Visualizzazione post con etichetta 2015. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2015. Mostra tutti i post

sabato 18 novembre 2017

Dust-La vita che vorrei

Titolo: Dust-La vita che vorrei
Regia: Gabriele Falsetta
Anno: 2015
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Fetival
Giudizio: 4/5

Epopea favolosa di otto disabili fisici e psichici che vvono all'interno di un istituto, il cottolengo di Torino, da oltre cinquant'anni.

Dare la possibilità di raccontarsi in questa società soprattutto quando si vive rinchiusi tra le mura di un ospedale dovrebbe essere sacrosanta. In questo caso il viaggio sperimentale di Gabriele Falsetta, spinto oltre il teatro e il cinema con l'inebriante messa in scena delle esistenze mai vissute di 8 pazienti del Cottolengo, cerca proprio di dare un'identità a queste micro storie raccontate nell'arco di '21. Sette uomini e una donna che da oltre cinquant’anni vivono i loro disagi di natura psichica e fisica con vite interrotte, nascoste o dimenticate all'interno di una struttura chiusa al mondo, in cui sono stati mandati lì inizialmente per un breve periodo per poi scoprire dai famigliari che da lì non potranno più uscire. Alcuni ne parlano con dei toni sofferti come di chi è stato preso in giro dai propri familiari e senza di fatto avere la possibilità di scegliere.
'21 minuti di giochi, danze, sorrisi, voci incomprensibili e vite desiderabili, messe in scena in location reali, dalla sala prove nello scantinato alle sedie usate da Cavour prima e dal sindaco di Torino oggi e muovendosi poi per alcune aree di Torino come la Porta Palatina e così via.

Interpretazioni spontanee e travolgenti, per un cortometraggio sperimentale e vibrante, realizzato con la complicità di Giulio Baraldi della giovane casa di produzione Kess Film, arrivato in competizione nella sezione Spazio del 33esimo Torino Film Festival e disponibile in Video on demand.  

mercoledì 15 novembre 2017

Alena

Titolo: Alena
Regia: Daniel Di Grado
Anno: 2015
Paese: Svezia
Giudizio: 3/5

La vita di Alena è tutt'altro che facile. Dal minuto in cui arriva nella sua nuova scuola, Filippa e alcune delle altre ragazze si divertono a prenderla di mira incessantemente. Josefin, la sua migliore amica, non sopporta di vederla soffrire e si prepara a prendere misure drastiche, nonostante sia morta da oltre un anno.

L'esordio di Di Grado è un adattamento di un celebre graphic novel di Kim W. Andersson oltre che essere un piccolo horror indie che tratta molti argomenti. Dal bullismo in questo caso femminile "ben peggiore di quello maschile", alla competizione, alla bisessualità, alla paura di rivelarsi per ciò che si è veramente. Con un bel piano sequenza il regista ci mostra questo nuovo collegio dove Alena sembra già dall'inizio nascondere un segreto spaventoso.
Pur non avendo molti elementi originali, il film regge per un buon impianto di suspance e un'atmosfera che grazie ad una buona fotografia riesce a trovare alcuni jump scared interessanti.
Un film dove la recitazione non è mai sopra le righe e riesce a scorgere alcune caratterizzazioni interessanti che sanno dare spessore al personaggio. Il flashforward iniziale non è male ma diventa prevedibile alla fine del primo atto e il climax finale anche se arriva come un pugno allo stomaco è abbastanza telefonato.
Bella e originale nei titoli di coda, l'idea di continuare a lasciar recitare l'amica della protagonista. Ancora una nota sul fenomeno del bullismo trattato nel film, bisogna ammettere che la scrittura è riuscita a non rendere banale questo fenomeno ma incastrarlo in una fitta rete di personaggi facendo scontrare la giovane mentalità adolescenziale borghese con la regola imposta dalla preside e altri personaggi che costruiscono la galleria funzionale dove far combaciare le storie.
Infine il personaggio di Josefin sembra esssersi ispirato ai J-horror nipponici ma ricorda anche l'horror inglese, sotto certi aspetti, NINA FOREVER.



Fuck you prof 2

Titolo: Fuck you prof 2
Regia: Bora Dagtekin
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 2/5

Zeki Müller, rude ed eccentrico insegnate presso il liceo Goethe, si offre di portare i suoi studenti in viaggio d'istruzione in Thailandia quando scopre che la compagna e collega Lisi Schnabelstedt vi ha spedito in beneficenza un orsacchiotto di peluche al cui interno egli ha occultato una partita di diamanti, eredità del suo passato criminale. Partecipano alla spedizione anche i pupilli dell'istituto rivale Schiller capitanati dallo sprezzante professor Hauke, vecchia fiamma di Lisi.

Diciamo che l'ironia, le battute ad effetto, il gioco forza tra gli attori, un trama che seppur parlando di scuola e istituzioni riusciva ad essere divertente erano il corollario di fattori che hanno fatto sì che il primo capitolo diventasse un successone al botteghino.
Un film comico ed esilarante sul tema della commedia adolescenziale con qualche lezione di vita.
Tutto questo era il primo capitolo di FUCK YOU PROF!
Era purtroppo intuibile già dai limiti del primo film, aspettarsi un secondo capitolo più scialbo e meno d'impatto.
Se nel primo capitolo tutte le carte dovevano scoprirsi, qui sappiamo già tutto e il film sin dall'inizio non ha quel ritmo e quella carica che consente un'altra visione di più di due ore.
Purtroppo anche quella piccolissima premessa sul sociale che il primo capitolo aveva, qui diventa quasi una trashata (ma senza stile) per provare una comparazione.

Il primo capitolo con 60 milioni di euro al box-office aveva sbancato il botteghino tedesco puntando senza mezzi termini al formato politicamente scorretto e al linguaggio esplicito di tanta commedia americana che va dai fratelli Farrelli a Paul Feig e all'ambientazione scolastica con strizzatine d'occhio a diversi film. Purtroppo non si può dire lo stesso del secondo e una trasferta estiva non basta a far decollare una scrittura che sembra fatta appunto da dementi.

domenica 15 ottobre 2017

Pan

Titolo: Pan
Regia: Joe Wright
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nella II Guerra Mondiale, il piccolo Peter è un orfano a Londra, impegnato a scontrarsi con la mefistofelica suora direttrice, che in segreto vende bambini al pirata Barbanera. Prevelevato da una nave volante di quest'ultimo e portato sull'Isola che Non C'è, capirà di essere l'elemento fondante di una profezia che riguarda la sua stessa identità: imparerà a volare e affronterà Barbanera, in compagnia dell'avventuriero Uncino e della dinamica Giglio Tigrato .

Alla fine per essere un prequel è abbastanza onesto l'ultimo film del poliedrico Wright Joe (visto che i Wright cominciano ad essere diversi ormai). Un film d'avventura recitato bene, con stile, movimenti di camera azzeccati, un cast che svolge bene il suo ruolo (in questo il regista ha una particolare verve nel lavoro con gli attori) e forse un po troppa c.g che in più momenti stona o diventa facilmente trash (la battaglia in cielo tra aerei e galeoni volanti non si può vedere).
Ora Wright si trova ad avere un budget colossale e deve riproporre questo fenomeno dei fantasy moderni rivisitati che annientano ancora di più lo spirito della storia. MALEFICENT, BIANCANEVE E IL CACCIATORE, non facente parte delle fiabe ma simile nello svolgimento e anche IL SETTIMO FIGLIO e rischiava di arrivarci anche ALICE IN WONDERLAND di Burton che all'ultimo ha scansato questo terribile destino pur girando di fatto due semi schifezze.
Qui ci troviamo nell'universo Disney dentro un altro universo che appartiene ai classici.
Troviamo la Londra cupa e fumosa di Dickens, il mare dei caraibi di JACK SPARROW, HUNGER GAMES e una storia d'amore che poteva essere interessante ma è devastata da dei dialoghi banali e telefonati e infine le bellissime sirene. Se contiamo la flemma di Jackman che sembra uscito da ONE PIECE e Delevigne, il resto fa in fretta a scomparire lasciando dietro il sipario proprio Peter e non Pan e la sua straorduinaria storia che nulla c'entra con questo film ucciso inesorabilmente dai suoi sceneggiatori.

Il mito di Berrie è lì nascosto dietro le pagine dolorose di un autore eccezionale che ha una biografia ancora più spaventosa del destino di Peter Pan e che non è stato sufficientemente caratterizzato nel film NEVERLAND.

sabato 23 settembre 2017

Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


domenica 10 settembre 2017

February

Titolo: February
Regia: Oz Perkins
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti..

Ci metti un po all'inizio a capire chi sono le protagoniste e quali sono i diversi nomi dal momento che sembrano essere inizialmente tre poi quattro nella storia o nelle varie storie tutte comunque collegate. Un film praticamente tutto votato al silenzio, una camera e una regia pulita e molto autoriale che cita e ricorda tanto nostro cinema del passato e un'amore sconfinato per i classici.
Perkins ci mette un po a partire lasciando dilatati i tempi, ma non troppo, per scoprire chi lo popola, mostrarci questo college isolato, spettrale e labirintico, e alcuni personaggi a partire da Bill questa sorta di prete che si prende cura del destino della protagonista visto che le ricorda la figlia standole sempre col fiato sul collo ed entrando nella sua stanza quasi di soppiatto, il direttore Gordon personaggio molto enigmatico e criptico e infine un altro tipo in una rimesssa inginocchiato davanti ad un forno enorme che si mette a pregare Satana.
Pur non scoprendo le carte e lavorando molto sulla suspance, Perkins lavora tutto di sguardi, di primi piani, segue queste ragazze anche abbastanza simili nell'aspetto, almeno le due bionde, per questi corridoi vuoti e bui con una fotografia di ghiaccio che aumenta ancora di più questa sorta di limbo temporale in cui sembrano trovarsi tutti.

I personaggi rappresentano una copertura di quello che invece è una sorta di disegno malvagio e satanico di chi abita vicino a questa struttura e forse controllano una delle tre protagoniste rivelando in realtà chi si nasconde dietro questi personaggi (donne che hanno parrucche senza sopracciglia e tutto il resto). Con un sotto filone satanico con rimandi alla possessione, il film di Perkins, figlio del celebre attore, è sicuramente tra gli horror più importanti della stagione. 

venerdì 8 settembre 2017

Lure

Titolo: Lure
Regia: Agnieszka Smoczynska
Anno: 2015
Paese: Polonia
Giudizio: 4/5

Polonia anni ’80. Spinte dalla curiosità di scoprire le meraviglie della vita sulla terra, Srebrna e Zwota, due sirene carnivore, si mischiano agli esseri umani trovando lavoro in un nightclub. Assunte nel locale per la loro bellezza e per le loro incantevoli doti canore, le due creature si ciberanno degli esseri umani, vittime del loro fascino. L’amore però si insinuerà nel cuore di una delle sirene creando problemi fra le due.

Finalmente anche le sirene tornano in voga nel migliore dei modi. La tradizione e il folklore che avevano dato vita al celebre racconto di Andersen qui sembrano di nuovo approciarsi all'idea di partenza, attingendo da questo nuovo aspetto del folklore scandinavo, per raccontare tutt'altro, riuscendo a dare atmosfera a questa fiaba dark davvero bizzarra che unisce teatralità e umorismo in un modo talvolta sarcastico e a volte enigmatico e quasi da b-movie.
Cinema d'autore a tutto tondo come poche sanno fare in questi ultimi anni sono diverse le registe ad aver contribuito a rendere multiforme il cinema di genere come EVOLUTION della Hadzihalilovic e RAW di Ducournau.
Due film straordinari che ora con questo LURE, scritto da Robert Bolesto, e che sembra strano che arrivi dalla Polonia, invece danno l'idea di quanto sia importante scoprire questi paesi e le interessanti opere indipendenti di alcuni registi e sempre per rimanere in Polonia bisogna ricordare l'ottimo DEMON del mancato Wrona.
The Lure è sporco, mostra due bellezze inusuali, un corpo e una coda che non hanno niente della Sirenetta e sguardi famelici per due sorelle che cercano di capire come funzionano gli esseri umani e diventando freak di turno e concubine ideali per la loro grande madre nel nightclub.
Un film girato in modo assurdo, con continui cambi di regia, una fotografia coloratissima e un sacco di intuizioni originali contando che il film spesso ricorre ad una sorta di musical atipico e grottesco con tante stranezze cinematografiche e come è stato definito da qualche critico trattasi di cinema predatorio contando che ha un timbro molto poco commerciale ed è adatto ad un pubblico di nicchia. Splendida inoltre l'enigmatica colonna sonora e i brani che sanno dare risalto e spessore.
Un film bellissimo che dimostra cosa si vuol fare a tutti i costi senza pensare all'aspetto commerciale ma disegnando una storia nuova con queste due sorelle della mitogia e del folklore che mancavano nel cinema in modo intenso come questo che sicuramente diventa il più importante film di genere sul tema delle sirene finora contando anche l'interessante opera ma minore sempre sullo stesso tema ovvero il SIREN di Bishop americano del 2016.
Un film magnifico Lure dove però dal secondo atto la trama si perde leggermente lasciando spazio a guizzi di regia e ad una galleria di scene molto belle ma in alcuni momenti slegato narrativamente, riuscendo comunque a regalare un sacco di elementi nuovi e preziosi su queste creature a differenza del film di Bishop caratterizzandole molto di più e uscendosene con alcune particolarità che riportano e descrivono alcune caratteristiche di questi esseri mitologici e magici e della loro adattabilità alle regole e ai codici della nostra società.



domenica 3 settembre 2017

Late Phases

Titolo: Late Phases
Regia: Adrian Garcia Bogliano
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ambrose McKinley, un cieco veterano di guerra, si trasferisce in una piccola comunità in cui i residenti muoiono in numero sempre più crescente, vittime, a quanto sembra, degli attacchi di alcuni cani. Dopo essere a sua volta scampato ad un attacco, durante la sua prima notte nella nuova casa, Ambrose scopre che i colpevoli non sono cani, ma creature molto più terrificanti.

Datemi Nick Damici è io ve ne sarò sempre riconoscente anche in questa versione cieca che sembra citare tra le righe BUBBA HO-TEP.
Il braccio destro del fedele Jim Mickle che speriamo di vedere al più presto (visto che è solo uno dei nuovi registi emergenti horror davvero in gamba) non capita di vederlo spesso soprattutto nei lungometraggi quando non è impegnato come sceneggiatore ad esempio nella serie HAP & LEONARD. In Late Phases fa la parte di un cieco che si trova dopo un incidente a dover passare il resto dei suoi giorni in un paesino con altre persone della terza età come lui e dove manco a farlo apposta arrivano una lunga serie di efferati omicidi compiuti da un licantropo.
Damici significa anche vecchia scuola il più delle volte come Bogliano ci tiene a mettere in scena. Dalle atmosfere anni '80, al make-up dei licantropi a metà tra LOBOS DE ARGA e i GREMLINS e alle mille citazioni tra le righe che richiamano Dante e Landis.
Un cast che include anche Tom Noonan e Larry Fessenden, una trasformazione in lupo girato in un unico piano sequenza girato con una certa maestria.
Tutto ma proprio tutto sembra ricordare i vecchi film di genere senza contare il climax finale scontato ma che sembra o meglio mi ha ricordato LUNA DI MIELE STREGATA con Gene Wilder.
Alla fine dopo alcuni minuti in cui il film si dilunga senza un perchè arriviamo allo scontro vero, quello che però anzichè far paura butta tutto sulla parodia volontaria o involontaria che sia.
Da qui potrebbe essere divertente per qualcuno e noioso e senza un perchè che ne giustifichi gli intenti per qualcun altro come me che alla fine si trova di fronte all'enesimo film nostalgico senza pretese e la voglia di poter narrare qualcosa di nuovo o che almeno abbia degli elementi originali.


City of Tiny Lights

Titolo: City of Tiny Lights
Regia: Pete Travis
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La pellicola è ambientata nella multiculturale e contemporanea Londra, dove niente è quello che sembra. Tommy Akhtar è un fan del cricket, un figlio devoto e un investigatore privato fannullone. Il suo ufficio si trova sopra una ditta taxi di taxi, gli piacciono l'alcol e le sigarette, ed è fortemente cinico. Tommy, una mattina, trova una prostituta di alta classe, Melody, in cerca di aiuto. Vuole che trovi la sua amica Natasha, che è stata vista l'ultima volta mentre incontrava un nuovo cliente al bar Mayfair. Non ha molta fortuna nella ricerca di Natascia, ma trova il cadavere di un uomo d'affari pakistano Usman Rana, e prima di rendersene conto, viene coinvolto nel pericoloso e sinistro mondo del fanatismo religioso e degli intrighi politici.

L'ultimo film di Travis dopo alcuni esordi non proprio gratificanti e un paio di film azzeccati, trova qui di nuovo nell'indi e nella produzione low-budget, i canoni e i criteri per sviluppare il suo ultimo poliziesco quasi tutto in esterni per i quartieri di Londra.
Un'opera artigianale, un noir con un'atmosfera cupa e contemporanea dove il nostro improvvisato investigatore deve in due ore di film risolvere un caso di quelli scomodi e con intenti politici alle spalle e una corruzione che come sempre abbraccia parte delle proprie amicizie.
Il risultato è una regia tecnicamente mediocre che cerca di inquadrare al meglio le mille sfumature in cui il film s'addentra quando più si avvicina al climax. Una fotografia che cerca di fare il possibile senza colpi di genio ma con quei rallenty forzati e cambi di luce repentini anche se lavora con due colori freddi molto accesi per quasi tutto l'arco della narrazione. Un finale abbastanza scontato e un manipolo di attori che cercano di fare il possibile con Riz Ahmed in un ruolo da protagonista, non facile, ma che cerca di convincere il più possibile.
Interessi, capitali, amicizie, tutto piano piano emerge nel film, con i flussi di ricordi e i tasselli che si incastrano con una facilità disarmante accompagnati da una colonna sonora a tratti interessante.
Basato sul romanzo omonimo del co-sceneggiatore Patrick Neate, il film è un ritratto unico di una Londra contemporanea narrata come una brulicante metropoli multiculturale dove nulla è come sembra. Nel finale pur avendo alti e bassi soprattutto legati al ritmo e alcuni dialoghi della sceneggiatura, avrebbe forse giovato qualche colpo di scena in più e un secondo atto più sintentico.


giovedì 3 agosto 2017

Zinzana

Titolo: Zinzana
Regia: Majid Al Ansari
Anno: 2015
Paese: Emirati Arabi
Giudizio: 4/5

Intrappolato in una cella senza luce, in una remota stazione della polizia, un uomo è tormentato dai ricordi della moglie e del figlio. Per poter uscire dalla prigione si trova costretto a fingersi pazzo.

Trovarsi estasiati di fronte all'ennesimo film sconosciuto proveniente dagli Emirati Arabi mi lascia come sempre sgomento per cosa mi sono perso, ma dall'altro la gioia di riuscire con il dovuto ritardo a guardare un film così maledettamente ispirato e di genere.
Zinzana conosciuto anche come Rattle the Cage, è il film che non ti aspetti. Un thriller teso e tutto d'atmosfera, girato in un'unica location (una prigione) e con due attori e una piccola galleria di personaggi secondari che entrano ed escono dalla stanza, ognuno con i propri segreti e misteri.
Il film è l'esordio di Majid Al Ansari, un regista molto in gamba che mette subito in chiaro cosa abbia in mente con un film pulito, tecnicamente di grande livello, teso, semplice, claustrofobico, folle e violento.
Anche se ci sono alcuni aspetti che non convincono e in cui la sospensione d'incredulità deve essere messa da parte con una certa difficoltà e mi riferisco all'intento che spinge l'antagonista a giocare a guardia e ladri con la vittima, così come la scena della coperta e altri stratagemmi che sembrano utilizzati per avere quel gioco forza di cui il regista ha bisogno per mandare avanti la storia.
Ali Suliman, il villain, sembra il sosia ebreo di Michael Fassbender e anche come mimica gli assomiglia molto. Guardando Zinzana ci si accorge come non siamo affatto distanti dal cinema europeo, orientale o americano. La pellicola pur non avendo una sceneggiatura memorabile e dei dialoghi che a volte risultano macchinosi, ha un ritmo incredibile e il cast così come la messa in scena ritorno a dire che fanno il resto.
Un film costato poco che ancora una volta rivela le mille facce della settima arte e i risultati ottimi che possono arrivare quando si hanno le idee chiare su ciò che si vuole fare.


Partisan

Titolo: Partisan
Regia: Ariel Kleiman
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L’undicenne Alexander vive in una sorta di comune alla periferia degradata di una città senza nome. Capo della piccola comunità composta da donne e bambini è un solo uomo adulto, Gregori, figura carismatica che governa incontrastata elargendo affetto e regole ferree, insegnando ai bambini a coltivare la terra ma anche a uccidere, sia per procurarsi il sostentamento vitale che per difendersi da un mondo esterno che Gregori descrive loro come ostile, ingiusto e crudele. Alexander però è sveglio e curioso, durante le sue missioni omicide al di fuori dalla comune raccoglie piccoli oggetti e viene in contatto con gli abitanti di quel mondo esterno, cominciando a porsi qualche domanda sulle regole imposte da Gregori e su quel padre padrone di cui ha sempre accettato la weltanschauung.

Il punto di domanda è questo: c'era davvero bisogno di inserire la parabola dei bambini killer?
Partisan è un bel film con tanti elementi che non funzionano o meglio che non ho gradito anche se rimane affascinante e in alcuni momenti magnetico per la potenza e la poesia delle immagini.
Fino ad un certo punto anche la sceneggiatura sembra funzionare con il mistero più grosso che rimane celato fino al secondo atto.
Senza contare i dialoghi e la messa in scena che nel primo atto raggiunge la perfezione grazie a dei tempi abbastanza dilatati e un incidente scatenante che apre il sipario a chissà quale alternativo scenario distopico e grazie ad una possente interpretazione di Cassel nel ruolo del leader carismatico Gregorie in un contesto tutto sommato alternativo e molto particolare, come la location in cui vivono.
E'proprio il gioco, la struttura del gruppo, lo scenario distopico per certi aspetti, che seppur portata alle estreme conseguenze (come lo è del resto CAPTAIN FANTASTIC), il fatto di stare relegati e nascosti dalla società in un limbo di isolamento in cui si incatena dentro una propria quasi sottocultura, e infine il ruolo della donna e il suo significato in questa sorta di harem dove il protagonista accoglie madri e bambini vittime di maltrattamenti.
Nonostante il bel finale aperto e un climax che appare di fatto abbastanza scontato, il film di Kleiman ha il difetto di voler esagerare in un contesto che non lo richiedeva esplodendo lampi di violenza quasi per certi aspetti gratuita. L'autocompiacimento della regista che dimostra comunque di avere padronanza del mezzo cinematografico rischia di essere proprio uno dei suoi limiti portando a livelli alti un certo tipo di simbologia, trovando un neofita come Jeremy Chabriel, di impressionante intensità espressiva e capace di comunicare ed esprimere stando fermo immobile.



Talvar

Titolo: Talvar
Regia: Meghna Gulzar
Anno: 2015
Paese: India
Giudizio: 4/5

Drammatizzazione del doppio omicidio di Noida, avvenuto nel 2008 e balzato agli onori della cronaca. Vittime furono una quattordicenne e la domestica che lavorava per conto della sua famiglia.

Ispirato ad un reale caso di cronaca, un film indiano che racconta un indagine sull'omicidio di un'adolescente e del suo servitore. Talvar si inserisce nel filone dei film di genere indiani che trovano spesso e volentieri spazio e distribuzione su piattaforme on line senza quasi mai riuscire ad essere distribuiti nei cinema ma trovando di rado qualche festival internazionale.
Guilty altro titolo con cui il film è uscito, sembra mantenere inalterato lo schema e il lavoro di scrittura. Attingendo da un caso di cronaca che ha fatto molto discutere l'opinione pubblica, è un film che Gulznar riempie di particolari, in cui la caratterizzazione dei personaggi è curatissima consentendo appunto di approfondire gli usi e costumi di un paese remoto, la cui cinematografia drammatica è quasi sconosciuta in Occidente dal momento che in molti pensano che l'India sia solo Bollywood e limitando così la diversità di una cinematografia molto variegata e complessa.
Un'altra opera in cui non c'è un personaggio trainante, o meglio c'è un protagonista principale ma il lavoro corale sviluppato dal regista è ottimo tale da mantenere una buona alternanza tra momenti concitati ed altri più riflessivi, che mettono in evidenza i paradossi della giustizia con momenti decisamente surreali.

Da uno spunto di cronaca, Talvar è una radiografia impietosa che fa male, denunciando la mentalità dominante all'interno degli apparati di polizia indiani, fra cialtronaggine, meschine rivalità professionali, stupidità, carrierismo e sete di potere. Un bel film di "denuncia civile" con un epilogo che coinvolge anche il sistema giudiziario, lasciando l'amaro in bocca come si evince da quel problema che "il 90% delle prove presenti nella scena del crimine vennero di fatto distrutte a causa della negligenza della polizia" come disse il CBI nella realtà. Perché la polizia, che per prima venne sul posto, non si occupò di non fare avvicinare nessuno nella scena del crimine, giornalisti, visitatori, amici, parenti, vicini, tutti circolavano nella scena del crimine come se fosse parco giochi. Sembra fantascienza ma è tutto reale e nel film acquista un penso ancora più sconvolgente.

sabato 8 luglio 2017

Phantasm-Ravanger

Titolo: Phantasm-Ravanger
Regia: David Hartman
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Per 37 anni, il pubblico ha seguito Reggie, Mike e Jody nelle loro imprese per fermare il malvagio Uomo Alto e la sua armata di sentinelle. Ora, l’acclamato franchise di Don Coscarelli giunge a un grande ed epico finale con battaglie multidimensionali tra varie timeline, pianeti alieni e realtà alternative, con in gioco il destino del mondo.

Che bello ritornare ogni tanto a territori inesplorati e saghe che sembravano tramontate da tempoe che dopo innumerevoli anni raggiungono piattaforme scollegate senza mai vedere l'ombra di un cinema. Lande desolate in cui veniamo a conoscenza di mondi a metà tra il sogno e la realtà, tra la magia e la tecnologia, tra l'horror e l'ironia/parodia.
Credo, nel mentre, di essermi perso qualche capitolo. Infatti il nuovo Ravanger in alcuni momenti rammenta il suo passato facendo i conti con i capitoli precedenti come ogni buona saga sa e dovrebbe fare. Ravanger fino a prova contraria dovrebbe essere il quinto capitolo della saga di Coscarelli nel 1979. Proprio il nostro caro regista qui lascia per un attimo il timone restando comunque nel reparto produttivo per dare spazio ad Hartman che fino a prova contraria aveva girato solo un film d'animazione piuttosto vergognoso che non starò a citare.
Qui tutto profuma o meglio puzza di povertà. Il che spesso e volentieri non è un limite o una colpa ma anzi può trasformarsi in piacevoli sorprese se pensiamo a tutta una branchia dei b-movie americani e tantissima altra roba che non starò a citare.
Dal punto di vista tecnico poi gli vfx in primis, a volte davvero di un'amatorialità inquietante ma anche divertente sono seguiti a ruota da una recitazione spesso approssimativa in cui però bisogna ammettere che tutti ci mettono cuore e anima anche se il risultato rimane comunque approssimativo.
Tutto il comparto tecnico supera a stento la sufficienza e la regia, comunque decente, di Hartman è lontana qualche migliaio di chilometri dall’estetica sfrenata di Coscarelli, potentissima anche con pochi mezzi e come ha dimostrato in diversi e sconosciutissimi film oltre che epidosi per i MOH trattando uno degli scrittori che amo di più come Lansdale.

Il climax comunque lo regala sempre Tall Man (interpretato da un volto storico come Angus Scrimm, recentemente scomparso) un villain un po’ particolare, che riesce a modificare spazio e tempo saltando da una dimensione all’altra. Il suo obiettivo è quello di reclutare un esercito di morti (che vengono trasformati in micidiali sfere killer) per conquistare e distruggere il mondo.

giovedì 15 giugno 2017

Ardenne

Titolo: Ardenne
Regia: Robin Pront
Anno: 2015
Paese: Belgio
Giudizio: 4/5

Dopo aver commesso un crimine, Dave scappa via con la fidanzata di suo fratello Kenny, Sylvie, mentre proprio Kenny viene arrestato e trascorre in prigione quattro anni. Quando Kenny torna libero, sforzandosi di restare sulla retta via, Dave e Sylvie vivono insieme ma lottano per mantenere segreta la loro relazione. Ben presto, il passato tornerà a bussare alle loro porto e, pur di fronte al diniego di Sylvie, Kenny non è disposto ad accettare che tra loro due sia finita.

A volte alcuni film soprattutto indipendenti insegnano che basta poco per lasciare il segno.
Ardenne, titolo che attendevo da molto tempo, finalmente è riuscito ad arrivare anche da noi per fortuna ancora senza doppiaggio ( almeno per ora).
Il film di Pront fin da subito non nasconde le sue fonti d'ispirazione che per quanto ci siano all'interno del film, riescono comunque a dare l'idea di uno stile e una ricerca nuova di una forma di cinema autoriale anche se non ancora completa dal punto di vista della messa in scena e della difficoltà ad avere sempre la massima coerenza all'interno degli sviluppi e degli intrecci narrativi.
Una faida familiare, un segreto che non può non portare ad una tragedia (qui i rimandi shakespiriani non si risparmiano) e una piccola galleria di personaggi che riescono subito a creare una perfetta empatia con il pubblico. Belgio, ma più precisamente Le Fiandre e l'Anversa, un luogo cupo e inospitale, un insieme di location tutta grigia e industriale tra pioggia e buio perenne.
Tutto questo, ovviamente nei territori cari al regista, servono per dare subito prova di come Pront conosca benissimo quell'hinterland culturale e il lavoro sui personaggi diventa quasi naturale.
Il pessimismo e l'immobilità di questa cittadina fiamminga porta subito alla paralisi di una cittadina che distrugge ogni tipo di prospettiva portando a enormi problemi legati alla delinquenza ma soprattutto alla tossicodipendenza.
"Il mio film è profondamente legato al territorio, altrimenti non girerei un lavoro di questo tipo. I miei personaggi sono più che reali, ogni giorno apro le pagine dei giornali in Belgio e trovo storie ancor più folli".
Storie quasi reali di vita che spesso e volentieri spaventano ancora di più perchè ci toccano nel profondo.
Il finale di Ardenne è così tragico che mette insieme il pulp tarantiniano e il grottesco dei Coen con una marcia in più.
Senza dimenticare un cast misuratissimo e dei dialoghi che in alcuni momenti lasciano alla deriva sull'impossibilità di poter cambiare vita e intenti ma magari cercando solo di rifarsi una vita e redimersi.
In alcuni casi questa possibilità l'ambiente non sembra proprio permetterlo e Ardenne sembra tastare questo terreno.




martedì 16 maggio 2017

Je ne suis pas un salaud

Titolo: Je ne suis pas un salaud
Regia: Emmanuel Finkiel
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Eddie vive in periferia. Una sera è aggredito con brutalità da alcuni balordi. Quando la polizia gli mostra gli indiziati lui denuncia Ahmed sapendo che non c'entra niente con l'aggressione. Il giovane di origini magrebine viene arrestato, mentre Eddie riprende il suo difficile rapporto con la moglie e il figlio. Presa coscienza della gravità del suo gesto, Eddie si fa in quattro per ristabilire la verità dei fatti. Pronto a perdere tutto...

Il film di Finkile riflette e si interroga su una situazione attuale e di rilievo nella Francia post-contemporanea. Di fatto costituisce un segmento prezioso e importante per dare voce ad alcune situazioni che possono esplodere generando paure e portando a galla xenofobie mica tanto represse.
Il senso di sicurezza, di protezione, in Francia soprattutto, è un argomento molto sentito.
Un problema attuale che porta diversi autori ad interrogarsi come è capitato recentemente per il bel COUP DE CHAUD, NOCTURAMA e PARIS COUNTDOWN, etc.
Je ne suis pas un salaud indaga sull'identità individuale di un paese che ultimamente sta avendo diverse crisi e al di là del fare o meno parte dell'Europa con la Brexit, parlando e non può non farlo, di integrazione senza retorica portando in cattedra l'altro culturale dello scontro di civiltà profetizzato da Huntington. Proprio ora il cinema ha un compito importante ovvero quello di far riflettere su se stesso, di interrogarsi sulla gravità di alcune decisioni come per Eddie e tutto quello che può generare una menzogna per proteggere una falsa idea di sè.
L'analisi di Finkiel entra nel tessuto personale e sociale del protagonista muovendosi come un radar intento a captare tutto ciò che proviene dall'esterno (la società) e il vissuto interno dovendo fare i conti con un nucleo familiare dove diventa insopportabile il senso di colpa.
Il film di Finkle si stacca subito da una certa benevolenza di soluzioni quanto invece mostra una realtà dura e schietta che senza mezze misure si divincola presto da facili retoriche per arrivare al cuore del problema e portare ad alcune riflessioni drammatiche quanto inquietanti e reali su dove l'essere umano possa spingersi e di dove la norma di molti e non quella di uno solo rischia di danneggiare in modo irreparabile alcuni drammi.



domenica 30 aprile 2017

Bridgend

Titolo: Bridgend
Regia: Jeppe Ronde
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Sara e suo padre si trasferiscono in una città colpita da un'ondata di suicidi di adolescenti. Quando la giovane si innamora di Jamie, anche lei diventa inspiegabilmente preda della depressione che minaccia di inghiottire tutti.

Bridgend è un film drammatico che tocca un tema attuale (il rituale nei suicidi) prendendo spunto da fatti di cronaca realmente successi. Suicidi in serie, sub cultura, una chat segretissima, una piccola cittadina inglese e il passato che torna sono solo alcuni degli ingredienti che l'esordiente danese Ronde analizza e mette in scena per descrivere un microcosmo difficilissimo e contorto.
Il branco, le sue leggi, la leadership, la giovane protagonista che ritorna nella città d'infanzia, il padre sbirro messo da parte dal gruppo di pari di Sara.
Bridgend è un film anomalo e minimale. Descrive seguendo minuziosamente i suoi protagonisti all'interno di una realtà drammatica da cui non sembra esserci salvezza.
I protagonisti sono membri di una piccola micro comunità nella società e non fanno altro che bere, picchiarsi, scopare e urlare a squarciagola nel bosco per ricordare i loro amici morti.
Una prova d'iniziazione che prevede il sacrificio finale. Il capro espiatorio, Jamie, è la vittima sacrificale, tutto ma proprio tutto sembra venir citato dal regista se non fosse che nel secondo atto perde quasi tutta la sua atmosfera e l'indagine si perde diventando una sorta di meta riflessione su alcune ansie giovanili senza riuscire a trovare originalità e spunti di interesse.
Un film che parte benissimo per poi lasciarsi andare. Un finale solenne quanto prevedibile, sopratutto dal momento che Ronde ama il lieto fine, e una scelta d'intenti che farà storcere il naso a molti ma che in fondo getta le reti per un ottimismo di fondo che andrebbe sostenuto in tempi come questi in cui la fragilità dell'io degli adolescenti in generale ha toccato dei picchi che nessuno pensava possibili.
Con Bridgend, il regista Jeppe Rønde ha investito la sua esperienza di documentarista in un dramma sulla vera storia di una cittadina nel sud del Galles. Ancora oggi, Bridgend viene tristemente associata ai tragici suicidi che hanno avuto luogo lì tra il 2007 e i giorni nostri. Per ragioni ancora inspiegabili, 79 giovani di età compresa tra i 13 e i 17 anni si sono tolti la vita. Rønde affronta l’argomento abilmente.
Dal punto di vista della regia c'è tanta telecamera a spalla, il montaggio e le musiche sono le parti più curate, il cast fa il suo dovere senza guizzi di nessun tipo e la prima e l'ultima scena rimangono le immagini più belle e affascinanti di tutto il film.



martedì 25 aprile 2017

Tanna

Titolo: Tanna
Regia: Martin Butler
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

In una società tribale del Pacifico meridionale, una ragazza, Wawa, si innamora di Dain, il nipote del capo tribù. Quando una guerra fra gruppi rivali si inasprisce, a sua insaputa Wawa viene promessa in sposa ad un altro uomo come parte di un accordo di pace. Così i due innamorati fuggono, rifiutando il destino già scelto per la ragazza. Dovranno però scegliere fra le ragioni del cuore e il futuro della loro tribù, mentre gli abitanti del villaggio lottano per preservare la loro cultura tradizionale anche a fronte di richieste di libertà individuale sempre più incalzanti…

Tanna ci invita a scoprire come ultimamente è accaduto con il colombiano EL ABRAZO DEL SERPIENTE la sempre più piccola realtà delle società tribali.
In questo caso la coppia di registi analizza i paesaggi e il melò tra i due protagonisti di Tanna, l'isolotto che fa parte dell’arcipelago vanuatuano, dominato dall’incombente figura del Tukosmerail, il vulcano attivo che si erge oltre i mille metri di altezza, e circondato da acque cristalline.
Oltre ad essere il primo film parlato in lingua bislama, questo strano lungometraggio che alterna documentario e melodramma, analizza tutte le tappe e i processi che avvengono all'interno di un viaggio sentimentale e antropologico naturalisticamente parlando affascinante oltre misura.
Cerca di sondare il dramma della scoperta al valore narrativo senza dover ricorrere a forzature evidenti, che invece di quando in quando fanno la loro apparizione nei dialoghi.
Tutti quei passaggi che troviamo nei testi antropologici e nel testo profetico di Girard qui prendono sembianze trasformando lo scenario in un connubio di passaggi e rituali che investono i matrimoni combinati, lo stregone e la magia, la vittima sacrificale e il capro espiatorio e infine riflette lo splendore della natura attribuendogli un valore narrativo.
Gli attori, che poi sono i membri della tribù, sono fantastici e i sorrisi di Wawa da soli bastano a regalare quella naturalezza e e semplicità che sembra ormai scomparsa nella nostra civiltà.

Wawa e Dain furono ribattezzati "Romeo e Giulietta" e fino ad oggi sono stati i primi a ribellarsi dinanzi ad una tradizione tanto secolare quanto barbara, imponendo alla silente donna un uomo a lei sconosciuto. Diventati leggenda, tanto da ispirare una canzone d'amore che i due registi faranno risuonare nella parte finale del film, Wawa e Dain si ritrovarono a dover scegliere tra la potenza dell'amore e il futuro della loro tribù, minacciata e messa in pericolo dal loro inedito e 'disperato' gesto' di ribellione.  

Taking of Tiger mountain

Titolo: Taking of Tiger mountain
Regia: Tsui Hark
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Manciuria, 1946. Il capitano 203 guida un manipolo di soldati dell'Esercito Popolare di Liberazione maoista, spossato dalla guerra civile, che arriva in un villaggio terrorizzato dall'egemonia dei banditi. Questi, guidati da Lord Hawk, hanno preso possesso di Tiger Mountain, un rifugio pieno di insidie, e di un arsenale appartenuto ai giapponesi. Inferiori numericamente e peggio armati, i soldati dovranno ricorrere a un'impresa eroica per sconfiggere i banditi e liberare il villaggio. Yang, inviato dal Quartier Generale del Partito, si offre volontario come infiltrato nella gang di Hawk per aiutare la missione.

Tsui Hark è uno dei registi più importanti della sua generazione. Credo sia uno dei pochissimi a non aver mai dato alla luce un brutto film e non ha quasi mai accettato marchette come il suo collega Zhang Yimou di cui peraltro ho grande stima.
Ci troviamo ancora una volta di fronte ad un'opera incredibile con una messa in scena che raggiunge livelli ancora una volta molto alti inserendo un lavoro di fotografia magnifico in grado di esaltare ogni singolo attimo di azione e di bellezza estetica presente nel film.
The Taking of Tiger mountain è un'opera di sorprendente naturalezza visiva che ci offre scenari e location incontaminate.
Tratto da un'opera patriottica e da un romanzo di Qu Bo pubblicato nel 1946, il racconto è diventato subito un grande successo di pubblico tra il popolo, in un periodo ricco di cambiamenti politici e sociali per la Cina. La pellicola, capace di incassare in patria una ragguardevole cifra (decimo incasso nazionale di tutti i tempi) equivalente ad oltre 150 milioni di dollari ha dato di nuovo il lasciapassare ad Hark, abituato a smarcarsi tra grandi produzioni e film a basso budget.
Il suo ultimo film è un'avventura in piena regola che a differenza di altre opere dell'autore cerca di essere meno politica puntando su un misuratissimo intrattenimento con alcuni colpi di scena e un climax spettacolare. L'epicità ancora una volta fa da protagonista diventando l'impianto narrativo e riuscendo a inserire una galleria di personaggi convincenti e memorabili oltre che essere caratterizzati molto bene. In più le solite sotto trame, alcune semplici altre meno e comunque sempre ricche di sfumature riescono a dare ancora più sostanza privilegiando l'entertainment più puro e incontaminato.

Un'altra prova per un artista che non ha bisogno di presentazioni sapendo destreggiarsi tranquillamente in ogni genere apportando sempre la sua firma e il suo stile ormai una garanzia di qualità, tecnica, complessità di scrittura e intenti.

sabato 8 aprile 2017

Demon

Titolo: Demon
Regia: Marcin Wrona
Anno: 2015
Paese: Polonia
Giudizio: 4/5

Uno sposo viene posseduto da uno spirito durante la celebrazione del suo matrimonio in questa intensa rivisitazione della leggenda ebraica del "dybbuk".

Wrona ci lascia questo film come testamento prima della sua morte. Marcin si è suicidato nel bagno della sua camera d'albergo mentre il film riceveva pochi consensi al festival dove ra in programma.
Demon è un indie anomalo, un dramma atipico che riesce a sposare diverse contaminazioni e a far centro con un film davvero denso di un atmosfera inaspettata.
Dimenticatevi azione, mostri in digitale e "Demoni" nel vero senso della parola. In questo film si parla di folklore ebraico, di matrimonio, di una festa piena di canti e balli in cui sta per succedere di tutto e un protagonista che merita la palma d'oro per quanto riesce ad entrare nella parte di un personaggio complesso e stratificato.
E'un film di segreti, con aggiunti riferimenti della durevole eredità della Shoah, di corpi nascosti in cui una giovane coppia vuole iniziare una nuova vita senza rendersi conto che su quel terreno sono successe cose bruttissime.
Il talento del regista è proprio nel mettere assieme così tanti elementi e farli funzionare tutti con pochissima azione e pochi colpi di scena, lavorando su un impianto narrativo e un uso degli attori e delle comparse funzionalissimo. Riesce in alcuni momenti a far più paura di molti altri film farlocchi sfruttando al meglio una colonna sonora che include alcune partiture di Krzysztof Penderecki, il più famoso compositore moderno polacco.
Demon è liberamente ispirato all’opera Adherence di Piotr Rowicki (da cui deriva il nome del protagonista) muovendosi rapidamente al di fuori dei confini della produzione teatrale d’origine.

Il film spesso è stato criticato di rimanere bloccato nel limbo tra un film horror d’atmosfera, un dramma sui rapporti umani e una commedia in costume del centro/est Europa. E'così infatti e chi non ama la narrazione lenta rimarrà probabilmente deluso, ma invece Wrona ha trovato un mood fantastico in cui far convergere tutte le sue paure portando a casa un finale che chiude in bellezza una inedita storia di brividi polacca.

Cat Sick Blues

Titolo: Cat Sick Blues
Regia: Dave Jackson
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Quando l’amato gatto di Ted muore, il trauma rompe qualcosa nella mente dell’uomo, spingendolo a riportare in vita il suo amico felino: tutto quello che serve sono nove vite umane.

Cat Sick Blues fa parte di quei film strani, bizzarri e senza senso come ad esempio GREASY STRANGLER e FOUND. Quei film che guardi, che ti domandi il perchè mentre vai avanti nel non-sense, ma che per qualche strana ragione ti incuriosiscono con quel loro essere bizzarri e grotteschi a volte in maniera eccessiva ma sempre funzionale alla causa weird.
Bisogna volersi male e sapersi prendere dei sonori schiaffoni quando si entra in questi sotto filoni di genere che sembrano sfuggire alla cinematografia indie underground folle e imprevedibile quanto a volte senza senso e fine a se stessa.
Gatti+Psicopatici+Travestimenti+Falli giganteschi con creste di gallo lubrificate+tante altre cose strane=un mix folle e malato, violento e perverso su come a volte le bestie che possediamo siano più intelligenti di noi. In tutto il film, tra l'altro senza avere una continuità fluida ma risultando spesso macchinosa, scopriamo che tutti i protagonisti sono soli e davvero bizzarri come la protagonista che per lavoro faceva video al proprio gatto e li postava su youtube, poi un bel giorno un ragazzo con evidenti problemi mentali le uccide il gatto per sbaglio, lo getta dalla finestra, la stupra, si porta via la videocamera che documenta il tutto e la lascia in giro in modo che la violenza sessuale finisca in rete e rovini la vita della giovane.

Jackson è giovane, è stato finanziato su Kickstarter con 14,5 mila dollari e alla sua opera prima firma uno splatter sadico imbevuto di una critica sociale non sempre pungente ma con qualche elemento interessante, dall'odiosa invasione di foto di gattini, alla fragilità individuale nella sovraesposizione socialmediatica, ai rischi che comporta confondere ciò che è reale da ciò che non lo è e infine alla solitudine in cui ci releghiamo consapevolmente passando il nostro tempo davanti a un qualsiasi schermo