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sabato 8 giugno 2019

Proprietà privata


Titolo: Proprietà privata

Regia: Joachim LaFosse
Anno: 2006
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Thierry e François sono gemelli eterozigoti e vivono in un vecchio casale di campagna con la madre Pascale, separata e animosa col padre risposato dei suoi figli. Madre e figli sembrano convivere serenamente fino a quando Pascale, innamoratasi del vicino di casa, decide di mettere in vendita l'immobile e andare a vivere con lui. Thierry, fortemente contrariato, ostacola la relazione della madre e la sua balzana intenzione di vendere. Frustrata e incapace di sostenere le pressioni del figlio, Pascale parte. In sua assenza la situazione familiare esplode e Thierry e François finiranno col farsi male.

LaFosse è un regista belga impegnato di quelli che amano buttarsi su storie sul sociale.
Drammi che parlino di crisi economiche, coppie a pezzi, insomma uno a cui piace osservare e monitorare i fatti sociali che più ci rappresentano in questa società capitalista.
Proprietà privata è un ottimo esordio con un cast importante che sigla parte dei risultati funzionali della pellicola (la Huppert è sinonimo di garanzia oltre ad essere una delle attrici più dotate di sempre) tessendo apparentemente un nucleo familiare nemmeno così distante dalla realtà, anzi, ma tagliandone il cordone ombelicale (la madre) per vedere fino a che punto è possibile una comunione. Egoismi familiari, conflitti, l'importanza di avere un nucleo familiare compatto e almeno un genitore di riferimento, la vitale ribellione al soffocante giogo materno e sociale e per finire un matrimonio a pezzi.
C'è tanta carne al fuoco nell'esordio del regista che riesce a sistemare tutto in modo preciso, perdendo solo qualche volta di vista l'obbiettivo per rincorrere alcune sotto trame ma rimanendo sempre fedele agli intenti di base.
E'un buon cinema il suo che tenderà a maturare col tempo fino ad arrivare a drammi contemporanei meno complessi come temi portati alla luce ma ancora più lucidi nella loro analisi come l'ottimo film passato in sordina Economie du Cople




mercoledì 5 giugno 2019

Zombie self defence force


Titolo: Zombie self defence force
Regia: Naoyuki Tomomatsu
Anno: 2006
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

L'onda di radiazioni irradiata da un UFO schiantatosi ai piedi del Monte Fuji resuscita i morti in tutta la regione trasformandoli in famelici zombies. Un gangster eliminato da uno yakuza, un suicida ed una donna incinta uccisa accidentalmente dal suo amante durante un alterco violento sono i primi morti viventi che diffondono il contagio azzannando chiunque attraversi il loro cammino. Un gruppo di soldati presente nella zona per una esercitazione impugna le armi contro le mostruose creature per proteggere una scolaresca in gita, salvare la propria pelle e l'intero paese. Gli zombies cadono sotto i colpi delle armi da fuoco o sono smembrati e decapitati da lame affilate, ma i nemici più insidiosi sono il feto della donna incinta che si è tramutato in un ferocissimo mostriciattolo sgattaiolante ed il mummificato eroe della seconda guerra mondiale venerato dagli abitanti come una divinità nazionale. Tra i militari, c'è anche un cyborg costruito in via sperimentale da una equipe di folli scienziati che sogna di creare un esercito di soldati imbattibili per vendicare in futuro la sconfitta subita per mano degli americani. Al termine della lunga battaglia, i dischi volanti tornano a volteggiare nel cielo profilando un nuovo pericolo...

Come per il j-horror e il sotto genere Dnotomista parliamo del "Nihozombie" in cui gli ingredienti sembrano unire elementi del cinema low budget a sotto generi con precise connotazioni cinematografiche dal trash, weird, erotico, commedia, ironico, zombie, invasioni aliene, splatter, gore, arti marziali etc. Tutto questo mischiato assieme in un gruppo di film che negli anni da parte di un certo pubblico hanno saputo diventare dei piccoli cult.
Parlo ovviamente di HIGH SCHOOL GIRL RIKA:ZOMBIE HUNTER, GIRLS REBEL FORCE OF COMPETITIVE SWIMMERS e JUNK.
La lista è ancora più fitta ma diciamo che questi sono i pezzi forti, quelli che con diverse difficoltà hanno oltrepassato il confine per giungere fino a noi sottotitolati.
Tomomatsu purtroppo ha diretto solo tre pellicole con cui l'ultimo più famoso facente parte del sotto genere Dnotomista conferma la sua passione per gli eccessi.
Infatti come per gli altri suoi film eccetto il primo, si riconferma una vena spiccata per lo splatter gore dove seppur il budget è limitato, i nipponici confermano di non fermarsi di fronte a nulla anche a ridosso di problematiche difficili da dimenticare (un set imbarazzante e alcune scenografie da capogiro). Il regista dimentica quella pacatezza che avvolgeva l'atmosfera del suo esordio per buttarsi su una galleria di scene gratuite e per certi versi tragi comiche dove purtroppo l'esito è l'assenza di violenza (non accenna mai a prendersi sul serio) e un cast composto da un gruppo di persone che fallisce miseramente il compito di portare un minimo di tono all'intera vicenda.



lunedì 3 giugno 2019

Arrivederci amore ciao


Titolo: Arrivederci amore ciao
Regia: Michele Soavi
Anno: 2006
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Giorgio è un terrorista di sinistra condannato all'ergastolo e rifugiato in un avamposto guerrigliero nel Centro America. Nel 1989, col crollo del muro di Berlino e successive smobilitazioni, Giorgio decide di rientrare in Italia ma soltanto per tornare ad essere un uomo normale. Consegnatosi alla polizia italiana, come da copione e su suggerimento del vice questore della Digos, Anedda, l'ex-terrorista "canta", rivelando i tanti nomi dei suoi vecchi compagni. Scontata una pena minima in carcere, il Codice Penale prevede cinque anni di buona condotta per ottenere la riabilitazione e Giorgio la vuole ad ogni costo e con ogni mezzo. La strada verso la reintegrazione sociale abbatterà vite colpevoli e innocenti. Giorgio non ripara, non risarcisce, non si pone interrogativi morali e i suoi delitti restano senza castigo

Soavi è uno dei registi contemporanei più interessati e capaci sul territorio.
Bastano pochi film per capire che il regista nostrano abbia i numeri come Dellamorte dellamore
In questo caso particolare parliamo di un film molto complesso che deve dalla sua una scrittura che ha avuto diverse mani da cui trarre materiale del romanzo di Massimo Carlotto che non ho letto.
Mi ha ricordato per certi versi nella messa in scena il film di Incerti Complici del silenzio
Soavi continua a prediligere il cinema di genere inserendo tutto il suo cinismo e la sua violenza all'interno della pellicola, facendo fare i salti mortali ad un cast funzionale dove Boni può togliersi le catene e urlare tutto il suo disagio espresso con la sua carica fisica ed emotiva.
La volontà e il bisogno di fare cinema per Soavi si vede fin dalle prime inquadrature per un autore purtroppo relegato ad essere un mestierante per fiction italiane imbarazzanti dove l'esperienza si nota subito. Qui gli esiti estetici sono per fortuna meno televisivi rispetto alla porcheria che gli tocca girare per la Rai, come addetto ai lavori, cercando di andare oltre, sovvertendo le regole dell'appiattimento stilistico e cercando di osare qualcosa di nuovo che il nostro cinema sembra aver dimenticato.



martedì 30 aprile 2019

Inside Man


Titolo: Inside Man
Regia: Spike Lee
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo dichiara, faccia sullo schermo, occhi puntati verso lo spettatore, che farà una rapina straordinaria. Una super-rapina. Roba da film. Dice di essere un "grande", d'averla progettata per bene, nei minimi particolari. Perché lo fa? Perché lo sa fare...

L'heist movie è un sotto genere abbastanza insolito per l'outsider americano. A dire il vero sembrerebbe in tutto e per tutto un film su commissione se pensiamo alle solite tematiche dell'autore come il razzismo, le differenze culturali, etc. In realtà il film in questione al di là dell'innegabile mano dell'autore che riesce a mettere in scena diverse storie, è quello di aver ancora una volta inserito una polemica mica da ridere chiamando in causa proprio la comunità ebraica.
Anche se è facile prendersela con ebrei e nazisti (un espediente che assicura sempre un certo successo) in questo caso la polemica è proprio sui banchieri ebraici e la responsabilità di alcuni di loro ad aver aiutato le SS a trovare e nascondere i beni preziosi di importanti e ricche famiglie ebree durante l'Olocausto.
E'così tutto il mistero del film, tutta la suspance che crea il leader della banda Clive Owen inseguito dal detective Washington, dal poliziotto Dafoe e dall'avvocato Foster diventa presto una corsa a difendere i propri e gli altrui interessi, dove in realtà a nascondersi sono proprio quelli che non ti aspetti in un film molto pianificato che cerca come un conto alla rovescia di incastrare tutto a meraviglia riuscendoci anche se con qualche forzatura e puntando tutto sul climax finale dove gli interessi del ladro non coincidono cn il denaro come qualsiasi rapina farebbe credere..



mercoledì 6 febbraio 2019

Pelicula para no dormir-Cuento de navidad


Titolo: Pelicula para no dormir-Cuento de navidad
Regia: Paco Plaza
Anno: 2006
Paese: Spagna
Stagione: 1
Episodio: 4
Giudizio: 3/5

Un gruppo di amici giovanissimi trova in una buca una donna vestita da Babbo Natale: è una pazza pericolosa evasa da una prigione, responsabile di una rapina. I bambini promettono di liberarla solo se lei consegnerà loro il denaro ancora in suo possesso, ma le cose non andranno esattamente come previsto

Ancora una volta viene indagato l'animo umano. Qui il tema è legato ai bambini quando si pensa che siano tutti piccoli e innocenti, ma quando il cinema e la cronaca spesso ci hanno fatto intravedere altro.
In più il tema del gruppo, dove si fa largo il concetto di normalità che tanto piaceva a Matheson, per cui la normalità è un concetto di maggioranza, quella di molti e non di uno solo.
Qui si presta perfettamente scherzando con il tema del Natale, rendendolo ancora più sporco e cattivo, quando dovrebbe riportarci a episodi di bontà e dolcezza, contando che la vittima non solo è vestita da Babbo ma è anche donna e vedere il modo con cui questo gruppo di bambini si divertono a torturarla è impressionante.
Ovviamente Plaza, uno dei registi che più farà discutere in futuro, raccoglie e prende tutto il possibile da un'idea come questa, cercando di regalare preziosi particolari, trovando un ritmo interessante e giocandosela bene con il cast di giovani attori.
I ragazzi abituati a vedere attraverso lo schermo sembra che perdano la sensibilità con ciò che avviene nel presente con persone "reali" e non mostri "irreali" come nel film "Invasione Zombie".
Questo il regista lo capisce e riesce a trasmetterlo bene.

Peliculas para no dormir-La culpa


Titolo: Culpa-Peliculas para no dormir
Regia: Chicho Ibañez Serrador
Anno: 2006
Paese: Spagna
Serie: 1
Episodio: 2
Giudizio: 3/5

Una ginecologa invita una sua amica infermiera e la figlia ad alloggiare da lei. In cambio, la donna l'aiuterà nel mestiere di abortista.

Finalmente dopo anni di inattività, torna chiamato da Fernandez, uno dei registi che ci ha regalato in passato, un cult pazzesco ancora adesso in grado di mostrare tutto il suo orrore.
La culpa è un thriller vecchio stampo con tanti riferimenti ai vecchi horror di genere che hanno il tema della casa, di questa grossa mansione che piano piano mostrerà tutte le sue crepe a partire dalla co-protagonista, fino al climax finale che salva l'episodio in corner.
Una struttura che risulta solo a tratti macchinosa e in cui fin da subito è chiaro l'intento di Ana, invitando a stare in casa con la figlia la bellissima Gloria con più di un intento alla base che risulterà misterioso per lo spettatore.
Il pregio del film è che quando sembra aver preso una strada, la regia depista lo spettatore portandolo da tutt'altra parte e questo elemento che però va anche detto, non sempre la sceneggiatura riesce a gestirlo come dovrebbe e il risultato è funzionale ma finisce lì.
Serrador apre alcune porte che sappiatelo non daranno alcuna risposta, il che dal momento che succede più di una volta, rischia di dare pure parecchio fastidio.



Peliculas para no dormir-Habitacion del nino


Titolo: Peliculas para no dormir
Regia: Alex de la Iglesia
Anno: 2006
Paese: Spagna
Serie: 1
Episodio: 2
Giudizio: 4/5

Una giovane coppia con figlioletto al seguito va a vivere in una nuova casa, ma la loro tranquillità (soprattutto quella del marito) sarà presto insidiata da una misteriosa figura che sembra voler rapire il bambino…

Alex de la Iglesia è sempre adorabile per diversi motivi. Prendendo ad esempio questo progetto, probabilmente tra i migliori dei 6, il regista spagnolo inserisce tutti i suoi aspetti peculiari.
Ironia, grottesco, azione, sangue, conflitto, trappoloni, per arrivare al climax finale in cui lo spettatore è disperato quanto il protagonista e nonostante le scene assurde continua a empatizzare per e con lui. Il film parte prendendosi tutto il tempo rimanendo però sintetico quanto basta per non ripetersi mai. I doppi sensi e la possibilità di creare il dubbio dove non c'è da situazioni di apparente normalità è uno dei suoi strumenti più efficaci e in questo caso riesce in maniera molto disinvolta, soprattutto con il cast, a rendere questo fattore ancora più realistico.
La location, l'uso delle telecamere (ed era uno dei primi a sfruttare questo sistema di video sorveglianza sui bambini), l'amore e il rapporto di coppia, le paranoie e le allucinazioni e infine la chiave di svolta che chiude bene una storia che non butta via nulla, ma che anzi dimostra enorme padronanza dei mezzi e della narrazione.
In più Iglesia è uno sempre in grado di spiazzarti con continui colpi di scena, slittando tutte le facilonerie, per cercare di rendere la struttura complessa, ma realistica sotto gli aspetti che lo consentono.

Peliculas para no dormir-Regreso a Moira


Titolo: Peliculas para no dormir-Regreso a Moira
Regia: Matteo Gil
Anno: 2006
Paese: Spagna
Serie: 1
Episodio: 6
Giudizio: 3/5

Tomás, un uomo di mezza età, scrittore di successo, ha passato gli ultimi quarant’anni della sua vita vivendo all’estero: tornato a casa, dovrà fare i conti con i fantasmi del suo passato, tra cui Moira, la misteriosa donna della quale si innamorò quando era ragazzino…

Dei sei episodi, Regreso a Moira, pare quello che più si accosta al genere melò, trovando però una venatura tutta sul thriller che rischia di cadere nel tragico senza farsi mancare fantasmi, case abbandonate, etc.
In parte è così, in parte c'è un duo poi un trio a disegnare un triangolo amoroso dove per forza alla fine qualcuno patirà le conseguenze.
Gil, sceneggiatore di Amenabar, parte subito dalla ricostruzione, dall'ambientazione, la fotografia che sembra illuminare qualcosa di antico, una relazione proibita e che in quanto tale, genera fin da subito delle conseguenze inattese e degli effetti perversi.
Un episodio nostalgico basato sui ricordi, sulla memoria, sulle scelte sbagliate e i rimpianti.
Forse l'unico episodio a far vedere una scena di sesso e forse l'unico a non scegliere pedestremente l'horror, preferendo sviscerandone alcuni sotto temi, per creare una storia che appare come la più distante dalle altre, ma allo stesso tempo, forse tra le più misurate nel contenere i propri eccessi e lasciando così che la verosimiglianza di alcuni aspetti prenda vita su grande schermo.





mercoledì 23 gennaio 2019

Peliculas para no dormir- Para entrar a vivir



Titolo: Peliculas para no dormir- Para entrar a vivir
Regia: Jaume Balagueró
Anno: 2006
Paese: Spagna
Stagione: 1
Episodio: 5
Giudizio: 3/5

Una coppia di giovani, attirata dal basso costo, visita un appartamento per valutarne l'acquisto: fin dall'inizio appare chiaro che l'offerta è una bufala, ma l'agente immobiliare, che insiste perché considerino i vantaggi, nasconde ben di peggio in quel condominio.

Nel 2006 complice il successo di una serie come MASTER OF HORROR e in misura minore FEAR IT SELF, in Spagna cercarono di fare un'operazione simile dando carta bianca a sei registi diversi ma noti nel panorama per siglare sei episodi di un'ora circa.
Una produzione che fin da subito dimostra i suoi punti di forza e di come, pur avendo evidenti limiti di budget rispetto agli americani, non sfigura affatto. Anzi.
Questo episodio ha tanti difettucci, la storia in parte è stra-abusata, alcuni colpi di scena risultano piuttosto telefonati e il finale è prevedibile, ma ciò che conta è la messa in scena, di come Balaguero che poi a breve girerà REC, dimostra di saper usare la macchina all'interno del palazzo in modo molto astuto e infatti il primo atto, dove non succede quasi nulla, ma la suaspance sale, è la parte migliore a differenza della escalation splatter e gore del finale.
Strizzando l'occhio a A l’interieur, il risultato rimane più che discreto senza parlare di un cast che inquadra perfettamente i personaggi, senza indagarne troppo la psicologia, ma rendendoli funzionali.

venerdì 12 ottobre 2018

Camping Jesus


Titolo: Camping Jesus
Regia: Becksy Fisher
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un documentario su un campus estivo per bambini "Kids On Fire School of Ministry" della comunità evangelica americana

Un fatto sociale inquietante.
Gli Evangelisti si stima che siano circa 80 milioni negli U.S.A, circa un quarto della popolazione totale
Camping Jesus è un horror travestito da documentario che parla di integralismo religioso.
E lo fa bene. Basta guardarlo. Sono le immagini che evocano più di qualsiasi scenario le gesta e la sofferenza di alcuni giovani protagonisti costretti a esprimere il loro amore per Gesù e la sofferenza per i sensi di colpa in maniera davvero drastica e spaventosa.
Tutto è ambientato all'interno di questo campus estivo del Nord Dakota riservato a bambini e ragazzi facenti parte della comunità evangelica americana. Questo campus è diretto da Becky Fischer, una predicatrice evangelista, un'obesa che manipola i bambini a cui viene fatto il lavaggio del cervello. Nè più nè meno e i messaggi nonchè i contenuti eviscerati da questo campus dell'orrore trattano argomenti in maniera anomala e controcorrente come ad esempio il discorso anti-ecologista "Cristo sta per arrivare a salvarci e ci porterà con lui, quindi perchè perdere tempo nella salvaguardia del nostro pianeta? Sfruttiamolo il più possibile!"
Oppure il fatto che questi bambini non vengono mandati a scuola, tanto meno in quelle pubbliche dove "si insegna che siamo degli animali". Vengono educati a casa, con libri di scienze creazionisti.
E dulcis in fundo viene loro inculcata l'importanza della guerra, delle armi, Bush diventa il loro leader e viene loro inculcata la militarizzazione.
Viene descritto l'aborto come omicidio, e gli vengono consegnati delle piccole figure antropomorfe con la loro età dalla creazione della cellula uovo.
Insomma un orrore dopo l'altro in cui questi poveri bambini devono provare la sofferenza che ha provato il loro leader cadendo spesso in trance mentre pregano o piangendo l'uno con l'altro come se l'apocalisse diventi davvero il loro unico grande obbiettivo
Dopo la release del documentario Becky Fischer ha deciso di chiudere il campus, per paura di ritorsioni. Insomma, missione compiuta anche se la felicità e il benessere legato a questi bambini resta un fatto imprescindibile.


lunedì 10 settembre 2018

Blood tea and red string


Titolo: Blood tea and red string
Regia: Christiane Cegavske
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Gli aristocratici Topi Bianchi commissionano alle popolane Creature-che-vivono-sotto-la-Quercia la realizzazione della bambola dei loro sogni. Quando l'opera è completata le Creature si innamorano della bambola, rifiutandosi di consegnarla. I Topi decidono allora di optare per il rapimento: alle Creature toccherà così avventurarsi in un viaggio fantastico popolato di incontri alla ricerca della loro amata.

La fiaba per adulti firmata in stop-motion dalla regista di Portland ha richiesto qualcosa come 13-15 anni per vederla realizzata. Un'opera immensa permeata da un'atmosfera esoterica, una colonna sonora sconvolgente e con tante melodie che sembrano uscite da culti pagani sconosciuti.
Cegavske crea una sua personale e surreale giostra di personaggi zoomorfi, piante, fiori, e ovviamente una bellissima bambola da cui come per l'arrivo di una donna pura e immacolata si crea lo scontro in cui le creature che vivono sotto la terra non solo non vorranno più separarsene ma arriveranno a trattarla come una dea crocifiggendola alla quercia in cui abitano.
La storia narra della lotta, all’ombra della Grande Quercia, fra il dispotico topo bianco dagli occhi rossi e i sui sudditi, uno strano incrocio fra pipistrelli, corvi e scoiattoli, per il possesso della bambola creata da questi ultimi.
Una fiaba magica, simbolica e oscura priva di dialoghi che segna un altro passo importante nell'underground dell'animazione.
Come dicevo al di là dello stile è la colonna sonora a farla da padrona con la partitura musicale composta ed eseguita da Mark Growden che non solo accompagna questo inquietante e meraviglioso sogno animato ma lo fa dandogli ancora più risalto in moltissime scene madri.
Blood tea and red string dovrebbe costituire il primo capitolo di una trilogia ancora in corso d’opera, della quale per il momento esiste solo la seconda parte intitolata SEED IN THE SAND.
Christiane Cegavske possiede un immaginario decadente, carico di simbologie e archetipi ancestrali, che richiamano l’Alice di Lewis Carroll, Alan Moore, i racconti di Angela Carter, tanto Svankmajer e sono intrisi di un mondo fiabesco delicatamente inquietante, fatto di tassidermia, merletti e porcellane.
Le sue creature animate non possono non far pensare alle opere dell’imbalsamatore vittoriano Walter Potter, complessi diorami composti con tanti animaletti vestiti minuziosamente e sistemati in posa tra i banchi di scuola, attorno a un tavolo, o assiepati allo sposalizio di due gattini.
Un cult imperdibile per gli amanti del buon cinema.

domenica 22 aprile 2018

Slither


Titolo: Slither
Regia: James Gunn
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un piccolo asteroide cade nei pressi di una cittadina americana: ospita una creatura mostruosa che per crescere e riprodursi deve essere incubata da un corpo umano, corpo che stavolta ha le non troppo rassicuranti fattezze del redivivo Michael Rooker. Il contagio si diffonde e gli "eroi per caso" della situazione devono cercare di scappare dalla città. Ma non sarà facile...

Slither è un piccolo cult. Trasgressivo, accattivante pieno di ritmo, di trovate, di mostri memorabili e soluzioni tragicomiche. Un grande intrattenimento che mischia trash, weird, grottesco, splatter, qualsiasi cosa purulenta e una sovraesposizione di gore. Gunn tira fuori un film veloce, dinamico, perfettamente bilanciato e studiato nella struttura che gode e si avvale di un montaggio che non lascia mai un momento morto. Sicuramente uno degli horror più interessante degli ultimi anni che mi spiace aver recuperato solo ora. Gunn conferma il suo talento arrivando dalla scuola Troma e si vede eccome anche se il film riesce a virare anche in siatuzioni molto più complesse chiamando in cattedra Lovecraft e Yuzna.
Un film che nelle sue numerose citazioni sembra voler omaggiare quel blood & gore degli anni '80, di quegli horror estremi e ipertruculenti ormai non capita più di vedere oppure vengono esageratamente devastati dalla c.g che appare fasulla e controproducente. Qui invece si respira proprio quel marciume che risuciva ad infastidire a far provare quel senso di schifo che Michael Rooker indossa alla perfezione. Un ultima nota sull'inizio che già determina un punto in avanti nella scrittura con il vecchio pieno di soldi che sposa la giovane gnocca della città che tutti si vorrebbero fare ma che invece possono solo restare a guardare. Un inzio già col botto.

mercoledì 15 febbraio 2017

Gradiva

Titolo: Gradiva
Regia: Alain Robbe-Grillet
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Uno studioso di Delacroix di nome John Locke si reca a Marrakesh per tentare di risalire alle ragioni della sua svolta pittorica, testimoniata dai "Carnets du Maroc", di cui però soltanto quattro sono giunti fino a noi. Nell'appartamento che divide con la sua schiava penetrano personaggi di ogni tipo, capaci di farlo entrare in una pericolosa spirale di sesso e allucinazioni.

Che strano film questo giallo, questo viaggio nella mistery franco-marocchina con ventate di cinema di altri tempi e un'amore infinito per le Mille e una Notte e il cinema erotico. In Gradiva il fascino e l'amore per l'Oriente sono una costante con cui il regista non può fare a meno di confrontarsi.
Un indagine lenta, onirica, inquietante e allo stesso tempo romantica come un viaggio alla scoperta del piacere e di ciò che può apparire e risultare scontato solo all'apparenza.
Un'opera che sembra un dipinto, forse troppo intellettualmente ricercata, in momenti dove non sempre si riesce a sposare alla perfezione con la fotografia del film, quadri e opere per una galleria di immagini potente e suggestiva abbracciando il bondage e le pratiche di sesso estremo.
Alcune location sono di una struggente bellezza guidandoci attraverso giardini incantati e castelli che sembrano nascondere all'interno tanti gironi infernali in un'esperienza che abbraccia la realtà, la fantasia, il sogno e la veglia confondendo lo spettatore e rimescolando in crescendo fino ad arrivare al climax e all'estasi finale, all'eccitazione dei sensi. Carnalità e trascendenza, violenza e tenerezza si alternano nella coscienza di John Locke in un film d'altri tempi con una piccola critica concernente gli intenti che in alcuni momenti decollano per traiettorie surreali e metafisiche.
L'amore per un'ideale di donna, che ricopre tante sembianze e sembra essere a tutti gli effetti una dea diventa un viaggio interiore ed esteriore anomalo quanto ambiguo come appunto diversi personaggi che il nostro John Locke incontrerà nella sua ricerca.




mercoledì 25 maggio 2016

Miami Vice

Titolo: Miami Vice
Regia: Michael Mann
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dopo il fallimento di un'operazione che ha portato alla morte di tre agenti, i detective Rico Tubbs e Sonny Crockett s'infiltrano in un traffico di armi e droga che fa capo a un pezzo grosso della mala ispanica.

Mann si riconosce subito. E'una garanzia e tutti i suoi film sono quasi sempre dei capolavori.
Miami Vice non fa eccezione. Cool e intelligente, raffinato e violento, elegante e sporco allo stesso tempo. Contrasti che appaiono e scompaiono come i volti dei due protagonisti e il colore della pelle. Loro come anche dello spagnolo Luis Tosar e della bella Gong Li.
Uno degli elementi ancora una volta affascinanti è come sempre la fotografia che riesce a sporcare e rendere inquietanti alcune importanti città.
Gira con un digital impressionante che non si stacca mai dai personaggi e riesce a farci entrare ancora di più all'interno della storia. La scrittura è complessa, tante situazioni e nomi da gestire molto in fretta, diventando complessi e a volte si rischia di perdersi qualche pezzo per strada.
Le gesta di Sonny e Rico sono incredibili, si spostano velocemente usando qualsiasi mezzo e cambiando città e paese in tempo record.
Sembrano in grado di poter fare qualsiasi cosa dimostrando di superare per intelletto gli stessi capi che gli dirigono. In 134' Mann decolla senza fermarsi mai e senza tante sparatorie, ma quelle che ci sono come sempre portano un marchio di qualità in più, riuscendo a creare ritmo e azione senza mai fermarsi.




mercoledì 18 novembre 2015

Paris Je T'aime

Titolo: Paris Je T'aime
Regia: AA,VV
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Il film è composto da 20 corti di cinque minuti dedicati ai venti arrondissement di Parigi.

Raggruppate un regista per ogni arrondissement e chiedetegli di raccontare in cinque minuti ciascuno una storia d'amore.
"Ci vuole un grosso talento" ha detto alla conferenza stampa il regista Alfonso Cuaron "per riuscire ad annoiare il pubblico in cinque minuti".
Venti incontri d’amore in altrettanti luoghi topici di Parigi, facendo un mix di generi e chiamando a raccolta alcuni registi tra i più importanti a livello internazionale e ovviamente non facendosi mancare nulla circa gli attori
Questa è stata la sfida accolta e portata a termine per questo interessante progetto che prenderà di mira successivamente anche New York e Shangai.
L'inno all'amore di Parigi non è un film collettivo ma un film corale.
Come tutti i film corali ha i suoi alti e bassi. Alcuni riescono in poco tempo a dare un quadro appassionante di uno spaccato di realtà fresco, romantico e appagante, mentre altri fanno più difficoltà pur disponendo di alcuni validi attori e risultando non sempre godibili.
L'amore dicevo prima, visto sotto molti aspetti e prospettive diverse, passa attraverso lenti diverse da quello per la propria moglie/marito, a quello per una ragazza, per la propria famiglia e infine per la stessa capitale francese.
Il film o forse sarebbe meglio dire l'omaggio che viene fatto, è un modo per creare e dare sempre svariati punti di vista diversi, immergendoli nel colore o sottolineandone altri aspetti legati alla tecnica, come qualcuno a fatto o semplicemente ad un dialogo in un ristorante o un piccolo esercizio di stile.
Vampiri, mimi, anziani, omosessuali. A tutti è concesso amare ed essere amati.

Ricordo tra i corti più interessanti quelli di Tywker, Natali, Van Sant, Coen, Chomet, e Assayas.

domenica 30 agosto 2015

Children of Men

Titolo: Children of Men
Regia: Alfonso Cuaron
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

2027. In un futuro non troppo distante, in cui il mondo non può più procreare, l'Inghilterra rimane unica zona franca, per non confrontarsi con le guerriglie urbane. Theo, rapito da Julian, una donna attivista amata in passato, ha una grande responsabilità. Dovrà condurre salva una giovane donna fino a un santuario sul mare, e dare la possibilità al mondo di evitare l'estinzione.

Cuaron è tra i registi messicani più famosi e importanti della sua generazione.
E'partito con alcuni film davvero insulsi prima di arrivare al successo con il capitolo più dark di HARRY POTTER E IL PRIGIONIERO DI AZKABAN e conquistarsi così i crediti delle major che hanno scommesso su di lui dandogli la possibilità di girare due interessantissimi film come CHILDREN OF MAN e GRAVITY.
Ora c'è da vedere se il successo riuscirà a mantenere un saldo equilibrio con una buona filmografia, elemento che spesso e volentieri sfugge appena si valica la porta delle major hollywoodiane o si raggiunge l'olimpo delle star.
I pregi del film sono davvero tanti dalla scelta del cast multietnico, alle location, allo scenario di un futuro veramente credibile e tra i più reali visti nel cinema, al ritmo sempre travolgente, ai colpi di scena e ad alcuni dialoghi scritti da dio.
Pochissimi invece gli elementi che non funzionano o che lasciano pensare ad un inserimento delle major per rendere più fluida la trama e apportare alcuni stereotipi di genere.
Addirittura la storia d'amore quasi non c'è in senso figurato mentre è palese negli intenti e nella metafora generale intessuta nell'anima del film. Un'idea, tra le altre cose che pone parecchie domande e riflessioni e che lascia perplessi soprattutto contando la natura degli eventi e il soggetto accattivante e originale di P.D.James.

Il cinema di fantascienza come spesso capita, diventa un alibi per qualcosa di più articolato e complesso, dove il futuro è solo una convenzione come nel grande cinema SFX.  

lunedì 2 marzo 2015

Tekkonkinkreeet

Titolo: Tekkonkinkreeet
Regia: Maikeru Ariasu aka Michael  Arias
Anno: 2006
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

La città del tesoro è un luogo dove la pace si alterna alla guerra. I due eroi protagonisti, Black e White, due fratelli cresciuti in strada, cercheranno di difendere il bene dai continui attacchi criminali degli yakuza.

Come mi era capitato di vedere nell’ottimo e anarchico AACHI AND SSIPAK, lungo d’animazione coreano del 2006, anche qui si racconta di una coppia di amici.
Bambini, emarginati, costretti a vivere di stenti nell’isola dei tesori in un futuro non meglio precisato con alcune atmosfere ipnotiche e surreali.
Prima di tutto il nome. Ariasu in realtà è Michael Arias, regista californiano trapiantato a Tokyo, che gira un altro adattamento di un manga famoso.
Tekkonkinkreet cerca continuamente di scatenare azione e colpi di scena, manifesta molti spunti notevoli sia visivamente che a livello di contaminazione di stili e generi, dimenticando però, alle volte, in modo piuttosto discontinuo, una trama che non riesce ad essere così incisiva.

Quello che ancora una volta convince di più è lo stile, il character design che unisce volti nipponici androgini e corpi dalle fattezze più occidentali. Come d’altronde era già stato fatto in passato, in modo da poter creare una contaminazione diversa e affascinante, così come gli elementi più belli del film, le sequenze oniriche in cui soprattutto quella finale,lunghissima e psichedelica, è il momento in assoluto migliore di tutto il film. 

venerdì 20 febbraio 2015

Racconti da Stoccolma

Titolo: Racconti da Stoccolma
Regia: Anders Nillson
Anno: 2006
Paese: Svezia
Giudizio: 2/5

Quando scende la notte Stoccolma si scopre intollerante e violenta. Dentro le case e fuori, sulle strade, esplode l'odio incontrollato di padri, mariti, fratelli. In una di queste notti si incrociano i destini di Leyla, figlia di una numerosa famiglia mediorientale, cresciuta secondo un rigido codice morale e religioso, Carina, madre generosa e giornalista di talento, umiliata dalle parole e dalle percosse di un marito meschino e geloso, e Aram, giovane proprietario di un locale, innamorato di uno degli uomini della sicurezza. Con modi e tempi diversi, Leyla, Carina e Aram impareranno a difendersi e a reagire ai soprusi. Il mondo è duro con tutte le donne che cercano di adattarlo alle proprie esigenze e alle proprie inclinazioni invece di lasciarsi condizionare dai genitori, dai mariti, dai fratelli o dalla persona amata. 

Che la violenza è una delle cose nascoste fin dalla creazione del mondo c’è lo diceva Rene Girard, probabilmente il massimo studioso mondiale sul tema. 
Ora che la violenza è presente anche in Svezia, non mi stupisce, mentre invece mi stupisce, purtroppo, l’analisi molto macchinosa e piena di elementi squisitamente già visti, con cui il giovane regista sceglie di narrare gli episodi drammatici.
E’ un film che in svariate scene e scelte, mostra purtroppo, una staticità e una ridondanza a sottolineare ed esplicitare alcuni particolari che secondo me andavano messi da parte per puntare verso altri settori. 
Da questo punto di vista ne esce un film che seppur tecnicamente ben fatto, appare insipido (potrebbe sembrare un paradosso vista la crudeltà intenzionale espressa dai personaggi in diverse scene) ma che manca “l’obbiettivo” di descrivere un malessere sociale presente ovunque.

Alla fine mostrando una violenza interna, annidata dentro la comunità come un male inestirpabile e incurabile, Nillson ci dice che non per questo è destinata ad avere il sopravvento sulle sue vittime, eppure, per qualche strana ragione, non sembra convincere la sua presa di posizione.

sabato 14 febbraio 2015

Dopo il matrimonio

Titolo: Dopo il matrimonio
Regia: Susanne Bier
Anno: 2006
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Jacob vive da molti anni in India, dove ha iniziato e abbandonato diversi progetti di volontariato, è stato lasciato dalla donna che amava e ha disperatamente tentato di sfuggire alla sua condizione di alcolizzato e dimenticarsi della sua anima perduta. Costretto a tornare in patria per ottenere una cospicua donazione che gli permetta di continuare a occuparsi dell'orfanotrofio dove si è ritagliato il ruolo di buon samaritano, Jacob ritroverà un pezzo del suo passato che inevitabilmente gli cambierà la vita.

Certo la Bier è una di quella registe da tenere sott’occhio per diversi motivi. A parte il fatto d’essere la regista più celebre della Scandinavia, sicuramente è una a cui piace raccontare piccole storie personali, tragiche e commoventi, che cercano sempre più di apportare alcuni importanti tasselli e soprattutto di convergere verso uno stile proprio riconoscibile dopo pochi film.
Con un cast notevole in cui brilla Mikkelsen e Lassgard, cambi di location, un’attenzione in particolare per gli sguardi e i silenzi che nascondono monologhi e forti sentimenti, la Bier ancora una volta con astuzia mischia le carte del melodramma per un’idea in realtà molto semplice e ingannatrice, con alcune forzature per dare maggior enfasi al climax finale del film.
Continua nella ricerca tra paesaggi e attori, il bisogno della regista di mostrare le incompatibilità umane, adulti che si comportano e atteggiano peggio dei figli, doppi giochi e una paura di perdere le persone care. Partendo e ritornando a Mumbai coi Sigur Ros, la Bier torna sui suoi temi cari allargandoli dalla paternità, alla famiglia, all’amore, alla responsabilità e infine il sacrificio ma interpretandolo in modo diverso e maturo, un elemento intrinseco nelle vite e nelle scelte di tutti.
E lo fa ancora una volta con quel suo stile teso, debitore in parte di una scuola europea del caro Lars, usando molto la telecamera a spalla con uno stile nervoso, che punta molto su primi e primissimi piani che rivelano difetti del volto e sentimenti pronti a esplodere.

L’elemento comunque che si apprezza di più e la scelta di puntare sui sentimenti senza però essere sentimentale e retorico, ma anzi a testa alta,  far vedere dei personaggi che nonostante gli errori e le scelte sbagliate, continuano a portare avanti i loro obbiettivi.

A soap

Titolo: A soap
Regia: Pernille Fischer Christensen
Anno: 2006
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Charlotte, 34 anni, è proprietaria di una clinica di bellezza. Un giorno decide di abbandonare il proprio compagno Kristian e di andare a vivere in un appartamento che conserverà l'aspetto della provvisorietà. Al piano di sotto abita un giovane transessuale che la donna conoscerà comprendendone i problemi.

A soap  è l’esordio alla regia della danese Christensen. Un film che inizia bene con una narrazione extradiegetica per nulla noiosa o fuori luogo che riassume gli eventi come se stesse introducendo un nuovo episodio di una soap opera (come da titolo del film) e che insieme alle note di musica classica ci fa presto scoprire i due personaggi su cui si dipanerà la storia.
E’un film molto classico che narra due vite parallele tra dolori, scelte da cui non si potrà tornare indietro e minestre scaldate che non riescono a convincere mai fino in fondo. 
Senza retorica e girato in pochi interni, il film è un concentrato di dialoghi che non risparmia niente di tutti i temi e le problematiche dei giorni nostri sui legami di coppia, ma anche sulla paura di amare il proprio corpo e di non sentirsi più desiderati. L’avvicinamento tra la forza di facciata di Charlotte, Trine Dyrholm bellissima e bravissima, e la fragilità apparente di Veronica, non lasciano spazio a retoriche, ma si studiano, si toccano e infine cercano di trovare una loro “equilibrata” armonia.
L’unico problema su cui il film inciampa in alcuni punti, è proprio quello di continuare a insistere sui dialoghi e infatti alcune sequenze appaiono di minor gusto, come gli incontri di Charlotte con Kristian, che hanno quel sapore di ripetitivo e monotono. 
E’un film che gioca continuamente tra gli eccessi di Charlotte e la delicatezza di Veronica.