritardo per il lavoro e decide di lasciare Sara a pochi passi da scuola. Al suo rientro a casa, scopre però che Sara non è mai entrata in classe. In preda alla disperazione, tutta la famiglia chiede l'aiuto della polizia ma per giorni nessun indizio si rivela utile. Tutto cambia quando una lettera misteriosa, scritta da qualcuno che sostiene di aver trattenuto Sara, propone di lasciarla andare a patto di poter parlare con i restanti tre componenti del nucleo familiare.

Ultimamente come ho già detto più volte soprattutto sui thriller europei la Spagna continua ad essere in prima linea assieme a pochissimi altri paesi.
I film prodotti e non distribuiti negli ultimi anni sono davvero tanti, numerosi registi diversi e idee nonchè tematiche slegate del tutto differenti.
In questo caso il dramma famigliare viene deflagrato sulla base di un segreto da confessare da parte di un mebro del nucleo (padre-madre-figlio).
Il kammerspiel da qui in avanti ci porta al tema del sacrificio e della confessione, i quali vengono messi in scena in maniera del tutto trasparente con una tecnica e un ritmo incredibile.
Ramos si trova a che fare con un indie in tutto e per tutto a partire dall'unica location e dall'uso centellinato dei mezzi, un cast di nomi abbastanza nuovi e una realizzazione che trova nel plot narrativo e soprattutto nei dialoghi la parte migliore senza contare che il vero dolore viene inferto quasi esclusivamente a suon di parole e sguardi.
Un film che punta tutto sull'atmosfera e sulla tensione senza cadere mai nel ridicolo e riuscendo a trasmettere una paura reale come se incidenti e situazioni di questo tipo non siano poi così distanti dalla realtà.
Come spesso capita vittime e carnefice possono scambiarsi le parti in una trappola che riuscirà a sferrare un buon colpo di scena in un climax inaspettato

Malarazza


Titolo: Malarazza
Regia: Giovanni Virgilio
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso Caruso è un pregiudicato figlio di Tonino detto Malarazza, potente boss del quartiere. Tommaso ha ereditato il soprannome del padre ma non si è rivelato all'altezza della sua fama criminale, e ora passa il tempo a ubriacarsi e a giocare a carte, scaricando la propria frustrazione e brama di potere sulla moglie Rosaria e sul figlio, che porta il nome del celebre nonno. Quando Rosaria non riesce più a sopportare le botte e gli insulti del marito e scappa di casa insieme al figlio, Tommaso chiede alla comunità criminale di ostracizzare la donna e di punire il fratello di lei, Franco, transessuale dedito alla prostituzione. Si innesca così una spirale di violenza che non può avere altro che conseguenze tragiche.

Come dicevo in un'altra recensione, c'è tanto cinema italiano di buona fattura uscito negli ultimi anni. Il fatto che la maggior parte del pubblico non lo conosca e un problema distributivo, nel senso che è troppo rischioso proiettarli nei cinema con la paura che non incassino.
Quindi le alternative sono i festival oppure aspettare che escano in dvd oppure lo streaming.
Malarazza affronta di nuovo, come tanti giovani registi soprattutto esordienti cercano di fare, il tema delle aree urbane degradate del Sud completamente abbandonate a se stesse dallo Stato e dalla legge, zone franche in cui lo spaccio avviene alla luce del sole e la gente è stanca di "aspettare che ci salvi qualcuno".
Tematica di fuoco, dove le vicende e i personaggi sono fondamentali per la riuscita del film.
Uno schema corale dove di fatto ognuno segue la sua strada come ci è capitato di recente di vedere in diversi film che trattano tematiche legate alla criminalità organizzata (le serie su tutte proprio per delineare questo tratto peculiare dei personaggi) dove il senso della comunità civile funziona solo per certi aspetti e bisogni e dove prevale di fatto l'omertà di stampo mafioso.
"Malarazza" vuol dire tante cose tra cui il destino disgraziato di molti giovani del sud che hanno ben poche alternative al crimine dal quale sono circondati.
Alla sua terza opera Virgilio cerca di portare il suo film più maturo, sicuramente migliore rispetto ai precedenti e con una visione più ampia dei temi e della gestione dei personaggi.
Ennesimo indie che da sicuramente coraggio al regista nell'affrontare le miserie della sua città senza glorificarne i criminali.
Una visione e una politica di cinema da tenere d'occhio

sabato 14 luglio 2018

Totem


Titolo: Totem
Regia: Marcel Sarmiento
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo la morte in circostanze sospette della moglie, James sta faticosamente ricostruendo la sua vita insieme alla nuova compagna Robin, che decide di accogliere a vivere in casa sua insieme alle figlie Kellie e Abby. Con l’arrivo della donna nell’abitazione, l’unità familiare comincia a essere messa alla prova non soltanto dalla diffidenza di Kellie verso colei che ritiene una sostituta non all’altezza della madre, ma anche dall’insorgere di inquietanti fenomeni paranormali diretti verso la piccola di casa Abby, che a sua volta sembra in contatto con una sorta di entità spirituale.

Ormai senza guizzi di sceneggiatura e un minimo di capacità di scrittura il risultato sembra ormai scontato.
Il dramma familiare unito alla ghost story sono solo alcuni dei temi più sfruttati dalla lobby del cinema commerciale americano horror. Troppi prodotti con il risultato che i clichè e gli stereotipi fanno da protagonisti a dispetto di personaggi piatti e delle storie lacunose.
Ridicolo e scontato questo film di tal Sarmiento che dovrebbe guardarsi tanti horror per capire come dirigere e anche in questo caso come giocare meglio sui colpi di scena, dosare la suspance, etc.
In realtà la domanda più grossa del film credo che sia ancora motivo di mistero per la troupe e soprattutto per Evan Dickson che oltre ad essere lo sceneggiatore e anche uno degli attori. In più tutto il tema legato all'accettazione da parte delle due protagoniste della compagna di papà, anche se sembra proprio l'anima irrequieta della defunta moglie a non accettare la nuova arrivata, poteva essere curato di più con qualche caratterizzazione che non sembrasse così stereotipata.
L'idea che mi sono fatto visto questo pasticcio legato alla scrittura è quello che Dickson voleva forse omaggiare qualche tematica legata ai j-horror giapponesi visto che il tema sembra ricordarli molto.
Il risultato però è davvero pessimo..


domenica 24 giugno 2018

Cotto & Frullato Z – The Crystal Gear


Titolo: Cotto & Frullato Z – The Crystal Gear
Regia: Paolo Cellamare
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Maurizio Merluzzo è uno chef del web, celebre per la sua insana passione per i cibi frullati, capaci, secondo lui, di donare un'incredibile energia. Sequestrato, durante le ultime puntate della serie, dal suo acerrimo nemico, uno psicopatico hater serial killer chiamato Nino Seiseisei, il nostro eroe dovrà trovare il modo di vendicarsi grazie anche all'aiuto di una serie di bizzarri personaggi, tra i quali il nipote dell'inventore del frullatore e il suo avvocato.

Ok. Ho sempre ribadito la mia missione da volontario guardando spesso e volentieri tutto ciò che viene fatto in Italia e possibilmnete distribuito per tutto quello che significa e riguarda il panorama indipendente e il low-budget.
Negli ultimi anni inaspettatamente mi è capitato di trovarmi di fronte a buone opere, interessanti esordi e prodotti difficile da classificare come film quando verrebe invece da definirli esperimenti amatoriali.
Ora io non conoscevo tale Paolo Cellamare e nemmeno questa famosa serie uscita su youtube che ha avuto un successo così grosso da dare la possibilità a Cellamare e soci di poter realizzare fose il loro sogno. Diciamo che pur essendo una parodia delle celebri serie sui vari chef e quindi prodotti che non hanno mai suscitato il mio interesse, non era un buon elemento di partenza.
Puntualizzo. Maurizio Merluzzo, il protagonista, è fastidiosissimo come attore, come protagonista, come comico mancato e come tamarro.
Quindi avere sempre lui dall'inizio alla fine del film su di giri che esce completamente fuori da un personaggio che già riassume in se tutti gli stereotipi possibili non da certo punti di forza.
La storia sembra ormai essere tutta una presa in giro dei film d'azione o avventura americani inserendo come un cocktail fatto male moltissimi elementi kitch di quelli che ti chiedi se alla fine saranno funzionali non tanto per la storia e la narrazione, ma quanto proprio per il ritmo e parlo ovviamente di personaggi come l'imitatore di "Eddie Murphy" che proprio non ho capito.
Per il resto avendo degli effetti speciali terribili (il fucile a pallettoni che fa scomparire i nemici, l'elemento magico nascosto nel frullatore, scene e un montaggio non sempre connesso, ad un tratto vediamo Merluzzo legato così da un momento all'altro, e tanti altri elementi che non starò a recensire). Insomma da un lato tanto coraggio, dall'altro la rabbia che tutti questi nuovi registi, questa nuova generazioni di registi, pur di fare a qualsiasi costo un film, a volte dimentichino che va bene far ridere, fa bene scimmiottare con i generi, fa bene improvvisare pur senza mezzi, però tanti di loro non riescono mai a fare quel salto che superi anche solo la mediocrità.

Ligne Noir


Titolo: Ligne Noir
Regia: Mark Olexa, Francesca Scalisi
Anno: 2017
Paese: Svizzera
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 4/5

Una donna pesca in acque torbide, una natura sofferente, il canto spezzato del muezzin. Tutto si collega attraverso una sottile linea nera.

Ligne Noir segue la monotona quotidianità di una donna indiana che per sopravvivere è costretta a cercare in un mezzo a un fiume dalle acque torbide, qualsiasi cosa che possa essere rivenduto affinchè non muoia di fame (non sappiamo se ha marito o figli ma come spesso capita è molto probabile di sì). Attraverso delle belle carrellate seguiamo il suo pellegrinaggio in mezzo alle acque senza minimamente pensare ai rischi e ai pericoli di cosa può trovarsi sott'acqua e del pericolo di inquinamento e tossicità soprattutto dal momento che l'acqua è nera e quindi l'elemento i suspance è già dato dal fatto che nessuno sa cosa c'è lì sotto.
Un altro dramma quotidiano che dovrebbe farci riflettere sempre sul nostro modello economico e ancora una volta sottolinea l'impressionante povertà che abbraccia questo straordinario paese.

Terraform


Titolo: Terraform
Regia: Sil Van Der Woerd e Jorik Dozy
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

Le difficoltà e i sacrifici che i minatori di zolfo di KawahIjen in Indonesia devono affrontare quotidianamente per provvedere alle loro famiglie.

Pur essendo per lo più un lavoro di fotografia che sembra uscito da IL SALE DELLA TERRA fotografato da Mallick, il lavoro della coppia di registi inglesi, grazie ad un budget stratoferico, hanno davvero fotografato qualcosa di unico.
Il sacrificio di un padre che pur di far sopravvivere la famiglia, rischia ogni giorno la sua vita in un ambiente che ha dell'incredibile.
Cosa davvero lascia basiti? Che nonostante si sappia, nonostante sia stata denunciata tale schiavitù ( e parlo soprattutto per le condizioni di lavoro) questa realtà continui ad esistere.



Ultimo chilometro


Titolo: Ultimo chilometro
Regia: Emma Ramacciotti, Roberto Vietti
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 3/5

Per Adriano la bicicletta è l’unico mezzo di trasporto per muoversi nella sua città. Una scelta precisa che lo rende orgoglioso. I suoi percorsi quotidiani, tra inquinamento e rischio di incidenti, sono guidati dalle voci storiche di Auro Bulbarelli e Davide Cassani, storici commentatori RAI delle grandi corse ciclistiche, con un effetto ironico e contrastante al tempo stesso.

Simpatico. In 3' la coppia di registi presenti in sala assieme al sottoscritto a presentare ognuno il suo cortometraggio, hanno detto di essersi divertiti e soprattutto cercare un climax finale che puntasse tutto sull'ironia.
Effettivamente in mezzo ad una piazzuola immersa nel traffico schiaffarci una seduta di psicopterapia non è poi così male

Yaban


Titolo: Yaban
Regia: Volkan Budak
Anno: 2017
Paese: Turchia
Festival: Cinemabiente 21°
Giudizio: 3/5

Uomini e animali del delta del fiume Kızıl in Turchia: le contraddizioni tra cultura e natura.

Portare al mascolo una mandria di buoi può non essere così facile e tutta la rete che sta dietro e il duro, lento e stancante lavoro sembra suggerirci che è una pratica antichissima (famigliare pure) che abbraccia diversi target d'età ognuno con un preciso compito.
Immagini con campi lunghissimi e primi piani per un branco di persone che sembrano quasi vergognarsi quando la telecamera si accorge di loro.
Il rapporto tra natura, gregge e uomo che arriva dritto dritto dalle sterminate pianure e dove questo gruppo di uomini a cavallo con le loro regole sembra farci tornare indietro nel tempo.


giovedì 7 giugno 2018

Giornata


Titolo: Giornata
Regia: Pippo Mezzapesa
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

La storia di Paola Clemente, bracciante pugliese di quarantanove anni morta di fatica sotto il sole nei campi del Sud, viene raccontata con le parole tratte dagli atti dell’inchiesta sui caporali che la sfruttavano e dalle compagne di lavoro che viaggiavano tutti i giorni in pullman con lei.

I corti servono anche a questo.
A ricordarci attraverso uno schema corale in undici minuti la vita e la tragedia di una donna, di una mamma che lascia marito e figli senza un perchè.
Un'altra storia di orrore sul lavoro dove Paola è morta ancor prima che arrivasse l'ambulanza a prenderla. E'morta lì accasciata su un campo assieme alle altre braccianti che già dal primo mattino denunciavano che la donna non si sentiva bene.
Un dramma incredibile e indimenticabile. La Giornata è la storia non di una ma di tutte quelle donne che non dimenticheremo mai e che hanno tutte dei nomi.
Oggi la fiaccolta è per lei: Paola Clemente.