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giovedì 18 luglio 2019

Jennifer's Body


Titolo: Jennifer's Body
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rinchiusa nella cella d'isolamento di un istituto psichiatrico, la giovane Needy, ricorda come tutto è cominciato, a Devil's Kettle, la cittadina di provincia dove abitava. Si parte quindi con un lungo flashback che costituisce il corpo del film: Needy è amicissima di Jennifer, la bomba sexy della scuola. Benché fidanzata con Chip, il classico bravo ragazzo, la poco appariscente Needy è preda di una sconfinata ammirazione per Jennifer, tanto da esserne sostanzialmente succube. Al Melody Lane, un localaccio, Jennifer è attratta da Nikolai, cantante di una sconosciuta rock band, i Low Shoulder. Uno strano e furibondo incendio si sviluppa mentre la band suona: è un massacro, ma Needy conduce in salvo Jennifer. Per poco, però. Sotto lo sguardo sconcertato di Needy, Jennifer se la svigna col disinvolto Nikolai. Quando Needy, tornata a casa, si ritrova di fronte l'amica coperta di sangue e affamata di carne cruda, sospetta che qualcosa di brutto sia successo. Quando Jennifer le vomita addosso un geyser di sangue, ne ha la certezza. Il giorno dopo tutto sembra normale, compresa Jennifer, ma Needy sa che non è così. Gli omicidi cominciano: a commetterli è Jennifer, che prima seduce e poi, in versione mostruosa, ammazza.

Jennifer's body ha tutti gli elementi per sembrare un tipico teen-movie con la solita Megan Fox che alza il livello ormonale maschile. Definito dai critici il "Twilight" maschile, questa perfida commedia di Kusama ha diversi elementi interessanti oltre a colpire duro in alcune scene come quella del sacrificio di Jennifer da parte della band che la carica sul furgone.
Insieme racchiude tanti stilemi e stereotipi del genere cercando però di aumentarne il contenuto e gli effetti (verso l'inizio nella cittadina scopriamo esserci un buco nero in cui scompaiono le acque) elemento purtroppo buttato lì senza poi essere opportunamente ripreso.
Il film della Kusama travestito da black comedy che sfocia nel gore dopo la trasformazione della protagonista, parla fondamentalmente di uno stupro in cui gli aggressori sono gli unici a scamparla senza conseguenze, lasciando impuniti stupri e sacrifici che la ragazza riverserà non sugli aggressori ma sugli innocenti.
In un contesto politico odierno in cui il film forse anticipava temi che il cinema ha poi ripreso con voga che dimostra nonostante difetti palesi e alcuni elementi soltanto abbozzati (i buchi neri) un buon film d'intrattenimento che rientra in quel catalogo di film horror che sempre di più si stanno allontanando dallo schema main stream per esplorare tematiche sociali più scomode e attuali.



venerdì 14 giugno 2019

Termination Salvation


Titolo: Termination Salvation
Regia: McG
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Anno 2003. Marcus Wright è detenuto nel Braccio della Morte in attesa di ricevere l'iniezione letale. Ha ucciso suo fratello e due poliziotti e vuole soltanto farla finita ma la dottoressa Serena Kogan ha deciso per lui un altro destino. Firmato un documento legale che consegna il suo corpo alla scienza e gli promette una seconda opportunità, Marcus viene 'terminato'. Anno 2018. John Connor, leader ideale e carismatico del genere umano, partecipa alla Resistenza contro Skynet, il network di intelligenze artificiali, e il suo esercito di Terminator indistruttibili. Efficace e intraprendente, è deciso a sferrare un attacco mortale al nemico, a trovare suo padre Kyle Reese e a garantire un futuro all'umanità dopo l'apocalisse nucleare scatenata dalle macchine. Lo aiuterà Marcus, galeotto venuto dal passato e portatore di un segreto. Diffidenti ma determinati a vincere la loro battaglia, collaboreranno e troveranno la verità nel cuore.

Togliere il timone ha un importante saga che col tempo è diventata un business e un merchandising di successo ha dato i suoi effetti. Senza James Cameron, si è subito visto il binario diventato quasi subito ingestibile da tutta la sfilata di tecnici e sceneggiatori che si sono "appassionati" al progetto.
Il risultato ha raggiunto i livelli più bassi previsti, confezionando prodotti per il cinema, senza un filo conduttore, personaggi scialbi e una totale assenza di approfondimento nella psicologia dei protagonisti. In più usare come deterrente lo spazio tempo con viaggi avanti e indietro e catapultando la psiche dello spettatore in un vuoto cosmico è stato il colpo finale su una saga che nei primi due capitoli ha modificato sostanzialmente il livello del genere sci fi mischiandolo con una vendetta personale, trasformazioni come in Terminator 2 ancora di altissimo livello, robot dannatamente cattivi, un personaggio iconico come Sarah Connor, Schwarzenegger in uno dei suoi ruoli cult da sempre, e tanti altri elementi che spero porranno fine nel migliore dei modi con l'ultimo, si spera, capitolo della saga DARK FATE
McG è un mestierante con una carriera altalenante e tanti brutti film sui cui svetta il film che non ti aspetti Babysitter horror Netflix capace di far scorrere tanto sangue e al contempo farti rotolare a terra dalle risate.
Qui l'unico elemento che funziona è la scenografia, cupa e tutta ingrigita (d'altronde c'è stato l'ennesimo olocausto atomico, gli attori sono troppo distanti dal progetto e tutta l'azione sembra destinata più alle saghe spaziali come STAR TREK o STAR WARS.


Segnali dal futuro


Titolo: Segnali dal futuro
Regia: Alex Proyas
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il professore di astrofisica John Koestler non crede nel destino ma le sue convinzioni vengono scosse quando il figlio entra in possesso di un documento scritto 50 anni prima da una bambina della sua stessa scuola. Sul foglio sono indicati solo numeri uno dopo l'altro, numeri che l'occhio allenato dello scienziato comincia a decifrare per caso scoprendo che indicano giorno e numero di vittime dei principali disastri dell'ultimo mezzo secolo e di alcuni che devono ancora verificarsi.

La morte celebrale definitiva di un regista.
Segnali dal futuro sembra la genesi e l'ultimo stadio di un regista purtroppo sfortunatissimo che ho sempre stimato per il suo apporto cinico alla sci fi.
DARK CITY rimane ancora adesso il suo film più bistrattato se non altro per l'arrivo l'anno successivo di MATRIX e per aver cercato di ridare enfasi ad un genere senza sfoggiare unicamente gli effetti speciali. Il colpo finale al regista è stato sicuramente questa porcheria con alcune regole incontrovertibili (Nicolas Cage) e una scrittura alla base che non è riuscita a dare spazio a tutte le intuizioni narrative. Un film che se vogliamo possiamo definirlo il vaso di Pandora dell'artista dove tutte le sue teorie sembrano essersi dati appuntamento in un film multiforme che purtroppo per evidenti limiti non è riuscito a dare spazio a tutte le scelte e i temi trattati.
Un film disorganico che non riesce sempre, in particolare dal secondo atto in avanti, a gestire con precisione i vari aspetti contenutistici, rimanendo macchinoso, dove la complessa dialettica tra predestinazione, caos, scienza e fede (che già era un intento trattato nei suoi precedenti film) qui cede il passo ad una scelta di cause ed effetti che non hanno niente a che vedere e soprattutto vengono vanificati tutti gli sforzi di renderli materia seria su cui parlare.
Alle volte sembra più un omaggio alla mitologia ed alle suggestioni de AI CONFINI DELLA REALTA'
La storia narrata poi è incentrata a una supposta profezia ricevuta in dono (se così si può dire) da Lucinda, una giovane alunna della fine degli anni ’50, e rinchiusa in una capsula del tempo insieme ai disegni di altri bambini. Quando, mezzo secolo dopo, la scatola viene aperta, l’indecifrabile serie di numeri che la piccola aveva scritto sul foglio in dotazione finisce nelle mani di Caleb che subito lo sottopone all’attenzione del padre, John, noto luminare astrofisico. Dopo un po’ di studio, il professore capisce che quei numeri sono indicazioni riguardo alle grandi catastrofi e incidenti degli ultimi anni: le ultime righe indicano date future, per le quali c’è ancora la speranza di poter intervenire. Anche se l’ultima riga potrebbe indicare addirittura la fine del mondo.
Praticamente un cocktail in salsa ebraica, maya, Hubbardiana, etc

sabato 8 giugno 2019

Profeta


Titolo: Profeta
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c'è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l'omicidio come rito d'iniziazione, l'ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità.

Audiard è un regista francese che potremmo definire quasi internazionale. Il suo cinema almeno le sue ultime opere dimostrano talento e soprattutto la capacità di girare qualsiasi cosa, di qualsiasi genere e con qualsiasi attore internazionale.
I risultati seppur molto distanti confermano un innegabile talento. Sapore di ruggine e ossa
, Deephan, sono storie d'azione, drammatiche e coraggiose che parlano di questioni attuali mischiandole con la criminalità organizzata o la crisi del lavoro e i protagonisti quasi sempre dei perdenti.
Su tutto un aderenza ai generi minimale, un aspetto tecnico sempre squisitamente formidabile, un cast che aderisce perfettamente alla causa e infine tante bellissime scene che come quadri diventano indimenticabili nella psiche dello spettatore.
Il profeta è il film da cui il regista segna un importante passaggio, entrando nel mondo adulto e maturo e da lì in seguito sarà solo una discesa negli inferi.
Prison movie, dramma contemporaneo, vita criminale, viaggio di formazione nella violenza.
Il film discute e approfondisce tanti passaggi, immergendosi fin da subito nella sub cultura che racconta, soprattutto quelli in carcere con alcuni dialoghi squisiti e che istantaneamente rendono il film molto realistico e decisamente esagerato sotto certi aspetti.
Un film che non vacilla mai, sospendendo il pregiudizio, di fatto essendo lungo quanto complesso, ma che grazie ad un uso sapiente del montaggio, non lascia mai momenti di vuoto ma relega ogni momento ad una scena ben precisa, diventando significativo nella sua continuità come l'exursus del protagonista scandito da didascalie che suddividono la sua epopea in capitoli


mercoledì 5 giugno 2019

Vampire girl vs. Frankenstein Girl


Titolo: Vampire girl vs. Frankenstein Girl
Regia: Naoyuki Tomomatsu, Yoshihiro Nishimura
Anno: 2009
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

In un tragico triangolo amoroso, Monami/Vampire Girl dà a Mizushima per San Valentino un cioccolatino ripieno del suo stesso sangue, trasformandolo così in un immortale. Il terzo lato del tiangolo è Keiko, che vuole Mizushima tutto per sé. Ne deriva quindi un combattimento, ma quando Keiko muore inavvertitamente cadendo dal tetto, suo padre Kubuki scienziato pazzo la riporta in vita mettendole alcune parti del corpo di suoi compagni di scuola che le permetteranno di sconfiggere Monami in una battaglia all'ultimo sangue.

Tomomatsu è stato uno dei padri del "Nihozombie" e dello "Dnotomista" di fatto due sotto generi che avevano il preciso scopo di sovvertire le regole sfatando il taboo del lecito/proibito.
Sotto generi sicuramente più interessanti rispetto ai prodotti "Guinea Pig" che invece rappresentano esperimenti estremi di puro torture porn con accenni sul fenomeno dello snuff movie.
"Dnotomista" a cui questo film fa riferimento nato proprio da "Notomista" quella particolare attitudine allo smembramento dei corpi umani per veder la compositura interna di essi.
I film sono quasi tutti nipponici e vedono al timone alcuni registi mica da ridere con una loro personale e malata matrice d'identificazione.
Nishimura che firma il film assieme al sopra citato usciva dalle fila degli amanti dello splatter nipponico, un mestierante che al contempo era un visionario effettista con la fama di essere tra i più esperti macellai del settore (MEATBALL MACHINE ad esempio)
Al di là della strizzatina d'occhio sul nome della pellicola (che c'entra davvero poco) della sapiente mano di grafici esperti per rendere le locandine il più ghiotte possibili, il film ha una trama indefinib
ile, presa da un manga che dicono in patria abbia riscosso un certo successo, così come parte dello svolgimento e delle intenzioni dei protagonisti.
Un film con un'anima demenziale e surrealista che non riesce mai a rivelare il suo scopo o meglio l'intento del film apprezzandone gli sforzi e la voglia di distruggere ogni confine cinematografico. Sembra una confusa mattanza, una macelleria messicana tutta ritoccata al computer con i soliti protagonisti che sembrano camminare su una passerella di moda piuttosto che in uno scenario apocalittico dove ancora una volta l'esagerazione, che spesso ha portato a risultati più che ottimi, lascia il passo a qualcosa di irrisolto, uno spettacolo di luci e secchiate di sangue che sembra ogni volta ricominciare da capo risultando inconcludente e soprattutto irrisolto.



lunedì 3 giugno 2019

Drag me to hell


Titolo: Drag me to hell
Regia: Sam Raimi
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Christine Brown è in attesa di un'importante promozione nella banca in cui lavora. Un giorno nega all'anziana signora Ganush la proroga di un prestito che le consentirebbe di conservare la propria abitazione. La donna, che è in contatto con un Lamia, le lancia contro una maledizione che metterà il demone sulle sue tracce. Da quel momento Christine dovrà cercare di respingere gli attacchi e di trovare la soluzione definitiva per liberarsi dal Male.

Il ritorno di Raimi all'horror non poteva lasciar sperare in un risultato migliore. Un film fresco, originale, con un ritmo incredibile e un'ironia di fondo sottile e perfida e per finire uno dei finali più belli degli ultimi anni ridando enfasi al genere a lasciando da parte l'happy ending.
Gli ingredienti sono poi in parte i codici o i topoi dello stesso regista: maledizioni, streghe post contemporanee, sedute spiritiche, cose a caso che sbattono, jump scared. In questo caso molto meno sangue rispetto agli esordi per una macabra favola con una morale bella forte e un messaggio che in una società capitalista della sorveglianza sembra ormai sempre più ignorato.
Drag me to hell a differenza dei vecchi horror del maestro del brivido è certamente figlio del digitale e della c.g a differenza della resa artigianale e tradizionale degli effetti visti nella saga cult.
Pur disponendo di un budget ridotto, Raimi avendo avuto una buona scuola e ottima esperienza, riesce a dare spazio ad una funzionalissima fotografia che promuove alcuni dei passaggi più interessanti dell'opera oltre ad avere di sottofondo una soundtrack da urlo. E poi ci regala una rom, una gitana, una baba jaga, una maschera che difficilmente dimenticheremo.


Yattaman


Titolo: Yattaman
Regia: Miike Takashi
Anno: 2009
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Yattaman 1 e Yattaman 2, quando non sono in officina a fabbricare Mecha come il prodigioso Yatta Can, sono in giro a salvare il mondo dalle mire malvagie dei servitori di Dokrobei, la bellissima Miss Dronio e i suoi due lacché, Boyakki e Tonzula. In ballo c'è il ritrovamento della Pietra Dokrostone, capace di regalare un potere immenso al suo possessore: nelle mani sbagliate comporterebbe la fine del mondo così come lo conosciamo.

Yattaman è stato un progetto ambizioso e complesso che ci ha messo tre anni prima di venire alla luce. Parlando del maestro e di come riesca a ritagliarsi una sua idea e politica di cinema in qualsiasi genere in cui graviti è una prerogativa e una peculiarità che hanno solo lui ed altri folli colleghi come Sion Sono e Tsukamoto solo per fare due nomi, ma per fortuna almeno in Oriente la lista è lunga.
Riuscire a dare vita ad un live action originale senza perdere la visionarietà, ma anzi allargandola e adattandola ad un target diverso e senza farla diventare una pattumiera trash come ultimamente è successo per Tiger Mask non era semplice.
Si ride, l'azione è folle e mai macchinosa, i personaggi sono caricature al limite rendendo spassosi i dialoghi e le slapsticks. I combattimenti poi e gli inseguimenti sono curati molto bene, riuscendo a cercare di essere all'altezza senza mai sfociare nel ridicolo e infine la fruizione e come sempre relegata ad un target che unisce bambini e adulti.
Yattaman proprio per gli argomenti di cui tratta, un cartone animato, pareva un'operazione folle.
Ed è proprio in progetti come questi che si vede l'autorialità e l'esperienza. Sembra più facile girare un kolossal ad ampio budget dove le regole da aderire sono sempre le stesse, piuttosto che mettere mano su, ripeto, un'operazione folle come il film in questione.
Miike ancora una volta ci è riuscito alla faccia di tutti gli apocalittici e i critici che aspettano un passo falso dell'outsider nipponico. Ancora una volta chapeau!



lunedì 22 aprile 2019

Logorama


Titolo: Logorama
Regia: AA,VV
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

La polizia insegue un criminale armato in una versione di Los Angeles composta interamente da loghi aziendali.

La critica al capitalismo, il modello economico che stanerà tutti, diventa il circuito perfetto dove il trio di registi francesi descrive il proprio microcosmo. Loghi, brand, multinazionali, tutto ormai sembra diventare status simbol con il preciso compito e dovere da parte degli autori di trasformare tutto in un enorme buco nero in grado di inglobare tutto e mettere fine alla civiltà.
Il collettivo H5 (François Alaux, Hervé de Crécy e Ludovic Houplain) ha già firmato videoclip per Alex Gopher, i Massive Attack, i Goldfrapp e i Röyksopp e conferma un acume attento e colto nel saper essere sintetici e al contempo ingranare la marcia e sfrecciare a tutta velocità.
16 minuti di pura azione da vedere rigorosamente in lingua originale, un lavoro enorme che ha comportato l'utilizzo di 2500 loghi e mascots, appartenenti a compagnie di tutto il mondo, per costruire l’intera architettura cittadina e per creare personaggi improbabili, come il cattivissimo Ronald MacDonald e ampliare così una critica feroce sugli intenti perversi della multinazionale del fast food.


lunedì 11 marzo 2019

Circo della farfalla


Titolo: Butterfly Circus
Regia: Joshua Weigel
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La storia di Vujicic è triste. Primogenito di una famiglia serba cristiana, Nick Vujicic nacque a Melbourne, Australia con un rara malattia genetica: la tetramelia ovvero privo di arti, senza entrambe le braccia, e senza gambe eccetto i suoi piccoli piedi, uno dei quali ha due dita.
Probabilmente non si aspettava che dalla sua storia nascesse un cortometraggio che ha fatto piangere le platee di diversi paesi in tutto il mondo.

The Butterfly Circus è sicuramente un ottimo cortometraggio con un cast importante, una sontuosa fotografia e una storia tutto sommato che rispecchia difficoltà e timori del protagonista.
Weigel è abile e sfrutta in particolare i sentimenti e le musiche per rendere ancora più sdolcinata e melensa una storia che non aveva bisogno di fronzoli per comunicare quello che doveva.
Il circo allora in questa galleria di freaks piuttosto originali e con un ottimo lavoro di trucco e costumi, diventa quel luogo dove ognuno, in questo caso Vujicic, trova la sua strada diventando da bruco a farfalla e abbandonando così la muta iniziale della pigrizia e dello sconforto.


mercoledì 6 febbraio 2019

Panico al villaggio


Titolo: Panico al villaggio
Regia: Stephane Aubier
Anno: 2009
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

C'era una volta, in un villaggio di nome Villaggio, un cavallo di nome Cavallo, che viveva con un cow-boy di nome Cow-boy e un indiano di nome Indiano. È il 21 giugno, il compleanno di Cavallo, e i suoi due compari pensano bene di ordinare 50 mattoni per costruirgli un barbecue. Peccato che, tra un gioco e una distrazione, l'ordine on line parta pieno di zeri e il Villaggio si ritrovi invaso da 50 milioni di mattoni, che fanno particolarmente gola a dei piccoli, imprendibili ladri notturni.

Panico al villaggio è una bella metafora della nostra società.
Folle e schizzato come i belgi spesso sanno essere, riesce pur sfruttando una tecnica d'animazione in stop-motion abbastanza desueta, ad avere un ritmo e una storia che assieme ai personaggi colpiscono per la loro linearità, caratterizzazione, scelte insolite, un ritmo sbalorditivo e una messa in scena che riesce a cogliere quei dettagli importanti per rafforzare la narrazione e l'impatto visivo che rimane un'esperienza visiva, prima di tutto, molto interessante.
Grazie anche ad un ottimo doppiaggio dove aiutano i cugini di SOUTHPARK, Panico al villaggio sembra partire in sordina per poi allargarsi al di là della porzione di spazio dove vivono ancorati i tre protagonisti.
Un'ambientazione per alcuni aspetti misteriosa dove i bambini non esistono, gli animali parlano, e gli esseri umani invece sembrano tornati alla fanciullezza a differenza degli animali più maturi e rigidi nelle scelte che si comportano quasi da genitori.
La casualità è il fattore di forza e che allo stesso tempo lascia inermi di fronte ad un ritmo dove tutto può succedere in qualsiasi momento e senza dover avere una causa o un nesso.
Un ritmo e una potenza inesauribile rischiano a volte di lasciare spiazzati, soprattutto per come dicevo in quanto non essendoci coordinate, al di là di qualche frase di Cavallo, il vero protagonista, a volte si fa fatica a comprendere gli intenti dei registi.
Altrimenti sembra regnare una sorta di anarchia democraticamente accettata.


lunedì 24 dicembre 2018

House of the devil



Titolo: House of the devil
Regia: Ti West
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Negli anni ottanta una studentessa del college, Samantha Hughes, ha preso uno strano lavoro da bambinaia che coincideva con un'eclissi lunare. Lentamente realizza che i suoi clienti nascondono un terribile segreto; pianificano di usarla in un rito satanico.

Ti West è un personaggio particolare nell'horror. Un autore capace fin da giovane di saper realizzare un film indipendente senza farsi mancare nulla e poi col tempo, in grado di alternare prodotti più autoriali ad altri più commerciali.
La sua filmografia rimane abbastanza solida sul genere a parte qualche deviazione con uno degli ultimi film, un western appunto.
Tanti omaggi ma non solo. Qui ci troviamo a mio parere di fronte al film più importante assieme a INNKEEPERS dove lo stile e asciutto ed essenziale, non c'è bisogno di ricorrere a jump scared, effetti speciali troppo abbondanti, mostri o qualsiasi altro artificio avvezzo al genere.
La narrazione, l'atmosfera claustrofobica, la casa, lo stile vintage, la fotografia calda e l'ampio ricorso a inquadrature strette e diversi dettaglia funzionali al climax finale sono gli elementi decisamente più suggestivi del film.
Fin da subito i rimandi a Polanski sono chiari e non fanno una piega così come altre citazioni colte e mai fine a se stesse, Kubrick immediatamente dopo, per trovare una formula che nella sua lenta esamina trova a mio giudizio il maggior punto di forza.
Condito con una musica sopraffina e delle ottime interpretazioni, il primo asso nella manica di West ha l'unico depotenziamento nella chiusura finale abbastanza telefonata e senza quel guizzo che ci si poteva aspettare.
Ti West a differenza degli altri suoi film molto più improntati sull'action e sullo splatter, Cabin Fever 2-Spring Fever, Roost-La Tana, V/H/S 2, sceglie un'atmosfera che rimanda a lezioni di grande cinema dove l'ignoto, come i padri del sapere insegnano, sarà sempre lo strumento di maggior terrore se sfruttato con abilità e moderatezza. West in parte in questo film l'ha capito.



giovedì 13 settembre 2018

Bunny and the bull


Titolo: Bunny and the bull
Regia: Paul King
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Stephen Turnbull non esce dal proprio appartamento da mesi e vive all'interno di una routine protettiva ma asfissiante. Sconvolto costretto a cambiare il ritmo della sua vita vagando all'interno della propria mente per cercare le ragioni della propria alienazione. Ripercorre così, nel suo labrintico archivio mentale, il folle viaggio in Europa fatto con Bunny, il suo amico più caro interamente dipendente da sesso, alcol e gioco d'azzardo.

Bunny and the bull è sicuramente l'opera migliore di King contando le sue ultime commedie commerciali e poco ispirate. Qui invece il regista che ha scritto anche la sceneggiatura sembra essersi preso una pausa per far viaggiare i suoi trip mentali dandogli un nome, una storia e un ritmo.
Il risultato è notevole ma senza dover per forza fare paragoni con Gondry, più di tutti, e qualcosina di Gilliam o addirittura per le scene iniziali WILLARD IL PARANOICO.
Da un'unica location, la casa di lui da cui non può/vuole uscire, fino alle intuizioni legate al sogno e agli ospiti che entrano in casa sua senza voler più uscire fino alle continue cerniere che aprono porte e varchi da casa sua per immergersi in altri luoghi inesplorati dove lo stesso Stephen sembra riuscire ad adattarsi sono solo alcuni degli aspetti più onirici e divertenti del film.
Un film per certi versi riesce ad essere anche intimista, con un menage a trois, una bella storia d'amore, un protagonista nerd e forse un po sfigato che riesce nonostante tutto a raggiungere il suo obbiettivo e Bunny, il suo amico, che rappresenta l'eccesso in tutto e per tutto che con la sua mania di diventare torero andrà incontro ad un fatalismo annunciato.
Una commedia fresca, leggera ma profonda, che come sempre prevede l'inserimento di una donna come simbolo del cambiamento e dell'uscita da quella caverna dove Stephen sembrava essersi incatenato da solo per paura di far visita al mondo.

sabato 2 settembre 2017

Offspring

Titolo: Offspring
Regia: Andrew Van Den Houten
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In una contea rurale del Maine si aggira, da moltissimo tempo, una feroce banda di assassini composta prevalentemente da bambini molto piccoli, totalmente selvatici, che si spostano continuamente lungo la costa e fino al Canada, depredando case isolate e occasionali campeggiatori. I piccoli, capeggiati da una violenta e sadica coppia di maniaci trogloditi, sono i diretti discendenti di un clan di cannibali che si è lentamente isolato dalla società e, grazie alla particolare conformazione del territorio e alla scarsa comunicazione fra le varie forze di polizia, è sempre riuscito a eludere la cattura. Quando questi selvaggi assedieranno una casa isolata dove risiede una coppia con bambino piccolo, raggiunta poco tempo prima dalla sorella di lei con tanto di figlio al seguito e marito alcolizzato sulle sue tracce, gli eventi precipiteranno lungo un'inevitabile spirale di follia e violenza.

Il romanzo Offspring, firmato dall’aggressiva e talentuosissima penna dello scrittore statunitense Jack Ketchum, viene pubblicato nel 1991, a undici anni di distanza dall’esordio con Off Season, di cui Offspring è sequel letterario.
I cannibal movie, il sottofilone di genere horror, negli ultimi anni sembra essere ritornato in voga. E'uno scheletro ripreso che ora va in auge con titoli a volte sorprendenti e altri condannati ad essere film dimenticabili che ripropongono lo stesso schema narrativo e la stessa struttura senza guizzi d'originalità.
Offspring nella sua trama pressochè scontata, aveva qualche elemento di genere interessante che purtroppo viene messo in sordina dalla regia televisiva di Van Den Houten e una scelta di cast troppo amatoriale.
Tutto questo gioca un peso insostenibile nella scena degli attacchi all'interno della casa con una regia piatta e bidimensionale, mentre invece riesce a diventare quasi credibile e con scene suggestive nei rituali all'interno delle caverne.
L'idea di fatto è sempre quella per Ketchum e il regista che firmerà opere molto più interessanti in seguito il quale sembra dargli corda senza però intuirne gli intenti nel modo giusto.
La sfida tra le civiltà, l’uomo come animale selvaggio nello stato di natura, la civilizzazione tribale, il mettere alla gogna l’istituzione della famiglia, smembrandola dall’interno, e infine il potere del rito e della vittima sacrificale, sono tutti temi interessanti e antropoligicamente di ampie vedue che in questo film diventano di nuovo di una semplicità che non si può ignorare.

OFFSPRING è un horror violentissimo ma sfuggevole e scostante troppo carente nella consistenza così come nella caratterizzazione dei personaggi e della totale mancanza di empatia per i personaggi pur avendo dalla sua alcune scene sanguinolente molto forti.

martedì 16 maggio 2017

Savages


Titolo: Savages
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2009
Paese: Irlanda
Giudizio: 2/5

Paul Graynor è un giovane fotoreporter, dedito al suo lavoro ed interessato alle storie in cui si imbatte. Vive nel centro di Dublino, ed a parte pochi amici, dedica un po' del suo tempo libero per andare a trovare il padre malato, assistito da una infermiera. La sensibilità dei due giovani crea i presupposti per un primo felice appuntamento, ma lungo il ritorno Paul viene brutalmente aggredito, senza motivo, da due giovanissimi rapinatori che lo lasciano con numerose cicatrici fisiche e mentali. L'improvvisa devastazione del suo universo e la difficoltà di convivere con quanto è successo, farà scivolare Paul, suo malgrado, in una condizione di violenza esplosiva.

L'opera prima di Muldowney per quanto sia stato accolto come un piccolo successo in patria diventando una piccola sorpresa all'interno dei festival, non ha secondo me quella maturità tale da renderlo un'opera prima squisitamente indie e per certi aspetti "amatoriale" soprattutto in diversi passaggi per quanto concerne lo stile e la tecnica con cui il regista inquadra la vicenda.
Attimi di confusione in cui non si comprende spesso la realtà dei fatti (la castrazione del protagonista) per arrivare ad un finale pesantemente splatter che porta alle estreme conseguenze un personaggio che di fatto non ha avuto il tempo di sviluppare così in fretta una psicosi così preoccupante. Per altri aspetti invece era molto più interessante la fragilità del protagonista e le difficoltà personali a cercare un posto nella società.
Muldowney inquadra una Dublino ostica, dove gli adolescenti fanno da padroni provocando e aggredendo tutti senza paura e remore. Paul è la vittima sacrificale, il capro espiatorio per il branco che dopo aver perso dignità ma soprattutto la mascolinità decide di passare dall'altra parte iniziando a doparsi e comprando un coltello sul qualche si allena inizialmente con una pecora per capire se è in grado di fare del male a qualcuno.
La prima parte, la psicologia e le domande nonchè i dubbi che assalgono il protagonista nel cercare in quanto giornalista la notizia d'effetto e la paura di guardare in faccia l'orrore diventa la sfida che nei primi due atti il regista riesce a inquadrare in modo piuttosto soddisfacente e soprattutto molto realistico. Assomiglia a due film che sono usciti di recente e che trattano per certi versi lo stesso discorso e parliamo di Citadel (una vera sopresa con un taglio più horror) e il violentissimo Piggy.


giovedì 22 dicembre 2016

White Lightnin

Titolo: White Lightnin
Regia: Dominic Murhpy
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Nel cuore delle montagne Appalachian in West Virgnia, dove ogni uomo possiede una pistola e una distilleria di liquori, si tollera la leggenda vivente Jesco White. Da giovane Jesco andava avanti e indietro dal riformatorio al manicomio. Per tenerlo fuori dai guai, suo padre D-Ray gli ha insegnato l'arte della danza di montagna, una versione frenetica del tip tap con la musica country suonato col banjo. Dopo la morte di suo padre, il pazzo Jesco prende le scarpe da tip tap di suo padre e porta il suo show per la strada.

La storia di The Dancing Outlaw, il ballerino fuorilegge è una ballata travolgente e disperata.
Un viaggio nella violenza pura, di una mente deviata, instabile e complessa e di un percorso di redenzione anomalo e senza nessuna concessione.
Una vita di eccessi di droga, alcool, di autodistruzione, di un biologico benessere nella ricerca dello sballo e delle sostanze. C'è tanta musica, ritmo, un montaggio veloce e perfettamente scandito.
Una prima parte fra gli hillbillies che popolano le zone più arretrate e degradate degli Appalachi dove si vive tutti assieme e dove l'ambiente ricorda a tutti gli effetti le carovane dei bifolchi.
Una comunità dove il giovane Jesco intuisce subito, come d'altronde suo padre, quale sarà il suo destino.
Macabro, grottesco, è riuscito in diversi momenti a ricordarmi un altro film folle, BAD BOY BUBBY, il quale puntava più sul disturbo psichiatrico e il suo impatto sulla società rispetto all'esordio di Murphy dove Jesco è un pazzo almeno fino a quando non incontra l'amore e soprattutto quando tutto rischia di degenerare ancor più dopo la misteriosa morte del padre.
Lo squallore (umano ed estetico) che regna nella pellicola disturba, lascia nauseati e straniati. Funzionale a questo punto la scelta registica di puntare su un b/n che sbiadisce i colori più chiari e crea un’atmosfera ora raffinata ora sordida ora laida e sozza.

Un film che seppur non dichiaratamente un horror e un biopic rientra prendendo registi e stilemi del genere diventando un'opera sconosciuta e assurda, un debutto trascendentale che seppure un flop al botteghino, spero faccia resuscitare dalle ceneri Dominic Murphy per il quale nutro profonda stima.

martedì 15 novembre 2016

Katalin Varga

Titolo: Katalin Varga
Regia: Peter Strickland
Anno: 2009
Paese: Romania
Giudizio: 3/5

Katalin Varga è costretta ad abbandonare il villaggio in cui vive. Il marito ha da poco appreso che Dobrán, il figlio adolescente che credeva suo, è frutto di uno stupro di cui la moglie non aveva mai avuto il coraggio di parlargli. Ora Katalin parte con Dobrán su un carretto trainato da un cavallo. Al figlio ha detto che si stanno recando dalla nonna che è ammalata. In realtà la donna ha una meta precisa: vuole saldare i conti con quell'episodio atroce.

Ancora Strickland, in questo caso con un film controverso, scomodo e doloroso, come parte della sua finora interessantissima filmografia. A questo giro però non siamo ne in Inghilterra ne in Italia ma il regista britannico di origini greche sceglie la Transilvania ungherese, a due passi dalla Romania per questo revenge-movie classico e che strizza l'occhio al cinema muto e ai grandi autori del passato. Sembra quasi di vedere un quadro e la natura (ostile e confortevole) diventa di nuovo uno dei simboli che il regista sfrutta al massimo (in questo caso come testimone dello stupro della protagonista all'interno del bosco che come un incubo ritorna in più flash all'interno del film) in un'opera tutta legata all'atmosfera di attesa, al cercare di comprendere la psiche di Katalin sempre più compromessa e legata ad un'altra sotto-storia drammatica che prende piega e porta ad un finale pesantissimo.
L'attrice rumena Hilda Péter riesce a dare naturalezza e spessore ad un personaggio scomodo e difficile. E cosa fai infine quando scopri il tuo carnefice. Cosa fai quando incontri l'orrore nell'orrore ovvero la scelta che sembra condizionarti la vita ma che sai ti porterà in un oblio ancora maggiore.
Quando Katalin incontra lo zingaro lui le dice "Sai, il fatto che io non sia mai stato punito è di per se stesso una punizione". Allora tutto il peso legato ai sensi di colpa in questo sconosciutissimo film del regista, diventa un fatto sociale a cui dare risalto e strutturarlo con una realisticità impressionante.


domenica 23 ottobre 2016

Accident

Titolo: Accident
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2009
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Il cervello, la Zia, la Ragazza e il Grassone sono una gang specializzata in incidenti, loro fanno accadere appositamente ciò che dovrebbe essere casuale con lo scopo di uccidere su commissione. Che sia la mafia o un privato cittadino ad ordinare l'esecuzione perfetta poco importa. Quando però un incidente accade a loro l'idea che sia casuale semplicemente non è pensabile.

Ormai quando si legge Johnnie To come produttore si ha in automatico la garanzia di qualità.
E non parlo solo di un genere sempre interessante che nelle giuste mani riesce spesso e volentieri a dare quella spinta in più che manca, ma è proprio lo sguardo critico e il team di professionisti attorno al regista a fare la differenza.
Accident come spesso capita parte già in quinta, è possibile afferrare la maggior parte delle caratteristiche stilistiche e tematiche nel primo atto ed è un coreografatissimo thriller tutto giocato sulla costruzione e la realizzazione dei piani della banda di Brain. I temi, la poetica e la caratterizzazione dei personaggi sono incomparabilmente più profondi di tanto cinema main stream americano.
I dialoghi scarni e colmi di significato, la fotografia neutra e indifferente al dramma in atto, le scenografie anonime e disadorne quanto quel che rimane al protagonista sempre più vittima della disperazione. Siamo cerebralmente predisposti a non affrontare il reale senza una qualche regolarità.
Cheang in nove film ha già collezzionato diversi film importanti come Motorway, la saga di MONKEY KING, KILL ZONE 2, LOVE BATTFIELD. Sicuramente è uno da continuare a tenere d'occhio vuoi perchè è ancora molto giovane, vuoi perchè investe e cerca di trovare tematiche e generi diversi su cui cimentarsi e vuoi perchè fa parte di quella corrente di cineasti cinesi davvero esplosiva e con un sacco di talento.



domenica 20 dicembre 2015

Sin Nombre

Titolo: Sin Nombre
Regia: Cary Fukunaga
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In cerca del sogno americano, una giovane ragazza honduregna intraprende una vera a propria Odissea attraverso l'America Latina insieme al padre e allo zio sperando di raggiungere gli Stati Uniti. Durante il viaggio incrocia la sua strada con quella di El Casper adolescente membro di una gang messicana in fuga dai suoi soci e da un passato fatto di violenza. Insieme cercheranno di sormontare di tutti i pericoli che li separano da una nuova vita...

Sin Nombre è un film crudo e toccante che tocca un tema trattato poche volte al cinema.
Su un argomento così duro e delicato, la sceneggiatura si concentra maggiormente su Caesar, facendo una breve ma intensa descrizione delle gang criminali e portandolo infine ad un esilio forzato. Proprio sulle gang, il regista oltre ad avvalersi durante la scrittura di due frequentatori di quei posti, ha proposto un discorso sull'appartenenza facendo un'analisi attendibile nei rituali, nei gesti e soprattutto nella violenza.
L'emigrazione e la criminalità come le facce di un male comune che ha diversi intrecci purtroppo in Messico e lascia cadaveri senza nome in mezzo a strade dove non troveranno mai una degna sepoltura. Attuale e soprattutto importante, Fukunaga, regista da continuare a tenere d'occhio, si è documentato molto, trascorrendo del tempo con questi "clandestini".
La parte tecnica come sempre è curatissima.
Vengono mostrati alcuni scorci molto interessanti del Messico, lo stile tecnico è impeccabile con alcune riprese notevoli e originali.
Vincitore del Premio per la miglior regia, Cary Fukunaga, e per la miglior fotografia, Adriano Goldman, nella sezione Film drammatici al Sundance Festival 2009 non è un caso, soprattutto quando si parla di cinema veritè ribadendo il concetto che il sistema criminale vince sempre.
L'unica stonatura del film rimane la storia d'amore, ma se guardiamo l'enorme portata e realisticità di concetti che emergono dal film, rimane un'opera compiuta, fatta e finita, che continua un percorso, quello di Fukunaga, atipico e alternativo.


martedì 29 settembre 2015

Found

Titolo: Found
Regia: Scott Schirmer
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Marty, dodicenne che ama guardare film horror e progetta di realizzare una graphic novel con il suo migliore amico, è il classico bravo ragazzo che a scuola ottiene buoni voti, ascolta gli insegnanti e non causa problemi. La sua esistenza prende però una piega oscura quando comincia a trovare delle teste mozzate nell'armadio del fratello maggiore Steve. Terrorizzato da quella che potrebbe essere la reazione del fratello nello scoprire che il suo segreto non è più tale, Marty si ritroverà a mettere a dura prova il suo amore fraterno in una spirale di eventi che provocherà molte vittime e distruggerà l'esistenza.

Found è come dovrebbe essere un horror.
Angosciante, inquietante e doloroso in alcune scene madri che difficilmente arriverranno alla psiche dello spettatore indisturbate come l'epilogo familiare che non mostrando crea una devastante violenza immaginifica.
Una tragedia che esplode in modo deflagrante e tremendo, una locandina e alcune immagini che possono ingannare lo spettatore portandolo a credere che il film sia uno splatter come tanti.
Invece il lavoro di Schirmer, un giovane esordiente che ha studiato teoria del cinema, sceneggiatura e metodologia della videoproduzione all'università dell'Indiana, inquadra in modo ipnotico, maturo e in fondo reale, il tema del fraterno declinato come aspetto del perturbante.
Il rapporto tra i due fratelli e la situazione famigliare è raccontata in modo funzionale per far emergere alcuni particolari inquietanti tra cui un disarmante vuoto affettivo e la difficoltà degli adulti a confrontarsi con la post-adolescenza di Steve e la fragilità di Marty.
Ora alcune lacune legate allo script non mancano e evidenziano il limite del film e della totale sospensione dell'incredulità da parte dello spettatore soprattutto legate alla serialità con cui il fratello psicopatico commette gli omicidi.
Ancora più notevole poi è il fatto che il film sia stato girato con ottomila dollari.


giovedì 16 luglio 2015

Boston Streets

Titolo: Boston Streets
Regia: Brian Goodman
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Brian e Paulie sono due amici cresciuti insieme come fratelli nelle strade dei quartieri più poveri e duri di Boston. Per sopravvivere sono pronti a tutto, e pian piano i vari piccoli crimini si trasformano in roba più seria, fino a portarli a lavorare per la criminalità organizzata, al comando del boss Pat Kelly. Brian inizia a perdersi sempre più, complice anche la droga, e il grande amore per sua moglie e suo figlio non sembrano bastare a redimerlo. Nel frattempo Paulie progetta un colpo grosso che dovrebbe permettere loro di chiudere.

Boston Streets aveva tutte le carte in regola per essere un film di quelli che mescolano insieme dramma, prison-movie e gangster-movie legato ad una storia vera.
Purtroppo la pellicola di Goodman è infarcita di stereotipi, sonda il già visto e il già detto e non sfrutta al massimo il potenziale del cast dando troppa libertà a Hawke e lasciando in ombra Ruffalo. Goodman non riesce ad andare oltre un film didascalico nella forma e negli intenti con troppe sofferte lacune di storia e di idee prive di pathos che non creano empatia col pubblico rendendolo pallido e frustrante con qualche buon momento perlopiù legato al personaggio di Brian e alla sua sofferta condizione famigliare che non riesce a gestire e rovina in un crescendo spasmodico.
Forse non è un caso che Goodman non abbia fatto altro se non un film mai uscito con Nicolas, redivivo, Cage.