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giovedì 24 ottobre 2019

Afro Samurai

Titolo: Afro Samurai
Regia: Fuminori Kizaki
Anno: 2007
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 5
Giudizio: 3/5

In un Giappone futuristico con in vigore ancora il sistema feudale, si dice che colui che brandirà la fascia chiamata Numero 1 sarà il combattente più fiero al mondo e avrà tra le sue mani un potere al pari di quello degli dei. Il solo modo per ottenere tale fascia è quello di sfidare il possessore attuale in un combattimento. Tuttavia, soltanto chi possiede la fascia Numero 2 può permettersi di sfidare il possessore di Numero 1, mentre chiunque può fronteggiare chi tiene con sé la Numero 2, rendendo il possessore di questi condannato ad affrontare continue lotte. Tra le montagne, il combattente Justice, indossante la fascia Numero 2, duella con il possessore di Numero 1, Rokutaro, il quale rimane decapitato durante la lotta prima che l'avversario entri in possesso della sua fascia. Afro Samurai, figlio di Rokutaro, è testimone del combattimento e giura vendetta contro Justice, che gli dice di cercarlo solo quando sarà "pronto per fronteggiare un dio".

L'incidente scatenante di questa breve mini serie di cinque episodi mi ha ricordato il duello tra Roland e O'Dim, diciamo lo scontro tra il bene e il male che il cinema in modi diversi ci ripete sovente sotto profili diversi.
Western post-apocalittico con sprazzi di universi conosciuti e in parte bazzicati.
Duelli e scontri che sembrano ricordarci a partire dai film di Kurosawa, lo stile di Mahiro Maeda visto nella clip del film di Tarantino, e tante altre maestranze e una libertà che riescono a dare quel tocco di personalità ad un soggetto che è un pretesto per un revenge-movie dove Numero 2 dovrà affrontare tutti i nemici per diventare il Numero 1.
Afro Samurai ha avuto una gestazione molto importante, illustrato da Takashi Okazaki, uscito nel 2000 per la Panini Comics come manga, nel 2007 , grazie alla produzione dello studio giapponese Gonzo è finalmente uscita la miniserie anime divisa in cinque puntate con musiche del rapper e produttore Rza del Wu-Tang Clan.
Violenza a profusione, sentimenti pari a zero come quasi i dialoghi, un ritmo adrenalinico, invenzioni visive interessanti, personaggi stilizzati al massimo con alcune contaminazioni funzionali (come il protagonista afro con lo slang tipico dei gangster e dei rapper statunitensi) il taglio spettacolare dei disegni, Samuel Jackson e Ron Perlman al doppiaggio, l'ambientazione e l'uso di improbabili ed elementi tipici e non dello steampunk (armi da fuoco come le granate e le pistole oltre che i telefoni cellulari) il puro cinismo, un viaggio mistic e infine un crossover che sa il fatto suo.
Afro Samurai è un diversivo interessante, un cartone che esce dai soliti binari per aderire ad un filone molto violento, con alcuni sprazzi di originalità ma che di fondo lascia aperti molti canali per come la storia potesse aggiungere qualcosa senza essere così banale e semplice.

lunedì 21 ottobre 2019

Ultima legione

Titolo: Ultima legione
Regia: Doug Lefler
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Roma è al collasso: Odoacre, generale dei Goti, prende il potere dopo aver invaso la città e confina il giovanissimo Romolo Augusto, ultimo erede della dinastia dei Cesari al confino a Capri assieme al suo misterioso precettore, Ambrosinus. Uno sparuto gruppo di fedelissimi, guidato dal coraggioso Aurelio, parte per una pericolosa missione di salvataggio: è l'inizio di una grande avventura.

60 milioni di budget per un film che non riesce nemmeno a dare una parvenza del bellissimo romanzo di Valerio Massimo Manfredi.
La sfida fallita di ridurre l'epicità ad un film action con alcune incursioni davvero di cattivo gusto (il druido Ambrosinus che fa le magie e combatte quasi a suon di arti marziali).
Gli sceneggiatori si sono messi d'accordo a fare peggio di quanto potessero con un adattamento scialbo che nulla lascia impresso nello spettatore che a questo punto avrà pensato ad un romanzo piuttosto scialbo. Il tema del sacrificio, l'inseguimento che dura quasi tutto il secondo atto, le prove e gli inganni da parte del gruppo capitanato da Aurelio.
Lefler con alle spalle due film mostruosi di una bruttezza assoluta, poteva al massimo partecipare in veste di runner e lasciare a chi di dovere tale responsabilità.
Un film girato male e di fretta dove anche i combattimenti sono resi in maniera indecorosa, il cast è sbagliatissimo fatta eccezione per Kingsley, sempre bravo anche se sembra diventato mago Merlino e il piccolo Cesare che riesce a trasmettere qualche emozione.
Sembra di vedere un film d'avventura degli anni '90, con parte del cast aggiunto che non trova spazio e senso, la psicologia e la caratterizzazione dei personaggi sembra quella riservata ad un pubblico che richiede l'azione a tutti i costi e quando invece venivano descritti molto bene nel romanzo e ancora una volta i cambiamenti riservati ai protagonisti risultano fallimentari e anzichè aumentarne l'immedesimazione portano all'effetto inverso.
Avendo letto il libro da poco sono rimasto basito per come sia stato fatto peggio di quanto potessi immaginare.

lunedì 17 giugno 2019

Into the wild


Titolo: Into the wild
Regia: Sean Penn
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il viaggio alla ricerca di sé di un ragazzo appena diplomato. Direzione, con “biglietto” di sola andata: l’Alaska. Dal romanzo di Jon Krakauer.

Into the Wild è un film spesso sopravvalutato. Quasi un film manifesto per generazioni di giovani figli della televisione e del consumismo inebetiti che guardando alle gesta del protagonista come un mito della caverna dove possano finalmente uscire dalla loro vita noiosa e vedere fuori cosa offre il mondo. Penn è furbo e ha creato quello che per i giovani è tata la Beat Generation.
Sean Penn è un attore e regista estremamente sopravvalutato, un uomo furbo ed egoista che come tanti attori di successo a preso parte a progetti internazionali dimostrando a se stesso che voleva aiutare gli altri e salvare il pianeta. Questo viaggio on the road, alla fine non è altro che una via di mezzo spicciola tra Siddartha e la Beat Generation.
Ne esce uno spaccato che seppur con alcune abili intuizioni o meglio verosimiglianze con la realtà (è parlo della parte migliore del film, il finale, oltre che i luoghi e la natura) rimane combattuto proprio nella parte legata agli intenti. Cosa vuole davvero raccontare il film che non hanno già fatto molti documentari tra l'altro con molta più esperienza sul campo e non improvvisati a dovere.
Into the wild è un film che va ad esplorare i vicoli più profondi dell'animo umano, un film intriso di contemplazione emozionale suggellato da una ribellione spirituale che però lascia insoddisfatti come se tutta l'operazione abbia in realtà ben altri intenti e tutto accade troppo velocemente senza dare i giusti spazi al protagonista che appare continuamente sballottato da una parte all'altra senza cognizione di quello che sta realmente succedendo.

mercoledì 5 giugno 2019

Zona


Titolo: Zona
Regia: Rodrigo Plà
Anno: 2007
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Alejandro, ragazzo di buona famiglia, vive nella Zona, un quartiere di Città del Messico che è un vero e proprio ghetto per ricchi, sorvegliato da poliziotti privati. Una notte, tre giovani dei sobborghi poveri vi penetrano per compiere una rapina che finisce nel sangue. L'unico sopravvissuto viene catturato ma, invece di consegnarlo alla polizia, gli abitanti decidono di sottoporlo a un processo sommario...

Negli anni del capitalismo della sorveglianza, il film di Plà assume contorni precisi e quanto mai attuali per denunciare un sistema di giustizia sommaria e privata.
Il cittadino che diventa giustiziere aiutato e spalleggiato da un gruppo di gregari è uno scenario che il cinema indaga e attraversa per farci riflettere dal momento che quotidianamente la cronaca denuncia queste ignominie.
Un film che indaga un evento di cronaca caricandolo di pathos e ingiustizia per esplodere in uno dei finali più drammatici e disturbanti degli ultimi anni, mostrandoci ancora una volta fin dove può spingersi la regressione umana fino ad arrivare alla scelta di un capro espiatorio e di una vittima sacrificale da immolare e rendere manifesto e monito per il resto delle vittime.
Tratto da un libro scritto dalla moglie del regista, la zona diventa uno spazio geografico che possiamo individuare in ogni parte del mondo dove muri e cancelli dividono la ricchezza dalla povertà confinando l'umanità derelitta, senza contatti e aiuti tra le parti ma anzi cercando sempre di più di rimanere nella proprietà privata seguendo un codice di regole fisse che non ammettono passi indietro, pensando così di aver allontanato un problema e spendendo ingenti quantità di soldi per aumentare un sistema di difesa che porta la classe dominate ad essere ancora più ottusa e ipocrita.
Plà è un regista uruguayano che da sempre ha cercato di portare una sua precisa politica d'autore sulla denuncia dei soprusi e sulla proprietà privata che soprattutto nel Sud America ha creato e sta creando tensioni e conflitti.



Shooter


Titolo: Shooter
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Bob Lee Swagger, marine pluridecorato e cecchino infallibile, vive in esilio dopo una missione militare andata male. La sua ricerca di pace e serenità viene bruscamente interrotta quando si trova ad essere ingiustamente accusato di aver complottato contro la Presidenza degli Stati Uniti d'America. Ferito gravemente e braccato, Swagger dovrà cercare di sopravvivere e capire chi ha cercato di incastrarlo...

Shooter è un film stupido e reazionario degno per tutti gli amanti del genere action incline a servire i valori della patria americana, restituire proiettili ai propri nemici e raccontare la più grossa bugia di tutte ovvero che le guerre yankee sono servite a portare la democrazia nel mondo.
Ora Shooter è tamarro e per questo viene ingaggiato uno dei number one del momento, ovvero Mark Wahlberg, attore che piace tanto in patria e tutto sommato al di là delle sue tesi politiche a saputo dare enfasi e caratterizzare bene alcuni personaggi (Four Brothers, Departed)
Il tema dell'eroe solitario, onesto e sfruttato dai potenti di turno, che cerca e ottiene vendetta, è stato abusato numerose volte in passato e lo sarà sempre di più nel presente.
Il bisogno di un film dove tutto è risaputo, l'eroe alla fine si salverà e i potenti moriranno ma senza essere mai davvero debellati, è uno dei motti del cinema action anni '80 e che ancora oggi è drammatico vedere così preponderante nel cinema americano.
Gli stilemi sono sempre gli stessi dove a cambiare in questo caso è il timone alla regia di un regista sempre più intrappolato tra il cercare di fare qualcosa di suo e invece l'assolvimento da puro manovale di cinema per le major che gli impongono la loro personale filosofia.
Un film brutto, anche per certi versi noioso, dove l'unica nota positiva sono le belle location innevate e il solito aspetto tecnico di Fuqua che dimostra un talento sprecato.

lunedì 3 giugno 2019

Catacombs


Titolo: Catacombs
Regia: Tomm Coker, David Elliot
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Durante il suo primo viaggio a Parigi, una ragazza decide di partecipare a un rave nelle Catacombe: un intricato labirinto di 200 miglia che si trova sotto la città. Separata dai suoi amici, la ragazza inizia a convincersi che qualcuno lì sotto le stia dando la caccia...

Se le miglia sono più di 200 tra teschi e quant'altro certo l'idea comincia ad essere allettante e molto creepy, così Victoria dovrà vedersela con un pericolo che saprà dividere o accogliere il giudizio dei fan dell'horror made in Usa, che sempre con un buon numero di prodotti commerciali e main stream arriva nelle sale cinematografiche.
Tuttavia non è il caso di Catacombs che a mio giudizio non ha tutte le carte per riuscire a diventare un horror efficace e non basta la tensione evocata dalla location seppur molto affascinante e a suo modo ancora non abusata agli eccessi Urban Explorer.
Mancano gli elementi e in particolare la sostanza. Il sangue quasi non è presente e anche se può rivelarsi una scelta del regista, non riesce purtroppo a rispecchiane la trama.
La recitazione è buona compare anche Pink che sinceramente non è che si prenda molto sul serio senza aggiungere nulla se non qualche fedele follower.
La fotografia e alcuni movimenti di macchina aiutano a far sembrare vive le tombe dei morti con una messa in scena quasi stagnante e claustrofobica.

Nel finale un film comunque piacevole anche se abbastanza banalotto, che verrà presto dimenticato dal prossimo horror che deciderà di ambientare la vicenda nelle catacombe. Speriamo con qualche sorpresa e un po di sangue in più.

giovedì 11 aprile 2019

Madame Tutli Putli


Titolo: Madame Tutli Putli
Regia: Chris Lavis e Maciek Szczerbowski
Anno: 2007
Paese: Canada
Giudizio: 5/5

I passeggeri del treno (e la stessa madame Tutli-Pluti) sono anime ancora non consapevoli del loro trapasso. Continuano così a fare quello che facevano da vivi: gli appassionati di scacchi alle prese con una assurda partita, il tennista che si comporta volgarmente, il vecchio sempre addormentato. La consapevolezza (almeno per la madame) arriva quando le vengono rubati i bagagli (i ricordi della vita passata) e solo allora può avvenire il trapasso a miglior vita (la farfalla, simbolo di trasformazione e anche di rinascita).

Gli sceneggiatori di LOST avrebbero dovuto conoscere a memoria lo svolgimento di questo incredibile corto candidato agli Oscar. Un lavoro d'animazione in stop motion incredibilmente colto e in gradi di creare sentieri diversi e portare il pubblico a domandarsi se ciò che ha davvero visto sia l'intento degli autori. Un'opera singolare, non ci sono altri termini per definire ciò che vidi anni fa ma che per qualche strano motivo mi rimaneva così in mente.
A livello tecnico gli sforzi sono evidenti fin da subito. La vera forza del cortometraggio sta in una particolare innovazione apportata dove gli occhi dei personaggi sono infatti quelli di attori reali, girati dal vero e compositati in seguito sul volto dei pupazzi animati a passo uno.
Madame Tutli Putli ha impiegato più di cinque anni di lavoro, ma il risultato è impressionante anche nel suo chiamare forse involontariamente alla memoria tanti registi e tante idee di cinema già viste ma che qui attraverso un climax di forme e linguaggi trova una naturale e originale messa in scena.






sabato 10 novembre 2018

Murder party


Titolo: Murder Party
Regia: Jeremy Saulnier
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una cena per festeggiare Halloween si trasforma in un bagno di sangue.

Facciamo un salto all'indietro. Jeremy Saulnier per gli amanti del cinema di genere è uno di quei nomi che non si può non conoscere.
Questo è il suo primo lungometraggio indie low-budget prima che il regista divenisse noto come almeno lo è ora, dal momento che comunque diversi suoi film sono indipendenti pur avendo avuto un discreto successo tra i festival e soprattutto tra il pubblico.
Questo Murder Party è una scheggia impazzita che Saulnier confeziona molto bene nella prima parte, per poi farla esplodere completamente nell'atto finale esagerato, splatter, gore e senza nessun limite. Un prodotto astuto tutto interamente girato in un magazzino e in giro per i tetti e le terrazze.
Un film nichilista dove l'alcool e le sostanze diventano ancora una volta il pretesto per combattere la noia della vita. Qui il gruppo di pazzi dove il protagonista finisce seguendo un volantino, sono davvero quanto di più assurdo possa trovarsi in una notte di Halloween, anche perchè non sono proprio cattivi, ma annoiati che non sanno come sfogare la propria frustrazione.
Nella prima parte ci viene mostrato il protagonista, questa sorta di nerd che accetta di recarsi ad una festa di cui non sa niente, ma lo capiamo fin dalle prime scene dove lo vediamo in casa depresso che parla col gatto e mangia schifezze a volontà. Insomma un personaggio patetico e abbastanza squallido come capita spesso per i nerd o gli anti-eroi che poi riescono a diventare simpatici o perchè sbottano o perchè fanno qualche azione che non ci si aspettava (ma quasi sempre negativa).
Qui diciamo che il climax finale è diverso e dovrete stabilire voi il livello di empatia con il protagonista che da una certa parte del film, nel magazzino, quasi scompare per dare spazio agli altri personaggi.
Un finale davvero truculento al massimo, dove dovete aspettarvi di tutto, e non mancherà di sorprendervi soprattutto per le frattaglie, motoseghe, linguaggio, e tante altri elementi.
Un esordio significativo, come poteva esserlo quello di Peter Jackson, dove infine passa anche un metaforone sull'arte che seppur non originale, mi rispecchia perfettamente per come anch'io forse come Saulnier, ho un'idea e un pensiero terribile riguardo la quasi totalità dell'arte contemporanea.

lunedì 3 settembre 2018

Blood Car


Titolo: Blood Car
Regia: Alex Orr
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Archie Andrews è un'insegnante di scuola materna vegana che acquista prodotti dal banco stradale vegetariano della Lorena. Sta sviluppando un motore che funziona con wheatgrass senza risultati finché non si taglia accidentalmente un dito e il sangue cade nel wheatgrass, che filtra nel motore e poi lo fa scappare.
Andrews mette alla prova la sua macchina e offre un passaggio a Denise, che gestisce un banco di carne ed è un rivale della Lorena. Dopo che Denise esprime un interesse per Archie (credendo di potersi permettere 30+ dollari a benzina), la guida a casa, ma rimane senza carburante. Archie si rivolge agli animali da caccia, ma non forniscono abbastanza sangue. Si rivolge a prede più grandi come i predatori e alla fine si sistema per qualsiasi vittima dopo aver ricostruito un motore del sangue più efficiente.
Il governo, che ha seguito i progressi di Archie, alla fine gli offre tutte le posizioni che desidera, a patto che possa creare più "Blood Cars" dopo che l'originale è stato distrutto, e la sua esistenza è stata cancellata. Archie è preoccupato da dove arriverà il carburante per le nuove macchine, e gli agenti federali gli promettono che arriverà da invalidi, criminali condannati e senzatetto. Archie è d'accordo. Le immagini dell'ascesa di Archie come Presidente vengono tagliate con gli agenti del governo che uccidono la Lorena, Denise, i suoi studenti dell'asilo e tutti quelli che lo hanno visto sviluppare la Macchina del Sangue.

Anarchica fino al midollo questa commedia grottesca leggermente weird e con un livello d'ironia e dei dialoghi molto sboccati.
Un indie di quelli sempre più sconosciuti oppure ospiti soltanto di festival a cui piace azzardare.
Ci sono tante cose che succedono nel caotico film di Orr a iniziare da una certa visione politica americana libertaria in cui ognuno può fare quello che vuole come costruire un motore dove la benzina è uno strano compost liquido fatto con la marijuana.
Il film diventa e prende tutto un altro aspetto quando si volta pagina verso CHRISTINE anche se qui la macchina a differenza del celebre film di Carpenter, ha bisogno di carburante avendo sostituito il sangue con la sostanza psicotropa e non è la macchina ad essere posseduta.
Tutto quindi diventa una carneficina in piena regola con Archie che ormai si è fatto prendere la mano dagli omicidi e il governo che prima di riprendersi l'auto deve ovviamente cancellare tutte le prove.
Un film che spesso ricicla e ripete alcuni momenti, riuscendo comunque sempre a travolgere lo spettatore con scelte e attimi di follia inaspettata tra schizzi di sangue, frattaglie, shock e impennate demenziali.
L'idea di partenza comunque rimane abbastanza originale "In un futuro non molto lontano, il costo della benzina è arrivato alle stelle, superando i quaranta dollari a gallone. Per far fronte a una crisi economica senza precedenti, il protagonista sta tentando di studiare nuove forme di combustibili per alimentare le macchine quando scopre casualmente che il sangue umano è l’unica alternativa valida alla benzina."

sabato 18 novembre 2017

Timecrimes-Los Cronocimenes

Titolo: Timecrimes-Los Cronocimenes
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2007
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Hector, un uomo di mezza età appena trasferitosi con la moglie in una casa vicino al bosco, è comodamente seduto in giardino. Sta osservando i dintorni con un binocolo, quando nota una ragazza molto attraente che si sta spogliando nel bosco, mentre la moglie lo raggiunge e gli dice che sta per uscire. Hector, non appena la moglie ha lasciato la casa, si avventura nel bosco per cercare la ragazza. La trova completamente nuda, in stato incosciente. Mentre cerca di capire cosa è successo, un uomo con la faccia coperta da una benda rosa lo pugnala al braccio con un paio di forbici. Fuggendo dal maniaco, Hector si ritrova in una specie di laboratorio, nel quale c’è uno strano macchinario.

Los Cronocimenes è uno dei migliori film sul viaggio nel tempo degli ultimi vent'anni.
Vigalondo non ha bisogno di presentazioni, qui tra l'altro firma una delle prime opere che si sono imposte anche grazie alla vittoria in svariati festival e aver messo d'accordo parte della critica ma soprattutto il pubblico.
Il perchè di questo successo va ricercato in diversi punti.
La scrittura fila ed è costipata di dettagli funzionalissimi per tenere incollato lo spettatore a fare attenzione ad ogni minimo dettaglio (e c'è ne sono davvero tanti a cui fare e odver fare attenzione). Il cast, con un protagonista, un uomo qualsiasi, che riesce proprio nella sua goffaggine e banalità di uomo medio ad essere tremendamente funzionale anch'esso e regalando anche inaspettate dose di humor. Una comicità che si sposa spesso con l'aspetto grottesco delle azioni e della vicenda.
Dicevo che mentre la sceneggiatura fila alla perfezione, il piano di Hector ad un certo punto ha qualcosa di ipnotico, quasi come se fosse diventato lui uno scienzato pazzo o un complottista paranoico che non ha modo di far capire cosa stia succedendo. I difetti dovessero esserci (magari guardandolo più volte), vengono camuffati molto bene dal regista e dallo scenografo.
Vigalondo essendo un autore a tutto tondo, scrive, dirige, monta, fa i salti mortali e infine interpreta il ruolo, quello dello scienziato, che gode all'interno del film di una caratterizzazione e una trasformazione interessantissima con diversi rimandi a Kafka in cui Hector, il protagonista, artefice invece rispetto allo scienziato del proprio destino, vive un inferno di cui non si vede la fine.
Un film davvero sorprendente, senza tanta azione am con un buon ritmo, vivendo di semplicità che alle volte riesce a essere inquietante e grottesca senza dover esagerare in nessun modo.


mercoledì 8 giugno 2016

Sword of the stranger

Titolo: Sword of the stranger
Regia: Masahiro Ando
Anno: 2007
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Film incentrato sulla storia di un elisir di vita eterna e di un'antica profezia, è anche il racconto dell'amicizia tra due persone con un passato tragico: un fiero e potente samurai senza nome, che ha fatto voto di non sguainare più la spada, e Kotaro, un orfano che ha come unico amico il suo fedele cane Tobimarou.

L'animazione pur con meno titoli rispetto a una volta è sempre in grado di regalare pellicole affascinanti. Anche dopo l'addio del maestro dello studio Ghibli, i nipponici continuano ad essere tra i massimi esperti in assoluto sul genere e sulle trame che la compongono.
Sword of the stranger nella sua semplicità, nella sua apparente semplicità riesce ad essere un viaggio di formazione e di crescita importante e mai troppo prevedibile.
Un viaggio nel giappone feudale con arie da western, quelle arie che già incuriosirono Leone guardando i film sui samurai di Kurosawa interpretati dallo straordinario Mifune.
Rispetto ad alcuni suoi coetanei come NINJA SCROLL eliminandone però qualsiasi componente favolistica o sovrannaturale, per storicità è più lineare con KENSHIN, dimostra di essere un solidissimo anime-action di ambientazione storica, strutturando continuamente i paradossi di un'amicizia tra adulto e bambino in maniera elementare quanto strettamente funzionale e avvincente oltre che commovente in alcuni passaggi.
Gli ingredienti della storia poi sono quelli abbastanza ricorrenti nei racconti di genere: un samurai solitario con un passato da dimenticare, un bambino in fuga da qualcosa che ne minaccia l’incolumità, un animale-totem, nemici -spesso sadici- a profusione , in cui per il concetto di onore e per quello di voler conoscere i propri limiti, solo uno potrà scontrarsi con il protagonista-eroe.
L'animazione nipponica come sempre si distingue per il suo impatto visivo, per il suo bisogno di sottintendere il sacrificio e quindi allo spettatore non vengono risparmiati ettolitri di sangue sparati dalle arterie ad altissima pressione, teste mozzate, spade conficcate nei crani, frecce capaci di passare un corpo da parte a parte e infine arti staccati di netto dai corpi.



lunedì 11 aprile 2016

Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers

Titolo: Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers
Regia: Koji Kawano
Anno: 2007
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Aki è una nuova studentessa di un liceo giapponese, che vuole partecipare ad una gara di nuoto. Qui conosce le altre ragazze che si allenano per la gara e stringe con loro amicizia. Contemporaneamente, nella scuola si stanno compiendo dei vaccini per cercare di rendere immuni alunni e professori da un virus che dilaga in tutto il Giappone. Questo virus, però, riesce comunque a dilagare come un’epidemia e trasforma studenti ed insegnanti in zombie, che uccidono e divorano i superstiti. La squadra femminile di nuoto, però, sembra immune dal virus e, proprio per questo, decidono di combattere l’armata di zombie che si avvicina…

Kawano lavora molto nell'indie e questo film ne è una prova inconfondibile.
L'autore infatti sfrutta lo zombie movie infarcendolo di attrici/pornostar sempre inquadrate raso e sotto la marinaretta, puntando a qualche seno gigante siliconato, sequenze saffiche in abbondanza, spruzzatine di sesso, un pizzico di azione e fiumi di sangue e il virus di fondo che trasforma in zombie.
Arriva alla fine a chiudere in 78' farciti di frattaglie ricamando uno sterile pastone composto da suggestioni baracconesche dal vago retrogusto fumettistico e sangue a litri.
Una sciocchezza gore ben diretta che soffre e stride solo nelle goffe sequenze action in cui ovviamente una pin up maggiorata nulla può rispetto ad una reale e necessaria atleta
L'elemento che lo discosta da altri esperimenti nel settore è quello per cui il film è nato e concepito per l’otaku e il voyeur nipponico, non per il nerd statunitense o europeo diventando sexploitativo di alcune dimestichezze ed esagerazioni tipiche del Dnotomista come il laser-vagineo finale.

Sembra poi che i nipponici abbiano addirittura come per il J-horror coniato il“Nihombie” come per altri titoli come ZOMBIE SELF DEFENCE FORCE, HIGH SCHOOL GIRL RIKA:ZOMBIE HUNTER o lo stesso predecessore JUNK.

domenica 21 febbraio 2016

Gone baby gone

Titolo: Gone baby gone
Regia: Ben Affleck
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Patrick Kenzie è un bostoniano da sempre e questo gli ha consetito di conoscere così tante persone da fargli decidere di divenire detective privato. Nella professione è aiutato dalla sua compagna Angie Gennaro. Un giorno i due giovani investigatori si vedono contattare perché coadiuvino la polizia nelle ricerche di Amanda, una bambina di quattro anni scomparsa recentemente. Non è però la poco affidabile e tossicodipendente madre Helene a cercarli ma gli zii della bambina. Nonostante la contrarietà del capo della polizia locale Jack Doyle i due si mettono all'opera coadiuvati da due poliziotti che Doyle assegna loro come aiutanti. L'indagine non è facile anche perché finirà con il mettere in gioco delle complesse scelte morali.

La scelta da fare è il motivo che tormenta un caso e un'indagine che sin dall'inizio sa di sporco per l'investigatore privato Patrick Kenzie.
Che cosa fare allora per cercare di superare le apparenze di una comunità dedita ai conflitti e alla corruzione? Affleck prende il romanzo di Dennis Lehane, da cui hanno tratto il magnifico MYSTIC RIVER, e lo sceneggia facendosi aiutare cercando i tutti i modi di andare oltre il film di genere, rifiutando la solita struttura ma cercando di deviarla nei binari finendo per fare qualcosa di astuto almeno per intrappolare lo spettatore sulla sedia con un buon thriller.
Coadiuvato da un cast impeccabile, con il sempre sottovalutato fratello del regista, è un film in cui la morale conta più dell'indagine, la scelta finale è forse il momento migliore, il climax che tutti in fondo aspettavano, facendo riflettere su quella scelta che come dicevo prima è alla base della struttura portante della pellicola.

Gone baby gone è un film che fa bene perchè per arrivare alla scelta si passa per la morale e la coscienza senza farsi suggestionare ma rimanendo liberi e sobri come Patrick.

martedì 29 settembre 2015

What we do is secret

Titolo: What we do is secret
Regia: Rodger Grossman
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Film biografico sulla vita della leggenda del punk Darby Crash e la sua band, The Germs. Il film è incentrato sull'ultima parte della vita di Crash ("five years plan"), cioè il suo programma di vita per cui si prefissava di diventare una leggenda in cinque anni per poi suicidarsi.

Non sono molti i film riusciti sulle biografie delle leggende musicali o sulle band in generale.
Alcuni titoli meritevoli e altri cult che considero davvero validi sono i seguenti:
BLUES BROTHERS,QUADROPHENIA,COMMITMENTS,TENACIOUS D E IL DESTINO DEL MONDO,ALMOST FAMOUS,SID E NANCY,DOORS,SUBURBIA,DESPERATE LIVING AKA PUNK STORY,QUANDO L'AMORE BRUCIA L'ANIMA,LAST DAYS,24 HOUR PARTY PEOPLE,CONTROL.
Ora pur non conoscendo Darby Crash e non essendo amante del punk, ho avuto alcune difficoltà ad arrivare fino alla fine del film. I motivi sono i più svariati dalla recitazione, alla sceneggiatura, alla messa in scena, alla voce narrante, le interviste, gli stacchi narrativi, i personaggi secondari per nulla interessanti a cui viene data troppa importanza e infine per come viene trattato il tema della droga.
La sfiga che ha travolto Crash è stata quella di essersi suicidato lo stesso giorno in cui è morto John Lennon (ovviamente non c'è nessun nesso, il primo lo ha fatto per scelta personale senza sapere che Lennon stava per essere assassinato).
E' un peccato che il film non riesca e non trovi una sua anima che travolga lo spettatore perchè Grossman, il regista alla sua opera prima, ha iniziato a lavorare sul progetto già dalla fine dello scorso decennio, raccogliendo un'esorbitante quantità di dati sulla band.
Tutto questo lavoro di ricerca emerge chiaramente nella prima parte del film, che sembra più un rockumentary piuttosto che un biopic, colmo di interviste, live e racconti su quanto succedeva intorno alla band, ma che purtroppo perde enfasi e non riesce ad essere accattivante come vorrebbe risultando in svariati casi di una banalità e una prevedibilità quasi imbarazzante.


sabato 14 febbraio 2015

Uomo che venne dalla terra

Titolo: Uomo che venne dalla terra
Regia: Richard Shenkman
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il professor John Oldman (probabile gioco di parole) sta per lasciare l’università in cui insegna e, durante il trasloco, i suoi colleghi si presentano a casa sua per una festa d’addio a sorpresa. Tra loro ci sono: Harry (un biologo), Edith (una studiosa di Scritture Cristiane), Dan (un antropologo) e Sandy (una dottoressa in storia, innamorata di John). Discutendo del più e del meno, a causa di un bulino risalente all’epoca magdaleniana, John rivela di essere un uomo della preistoria, un Cro-Magnon di 14000 anni sopravvissuto, probabilmente (come suggerisce Harry), grazie ad un’ottima capacità di rigenerazione cellulare. Intanto un altro professore, Art, un archeologo, si unisce a loro con una giovane e curiosa studentessa e, in seguito, anche il Dottor Will Gruber, un anziano psichiatra, giunge alla dimora di John.

I film spesso e volentieri, quando non hanno produzioni faraoniche dietro, cercano di farsi furbi, come in questo caso, puntando su un soggetto intrigante, un manipolo di attori, una regia televisiva e senza troppa cura e un’unica location (un salotto).
L’immortalità e la possibilità di conoscere un uomo nato nel periodo preistorico e sopravvissuto finora, è un grosso potenziale che in questo caso cerca di essere ancora più suggestivo, con una sorta di monologo/dialogo, che pone continue riflessioni e investe lo spettatore cercando quasi di azzerare il suo acume scientifico.
E bisogna ammettere che per gran parte del film ci riesce, almeno fino al finale, dove non mi è chiaro se i dubbi e il macrodubbio sia voluto, o diventa quel finale aperto che in un film di questo genere non si aspetta di dover chiudere, lasciando allo spettatore l‘onere di giudicare  le tesi sostenute da John Oldman.
Jerome Bixby che ha scritto il soggetto deve essersi proprio divertito.

Un film particolare che però nasconde una velata aura di furbizia come a dire, giochiamo su un terreno sconosciuto, e in cui l’insopportabile maschera del protagonista crea allusioni, forse come ammettere sul fatto di aver potuto davvero prendere in giro delle menti brillanti.

martedì 10 febbraio 2015

Chaotic Anna

Titolo: Chaotic Anna
Regia: Julio Medem
Anno: 2007
Paese: Spagna
Giudizio: 2/5

Ana è una ragazza sognatrice e di natura selvaggia. Quando gli viene proposto di cominciare una nuova vita in una comunità di artisti a Madrid, a lei non sembra vero. Lì conosce Said, giovane introverso con cui instaura una relazione sentimentale molto forte. Proprio questa relazione la porta, infatti, ad avere frequenti flash di vite passate...


Chaotic Anna è quel film dal taglio fricchettone che nonostante alcune buone idee si perde un po per strada cambiando da una location all’altra e lasciando Anna a guardare sconsolata e amareggiata il corso degli eventi. Se da un lato tutta la prima parte cambia continuamente location e segna un passaggio e un viaggio di redenzione della protagonista, nel momento in cui si scopre il suo “dono”, il film fatica a trovare una coerenza narrativa e confina la protagonista in nuovi mondi e che la spingerà a scoprire, attraverso l'ipnosi, che la sua esistenza sembra il proseguimento di vite d’altre giovani donne, morte tragicamente, e che vivono nella sua memoria. Costipato di metafore, simbologie e analogie colte, il film del regista spagnolo che si è fatto conoscere grazie a LUCIA Y EL SEXO, stupisce e cerca di ipnotizzare il pubblico ma senza trovare una coerenza vera per tutto il film e soprattutto inserendo tasselli e forme di narrazione che risultano deragliare dagli intenti della pellicola.

4 mesi, 3 settimane 2 giorni

Titolo: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
Regia: Cristian Mungiu
Anno: 2007
Paese: Romania
Giudizio: 5/5

Otilia e Gabjta sono due studentesse universitarie che alloggiano nel dormitorio di una città romena. Siamo negli anni che precedono la caduta del regime di Ceausescu e Gabjta affitta una stanza d'albergo in un hotel di bassa categoria. Ha un motivo preciso: con l'assistenza dell'amica ha deciso di abortire grazie anche all'intervento di un medico che però rischia l'arresto, essendo l'interruzione procurata della gravidanza un reato. Otilia resta a fianco dell'amica soffrendo intimamente per quanto sta accadendo e scoprendo progressivamente la fragilità della sua condizione umana. 

E’difficile non rimanere basiti di fronte alla fermezza e alla decisione che portano due donne fino alla tragica scelta di abortire, assumendosi rischi e pericoli in una realtà (quella rumena) ormai quasi giunta al collasso.
Affrontare un dramma come quello che ha coinvolto un’intero paese alle porte del’89 prima della caduta di Cusescu, riflette in modo essenziale lo scenario di quegli anni.
E lo fa non cercando soluzioni storiche, ma riflettendo sulle contraddizioni di una società che divide le classi sociali e punta tutto sull’egoismo estremo, in cui le contrattazioni sono all’ordine del giorno dovendosi, spesso e volentieri, accontentare di ciò che si trova in un clima di ristrettezze e precarietà.
Una palma d’oro pienamente meritata, soprattutto se si considera il tema trattato, la sua sobrietà e il suo coraggio di non far mancare nulla, regalando dei dialoghi taglienti e magistrali come quello del pranzo (sembra un piano-sequenza eterno) e il dialogo delle due protagoniste nella stanzetta sobria dell’albergo con Domnu Bebe.
Fa gelare il sangue una delle battute con cui aprendo la valigetta, Bebe è assolutamente diretto nella sua professionale etica con cui porta avanti aborti clandestini “Lei si è divertita, non io”.
Un personaggio duro e professionale che lascerà aperte molte domande.
E sono spiazzanti i contrasti con cui il regista caratterizza le sue due protagoniste.
Da un lato la fermezza, Otilia, lo sguardo serio di chi non accetta di farsi mettere i piedi in testa mantenendo sempre una caparbietà di fondo; mentre dall’altra parte, Gabjta, la totale fragilità, stranita ed estranea al mondo e a quello che le succede intorno e il suo non saper dare una voce ad un trauma che la segna come molte altre e la fa scendere a dei tragici compromessi con il suo corpo.

Il cinema di Mungiu è spietato nel suo realismo, si muove con soluzioni che rimandano al cinema d’autore e si concentra su alcuni passaggi fondamentali per comprendere il suo universo.

martedì 9 dicembre 2014

Girl next door

Titolo: Girl next door
Regia: Gregory Wilson
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un incidente stradale di cui è testimone porta David Moran a riflettere sui cattivi ricordi d'infanzia legati all'incontro nel 1958 con Megan e la sorella Susan, arrivate a vivere con la zia Ruth dopo che i loro genitori erano morti. Donna sadica e psicopatica, Ruth aveva tre figli, con i quali trasformò le due ragazze in bersaglio di tortura e abusi di ogni sorta. L'unica speranza di salvezza per Meg era rappresentata proprio da David, allora vicino di casa.

Trasposizione cinematografica della terribile vicenda di Sylvia Likens, morta nel 1965 a soli 16 anni. Per larga parte del film viene torturata e seviziata dalla pazza zia e da un gruppo di bambini ancor più giovani di lei, il tutto sotto gli occhi della impotente sorellina disabile.
Devo dire che il film di Wilson è di una violenza quasi scioccante che non provavo dai tempi di MARTYRS, vero capolavoro di genere.
A differenza di altri film che trattano temi di questo tipo, di recente alcuni sono davvero esemplari, SNOWTOWN MURDERS tra i molti, nella raffigurazione e nei concetti con cui esprimono il tema della violenza.
Temi che spesso e volentieri rischiano di scadere nel patetico e soprattutto nella violenza gratuita rischio che Wilson depista contando che in numerose scene la violenza la percepiamo senza vederla, acquistando dunque ancora più suspance e incredulità.
Il limite della pellicola e che da quando iniziano le torture a spese di Megan, la trama sembra incepparsi, regalando solo oceani di sangue e violenza, ma rimanendo intrappolato senza puntare su un personaggio come David che poteva essere l'elemento che aggiungeva spessore al film (il finale da questo punto di vista è troppo telefonato e prevedibile).
Wilson si muove bene nella ferocia con cui analizza alcuni dettagli ma al contempo non sa giostrare una trama e uno script che oltre la violenza possa davvero comunicare, qualcosa facendolo divenire al contempo una contaminazione tra un torture-gore, l'horror psicologico e un viaggio di formazione al contrario, con alcuni richiami ad un certo King.
Probabilmente l'elemento più scioccante del film è proprio la veridicità degli accadimenti scritti da Jack Ketchum nel suo romanzo e che hanno aspettato anni prima di prendere vita e di trovare qualche coraggioso capace di trattare questo difficile fatto di cronaca.

mercoledì 14 maggio 2014

Mister Lonely

Titolo: Mister Lonely
Regia: Harmony Korine
Anno: 2007
Paese: Gran Bretagna/Francia
Giudizio: 3/5

A Parigi un giovane americano che lavora come sosia di Michael Jackson incontra Marilyn Monroe che lo invita in una comune di sosia in Scozia dove vive con Charlie Chaplin e sua figlia, Shirley Temple.

Korine è uno di quegli outsider come Noè e pochi altri che considero fondamentali nel nostro cinema contemporaneo. Slacciati dalle lobby e dediti a fare ciò che più gli piace, si sono sempre conquistati (critiche comprese), un certo pubblico e un loro stile autoriale di tutto rispetto.
Mister Lonely è considerato forse il film minore del regista, errore fondamentale, dal momento che non essendo un esercizio di stile, queste storie d'amore e questo bisogno di assomigliare ad un altro, soprattutto in questi tempi, sono temi importanti e attuali in un'opera coraggiosa che racconta una sofferta e romantica storia d'amore.
Staccandosi da GUMMO e JULIEN DONKEY-BOY, Korine si avvicina sempre a queste sorte di guest house, quasi cascine, comuni, in luoghi per certi versi remoti e atipici come il suo sguardo nel cogliere le inquadrature, e una fotografia attenta e mai banale ad inquadrare dettagli interessanti e a volte scomodi, oltre che regalare colori a profusione e quadri di una bellezza quasi perfetta.
Jackson incontra Marilyn. I due si parlano e lei lo convince a trasferirsi su un'isola al largo della Scozia, in cui vivono Abramo Lincoln, Charlie Chaplin, il Papa, la Regina Elisabetta e molti altri sosia come loro. La vita di comunità è serena e pacifica. Decidono di preparare uno show, in cui possano dimostrare la loro bravura nell'essere sosia. Korine scegliendo un cast di prim'ordine, parla di solitudine e di maschere tristi con una narrazione lineare e convenzionale, regalando il suo film più alternativo e libero, una poesia sull'amore e sulla difficoltà e la paura di rimanere soli.


domenica 9 marzo 2014

Chapter 27

Titolo: Chapter 27
Regia: J.P.Schaefer
Anno: 2007
Paese: Usa/Canada
Giudizio: 3/5

La storia di Mark David Chapman nei giorni in cui si preparava a diventare l'assassino del leggendario ex-0beatle John Lennon

C'è un interesse particolare per il personaggio di Chapman, un pò come per Manson e compagnia varia. Chapman dice che l'unico scopo della sua vita è proprio quello di uccidere Lennon.
Il film sonda e si snoda quasi tutto, attorno a questa frase, mostrando la vita solitaria e i fugaci incontri dell'assassino.
Leto è stato molto bravo, al di là dell'ingrassamento e del lavoro sul personanggio, a caratterizzare Mark proprio negli aspetti più umani, mostrando la paura e la solitudine che si celano dietro questo strano personaggio. La cronaca di quei tempi mostra poi il fervore religioso, l'incontro con la donna che gli diventerà amica, il fotografo di turno che a sua insaputa lo aiuta, la malattia con cui sembra aver pianificato l'omicidio, l'attesa e infine i cinque colpi di pistola.
Chapter 27 è un film girato in poco tempo con poche locatione e pochissimi attori, con un suo perchè e un suo fascino particolare.