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mercoledì 5 dicembre 2018

Bigfish e Begonia


Titolo: Bigfish e Begonia
Regia: Lian Xuan
Anno: 2016
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Al di sotto del mare esiste un universo i cui abitanti si occupano di proteggere le anime degli esseri umani e amministrare la natura del loro mondo attraverso poteri legati ai quattro elementi acqua, aria, terra e fuoco. Qui, insieme alla sua famiglia, vive Chun che, compiuti i sedici anni, secondo le leggi del suo popolo deve superare un rito di passaggio: trasformata in un delfino rosso, deve attraversare un portale che la condurrà nel mondo degli uomini. Nonostante sia vietato ogni contatto con gli esseri umani, conoscerà un ragazzo.

Lo Studio Ghibli da sempre ha avuto una sua radicale importanza nel cambiamento dei parametri e dell'importanza dell'animazione. Negli ultimi trent'anni sono stati loro a dare il contributo maggiore scavalcando diversi paesi e creando un loro mondo magico e suggestivo indimenticabile che ha fatto sognare adulti e bambini regalando tematiche mai banali ma attuali come il rispetto, l'amore, la diversità e l'importanza di salvaguardare madre natura.
Bigfish e Begonia mi è capitato tra le mani come qualcosa di cui non ero assolutamente al corrente.
L'idea fin da subito mi è sembrata curiosa soprattutto contando che si andava a parare nei miti e nelle millenarie leggende cinesi. Il che dal momento che non ha avuto poi così tanti esempi, soprattutto nell'animazione, poteva essere un elemento curioso oltre che di indubbio fascino.
Così è stato.
L'elemento che non è sfuggito alla coppia di registi cinesi è stato fin da subito lo sguardo su un tema come quello ambientale che di fatto ha sancito tutto l'impianto di scrittura creando un mondo a sè, tante metafore e l'incontro tra due diversità che riescono ad avere un'importante sodalizio come capita nelle fiabe più belle dove gli opposti sembrano incontrarsi per lasciare spazio alla magia.
Regalando sequenze visivamente incantevoli, sfrutta in maniera più corposa la c.g rispetto ai cugini nipponici, ma senza esagerare, condensandola invece nella maniera più funzionale.
Una favola acquatica che ha dovuto aspettare diversi anni per poter respirare.
Ispirato a un classico della letteratura cinese taoista, l’opera prima parla in particolare di metamorfosi e reincarnazione.
Un film che per fortuna ha avuto un successo insperato e che darà, spero, la possibilità di continuare a produrre film come questi in un paese ormai lanciatissimo nella settima arte.

giovedì 18 ottobre 2018

Tempi felici verranno presto


Titolo: Tempi felici verranno presto
Regia: Alessandro Comodin
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tommaso e Arturo scappano nel bosco, la vita sembra andare meglio ma si muore sempre quando meno uno se l'aspetta.

Sembra quasi un film a episodi con storie diverse tenute assieme da un filo conduttore che potrebbe essere proprio l'ambiente o la natura. L'opera numero due di Comodin è una favola surreale in un mondo reale, ma allo stesso tempo incredibilmente arcaico, nelle regole e nelle azioni che svolge la comunità.
Un film indipendente e anarchico, un INTO THE WILD più intelligente, dove la realisticità si pone alla base delle scelte e delle azioni dei personaggi e soprattutto delle storie.
Leggede folkloristiche, una ricerca interiore, un mistero che avvolge la narrazione, la scoperta e la voglia di scegliere una vita in mezzo alla natura con tanto di ritorno alla caccia primordiale e senza apparenti ripari.
La prima storia forse perchè la più folle diventa anche quella con il climax finale più triste.
Mentre nella seconda una donna, forse una specie di martire, che decide di scappare nel bosco e andare alla ricerca del lupo diventa la vittima sacrificale su cui imbastire tutta una serie di congetture e teorie. Proprio quest'ultimo, il lupo, è al centro di miti e leggende dove si narra tra fiction e documentario, realtà e fantasia, racconto e trattato antropologico, di come Ariane sia entrata nel buco senza più uscirne e questo episodio di cronaca ha portato la comunità a credere e creare leggende, tra le quali alcune davvero assurde, come l'unione tra la donna e il lupo.


venerdì 12 ottobre 2018

When black birds fly


Titolo: When black birds fly
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

When Black Birds Fly racconta un’unica storia, ambientata in una città fittizia, una società distopica dominata da un certo Caino, considerato come una divinità, un novello Messia, che ha costruito attorno alla città di Heaven un muro, al quale è severamente vietato anche solo avvicinarsi. Cosa si nasconde al di là di questo confine? Cosa c’è di così terribile dall’altro lato? Perché i cittadini di Heaven, un paese in bianco e nero, nel quale l’unica nota di colore sono i cartelli quasi propagandistici di Caino e poco altro, devono tenersi lontano da questo orribile muro? A scoprirlo saranno due bambini, il piccolo Marius e la sua compagna di scuola Eden, che per aiutare un gatto in difficoltà raggiungeranno questo territorio misterioso, attraverso un buco, ritrovandosi in un mondo delirante e disgustoso.

Dopo l'efferato WHERE THE DEAD GO TO DIE che definivo un trip allucinato, qui l'effetto delle sostanze continua diventando più politicamente scorretto, prende come chiave escatologica la religione cristiana fondendola con alcuni miti pagani e con una importante anche se eccessivamente malata lo ripeto metafora politica.
Un film difficile da guardare fino alla fine, vuoi le musiche disturbanti, il montaggio che a volte sembra un viaggio in funghetto oppure i colori e lo stile d'animazione che rischiano di far venire una crisi epilettica.
Dio, Caino, Eva, il Paradiso, l'Inferno. A questo giro ScreamerClauz sembra essersi proprio incazzato chiamando in cattedra tutti per un suo giudizio finale direi esageratamente nichilista.
Un film dove succede di tutto, perversioni, gore, scene splatter e grottesche, momenti onirici a profusione, personaggi inquietanti, animali che prendono droghe e si trasformano, allo stesso tempo però risulta indubbiamente meglio strutturato soprattutto grazie ad una struttura unitaria e non antologica che riesce ad interessare maggiormente e riesce a regalare, a sorpresa direi, dei colpi di scena niente male soprattutto nella mattanza finale.
E soprattutto la simbologia, la scenografia a compiere i maggiori passi in avanti a cominciare dal bianco e nero che viene usato per il Paradiso, un luogo fatto di ombre ed incubi, in cui tutti sono castrati dove gli sposi non possono nemmeno guardarsi nudi e per ottenere un figlio devono far parte di una grottesco rituale di auto-mutilazione da parte dei genitori in onore del dittatore Caine facendo manifestare un figlio già parzialmente cresciuto a partire da una strana larva psichedelica. All’interno del Paradiso le uniche cose colorate sono i poster di Caino e pochissimi altri elementi.
I colori fluo, d’altro canto, appartengono all’Inferno, un mix di psichedelia che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dionisiaca e violenta del luogo.
Tutto il film si pone come un’allegoria del totalitarismo e soprattutto della corruzione e dell’incoerenza nella religione cristiana.
Tutto il film continua con parti mostruosi dove a sentir dire dal regista tutto il film è stato creato e composto sotto l'effetto di sostanze e nessuno stenta a crederlo contando che andando avanti nelle creazioni malate abbiamo Dio rappresentato come un uomo tra le nuvole, con una grossa corona ed al posto del volto una sfera di vetro, un Dio incazzato che non ci metterà molto a fare stragi appena si impossessano della sua donna e poi il frutto del peccato, una bacca che crea allucinazioni a chi la mangia.
Dunque fede bigotta con conseguente senso di colpa inculcato negli esseri umani servi in più una religione estremista assieme al potere tirannico che viene esercitato sul popolo, spesso senza che questo se ne accorga. Caino sottomette il popolo senza alcun rispetto e cela a tutti la verità, mentre gli abitanti del paradiso lo reputano un salvatore e credono in lui ciecamente, senza la benchè minima ombra di dubbio.
E'una favola malata ma che ai giorni nostri assurge quasi a verità.

Tunnel


Titolo: Tunnel
Regia: Seong-Hun Kim
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Un uomo rimane intrappolato all'interno di un tunnel. Dovrà far ricorso a tutte le sue capacità per salvarsi la vita.

Un altro esempio di buon cinema e scrittura.
Una sfida per nulla semplice lanciata al regista al suo secondo lungometraggio.
Un protagonista che rimane per quasi due ore incastrato tra le lamiere all'interno di un tunnel non è una scelta convenzionale anzi molto temeraria contando gli inevitabili rischi o trappoloni dove si rischia di andarsi a impantanare.
Invece il regista ancora una volta vince una sfida ambiziosa che nel suo essere un disaster-movie con un taglio drammatico ma mai soporifero riesce a dare preziose sfumature al suo personaggio e sfrutta una metafora politica come il cinismo e l'indifferenza del proprio paese portando a casa un film che riesce a non essere mai lento caratterizzando molto bene il protagonista e il suo aiutante un piccolo e insopportabile cane.
35 giorni è rimasto intrappolato sotto il tunnel in cui a parte due bottigliette d'acqua e una torta alla panna non c'è nient'altro (evito spoiler) ma solo scosse sismiche e il cellulare caricato a forza con la batteria rimanente della macchina.
E poi c'è l'altra parte. Ovviamente per cercare di dare ritmo e forza al film c'è tutta la difficile battaglia del direttore delle forze della protezione civile che assieme alla moglie del protagonista sembra essere l'unico a credere fino alla fine di poter salvare Jung-Su.
Un film che piano piano si allarga come tecnica e come forma di racconto passando dalla metafora politica alla pericolosità dei media, pronti a tutto pur di proporre il loro scoop del secolo anche a costo di ostacolare le operazioni di salvataggio, per poi passare all'avidita delle multinazionali.
Alcune scene sono girate come un documentario d'inchiesta dove vengono intervistati alcuni lavorati edili, i quali sottolineano le degligenze delle ditte appaltatrici, inoltre ci viene comunicato come su 121 Tunnel, 78 non rispettano lo standard di sicurezza.

Diggers


Titolo: Diggers
Regia: Tikhon Kornev
Anno: 2016
Paese: Russia
Giudizio: 2/5

Ogni giorno migliaia di persone usano la metropolitana. Sono tantissimi quelli che prendono come tante altre volte l'ultimo treno della sera che inaspettatamente scompare tra la paura generale. Le autorità segretano tutte le informazioni sulla vicenda ma pochi giorni dopo amici e familiari degli scomparsi iniziano le loro indagini private. I tunnel sotterranei sono luogo di terrificanti leggende ma la realtà sa a volte essere semplicemente impensabile...

Questa frase accattivante creata al solo scopo di acciuffare più spettatori possibili e quasi ironica come d'altronde andrebbe presa la pellicola di Kornev.
Il sotto genere del bunker o meglio dei sotterranei non è territorio inesplorato nel cinema.
Alcune cose inguardabili sono già state fatte come CATACOMBS a differenza invece di prodotti interessanti come il tedesco URBAN EXPLORER, NON PRENDETE QUEL METRO' o ancora END OF THE LINE .
I russi quando ci provano con l'horror sono in grado di confezionare o delle porcherie cosmiche come questo oppure dei film confezionati molto belli e con una "Storia" spesso folkloristica come BRIDE.
Qui si prova a mischiare di tutto con evidenti limiti nel risultato e nella scrittura priva di un minimo tocco personale e di suspance nonchè di sangue.
Abbiamo dei Blogger (e abbiamo la post-contemporaneità con i teenager bimbi minchia e una fastidiosissima e flaccida cosplay con il bastone per i selfie che speravo morisse in maniera lunga e atroce ma così non è stato), una galleria di personaggi che si ritrovano nel treno cercando di essere al tempo stesso seri e misteriosi senza peraltro mai riuscirci, una troupe televisive che crea programmi nel sottosuolo in maniera decisamente imbarazzante, personaggi stupidi e caratterizzati così male che tutta la narrazione si perde appunto nei sotterranei e in dialoghi lunghissimi e senza senso e per finire una guida se così possiamo definirla esperta di tunnel oltre a coppiette che dicono di amarsi veramente.
E poi se mi devi far vedere un mostro dammi qualcosa che almeno a livello visivo significhi qualcosa. Questa creatura che tra l'altro si vede col contagocce è una specie di creatura rettiloide di indefinita origine.
Il migliore e decisamente il più significativo sul genere rimane ancora MIDNIGHT MEAT TRAIN di Kitamura che deve tutto al racconto totale del maestro Barker.



giovedì 13 settembre 2018

As you are


Titolo: As you are
Regia: Miles Joris-Peyrafitte
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Anni ’90, teenage angst, il grunge, una cittadina sperduta in mezzo agli Stati Uniti e il desiderio di due ragazzi di trovare una felicità apparentemente irraggiungibile.

Tre adolescenti. Anni '90. Un'amicizia. Un menage a trois. Prime scoperte nella sessualità. Le prime droghe. Rapporti familiari distrutti e fragili che cercano fino all'ultimo una convivenza.
Clark e Van Sant ma anche tutta una generazione X di registi indipendenti sembrano essere state le fonti d'ispirazione per il giovane filmaker.
Un film che ricostruisce un dramma attraverso un lugo flash forward che scopre già la natura dell'incidente scatenante per andarlo a ricomporre come un puzzle intimista e minimale.
Un film che seppur raccontando tanto e sfruttando alcuni cliche piuttosto abusati riesce comunque a risultare a tratti un thriller per alcuni aspetti (il momento in cui il poadre Marine esce di testa nella roulotte) anche se la base è quella del teen drama.
Jack e Mark e poi la new entry passano tra mille spinelli, risse in cui sono sempre loro a farne le spese, e infine la musica che qui ha un ruolo predominante per quanto non la sentiamo quasi mai ma e proprio lei a creare gli intenti su cui si sviluppano le azioni dei protagonisti.
La scena musicale poi è quella dei Mudhoney, dei Melvins e gli Screaming Trees dove però l'amore più grande del regista che aveva già appurato con il suo precedente corto e quello per i Nirvana (la scena in cui i ragazzi vengono a sapere che il loro leader si è suicidato). Tanto Kurt Cobain, soprattutto giovane e bisex, con proprio il personaggio di Mark che sembra essere un piccolo Kurt alle prime armi come poi lo diventerà proprio nel film di Van Sant, Michael Pitt.
Ha vinto, tra i tanti premi, quello della giuria al Sundance.

lunedì 10 settembre 2018

Caini


Titolo: Caini
Regia: Bogdan Mirica
Anno: 2016
Paese: Romania
Giudizio: 4/5

Il nonno di Roman è morto e il nipote ha ricevuto in eredità i suoi terreni in campagna. Vi si reca intenzionato a venderli e scopre che il nonno era a capo di una banda di criminali che hanno tutta l’intenzione e la determinazione necessarie per minacciarlo al fine di impedirgli la vendita.

Di solito quando si pensa al cinema d'autore rumeno i nomi soliti che si sentono sono quelli di almeno due grandi maestri e capaci di creare drammi molto forti come Sitaru e Mungiu.
In questo caso distaccandoci da un certo tipo di tematiche qui si entra nel cinema di genere dove Mirica dimostra di saper costruire molto bene un dramma spesso e sofferto con tanti elementi di corruzione squisitamente locali e la scelta di un cast convincente.
In più un grosso e funzionale lavoro e stato fatto nel costruire una fortissima tensione grazie alla quale la violenza dell’ambiente, queste location quasi desertiche da far sembrare la location una specie di western urbano dove ci sono anche i bifolchi, si fa sentire ancor prima di esplodere grazie ad un uso dello spazio che ne prefigura la pervasività.
Ci anticipa Mirica questa sua dote già nella sequenza iniziale in cui delle bolle d’aria in una palude conducono a una scoperta di un pezzo di corpo umano che vedrà una sorta di esplosione di fatti ed eventi dove tutti coloro che decidono di giocare non possono più uscire arrivando a pedere tutto. L'immagine iniziale di un giallo che viene a galla e quella finale nel dialogo tra il criminale e l'ispettore su quanto quest'ultimo abbia le mani legate, trovano un connubbio che porterà ad una chiusura abbastanza originale e che sembra far voler dire al regista che è ora di cambiare pagina per uno dei paesi più corrotti al mondo.

lunedì 3 settembre 2018

U Turn


Titolo: U Turn
Regia: Pawan Kumar
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Dopo avere conosciuto un giovane poliziotto ed essere diventata la sospettata principale di uno strano omicidio, una giornalista si ritrova a dover investigare sul caso.

I thriller indiani che passano in sordina da noi sono davvero tanti e molti di essi sono prodotti molto validi con storie che spesso ci aiutano a capire le problematiche della styratificata e complessa società indiana. U Turn come tanti altri sfrutta l'impianto del poliziesco e del thriller dramma per regalare un'indagine mai scontata ma con una bella escalation di eventi che aumentano l'atmosfera e la suspance del film.
Spesso come per UGLY o TALVAR si parte sempre da episodi di cronaca abbastanza semplici come in questo caso o eventi strazianti come negli altri due film.
I protagonisti o la protagonista sono sempre portatori di una morale e dei valori più liberi e tolleranti rispetto alla cultura molto chiusa e rigida del resto del paese. Se poi come in questo caso la protagonista è una donna, non ancora sposata, che conduce una ricerca che diventerà spesso indagine, allora tutto il plot narrativo e la chiusura culturale della società porterà la protagonista a dover lottare contro il sistema per riuscire a dimostrare la sua innocenza. In questo caso a differenza di UGLY le forze dell'ordine non sono tutte corrotte o disoneste (in realtà qualcuno sempre si salva) ma cercano di comprendere il dramma e aiutare la protagonista a fermare gli omicidi del killer della curva a U, aiutata da una galleria di personaggi che non esclude gli "esclusi" come il vecchietto che segna i numeri di targa in cambio di 100 rupie.
In questo caso la pellicola non esplode mai in scene di violenza efferate ma punta tutto sul disegno che c'è dietro la bizzarra scelta di dover sfruttare un assurdità come quella dello spostamento dei mattoni per passare sull'altra corsia che come motore scatenante sembra quasi ridicolo mentre invece nasconde una sua importanza incredibile a cui addirittura una giornalista vuole montare su un servizio.


sabato 1 settembre 2018

League of God


Titolo: League of Gods
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Durante il regno di King Zhou un funzionario si introduce nella sua camera da letto e viene divorato dalle mostruose code di Daji che e la sua concubina. Nel frattempo fuori città un gruppo di guerrieri dentro un carro metallico stanno decidendo le loro strategie per liberare il popolo invisibile assieme al loro capo. Si scopre così che il re Zhou anni indietro si fece conquistare dal drago nero per compiere la sua ricerca di potere.

League of Gods, è un'epopea fantasy, un’avventura d’azione che, a partire da un’opera letteraria del XVI secolo di Xu Zhonglin, il “Fengshen Bang”, mescola elementi della storia cinese, della mitologia locale e di fantasia pura per raccontare la storia di dei, mostri, demoni e personaggi dai poteri sovrumani che si schierano da un lato e dall’altro in una guerra che contrappone lealisti e non in seguito alla deposizione con l’inganno di un re da parte di uno spirito maligno che si era finto una sua concubina.
Una risposta agli ultimi capitoli della Marvel con un budget faraonico e troppi colori sgargianti e un tripudio di c.g con la piccola differenza che almeno qui si attinge dal folklore e dalla mitologia mentre dall'altro lato dell'oceano solo dai fumetti.
Il film in questione, come tanti mega blockbuster a cui questo non fa una piega, sono un pieno concentrato di gag, di ironia, dove tra balletti e musical si assiste a combattimenti molto pirotecnici, a volte esagerati fino al midollo come la battaglia in fondo al mare. Tutti sembrano riprendere comunque glu spunti dei combattimenti dallo Scimmiotto, il romanzo capolavoro di Ch'eng-en Wu
Un film coloratissimo con un ritmo invidiabile, troppa carne al fuoco, personaggi che riescono a rimanere poco impressi e creature leggendarie e mitologiche che fino ad un decennio fa ci sognavamo di vedere su un grande schermo come purtroppo non accade da noi a causa della distribuzione e rimane così solo la carta dei festival.
D'altra parte forse gli elementi su cui uno dovrebbe andare a sindacare potrebbero essere quelli di trovarsi di fronte ad un film vuoto e inoffensivo votato al meraviglioso e continuo florilegio di scene madre ed evocazione dell’eccesso spettacolare diventando tutto ricco ma esageratamente patinato.
League of Gods intrattiene, il suo vero compito e perchè no svela qualche piccola curiosità mitologica poi ripresa da altri registi in progetti ambiziosi almeno quanto questo come l'ultimo Tsui Hark e Stephen Chow

mercoledì 9 maggio 2018

Nova Seed


Titolo: Nova Seed
Regia: Nick DiLiberto
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Il mondo è minacciato dal diabolico dottor Mindskull e le forze di potere pianificano di fargli affrontare un feroce campione. Strappato da una sanguinosa arena di combattimento, l’uomo-leone Nac viene ammanettato e messo al servizio di chi governa. Dopo essere stato condotto in un deserto, Nac fugge ai suoi rapitori con il premio che tutti vorrebbero nelle loro mani. Nel frattempo, uno spietato cacciatore di taglie si mette sulle tracce di Nac, senza dargli tregua.

Nova Seed è un indie d'animazione alternativo e particolare.
Un film low-budget che ho avuto la possibilità di visionare grazie al sito Film per Evolvere (dateci un'occhiata è il vero paradiso dei nerd del cinema).
Il film ha qualcosa che non vedevo da tempo.
Una chimica nello sperimentare formule, personaggi grazie anche ad un montaggio fantastico e delle musiche indimenticabili. Tante le ispirazioni da Laloux a Jo Beom-jin, Luc Besson con il Quinto Elemento in particolare tantissimi altri film non si contano davvero in tutto il film.
In Nova Seed convivono e convergono un sacco di mondi e pianeti incastrandosi perfettamente e allineandosi mostrando così una galleria di personaggi e creature ammirevole.
L'animazione non è in c.g e non è delle più recenti ma ancora una volta risponde alla domanda che quando la storia è buona puoi mettere anche un'animazione posticcia e antiquata come avevano fatto all'inizio quei geni di South Park che tanto non andrai a rovinare nulla e la macchina continuerà a funzionare.


lunedì 7 maggio 2018

Invisible


Titolo: Invisible
Regia: Dimitri Athanitis
Anno: 2016
Paese: Grecia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Quando Aris, un operaio trentacinquenne viene licenziato senza preavviso, diventa ossessionato dall'idea di farsi giustizia da solo. E'pronto a raggiungere il suo scopo quando l'ex-moglie gli rifila il loro figlio di sei anni.

Altro istant-cult del festival.
Insieme a FREEZER i lavori più scioccanti sul mondo del lavoro. E manco a farlo apposta entrambi arrivano dalla Grecia come a ricordarci che le lancette si muovono e tutto continua a peggiorare da quelle parti.
Cinema indipendente che riflette senza meccanismi di chissà quale specie, ma sondando e raccontando un dramma realistico e attuale che dovrebbe sempre più farci riflettere su dove queste politiche europeiste stiano traghettando alcuni paesi.
Prima di tutto i personaggi sono fantastici, recitati da dio e con una psicologia mai banale ma in grado di andare a fondo nelle problematiche e nelle scelte radicali. Il protagonista poi ci ha messo così l'anima da renderlo quasi al pari di alcuni attori neorealisti per come regga e si carichi sulle spalle un dramma importante. Un elemento che ho apprezzato davvero tanto è stato quello di come il protagonista Aris reagisce al duro colpo del licenziamento. Semplicemente facendosene una ragione, essendo una persona umile, senza fare ricorso a chissà chi (e poi da chi andrebbe) finendo per portarsi dentro un male che lo annienta poco alla volta. La scena in cui riesce ad entrare nella fabbrica quando è chiusa e si mettte al lavoro sulle macchine come dicevo ricorda il miglior cinema di sempre italiano di impegno come nella politica di Petri.
Qualcuno lo ha definito il film greco dell'anno. Sono d'accordo.
Il finale poi è amarissimo.




domenica 22 aprile 2018

Wall of Death


Titolo: Wall of Death
Regia: Mladen Kovacevic
Anno: 2016
Paese: Serbia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Quando Brankica aveva appena dieci anni, era lei l'attrazione principale delle fiere di paese. I suoi fratelli maggiori, delle leggende dell'ex Jugoslavia, erano acrobati sul muro della morte e lei era la principessa. Ora che i suoi fratelli non ci sono più, non rimane che lei. A 43 anni e nonna di sei nipoti, ripete gli stessi numeri correndo con la sua motocicletta lungo una pista di legno larga 6 metri. E'in bilico tra i ricordi malinconici del passato e la claustrofobica esistenza nell'ormai unico muro della morte esistente.

Istant Cult. Poco più che un mediometraggio come durata (61'20'') il lavoro di Kovacevic è molto più interessante e racconta molto di più di quanto potrebbe dire.
Entriamo nel circo, nella vita e nella quotidianità di chi ci vive dentro giorno per giorno, incontrando una famiglia di leggende acrobatiche che si confronta con un numero mortale sfidando continuamente la morte.
Il giro della morte, l'importanza di seguire un antico rituale e le tradizioni che non si possono cambiare, una promessa che sembra segnare la vita della protagonista nei confronti dei suoi fratelli e della loro morte. In fondo Brankica sembra voler convolare a nozze con il destino della sua famiglia in quel suo prolungato silenzio, quei momenti di solitudine mentre fuma spensierata e l'attenzione maniacale verso l'unica cosa che si ostina a fare.
La macchina come un documentario segue la vita di questo strano nucleo dove giovani e anziani lottano ogni giorno, sbaraccando e portando il circo e le loro attrattive di paese in paese sfidando le regole della sopravvivenza e non sembrando mai stanchi e stufi nonostante il limbo in cui sembrano essere confinati.
C'è così tanto amore in questa opera, come se il regista si fosse davvero affezzionato a queste persone e il risultato si vede eccome soprattutto dai segnali e dalle note molto personali che il regista coglie nei suoi protagonisti.
Infine uno spaccato su quello che ha prodotto la guerra tra Serbia e Croazia, un clima pesante e ancora con tanta sofferenza lasciata senza parole e senza un'adeguata soluzione per le vittime e coloro che andrebbero aiutate.
Allora i loro silenzi vanno riempiti magari sfidando proprio quel sottile confine tra la vita e la morte.


Clothes


Titolo: Clothes
Regia: Vesselin Boydev
Anno: 2016
Paese: Bulgaria
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Dopo anni di silenzio, due fratelli si riuniscono in seguito alla morte del padre.

Provate a pensare come può essere doloroso il ritorno alle origini. Non dover solamente seppellire un padre con cui non si parla da tempo e tornare in una città che può essere sinonimo di sofferenza o di strani "fantasmi" del passato che tornano alla luce ma se pensiamo che in tutto questo bisogna anche affrontare un rapporto complesso con un fratello allora possono essere diversi i motivi di scontro, di difficoltà in cui in fondo emergono tutte le fragilità.
Minimale, senza fronzoli o inutili scelte stilistiche, lo stile di Boydev sembra quasi amatoriale per la ricerca e il bisogno di concentrare solo lo stretto necessario ai fini della narrazione con alcuni dialoghi che arrivano dritto al punto senza dover stare a perdersi in inutili giri di parole.


2 biglietti per la lotteria


Titolo: 2 biglietti per la lotteria
Regia: Paul Negoescu
Anno: 2016
Paese: Romania
Giudizio: 3/5

Un gruppo di amici decide di comprare un biglietto della lotteria che risulta essere vincente. Ma quando arriva il momento di incassare i soldi non trovano più il biglietto

Il bello dell'ultimo film di Negoescu è che fin dall'inizio il film non si prende troppo sul serio, giocando su un elemento e un'idea già vista ma funzionale vista la semplicità con cui viene sviluppata la vicenda. Una semplicità che ha il merito di giocare su temi attuali, su un'ironia pungente e su una buona sintonia del coro di attori.
Un road movie dove senza troppa carne al fuoco veniamo al corrente purtroppo di tutta una serie di conseguenze impreviste ed effetti perversi lasciati dal regime di Ceausescu che seppur drammatiche il regista ne coglie degli aspetti che riescono nonostante tutto a non essere solamente tristi ma proprio aiutati dai protagonisti vengono colte le falle di quel sistema che non è detto che si riesca a cambiare.
2 biglietti per la lotteria è liberamente ispirato al racconto "Due primi premi" reggendosi principalmente su un impianto da sitcom riproponendo una serie di situazioni surreali capaci di restituire uno spaccato della Romania dei nostri giorni grazie appunto ad un budget quasi inesistente per un film ultra indipendente solare e frizzante.
Qualcuno lo ha definito "lo strano spirito ottimistico dei disperati". Casca a genio questa definizione contando la roccambolesca serie di eventi tragicomici.

martedì 20 marzo 2018

Sami Blood


Titolo: Sami Blood
Regia: Amanda Kernell
Anno: 2016
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Elle Marja ha 14 anni ma sa già di non voler seguire le tracce della famiglia. Figlia di allevatori di renne della comunità Sami nell'estremo nord svedese, la ragazzina è vittima della discriminazione etnica degli anni '30. Sottoposta alla certificazione della razza per frequentare la scuola riservata solo ai Sami, Elle Marja sogna una vita migliore in cui non sentirsi più diversa. Così, inizia a farsi chiamare Christina, a parlare svedese, trasferirsi in città, allontanandosi sempre più dalla sua famiglia e dalla cultura della sua gente.

Sami Blood è un istant cult. Uno di quei film indipendenti e di rara bellezza che ti rapisce fin da subito per traghettarti verso dei luoghi sconosciuti e ameni di quelli che forse non vedrai mai nella vita ma che almeno vuoi scoprire grazie al cinema.
Un film antropologicamente molto importante che da la possibilità di parlare di un fenomeno che almeno in Svezia ha fatto discutere molto. Sami Blood ci da la possibilità di conoscere una popolazione quella dei Sami (indigeni lapponi) e di scoprire come la discriminazione etnica è un tema presente in tutto il mondo pure nella parte europea più estrema.
Un flash back lunghissimo per un viaggio della memoria che racconta molto più di quello che sembra senza doversi arrovellare dietro troppi dialoghi ma lasciando spesso in risalto le espressioni dure e sofferte di alcune attrici scelte alla perfezione che riescono a dare il giusto risalto soltanto mostrando le loro cicatrici di vita.
Sami Blood è un'altra se vogliamo metafora del western, uno scontro, quello che il cinema non smette mai di fare, tra wilderness e civilisation.
Bisogna ricordare che nel 1909 fu fondata a Stoccolma la Società Svedese per l’Igiene razziale che, basandosi su analisi di tipo antropologico positivistico, identificava nella minoranza etnica Sami (a noi più comunemente nota come lappone) una razza inferiore. I Sami furono relegati da una parte in confini ben precisi, furono sottoposti dall’altra a processi di ‘svedesizzazione’ forzata, orientati all’annientamento della loro cultura tradizionale. Chi tra i Sami volesse integrarsi acquistando o affittando terreni agricoli o proseguendo l’elementare istruzione offerta loro (tagliata espressamente per le loro presunte limitate capacità), era costretto a cambiare identità, assumendo un nome svedese. Contemporaneamente coloni svedesi furono incentivati in vari modi a spostarsi in territorio sami, sempre nell’ottica di una violenta compressione di questa minoranza. Una legge per la selezione della razza (1935) portò addirittura alla sterilizzazione forzata di migliaia di Sami. Orrori di cui sappiamo poco o niente.



lunedì 19 marzo 2018

Bruce Lee-La grande sfida


Titolo: Bruce Lee-La grande sfida
Regia: George Nolfi
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tra le vie di Chinatown, a San Francisco, il giovane Bruce Lee, futura star delle arti marziali, sfida il leggendario maestro Wong Jack per una lotta senza esclusione di colpi.

L'ultimo film di Bruce Lee dopo DRAGON e la parentesi nel film YIP MAN è qualcosa di veramente anomalo. Prima di tutto non si capisce chi è il protagonista e non è di certo Lee ma nemmeno Wong Jack, ecco forse il ragazzino biondo che si innamora della povera cameriera cinese.
E'un film indigesto e tamarro, girato dagli americani senza un briciolo di senso, senza contare i combattimenti che anch'essi rispetto ai film orientali fanno davvero pena e non parlo solo del main event tra i due campioni ma della resa dei conti finale.
Un film che mostra elementi blandi e kitsch della cultura cinese ridicolizzandola senza aver peso e misura e soprattutto contando che stiamo parlando di una leggenda e come tale andrebbe opportunamente messa in scena quando invece l'unico con il sale in zucca sembra lo sguattero biondo occidentale.
Forse l'unico elemento che si salva è l'aria da tamarro di Bruce. Era effettivamente uno spaccone provocatore e in questo il film è la prima volta che mostra quest'aria insolente senza starci a girare molto dietro ma anche qui l'attore esagera andando fuori dal personaggio in troppi momenti.
Per il resto è puro mainsteram commerciale e senza guizzi, dai dialoghi ad una narrazione che diventa prevedibile dopo soli dieci minuti e con la vendetta finale per salvare la povera cinesina che rischia di finire a lavorare nelle "case".

mercoledì 7 marzo 2018

Lady Macbeth


Titolo: Lady Macbeth
Regia: William Oldroyd
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d'amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

Lady Macbeth è un esordio squisitamente malvagio di uno stimato regista teatrale.
Lady Macbeth poi è uno dei personaggi femminili più completi e meglio delineati della drammaturgia shakespeariana.
Un dramma in costume potente in cui il bisogno principale non era certo quello di fare un film accomodante ma anzi rendere la natura umana il più controversa possibile alterando scenari che di fatto propongono al di là della sobria campagna inglese, quasi sempre la stessa location ovvero un maniero ottocentesco affascinante in cui la servitù viene addirittura appesa nuda ad un cappio come i maiali da parte degli stessi contadini poveri che non sanno come passare le giornate.
Crudo, minimalista, geometrico e astuto nonchè di un fascino e di una rara capacità di spostare e usare pochissimo la camera da presa grazie ad inquadrature perfette e quasi tutte ferme come a ribadirne tempi, dilatazioni e misure.
Un debutto impressionnate per un film crudele che mostra ancora una volta le differenze tra le classi sociali, la nascita dell'arroganza della dark lady ingenua che diventa perversa e di come la borghesia
non diventa solo il pretesto per il conflitto ma la rappresentazione di una battaglia tra i sessi che pone la mente algida e calcolatrice della protagonista la vera arma terribile capace di usare come pedine chiunque le capiti a tiro a partire dal sesso che quando viene finalmente sdoganato (contadino=vittima sacrificale che in quanto persona umile deve essere sacrificata e diventare il vero capro espiatorio) non diventa più un taboo ma una calamita, una droga inarrestabile che ha il solo compito per Katherine di riempire un vuoto profondo.


Girl without hands


Titolo: Girl without hands
Regia: Sebastian Laundebach
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

In un villaggio alla stregua dopo un periodo durissimo, un mugnaio prende la drastica decisione di vendere la propria figlia al diavolo. Protetta dalla sua purezza, la ragazza riesce a scappare ma viene privata delle mani. Stanca e ormai senza speranza, la giovane è però determinata a tornare a piedi dalla sua famiglia. Lungo il cammino incontrerà la dea delle acque, un giardiniere dolce e un meraviglioso principe nel suo castello. Un lungo viaggio verso la luce...

Ci vuole coraggio a trattare la fiaba soprattutto quella originale e adulta dei fratelli Grimm.
La loro è una vera antologia in cui i due fratelli hanno contribuito a gettare la struttura, forma, originalità, e tanto altro ancora su tutto ciò che raccontava tra verità e fantasia la vita che popolava la campagna tedesca.
La fiaba narrata come quasi tutte del resto è piuttosto drammatica con alcuni spunti che rientrano in un'atmosfera cupa e con evidenti richiami all'horror.
Laundebach sceglie una tecnica poco utilizzata nel cinema d'animazione e anti commerciale, preferendo la vecchia scuola a dispetto di tecniche in c.g o di qualsiasi altra forma, con un tratto essenziale del disegno con tavole disegnate ad acquarello e tratteggiate in maniera essenziale avvicinandosi molto per tecnica e anima, con la bellezza del minimale che predomina, ai pittori impressionisti.
L'intento è quello di narrare anche grazie ai colori e ad una narrazione sofisticata e semplice al tempo stesso in grado di aderire perfettamente ad una messa in scena onirica e con una colonna sonora straordinaria e toccante curata da Olivier Mellano.
Una storia di sopravvivenza in cui una donna fa di tutto per ottenere ciò che vuole e difendere i suoi cari in un viaggio dell'eroe che non mancherà di mostrare alcuni protagonisti essenziali delle favole dei Grimm dal Diavolo (straordinario nelle sue diverse forme soprattutto in quella fanciullesca e nel maiale dagli occhi rossi) la Dama del Lago e tanto altro ancora.
Pura magia che consacra tecniche in disuso della settima arte.


martedì 27 febbraio 2018

Rocco


Titolo: Rocco
Regia: Thierry Demaizière, Alban Teurlai
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

La pornostar più famosa al mondo, Rocco Siffredi, si presta totalmente all’obiettivo per una confessione fiume: da Ortona, il paese natale abruzzese, fino a Budapest, sede della sua società di produzione, i casting a Los Angeles e le riprese dell’ultimo film a San Francisco, sempre accompagnato dal cugino Gabriele, caotico ma onnipresente foto-operatore, assistente alla regia, autista.

La prima inquadratura mostra il cazzo dell'attore sotto una doccia con un rallenty impressionante e sfruttando una fotografia in b/n.
Tutti siamo invidiosi di Rocco Siffredi e questo documentario in cui si racconta farà in modo che lo invideremo ancora di più.
Rocco ha un puto fisso nella vita. Il sesso.
Così ha deciso di non mascherarlo e di basare tutta la sua vita su quello, facendo film porno e andandone orgoglioso senza nasconderlo pur con qualche pensiero riguardo alla moglie e alla crecita e il rapporto con il figlio.
Per il resto si è divertito portando a letto più di tremila donne e arrivando alla sua età con un fisico e una salute di tutto rispetto.
Il documentario funziona a tratti, alla regia abbiano una coppia di francesi che scelgono il taglio giusto per quanto concerne la messa in scena e le interviste, sondando però solo in piccole analisi o commenti lo squallore di tutto il mercato e l'industria che c'è dietro.
Spesso si pensa che le ragazze soprattutto straniere accettino per problemi di denaro e povertà. Sicuramente in alcuni casi è così ma parte delle interviste mostrano che tante di loro vogliano far sesso e amino le situazioni più bizzarre scegliendo ognuna una propria particolarità o perversione che più le aggrada.
Rocco si racconta, la famiglia, la madre, la morte del fratello, il cugino che si è sempre portato dietro e che vive come un'ombra, arrivando però così anche al limite più forte della docu-fiction.
Rocco si racconta mentre a tacere sono purtroppo i tanti che popolano la sua vita dalla moglie ai figli con cui si vedono solo attimi di pause ludiche senza peraltro dialoghi.
Il disagio alla fine per quanto la star cerchi di non farlo trapelare è come una maschera indossata da ogni attore sociale o che lavora in rete in questa consumazione di corpi che sembra un grido agonizzante di chi cerca di salvarsi da un futuro che non sembra concedere a chi non è così famoso spazi o possibilità di redenzione.

mercoledì 20 dicembre 2017

Jackals

Titolo: Jackals
Regia: Kevin Gruetert
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Negli anni Ottanta, il giovane Justin Powell viene rapito da due uomini e condotto in una baita isolata. Il suo non è un sequestro standard: ad attenderlo c'è infatti la sua sempre più estranea famiglia, composta dal padre Andrew, dalla madre Kathy, dal fratello Campbell e dall'ex fidanzata Samantha, che ha appena dato alla luce il frutto del loro amore. La famiglia ha intenzione di praticargli un lavaggio del cervello per allontanarlo dalle spire del culto che ha abbracciato.

Il terreno dello slasher non smette di tirare fuori film indie che giocano e toccano la tematica delle sette e delle religioni o meglio gli effetti perversi generati da entrambe le cose.
Come sempre per questi film non ci si addentra nel fenomeno della setta o della religione per usarlo invece solo come strumento da cui attingere il plot della storia: setta sanguinaria da cui scappare per non essere uccisi o uccidere per vendicare un torto subito il tutto in un home invasion così per risparmiare e inserire dentro una sola e unica location.
Con un inizio bene o male simpatico (la famiglia che sequestra il proprio figlio) il film ha poi due atti in casa abbastanza lenti e macchinosi se pensiamo a tutti i noiosi e inutili dialoghi con Justin nella mansarda e il vero non-sense della pellicola ovvero il buon Dorff che ormai passata la bella stagione del cinema è finito anche lui nel giro delle produzioni indipendenti a caratterizzare questo esperto "deprogrammatore" di culti religiosi (pensavo di aver visto tutto ma il "deprogrammatore" ancora mi mancava, una sorta di esorcista con un nome diverso).
In questi due atti a parte il personaggio interpretato da Dorff che lui stesso secondo me non ha capito bene cosa fosse, il resto degli attori è poca cosa e non ha quel talento da riuscire a trasmettere interesse, ritmo e dare risalto alla psicologia e agli intenti del personaggio. Schaec è un attore di serie b che ha sempre fatto film terribili a parte l'indie cult di Araki.
Quando "Loro" arrivano (sempre e per sempre mascherati) il film mostra tanta violenza alcuna inaspettata soprattutto se pensiamo alla carneficina e alla mattanza di questo nucleo familiare ma non basta a far perdonare al regista alcune indubbie motivazioni cretine che portano i protagonisti ad essere uccisi nella maniera peggiore che ci fosse senza trovare un modo di scappare.