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venerdì 14 giugno 2019

Blair Witch Project


Titolo: Blair Witch Project
Regia: Daniel Myrick, Eduardo Sanchez
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ottobre 1994. Heather Donahue, Joshua Leonard e Michael Williams, tre studenti dell'Università di Cinema di Montgomery, si avventurano nei boschi attorno alla cittadina di Burkittsville (in passato chiamata Blair), nel Maryland, per girare un documentario sulla leggenda della strega di Blair. Armati di telecamera sedici millimetri in bianco e nero, destinata al racconto della storia, e di una piccola videocamera otto millimetri a colori, per le riprese di una sorta di backstage, i tre si mettono al lavoro, spinti dall'entusiasmo della ragazza, decisa a girare il suo primo film. Il soggetto è succulento: Elly Kedward, accusata di stregoneria, viene cacciata dalla città di Blair alla fine del 1700. Dopo la sua fuga nei boschi, molti ragazzini scompaiono in quelle stesse foreste e, negli anni '40, un serial killer uccide sette bambini e sostiene di averlo fatto su ordine del fantasma della strega. Dopo aver intervistato alcuni abitanti della cittadina, i tre aspiranti filmmakers si spingono nel bosco alla ricerca della chiave del mistero. Ma ben presto si perdono, pedinati da un'oscura e terrificante presenza.

Ricordo ancora la mia espressione basita di fronte al cinema in via po.
Avevo 17 anni amavo l'horror più di qualsiasi altra cosa e dentro di me si faceva sempre più spazio l'idea che il film in questione fosse una bufala commerciale.
Ricordo ancora i salti del pubblico e alcune ragazze che uscirono dalla sala terrorizzate mentre io vedevo solo immagini confuse senza capirci nulla e odiando profondamente i registi e il montatore.

Blair Witch Project è un film orrendo che ha sdoganato il mockumentary che tranne poche eccezioni, rimane uno strumento furbo e rozzo per cercare di fare soldi e procacciarsi un pubblico che ne rimanga colpito, magari sdoganando qualche teoria complottista, o dicendo che il film è tratto da una storia vera o bufalate simili.
L'idea venuta in mente ai due registi non era poi male, cercava di trovare soprattutto al di là dello schermo, degli elementi reali che potessero catturare l'attenzione e creare così mistero e suspance.
Il mockumentary a parte averci regalato dal punto di vista tecnico le peggiori inquadrature mai viste e un ritmo e un montaggio che rischiano di portare all'epilessia ha avuto nel suo nutrito numero di prodotti un successo che ancora stento a credere.
Il fulcro o l'espediente commerciale del sotto genere e di alcuni film che hanno incassato bene (questo più di tutti) stava proprio nel creare uno stato emotivo ansiogeno dei protagonisti persi nel bosco o come accadeva in OPEN WATER dentro un oceano.
Senza buttare tutto e dando i precisi meriti laddove esistano, questa peculiarità ha creato sicuramente un precedente che il cinema ancora non palesava così tanto, basti pensare a forse l'unico capolavoro, il film più importante, REC di Balaguero, dove un maestro delle atmosfere e della suspance ricorre in modo funzionale ad una tecnica come quella sopra citata.
Il risultato di questo film è aver creato una macchina che nel giro di pochi anni semplicemente ha esagerato creando film quasi tutti simili e dando la possibilità a milioni di improvvisati registi di farsi dei piccoli film artigianali inondando le sale con fenomeni appunto amatoriali di scarso interesse.


sabato 8 giugno 2019

Giardino delle vergini suicide


Titolo: Giardino delle vergini suicide
Regia: Sofia Coppola
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cinque sorelle fra i quindici e i diciannove anni vivono infelici, tormentate da genitori che credono di fare il loro bene. La madre è integralista e cieca: costringe una delle sorelle, per punizione, a bruciare i dischi più cari. Il padre è molle e latitante, tutto preso a costruire i suoi modellini. Certo, ci sono i ragazzi che le corteggiano e le stimano, ma non basta. La prima muore gettandosi sulle punte del cancello di casa. Le altre quattro organizzano uno struggente suicidio collettivo.

I film che trattino del suicidio razionale e volontario (come dovrebbe sempre essere chiamato) non sono moltissimi. Alcuni parlano di questa disgrazia come di un elemento superfluo da apporre alla narrazione ma quasi mai come unico tema centrale.
L'esordio della Coppola invece segue una tragedia familiare e la allarga sempre di più fino allo strazio finale. Un film che probabilmente rivedranno in pochi per diverse ragioni.
Per cercare di attirare l'attenzione non poteva scegliere una trama migliore.
I temi sembrano prediligere fin da subito le imposizioni, i dogmi, i contrasti e gli elementi di non sense tra la purezza cattolica e una sensualità decisamente più pagana (anche se non viene mai accennata). I tabù in questo caso convergono verso un ritratto dell'adolescenza niente affatto consolatorio, con l'analisi di interpretare il dolore a danno dei familiari e lavorando innegabilmente verso la persistenza del desiderio e il doverlo relegare solo a fantasia come succedeva nel film turco molto meglio riuscito Mustang


American Beauty


Titolo: American Beauty
Regia: Sam Mendes
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La trama si concentra intorno alla vita della famiglia Burnham, composta da Lester, sua moglie Carolyn e la figlia adolescente Jane. Una tipica famiglia disfunzionale i cui membri vivono sotto lo stesso tetto ma sono ogni giorno più lontani gli uni dagli altri, incapaci di comunicarsi a vicenda i rispettivi timori e desideri, e incapaci di aiutarsi a vicenda.

Quando vidi questo film per la prima volta al cinema avevo da poco superato la maggior età.
Fossi stato un padre di famiglia, credo che mi avrebbe "scioccato" molto di più portandomi a farmi un sacco di domande o fare ipotesi su come mi sarei comportato nei panni di Lester. Fece molto discutere, l'idea era interessante, portava a galla molti problemi della quotidianità mostrando una tipica famigliola medio borghese e tutte le difficoltà e i problemi visti in particolare dal punto di vista della figlia che entra al college.
In situazioni come queste i temi sono tantissimi è un autore che soprattutto nella suo primo cinema era molto interessato alle psicologie dei suoi protagonisti ha un'occasione rara e che di certo deve provare a sfruttare al meglio.
Il film rimane la sua opera migliore dove come in una commedia teatrale mette nella bocca di Lester che racconta il suo ultimo anno di vita, un lento monologo che espone esorcizzandoli tutti i mali americani che minavano questi solidi nuclei familiari a partire dal disagio e per finire al vuoto della società americana contemporanea. Solitudini.
Quelle degli adulti fragili e quelle dei figli adulti,in un vortice dove nessuno è in grado di chiedere aiuto e allora osservare, spiare di nascosto, diventano strumenti da prendere in mano per cercare di trovare qualche risposta o soluzioni ai problemi che ci affliggono.
Ironico e mai trasgressivo, il film di Mendes ancora oggi si lascia guardare che è un piacere, notando ancora diversi elementi, dettagli, dialoghi maturi e che a ben vedere soprattutto sulla contiguità di solitudini e l'uso della tecnologia (in particolare gli smartphone) rimane ancora incredibilmente attuale.



lunedì 11 marzo 2019

Detroit rock city


Titolo: Detroit rock city
Regia: Adam Rifkin
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cleveland, Ohio, 1978. Quattro ragazzi che compongono il gruppo musicale dei Mystery, sognano di diventare il gruppo spalla dei Kiss, band satanica per eccellenza. In occasione del concerto dei loro idoli, essi si procurano quattro biglietti ma la madre di Jam, cattolica praticante, si infuria e li brucia. Da questo momento in poi comincia una spasmodica caccia al biglietto che vede impegnati i quattro ragazzi per un' intera nottata. Non mancano disavventure, crisi di coscienza e ostacoli di vario genere che movimentano la trama del film. Oltre ai già citati protagonisti, il cast della commedia annovera i componenti della band dei Kiss che interpretano se stessi

Cosa accade quando una madre cattolica praticante scopre che il figlio ha sostituito il suo vinile di Carly Simon con quello di “Love Gun” dei Kiss, il complesso satanico per eccellenza?
Detroit rock city è quella piacevola sorpresa che scopri quando meno te lo aspetti facente parte della pletora di film i quali omaggiano gli anni'80, tantissima musica, una teen comedy con un gruppo di quattro ragazzi che a tutti i costi vogliono raggiungere il concerto dei loro beniamini Kiss.
Da qui tutto il film è una divertente e scoppiettante avventura sulle peripezie e le sfortune di questi quattro metallari con la madre religiosa che sembra seguirli ovunque, facendogliene combinare di tutti i tipi.
Le regole, le istituzioni, il coming of age, tutto viene inserito nel calderone e il film poi riesce ad essere un caloroso omaggio, un revival delle migliori soundtrack degli anni '80, dove comparirà la stessa band musicale, per non parlare dell'eccesso a cui punta senza nasconderlo la regia di Rifkin cercando di mettere i giovani di fronte alle scelte e le prove più paradossali (milf che perdono la testa e spogliarelli)


mercoledì 5 dicembre 2018

Quand on est amoureux c'est merveilleux


Titolo: Quand on est amoureux c'est merveilleux
Regia: Fabrice Du Welz
Anno: 1999
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Lara, una bruttina stagionata, pensava di aver bisogno di qualcuno, a qualunque costo, anche che non la amasse, ma che le stesse seduta accanto sul tavolo a mangiare lingue di bue, o sul divano a guardare film (porno?)…

In soli 23' Du Welz (uno dei miei registi post-contemporanei preferiti) riassume quasi tutti i temi del suo cinema che andremo a vedere in seguito.
In questo caso mi ritrovo a fruire il corto dopo aver visto tutti i suoi film, particolarità non così strana dal momento che era quasi impossibile entrarne in possesso.
La solitudine e la deformità. Come questi due aspetti possono convergere trovando un lieto fine?
La metafora sotto cui il regista mette a punto la routine di Lara sembra basata proprio sull'alienazione dalla realtà in una società che potrebbe sembrare distopica senza esserlo per forza ma parlando della solitudine che sembra divorare tutti senza esclusione di colpi.
I deformati in questa operazione rappresentano il culmine dell'ultima ruota del carro, individui che per forza di cose come in una macelleria devono rimanere nascosti perchè brutti e perchè i clienti potrebbero spaventarsi.
Scegliere lo "scarto"diventa una missione salvifica.
Tutto è inquadrato in modo da far prevalere il senso di squallore e il degrado urbano che ci circonda fotografato da un rosso che rimane impresso.



domenica 26 febbraio 2017

Nona porta

Titolo: Nona porta
Regia: Roman Polanski
Anno: 1999
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Dean Corso svolge, con grande entusiasmo, un lavoro che esige pochi scrupoli, oltre ad una buona cultura e nervi d'acciaio. Cercatore di libri rari per collezionisti, viene ingaggiato del famoso bibliofilo Boris Balkan. La sua missione sarà scovare gli ultimi due esemplari del leggendario manuale d'invocazione satanica "Le nove porte del Regno delle Ombre", confrontarli con l'esemplare, ritenuto unico, di cui è in possesso Balkan, e giudicarne l'autenticità. Corso si dedica a tale ricerca facendo appello alle sue illimitate risorse: tutti i mezzi sono buoni perchè non è permesso fallire.

L'esoterismo, nel bene e nel male, è stato una costante nella vita, registica e non, di Roman Polanski. Dal brutale omicidio della moglie Sharon Tate ad opera degli adepti di Manson fino alla realizzazione di due capolavori, il regista polacco ha avuto a che fare con il diavolo e i suoi derivati in più occasioni.
Ma diciamo la verità. Un investigatore di libri in un contesto horror magico con richiami satanisti e un'atmosfera esoterica è quanto di meglio uno spettatore possa chiedere. In mano poi a uno dei più grandi registi della storia del cinema la risposta è ovvia.
Un cult, non un capolavoro.
The nine gate è un film complesso che cerca di prendersi leggermente meno sul serio rispetto ad altre opere del regista ma che poi controllando meglio, come nei simboli nascosti nel libro, regala più di quanto sembra.
I motivi futili e scenici per cui alcuni critici e una fetta di pubblico lo hanno cestinato è per il semplice fatto che ad un certo punto vediamo volare il demone che protegge Corso e altri momenti, chiamiamoli action, poco sfruttati nel cinema del regista polacco, ma che qui invece hanno una loro funzionalità e peculiarità di fondo.
La Nona porta parla di edizioni uniche e antiche, passate nei secoli di mano in mano, determinando tragedie immani, porte per aprire cancelli per l'inferno, l'inutilità di alcune sette, ricatti e vendette e infine un climax abbastanza avvincente se non fosse, e qui l'unica critica al film, un finale troppo sintetico come se bisognasse chiudere set e produzione da un giorno all'altro.
Deep è funzionale come in tutti i suoi film, è una maschera e nulla più, lottando a tutti i costi per essere scelto da Polanski che poi manco a farlo apposta si è trovato malissimo a lavorare con la star.
Langella e la Olin invece danno prova con personaggi potenti, ambigui e pieni di odio e potere, di dare quella inquietante impressione di come la sete di conoscenza generi mostri scambiandosi battute e infine scontrandosi proprio nel tempio dove si sta svolgendo la cerimonia di evocazione finale.
Il regno degli inferi e l'ossessione che ad un certo punto assale Corso (rapito anche lui dall'occultismo e dalla paranoia perchè il libro che custodisce venga rubato) crea diversi percorsi in cui il protagonista non sa più di chi fidarsi in questa estenuante corsa contro tutti.

Interessante anche se caratterizzato meno il personaggio della Ragazza, interpretato dalla Seigner, che potrebbe essere Lilith così come altri personaggi appartenenti a simbologie e interpretazioni delle più variegate che accompagnano l'uomo verso il suo destino, trovando prima l'estasi totale in una scena di sesso memorabile. Un'ultima nota va per le musiche sinistre di Wojciech Kilar.

martedì 8 novembre 2016

Ratcatcher

Titolo: Ratcatcher
Regia: Lynne Ramsay
Anno: 1999
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

James è un bambino che causa, involontariamente, la morte di un coetaneo. Il tragico evento segna ancora di più la sua infanzia dolorosa per lui che ha un padre alcolista e che può solo consentirgli una vita di patimenti. Il taciturno James gioca con i topi tra i sacchi dell'immondizia e dimostra uno scarso interesse per i suoi coetanei. L'unica persona che riesce a dare a James un po' di serenità è Ellen, una bambina che divide con lui una delicata intimità.

L'esordio della Ramsey prima del bellissimo E ORA PARLIAMO DI KEVIN è un altro film di formazione con il tipico ragazzino introverso e timido che dopo un brutto incidente scatenante e una situazione familiare difficile cerca di trovare un posto nella sua decadentissima città.
Interessante il lavoro di fotografia, il cast funzionale, i temi forti e viscerali, le molestie e gli stupri accettati dalla piccola Ellen e una crudeltà e freddezza da parte della regista che unisce tutti questi personaggi e queste tematiche senza nessuna morale.
Un pugno allo stomaco come tanti e come tanto cinema indipendente e autoriale che riesce a sganciarsi e ad avere un'originale punto di vista anche se fatica a mantenere quel livello di bellezza e di atmosfera visiva per tutto il film.

Un ottimo esordio comunque e una Glasgow povera e per certi versi in rovina e quasi post-apocalittica, un vero e proprio sudiciume che cade a pezzi e crolla letteralmente come la psiche di James. Infine la metafora del topolino come vittima di ingiustizia sociale da parte dei bulli e del gruppo diventa icona in più sequenze come a ribadire un certo schema che non sembra finire mai.

giovedì 24 aprile 2014

Dogma

Titolo: Dogma
Regia: Kevin Smith
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due angeli caduti lasciano il Wisconsin e viaggiano verso il New Jersey dove credono di trovare in una chiesa il modo di essere riammessi in Paradiso. Un arcangelo, portavoce di Dio (che s'incarna in A. Morissette), incarica una cattolica in crisi di fede di fermarli. L'aiutano due profeti.

Kevin Smith ha dimostrato di riuscire a disegnare un quadro interessante sul fanatismo religioso con il robusto RED STATE del 2011.
Dogma è un film furbetto e lezioso che cerca di dare un punto di vista sportivo e fumettistico sulla religione giudaico-cristiana. Smith ci riesce solo a tratti, senza mai dare l'impressione di aver del tutto compreso come trattare e provocare davvero i dogmi cristiani (cosa a cui non si avvicina nemmeno lontanamente) e li mescola in un cocktail da cui emerge un quadro piuttosto scordinato e contraddittorio.
Dio è una donna, gli angeli non sono poi così pacati e gentili come poteva sembrare e Gesù Cristo era nero. Tutto qui.
Il ritmo è forse la parte più coinvolgente. Le cadute di stile sono imbarazzanti e il manipolo di attori che gigioneggiano troppo senza mai dare prove convincenti (forse è difficile riuscirci dal momento che nulla viene mai trattato seriamente e nel cast è presente Ben Affleck come protagonista) a volte proprio non si possono vedere.
Dogma è una parabola fine a se stessa, di trasgressivo e apocrifo c'è poco o nulla (forse per coloro che non conoscono nulla di questi due monoteismi troveranno davvero spassose numerose scene) i dialoghi sono davvero interminabili e quasi mai divertenti, il ragnarok finale sembra una bolgia in puro stile action e il tutto viene condito da un regista credente ma non praticante, feroce ma ironico, oppositore del Cristianesimo e delle politiche della Chiesa di Roma, ma che poco cela e poco scardina.
In realtà di blasfemo in Dogma non c'è quasi nulla e sembra più di assistere ad una parata goliardica che cerca il politicamente scorretto o il religious scorretto.

lunedì 9 dicembre 2013

Street Fighter Alpha

Titolo: Street Fighter Alpha
Regia: Shigeyasu Yamauchi
Anno: 1999
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Quando Gouken, Ken e maestro di Ryu, passa misteriosamente lontano, Ken torna in Giappone e si riunisce con Ryu. Ken e Ryu non hanno molto tempo per soffermarsi sul passaggio del loro padrone, anche se, per un ragazzo di nome Shun si presenta affermando di essere da tempo perduto fratello minore di Ryu.Ryu è scettico, ma fa amicizia con il ragazzo comunque, e presto i due sono felicemente sparring insieme (Shun è anche un artista marziale di talento). Ryu, tuttavia, è stata impegnata con una lotta privata: una forza dentro di lui chiamata Hadou Oscuro. Questa forza potente, una volta consumata Akuma, uno dei più grandi discepoli di Gouken, e ora minaccia di consumare Ryu.

Finora i film d'animazione su SF sono appena una manciata senza contare la serie a episodi.
Dai videogiochi alla saga a fumetto, sono state tante le rivisitazioni e le strampalate storie inventate su alcuni dei beniamini più famosi. In questo adattamento della nota serie Alpha che arriva dopo il capitolo di Bison, si può quasi dire che il protagonista di questa vicenda sia Shun, il fratellino di Ryu. Infatti quando Sadler scopre l'immenso potere della Satsui no Hadou tradotta qui
come Hadou Oscuro, posseduta oltre che da Gouki anche dallo stesso Ryu, Shun viene rapito
e portato in un laboratorio segreto al fine di far risvegliare il potere dell'Hadou Oscuro celato in Ryu. In questo laboratorio segreto Sadler raccoglie i dati di tutti i migliori Street Fighter e qui fanno un cameo: Guy, Dan, Dhalsim, Birdie, Adon, Rolento e Sodoma.
Quindi a parte qualche comparsata e il super robot finale quasi imbattibile, tutto il film segue un corso degli eventi piuttosto dinamico, infarcito di apparizioni ma che in fondo rimane privo di un soggetto originale che riassuma meglio le intenzioni e gli obbiettivi della storia.
Durante i titoli di coda finali, tra i vari crediti, ci sono altre scene conclusive, dunque guardatelo fino alla fine se c'è la fate.

martedì 21 maggio 2013

Fight Club

Titolo: Fight Club
Regia: David Fincher
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Non sei il tuo lavoro. Non sei il tuo conto in banca. Non sei il contenuto del tuo portafoglio. Non sei i tuoi eleganti pantaloni kaki. Non sei un bellissimo ed unico fiocco di neve. La prima cosa che ti succede è che non riesci a dormire. Poi ti ritrovi una pistola in bocca. Dopo incontri Tyler Durden. Lascia che ti parli di lui. Lui aveva un piano. Credevamo in Tyler. Tyler dice che ciò che possiedi finisce per possedere te. Solo dopo aver perso tutto sei libero di fare qualsiasi cosa. Il Fight Club rappresenta quel tipo di libertà. La prima regola del Fight Club è: non si parla del Fight Club. La seconda regola del Fight Club è: non si parla del Fight Club. Tyler dice che il miglioramento di sè stessi è una masturbazione e l'autodistruzione può essere la risposta.

Un certo machismo per certi versi affascinante e portato ai massimi livelli di stiloseria potrebbe essere la log-line di rimando del film. Esteticamente sopraffino e messo in scena ai massimi livelli, Fight Club ha saputo conquistarsi un piccolo altarino tra i cult americani. Fondamentalmente il merito più grosso e di Palahniuk anche se pure lui era rimasto affascinato dalla grazia con cui Fincher e soci hanno rivisitato il finale del film. Un libro potente e assoluto che come altri dello scrittore è pervaso di cinismo, di anti-materia, di critica efferata al consumismo, di tagli alle mode e a tutti i metro-sessuali nati dal fitness e dalle palestre nonché da tutte le creme e gli accessori alla moda.
Un film sulla pratica di scaricamento delle tensioni con scarico di pugni e qui si nota il bisogno di creare un rituale ad hoc che in pochissimi secondi mostra un attaccamento, una comunità, che non riesce ad essere priva di questo collante sociale. Notare però come Fincher riesce ad essere attento al midollo e non alle ossa come poteva invece risultare prevedibile.
Un film che punta molto in alto diventando molto ambizioso, anche con tutti i temi e i sotto-temi e i rimandi che tratta, e riuscendo alla fine ha fare centro su tutto.
Il concetto anarchico, fondamentis dell’ideologia e della filosofia dello scrittore, di fondo che modella la pellicola è quanto di più originale si potesse desiderare.
Quasi tutto è in totale stato di grazia dagli attori mai così funzionali alla commistura di tematiche e idee geniali disseminate e che purtroppo avrebbero avuto bisogno di qualche minuto in più.
Where is my mind dei Pixies, canzone straordinaria, già solo dal titolo sembra la campana dei tre grossi temi che il film comunque tratta: Il disagio dell'uomo moderno,La scissione e La frammentazione psicotica.

lunedì 24 dicembre 2012

Bleeder



Titolo: Bleeder
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 1999
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Leo e Louise vivono insieme a Copenhagen e stanno per avere un bambino. Tuttavia Leo, già irrequieto per la sua frustrante vita, inizia a dare segni di violenta insofferenza che non tarderà a sfogare anche sulla sua compagna.

Bleeder può essere considerato il primo passo importante per il celebre regista danese affermatosi negli ultimi anni e autore di intense e appassionanti pellicole. A differenza dei suoi prossimi film, Bleeder uscito dopo PUSHER, suo esordio alla regia, segna un enorme passo avanti girando un intenso film d’autore. Anomalo negli intenti e nel cercare di dare un vago senso a quelle che appaiono come noiose e tristi giornate nella vita di alcuni personaggi molto comuni, Bleeder merita però una menzione speciale negli intenti e nella messa in scena.
Refn gira quasi tutto il film con la stedy regalando dunque un certo tipo di realismo e di ansia generale l’intera pellicola. Non nasconde il suo amore per il cinema come nella scena in cui un cliente chiede al commesso della videoteca un regista e quello parte con un monologo in cui cita almeno una cinquantina di autori importanti. Citazioni, silenzi che bastano da soli ad esprimere il disagio e la disperazione dei personaggi.
Leo è il perfetto binario dell’alienazione su cui si veicolano tutti i drammi. Grazie sicuramente ad un cast all’altezza si riesce a rendere reale il disagio e il viaggio nell’inferno di alcuni personaggi.
Un film che senza andare a cercare temi e inutili moralismi, mostra la vita di alcuni personaggi, soli, persi, disperati, tutti che cercano in un qualche modo di dare una parvenza di senso alla loro vita.
Sembra un tema semplice, ma in questi ultimi anni la sfida appare più difficile che mai e Refn dimostra un enorme equilibrio e una capacità che traspare dopo pochi decisivi minuti.



martedì 16 ottobre 2012

Blu Profondo



Titolo: Blu Profondo
Regia: Renny Harlin
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un esperto gruppo di biologi e scienziati marini compra una vecchia base di riarmo militare della Seconda Guerra Mondiale e la trasforma in un gigantesco laboratorio di ricerca con tanto di squali cavia per testare l'uso di un moderno medicinale che dovrebbe, secondo i calcoli, riattivare le cellule morte di un malato di Alzheimer. Ma dopo il successo dell'impresa la situazione precipita: dopo il test gli squali dimostrano di aver aumentato la loro intelligenza e in un crescendo di terrore assediano a metri di distanza dalla superfice il piccolo gruppo di sfortunati scienziati.

Forse ci troviamo di fronte ad una delle poche pellicole che sul filone dei film di genere sugli animal-horror e in particolare sulla infinita scia degli shark-movie, trova qualche apprezzamento.
L’idea dell’esperimento genetico è un classico che in un modo o in un altro lo vediamo come cardine molto abusato dagli sceneggiatori. In questo caso poi la deriva su cui si sviluppa la cura che dovrebbe portare a riattivare le cellule morte di un malato di Alzheimer ci può stare anche se dopo una ventina di minuti tutto ciò che apparteneva ad una deriva fantascientifica diventa solo uno spunto per accelerare il pedale dell’azione.
Deep Blue è un prodotto estremamente ritmato, pieno di tensione e colpi di scena elettrizzanti.
I dialoghi, anche se non sono il massimo, riescono a rendere accettabile e poco banale l'idea dell'esperimento genetico come pretesto per far ruotare intorno ad esso un moderno film d'azione fine anni '90, non tra i migliori del genere ma estremamente emozionante e mai deludente, se non nelle fasi finali in cui come sempre le scene improbabili sono quelle a farla da padrone.
Per il resto Harlin, un mestierante come un altro, è un operaio di Hollywood specializzato nei film d’azione. Probabilmente insieme a CLIFFHANGER e NIGHTMARE 4 firma il suo film migliore. Ed è tutto presto detto.



martedì 13 dicembre 2011

Once Were Warriors 2-Cinque anni dopo


Titolo: Once Were Warriors 2-Cinque anni dopo
Regia: Ian Mune
Anno: 1999
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 2/5

Da quando Beth lo ha lasciato nella speranza di rifarsi finalmente una vita, Jake l'attaccabrighe, ha voltato le spalle alla famiglia. Ha trovato in Rita, una nuova compagna, ma continua a vivere di espedienti e a frequentare il bar di McClutchy. Qui tra una bevuta e un'altra scopre che suo figlio Nig è stato ucciso in uno scontro tra bande.

Mentre nel primo capitolo il soggetto prevedeva un lungo spaccato sul contesto famigliare, qui l’elemento di fondo non è sviluppato bene, rimanendo un monito sugli stralci del precedente capitolo.
Probabilmente Mune punta più sull’elemento delle bande senza però aggiungere nulla di nuovo rispetto al primo.
Effettivamente questo secondo capitolo punta molto di più sull’azione, essendo la sceneggiatura molto limitata sin da subito si notano alcuni difetti abbastanza imperdonabili come l’arrivo di Sonny, un figlio che nel primo capitolo non c’era, qui appare dopo cinque anni grande come gli altri fratelli.
Forse l’unica news a parte Scimmia  e la parte degli Snake e proprio il socio di Scimmia che esce dopo aver scontato una pensa per salvare il suo capo e alla fine nel climax finale opterà per un bel colpo di scena.
Jack la Furia comunque sembra a differenza degli altri personaggi, di non essere invecchiato di una virgola.

lunedì 21 marzo 2011

Existenz

Titolo: Existenz
Regia: David Cronemberg
Anno: 1999
Paese: Usa/Canada
Giudizio: 4/5

In un futuro imprecisato, la famosa creatrice di videogiochi Allegra Geller sta per presentare la sua ultima creazione: eXistenZ, un gioco basato su un particolare sistema di collegamenti biologici che permette al giocatore di vivere una dimensione parallela, del tutto realistica. Durante la prima dimostrazione del gioco, un terrorista infiltrato fa fuoco e ferisce Allegra: quest'ultima sarà costretta a fuggire insieme a Ted, addetto alla sicurezza nella ditta che distribuisce eXistenZ.

Vedendo questo film la prima domanda che mi salta in mente è –Vivrò abbastanza per giocare ad Existenz?-forse no, ma non ne sarei tanto sicuro e comunque se ci fosse la possibilità sarei uno dei primi a farmi installare una bio-porta.
Film nemmeno troppo originale come soggetto in cui prendere parte ad un gioco può essere talvolta pericoloso e può non sembrare più un semplice intrattenimento, ma la più raccapricciante delle realtà, una vita allargata in cui ti senti più potente e puoi gestirti meglio il tuo personaggio rendendolo più violento oppure una checca indefessa.
Libertà a 360 gradi quello che non succede nella nostra realtà.
Così Cronemberg ci mostra i suoi i-pod simili a quelli reali ma più in carne, un cavo di connessione corporea nemmeno così inverosimile e il risultato è un bellissimo film in cui contribuisce la recitazione sopra le righe del sempre bravo Jude Law assistito da una calzante, ma meno espressiva Jennifer Jason Lee, che abbandonò le riprese di EYES WIDE SHUT per questa pellicola, Ian Holm e Willem Dafoe in due ruoli piccini piccini.
Gli effetti speciali così come il draghetto a due teste e gli anfibi clonati degni del peggior McDonald futuristico sono fatti benissimo.
La realtà sfasata, le bio-porte, i personaggi che parlano solo se interpellati sono peculiari di una tematica allargata che ha sempre interessato il regista canadese in quasi tutta la sua filmografia.
Ora il punto è: Cronemberg immagina questo per chiederci se potremmo preferire una realtà virtuale alla nostra sempre più di plastica vista passivamente attraverso gli occhi di televisori e mezzi tecnologici sempre più allargati? E’ giusto in una società violenta come la nostra poter prendere parte ad una sorta di tutti contro tutti in cui puoi fare esattamente quello che vuoi?

Ragazza sul ponte

Titolo: Ragazza sul ponte
Regia: Patrice Le conte
Anno: 1999
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Adèle sta per buttarsi da un ponte per annegare tutti i dispiaceri, ma una voce cerca di farla riflettere a non commettere errori. E’ Gabor, un lanciatore di coltelli disperato quanto Adèle. La ragazza si butta, e dopo essere stata salvata dall’uomo, lo segue come bersaglio per i suoi spettacoli. Entrambi cominciano a cambiare il loro destino, la fortuna si muove dalla loro parte e dopo il primo spettacolo, in cui Gabor prova il numero bendato, arriva il successo. Vincono alla roulette e alla lotteria, lanciano coltelli sulla ruota della morte in una crociera, ma alla fine la frivola Adèle decide di partire con un greco. Dopo errori e vani tentativi di ritrovare la fortuna, i due si rincontreranno sullo stesso ponte.

La fille sur le pont è visivamente eccellente, la bellissima e impeccabile fotografia in bianco e nero di Jean-Marie Dreujou riesce a creare un atmosfera suggestiva e disperata e a portare a casa un film delizioso dal regista de IL MARITO DELLA PARRUCCHIERA.
"Io non ho mai avuto niente, tranne la sfiga" è la frase che forse meglio traduce lo spirito del film e della sua protagonista Adèle, una donna che pensa di aver perso tutto, quasi un Ameliè con tutti quei modelli e quelle espressioni caricaturali.
Auteil è ottimo nella parte, anche se poco caratterizzato come personaggio, il romanticismo freddo e ingenuo di Gabor con le sue battute veloci e distaccate confermano il talento di uno dei migliori attori francesi sulla piazza. Il gusto poi di entrambi nel provare piacere e paura quando fanno gli spettacoli è molto poetico così come la scelta del regista di mostrarci un rapporto che non arriva mai al sesso, ma si ferma ad un intenso amore platonico.
Notevoli le musiche.
Il soggetto e la sceneggiatura sono di Serge Frydman.
Si passa dal circo in cui, tra l’altro, vediamo una bellissima panoramica d’artisti e “freaks”, così come la scelta di mostrare a volte i dialoghi telepatici tra i due per poi passare ad un road movie che stona almeno in parte con le intenzioni iniziali e sembra inserito con difficoltà per tappare quei pochi buchi di sceneggiatura.
Un film forte, suggestivo e romantico che cita anche se mai in tono plateale alcuni capolavori nostri cercando di ricreare delle atmosfere felliniane e che fanno apparire il tutto come un grosso sogno romantico che non cade mai nel banale.

domenica 20 marzo 2011

Ley Lines

Titolo: Ley Lines
Regia: Miike Takashi
Anno: 1999
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Ryuichi e un ragazzo cinese che abita in Giappone. Purtroppo a causa di continue discriminazioni parte con il fratello Shun e l’amico Chan per Tokyo dove inizieranno a lavorare per un boss per poi cercare di fregarlo.

Ley Lines è del’99. Il genere mischia come sempre tematiche di yakuza con una storia drammatica, un percorso di formazione, un affresco d’amicizia e fiducia e una riflessione su che senso poter dare alla vita.
Come sempre il film è girato molto bene con scelte stilistiche d’effetto e numerose trovate. Ci sono dei momenti catartici assolutamente miikiani come il pappone che picchia la prostituta Anita che rimanda ad Ichi per la carica di violenza della scena. Anche il modo di mostrare i combattimenti come la scena in cui Ryuichi picchia il fratello Shun ricorda molto Rainy Dog.
Bravi gli attori alcuni fedeli alla filmografia di Miike come Sho Aikawa, Ren Osugi, Tomorowo Taguchi, Kashiwaya Michisuke e altri come il protagonista Kitamura Kazuki.
Il film quindi non racconta solo di tre amici che vogliono evadere da una realtà denigrante per piombare nell’inferno che non regala nulla ma che invece esige e non transige.
Le loro peripezie, il rapporto con la prostituta Anita che prima li deruba e poi gli aiuta complice di un itinerario di violenze e rapine.
Non mi soffermo sulla parte tecnica perché come sempre è incisiva ed efficace. La storia è forse una delle più “normali” che non esagera quasi mai e regala a parte scene indimenticabili una piccola nota di riflessione.


Splendor

Titolo: Splendor
Regia: Gregg Araki
Paese: Usa
Anno: 1999
Giudizio: 2/5

Veronica(Robertson)è una ragazza frustrata. Non riesce a trovare un ragazzo e con l’aiuto di un amica(Kelly McDonald)riesce a trovare ben due ragazzi ad una festa di Halloween. Naturalmente non sa scegliere così se li porta a letto entrambi e per gioco li costringe a baciarsi. Quando però la bella Veronica sarà in cinta, allora per il fortunato trio inizieranno i problemi.

Araki ha dovuto moderarsi e abbassare i toni non potendo sfornare un altro gioiellino come lo è stato a suo tempo DOOM GENERATION.
Lo stile pop acido con punte di grottesco certo non manca al regista, anche se si era abituati ad ogni tipo d’eccesso anticonformista.
Il genere della commedia giovanile non mi piace particolarmente, poiché troppo stereotipata, tuttavia il film è condito con ottimi colori che danno maggior stile alla caratterizzazione dei personaggi.
In parte tutti gli attori.
La protagonista è la teen ager di Beverly Hills. Strano ma vero. Tuttavia stupisce come abbia abbandonato così in fretta tutti quei tabù per sottoporsi al ruolo di Veronica accettando quindi una catarsi con un personaggio estremo e sensuale.

domenica 13 marzo 2011

Terror Firmer

Titolo: Terror Firmer
Regia: Lloyd Kaufman
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La storia si svolge sul set di un film della Troma, un possibile sequel di the Toxic Advenger. Durante le riprese una dark lady misteriosa si aggira indisturbata nelle varie location, seducendo vari membri della troupe per poi massacrarli nei modi più crudeli.

Questo è il migliore dei tre innanzitutto perchè non ha una struttura da film ma racconta una specie di film nel film. Un regista cieco, una protagonista che assomiglia alla Watts ed è fichissima(una pussy coi controfiocchi), Sgt.Kabukiman e Toxic giusto per omaggiare i film della Troma. Insomma ci sono tutti pure il tipo con la testa di vacca che viene ucciso in Toxic IV dallo stesso Toxic cattivo.
L'inizio è sorprendente...una donna killer che assomiglia come stile vagamente all' ANGELO DELLA VENDETTA di Ferrara, naturalmente in chiave trashissima, arriva e comincia a staccare gambe, cazzi, infila bong nei culi con tanto di coca e acqua sporca annessa.
Vedetelo e vi farete delle ghiotte risate.