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domenica 22 aprile 2018

You Were Never Really Here


Titolo: You Were Never Really Here
Regia: Lynne Ramsay
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Joe è un veterano di guerra, sopravvissuto anche a molte altre battaglie. A casa lo aspetta solo la madre anziana a malata, con cui ha un rapporto di grande affetto e pazienza. In una New York desolata e piena di segreti, il cui profilo nobile resta sempre in lontananza, Joe fa il mercenario per chi vuole liberarsi di nemici pericolosi ma non ne ha l'abilità o il coraggio. Il suo ultimo incarico è quello di sottrarre Nina, la figlia preadolescente di un politico locale, ad un giro di prostituzione minorile: una creatura abusata e offesa che fa da specchio al passato dell'uomo. Joe appare e scompare, spesso armato di un martello, come se non fosse mai stato lì (questa la traduzione del titolo originale), menando fendenti e scacciando con la stessa allucinata intensità i ricordi devastanti, tanto della propria infanzia in balia di un padre sadico, quanto dei crimini di guerra compiuti (anche da lui) dietro la giustificazione di una divisa. Quello di Joe è un universo di bambini perduti cresciuti alla mercè degli orchi e spesso diventati come loro, un mondo in cui l'uomo si muove come un giustiziere, cercando di rattoppare la sua vita ridotta ad un puzzle di sensazioni e (brutti) ricordi.

Lynne Ramsay non so per quale strana ragione mi viene da associarla a Ana Lily Amirpour.
Entrambe sanno fare del bel cinema spesso imperfetto ma sempre affascinante anche se la Ramsay ha dalla sua quella perla di E ORA PARLIAMO DI KEVIN che è praticamente magistrale dall'inizio alla fine.
Anche questo suo ultimo film ha qualcosa di strano, di quasi esoterico per come viene mostrato quello strano edificio che sembrerebbe molto normale se non fosse per gli abusi sui minori da parte di una certa elite.
Poi per me Joacquin Phoenix è uno di quegli attori così belli e dannati che anche se non si impegna a fondo riesce comunque a fare la sua porca figura.
Un film strano con alcuni eccessi, ma non nelle scene di violenza quanto nei flash back a volte ridondanti e pesanti che rischiano di spezzare quell'atmosfera esplosiva che sembra sempre sul punto di deflagrare. Ed è proprio così l'anti eroe Joe che sembra muoversi a rilento, stanco e vittima di incubi feroci che lo assalgono continuamente da dover prendere pillole e liberare il mostro solo quando si trova degli orchi davanti.
La trama del film è tutta così piuttosto semplice con qualche piccola scintilla e un climax finale forte e qualche piccolo scivolone soprattutto quando la Ramsay mescola troppo il sogno e la realtà.



Bride



Titolo: Bride
Regia: Svyatoslav Podgayevskiy
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Una giovane donna in procinto di sposarsi deve fare i conti con una famiglia che manifesta comportamenti molto strani e inquietanti.

Di solito i russi non prediligono l'horror o meglio non fanno paerte di quei paesi così affezzionati al genere. Tuttavia quando prova alcune incursioni sul tema riesce alle volte a sorprendere con alcuni film interessanti come il pasticciato remake VIY, CARGO 200 e il pesantissimo PHILOSOPHY OF A KNIFE (tuttora una delle pellicole più pesanti mai viste).
Con Bride il taglio è decisamente più commerciale. Fantasmi+Casa "stregata"+Folklore popolare e antichi rituali cristiani. Il risultato è un film che nel primo atto ha una misuratissima atmosfera con un ritmo lento e una profondità di campo con il compito di immergere lo spettatore in quella che sembra una tradizione piuttosto desueta anche in Russia.
Dal secondo atto in avanti il film velocizza il ritmo, i jump scare sono tanti e abbastanza misurati e l'idea generale è di un buon film che non ha nulla da invidiare al confronto con altre produzioni coadiuvati da budget faraonici.
Alternando sequenze ambientate nell'ottocento con una messa in scena contemporanea (il film è ambientato ai nostri giorni) narra di questa strana pratica in cui venivano fotografati i cadaveri per ricordarli e perché i loro spiriti rimanessero a vegliare sui congiunti; essi però sono catturati dall’obiettivo della macchina fotografica con le palpebre chiuse e, sopra, degli occhi disegnati.
The Bride grazie anche a delle buone prove attoriali e una messa in scena efficace è quella dark story tipicamente russa, abbastanza indipendente e sconosciuta (non avrà mai una distribuzione da noi) capace di sinistre suggestioni e di muovere qualcosa di nuovo a diffferenza della moltitudine di film sul genere che vantano numerosi sequel e prequel forse eccessivi che spesso sottolineano l'intento commerciale e non quello narrativo raccontando in fondo sempre le stesse cose.

I will crush you & go to hell


Titolo: I will crush you & go to hell
Regia: Fabio Soares
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Durante il funerale del padre, colorado e Louise Fox scoprono l'esistenza di una sola e misteriosa ereditiera: Apple Pie. Decidono così di scoprire insieme di chi si tratti intraprendono un viaggio per riappropriarsi del denaro...

Il progetto di Soares prevede di riuscire a racimolare denaro per poter continuar a finanziare il suo progetto. Per ora il corto uscito è abbastanza una bomba. Colorato, molto pulp e con evidenti richiami all'exploitation e a quel cult che ha ispirato tanto cinema con protagoniste femminili THELMA &LOUISE.
Al di là del fatto che il regista abbia scelto alcune femme fatali come Petra Silander e Lise Gardo ovvero due modelle da urlo, la storia è molto convenzionale e gli intenti non sembrano voler smuovere chissà cosa o ergersi a raccontare qualcosa che non sia già stato detto in tutte le varie forme e i vari stilemi cinematografici.
E'molto kitsh se vogliamo, elegante, stiloso, eccessivamente edulcorato con dei dialoghi tagliati con l'accetta e la scena con il poliziotto che per quanto potesse sembrare macchinosa o prevedibile in fondo dalla sua ha un cinismo che connota tutta l'atmosfera e gli intenti delle protagoniste piuttosto agguerrito.
Rimane un prodotto confezionato in maniera inattaccabile, affascinante, che lascerà impressa negli occhi dello spettatore la bellezza faraonica della Silander.

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



Course


Titolo: Course
Regia: Agustin Falco
Anno: 2017
Paese: Argentina
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Un film narrato attraverso otto riprese continue. Ariel è un giovane padre di famiglia che perde il lavoro nel pieno della crisi economica. In preda alla vergogna, decide di nascondere alla moglie e alla figli la verità, accettando di farsi coinvolgere in loschi affari.

Siamo di nuovo su una tematica attuale ovvero la crisi economica e la perdita del lavoro.
A differenza di altri film del festival che si strutturano attorno a quersta importante tematica, Falco sceglie la strada della diperazione, mettendo tutto il fardello sulle spalle di un giovane padre di famiglia dal passato turbolento (locali, vita notturna, prostitute, droga).
Ariel rappresenta quel cambiamento che di fatto sancisce una netta divisione con il passato ma che a causa proprio della difficoltà a trovare soldi diventerà purtroppo una delle uniche vie di salvezza.
Tra spacciatori, doppi giochi e carneficine sulle sponde di isolotti abbandonati, Ariel cercherà di trovare una soluzione prima di rendersi conto che alcuni errori si pagano a caro prezzo e quando vengono a bussarti in casa allora non puoi fare altro che fuggire con tua moglie.
Un film disperato che urla tutta la sua amarezza e la fragilità di un uomo che si rende conto di essere ancora troppo avvezzo ad alcuni vizi e non in grado di farcela da solo reggendo un macigno di colpi di scena davvero drammatici.
Juan Nemirovsky riesce da solo a dare enfasi al suo personaggio, caratterizzandolo in ogni singola inquadratura in un crescendo drammatico e disperato che attraverso quello sguardo riesce a sembrare un uomo qualunque a cui capitano una sere di tragedie spiacevoli.

Butterfly


Titolo: Butterfly
Regia: Pailles twin bros
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Di umili origini, Vanessa si reca a Marsiglia in seguito alla morte del padre che non vedeva da quando era ragazzina. Master Leclerc, l'avvocato che si occupa dell'eredità, le propone una scelta insapettata che riporterà Vanessa nel passato.

Il ritorno alle origini. Il corto dei fratelli francesi pone questa giovane protagonista di fronte al bisogno di confrontarsi con il passato con tutto ciò che sembra un alone di mistero nella vita del padre. Un corto abbastanza biografico dove fiction e surreale cercano di confrontarsi e congiungersi almeno per quanto concerne il climax finale.
Il risultato è un lavoro interessante, non privo di una certa analisi derivativa che sfocia in un interessante rapporto ma non privo di ambiguità e qualche momento macchinoso che non sempre la coppia di registi riesce ad affinare.
Un lavoro comunque dignitoso che mostra la voglia e il talento di chi ha ancora molta strada da fare almeno in termini di scrittura e messa in scena ma che sembra indirizzata verso una strada e che punta a tematiche personali e temi sociali che riescono sempre ad essere funzionali e interessanti.


After Dawn


Titolo: After Dawn
Regia: Nicolas Graux
Anno: 2017
Paese: Belgio
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Pawel è assolutamente convinto che la separazione abbia completamente annullato i sentimenti verso il ragazzo di cui era innamorato. Tuttavia, quando trova un visitatore inaspettato ad attenderlo a casa in un pomeriggio piovoso, capirà che le cose non sono proprio come pensava.

Dal Belgio arriva questo interessante cortometraggio che strizza l'occhio a Xavier Nolan e Ang Lee.
Un corto intimista che rimane quasi sempre sotto le coperte mostrando il rapporto ossessivo compulsivo di questi due giovani adulti e il sesso che diventa il vero protagonista ancor più dei dialoghi. Scene forti che non si vedevano da tempo e poi quel gesto di Pawel, attirato dall'altro così come è spaventato di se stesso e di dover ammettere un omosessualità che ormai non può più nascondere a differenza del suo "compagno"molto più sereno e disinibito.
Quel gesto che richiama tutta una dieprata analisi di se stesso, della difficoltà a mostrarsi per quello che si è e infine il bisogno di dover e poter possedere l'altro.
Un corto per nulla banale ma anzi che trovo singolare, raffinato e spinto seppur senza mai cercare quel sensazionalismo d'effetto che non amo particolarmente ma invece qui è tutto dosato grazie anche ad un'atmosfera che si concentra sui loro respiri e su quegli sguardi immobili e bisognosi di risposte.


domenica 25 marzo 2018

Beyond Skyline


Titolo: Beyond Skyline
Regia: Liam O'Donnel
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mark è un detective della polizia di Los Angeles che si sta prendendo una pausa dalla risoluzione dei crimini dopo la morte di sua moglie. Trent è il suo problematico figlio adolescente a un passo dal finire in carcere. Quando una strana luce blu inizia a risucchiare in cielo tutti quanti, i due si uniscono a una guidatrice della metropolitana, all’ex partner di Mark e a un anziano cieco per capire cosa stia accadendo. Il loro tentativo di fuga si rivela ben presto senza speranza però, e finiscono a combattere all’interno della nave madre aliena, che dopo una breve corsa si schianta in Vietnam. Lì, Mark si trova suo malgrado a fare squadra con alcuni malviventi locali, insieme ai quali dovrà provare a trovare un modo per fermare i nemici extraterrestri e addirittura salvare gli esseri umani già ‘convertiti’.

Skyline Beyond è davvero qualcosa di esagerato. Un turbine che mischia elementi sci-fi, un certo orrore cosmico di lovecraftiana memoria (almeno per il design di alcune creature), e fonde le arti marziali marziane in un finale di combattimenti terribili con arti strappati, sangue che dilaga e una sorta di non sense generale che spegne tutte le luci per una possibile coerenza logica.
Beyond è il sequel non c'entra nulla con il precedente SKYLINE del 2010 (di una bruttezza rara).
Per assurdo questa prosecuzione a tratti riesce ad essere esilarante e dichiaratamente trash oltre che essere pasticciatissimo. E' dannatamente sporco tra astronavi che sembrano l'interno del corpo umano con liquidi e sostanze purulente che si incollano ai protagonisti.
E'un film dove la sceneggiatura prova a rendersi credibile nei titoli di testa e poi lascia il posto ad una serie di azioni alcune che potevano sembrare logiche e altre dannatamente inverosimili.
In tutto questo l'operazione di casting è importante nel cercare di capire subito cosa sottolineare dal momento che ci sono i protagonisti di THE RAID è quel tamarro cosmico di nome Frank Grillo (che dovrebbe essere il protagonista di the Raid in versione americana).
Un film con così tanti colori, esplosioni, effetti speciali alcuni decenti altri meno, con personaggi che muoiono così senza un perchè giustificato o esseri che prendono il cervello degli umani in una sorta di reincarnazione aliena.
Alla fine tutto finisce con botte da orbi, lo spettatore rimane in catalessi per non trovare un senso logico che possa appagare, rimanendo a tutti gli effetti un film d'azione più che di fantascienza per passare due ore in spensieratezza senza cercare di trovare senso laddove non potrebbe esserci.

Party


Titolo: Party
Regia: Sally Potter
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un appartamento, sette persone e mille segreti con altrettante bugie: il tutto nell'arco di una serata. È quanto accade a casa di Janet e Bill, pronti a ricevere gli amici più stretti per un party celebrativo: la donna è stata nominata ministro-ombra della salute per i laburisti. Mentre la moglie sembra pregustare la vittoria maneggiando tra i fornelli, il marito appare preoccupato e distratto. È sufficiente una sua confessione a scatenare fra gli ospiti un dirompente effetto domino.

The party è quel film che sembra subito divertente, british come non mai e con una durata striminzita e la sobrietànonchè la scelta del b/n. Potrebbe sembrare una tragicommedia scritta da un Pinter che vuole destreggiarsi con qualcosa che a tratti è grottesco, a tratti malinconico, a tratti invece ricorda il malessere esistenziale.
Ora dopo tutte queste considerazioni arriva il conto amaro del l'ultimo film della Potter.
The Party non decolla mai se non nel trailer e in tutto il suo cocktail sulle ipocrisie e falsità della classe medio-alta, ma oltre le sue fisse e la girandola di bugie, non c'è mai un vero e proprio colpo di scena.
Anche il climax finale appare per certi versi annebbiato da una serie di intenti che esauriscono presto, troppo presto, la loro aria da dramma da camera.
L'ultima opera della Potter avrebbe funzionato meglio a teatro senza dover fare i conti con quello che sembra essere un puro esercizio di stile naif e annoiato.

martedì 20 marzo 2018

Loveless


Titolo: Loveless
Regia: Andrey Zvyagintsev
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 4/5

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com'è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C'è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.

Zvyaginstev è uno dei più importanti registi russi contemporanei.
I suoi film sono drammoni molto spessi che il più delle volte agiscono sotto chiave politica diventando delle grandi metafore dei controsensi e la corruzione della Russia post-moderna.
Il suo ultimo film è un viaggio verso la deriva morale di una coppia, e al contempo una detective story sulla scomparsa di un figlio che nessuno dei due vuol tenere.
Un film molto lento, camera fissa, diversi piani sequenza come a creare una struttura e un'atmosfera malinconica e riempiendo i vuoti del melodramma che ritrare tutta quella miseria esistenziale che Zhenya e Boris, incapaci di parlarsi, ricercano disperatamente in altre relazioni.
Trovare il proprio figlio potrebbe significare ritrovare il senso delle cose, in un paese sempre più gelido nei rapporti, o ritrovare quel senso di normalità che seppur fatto di quotidiana prassi, cerca di riconfermare un ordine in una sorta di fenomeno che sembra abbracciare sempre più coppie alla deriva e in cui i figli non solo non vengono visti ma risultano impedimenti per il proprio successo e tornaconto personale.

Happy End


Titolo: Happy End
Regia: Michael Haneke
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una famiglia dell'alta borghesia a Calais. Il padre è il fondatore di un'azienda che ora è guidata dalla figlia e dal riottoso nipote. I due debbono risolvere il problema di un grave incidente che ha causato una vittima. Al contempo il fratello di lei, passato a seconde nozze, ha problemi con la figlia di primo letto che viene a vivere con lui dopo il ricovero della madre. Intorno a loro il Mondo che affronta ogni giorno altri tipi di problematiche.

Che Haneke sia diventato nel corso degli anni sempre più cinico è ormai diventato un dato di fatto.
Con AMOUR per un attimo, l'autore austriaco ha deragliato dalla sua vena politica e polemica con un atto d'amore verso tanti elementi in un'opera molto colta e commovente.
In Happy End all'inizio del film ha parlare è lo schermo di un cellulare come a ribadire l'invadenza dei nuovi dispositivi cellulari con alcuni commenti che inquadrano già un senso di profondo malessere vissuto dai piccoli che portano sulle spalle i segreti degli adulti.
Nell'ultima opera del prolifico autore niente finisce bene, nemmeno un nonno che in un gesto di lucidità vorrebbe portare a termine la sua vita o una bambina che scopre la relazione nascosta del proprio padre con una facilità sorprendente.
Esemplare nel suo voler toccare alcune corde ed esplorare nuovamente l'animo umano (anche dei più piccoli dopo il NASTRO BIANCO), dove a fare da cornice è una famiglia borghese che ha fatto la fortuna con l'edilizia ma che ormai sta giungendo al termine.
Tutti soffrono. Questo il film sembra ricordarcelo sempre e qui a soffrire di più sono gli adulti mentre gli anziani e i bambini sembrano i più maturi coloro che agiscono e vedono più in là delle cose.
C'è un dialogo che ad un tratto la figlia non può più nascondere nei confronti di suo padre che in poche battute crocifigge tutte le certezze che un genitore, colto in fragrante, potrebbe avere.
A differenza però dei suoi precedenti film, Happy End ha qualcosa di meno, sembra più distaccato come se il teorema esplorato nei suoi precedenti film qui risulta meno incisivo, a tratti ridondante come il climax finale prevedibile o la scenata di Pierre al compleanno del nonno.
Proprio nella scena finale come quella iniziale, l'occhio è quello dello schermo, filmare è più importante che agire e anzichè uccidere basta dare tempo al vecchio di cadere magari filmandone la fine.





Intrusa


Titolo: Intrusa
Regia: Leonardo Di Costanzo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Napoli ai giorni nostri. Giovanna è una donna che lavora nel sociale e che si deve confrontare quotidianamente con le problematiche sociali della città. Il centro che dirige offre un luogo protetto in cui crescere e giocare dopo le ore di attività scolastica a bambini che potrebbero finire precocemente a far parte della manovalanza camorristica. Un giorno Maria, madre di due bambini, chiede e trova rifugio, con il consenso di Giovanna, in un monolocale che appartiene al centro. La quale però non sa che si tratta della giovane moglie di un boss della camorra ricercato per un efferato omicidio.

Un altro film spesso e importane per raccontare Napoli che negli ultimi anni sembra essere sotto l'occhio attento e vigile di grandi produzioni come GOMORRA e tanti registi, indipendenti o meno come il caso di Di Costanzo, un regista che ha saputo ritagliarsi un percorso fatto di scelte singolari e con una precisa idea di cinema.
La sua politica d'autore è quella che passa per il documentario scegliendo poi la fiction e la narrazione cinematografica. Il film è un dramma contemporaneo a cui si affacciano tante tematiche dai problemi legati alla criminalità organizzata, il lavoro nel sociale che sembra sempre più qualcosa di fondamentale, come una delle poche possibilità di riflettere sulla condizione umana e infine le regole dei clan e le scelte morali di alcune donne fortissime e incredibilmente cazzute.
L'Intrusa andrebbe fatto vedere di default nelle scuole in tempi in cui l'ignoranza dilaga e la criminalità spesso viene vista come una virtù morale.
Di Costanzo senza stare a fare la morale su nulla, il film infatti è equilibratissimo in materia, riesce a divincolarsi da alcuni schemi già brevettati nel cinema e che rimangono distanti dalla realtà o dediti a intenti strappalacrime con moralismi discutibili.
L'intrusa è secco, non può fermarsi un attimo e cercare di sorridere, vorrebbe ma non può e ancora una volta le bambine diventano feroci animali da combattimento se non agganciati in tempo costrette come le proprie madri a difendere un'onore che al contempo le priva di ogni libertà e scelta morale.

Seven sisters


Titolo: Seven sisters
Regia: Tommy Wirkola
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un futuro tetro, la sovrappopolazione obbliga il governo a misure estreme. Il piano di Nicolette Cayman prevede di obbligare le famiglie ad avere un solo figlio: fratelli e sorelle saranno ibernati in attesa di tempi migliori. Ma Terrence riesce ad aggirare i controlli del Child Allocation Bureau, facendo assumere alle sue sette nipotine gemelle la medesima identità. Ognuna si chiamerà come un giorno della settimana e in quello stesso giorno potrà uscire di casa. Per il mondo le sette sorelle corrispondono a un'unica persona: Karen Settman.

Seven sisters è un altro di quei film pasticciati ma piacevoli che parla di un problema che sta facendo discutere da anni ovvero la sovrappopolazione. Le stesse regole vigenti in Cina vengono usate dal resto del mondo, dove una multinazionale controlla le nascite e mette in ibernazione tutti i bimbi o le bimbe che nascono dopo il primo figlio.
Ovviamente c'è chi si ribella.
C'era un film cinese che parlava di come una coppia cerchi di eludere i controlli in Cina tenendo nascosto in casa il figlio o la figlia in più. Purtroppo non ricordo il nome ma il concetto era simile, non distopico e faceva luce su un reale problema.
C'è da dire per difendere il regista che gli intenti del film sono cambiati, così come la sceneggiatura e la regia. Progetti di questo tipo che devono per forza vedere la luce entro time line senza i tempi giusti e la riflessione che alcune scelte impongono significa rischiare di essere derivativi oppure di portare a casa quello che si può come in questo caso un finale troppo telefonato e rpevedibile.
Seven sisters è un pò così. L'attrice cerca di fare il possibile per dare carattere ed enfasi alle 7 personalità, la detective story su dove finiscono le altre sorelle inciampa alle volte ma riesce ad essere interessante.
Un film zoppicante, con alcuni spunti interessanti, una nota dolente che non vuole strizzare l'occhio all'happy ending (le gemelle muoiono...) e la solita critica alle multinazionali corrotte che nascondono le vere ambizioni.


Lupin III-Uno schizzo di sangue per Goemon Ishikawa


Titolo: Lupin III-Uno schizzo di sangue per Goemon Ishikawa
Regia: Takeshi Koike
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Goemon lavora come guardia del corpo per un boss della malavita giapponese. Il boss viene attaccato e ucciso mentre si trova su una nave casinò da un uomo, Hawk, denominato lo spettro delle Bermuda, un essere mostruoso e invincibile, senza che Goemon potesse evitarlo o ostacolarlo. In realtà l’obiettivo di Hawk era Lupin, che si trovava sulla stessa nave per appropriarsi, assieme a Fujiko e Jigen, di tutto il denaro del caveau.

Questo Oav punta tutto su Goemon, samurai schivo, riservato e inossidabile, un uomo legato alle tradizioni giapponesi, con un grande senso dell’onore, maestro di karate e abilissimo nel maneggiare la sua katana che seppur fedele come tradizione vuole verso il suo padrone non riesce a salvarlo dalle mani dello spettro delle Bermuda.
Tutta l'opera parte con una marcia velocissima regalando ritmo e azione in grosse quantità e scegliendo uno stile grafico e una tecnica funzionale con luci e colori che mettono ancora più in risalto i combattimenti e gli spargmenti di sangue in alcune scene che sono al limite dello splatter.
Ancora una volta la vendetta, l'onore, il sacrificio, sono i temi che il compagno storico di Lupin deve accettare e con cui confrontarsi in questo scontro terribile con quello che forse è il nemico più potente con cui la squadra si sia mai scontrata.
Uno spin-off su un personaggio sempre affasciante in questo caso posto di fronte ad un limite reale e a un processo di redenzione che esula dalle solite regole degli Oav sul ladro più famoso del mondo allargando il contesto e prediligendo una storia poetica e a tratti commovente.



lunedì 19 marzo 2018

Caniba


Titolo: Caniba
Regia: Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

A Parigi, nel 1981, il giapponese Issei Sagawa (1949) uccise la compagna di università Renée Hartevelt, per poi farla a pezzi, mangiarne la carne e cercare di sbarazzarsi dei resti. Arrestato ma dichiarato inabile a sostenere il processo, tornò da uomo libero in Giappone, dove da allora ha raccontato la sua storia in svariate occasioni mediatiche.

Caniba è davvero tremendo. Camera fissa sul viso di un cannibale ormai ridotto a una sorta di vegetale a causa dei farmaci e che impiega circa qualche minuto per asserire qualche parola.
Se la prima ora del film scava facendo spesso ricorso allo zoom sul viso inquietante del protagonista, la seconda parte sembra ancora più assurda dove vediamo Issei fare l'attore porno (le scene non sono censurate) con tanto di lei che gli piscia addosso e lui che finalmente riesce a venire.
Coito finale a parte tutto il resto sono immagini di repertorio girate quando il nostro cannibale era piccolo e giocava con il fratello oltre ad una parte in cui vediamo il manga realizzato proprio da Issei sulla sua impresa antropofaga. Il fratello di Issei, diventato il suo angelo custode, compare anche nella prima parte quella più descrittiva e dove anche lui condivide un masochismo sfrenato cercando di infliggersi il dolore perfetto con filo spinato, coltelli, pungoli e spilli.
Il duo di registe sono da sempre state attirate da temi e contenuti particolari ma rispetto ai loro precedenti lavori questo a tratti mette davvero alla prova la fruizione.
E credo di poterlo dire dopo aver visto una delle opere più malate del cinema di nome PHILOSOPHY OF A KNIFE solo per citarne uno tra i tantissimi.
Il fattore strano del documentario è l'intento alla base. Non è un saggio sul cannibalismo come qualcuno pensava, non è del tutto un biopic su Issei Sagawa (anche se forse è la tesi che più si avvicina) e non ha soprattutto nessuna scena inquietante se non l'espressione di vuoto esistenziale che alberga e di ciò che rimane dell'anima di questo uomo reso un ameba, il fantasma di se stesso.
Una gara di resistenza per lo spettatore
Issei, allora 32enne studente alla Sorbona, venne arrestato il 13 giugno 1981 mentre nel laghetto di Bois de Boulogne cercava di liberarsi di due valigie contenenti i resti putrefatti di una sua compagna di studi, l’olandese Renée Hartevelt. L’aveva assassinata, con un colpo di pistola alla nuca, due giorni prima, quindi l’aveva stuprata e poi mangiata parzialmente, partendo dal gluteo destro. Dichiarato insano di mente e inabile a sostenere un processo, venen estradato in Giappone due anni dopo: il 12 agosto 1985 è uscito dall’ospedale psichiatrico.


Smetto quando voglio- Ad Honorem


Titolo: Smetto quando voglio- Ad Honorem
Regia: Sydney Sibilia
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

È passato un anno da quando la banda di Pietro Zinni è stata colta in flagranza di reato nel laboratorio di produzione Sopox e ognuno dei suoi componenti rinchiuso in un carcere diverso. Da Regina Coeli Pietro continua ad avvertire le autorità che un pazzo ha sintetizzato gas nervino ed è pronto a compiere una strage, ma nessuno lo prende sul serio. Dunque si fa trasferire a Rebibbia per incontrare il Murena, che ha informazioni utili a intercettare lo stragista. Dopodiché Pietro intende rimettere insieme la banda di ricercatori universitari: le menti più brillanti in circolazione in perenne stato di disoccupazione (o detenzione).

Girato assieme a MASTERCLASS il terzo film di Sibilia sui ricercatori che creano smart drugs arriva al terzo capitolo ovvero quello finale. Alla fine del secondo, i prof ci avevano lasciato con Lo Cascio pronto a prendersi la rivincita con una vendetta nei confronti delle istituzioni universitarie.
Scopriamo il perchè, nel mentre Murena diventa un tassello del film importantissimo, l'azione sorprende, il gruppo abbassa un po la cresta, Leo tiene le redini di tutta la baracca e per finire la sceneggiatura diventa il cordone ombelicale forse staccato troppo prematuramente.
Ad Honorem funziona come il suo predecessore, forse pure meglio per quanto schiaccia il pedale dell'azione, ma porta su di sè alcuni pesi che sembrano macigni come la storia di Walter Mercurio che proprio non si può sentire per quanto di una banalità esagerata.
Senza contare il piano finale per sventare l'attentato, il film ancora una volta funziona più per i dialoghi e la buona miscela tra gli attori che non invece sulle parti drammatiche che non riescono ad essere significative. Lo humor prevale e forse è meglio così per una trilogia che strizza l'occhio alle produzioni americane, ai colpi di Ocean senza essere così elegante e paraculo e allo stesso tempo facendo una metafora comunque divertente ma al contempo drammatica su tanti ricercatori che nel nostro paese fanno la fame o peggio vengono trattati come pecore.



Tragedy Girls


Titolo: Tragedy Girls
Regia: Tyler MacIntyre
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Due ragazze decidono di aumentare la loro influenza sui social rapendo un famoso serial killer e facendosi insegnare da lui come si fa ad uccidere

Tragedy Girls è uno degli horror più brutti che abbia visto negli ultimi mesi.
Il perchè è riassumibile in due frasi. Storia che non ha senso esagerando sotto tutti i punti di vista e una recitazione così forzata e sopra le righe da rendere tutto inutile e scontato.
La sceneggiatura purtroppo fa acqua da tutte le parti e l'idea alla base poteva non essere così male soprattutto di questi tempi dove il potere del like porta adolescenti e adulti a fare qualsiasi cosa.
Proprio per questo motivo il plot scritto dallo stesso regista a quattro mani non riesce mai a dare una svolta ma anzi sembra rinchiudersi nel suo stesso ego provando una mossa difficilissima nell'horror che è quella di far ridere sfruttando il grottesco e lo humor nero. Qui non solo non si ride ma le due protagoniste, quasi sempre mezze nude e con dei buchi di sceneggiatura su come riescono a farla franca che meriterebbero delle riposte, sono davvero insopportabili.
Un horror brutto che cerca di essere furbetto andando oltre e arrivando a piazzare i media in un modo squallido e anti funzionale per non parlare del vero killer dell'inizio nascosto dalle due protagoniste nello stanzino...
Tragedy Girls è un film così stelle e striscie che può piacere solo ai figli di una borghesia annoiatissima che si trastulla con il sangue e lo humor che non farebbe ridere nemmeno un bifolco ma peggio. Qui i ragazzetti viziati meritano, assieme al regista che spero ritorni a scuola, di finire nel bosco in un tranquillo weekend di paura ovviamente con i cellulari alla mano

mercoledì 7 marzo 2018

Veronica


Titolo: Veronica
Regia: Paco Plaza
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Madrid, 1991. Una ragazza adolescente si ritrova assediata da una forza soprannaturale malvagia dopo aver giocato a Ouija con due compagni di classe.

Ormai il sotto filone dell'horror sulle possessioni ha raggiunto una filmografia sconfinata soprattutto se si pensa ai prodotti americani spesso abbastanza simili, quasi tutti ridicoli e con pochi spunti originali alla base.
Paco Plaza per chi non lo conoscesse è uno dei nomi più interessanti del panorama spagnolo spesso in coppia con Jaume Balaguero.
Questo suo sconfinamento sulla possessione peraltro legata ad un gioco che tiene intrappolate altre citazioni e similitudini riesce nonostante tutto a sganciarsi in maniera abbastanza astuta da altri prodotti commerciali per una messa in scena e una psicologia dei personaggi attenta e funzionale.
Certo non gridiamo al capolavoro ma non doveva e non voleva esserlo. Si apre in medias res mostrandoci di fatto il finale e narrando poi tutta la vicenda che gioca bene le sue carte partendo anche dalle location su cui si concentra (casa, scuola, bar) in uno scenario urbano che ormai grazie al cinema spagnolo conosciamo piuttosto bene.
Veronica è una storia di formazione in un ambiente e una vicenda che riesce ad essere molto realistica soprattutto nella parte in cui proprio la protagonista deve prendersi cura dei fratelli senza però di fatto sostituirsi alla madre. Con una bella scena in cui ci viene mostrata l'eclissi lunare che converge dal punto di vista filologico sulla narrazione fanno capolino in questa tragedia che consumiamo lentamente pur sapendo come andrà a finire, una suora che pur esagerata nella caratterizzazione (suor "morte"non vedente, che fuma e sente le presenze) riesce ad ampliare quella sorta di atmosfera da brivido che tocca i punti più alti con la comparsa del padre defunto della ragazza.
Una messa in scena forte per uno stile libero e selvaggio con un ritmo ben bilanciato, attrici in parte (ottimo il lavoro con l'adolescente e i bambini) e alcuni twist soprattutto finali decisamente efficaci per una vicenda che parte da alcuni casi veri e risolti dalla polizia verificatisi nei quartieri operai della capitale spagnola negli anni '90
Plaza conferma il suo talento e la capacità di muoversi nel sotto genere senza difficoltà, certo non raggiungendo i fasti del capolavoro di REC ma rimanendo una promessa e uno dei registi indiscussi del new horror europeo soprattutto spagnolo in questo caso regalandoci un'altra riflessione e metafora di come in fondo l'idea che tutti i demoni e le creature temibili nascano prima di tutto nel cervello umano.

Place


Titolo: Place
Regia: Paolo Genovese
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

The Place volge lo sguardo su un misterioso protagonista, ospite abituale a abitudinario di un locale dove se ne sta seduto, giorno e notte, al tavolo in fondo. Chi è quell'uomo? Non è importante. Al suo tavolo riceve dei visitatori. Ognuno di loro ha un desiderio, un desiderio profondo, un desiderio difficile da realizzare, se non impossibile. L'uomo misterioso è pronto a esaudire le loro richieste in cambio di alcuni "compiti" da svolgere. Quanto saranno disposti a spingersi oltre i protagonisti per realizzare i loro desideri? Chi di loro accetterà la sfida lanciata dall'enigmatico individuo, per il quale tutto sembra possibile?

Place è prima di tutto un film pretenzioso e molto furbo.
Ciononostante un merito al regista bisogna darlo nonostante il film non mi abbia convinto.
Una location e tante comparse (quasi tutte sbagliate...).
Come per PERFETTI SCONOSCIUTI il merito su un ritmo che non lesina nulla, dai dialoghi che per quanto discutibili riescono ad inserirsi bene nel film senza lasciare pause lacunose o momenti morti.
Il problema è che quasi tutte le storie sono esageratamente pompate e quasi incredibilmente stereotipate con l'accezzione negativa del termine in quanto poco realistiche o meglio che puntano tutte sul climax finale in uno schema corale di indubbio gusto (soprattutto nel voler a tutti i costi incrociare le storie con tutti i diversi protagonisti).
Le colpe dei padri e l'indole spregiudicata dei figli (Giallini-Muccino ad esempio) insieme al desiderio di vendetta, l'amore non corrisposto, difendere qualcuno per salvare se stessi, salvare i propri interessi, e poi infine cosa dire della parte e della storia romantica che vede protagonista la Ferilli...davvero fuori luogo e patetica come a voler rendere umano un personaggio che invece andava lasciato stare senza aggiungere altro...e sto parlando dell'uomo misterioso interpretato da Mastrandrea.
Un film con un'idea davvero molto interessante che poteva raggiungere traguardi importanti grazie anche alla parata di "star"italiane che seppur cercano di mettercela tutta esagerano con il risultato di essere quasi tutte sopra le righe (eccetto forse Papaleo e la Lazzarini).


Alcholist


Titolo: Alcholist
Regia: Lucas Pavetto
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un uomo giace a terra su un pavimento disseminato di rifiuti e di bottiglie di liquore vuote. Quell'uomo è Daniel, un alcolizzato con due sole ossessioni: bere dalla mattina alla sera e uccidere l'uomo che abita dall'altra parte della strada, unica abitazione (oltre a quella di Daniel) in cima a una collina nella periferia di Buffalo, Stato di New York. Solo un'assistente sociale, Claire, si interessa alle sorti dell'alcolizzato e cerca di capire le ragioni che l'hanno portato a desiderare così tanto l'alcol e la morte del vicino, un uomo apparentemente tranquillo con tanto di consorte e prole. Ma Claire potrebbe non essere l'angelo protettore che sembra, e il processo di disintossicazione potrebbe non essere la soluzione giusta per Daniel.

Lucas Pavetto è uno dei quei registi italiani indipendenti internazionali che quasi nessuno conosce. Al suo attivo tra corti, medi e un lungo è riuscito a farsi notare soprattutto nei festival arrivando al suo secondo film che si slaccia dal filone horro "slasher" per affrontare una tematica più strutturata come quella dell'alcolismo pur non riuscendo a mio parere ad avere ancora quella maturità per quanto concerne una sceneggiatura solida e ben strutturata.
L'idea di fondo del film è accattivante e per certi versi originale ovvero quella di analizzare soprattutto nel primo atto la vita e i comportamenti, ma più che altro le paranoie di un alcolista.
In secondo luogo la trama si concentra su un'idea che distrugge quel poco di originale del film affiancandosi al filone del revenge-movie ma in un modo abbastanza approssimativo e che non riesce mai a portare a casa un buon colpo di scena contando che anche il climax finale è piuttosto telefonato.
I comportamenti di Daniel, la figura dell'assistente sociale, i tentativi per smettere di bere (chiudersi in una cantina per 72 ore), il mostro che rappresenta la scimmia sulla schiena (un bruttissimo tentativo in c.g che sembra citare la creatura del secondo film di CONAN) e potrei andare avanti a citare episodi per un film che in fondo non si sposta tanto dall'abitazione di Daniel.
Permangono tantissimi dubbi e azioni che non vengono del tutto giustificate.
Forse l'unica nota positiva e interessante, al di là di una messa in scena che dimostra la capacità tecnica del regista e delle maestranze, che nasce ma che poi muore poteva essere quella di riportare tutta la narrazione proprio dall'interno della casa, come il film decide di fare nel primo atto, alternando stati di allucinazione a momenti di astinenza, giocando maggiormente sulle paranoie e su tutte quelle paure che arrivavano proprio da se stessi e che si propagano verso gli altri.
La storia d'amore poi con l'assistente sociale davvero non si può vedere.