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sabato 8 giugno 2019

Lost in La Mancha


Titolo: Lost in La Mancha
Regia: Keith Fulton, Louis Pepe
Anno: 2001
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel settembre del 2000, Terry Gillian avrebbe dovuto iniziare le riprese del film "The man who killed Don Quixote", una mega-produzione europea che raccontava le disavventure di un pubblicitario americano capitato, chissà come, nella Spagna del XVII secolo, ed assoldato da Don Chisciotte come novello Sancho Panza. Il film ebbe problemi fin dalla pre-produzione, e naufragò dopo soli sei giorni di lavorazione grazie ad un'incredibile concomitanza di eventi: un uragano che semi-distrusse le apparecchiature, problemi logistici sottovalutati e soprattutto una grave malattia che costrinse il protagonista Jean Rochefort a rinunciare all'impresa. "Lost in La Mancha" è un documentario che testimonia le disavventure occorse al vulcanico regista inglese: nato come innocente "making of", è stato successivamente rimpolpato con interviste, disegni ad hoc ed inserti video (memorabili le poche scene del "Don Chisciotte" che anche Orson Welles provò a girare, ma senza successo); il film, da semplice curiosità sul dietro le quinte di una lavorazione, diventa quindi un importante mezzo per comprendere la magia del cinema, le fatiche della sua realizzazione ed anche quel pizzico di genio e sregolatezza che si nasconde dietro ogni grande impresa.

I making of che poi diventano documentari non sono moltissimi soprattutto quando si parla di grandi registi per progetti prestigiosi. Quando in un'unica parola si arriva ad annusare l'atmosfera che può celarsi dietro un film maledetto e soprattutto dietro il talento di un grande regista come Gilliam allora l'interesse ad avvicinarsi ad un esperimento simile non può risparmiare nessun cinefilo.
Un regista pazzo, per tanti mestieranti, colleghi, produttori. Un personaggio complesso e difficile dal talento naturale innegabile e grande sognatore. Come tanti però è sempre stato molto disturbato nella sua iperattività. Questo segmento montato e filmato da alcuni suoi collaboratori da degli sprazzi importanti per cercare di capire la complessità alla base di alcuni progetti, la sfortuna (che seppur non esiste andrebbe coniata anche solo per i progetti dell'autore), la difficoltà di far girare la macchina cinematografica come si deve e infine la rinuncia, quella che fino alla fine viene scongiurata.
Un viaggio tutt'altro che lezioso o noioso ma invece un dietro le quinte che ci insegna le tante difficoltà logistiche e produttive. Questo folle miscuglio di scene rende perfettamente l'idea di come il cinema non sia quella macchina sempre facile, piena di soldi, con gli attori tutti posati e pronti a mettersi in mostra
Tanti i motivi che hanno concorso al disastro finanziario (32 milioni di dollari) e creativo: la troupe sparsa in giro per il mondo, l'assenza di reale comunicazione tra i vari elementi del cast, un nubifragio a inizio lavorazione, il male alla prostata del protagonista Jean Rochefort, che ha dovuto abbandonare il set, ma su tutto l'incapacità del regista di circoscrivere il suo estro, di dare una forma alla sua potente visione, di sfogare in modo costruttivo il suo ego. Un'ambizione smisurata che coinciderà anche con i suoi film successivi.

mercoledì 5 giugno 2019

Training Day


Titolo: Training Day
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jake Hoyt è un giovane poliziotto, idealista e di belle speranze, che è stato appena assegnato alla sezione narcotici del dipartimento di polizia di Los Angeles. Animato dal fuoco sacro della giustizia, Jake ha un solo giorno per dimostrare di avere la stoffa per quel lavoro. A giudicarlo è il sergente Alonzo Harris, veterano della sezione antidroga, che lavora da tredici anni nei quartieri più caldi della città, violente centrali di spaccio, animate da energumeni sudamericani a suon di rap e proiettili. Il problema è che la pratica con i criminali ha reso la pelle di Alonzo fin troppo dura. Muovendosi costantemente in bilico tra legalità e corruzione, il sergente trasforma il giorno di addestramento dell'ingenua recluta in un cinico e crudele gioco all'ultimo sangue. Dove solo i più forti vincono.

Il poliziesco, il buddy movie o buddy cops, è stato da sempre un genere molto saccheggiato nel cinema. Negli Usa in particolare dove sparare senza un preciso motivo è sempre stato motivo di dibattiti, il cinema dalla sua ha cercato di assorbirne i difetti sottolineando peculiarità ma anche disordini, giri di denaro, in almeno due parole: corruzione e razzismo.
Training Day nasce e cresce proprio per questo raccontando la storiella del poliziotto bianco che decide di diventare poliziotto per proteggere la comunità e si troverà a lavorare con l'anziano collega di colore che invece dopo anni ha cambiato intenti e segue le regole del profitto e del proprio tornaconto.
Girato con una grande capacità di renderlo attuale nelle scene d'azione, i meriti artistici e tecnici del regista superano decisamente quelli di scrittura con alcuni sotto passaggi lacunosi o incredibilmente macchinosi e telefonati.
L'addestramento e la strada come palestra, i codici criminali, le bustarelle e le maniere forti sono codici come riti d'iniziazione che in un modo o nell'altro sono destinati ad entrare nella vita personale di ogni agente sancendo una propria auto determinata morale, oppure accettando di rimanere intrappolati in un sistema dove si sceglie di diventare gregari del gruppo.
Una ventiquattro ore adrenalinica e violenta questa è la log line che il regista americano insegue e da cui viene travolto, mostrando ancora una volta i poliziotti più marci e corrotti dei delinquenti, e dove fare la cosa giusta ha spesso i contorni di un’azione sbagliata.
Nella visione manichea tra agenti buoni e cattivi, vittime e carnefici, tra bianchi e neri, a dettar legge, rimangono comunque gli intramontabili joint di Spike Lee

lunedì 24 dicembre 2018

Hannibal


Titolo: Hannibal
Regia: Ridley Scott
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sono passati sette anni dall'evasione del dottor Hannibal Lecter dall'ospedale di massima sicurezza per criminali psicotici e, mentre continua ad essere impegnata in operazioni di polizia, l'agente FBI Clarice Sterling non riesce a toglierselo dalla mente. Anche Mason Verger, magnate psichicamente instabile, non ha dimenticato Lecter: lui, vittima numero sei, è sopravvissuto, ma è rimasto orribilmente sfigurato. Deciso a vendicarsi e consapevole dia ver bisogno di un'esca, Berger cerca di mettersi in contatto con Clarice. Nel frattempo a Firenze, in Italia, anche l'ispettore Pazzi è sulle orme di Lecter, attratto dalla grossa taglia che Verger ha messo sulla sua testa, che risolverebbe ogni suo problema. Ma il serial killer non si farà sorprendere...

Hannibal è un film che nonostante sia uscito nel 2001 non mi ha mai incuriosito avendo amato, ma non alla follia IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI.
Un thriller commerciale tra i migliori di quel periodo a cui purtroppo questo sequel non riesce mai ad avvicinarsi pur avendo dalla sua un cast funzionale e Hopkins una spanna in più rispetto agli altri.
La Moore purtroppo non riesce a rendere quella maschera di paura che aveva la Foster, nonostante il focus sia tutto dalla parte di Lecter, Firenze riesce a dare atmosfera e arricchire la scenografia e le location magiche, lasciando stare il grigiore americano. Si mischiano le indagini, Fbi e ispettori locali si rincorrono con doppi giochi, dove Giannini è libero di fare ciò che vuole regalando una performance che non stona mai affianco agli attori americani (lo stesso non si può dire per altri attori italiani).
Un'indagine molto complessa, uno schema quasi corale con tanti personaggi, forse troppi, nuove sotto storie, villain e innocenti come prede e carnefici in un thriller che aggiunge tanto sangue e scene di tortura ma che alla fine sembra non dire e concludere nulla.
Per certi aspetti sembra quasi farsi beffe della precedente indagine contando che alcuni movimenti e carneficine di Lecter sono quanto di più distante dalla realtà, elemento che Demme nel film precedente cercava di non dimenticare mai.
Dall'altra parte la narrazione non riesce ad avere quella tensione del predecessore andandosi spesso a stemperare e cambiando percorso quasi a ritroso diventando un mix di generi che a volte non riesce a lasciare il segno. Troppe sono le dilungazioni a partire dai dialoghi a volte ripetitivi della Sterling e i piani malati di Verger (unico personaggio al pari di Lecter davvero impressionante e interpretato sotto il mascherone dal venerato Gary Oldman), le passeggiate di Lecter che a parte mostraci una delle città più belle del mondo sembrano prendere tempo e abbassare la suspance, elemento che in diversi casi Scott sembra essersi dimenticato.



martedì 13 dicembre 2016

Patto dei Lupi

Titolo: Patto dei Lupi
Regia: Cristophe Gans
Anno: 2001
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

1764. Nella regione francese del Gévaudan un numero abnorme di donne e bambini sarebbe stato sbranato da un'orripilante bestia sovrannaturale…

Gans è un regista eccentrico con al suo attivo pochi e complicati film. Amante dell'action e del fantasy nonchè dell'horror cerca di mischiare tutti gli elementi che più lo ispirano all'interno dei suoi film. Dal suo esordio nel film a episodi di NECROMOMICON fino al CRYNG FREEMAN il suo film peggiore per arrivare a questo e infine altre tre pellicole di cui una è un remake, l'altro è inedito e l'horror si ispirava ad un videogioco, non è chiaro quale sia la sua opera migliore (credo comunque SILENT HILL). Qui il tentativo è quello di provare a fare un blockbuster d'oltreoceano come presto inizierà a fare Luc Besson.
Credo sia stato uno dei primi horror non americani ad aver goduto di un budget così alto, 200 milioni di franchi (all'epoca erano una cifra impressionante). Ricordo che quando era uscito parlava da solo, con questa locandina suggestiva, l'idea di una creatura che mangia e uccide chiunque, il suo padrone anch'esso avvolto nel mistero, una coppia di eroi che sembrano usciti da un film di arti marziali orientali e tanta altra roba interessante e di spessore in un periodo, il 700, sempre visivamente interessante per tutti i suoi eccessi dai bordelli alle scene all'interno del bosco.
Un film complesso che ha cercato alcune strade semplici puntando su una trama che troppo velocemente mostra i suoi difetti e gli erroracci finendo per essere un film d'intrattenimento girato bene con tante cose brutte al suo interno tra le quali citerei i due protagonisti che prendendosi troppo sul serio e con tutta questa mistery sui possibili complotti finiscono anche loro per essere intolleranti, senza regalarci quella importantissima dose di auto ironia che avrebbero dovuto avere.



lunedì 17 novembre 2014

Suicide Club

Titolo: Suicide Club
Regia: Sion Sono
Anno: 2001
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Un gruppo di studentesse si getta sotto un treno della metropolitana provocando l'inizio di quella che sembra essere una catena di suicidi. Il detective Kuroda, incaricato di seguire le indagini, riceve una strana telefonata da una ragazza, il Pipistrello, che gli indica l'accesso ad un sito in cui su uno strano pallottoliere i numeri variano dopo ogni suicidio, prima che questo venga scoperto dalla polizia. Kuroda decide di seguire la pista e con suo figlio si iscrive alla strana mailing list di quel sito. Intanto i suicidi aumentano, una scolaresca si getta dal tetto della scuola sotto gli occhi esterefatti dei compagni, mentre il Giappone intero sembra impazzito per la musica di un nuovo gruppo pop costuito da adolescenti, le Dessert.

Basterebbero i primi cinque minuti con la profonda colonna sonora a promuovere a pieni voti il film di quel pazzo scriteriato giapponese di nome Sion Sono.
Come sempre dare un thriller poliziesco in mano ad un mezzo pazzoide genio giapponese significa, e nel caso di Sono acquisisce ancor più spessore, non sapere assolutamente cosa aspettarsi.
Suicide Club parte a mille, deraglia per diventare minimale e approfondire in sordina l'indagine, per poi ri-esplodere con una ferocia impressionante.
Se poi ci mettiamo il protagonista, un sempre misurato e stiloso Ryo Ishibashi, attore feticcio di Miike Takashi (altro fottuto genio), e un cast perfetto, allora Suicide Club diventa in primis un film di genere con svariate sfaccettature che di fatto lo pongono come una pellicola a suo modo quasi sperimentale e molto autoriale nel taglio diversificato e per le lunghe riflessioni a cui sottopone lo spettatore.
Uno dei meriti più forti del film è che non esistono eroi e vincitori, tutto è impregnato di atmosfere lugubri, desolazione e nichilismo in un vuoto senza fondo, per alcuni aspetti metafora perfetta della società giapponese.
Lo stesso tema, in questo caso un male culturale collettivo che attanaglia ancora oggi, uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi l'anno, anche se con analisi differenti e prendendo spunto da manga e quant'altro, era già stato trattato nella sua più spietata malattia prima con NAKED BLOOD e dopo con la serie MPD PSYCHO oltre che da altri numerosissimi film sul genere.
Sono, a differenza dei prossimi film e della sua già nutrita e pregressa filmografia, porno a parte, riesce dove molti probabilmente fallirebbero, seguendo su binari diversi, personaggi che occupano all'interno della società diversi ruoli gerarchici, mettendo così in moto una grande macchina che è l'indagine sotto svariati punti di vista (da questo punto di vista con ANATOMIA DI UN OMICIDIO Kurosawa aveva dato l'inizio al genere) e questa scelta si rivela davvero funzionale per creare ancora più spessore ad una vicenda davvero molto anonima, complessa e senza alcun tipo di redenzione.

domenica 29 settembre 2013

Abraxas-Riti segreti dall'oltretomba

Titolo: Abraxas-Riti segreti dall'oltretomba
Regia: Roger A.Fratter
Anno: 2001
Paese: Italia/Francia
Giudizio: 2/5

Tre investigatori dell’occulto tentano di svelare cosa sta succendo all'amica Coralba, che mostra evidenti cambiamenti della personalità. Gli indizi portano a Volterra, dove scoprono giovani ragazze scomparse nella zona senza lasciare alcuna traccia. Tra intrighi personali, strane manifestazioni occulte e momenti di eros, i tre scopriranno che la vicenda ha un nesso con una confraternita dedita a riti satanici…

Fratter è un regista che arrivato al suo quinto film, ha una sua "politica"davvero contorta. Ogni suo film horror ha sempre lasciato basiti e in parte perplessi pubblico e critica che si è lanciata sul bergamasco distruggendolo ogni volta.
E'difficile dare dunque un parere oggettivo su un film davvero sconclusionato in cui la presenza di attori amatoriali certo non aiuta, le location come la parte tecnica sembrano essere state scelte e strutturate con molta fretta. La fotografia è carente in quasi tutto il film. Il plot poteva certo essere più interessante ma non è così diventando troppo lento nel ritmo, negli innumevoli dialoghi e nel doppiaggio alle volte davvero lacunoso.
La tecnica del low-budget insegna e questo Fratter lo sa dal momento che con pochi mezzi punta su scelte di nudo (che qui certo non mancano anche se la sensazione è che alle volte avvengano senza un nesso e una causa). La scena credo a metà del film dove due ragazzi si picchiano è di un ridicolo mai visto..

giovedì 14 giugno 2012

Mulva - Zombie Ass Kicker


Titolo: Mulva - Zombie Ass Kicker
Regia: Chris Seaver
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Mr. Bonejack. Mulva. Demon Phil. Lady McPouchsweat... sono i folli personaggi che girano nella mente del regista. MULVA segue le avventure di un'addetta al reparto cioccolata di una fabbrica intenta a preparare dolcetti per Halloween, fabbrica nella quale gira un vasto assortimento di folli personaggi come Bonejack, misto tra Don King e Bill Cosby che passa le giornate a prendere a calci zombi! FILTHY MCNASTY è la storia di due ragazzine nerd che scoprono i primi pruriti sessuali quando un demone le trasforma in due ragazze sexy... ma il prezzo da pagare è il sangue!







Mulva - Zombie Ass Kicker è una delle opere meno conosciute della Troma e sbarcata da noi come una blatta senza che nessuno si degnasse di sottotitolarla. Il perché sorge quasi spontaneo e fa parte di tutti quelli che da sempre trovano la Troma, una fabbrica di schifoserie mai viste, weird estremo, tanto sangue, sesso a volontà, volgarità come fossero ostie piovute dal cielo aggiungendo  così tanti squartamenti da sembrare una favola del cazzo come la passione di Cristo.
La locandina mostra una delle regine delle Scream Queen Debbie Rochon, la gnocca canadese e nel cast a parte lei compaiono Kaufman, sgt. kabukiman nypd, toxic avenger, naked cowboy e una specie di scimmia michael jackson...
Per ’59 minuti di film non manca proprio nulla nell’universo contaminato del trash più puro e genuino. IL reparto tecnico come sempre evidenzia un budget risicato e quasi nullo rispetto invece alle scelte e le intuizioni dei cameraman che cercano di mettercela tutta insieme al cast che quasi sempre per amore della casa di produzione sceglie di recitare a gratis.
Non una delle massime ma a tratti davvero spassoso nel suo delirio.

martedì 24 aprile 2012

Dagon


Titolo: Dagon
Regia: Stuart Gordon
Anno: 2001
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

I due fidanzati Paul e Barbara sono in vacanza al largo delle coste spagnole con una coppia di amici quando un temporale causa un incidente alla barca. I due cercano soccorso in un borgo apparentemente deserto che nasconde inquietanti misteri...

Ci troviamo di fronte al miglior adattamento lovecraftiano girato finora (sperando che qualcuno compri presto i diritti di Neonomicon di Alan Moore) tratto da La maschera di Innsmouth.
La bellezza di questo film voluto a tutti i costi da Gordon con notevoli sforzi e difficoltà legate alla produzione (persino Yuzna si è messo in mezzo) e il tipico esempio di ottimo cinema low-budget.
Tutto funziona: Il villaggio, i ripetuti flash-back che rimandano alla maledizione, la narrazione fluida con continui colpi di scena. Le ottime inquadrature, la regia solida, il grandissimo Francisco Rabal morto poco dopo le riprese così come la caratterizzazione dei personaggi(il protagonista è un ibrido tra un super-pirla e un nerd totale) che non si capisce come abbia la fortuna di stare con una figa pazzesca eppure si scoccia mentre questa gli fa un pompino…
L’oniricità totale della pellicola unita alle atmosfere quanto mai azzeccate e funzionali rimangono comunque i mattoni portanti della costruzione filmica.
Eppure non lesiniamo dal cercare anche quelli che a mio avviso rappresentano dei difettucci di sceneggiatura ed evidenti scene portate a casa troppo in fretta. Ad esempio il PC di Paul gettato in mare dalla fidanzata, la scena della tempesta (ogni tanto appare il sole...), l'assedio all'hotel, durante il quale il protagonista tenta di blindare la sua porta con una serratura ridicola (davvero imbarazzante), il telefonino usato come arma contundente, il cerchione che appare/scompare dopo l'incidente...gli abitanti dell’isola che sembrano degli spastici e che non incutono per nulla paura.  In fondo se poi si presta attenzione ad alcuni particolari sembra proprio una scelta anch’essa fatta apposta.

mercoledì 29 febbraio 2012

River of Fear


Titolo: River of Fear
Regia: Yossi Wein
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Corpi senza vita vengono a galla nel porto di New York, le autorità indagano senza riuscire a capire cosa o chi stia uccidendo le persone. Quando il poliziotto Nick Hartfeld perde un suo collega, risucchiato in acqua da enormi tentacoli, scopre che il killer che stanno cercando è un calamaro gigantesco che vive nell'East River, uscendo allo scoperto di notte per attaccare le imbarcazioni. Nessuno crede a ciò che Nick ha visto e il poliziotto si troverà ad affrontare da solo il mostro per cercare di evitare un disastro: il 4 luglio è vicino e per i festeggiamenti il porto si riempirà di barche.

Octopus 2 sicuramente promette qualcosa in più in termini d’azione rispetto al suo precedente. Però ancora una volta paga in termini di sceneggiatura qualcosa di davvero superficiale e scontato. E’proprio dunque la prevedibilità e la tensione ai minimi storici (che dovrebbe essere l’esatto opposto quando si parla di monster-movie) che fanno di questo thriller qualcosa che si definisce in due o tre sequenze buone che Wein porta casa.

lunedì 2 maggio 2011

Fantasmi da Marte

Titolo: Fantasmi da Marte
Regia: John Carpenter
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Marte 2025, il poliziotto intergalattico Melanie Ballard e la sua squadra stanno trasferendo un pericoloso criminale chiamato Desolation Williams nella prigione della città di Chryse. Nel frattempo una squadra di minatori, risveglia inavertitamente un'antica civiltà marziana. Arrivati all'avamposto Ballard, la sua squadra e il pericoloso Desolation dovranno lottare tutti insieme per sopravvivere.

Non sono molti ad amare tutta la filmografia del grande autore americano (uno degli ultimi rimasti di cui piangeremo sonoramente la sua scomparsa) contando che alcuni titoli anche se introvabili sembrano davvero divergere dalle tematiche affrontate.
E' il caso ad esempio di film anomali come ELVIS o LE AVVENTURE DI UN UOMO INVISIBILE ma anche un esempio della capacità di stare tra i generi(commedia,horror,fantascienza,avventura,thriller) e riuscire sempre a contaminarli con esempi perfetti e decisamente avanti per il periodo di uscita vedi GROSSO GUAIO A CHINATOWN.
Se in quest'ultimo film del'86 Carpenter mischiava tante carte e omaggiava diversi generi con un suo stile umoristico e violento, nel caso di FANTASMI DA MARTE il regista si è preso la sua rivincita con i vecchi b-movie e il genere exploitation, infilando tutto nel vaso di Pandora e facendolo esplodere su Marte, pianeta quanto mai profetico e desertico.

Dunque non ci stupiamo della scelta del cast composta di quasi tutti tarri tra ci spiccano i raz del quartiere come Ice Cube e Jason Stathman, sparatorie con arti che si staccano e dischi volanti che tagliano membra umane, dialoghi d'effetto e spesso ai limiti del ridicolo e una musica apocalittica composta dallo stesso regista assolutamente catartica.
Gli effetti artigianali sono come sempre ottimi e fanno sperare nella creatività che ancora oggi (anche se sempre meno) distingue alcune produzioni, le creature e la nebbia che provoca la loro metamorfosi sono tra gli elementi più suggestivi della pellicola così come il make-up ad esempio del leader delle creature che sembra come sempre un ibrido di troppe cose.
L'assediamento dunque quello di DISTRETTO 13 e di THE FOG sembra essere un elemento accomunante del film ma così come anche per VAMPIRES con il quale condivide parti di sceneggiatura, alcuni effetti e un soggetto che non punta sull'originalità ma sulla potenza delle immagini e del ritmo che non manca e non decellera mai in tutta la pellicola.

Fantasmi da Marte se poi uno lo studia con precisione a delle evidenti lacune che però fanno da paiolo con la capacità sopra le righe di saper sempre disegnare e fotografare alcuni scenari trai più interessanti del odierno cinema americano. Lui è un outsider che alle volte prende in mano lavori meno autoriali e di disimpegno per mangiare ma se poi il risultato è quello che vediamo come ad esempio in questo film, beh il divertimento e la tensione saranno sempre assicurati e di questi tempi non è così matematica l'equazione.

mercoledì 23 marzo 2011

Others

Titolo: Others
Regia: Alejandro Amenabar
Anno: 2001
Paese: Usa/Spagna/Francia
Giudizio: 3/5

1945, Isola di Jersey. Grace vive in una grande casa isolata assieme ai suoi due figli Anna e Nicholas. I figli soffrono di una grave allergia che non li consente di vedere la luce del giorno, così Grace vive chiudendo continuamente porte infinite dell’enorme abitazione attendendo l’arrivo del marito partito per la guerra ormai da un anno.
Un giorno arrivano tre persone che decidono di offrire, in cambio di un posto dove stare, il loro aiuto di domestici nella casa.
Da questo punto iniziano i problemi: i figli di Grace cominciano ad avvertire la presenza di un bambino di nome Victor e la stessa Grace, dapprima incredula, finisce a trovarsi invischiata completamente nella faccenda.

Amenabar, il cui talento si era già visto con le altre pellicole, confeziona un thriller che deve molto ai vecchi horror del passato. Il regista riesce sempre a mantenere la suspance senza uso di sangue(tanto per dirne una)regalandoci nel terzo atto una serie di colpi di scena che spiazzano lo spettatore con quello stile compatto e diretto che lo distingue.
Il tema non è sicuramente originale, una storia di fantasmi, ma convince per la giusta miscela d’indizi che andiamo mano a mano scoprendo, senza essere certi che in verità, la realtà non è quella che sembra.
Il mondo dei vivi che incontra quello dei morti è sempre argomento affascinante, come nel film “Beetlejuice”in cui la chiave è più demenziale e grottesca.
Insomma un buon film che si lascia vedere senza rimanere annoiati o senza, dopo 20 minuti, intuirne tutto lo svolgimento.
Brava la Kidman anche se sembra da parte sua un esercizio di stile più che un’interpretazione vera e propria.

martedì 22 marzo 2011

Tenembaum

Titolo: Tenembaum
Regia: Wes Anderson
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Royal Tenenbaum e la moglie Etheline, hanno tre figli ex bambini prodigio. Si tratta di Chas, Richie e Margot, che, nell'infanzia, sono stati rispettivamente prematuro genio della finanza, piccola scrittrice e campioncino di tennis. da adulti, però, subiscono una serie di fallimenti, e la colpa di tutto viene addossata al padre, che li ha abbandonati anzitempo.

Wes Anderson è una delle giovani promesse di questi anni. Quasi tutti i suoi film hanno sempre elementi indimenticabili così come il suo gusto minimale e mai scontato per i dettagli, le situazioni, i dialoghi, e la scenografia. Sembra di assistere all’opera di un pittore che dipinge quadri diversi della stessa situazione dandogli una verve che mischia elementi puramente drammatici e profondi a scene condite da uno humor spiccato e da attori che sanno caratterizzare al meglio i personaggi.
I Tenembaum quindi è un film didascalico e preciso. Si divide in capitoli ed ha una voce narrante che solo ogni tanto diventa forzata. C’è da sperare che Anderson continui a curare i suoi film sempre con lo stesso entusiasmo, sapendo regalare momenti di gran cinema.

Shark Attack 2

Titolo: Shark Attack 2
Regia: Bob Misiorowsky
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Un nuovo "Animal Horror Sharks Movie"...
Nella locandina si vede la bocca di uno squalo che insegue famelico una bella fanciulla con un bel balcone che aggrappata ad una tavola prova a fuggire tentando un'espressione spaventata.
Questo potrebbe essere il promo per catalogare questa pellicola tra gli innumerevoli prodotti destinati alla tv statunitense e che senza troppi indugi riassume subito i suoi limiti e le sue pecche.
La storia è abbastanza confusa nel senso che sembra quasi che lo squalo venga deportato da aquario in aquario senza nenache motivare bene le scelte. Poi ci sono gli attacchi telefonati e le attese che in film come questi puntano tutto sugli squartamenti da parte delle bestie e che purtroppo deludono abbastanza contando che la casa di produzione Nu Image non è che non abbia i soldi. Sono poche e centellinate le scene di combattimenti così come il sangue centellinato e le scene documentaristiche saccheggiate dai documentari.
Come tutti i sequel purtoppo non gode dello stesso cast anche se la ragazza copertina non è male, e purtroppo il punto dolente si sa è l'inverosimile noia legata a dialoghi da fiction che non danno spessore alla storia ma ne enfatizzano i limiti così come la necessaria storia d'amore che come da prassi si sussegue per annoiare di meno ottenendo l'effetto opposto.


Plaga zombie-Zona mutante

Titolo: Plaga zombie-Zona mutante
Regia: Pablo Pares, Herman Saez
Anno: 2001
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

L'FBI ha testato un virus alieno su una piccola città, con il terribile risultato che i morti ora ritornano in vita. Per eliminare una pericolosa fuga di notizie (oltre che di contagio), l'agenzia decide di isolare la cittadina ed abbandonare all'interno di essa tre individui che aveva rapito per degli studi.

Plaga zombie fa parte di quel filone comico-zombie che negli ultimi anni ha sfornato alcuni prodotti carini come questo forse uno dei più interessanti come gag, parodie, e personaggi alcuni dei quali sembrano a loro volta essere parodie di altri film e così via per un continuo rimando a cose già fatte ma che possono essere contaminazioni interessanti come dicevo in questo caso.
Il film è stato girato in quattro anni, con pochissimi soldi e parecchi sforzi. Un film low-budget che è diventato un vero e proprio cult per parecchi fan del genere.
Le scene comiche non si contano così come quelle trash e i litri di sangue misto a prodotti simil-sangue che vengono usati a iosa. Buoni e forse gli unici ad aver comportato un esiguo costo sono gli effetti speciali, casalinghi ma funzionali.
La casa di produzione è la famigerata Farsa Producciones che al suo attivo vanta quattro pellicole e diversi corti tutti horror-trash e quasi tutti introvabili tranne questa chicca.
Un zombie-movie cult che farà sempre ridere.

lunedì 21 marzo 2011

Uomo che non c'era

Film: Uomo che non c'era
Regia: Joel ed Ethan Coen
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il film è ambientato negli anni '50. Ed Craine lavora come secondo barbiere dal suocero. E’sposato con una moglie che lo tradisce con Big Daddy direttore di un grande magazzino. Un giorno Craine incontra Tolliver, un uomo grasso e ambiguo che entra nel negozio in orario di chiusura. Tolliver comincia a parlare di un socio che gli servirebbe per aprire una linea di lavaggio a secco e della cifra di diecimila dollari come investimento. Craine pensa all'offerta, voglioso di diventare qualcuno e di lasciar perdere la sua attuale posizione di parrucchiere. Cosi’ decide di ricattare Big Daddy, dicendoli che spargerebbe la voce della loro relazione, in modo da ottenere i soldi che gli servono per l'investimento. Big Daddy sospetta come colpevole del ricatto un imprenditore che da poco gli ha offerto un investimento........

Il film è uno dei noir più belli e intelligenti degli ultimi anni. La figura di Ed Craine come uomo insignificante(da questo il nome del film)elegante, silenzioso, tabagista maniacale(come tutti nel noir)e ottimamente caratterizzato. Il protagonista è passivo senza scomparire. La fotografia è anch'essa impeccabile come gli attori(Thorton su tutti).
La struttura è tipica del noir, infatti, non manca la femme fatale(un’ancora poco conosciuta ma brava Scarlett Johansson)e l'ambiente specifico è sempre la citta'(posto anonimo, industrializzato). Nel noir la citta'(e qui trovo che il bianco e nero aumenti l'effetto d’anonimia)è simbolo di malessere, pessimismo, cinismo, durezza e disincanto. Le strade ombrose, la pioggia, i luccichii, le ambiguità morali(in particolare di Tolliver)dimostrano come sia difficile discernere la realtà. Non c'e'crescita e mancano completamente le aspettative, in particolare per il protagonista. Non a caso il film è ambientato negli anni 40' e 50'del dopoguerra americano in cui vedevano minacce dappertutto dentro e fuori casa(e quali saranno gli effetti di questa paura, tanto per uscire dal film?).

Guys from Paradise

Titolo: Guys from Paradise
Regia: Miike Takashi
Anno: 2001
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Un uomo d’affari viene arrestato nelle Filippine per traffico d’eroina. Si ritroverà in una prigione particolare in cui capirà come le leggi possono essere tranquillamente ribaltate e le possibilità di curare gli affari non mancano.

Fenomenale questo film in cui troviamo quasi tutte le tematiche care al regista. Il personaggio si ritrova spaesato in un territorio che non conosce e che rappresenta una sorta di esilio per il nostro eroe. Fuori da una dimensione razionale e seguendo i suoi soliti schemi liberi Miike dirige un altro bellissimo e struggente film in cui si parla di famiglia, yakuza, isolamento, complicità, lealtà, fiducia, etc etc.
Come sempre il regista nipponico filma una società come quella nelle Filippine in cui la corruzione regna sovrana e i boss possono uscire di prigione come vogliono e continuare a svolgere impuniti i propri traffici. La società anche se caotica e dura della prigione, mostra comunque un’umanità diversa e un ascolto nonché un’atmosfera calma e tranquilla in un paradiso naturale che è sempre più difficile da immaginare soprattutto per un giapponese frenetico che pensa solo al guadagno.
Il protagonista troverà amici e ri-scoprirà un altro percorso di vita abbandonando l’avvocato, la società e l’infedele moglie che lo assilla.
Ottimo esempio del viaggio dell’eroe. Una storia d’avventura e un percorso di formazione interessante. In conclusione un’altra perla della ragguardevole filmografia di uno dei talenti incontrastati del Giappone.