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mercoledì 2 ottobre 2019

Seme della follia

Titolo: Seme della follia
Regia: John Carpenter
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

John Trent, investigatore privato, viene incaricato di un caso che lo conduce ai confini della realtà: ritrovare uno scrittore di best-seller dell'orrore misteriosamente scomparso. Il detective si ritrova coinvolto in una vicenda in cui la realtà si confonde pericolosamente con la fantasia.

E'doveroso ammettere che film così ispirati e con così tanti significati fanno fatica ad uscire di questi tempi. In the Mouth of Madness è uno dei migliori horror di sempre, una storia così semplice e al contempo indecifrabile che lascia ancora ampi margini di interpretazioni chiudendo la trilogia carpenteriana e portando alle estreme conseguenze le indagini del regista sulla rarefazione del reale e il suo irrimediabile scambio con l'immaginifico (prologo e finale). Con una resa visiva eccellente per quanto concerne tutti i generi citati e tutte le dimensioni che il film affronta, reale, paranormale, sovrannaturale, spostandosi di fatto da un contesto all'altro in un viaggio allucinato e disperato che sembra non avere mai fine con toni apocalittici, atmosfere gotiche e infine i mostri che tornano sulla terra da dimensioni ignote e con umani che subiscono orripilanti mutazioni fisiche.
Un film che non è tratto dai romanzi di King ma che diventa istantaneamente una delle sue ipotetiche trasposizioni migliori, citando e strizzando l'occhio verso quell'universo di follia che si impossessa del protagonista e dei lettori in un impianto visivo semplicemente spettacolare e magistrale per quanto curi nel particolare ogni singolo frame diventando inquietante, morboso, gore e disturbante (Sam Neil in stato di grazia, quell'urlo nel pullman ancora mi sveglia la notte). Un film dalla struttura tutt'altro che semplice, un gioco che serve a sbilanciare lo spettatore a farlo mettere continuamente in discussione su ciò che sta avvenendo e le scelte dei protagonisti. Carpenter ha parlato di libri maledetti come di film maledetti nel sontuoso episodio dei MHO-CIGARETTE BURNS.
Una delle opere horror più affascinanti sul tema della realtà e immaginazione, tra continui incubi e situazioni che confondono e trasfigurano protagonista/spettatore in un alternarsi senza fine, diventando sempre più deliranti giocando sulle ambiguità fino al climax finale decisamente curioso e inaspettato.

domenica 29 settembre 2019

Brainscan

Titolo: Brainscan
Regia: John P.Flynn
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Michael, orfano di madre, è un tipo decisamente introverso. Si rifugia allora nell'elettronica e sperimenta "Brainscan", un CD-Rom così interattivo da coinvolgerlo apparentemente in una serie di delitti.

Brainscan è un filmetto da quattro soldi scritto male e diretto peggio ma che almeno aveva qualche idea da mettere in scena unendo realtà virtuale, musica metal, omicidi e tante altre cosucce come spiare la propria vicina e farci un sacco di pensieri.
Trickster grazie all'abilità di Steve Johnson agli effetti speciali è forse la cosa migliore assieme all'interpretazione senza freni di Furlong nei suoi anni di grazia prima di finire lobotomizzato dalle droghe e dall'alcool. Un film ingenuo che però cerca di fare quanto di meglio grazie proprio al gioco tra il mostro e il protagonista senza chiamare in causa attori secondari sprecati e omicidi che sembrano messi in scena da tecnici di serie tv americane mostruose per il piattume con cui vengono concepiti e messi in scena.
Sembra di vedere un film ancora più vintage di quanto non sembri assomigliando ad una pellicola degli anni '80, dove nel freezer vediamo i macaroni al formaggio e una tecnologia che seppur preistorica cercava di dare il suo meglio.
Il gioco "Brainscan" poi che cercava di omaggiare alcuni videogiochi di successo di quegli anni, consiste nel superare 4 livelli divisi in 4 CD, uccidendo tutti i testimoni sbarazzandosi delle prove prima dello scadere del tempo. Michael, dopo aver superato tutte le prove dei 4 CD (involontariamente, contro il volere di Trickster) infine si risveglia nella sua stanza ritornando alla realtà e si rende conto che tutte le persone uccise nel videogioco sono in realtà vive e che ha vissuto una bruttissima esperienza. Finale davvero trascurato che butta nell'immondizia quanto creato ma che rispecchia il solito happy ending americano di quegli anni.

sabato 8 giugno 2019

Corvo


Titolo: Corvo
Regia: Alex Proyas
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Alla vigilia di Halloween, il musicista dark Eric Draven è brutalmente assassinato con la sua fidanzata da una banda di drogati. Esattamente un anno dopo Eric risorge, pallido, nero vestito e accompagnato da un misterioso corvo. Immortale, dà la caccia agli assassini e al loro capo, Dollar, ma questi, grazie all'amante, esperta di occultismo, lo mette in difficoltà.

Ci sono dei film che rimarranno maledetti per sempre..
Il corvo diretto dal mestierante Alex Proyas è certamente uno di questi. Brandon Lee ucciso sul set fu una tragedia che non venne dimenticata facilmente, come d'altronde era il destino ineluttabile e drammatico dei membri della famiglia Lee.
Un revenge movie dove il nostro eroe decide di andare contro gli assassini della sua fidanzata facendo pulizia e agendo come una sorta di eroe solitario e tenebroso.
Il fascino dell'attore, i dialoghi tagliati con l'accetta ("non può piovere per sempre"), la scenografia scura che anticipava le belle atmosfere di DARK CITY, attori tutti in parte e alcuni combattimenti resi epici proprio dalla disperazione che portava Eric a seguire la sua sete di vendetta, hanno fatto sì che l'opera venne accolta dai fan del genere come una piccola pietra miliare.
Quando uscì al cinema avevo 12 anni e fu un evento che segnò diversi adolescenti della mia generazione.
Un film americano come in quegli anni ne uscivano a bizzeffe, dotato dalla sua di un concentrato di rabbia, tristezza e malinconia che sembrava il manifesto del disagio dei giovani adolescenti di allora (impossibile non empatizzare con Eric). Il corvo aveva tutti quei diktat della filosofia dark e politica di un autore molto sfortunato che dopo aver diretto un paio di buoni film, tra cui questo, è diventato un mestierante al soldo delle major dirigendo per lo più immondizia.
Il trucco nero di Eric e il costume, i suoi pianti , le sue lacrime, la pioggia insistente, la tortura e il sangue, lo stupro collettivo, di certo Proyas ha cercato di mantenere il più possibile le atmosfere del fumetto in tre puntate ideato e realizzato da James O'Barr. Grazie poi ad una sound track da urlo, il film anche nelle sue ripetizioni e in un finale telefonato, è diventato un cult incredibile soprattutto per la morte tragica del suo eroe.


lunedì 3 giugno 2019

Addiction


Titolo: Addiction
Regia: Abel Ferrara
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

New York. Kathleen studia filosofia morale, materia che le offre spunto per porsi continuamente problemi ai quali non trova risposte soddisfacenti. Una sera, tornando a casa, viene aggredita da una donna-vampiro che la porta in un vicolo e le succhia il sangue. Da quel momento Kathleen non è più la stessa, si sente in preda a una sete inarrestabile e il virus del vampirismo sta entrando nel suo corpo. Dopo aver assalito una serie di vittime, la ragazza entra in contatto con Peina, un altro vampiro che le insegna come vivere anche stando in astinenza. Con il passare del tempo, Kathleen sembra essere tornata a una vita normale, ma in occasione della sua festa di laurea il vampirismo riprende il sopravvento...

Abel Ferrara è un regista che non ha bisogno di presentazioni così come Christopher Walken e Lili Taylor.
Il film dell'autore americano riesce a districarsi dal solito genere vampiresco improntato sull'action, ma prende una strada diversa, sempre ponendo al centro come location l'incubo metropolitano, ma cercando di allargare la metafora (sulla diversità) e studiarne i contenuti come un fatto sociale, un esperimento quasi antropologico sulla società americana.
Il viaggio di Kathleen è il viaggio di tutti noi verso qualcosa che affascina e al contempo spaventa.
Un bisogno di metamorfosi interna che fa sì che Kathleen entri in contatto con un'altra realtà, forse quella che in fondo ha sempre cercato e temuto allo stesso tempo. A livello tecnico c'è da dire che la scelta della fotografia in b/n si è rivelata funzionale per dare forma e ombre ai personaggi e alle suggestioni caricandole ancor più di significato e lasciando presagire paure e luoghi sconosciuti.
Il martirio e la dipendenza da sangue diventano ad un certo punto, dal secondo atto in avanti, un viaggio per la sopravvivenza e l'indagine interiore dove si cerca di andare avanti tra nervi scoperti, sangue e sofferenza fisica e morale.
Forse è il film dell'autore che più di tutti esplora l'essenza del dolore qui codificata ad hoc scegliendo una materia come quella dei vampiri, affascinante proprio perchè credendo di essere al di sopra dell'uomo, porta a riflessioni importanti soprattutto nel finale circa il concetto di immortalità e sopravvivenza.


Dellamorte dellamore


Titolo: Dellamorte dellamore
Regia: Michele Soavi
Anno: 1994
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Francesco Dellamorte lavora come custode al cimitero di Buffalora, un piccolo paesino lombardo. Il luogo però è infestato da una strana maledizione: la notte infatti le persone decedute negli ultimi sette giorni ritornano in vita, e a lui e al suo goffo aiutante Gnaghi tocca l'arduo compito di eliminare i morti viventi. Il tutto naturalmente all'oscuro di chiunque, pena il rischio di perdere il lavoro e passare per matto. Le cose però si complicano inesorabilmente quando Francesco viene sedotto da una giovane vedova. I due hanno un rapporto sessuale proprio sopra la tomba del marito appena scomparso, che inferocito si risveglia dalla tomba e uccide la ragazza. Da qui in poi per Francesco la vita diventerà un vero inferno, e oltre ad occuparsi dei "ritornanti", sempre più numerosi, dovrà fare i conti con la propria coscienza.

Fino ad oggi il miglior film su Dylan Dog.
Qualsiasi altro tentativo non è mai stato all'altezza nonostante gli sforzi interessanti di un indie come Dylan Dog-Vittima degli eventi oppure tentativi beceri e terribili come sempre ad opera degli americani girati in fretta e furia e senza rispecchiare nessuna poetica dell'autore con Dylan Dog-Dead of Night
Tratto da un romanzo di Tiziano Sclavi, il film funziona prima di tutto per l'atmosfera che riesce a confondere lo spettatore facendogli pensare di essere in una sorta di limbo (siamo a Boffalora vicino Milano) dove in mezzo alla nebbia e soprattutto tra la nebbia, tutto può succedere.
Sembra inoltre di uscire da un film di Fellini ed entrare nell'orrore di Fulci.
Tutto funziona perfettamente anche la presenza di una modella come Anna Falchi che rimane statuaria nella sua bellezza e nella sua iconografia che soprattutto all'inizio è ispirata alla Venere del Botticelli. E' un film che se a livello tecnico funziona molto bene, è soprattutto il ritmo e il linguaggio a farla da padrone dove il grottesco non manca, ma neppure il cinismo beffardo e la malinconia romantica di fondo con continui rimandi al cinema e alla letteratura e alcune scene indimenticabili. Oltre ad essere il miglior film su Dylan Dog e un ottimo horror zombie-movie, una interessante commedia nera e un dramma romantico girato con un decimo del budget del coetaneo americano con cui in comune ha solo il nome del protagonista.




mercoledì 2 luglio 2014

Little Odessa

Titolo: Little Odessa
Regia: James Gray
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Joshua Shapira, killer di professione, torna a Little Odessa, quartiere di immigrati russi a Brighton Beach, Long Island, dove è nato, per un "lavoretto pulito". Suo padre gli vieta di mettere piede in casa, dove sua madre è morente e suo fratello minore, Reuben, stravede per lui. Joshua vuole compiere il lavoro quella notte, ma suo padre lo "vende" al boss del quartiere. Pagheranno le sole persone che ama.

Per essere un'opera prima il primo film di Gray a 25 anni risulta in perfetta sintonia con gli intenti e la personalità del regista. Tuttavia non ci si può esimere dal trovare il Little Odessa una struttura che rimanda ad alcuni stereotipi belli forti, un thriller-drammatico con in mezzo la malavita, famiglie sfasciante, vita di strada e via discorrendo. Di suo c'è che il film si prende molto seriamente, il protagonista, un buon Roth, è gelido e spietato e costretto a confrontarsi con le proprie radici e i demoni del passato.
Senza dare lustro o diversa forma al genere, Gray ne incupisce i toni, cerca una sottile analisi di alcuni rapporti famigliari, e rende questa moderna tragedia in un linguaggio sobrio e intenso senza compiacimenti cinefili né concessioni al sensazionalismo a parte forse qualche nota dolente nel finale. Incuriosisce comunque la cura con cui il regista ha confezionato alcuni momenti molto tragici e drammatici come l'incontro tra Joshua e sua madre.

lunedì 30 luglio 2012

Street Fighter


Titolo: Street Fighter
Regia: Steven E. De Souza
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

l tiranno di Shadaloo, un immaginario paese del sud-est asiatico, ha preso in ostaggio sessantatré caschi blu e minaccia di sterminarli se non avrà venti milioni di dollari. Entra in azione una task force delle Nazioni Unite, capeggiata da eroico colonnello esperto in karate

Alcuni tentativi del passato che cercavano di portare su grande schermo alcuni videogiochi hanno sempre fatto i conti con scarsi effetti speciali e a volte budget molto limitati per l’impresa. Soprattutto se parliamo degli inizi degli anni ’90 allora ne sono esempi, che poi con il tempo sono diventati dei b-movie veri e propri, film come DOUBLE DRAGON oppure SUPER MARIO BROS.
Il caso di Street Fighter è diverso per molti motivi. Il primo è che il videogioco è spaventosamente famoso e conosciuto da quasi tutta la crew dei giovani di quella generazione e poi anche dopo. Il franchising costruito ad hoc dai nipponici sull’argomento è stato poi spaventosamente gigante.
Il secondo è perché non avendo assolutamente una storia, era un tentativo davvero difficile di cercare di restituire un minimo di somiglianza anche solo con quello che si leggeva sui fumetti, e nel caso in questione, la fantasia a fatto da padrona dall’inizio alla fine.
Il terzo motivo è quello secondo cui svariate fonti, compreso me, non avevano assolutamente intenzione di vedere il film e poi dal momento che qualche anno dopo sono arrivati alcuni lunghi d’animazione davvero potenti e che hanno saputo riscattare il gioco dandone sicuramente un punto di vista apprezzabile a differenza del film in questione.
Il quarto motivo è il più brutto è la forza reazionaria del film camuffata sotto la guida di Guile (un super-tamarro Van Damme), soldato dei marines, che non è mai stato protagonista di nulla all’interno dei fumetti sulla saga.
Quindi partendo da quest’ultimo motivo diventa fine a se stesso, definendolo una boiata eccezionale, una mistura di vari personaggi reinterpretati alla cazzo di cane anche se in alcuni momenti si ride è di gusto.
Soprattutto se a caratterizzare Bison c’è il Raul Julia, morto poco dopo la fine delle riprese.

martedì 13 dicembre 2011

Once Were Warriors-Una volta erano guerrieri


Titolo: Once Were Warriors-Una volta erano guerrieri
Regia: Lee Tamahori
Anno: 1994
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Alla periferia di Auckland una madre maori di cinque figli lotta per tenere unita la famiglia contro il marito ubriacone e violento e due figli invischiati nella logica delle bande giovanili

Una volta erano guerrieri ora sono alcolizzati e schiavi del mito americano.
Questa poteva essere la log-line di lancio del film. Uno spaccato urbano a tratti commovente e sicuramente duro e scomodo come i dialoghi e il linguaggio usato nel film. Una critica feroce contro la rapina, usato come sinonimo di colonizzazione che vede protagonisti i Maori. Dentro la società dentro il ghetto, scopriamo come oramai il degrado e la corruzione siano le costanti del processo e della deriva urbana con evidenti responsabilità antropologiche di natura ovviamente occidentale.
Eppure i personaggi che vivono questa dura realtà non sembrano trovare colpevoli sfogando tra di loro la rabbia e l’evidente frustrazione.
Tamahori poi punta molto sui legami famigliari e quelli tra bande(unico elemento con il quale sembrano mantenere una certa stabilità anche se ad un prezzo molto alto).
Temuera Morrison ha avuto la possibilità di dar vita ad un personaggio molto discutibile ma sicuramente indimenticabile come quello di Jack la Furia. Peccato per il suo futuro che insieme a quello del regista sembra essersi disperso come le radici Maori, solo che mentre il primo è stato sfortunato il secondo
ha abbandonato la sua terra per dedicarsi ai film d’azione più beceri americani ma con la consapevolezza di aver realizzato il suo capolavoro alla sua opera prima.
La parte poi di formazione in cui l’insegnante cerca di instillare tradizioni e cultura ai giovani è forse la parte più commovente.

domenica 20 novembre 2011

Hellbound-All’inferno e ritorno


Titolo: Hellbound-All’inferno e ritorno
Regia: Aaron Norris
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Anno 1186 d.C.: il re Riccardo Cuor di Leone giunge in terra santa per salvare un neonato figlio di re dall'emissario di Satana, Prosatanos, un potente essere malvagio. Con l'ausilio dei suoi uomini entra in un castello, e combatte creature mostruose prima di poter imprigionare in un sepolcro il malvagio Prosatanos. Tuttavia quest'ultimo gli ricorda la profezia che dice che un giorno sarà liberato e porterà la morte di nuovo sulla Terra. Tenendo conto delle sue parole, il re Riccardo fa murare tutte le stanze che portano alla tomba, per fare in modo che nessuno si possa avvicinare per liberarlo. Inoltre divide in otto pezzi lo scettro di Prosatanos, fonte del suo potere.
Anno 1951 d.C.: due uomini spinti dall'avidità riescono a entrare nella tomba di Prosatanos, ma a causa della loro ignoranza liberano il malvagio essere come scritto nelle profezie, e vengono barbaramente uccisi da lui.

L’incipit iniziale è così assurdo da riuscire a rendere la visione possibile proprio grazie a questo stratagemma del tutto illogico che colloca Hellbound tra le cose più brutte (ma divertenti) che siano mai state girate.
Hellbound è il quinto film del fratello di Norris che evidentemente doveva celebrarne su pellicola l’autostima e le imprese mirabolanti dal momento che la loro collaborazione non finisce qui.
La trama è così assurda e ricorda così tanto i b-movie che non potevo astenermi da un’attenta visione. Naturalmente di una bruttezza rara e più trash di quanto non si dica, Hellbound gioca proprio sull’assurdo ovvero un sergente che sfida un demone (non il diavolo come altri hanno scritto) in una corsa contro il tempo assolutamente senza senso..
Dal soggetto si arriva poi alle location quasi tutto girate in Israele e di cui quei cazzo di sionisti hanno in pratica aiutato a produrre questa porcheria che come molti lavori con o di Norris non risparmiano una certa vena xenofoba che traspare sempre anche se in piccole battute o luoghi comuni facenti parte di lacune culturali piuttosto evidenti.
Spesso viene malamente associato con il secondo capitolo di Hellraiser con cui non c’entra assolutamente niente. In questo caso la fusione tra horror (di cui non c’è traccia a parte l’espressione truce di Neame nel ruolo del demone Pronanatos) e azione poteva regalare qualcosa in più ma tutto viene cestinato sulla plasticità della coppia di protagonisti su cui svetta uno dei pochi attori capace di autocelebrarsi  credendoci sul serio e senza preoccuparsi dell’elemento assurdo che lo mette  nell’olimpo degli sboroni.
La serie di calci rotanti di Chuck comunque non risparmierà neanche l’adepto delle tenebre costretto a prendersi calci in faccia per ben cinque minuti.
Capolavoro delle cazzate targate Norris.

giovedì 14 aprile 2011

Prison

Titolo: Prison
Regia: John Frankenheimer
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una prigione dura, ad altissimo tasso di violenza dove i detenuti vengono stipati, ingabbiati come bestie e ridotti a vivere in uno stato di miseria e di abbandono. La rabbia e la repressione con il passare del tempo si trasformano in odio e violenza. Ora i detenuti sono pronti a far valere le proprie leggi e fanno esplodere una sommossa brutale, sanguinaria che travolge chiunque si trovi sulla loro strada...

Un bel dramma ispirato da una storia vera, ovvero le cronache della rivolta scoppiata nel supercarcere di Attica nel settembre del 1971,e di cui solo pochi anni fa si sono conclusi processi per stabilire resposabilita'e risarcimenti.
L'ambiente del carcere è stato spesso sfruttato nel cinema e capita in esempi recenti CELLA 211 che ne esca fuori un quadro esaustivo e una critica sui diritti dei prigionieri e delle condizioni di vita all'interno.
Sperando che rimangano sempre e il più possibile distanti dai cerchi infernali danteschi come i C.p.t di cui si preferisce non parlare mai, il film di Frankenheimer fa riflettere molto sui diritti e i doveri dei prigionieri e delle guardie.
Responsabilità ancorate chissadove sfociano in una rabbia quasi primordiale. Emerge tutta la rabbia di uomini abbandonati a loro stessi e costretti per forza di cose non avendo uno stato che scommette su di loro a imbrigliarsi in piccoli gruppi di appartenenza(quasi sempre legato al colore della pelle).
Cosa può dunque fare il beniamino di David Lynch che non sa da che parte stare come Juan che anche se vive da subito la catarsi, solo che lui se all'inizio si fa prendere la mano poi scopre quell'universo che forse non è così distante dal loro.
Il film si avvale di una sempre ottima e sobria regia, un cast nutrito e ben contaminato e alcune scene davvero impressionanti contando che il livello della violenza non si risparmia mai.
Vedere poi guardie e ladri sguazzare tutti nello stesso fango èuna scena che la dice lunga.

lunedì 14 marzo 2011

71 frammenti di una cronologia del caso

Titolo: 71 frammenti di una cronologia del caso
Regia: Michael Haneke
Anno: 1994
Paese: Austria/Germania
Giudizio: 4/5

Un giovane, due giorni prima di Natale (1993) uccide per un banale litigio tre persone in una banca, poi si uccide a sua volta. La vicenda si sviluppa in realtà negli ultimissimi frammenti, ma è preparata attraverso le storie individuali di più personaggi o gruppi: un anziano malato; una coppia di aspiranti genitori adottivi; un ragazzino giunto chissà come da Bucarest; addetti alla sicurezza della banca; impiegati; scene di famiglia e scene di lavoro; scene di spostamenti; superstrade e svincoli...

Il cinema d'autore coincide perfettamente con la filmografia del cineasta austriaco, sicuramente uno dei nomi più influenti oltre ad essere un’artista attento e ottimo osservatore dei comportamenti umani.
La televisione e i mass-media annebbiano la nostra mente con piccoli frammenti che si aggiungono di giorno in giorno alla nostra quotidianità tanto da riuscire a inibire in alcuni casi la realtà con la fantasia.
Con 71 frammenti uno dei film più rigidi e complessi del regista, Haneke inizia testimoniando un episodio di cronaca senza commentarlo ulteriormente oltre quello che viene riportato dai tg. Tutta la storia e i personaggi che ci vengono narrati sembrano darci dei quadri sulla tragedia finale
Inizia quindi filmando frammenti di quello che poi sfocia in un dramma, passando da episodi come una coppia che cerca di ottenere un'affido, ad un giocatore di ping-pong frustrato e una bambina orfana che scappa da un posto all'altro.
Tutto questo è catturato con astuzia e con uno studio dell'inquadratura che preferisce mostrare col contagocce sforzando la capacità recettiva dello spettatore.
Interessante e provocatorio nonché un film di denuncia sul mondo mass-mediatico.
Tra le varie situazioni troviamo uno smarrito Michael Jackson in tv che cerca di discolparsi dalle denunce di pedofilia e molestie.