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mercoledì 9 maggio 2018

Nova Seed


Titolo: Nova Seed
Regia: Nick DiLiberto
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Il mondo è minacciato dal diabolico dottor Mindskull e le forze di potere pianificano di fargli affrontare un feroce campione. Strappato da una sanguinosa arena di combattimento, l’uomo-leone Nac viene ammanettato e messo al servizio di chi governa. Dopo essere stato condotto in un deserto, Nac fugge ai suoi rapitori con il premio che tutti vorrebbero nelle loro mani. Nel frattempo, uno spietato cacciatore di taglie si mette sulle tracce di Nac, senza dargli tregua.

Nova Seed è un indie d'animazione alternativo e particolare.
Un film low-budget che ho avuto la possibilità di visionare grazie al sito Film per Evolvere (dateci un'occhiata è il vero paradiso dei nerd del cinema).
Il film ha qualcosa che non vedevo da tempo.
Una chimica nello sperimentare formule, personaggi grazie anche ad un montaggio fantastico e delle musiche indimenticabili. Tante le ispirazioni da Laloux a Jo Beom-jin, Luc Besson con il Quinto Elemento in particolare tantissimi altri film non si contano davvero in tutto il film.
In Nova Seed convivono e convergono un sacco di mondi e pianeti incastrandosi perfettamente e allineandosi mostrando così una galleria di personaggi e creature ammirevole.
L'animazione non è in c.g e non è delle più recenti ma ancora una volta risponde alla domanda che quando la storia è buona puoi mettere anche un'animazione posticcia e antiquata come avevano fatto all'inizio quei geni di South Park che tanto non andrai a rovinare nulla e la macchina continuerà a funzionare.


lunedì 7 maggio 2018

Invisible


Titolo: Invisible
Regia: Dimitri Athanitis
Anno: 2016
Paese: Grecia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Quando Aris, un operaio trentacinquenne viene licenziato senza preavviso, diventa ossessionato dall'idea di farsi giustizia da solo. E'pronto a raggiungere il suo scopo quando l'ex-moglie gli rifila il loro figlio di sei anni.

Altro istant-cult del festival.
Insieme a FREEZER i lavori più scioccanti sul mondo del lavoro. E manco a farlo apposta entrambi arrivano dalla Grecia come a ricordarci che le lancette si muovono e tutto continua a peggiorare da quelle parti.
Cinema indipendente che riflette senza meccanismi di chissà quale specie, ma sondando e raccontando un dramma realistico e attuale che dovrebbe sempre più farci riflettere su dove queste politiche europeiste stiano traghettando alcuni paesi.
Prima di tutto i personaggi sono fantastici, recitati da dio e con una psicologia mai banale ma in grado di andare a fondo nelle problematiche e nelle scelte radicali. Il protagonista poi ci ha messo così l'anima da renderlo quasi al pari di alcuni attori neorealisti per come regga e si carichi sulle spalle un dramma importante. Un elemento che ho apprezzato davvero tanto è stato quello di come il protagonista Aris reagisce al duro colpo del licenziamento. Semplicemente facendosene una ragione, essendo una persona umile, senza fare ricorso a chissà chi (e poi da chi andrebbe) finendo per portarsi dentro un male che lo annienta poco alla volta. La scena in cui riesce ad entrare nella fabbrica quando è chiusa e si mettte al lavoro sulle macchine come dicevo ricorda il miglior cinema di sempre italiano di impegno come nella politica di Petri.
Qualcuno lo ha definito il film greco dell'anno. Sono d'accordo.
Il finale poi è amarissimo.




domenica 22 aprile 2018

Wall of Death


Titolo: Wall of Death
Regia: Mladen Kovacevic
Anno: 2016
Paese: Serbia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Quando Brankica aveva appena dieci anni, era lei l'attrazione principale delle fiere di paese. I suoi fratelli maggiori, delle leggende dell'ex Jugoslavia, erano acrobati sul muro della morte e lei era la principessa. Ora che i suoi fratelli non ci sono più, non rimane che lei. A 43 anni e nonna di sei nipoti, ripete gli stessi numeri correndo con la sua motocicletta lungo una pista di legno larga 6 metri. E'in bilico tra i ricordi malinconici del passato e la claustrofobica esistenza nell'ormai unico muro della morte esistente.

Istant Cult. Poco più che un mediometraggio come durata (61'20'') il lavoro di Kovacevic è molto più interessante e racconta molto di più di quanto potrebbe dire.
Entriamo nel circo, nella vita e nella quotidianità di chi ci vive dentro giorno per giorno, incontrando una famiglia di leggende acrobatiche che si confronta con un numero mortale sfidando continuamente la morte.
Il giro della morte, l'importanza di seguire un antico rituale e le tradizioni che non si possono cambiare, una promessa che sembra segnare la vita della protagonista nei confronti dei suoi fratelli e della loro morte. In fondo Brankica sembra voler convolare a nozze con il destino della sua famiglia in quel suo prolungato silenzio, quei momenti di solitudine mentre fuma spensierata e l'attenzione maniacale verso l'unica cosa che si ostina a fare.
La macchina come un documentario segue la vita di questo strano nucleo dove giovani e anziani lottano ogni giorno, sbaraccando e portando il circo e le loro attrattive di paese in paese sfidando le regole della sopravvivenza e non sembrando mai stanchi e stufi nonostante il limbo in cui sembrano essere confinati.
C'è così tanto amore in questa opera, come se il regista si fosse davvero affezzionato a queste persone e il risultato si vede eccome soprattutto dai segnali e dalle note molto personali che il regista coglie nei suoi protagonisti.
Infine uno spaccato su quello che ha prodotto la guerra tra Serbia e Croazia, un clima pesante e ancora con tanta sofferenza lasciata senza parole e senza un'adeguata soluzione per le vittime e coloro che andrebbero aiutate.
Allora i loro silenzi vanno riempiti magari sfidando proprio quel sottile confine tra la vita e la morte.


Clothes


Titolo: Clothes
Regia: Vesselin Boydev
Anno: 2016
Paese: Bulgaria
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Dopo anni di silenzio, due fratelli si riuniscono in seguito alla morte del padre.

Provate a pensare come può essere doloroso il ritorno alle origini. Non dover solamente seppellire un padre con cui non si parla da tempo e tornare in una città che può essere sinonimo di sofferenza o di strani "fantasmi" del passato che tornano alla luce ma se pensiamo che in tutto questo bisogna anche affrontare un rapporto complesso con un fratello allora possono essere diversi i motivi di scontro, di difficoltà in cui in fondo emergono tutte le fragilità.
Minimale, senza fronzoli o inutili scelte stilistiche, lo stile di Boydev sembra quasi amatoriale per la ricerca e il bisogno di concentrare solo lo stretto necessario ai fini della narrazione con alcuni dialoghi che arrivano dritto al punto senza dover stare a perdersi in inutili giri di parole.


2 biglietti per la lotteria


Titolo: 2 biglietti per la lotteria
Regia: Paul Negoescu
Anno: 2016
Paese: Romania
Giudizio: 3/5

Un gruppo di amici decide di comprare un biglietto della lotteria che risulta essere vincente. Ma quando arriva il momento di incassare i soldi non trovano più il biglietto

Il bello dell'ultimo film di Negoescu è che fin dall'inizio il film non si prende troppo sul serio, giocando su un elemento e un'idea già vista ma funzionale vista la semplicità con cui viene sviluppata la vicenda. Una semplicità che ha il merito di giocare su temi attuali, su un'ironia pungente e su una buona sintonia del coro di attori.
Un road movie dove senza troppa carne al fuoco veniamo al corrente purtroppo di tutta una serie di conseguenze impreviste ed effetti perversi lasciati dal regime di Ceausescu che seppur drammatiche il regista ne coglie degli aspetti che riescono nonostante tutto a non essere solamente tristi ma proprio aiutati dai protagonisti vengono colte le falle di quel sistema che non è detto che si riesca a cambiare.
2 biglietti per la lotteria è liberamente ispirato al racconto "Due primi premi" reggendosi principalmente su un impianto da sitcom riproponendo una serie di situazioni surreali capaci di restituire uno spaccato della Romania dei nostri giorni grazie appunto ad un budget quasi inesistente per un film ultra indipendente solare e frizzante.
Qualcuno lo ha definito "lo strano spirito ottimistico dei disperati". Casca a genio questa definizione contando la roccambolesca serie di eventi tragicomici.

martedì 20 marzo 2018

Sami Blood


Titolo: Sami Blood
Regia: Amanda Kernell
Anno: 2016
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Elle Marja ha 14 anni ma sa già di non voler seguire le tracce della famiglia. Figlia di allevatori di renne della comunità Sami nell'estremo nord svedese, la ragazzina è vittima della discriminazione etnica degli anni '30. Sottoposta alla certificazione della razza per frequentare la scuola riservata solo ai Sami, Elle Marja sogna una vita migliore in cui non sentirsi più diversa. Così, inizia a farsi chiamare Christina, a parlare svedese, trasferirsi in città, allontanandosi sempre più dalla sua famiglia e dalla cultura della sua gente.

Sami Blood è un istant cult. Uno di quei film indipendenti e di rara bellezza che ti rapisce fin da subito per traghettarti verso dei luoghi sconosciuti e ameni di quelli che forse non vedrai mai nella vita ma che almeno vuoi scoprire grazie al cinema.
Un film antropologicamente molto importante che da la possibilità di parlare di un fenomeno che almeno in Svezia ha fatto discutere molto. Sami Blood ci da la possibilità di conoscere una popolazione quella dei Sami (indigeni lapponi) e di scoprire come la discriminazione etnica è un tema presente in tutto il mondo pure nella parte europea più estrema.
Un flash back lunghissimo per un viaggio della memoria che racconta molto più di quello che sembra senza doversi arrovellare dietro troppi dialoghi ma lasciando spesso in risalto le espressioni dure e sofferte di alcune attrici scelte alla perfezione che riescono a dare il giusto risalto soltanto mostrando le loro cicatrici di vita.
Sami Blood è un'altra se vogliamo metafora del western, uno scontro, quello che il cinema non smette mai di fare, tra wilderness e civilisation.
Bisogna ricordare che nel 1909 fu fondata a Stoccolma la Società Svedese per l’Igiene razziale che, basandosi su analisi di tipo antropologico positivistico, identificava nella minoranza etnica Sami (a noi più comunemente nota come lappone) una razza inferiore. I Sami furono relegati da una parte in confini ben precisi, furono sottoposti dall’altra a processi di ‘svedesizzazione’ forzata, orientati all’annientamento della loro cultura tradizionale. Chi tra i Sami volesse integrarsi acquistando o affittando terreni agricoli o proseguendo l’elementare istruzione offerta loro (tagliata espressamente per le loro presunte limitate capacità), era costretto a cambiare identità, assumendo un nome svedese. Contemporaneamente coloni svedesi furono incentivati in vari modi a spostarsi in territorio sami, sempre nell’ottica di una violenta compressione di questa minoranza. Una legge per la selezione della razza (1935) portò addirittura alla sterilizzazione forzata di migliaia di Sami. Orrori di cui sappiamo poco o niente.



lunedì 19 marzo 2018

Bruce Lee-La grande sfida


Titolo: Bruce Lee-La grande sfida
Regia: George Nolfi
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tra le vie di Chinatown, a San Francisco, il giovane Bruce Lee, futura star delle arti marziali, sfida il leggendario maestro Wong Jack per una lotta senza esclusione di colpi.

L'ultimo film di Bruce Lee dopo DRAGON e la parentesi nel film YIP MAN è qualcosa di veramente anomalo. Prima di tutto non si capisce chi è il protagonista e non è di certo Lee ma nemmeno Wong Jack, ecco forse il ragazzino biondo che si innamora della povera cameriera cinese.
E'un film indigesto e tamarro, girato dagli americani senza un briciolo di senso, senza contare i combattimenti che anch'essi rispetto ai film orientali fanno davvero pena e non parlo solo del main event tra i due campioni ma della resa dei conti finale.
Un film che mostra elementi blandi e kitsch della cultura cinese ridicolizzandola senza aver peso e misura e soprattutto contando che stiamo parlando di una leggenda e come tale andrebbe opportunamente messa in scena quando invece l'unico con il sale in zucca sembra lo sguattero biondo occidentale.
Forse l'unico elemento che si salva è l'aria da tamarro di Bruce. Era effettivamente uno spaccone provocatore e in questo il film è la prima volta che mostra quest'aria insolente senza starci a girare molto dietro ma anche qui l'attore esagera andando fuori dal personaggio in troppi momenti.
Per il resto è puro mainsteram commerciale e senza guizzi, dai dialoghi ad una narrazione che diventa prevedibile dopo soli dieci minuti e con la vendetta finale per salvare la povera cinesina che rischia di finire a lavorare nelle "case".

mercoledì 7 marzo 2018

Lady Macbeth


Titolo: Lady Macbeth
Regia: William Oldroyd
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d'amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

Lady Macbeth è un esordio squisitamente malvagio di uno stimato regista teatrale.
Lady Macbeth poi è uno dei personaggi femminili più completi e meglio delineati della drammaturgia shakespeariana.
Un dramma in costume potente in cui il bisogno principale non era certo quello di fare un film accomodante ma anzi rendere la natura umana il più controversa possibile alterando scenari che di fatto propongono al di là della sobria campagna inglese, quasi sempre la stessa location ovvero un maniero ottocentesco affascinante in cui la servitù viene addirittura appesa nuda ad un cappio come i maiali da parte degli stessi contadini poveri che non sanno come passare le giornate.
Crudo, minimalista, geometrico e astuto nonchè di un fascino e di una rara capacità di spostare e usare pochissimo la camera da presa grazie ad inquadrature perfette e quasi tutte ferme come a ribadirne tempi, dilatazioni e misure.
Un debutto impressionnate per un film crudele che mostra ancora una volta le differenze tra le classi sociali, la nascita dell'arroganza della dark lady ingenua che diventa perversa e di come la borghesia
non diventa solo il pretesto per il conflitto ma la rappresentazione di una battaglia tra i sessi che pone la mente algida e calcolatrice della protagonista la vera arma terribile capace di usare come pedine chiunque le capiti a tiro a partire dal sesso che quando viene finalmente sdoganato (contadino=vittima sacrificale che in quanto persona umile deve essere sacrificata e diventare il vero capro espiatorio) non diventa più un taboo ma una calamita, una droga inarrestabile che ha il solo compito per Katherine di riempire un vuoto profondo.


Girl without hands


Titolo: Girl without hands
Regia: Sebastian Laundebach
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

In un villaggio alla stregua dopo un periodo durissimo, un mugnaio prende la drastica decisione di vendere la propria figlia al diavolo. Protetta dalla sua purezza, la ragazza riesce a scappare ma viene privata delle mani. Stanca e ormai senza speranza, la giovane è però determinata a tornare a piedi dalla sua famiglia. Lungo il cammino incontrerà la dea delle acque, un giardiniere dolce e un meraviglioso principe nel suo castello. Un lungo viaggio verso la luce...

Ci vuole coraggio a trattare la fiaba soprattutto quella originale e adulta dei fratelli Grimm.
La loro è una vera antologia in cui i due fratelli hanno contribuito a gettare la struttura, forma, originalità, e tanto altro ancora su tutto ciò che raccontava tra verità e fantasia la vita che popolava la campagna tedesca.
La fiaba narrata come quasi tutte del resto è piuttosto drammatica con alcuni spunti che rientrano in un'atmosfera cupa e con evidenti richiami all'horror.
Laundebach sceglie una tecnica poco utilizzata nel cinema d'animazione e anti commerciale, preferendo la vecchia scuola a dispetto di tecniche in c.g o di qualsiasi altra forma, con un tratto essenziale del disegno con tavole disegnate ad acquarello e tratteggiate in maniera essenziale avvicinandosi molto per tecnica e anima, con la bellezza del minimale che predomina, ai pittori impressionisti.
L'intento è quello di narrare anche grazie ai colori e ad una narrazione sofisticata e semplice al tempo stesso in grado di aderire perfettamente ad una messa in scena onirica e con una colonna sonora straordinaria e toccante curata da Olivier Mellano.
Una storia di sopravvivenza in cui una donna fa di tutto per ottenere ciò che vuole e difendere i suoi cari in un viaggio dell'eroe che non mancherà di mostrare alcuni protagonisti essenziali delle favole dei Grimm dal Diavolo (straordinario nelle sue diverse forme soprattutto in quella fanciullesca e nel maiale dagli occhi rossi) la Dama del Lago e tanto altro ancora.
Pura magia che consacra tecniche in disuso della settima arte.


martedì 27 febbraio 2018

Rocco


Titolo: Rocco
Regia: Thierry Demaizière, Alban Teurlai
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

La pornostar più famosa al mondo, Rocco Siffredi, si presta totalmente all’obiettivo per una confessione fiume: da Ortona, il paese natale abruzzese, fino a Budapest, sede della sua società di produzione, i casting a Los Angeles e le riprese dell’ultimo film a San Francisco, sempre accompagnato dal cugino Gabriele, caotico ma onnipresente foto-operatore, assistente alla regia, autista.

La prima inquadratura mostra il cazzo dell'attore sotto una doccia con un rallenty impressionante e sfruttando una fotografia in b/n.
Tutti siamo invidiosi di Rocco Siffredi e questo documentario in cui si racconta farà in modo che lo invideremo ancora di più.
Rocco ha un puto fisso nella vita. Il sesso.
Così ha deciso di non mascherarlo e di basare tutta la sua vita su quello, facendo film porno e andandone orgoglioso senza nasconderlo pur con qualche pensiero riguardo alla moglie e alla crecita e il rapporto con il figlio.
Per il resto si è divertito portando a letto più di tremila donne e arrivando alla sua età con un fisico e una salute di tutto rispetto.
Il documentario funziona a tratti, alla regia abbiano una coppia di francesi che scelgono il taglio giusto per quanto concerne la messa in scena e le interviste, sondando però solo in piccole analisi o commenti lo squallore di tutto il mercato e l'industria che c'è dietro.
Spesso si pensa che le ragazze soprattutto straniere accettino per problemi di denaro e povertà. Sicuramente in alcuni casi è così ma parte delle interviste mostrano che tante di loro vogliano far sesso e amino le situazioni più bizzarre scegliendo ognuna una propria particolarità o perversione che più le aggrada.
Rocco si racconta, la famiglia, la madre, la morte del fratello, il cugino che si è sempre portato dietro e che vive come un'ombra, arrivando però così anche al limite più forte della docu-fiction.
Rocco si racconta mentre a tacere sono purtroppo i tanti che popolano la sua vita dalla moglie ai figli con cui si vedono solo attimi di pause ludiche senza peraltro dialoghi.
Il disagio alla fine per quanto la star cerchi di non farlo trapelare è come una maschera indossata da ogni attore sociale o che lavora in rete in questa consumazione di corpi che sembra un grido agonizzante di chi cerca di salvarsi da un futuro che non sembra concedere a chi non è così famoso spazi o possibilità di redenzione.

mercoledì 20 dicembre 2017

Jackals

Titolo: Jackals
Regia: Kevin Gruetert
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Negli anni Ottanta, il giovane Justin Powell viene rapito da due uomini e condotto in una baita isolata. Il suo non è un sequestro standard: ad attenderlo c'è infatti la sua sempre più estranea famiglia, composta dal padre Andrew, dalla madre Kathy, dal fratello Campbell e dall'ex fidanzata Samantha, che ha appena dato alla luce il frutto del loro amore. La famiglia ha intenzione di praticargli un lavaggio del cervello per allontanarlo dalle spire del culto che ha abbracciato.

Il terreno dello slasher non smette di tirare fuori film indie che giocano e toccano la tematica delle sette e delle religioni o meglio gli effetti perversi generati da entrambe le cose.
Come sempre per questi film non ci si addentra nel fenomeno della setta o della religione per usarlo invece solo come strumento da cui attingere il plot della storia: setta sanguinaria da cui scappare per non essere uccisi o uccidere per vendicare un torto subito il tutto in un home invasion così per risparmiare e inserire dentro una sola e unica location.
Con un inizio bene o male simpatico (la famiglia che sequestra il proprio figlio) il film ha poi due atti in casa abbastanza lenti e macchinosi se pensiamo a tutti i noiosi e inutili dialoghi con Justin nella mansarda e il vero non-sense della pellicola ovvero il buon Dorff che ormai passata la bella stagione del cinema è finito anche lui nel giro delle produzioni indipendenti a caratterizzare questo esperto "deprogrammatore" di culti religiosi (pensavo di aver visto tutto ma il "deprogrammatore" ancora mi mancava, una sorta di esorcista con un nome diverso).
In questi due atti a parte il personaggio interpretato da Dorff che lui stesso secondo me non ha capito bene cosa fosse, il resto degli attori è poca cosa e non ha quel talento da riuscire a trasmettere interesse, ritmo e dare risalto alla psicologia e agli intenti del personaggio. Schaec è un attore di serie b che ha sempre fatto film terribili a parte l'indie cult di Araki.
Quando "Loro" arrivano (sempre e per sempre mascherati) il film mostra tanta violenza alcuna inaspettata soprattutto se pensiamo alla carneficina e alla mattanza di questo nucleo familiare ma non basta a far perdonare al regista alcune indubbie motivazioni cretine che portano i protagonisti ad essere uccisi nella maniera peggiore che ci fosse senza trovare un modo di scappare.




sabato 9 dicembre 2017

Outlaw and Angels

Titolo: Outlaw and Angels
Regia: J.T.Mollner
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Con un famigerato cacciatore di taglie sulle loro tracce, una banda di fuorilegge dal sangue freddo invade la casa di una famiglia di frontiera apparentemente tranquilla. La situazione diventa un gioco, precisamente quello del gatto e del topo, che porta alla seduzione, inversione di ruolo e, in ultima analisi, a una sanguinosa vendetta.

Feroce, cattivo senza nessuna redenzione per nessuno. Solo è unicamente vendetta e carneficina.
La trama di Outlaw and Angels da principio potrebbe sembrare telefonata e senza guizzi di sceneggiatura che ne decretino un plot originale o quantomeno interessante. Il soggetto in questo caso pur avendo degli scompensi per quanto riguarda il ritmo e la scrittura è l'elemento migliore e mi ha ricordato in diversi momenti BONE TOMAHAWK ma anche BONNIE AND CLYDE per come si costruisce il rapporto tra la protagonista e il capo dei banditi.
Molte location esterne ma una casa appunto per l'home invasion dove all'interno si dipanerà una struttura contorta che si appoggia quasi tutto sul dramma familiare e con un colpo di scena che arriva dritto dritto come un pugno allo stomaco.
Diciamo pure che il sottotesto potrebbe essere che non c'è mai un limite alle azioni criminali e gli orrori che possono scaturire tra le mura domestiche. A volte quello che si scopre fa più male di qualsiasi criminale o sconosciuto che bussa alla nostra porta.
Ancora western ma di nuovo con tantissimo sangue, sparatorie efferate, sgozzamenti, un livello di violenza che non mi aspettavo e soprattutto un lavoro sugli attori che cerca di non essere mai banale scavando a fondo e caratterizzando quasi tutti a dovere inserendo infine dei buoni colpi di scena.
Mollner non si fa davvero mancare nulla e il cambio che avviene all'interno della dimora dove vanno a rifugiarsi i criminali e un alternarsi di cambi di registri narrativi e con momenti gore e grotteschi uno dopo l'altro senza badare a danno di chi è la tortura se uomo o donna o in questo caso padre, madre o sorella che sia. L'importante è che tutti paghino per i peccati commessi.






martedì 5 dicembre 2017

Limina

Titolo: Limina
Regia: Joshua M. Ferguson
Anno: 2016
Paese: Canada
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Un* ragazz* gender-fluid di nome Alessandra che, guidat* da innocenza e intuizione, è curios*
della vita degli abitanti di una piccola città pittoresca che decidono di giocare un ruolo attivo nel
processo di lutto di una donna sconosciuta.

I canadesi come sempre sanno distinguersi per come affrontano alcune tematiche.
Limina, in concorso anch'esso, è notevole quanto estremamente particolare soprattutto per cercare di analizzare il punto focale del corto di '15. Una chiesa, una bambina gender straordinaria e sempre sorridente e il suo compito che metaforicamente potrebbe essere quello di custodire una candela che deve rimanere sempre accesa.

Con una fotografia tutta virata tutta verso il rosso e l'arancione e i colori accesi e autunnali, Alessandra scoprirà presto di avere uno scopo e un ruolo aiutando una donna che soffre a superare le difficoltà diventandone amica e facendosi custode dei suoi segreti.

Lunadigas

Titolo: Lunadigas
Regia: Nicoletta Nesler e Marilisa Piga
Anno: 2016
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Lunàdigas è una parola della lingua sarda usata dai pastori per definire le pecore che in certe
stagioni non si riproducono. Il progetto racconta una realtà articolata e poco conosciuta, dalla quale emergono ragioni e sentimenti inaspettati, sempre diversi per ogni singola donna. Emozioni affini o opposte, a volte contraddittorie, dai contorni netti: compiacimenti, dolori, dubbi, certezze, pregiudizi.

Lunadigas, quest'anno in concorso al DQFF ha davvero diversi elementi di interesse e non parlo solo per quanto concerne il desiderio di una donna di non voler dare alla luce un bambino.
Il disegno e la materia trattata dalle due registe è molto più profondo con riferimenti quasi antropologici sul ruolo della donna e della sua emancipazione.
In '69 viene mostrata una carrellata di interviste con loro come protagoniste: donne, ragazze, di svariate età e ruoli sociali, filmate dentro salotti dove avvengono focus di discussione su diversi temi che riguardano la donna in quanto tale e i suoi diritti e se vogliamo i suoi doveri e non quelli che invece sembra dettare la società.
L'opera ha raccolto così tante interviste che le due registe hanno creato una vera e propria banca della memoria per tutte queste testimonianze.
Si può essere donne felici anche senza figli? La risposta è sì per una grossa parte del popolo femminile, ancora si potrebbe essere donne felici anche senza avere un figlio, a patto che il mondo intero non cercasse di sostenere a tutti i costi il contrario? Anche in questo caso la risposta è certo che sì.

La raccolta delle testimonianze è iniziata nel 2011, per cui basti pensare a quante migliaia di interviste sono ste raccolte da allora fino ad oggi (eh sì perchè continuano) ed il tutto è nato dal fatto che le due registe sarde non abbiano mai voluto avere figli, per scelta. Così hanno iniziato a lavorare insieme per Radio Sardegna nel 1991 impegnandosi da subito a raccontare cose per cui era difficile trovare un linguaggio dal momento che alcuni argomenti a volt ancora taboo, come già mostravano alcuni intellettuali del nostro paese, sembrano essere ancora avvolti da una patina di mistero.

Lily

Titolo: Lily
Regia: Shron Cronin
Anno: 2016
Paese: Irlanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Il film racconta la storia di Lily, una giovane donna con un segreto. Con il suo migliore amico,
Simon fieramente leale e fiammeggiante, navigava sulle acque tradizionali della vita scolastica.
Quando un malinteso con la bella e popolare Violet conduce ad un attacco vizioso, Lily si trova di
fronte alla sfida più grande della sua giovane vita.

Un altro cortomettraggio a tematica queer. Una giovane ragazzina alla scoperta della sua sessualità in compagnia dell'amico Simon che sembra essere uscito da MISTERYOUS SKIN di Gregg Araki cercheranno di tenere duro e di non mascherare le loro scelte.
E'devo dire che alcune formule visive e la scelta di sistemare la camera piuttosto che la fotografia ricordano vagamente l'outsider americano.
Il corto è una bomba con un ritmo incredibile nei suoi '21 e con delle facce che riescono a raccontarsi stampandosi in maniera indelebile. Succedono tante cose in questo corto.
Bullismo, ferite da taglio autoinflitte, un nucleo che non sembra capire le difficoltà della figlia, l'amico diverso come il salvatore e l'amica dell'amico che deve aiutare tutte coloro che vengono perseguitate a causa della loro "diversità". In più è interessante notare come anche le antagoniste subiscano una specie di trasformazione e il finale contando che vengono chiamate in causa anche le istituzioni (la scuola) e il corpo docenti, sembra ribadire che alcune questioni tra adolescenti vanno risolte proprio secondo i loro codici e le loro regole e in cui gli adulti a volte proprio non servono.


domenica 15 ottobre 2017

Più grande sogno

Titolo: Più grande sogno
Regia: Michele Vannucci
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Mirko è appena uscito di prigione. Alla soglia dei quarant'anni vuole ricominciare da capo, recuperando il rapporto con la compagna Vittoria e le figlie Michelle e Crystel, ma non è facile: se Vittoria e Crystel lo accolgono con fiducia, Michelle lo guarda con diffidenza e ostilità. L'occasione per rifarsi una vita sembra arrivare da un'improbabile candidatura: Mirko, a suo modo popolare nella borgata degradata in cui vive, viene eletto presidente del comitato di quartiere, e si appresta a cambiare le circostanze non solo sue ma di tutti coloro che lo circondano. Ad affiancarlo è l'amico di sempre, Boccione, prodotto dell'incuria e dell'incultura del suo ambiente ma dotato di buon cuore e buone intenzioni. Per entrambi il rischio del fallimento è dietro l'angolo, come è vicino il pericolo di una ricaduta nel vecchio giro di malaffare. Riuscirà Mirko a trovare la sua strada e a costruirsi una nuova identità?

I viaggi di redenzione sono materiale vasto e infinito. Di solito è un tema che appartiene ad una grossa fetta del genere drammatico. In questo caso l'utilizzo fatto all'interno del film e la buona catarsi dell'attore che interpreta se stesso Mirko Frezza è stata una sfida interessante e rischiosa che l'opera prima di Vannucci con difficoltà e momenti che faticano a decollare riesce a dare credibilità e spessore ad una storia molto popolare e populista, il tipico "borgata-movie".
Chiariamo subito: se non ci fosse stato Alessandro Borghi che nel film ha un ruolo molto importante da co-protagonista, il film avrebbe sicuramente patito una recitazione non sempre in grado di dare pathos e enfasi a sufficienza nonostante uno dei più grandi sforzi sia stato quello di superare gli stereotipi di genere e renderlo passionale e appassionato.
Vannucci si concentra molto sul linguaggio e il dialetto romano è iconico nel cercare di farci comprendere il microcosmo e la sotto-cultura in cui vivono questi borgatari in particolare il nostro ex-pregiudicato che ha passato tra il suo quartiere e Regina Coeli, sempre diviso fra gli “impicci” di casa e i castighi del carcere.
Dramma, pesanti rapporti familiari e con la gente del quartiere, un passato che torna o che meglio non lo ha mai abbandonato, della paura ha provare a fidarsi (non vuole nemmeno mettere una firma quando viene eletto) una figlia che non accetta che il padre durante la carcerazione non abbia voluto vederla e infine una redenzione compromessa quando dall'altra parte il tentativo di tornare a delinquere e dietro l'angolo.

L'idea buona del chi "ce sta a provà" nonchè trasformare la realtà in fiction semidocumentaria è buona, a tratti purtroppo ma speriamo che sia solo una questione di tempo, la regia e soprattutto la ripresa stilisticamente è abbastanza piatta, fatta quasi esclusivamente di un'insistente mdp a spalla che cammina con i personaggi e si chiude quasi sempre sulla faccia stralunata di Mirko.

Lowriders

Titolo: Lowriders
Regia: Ricardo de Montreuil
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ambientata nella zona orientale di Los Angeles, il film parla del mondo delle vetture lowrider e dei graffiti. La storia è incentrata su un adolescente la cui lealtà è messa a dura prova quando si trova costretto a scegliere tra il padre e lo zio criminale.

Prendete FAST & FURIOUS mescolatelo con ONCE WERE WARRIORS ed 8 MILE e conditelo con SIN NOMBRE aggiungendo infine il jolly con Theo Rossi.
Quelllo che ne esce non è nulla di buono ma anzi macchinoso, già visto e squisitamente pieno di clichè. Dalla famiglia sudamericana povera che pensa al grande mito americano, quello delle macchine, costruendo la perfetta lowrider, ovvero quel tipo di vettura le cui sospensioni sono state modificate in modo tale da poter abbassare la macchina il più vicino possibile al suolo oppure per farle compiere delle evoluzioni, diciamo che sappiamo subito di cosa stiamo parlando.
Uno potrebbe già fermarsi qui senza andare oltre per capire nell'immediato dove andrà a parare il film. Eppure anche gli inseguimenti sono abbastanza fiacchi, i combattimenti tra gang a volte sanno di ridicolo e la caratterizzazione dei personaggi è stereotipata anche quando uno come Theo Rossi cerca di dare un po di sostanza (e il fratello maggiore che ha rotto i legami con il padre e si è fatto una gag tutta sua) senza di fatto uscirne bene nemmeno lui.
Una trama che purtroppo non ha richiesto tanto sforzo dello sceneggiatore e il regista, De Montreuil, voleva solo avere l'ok per potersi cimentare in un montaggio frenetico che a volte rischia pure di distruggere quel poco di buono che il film stenta a mettere in luce.


mercoledì 11 ottobre 2017

El Bar

Titolo: El Bar
Regia: Alex de la Iglesia
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Costretti a vivere una situazione tragica rinchiusi all'interno di un bar, un gruppo di sconosciuti comincia a confidarsi l'un l'altro.

"Oggi più che mai abbiamo paura del dolore e della morte. Non ne parliamo neppure ai nostri figli perché sappiamo di non avere le risposte. Non la capiamo e, soprattutto, non vogliamo pensarci. Ciò causa un'insopportabile tensione che, presto o tardi, si fa riconoscere con esplosioni di incontrollata violenza o come una costante amarissima presenza nelle nostre menti."
Il terrorismo è in ognuno di noi. Alex de la Iglesia continua con le sue schegge impazzite e finalmente ritorna in scena anche lui con un film tutto ambientato quasi in un'unica location, uno schema corale e tanta azione soprattutto nel finale per un film che manco a dirsi di nuovo coniuga un mezzo filone fanta-politico.
Una miscela esplosiva in cui il regista spagnolo non va mai giù per il sottile ma infila i suoi topoi cinematografici grazie al suo sceneggiatore di fiducia Guerrica con cui confeziona un'opera feroce e graffiante, un equilibrato mix di generi che, tra gustosi istinti da commedia nera e grottesca e una violenza che rischia di sfociare nell'horror psicologico, dice la sua sulla decadenza morale nella società contemporanea, in particolare trovando in alcuni normalissimi personaggi delle storie e delle modalità che lasciano basiti per scelte e azioni irreversibili.

El Bar costruisce pian piano dinamiche sempre più interessanti e ferali, in cui il peggio degli individui viene alla luce con spietata crudeltà in un grottesco disseminarsi di ipotesi e colpi di scena che prima incuriosiscono e dopo lasciano con il fiato sospeso fino all'energica resa dei conti finale, lasciando trasparire dietro tutta la genuinità di genere l'importanza di un vibrante messaggio. Purtroppo forse l'unica pecca potrebbe essere quella di un finale tirato troppo per le lunghe e abbastanza scontato ma che d'altronde è tipica del cinema del regista che con quella punta di esagerazione finale che infila quasi sempre nei suoi film da sempre risultati roccamboleschi e imprevisti  

sabato 23 settembre 2017

American Fable

Titolo: American Fable
Regia: Anne Hamilton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Negli anni Ottanta, nel bel mezzo della crisi agricola del Midwest, l'undicenne Kitty vive in un mondo oscuro e talvolta magico. Quando scopre che l'amato padre nasconde un uomo ricco nel silo di famiglia al fine di salvare la loro fattoria in difficoltà, Kitty stringe in segreto amicizia con il prigioniero. Si ritroverà costretta a dover scegliere tra l'impulso a salvargli la vita e il bisogno di proteggere la sua famiglia dalle conseguenze del caso.

American Fable per qualche strano motivo pensavo fosse un film a episodi di quelli che si vedono ultimamente come XX, HOLIDAYS, TALES OF HALLOWEEN, etc. Invece non è così.
Il film della Hamilton è uno squisito film di formazione con un unico piano narrativo che entra ed esce continuamente dai suoi confini "magici". Pur trattando una vicenda reale e tutto ciò che succede è realistico, il film e la narrazione assumono tratti e scenografie mutevoli e conturbanti a partire dai campi di granoturco in cui passeggiano allegramente e soli i bambini a giocare e scoprire nuove avventure. Proprio la scoperta, il viaggio e altri meccanismi ben oliati sono gli strumenti che la regista adotta in un film molto misurato con alcune scene decisamente inaspettate e un buon climax.
Kitty è la protagonista che tira fuori il coraggio, combatte una maledizione che si impossessa del nucleo familiare, supera le sue paure e combatte una dura lotta contro le stesse persone che ama.
Un film che gioca molto bene la carta dell'atmosfera con una colonna sonora che si inserisce in modo pienamente funzionale nell'intero arco narrativo dando pathos a diversi momenti decisivi e a tratti inquietanti. Un film per molti aspetti già visto, con una struttura che ricorda tanto un film italiano venuto bene e un cast misurato che assolve il ruolo.
Che cosa fareste dunque per tenere la casa che amate e continuare così a vivere le proprie avventure? Quello che possono fare gli adulti a volte è straziante e pericoloso ma il senso di giustizia che traina i più piccoli può essere a tratti commovente.
American Fable ha qualcosa di antico, di classico, di magico e di simbolico che toccherà ad ognuno scoprire.




Figli della notte

Titolo: Figli della notte
Regia: Andrea De Sica
Anno: 2016
Paese: Italia
Festival: Torino Film Festival 
Giudizio: 4/5

Con poca voglia ma parecchia obbedienza alla madre, Giulio entra in un collegio prestigioso per rampolli benestanti. Dalle sembianze asburgiche, la struttura è una nota palestra per la futura classe dirigente, rigida e spietata. Il ragazzo è immediatamente attratto da Edo, dalla personalità a lui opposta, anticonformista e incline alla ribellione. In complicità si oppongono al bullismo imperante e in totale segretezza, iniziano a trascorrere nottate in un locale di prostitute. Gli effetti attesi non tarderanno a presentarsi.

Al suo esordio De Sica firma un film avvincente con una storia davvero originale che tra l'altro prova a far luce su una realtà davvero inquietante per alcuni aspetti. Quella dei rampolli benestanti che dovrebbero diventare la classe dirigente del futuro.
Partiamo subito con la scena d'apertura che sembra strizzare l'occhio a Sorrentino per quanto anche a livello tecnico, il regista sappia esattamente cosa vuole giocando molto bene negli interni con una scenografia e una luce più che perfetta e anche in esterno con una fotografia molto più fredda ad esaltare l'inverno rigido e il clima arido che non fa sconti per nessuno.
Sembra un vero e proprio carcere il collegio dove Giulio e gli altri ragazzi vengono inviati e come tale viste le dure regole imposte dovrà assolutamente fare i conti con dei giovani che non sono più quelli ubbidienti e pazienti di una volta ma sono una generazione in cui i genitori cercano di sbarazzarsene in fretta. Uno di loro Edoardo in particolare risponde al suo educatore dicendo come siano bravi e svelti i genitori a fare le valigie. Ruolo interessante ma con qualche leggera riserva è quello degli educatori tra cui svetta Mathias, i quali a volte sembrano uscire fuori dagli schemi con una linea educativa leggermente coercitiva come si lascia scappare uno di loro ad un certo punto "Le vostre famiglie sanno che tutto ciò che succede qui dentro lo risolviamo qui dentro. "
Alla fine il film è recitato bene, a livello tecnico è ottimo, tutto sembra raggiungere livelli molto alti per il nostro cinema e forse i soli e unici problemi sulla credibilità di alcuni fatti e un climax finale abbastanza scontato sono i mordenti principali.
Il film riesce ad essere uno spaccato sul sociale e un dramma significativo su una realtà che finalmente qualcuno si è deciso a raccontare.