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martedì 7 gennaio 2020

Vampyres (2015)


Titolo: Vampyres (2015)
Regia: Victor Matellano
Anno: 2015
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Due vampire molto affascinanti seducono dei turisti in una villa nella campagna inglese, costringendoli ad orge di sesso e sangue. Ma l'arrivo di tre giovani turisti scombussolerà la routine delle vampire e una di loro si innamorerà di un visitatore.

Quanto sesso, quante scene di nudo e saffiche in questo cruento horror che dona di nuovo il prestigio alle creature della notte. Non siamo di certo di fronte ad un capolavoro e il film più volte deraglia sull'autocompiacimento e un esercizio di stile nel mettere in scena due vampire davvero sexy. Ringraziando ora e per sempre la Midnight Factory di portarci film che senza ombra di dubbio sarebbero finiti nel dimenticatoio, Vampyres altro non è che un remake di un vecchio cult del 1974, OSSESSIONE CARNALE (in originale proprio Vampyres) dello spagnolo José Ramón Larraz.
Il film di fatto non ha una trama così squisitamente conturbante. E'una piccola macelleria la villa in cui vivono e godono dal mattino alla sera per non annoiarsi le due protagoniste, aspettando che qualcuno arrivi a bussare alla porta, qualcuno con cui divertirsi, una vittima sacrificale.
Matellano dispone di un budget risicato ma nonostante tutto concentra tutta la vicenda sulle torture, sui macabri rituali delle due donne, sul cercare di conoscere l'ospite senza farlo finire subito troppo male. Un film che nei suoi difetti di forma e tecnica concentra, e fa bene, tutto sulle scene di sesso e sangue, le quali oltre ad essere girate molto bene, risultano anche in termini di recitazione le più convincenti e per finire un climax finale che richiama i perversi rituali della contessa sanguinaria, Erzsébet Báthory. E poi bisogna riconoscere al regista che nonostante la trama che sembra più uno spunto per farsi i fatti suoi nella villa, tra orgie di eros e sangue, il regista di fatto rievoca tutto un immaginario legato alle pellicole del terrore spagnole di quegli anni (e ne uscirono davvero molte) basti pensare a Jesus Franco che Matellano avendolo già trattato, non smette di citare e provare a fare quasi una comparazione tra i due modi di fare cinema e di saper trattare le sanguinolente avventure delle sue vampire come d'altronde avevano fatto i suoi colleghi a quei tempi.

giovedì 26 dicembre 2019

Batman vs Robin


Titolo: Batman vs Robin
Regia: Jay Oliva
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Damian Wayne, figlio di Batman, è il nuovo Robin ma è insofferente alle regole restrittive del padre che frenano i suoi istinti omicidi e lo costringono a vivere da recluso. Durante una ronda, Robin viene avvicinato ed incoraggiato da Talon, primo sicario della Corte dei Gufi, una pericolosa e potente loggia segreta che vuole controllare Gotham City. Convinto di aver trovato un nuovo mentore, Robin si ribella a Batman e lo affronta.

Robin non è mai stato un personaggio facile da amare. Un co-protagonista reso quasi un buffone in alcuni film del passato e in parte una macchietta, una piccola ombra dietro il possente Cavaliere Oscuro. L'impresa dunque era ardua traendo spunto dalle story-arc a fumetti "La Corte dei Gufi"e "La Notte dei Gufi", scritte da Scott Snyder ed essendo di fatto il sequel di SON OF BATMAN.
I pregi di questo ennesimo lungometraggio d'animazione targato Dc e diretto dal prolifico Jay Oliva sono in un qualche modo contigui ad altri due film Batman: Bad Blood e JUSTICE LEAGUE VS TEEN TITANS dove finalmente scopriamo un Robin molto cazzuto, facilmente irritabile, di indole violenta e vendicativa, scoprendo di essere il figlio di Talia al Ghul ed essendo stato addestrato dalla Lega degli Assassini diventando egli stesso un letale assassino.
Il primo atto con Anton Shott, il Fabbricante di Bambole, che ha soggiogato i giovani ragazzini facendoli diventare il proprio esercito personale è decisamente fantastico e rompe ancora una volta quel muro dell'infrangere alcuni tabù mostrando un linguaggio a volte volgare e scene di pura violenza.
La ricerca del rapporto padre-figlio tra Damian e Batman che si ripercuote sulle sue scelte e altri fattori viene trattata in maniera alquanto riduttiva e prevedibile con Batman che sembra gongolare per tutto il tempo senza capire cosa stia succedendo e chi è il mandante. Il film comunque colpisce per la sua crudezza, tra serial killer, sette e spietati assassini
L'azione, poi, sia per le animazioni che per la coreografia delle scene, rimane uno degli aspetti più interessanti di un altro capitolo della Dc così da non farsi mancare per i fan del noto super eroe e soprattutto vedendo e rendendosi conto di cosa può essere davvero Damian quando perde il controllo.


domenica 15 dicembre 2019

Daeho aka The Tiger: An Old Hunter's Tale


Titolo: Daeho aka The Tiger: An Old Hunter's Tale
Regia: Park Hoon-Jung
Anno: 2015
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Corea, 1925, alle pendici del monte Jirisan. Durante l'occupazione giapponese della penisola coreana, l'ufficiale dell'esercito nipponico Maenojo, collezionista di trofei di caccia impagliati, intende sconfiggere a tutti i costi dae-ho, ossia la tigre, altrimenti detta il Re della Montagna, e spezzare così un simbolo dell'indipendenza del popolo coreano. Dopo i fallimenti dei cacciatori assoldati per il compito, Maenojo mobilita anche l'artiglieria dell'esercito e bombarda la foresta dove la tigre è solita cacciare. Ma forse solo Man-duk, solitario cacciatore che conosce il luogo in cui l'animale si rintana, è in grado di catturarla.

A volte si intraprendono strade che possono portare a risultati inaspettati come è il caso di Park Hoon-Jung uno sceneggiatore che ha saputo distinguersi con film del calibro di I SAW THE DEVIL per poi mettersi in prima linea dietro la macchina da presa dimostrando di essere un ottimo mestierante ma allo stesso tempo lasciando dietro di se una storia quantomeno prevedibile sotto quasi tutti i punti di vista.
La lotta metaforica di un uomo, un anti-eroe come Man-duk contro Daeho, la tigre, il Re della montagna, acquisisce diversi significati diventando una sorta di divinità, anche lui un sopravvissuto come il protagonista, ad un destino avverso senza più legami affettivi e ormai privo di stimoli e dunque un obbiettivo per cui continuare a vivere, prigioniero di una missione da compiere di cui solo in parte è consapevole.
Un film che mostra i lati feroci e disumani della caccia, abbraccia l'amore e il senso dell'onore che intercorre tra gli umani come soprattutto in Daeho, promuove un approccio uomo-bestia, un legame mentale tra i due protagonisti che condividono più di una legatura segreta, promuovendo e facendo luce su diversi aspetti della cultura coreana, su tutti il sacrificio, e allo stesso tempo crea i villain di turno che altri non sono che l'esercito militare giapponese nel compito di stanare a tutti i costi Daeho.
Dal punto di vista tecnico questa grande produzione sudcoreana conferma come ormai
sia nel comparto computer grafica e post-produzione (anche se a volte eccessiva) sia in quello della fotografia e della cura dei dettagli, siano ormai ai fasti.





venerdì 9 agosto 2019

Men & chicken


Titolo: Men & chicken
Regia: Anders Thomas Jensen
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Il film ruota attorno a due fratelli, Elias e Gabriel. Alla morte del padre, i due che non sono mai stati molto legati, scoprono dal testamento di essere stati adottati. Malgrado il loro disappunto, Elias e Gabriel sono decisi a scoprire chi sia il loro vero padre e a raggiungerlo sull'isola in cui vive. Ma sull'isola li attenderà una sorpresa. Circondati dagli strani abitanti dell'isola, scoprono uno sconvolgente quanto liberante verità che riguarda loro e le proprie famiglie

A dieci anni di distanza dopo Mele di Adamo Jensen, regista atipico a cui piacciono le storie anormali, spiazza con un mezzo cult destinato ad entrare col botto nella classifica dei più bei film grotteschi degli ultimi anni.
Il perchè è dato dalla storia straordinaria (figli incrociati con rospi, tori e topi nonchè cani) ex mogli lasciate a morire dentro gabbie, un covo di bifolchi su un'isola mai così squallido e interessante e una crew di attori che sanno dare carattere ai personaggi, facendo ridere e lasciando basiti allo stesso tempo. Si ride e molto, è una visione oscena repellente e volgare, si rimane spiazzati e in alcuni casi inebetiti. Ci sono una miriade di elementi interessanti e originali e ancora una volta non ci si capacita di come questo film non sia stato distribuito da noi o se è passato nei cinema sarà stato in sordina per qualche giorno.
Cinema indipendente, atipico, grottesco, che viaggia e spazia tra i generi riuscendo ancora una volta a dimostrare come il bisogno e la capacità di saper scrivere una storia, siano di fatto gli elementi essenziali in un film.
Sembra di vedere l'isola del dottor Muroe o Isola perduta, ma qui gli esperimenti trovati in cantina, cercando di far accoppiare più specie possibili, hanno un che di reale senza mai entrare nella fantascienza ma portando a galla dilemmi di ordine etico.




Observance


Titolo: Observance
Regia: Joseph Sims-Dennett
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Parker è sull'orlo del baratro da quando suo figlio è morto. Incapace di superare il dolore, vede il suo matrimonio sgretolarsi e i debiti accumularsi. Per rimettersi in piedi, ha bisogno di aiuto ma i soccorsi che riceve non sono proprio quelli che si sarebbe aspettato. Un anonimo datore di lavoro gli offre infatti la possibilità di guadagnare molti soldi spiando l'appartamento di una giovane donna. Le regole da rispettare sono semplici ma rigorose e, attirato dal denaro, Parker accetta. I primi giorni tutto scorre tranquillo ma ben presto la paranoia si impadronisce di lui.

Qualcuno ricorda il quasi sconosciuto Canal ecco unito al film del maestro del brivido Finestra sul cortile crea quell'ibrido non specifico di nome Observance.
Un'opera che sa adattarsi molto bene ai generi prendendoli e modellandoli come ritiene e senza alzare troppo la posta riuscendo in questo modo ad avere dei risultati davvero insperati almeno per buona parte del film.
Observance sembra un prototipo cambiando traiettoria su due questioni fondamentali ma lasciando la stessa atmosfera e suspance pur senza chiamare in causa i fan dello scrittore di Providence tornando a citare il film di Kavanagh
Un film molto intrigante, unisce tanti elementi forse già visti ma mischiandoli molto bene tra i territori inizialmente simbolici del film che piano piano diventano sempre più criptici.
La morte del figlio, la compagna forse lasciata da qualche parte sola che aspetta, il suocero che ancora crede in lui in alcune apparizioni sporadiche che poi assumono i contorni di un'allucinazione, la storia complottista, il lavoro inaspettato e misterioso, il barattolo nero, spruzzate di body horror, la casa che presto si trasforma e i personaggi che sono tutto l'opposto di quello che si poteva pensare.
Il tono claustrofobico dell'appartamento unito ad una fotografia attenta e pulita ed una certa indefinitezza della situazione crea delle buone aspettative, ma le svolte del film lo fanno presto diventare un incubo allucinato deragliando tutto in quella direzione quando cominciano ad esserci alcune indecisioni narrative.
Observance è sicuramente pretenzioso ma il risultato visto il budget risicatissimo va oltre le aspettative senza diventare però un cult per via di quel finale, davvero cattivo, che però scardina completamente alcuni presupposti che si pensava dovessero andare in un'altra direzione



venerdì 2 agosto 2019

Grande rabbia


Titolo: Grande rabbia
Regia: Claudio Fragasso
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Nell'arco di una giornata si consolida l'amicizia tra due giovani: Benny e Matteo, che in ventiquattr'ore ambieranno per sempre la loro vita. Benny ha la pelle nera, adottato in fasce da una coppia di veneti poi trasferitasi a Roma, rimasto orfano e solo è diventato un campione di fighting per incontri clandestini, dove con le scommesse in un colpo solo si possono guadagnare cifre a tanti zeri. Benny decide d'investire tutti i suoi risparmi in un ultimo incontro, quello che gli permetterà d'iniziare una nuova esistenza, nonostante la sua passione gli sia già costata il carcere. Matteo è bianco, lavora in un pub ed è nato a Roma, dove vive con il padre pensionato e il fratello minore che lo mantengono.

Fragasso è un regista con una storia e una filmografia alle spalle complessa e contorta.
Partito nel migliore dei modi è finito qualche anno fa a dirigere commedie becere con Jerry Calà e soci. Finalmente messi insieme un pò di quattrini, pochi e si vede, filma un film duro e compatto.
Una sorta di punto di vista sui fanatici fascisti a Roma in una periferia marcia vissuta dalle minoranze e teatro di stati di emarginazione e continui scontri tra etnie.
Un film che però prende subito le distanze da un film reazionario, puntando il dito sulle scelte e le conseguenze di due piccoli delinquenti accomunati dalla frustrazione per una vita avara di soddisfazioni che faranno un vero e proprio viaggio all'inferno tra combattimenti clandestini tra rom, per finire nel finale, nelle gabbie in uno scenario molto pericoloso.
La loro, come quella dei cittadini della periferia e delle fasce deboli, è una lotta contro un nemico invisibile dove a dettare legge sono i risultati di una ideologia post contemporanea quanto mai confusa che sfocia sempre in una guerra tra poveri.
Un film per alcuni aspetti amatoriale senza nessun volto noto, con delle facce da schiaffi e i risultati sono abbastanza imparziali. Sicuramente si nota fin da subito la capacità di coinvolgere diverse maestranze, fare un buon lavoro con centinaia di comparse (l'attacco alle case popolari finali dove si nascondono gli extracomunitari criminali quando la realtà è ben altra).
Fragasso cerca di inquadrare un fatto sociale, un dramma cittadino complesso, senza risparmiare critiche da tutti i lati (forze dell'ordine e case dei fasci) mettendo i giudizi e le scelte in mano a due teste calde che sanno solo picchiare uniti da un legame insondabile.
Un film discontinuo, imperfetto, con tanti errori tecnici, ma alla fine mettendo da parte i moralismi non è affatto male se si pensa al resto degli indie low budget italiani provenienti dalla capitale.



giovedì 18 luglio 2019

Les demons


Titolo: Les demons
Regia: Philippe Lesage
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Félix ha dieci anni e ha appena finito la scuola a Old Longueuil, un anonimo sobborgo dall'apparenza pacifica. Il suo carattere non è tra i più semplici: ha paura di tutto e dentro di lui vivono dei demoni che, a poco a poco, cominciano a mescolarsi con i demoni reali che lo circondano. E che si fanno sempre più inquietanti.

L'esordio di Lesage offre uno squarcio su un cammino di formazione di un ragazzo di dieci anni davvero colto e raffinato. Ci sono alcune scene davvero forti e di notevole impatto emotivo giocate con due soldi come a confermare che quando ci sono le idee il resto conta poco.
Citerei il litigio tra i genitori che sfocia quasi in un conflitto fisico dove a fare da pacieri arrivano proprio i tre figli, oppure la scena del piccolo che chiede all'amico di vestirsi da donna per scoprire in questo modo la sessualità, oppure alcune scene di bullismo a danno dei coetanei di scuola .
Il film di Lesage racconta i primi passi della formazione di un bambino di dieci anni che intraprenderà una storia di turbamento e cambiamento (i demoni sono proprio quelli interiori al protagonista) senza però cedere mai ai luoghi comuni o ad alcuni stereotipi spesso abusati in tipologie di cinema di genere. Qui il contesto si prende molto sul serio, sembra di vedere Haneke e in alcuni casi persino Bunuel, in quel perfetto esempio di cinema autoriale scomodo.
Les demons colpisce allo stomaco perchè perfidamente realistico, potente, onesto e credibile che non sceglie mai strade semplici, cogliendo quegli aspetti perfidi ma in fondo pienamente possibili. 
Lesage tratteggia un mondo in cui gli adulti non sono mai stati così distanti a partire dal nucleo familiare, dinamiche relazionali che come dei triangoli, vedono venire avanti adulti che giocano senza sapere di essere visti e da figli che ne ripetono i gesti, gli errori, tutti incentrati in maniera ancora più grottesca fatta di ammiccamenti subdoli.





Monkey King: The Hero is Back


Titolo: Monkey King: The Hero is Back
Regia: Xiao Peng Tian
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Nell'antichità il Re Scimmia sfidò gli dei e per questo venne imprigionato sotto la Montagna. 500 anni dopo, un orfanello in fuga da un villaggio devastato da mostri libera per caso Sun Wukong e crede si tratti del Re Scimmia, suo mito d'infanzia.

Anni fa lessi un testo fondamentale per la mitologia, il folklore e le leggende cinesi.
Lo Scimmiotto di Wu Ch'eng-en. Lì dentro erano riassunte tutte le idee poi prese dai vari Dragon Ball di Akira Toriyama con cui è diventato famoso e ricco in tutto il mondo.
Ora nel corso degli anni il cinema orientale ha cercato di portare su grande schermo le gesta dell'eroe simbolo di un paese con risultati altalenanti in cui vista la tematica trattata e gli scontri con creature di altri mondi, non era per ragioni di budget una scelta semplice.
L'animazione forse da questo punto di vista è sembrata una scelta logica e più facile per inserire una pluralità di elementi all'interno della stessa opera.
L'esordio di Peng Tian, non è certo quell'opera indimenticabile che tutti ci aspettavamo ma di certo ha un suo perchè, una sua peculiarità e uno sguardo funzionale su come sprigiona la vicenda.
Con una storia piuttosto scontata e infarcita di stereotipi, il film riesce ad avere un buon ritmo e delle convincenti scene d'azione seppur il budget per l'opera non sia poi così alto.
Il target si avvicina più ai film per bambini e adolescenti che non per un pubblico maturo che magari nelle scene d'azione si aspettava maggior enfasi, spesso limitata soprattutto dal personaggio dell'orfanello che rischia e spesso lo fa, di mettere in ombra il carattere esplosivo e la natura selvaggia del Re Scimmia.
Da questo punto di vista rimane encomiabile la voglia e lo sforzo di un autore e di un paese che come il cinema cinese odierno e non solo, sembra finalmente poter narrare quelle tradizioni che per lunghi decenni sono state considerate tabù. Sperando in questo coraggio possiamo aspettarci in futuro film di genere e horror basati sulle leggende e molto altro ancora di una delle culture più antiche del mondo.
Il film poi sembra essere una sorta di prequel di quel dittico firmato da una copia di registi che non merita presentazioni con due titoli davvero divertenti, suggestivi e ricchi d'azione JOURNEY TO THE WEST:CONQUERING THE DEMONS, JOURNEY TO THE WEST:DEMON CHAPTER e infine Journey to the west – Demon strike o ancora League of God







lunedì 3 giugno 2019

Antigang


Titolo: Antigang
Regia: Benjamin Rocher
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Serge Buren è un poliziotto leggendario, circondato da un gruppo di giovani poliziotti che usano dei metodi non convenzionali. Sfruttano qualsiasi mezzo possibile, comprese le mazze da baseball e i risultati ci sono! Ma un gruppo di rapinatori assassini entra in scena, deruba le banche e le gioiellerie della capitale con una facilità sconcertante. Di fronte a questo ingegno e a questa brutalità, Buren e la sua unità si trovano ad affrontare una situazione difficile: i loro metodi saranno sufficienti a fermare questi criminali?

Antigang fa parte di quel filone action poliziesco con una squadra speciale intenta a trovare i criminali più incalliti sempre al confine tra il lecito e il proibito.
Lontani dalle regole comuni, dotati di privilegi e guardando dall'alto in basso i colleghi, la squadra capitanata da un Jean Reno imbolsito, si trova così a dover fronteggiare un terrorista feroce che manco a farlo apposta ucciderà proprio l'amante di Serge Buren nonchè moglie dell'ispettore capo.
Gli ingredienti ci sono tutti, pure un agente che mena le mani manco fosse Bruce Lee sconfiggendo nemici che sono il doppio se non il triplo di lui.
Ma l'elemento sicuramente che rende il film un action con un buon ritmo e i colpi di scena rapidi e telefonati è la regia di Rocher che si stacca dall'horror dopo due film notevolissimi di zombie, Horde
e GOAL OF THE DEAD per accettare un film su commissione decisamente commerciale.
Ad Antigang manca solo una struttura più complessa, personaggi che si prendano decisamente sul serio e magari un po di sangue in più. E'un action poliziesco, non un hard boiled, decisamente più comico e scontato rispetto ai suoi coetanei, come sembra ormai piacere sempre di più al pubblico main stream che ormai fa fatica a stare dietro ad un'indagine complessa con la quasi totale assenza di scene d'azione o centellinate a dovere.


mercoledì 23 gennaio 2019

Francesca


Titolo: Francesca
Regia: Luciano e Nicolas Onetti
Anno: 2015
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

Quindici anni dopo la scomparsa della piccola Francesca, figlia del celebre narratore, poeta e drammaturgo Vittorio Visconti, la comunità è tormentata da uno psicopatico determinato a fare pulizia delle "anime impure e dannate" dalla città. Messe in dubbio le capacità della polizia locale, Moretti e Succo sono gli investigatori che hanno il compito di chiarire il mistero che circonda questi crimini di stampo "dantesco". Nel frattempo Francesca sembra essere tornata, ma non è la stessa ragazza che tutti quanti conoscevano.

Dopo Sonno profondo, Luciano a questo giro assieme al fratello, gira la sua seconda opera cercando di ispezionare nuovi stilemi del giallo-thriller omaggiando come sempre gli anni '70 e i maestri del cinema di genere italiano.
Ne risulta un film per certi versi che strizza più l'occhio al poliziesco, ritagliando quella che a tutti gli effetti appare come un'indagine legata al "whodunit", dunque gli omicidi rituali, gli indizi, la polizia che brancola nel buio, un mistero nascosto nel passato, i traumi e infine tutti quegli elementi che non facilitavano l'indagine investigativa.
Francesca ha di nuovo una miriade di elementi funzionali dalla fotografia coloratissima, al talento come sempre di Luciano di essere autore a tutto tondo, confezionando quasi tutto e dimostrando come il fratello di saper essere un buon artigiano.
L'unico dubbio è sulla necessità di dover continuare a omaggiare il passato, in questo caso gli anni 70', quando invece in America va di moda omaggiare gli anni 80' o distruggere i cult.
Sarebbe interessante vedere gli Onetti a girare qualcosa di nuovo e soprattutto di moderno dal momento che la tecnica ormai è affinata così come l'innegabile talento nel saper "omaggiare" in modo molto originale.



mercoledì 5 dicembre 2018

Priests



Titolo: Priests
Regia: Jang Jae-hyun
Anno: 2015
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 2/5

Dopo un incidente un'adolescente inizia a manifestare strani sintomi. Convinto che si tratti di un caso di possessione, un prete, con il beneplacito della Chiesa, inizia il rito d'esorcismo. Ad aiutarlo un decano che deve inoltre verificare che tutto proceda secondo le regole.

A parte alcune eccezioni il filone sulla possessione che in America vanta una prolificità senza senso, in Oriente per fortuna non è così saccheggiato.
In più basti pensare a perle di bellezza come Wailing e allora uno prega in cuor suo che continuino a fare film su questa tematica se si incappa in risultati spiazzanti come quello citato.
Priests è un film che affronta proprio il tema dell'esorcismo, viene chiamata in cattedra anche Roma con il Vaticano, e in fondo la rima è quella per cui un giovane prete si ritrova alle prese con un caso di possessione così potente da dover chiedere aiuto ad un decano con più esperienza di lui e con tanti fantasmi nell'armadio.
Se dal punto di vista del comparto tecnico il film non fa una piega e anche il cast devo dire che risulta funzionalissimo all'intero processo, e proprio la storia su cui i coreani di solito non sbagliano, a regalare gli sbadigli più grossi.
L'esordio di Jae-hyun sembrava quell'azzardo perfetto come rielaborazione in forma di lungometraggio del suo stesso pluripremiato corto 12TH ASSISTANT DEACON.
Uno dei macro problemi della sceneggiatura è quando si perde diventando troppo macchinosa chiamando in causa antiche leggende cristiane, complotti, i Rosacroce, i flasi idoli, tutti tra l'altro elementi che i due preti coreani sembrano conoscere molto bene.
Seppur vero che il climax della vicenda rappresentato dalla lunga sequenza del rito come scena madre è coinvolgente e appassionante, non basta a far digerire un film che parla troppo e mostra invece meno di quanto ci si aspetti.


giovedì 18 ottobre 2018

Louisiana


Titolo: Louisiana
Regia: Roberto Minervini
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In un territorio invisibile, ai margini della società, sul confine tra illegalità e anarchia, vive una comunità dolente che tenta di reagire a una minaccia: essere dimenticati dalle istituzioni e vedere calpestati i propri diritti di cittadini.

Il cinema ha ripreso di tutto. Le storie sui tossicci e i film che parlano di dipendenze e di droga ci sono sempre stati, alcuni votati all'intrattenimento, altri ad inquadrare il fenomeno e cercare di analizzarlo in tutte le sue derive in primis dalla frustrazione sociale.
Louisiana arriva tardi da noi, passato in sordina ai festival, ed è un altro documentario dell'ottimo e sconosciuto Minervini che lavora ormai da tempo in America.
Anche lui come tanti della sua generazione si è messo a disposizione dei diseredati per cercare di comprendere un altro aspetto del lato oscuro dell'America.
Qui siamo dentro il Texas rurale, la patria di Lansdale, dove se non fai attenzione alle paludi rischi che qualche coccodrillo venga a mozzarti le palle.
In Louisiana, il regista deve aver conosciuto tanti disperati tra cui una coppia tossicodipendente che vive la giornata, cercando di fare in modo che la dose non manchi mai ma nemmeno il sesso o tutti quei bisogni primari di cui questi disperati cercano di saziarsi continuamente in una consumazioone di corpi e ideologie spicce. La loro è un intensissima relazione dove l'unica pecca potrebbe essere stata quella di non avergli messo in mano un copione dandogli piena improvvisazione e la cosa fino ad un certo punto funziona.
Nella seconda parte invece si sofferma su un gruppo paramilitare, e si fa più esplicitamente politico chiamando in ballo, ma come succedeva già nella parte prima dove un gruppo di anziani col cappello si ritrovano a bere birra fuori dalle loro roulotte e criticare l'attuale amministrazione e politica americana, e le loro azioni da marines.
La parte dei paramilitari per quanto affascinante non allarga più di tanto la vena politica, più che altro si compone di immagini e di monologhi del loro leader che cerca di fare il lavaggio del cervello, fermentando l'ideologia di autodifesa paramilitare a dei giovani smidollati redneck che vivono senza nessuna ambizione ma sempre con il dito sul grilletto.


venerdì 12 ottobre 2018

Cord


Titolo: Cord
Regia: Pablo Gonzales
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

In un mondo post -apocalittico, dove l'inverno non ha mai fine, alcuni superstiti della razza umana vivono sottoterra. A causa delle insalubri condizioni dell'ambiente in cui vivono, il contatto sessuale è diventato pericoloso. La masturbazione è quindi divenuta l'unica esperienza sessuale possibile grazie al perfezionamento di una serie di dispositivi low-tech creati appositamente a questo scopo. In questa desolante realtà, Czuperski (uno dei commercianti di questi dispositivi) e Tania (una sesso dipendente) fanno un patto: lei gli permetterà di sperimentare nuovi dispositivi sul suo corpo in cambio del piacere. Ben presto però, il loro rapporto finirà fuori dal loro controllo.

Sci-fi. Un'unica location. Tre attori. Idee. Stop
L'esordio di Gonzalez è un fantahorror post-apocalittico (sotto genere predominante negli ultimi anni nel cinema di genere anche solo per aver lanciato la possibilità di rinchiudere persone in location isolate dove al di fuori c'è qualcosa che uccide e questa semplice idea ha prodotto migliaia di pellicole spesso e volentieri grazie a budget miseri)
Dovendo dare a Gibson ciò che è di Gibson, qui ritroviamo molti elementi già scandagliati e usati a dovere che rientrano in quella fornace dove sono i dispositivi low-tech a fare da padroni e gli umani sono schiavi della realtà virtuale (scenario che in parte stiamo andando a concretizzare)
L'alienazione, vivere in spazi claustrofobici, il sesso come esperienza virtuale, l'accoppiamento come baratto, il sacrificio, la trasformazione, ci sono ovviamente tutta una serie di elementi squisitamente utilizzati e scandagliati da registi più famosi come Cronmberg e Tsukamoto ma qui il regista utilizza proprio e insisite su questo elemento quello della cavia e le apparecchiature utilizzate con cavi e liquidi che fuoriescono dalla pelle e dalla materia e dove soprattutto si sviluppa un'inquietante rapporto ossessivo tra vittima e carnefice.
Con l'accomunante che come per STRANGE DAYS dava prova che ormai l'umanità per provare esperienze che l'appaghino cerca sempre di più qualcosa di estremo dove diventiamo proprio cavie di qualcosa a cui ci sottoponiamo e che prende il sopravvento su e dentro di noi.
Qui è di nuovo il sesso alla base dove non resta che farsi aiutare da cavi elettrici tatuati nel corpo, strumenti freddi e impersonali (ma efficaci) con cui titillare le zone del cervello responsabili del piacere orgasmico. Mi ha ricordato anche se con intenti del tutto diversi I.K.U e tante altre cose. Drammatico, violento, la ricerca di toccare confini estremamente pericolosi porterà vittima e carnefice ad un epilogo che andrà e sarà del tutto fuori controllo.



lunedì 17 settembre 2018

Blush


Titolo: Blush
Regia: Michal Vinik
Anno: 2015
Paese: Israele
Giudizio: 4/5

La diciassettenne Naama Barash si diverte con i suoi amici tra alcol e droga mentre in famiglia deve vedersela continuamente prima con i genitori con cui è sempre in discussione e poi con la scomparsa della sorella, arruolata in un esercito ribelle. Appena arrivata in una nuova scuola, Barash si innamora per la prima volta e l'intensità dell'esperienza la confonderà fino a dare nuovo significato alla sua esistenza.

Il manifesto dell'adolescenza femminile a pari passo con le prime esperienze sessuali e trasgressive viene scandagliato regolarmente da molti paesi immergendosi in alcune sotto tematiche o semplicemente descrivendo l'ambiente.
Mancava all'appello un film coraggioso come quello israeliano che non ha nessun tipo di velo e censura mostrando una società o soprattutto un underground giovanile, una sub cultura, composta per lo più da una ricerca costante di eccessi, dalla perdita della verginità agli effetti della droga parlando di ribellione e della ricerca adolescenziale della libertà e al bisogno di infrangere ogni tabù
Un film che cerca di scardinare dogmi e valori ormai passati o trapassati dai millenial portando le ragazzine a scappare di casa o dalle caserme come gesto di estrema indipendenza o di come non si vogliano seguire alcune regole imposte dal nucleo familiare o addirittura fregandosene del parere degli altri arrivando a farlo praticamente nei posti in ultima fila di un pullman sapendo benissimo di essere visti e quindi sdoganando infine il voyeurismo proprio da parte delle protagoniste.
Un film che non ha niente di meno rispetto a pellicole come LA VITA DI ADELE o FUCKING AMAL (le analogie con il secondo sono però più palesi), o il coraggio di Much Loved, mostrando una Tel Aviv molto al passo coi tempi dove la parola d'ordine sembra essere Md.
Vinik è coraggiosa nell'avvicinarsi alle protagoniste, molto giovani e belle, nel descrivere e mostrare così tante scene dove le protagoniste si scoprono a letto e hanno questi baci a profusione intensi e lunghissimi dove le scene di sesso tra le due ragazze sono realizzate con dovizia di particolari e con molta sensibilità.
Come per Amal di Moodysson anche qui Vinik non affronta il tema dell’innamoramento tra due ragazze e tutte le sue implicazioni, ma cerca di riflettere su una gioventù annoiata e stanca di relazioni liquide e in cerca di qualcosa di nuovo o che almeno possa appagare la noia quotidiana, in questo caso le droghe dove si parte dai cannabinoidi per arrivare alla cocaina o alle droghe sintetiche è molto inquietante ma sicuramente post contemporaneo.
L'unica nota dolente al film di Vinik e che scoperte le carte il film si ripete abbastanza cercando di intraprendere il plot del thriller nella scomparsa della sorella ma non riuscendoci affatto rischiando di diventare macchinoso e superficiale.




lunedì 10 settembre 2018

Parasyte 2


Titolo: Parasyte 2
Regia: Takashi Yamazaki
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Prosecuzione delle vicende di Shinichi Izumi, l'adolescente che deve condividere il suo corpo con un parassita alieno.

Il primo capitolo si concludeva mostrandoci il volto del boss nemico interpretato dal mefistotelico Tadanobu Asano. Il secondo capitolo come dicevo scrivendo sul primo, non è purtroppo esilarante e originale come il primo. Qui i personaggi li conosciano bene e fatta eccezione per qualche new entry il film sdogana più che altro la sua parte action e pirotecnica mostrando una galleria di creature pur sempre interessanti e non negando l'indubbia capacità del regista di poter firmare altri blockbuster in futuro a patto che come spesso succede per i registi nipponici, creda più nel pubblico in generale senza dover, come questo film fa, spiegare ogni singola azione con dialoghi e altri annessi che il cinema orientale di solito, e per fortuna, evita.
Gli effetti speciali a differenza del primo capitolo sono volutamente più esagerati dando maggior risalto alle scene di combattimento, gli inseguimenti, le esplosioni senza tuttavia rovinare nulla essendo utili a rafforzare il lato grottesco e a divertire in alcuni casi anche se meno rispetto al primo soprattutto nello scambio di battute tra il protagonista e il suo parassita.

giovedì 7 giugno 2018

Desierto



Titolo: Desierto
Regia: Jonas Cuaron
Anno: Messico
Paese: 2015
Giudizio: 3/5

Moises viaggia con un gruppo di immigrati attraverso l'infernale deserto di Sonora nel tentativo di attraversare il confine con gli Stati Uniti quando improvvisamente si imbatte in Sam, un vigilante squilibrato che detta legge alla frontiera. Inizia così una caccia, durante la quale Moises dovrà cercare di vincere in astuzia il suo rivale per sopravvivere e non diventare l'ennesima vittima di una terra abbandonata da tutti.

Nel 2014 è uscito un film per alcuni aspetti simile. Si chiama Beyond the Reach americano, c'era Michael Douglas ha fare il cecchino, era pure lui ambientato nel deserto ma la trama era diversa meno politicamente e socialmente interessante del film del figlio del celebre regista.
Qui i confini sono fatti apposta per dividere e provocare tensioni, scontri e morti in una fascia desertica dove non solo non cresce nulla ma anche i confini sembrano labili senza nessuno a pattugliare ma lasciando mercenari liberi di fare ciò che vogliono.
In questo senso l'elemento più incredibile del film è proprio dato dal fatto che questa gente potrebbe morire e nessuno mai lo verrebbe a sapere dando così un'occasione ghiotta a tutti gli psicopatici (di cui l'America ne è piena).
Molto meglio dunque rispetto al film di Leonetti, qui l'intento e l'idea seppur abbastanza elementare e con alcuni copi di scena abbastanza telefonati (pensando soprattutto al finale) il ritmo è formidabile, il cast è perfetto, e l'ansia e l'atmosfera da incubo sotto un sole famelico fanno tutto il resto.
Un film anche questo senza una distribuzione ma passato direttamente in home video.

domenica 25 marzo 2018

Mediterranea



Titolo: Mediterranea
Regia: Jonas Carpignano
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Ayiva lascia il Burkina Faso per cercare di raggiungere l'Italia dove spera di poter trovare un lavoro che gli consenta di aiutare sua figlia che è ancora una bambina e sua sorella che se ne occupa. Parte come clandestino con l'amico Abas e, dopo la traversata del deserto in Algeria, si imbarca. Trova lavoro come raccoglitore di arance a Rosarno in Calabria. Le difficoltà sono numerose ma si accrescono quando parte della popolazione locale aggredisce gli immigrati.

Lo dico di nuovo. Jonas Carpignano è uno dei registi più interessanti del nostro cinema.
Giovane, impegnato, contemporaneo in tutti i sensi e con un interesse appassionato verso la comunità dei rom in particolare quella insediata a Gioia Tauro dove il regista ha deciso di trasferirsi.
Mediterranea prima di A ciambra apre il sipario su una questione drammatica di cui come sempre nessuno parla in particolare il nostro cinema. Quando lo fa finisce nascosto in qualche festival per dare la possibilità solo agli appassionati di averne accesso.
Mediterranea quando si parla appunto di stranezze produttive e distributive fa davvero arrabbiare per il fatto che sia stato presentato alla semaine de la critique a Cannes nel 2015 senza mai uscire nei cinema nonostante raccontasse una storia che ci appartiene.
Forse la distribuzione nelle sale di A ciambra potrà risolvere questo problema.
Rosarno e la tratta. O meglio la tratta che spesso e volentieri porta a Rosarno dove per chi non lo sapesse scoppiò nel 2008 la faida tra gli immigrati e la gente del luogo. Il film mostra quindi come climax finale della storia il primo conflitto esplicito e cruento tra migranti e cittadini e dove forse avviene anche l'unico ostacolo del film. L'apice dello scontro a parte essere macchinoso, sembra portare solo un punto di vista ovvero quello dei nordafricani e non invece degli abitanti del posto che non si vedono quasi mai se non in pochissime scene dove abusano delle donne, toccano il culo ad una ragazza e dicono dalle finestre ai protagonisti di fare silenzio.
Ancora una volta il giovane regista sospende il giudizio narrando per immagini e sguardi il dramma delle vite di alcuni protagonisti, di chi fino alla fine non molla e non si ribella e chi invece sopraffatto dal dolore e dalle ingiustizie decide di armarsi con quello che trova.

martedì 20 marzo 2018

Sangue di Cristo


Titolo: Sangue di Cristo
Regia: Spike Lee
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quando al dottor Hess Green viene introdotto un misterioso artefatto maledetto da un curatore d'arte, Lafayette Hightower, viene incontrollabilmente attirato da una nuova sete per il sangue che travolge la sua anima. Tuttavia, non è un vampiro. Lafayette soccombe rapidamente alla natura vorace di questa sofferenza che trasforma Hess. Presto la moglie di Lafayette, Ganja Hightower, va in cerca del marito e viene coinvolta in una pericolosa storia d'amore con Hess che mette in discussione la natura stessa dell'amore, della dipendenza, del sesso, e dello stato della nostra società apparentemente sofisticata.

L'ultimo Spike Lee Joint è stranamente un horror. Un thriller, un dramma con risvolti erotici.
Un'opera abbastanza fuori dagli schemi per quanto concerne l'approccio che l'autore disegna e a cui fa sfondo la vicenda. Un altro film molto bello è uscito negli ultimi anni che parla di vampiri in salsa black, l'indie Transfiguration.
Un altro film black che tratta quindi il vampirismo come metafora dell'integrazione razziale. Mentre nell'altro film il protagonista era un ragazzino qui sono gli adulti.
GANJA & HESS è, infatti, un oscuro film horror della Blacksploitation datato 1973 che il nostro ha deciso di “rifare”, con il titolo Da Sweet Blood of Jesus (Il sangue di Cristo).
Film a bassissimo budget girato in due settimane e supportato dalla tecnica del crowdfunding.
Premetto che quando ho sentito parlare del pugnale di Ashanti non ho resistito a quella monumentale scena dove veniamo a conoscenza di questo coltello nel film Bambino d’oro e dove Eddie Murphy prendeva in giro la spiritualità tibetana.
Tantissima musica molto diversa e con temi e atmosfere che cambiano di scena in scena senza di fatto lasciare quasi mai il film senza qualche brano che lo caratterizzi. Una scelta singolare dal momento che diverse scene giocano sull'atmosfera e sulla suspence sospendendola così in alcuni casi o dandole un intento diverso proprio a causa di questo cocktail di generi musicali.
Elegante e raffinato, dai costumi alle scenografie, Lee dimostra una scelta estetica di ampio gusto che riesce ad essere funzionale in tutta quanta l'opera.
Un'opera che cerca di essere onirica, con rimandi per alcuni versi alla cultura e alcune profezie vodoo, l'ipnosi, cercando spesso di deviare sul surreale, riuscendoci, ma non sempre soprattutto nell'ultimo atto, leggermente approssimativo e chiudendosi come fa con il triangolo di personaggi in un circolo vizioso da cui ne uscirà trascinandosi in una pozza di sangue tra presunta disperazione e un’insistita vena erotica glamour che non riesce così bene a gestire.





lunedì 19 marzo 2018

Sole Alto


Titolo: Sole Alto
Regia: Dalibor Matanic
Anno: 2015
Paese: Croazia, Serbia, Slovenia
Giudizio: 4/5

Sole alto racconta l’amore fra un giovane croato e una giovane serba. Un amore che Matanić moltiplica per tre volte nell’arco di tre decenni consecutivi: stessi attori ma coppie diverse. I paesaggi sono utilizzati come orizzonti emotivi, prima ancora che geografici, e gli stessi attori come simbolo di ciclicità. I due ragazzi, invece, no: i due ragazzi non possono essere gli stessi, perché i loro vent’anni sono cristallizzati dentro una giovinezza, innocente e fragile, che ci parla (anzi: che ci deve parlare) di ieri, di oggi e, soprattutto, di domani.

Sole Alto è un film con una co produzione importante per cercare di portare a segno frammenti di storie di una guerra che finalmente vuole mostrare alcuni squarci anche grazie al cinema.
Chi vuole farsi una rapida idea di quanto e del perchè si odino così tanto serbi e croati potrà avere qualche risposta dopo la visione di questo film a tre episodi, tutti con diversi annessi e con gli stessi protagonisti in ruoli diversi.
Amore e guerra in tre atti, sotto il Sole alto dei Balcani.
Lo stesso regista croato ha raccontato l’aneddoto che ha ispirato il film, al tempo stesso curioso e sintomatico di quanto l’odio sia sempre radicato in terra ex-jugoslava: "Qualsiasi storia sentimentale o flirt avessi, mia nonna ripeteva sempre la stessa frase: purché non sia una di quelli"
Matanic è bravo a mostrare i sentimenti a differenza dell'azione che quasi non appare mai nel film come lo dimostra il climax della prima storia con quel colpo di pistola che vale per tutto il film.
La collaborazione tra questi paesi almeno per portare alla luce questo film è già un segnale che forse non si vuole più nascondere una parte di storia tormentata e di orrori indicibili.
Il film diventa ancora più interessante mostrando itinerari e periodi diversi ma tutti in un qualche modo collegati dal filo visibilissimo dell'odio profondo verso "gli altri" senza quasi mai dare spiegazioni o arrivare al perchè e soprattutto da dove e perchè è nato quest'odio diventando l'unica ragione di vita di queste popolazioni.
1991-2001-2011. Tre grandi storie tutte nei medesimi villaggi che sembrano fare un escursus veloce ma a tratti così pesante da dare un piccolo quadro su un conflitto che ha generato mostri e creato paure e traumi che solo da poco si cerca di analizzare e portare alla luce.
Matanic ci ha provato riuscendo a fare un film di guerra importante che si dirama per portare alla luce storie drammi e amore.

sabato 18 novembre 2017

Dust-La vita che vorrei

Titolo: Dust-La vita che vorrei
Regia: Gabriele Falsetta
Anno: 2015
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Fetival
Giudizio: 4/5

Epopea favolosa di otto disabili fisici e psichici che vvono all'interno di un istituto, il cottolengo di Torino, da oltre cinquant'anni.

Dare la possibilità di raccontarsi in questa società soprattutto quando si vive rinchiusi tra le mura di un ospedale dovrebbe essere sacrosanta. In questo caso il viaggio sperimentale di Gabriele Falsetta, spinto oltre il teatro e il cinema con l'inebriante messa in scena delle esistenze mai vissute di 8 pazienti del Cottolengo, cerca proprio di dare un'identità a queste micro storie raccontate nell'arco di '21. Sette uomini e una donna che da oltre cinquant’anni vivono i loro disagi di natura psichica e fisica con vite interrotte, nascoste o dimenticate all'interno di una struttura chiusa al mondo, in cui sono stati mandati lì inizialmente per un breve periodo per poi scoprire dai famigliari che da lì non potranno più uscire. Alcuni ne parlano con dei toni sofferti come di chi è stato preso in giro dai propri familiari e senza di fatto avere la possibilità di scegliere.
'21 minuti di giochi, danze, sorrisi, voci incomprensibili e vite desiderabili, messe in scena in location reali, dalla sala prove nello scantinato alle sedie usate da Cavour prima e dal sindaco di Torino oggi e muovendosi poi per alcune aree di Torino come la Porta Palatina e così via.

Interpretazioni spontanee e travolgenti, per un cortometraggio sperimentale e vibrante, realizzato con la complicità di Giulio Baraldi della giovane casa di produzione Kess Film, arrivato in competizione nella sezione Spazio del 33esimo Torino Film Festival e disponibile in Video on demand.