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venerdì 12 ottobre 2018

Camping Jesus


Titolo: Camping Jesus
Regia: Becksy Fisher
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un documentario su un campus estivo per bambini "Kids On Fire School of Ministry" della comunità evangelica americana

Un fatto sociale inquietante.
Gli Evangelisti si stima che siano circa 80 milioni negli U.S.A, circa un quarto della popolazione totale
Camping Jesus è un horror travestito da documentario che parla di integralismo religioso.
E lo fa bene. Basta guardarlo. Sono le immagini che evocano più di qualsiasi scenario le gesta e la sofferenza di alcuni giovani protagonisti costretti a esprimere il loro amore per Gesù e la sofferenza per i sensi di colpa in maniera davvero drastica e spaventosa.
Tutto è ambientato all'interno di questo campus estivo del Nord Dakota riservato a bambini e ragazzi facenti parte della comunità evangelica americana. Questo campus è diretto da Becky Fischer, una predicatrice evangelista, un'obesa che manipola i bambini a cui viene fatto il lavaggio del cervello. Nè più nè meno e i messaggi nonchè i contenuti eviscerati da questo campus dell'orrore trattano argomenti in maniera anomala e controcorrente come ad esempio il discorso anti-ecologista "Cristo sta per arrivare a salvarci e ci porterà con lui, quindi perchè perdere tempo nella salvaguardia del nostro pianeta? Sfruttiamolo il più possibile!"
Oppure il fatto che questi bambini non vengono mandati a scuola, tanto meno in quelle pubbliche dove "si insegna che siamo degli animali". Vengono educati a casa, con libri di scienze creazionisti.
E dulcis in fundo viene loro inculcata l'importanza della guerra, delle armi, Bush diventa il loro leader e viene loro inculcata la militarizzazione.
Viene descritto l'aborto come omicidio, e gli vengono consegnati delle piccole figure antropomorfe con la loro età dalla creazione della cellula uovo.
Insomma un orrore dopo l'altro in cui questi poveri bambini devono provare la sofferenza che ha provato il loro leader cadendo spesso in trance mentre pregano o piangendo l'uno con l'altro come se l'apocalisse diventi davvero il loro unico grande obbiettivo
Dopo la release del documentario Becky Fischer ha deciso di chiudere il campus, per paura di ritorsioni. Insomma, missione compiuta anche se la felicità e il benessere legato a questi bambini resta un fatto imprescindibile.


lunedì 10 settembre 2018

Blood tea and red string


Titolo: Blood tea and red string
Regia: Christiane Cegavske
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Gli aristocratici Topi Bianchi commissionano alle popolane Creature-che-vivono-sotto-la-Quercia la realizzazione della bambola dei loro sogni. Quando l'opera è completata le Creature si innamorano della bambola, rifiutandosi di consegnarla. I Topi decidono allora di optare per il rapimento: alle Creature toccherà così avventurarsi in un viaggio fantastico popolato di incontri alla ricerca della loro amata.

La fiaba per adulti firmata in stop-motion dalla regista di Portland ha richiesto qualcosa come 13-15 anni per vederla realizzata. Un'opera immensa permeata da un'atmosfera esoterica, una colonna sonora sconvolgente e con tante melodie che sembrano uscite da culti pagani sconosciuti.
Cegavske crea una sua personale e surreale giostra di personaggi zoomorfi, piante, fiori, e ovviamente una bellissima bambola da cui come per l'arrivo di una donna pura e immacolata si crea lo scontro in cui le creature che vivono sotto la terra non solo non vorranno più separarsene ma arriveranno a trattarla come una dea crocifiggendola alla quercia in cui abitano.
La storia narra della lotta, all’ombra della Grande Quercia, fra il dispotico topo bianco dagli occhi rossi e i sui sudditi, uno strano incrocio fra pipistrelli, corvi e scoiattoli, per il possesso della bambola creata da questi ultimi.
Una fiaba magica, simbolica e oscura priva di dialoghi che segna un altro passo importante nell'underground dell'animazione.
Come dicevo al di là dello stile è la colonna sonora a farla da padrona con la partitura musicale composta ed eseguita da Mark Growden che non solo accompagna questo inquietante e meraviglioso sogno animato ma lo fa dandogli ancora più risalto in moltissime scene madri.
Blood tea and red string dovrebbe costituire il primo capitolo di una trilogia ancora in corso d’opera, della quale per il momento esiste solo la seconda parte intitolata SEED IN THE SAND.
Christiane Cegavske possiede un immaginario decadente, carico di simbologie e archetipi ancestrali, che richiamano l’Alice di Lewis Carroll, Alan Moore, i racconti di Angela Carter, tanto Svankmajer e sono intrisi di un mondo fiabesco delicatamente inquietante, fatto di tassidermia, merletti e porcellane.
Le sue creature animate non possono non far pensare alle opere dell’imbalsamatore vittoriano Walter Potter, complessi diorami composti con tanti animaletti vestiti minuziosamente e sistemati in posa tra i banchi di scuola, attorno a un tavolo, o assiepati allo sposalizio di due gattini.
Un cult imperdibile per gli amanti del buon cinema.

domenica 22 aprile 2018

Slither


Titolo: Slither
Regia: James Gunn
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un piccolo asteroide cade nei pressi di una cittadina americana: ospita una creatura mostruosa che per crescere e riprodursi deve essere incubata da un corpo umano, corpo che stavolta ha le non troppo rassicuranti fattezze del redivivo Michael Rooker. Il contagio si diffonde e gli "eroi per caso" della situazione devono cercare di scappare dalla città. Ma non sarà facile...

Slither è un piccolo cult. Trasgressivo, accattivante pieno di ritmo, di trovate, di mostri memorabili e soluzioni tragicomiche. Un grande intrattenimento che mischia trash, weird, grottesco, splatter, qualsiasi cosa purulenta e una sovraesposizione di gore. Gunn tira fuori un film veloce, dinamico, perfettamente bilanciato e studiato nella struttura che gode e si avvale di un montaggio che non lascia mai un momento morto. Sicuramente uno degli horror più interessante degli ultimi anni che mi spiace aver recuperato solo ora. Gunn conferma il suo talento arrivando dalla scuola Troma e si vede eccome anche se il film riesce a virare anche in siatuzioni molto più complesse chiamando in cattedra Lovecraft e Yuzna.
Un film che nelle sue numerose citazioni sembra voler omaggiare quel blood & gore degli anni '80, di quegli horror estremi e ipertruculenti ormai non capita più di vedere oppure vengono esageratamente devastati dalla c.g che appare fasulla e controproducente. Qui invece si respira proprio quel marciume che risuciva ad infastidire a far provare quel senso di schifo che Michael Rooker indossa alla perfezione. Un ultima nota sull'inizio che già determina un punto in avanti nella scrittura con il vecchio pieno di soldi che sposa la giovane gnocca della città che tutti si vorrebbero fare ma che invece possono solo restare a guardare. Un inzio già col botto.

mercoledì 15 febbraio 2017

Gradiva

Titolo: Gradiva
Regia: Alain Robbe-Grillet
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Uno studioso di Delacroix di nome John Locke si reca a Marrakesh per tentare di risalire alle ragioni della sua svolta pittorica, testimoniata dai "Carnets du Maroc", di cui però soltanto quattro sono giunti fino a noi. Nell'appartamento che divide con la sua schiava penetrano personaggi di ogni tipo, capaci di farlo entrare in una pericolosa spirale di sesso e allucinazioni.

Che strano film questo giallo, questo viaggio nella mistery franco-marocchina con ventate di cinema di altri tempi e un'amore infinito per le Mille e una Notte e il cinema erotico. In Gradiva il fascino e l'amore per l'Oriente sono una costante con cui il regista non può fare a meno di confrontarsi.
Un indagine lenta, onirica, inquietante e allo stesso tempo romantica come un viaggio alla scoperta del piacere e di ciò che può apparire e risultare scontato solo all'apparenza.
Un'opera che sembra un dipinto, forse troppo intellettualmente ricercata, in momenti dove non sempre si riesce a sposare alla perfezione con la fotografia del film, quadri e opere per una galleria di immagini potente e suggestiva abbracciando il bondage e le pratiche di sesso estremo.
Alcune location sono di una struggente bellezza guidandoci attraverso giardini incantati e castelli che sembrano nascondere all'interno tanti gironi infernali in un'esperienza che abbraccia la realtà, la fantasia, il sogno e la veglia confondendo lo spettatore e rimescolando in crescendo fino ad arrivare al climax e all'estasi finale, all'eccitazione dei sensi. Carnalità e trascendenza, violenza e tenerezza si alternano nella coscienza di John Locke in un film d'altri tempi con una piccola critica concernente gli intenti che in alcuni momenti decollano per traiettorie surreali e metafisiche.
L'amore per un'ideale di donna, che ricopre tante sembianze e sembra essere a tutti gli effetti una dea diventa un viaggio interiore ed esteriore anomalo quanto ambiguo come appunto diversi personaggi che il nostro John Locke incontrerà nella sua ricerca.




mercoledì 25 maggio 2016

Miami Vice

Titolo: Miami Vice
Regia: Michael Mann
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dopo il fallimento di un'operazione che ha portato alla morte di tre agenti, i detective Rico Tubbs e Sonny Crockett s'infiltrano in un traffico di armi e droga che fa capo a un pezzo grosso della mala ispanica.

Mann si riconosce subito. E'una garanzia e tutti i suoi film sono quasi sempre dei capolavori.
Miami Vice non fa eccezione. Cool e intelligente, raffinato e violento, elegante e sporco allo stesso tempo. Contrasti che appaiono e scompaiono come i volti dei due protagonisti e il colore della pelle. Loro come anche dello spagnolo Luis Tosar e della bella Gong Li.
Uno degli elementi ancora una volta affascinanti è come sempre la fotografia che riesce a sporcare e rendere inquietanti alcune importanti città.
Gira con un digital impressionante che non si stacca mai dai personaggi e riesce a farci entrare ancora di più all'interno della storia. La scrittura è complessa, tante situazioni e nomi da gestire molto in fretta, diventando complessi e a volte si rischia di perdersi qualche pezzo per strada.
Le gesta di Sonny e Rico sono incredibili, si spostano velocemente usando qualsiasi mezzo e cambiando città e paese in tempo record.
Sembrano in grado di poter fare qualsiasi cosa dimostrando di superare per intelletto gli stessi capi che gli dirigono. In 134' Mann decolla senza fermarsi mai e senza tante sparatorie, ma quelle che ci sono come sempre portano un marchio di qualità in più, riuscendo a creare ritmo e azione senza mai fermarsi.




mercoledì 18 novembre 2015

Paris, Je T'aime

Titolo: Paris, Je T'aime
Regia: AA,VV
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Il film è composto da 20 corti di cinque minuti dedicati ai venti arrondissement di Parigi.

Raggruppate un regista per ogni arrondissement e chiedetegli di raccontare in cinque minuti ciascuno una storia d'amore.
"Ci vuole un grosso talento" ha detto alla conferenza stampa il regista Alfonso Cuaron "per riuscire ad annoiare il pubblico in cinque minuti".
Venti incontri d’amore in altrettanti luoghi topici di Parigi, facendo un mix di generi e chiamando a raccolta alcuni registi tra i più importanti a livello internazionale e ovviamente non facendosi mancare nulla circa gli attori
Questa è stata la sfida accolta e portata a termine per questo interessante progetto che prenderà di mira successivamente anche New York e Shangai.
L'inno all'amore di Parigi non è un film collettivo ma un film corale.
Come tutti i film corali ha i suoi alti e bassi. Alcuni riescono in poco tempo a dare un quadro appassionante di uno spaccato di realtà fresco, romantico e appagante, mentre altri fanno più difficoltà pur disponendo di alcuni validi attori e risultando non sempre godibili.
L'amore dicevo prima, visto sotto molti aspetti e prospettive diverse, passa attraverso lenti diverse da quello per la propria moglie/marito, a quello per una ragazza, per la propria famiglia e infine per la stessa capitale francese.
Il film o forse sarebbe meglio dire l'omaggio che viene fatto, è un modo per creare e dare sempre svariati punti di vista diversi, immergendoli nel colore o sottolineandone altri aspetti legati alla tecnica, come qualcuno a fatto o semplicemente ad un dialogo in un ristorante o un piccolo esercizio di stile.
Vampiri, mimi, anziani, omosessuali. A tutti è concesso amare ed essere amati.

Ricordo tra i corti più interessanti quelli di Tywker, Natali, Van Sant, Coen, Chomet, e Assayas.

domenica 30 agosto 2015

Children of Men

Titolo: Children of Men
Regia: Alfonso Cuaron
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

2027. In un futuro non troppo distante, in cui il mondo non può più procreare, l'Inghilterra rimane unica zona franca, per non confrontarsi con le guerriglie urbane. Theo, rapito da Julian, una donna attivista amata in passato, ha una grande responsabilità. Dovrà condurre salva una giovane donna fino a un santuario sul mare, e dare la possibilità al mondo di evitare l'estinzione.

Cuaron è tra i registi messicani più famosi e importanti della sua generazione.
E'partito con alcuni film davvero insulsi prima di arrivare al successo con il capitolo più dark di HARRY POTTER E IL PRIGIONIERO DI AZKABAN e conquistarsi così i crediti delle major che hanno scommesso su di lui dandogli la possibilità di girare due interessantissimi film come CHILDREN OF MAN e GRAVITY.
Ora c'è da vedere se il successo riuscirà a mantenere un saldo equilibrio con una buona filmografia, elemento che spesso e volentieri sfugge appena si valica la porta delle major hollywoodiane o si raggiunge l'olimpo delle star.
I pregi del film sono davvero tanti dalla scelta del cast multietnico, alle location, allo scenario di un futuro veramente credibile e tra i più reali visti nel cinema, al ritmo sempre travolgente, ai colpi di scena e ad alcuni dialoghi scritti da dio.
Pochissimi invece gli elementi che non funzionano o che lasciano pensare ad un inserimento delle major per rendere più fluida la trama e apportare alcuni stereotipi di genere.
Addirittura la storia d'amore quasi non c'è in senso figurato mentre è palese negli intenti e nella metafora generale intessuta nell'anima del film. Un'idea, tra le altre cose che pone parecchie domande e riflessioni e che lascia perplessi soprattutto contando la natura degli eventi e il soggetto accattivante e originale di P.D.James.

Il cinema di fantascienza come spesso capita, diventa un alibi per qualcosa di più articolato e complesso, dove il futuro è solo una convenzione come nel grande cinema SFX.  

lunedì 2 marzo 2015

Tekkonkinkreeet

Titolo: Tekkonkinkreeet
Regia: Maikeru Ariasu aka Michael  Arias
Anno: 2006
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

La città del tesoro è un luogo dove la pace si alterna alla guerra. I due eroi protagonisti, Black e White, due fratelli cresciuti in strada, cercheranno di difendere il bene dai continui attacchi criminali degli yakuza.

Come mi era capitato di vedere nell’ottimo e anarchico AACHI AND SSIPAK, lungo d’animazione coreano del 2006, anche qui si racconta di una coppia di amici.
Bambini, emarginati, costretti a vivere di stenti nell’isola dei tesori in un futuro non meglio precisato con alcune atmosfere ipnotiche e surreali.
Prima di tutto il nome. Ariasu in realtà è Michael Arias, regista californiano trapiantato a Tokyo, che gira un altro adattamento di un manga famoso.
Tekkonkinkreet cerca continuamente di scatenare azione e colpi di scena, manifesta molti spunti notevoli sia visivamente che a livello di contaminazione di stili e generi, dimenticando però, alle volte, in modo piuttosto discontinuo, una trama che non riesce ad essere così incisiva.

Quello che ancora una volta convince di più è lo stile, il character design che unisce volti nipponici androgini e corpi dalle fattezze più occidentali. Come d’altronde era già stato fatto in passato, in modo da poter creare una contaminazione diversa e affascinante, così come gli elementi più belli del film, le sequenze oniriche in cui soprattutto quella finale,lunghissima e psichedelica, è il momento in assoluto migliore di tutto il film. 

venerdì 20 febbraio 2015

Racconti da Stoccolma

Titolo: Racconti da Stoccolma
Regia: Anders Nillson
Anno: 2006
Paese: Svezia
Giudizio: 2/5

Quando scende la notte Stoccolma si scopre intollerante e violenta. Dentro le case e fuori, sulle strade, esplode l'odio incontrollato di padri, mariti, fratelli. In una di queste notti si incrociano i destini di Leyla, figlia di una numerosa famiglia mediorientale, cresciuta secondo un rigido codice morale e religioso, Carina, madre generosa e giornalista di talento, umiliata dalle parole e dalle percosse di un marito meschino e geloso, e Aram, giovane proprietario di un locale, innamorato di uno degli uomini della sicurezza. Con modi e tempi diversi, Leyla, Carina e Aram impareranno a difendersi e a reagire ai soprusi. Il mondo è duro con tutte le donne che cercano di adattarlo alle proprie esigenze e alle proprie inclinazioni invece di lasciarsi condizionare dai genitori, dai mariti, dai fratelli o dalla persona amata. 

Che la violenza è una delle cose nascoste fin dalla creazione del mondo c’è lo diceva Rene Girard, probabilmente il massimo studioso mondiale sul tema. 
Ora che la violenza è presente anche in Svezia, non mi stupisce, mentre invece mi stupisce, purtroppo, l’analisi molto macchinosa e piena di elementi squisitamente già visti, con cui il giovane regista sceglie di narrare gli episodi drammatici.
E’ un film che in svariate scene e scelte, mostra purtroppo, una staticità e una ridondanza a sottolineare ed esplicitare alcuni particolari che secondo me andavano messi da parte per puntare verso altri settori. 
Da questo punto di vista ne esce un film che seppur tecnicamente ben fatto, appare insipido (potrebbe sembrare un paradosso vista la crudeltà intenzionale espressa dai personaggi in diverse scene) ma che manca “l’obbiettivo” di descrivere un malessere sociale presente ovunque.

Alla fine mostrando una violenza interna, annidata dentro la comunità come un male inestirpabile e incurabile, Nillson ci dice che non per questo è destinata ad avere il sopravvento sulle sue vittime, eppure, per qualche strana ragione, non sembra convincere la sua presa di posizione.

sabato 14 febbraio 2015

Dopo il matrimonio

Titolo: Dopo il matrimonio
Regia: Susanne Bier
Anno: 2006
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Jacob vive da molti anni in India, dove ha iniziato e abbandonato diversi progetti di volontariato, è stato lasciato dalla donna che amava e ha disperatamente tentato di sfuggire alla sua condizione di alcolizzato e dimenticarsi della sua anima perduta. Costretto a tornare in patria per ottenere una cospicua donazione che gli permetta di continuare a occuparsi dell'orfanotrofio dove si è ritagliato il ruolo di buon samaritano, Jacob ritroverà un pezzo del suo passato che inevitabilmente gli cambierà la vita.

Certo la Bier è una di quella registe da tenere sott’occhio per diversi motivi. A parte il fatto d’essere la regista più celebre della Scandinavia, sicuramente è una a cui piace raccontare piccole storie personali, tragiche e commoventi, che cercano sempre più di apportare alcuni importanti tasselli e soprattutto di convergere verso uno stile proprio riconoscibile dopo pochi film.
Con un cast notevole in cui brilla Mikkelsen e Lassgard, cambi di location, un’attenzione in particolare per gli sguardi e i silenzi che nascondono monologhi e forti sentimenti, la Bier ancora una volta con astuzia mischia le carte del melodramma per un’idea in realtà molto semplice e ingannatrice, con alcune forzature per dare maggior enfasi al climax finale del film.
Continua nella ricerca tra paesaggi e attori, il bisogno della regista di mostrare le incompatibilità umane, adulti che si comportano e atteggiano peggio dei figli, doppi giochi e una paura di perdere le persone care. Partendo e ritornando a Mumbai coi Sigur Ros, la Bier torna sui suoi temi cari allargandoli dalla paternità, alla famiglia, all’amore, alla responsabilità e infine il sacrificio ma interpretandolo in modo diverso e maturo, un elemento intrinseco nelle vite e nelle scelte di tutti.
E lo fa ancora una volta con quel suo stile teso, debitore in parte di una scuola europea del caro Lars, usando molto la telecamera a spalla con uno stile nervoso, che punta molto su primi e primissimi piani che rivelano difetti del volto e sentimenti pronti a esplodere.

L’elemento comunque che si apprezza di più e la scelta di puntare sui sentimenti senza però essere sentimentale e retorico, ma anzi a testa alta,  far vedere dei personaggi che nonostante gli errori e le scelte sbagliate, continuano a portare avanti i loro obbiettivi.

A soap

Titolo: A soap
Regia: Pernille Fischer Christensen
Anno: 2006
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Charlotte, 34 anni, è proprietaria di una clinica di bellezza. Un giorno decide di abbandonare il proprio compagno Kristian e di andare a vivere in un appartamento che conserverà l'aspetto della provvisorietà. Al piano di sotto abita un giovane transessuale che la donna conoscerà comprendendone i problemi.

A soap  è l’esordio alla regia della danese Christensen. Un film che inizia bene con una narrazione extradiegetica per nulla noiosa o fuori luogo che riassume gli eventi come se stesse introducendo un nuovo episodio di una soap opera (come da titolo del film) e che insieme alle note di musica classica ci fa presto scoprire i due personaggi su cui si dipanerà la storia.
E’un film molto classico che narra due vite parallele tra dolori, scelte da cui non si potrà tornare indietro e minestre scaldate che non riescono a convincere mai fino in fondo. 
Senza retorica e girato in pochi interni, il film è un concentrato di dialoghi che non risparmia niente di tutti i temi e le problematiche dei giorni nostri sui legami di coppia, ma anche sulla paura di amare il proprio corpo e di non sentirsi più desiderati. L’avvicinamento tra la forza di facciata di Charlotte, Trine Dyrholm bellissima e bravissima, e la fragilità apparente di Veronica, non lasciano spazio a retoriche, ma si studiano, si toccano e infine cercano di trovare una loro “equilibrata” armonia.
L’unico problema su cui il film inciampa in alcuni punti, è proprio quello di continuare a insistere sui dialoghi e infatti alcune sequenze appaiono di minor gusto, come gli incontri di Charlotte con Kristian, che hanno quel sapore di ripetitivo e monotono. 
E’un film che gioca continuamente tra gli eccessi di Charlotte e la delicatezza di Veronica. 

venerdì 19 dicembre 2014

10 Canoe


Titolo: 10 Canoe
Regia: Rolf De Heer
Anno: 2006
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Racconto del racconto di un racconto. Un gioco di scatole cinesi che inizia con un carrello aereo sulla palude australiana, attraversa foreste di alberi altissimi e terra fangosa, passando per specchi d'acqua coperti di ninfee su cui si riflette il cielo al tramonto. La voce narrante è quella di un aborigeno che si dice ormai parte delle infinite gocce d'acqua di quella palude, crogiuolo dei suoi antenati. Di passato in passato, la storia è quella di un suo avo che, mentre insegna al nipote l'arte di costruire canoe, gli tramanda le vicende della loro famiglia. Amori, passioni, gelosie, guerre, religioni e stregonerie.

10 Canoe è una fiaba, o un racconto ancestrale, o ancora meglio un documentario che racconta una fiaba ispirata da una vecchia fotografia in bianco e nero scattata nel 1936 dall'antropologo Donald Thomson, raffigurante un gruppo di 10 aborigeni Yolngu che vogano in canoa sulle sponde della palude di Arafura, un'area palustre situata a circa 400 km a est della città di Darwin.
E' questa la trama del film di De Heer che dopo lo scioccante ALEXANDRA'S PROJECT e soprattutto dopo THE TRACKER ritorna a parlare di indigeni con un racconto nel racconto.
Al di là dell'uso della voce narrante fuori campo che può piacere o non piacere, e di alcuni aspetti della narrazione troppo didascalici, sono i corpi degli aborigeni a parlare insieme a potentissime immagini che delineano un panorama sconosciuto e solitario, uno dei pochi luoghi lasciati incontaminati dall'uomo.
Interessane anche il fatto di aver lasciato il linguaggio originale sottotitolato, in modo tale da rendere ancora più forte il racconto e rendere più funzionale tutta una serie di componenti che ancora di più ci fanno entrare in empatia con i protagonisti e dal punto di vista tecnico aggiungerei la bellissima fotografia, il ritmo e la narrazione scandita dalle stagioni
Dayindi, il ragazzo che ascolta la storia dell'anziano, rappresenta la nuova generazione che deve subito scoprire le regole della civiltà, altrimenti rischia di fare l'errore che prima di lui hanno fatto altri, ricevendo una dura lezione.
Il film però non nasconde un certo umorismo, forse sconosciuto a noi occidentali, in cui sono soprattutto gli attributi e la forza fisica ad essere presi di mira dai componenti della tribù, come nella scena in cui l'anziano viene preso in giro sulla sua presunta impotenza.
L'amore, l'invidia, la gelosia, i taboo, le distanze generazionali, sono solo alcuni dei temi che vengono trattati nel racconto.
Durante la conferenza stampa cio’ che colpisce è la pacatezza e grande umiltà del regista, ancora scosso e commosso nel rispondere alla domanda “Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?”. Egli ha infatti vissuto per due anni, una settimana al mese, con il popolo raccontato dalla pellicola, e ha diretto, non senza difficoltà, un cast interamente composto da attori non professionisti, cosi verosimili nel guardare in macchina durante il film, cosi orgogliosi di gridare al mondo la loro storia.

giovedì 4 dicembre 2014

Ultimo inquisitore

Titolo: Ultimo inquisitore
Regia: Milos Forman
Anno: 2006
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Spagna 1782. Il pittore Francisco Goya gode del suo momento di gloria grazie alla nomina di "pittore di corte", nomina che gli permette di mantenere la sua vena artistica dipingendo il desolante scenario della guerra e delle misere condizioni di vita cui è costretto il suo popolo. Un giorno, la sua musa ispiratrice - l'adolescente Ines - viene ingiustamente accusata di giudaismo e imprigionata dalla Santa Inquisizione. Durante la prigionia incontrerà fratello Lorenzo, astuto ed enigmatico membro dell'Inquisizione che abuserà della sua ingenuità per sfruttare il proprio potere ecclesiale. Ma un'incredibile vicenda costringerà l'uomo ad allontanarsi dalla Spagna, per farvi ritorno quindici anni più tardi sotto una veste completamente nuova.

Il film di Forman è intererssante contando che tratta un tema molto sentito e che ogni volta che si cimenta con la settima arte crea sempre un notevole interesse, ovvero la caccia ai fanatismi. L'elemento che dopo la visione più rimane del film, ancora una volta, è l'interpretazione di Bardem in un ruolo insolito e molto controverso come quello di Lorenzo Casamares.
Il dramma messo in scena dal regista ceco si dirama in un arco storico lungo e importante e allo stesso tempo tratta temi e personaggi molto complessi e multisfaccettati, inseguendo da un lato un'estetica formalmente impeccabile, che sfrutta gli occhi di un artista del suo tempo, appunto Goya, per raccontare la fine della caccia alle streghe e l'ascesa di Napoleone e dei presunti diritti dell'uomo che l'Illuminismo aveva sancito e che sempre di più cercavano di ribellarsi ai dogmi imperanti.
Un film che non risparmia nessuna atrocità e retorica, distrugge tutti i sistemi simbolici organizzatori di senso, sottolineando più e più volte come l'impotenza di fronte al divino è diventata l'arma di una classe di uomini che volevano sottometterne altri fantasticando su di un essere immaginario.
L'insubordinazione e i conflitti d'interesse mostrano l'intercambiabilità dei personaggi per cui basta sbagliare una parola per trovarsi dall'altra parte ed essere imputati e giudicati.
Un film che per certi aspetti mi ha ricordato LA SEDUZIONE DEL MALE che trattava seppur senza la figura di Goya e concentrandosi solo sul processo della caccia alle streghe, destrutturando alcuni simboli religiosi e mostrando una critica astuta anche se troppo teatrale.
Forman continua e non si stacca da quel filone di registi che con i loro film hanno manifestato contro l'intolleranza e il fanatismo di ogni tempo o come alcuni lo hanno definito, il comunismo del XX secolo.

giovedì 13 novembre 2014

I'm a Cyborg but that's ok

Titolo: I'm a Cyborg but that's ok
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2006
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Young Goon è un cyborg, Il-Soon un ladruncolo che fa proprie le caratteristiche dei volti altrui. O almeno, così credono. Entrambi vivono in un ospedale psichiatrico dalle pareti verdi (e imbottite), trascorrendo le giornate insieme ad altri particolarissimi pazienti: una donna decisamente sovrappeso che divora tutto il cibo che le capiti a tiro, un ragazzo che ritrova la sua dimensione camminando all'indietro, "malati" che - ciascuno a suo modo - creano a loro immagine e somiglianza, qualcosa di congeniale per passare il tempo.

"La simpatia è quella sensazione che mi impedisce di uccidere tutti quelli che dovrei fare fuori"
Senza stare a tessere lodi su uno dei registi più famosi e importanti della cinematografia contemporanea della Corea del Sud, Park arriva così alla sua prima commedia misurandosi con dei temi niente affatto banali, ma anzi confermando una sua visione a 360° nel panorama cinematografico mondiale.
In questo caso poi la malattia, il manicomio, diventano solamente una parte della grande metafora della vita, dove contestualizza il plot narrativo e una toccante storia d'amore.
Certo non è sempre facile ridere sull'impianto umoristico orientale (in particolare quello coreano) ma nella pellicola dell'outsider, tutto sembra un perfetto puzzle dove l'elemento stilistico predomina e gli elementi surreali non mancano, tuttavia senza imporsi sul soggetto mantenendo così sempre un perfetto equilibrio tra dramma e ironia.
Purtroppo forse una delle poche note dolenti del film è che sembra esaurire a metà la sua carica poetica, pur rimanendo sempre una sorta di viaggio romantico di autistica dolcezza.
In più il punto di vista, totale assenza di pregiudizio sulla follia, rende ancora più surreale in alcuni momenti, l'autentica poesia del maestro, alternata a scene di una violenza esplosiva in cui Young Goon, "cyborg" che si ciba di batterie, dimostra tutta la sua carica anarchica metaforicamente distruggendo l'istituzione sanitaria che spesso e volentieri sembra pensare solo a imprigionare il malato senza pensare che spesso la cura è proprio nei gesti e nella terapia, come l'ascolto.
Quello di un cleptomane che prende in prestito il volto degli altri, diventa così l'arma di salvezza della giovane e straordinaria protagonista.

domenica 22 giugno 2014

Deliver from us-Liberaci dal male

Titolo: Deliver from us-Liberaci dal male
Regia: Amy Berg
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Documentario che propone la storia di padre Oliver O'Grady, un prete irlandese trapiantato in California, che nel corso dei suoi oltre trent'anni di sacerdozio ha perpetrato abusi sessuali nei confronti di centinaia di bambini. La vicenda è ripercorsa, con lucidità e occhio critico, dalla regista Amy Berg attraverso le toccanti testimonianze delle vittime e le candide quanto agghiaccianti confessioni dello stesso O'Grady.

Il film documenta una vicenda che scosse l'America negli anni ottanta. La vita dei Friedman, apparentemente un'anonima famiglia medio borghese, è sconvolta quando Arnold, il capofamiglia, e Jesse, il figlio minore, vengono arrestati e accusati di aver sessualmente abusato di numerosi bambini. A catturarli - a catturarne l’immagine di vergogna e colpa - in quel 26 novembre 1987, giorno del ringraziamento, c’erano però anche le telecamere. E con esse c’erano gli sguardi della comunità del sobborgo residenziale di Great Neck.
Dall'America giungono spesso documentari interessanti sull'argomento della pedofilia e in generale sul tema legato agli abusi sui minori. Da JESUS CAMP che mostrava il fanatismo di alcuni credenti, fino a VATICANO E I CRIMINI SESSUALI per arrivare infine a CAPTURING THE FRIEDMANS che invece da un quadro proprio americano sul tema e fenomeno degli abusi negli anni'80, sembra esserci sempre di più soprattutto nei documentari oltre che nei film, un bisogno di indagare queste vicende per cercare di portare alla luce responabilità e colpe o limiti di esseri umani come tanti altri che non possono ignorare le loro pulsioni sessuali.

Il lavoro della documentarista Berg segue le vicende di O'Grady che se non fosse per i numeri sulla carta (che lo hanno reso il più noto all'interno degli scandali) potrebbe essere un prete pedofilo come tutti gli altri. Ciò che ancora una volta colpisce ma non stupisce e che in una durata comunque abbastanza lunga e fedele nel captare lo stato d'animo degli intervistati, la regista sottolinea ancora una volta la negligenza, lo scarso interesse e la paura di approfondire alcune vicende da parte della Chiesa Cattolica.
Il documentario si focalizza in particolare sulle indagini degli anni '80 di Arnold e Jesse Friedman circa l'abuso sessuale sui bambini.
Il film mostra le indagini della polizia come la genesi di una "caccia alle streghe" nella comunità dei Friedman. Durante l'attesa del processo (di Arnold e, in seguito, del figlio Jesse), i Friedman girarono alcuni filmati casalinghi. Erano autorizzati a stare a casa in modo da prepararsi per la corte. Le immagini non erano pensate per essere mostrate in pubblico bensì come un modo per registrare quello che stava accadendo nelle loro vite. Il film mostra molti di questi filmati: cene di famiglia, conversazioni e litigi. La moglie di Arnold decide in fretta che il marito è colpevole e gli suggerisce di confessare e proteggere loro figlio.
Arnold Friedman fu ritenuto colpevole dei reati di sodomia e abuso sessuale. Morì in prigione nel 1995. Jesse Friedman è stato rilasciato nel 2001 dopo aver scontato 13 anni della sua pena.
Dalle interviste riportate ciò che emerge e lascia come sempre più basiti sono le risposte delle alte sfere ecclesiastiche che avevano coperto ad ogni costo il fenomeno degli abusi sessuali operati da preti sui minori e continuano nella loro negazione. L'atteggiamento della diocesi locale, la sua mancanza di ammissione piena e completa di un problema grave ed esteso, non è negare l'estensione del fenomeno, ma la negazione dello stesso per preservare a tutti costi la "bella Immagine" della Chiesa.
Ancor più struggente dei racconti delle vittime è la devastazione delle famiglie che hanno accolto nella propria casa o riposto la propria fiducia ad un lupo vestito da agnello. La fine di ogni certezza, vittime di un inganno che nemmeno il più scaltro dei diavoli sarebbe riuscito ad architettare.

lunedì 31 marzo 2014

Red Road

Titolo: Red Road
Regia: Andrea Arnold
Anno: 2006
Paese: Gran Bretagna/Danimarca
Giudizio: 3/5

Jackie è un'operatrice televisiva che, dalla sua prospettiva, ha una piccola visione del mondo e il desiderio di proteggere le persone che vivono intorno a lei. Un giorno sul suo monitor appare un uomo che pensava non avrebbe mai più rivisto, che non avrebbe mai voluto rivedere, ma che è costretta a rincontrare.

Red Road, primo di una trilogia intitolata Advance Party, è un progetto, prodotto dalla Zentropa di Von Trier, della Sigma Film dello scozzese Gillian Berrei e dalla produttrice danese Sisse Graum Jorgensen. Stabilisce delle regole pratiche: riprese in digitale, tre città scozzesi, una compagnia stabile di attori che conservano lo stesso ruolo, un gruppo di personaggi per tre registi esordienti.
Si apprezzano molti spunti del film della Arnold, regista che vinse l'Oscar nel 2004 per WASP, in questo trittico di film che risulta essere un esperimento interessante e in parte convincente.
Si parte da una centralina video da cui monitoriamo le vite dei cittadini scozzesi, fino a Jackie, una donna misteriosa e svuotata della capacità di vivere compiutamente, dalla lunga elaborazione di un lungo e doloroso momento della sua vita.
Il bisogno di riflettere sul sistema di controllo delle società moderne (Londra in primis) e sul primato che ci sta abituando ad avere uno sguardo sempre più tecnologico e distaccato sugli esseri umani, permette in questo psicodramma teso e claustrofobico, di cogliere tutto ciò che interessa alla regista, ovvero sperimentare anzichè osservare, in una lunga discesa agli inferi nell'ossessione di una donna.
Jackie non solo sperimenterà, ma entrerà nell'inferno vero e proprio, della vita dissiluta di un manipolo di giovani sballati che organizzano feste in case semi-distrutte, in alcune periferie davvero inquietanti e pericolose.
Quello che alla Arnold interessa e farci assistere all'incubo della sua protagonista, arida di sentimenti, che non si da pace, fino a che non ottiene una sua vendetta personale, a lungo meditata. Con un ottima prima parte, a dispetto di un finale leggermente telefonato (anche se si apprezza il fatto che non abbia rasentato la totale banalità scegliendo la pillola B), il gioco voyeuristico di Jackie, la sua apertura a un universo che non le appartiene e non conosce e il fattore di giocare e insistere sui silenzi senza stare a spiegare troppo sono elementi apprezzabili.
Le scene di sesso sono uno degli elementi di maggior riuscita, perchè esplodono con tutta la rabbia e la frustrazione di Jackie, dandole anche libero sfogo al suo odio represso, passaggio escatologico davvero riuscito.
Dal punto di vista tecnico, è un film volutamente sporco, con alcune scelte di colori sgargianti, una buona prova da parte di tutto il cast e un esordio convincente.
Alla fine la Arnold ci dice che la sconfitta, spesso e volentieri, unisce più che divide.
Siamo tutti destinati a perdere qualcosa.

sabato 16 novembre 2013

Notte eterna del coniglio

Titolo: Notte eterna del coniglio
Regia: Valerio Boserman
Anno: 2006
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Un'inaspettata guerra nucleare tra Stati Uniti e Cina porta alla distruzione di moltissime città in tutto il mondo.
In una di esse sopravvivono alcuni nuclei famigliari, opportunamente dotatisi di bunker antiatomici in tempi non sospetti. I vari bunker comunicano tra loro tramite webcam a collegamento satellitare. Non hanno altro modo per tenersi in contatto, né tantomeno pare pensabile uscire in superficie, dove ci sono solo macerie e ceneri radioattive.
E allora chi è che all'improvviso si mette a bussare ai portelli d'ingresso dei bunker?

Il post-apocalittico in un semi-horror italiano era una cosa che non potevo assolutamente perdermi soprattutto contando che è pure low-budget per non dire amatoriale 400.000 euri.
Certo si è risparmiato sul cast (...)davvero penoso a mio avviso, si è cercato di dare peso alla fotografia e al montaggio contando poi che le location vedi la trama sono parecchio risicate.
Che dire di questo ennesimo tentativo di cercare di fare qualcosa che possa molto lontanamente avvicinarsi ad un'idea di film?
Ma poi perchè dopo quel cazzo di DONNIE DARKO in quasi tutti gli horror con le maschere c'è sempre un coniglio? Non fa più paura come quasi nessun mostro e via dicendo...
Dopo un libro che è stato brutalmente criticato da quasi tutti ha fatto capolino il film, di cui si è parlato in rete per anni, presentato a un festival di Torino, coprodotto dalla RAI e subito divenuto leggenda.
Hanno finalmente deciso di mettere in rete, con fruizione gratuita, il film tratto dal libro di Giacomo Gardumi "La notte eterna del coniglio".
Cosa dire dunque di un film che gioca molto sulla tensione espressa dagli attori (purtroppo) dalla serie brutale di omicidi messi a segno da un coniglio che riesce ad entrare nei bunker sigillati e dalla mancanza di risorse che genera panico e crea tensione nei diversi blocchi famigliari.
Il fatto che Boserman scelga proprio la strada dell’apologo riflessivo e del mistero celato fino all’ultimo per raccontare una storia di distruzione e apocalisse, tralasciando completamente l’aspetto più spettacolare e fantascientifico che la vicenda avrebbe potuto supportare, è anche purtroppo l'elemento debole dal momento che appare chiaro dopo venti minuti chi sia il nemico.
Comunque nel finale è vero che Boserman sembra avercela messa davvero tutta con pochi soldi e tanto ammore creando per certi versi qualcosa che nel panorama italico sul genere post-apocalisse mancava, ed è un peccato che nessuna produzione abbia incoraggiato la regia con qualche soldino a scanso di produrre poi cacate micidiali che ottengono buoni incassi al botteghino.
Il cinema italiano dovrebbe credere e investire di più sui generi in modo tale da poter dare possibilità a gente motivata e talentuosa di fare davvero cinema.

giovedì 20 giugno 2013

Half Nelson

Titolo: Half Nelson
Regia: Ryan Fleck
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dan Dunne è un giovane e brillante insegnante di storia che lavora in una scuola media periferica di Brooklyn, ad altissimo tasso di immigrazione. Insofferente alla didattica tradizionale, Dan stimola l'attenzione e la curiosità dei suoi allievi, afroamericani e ispanici che vivono ai margini della società, impostando le sue lezioni sul metodo dialettico e su una personale teoria che concepisce la storia come il prodotto del cambiamento provocato dallo scontro di forze opposte. Mentre sulla classe esercita fascino e controllo, il professore non riesce a fare altrettanto con la sua vita privata. Dipendente dal crack e dalla cocaina, Dan respinge le donne che lo attraggono e precipita in una spirale che lo rende sempre meno capace di tenere separate le sue due vite, fino a quando una sua alunna, Drey, scopre per caso la sua tossicodipendenza.

C'è una scena del film che basta da sola a definire l'impatto emotivo ovvero quando la studentessa entra nei bagni e vede il professore che si sta fumando una pipetta di crack.
Forte, comunica tutta la difficoltà e la fragilità umana attraverso due generazioni, studenti e professori.
Questo piccolo film indipendente passato in sordina mostra come di questi tempi, e parecchio cinema disegna questo scenario, i nuovi insegnanti, ovvero i più giovani, abbiano necessità di smuovere le coscienze degli studenti portandoli al pensiero critico e via dicendo.
Muovendo le basi su questa tematica ma allo stesso tempo giocando con il contrasto di chi predica bene e razzola male, Fleck non sembra interessato a fare una morale del comportamento del docente ma anzi mostrando le sue difficoltà, la sua natura umana, la sua politica e il suo andare fuori dalle regole istituzionali e scolastiche.
Un'insegnate che anche al di fuori dello spazio scolastico cerca di avere un suo peso specifico aiutando, ma non per questo riuscendoci, a smobilitare le vite dei suoi studenti.
Bellissimo comunque il rapporto lui/lei. L'insegnante che cerca di tenere lei fuori dallo spaccio e lei che vuole tenere lui lontano dalla droga.

giovedì 7 marzo 2013

X-Men-conflitto finale

Titolo: X-Men-conflitto finale
Regia: Brett Ratner
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La Sfida tra Umani e Mutanti sta per subire una svolta decisiva: gli X-Men verranno accettati e integrati nella comunità solo se decideranno di sottoporsi a "La Cura", farmaco mutante per la sottrazione dei loro poteri genetici. Il Dottor Xavier ed i suoi seguaci, Wolverine in testa, fedeli al concetto di tolleranza, si trovano ancora una volta a dover combattere contro l'ostile Magneto ed il suo esercito di mutanti ribelli che si è arricchito di una nuova terribile alleata: la Fenice Nera, la rediviva Jane Grey passata dall'altra parte della barricata...

Il terzo capitolo della celebre saga capace di intrattenere ma anche di regalare qualche spunto su cui riflettere, cede il testimone al sempre ottimo Singer per scegliere il mestierante Ratner.
Il risultato è interessante anche se non al livello dei due capitoli precedenti. Diciamo che Ratner è rimasto deliziato dall’estetica della messa in scena cercandolo e rendendola ancora più al passo con i tempi avvalendosi delle recenti e sorprendenti news in campo della c.g.
Ancora una volta il diverso, il nemico, è l’essere umano con la sua brama di potere e il suo voler controllare le vite mutanti e condizionarne le scelte. Paradossalmente nella nutrita schiera di personaggi in cui fanno capolino alcune interessanti novità (Angelo che per assurdo fa parte della prima squadra degli X-Men, oppure Bestia, anche lui tra i primi ad essere introdotto nella scuola di Xavier. Facendo attenzione al cambiamento dei tasselli e senza stare ad approfondire alcuni dialoghi davvero abbozzati alla veloce, rimane comunque un dignitoso film d’azione con momenti che decollano e altri che ne smorzano il ritmo.
E tu da che parte stai? Diventa la domanda finale e principale della pellicola, chiedendo ancora una volta ad ognuno dei protagonisti verso quale orizzonte vogliano muoversi, se il caotico calderone anarchico di Magneto oppure il pacifismo intellettuale di Xavier.

sabato 2 febbraio 2013

Taxidermia

Titolo: Taxidermia
Regia: Gyorgy Palfi
Anno: 2006
Paese: Ungheria/Austria/Francia
Giudizio: 4/5

Tre generazioni di una famiglia ungherese. La storia del nonno, capitano dell'esercito durante la seconda guerra mondiale, del padre, campione dell'ingurgitazione di dosi spropositate di cibo in tempi velocissimi e del figlio, imbalsamatore che lo accudisce dopo che il suo corpo ha assunto dimensioni spropositate...

Folle,perverso,malato e allucinato. Sì Taxidermia ci piace davvero tantissimo perché unisce la bizzarria con l’autorialità. Nella prima parte sembra quasi di vedere una sorta di Woyzeck più disturbato e che alimenta la sua solitudine con segoni e fiammate dall’uccello.
Grottesco, drammatico, estreme punte di body horror, non c’è nulla che si risparmia in questo film in cui le tre storie per quanto disperate sono profondamente intrinseche nella natura di ogni essere umano.
Ogni tanto la sceneggiatura cede ma solo in alcuni passi e richiede uno sforzo da non sottovalutare nel dare la giusta continuità tra le storie.
Una grande opera che arriva da un paese cinematograficamente quasi nullo come l’Ungheria, ma culturalmente molto valido così come l’importanza di risaltare alcuni aspetti della cultura ungherese all’interno del film descrivendo bene certe dinamiche.
Ci sono troppe scene cult e indimenticabili e questo è un elemento importantissimo nella memoria a breve termine di un cinefilo estremo come il sottoscritto.
Gli ultimi 10 minuti ad esempio solo solo organi. Poi ad esempio capisco dove si è ispirato Carpenter per il MOH nella scena dell’organo nella cinepresa, oppure il tipo con l’uccello in mano sputa fuoco o il padre ultra-obeso che si rifà anche lui ad altri film.
L’altro fattore importante sono gli intenti del film, mai da sottovalutare. Forse nessuno conosce Palfi ma entrando dentro le storie se ne intuisce il peso drammatico a pari passo con la messa in scena estrema nei punti che va a toccare.
Quando una cosa ti repelle ma ti affascina allora è bene.
Il cinema di Palfi, finalmente anche l’Europa dell’Est comincia a sparare i suoi colpi maestri, è grottesco e disgustoso fino alla provocazione, mischia eccellezza e ricercatezza tecnica con contenuti eufemisticamente disturbanti, oltreché critici nei confronti delle estremizzazioni che sporcano il genere umano contemporaneo. Un film forse per pochi ma necessario!