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giovedì 18 ottobre 2018

Krokodyle


Titolo: Krokodyle
Regia: Stefano Bessoni
Anno: 2011
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Giovane film-maker di origini polacche, Kaspar Toporski trascorre le giornate tra disegni, appunti e profonde immersioni in un mondo immaginario verso cui è sempre più attratto. Anche le frequentazioni di una fotografa ossessionata dalla morte, di un regista coetaneo incapace di superare il trauma di un brutto esordio e di un sarto più che singolare finiranno nel film che girerà su se stesso con lo scopo di mettere un po' d'ordine dentro.

Krododyle è uno dei quei film che per certi versi ti fanno proprio incazzare.
Dalla sua ha la stop motion e i pupazzetti fatti semplicemente in modo divino.
Una musica che sembra uscire da quei carillon del passato e tante altre piccole cosucce simpatiche e intime che forse fanno parte proprio di quella creatività e immaginazione che qui non ho visto.
Il problema tolte le scene d'animazione, è tutto il resto di cosa non succede nel film, o di come è studiato a tavolino per annoiare lo spettatore, riuscendoci.
Sembra voler trovare quelle atmosfere intimiste che ricordano il nostro cinema del passato, usando la forma del diario intimo per fare le sue confessioni, ma senza averne la benchè minima forza o un soggetto alla base che risultasse interessante nonostante spesso abbiamo semplicemente la telecamera di fronte al protagonista che parla e ammorba il pubblico.
E poi non è un horror quando invece è vero che è fatto di bambole e marionette, dove i coccodrilli sono in grado di controllare il tempo. Da buon outsider Bessoni cerca di ritrarre Kaspar come in fondo è lui, cercando nell'atto creativo una possibile fuga da una società che non può e non vuole includerlo. Da qui la scelta di trovare altri come lui, dalla fotografa folle, al suo amico regista intellettuale fatto e finito. Un elemento interessante anche se lasciato lì è il narratore iniziale, un omuncolo nato dagli esperimenti cripto zoologici.




domenica 25 marzo 2018

Masks


Titolo: Masks
Regia: Andreas Marschall
Anno: 2011
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Dopo essere stata respinta da numerose accademie d"arte drammatica Stella, aspirante giovane attrice di Berlino, viene accettata alla scuola Matteusz Gdula fondata negli anni 70 da una insegnante dai metodi poco ortodossi. L"ambiente è piuttosto ostile e l"unica amica di Stella sembra essere Cecile un"allieva che non abbandona mai l"edificio in cui si trova la scuola. Stella assiste inoltre a strani avvenimenti come sparizioni, rumori inquietanti e un"ala della scuola che rimane chiusa sempre a chiave.

Masks deve molto al nostro cinema neogotico nonchè ad alcuni maestri come Fulci e Argento.
Il perchè è chiaro e il regista non lo nasconde neppure. Diventa tutto il marchingegno che porta avanti i tasselli del film, gli omicidi in particolare, abbastanza sanguinolenti e una soundtrack dalle sonorità elettroniche sempre presente e potente che conferisce maggior atmosfera e ritmo nelle scene d'azione.
Un'opera giocata in poche location e con una fotografia cupa che cerca di conferire maggior risalto all'atmosfera generale tutta giocata come dicevo su degli omicidi comunque abbastanza feroci.
Il solo limite del film tedesco è quello di richiamare troppo appunto i gialli anni '70, diventando presto un esercizio di stile che cita il nostro cinema di genere senza però riuscire a dare una sua anima e originalità al film, un pericolo sempre più presente nel cinema di genere.




giovedì 4 gennaio 2018

Chispa de la Vida

Titolo: Chispa de la Vida
Regia: Alex De La Iglesia
Anno: 2011
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Roberto non lavora da ormai qualche anno e la crisi economica comincia a farsi sentire. Nonostante una famiglia e una moglie amorevole, il suo senso d'insoddisfazione arriva al culmine quando anche l'amico di vecchia data (assieme al quale aveva partorito il fortunato slogan per una campagna pubblicitaria) rifiuta di dargli un impiego. Depresso torna sui luoghi della luna di miele dove ora sorge un museo che viene inaugurato proprio in quel momento. Un incidente lo fa cadere su una grata di ferro e uno spuntone di metallo gli si conficca nel cranio, ma non lo uccide. In un limbo tra la vita e la morte (che potrebbe arrivare in qualsiasi momento e per qualsiasi movimento) Roberto diventa l'attrazione mediatica per antonomasia, pronto a morire in diretta ma soprattutto a sfruttare più che può a proprio vantaggio (economico) tutto l'accaduto.

Il sedicesimo film dell'outsider spagnolo seppur con una spanna in meno rispetto agli ultimi suoi film è ancora una volta la conferma e la dimostrazione di un talento che ha preferito fare il suo cinema senza farsi ingabbiare dalle major.
Senza stare a presentare l'autore che non ha bisogno di presentazioni, ci troviamo di fronte all'ennesimo dramma grottesco anche se più convenzionale rispetto al suo cinema tradizionale che porta alle estreme conseguenze la tragedia per sfruttarla a dovere con uno schema corale funzionale e un buon ritmo.
A differenza però degli ultimi film, la scintilla della vita è molto ancorato sulla realtà in particolare sui media e gli effetti perversi che generano e le loro conseguenze inattese. Dunque una nuova vittima sacrificale post contemporanea dove la dignità passa per la vendita del proprio corpo ai media e dove un povero padre di famiglia disoccupato diventa la vittima perfetta per un manipolo di carnefici ognuno pronto a portare acqua al suo mulino, dal direttore del museo, ai giornalisti cannibali, al losco individuo che cerca nuovi talenti da mostrare in tv, etc.
Il tutto come sempre con un ritmo eccezionale, alcuni momenti macchinosi ci sono ma funzionali contando che il regista anche in questo caso per riuscire a fare il suo film ha limitato di molto i costi con un'unica location per quasi tutto il film. Una riflessione divertita sui compromessi ai quali ci obbliga l'attuale crisi economica,quella spagnola poi particolarmente segnata, e soprattutto sui meccanismi che mettono in moto gli eventi mediatici costruiti su quei fatti di cronaca che di tanto in tanto catalizzano l'attenzione del pubblico televisivo e che sembrano non sconvolgerci più.
Roberto deve superare un vero e proprio calvario dove il chiodo e la croce nonchè le statue dei santi sono tutte simbologie che portano alla parabola finale del film.


domenica 10 settembre 2017

Knuckle

Titolo: Knuckle
Regia: Ian Palmer
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un epico viaggio, di ben dodici anni, nel mondo brutale e misterioso dei viaggiatori irlandesi di combattimento a mani nude (Irish Traveler bare-knuckle fighting). Questo film racconta la storia di faide violente tra clan rivali.

Davvero suggestivo, originale, atipico e notevole questo documentario dello stesso Palmer, lottatore protagonista e regista della vicenda. Narra in poche parole una sorta di faida che continua ad andare avanti da dodici anni e che vede in mezzo tre clan e una sola guerra di fatto incentrata per la reputazione e l'onore della Famiglia.
Lo stile di Palmer è asciutto e sintetico. Ci sono tanti dialoghi e momenti di faide con veri e propri litigi per arrivare anche e soprattutto a mostrare gli scontri ed è a questo proposito interessante notare in questi casi come la velocità con cui si concluda un incontro a mani nude lascia basiti se si pensa a quanto invece il cinema e la tv ci mostrano combattimenti lunghissimi ma qui la realtà è ben altra, quella reale e senza trucchi e fronzoli.
Qui c'è sangue, sporco, onore, rispetto, regole, lividi, facce ingrugnite, fight club, tutto vissuto in prima persona dal regista e dalla tropue che stava con lui a seguirlo e riprendere nel corso dei dodici anni i fatti e le vicende più importanti.
Un documentario davvero pieno di ritmo e di risorse che non abbassa mai la testa ma pur ripetendosi in alcuni momenti con le presunte e velate minacce di Tizio nei confronti di Caio, riesce comunque sempre ad essere concitato e con una galleria di persone reali votate al combattimento che sembrano usciti da una westland primitiva e selvaggia.

Un documentario davvero fuori dagli schemi che passa in streaming e su Netflix come una scheggia impazzita per raccontare una storia che più vera non si può facendo capire come questo Palmer quando non si curava i taglie e le ferite, passava il resto del tempo a lavorare per dare al mondo prova di quanto stessero facendo in Irlanda. Ci ha messo dodici anni ma il risultato toglie il fiato.

martedì 14 febbraio 2017

Headshot

Titolo: Headshot
Regia: Pen-Ek Ratanaruang
Anno: 2011
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Tul sta per vedere il suo mondo distrutto. Gli è stato inviato un pacchetto di foto e di dati, che esamina e poi mette via tempestivamente, dentro il trituratore. Si rade la testa, indossa le vesti di un monaco, e si apposta nella tenuta appartenente all'uomo della foto. Poi, prende una pistola e spara un proiettile nel collo dell'uomo. Altri colpi vengono sparati, e uno di loro finisce nella testa di Tul. Tutto diventa nero. Quando si sveglia tre mesi dopo, tutto è invertito e lui si ritrova dalla parte opposta. È un danno cerebrale bizzarro, o una qualche forma di contrappasso karmico?

Pen-Ek Ratanaruang è uno stranissimo outsider thailandese. Il suo cinema ancora adesso non credo di aver capito dove voglia e che traiettoria voglia prendere, ma nel suo complesso e indecifrabile cammino, ho potuto ammirare alcuni suoi film sconosciuti senza mai aver avuto una benchè minima distribuzione.
LAST LIFE IN THE UNIVERSE era un buon traguardo anche se l'autore ha fatto di meglio con il successivo INVISIBLE WAVERS sempre con il suo attore feticcio Tadanobu Asano.
In Headshot cambia di nuovo tutto. Regole, scenario, genere, creando un concentrato che abbraccia crime-movie, indagine poliziesca, arti marziali, noire, una specie di tecnica che più volte richiama il mockumentary e altri segmenti già visti e altri no, oscillando tra il dramma intimista e il thriller anfetaminico.
Un film strano e anomalo che ho trovato spesso fine a se stesso e autocelebrativo a differenza di altre opere dove la narrazione e la trama avevano un'intensità maggiore.
E'un thriller cupo e disilluso che mostra triangolazioni, corruttori, un paese marcio minato alla base da una corruzione inestirpabile. Il regista ancora una volta punta sul fascino nel non detto, nell’inspiegabile serie di obbiettivi e problematiche che Tul si ritroverà ad affrontare dal momento in cui la sua vita viene stravolta e capovolta, decidendo di passare dall'altra parte criticando fortemente un sistema che divide nettamente la categoria buoni e cattivi, che continua un discorso sul revenge-movie e sembra voler ribadire che se la giustizia non aiuta, allora Tul da poliziotto può trasformarsi in un sicario per conto di un organizzazione segreta. Amen


giovedì 22 dicembre 2016

Wish you were here

Titolo: Wish you were here
Regia: Kieran Darcy-Smith
Anno: 2011
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Quattro amici, due coppie, intraprendono una vacanza spensierata in Cambogia, ma solo tre di loro tornano a casa. Man mano che la storia del film si dipana, si comincia a capire cosa è successo durante il viaggio e quali siano i ruoli e le responsabilità di ciascuno di essi.

Wish you were here è stato il biglietto da visita di Kieran Darcy-Smith che dopo alcuni corti interessanti e un horror trascurabile si cimenta su un thriller in terra straniera.
L'idea di due coppie in vacanza dove succederà ovviamente qualcosa di tremendo è materia abusata su larga scala nel cinema più o meno inserito in diversi generi e sotto-generi (l'horror su tutti).
Ora l'intro è interessante, i personaggi sono caratterizzati abbastanza bene a parte lo scomparso Jeremy (interpretato dal protagonista della serie BANSHEE) il quale non si capisce bene che giri loschi abbia ma di fatto gioca un ruolo che assieme all'idiozia elevata nel climax finale di Dave ( il protagonista) porta e consuma il dramma su un finale prevedibile ma d'impatto.
Dal punto di vista tecnico, la regia non promuove chissà quale linguaggio preferendo tanta telecamera a spalla nelle strade cambogiane e un'ottima fotografia che da risalto alla bellissima e poco conosciuta location. Certamente un passo in più del regista che sfrutta molto nel montaggio gli archi temporali e i flashback come strumenti principali e coordinate per intessere la storia.
Un film che soprattutto nel finale conferma una morale di alcuni giovani-adulti che fanno difficoltà a tenere a freno le inibizioni (l'incidente scatenante, l'epilogo della festa in spiaggia) che mostrano i pugni alla prima difficoltà (ricordiamo che sono australiani) e non hanno proprio quel rispetto dell'altro culturale che dovrebbe essere una costante dei viaggiatori.

Un film bello e scomodo, mediocre e imperfetto, poco originale ma con alcune scene d'affetto e un'atmosfera che non abbassa mai il livello di tensione senza però amplificarlo mai se non in brevissime sequenze.

giovedì 4 agosto 2016

Wicker Tree

Titolo: Wicker Tree
Regia: Robin Hardy
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Due giovani cristiani, Beth e Steve, una cantante gospel e il suo amico cowboy, lasciano il Texas per diventare predicatori porta-a-porta in Scozia.
Quando, dopo un duro periodo iniziale, vengono accolti con gioia e calore a Tressock, una zona sotto il potere di Sir Lachlan Morrison, i due danno per scontato che il loro ospite semplicemente vuole ascoltare da loro la parola di gesù Cristo.
Quanto innocenti e ingenui sono...

A volte uno preferisce pensare che alcune cose succedono e basta e vanno solo dimenticate. Chiamali errori, fatto sta che i remake e il sequel di Wicker Man sono tutti prodotti nel vero senso della parola commerciali e pietosi che nulla hanno a che vedere con il capolavoro e cult del '73.
Un film che riusciva a condensare come pochi lo scontro di civiltà tra paganesimo e cristianesimo attaccando da ambo le parti con un risultato storico per la settima arte quasi mai più ripetuto nella settima arte.
Wicker Tree cerca di partire quasi con lo stesso assunto se non fosse che tutto è preconfezionato e la coppia di giovincelli si rivela fin da subito un'esca col il solo obbiettivo di diventare vittime sacrificali.

E'proprio se vogliamo l'assenza di colpi di scena, la messa in scena, gli attori, l'atmosfera, la musica e il ritmo che sembrano essere messi in scena da un'altra persona, trattando temi e simbologie con una noia mortale che ben presto diventa il fattore predominante del film. Tutto quello che faceva del primo film di Hardy un totem, qui si divincola facilmente da tutto lo spessore che poteva arrivare a narrare puntando sull'estrema facilità narrativa e compositiva.

giovedì 21 luglio 2016

Breathing aka Amen

Titolo: Breathing aka Amen
Regia: Karl Markovics
Anno: 2011
Paese: Austria
Giudizio: 4/5

Roman ha appena compiuto i diciotto anni ma non ha alcun motivo per festeggiare. Non ha famiglia, è senza amici e per di più sta scontando una lunga condanna all’interno di un penitenziario minorile. Presto gli si presenta, però, la possibilità di lasciare l’istituto a patto che si trovi un lavoro che gli permetta di reinserirsi nella società. Dopo vari tentativi andati a vuoto, il ragazzo è assunto in un obitorio. Qui, di fronte al cadavere di una donna che porta il suo stesso cognome, decide di mettersi alla ricerca della madre e delle sue origini.

L'Austria quasi sempre ci porta a sondare scenari drammatici e situazioni molto pesanti.
Markovics non sembra allontanarsi troppo da questa specie di reputazione e punta tutto su un viaggio di redenzione reale, quasi silenzioso, lasciato sulle spalle del suo giovane protagonista.
Un anti eroe già segnato da una maledizione che non lo molla per tutta la durata della pellicola.
Soffocare, non sentirsi mai liberi, spostarsi da una prigione per recarsi in "altre" prigioni dell'anima che lasciano sempre un senso di vuoto e di morte che non è solo quella che si vede nelle vittime con cui Roman ha a che fare ma che diventa metafora di un male sociale e di istituzioni incapaci di creare soluzioni diverse che non schiaccino la voglia di vivere dei giovani anche quando questi per ragioni complesse e strazianti arrivano ad uccidere un coetaneo.
Fine pena mai, sembra quasi il leitmotiv della sua vita, senza colpi di scena, amici o entusiasmo.
Il controllo della respirazione diventa la nota principale attraverso cui si dipana il film almeno fino a quando non lascia spazio al desiderio di scoprire e di dare e darsi una propria identità.

Solo in questo modo si scopre un'altra vita, un altro percorso di ricerca e infine un obbiettivo che anche se non porterà alla risposta che si vuole, diventa quell'unica possibilità per slacciarsi dall'alienazione e dall'omologazione che rischia di distruggere il protagonista.

giovedì 24 marzo 2016

Weekend

Titolo: Weekend
Regia: Andrew Haigh
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Al termine di una serata con gli amici storici, Russell conosce Glen in un gay club e i due trascorrono la notte insieme. Glen chiede a Russell di raccontarsi al registratore, dove tiene una sorta di archivio di tutti i suoi incontri sessuali, che vorrebbe trasformare in un progetto artistico. Diversi, con un passato diverso e idee diverse sul futuro, Russell e Glen cominciano a conoscersi e passano insieme l'intero weekend.

Weekend è un film interessante per un unico vero aspetto.
Ci parla con delicatezza e fragilità, ma allo stesso tempo noncuranza e coraggio, di tanti aspetti della cultura gay, di tanti dubbi che fanno parte di una relazione e di come in pochi giorni, appunto il weekend del film, tutto questo emerga con limpidezza e sensibilità sia nella sceneggiatura che nei dialoghi.
Senza stare a darci elementi sulle caratterizzazioni dei personaggi, il film fa in modo che tutto emerga rivelandosi dopo una notte di passione.
Curiosi, disinibiti e allo stesso tempo così diversi e così attratti l'uno dall'altro, Russell e Glen sembrano non portere fare a meno l'uno dell'altro, prorio per completarsi, pur sapendo che uno presto partirà e l'altro è fidanzato. Mentre uno nasconde la propria omosessualità alla famiglia, la scena nel letto in cui prova a simulare la telefonata parlando con Glen è ottima, l'altro sembra aver sdoganato la propria identità cercando di palesarla e mostrarla fin troppo.
Weekend è un indie girato quasi interamente con una piccola telecamera a mano che sonda i due protagonisti esaminandoli dall'inizio alla fine. Purtroppo da noi è arrivato in ritardo di ben cinque anni. In alcuni casi capita quando il regista non è ancora noto come lo è stato nel caso del suo successivo 45 ANNI.



giovedì 22 ottobre 2015

Alps

Titolo: Alps
Regia: Giorgos Lanthimos
Anno: 2011
Paese: Grecia
Giudizio: 3/5

Un'infermiera, un paramedico, una ginnasta e il suo allenatore hanno formato un servizio "a noleggio" e sostituiscono le persone morte su appuntamento. Vengono chiamati dai parenti, dagli amici o dai colleghi dei defunti. La compagnia si chiama proprio Alps (Alpi), e il loro capo, il paramedico, si fa chiamare Mont Blanc (Monte Bianco). Ma nonostante i membri di Alps sottostiano ad un regime disciplinato sotto le regole imposte dal leader, l'infermiera non le rispetta…

La Grecia, soprattutto negli ultimi anni, sta sicuramente passando un periodo di forte cambiamento. Da questo punto di vista, un autore così maturo come Lanthimos, sembra focalizzarsi su tutto ciò che rimanda all'astrazione, metafora dura di una realtà sconcertante.
Ognuno dei personaggi, proprio dal nome, sottolinea subito un aspetto importante della sua "missione sociale" ovvero l'insostituibilità.
Alps, come la trilogia dell'autore, e altre perle decisamente fuori orario per le connotazioni e i topoi personali del regista, è disturbante, perfettamente negli intenti e nella prassi del regista, un cinema in grado di essere identificato dai movimenti di camera, dalla compostezza delle immagini e da altri importanti tasselli cari all'autore, i quali, soprattutto in questo film e in alcune scene, mi hanno fatto pensare ad uno dei padri assoluti del genere come Haneke.
Nel nuovo teatro dell'assurdo ellenico, l'elaborazione del lutto e il tentativo di colmare un vuoto, fanno emergere tutte le fragilità di questo grottesco schema corale.

Un film ancora una volta potente e malato ma reale e per questo così perfettamente in linea con alcuni valori e intenti dei personaggi, da lasciare basiti a bocca aperta, affascinati e sconcertati.

Ultima preghiera

Titolo: Ultima preghiera
Regia: Norma Bailey
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Matthew Winkler, amato pastore di una chiesa del Tennessee, viene trovato ucciso nella sua abitazione. Della moglie Maria e delle piccole figlie non vi è traccia e ciò spinge presto le autorità a concentrare i sospetti sulla donna, ritenendola colpevole di omicidio. Cosa l'abbia spinta a uccidere il marito mentre dormiva emergerà durante il processo a suo carico.

The Pastors Wife è un film televisivo, interpretato senza troppa enfasi da attori mediocri e nulla più tra cui spicca Rose McGowan non certo per bravura ma per popolarità.
Basato su una storia vera, è uno dei casi che più di tutti ha scatenato la stampa statunitense.
La regista sceglie la struttura del viaggio a ritroso e della scansione in flash-back per mostrare i fatti che hanno portato al processo e alcune interviste agli abitanti della cittadina.
Il resto è fiction senza colpi di scena, con il solito plot e il personaggio del pastore autoritario e punitivo nei confronti della moglie e dei vicini di casa.
L'unico elemento che ho apprezzato e la battuta di Maria nel finale ad un cliente in cui emerge forse l'unico colpo di scena a cui la regista lascia aperte diverse chiavi di lettura.
Per il resto anche se non è noioso è assolutamente prevedibile.


domenica 30 agosto 2015

Detention

Titolo: Detention
Regia: Joseph Kahn
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La storia è incentrata su due adolescenti che devono sopravvivere al loro ultimo anno di liceo. Di fronte alla loro strada c'è un assassino di uno slasher-movie che apparentemente ha preso vita.

Sembra una via di mezzo tra SCREAM e un horror-teen che cerca di trovare modelli accattivanti nella scrittura della sceneggiatura per suggestionare il pubblico.
Il risultato è in bilico, pasticciato, rovinato da alcuni attori-poser, ma quello che è peggio e che non riesce a trovare un genere (forse la commedia demenziale o il trah senza intuizioni) in particolare risultando a tutti gli effetti un cocktail pieno di ingredienti che stonano tra di loro.
Forse per chi è completamente astinente dal genere o dai modelli proposti, potrà sembrare simpatico e divertente, mentre invece nel mio caso è fessacchiotto e inutile e rientra proprio nel filone horror-teen che sta spopolando diventando un vero virus che infetta le giovani menti dei giovani facendoli dimenticare cosa è veramente la paura.


martedì 28 luglio 2015

Into the Abyss

Titolo: Into the Abyss
Regia: Werner Herzog
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Conroe, Texas. Michael Perry è nel braccio della morte. Verrà ucciso tra otto giorni, per il triplice omicidio compiuto dieci anni prima. Il ragazzo che era con lui quella notte, Jason Burkett, sconta invece l'ergastolo. E così suo padre, per altri reati. Werner Herzog esce dalla grotta che ha visto gli esseri umani dei primordi esprimere se stessi attraverso l'arte e fermare la propria esistenza nel racconto ed entra nell’abisso di esistenze altrettanto senza tempo, congelate nella reclusione, dove la comune esperienza del passare dei giorni è alterata, per darcene il racconto altrimenti muto.

"I film non sono una giustificazione per i reati commessi; è inoltre lampante che i crimini di cui si sono macchiate le persone nei miei film sono mostruosi, ma non sono mostri coloro che li hanno commessi. Sono uomini e per questo li tratto con rispetto"
Herzog rimarrà sempre uno dei cineasti più importanti della sua generazione.
Oltre a tutta una nutrita serie di motivi, credo sia l'unico ad aver avuto l'accesso praticamente a tutti i luoghi più inaccessibili, impervi, sconosciuti e interessanti di questo strano e caotico pianeta.
Dopo una filmografia impressionante dal punto di vista storico, narrativo, attoriale e tutto quanto si possa ancora dire, con pochissime eccezioni (soprattutto concernenti gli ultimi anni, il più delle volte eseguite solo per soldi) il genio tedesco si è poi quasi esclusivamente interessato al documentario dando prova di essere un autore completo al 100% in grado di arrivare a portare alcuni contributi di altissimo spessore e livello che quasi nessuno poteva credere.
Ho imparato moltissimo dai suoi documentari, credo che il suo contributo debba trovare un riscontro anche tra le istituzioni scolastiche, diventando un esempio di uomo che si mette sempre in gioco, che và nel profondo, nella parte più viscerale dell'uomo in tutte le sue forme.
Il braccio della morte, come GRIZZLY MAN, CAVE OF FORGOTTEN DREAM, A YEAR IN THE TAIGA, L'IGNOTO SPAZIO PROFONDO, WHITE DIAMOND, KINSKY, è ancora una volta un altro sensazionale e spiazzante viaggio nell'ignoto spazio profondo della fragilità umana.
Quello che impressiona di Herzog è l'amore per la realtà del cinema che spesso e volentieri è molto più impressionante della finzione, rimanendo spiazzati di fronte alle sue reazioni nonchè alle sue inconsapevoli e misteriose visioni di morti folli ed eroiche.
E'un uomo prima di tutto e poi un regista, e lo si vede dal punto di vista con il quale non critica e non sembra mai dare un giudizio, sottolineando l'impossibilità di una sovrapposizione totale e univoca tra crimini e criminali; atroci i primi, umani i secondi, come accade in una toccante intervista al padre di Perry: l'intervista si supera regalando una voglia di redenzione e un'ammissione di colpevolezza davvero toccante e lucida.
Un'analisi in cui non manca nulla dalla alla pena detentiva, al sistema carcerario, ai criminali e ai parenti e al loro dolore senza fine. L'episodio di cronaca che Herzog descrive è una vicenda dolorosissima fatta di interviste e testimonianze, con un documentario diviso in cinque capitoli, più un prologo e l'epilogo.

Potrà sembrare alle volte eterno come l'abisso che il regista sonda, ripetitivo in alcuni meccanismi legati al montaggio, freddo, non godendo di una fotografia ma rimanendo di un'asetticità totale, eppure sono scelte volute che rafforzano il quantitativo e la mole di sofferenza di cui bisogna farsi carico prima della visione.

Blinky

Titolo: Blinky
Regia: Ruairi Robinson
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Alex è un ragazzino che passa la maggior parte del tempo davanti al televisore mentre nell'altra stanza i genitori, in procinto di divorziare, non smettono mai di litigare. Attratto dalla pubblicità di un nuovo robot che promette di rendere felici grandi e piccini, Alex convince i genitori a regalargli il Blinky per Natale. Dopo un po' di tempo, deluso dal non veder cambiare il suo stato d'animo e dall'assistere al deterioramento della sua famiglia, nota che dietro il sorriso rassicurante del suo robot si nasconde qualcosa di inquietante.

Ancora una volta la ribellione delle macchine.
Tocca ad un corto, con una fattura pregevole, dei buoni effetti e un ritmo tutto sommato avvincente.
Il problema di Blinky non è dunque nel reparto tecnico, ma negli intenti, nei temi che và a toccare, nello svolgimento e in una trama scontata che non prevede nessun colpo di scena.
I meriti di Robinson non si discutono a partire da un lavoro durato quasi nove mesi, e un budget di 45.000 dollari in cui il regista stesso si è prestato nel dare la voce a Blinky e che si è occupato di tutto il lavoro di post produzione interamente da solo oltre ad averlo filmato scritto, diretto e prodotto interamente.

Questi sono meriti innegabili ma la storia è importante, il dramma famigliare e il cambio di intenti del Bad Robot sono davvero troppo sintetizzati pur essendo un corto.

Madison County

Titolo: Madison County
Regia: Eric England
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Un gruppo di universitari si reca in una città di montagna chiamata Madison County per intervistare l'autore di un libro su una serie di terribili omicidi che sono avvenuti sul posto. Tuttavia una volta arrivati i ragazzi non riescono a trovare l'autore e in città tutti dicono che non si è visto da anni e che in realtà non c'è mai stato nessun omicidio. Insospettiti i ragazzi decidono di indagare per scoprire la verità.

Madison county è la riprova che alcuni registi o sceneggiatori davvero non hanno idee.
L'horror per gente come questa è un profitto senza avere l'anima di inseguirne una logica.
Uno slasher copia incolla come purtroppo moltissimi altri.
Un'idea fasulla che cerca in una locandina becera di trovare fan del genere puntando su una maschera da maiale.
Madison County, località in cui si nasconde il male tra bifolchi e vecchie psicopatiche, è davvero il calderone del trito e ritrito.
Peccato perchè negli ultimi tempi ci sono stati alcuni registi in grado di sovverchiare gli stereotipi di alcuni sottogeneri dell'horror o di giocarci così bene e ridicolizzarli da diventare degli ottimi esempi di come invertire le regole come ad esempio EDITOR, IT FOLLOWS, LAS BRUJAS DE ZUGARRAMURDI.
Madison County, poi giusto per umiliarlo a dovere, trova nel finale dei buchi di sceneggiatura e tutto il non-sense che ci si poteva aspettare.
Non è semplicemente brutto e già visto, ma pure senza senso e trasmette la stessa ansia e il vuoto di un discorso del premier Renzi.

Sarà per il mio amore per l'horror, per l'America poco conosciuta, per i redneck, per i bifolchi, ma qui tutto è uno schifo, si salva ancora una volta solo la locandina.

lunedì 29 giugno 2015

Michael

Titolo: Michael
Regia: Markus Schleinzer
Anno: 2011
Paese: Austria
Giudizio: 4/5

Michael, 35 anni, lavora in una società assicurativa in cui è considerato un dipendente affidabile. Vive da solo in una villetta a schiera e incontra molto raramente la madre e la sorella a cui racconta di avere una compagna in Germania. Michael non ha una compagna oltre confine. Ha invece un bambino di 10 anni chiuso nello scantinato insonorizzato della sua abitazione che tiene prigioniero e di cui abusa sessualmente.

Michael è a tavola. Guarda di fronte a lui il bambino/vittima prescelta che mangia e cominciando a ridere si tira fuori il cazzo.
M-"Questo è il mio coltello e questo è il mio cazzo. Quale dei due devo ficcarti dentro?"
B-"Il coltello"
Fedele adepto di Haneke, Schleinzer se ne esce con un concentrato minimale di pura cattiveria, senza ricorrere quasi mai alla violenza fisica ma lasciando tracce indelebili difficili da rimuovere in un film d'autore lento e impressionante. Sceglie un uomo medio qualsiasi, una di quelle persone di cui non si sentirà mai la mancanza e che vivono nascoste senza volersi far conoscere dal resto della società.
E'un film molto complesso e psicologico quello del regista austriaco, in cui il rapporto tra vittima e carnefice si consuma in modo continuativo, facendo in modo che l'odio e lo sconforto vengano a tratti sostituiti da un barlume di fiducia, come terreno fertile, carta d'identità di ogni pedofilo che si rispetti.
Eppure è un mostro diverso dagli altri, che la caratterizzazione cerca quasi, ma senza riuscirci, di comprendere mostrando le umane debolezze con Michael che gioca e nutre il bambino in fondo cercando di volergli "bene" e dall'altra parte tenendo in scacco lo spettatore rendendolo partecipe di una liberazione. Un bene che non può esistere e che destruttura completamente la fisiologia e lo sviluppo della vittima.
Di troppi bambini scomparsi non si parla e chissà quanti potrebbero essere testimonial di drammi così viscerali come quello descritto dal regista con pochissimi dialoghi e insistendo a più riprese su alcuni dettagli. Eppure non cerca mai il sensazionalismo banale, non esagera mai con la portata delle immagini se non in qualche occasione.
Il finale è straziante.



martedì 9 giugno 2015

Blind Alley

Titolo: Blind Alley
Regia: Antonio Trashorras
Anno: 2011
Paese: Spagna
Giudizio: 2/5

Le cose stanno girando bene per Rosa: è bella, è desiderata, la sua carriera da modella e attrice sta decollando. Ma le cose possono cambiare in fretta e nella maniera più inaspettata, anche semplicemente andando a fare il bucato nella solita lavanderia nei pressi di casa.

Blind Alley entra nel filone degli horror spagnoli trashoni di ultima generazione con alcune strizzatine d'occhio al vecchio cinema e un acume predominante per le goliardate e le scelte più telefonate, contando un climax, per certi versi, spaventosamente esagerato.
Con un inizio abbastanza interessante, il film mostra subito (complici i cadaveri per le strade) che il film prenderà una piega sulla falsa riga del filone giallo dei vecchi Fulci e Argento.
Se è proprio il finale la stonatura maggiore del film (vampiri alla BUFFY), il film dalla sua ha un'ottima protagonista (oltre che affascinante) è una buona suspance tutta giocata all'interno di una squallida lavanderia, dove faranno a turno alcuni improbabili personaggi.

Un filmetto tutto sommato, ma che almeno ha il pregio, contando la manifattura, di non annoiare a morte, un'opera prima, quella di Antonio Trashorras (già sceneggiatore a fianco di Guillermo del Toro in LA SPINA DEL DIAVOLO) che certo non verrà ricordata, ma almeno cerca di dare un'idea su come in Spagna si scommetta ancora molto sul cinema di genere.

lunedì 27 aprile 2015

Kryptonite nella borsa

Titolo: Kryptonite nella borsa
Regia: Ivan Cotroneo
Anno: 2011
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Napoli, 1973. Peppino è il più giovane membro della famiglia Sansone. Neanche dieci anni, l'onta di una forte miopia giovanile e un'ammirazione per lo strambo cugino che crede di essere Superman. In seguito alla sua morte, il piccolo Peppino comincia a immaginarne la presenza, e di questo supereroe fantasma dal naso aquilino e dal forte accento napoletano fa il suo unico amico fidato. Quando la madre Rosaria entra in depressione dopo aver scoperto che il marito la tradisce, sarà infatti lui, più che i due zii giovani e incoscienti o i tre piccoli pulcini donati dal padre fedifrago, a insegnargli come trovare il proprio posto nel mondo.

La Kryptonite nella borsa, regia di Cotroneo, noto sceneggiatore televisivo, sancisce un limite del nostro cinema e del genere più abusato: la commedia.
Il limite è quello di saper confezionare alcuni interesssanti spunti, coadiuvate da un cast interessante, ma allo stesso tempo rimanendo fedele ad un certo tipo di scrittura e struttura, ormai portata quasi all'esaurimento.
Famiglie, sguardi sul passato, voce fuori campo, nostalgia, finale a lieto fine, tradimento, tipi eccentrici. Troppi stereotipi che probabilmente piacciono ma diventano ormai ben più che ripetitivi, senza nessun guizzo o moto narrativo che incoraggi a osare o sperimentare qualcosa di più.
Quindi regole che diventano limiti per un target che non riesce ad andare oltre la commedia d'effetto, ma sempre solidamente costruita su alcuni principi da cui non si riesce a fuggire.


Fixing Luka

Titolo: Fixing Luka
Regia: Jessica Ashman
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Festival: Cinemautismo 2015
Giudizio: 4/5

Anatre di gomma allineate e perfettamente in fila . Francobolli attaccati ad una parete nella camera da letto. Una piramide di ditali buttati a terra. Queste sono solo alcune delle routine ossessive di Luka, un rituale giornaliero sotto lo sguardo ansioso di sua sorella Lucy.
Luka però ha bisogno di riparazioni ogni volta che qualcosa disturba la sua routine e così Luka cade a pezzi. Letteralmente .
Una sera - martoriata dalla impossibilità di aiutare il fratello, Lucy perde la pazienza e fugge. Inciampando nella foresta, scopre un soldato orologio, all'interno di una baracca . Quando aiutandolo, riesce a fissare la sua testa, Lucy pensa di aver trovato la soluzione ai suoi problemi a casa e per Luka.

Scritto, diretto e animato dalla regista, Fixing Luka è un corto di '12 fantastico e commovente.
Sulla base dell'esperienza personale di Jessica Ashman di crescere con un fratello autistico, Luka è una storia di speranza, determinazione e accettazione.
La Ashman è una regista con la passione e specializzata in stop- motion, cut e animazione in 2-D. Fixing Luka mescola i generi, la fiaba con storie di ordinaria quotidianità, difficoltà nell'affrontare l'autismo e la solitudine di non trovare aiuti, cercando quindi nel mondo esterno un'arma di speranza per affrontare i problemi.
Rigorosamente senza dialoghi, ma con una colonna sonora convincente, Fixing Luka è uno di quei corti necessari, che parlando di un malessere interno ed esterno, trovano quella componente per arrivare dritti al cuore ma senza momenti melensi e una certa retorica di linguaggio.


El sexo de los angeles

Titolo: El sexo de los angeles
Regia: Xavier Villaverde
Anno: 2011
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Carla e Bruno credono di avere le risposte per tutto quello che la vita gli ha offerto fino ad ora. Ma quando appare Rai, un uomo misterioso ed attraente che vive fuori dalle regole, in questa storia d'amore e di amicizia i confini si dissolveranno e si spezzeranno, trasformandosi in relazioni emozionanti e profondamente romantiche.

Il terzo film del giovane regista spagnolo Villaverde è frizzante, pieno di vita, solare, e bello come i protagonisti/e, oltre che dotato di un senso del ritmo notevole e a tratti riflessivo.
Quello che non convince è la quasi totale impossibilità dei fatti, soprattutto in un finale con lieto fine aperto a innumerevoli interpretazioni ma che non può certo durare perchè impossibile e immorale come penserebbe qualcuno.
Così come anche alcune scene ripetute e che stonano con il ritmo nello studio dove lavora Carla. Alcuni dialoghi «non posso vivere senza di te ma neanche senza di lui»; «l’amore viene dal cuore e non dal cervello» e per finire un incidente che grida al forzato sensazionalismo per far convergere quello che poteva rivelarsi un buco di sceneggiatura, sono i passi ingenui commessi da chi in fondo crede che tutto possa trovare una giustificazione.
Un film che sa essere un'irrestistibile commedia ma che sa anche trattare, anche se in modo sempre molto ottimista, il triangolo che può avvenire in una coppia quando subentra un terzo armato di fascino e languidi sguardi oltre che un rispetto altalenante per entrambi i partner.

Xavier sa benissimo di non essere il primo a trattare questo tema, i film ormai sono numerosi, ma lo fa in modo per certi aspetti innovativo, puntando su un triangolo poliamoroso irrestistibile rispetto ad altri film, in cui la componente drammatica emergeva molto di più.