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domenica 27 ottobre 2019

Signore delle illusioni


Titolo: Signore delle illusioni
Regia: Clive Barker
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Philip Swann è considerato il più grande illusionista del mondo. Tuttavia pochi sanno che in realtà nei suoi spettacoli non utilizza dei trucchi, bensì vera magia. I suoi poteri derivano da una devastante esperienza di dodici anni prima, quando aveva cercato di cogliere l'autentica percezione della realtà da Caspar Quaid, un uomo con poteri ed abilità demoniache. Per costringere Swann a essere il suo braccio destro nella distruzione del mondo, Quaidd rapisce una ragazzina, Dorothea, e nelle vicende che portarono alla sua liberazione, Swann sembra esser riuscito a uccidere e sigillare l'anima di Quaid. Tuttavia, dodici anni dopo questi eventi, alcuni seguaci di Quaid iniziano a compiere dei massacri e si mettono alla ricerca di Swann, ora marito di Dorothea. Per impedire il risveglio del vecchio mentore, Swann inscena la sua morte. La cosa insospettisce Dorothea, all'oscuro dei piani del marito, e decide di ingaggiare il detective Harry D'Amour (perseguitato da visioni demoniache) per far luce sugli eventi.

Barker per me è una sorta di profeta. Un personaggio da adorare ancora più di Lansdale e King.
Un autore, scrittore, pittore, regista, sceneggiatore e molto altro ancora che mi ha fatto scoprire il male sotto un'altra forma.
Il suo terzo film sicuramente non ha i fasti e non è così semplice da tradurre su grande schermo come lo erano stati i due precedenti lavori per numerosi motivi.
In primis la storia, molto complessa, tantissimi personaggi, molta simbologia, tematiche e modalità che assomigliano moltissimo alla sua graphic novel Apocalypse - Il grande spettacolo segreto (The Great and Secret Show), un fumetto incredibile in due volumi da leggere e rileggere più volte, tant'è che pensavo inizialmente che fossero la stessa cosa ma poi sono andato a rileggermi il Libro di sangue visto che nel fumetto la sinossi parlava dell'infinita lotta tra il bene e il male, in una versione in cui si contrappone la fame di potere al semplice elevarsi dello spirito a essere cielo.
Il film poi merita un'importante considerazione ovvero i tagli che sempre di più piovono come meteore impazzite da parte della produzione che su talenti di questo tipo deve mettere sempre le mani.
Amputare Cabal è già di per se un dramma, ma non inficia troppo sulla storia, farlo con Lord of the illusions è un atto criminale perchè la storia è complessissima e nonostante tutti gli sforzi del caso, si rischia di trascurare od omettere particolari che servono a dare chiarezza su una buona parte dei misteri e dei colpi di scena.
A livello tecnico il film è sicuramente segnato da un sacco di soldi che necessitavano e gli effetti in c.g, alcuni sono davvero orribili come il mostro/fantasma, Swann che cerca di apparire con un tremendo 3d in versione triangoli del Tagliaerbe. Dall'altra parte invece alcuni effetti sono abbastanza impressionanti, Quaid nel finale quando si leva la maschera ha un make up funzionale così come l'indemoniato che all'inizio turba il sonno di Harry.
Il film con meno violenza e sangue in assoluto per essere di Barker. Un film che come il romanzo, Il mondo in un tappeto, che spero qualcuno prima o poi prenderà in considerazione, ha una valenza magica, meno orrorifica ma più mistica e legata se vogliamo a quell'orrore satanico che a Barker piace molto. Qui i rimandi sono più al soprannaturale, alle illusioni, a ciò che sembra ma non è, ad un investigatore privato che entra in una sub cultura che non conosce e di cui non sa nulla come noi del resto.



giovedì 24 ottobre 2019

Specie Mortale

Titolo: Specie Mortale
Regia: Roger Donaldson
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Alcuni scienziati assemblano un Dna secondo le indicazioni di un extraterrestre. Pentiti, tentano di uccidere la bimba creata, che però fugge, cresce a vista d’occhio e cerca di riprodursi.

Specie Mortale è un b-movie, un film sci-fi con alcune cadute nel trash ma allo stesso tempo riesce ad essere stranamente oggetto di culto da parte di nobili nerd della fantascienza.
Quella a cui non manca l'action più spedito, alcune scene erotiche dal momento che bisogna sfruttare il fascino fuori dal comune di Natasha Henstridge, dialoghi a volte improbabili, scene truculente, Hans Ruedi Giger scomodato per creare il mostro è poi quel girotondo per cui il film cerca un equilibrio che non trova mai, diventando a ratti estremamente bizzarro, violento, e con alcune scene di sangue notevoli, mentre dall'altro sembra aver avuto una gestazione complessa a partire da un cast che vede un sacco di nomi noti quasi tutti sprecati fino ad alcuni momenti di non-sense molto forti che viste le premesse possono pure starci.
Una cazzatona divertente e che nella sua apparente ingenuità cerca di prendersi molto sul serio con una storia che aveva delle premesse se non proprio esaltanti, almeno all'altezza.
Sil è quell'esempio o quella metafora su cui il cinema di sci-fi negli anni continua a lavorare con risultati altalenanti, dalle invenzioni di SPLICE fino a MORGAN, che avverranno dopo, il film di Donaldson è un fanta-horror di puro intrattenimento, quel film che vogliamo poter pensare un ibrido malato tra ALIEN e DETECTIVE STONE, un po una baracconata fatta apposta per intrattenere e divertire.

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mercoledì 2 ottobre 2019

Waterworld

Titolo: Waterworld
Regia: Kevin Reynolds
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo lo scioglimento dei ghiacciai, il mondo è ricoperto dalle acque e la società sprofonda nella barbarie. Un eroe solitario, tormentato dalla propria diversità legata a mutazioni genetiche che privilegiano l'adattamento alla nuova situazione ambientale) difende una giovane donna e la figlia di questa dalla tribù degli Smokers: sulla schiena della bambina è infatti tracciata la mappa per raggiungere la terra promessa di Dryland.

Il MAD MAX degli oceani. Waterworld aveva sicuramente dei pregi evidenti trattando una materia per certi versi atipica e originale, un Medioevo nel XXI secolo frutto di un cataclisma che ha causato l’innalzamento delle temperature e lo scioglimento delle calotte polari, portando all'inghiottimento di tutti i continenti e di buona parte della popolazione.
Waterworld è un film distopico costato 175 milioni. Il più grande flop commerciale del cinema degli anni Novanta, un film fantastico-avventuroso spettacolare e fumettistico con una trama di un'ingenuità rara, ma in fondo solo un pretesto per raccontare l'ennesimo viaggio dell'eroe di un meta-umano con le branchie, solo contro tutti, che si lancerà alla ricerca della terra perduta con la bambina che ha tatuato sulla schiena la mappa della terra promessa.
C'è il popolo d'Israele, i sacrifici, le prove, i nemici "Smokers"rubati alla meno peggio dai film di Miller, l'insopportabile Kostner e per fortuna, anche se dosate con il contagocce, alcune creature marine decisamente affascinanti. Per fortuna il film non ha quel contorno e quella natura romantica che con un eroe solitario come Kostner ci si poteva aspettare.
Non macina e trasuda sangue come i film di Miller, ma dal canto suo prova a mettersi in gioco con alcune scene e momenti decisamente gradevoli, ad esempio legato ai freaks che tramite legami di sangue nascono mezzi deformi.
Un film distopico che a distanza di anni riesce comunque ad essere molto gradevole, dal taglio e dalle intenzioni forse troppo epiche e un finale prevedibilissimo come alcuni ostacoli che Mariner dovrà affrontare. Presenta comunque delle sequenze e delle scene d’azione sull’acqua che hanno fatto scuola dal punto di vista tecnico e che restano insuperate da un lato e punti di riferimento insostituibili per realizzarne di nuove dall’altro.

venerdì 14 giugno 2019

Crying Freeman


Titolo: Crying Freeman

Regia: Critstophe Gans
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

C'è un assassino che terrorizza tutti, soprattutto i cattivi della Yakuza, la mafia giapponese. È crudelissimo ma si commuove di fronte alla bellissima che dovrebbe uccidere. Anche i killer hanno dunque un cuore

Crying Freeman uscì l'anno successivo a Corvo. Forse cercando di sfruttare il successo ottenuto dal film di Proyas, Gans regista troppo altalenante, si è buttato su questo action atipico di una bruttezza rara e indiscusso esempio di ironia drammatica e tante altre cose assurde, etc.
Fino a quel momento trasporre a livello cinematografico un comic, anzi manga, di successo non era un'operazione facile contando che proprio in quegli anni venivano tentati i primi esperimenti così come anche per i live action in maggior numero per fortuna in Oriente.
Cercando di dare vita ad un assassino che non fosse quello già visto fino fino ad allora e cercando di approntare delle migliorie dal punto di vista dei movimenti e del linguaggio, i risultati furono clamorosamente quasi tutti indigesti per un pubblico abituato a fisic du role sullo schermo dei soliti muscolosi attori americani.
L'indagine è banale, i nemici sembrano già visti e ancora una volta siamo distanti dalla Yakuza inquadrata da Scott o Cappello, qui sembra più un espediente come unico strumento da sfoggiare per la rabbia di Hinomura cercando di aderire più a quello stile action del cinema di Hong Kong che non ad una indagine vera e propria.
Qui proprio i dogmi del cinema delle arti marziali sembrano prendere in prestito da Woo e Lee passando per il wuxia anche se spesso in maniera poco delicata e tutt'altro che elegante come invece accade con il cinema orientale.
Un mix di mode, forme e colori, nonchè linguaggi che di sicuro era anomalo per quegli anni ma bisogna contare che la storia così come lo svolgimento non vanno oltre una banalissima mediocrità.




mercoledì 5 giugno 2019

Fist of the North Star


Titolo: Fist of the North Star
Regia: Tony Randel
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo una catastrofe nucleare, il mondo è caduto nel caos e nell’anarchia. Shin, maestro della Croce del Sud, decide di assumere il potere, uccidendo sia i suoi colleghi, sia i maestri nemici del Pugno del Nord. Ma uno sopravvive, è Kenshiro, che vaga nel deserto, rifiutando però di vendicarsi, nonostante Shin tenga prigioniera la sua amata Julia.
Arriverà in un paese, Paradise Valley, che sta per essere invaso dalle truppe di Shin, e questa volte non potrà scappare dal suo destino…

Il film in questione è il primo e unico live action sulle gesta del famoso lottatore diventato famoso per la saga animata. Low budget, un mestierante con poca esperienza, un cast improvvisato dove spuntano alcuni attoroni, uno scenario post apocalittico anch'esso reso il più realistico possibile ma a guardar bene risulta tutto palesemente finto dove la credibilità dobbiamo sforzarci noi di ricrearla.
E poi botte da orbi, effetti in c.g dove grava l'assenza di soldi, trucco e costumi inguardabili a partire dal vestiario e dalle cicatrici di Ken, tanta voglia di crederci per un film che negli anni ha saputo diventare un piccolo cult trash tra gli amanti del genere e al contempo è stato uno dei pochi ad aver avuto il coraggio di inscenare le gesta di Ken almeno nella prima parte delle sue avventure.
Il problema di Randel era quello di credere in ciò che faceva senza rendersi conto che se almeno l'intento fosse stato quello di renderlo una parodia allora ci sarebbe riuscito, ma invece il film sin dall'inizio si prende maledettamente sul serio fino all'incontro con Shin altalenando momenti clamorosamente comici e girati malissimo come la morte di Bart o alcuni incontri dove la coreografia è ridicola soprattutto se pensiamo all'incontro finale tra Ken e Shin. (che finisce a calci nei maroni e testate) Per finire poi altri spiacevoli incontri dove anzichè usare le tecniche di Hokuto si passa direttamente alle armi da fuoco sparando ai nemici.


lunedì 3 giugno 2019

Strange Days


Titolo: Strange Days
Regia: Kathryn Bigelow
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

1999: Lenny Nero traffica illegalmente in esperienze virtuali su supporto “squid”; una prostituta gliene fornisce una che scotta, sulla polizia di Los Angeles.

Strange Days quando uscì fece molto discutere. Dal punto di vista dello scifi si è pensato ad un film rivoluzionario che al suo interno assorbisse come una calamita un nutrito mix di sotto generi tale da renderlo universalmente molto ben allargato secondo i confini cinematografici di quell'epoca.
Il film della Bigelow (come tutto il suo cinema del resto) oltre a rimanere un'esperienza sensoriale incredibile, è prima di tutto cinema politico dove l'artista mantiene un suo punto di vista sinistroide e sempre schierata (in futuro lo sarà ancora di più per evidenti ragioni geo politiche).
Strange Days dal punto di vista delle immagini sancisce di fatto alcuni apporti che dal punto di vista strettamente tecnico andavano sdoganati arrivando a costruire una messa in scena dotatissima e ispirata da molta letteratura e film di genere partendo dal futuro metropolitano apocalittico e le pieghe politiche.
Strange Days diede il suo enorme contributo anche e soprattutto per il fatto di non nascondere la violenza (che come diceva Renè Girard "è una delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo")
ma anzi mostrandola in tutta la sua disperazione dove pur di poterla sperimentare, come d'altronde il sesso, o usarle come valvole di sfogo si preferisce viverle in una realtà virtuale (ed è qui che la scenografia inserisce alcuni apporti interessanti nonchè originali)
In una società odierna iper violenta e iper reale, in particolare quella americana, Strange Days sancisce la sua assoluta modernità, uno dei film cyberpunk che nonostante abbia troppa carne al fuoco, riesce a mantenere un equilibrio di fondo fino al climax finale dove la regista esagera per fortuna riuscendoci.




giovedì 15 giugno 2017

Johnny Mnemonic

Titolo: Johnny Mnemonic
Regia: Robert Longo
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Johnny è un corriere neurale, un uomo con un impianto nel cranio che gli consente di usare il suo cervello come un hard disk. Per fare spazio si è fatto cancellare i ricordi della sua infanzia ed ha raddoppiato la capacità della sua memoria con una espansione, ma la massa di dati che per una grossa somma ha accettato di recapitare supera i suoi limiti, e lo porterà alla morte se non sarà in grado di scaricarla entro breve tempo. Ciò che Johnny ignora è che sta trasportando la formula criptata della cura del male del secolo, il NAS (Sindrome da Attenuazione del Sistema Nervoso), trafugata da alcuni ricercatori della Pharmakom che vogliono renderla pubblica. Ma l'azienda farmaceutica che ne è proprietaria è intenzionata invece a trarne il massimo profitto, ed ha incaricato la Yakuza di recuperarla a qualsiasi costo. Accompagnato dalla bella Jane, guardia del corpo contagiata dal NAS, ed inseguito dai sicari giapponesi che dopo aver trucidato gli scienziati ribelli vogliono ora letteralmente la sua testa, Johnny trova rifugio tra i Lotek, e nella loro base riesce a decodificare la formula ed a liberarsene prima che l'eccesso di dati nella sua mente raggiunga il punto critico.

E'incredibile come alcuni film sci-fi distopici riescano ancora ad oggi ad essere pungenti e incredibilmente all'avanguardia. Johnny Mnemonic è un film d'azione con tanti ingredienti mischiati all'interno. Una piccola rivincita con alcuni aspetti cyber punk e il tentativo di renderlo etnicamente vario e con tanti accessori e intuizioni interessanti e d'avanguardia.
Il film di Longo è indubbiamente sporco, un giocattolone con tanti difettucci di fabbrica e non solo nel cervello del protagonista e nelle parti deboli dei Lotek.
Dal punto di vista dell'epoca e dell'ambientazione il lavoro di ricostruzione e di computer grafica è immenso pur lasciando alcune piccole pecche che a mio parere insieme agli altri elementi fracassoni ne danno una certa dimensione appunto che lo redono quasi un b-movie sporco e rozzo.
Per quanto concerne la sceneggiatura e la storia bisogna inchinarsi di fronte a Gibson e la cura che ha messo per questo primo film ispirato al suo racconto.
Proprio l'ambientazione nel 21° secolo, cioè il nostro secolo, è curioso vederlo così ipertecnologizzato come tanti altri registi credevano in quegli anni vedendo l'incredibile sviluppo tecnologico. Johhny Mnemonic dello sconosciuto Longo che sembra essersi perso dopo questo film (le major lo avranno fatto sparire) pur avendo tantissimi limiti rimane quel tentativo come per molti film di quegli anni, di riuscire a creare un'opera contaminata da numerosissime influenze e tendenze. Un mondo decadente dove tutti sono costretti a vendersi o vendere parti del corpo per potersi potenziare, in cui l'egoismo è diventato il vero mantra, in cui gruppi economici di dimensioni planetarie controllano i loro enormi interessi ricorrendo senza scrupoli alla forza illegale di organizzazioni criminali come la Yakuza, la potente mafia giapponese impiegata in questo film in modo più che altro kitsch. Allo strapotere delle multinazionali si contrappongono gruppi di resistenza clandestini come i Lotek, che vivono, confusi nell'eterogenea massa di una popolazione tagliata fuori e minacciata dal nuovo morbo del secolo, tra le rovine fatiscenti e abbandonate delle periferie urbane.

Infine un cast abbastanza importante per l'anno di uscita dove al di là di Keanu Reeves che recita come in tutti i film senza dimostrare particolari doti ma essendo di fatto solo belloccio e bucando lo schermo ricordiamo le performance di Lundgren nel Predicatore e Kier nel ruolo di Ralfi.

domenica 19 febbraio 2017

Città perduta

Titolo: Città perduta
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Anno: 1995
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

La banda dei Ciclopi (criminali ciechi) rapisce bambini in un porto fatiscente e li consegna ai Krank che pagano con occhi artificiali. I Krank prelevano dal cervello dei bambini i sogni che loro non sanno più fare. Il gigante One si è visto portare via il fratellino adottivo Denrée e Miette, una bambina di nove anni, lo aiuterà a ritrovarlo. Film allucinato e raffinato proposto come opera d'apertura a Cannes nel 1995 e giunto nelle nostre sale solo nella stagione 1998/99. Il suo difetto sta forse nell'estrema ricercatezza collegata a un impianto fiabesco. Si tratta di una miscela che allontana due pubblici in un colpo solo: quello dei bambini e quello degli adulti.

La città perduta è il tentativo più complesso, la prova più ardua del fuoriclasse francese.
Jeunet è incredibile e il suo talento straordinario è tale da poterlo tranquillamente inserire tra i più importanti registi francesi post-contemporanei. Il suo cinema è unico, una fiaba, un teatro dell'assurdo che lo ha consacrato sia da parte della critica che del pubblico unanime.
Questa specie di fantasy con venature horror e grottesche è la summa della cinematografia e degli sforzi a volte troppo "cervellotici" del regista. Dal punto di vista scenografico, della scelta del cast, le location, la messa in scena senza parlare delle musiche che giocano sempre un ruolo chiave nei suoi film, tutto è bilanciato alla perfezione con quell'attenzione minimale al dettaglio.
Jeunet allarga la poetica e la fa incontrare con un film così strano e indecifrabile da inserirlo tra le opere che verranno odiate a morte dalle produzioni che non capiranno mai a quale target venderlo.
Ai bambini non piacerà perchè troppo scientificamente complesso e intellettuale, agli adulti potrebbe in parte annoiare, mentre ai cinefili si aprirà un nuovo orizzonte e una nuova chiave di lettura e prospettiva cinematografica onirica e incredibile del regista.
La pluralità delle tematiche inserite nel film è stupefacente anche se non sempre vista la mole di maestranze accorpate, si riesce sempre a mettere a fuoco l'intento e la psicologia di alcuni personaggi e di alcune scelte narrative.
Per il resto è Arte a 360°, forse troppo complessa e disarmonica ma alla fine si rimane basiti di fronte ad un'opera che oltre richiamare tantissimo cinema del passato, cerca anche di essere un degno precursore e amante del genere distopico e del genere post-apocalittico e sci-fi.


sabato 16 novembre 2013

Ultima profezia

Titolo: Ultima profezia
Regia: Gregory Widen
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il poliziotto Thomas Daggert, seminarista mancato, indaga sull'uccisione di un'ermafrodita senza occhi dal profilo fisiologico di un feto abortito. L'inchiesta si complica quando Gabriel, arcangelo rinnegato, compete col Diavolo per il possesso dell'anima di un generale morto, sotto accusa per crimini commessi durante la guerra di Corea.
Dopo una prima grande guerra nei cieli, nella quale gli angeli del Signore cacciarono nelle viscere dell'Inferno Lucifero e gli altri ribelli, è giunto il momento di una nuova sanguinosa battaglia, quella contro la razza umana.

Secondo alcuni angeli, gli uomini, o meglio, come sono soliti chiamarli, le scimmie parlanti, gli hanno sottratto l'amore di Dio, anteponendosi a loro e offuscando la propria figura agli occhi del Signore, verso il quale ora nutrono un feroce sentimento di odio e rancore. Per tornare ad essere le creature predilette, non resta altro che distruggere la razza umana, e per farlo dovranno servirsi dell'anima malvagia di un uomo, che si trasformerà in un potente guerriero che combatterà al loro fianco. A cercare di impedire questa nefasta profezia, ci sarà Dagget, ora divenuto un poliziotto, il quale in seguito ad un caso di omicidio totalmente irrazionale, si renderà conto di trovarsi ad affrontare qualcosa di infinitamente superiore e potente.
La scelta di girare un horror metafisico non è di per sè malvagia come idea.
Angeli, demoni, poliziotti, preti che lasciano la religione, etc sono tutte componenti che se collegati nella giusta maniera possono portare ad un buon film come è già capitato in passato usando lo stratagemma religioso e l'elemento soprannaturale come motore dell'azione che non è poca cosa.
Ora il problema della pellicola di Widen è fondamentalmente giocata su un ritmo che non sempre riesce ad essere incisivo, dialoghi che sembrano marcatamente pulp diventando spesso parabole insensate e frasi sconnesse. Un thriller esoterico, se così possiamo chiamarlo, non può e non dovrebbe incappare in alcuni di questi problemi di fondo diventando dunque poco serio con una morale finale tutta improntata sull'umanità.
Ci sono delle parti interessanti come la prova di Walken e un angelo Gabriele aka Lucifero interpretato da Mortensen e il sempre buon Koteas, più una buona fotografia di B.D. Johnson e R. Clabaugh. Sono stati girati diversi sequel sfruttando l'elemento bizzarro e prezioso del soggetto e cambiandone pochi contenuti interni.

sabato 10 novembre 2012

Cruel Jaws-Fauci mortali


Titolo: Cruel Jaws-Fauci mortali
Regia: Bruno Mattei aka William Snyder
Anno: 1995
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Ad Hampton Bay, la stagione balneare è alle porte. Tre sommozzatori hanno un importante compito, ovvero recuperare il relitto di una nave della marina degli Stati Uniti affondata proprio nei pressi del piccolo paese. Purtroppo per loro vicino al relitto troveranno delle cruel jaws ad attenderli. Quando il corpo di uno dei sub viene ritrovato sulla spiaggia divampa il panico, non tanto per il fatto che ci sia uno squalo, ma più per il fatto che la stagione andrebbe a ramengo e lascerebbe il villaggio negli affanni della disoccupazione. Per cui il cattivo senza scrupoli di turno cercherà di minimizzare l'accaduto e di dare il via alla stagione prendendo precauzioni minime: sarà un gravissimo errore.

Sulla carta sembra essere una sorta di sequel di tutti i capitoli sullo squalo. Se fosse così sarebbe il numero cinque nella lunga e interminabile serie di film destinati al mercato direct-to-video dal momento che non è mai andato in onda in tv in quegli anni.
Per essere un b-movie del nostro caro Mattei il film ha dalla sua le più funzionali armi del low-budget richieste dal mercato. Inserendo una quantità incredibile di stock footage e una buona dose di azione al film sembra non mancare nulla. C’è un protagonista che sembra Hulk Hogan dei poveri, ci sono le immancabili musiche inizio anni ’90 e una buona dose, che non manca mai, di esplosioni e via dicendo.
La scena madre forse è quella in cui lo squalo tira giù un elicottero.
Il fatto più inusuale anche se poi non è sempre così è quello per cui come dicevo prima Mattei ha rubato scene madre di altri film senza farsi nessunissimo problema e quindi facendo ovviamente notare allo spettatore come lo squalo appaia sempre in modo diverso.
Anche questo è cinema e come sempre per il cinema più povero si tenta di stupire con degli effetti speciali come questi. Mattei ancora una volta conferma un talento e una voglia di mettersi ala prova fino in fondo incredibile.



lunedì 2 gennaio 2012

Dredd-La legge sono io


Titolo: Dredd-La legge sono io
Regia: Danny Cannon
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel terzo millennio le megalopoli sono ormai terra di conquista per una criminalità perversa e polimorfa. Contro di essa si battono i "giudici", che sono insieme magistrati, poliziotti e giustizieri. Per la sua inflessibile severità, Joseph Dredd è il terrore dei malviventi del Livello zero di Megalopoli 1, quel che resta di Manhattan

Mettendo i dovuti puntini sulle i, si può dire che come film di genere non è poi uno schifo assoluto per l’anno in cui uscì. Gli elementi che non funzionano sono la presenza di Stallone(la faccia c’è ma senza un accenno di catarsi del personaggio) e alcune sporadiche banalità su cui sembra ci sia il costante bisogno di traghettare come ovvia deriva per non intricarsi in complicazioni che possano rendere la pellicola quanto mai banale e superficiale e qui Cannon(regista tra l’altro troppo convenzionale), colpa anche degli sceneggiatori e della scelta del target del film ci casca completamente.
Quello che invece funziona come per altre pellicole quasi sempre americane sono proprio tutti quegli elementi di contorno dall’atmosfera, alla location, gli effetti speciali, insomma il fumo la cosa che riescono a vendere meglio sul mercato anche se con una superficialità di fondo eclatante. 
Certo occorre fare una netta distinzione tra chi paragona le scenografie indimenticabili di alcuni film con filmetti come questi che sembrano quasi formare un piccolo universo di b-movie abbastanza modesti che però grazie a un buon ritmo e una consistente dose di action (che in fondo è quello che la pellicola mira innanzitutto a regalare) offrono un intrattenimento tutto sommato gradevole che cita anche qualche citazione dalle COLLINE HANNO GLI OCCHI nella scena forse più bella della famiglia cannibale. Basti pensare al primo intervento di Dredd che più tamarro di così non poteva essere caratterizzato, al ladruncolo Fergie troppo fastidioso, al mentore devastato (Max von Sydow al suo peggio) e via dicendo senza lesinare la stupidità immonda dell’incidente scatenante e l’urlo di Stallone “Io sono innocente e subito dopo Io sono la legge” che sembra uscito dall’altro tamarrissimo film TANGO & CASH.
Però nel caso di Dredd basato su un fumetto di John Wagner e Carlos Esquerra essendo un film d’azione con connotazioni Comics e quant’altro il risultato è piacevole anche se palesemente scontato. Per un pubblico che non ha mai letto il fumetto, si lascia fruire senza storcere troppo il naso e scegliendo di non fare un confronto con gli intenti dei due fumettisti che come giustamente scrivono non hanno mai tolto il caschetto al protagonista criticato (e il film lo sottolinea molto bene) di essere a tutti gli effetti un risultato fascista a tutti gli effetti si getta un velo pietoso e lo si guarda spegnendo il cervello.


martedì 22 marzo 2011

Dea dell’amore

Titolo: Dea dell’amore
Regia: Woody Allen
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una coppia (Lenny, cronista sportivo, e Amanda, una gallerista), adotta un bimbo, Max, ceduto appena nato ad un istituto da una giovane sconosciuta. Il piccolo Max è adorabile, ma Lenny è ossessionato dal desiderio di conoscere la madre del piccolo. Carpito l'ultimo recapito della donna, Lenny riesce a scoprirne l'identità: è Linda, pornostar e prostituta.

Mighty Aphrodite è sicuramente un film spassoso che come tutte le pellicole di Allen non annoia mai perché continuamente imbottito da gag e da frasi che rendono il regista americano celebre e divertente. La storia di affidi, le problematiche di coppia con necessari tradimenti, di cosa dire e cosa non dire per non cambiare il destino e per seguire i consigli di Cassandra e Tiresia che fanno parte di un gustosissimo ma a tratti stancante e ripetitivo Greek Chorus. Le parti venute meglio sono sicuramente quelle che vedono l’incontro tra Lenny e Linda alias “Judy Orgasm”. Pieno di dialoghi senza freni e con un linguaggio spregiudicato che non sottrae nulla. Un Allen in gran forma che non tramonta mai che ancora una volta è affiancato alla fotografia da Carlo Di Palma, predilige a differenza di altri suoi film le musiche di Dick Hyman è infatti si respira molto meno jazz che in altri suoi famosi.
Una divertente commediola satirica. Non uno dei migliori Allen ma sempre divertente

lunedì 21 marzo 2011

Dead Man

Titolo: Dead Man
Regia: Jim Jarmush
Anno: 1995
Paese: Usa/Germania/Giappone
Giudizio: 4/5

Fine Ottocento, William Blake è un giovane contabile che si dirige in Arizona per cercar lavoro. Incontra una ragazza, ma è costretto dopo la sua morte ad uccidere per legittima difesa il fidanzato. L’episodio suscita l’ira del nonno del ragazzo che manda tre cacciatori di taglie a braccarlo. Blake lungo il cammino viene aiutato da Nessuno, un pellerossa convinto che sia il poeta famoso morto nel 1827. Da qui inizia il viaggio in tutti i sensi di William costretto a difendersi e ad attaccare al momento opportuno.

Un viaggio allucinato, poetico e onirico.
Un western “moderno”, forse quasi unico nelle sue atmosfere metafisiche. La scenografia è curatissima mostrando paesaggi strani e insoliti unita ad una calda fotografia in bianco e nero.
Il film ha uno sviluppo lento, i personaggi sembrano stanchi e in molte occasioni di fronte ad omicidi o via dicendo non ci sono reazioni, rendendo il tutto ambiguo e anomalo. Questo è sicuramente uno dei punti forti del film, ovvero mostrare personaggi quasi privi d’identità che si sono persi o stanno cercando un posto dove andare. Deep è straordinario riesce ad immedesimarsi perfettamente in un classico eroe che non ha nulla d’eroico. Si guarda in giro come se non conoscesse nulla di quello che sta succedendo per poi diventare implacabile, quando ormai riesce a delineare un obbiettivo.
Musiche perfette di Neil Young, adattissime al contesto del film.
Come sempre nella filmografia di Jarmush, questo è un esperimento assolutamente ben riuscito che sfrutta le musiche, la fotografia e i paesaggi per estraniarti. Un classico film atipico, in cui certo non manca una solida struttura drammaturgica, ma si muove a rilento incantando lo spettatore come a distoglierlo dagli obbiettivi dei personaggi e farlo immergere in atmosfere magnifiche.

domenica 20 marzo 2011

Getting Any

Titolo: Getting Any
Regia: Takeshi Kitano
Anno: 1995
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Asao stabilisce che per aumentare la propria attività sessuale ha assolutamente bisogno di un'automobile. In seguito, non riuscendo nel suo intento, proverà di volta in volta a diventare attore, killer, minatore e quant’altro pur di rimediare più soldi possibili e diventare un grande amatore.

Getting any è indubbiamente uno dei film più comici dell'autore giapponese. Fuori da ogni schema narrativo tradizionale senza regole ed esagerato tanto da partire come una tranquilla commedia e riuscendo infine proprio ingigantendola a fargli assumere il tono di un film di fantascienza anni'50 con l'imperdibile uomo-mosca. Il film analizza in maniera sempre satirica, anche se mai banale, il percorso di un uomo che non riesce a collocarsi nella società contemporanea giapponese sempre più omologata e sfrenata nei ritmi.
Il protagonista comincia con il desiderio di possedere una donna in una macchina e da quel momento inizia a fantasticare e contemporaneamente esagerano le vignette e le situazioni in cui si colloca come quando inavvertitamente uccide il boss dei boss della yakuza e rimane unico affiliato dato che gli altri si uccidono a vicenda.
Il protagonista è il calibratissimo Lizuka Minoru attore già al servizio di film di Takashi Miike come per vari altri giapponesi. Capace di esprimere sempre al meglio le circostanze e gli avvenimenti che si susseguono. Naturalmente anche Takeshi si ritaglia una memorabile parte nel ruolo dello scienziato pazzo che per raggiungere l'uomo invisibile(e ci riesce)ci riprova ma creca luomo mosca. In questo film per certi versi si ha una somiglianza soprattutto nel finale con ZEBRAMAN del già citato Takashi.
Un film pieno di humor,azione,slapstick,scene surreali ma anche grottesche, irriverenti e mai troppo serie se non nella riflessione su un paese sempre più contaminato che riflette il tutto nei quadri sempre magnifici di Kitano.

Doom Generation

Titolo: Doom Generation
Regia: Gregg Araki
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una coppia di ventenni balordi aiuta un coetaneo, più sciroccato di loro, che li coinvolge in azioni violente e in un triangolo amoroso che trasuda di sesso, droga, punk-rock e televisione.

Uno dei film che al tempo più mi scandalizzò soprattutto per la scena finale in cui con un paio di forbici viene mozzato l’uccello di uno dei tre protagonisti.
Questo film è sempre stato un manifesto. Io ho trovato per alcuni aspetti molto più pulp questo che i film di Tarantino. Hanno sempre scritto le peggio cose e gettato merda sui film di Araki che certo non sono tutti belli, SPLENDOR è poco più che una commedia e l’ultimo film uscito a Cannes dopo il capolavoro MYSTERIOUS SKIN non è stato accolto bene.
Tuttavia Araki in questo film contamina completamente la pellicola con riferimenti strampalati, citazioni, scene volutamente splatter, humor e tanto sesso e un cinismo oltre che voyeurismo che accompagnano tutto il film.
Il cast è formato da giovani in cui spicca l’attore feticcio di Araki, James Duval che come altri deve solo ringraziare che il regista si è invaghito di lui, l’ex di Manson Rose McGowan lanciata proprio con questo film per poi essere la prima vittima in GRINDHOUSE e Johnathon Schaec che dopo si è perso facendo cacate innominabili.
Uno dei pregi di questo regista è quello di saper creare un’atmosfera in cui gli attori sono liberi di dare il meglio di loro stessi senza sbavature.
Un film sull’eccesso con un ritmo sfrenato, sul bisogno del consumo da parte dei giovani.
Al tempo credo quindi dieci anni fa quando lo vidi per la prima volta in tv ero rimasto scandalizzato perché tutta la scena finale era stata censurata da rete porca quattro, cioè era stato oscurato tutto il secondo tempo. La cosa deprimente era che si sentiva l’audio me non si vedevano le immagini dello stupro della ragazza da parte dei nazi(…quella madonnina dove è finita…). Finalmente lo trovai giorni dopo perché la mia ricerca era frenetica indovinate un po’ dove…da Blockbuster.
Intramontabile come i classici e frenetico come il cinema low-budget sa essere quando al timone c’è un bravo regista.

El Dia De la Bestia

Titolo: El Dia De la Bestia
Regia: Alex De La Iglesia
Anno: 1995
Paese: Italia/Spagna
Giudizio: 3/5

Il giorno dell'apocalisse è vicino e Satana si prepara per il grande colpo. A tentare di salvare il mondo e l'umanità, uno scalcinato pretino e i suoi improbabili alleati amanti dell'heavy metal.

Alex De Iglesia è un regista in gamba e il suo secondo lungometraggio è un film convulso composto da trovate e momenti divertenti che strizza l’occhio agli horror satanici. Il regista sa come muoversi, come scherzare usando l’ironia giusta.
Casting tutto spagnolo tranne una poco convincente Maria Grazia Cucinotta che qui per fortuna non è più che figurante e a parte le tette non fa bella figura.
Il tema dell’apocalisse non è molto originale ma se si pensa che questo film sa dare una sfumatura molto grottesca in quasi tutte le trovate senza prendersi mai troppo sul serio (e qui di registi incalliti ce ne sono molti!) allora si guarda senza remore. L’umorismo non manca e i generi che si contaminano sono davvero molti, low-budget la spesa se contiamo che a parte un demonio caprino, il resto è tutto senza effetti speciali vistosi.
Per gli amanti del genere che vogliono divertirsi.