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lunedì 17 settembre 2018

Motivational Growth


Titolo: Motivational Growth
Regia: Don Thacker
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Ian Folivor, un depresso e solitario trentenne, si ritrova a prendere consigli da una muffa che cresce nel suo bagno dopo un fallito tentativo di suicidio. La muffa, un morbido fungo parlante nato della sporcizia raccolta in un angolo del bagno trascurato, lavora per conquistare la fiducia di Ian aiutandolo a ripulirsi e a rimodellare il suo stile di vita. Con l'aiuto della muffa, Ian attira l'attenzione di una vicina di casa, Leah, e riesce a trovare un po' di felicità nonostante le sue condizioni innaturali. Improvvisamente, però, comincia a ricevere strani messaggi dal suo vecchio e rotto televisore, il quale mette in discussione la buona fede della muffa. Ha così inizio una battaglia epica tra il bene e il male di cui Ian è solo parzialmente a conoscenza.

Un protagonista molto brutto, squallido, brufoloso e mezzo chiatto che vive rinchiuso in casa, non esce da molti mesi, compra il cibo on line facendoselo portare a casa senza ricordare l'identità del fattorino e facendo sempre la stessa lista della spesa e passando tutto il giorno di fronte al tubo catodico (perchè il plasma non sa nemmeno cosa sia). Poi c'è la deliranza piena dove Ian (o forse Jack) parla e ubbidisce ai consigli della muffa parlante che fa capolino dal bagno mentre il nostro protagonista cerca di suicidarsi. Una muffa senziente che vorrebbe fornirgli cibo attraverso spore e funghi che a sua volta Ian (o forse Jack) rigetta per nutrire la muffa stessa, e gli disgrega lentamente ogni tassello del reale, uccidendo a seconda di chi si trova davanti sciogliendo proprio con gli stessi liquami.
Questi e tanti altri sono gli elementi di questo film molto bizzarro e contro corrente di Thacker che sembra un film per coplottisti dove scegliere di chi fidarsi se il Dio dal tubo catodico o la muffa parlante che genera delle escrescenze che se le mangi raggiungi il Nirvana.
Un film indie, assurdo e delirante dove la narrazione fa letteralmente quello che vuole con flash back e flash forward continui, mischiando le realtà come quando Ian (o forse Jack) entra nei canali televisivi e si confronta con i personaggi degli show, e nel modo più disparato, dove il protagonista è un nerd che non si vedeva da tempo e dove anche qui le trovate sono un continuum e tante parecchio suggestive (dal tema della crescita, l'adattamento con il mondo, l'agorafobia) per come vengono tratteggiate in maniera assolutamente anarchico e imprevisto.
Un film che finisce per immergersi nell'horror e soprattutto nello splatter dove tutto sembra e vuole essere assurdo trovando però una certa coerenza anche se qualche salto temporale deve essere sfuggito al regista.
Cinema per pochi, di genere, eccessivo ma sicuramente con la A maiuscola che tiene il suo protagonista per quasi due ore sempre nello stesso salone, le scene in esterno sono due o tre al massimo rimanendo appena fuori dalla porta, più precisamente sullo zerbino, e condendo le atmosfere con musiche 8 bit e sequenze animate stile vecchi videogiochi e dialoghi in forma teatrale.

lunedì 3 settembre 2018

Resurrection of a Bastard


Titolo: Resurrection of a Bastard
Regia: Guido Van Driel
Anno: 2013
Paese: Olanda
Giudizio: 3/5

Ronnie, un truffatore di Amsterdam sopravvissuto a un tentativo di omicidio, si aggira con il suo autista depresso Janus per la città frisone di Dokkum, alla ricerca di vendetta. Eduardo, un immigrato illegale angolano che non può parlare degli orrori del passato, ha di fronte a sé solo prospettive incerte. Sul loro cammino ci sono anche un cameriere d'hotel con un gatto malato e un coppia con un grande dolore. Tutto quello che devono fare è aiutarsi a vicenda.

Dall'Olanda arriva questo dramma abbastanza malinconico con alcune sterzate tragicomiche come tutta una serie di episodi che capitano allo sfortunato, ma dal cuore d'oro, Ronnie, assoluto protagonista del film.
Quando un regista prova a parlare delle responsabilità di un paese e in questo caso l'Olanda con i paesi del terzo mondo, lo fa come in questo caso sviluppando due storie su binari diversi che nel finale trovano un incrocio anche se abbastanza ambiguo e macchinoso.
Il film riesce molto bene quando parla delle traversie di Ronnie e del suo cercare di riprendersi un posto nel mondo della criminalità senza mai riuscirci.
Una tragicommedia surreale con alcuni momenti a tratti onirici come la festa in cui Ronnie insegue un uomo mascherato, oppure gli incubi di Eduardo, ma allo stesso tempo ci sono anche momenti carichi di violenza come la scena sempre di Ronnie a danno della madre del bambino che produrra un escalation di fatti e violenze.
Un film che cerca la redenzione ma solo nel finale perchè Ronnie ne ha fatte tante e non può essere del tutto perdonato.
Guido van Driel gira il suo film esordio tratto dal suo Om mekaar in Dokkum. Il tomo originale, scritto e diretto da Van Driel, era stato commissionato dalla città della Frisia Dokkum, nota agli olandesi come luogo dove San Bonificio, che convertì e organizzò i cristiani di Olanda e Germania, fu ucciso nel 754, esattamente 1250 anni prima dell'uscita del graphic novel, nel 2004.

giovedì 30 agosto 2018

Short Peace


Titolo: Short Peace
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Quattro storie, quattro epoche, quattro registi, ma un unico demiurgo, Katsuhiro Otomo. Nato da un progetto dell'autore di Akira, questo film in 4 episodi vede il ritorno alle produzioni animate sperimentali degli Omnibus anni Ottanta e coinvolge, oltre al famoso Katsuhiro Otomo, nuovi talenti dell'animazione giapponese

Davvero interessante questo film a episodi animati diretti da alcuni artisti tra i più pretigiosi in Giappone. Si parte da Possessions, diretto da Shuhei Morita, il più spirituale connotato da uno stile molto elegante e in grado di insegnare la pace tra l'uomo e le cose ricordando vagamente la formula di FERRO 3 con questo viandante smarrito che si mette a ripapare gli oggetti.
Una storia semplice ma profonda diretta splendidamente da Morita, che ha utilizzato contrasti cromatici meravigliosi
Combustion, firmato Katsuhiro Otomo, autore del soggetto di due dei quattro cortometraggi, racconta invece una storia d’amore impossibile ai tempi del Giappone del periodo Edo, e del suicidio di una ragazza che sceglie di morire arsa viva per vedere per l’ultima volta il proprio amato, fuggito di casa per fare il pompiere, fondendo come stile disegni a mano e computer grafica.
Gambo di Hiroaki Ando, narra della lotta tra un misterioso orso bianco e un demone piovuto dal cielo e intento a rapire le giovani fanciulle per ingravidarle e dare luogo a una progenie di demoni. Gambo è in assoluto il più violento ed estremo di tutti e quattro criticato per l'efferatezza delle immagini quando invece riesce a dare grande prova di stile, ritmo e messa in scena.
L'ultimo è A Farewell to Weapons, diretto da Hajime Katoki, basato sull’omonimo manga di Otomo, ambientato in un futuro devastato dalla guerra, dove un manipolo di uomini sta cercando di bonificare i resti della città di Tokyo dalla presenza di alcuni mech da guerra e di testate nucleari inesplose trattando come sotto genere il futuro post-apocalittico

giovedì 4 gennaio 2018

Firestorm

Titolo: Firestorm
Regia: Alan Yuen
Anno: 2013
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

L'ispettore Liu tenta ogni stratagemma per trovare prove che incastrino il bandito Cao e la sua gang, ma Cao anticipa sempre le sue mosse. Il duello tra i due finisce per trasformare Hong Kong in un campo di battaglia, mettendola letteralmente a ferro e fuoco.

E'da anni a questa parte che fatte piccolissime eccezioni il cinema orientale a livello tecnico ha ormai raggiunto traguardi molto importanti. Una peculiarità che solo però negli ultimi anni sta mostrando anche un limite in alcuni script facendo pensare a molti come in fondo Honk Kong stia diventando il fantasma di se stesso citando il suo stesso precedente cinema.
Sul genere gangster, crime-movie, poliziesco e thriller le opere spesso e volentieri superano il cinema americano ed europeo.
Firestorm è una perfetta via di mezzo pur essendo un film tecnicamente all'avanguardia ma che non è supportato da uno script così complesso e diramato come capita ad esempio per il cinema di John Woo, Johnnie To, Andy Lau, rimanendo meno ancorato alla realtà preferendo e richiedendo di più all'immaginazione e strizzando più l'occhio alla macchina hollywodiana dal momento che l'autore si diverte a mettere in scena una metropoli solo per distruggerla come un gigante.
Yuen punta tutto sulla messa in scena lasciando in alcuni momenti un limitato background dei personaggi ma puntando e investendo tutto sul show-down finale frenetico e a tratti esagerato e inverosimile come alcuni aspetti della trama.



giovedì 14 dicembre 2017

Rick & Morty

Titolo: Rick & Morty
Regia: Justin Roiland e Dan Harmon
Anno: 2013
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 11
Giudizio: 4/5

Rick è uno scienziato che si è trasferito dalla famiglia di sua figlia Beth, una veterinaria e cardiochirurga per equini. Passa la maggior parte del suo tempo inventando vari gadget high-tech e portando con sé il giovane nipote Morty (e successivamente la nipote Summer) in pericolose e fantastiche avventure attraverso il loro e altri universi paralleli. Questi eventi, aggiunti alla già strana famiglia di Morty, gli causano parecchi disagi sia a scuola che nella vita privata.

Sono sorpreso e stupefatto di aver fatto la conoscenza dell'unica serie animata che si è imposta per il suo concentrato di sballo, trip mentali, fantascienza, weird, stranezze, humor nero e fondamentalmente un gigantesco potenziale sovversivo iper moderno e originale all'ennesima potenza.
Genialità pura. Da applausi. Tra l'altro la prima stagione ha avuto
un indice di gradimento del 100% sul sito Rotten Tomatoes
La prima stagione di Rick & Morty è oro colato per tutte le sue stravaganti trovate e soluzioni visive e narrative. Dai semi dellla discordia, ai cani più intelligenti degli umani, agli shyam-alieni, ai miguardi, ai Rick-tipo, tutte etichette che lette così non dicono nulla ma quando guarderete capirete che ogni episodio presenta uno scenario che viene esagerato e sfruttato all’inverosimile, senza arrivare a rovinarne le premesse con elementi fantascientifici e drammatici che non intaccano lo spirito comico che caratterizza la serie con un focus maggiore sulla natura perversa e inquietante del suo protagonista.
Il tutto creando un mix fra parodia accurata e colta, divertimento e ingegno fantascientifico (attenzione alla coda dopo i titoli di fine episodio)
Rick and Morty riesce inoltre a viaggiare su vari livelli di comicità e drammaticità soddisfando diversi target pur avendo un linguaggio molto volgare come per i cugini di SPOUTHPARK riuscendo ad essere sia estremo che intelligente, la trama riesce ad essere piuttosto complessa procedendo per rigorosi passaggi logici e per finire ogni personaggio (compresi gli altri membri della famiglia) è ben strutturato e con un’evoluzione.



martedì 5 dicembre 2017

Goonga Pehelwan

Titolo: Goonga Pehelwan
Regia: Vivek Chaudhary and Prateek Gupta
Anno: 2013
Paese: India
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Un documentario che segue l’atleta sordo più bravo dell’India sulla sua improbabile ricerca per raggiungere le Olimpiadi di Rio 2016 e diventa il secondo lottatore sordo nella storia delle Olimpiadi a farlo.

Davvero sorprendente questo mediometraggio indiano.
Il wrestler muto Virender Singh Yadav a parte essere un attore nato e una persona che buca la quarta parete mostrando la sua semplicità, la sua voglia di vivere e soprattutto il suo straordinario talento da lottatore. Virender però è sordo.
Proprio questo "limite" lo porta all'interno di questo documentario ad analizzare le cause per le quali l'atleta non ha mai potuto partecipare alle Olimpiadi per i normododati mentre invece ha solo partecpato alle Paraolimpiadi. Il perchè dal puto di vista burocratico è che l'atleta non sentendo il suono del fischietto non può competere. L'altra versione è che Virender è così forte che avrebbe sicuramente battuto gli atleti normodtati e questa particolarità forse non era ben accetta dal comitato olimpico.
Ancora una volta vengono analizzate diverse tematiche tra cui le disparità di trattamento e le opportunità o gli svantaggi che gli atleti disabili hanno ricevuto dal governo e dalla società.
Virender con il suo appello chiede e vorrebbe giustamente un cambiamento che ossa giovare e sostenere gli atleti disabili attraverso l'inclusione e a vincita di premi in denaro.
L'ispirazione alla base di questo documentario era un articolo di giornale che uno dei registi, Vivek Chaudhary, aveva letto. L'articolo parlava di Virender Singh, un wrestler sordo e muto che, nonostante fosse un Campione del Mondo e Deaflympics Gold Medalist tra le altre cose, non è riconosciuto e non è celebrato dal Paese e dal Governo. Il sogno più grande di Virender e uno degli obbiettivi del documentario è quello di raccogliere supporto e rendere possibile il desiderio di Virender Singh di rappresentare l'India alle Olimpiadi di Rio 2016 possa esaudirsi. Speriamo!


domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


domenica 3 settembre 2017

Holy ghost people

Titolo: Holy ghost people
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In questo thriller psicologico, la diciannovenne Charlotte chiede l'aiuto dell'alcolizzato ex-Marine Wayne per trovare la sorella, scomparsa nel profondo dei monti Appalachi. La loro ricerca li porta alla Chiesa del Comune Accordo e a un enigmatico predicatore che usa i serpenti, e la cui devota congregazione di reietti rischia consapevolmente di essere ferita a morte per cercare la salvezza nello Spirito Santo. Quello che Wayne e Charlotte scoprono durante il loro tempo in montagna - su se stessi e sulla natura della fede - li scuote nel profondo, mentre il mistero della sorella Charlotte e il suo destino comincia a dipanarsi...

Le sette, la religione, le comunità nutrite di bifolchi e tutto il resto che gravita attorno a questo irresistibile flusso di gente che cerca un simbolo a cui affidare la propria esistenza per me è materia di interesse; anche quando ho la certezza che mi troverò di fronte ad un pacco senza senso come mi aspettavo per questo film.
Un prodotto commerciale senza anima destinato a vendere qualcosa su straight to video e portarsi magari a casa qualche recensione positiva di qualche amante dell'horror o del suo sottogenere preferito trovando elementi originali quando invece Altieri si è impegnato a farcire il suo film di luoghi comuni banali e senza senso.
Sono tanti e troppi quindi non starò ad elencarli tutti ma posso solo dire che dal plot iniziale in realtà la storia avrebbe potuto prendere un altra piega o diventare già da subito qualcosa come 2001 MANIACS di Sullivan oppure lo stesso HAMILTONS in cui Altieri ha giocato le sue carte.
Tutto nella setta sembra proprio prendere la strada più legata a ciò che ci si potrebbe aspettare con le donne tutte chinate che prendono botte dalla mattina alla sera senza poter proferire nulla, un'equipe di uomini con delle ghigne da psicopatici, gente che si fa prendere a scudisciate per aver avuto pensieri impuri. Un prete che fa i sermoni abbracciando un serpente e il classico bifolco handicappato.
Oltre a tutti questi elementi c'è poi una messa in scena discontinua in cui tutto sembra slegato. Un film che potete tranquillamente risparmiarvi di vedere limitandovi al trailer.


giovedì 3 agosto 2017

Ugly

Titolo: Ugly
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2013
Paese: India
Giudizio: 4/5

Shalini è sposata con Shoumik, violento e autoritario capo della polizia, che detesta il precedente marito Rahul, attore squattrinato. Un giorno in cui la piccola Kali, figlia di Shalini e Rahul, è con il padre, questi la lascia da sola in macchina; quando torna la bambina è scomparsa. Si scatena la caccia al rapitore, ma rispetto alla volontà di ritrovare Kali sembrano prevalere le vendette personali e i conti in sospeso da risolvere.

Ugly è un thriller indiano passato in sordina alcuni anni fa e proiettato infine al TFF.
Un film controverso e disturbante che parla del lato nascosto dell'India, o meglio di alcuni lati oscuri e del livello ormai inquietante di corruzione che attanaglia la città ponendo in primis l'inefficenza delle forze dell'ordine indiane.
Proprio le istituzioni vengono criticate in una galleria di personaggi tutti in fondo meschini, scelte e ambientazioni degradate quanto lussuose ponendo come fatto sociale rilevante la disuguaglianza che affligge questo paese.
Un thriller vitale e dinamico che nelle sue due ore di durata non si ferma mai, in un viaggio alla scoperta di se stessi, di un paese che finalmente racconta anche storie cruente abbandonando per un attimo il contesto e l'ironia bollywoodiana. Kashyap va ancora oltre con una messa in scena ottima, un gran ritmo, un montaggio attento e delle buone scelte di camera oltre che prediligere il cinema di genere in un crime story che non si vedeva da tempo. Lo stesso cast vede alcuni attori affermati nel vasto panorama delle produzioni indiane. La critica come dicevo non si limita solo ai rapimenti di bambini (una realtà scioccante se qualcuno ha voglia di interessarsi alla vicenda) trattando però tutte quelle dinamiche che sembrano proprio nascere dal contesto culturale, in cui vediamo le forze dell'ordine che sembrano alimentate da una profonda diffidenza per i cittadini, le donne lasciate in casa a bere che non sanno come passare le giornate, una cultura in fondo sempre più misogina e in tutto questo amici che rischiano la propria vita e la propria dignità per aiutare il prossimo e un finale davvero pesante che conferma l'ottimo lavoro di sceneggiatura, nonostante alcune piccole defezioni durante l'arco temporale della storia.



lunedì 6 marzo 2017

Paris Countdown

Titolo: Paris Countdown
Regia: Edgar Marie
Anno: 2013
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Milan e Victor un tempo si conoscevano bene. Proprietari di alcune discoteche di Parigi, per molti anni hanno tagliato tutti i contatti fino a quando sono costretti a cambiare idea. Serki, l'uomo che avevano mandato in carcere in Messico per un affare poco lecito andato a male, è tornato in libertà e ha intenzione di vendicarsi. Milan e Victor non hanno altra alternativa che unire le proprie forze e cercare una soluzione durante una movimentata notte in giro per un mondo cambiato rispetto a come lo ricordavano loro. Con pericoli ad ogni angolo di strada e Serki alle costole, i due vecchi amici affrontano i motivi che hanno portato alla loro separazione e le bugie che avvelenano le loro esistenze, facendo scelte irreversibili che rimettono in discussione trent'anni delle loro vite.

Marie alla sua opera prima dirige un noir cupo e tutto ambientato nelle affascinanti notti parigine.
Un thriller, un polar, spinto e che cerca fin da subito di creare atmosfera attorno all'intreccio peraltro interessante, affidando l'indagine e la natura degli eventi nelle mani dei due poliziotti ormai logori dai sensi di colpa. Soprattutto la paura è quella che evidenzia il regista, quella di veder tornare un uomo sadico e pazzo interpretato da un ottimo Carlo Brandt furioso come pochi in una vendetta che travolge chiunque gli si ponga davanti e che poteva essere bilanciata con la psicologia dei due protagonisti un'ottima formula dove inserire e costruire la vicenda.
Proprio gli intenti della trama lasciavano aperte le domande su dove potesse andare a parare il regista contando che in Francia film di questo tipo funzionano e vengono scritti e girato molto bene in un continuum che poche volte trova intoppi o film minori come questo.
Marie purtroppo non riesce a trasmettere quell'atmosfera che sembrava inquadrare la dimensione complessa e multi sfaccettata dei suoi protagonisti per ruotare attorno a troppi dialoghi e girare su se stesso senza riuscire a trovare spunti che riescano a dare maggior interesse e ritmo al film. Pur essendoci alcuni ottimi momenti, proprio questi da soli non bastano a riscattare un film che aveva tante carte per riuscire ad avere un successo perlomeno di critica.


sabato 28 gennaio 2017

Repairman

Titolo: Repairman
Regia: Paolo Mitton
Anno: 2013
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Nella provincia piemontese Scanio Libertetti ripara macchine del caffè da bar. Lavora da casa per conto di un padrone che lo sfrutta e la sua endemica lentezza non migliora le cose, l'unico parente che gli sta vicino sembra essere un zio panettiere con aiutante mezzo scemo. Attraverso i suoi amici, molto più integrati di lui nella società, entra in contatto con una ragazza inglese con cui inizia un rapporto sentimentale. Tuttavia sembra che ciò che sia dritto per Scanio risulti storto agli altri.

A volte l'immobilismo cosmico del nostro cinema mi spaventa.
Solitudine, timidi sorrisi, gesti goffi, anti eroi con l'aria da nerd. Se mettiamo da parte quasi tutta la filmografia degli ultimi anni, focalizzata o su tamarri colossali (Di Leo & soci) oppure su timidi nerd, Repairman dello sconosciuto Mitton sicuramente ha i suoi piccoli pregi per essere un indie di lodevole fattura che si è riuscito a staccare dalle produzioni romane.
E'come dire che l'apologia dell'ingenuità fa da diapason del film, piace e diventa funzionale nel momento proprio in cui di immobilismo parla, ovvero una situazione di una disarmante semplicità costipato di quelle consuetudini che ormai sono il marchio ufficiale del made in Italy nel cinema.
Savoca, l'attore feticcio di Louis Nero (penso di aver detto tutto) sembra Battiston di serie B, muovendo il suo personaggio con l'aria da orso in un precario equilibrio tra le contraddizioni del mondo moderno che detto in poche parole parla di famiglia, lavoro, storia d'amore.
Un triangolo che se riuscisse a inserire qualche elemento in più e non si accontentasse di una sorta di breve racconto di vita (peraltro noioso) trito e ritrito.
E allora se tutto il nostro paesino provinciale non comprende Scanio etichettandolo come storto chi meglio di una giovane studentessa straniera può farci riscoprire la vita? Un'idea particolarmente originale, che non a caso ha vinto numerosi premi e riconoscimenti...
L'apologia dell'ingenuità vince e premia.


martedì 17 gennaio 2017

L’étrange couleur des larmes de ton corps

Titolo: L’étrange couleur des larmes de ton corps
Regia: Helene Cattet
Anno: 2013
Paese: Belgio
Giudizio: 4/5

Una donna scompare. Il marito indaga sulle circostanze della sua sparizione…

All'apparenza leggendo questa sorta di log-line sembrerebbe la storia e la struttura narrativa più semplice del mondo. Però stiamo parlando del duo Cattet/Forzani, due nomi che forse ai più non diranno molto, ma che nel cinema indipendente e sperimentale hanno un certo peso dopo AMER.
Film particolarissimo con atmosfere e stili di regia complessi e in disuso. Una galleria di citazioni che faranno godere gli amanti del neo-gotico italiano e dei vari Fulci e Argento.
L'indagine che fa da sfondo in questo thriller psichedelico è assurda quanto impossibile da decifrare del tutto e ancor più da raccontare. Il viaggio allucinato all'interno di questo palazzo, l'inferno, dove personaggi si alternano in un vortice sempre più angosciante e stralunato, sembra uscire dalle menti e dagli incubi malati di Polanski e Lynch. Sicuramente L’étrange couleur des larmes de ton corps ha una sorta di orizzonte più lineare rispetto alla pellicola precedente, infatti pur non negando la narrativa classica, ci riporta continuamente in un mondo surreale e straniante concentrato quasi del tutto sull’aspetto visivo, la fotografia, i frame particolareggiati e il montaggio.
Il problema è quando si inizia a mettere assieme i pezzi dopo un ora abbondante, in cui cominci, preso dal fascino delle inquadrature, a non capire più nulla di chi è l'assassino, dei dubbi dell'investigatore e della tenacia del marito.
Alla fine quello che lo spettatore si domanda rapito dalle immagini e proprio l'interesse a sapere chi è il colpevole, a svelare le trame del rapimento o del delitto. L'incidente scatenante comunque ricorda tantissimo il primo racconto poliziesco di Edgar Allan Poe "I delitti della Rue Morge" che al tempo fu una novità assoluta per tempi, modi e idee. E sì perchè come nel racconto del maestro del brivido, anche lì l'appartamento era chiuso dall'interno creando immediatamente un'ambientazione e un interrogativo di immediato interesse.



martedì 15 novembre 2016

Mole Song

Titolo: Mole Song
Regia: Takashi Miike
Anno: 2013
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Reiji è un poliziotto incapace, col chiodo fisso del sesso ma con un’incrollabile determinazione. I suoi superiori decidono così di utilizzarlo come agente sotto copertura da infiltrare nella yakuza. Reiji si troverà alle prese con due organizzazioni criminali dalle opposte filosofie e composte da personaggi singolari. Tra mille disavventure, il protagonista farà la differenza nella guerra tra le due gang.

Takashi Miike ha girato così tanti film che quasi nessun sito è riuscito finora ad elencare tutta la Mole dei suoi film. Dal canto mio credo di averne visti almeno una sessantina dopo importanti retrospettive con il regista presente in sala ed essendo diventato scemo sul web a cercare di essere sempre aggiornato sulle sue ultime fatiche.
Che siano film di formazione, yakuza movie, manga, romanzi, horror e quant'altro, il fuoriclasse giapponese insieme a Sion Sono siedono sull'olimpo nipponico del cinema di genere. Mole Song sono 130' minuti di puro intrattenimento in perfetto equilibrio tra commedia ed action. Una parodia demenziale che non vuole prendersi sul serio mischiando ironia e dramma e contaminando sotto generi e qualità tecniche che non sembrano mai venir meno.
Reiji è l'imbranato sfruttato dai suoi superiori per toglierlo di mezzo senza pensare nemmeno per un attimo che il ragazzo possa farcela. Un esercizio di stile che dato in mano a qualsiasi altro regista sarebbe molto probabilmente finito nel dimenticatoio mentre qui l'inarrestabile sequela di invenzioni visive reggono un impianto narrativo surreale e sopra le righe.

Di nuovo un film completamente anarchico che si prende tutte le libertà che vuole senza limiti e imposizioni (d'altronde Miike è diventato famoso per questo da quando in passato scelse di chiamarsi fuori dalle logiche di marketing con il potente DEAD OR ALIVE) ridisegnando un suo universo pop colorato, esagerato, popolato di richiami al mondo animale e ricolmo di idee grafiche.

martedì 8 novembre 2016

Tore Tanzt

Titolo: Tore Tanzt
Regia: Katrin Gebbe
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Il giovane Tore cerca una nuova vita ad Amburgo e entra a far parte di un gruppo religioso chiamato The Jesus Freaks. Quando per caso incontra una famiglia e li aiuta a riparare la propria auto, ritiene che una meraviglia celeste lo abbia aiutato. Inizia una profonda amicizia con il padre della famiglia, Benno. Ben presto si trasferisce con loro al loro orto, non sapendo cosa lo aspetta.

La violenza che incontra il sacro. Tore facente parte di un gruppo di punk cristiani fanatici, senza famiglia e senza affetti, si ritroverà catapultato in una spirale di violenza dove di fatto un nucleo familiare disadattato come tanti lo tratterà come l'agnello sacrificale, il capro espiatorio per eccellenza. Non è un torture porn e non ha neanche quella esagerata dose di sangue e violenza come capita per gli horror odierni. Eppure Nothing Bad Can Happen riesce a fare, per alcuni aspetti, ancora più male degli altri perchè realistico e perchè indaga una realtà e scava dentro una psiche complessa e timorosa.
Se fosse una metafora potrebbe essere quella di Gesù Cristo che si sacrifica e si fa mettere in croce per salvare le sorti di un gruppo di persone a cui lui sembra essere molto legato. Ci sono alcuni momenti che riescono a mischiare ironia assurda (i punk cristiani che benedicono l'auto che poi riparte) alternati a stupri e mamme che schiacciano coi tacchi i coglioni del protagonista.
Vale sempre la regola di Matheson sul concetto di normalità. In questo caso Gebbe, alla sua opera prima, riesce a intuire l'assurdità di entrambe le parti, fanatici contro psicopatici, cercando di raccontarli assieme facendoli esplodere e implodere allo stesso tempo.


lunedì 3 ottobre 2016

Oculus

Titolo: Oculus
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In passato la famiglia Russell è stata colpita da una terribile tragedia che ha cambiato per sempre le vite dei fratelli Tim e Kaylie. Tim è stato arrestato con l'accusa di aver ucciso brutalmente i genitori. Superati i vent'anni il ragazzo viene rilasciato e prova a rifarsi una vita. La sorella Kaylie, convinta della sua innocenza, crede che a uccidere i genitori sia stata una terribile forza soprannaturale che proviene da un antico specchio custodito nella loro casa di famiglia.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso della scrittura e dai tempi della messa in scena di questo piacevole horror. Oculus è l'esempio di come con un soggetto abusatissimo si possono ottenere ancora buoni risultati.
Flanagan comincia a starmi simpatico. E'un regista che sicuramente sentiremo ancora, che gira dei thriller solidi e di atmosfera per poi passare all'horror e al soprannaturale. E'uno che sa il fatto suo per pochi ma importanti elementi ad esempio sa come affinare la suspance e fare in modo che la tensione diventi un mood costante e avvincente. Oculus purtroppo me lo sono visto in ritardo per il semplice fatto che aveva una locandina poco convincente e avevo paura che fosse uno dei tanti ghost story a base di case infestate, commerciali e scontati. Invece gioca e lavora su molti aspetti interessanti come lo specchio che restituendo la nostra percezione diventa la nostra identità e il nostro incubo ma bisogna andare oltre questa semplice definizione per capire il lavoro, soprattutto di scrittura che sta alla base del film.
La storia come dicevo è buona, i piani temporali non diventano mai fastidiosi ma anzi aggiungono tasselli importanti e contribuiscono a dare spessore alla narrazione e gli attori dal canto loro riescono ad essere abbastanza convincenti. Poi un altro elemento che ho molto apprezzato a parte forse un finale da cui mi aspettavo qualcosa più d'effetto e l'autodistruzione della famiglia in un trauma che è sempre più in crescendo con alcune scene davvero sorprendenti, tra l'altro tutto sempre in un interno, e uno scenario impressionante capace di giocare con l'immaginario umano e portarlo alla disperazione.


domenica 18 settembre 2016

Banshee

Titolo: Banshee
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Usa
Stagioni: 4
Episodi: 38
Giudizio: 3/5

Il protagonista principale è un criminale, che dopo aver scontato quindici anni di prigione a seguito di un tentativo di rapina finito male, ritorna in libertà. Immediatamente si mette sulle tracce della sua ex amante e complice, Ana, mentre si ritrova braccato dagli uomini del boss criminale che aveva tentato di rapinare, Mr. Rabbit. Le sue ricerche lo conducono quindi in un luogo immaginario, ossia a Banshee, una piccola città della Pennsylvania abitata prevalentemente da una popolazione Amish. Banshee, come viene detto in una presentazione della serie, è una creatura femminile della mitologia irlandese che porta sfortuna e probabilmente ciò ha ispirato il nome della città, che è rappresentata come una località in apparenza bella, pacifica, ma in realtà abitata da alcune persone orribili, come Proctor, un potente gangster che nasconde le proprie attività criminali dietro la facciata di uomo d'affari e praticamente tiene in pugno la città. Il protagonista qui rintraccia Ana, che ha cambiato identità ed è nota come Carrie Hopewell, moglie del procuratore distrettuale. Dopo essersi ritrovato casualmente in uno scontro a fuoco tra il nuovo sceriffo appena arrivato in città, Lucas Hood, e alcuni criminali del posto, i quali finiscono tutti uccisi, decide di rubare l'identità dello sceriffo e rimanere in città, nel tentativo di convincere l'ex complice a riprendere il rapporto con lui.

Banshee ha qualcosa di infinitamente idiota ed esageratamente tamarro questo è vero.
Si prende poco sul serio o meglio quando lo fa non ci riesce comunque.
Diciamo proprio: e'una serie di ignoranza senza precedenti.
Eppure è adorabile, fantasticamente pieno di ritmo e di insensatezze che piacciono perchè incasellate in modo furbo, certo banale, ma d'effetto.
E'un telefilm di uomini duri che bevono in silenzio whisky, scopano senza un domani e fanno rapine con una facilità degna dei serial americani.
Ho deciso per limiti di tempo di essere coinciso e perchè sinceramente trovo esagerati e inutili tutti coloro che recensiscono, magari con due o tre pagine, ogni singolo episodio di tutte le lunghe e disparate serie che guardano.
Nel mio caso sarò estremamente veloce contando che provare a dare un giudizio su quattro stagioni tutte assieme per 38 episodi e opera folle come non ho quasi mai fatto.
Seppur con tante trovate, alcune davvero banali e scontate mentre altre quasi d'effetto, la serie trova nell'esagerazione, nella continua diversificazione dei personaggi l'elemento più imprevedibile e divertente. Poi senza stare a prendersi in giro, in Banshee ci sono un sacco di fighe, spogliarelli e altro che fanno capire quale è stato l'elemento in più della Cinemax, costola della HBO, ex canale sporcaccione dei porno softcore.
Veniamo per ordine. Che cosa c'è in Banshee: violenza, nudi, scopate, indiani, amish, freaks, checche che spaccano i culi, tette e culi, inseguimenti, sparatorie, religioni caratterizzate col culo, fbi, azione a gogò, mafiosi russi e ucraini, branchie del governo che appaiono e scompaiono, zii che scopano le nipoti, motociclisti, albini che sodomizzano, sceriffi senza uno scopo nella vita, tutori del disordine, nazisti e bambini malati.
In mezzo a tutto questo poi non esiste solo la città di Banshee, vero tesoro per gli scambi di identità, ma altri coloratissimi e insensati luoghi che danno e creano disordine e ovviamente uniscono i tasselli di una trama che come per molte altre serie tende a lavorare per accumulo.
Ho un problema grosso.
Ho visto questa serie qualche mese fa ma per strani, arcani e sinistri motivi non l'ho mai recensita. Quindi inserire le trame di quattro stagioni non avrebbe senso e quindi non lo farò.
La parola chiave di Banshee comunque rimane una: l'adrenalina, quella che piace perchè spegne il cervello.
Continuando sono davvero tanti i luoghi comuni che vengono buttati sullo schermo senza pensare alle conseguenze, come un giocattolone che forse si pensava non sarebbe mai andato oltre il primo episodio, ma che invece è stato addirittura ed esageratamente tirata avanti e non a caso le ultime due serie sono quelle che hanno i maggiori wtf.
Da questo punto di vista l'ultima serie infatti è forse quella campata più in aria e l'antagonista con quelle corna da minchione sembra una parodia del satanismo e delle new-religion.
L'unico aspetto politicamente scorretto (il vero colpo di genio se vogliamo), ma dubito che appartenesse negli intenti dei due creatori, è quello di dare potere ad un uomo comune tutto rapine e discutibile senso della morale. Come a dire che chiunque potrebbe fare lo sbirro o lo sceriffo in America (o forse un po ovunque...) e che tanto non bisogna sapere e capire niente sulla legge perchè in fondo basta trovare un minimo di coerenza e buon senso quando la circostanza lo ritiene.



lunedì 18 luglio 2016

In grazia di Dio

Titolo: In grazia di Dio
Regia: Edoardo Winspeare
Anno: 2013
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Non c'è concorrenza con i cinesi, così una famiglia di fasonisti (i sarti che confezionano abiti per le aziende del Nord) è costretta a chiudere la propria fabbrica di fronte ai debiti e alla bancarotta. Mentre l'unico fratello cambia paese assieme alla sua famiglia, le due sorelle tornano dalla madre in campagna, una insegue le sue aspirazioni d'attrice e l'altra che prima si occupava della fabbrica per non essere sormontata dai debiti comincia a lavorare le proprie terre. La figlia di quest'ultima infine, non intende prendere la maturità e vive tutto con atteggiamento futile e superficiale, in contrasto con ogni cosa, anche nei riguardi dell'inaspettata storia d'amore della nonna vedova con un contadino.

Sono le donne le protagoniste dell'ultimo film del nostro buon Winspeare, quattro personaggi di tre generazioni diverse, tutte unite però dalla loro casa e dalla terra in cui vivono.
Un regista insolito, politicamente scorretto, sconosciuto per molti ma una garanzia per il nostro cinema e per il ritorno al Salento terreno fertile e ostile per diversi film precedenti del regista.
La crisi economica colpisce tutti anche e soprattutto nei paesini. La concorrenza investe e non risparmia neppure un potere tradizionale come quello di questi fasonisti.
Winspeare dirama e struttura un film per certi versi corale puntando sulla realisticità e la naturalezza della recitazione in dialetto contando che come spesso capita nessuna è un'attrice di professione.
Lo fa mettendo in campo risorse, regia e una linearità che cresce di continuo mantenendo una certa coerenza e un proprio stile personale. L'unica pecca è la durata che in alcuni casi appesantisce la narrazione lasciando alcuni strascichi e una macchinosità che sembra quasi collocarlo con una soap opera o una fiction. Cosa infatti costituisce il nostro mondo e ci è indispensabile come gli affetti e un'occupazione, che diano un senso e una dignità alle nostre giornate?

E allora cosa rimane per giovani e anziani. Credere nel potere dell'amore e affidarsi alla grazia di dio.

martedì 12 aprile 2016

Tocco del peccato

Titolo: Tocco del peccato
Regia: Jia Zhang-Ke
Anno: 2013
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Nella desertica provincia dello Shanxi (luogo natale di Jia Zhangke) un uomo noto per la sua opposizione alla corruzione, non resiste al senso di impotenza e, fucile in mano, decide di eliminare i problemi alla radice. In un centro rurale del sudovest, un lavoratore ritorna a casa dalla sua famiglia dopo diverso tempo ma non regge più ritmi e consuetudini di una vita sedentaria. In una città della Cina centrale una receptionist di una sauna cerca di cambiare vita senza successo e, ritornata a quella precedente, viene aggredita dai clienti. Infine nella città industriale Dongguan un ragazzo lascia e riprende diversi lavori tra cui uno come cameriere in uno dei molti bordelli locali travestiti da attività rispettabili.

Anche i cinesi sono stanchi della corruzione.
Con il suo ultimo film addirittura un regista come Zhang-Ke sembra interessarsi all'argomento.
E lo fa con quattro vicende che hanno a che fare con violenza e corruzione nella Cina post-moderna.
Infatti i protagonisti vengono utilizzati come casi esemplari di una corruzione che si è ormai insinuata entro i confini del Celeste Impero e si sta propagando inarrestabile, come un cancro in metastasi, attraverso il contesto geografico e socio-economico in cui essi vivono.
La vendetta o la reazione violenta divengono così l'unica via percorribile.
La violenza, come atto disperato, viene rivolta anche contro se stessi da parte di cittadini qualsiasi come noi, in fondo figure paradigmatiche che hanno poco del tragicamente ordinario.
Anche se il tema non è nuovo, evidentemente gli effetti indotti dalla rapida ascesa industriale della Cina ancora non sono ben chiari e diciamo che sull'argomento poco si è parlato.
Il degrado nuovo della Cina è presente su tutto il territorio invadendo e investendo campagne, villaggi, città industrializzate. Così la rabbia accumulata sfocia in violento desiderio di vendetta contro l'oppressore e il padrone.




Attacco al potere

Titolo: Attacco al potere
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Mike Banning è un agente della sicurezza al servizio del presidente degli Stati Uniti d'America. Brillante e intraprendente, è ben voluto dalla First Lady e da suo figlio, un ragazzino di pochi anni che sogna un giorno di servire il Paese. Alla Vigilia di Natale la donna muore in un tragico incidente, 'sacrificata' insieme a due agenti per salvare la vita del presidente. Sollevato dall'incarico e costretto dietro alla scrivania, Mike conduce una vita ordinaria a cui proprio non riesce ad abituarsi. L'attacco alla Casa Bianca da parte di un gruppo di estremisti nord coreani, che vorrebbero 'detonare' gli States, gli offre finalmente l'occasione di tornare operativo. Sopravvissuto ai colleghi caduti come mosche nei corridoi della residenza presidenziale, Mike prova a raggiungere il bunker dove il Presidente è tenuto in ostaggio con il suo staff. Mentre l'America trattiene il respiro, l'agente Banning si riprende gloria e reputazione.

Classico action americano esagerato e reazionario.
“Gli Stati Uniti d’America non negoziano con i terroristi”.
L'ultimo film di Fuqua, regista specializzato nell'action a stelle e strisce con all'attivo forse un paio di film menzionabili sicuramente non regala gloria e onore a nessuno meno che mai il paese al mondo che non può per storia e bisogno fisiologico, fare a meno della guerra che sia in casa o fuori.
Il problema di questi film estremamente propagandistici di stampo nazionalista e che purtroppo finiscono sempre per cospargere di ridicolo e di pericoloso qualsiasi paese che in un epoca storica o in un'altra colpisce gli interessi yankee, diventandone nemico da bombardare con i media ancora prima che con la forza bellica militare, e quello per cui spesso e volentieri piacciono e la gente legittima le azioni dei suoi protagonisti vedendole come le uniche possibili.

Banning è il tipico esempio di un conservatore che sa di aver fatto la cosa giusta per il suo padrone ma ha dovuto pagare un prezzo. Vive con la speranza che qualcosa di brutto possa capitare al suo stesso presidente per poter riavere fiducia. Sembra la storia di uno di quei cani tanto fedeli al loro paese che per amore incondizionato non riesce mai a ragionare o provare a pensare al significato delle sue azioni.

giovedì 24 marzo 2016

Contracted

Titolo: Contracted
Regia: Eric England
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Le malattie a trasmissione sessuale colpiscono soprattutto i giovani al di sotto dei 25 anni ma Samantha sembra non ricordarsene quando ad una festa incontra un misterioso sconosciuto, con cui fa sesso senza alcuna protezione. Molto presto gli effetti di quella notte cominciano però a palesarsi: Samantha crede di aver contratto un morbo molto virulento che ben presto si rivelerà essere qualcosa di molto più terrificante di quanto immaginasse.

Moralismo di fondo o semplice baggianata?
Contracted rientra in un filone o meglio un sotto genere dell'horror che negli ultimi anni ha infarcito parecchio la prolifica filmografia di genere.
Quello delle donne che o per sfiga o per qualche malattia sessualmente trasmissibile o un virus o per un "non so bene che cosa" perdono piano piano i pezzi.
Alcune di queste davvero sono solo ore sprecate, mentre altre sotto intendono nella loro trama e nella messa in scena, concetti interessanti e anomali.
Per certi versi maleodoranti e inquietanti come è il caso di uno dei pochi davvero riusciti, vero esempio di indie THANATOMORPHOSE, qualcosa di unico nel genere che consiglio a pochi anzi pochissimi. Oppure per continuare sulla scia della perdita di se stessi, il mediocre STARRY EYES.
England sdogana per certi aspetti nell'indie il grottesco avvilente e involontario, quello che cercando di mostrare più che di dire, punta sul gore e affonda il pedale con sangue a fiumi e vermi che fuoriescono da indovinate dove.
Il finale poi è quasi imbarazzante con Samantha che rincorre la madre per fargliela pagare in mezzo ad una strada, ignara dei poliziotti che non capiscono cosa succede.
Per finire due parole sul rapporto lesbo e la ragazza di Samantha, vera punk fastidiosissima che ha tatuato sulle dita la scritta "leccami la figa". Eccessivamente fuori luogo.
Comunque possiamo dire a England di stare tranquillo. MADISON COUNTY era una vaccata peggiore di questa.