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sabato 18 novembre 2017

Timecrimes-Los Cronocimenes

Titolo: Timecrimes-Los Cronocimenes
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2007
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Hector, un uomo di mezza età appena trasferitosi con la moglie in una casa vicino al bosco, è comodamente seduto in giardino. Sta osservando i dintorni con un binocolo, quando nota una ragazza molto attraente che si sta spogliando nel bosco, mentre la moglie lo raggiunge e gli dice che sta per uscire. Hector, non appena la moglie ha lasciato la casa, si avventura nel bosco per cercare la ragazza. La trova completamente nuda, in stato incosciente. Mentre cerca di capire cosa è successo, un uomo con la faccia coperta da una benda rosa lo pugnala al braccio con un paio di forbici. Fuggendo dal maniaco, Hector si ritrova in una specie di laboratorio, nel quale c’è uno strano macchinario.

Los Cronocimenes è uno dei migliori film sul viaggio nel tempo degli ultimi vent'anni.
Vigalondo non ha bisogno di presentazioni, qui tra l'altro firma una delle prime opere che si sono imposte anche grazie alla vittoria in svariati festival e aver messo d'accordo parte della critica ma soprattutto il pubblico.
Il perchè di questo successo va ricercato in diversi punti.
La scrittura fila ed è costipata di dettagli funzionalissimi per tenere incollato lo spettatore a fare attenzione ad ogni minimo dettaglio (e c'è ne sono davvero tanti a cui fare e odver fare attenzione). Il cast, con un protagonista, un uomo qualsiasi, che riesce proprio nella sua goffaggine e banalità di uomo medio ad essere tremendamente funzionale anch'esso e regalando anche inaspettate dose di humor. Una comicità che si sposa spesso con l'aspetto grottesco delle azioni e della vicenda.
Dicevo che mentre la sceneggiatura fila alla perfezione, il piano di Hector ad un certo punto ha qualcosa di ipnotico, quasi come se fosse diventato lui uno scienzato pazzo o un complottista paranoico che non ha modo di far capire cosa stia succedendo. I difetti dovessero esserci (magari guardandolo più volte), vengono camuffati molto bene dal regista e dallo scenografo.
Vigalondo essendo un autore a tutto tondo, scrive, dirige, monta, fa i salti mortali e infine interpreta il ruolo, quello dello scienziato, che gode all'interno del film di una caratterizzazione e una trasformazione interessantissima con diversi rimandi a Kafka in cui Hector, il protagonista, artefice invece rispetto allo scienziato del proprio destino, vive un inferno di cui non si vede la fine.
Un film davvero sorprendente, senza tanta azione am con un buon ritmo, vivendo di semplicità che alle volte riesce a essere inquietante e grottesca senza dover esagerare in nessun modo.


mercoledì 8 giugno 2016

Sword of the stranger

Titolo: Sword of the stranger
Regia: Masahiro Ando
Anno: 2007
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Film incentrato sulla storia di un elisir di vita eterna e di un'antica profezia, è anche il racconto dell'amicizia tra due persone con un passato tragico: un fiero e potente samurai senza nome, che ha fatto voto di non sguainare più la spada, e Kotaro, un orfano che ha come unico amico il suo fedele cane Tobimarou.

L'animazione pur con meno titoli rispetto a una volta è sempre in grado di regalare pellicole affascinanti. Anche dopo l'addio del maestro dello studio Ghibli, i nipponici continuano ad essere tra i massimi esperti in assoluto sul genere e sulle trame che la compongono.
Sword of the stranger nella sua semplicità, nella sua apparente semplicità riesce ad essere un viaggio di formazione e di crescita importante e mai troppo prevedibile.
Un viaggio nel giappone feudale con arie da western, quelle arie che già incuriosirono Leone guardando i film sui samurai di Kurosawa interpretati dallo straordinario Mifune.
Rispetto ad alcuni suoi coetanei come NINJA SCROLL eliminandone però qualsiasi componente favolistica o sovrannaturale, per storicità è più lineare con KENSHIN, dimostra di essere un solidissimo anime-action di ambientazione storica, strutturando continuamente i paradossi di un'amicizia tra adulto e bambino in maniera elementare quanto strettamente funzionale e avvincente oltre che commovente in alcuni passaggi.
Gli ingredienti della storia poi sono quelli abbastanza ricorrenti nei racconti di genere: un samurai solitario con un passato da dimenticare, un bambino in fuga da qualcosa che ne minaccia l’incolumità, un animale-totem, nemici -spesso sadici- a profusione , in cui per il concetto di onore e per quello di voler conoscere i propri limiti, solo uno potrà scontrarsi con il protagonista-eroe.
L'animazione nipponica come sempre si distingue per il suo impatto visivo, per il suo bisogno di sottintendere il sacrificio e quindi allo spettatore non vengono risparmiati ettolitri di sangue sparati dalle arterie ad altissima pressione, teste mozzate, spade conficcate nei crani, frecce capaci di passare un corpo da parte a parte e infine arti staccati di netto dai corpi.



lunedì 11 aprile 2016

Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers

Titolo: Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers
Regia: Koji Kawano
Anno: 2007
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Aki è una nuova studentessa di un liceo giapponese, che vuole partecipare ad una gara di nuoto. Qui conosce le altre ragazze che si allenano per la gara e stringe con loro amicizia. Contemporaneamente, nella scuola si stanno compiendo dei vaccini per cercare di rendere immuni alunni e professori da un virus che dilaga in tutto il Giappone. Questo virus, però, riesce comunque a dilagare come un’epidemia e trasforma studenti ed insegnanti in zombie, che uccidono e divorano i superstiti. La squadra femminile di nuoto, però, sembra immune dal virus e, proprio per questo, decidono di combattere l’armata di zombie che si avvicina…

Kawano lavora molto nell'indie e questo film ne è una prova inconfondibile.
L'autore infatti sfrutta lo zombie movie infarcendolo di attrici/pornostar sempre inquadrate raso e sotto la marinaretta, puntando a qualche seno gigante siliconato, sequenze saffiche in abbondanza, spruzzatine di sesso, un pizzico di azione e fiumi di sangue e il virus di fondo che trasforma in zombie.
Arriva alla fine a chiudere in 78' farciti di frattaglie ricamando uno sterile pastone composto da suggestioni baracconesche dal vago retrogusto fumettistico e sangue a litri.
Una sciocchezza gore ben diretta che soffre e stride solo nelle goffe sequenze action in cui ovviamente una pin up maggiorata nulla può rispetto ad una reale e necessaria atleta
L'elemento che lo discosta da altri esperimenti nel settore è quello per cui il film è nato e concepito per l’otaku e il voyeur nipponico, non per il nerd statunitense o europeo diventando sexploitativo di alcune dimestichezze ed esagerazioni tipiche del Dnotomista come il laser-vagineo finale.

Sembra poi che i nipponici abbiano addirittura come per il J-horror coniato il“Nihombie” come per altri titoli come ZOMBIE SELF DEFENCE FORCE, HIGH SCHOOL GIRL RIKA:ZOMBIE HUNTER o lo stesso predecessore JUNK.

domenica 21 febbraio 2016

Gone baby gone

Titolo: Gone baby gone
Regia: Ben Affleck
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Patrick Kenzie è un bostoniano da sempre e questo gli ha consetito di conoscere così tante persone da fargli decidere di divenire detective privato. Nella professione è aiutato dalla sua compagna Angie Gennaro. Un giorno i due giovani investigatori si vedono contattare perché coadiuvino la polizia nelle ricerche di Amanda, una bambina di quattro anni scomparsa recentemente. Non è però la poco affidabile e tossicodipendente madre Helene a cercarli ma gli zii della bambina. Nonostante la contrarietà del capo della polizia locale Jack Doyle i due si mettono all'opera coadiuvati da due poliziotti che Doyle assegna loro come aiutanti. L'indagine non è facile anche perché finirà con il mettere in gioco delle complesse scelte morali.

La scelta da fare è il motivo che tormenta un caso e un'indagine che sin dall'inizio sa di sporco per l'investigatore privato Patrick Kenzie.
Che cosa fare allora per cercare di superare le apparenze di una comunità dedita ai conflitti e alla corruzione? Affleck prende il romanzo di Dennis Lehane, da cui hanno tratto il magnifico MYSTIC RIVER, e lo sceneggia facendosi aiutare cercando i tutti i modi di andare oltre il film di genere, rifiutando la solita struttura ma cercando di deviarla nei binari finendo per fare qualcosa di astuto almeno per intrappolare lo spettatore sulla sedia con un buon thriller.
Coadiuvato da un cast impeccabile, con il sempre sottovalutato fratello del regista, è un film in cui la morale conta più dell'indagine, la scelta finale è forse il momento migliore, il climax che tutti in fondo aspettavano, facendo riflettere su quella scelta che come dicevo prima è alla base della struttura portante della pellicola.

Gone baby gone è un film che fa bene perchè per arrivare alla scelta si passa per la morale e la coscienza senza farsi suggestionare ma rimanendo liberi e sobri come Patrick.

martedì 29 settembre 2015

What we do is secret

Titolo: What we do is secret
Regia: Rodger Grossman
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Film biografico sulla vita della leggenda del punk Darby Crash e la sua band, The Germs. Il film è incentrato sull'ultima parte della vita di Crash ("five years plan"), cioè il suo programma di vita per cui si prefissava di diventare una leggenda in cinque anni per poi suicidarsi.

Non sono molti i film riusciti sulle biografie delle leggende musicali o sulle band in generale.
Alcuni titoli meritevoli e altri cult che considero davvero validi sono i seguenti:
BLUES BROTHERS,QUADROPHENIA,COMMITMENTS,TENACIOUS D E IL DESTINO DEL MONDO,ALMOST FAMOUS,SID E NANCY,DOORS,SUBURBIA,DESPERATE LIVING AKA PUNK STORY,QUANDO L'AMORE BRUCIA L'ANIMA,LAST DAYS,24 HOUR PARTY PEOPLE,CONTROL.
Ora pur non conoscendo Darby Crash e non essendo amante del punk, ho avuto alcune difficoltà ad arrivare fino alla fine del film. I motivi sono i più svariati dalla recitazione, alla sceneggiatura, alla messa in scena, alla voce narrante, le interviste, gli stacchi narrativi, i personaggi secondari per nulla interessanti a cui viene data troppa importanza e infine per come viene trattato il tema della droga.
La sfiga che ha travolto Crash è stata quella di essersi suicidato lo stesso giorno in cui è morto John Lennon (ovviamente non c'è nessun nesso, il primo lo ha fatto per scelta personale senza sapere che Lennon stava per essere assassinato).
E' un peccato che il film non riesca e non trovi una sua anima che travolga lo spettatore perchè Grossman, il regista alla sua opera prima, ha iniziato a lavorare sul progetto già dalla fine dello scorso decennio, raccogliendo un'esorbitante quantità di dati sulla band.
Tutto questo lavoro di ricerca emerge chiaramente nella prima parte del film, che sembra più un rockumentary piuttosto che un biopic, colmo di interviste, live e racconti su quanto succedeva intorno alla band, ma che purtroppo perde enfasi e non riesce ad essere accattivante come vorrebbe risultando in svariati casi di una banalità e una prevedibilità quasi imbarazzante.


sabato 14 febbraio 2015

Uomo che venne dalla terra

Titolo: Uomo che venne dalla terra
Regia: Richard Shenkman
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il professor John Oldman (probabile gioco di parole) sta per lasciare l’università in cui insegna e, durante il trasloco, i suoi colleghi si presentano a casa sua per una festa d’addio a sorpresa. Tra loro ci sono: Harry (un biologo), Edith (una studiosa di Scritture Cristiane), Dan (un antropologo) e Sandy (una dottoressa in storia, innamorata di John). Discutendo del più e del meno, a causa di un bulino risalente all’epoca magdaleniana, John rivela di essere un uomo della preistoria, un Cro-Magnon di 14000 anni sopravvissuto, probabilmente (come suggerisce Harry), grazie ad un’ottima capacità di rigenerazione cellulare. Intanto un altro professore, Art, un archeologo, si unisce a loro con una giovane e curiosa studentessa e, in seguito, anche il Dottor Will Gruber, un anziano psichiatra, giunge alla dimora di John.

I film spesso e volentieri, quando non hanno produzioni faraoniche dietro, cercano di farsi furbi, come in questo caso, puntando su un soggetto intrigante, un manipolo di attori, una regia televisiva e senza troppa cura e un’unica location (un salotto).
L’immortalità e la possibilità di conoscere un uomo nato nel periodo preistorico e sopravvissuto finora, è un grosso potenziale che in questo caso cerca di essere ancora più suggestivo, con una sorta di monologo/dialogo, che pone continue riflessioni e investe lo spettatore cercando quasi di azzerare il suo acume scientifico.
E bisogna ammettere che per gran parte del film ci riesce, almeno fino al finale, dove non mi è chiaro se i dubbi e il macrodubbio sia voluto, o diventa quel finale aperto che in un film di questo genere non si aspetta di dover chiudere, lasciando allo spettatore l‘onere di giudicare  le tesi sostenute da John Oldman.
Jerome Bixby che ha scritto il soggetto deve essersi proprio divertito.

Un film particolare che però nasconde una velata aura di furbizia come a dire, giochiamo su un terreno sconosciuto, e in cui l’insopportabile maschera del protagonista crea allusioni, forse come ammettere sul fatto di aver potuto davvero prendere in giro delle menti brillanti.

martedì 10 febbraio 2015

Chaotic Anna

Titolo: Chaotic Anna
Regia: Julio Medem
Anno: 2007
Paese: Spagna
Giudizio: 2/5

Ana è una ragazza sognatrice e di natura selvaggia. Quando gli viene proposto di cominciare una nuova vita in una comunità di artisti a Madrid, a lei non sembra vero. Lì conosce Said, giovane introverso con cui instaura una relazione sentimentale molto forte. Proprio questa relazione la porta, infatti, ad avere frequenti flash di vite passate...


Chaotic Anna è quel film dal taglio fricchettone che nonostante alcune buone idee si perde un po per strada cambiando da una location all’altra e lasciando Anna a guardare sconsolata e amareggiata il corso degli eventi. Se da un lato tutta la prima parte cambia continuamente location e segna un passaggio e un viaggio di redenzione della protagonista, nel momento in cui si scopre il suo “dono”, il film fatica a trovare una coerenza narrativa e confina la protagonista in nuovi mondi e che la spingerà a scoprire, attraverso l'ipnosi, che la sua esistenza sembra il proseguimento di vite d’altre giovani donne, morte tragicamente, e che vivono nella sua memoria. Costipato di metafore, simbologie e analogie colte, il film del regista spagnolo che si è fatto conoscere grazie a LUCIA Y EL SEXO, stupisce e cerca di ipnotizzare il pubblico ma senza trovare una coerenza vera per tutto il film e soprattutto inserendo tasselli e forme di narrazione che risultano deragliare dagli intenti della pellicola.

4 mesi, 3 settimane 2 giorni

Titolo: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
Regia: Cristian Mungiu
Anno: 2007
Paese: Romania
Giudizio: 5/5

Otilia e Gabjta sono due studentesse universitarie che alloggiano nel dormitorio di una città romena. Siamo negli anni che precedono la caduta del regime di Ceausescu e Gabjta affitta una stanza d'albergo in un hotel di bassa categoria. Ha un motivo preciso: con l'assistenza dell'amica ha deciso di abortire grazie anche all'intervento di un medico che però rischia l'arresto, essendo l'interruzione procurata della gravidanza un reato. Otilia resta a fianco dell'amica soffrendo intimamente per quanto sta accadendo e scoprendo progressivamente la fragilità della sua condizione umana. 

E’difficile non rimanere basiti di fronte alla fermezza e alla decisione che portano due donne fino alla tragica scelta di abortire, assumendosi rischi e pericoli in una realtà (quella rumena) ormai quasi giunta al collasso.
Affrontare un dramma come quello che ha coinvolto un’intero paese alle porte del’89 prima della caduta di Cusescu, riflette in modo essenziale lo scenario di quegli anni.
E lo fa non cercando soluzioni storiche, ma riflettendo sulle contraddizioni di una società che divide le classi sociali e punta tutto sull’egoismo estremo, in cui le contrattazioni sono all’ordine del giorno dovendosi, spesso e volentieri, accontentare di ciò che si trova in un clima di ristrettezze e precarietà.
Una palma d’oro pienamente meritata, soprattutto se si considera il tema trattato, la sua sobrietà e il suo coraggio di non far mancare nulla, regalando dei dialoghi taglienti e magistrali come quello del pranzo (sembra un piano-sequenza eterno) e il dialogo delle due protagoniste nella stanzetta sobria dell’albergo con Domnu Bebe.
Fa gelare il sangue una delle battute con cui aprendo la valigetta, Bebe è assolutamente diretto nella sua professionale etica con cui porta avanti aborti clandestini “Lei si è divertita, non io”.
Un personaggio duro e professionale che lascerà aperte molte domande.
E sono spiazzanti i contrasti con cui il regista caratterizza le sue due protagoniste.
Da un lato la fermezza, Otilia, lo sguardo serio di chi non accetta di farsi mettere i piedi in testa mantenendo sempre una caparbietà di fondo; mentre dall’altra parte, Gabjta, la totale fragilità, stranita ed estranea al mondo e a quello che le succede intorno e il suo non saper dare una voce ad un trauma che la segna come molte altre e la fa scendere a dei tragici compromessi con il suo corpo.

Il cinema di Mungiu è spietato nel suo realismo, si muove con soluzioni che rimandano al cinema d’autore e si concentra su alcuni passaggi fondamentali per comprendere il suo universo.

martedì 9 dicembre 2014

Girl next door

Titolo: Girl next door
Regia: Gregory Wilson
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un incidente stradale di cui è testimone porta David Moran a riflettere sui cattivi ricordi d'infanzia legati all'incontro nel 1958 con Megan e la sorella Susan, arrivate a vivere con la zia Ruth dopo che i loro genitori erano morti. Donna sadica e psicopatica, Ruth aveva tre figli, con i quali trasformò le due ragazze in bersaglio di tortura e abusi di ogni sorta. L'unica speranza di salvezza per Meg era rappresentata proprio da David, allora vicino di casa.

Trasposizione cinematografica della terribile vicenda di Sylvia Likens, morta nel 1965 a soli 16 anni. Per larga parte del film viene torturata e seviziata dalla pazza zia e da un gruppo di bambini ancor più giovani di lei, il tutto sotto gli occhi della impotente sorellina disabile.
Devo dire che il film di Wilson è di una violenza quasi scioccante che non provavo dai tempi di MARTYRS, vero capolavoro di genere.
A differenza di altri film che trattano temi di questo tipo, di recente alcuni sono davvero esemplari, SNOWTOWN MURDERS tra i molti, nella raffigurazione e nei concetti con cui esprimono il tema della violenza.
Temi che spesso e volentieri rischiano di scadere nel patetico e soprattutto nella violenza gratuita rischio che Wilson depista contando che in numerose scene la violenza la percepiamo senza vederla, acquistando dunque ancora più suspance e incredulità.
Il limite della pellicola e che da quando iniziano le torture a spese di Megan, la trama sembra incepparsi, regalando solo oceani di sangue e violenza, ma rimanendo intrappolato senza puntare su un personaggio come David che poteva essere l'elemento che aggiungeva spessore al film (il finale da questo punto di vista è troppo telefonato e prevedibile).
Wilson si muove bene nella ferocia con cui analizza alcuni dettagli ma al contempo non sa giostrare una trama e uno script che oltre la violenza possa davvero comunicare, qualcosa facendolo divenire al contempo una contaminazione tra un torture-gore, l'horror psicologico e un viaggio di formazione al contrario, con alcuni richiami ad un certo King.
Probabilmente l'elemento più scioccante del film è proprio la veridicità degli accadimenti scritti da Jack Ketchum nel suo romanzo e che hanno aspettato anni prima di prendere vita e di trovare qualche coraggioso capace di trattare questo difficile fatto di cronaca.

mercoledì 14 maggio 2014

Mister Lonely

Titolo: Mister Lonely
Regia: Harmony Korine
Anno: 2007
Paese: Gran Bretagna/Francia
Giudizio: 3/5

A Parigi un giovane americano che lavora come sosia di Michael Jackson incontra Marilyn Monroe che lo invita in una comune di sosia in Scozia dove vive con Charlie Chaplin e sua figlia, Shirley Temple.

Korine è uno di quegli outsider come Noè e pochi altri che considero fondamentali nel nostro cinema contemporaneo. Slacciati dalle lobby e dediti a fare ciò che più gli piace, si sono sempre conquistati (critiche comprese), un certo pubblico e un loro stile autoriale di tutto rispetto.
Mister Lonely è considerato forse il film minore del regista, errore fondamentale, dal momento che non essendo un esercizio di stile, queste storie d'amore e questo bisogno di assomigliare ad un altro, soprattutto in questi tempi, sono temi importanti e attuali in un'opera coraggiosa che racconta una sofferta e romantica storia d'amore.
Staccandosi da GUMMO e JULIEN DONKEY-BOY, Korine si avvicina sempre a queste sorte di guest house, quasi cascine, comuni, in luoghi per certi versi remoti e atipici come il suo sguardo nel cogliere le inquadrature, e una fotografia attenta e mai banale ad inquadrare dettagli interessanti e a volte scomodi, oltre che regalare colori a profusione e quadri di una bellezza quasi perfetta.
Jackson incontra Marilyn. I due si parlano e lei lo convince a trasferirsi su un'isola al largo della Scozia, in cui vivono Abramo Lincoln, Charlie Chaplin, il Papa, la Regina Elisabetta e molti altri sosia come loro. La vita di comunità è serena e pacifica. Decidono di preparare uno show, in cui possano dimostrare la loro bravura nell'essere sosia. Korine scegliendo un cast di prim'ordine, parla di solitudine e di maschere tristi con una narrazione lineare e convenzionale, regalando il suo film più alternativo e libero, una poesia sull'amore e sulla difficoltà e la paura di rimanere soli.


domenica 9 marzo 2014

Chapter 27

Titolo: Chapter 27
Regia: J.P.Schaefer
Anno: 2007
Paese: Usa/Canada
Giudizio: 3/5

La storia di Mark David Chapman nei giorni in cui si preparava a diventare l'assassino del leggendario ex-0beatle John Lennon

C'è un interesse particolare per il personaggio di Chapman, un pò come per Manson e compagnia varia. Chapman dice che l'unico scopo della sua vita è proprio quello di uccidere Lennon.
Il film sonda e si snoda quasi tutto, attorno a questa frase, mostrando la vita solitaria e i fugaci incontri dell'assassino.
Leto è stato molto bravo, al di là dell'ingrassamento e del lavoro sul personanggio, a caratterizzare Mark proprio negli aspetti più umani, mostrando la paura e la solitudine che si celano dietro questo strano personaggio. La cronaca di quei tempi mostra poi il fervore religioso, l'incontro con la donna che gli diventerà amica, il fotografo di turno che a sua insaputa lo aiuta, la malattia con cui sembra aver pianificato l'omicidio, l'attesa e infine i cinque colpi di pistola.
Chapter 27 è un film girato in poco tempo con poche locatione e pochissimi attori, con un suo perchè e un suo fascino particolare.

sabato 16 novembre 2013

Daisy Diamond

Titolo: Daisy Diamond
Regia: Simon Staho
Anno: 2007
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Anna ha un solo pensiero e un solo desiderio nella vita: fare l'attrice. Inseguendo il suo sogno si sposta dalla Svezia a Copenhagen, ma il destino ha in riservo per lei qualcosa di diverso. Nonostante lei ce la metta tutta per garantire un'esistenza e un futuro alla figlioletta di 4 anni, non riesce a conciliare la sua aspirazione alla recitazione con il fornire alla bambina un'ambiente sano e sicuro in cui crescere. E le conseguenze saranno fatali.

Un bel flash il film di Staho. Lasciato nelle mani della brava Rapace, la pellicola comunica un sacco di emozioni, drammi e scene direi belle toste.
La scelta del soggetto è rigorosa e non lascia spazio a inutili soluzioni per benpensanti ma attacca a livello emozionale senza lasciare tregua. Si assiste così al lungo viaggio di Anna, che và cercando la pietra filosofale della propria esistenza con azioni sottrattive come l’affogamento di Daisy, l’annichilimento e la riduzione di sé a oggetto, suggellato dal taglio cerimoniale dei capelli. Prodotto dalla Zentropa di Von Treier, Daisy Diamond è un'ulteriore sorpresa di un paese dove purtroppo ci arriva poco, ma forse è meglio così quando poi si ha a che fare con opere come questa.
Staho è giovane, rigoroso e asciutto con uno stile essenziale che forse predominerà nelle sue prossime opere descivendo ulteriormente bene piccoli microcosmi che ci piacciono tanto anche se fanno male.
C’è una scena dove la protagonista Noomi Rapace accetta le avances di una lesbica di mezza età che se la porta a casa e la incula.

mercoledì 3 luglio 2013

Passato è una terra straniera

Titolo: Passato è una terra straniera
Regia: Daniele Vicari
Anno: 2007
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Giorgio è il ragazzo che ogni famiglia vorrebbe avere. Va bene all'università, non dà problemi di sorta e il suo futuro sembra ben disegnato. Poi una sera conosce Francesco, un suo coetaneo che però non gli assomiglia affatto, che frequenta brutti posti e brutte compagnie e che per vivere gioca d'azzardo, barando. Giorgio ne è subito attratto e tra i due nasce una profonda amicizia. I due iniziano così a passare molto tempo insieme e Giorgio diviene a tutti gli effetti complice di Francesco, iniziando un percorso verso la perdizione.

Forse è perchè dietro la macchina cìè Vicari, regista interessante , che questo suo ultimo film risulta ben fatto e che non ha nulla a che vedere con infingarde e fine a se stesse nonchè inutili e scialbe pellicole viste negli ultimi tempi nel nostro panorama italico.
Vicari è interessante.Quasi tutto il suo cinema lo è. Diciamo che potrebbe essere a tutti gli effetti uno di quesi registi scomodi, poco nazionalisti e per niente reazionari contando che è suo il discussissimo DIAZ.
Questo film sul poker e il gioco d'azzardo che vede due giovani e talentuosi protagonisti, ha tutta l'aria di essere un film fresco, con molto ritmo, dialoghi avvincenti, delle realistiche scene d'azione e una storia mai banale, che piano piano affonda nel dramma e nella consapevolezza di saper prendere delle scelte a lungo termine nella vita.
Il punto che Vicari c'entra su entrambi i protagonisti e altri personaggi del film è proprio nella caratterizzazione e nel mettere in scena personaggi meschini, infinitamente tristi che connotano perfettamente il nostro paese a differenza degli affreschi falsi e cortesi di un'altra fetta di cinema.
Giorgio è come tutti noi: appena scopre successo,soldi e donne belle e sposate, diventa semplicemente la risposta a quello che ha sempre nascosto.
Un bel film che trasuda realismo con personaggi autentici e che riesce nel duro lavoro di descrivere una generazione allo sbando. La scala di nuovi valori imposta dai media e dall'economia consumista occidentale diventa quindi il vero totem di significati scelti dai giovani.

venerdì 5 aprile 2013

30 giorni di buio

Titolo: 30 giorni di buio
Regia: David Slane
Anno: 2007
Paese: Usa/Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Per secoli i vampiri sono rimasti avvolti nelle tenebre, costretti a nascondersi al sorgere del sole per non rischiare di essere bruciati dai suoi raggi. Per questo scelgono come terreno di caccia la remota ed isolata cittadina di Barrow, in Alaska, che ogni inverno resta avvolta dalle tenebre per 30 giorni. Questi astuti vampiri assetati di sangue, che non vedono l'ora di abbandonarsi ad un mese di bagordi, sono lì per approfittare del buio e nutrirsi degli inermi cittadini. Spetterà allo sceriffo Eben , alla moglie separata, Stella, e ad un sempre più sparuto gruppo di sopravvissuti fare tutto il possible per sopravvivere fino al sorgere del sole.

30 giorni di buio è un film che parte davvero bene. Cast, location, fotografia, ritmo, narrazione, suspance, tutto coincide e tutto sembra finalmente rimettere i tasselli su chi realmente sono i padroni della notte.
Slane infatti sfrutta un’idea presa da una saga di fumetti non particolarmente valida, è ne raccoglie l’enfasi per cercare di mettere su schermo un survival-movie che seppur non vanta nulla di originale, diventa funzionale nel suo scopo ovvero intrattenere regalando qualche ottima scena come l’inquadratura dall’alto che riprende il massacro dei carnefici.
Certo il finale è davvero pietoso, così come alcune scelte della costumista oppure il personaggio di Eben che non sembra mai sbagliare una mossa risultando così perfetto in ogni cosa che fa da odiarlo immediatamente.
Se da un lato l’elemento splatter diventa fondamentale per mettere in risalto il contrasto della fotografia, dall’altro invece proprio la violenza subisce dei duri colpi in alcune scene telefonate o in alcuni insopportabili dialoghi così come la tiratissima storia d’amore.
Un film che sicuramente riesce dove il secondo capitolo fallisce, eppure è distante da un’opera solida che nel suo tentativo di prendersi sul serio dimentica un finale davvero esagerato nella sua inconsistenza.
Tra l’altro la scena finale può essere ricordata come uno dei momenti più disperati e allo stesso tempo coinvolgenti del film.



giovedì 7 marzo 2013

W Delta Z

Titolo: W Delta Z
Regia: Tom Shankland
Anno: 2007
Paese: Gran Bretagna/Usa
Giudizio: 2/5

Una serie di omicidi terrorizza New York. Alcuni cadaveri presentano mutilazioni, mentre altri hanno un'equazione incavata nella pelle. Le indagini della polizia portano ad un'inquietante scoperta: le vittime hanno sempre dovuto scegliere tra la loro vita e quella di una persona a loro vicina. Forse il serial killer in passato ha dovuto fare la medesima scelta.

L’ultimo film di Shankland fa rimanere lo spettatore basito per tutta una prima parte di film, poi, quando ti rendi conto che la matassa riassume brevemente tutti gli errori di scrittura possibili in un semi-horror, ti incazzi come una biscia, soprattutto contando che nel film prende parte un secondario Hardy.
Poco c’è da dire di questo sconclusionato film. Corruzione tra poliziotti, disordine sociale che porta la polizia a fare il tifo per la morte dei malviventi, colpi di scena telefonati come una soap-opera, l’aura di mistero dietro la parola Waz trovata sulle vittime, le torture che fanno tanto SAW e così via.
Insomma di originale niente, ma non è questo il punto. E mi sorprende scoprire che alla sceneggiatura c’è Clive Bradley (THE WALKING DEAD). E poi quando arriva la spiegazione sul gene dell’egoismo…

Non è un paese per vecchi


Titolo: Non è un paese per vecchi
Regia: Joel Cohen,Ethan Coen
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Llewelyn Moss trova, in una zona desertica, un camioncino circondato da cadaveri. Il carico è di eroina e in una valigetta ci sono due milioni di dollari. Che fare? Llewelyn è una persona onesta ma quel denaro lo tenta troppo. Decide di tenerselo dando il via a una reazione a catena che neppure il disilluso sceriffo Bell può riuscire ad arginare. Moss deve fuggire, in particolare, le 'attenzioni' di un sanguinario e misterioso inseguitore.

E’davvero difficile non farsi travolgere dalla bellissima storia dei Coen tratta dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy. La loro filmografia è solida, incastonata da film spesso struggenti e con delle storie spesso grottesche e mai banali oltre che attuali.
No country for old men è una pietra miliare. Perfetto dall’inizio alla fine e con un finale perturbante. Una storia tutt’altro che banale condita da strepitose performance e un finale che porta ai massimi livelli le redini degli obbiettivi dei personaggi.
Sicuramente la coppiata magica si è ispirata a quel bellissimo e significativo cinema di Siegel e Peckinpah.
La contrapposizione poi tra ordine e caos è solo alla base dei temi che il film si propone di trattare, tra libero arbitrio e implacabilità del fato a cui anche l'agire umano sembra essere sottomesso e Llewelyn, interpretato da un ottimo Brolin, riesce perfettamente a dare quel senso di totale realisticità.
"Non è un paese per vecchi" fotografa la situazione alla stato attuale su una società corrotta e corruttrice,l'individuo sociale che per i soldi è pronto a rivoluzionare le azioni abitudinarie della propria vita, pronto ad uccidere selvaggiamente e stravolgere qualsiasi cosa di buono e caro, persino il suo rapporto con la moglie in cambio di un evento che vorrebbe apparire fortuito ma così non sarà.
Inoltre nella fotografia della società moderna incombe la personalità (il cowboy) di chi è alla fine del suo ciclo; i sogni nel finale sono un'allegoria effettiva di ciò che è finito e di ciò che sta per iniziare.
Basta ascoltare il monologo finale dello sceriffo Ed Tom Bell per capire come tutto alla fine paga il prezzo delle sue scelte.
Ci sono alcune scene e momenti magistrali come la scena della valigetta al Motel oppure il modus operandi e la grazia dell’assassino Chigurh, un Bardem ispiratissimo e in perfetto stato di grazia. Difficile non innamorarsi di un film così maturo e così umano. Infatti il pregio più grosso del film è di mostrare appunto un’umanità che vorrebbe svanire ma che scavando emerge e paga il prezzo con la realtà sociale che sta attorno. E’una scelta che alcuni nel film pagheranno mentre l’esperienza e l’anzianità aiuterà a smorzare e a dare quel senso di esperienza che ancora una volta lo sceriffo non mancherà di esternare.

lunedì 25 febbraio 2013

Highlander-Vendetta Immortale

Titolo: Highlander-Vendetta Immortale
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 2007
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

L'Highlander Colin MacLeod viaggia con il saggio fantasma Amergan alla ricerca del despota immortale Marcus Octavius, che ha ucciso Moja - l'amante di Colin - nelle pianure celtiche molti secoli prima. Giunto a New-York si trova di fronte ad una città completamente in rovina, con la popolazione decimata da un terribile virus e oppressa dal terribile Octavius; MacLeod si trova così diviso tra il soccorrere i superstiti e liberarli dalla tirannia di Marcus e il dare la caccia alla propria nemesi per portare a termine la sua vendetta, in una delle battaglie più epiche della storia degli Highlanders. Nel frattempo Colin incontra la bellissima Dahlia, una ragazza in lotta per la libertà misteriosamente legata a Moja

Diciamo che le aspettative erano alte sulla presenza di questo lavoro d’animazione che narrava le gesta di MacLeod in chiave post-moderna e cyber-punk. Purtroppo il risultato finale non è stato all’altezza delle aspettative. I punti deboli del film sono la poca incisività della storia (soprattutto nella seconda parte con la storia in parallelo del virus), la scarsa caratterizzazione di alcuni personaggi e la location post-apocalittica che poteva essere meglio sfruttata. Diciamo che l’ingresso dell’eroe che viaggia attraverso le epoche in una New York derelitta armato di katana e uno dei momenti migliori a discapito di tutto il frenetico baccano finale che non riesce a essere funzionale e ricongiungibile alle note d’intenti del motore d’azione.
Il lavoro e lo sforzo del regista che cerca più che mai di deliziarci con un’intensa stilizzazione di ogni singolo connotato del film non riesce a regalare le stesse emozioni di fondo di altri suoi lavori certamente meglio riusciti come ANIMATRIX,NINJA SCROLL e VAMPIRE HUNTER D.
Con un budget sicuramente più limitato Kawajiri rimane imbrigliato dietro una storia scritta da Abramowitz troppo altalenante e con un protagonista che nei suoi silenzi non trova quella poesia e quell’espressività come capitava per il ninja silenzioso.
Anche se visivamente impeccabile cade dietro troppe indecisioni e passaggi a rilento che in numerosi casi all’interno del film ne smorzano il ritmo e appassiscono le speranze di sapere che cosa ci aspetta dal primo all’ultimo minuto.

giovedì 17 gennaio 2013

Shotgun Stories

Titolo: Shotgun Stories
Regia: Jeff Nichols
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Son, Boy e Kid Hayes sono stati abbandonati dal padre quando erano ancora piccoli e sono cresciuti con il ricordo di un padre ubriacone e collerico e dalle ossessive recriminazioni della madre che li ha sempre colpevolizzati per l'abbandono dell'uomo. Tuttavia, negli anni l'uomo è riuscito a rifarsi una vita diventando un onesto lavoratore, ha sposato un'altra donna, ha avuto altri quattro figli cui lui ha dato il nome e la rispettabilità negati a quelli nati dalla sua precedente unione. Per questo, alla morte del padre, Son, Boy e Kid non esitano a presentarsi al funerale per infangarne il nome e ricordare a tutta la comunità il suo peccato di gioventù. Tra i campi di grano e le distese polverose dell'Arkansas inizia quindi una violenta faida tra le due famiglie del defunto.

Perdere tutto alimentare una faida o salvare il presente e scommettere su quello che si ha e che non si è ancora perso?
Il fatto poi che nel film le armi arrivino dopo, quasi verso la metà, perché come dice anche Son è meglio non averci a che fare, prediligendo qualche sana scazzottata, è uno dei motivi, tra gli altri, per cui ho così amato questo film.
Ma parliamo di un binomio funzionale al cinema ora più che mai. Nichols e il suo pupillo feticcio Shannon.
Il primo è un regista giovane, bravo, che nella sua opera prima riesce già a delineare dei tratti distintivi del suo cinema e questo è un punto mooolto importante. Il secondo è un attore che non c’è bisogno di presentare visto il suo talento straordinario. Si sono unite dunque l’autorialità e la consapevolezza con la naturalezza e l’enfasi.
Shotgun è davvero una sorpresa perché dice e racconta pochissimo ma filtra tanta di quella roba che non bastano pagine di recensioni.
L’Arkansas di Nichols sembra quasi una sorta di Texas. La provincia americana appare sempre più disarmante, più sola che mai, abbandonata da dio e dagli stessi abitanti che vivono quasi neutralizzati da una modernità che appare inadeguata alle loro monotone vite.
Una narrazione lenta e patinata ma allo stesso tempo suggestiva e che riesce a essere descritta con quegli occhi languidi di uno Shannon particolarmente ispirato.
Ancora una volta il pesante retaggio culturale legato a una figura estrema ed estranea come quella del padre diventa necessario per capire meglio come due facce della stessa medaglia possano essere portati al conflitto. Una vita condotta da tre fratelli che si sono scelti un’altra vita contando solo su loro stessi (i nomi hanno poi un’importanza ben precisa Son, Boy e Kid) così come la meccanicità delle azioni coincide con una realtà ciclica e immutabile.

lunedì 24 dicembre 2012

Joshua


Titolo: Joshua
Regia: George Ratliff
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In uno sbalorditivo appartamento dell'Upper East Side a Manhattan, i genitori apparentemente perfetti Brad e Abby Cairn festeggiano la nascita della loro seconda figlia, Lily. La bambina è circondata dall'amore, dai giocattoli, da un affezionatissimo zio e da una premurosa nonna. E poi c'è il fratello Joshua di nove anni. Joshua non è un bambino comune e ora appare sempre più scontento della piega che ha preso la vita, con i genitori visibilmente pazzi di Lily, mentre lui è in un angolo a suonare quietamente il pianoforte. Lily piange incessantemente e i lavori di ristrutturazione al piano superiore spingono Abby verso quello che potrebbe essere un brutto caso di psicosi post-partum. Stressati fin quasi al limite e non riuscendo più a dormire, Brad e Abby si trovano invischiati in una spirale crescente di terrore domestico.

Joshua non è un film semplice. Sin dagli intenti della sceneggiatura emerge una storia complessa che sfiora diverse tematiche senza inserirsi mai di fatto in nessuna di esse, ma preferendo una strada a metà tra un thriller e un dramma famigliare in piena regola. Il difetto del secondo film di Ratliff è proprio un lento e lungo esame psicologico dei modus operandi dei protagonisti, più Brad da un lato, e un approfondimento sulle scelte che non riesce a essere sempre lineare con ciò che succede. Il punto a favore che però non basta è la performance di Sam Rockwell. Se da un lato ci si domanda e ci si avvicina alle scelte dei Cairn, dall’altra Ratfliff poteva dare un quadro diverso a Joshua, senza per forza portarlo a torcere la testa o a fare delle vere e proprie stragi, ma almeno a inserire qualche espressione in più a parte il carattere freddo e malefico. Scegliendo di portare all’estremo senza evitare pedestremente esagerazioni non funzionali, Ratfill ha compiuto una scelta difficile e una lunga catarsi nel cuore del dramma senza però accorgersi che in alcune parti lo scorrimento è davvero lento un po’ come le noti dolenti e incessanti del piccolo bambino.

I am Omega


Titolo: I am Omega
Regia: Griff Furst
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Scampato a una epidemia che ha trasformato gli Stati Uniti in un inferno popolato da sanguinari zombies, Renchard, rintanatosi in una casa alla periferia di Los Angeles, lotta per la sopravvivenza disseminando mine per la città nel tentativo di creare una terra di nessuno tra se stesso e i mutanti. Ma Renchard non è l'unico sopravvissuto e quando due individui - che, si scoprirà poi, seguono sinistri interessi personali - lo obbligano, armi alla mano, a tornare in città per salvare Brianna, una ragazza dal cui sangue si può forse ricavare l'antidoto per debellare il contagio, egli è costretto a ingaggiare una disperata corsa contro il tempo prima che le bombe esplodano

Dopo IO SONO LEGGENDA la Asylum non poteva certo farsi scappare questa ghiotta occasione di ricopiare spudoratamente, caratteristica della casata in questione, l’idea del romanzo di Matheson.
Ma attenzione. A dispetto di tutti i brutali colpi apportati finora, I Am Omega, con ovvi strafalcioni, errori grossolani e incapacità della regia, riesce comunque a essere uno dei lavori migliori.
Ancora una volta gli intenti commerciali della Asylum vanno premiati così come il fatto di riuscire grazie a campagne di marketing molto mirate, a far uscire le simil-parodie a basso costo, un mese o poco prima rispetto alle uscite dei grandi blockbuster.
Una mossa astuta che ha saputo dare quella liquidità importante tale da continuare a sfornare film a gogò.
Dacascos a differenza di Smith è il perfetto opposto. Marziale e inespressivo, riesce però, grazie a una saggia legge del risparmio della regia, a essere tra i mali minori.
Certo che se poi Furst prova a creare ridicole scene dove si cerca di ricreare l’instabilità mentale dovuta al lungo isolamento allora il danno è imminente.