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domenica 27 ottobre 2019

Vampire Hunter D-Bloodlust


Titolo: Vampire Hunter D-Bloodlust
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Continuano le avventure di D, dampyr cacciatore di vampiri che, nelle lande desolate di un imprecisato futuro post-apocalittico, è stavolta assoldato dal ricco John Elbourne per salvare sua figlia, Charlotte, rapita dal vampiro Meier Link. Questa volta la missione sarà più difficile del solito, visto che deve rivaleggiare con un altro gruppo di ammazzavampiri incaricati dello stesso lavoro...

Il successo di D è legato a pochi ma squisiti fattori. Il primo è riconducibile alla regia di Kawajiri in assoluto uno degli artisti più funzionali e interessanti di quel periodo che con una piccola ma studiata filmografia è riuscito a far uscire alcune perle rare dell'animazione occupandosi spesso anche della sceneggiatura, dello storyboard e come supervisore degli effetti sonori. Opere complesse, molto violente e con scene di sesso, sci-fi, fantasy e horror.
Oltre al prestigioso artista di talento, un altro fattore è legato alla forma, all'estetica, all'aver trasformato il cacciatore di vampiri come lo conoscevamo, in groppa a un cavallo meccanico e con una lunga spada come arma mortale. Il Dampyr è stato portato al cinema nella famosa saga di BLADE con risultati discutibili fatta eccezione per il migliore che rimane il secondo capitolo diretto da Del Toro. I giapponesi per quanto concerne le ambientazioni, le epoche, riescono sempre a trovare delle immagini molto suggestive, a trovare un loro sincretismo mischiando mondi diversi, elementi antichi e tecnologici, come lo dimostra il mondo post-nucleare dove l'assetto geopolitico del pianeta è completamente cambiato, dando vita a un nuovo medioevo. Dal punto di vista tecnico è inutile stare a dire come questo lungometraggio abbia superato in tutte le fasi il suo predecessore, diventando graficamente eccellente, con dei combattimenti memorabili, scenari inquietanti e gotici e poi il castello di Carmilla che fa sempre il suo effetto.
Forse l'unica pecca, se così possiamo chiamarla, è quella ancora una volta di non aver caratterizzato in maniera un po più approfondita alcuni personaggi, anche se poi a pensarci bene D è sempre stato molto ambiguo e serrato nel suo caparbio mutismo.








domenica 14 ottobre 2018

Father and Daughter


Titolo: Father and Daughter
Regia: Michaël Dudok de Wit
Anno: 2000
Paese: Olanda
Giudizio: 5/5

Un padre dice addio alla sua giovane figlia...

Credo che ci troviamo di fronte ad uno dei più toccanti cortometraggi mai realizzati.
Fazzoletti alla mano e via.
In una circolarità sorprendente De Wit in maniera minimale, silenziosa ma accompagnata da note struggenti ci mostra il rapporto intimo e speciale di un padre con la figlia che insieme percorrono, giorno dopo giorno, una lunga strada circolare pedalando.
Essenziale, evocativo di una certa malinconia, un viaggio nei ricordi, un fascino per un racconto umano e toccante che riesce a colpire proprio nei sentimenti e nelle emozioni.
Un tema che comincia a tratteggiarsi come quello della separazione e della mancanza, con pochi sapienti tocchi.
Le stagioni altro non sono che foglie al vento e campi di grano; le stagioni emotive, invece, girano coi raggi di una bicicletta
Un finale aperto e toccante raggiunge l'apice e sancisce in 9' un corollario perfetto di immagini con un'animazione semplice che riesce a far risaltare ancora di più l'atmosfera nostalgica di questa squisita opera.

sabato 1 settembre 2018

Heavy Metal 2000



Titolo: Heavy Metal 2000
Regia: AA,VV
Anno: 2000
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Durante alcuni scavi su alcune rocce, a bordo di una astronave denominata Cortez, viene scoperto un coccio del Loc-Nar (la sfera verde maledetta e demoniaca del primo film); un minatore di nome Tyler ne entra a contatto e diventa posseduto da un'insaziabile fame di potere e di immortalità.
Dopo aver ucciso un suo collega, prende il controllo dell'astronave facendo fuori il comandante e tutti i potenziali ribelli ad eccezione di due navigatori, Lambert e Germain, e di un cinico scienziato, il Dr Schechter; si dirige perciò verso il pianeta Uroboris, dove è custodita la fonte dell'immortalità ma, nel tragitto, si ferma sul pianeta Eden: è convinto che qui si trovino piccolissime tracce della fonte, presenti nell'organismo dei coloni. Per poterne estrarre un siero rigenerante, uccide quindi tutti gli abitanti della colonia "Eden" tranne una, Julie.
Durante l'attacco alla colonia, Tyler rapisce la sorella di Julie, Kerrie, per poterle estrarre il siero in un secondo tempo; abbandona poi Germain, che aveva tentato inutilmente di proteggere la ragazza. Poco dopo Julie incontra proprio Germain e, costringendolo ad aiutarla, raggiungono Tyler allo spazio-porto di Neo-Calcutta per ucciderlo. Tyler però, grazie alle abilità del crudele Dr Schechter, ha già estratto dai corpi dei coloni l'acqua dell'immortalità che, se bevuta, consente di rigenerare persino le ferite mortali. Solo Kerrie viene risparmiata per essere sfruttata come scorta di emergenza. Tyler, dopo essere stato "ucciso" da Julie, resuscita e la ferisce, per poi partire verso Uroboris. Ma la ragazza non demorde, e si aggancia alla nave di Tyler nell'iperspazio. All'apertura del condotto iperspaziale, la nave perde il controllo e si schianta sul pianeta.

Il primo capitolo a distanza di anni per molti amanti dell'animazione è diventato un piccolo cult citato addirittura da saghe di cartoni animati come SOUTH PARK.
Peccato che a distanza di quasi 16 anni dopo una gestazione difficilissima ci troviamo di fronte ad un risultato e a delle storie così campate per aria e in fondo molto misere. E'aumentata la qualità video, la c.g e la fotografia, le musiche che rimandano a tutti artisti post 2000 non sono nemmeno granchè e tutto sembra riprendere le prime storie dandole qualche colore e battuta in più.
Sembra più un'opera di routine che non un film che richiede quello sforzo di creare storie originali e interessanti. Qui sei sceneggiatori non hanno fatto altro che creare un caos da cui il film non ne esce affatto bene.
Realizzato nel 1981, il film d'animazione Heavy Metal traeva ispirazione dalle storie illustrate di un graphic magazine per adulti dal medesimo titolo (prima edizione USA del 1977).
Peccato che di quelle pagine illustrate nell'ultimo film sia rimasto ben poco

mercoledì 1 agosto 2018

I.K.U


Titolo: I.K.U
Regia: Shu Lea Cheang
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

La Genom Corporation sta immettendo nel mercato dei chip che trasmettono dati erotici agli utilizzatori, che possono raggiungere intense forme di piacere senza alcun contatto fisico, accedendo a livello neuronale all’I.K.U. Server attraverso un Net Glass Phone. Per collezionare i biodata necessari a riempire la memoria dei chip, la Corporation produce sette donne-avatar, che insaziabili di piacere, agiscono come dei virus nei corpi delle persone con cui hanno rapporti e ne catturano emozioni da rivendere. Le donne reyko possono mutare conformazione a seconda delle preferenze e desideri di chiunque, siano essi uomini, donne o transgender.

Dnotomista, exploitation, sexploitation,weird, eccessivamente trasgeressivo, un'altra perversione divenatta cinema. E' difficile catalogare il bizzarro film di Shu Lea Cheang, media artist e film-maker nata a Taiwan (ora di passaggio a Berlino). Un film erotico particolare dove la sci-fi sembra essere il contorno su cui far girare questa galleria di sequenze erotiche.
I.K.U è un film sperimentale realizzato nel 2000 e prodotto dalla Uplink Co. di Tokyo, all'interno della vicenda si è subito proiettati in una realtà nipponico-erotico-visionaria che ricorda le atmosfere di BLADE RUNNER, ma che le trasporta in un universo psichedelico liquido in cui le protagoniste sono sette avatar-eroine. Queste, chiamate I.K.U. Coders, sono delle replicanti reyko agenti della Genom Corporation. Il film inizia finisce quello di Scott, all’interno di un ascensore in cui la prima donna reyko scatena il suo piacere. A differenza del film di Scott, qui non c’è amore, ma solo sesso, frase che accompagna parecchie scene del sf-movie (“it wasn’t love, it was sex”).
Le pecche del film riguardano lo sviluppo della sceneggiatura e le conclusioni.
La storia potenzialmente poteva essere molto originale e il metodo della regista nel trattarla appare azzeccato. Ma stiamo parlando di un'artista che sembra essere stata più attratta dall'effetto estetico della sua idea che non da quello contenutistico.
Nel film trovano spazio donne, uomini, esseri fluidi e ibridi, per una magica overdose di piacere spesso poco realistica che non vuole vittimizzare nessuno di essi. Ogni sequenza è come un frammento di digital art, i personaggi sembrano essere usciti da un libro di comics.
Il film è stato mostrato al Sundance Film Festival e in più di altri venti festival internazionali, raggiungendo l’appellativo di essere un “Pussy point of view”, mostrando la pornografia attraverso gli occhi di una donna. Il film è un valido esempio di come la donna può affermare il proprio punto di vista non lottando oppositivamente contro un potere cristallizzante, contribuendo a realizzare nuovi dualismi, ma entrando direttamente nel sistema di produzione tecnologica per inserirvi il chaos dall’interno. E poi non tutto va come dovrebbe andare. Ci sono virus e altre porcherie senza contare la voce di sottofondo che deragliano e creano spiacevoli imprevisti ai personaggi.

venerdì 19 dicembre 2014

Yards

Titolo: Yards
Regia: James Gray
Anno: 2000
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dramma in tre atti: 1°) un giovane intelligente di New York che, uscito dal carcere, rientra in famiglia, deciso a cambiar vita; 2°) influenzato da uno zio e da un amico, si rimette nei guai; 3°) con un gesto di volontà, cambia di nuovo strada e vince.

E'un noir furioso e senza inutili concessioni il secondo lungo di Gray, dopo il meritevole LITTLE ODESSA che inquadrava un ispiratissimo Roth.
The Yard, i binari del treno, parte lento, indagando e seminando particolari importanti sui suoi personaggi e facendoci scoprire Leo, un apparente loser che, uscito di prigione, tenta di reinserirsi nella società, deciso a cambiare vita cosa che ovviamente si rivelerà complicatissima
The Yard dovendolo definire in poche righe è una semplice storia di esistenze che si trovano a dover affrontare una sorte avversa, che non riescono sempre a seguire la retta via, che faticano a rimettersi in carreggiata, ma che, nonostante tutto, trovano la forza e il coraggio di tornare in piedi, di riprendere il treno che avevano perso e di continuare il loro cammino.
Grazie ad un cast efficace di volti noti, Gray inquadra un discorso e una tematica che approfondirà nella sua successiva filmografia trovando in Phoenix il suo attore feticcio e nelle musiche di Shore delle note drammatiche che accompagnano molto bene l'azione.
Un film passato stranamente in sordina, che seppur nel primo atto fatica un pò a trovare un ritmo risultando nebuloso in alcuni passaggi, irrompe subito dopo con un'azione travolgente e alcuni meccanismi originali e insoliti.
Peccato per gli ultimi cinque minuti in cui ha luogo la redenzione completa del protagonista, sarebbe stato di gran lunga meglio senza.

martedì 12 febbraio 2013

X-Men

Titolo: X-Men
Regia: Bryan Singer
Anno: 2000
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Gli X MEN, che rappresentano uno stadio successivo dell'evoluzione umana, sono supereroi mutanti, caratterizzati cioè da una particolare mutazione genetica che conferisce un potere sovrumano che essi hanno posto al servizio dell'umanità. Ma gli uomini temono ciò che non possono comprendere e gli X MEN dovranno presto fare i conti con l'intolleranza, il pregiudizio e il rifiuto della razza umana per la quale lottano.

Ormai di film sui super-eroi Hollywood ne è piena zeppa talvolta non risparmiandosi i remake dei suoi stessi film (re-boot) o diverse interpretazioni sullo stesso eroe.
X-Men tra la tanta merda che ci circonda è forse uno dei prodotti più interesanti non solo per la solida regia, c’è Singer, ma anche forse per il fatto di essere tra i primi nel sotto-genere e di vantare un percorso di un autore che dopo due interessanti film a saputo far convergere tecnica, c.g e una solida sceneggiatura.
Certo siamo distanti anni luce dal fumetto o dalle prime avventure in cui il gruppetto era leggermente diverso da quello portato su grande schermo. Basti pensare a Logan che compare solo dopo nella storia del fumetto mentre qui è il protagonista e compare sin dall’inizio.
Un cast strategico in cui si riesce a dare quel senso di realisticità come a dire che si sono sforzati a trovare degli attori che riuscissero a restituire verosimiglianza con quelli del fumetto. Il caso di nuovo di Wolverine ne è poi la cornice in cui l’attore, un muscoloso Jackman, ha poi veicolato trovando due capitoli sulle origini di Wolverine, personaggio amato e odiato al tempo stesso dai fan della serie a fumetti.
A livello di temi poi il film ne tocca molti e su alcuni ci spende davvero tanto tempo.
Quando la mutazione, come molte pellicole insegnano, diventa la possibilità di riscattarsi e di coinvolgere maggiormente trovando negli effetti speciali e quindi nel cinema l’arte più congeniale a misurarne le sue imprevedibili forme, allora il risultato non può che essere funzionale alla resa della pellicola, dei suoi intenti e delle sue incredibili scene d’azione.

lunedì 30 luglio 2012

Batman-Il ritorno del joker


Titolo: Batman-Il ritorno del joker
Regia: Curt Geda
Anno: 2000
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Gotham City, 2039: il Joker, capo della gang di strada dei Jokerz, annuncia il suo ritorno, dopo aver rubato armi ad alta tecnologia alle imprese Wayne. Dietro la maschera di Batman c’è il giovane Terry McGinnis, adolescente dal passato turbolento, divenuto pupillo di un Bruce Wayne troppo vecchio e malato per combattere il crimine…

Ennesimo film d’animazione sul beniamino della Dc. Il film è prodotto sulla pista di alcuni albi che proponevano le gesta di un Batman più giovane, a cui è stato lasciato il testimone da Bruce Wayne.
Il lungo non è male. Ha un buon ritmo, alcune scene piuttosto violente e un plot funzionale.
Dall'omonima serie Tv non ci si poteva aspettare dunque di più e come prodotto destinato unicamente al mercato direct-to-video è ampio e lascia abbondantemente spazio alla narrazione caratterizzando anche alcuni personaggi di rilievo.

mercoledì 11 luglio 2012

Junk


Titolo: Junk
Regia: Atsushi Muroga
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Dopo aver messo a segno una rapina in una gioielleria, quattro ragazzi prendono appuntamento con un mafioso disposto a scambiare il bottino con del denaro. Il luogo stabilito per l'incontro è una vecchia fabbrica abbandonata, lontana da occhi indiscreti. Nessuno di loro sa che quello stesso stabilimento ospita un laboratorio segreto nel quale scienziati dell'esercito americano hanno condotto scriteriati esperimenti su un gruppo di cadaveri: proprio mentre i giovani criminali arrivano, uno dei responsabili del fallimentare progetto sta provando invano a controllare i cadaveri resuscitati in morti viventi...

Quanto si dice un tripudio di citazioni e di omaggi ad una sterminata filmografia di genere che annovera alcuni capisaldi del cinema italiano e alcune perle degli autori indipendenti americani.
Muroga è un appassionato di cinema horror, in particolare dello splatter e degli zombie-movie.
Junk, la sua opera prima, è un omaggio alla sua passione legata ai generi e devo dire che nonostante la sceneggiatura niente affatto originale, riesce proprio grazie alla forma e all’azione a renderlo notevole nello sviluppo e in alcune trovate originali e interessanti.
Il sangue abbonda ma anche la cattiveria dei rapinatori e dei malviventi. Il tutto contornato da alcune buone interpretazioni su cui troneggiano le performance di Kaori Shimamura, che interpreta una rapinatrice, e della debuttante Miwa. Le analogie poi con il make-up dei film di Fulci, alcune scene di cannibalismo (bellissima la scena in cui Kaori mastica un pezzo di carne umana), location e vestiti che sembrano rubati alle IENE (notare che quasi tutto il film è girato all’interno di un magazzino e gli abiti eleganti dei protagonisti sono da entrambe le parti rimandi costanti ad un certo cinema).
Se poi ci mettiamo il coraggio, la classe, il senso per il bizzarro e alcune trashate da manuale, il risultato è sicuramente interessante.


venerdì 18 maggio 2012

Vendetta di Carter


Titolo: Vendetta di Carter
Regia: Stephen Kay
Anno: 2000
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jack Carter torna a casa per il funerale del fratello carico di desiderio di vendetta per la sua morte. Molte le persone con cui parlare e da tenere d'occhio: la cognata ormai vedova Gloria, sua sorella Doreen, il proprietario del club, una misteriosa donna e un informatico miliardario.

Non è la prima volta che viene girato un remake di un film con Michael Caine e non è la prima volta che quest’ultimo partecipa o come attore secondario o come figurante.
Kay è un mestierante abbastanza vuoto e asettico come la pellicola in questione che da un banale revenge-movie  poteva certamente dire qualcosa in più. E ci riesce ma solo nel primo atto in cui Stallone non prende ancora le armi in mano e inizia come un angelo sterminatore ad uccidere tutti. C’è un buon impianto di semina che purtroppo raccoglie solo gli stupidi clichè del secondo tempo.
Senza contare le sviste e le palesi contraddizioni, è abbastanza deprimente per uno zio scoprire che sua nipote di cui si fida ciecamente non solo gli racconta cazzate ma ama sballarsi e partecipare ad orge di gruppo. Quindi infilare svariati dialoghi tra i due non può che aumentare la frustrazione dello zio ma anche dello spettatore.

venerdì 11 novembre 2011

Beach


Titolo: Beach
Regia: Danny Boyle
Anno: 2000
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Spinti da un irrefrenabile spirito per l'avventura, tre giovani decidono di raggiungere una misteriosa isola da sogno. Giunti in questo luogo paradisiaco, però, si accorgeranno di non essere soli, nel bene e nel male

The Beach per assurdo rappresenta proprio lo scoglio più arduo per il regista che si era imposto al vasto pubblico con il bellissimo TRAINSPOTTING. L’idea di questo suo terzo film è interessante tanto quanto la libertà che il soggetto lasciava nelle mani del regista. La partenza è buona, l’incontro con i due turisti francesi un po’ meno (a tratti palesemente scontato) e il terzo atto risulta essere assolutamente dispersivo o forse troppo complesso da risultare ridicolo e per certi versi poco credibile (giocare a fare gli scherzi senza essere visto da alcuni contadini che vivono in quei posti è forse davvero troppo).
Eppure prendendo il film per quello che è senza le ovvie citazioni e i saccheggi dalla narrativa, rimane un film gradevole, non riuscito ma che si lascia guardare senza il rischio di prendere ciò che accade troppo sul serio.
Ed è proprio questo il passaggio mancante o forse quello a cui si assiste di più e sempre più spesso nel cinema, ovvero lasciarsi trasportare dalle immagini senza essere critici con ciò che si vede.