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venerdì 12 ottobre 2018

Capsule


Titolo: Capsule
Regia: Athina Rachel Tsangari
Anno: 2012
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Sette ragazze. Una villa abbarbicata su un costone roccioso nelle Cicladi. Una serie di lezioni su disciplina, desiderio e sottomissione.

Ma che bella scoperta il cinema videoarte della Tsangari. Figlia anch'essa di tanto cinema e di tante citazioni e forme d'arte diverse che riescono in questo caso ha unirsi tutte come in un girotondo dark ed esoterico per una galleria di immagini evocative e dalla innegabile grazia.
Un fascino e una ricerca della moda, della bellezza, del desiderio in cui la regista ellenica sembra voler sancire i suoi temi più personali dalla competizione al desiderio, il dominio e non ultima la sottomissione. Lo fa confezionando una pellicola di grandissimo fascino visivo e di bellezza estetica in cui nessuna componente è lasciata al caso: tutto è molto curato e controllato dai costumi alle immagini.
Un certo simbolismo potrebbe far storcere il naso dal momento che alcuni contenuti possono risultare criptici e di certo la regista non esclude una certa ricerca non solo dell'estetismo a tutti i costi ma anche di una sotto chiave narrativa e intellettuale che inserisce toni da fiaba gotica e un certo horror che cerca di rifarsi al mito del vampirismo
Un'opera ambiziosa e criptica che in fondo tratta la magia, il rituale, la cerimonia grazie a sei discepole (o replicanti) alla corte di una dominatrice matriarcale che, costituito un'ordine improntato su un'insolita dottrina iniziatica alla (ri)scoperta della natura femminile, finisce per stabilirne i rispettivi e brevissimi cicli esistenziali.

martedì 25 settembre 2018

Compliance


Titolo: Compliance
Regia: Craig Zobel
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Su Wikipedia, è diventato noto come lo "Strip search prank call scam". Per una decina d'anni, negli Stati Uniti un uomo ha chiamato ristoranti e tavole calde fingendosi un poliziotto e sostenendo che un'impiegata avesse rubato dei soldi o nascondesse delle droghe. Così, degli ignari (e un po' ingenui) dipendenti si ritrovavano a effettuare delle perquisizioni corporali su delle vittime innocenti. Ispirandosi a questi fatti reali, Compliance racconta questa storia inquietante.

Compliance è davvero una piccola sorpresina indie che dalla sua ha un impianto di scrittura intrigante e decisamente stimolante, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo per decifrare tutta una serie di dialoghi che riescono a intrattenere creando una storia che ha dell'inverosimile contando che rimaniamo dall'inizio alla fine del film in un fast food.
Un film capace di montare l'ansia poco a poco immergendoci in questo psico dramma da camera dove fino all'arrivo del tono autoritario dell'agente passiamo velocemente a diventare anche noi ignare vittime costrette a subire violenze psicologiche e sevizie fisiche che sfocieranno in un vero e proprio abuso sessuale.
Il discorso di Zobel e parte degli intenti del film sono da riassumersi nella metafora politica ed economica che rimane alla base del film ed è forse l'elemento più inquietante ovvero
la cieca obbedienza dell'individuo comune ad una società eteronomica nel contesto realistico di un ambiente lavorativo dove precarietà, ricatto sociale contribuiscono a condizionare il criterio di giudizio e le scelte morali di individui asserviti ad un misterioso senso di obbedienza.
E allora tutti gli interrogatori diventano esempi mondani di come la società capitalista si prende o si arroga il diritto di trattare tutti come merce o come piccoli automi obbedienti e in fondo strumenti per il benessere della collettività. Un dramma forte ed esplosivo che sottolinea come spesso la realtà, appunto in questo caso, supera la fantasia o idee strampalate ed inverosimili.




giovedì 13 settembre 2018

Butter on the latch


Titolo: Butter on the latch
Regia: Josephine Decker
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nella foresta di Mendocino, nel Nord della California, si sta svolgendo un festival folk balcanico. Tra le partecipanti Isolde e Sarah, che prendono parte con grande trasporto alle attività della manifestazione, lasciandosi trascinare dall’atmosfera fuori dal tempo che vi regna. L’incontro di Sarah con un ragazzo, dal quale si sente attratta e che decide di sedurre, romperà gli equilibri, facendole scoprire sentimenti nuovi e sconosciuti, che la precipiteranno in una realtà onirica.

Il film inizia con la chiamata di Sarah completamente sconvolta. In uno dei suoi deliri alcolici si è risvegliata in un sottopassaggio alla mercè di alcuni uomini che le fanno, o hanno fatto, ciò che vogliono.
Così assieme all'amica parte per questa mistica esperienza dove ad avere il ruolo di assoluta padrona è Madre Natura che riesce ad impreziosire e rendere evocativi diversi inserti onirici e grotteschi del film.
L'amicizia delle due protagoniste è solo la miccia per sparpagliare elementi all'interno del film dove ognuna di loro cercherà il proprio cavaliere in quello che sembra essere più un esperimento e un esercizio di stile che non un'opera con una storia vera e propria ricordandomi per certi aspetti QUEEN OF EARTH con cui quest'opera ha diverse analogie.
Sicuramente Decker fa parte di quel movimento indie dove preferisce promuovere un copione libero, stravolgimenti di camera, dialoghi improvvisati, telecamera a mano (tanta forse troppa) e una ricerca di una sorta di linguaggio con la natura soprattutto per Sarah (la scena a rallenty dove vediamo lei rivolta alla telecamera assieme alla donna anziana credo sia una delle scene più suggestive e impressionanti viste ultimamente).
Un film che non ha una vera e propria direzione e nemmeno degli obbiettivi forti che crescono mano a mano nella narrazione. Qui tutto sembra perdersi e ritrovarsi proprio in mezzo alle foreste con una colonna sonora suggestiva che aiuta in questa sorta di trip che piacerà sicuramente molto al Sundance.

lunedì 3 settembre 2018

Mondomanila


Titolo: Mondomanila
Regia: Khavn de la cruz
Anno: 2012
Paese: Filippine
Giudizio: 4/5

Nato come racconto, premiato al Palanca Awards for Literature (importante premio letterario filippino), Mondomanila è il risultato di 9 anni di lavoro immersivo in cui Khavn ne ha realizzato per il cinema diverse versioni, prima come corto, poi come serie a episodi e infine come lungometraggio. Una commedia nera dai toni iperrealisti incentrata sulla figura di Tony de Guzman, un antieroe per cui la vita è corta, brutale e mai dalla tua parte. La sua filosofia è "prendi quello che puoi e quando puoi, godi e fotti il sistema". Nel brutale circo dei bassifondi, prostitute, yankee pedofili, casalinghe sole, tossici, e omosessuali, sono la sua unica famiglia.

Mondomanila è un trip andato a male.
Una galleria d'immagini abbastanza strazianti e di una ferocia e un nichilismo ai limiti estremi.
Il livello di degrado, di violenza, di sopravvissuti che cercando qualsiasi modo per drogarsi e sopravvivere mangiando topi in un ammasso di lamiere unito a tanti squardìci, mai belli, diventano la cartina di questa capitale in cui non sembrano esistere, almeno per i giovani, freni inibitori.
Il lavoro di De la Cruz avrà avuto sicuramente molti problemi, traversie produttive strane e molto lunghe e tutta una serie di nemici tra cui il governo filippino che dalle immagini sembra proprio fregarsene del destino degli abitanti della capitale.
Ragazzini che vogliono fare solo sesso avendo rapporti con animali e poi uccidendoli, nani che si prestano ad ogni tipo di cose, fratelli minori che per aiutare la mamma si prostituiscono dicendo che in realtà fanno massaggi e tossici degenerati che si danno al rap.
E'un calvario Mondomanila attraversandola sembra di trovarsi accanto una Sodoma un pò più moderna e globalizzata ma dall'altra parte è un grido disperato di aiuto contando che la maggior parte dei protagonisti sono poco più che ragazzini.
Il ritmo poi è scoppiettante, molto velocizzato e con frame sparsi presi un po ovunque con alcune qualità di girato non proprio pulite. Complice una colonna sonora disperata che sembra buttare tutto ancor di più nel caos.
"Non spero necessariamente che Mondomanila ispiri questa generazione, ma spero davvero che toccherà il prossimo. Sì, c’è la realtà presente, ma c’è sempre anche la speranza che questa realtà possa cambiare a un certo punto. Se tutto va bene, Mondomanila consentirà questo alle persone, perché fare affidamento sui leader non sempre funziona: a volte bisogna farlo da soli." (Khavn)

mercoledì 1 agosto 2018

Crawl or die


Titolo: Crawl or die
Regia: Oklahoma Ward
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una squadra di sicurezza d'élite, che ha ricevuto il compito di proteggere l'ultima donna conosciuta in grado di rimanere incinta, si ritrova a dover fronteggiare un claustrofobico sistema di tunnel sotterranei senza fine. La squadra imparerà presto che il vero orrore non è dato solo dalla forza inarrestabile che li segue ma anche dal tunnel stesso, che diventa sempre più piccolo.

Il film sci-fi super indipendente della regista con un nome stranissimo si aggiunge al filone appunto citato strizzando l'occhio ad ALIEN e HAZE di Tsukamoto.
L'eroina protgonista, Tank, passa tutto il film a cercare di trovare una via d'uscita in un sistema di cunicoli claustrofobici e inseguita da creature che sembrano dei delfini giganti particolarmente incazzati che cominciano a sterminare la sua task force.
Un film che dopo il primo atto lascia spiazzati geograficamente, non sappiamo più dove siamo e se stiamo banalmente percorrendo il cunicolo giusto. Un film tutto attentamente studiato per creare questo effetto che solo alle volte cede ad un montaggio macchinoso soprattutto nel terzo atto finale.
Pochissimi dialoghi, scene di violenza a gogò e tutte attentamente girate contando la mancanza di soldi e una protagonista che cerca di mettercela tutta nel cercare di essere realistica nella sua disperazione personale che la porta a vivere momenti di conflitto e di sopraffazione.

martedì 20 febbraio 2018

After porn ends


Titolo: After porn ends
Regia: Bryce Wagoner
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La vita fuori dagli schermi degli attori pornografici contemporanei più famosi d'America. Cosa li ha spinti a intraprendere la carriera nell'hard? Cosa succede quando abbandonano quel percorso per vivere una vita ordinaria?

Alcuni documentari trattano temi che aiutano a comprendere meglio un fenomeno o meglio cosa ci sia dietro e con quali interessi e con quale posta in gioco.
After porn ends tratta il tema di quelle attrici, quasi tutte donne a parte tre attori, che dopo la carriera si domandano cosa possono fare e come la società intende trattarle appendendo di fatto il sesso al chiodo.
La risposta non è a lieto fine, anzi. Diciamo che chi ha raccimulato tanti soldi e ha un buon marito vive in questa fortunata condizione. Poi ci sono tutte quelle che nonostante le difficoltà sono riuscite a trovare un altro lavoro, o infine chi ha perso tutto e vive di ricordi del passato come reduce dell'industria del sesso con diversi problemi legati al fisico o alle dipendenze da sostanze.
Dalle 10 interviste alle milf emergono diversi dati tutti strutturati secondo storie di vita diverse.
C'è chi per compensare un passato segnato dagli abusi sceglie il porno proprio come bisogno per, a sua volta, continuare ad essere uno strumento magari annebbiato da alcool e droga.
Chi semplicemente ha inizialmente deciso di smettere all'arrivo dei figli per poi rendersi conto che non è in grado di accettare altri lavori e il porno in due guiorni di lavoro la settimana soddisfa il fabbisogno.
Dalle interviste emerge netto un fattore di differenza: le donne assomigliano chi in un modo chi in un altro a delle reduci, persone che hanno dovuto affrontare e superare il momento dell'abbandono delle scene (in media se non sono famose durano 3 o max 4 anni)mentre gli uomini invece sembrano rimasti fondamentalmente uguali a loro stessi, praticando in prevalenza hobbies ed avendo una memoria soprattutto aneddotica di quel periodo (alcuni parlano di masturbazione assistita come a far comprendere che quello che fanno non è nemmeno sesso ma consumazione di corpi)


mercoledì 15 novembre 2017

Dead Shadows

Titolo: Dead Shadows
Regia: David Cholewa
Anno: 2012
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Dead Shadows racconta la storia di un giovane, Chris, i cui genitori sono stati brutalmente uccisi 11 anni fa, nello stesso giorno in cui la cometa di Halley può essere vista dalla terra. Stasera, una nuova cometa sta per apparire e tutti nel suo palazzo si stanno preparando a celebrare l'evento, con una festa. In giro circola anche una teoria sull'apocalisse. Mentre scende la notte, Chris inizia a scoprire che la gente si sta comportando in modo strano - e sembra che la situazione sia in qualche modo collegata alla cometa. Le persone stanno diventando disorientate e violenti e non ci vuole molto tempo prima che inizino a trasformarsi in qualcosa che non appartiene a questo mondo. In una lotta per la sopravvivenza, Chris deve cercare di fuggire dal suo palazzo, con l'aiuto di altri inquilini - ma riusciranno a uscirne vivi?

Esagerato e sboccato. Quanto mi piacciono i francesi quando semplicemente fanno quello che gli pare. Questo pazzo di Cholewa si è trovato di fronte ad un budget risicato volendo fare un film a tutti i costi che unisse sci-fi, post-apocalittico e creature varie che sembrano per certi versi, anch'esse, uscite dall'orrore cosmico lovecraftiano.
Quindi il regista ha scommesso in un film che non dura nemmeno novanta minuti riempiendolo di dialoghi assurdi e sboccati, scene di combattimento a non finire, momenti ironici e grotteschi e altri in cui vediamo tentacoli bucare del tutto corpi umani in scene anche esageratamente trash e splatter (alcune decisamente inaspettate quando Chris entra nel vivo della festa e osserva le scene di sesso).
L'impianto del film più che nelle concitate scene d'azione, vive di momenti di non-sense totali uniti alla faccia da cazzo del protagonista che sembra saperne sempre una più degli altri.
Nel suo piccolo Cholewa ha cercato di non farsi mancare proprio nulla, ammettendo però di aver inserito alcune scene fatte con una c.g così brutta da far ribrezzo, volutamente o no, forse era davvero meglio non girarle a questo punto. Per il resto è un film esagitato dove corriamo con Chris dall'inizio alla fine senza capire sempre cosa sta succedendo o soprattutto se le azioni dei personaggi abbiano un senso reale.

Per ciò che concerne i trasformati direi di no, ma almeno su qualcuno dei personaggi "sani" questo lavoro e una caratterizzazione più interessante si poteva avere, ma il film vince la sua sfida, divertendo e non facendo mancare mai l'azione e a volte le risate.

venerdì 10 febbraio 2017

Flukt

Titolo: Flukt
Regia: Roar Uthaug
Anno: 2012
Paese: Norvegia
Giudizio: 3/5

Norvegia, 1363. Sono trascorsi dieci anni da quando la peste ha decimato la popolazione. La giovane Signe è in viaggio con i genitori e il fratello più piccolo quando vengono assaliti da un branco di banditi. Unica sopravvissuta della famiglia, la ragazzina viene presa in ostaggio dalla banda di briganti, capeggiata dalla spietata Dagmar, implacabile donna guerriera con un tragico segreto nel suo passato.

Flukt è un bel thriller con la caccia ad una bambina da parte di un manipolo di assassini in salsa nordica. Un'opera d'avventura e inseguimenti con tanti luoghi comuni e scene telefonate ma con il fascino della narrazione che rimane tale nonostante i difetti e i punti deboli.
Uthaug è il regista di COLD PREY, uno slasher che al sottoscritto non ha detto nulla, o almeno non rispetto ad altri, ma che al pubblico e i critici in generale è sembrata la sorpresa dell'anno. Probabilmente la causa è dovuta al semplice fatto che di slasher norvegesi non se ne vedono molti. Eppure Flukt ha un suo fascino che parte dalle incredibili e suggestive location oltre una fotografia calda che riflette perfettamente i contrasti tra personaggi ed ambiente.
Il cast è buono, le performance nella media, Ingrid Bolsø Berdal buca lo schermo così come la figlia acquisita e via dicendo.
Flukt sembra uno di quei film che già dall'inizio ti sembra una rivisitazione di ciò che è già stato (fatto), ma allo stesso tempo ha ritmo da vendere, alcuni colpi di scena non sono poi così scontati e si arriva fino alla fine senza troppi sbadigli. Convince meno la parte della sceneggiatura che si concentra sui personaggi e sul difficile rapporto adulta/bambina. Anche la peste è solo un pretesto senza mai farla vedere dal momento che quasi tutta l'azione del film è giocata in esterni.

Alla fine Flukt è semplice ma maledettamente efficace.

martedì 17 gennaio 2017

Unit 7

Titolo: Unit 7
Regia: Alberto Rodriguez
Anno: 2012
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

L'Unità 7 della polizia ha il compito di ripulire la città dalle reti di narcotrafficanti e di porre fine al clima di violenza e corruzione che si è impadronito delle strade di Siviglia prima dell'Expo 1992. Formata da quattro agenti, l'unità è guidata da Angel, un giovane ufficiale che aspira a diventare detective, e Rafael, poliziotto dai metodi discutibili ma efficaci. Attraverso un modus operandi al limite della legalità, la missione procede per il migliore dei modi fino a quando le strade di Angel e Rafael inaspettatamente si dividono a causa delle eccessive ambizioni di carriera del primo e dell'amore del secondo per l'enigmatica Lucia.

I cop movie ultimamente scarseggiavano un pò soprattutto in Europa mentre in America la tradizione continua senza sosta alternando prodotti commestibili e di rado film dannatamente interessanti come ad esempio il divertentissimo WAR ON EVERYONE, CODICE 999 (seppur cone le dovute precisazioni) COLT 45, TRAFFIC DEPARTMENT, WRONG COPS, KING SURRENDER e altri ancora.
Unit 7 arriva direttamente da Siviglia negli anni '90 in un polar potente e frenetico recitato benissimo da alcuni attori della new generation spagnola, sfoderando delle location straordinarie che si perdono nei quartieri, nelle case, nei corridoi, restituendo quel senso di claustrofobia e paura. Una squadra diversa dalle altre, slegata completamente dalle normali logiche ma con la carta bianca per poter essere legittimati a fare quasi di tutto, trovandosi però in questo modo soli a dover combattere contro tutto e tutti a partire proprio dai membri del team.
Rodriguez sembra essersi ispirato ai film di Michael Mann se non altro per l'atmosfera e la telecamera a spalla che in più momenti restituisce quel senso di malessere riuscendo a dare ancora più spettacolarità agli inseguimenti e alle sparatorie. L'unità macina successi a colpi di imbrogli, pestaggi e coercizioni e in tutto il film il livello di violenze e torture è altissimo. Altra menzione quella legata ai personaggi. Tutti sono caratterizzati a dovere con una credibilissima introspezione (in particolare Angel e Rafael).
Anch'esso ignorato o dimenticato volutamente dalla distribuzione italiana, dimostra la qualità e la buona forma del cinema spagnolo che trova in Mario Casas, il Tom Hardy spagnolo, una giovane promessa e un talento incredibile che si vedrà anche e soprattutto nel successivo TORO. Ottimo tutto il resto del cast tra cui ricordiamo il famoso Antonio de la Torre.
Unit 7 è ambientato alla fine degli anni ‘80-inizio dei ‘90 a Siviglia, periodo dell’Esposizione Universale prevista nella città spagnola (aprile ‘92), così per ripulire la città, la nostra piccola unità dovrà scontrarsi contro i clan in una sorta di guerra civile cercando di sopravvivere, proteggere i cari e gli informatori, e soprattutto capire chi è con loro o contro di loro.
«Faccia come ha sempre fatto: si giri dall’altra parte»

Grupo 7 ha il pregio di non scadere nella santificazione della violenza, come spesso capita per i colleghi americani, come male necessario, ma ne racconta l’origine intima e collettiva come succedeva in TRAFFIC DEPARTMENT raccontando i membri della squadra e il senso di appartenenza, nell’adempimento del loro lavoro, si compattano e diventano famiglia, includendo complici ed escludendo famiglia, istituzioni e, quindi, società civile.  

venerdì 13 gennaio 2017

Where the dead go to die

Titolo: Where the dead go to die
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di bambini disturbati che vivono nello stesso quartiere sono perseguitati da un cane parlante di nome Labby che li porta in diverse dimensioni e gli fa compiere atti orribili.

Se per un attimo mettiamo da parte i reparti più malati del cinema tedesco e austriaco verso il gore più totale o la bizzarra guinea pig nipponica o l'indie americano più estremo fino ad arrivare ai fake di snuff e tanta altra roba ancora. Se devo pensare a qualcosa di perverso e malato oltre ogni immaginazione e umana comprensione, beh, il film allucinato ed esoterico di "ScreamerClauz" è un esempio che non capita di vedere spesso.
Al di là del bene o del male, di cosa possa piacere o no, di chi non ama l'animazione davvero grezza fatta con pochi e semplici strumenti (sembra di vedere i videogiochi della prima playstation) ma che invece punta tutto sulla cattiveria dei temi presenti portati tutti agli estremi esagerandoli.
Partiamo col dire che lo stesso regista, Jimmy ScremaerClauz, ha ammesso di aver assunto sostanze durante la realizzazione del film (e a giudicare dal prodotto finale, penso che di sostanze ne abbia assunte anche troppe).
Questo è davvero cinema estremo dotato di senso. Sicuramente molti lo riterranno spazzatura o meglio qualcosa di così iper-violento da punire e censurare, ma ai giorni nostri il pubblico se lo ritiene necessario può e deve avere la libertà di poter scegliere anche a costo di stare male o prendersi dei pacchi assurdi.
Considero il film un'esperienza agghiacciante, da provare in totale stato di astinenza per entrare ancor di più nell'orrore che queste tre malatissime storie sembrano e vogliono comunicarci.

Un trip infernale dove l'indole sfrenata del regista lo porta a infrangere svariati tabù relativi a ciò che è normalmente considerato lecito mostrare su schermo con una naturalezza disarmante.

martedì 13 dicembre 2016

Zhit

Titolo: Zhit
Regia: Vasili Sigarev
Anno: 2012
Paese: Russia
Giudizio: 4/5

Un luogo imprecisato della Russia, oggi.
Tre storie che si intrecciano. Un comune denominatore: il lutto o, meglio, il tentativo di elaborarlo. Si sa, ognuno tende a superare una tragedia a modo suo, e non sempre ci riesce. Non è mica facile. Spesso si scelgono strade impervie, sentieri non tracciati, vicoli ciechi.

Zhit aka Living è un dramma lento e straziante ambientato in una imprecisata landa desolata russa. Tre storie di cui una in particolare riesce a far provare quel senso di ingiustizia, di squallore che sembra essere il modus operandi di una popolazione in parte sessista e maschilista soprattutto nelle aree periferiche e abbandonate dallo stato.
La donna, sempre lei, si ribella, si oppone, rendendosi presto conto che la militia russa e le istituzioni non stanno dalla sua parte e quindi dovrà elaborare e farsi carico di tutta la sofferenza attorno a lei. Una disamina sull'accettazione del lutto che come la giovane protagonista investe anche altre madri senza contare il supporto del prete e il suo ruolo di mantenere alto il peso della politica e delle istituzioni.
E'un film cupo e disperato, in cui l'illusione di poter credere e affidarsi alla giustizia sembra già perso in partenza in un paese gelido e complesso negli ideali che promuove.
La scena in treno e straziante, forse la peggiore, che colpisce con una brutalità lo spettatore e lascia impunita la tragedia diventando uno dei termometri maggiori di un film che in fondo approfondisce il rapporto con la morte.
Una coralità sui generis che abbraccia altre due store, anch'esse drammatiche sviluppate su altri drammi familiari e cambiando target generazionale.

Un film minimale, poche e scarne location che come il freddo e il bianco sembra assurgere ad una sorta di limbo dove le persone cercano di dare un obbiettivo alla loro vita senza impazzire o alcolizzandosi come unico divertimento dimenticandosi così e accettando parte delle ingiustizie e delle violenze.

Truffa perfetta

Titolo: Truffa perfetta
Regia: Michael Winnick
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La storia è incentrata su John Smith, ingiustamente accusato di avere rubato un prezioso manufatto apache in un casinò. Il malcapitaro si ritrova a essere cacciato da assassini, sceriffi, cowboy, indiani, nativi americani, prostitute e sosia di Elvis Presley. E, purtroppo per lui, avrà solo 24 ore di tempo per chiarire la questione ed evitare di essere ucciso.

Gli americani spesso per cercare di dare smalto e curiosità ad un film che muore già negli intenti aggiungono accessori come in questo caso una sorta di taglio pulp (che ne sancisce un limite enorme dal momento che è di una stupidità imbarazzante) performance senza senso (Gary Oldman in formato Elvis) e un protagonista sborone e già a conoscenza di tutto che rischia di diventare estremamente noioso e antipatico.
Tutto il film è costruito su un colpo di scena finale che crolla malamente verso l'inizio del film (e tutto in realtà estremamente chiaro) cercando di creare un prodotto appunto di accessori, patetici abbellimenti e dialoghi così stereotipati da renderla una commedia unicamente commerciale e in fondo senza nessuna pretesa se non quella di fare qualcosa di già visto inserendo elementi a caso tra cui una bounty killer in tuta di lattice nero e formosa che quando si vede non fa altro che cimentarsi in sparatorie e acrobazie. Un intrattenimento purtroppo senza ritmo che non riesce in alcun modo a far ridere e Slater sembra essere il primo a non credere nel progetto.

Un fiasco totale.

venerdì 23 settembre 2016

Motorway

Titolo: Motorway
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2012
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Per il giovane Cheung, membro di una squadra della polizia specializzata in inseguimenti di auto, la cattura di Jiang diviene una sorta di ossessione, specie dopo le umiliazioni impartite da questi al dipartimento di polizia. Il veterano Lo dapprima cerca di dissuadere Cheung, per poi convincersi a dargli una mano, anche considerato l'antico conto in sospeso con Jiang.

C'è poco da fare. Anche quando gli orientali trattano i "b-movie" trasformano la merda in oro.
Poi di fatto parlare di serie B in un film che vanta alcune sequenze che da noi, nel cinema europeo, vederle stilisticamente così all'avanguardia capita quasi di rado è un altro discorso.
L'ultimo film di Cheang, pur avendo una trama abbastanza scontata, è una lezione tecnica, trovando in una perizia della messa in scena perfetta e a tratti all'avanguardia, delle scelte raffinate e stilisticamente impressionanti. Anche se la storia può apparire scontata, supera di certo quella saga tamarra americana e brutta di FAST & FURIOUS.
Motorway è un action minimale con un buon cast e il regista di KILL ZONE 2 e della saga di MONKEY KING (dunque stiamo parlando di qualcuno che sa dirigere gli action perlomeno da dio e non stupisce che sia uno dei pupilli di To).
Un film tutto di inseguimenti e di colpi di scena che in 80' non concede attimi di noia e cali di tensione.
Una truzzata con stile che riesce sempre bene agli orientali.



sabato 10 settembre 2016

Roman Polanski:A film memoir

Titolo: Roman Polanski:A film memoir
Regia: Laurent Bouzereau
Anno: 2012
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Era da tanto che aspettavo questa intervista.
Polanski oltre ad essere uno dei registi più importanti e interessanti della sua generazione è prima di tutto un uomo e un personaggio che ne ha passate davvero tante nella sua vita. Nel bene ma soprattutto nel male. Dunque un'intervista documentario era un'occasione troppo interessante per qualsiasi cinefilo interessato finalmente a saperne di più dal momento che il regista non aveva quasi mai rilasciato interviste e che decide di raccontarsi di fronte all'amico e produttore Andrew Brausenberg.
Il nazismo, la madre ad Auschwitz, la donna uccisa davanti agli occhi di Roman bambino - immobile di fronte al sangue che zampillava come da una fontanella, la deportazione del padre a Mathausen, la famiglia Manson e Sharon Tate e per finire la corruzione di una minorenne (consenziente) nel '77 che diede origine a una vera e propria persecuzione giuridica per la quale dopo la fuga dagli Stati Uniti in Europa si è arrivati all'arresto del regista nel 2009 in Svizzera.
Tra sorrisi, lacrime, emozioni e timidezza, Roman mostra un insolito coraggio e soprattutto rende chiaro un concetto che è quello di rialzarsi e non arrendersi mai.
Il cinema allora come per molti registi diventa un'ancora di salvezza attraverso cui raccontare la proria storia e le proprie vicissitudini, imparando e allo stesso tempo sbagliando, ma con l'obbiettivo di raccontare soprattutto nel caso in questione, di stupire e rimanere in alcuni casi anche scioccati.

Una vita che per fortuna o forse per stessa ammissione del regista non è mai stata banale e monocorde ma anzi struggente e piena di colpi di scena così come la descrizione del male che sottace ferino nell'individuo non è solo un leit motiv cinematografico, ma una infelice condizione personale.  

Blancanieves

Titolo: Blancanieves
Regia: Pablo Berger
Anno: 2012
Paese: Spagna
Festival: TFF 30°
Giudizio: 4/5

La vicenda si svolge nel sud della Spagna, presumibilmente in Andalusia, tra gli anni '10 e '20 del secolo scorso. Carmen è una graziosa bambina, figlia del noto torero Antonio Villalta. L'uomo, pur essendo facoltoso, è paraplegico e ridotto su una sedia a rotelle, dopo un grave incidente nell'arena. Inoltre soffre per il dolore della perdita dell'amata consorte, deceduta in occasione del parto della figlia. È accudito da Encarna, un'infermiera ambiziosa e falsa. La donna, che brama il lusso e uno status sociale elevato, riesce a sposarlo e diventa la matrigna di Carmen. Consumata dalla gelosia, odia la figliastra e la tratta con dispotismo sadico. Fortunatamente la bambina gode delle amorevoli attenzioni della nonna, una famosa ballerina di flamenco che le insegna la danza. Suo padre invece le insegna segretamente l'arte della tauromachia, fino a quando è vittima della terribile vendetta di Encarna. Carmen, ormai adolescente, riesce a sfuggire dalla custodia della perfida matrigna e si unisce a un gruppo di toreri nani, diventandone la pupilla. Grazie ai loro insegnamenti diviene un torero di grande fama, assumendo il nome di Blancanieves. Trionfa nell'arena principale della città, suscitando la terribile ira di Encarna che assiste alla corrida.

La bellezza e il fascino del cinema è quello di riuscire a stupire e incantare rinarrandosi in maniere e schemi diversi dal solito. Per questo alcuni personaggi, eroi, mostri, e altro non moriranno mai. Perchè hanno la possibilità di essere reinterpretati usando una narrazione e forme compositive nuove, originali e diverse.
Biancaneve di Berger è un perfetto esempio.
Viene quasi naturale dover fare un esempio con altri tentativi terribili di modernizzare e dare lustro alla storia come BIANCANEVE di Singh con la Roberts oppure il fantasy confuso e senz'anima di BIANCANEVE E IL CACCIATORE.
Insomma qui il regista spagnolo va a fondo, contamina la storia con leggende e folklore popolare della sua terra cimentandosi in una sfida ambiziosa e difficile ma che alla fine paga e ripaga tutti con la sua incredibile suggestione, un b/n elegante, una decisione di puntare sul cinema muto e alcune interpretazioni perfette e ruoli caratterizzati a dovere.
Vanità di vanità. Blancaneves rispetto ad alcune sue sorelle non ne ha.
Insegna come dicevo prima che per quanto un soggetto possa essere inflazionato, spetta a chi ha l'onere di mettersi dietro la cinepresa e alla sceneggiatura il compito più arduo.
In questa sua opera con molte travagliate difficoltà, il regista ha esaudito il suo desiderio e il nostro di vedere l'opera dei "maledetti" fratelli Grimm in tutto il suo splendore, nella sua drammaticità e allo stesso tempo poesia.

Blancaneves potrà continuare a specchiarsi ed essere sempre la più bella del reame.

Seasoning House

Titolo: Seasoning House
Regia: Paul Hyett
Anno: 2012
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un bordello dei Balcani, le ragazze rapite dai soldati nelle zone di guerre sono costrette a prostituirsi indifferentemente con soldati e civili. La giovane sordomuta Angel è costretta a prendersi cura dei clienti che sotto effetto di droghe si intrattengono con lei ma, all'insaputa dei suoi aguzzini, pianifica la sua fuga muovendosi tra le pareti e le intercapedini della casa. Quando i responsabili del massacro della sua famiglia si presentano al bordello per soddisfare i loro contorti appetiti, per Angel arriva il momento di passare ai fatti e mettere in atto la sua brutale e ingegnosa vendetta.

Hyett è un mestierante che ha solcato molti set inglesi importanti negli ultimi anni lavorando praticamente con quasi tutti i registi della nuova generazione del cinema di genere.
Questo suo esordio è un revenge-movie dove alla base si trova l'elemento migliore del film che purtroppo poi degenera facendo perdere parte dell'atmosfera e finendo per essere come tanti simili.
L'idea della guerra come teatro feroce di una consumazione di corpi come appunto la Seasoning House è forse lo spunto migliore.
Un universo di violenza sulle donne senza pari mentre la guerra nei Balcani fa da sfondo a tutto questo orrore in cui domina lo sporco e la perversione e in cui il regista è molto attento e preparato nel disegnare questo squallore.
Grazie ad un buon cast, le vittime tra i soldati nonchè la protagonista, funzionano e per tutta la durata anche nelle scene di vendetta più efferate, non c'è autocompiacimento, basti pensare che nemmeno le donne drogate che aspettano la loro sorte vengono mai mostrate nude.


venerdì 29 gennaio 2016

Sapore di ruggine e ossa

Titolo: Sapore di ruggine e ossa
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2012
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel nord della Francia, Ali si ritrova improvvisamente sulle spalle Sam, il figlio di cinque anni che conosce appena. Senza un tetto né un soldo, i due trovano accoglienza a sud, ad Antibes, in casa della sorella di Alì. Tutto sembra andare subito meglio. Il giovane padre trova un lavoro come buttafuori in una discoteca e, una sera, conosce Stephane, bella e sicura, animatrice di uno spettacolo di orche marine. Una tragedia, però, rovescia presto la loro condizione.

Audiard è sicuramente da annoverare tra i più importanti registi francesi di questi ultimi anni.
Sembra proprio che i suoi ultimi film cerchino sempre più di elevarsi, a volte esagerando e senza trovare per tutta la durata una coerenza interna, ma insistendo su una politica e degli intenti robusti e cinematograficamente eccelsi e funzionali.
Prima di DEEPHAN e dopo IL PROFETA, questo film di redenzione, continua e insiste sui temi cari al regista, senza però portarli alle estreme conseguenze, ma monitorando una storia di disgrazie e di speranza, in un melodramma che non è mai romantico e banale, ma teso e intenso come la scioltezza dei dialoghi e le azioni dei suoi protagonisti.
Bravissimi e intensi i protagonisti. Matthias Schoenaerts sembra per certi versi il personaggio di BULLHEAD ma con meno ormoni e più cervello. La Cotillard è sempre eccezionale così come anche Bouli Lanners, attore purtroppo sempre in secondo piano.
E'un film senza tregua che non da mai pace ai suoi personaggi, vuoi perchè troppo carichi di adrenalina, ed è questa la scintilla che come per il cinema di Audiard, mischia insieme dramma e azione, sempre disomogenei e mai bilanciati, ma allo stesso tempo grezzi e affascinanti.

Dalla seconda metà in poi dopo gli incidenti scatenanti, le maschere che vacillano dei personaggi e una normalità apparente, la forza di tutto ciò che diventerà il riscatto e il disegno della provvidenza sulle spalle dei personaggi, diventa la parte migliore, dove la simbiosi tra Ali e Stephane trova tutta la sua carica esplosiva.

lunedì 5 ottobre 2015

Drug War

Titolo: Drug War
Regia: Johnnie To
Anno: 2012
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Un'unica lunga operazione antidroga, che inizia con la cattura di un gruppo di corrieri portatori di pacchetti di cocaina dentro il proprio corpo e mira ad arrivare fino alla cupola del narcotraffico. Tutto è visto attraverso le azioni di Lei, un funzionario di polizia sveglio e totalmente dedito alla causa (come il resto del suo team), e attraverso il rapporto che sviluppa con Ming, trafficante pentito che decide di fare il doppio gioco per la polizia tradendo i suoi sodali.

Johnnie to è uno dei più interessanti maestri di cinema contemporaneo capace di muoversi tra i generi come pochi e sapendo portare il poliziesco e il noir a dei traguardi incredibili.
Drug War ne è la perfetta dimostrazione. Non che bisognasse averne altre dopo i numerosi capolavori del maestro, ma Drug War è complesso, disturbante, drammatico, ipnotico, di denuncia oltre che recitato ottimamente.
Girato in maniera sontuosa è un film in primis di denuncia che attraverso un carosello di maschere e tradimenti, raffredda la manichea divisione tra buoni e cattivi facendocene cogliere tutte le ambiguità in un thriller sfumato e ricco di complessità.
To in conferenza stampa dice a proposito del film che la differenza tra i criminali di Hong Kong e quelli del Mainland è che i secondi devono fare i conti con la pena capitale.
E infatti uno dei temi più interessanti del film è proprio la tematica relativa alla pena capitale per i trafficanti di droga in Cina attraverso l'iniezione letale.
L'asetticità disumana di tale tortura (forse per la prima volta sugli schermi) vorrebbe dimostrarci che "il crimine non paga", ma la coda finale mette alla berlina un sistema che sfrutta, fino all'ultimo e senza pietà alcuna, la sua posizione di vantaggio per carpire informazioni e continuare la sua (giusta) crociata.
Dovendo scendere a compromessi con la censura cinese, per poter trattare il complesso tema della guerra alla (e per la) droga in Cina, il regista è dovuto passare attraverso non poche difficoltà, in primis la serie di lunghi controlli sulla sceneggiatura e sull'esito finale da parte del governo.
Drug War non ha eroi e non ci sono vincitori come non esiste un happy-ending.

E'tutto straordinariamente reale e coinvolgente. Vergognoso che in Italia non abbia fatto capolino se non in qualche festival.

martedì 29 settembre 2015

Colt 45

Titolo: Colt 45
Regia: Fabrice Du Welz
Anno: 2012
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Vincent, 25 enne poliziotto , preferisce la balistica e lo studio di nuove pallottole da fabbricare all'azione e ai gruppi operativi di cui non intende far parte perché di temperamento solitario e schivo. Preferisce fare l'istruttore di tiro e il consulente ma quando conosce il poliziotto corrotto Milo Cardena viene tirato dentro una guerra tra diverse fazioni di poliziotti, una guerra sangunosa che vede implicato anche il suo superiore, il comandante Chavez e che lo costringerà a venire a patti con il suo lato più oscuro.
Per sopravvivere dovrà passare per forza all'azione.

Du Welz è attualmente nella cerchia dei miei registi preferiti e non c'è bisogno che mi soffermi dal momento che basta dare un'occhiata alla sua breve ma intensa filmografia e la sua personalissima idea di cinema.
Colt 45 è un film di genere puro e senza compromessi, in termini di azione e violenza, un progetto che finalmente vede la luce dopo un periodo molto travagliato in cui il regista non ha potuto prendere parte alla post-produzione e di fatto uscito dopo quel capolavoro di ALLELUIA anche se girato prima.
La sceneggiatura è stata firmata da Fathi Beddiar, critico cinematografico di Mad Movies, appassionato di noir e cinema di genere e autore del saggio Tolérance Zéro: La justice expéditive au cinéma.
Colt 45 rispetto ai predecessori cambia traiettoria puntando sull'hardboiled in un polar moderno con un cinismo spietato e una critica aspra nei confronti delle istituzioni, sottolineando tutto il marcio che c'è dietro alcune lobby del potere in particolare quelle che dovrebbero occuparsi di giustizia.
E'un film in cui non manca l'azione, la suspance, il dramma, l'indagine e tutto il resto.
Recitato molto bene e con intense scene d'impatto emotivo e senza mai lesinare sulla violenza, appare tuttavia come il film meno personale del regista, forse potremmo definirlo (anche se non lo è) il più commerciale dei suoi film.
Un'opera che lascia comunque un duro colpo allo stomaco, lasciando nella disperazione pubblico e protagonista, in una lunga discesa negli inferi che non conosce sosta ma che alza invece sempre di più la posta man mano che procede nella sua indagine.

Colt 45 è stato girato in otto settimane a Parigi, è il film più costoso nella carriera di Du Welz, con un budget di 10 milioni di euro e che vede come direttore della fotografia sempre quel genio di Benoît Debie.

Found

Titolo: Found
Regia: Scott Schirmer
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Marty, dodicenne che ama guardare film horror e progetta di realizzare una graphic novel con il suo migliore amico, è il classico bravo ragazzo che a scuola ottiene buoni voti, ascolta gli insegnanti e non causa problemi. La sua esistenza prende però una piega oscura quando comincia a trovare delle teste mozzate nell'armadio del fratello maggiore Steve. Terrorizzato da quella che potrebbe essere la reazione del fratello nello scoprire che il suo segreto non è più tale, Marty si ritroverà a mettere a dura prova il suo amore fraterno in una spirale di eventi che provocherà molte vittime e distruggerà l'esistenza.

Found è come dovrebbe essere un horror.
Angosciante, inquietante e doloroso in alcune scene madri che difficilmente arriverranno alla psiche dello spettatore indisturbate come l'epilogo familiare che non mostrando crea una devastante violenza immaginifica.
Una tragedia che esplode in modo deflagrante e tremendo, una locandina e alcune immagini che possono ingannare lo spettatore portandolo a credere che il film sia uno splatter come tanti.
Invece il lavoro di Schirmer, un giovane esordiente che ha studiato teoria del cinema, sceneggiatura e metodologia della videoproduzione all'università dell'Indiana, inquadra in modo ipnotico, maturo e in fondo reale, il tema del fraterno declinato come aspetto del perturbante.
Il rapporto tra i due fratelli e la situazione famigliare è raccontata in modo funzionale per far emergere alcuni particolari inquietanti tra cui un disarmante vuoto affettivo e la difficoltà degli adulti a confrontarsi con la post-adolescenza di Steve e la fragilità di Marty.
Ora alcune lacune legate allo script non mancano e evidenziano il limite del film e della totale sospensione dell'incredulità da parte dello spettatore soprattutto legate alla serialità con cui il fratello psicopatico commette gli omicidi.
Ancora più notevole poi è il fatto che il film sia stato girato con ottomila dollari.