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giovedì 19 luglio 2018

Laissez bronzer les cadavres


Titolo: Laissez bronzer les cadavres
Regia: Hélène Cattet, Bruno Forzani
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

L'estate mediterranea: mare blu, sole cocente e... 250 kg di oro rubato da Rhino e la sua banda! Invitati da Luce, una pittrice cinquantenne, in un borgo remoto e abbandonato, riconoscono nel luogo idilliaco un nascondiglio perfetto. A mettere a rischio il loro piano arrivano due poliziotti: il paradisiaco luogo celeste si trasforma ben presto in un campo di battaglia raccapricciante.

E' vero che l'ultimo film della coppia sembra una costola maledetta di Antonioni girata sotto effetto di lsd, un deserto rosso fotografato dal protagonista di blow-up sotto funghetti.
Il risultato rimane come sempre a livello visivo e simbolico un film affascinante e caratterizzato da alcune scelte estetiche e lavori di fotografia che esaltano ancora di più il curriculum della coppia di registi francesi di cui invito a vedere tutti i loro precedenti film. La loro visione come sempre è articolata su esercizi spericolati di cinema sul tempo, dentro il tempo e fuori dal tempo.
Siamo di fronte a due pionieri del montaggio, dello studio minimale di ogni singolo frame, di una logica e una geometria delle immagini minuziosamente studiate una per una con la personale ricerca di espressione sperimentando con i limiti e le potenzialità del cinema di genere.
Rimane un film con un linguaggio personale e non proprio immediato per quanto riguarda il fluire della narrazione e rimane un lavoro che cerca ostentatamente, quando riuscendovi quando meno, un’idea di originalità o di eccentricità . Insomma un lavoro che come sempre non passa inosservato. Arriva la loro terza opera dopo due film molto belli e soprattutto confermando l'amore per il cinema di genere e il bisogno di sperimentarsi come in questo caso in una sorta di western psichedelico dove durante vari spezzoni con una musica che ricorda Morricone vediamo una venere legata e quasi crocifissa che viene presa a frustate da un gruppo di uomini prima di urinare sulle loro teste.
Sin da AMER eravamo di fronte a due outsider.
Quelli che prendono la settima arte e ne scrivono un loro alfabeto preciso composto da una magia potente e la forza primigenia delle cose elementali che fondano e scoprono con il loro gusto soggettivo e molto personale fatto di un amore smodato per il cinema.
Degli stregoni quasi. Un cinema maledetto ma soprattutto con alcuni rimandi esoterici fatta quasi esclusione per quest'ultimo film che è tratto da un romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid che in Italia è stato tradotto con il titolo Che i cadaveri si abbronzino.
Il loro terzo film è sicuramente il meno complesso e simbolico, il più digeribile e fuibile da parte di un pubblico medio non abituato a questo tipo di sperimentazione.



Bajo la rosa


Titolo: Bajo la rosa
Regia: Josue Ramos
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Oliver e Julia sono una coppia benestante che vive una vita agiata con i figli Alex e Sara. Una mattina, madre e figlia escono di casa di fretta: Julia è già in ritardo per il lavoro e decide di lasciare Sara a pochi passi da scuola. Al suo rientro a casa, scopre però che Sara non è mai entrata in classe. In preda alla disperazione, tutta la famiglia chiede l'aiuto della polizia ma per giorni nessun indizio si rivela utile. Tutto cambia quando una lettera misteriosa, scritta da qualcuno che sostiene di aver trattenuto Sara, propone di lasciarla andare a patto di poter parlare con i restanti tre componenti del nucleo familiare.

Ultimamente come ho già detto più volte soprattutto sui thriller europei la Spagna continua ad essere in prima linea assieme a pochissimi altri paesi.
I film prodotti e non distribuiti negli ultimi anni sono davvero tanti, numerosi registi diversi e idee nonchè tematiche slegate del tutto differenti.
In questo caso il dramma famigliare viene deflagrato sulla base di un segreto da confessare da parte di un mebro del nucleo (padre-madre-figlio).
Il kammerspiel da qui in avanti ci porta al tema del sacrificio e della confessione, i quali vengono messi in scena in maniera del tutto trasparente con una tecnica e un ritmo incredibile.
Ramos si trova a che fare con un indie in tutto e per tutto a partire dall'unica location e dall'uso centellinato dei mezzi, un cast di nomi abbastanza nuovi e una realizzazione che trova nel plot narrativo e soprattutto nei dialoghi la parte migliore senza contare che il vero dolore viene inferto quasi esclusivamente a suon di parole e sguardi.
Un film che punta tutto sull'atmosfera e sulla tensione senza cadere mai nel ridicolo e riuscendo a trasmettere una paura reale come se incidenti e situazioni di questo tipo non siano poi così distanti dalla realtà.
Come spesso capita vittime e carnefice possono scambiarsi le parti in una trappola che riuscirà a sferrare un buon colpo di scena in un climax inaspettato

Malarazza


Titolo: Malarazza
Regia: Giovanni Virgilio
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso Caruso è un pregiudicato figlio di Tonino detto Malarazza, potente boss del quartiere. Tommaso ha ereditato il soprannome del padre ma non si è rivelato all'altezza della sua fama criminale, e ora passa il tempo a ubriacarsi e a giocare a carte, scaricando la propria frustrazione e brama di potere sulla moglie Rosaria e sul figlio, che porta il nome del celebre nonno. Quando Rosaria non riesce più a sopportare le botte e gli insulti del marito e scappa di casa insieme al figlio, Tommaso chiede alla comunità criminale di ostracizzare la donna e di punire il fratello di lei, Franco, transessuale dedito alla prostituzione. Si innesca così una spirale di violenza che non può avere altro che conseguenze tragiche.

Come dicevo in un'altra recensione, c'è tanto cinema italiano di buona fattura uscito negli ultimi anni. Il fatto che la maggior parte del pubblico non lo conosca e un problema distributivo, nel senso che è troppo rischioso proiettarli nei cinema con la paura che non incassino.
Quindi le alternative sono i festival oppure aspettare che escano in dvd oppure lo streaming.
Malarazza affronta di nuovo, come tanti giovani registi soprattutto esordienti cercano di fare, il tema delle aree urbane degradate del Sud completamente abbandonate a se stesse dallo Stato e dalla legge, zone franche in cui lo spaccio avviene alla luce del sole e la gente è stanca di "aspettare che ci salvi qualcuno".
Tematica di fuoco, dove le vicende e i personaggi sono fondamentali per la riuscita del film.
Uno schema corale dove di fatto ognuno segue la sua strada come ci è capitato di recente di vedere in diversi film che trattano tematiche legate alla criminalità organizzata (le serie su tutte proprio per delineare questo tratto peculiare dei personaggi) dove il senso della comunità civile funziona solo per certi aspetti e bisogni e dove prevale di fatto l'omertà di stampo mafioso.
"Malarazza" vuol dire tante cose tra cui il destino disgraziato di molti giovani del sud che hanno ben poche alternative al crimine dal quale sono circondati.
Alla sua terza opera Virgilio cerca di portare il suo film più maturo, sicuramente migliore rispetto ai precedenti e con una visione più ampia dei temi e della gestione dei personaggi.
Ennesimo indie che da sicuramente coraggio al regista nell'affrontare le miserie della sua città senza glorificarne i criminali.
Una visione e una politica di cinema da tenere d'occhio

sabato 14 luglio 2018

Totem


Titolo: Totem
Regia: Marcel Sarmiento
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo la morte in circostanze sospette della moglie, James sta faticosamente ricostruendo la sua vita insieme alla nuova compagna Robin, che decide di accogliere a vivere in casa sua insieme alle figlie Kellie e Abby. Con l’arrivo della donna nell’abitazione, l’unità familiare comincia a essere messa alla prova non soltanto dalla diffidenza di Kellie verso colei che ritiene una sostituta non all’altezza della madre, ma anche dall’insorgere di inquietanti fenomeni paranormali diretti verso la piccola di casa Abby, che a sua volta sembra in contatto con una sorta di entità spirituale.

Ormai senza guizzi di sceneggiatura e un minimo di capacità di scrittura il risultato sembra ormai scontato.
Il dramma familiare unito alla ghost story sono solo alcuni dei temi più sfruttati dalla lobby del cinema commerciale americano horror. Troppi prodotti con il risultato che i clichè e gli stereotipi fanno da protagonisti a dispetto di personaggi piatti e delle storie lacunose.
Ridicolo e scontato questo film di tal Sarmiento che dovrebbe guardarsi tanti horror per capire come dirigere e anche in questo caso come giocare meglio sui colpi di scena, dosare la suspance, etc.
In realtà la domanda più grossa del film credo che sia ancora motivo di mistero per la troupe e soprattutto per Evan Dickson che oltre ad essere lo sceneggiatore e anche uno degli attori. In più tutto il tema legato all'accettazione da parte delle due protagoniste della compagna di papà, anche se sembra proprio l'anima irrequieta della defunta moglie a non accettare la nuova arrivata, poteva essere curato di più con qualche caratterizzazione che non sembrasse così stereotipata.
L'idea che mi sono fatto visto questo pasticcio legato alla scrittura è quello che Dickson voleva forse omaggiare qualche tematica legata ai j-horror giapponesi visto che il tema sembra ricordarli molto.
Il risultato però è davvero pessimo..


domenica 24 giugno 2018

Cotto & Frullato Z – The Crystal Gear


Titolo: Cotto & Frullato Z – The Crystal Gear
Regia: Paolo Cellamare
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Maurizio Merluzzo è uno chef del web, celebre per la sua insana passione per i cibi frullati, capaci, secondo lui, di donare un'incredibile energia. Sequestrato, durante le ultime puntate della serie, dal suo acerrimo nemico, uno psicopatico hater serial killer chiamato Nino Seiseisei, il nostro eroe dovrà trovare il modo di vendicarsi grazie anche all'aiuto di una serie di bizzarri personaggi, tra i quali il nipote dell'inventore del frullatore e il suo avvocato.

Ok. Ho sempre ribadito la mia missione da volontario guardando spesso e volentieri tutto ciò che viene fatto in Italia e possibilmnete distribuito per tutto quello che significa e riguarda il panorama indipendente e il low-budget.
Negli ultimi anni inaspettatamente mi è capitato di trovarmi di fronte a buone opere, interessanti esordi e prodotti difficile da classificare come film quando verrebe invece da definirli esperimenti amatoriali.
Ora io non conoscevo tale Paolo Cellamare e nemmeno questa famosa serie uscita su youtube che ha avuto un successo così grosso da dare la possibilità a Cellamare e soci di poter realizzare fose il loro sogno. Diciamo che pur essendo una parodia delle celebri serie sui vari chef e quindi prodotti che non hanno mai suscitato il mio interesse, non era un buon elemento di partenza.
Puntualizzo. Maurizio Merluzzo, il protagonista, è fastidiosissimo come attore, come protagonista, come comico mancato e come tamarro.
Quindi avere sempre lui dall'inizio alla fine del film su di giri che esce completamente fuori da un personaggio che già riassume in se tutti gli stereotipi possibili non da certo punti di forza.
La storia sembra ormai essere tutta una presa in giro dei film d'azione o avventura americani inserendo come un cocktail fatto male moltissimi elementi kitch di quelli che ti chiedi se alla fine saranno funzionali non tanto per la storia e la narrazione, ma quanto proprio per il ritmo e parlo ovviamente di personaggi come l'imitatore di "Eddie Murphy" che proprio non ho capito.
Per il resto avendo degli effetti speciali terribili (il fucile a pallettoni che fa scomparire i nemici, l'elemento magico nascosto nel frullatore, scene e un montaggio non sempre connesso, ad un tratto vediamo Merluzzo legato così da un momento all'altro, e tanti altri elementi che non starò a recensire). Insomma da un lato tanto coraggio, dall'altro la rabbia che tutti questi nuovi registi, questa nuova generazioni di registi, pur di fare a qualsiasi costo un film, a volte dimentichino che va bene far ridere, fa bene scimmiottare con i generi, fa bene improvvisare pur senza mezzi, però tanti di loro non riescono mai a fare quel salto che superi anche solo la mediocrità.

Ligne Noir


Titolo: Ligne Noir
Regia: Mark Olexa, Francesca Scalisi
Anno: 2017
Paese: Svizzera
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 4/5

Una donna pesca in acque torbide, una natura sofferente, il canto spezzato del muezzin. Tutto si collega attraverso una sottile linea nera.

Ligne Noir segue la monotona quotidianità di una donna indiana che per sopravvivere è costretta a cercare in un mezzo a un fiume dalle acque torbide, qualsiasi cosa che possa essere rivenduto affinchè non muoia di fame (non sappiamo se ha marito o figli ma come spesso capita è molto probabile di sì). Attraverso delle belle carrellate seguiamo il suo pellegrinaggio in mezzo alle acque senza minimamente pensare ai rischi e ai pericoli di cosa può trovarsi sott'acqua e del pericolo di inquinamento e tossicità soprattutto dal momento che l'acqua è nera e quindi l'elemento i suspance è già dato dal fatto che nessuno sa cosa c'è lì sotto.
Un altro dramma quotidiano che dovrebbe farci riflettere sempre sul nostro modello economico e ancora una volta sottolinea l'impressionante povertà che abbraccia questo straordinario paese.

Terraform


Titolo: Terraform
Regia: Sil Van Der Woerd e Jorik Dozy
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

Le difficoltà e i sacrifici che i minatori di zolfo di KawahIjen in Indonesia devono affrontare quotidianamente per provvedere alle loro famiglie.

Pur essendo per lo più un lavoro di fotografia che sembra uscito da IL SALE DELLA TERRA fotografato da Mallick, il lavoro della coppia di registi inglesi, grazie ad un budget stratoferico, hanno davvero fotografato qualcosa di unico.
Il sacrificio di un padre che pur di far sopravvivere la famiglia, rischia ogni giorno la sua vita in un ambiente che ha dell'incredibile.
Cosa davvero lascia basiti? Che nonostante si sappia, nonostante sia stata denunciata tale schiavitù ( e parlo soprattutto per le condizioni di lavoro) questa realtà continui ad esistere.



Ultimo chilometro


Titolo: Ultimo chilometro
Regia: Emma Ramacciotti, Roberto Vietti
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 3/5

Per Adriano la bicicletta è l’unico mezzo di trasporto per muoversi nella sua città. Una scelta precisa che lo rende orgoglioso. I suoi percorsi quotidiani, tra inquinamento e rischio di incidenti, sono guidati dalle voci storiche di Auro Bulbarelli e Davide Cassani, storici commentatori RAI delle grandi corse ciclistiche, con un effetto ironico e contrastante al tempo stesso.

Simpatico. In 3' la coppia di registi presenti in sala assieme al sottoscritto a presentare ognuno il suo cortometraggio, hanno detto di essersi divertiti e soprattutto cercare un climax finale che puntasse tutto sull'ironia.
Effettivamente in mezzo ad una piazzuola immersa nel traffico schiaffarci una seduta di psicopterapia non è poi così male

Yaban


Titolo: Yaban
Regia: Volkan Budak
Anno: 2017
Paese: Turchia
Festival: Cinemabiente 21°
Giudizio: 3/5

Uomini e animali del delta del fiume Kızıl in Turchia: le contraddizioni tra cultura e natura.

Portare al mascolo una mandria di buoi può non essere così facile e tutta la rete che sta dietro e il duro, lento e stancante lavoro sembra suggerirci che è una pratica antichissima (famigliare pure) che abbraccia diversi target d'età ognuno con un preciso compito.
Immagini con campi lunghissimi e primi piani per un branco di persone che sembrano quasi vergognarsi quando la telecamera si accorge di loro.
Il rapporto tra natura, gregge e uomo che arriva dritto dritto dalle sterminate pianure e dove questo gruppo di uomini a cavallo con le loro regole sembra farci tornare indietro nel tempo.


giovedì 7 giugno 2018

Giornata


Titolo: Giornata
Regia: Pippo Mezzapesa
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

La storia di Paola Clemente, bracciante pugliese di quarantanove anni morta di fatica sotto il sole nei campi del Sud, viene raccontata con le parole tratte dagli atti dell’inchiesta sui caporali che la sfruttavano e dalle compagne di lavoro che viaggiavano tutti i giorni in pullman con lei.

I corti servono anche a questo.
A ricordarci attraverso uno schema corale in undici minuti la vita e la tragedia di una donna, di una mamma che lascia marito e figli senza un perchè.
Un'altra storia di orrore sul lavoro dove Paola è morta ancor prima che arrivasse l'ambulanza a prenderla. E'morta lì accasciata su un campo assieme alle altre braccianti che già dal primo mattino denunciavano che la donna non si sentiva bene.
Un dramma incredibile e indimenticabile. La Giornata è la storia non di una ma di tutte quelle donne che non dimenticheremo mai e che hanno tutte dei nomi.
Oggi la fiaccolta è per lei: Paola Clemente.


Fratello aglio


Titolo: Fratello aglio
Regia: Andrea Parena
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 3/5

Severino, continuando un'antica tradizione agricola, coltiva l'aglio su una collina chiamata "Monfrina", nel piccolo villaggio di Mombello in Piemonte.

In circa 24' Parena con famiglia e parenti al seguito ci mostra l'antica tradizione agricola di come si coltiva l'aglio. Seppur in alcuni momenti un po troppo lento nel seguire tutti gli spostamenti e le manovre del trattore, il corto documentario del giovane autore riesce a cogliere la tradizione che sta dietro questi passaggi che potrebbero sembrare quasi medioevali ma che invece come ha fatto presente uno spettatore duranten la proiezione al cinema, possono essere utili per mostare il perchè, l'uso e la funzione di alcune tecniche e soprattutto come adoperare alcuni strumenti.
Alla fine è una lezione ancora una volta su come i nostri nonni, la vecchia scuola, aveva tutta una serie di regole e dogmi che hanno portato ad esempio la nonnina della Monfrina a vincere per ben 23 anni di seguito la festa paesana dell'aglio.



Doctor


Titolo: Doctor
Regia: Yavuz Ucer
Anno: 2017
Paese: Turchia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 4/5

La storia di Beşir e dei suoi sogni spezzati dalla brutalità della guerra a causa della quale è costretto, insieme alla sua famiglia, a fuggire dalla Siria e raggiungere la Turchia. La vita ricomincia a fatica, alla ricerca di una nuova identità.

Besir raccoglie i cartoni per guadagnare denaro e poter raggiungere il resto della sua famiglia in Turchia. Ciò che lo spaventa è l'esame del Dna che se non corrisponde sigla definitivamente la perdita della sua identità culturale.
Mentre racconta la sua vita e la sua quotidianità lo osserviamo da dietro questo carretto costruito a modi baracchetta dove con un bastone di ferro aggancia i cartoni dai cassonetti infilandoli nel sacco.
Quando finisce il suo lavoro stanco e affaticato, Besir si concede un riposo guardando il mare, lasciando le preoccupazioni da un'altra parte, ascoltando le onde e sorridendo quando il regista gli chiede quale sia il suo sogno.


Con el tiempo

Titolo: Con el tiempo
Regia: Nicole Vanden Broeck Macias
Anno: 2017
Paese: Messico
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

Don Mateo e Doña Francisca: una coppia di anziani che ha vissuto lavorando la terra con ciò che la natura forniva loro. L’esperienza di una vita che oggi si fa invito all’uso responsabile delle risorse e a una produzione alimentare capace di dare spazio ai produttori locali, favorendo la sostenibilità.

Sembra quasi uno spot della Lavazza con quelle foto che ritraggono i coltivatori nelle loro terre natie. Da quegli spot sembra quasi che questa gente venga aiutata dalle multinazionali.
Ecco quando vedrete questo corto, in un attimo intuirete subito come vanno realmente le cose, i rischi, il capitalismo sempre più imperante, la lotta per la sopravvivenza, l'agricoltura vera, il futuro del pianeta, lo sviluppo sostenibile, il concetto di km 0 che qui viene mostrato nel modo più semplice e diretto che possa esistere.
E se non si fa qualcosa per aiutarli, rischiano come nella scena finale di scomparire sotto gli occhi di un mercato che non tollera i piccoli agricoltori.

Bhagwani-A girl in pursuit of dreams


Titolo: Bhagwani-A girl in pursuit of dreams
Regia: Ziauddin Zia
Anno: 2017
Paese: Pakistan
Festival: Cinemabiente 21°
Giudizio: 5/5

Bhagwani vive in un piccolo villaggio del Tharparker nella provincia del Sindh in Pakistan. È una ragazzina di dodici anni che ogni giorno impiega circa nove ore per andare a prendere l’acqua per la sua famiglia. Nella sua vita non c’è spazio per il gioco, né la speranza di poter frequentare la scuola.

9 ore al giorno solo per andare a raccogliere l'acqua per la propria famiglia, rischiando la vita nel tragitto a causa delle bestie feroci, serpenti e scorpioni.
In più l'acqua del fiume è così inquinata che nemmeno le bestie la bevono mentre Bhagwani e la sua famiglia non hanno alternative.
Un racconto disperato e crudo che dovrebbe far riflettere sulla dura condizione di centinaia di migliaia di famiglie in Pakistan.
E'pensare che tutte quelle ore potrebbero essere impiegate per dare un'istruzione o insegnare ai giovani un mestiere. Invece sistemato il vaso sopra la testa iniziano la loro estenuante marcia per la sopravvivenza...

A butcher's hearth


Titolo: A butcher's hearth
Regia: Marijn Frank
Anno: 2017
Paese: Olanda
Festival: Cinemabiente 21°
Giudizio: 3/5

Per tradizione famigliare il tredicenne Wessel sta imparando il mestiere di macellaio dal nonno. Sullo sfondo di una vita agreste, il ragazzo però si interroga sul presente e sul suo destino, pensando che forse preferirebbe lavorare con animali vivi.

Interessante questo piccolo scorcio sui dubbi che un ragazzino in un contesto carnivoro ben preciso, decide di elaborare forse perchè stanco di una pratica così metodica e che non sembra avere mai fine. Dal padre severo al nonno che sceglie di spiegare al nipote i segreti su come disossare i conigli, tagliare punti ben precisi per togliere la pelle di alcuni animali e così dicendo, fino all'orario di chiusura dove Wessel insieme al suo gruppo di amici monta in sella ai propri motorini e per finire si concede wurstel cucinati nella friggitrice della loro casettina in legno.
Il regista ci mostra una parte di Olanda che come per alcune zone della Germania non può fare a meno di spezzare questo circuito legato all'allevamento intensivo e la mattanza quotidiana di centinaia di animali.
Sembra quella condizione che debba essere per forza di cose accettate perchè inserita in un contesto culturale di appartenenza.

Lowlife


Titolo: Lowlife
Regia: Ryan Prows
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Le sordide vite di un tossicodipendente, di un ex detenuto e di un lottatore si scontrano tra loro.

Tra Jodorowski e Dupieux, l'indie di Ryan Prows è davvero una piccola chicca interessante.
Un film che dentro ha un'amore per il cinema e un desiderio di mettercela tutta che sembra suggerirtelo minuto dopo minuto.
Un film dove dentro c'è la passione, la voglia di creare e credere in qualcosa di difficile ma di possibile e quindi senza avere un grosso budget riesce a misurarsi bene con ciò che possiede e parlo ovviamente dei mezzi contando comunque l'ottima messa in scena.
Un film che arriva dritto dritto dai festival di quelli che stai pur certo che non ti capiterà mai di vedere a meno che tu non sia un soggetto con una dipendenza forte da cinema.
Tra ironia, scene splatter, vuoti di memoria che portano le persone a fare cose o a svegliarsi imbracciando arti di persone, inseguimenti che fanno morire dal ridere, il film corale di Prows è di sicuro qualcosa di non convenzionale intuibile già dal mix di generi passando dal Mostro, un disgraziato wrestler messicano che lavora come scagnozzo al saldo di un boss a Cystal, una tossicodipendente che è alla disperata ricerca di un rene nel mercato nero degli organi per salvare la vita di suo marito e infine Randy, appena uscito dal carcere.
Un PULP FICTION dei poveri verrebbe da dire ma averne di film del genere. Tanto di cappello

Mayhem


Titolo: Mayhem
Regia: Joe Lynch
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un virus trasforma gli avvocati di uno studio legale in belve sanguinarie, portando alla luce i loro istinti primordiali

Mayhem è quella scheggia impazzita che quando arriva è destinata a fare il botto almeno facendo discutere soprattutto gli appassionati del genere.
Ci sono tanti ingredienti mescolati funzionali ad aumentare le aspettative per questo strano indie che non ha avuto distribuzione nei cinema arrivando come sempre più spesso accade direttamernte in home video.
Un po fratello di BELKO EXPERIMENT e di altri film analoghi che giocano la carta di un'unica location per un massacro senza regole. Dal punto di vista dell'intrattenimento il film funziona alla grande senza lesinare sul sangue o sulla violenza ma anzi regalando scene epiche di massacri e combattimenti con ogni tipo di arma che si possa trovare all'interno di un ufficio.
L'elemento del virus che sembra per certi versi ricordare una costola meno purulenta di CROSSED un fumetto davvero cattivo, sta nel fatto che qui gli infetti hanno solo un occhio rosso e questa epidemia è destinata a liberare la parte animalesca degli esseri umani spingendoli a ogni genere di violenza, sopruso e comportamento anti-sociale
Il cast è funzionale, il protagonista orientale con la metafora sul lavoro e sullo sfruttamento che a volte gli orientali subiscono funziona soprattutto nelle scene di sudditanza arrivando a coinvolgere varie figure dagli gli arrampicatori sociali e puntando tutto su un'atmosfera di estrema competizione.
Un film dove dentro cerca davvero di metterci tutto con una grande abilità tecnica dietro dai rallenty un po abusati ma interessanti, al montaggio frenetico e le scene di combattimento davvero fatte ad hoc.

Downrange


Titolo: Downrange
Regia: Ryuhei Kitamura
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sei studenti universitari devono andare ad una gara di cross-country. Ma la gomma della loro auto si buca e i ragazzi finiscono fuori strada, scoprendo in seguito che qualcuno ha sparato alla loro macchina. Capiranno presto di essere vittime di un essere invisibile che vuole tormentarli. Per quale scopo?

Kitamura è un regista insolito per il genere horror.
E'partito facendosi un discreto curriculum con alcuni film in Giappone tra cui VERSUS, AZUMI, ALIVE, ARAGAMI, insomma tutti con la A e tutti a loro modo abbastanza insoliti e folli.
Il passaggio in America ha siglato un cambio di rotta non soltanto nella scelta del cast occidentale ma cercando di essere meno "ironico", grottesco e per certi versi weird entrando invece più nel dramma vero e proprio. Nulla da dire infatti sui suoi film seppur ancora ad oggi abbastanza sconosciuti come PROSSIMA FERMATA L'INFERNO e NO ONE LIVES.
Con Downrange ci troviamo di fronte ad un indie low-budget che mischia volti sconosciuti, mattanza e un'unica location, insomma le tipiche condizioni di chi seppur non ha una grossa produzione dietro vuole a tutti i costi realizzare la sua opera.
E il risultato si vede perchè una caratteristica del regista è quella di non perdere di vista mai nessun dettaglio, nessuna inquadratura, un autore attentissimo a cercare di migliorare scena dopo scena a cercare l'inquadratura insolita e ha portare sempre piccole migliorie al suo cinema e alla sua filmografia.
Downrange non ha tanto da dire in termini di trama, non regala nulla e di fatto è una lenta carneficina dove un pazzo comincia a sparare a gente a caso per divertimento.
La metafora dietro c'è sempre in questa America che fa sempre più paura per tutti gli orrori che non riesce più a nascondere o forse non ha mai voluto.



C'era una volta a Los Angeles


Titolo: C'era una volta a Los Angeles
Regia: Mark Cullen
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Steve Ford è un investigatore privato di Los Angeles il cui mondo privato entra in contatto con quello professionale dopo che il suo amorevole cane Buddy viene rapito da una famigerata gang. Una serie di folli circostanze lo porteranno a doversi guardare da due vendicativi fratelli samoani, dai sicari di un usuraio e da altri loschi individui. Steve, però, non si lascerà intimorire da nulla pur di ritrovare il suo amico a quattro zampe.

Ormai siamo alla frutta. Bruce Willis è il fantasma di vecchi personaggi da lui stesso interpretati. Momoa che non mi sta antipatico, viene spesso utilizzato come fisic du role senza dargli un minimo di caratterizzazione (non che l'attore abbia chissà quali capacità)
Il risultato è un film che cerca di strizzare l'occhio alla commedia comica e sgangherata con il fatto però che non riesca a far ridere a meno che non piaccia quell'ironia americana di bassa leva, e tutto alla fine si rivolve con le solite manovre registiche con un grosso dispendio di mezzi, sparatorie e inseguimenti a gogò. Non mancano le solite baraccate che si impiegano in film inutili come questo o come in un qualsiasi esercizio di stile, senza mai avere un benchè minimo guizzo narrativo o qualche dialogo che non ti faccia addormentare.
L'unico che sembra sforzarsi solo per qualche istante e il buon John Goodman che ultimamente è tornato in auge anche se spesso con ruoli ridicoli.

mercoledì 9 maggio 2018

Julkita


Titolo: Julkita
Regia: Humberto Busto
Anno: 2017
Paese: Messico
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Contro la violenza di ogni genere e il disonore dei politici messicani arriva Julkita e il suo ciclo mestruale....se solo fosse coraggiosa abbastanza da distruggere i suoi nemici famigliari...

Blasfemo, trasgressivo, esplosivo, assurdo, esagerato.
Il corto di Busto in 18' riesce a generare e provocare una quantità di stati d'animo a metà tra l'exploitation, lo schifo assurdo, il trash e il weird fino ad arrivare ad un finale davvero senza senso.
Fratello e sorella. Praticamente un'unica location. Sangue, lingue che si attrversano, ancora sangue ma quello mestruale. Un rapporto intimo ossessivo compulsivo, rapporti tra consanguinei, le personalità multiple di Julkita, la protagonista che si inneggia a paladina mettendo a sacrificio proprio il suo corpo e la sua femminilità.
Credo che ci troviamo di fronte al corto più feroce e frenetico del festival.
Un atto anche politico con una metafora che riesce solo in parte a raggiungere l'intento che si era dato, rimanendo troppo ancorato a qualcosa che sembra un braccio di ferro tra una sessualità deviata e un bisogno di scindere una parte di se stessi quando ci si trova lontano dalle mura domestiche.