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domenica 27 ottobre 2019

Ninja Scroll


Titolo: Ninja Scroll
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Per impossessarsi di un giacimento aurifero, uno dei signori del castello di Yamashiro ordina ai propri ninja, capitanati da Himuru Gemma, di assassinare i rivali. Gemma mette poi i suoi ninja l'uno contro l'altro, ma Jubei sopravvive e decapita il diabolico leader. Cinque anni dopo, Gemma si reincarna ed entra al servizio della casa di Toyotomi. Solo Jubei potrà fermarlo...

Ninja Scroll continua la fortunata carriera e filmografia di Kawajiri, regista nipponico d'animazione immenso, che riesce a fare ciò che gli piace senza avere paletti di censure da dover rispettare.
Il suo cinema infatti è pieno di violenza, scene splatter di squartamenti, scene di sesso, dialoghi feroci e tanta tanta atmosfera di morte che impregna sempre l'ambientazione delle sue opere.
Tutti i mondi da lui sdoganati fanno paura, nessuno ci vorrebbe mai vivere, gli stessi mostri metafore degli umani, ricalcano quella perfidia e corruzione che diventa il loro modus operandi per andare avanti nella società. Intrighi, complotti, mattanze, Ninja Scroll ha una storia molto semplice per affondare la sua katana in quello che interessa sempre a Yoshiaki ovvero non avere una visione troppo manichea, ma tracciando spietati i cattivi come i buoni, puntando sempre su racconti visionari dal carattere marcatamente erotico. Gli scontri qui si superano, spettacolari e cruenti con personaggi, protagonista e demoni, caratterizzati molto bene e con un design magnifico (un altro dei meriti dei suoi film).
Come sempre essendo autore a tutti gli effetti cura anche il soggetto, lo script, il character design imprimendo come dicevo il proprio stile personale con ampia libertà di manovra.
Ninja Scroll funziona anche perchè nonostante abbia già qualche annetto invecchia molto bene, rivederlo è sempre un toccasana e se qualcuno volesse approfondire di più la materia è stata fatta anche una serie di 13 episodi, interessante ma che non ha i fasti del film.

lunedì 21 ottobre 2019

Tombstone

Titolo: Tombstone
Regia: George Pan Cosmatos
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'ex sceriffo Wyatt Earp raggiunge i suoi fratelli Virgil e Morgan a Tombstone, cittadina in pieno sviluppo economico, con lo scopo di stabilizzarsi e di raggiungere facili guadagni attraverso una attività commerciale. Ben presto, però, sarà costretto a scontrarsi con un gruppo, i Cowboys, che seminano il terrore in città. Lo scontro sarà inevitabile, e porterà a conseguenze devastanti anche per la famiglia Earp

Tombstone per me è un cult del western. Un flm imperfetto con alcune scelte discutibili, ma potente al punto giusto e con un manipolo di attori che è riuscito a dare il meglio e dove Kilmer si trova ad interpretare uno dei personaggi più interessanti e discussi della sua filmografia, Doc Holliday ovvero il pistolero più forte in circolazione, amante delle belle donne, malato terminale e provocatore nato.
La venerazione di Kilmer nei confronti di Russel emerge tutta dai suoi diario dove sembra che pur non essendo accreditato, abbia girato Kurt stesso il film, in un progetto in cui ci credeva molto. Un film di genere dove come in altre situazioni il western fa da sfondo per un film action con pochi dialoghi, situazioni didascaliche, personaggi tagliati con l'accetta e tante sparatorie e scontri tra due fazioni diverse. Il taglio politico con la descrizione dei Cowboys, di "Curly Bill" Brocious amante dell'oppio e dal suo braccio destro Ringo e del loro segno di riconoscimento, anticipava i cartelli del narcotraffico imponendo la loro supremazia e il loro controllo a suon di uccisioni e soprusi. Earp in realtà fin dall'inizio è un personaggio detestabile che pensa solo a fare i conti con il faraone, un gioco di carte europeo che ebbe grande diffusione nel far west, volendo dare un taglio al codice morale che lo impegnava a cercare di far vincere la legge su tutto. I colpi di scena del film sono telefonati, la ricostruzione rimane inequivocabilmente non male, ma siamo anni luce distanti come anche il biopic uscito l'anno seguente da opere veramente western e molto più epiche come SFIDA INFERNALE di John Ford e SFIDA ALL'OK CORRAL di John Sturges.

domenica 29 settembre 2019

Last action hero

Titolo: Last action hero
Regia: John McTiernan
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il piccolo Danny assiste in anteprima alla proiezione di JACK SLATER IV, il nuovo film di Arnold Schwarzenegger. Un biglietto magico è causa di strane interferenze tra finzione e realtà…

Di fatto uno dei più importanti e il più ambizioso film di McTiernan a parte essere costato moltissimo, segna un punto di svolta nel metacinema e nel genere action riuscendo a regalare a profusione scene indimenticabili, un ritmo forsennato, personaggi memorabili, citazioni colte e altre meno, personaggi che si prendono in giro e tante risate oltre a riuscire a inserire più generi all'interno della stessa pellicola.
Tutti gli amanti di cinema da piccoli sono stati un po Danny, intrufolandosi nei cinema, godendosi estasiati maratone di film a volte vietate ai minori, avendo in testa solo e solamente il cinema.
Last action hero esagera e sembra farlo sempre di più con scene ai limiti della spettacolarità anche se l'elemento di finzione voluto e mai ignorato, è sempre dietro l'angolo in un astuto gioco di forze tra ciò che è reale e ciò che succede dentro al film. Una galleria goliardica e demenziale sarcastica, con stuntmen spericolati, botte da orbi, personaggi iconici che escono dai loro film per incrociare il destino del protagonista
Last Action Hero è diventato un cult amato in tutto il mondo: con un Arnold Schwarzenegger sempre in parte all’apice della sua popolarità. Ma soprattutto il grande merito va alla regia dal momento che in pochi al mondo sono in grado di girare un action come il cineasta di Albany e in questa occasione le scene estremamente spettacolari, che a prima vista potrebbero far storcere il naso per la loro inverosimiglianza e assurdità, in realtà sono funzionali all’obbiettivo della pellicola.
Un film che si supera, che invecchia bene, riuscendo a prendere in giro il mondo di Hollywood e gli stereotipi delle pellicole action anni Ottanta/Novanta.

lunedì 17 giugno 2019

Giorno di ordinaria follia


Titolo: Giorno di ordinaria follia
Regia: Joel Schumacher
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Michael Douglas riveste i panni di D-Fense, un anonimo cittadino il cui equilibrio psichico si è spezzato. Il suo viaggio all'interno della metropoli per raggiungere la moglie che vuole uccidere sarà una continua caduta verso il fondo di un abisso interiore.

Molti registi negli anni hanno denunciato i malesseri della società contemporanea in cui viviamo dall'alienazione del lavoro, all'assurdità della vita metropolitana, infine i ritmi di una società sempre più capitalista e consumista ma soprattutto egoista. Peculiarità che hanno ripreso in parti del mondo diverse e in anni diversi svariati autori con la loro politica.
Schumacher in questo film chiama in ballo molti argomenti, uno tra questi che ho trovato decisamente il più spiazzante e drammatico è stato proprio il legame di coppia tra i due coniugi post divorzio, dove appena si notano segnali allarmanti di qualcosa che non và anzichè arrivare alla radice del problema per semplicità si preferisce farla finita con tutti i rischi e i problemi che questa scelta comporta.
Questo non vale nemmeno come assoluto vista la quantità di notizie di cronaca in cui proprio non notando quei segnali allarmanti o sminuendoli si arriva alla tragedia domestica.
Prima di arrivare al climax finale dove tutta questa parte viene giostrata in maniera un po troppo frettolosa, i primi due atti sono molto potenti e hanno un ritmo incredibile portandoci come ha fatto Gordon nel 2005 con EDMOND a vedere una galleria di situazioni e personaggi improbabili che incrociano il destino o la strada del protagonista.
Ciò che più affascina in un personaggio come quello di D-Fense è che potrebbe essere uno di noi e forse proprio vedere un altro al posto nostro ci fa compatire ancor più il protagonista anzichè farci riflettere sul fatto che le strategie di recupero quando ormai si è passata la soglia rischiano di essere inutili.

domenica 28 aprile 2019

Schramm


Titolo: Schramm
Regia: Jorg Buttgereit
Anno: 1993
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Lothar Schramm sta imbiancando le mura del suo appartamento imbrattate di sangue per un omicidio appena compiuto, ma la scala sulla quale è salito cede e lo fa cadere. Prima di esalare l’ultimo respiro rivivremo con lui gli ultimi avvenimenti della sua vita malata e tormentata.

Schramm rappresenta per il gore un certo traguardo (detta così sembra un paradosso).
Nelle cerchie dei film malati o esageratamente estremi, che trasudano sofferenza e di una violenza inaudita, il film dell'artista tedesco tocca dei vertici a cui film di genere di questo tipo non sono mai arrivati. Slacciandosi dalla sola equazione per cui il gore significa solo torture, splatter e slasher, qui si compie a mio avviso in alcuni momenti un mezzo miracolo parlando anche di sentimenti e descrivendo una mente deviata un po come succedeva per Bad Boy Bubby e White Lightnin anche se in modi completamente diversi dove anche qui in comune c'è quel rinchiudersi nella follia pura.
Questo viaggio nella psiche criminale e deviata porta Buttgereit a esplorare ancor più le paure e le fobie di Lothar in un disagio angosciante e universale, inquadrato senza fronzoli e tecniche particolari ma rimanendo fissi con la camera e svuotando ogni forma di intrattenimento.
La scena in cui vede una vagina che lo tormenta e lo angoscia, nella sua malattia e nella sua messa in scena è profetica per mostrare quanto questo individuo voglia e tema allo stesso tempo l'amore e la donna potendo rifugiarsi solo in una masturbazione ossessiva e compulsiva.
Senza contare poi il suo complesso rapporto con una prostituta che vive vicino a lui che vorrebbe aiutare ma non sa in che modo, mostrando l'evidente limite e risultando patetico e allo steso tempo inquietante prima di arrivare al climax finale che non potrà che richiedere un tasso di violenza e sangue esagerato.


giovedì 19 luglio 2018

Body Melt



Titolo: Body Melt
Regia: Philip Brophy
Anno: 1993
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Più vicende che vedono protagonisti alcuni personaggi legati fra loro da un unico filo conduttore: la vitamina Vimuville. Si tratta di un prodotto realizzato da un'omonima industria farmaceutica, mirato alla cura e al mantenimento del fisico. Una volta entrato in circolo nel nostro corpo, il Vimuville crea dapprima allucinazioni, per poi culminare con uno spaventoso effetto a catena che si sviluppa rabbiosamente all'interno dell'organismo, sciogliendo i corpi di chi ne ha fatto uso.

Tra i film che hanno reso interessante il sotto filone dell'horror Body bags è sicuramente il Melt Movie (film dove sono presenti liquefazioni di corpi) e figlio di quel Body Horror che tutti amiamo.
Un genere bizzarro e weird che sempre con sangue a profusione ha avuto una sua piccola filmografia dopo i successi dei primi due film di Jackson evidenti caposaldi del genere e dopo altre incursioni da parte per esempio degli orientali su tematiche simili come gli esperimenti sul corpo ad esempio in NAKED BLOOD dopo essere passati dalla lente di Tsukamoto per i suoi Body Horror.
Body Melt è un po Troma, soprattutto la parte dei bifolchi, è un po tante cose che ci raccontavano la vita e la "quotidianità" degli australiani.
Multinazionale farmaceutica, trasformazioni, palestrati impasticcati, nella galleria di elementi con cui Brophy farcisce il suo film per farlo diventare quella schifezza purulenta che tutti aspettavamo non si è davvero risparmiato niente cercando però fino all'ultimo di portare avanti anche la sua critica e la sua politica su quanto queste pasticche e gli interessi da parte di dottori e squali delle grosse aziende pensino solo ai profitti senza avere nessun tipo di riguardo nei confronti dei pazienti (la scena della donna incinta con il feto/poltiglia che attacca il marito è incredibile).
Le scene cult sono davvero troppe è inutile provare ad elencarle tutte.
Un cult con una messa in scena che ha dell'incredibile a partire dalla fotografia e dai colori sgargianti senza mai arrestare il ritmo del film ma anzi passando da uno scenario all'altro in cui le situazioni tragicomiche, quelle poche che ci sono, si susseguono senza sosta .
Un horror trash favoloso che a distanza di anni non perde nessun colpo, anzi e in cui le fantasiose scene splatter sono montate in maniera rapida e convulsa, con vorticosi ed improvvisi movimenti di macchina per sottolineare gli effetti letali della vitamina come succedeva in Baby Blood prodotto anch'esso anarchico e splatter uscito in Francia tre anni prima.

lunedì 19 marzo 2018

Cuba Libre


Titolo: Cuba Libre
Regia: Stephen Hopkins
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quattro amici partono per andare ad assistere ad un incontro di boxe. Durante il tragitto però sbagliano strada e finiscono in un quartiere malfamato, dove si ritrovano testimoni dell'omicidio di uno spacciatore; inseguiti dai killer dovranno cercare di sfuggire alla morte.

Stephen Hopkins è uno di quei registi che definirei di serie b nel senso che ha girato tantissima roba di cui la maggior parte andrebbe dimenticata tra risultati televisivi, film mainstream commerciali e serie tv.
Forse CUBA LIBRE possiamo annoverarlo tra i suoi film migliori.
Un filmetto divertente con una buona atmosfera che riesce a coinvolgere per quasi tutta la sua durata. Un film dove all'interno nel cast figurano alcuni volti che poi sarebbero diventati "famosi".
Un thriller poliziesco dove dall'incidente scatenante tutto il film diventa una fuga disperata per non essere uccisi, una caccia all'uomo, anzi una caccia ad un gruppo di amici. Certo in alcuni momenti il film è inflazionato da dei dialoghi che non reggono e un fuggi fuggi generale che perde alcuni tasselli soprattutto nella scrittura e nella messa in scena.
Ma nel finale è uno di quei film degli anni '90 che per qualcuno è diventato anche un piccolo cult.
E'un film su cui in molti hanno detto che manca di approfondimento e i personaggi sono tagliati con l'accetta. E' vero il conflitto morale è debole ma se vogliamo almeno questi giovani protagonisti agiscono d'istinto senza avere già tutte quelle intuizioni e dando propriol'impressione di non sapersi comportare che spesso è l'arma migliore per un film del genere dove questi amici hanno solo un compito: sopravvivere.

sabato 8 aprile 2017

Bodyguard Kiba

Titolo: Bodyguard Kiba
Regia: Takashi Miike
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Junpei, uno Yakuza di basso livello, ruba 500 milioni di yen al suo capo. Mentre viene interrogato, un colpo di fortuna gli salva la vita facendolo restare in prigione per cinque anni. Al rilascio, assume l'invincibile guardia del corpo professionista Kiba per scortarlo a recupeare i soldi prima nascosti, in modo che possa egli possa ritrovare la sua ragazza e fuggire per sempre. Ad ogni passo del lor cammino i due sono vittime di imboscate da parte dell'ex capo di Junpei, e dagli studenti di un Dojo rivale di Kiba, arrabbiati dal fatto che il Dojo di Kiba sia migliore del loro.

Era uno dei pochissimi film di Miike ha inizio carriera che non avevo ancora visto, contando la fortuna di aver partecipato ad una rassegna a Torino anni fa al Cinema Massimo dove partecipava anche il regista e in cui noi italiani sfortunati abbiamo potuto gustarciu quasi tutte le sue opere inedite o mai arrivate nel nostro paese.

Bodyguard Kiba è fondamentale nel curriculum di uno dei registi più interessanti della settima arte. Già erano presenti in questo film tutti gli ingredienti che Takashi avrebbe usato e ingigantito nei prossimi film. Il genere yakuza, l'appartenenza al clan, l'azione quasi sempre esplosiva e impulsiva che sembra deflagrare da un momento all'altro. Il sesso, la tortura, gli inseguimenti, i dialoghi e soprattutto l'onore. Kiba rappresenta il totem di tutti questi elementi che spalmati su una trama piuttosto convenzionale riescono ad avere quei guizzi di genio e dare conferma anche solo per la disposizione delle luci e alcune inquadrature che confermano il talento di un regista inesauribile.

martedì 10 febbraio 2015

Bad Boy Bubby

Titolo: Bad Boy Bubby
Regia: Rolf De Heer
Anno: 1993
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

È da trentacinque anni che Bubby vive in una stanzetta senza finestre, solo, con sua madre e un gatto. La vita in casa procede tranquilla: Bubby e la mamma fanno il bagno insieme, vanno a letto insieme e non solo per dormire. Poi un giorno arriva papà e per Bubby non c'è altra soluzione che ripetere il trattamento riservato al gatto: avvolgere nel domopack i genitori e farli morire d'asfissia.

Stranamente co-prodotto dalla Fandango, il film di De Heer, olandese, si ritaglia fin dalla scena madre inziale una sua particolare atmosfera in cui per tutta una prima e malatissima parte, rimaniamo semplicemente in uno scantinato fatiscente che sembra riflettere il caos e la patologia che segue madre e figlio, in un rapporto morboso che non sembra lasciare spazio al cambiamento, ma riflettendo una silenziosa sintonia di schiavitù e dipendenza da ambo le parti.
Poi Bobby scopre il mondo e si rivela curiosissimo di entrarci dentro con tutta la sua carica eversiva, la sua schizofrenia e la metafora del male sociale che spesso e volentieri è molto più manifesto nella società che non latente tra le mura di casa, come nel caso di Bobby, o forse ancora una semplice metafora di un estraneo al progresso della società.
Un viaggio di formazione tra amicizie improvvisate, donne con enormi tette, maternage in strutture psichiatriche, rapine e concerti, e infine lo scontro fede/ragione in due interessanti scene che non nascondono da parte del regista una certa critica di fondo.

Premiato a Venezia, il film di De Heer, che non tralascia per tutta la seconda parte una certa ironia, è spiazzante, crudo e minimale, senza prendere mai strade troppo contorte ma rimanendo quasi una trip metafisico volutamente provocatorio e gratuito, sgradevole ed eccessivo con cui l’ottimo interprete segue e da uno sguardo privo di giudizio con quegli enormi occhioni azzurri che piangono la miseria di questa società.

martedì 12 febbraio 2013

Freaked

Titolo: Freaked
Regia: Tom Stern/Alex Winter
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ricky Coogin, una star televisiva che si è venduto a una multinazionale, il suo aiutante Ernie e Julie, una giovane ecologista, finiscono per caso in uno strano parco divertimenti. Le attrazioni del parco sono dei personaggi mostruosi, frutto degli esperimenti perversi di un certo Elijah C. Skuggs e anche Ricky, Ernie e Julie diventeranno vittime della sua follia.

Il bello del cinema trash e che proprio non avendo regole è capace di invertire e stravolgere ogni tipo di storia distruggendo ogni canone tipico del genere e ribaltando i propri schemi.
E’il caso del bellissimo Freaked che già solo per il fatto di appartenere al cinema degli anni’90 merita una standing ovation in più. I mostri, questo il tema insieme alla diversità e il potere mass-mediatico, sono tanti, diversi, e caratterizzati molto bene, oltre che godere di quell’irresistibile make-up condito da lattice e plastilina. Sembra un film della Troma, demenziale al punto giusto, anche se caratterizzato da un’assenza totale di elementi splatter ma quasi per certi versi una parodia del geniale CABAL (se letto ovviamente nel modo giusto) ma poi continua con FREAKS e THE ELEPHANT MAN oltre che storpiare Shakespeare accoppiandolo con il Gobbo di Notre Dame. Il parco dei divertimenti iniziale poi è fantastico, omaggiando quasi tutto in campo freak e del circo in generale, poi però il film acquisisce quella spinta in più diventando di fatto una favola ecologista e non solo.
Un cultone imperdibile e un film trash delirante, citazionista, onirico, e con delle idee davvero geniali (basta pensare al Freak uomo calzino, oppure uomo verme o uomo cane)il resto merita solo di essere visto.
Mi sono davvero scassato dalle risate!

lunedì 24 dicembre 2012

Ghoulies IV


Titolo: Ghoulies IV
Regia: Jim Wynorski
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jonathan Graves dimessi i panni di apprendista stregone è ora un agente della polizia che si trova a combattere contro la propria fidanzata. Questa, infatti, per qualche strano motivo è appena uscita dal manicomio in quanto un tempo dedita a sacrifici umani per riportare in vita un antico demone...

Ghoulies fa parte di quella lunga e sterminata serie di film horror a budget limitato. Se da un lato la caratteristica di queste pellicole è quella di puntare sul più gore possibile grazie a stratagemmi casalinghi, dall’altra risulta pesantemente comica e demenziale sotto il profilo del make-up e a volte della recitazione.
In questo caso il numero quattro non dice nulla e non apporta nulla di significativo su una saga che si poteva dire conclusa dopo il primo squallido capitolo.
Contando che i demoni etti vengono rimpiazzati da una storia che cerca di prendere palesemente per il culo la stregoneria…il resto è tutto detto.
Per quanto riguarda i mostri sono una via di mezzo tra TROLLS egli EWOKS.
Wynorski comprando i diritti della saga pensava di dare un suo contributo personale senza rendersi conto che era una sfida con se stesso già persa in partenza.

sabato 10 novembre 2012

Demolition Man


Titolo: Demolition Man
Regia: Marco Brambilla
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

È l'anno 2032, il supercriminale Simon Phoenix, si risveglia dopo trentacinque anni d'ibernazione, trascorsi nella prigione di Cryo, per scoprire una Los Angeles tranquilla e non violenta, pronta quindi a essere dominata. Incapaci di far fronte alle maniere brutali di Phoenix, tipiche degli anni "90", gli agenti di Los Angeles decidono di ricorrere a un poliziotto vecchio stile. Rianimano infatti il sergente John Spartan, che sta scontando ingiustamente una pena nella stessa prigione, in seguito al suo ultimo incontro-scontro con Phoenix.

Sulla scia di alcuni film d’azione interpretati da Stallone nel suo momento d’oro prima del suo lanciato ritorno sugli schermi negli ultimi anni, Demolition Man è stato un passaggio decisivo per collocarlo in suo microcosmo in cui si ritaglia sempre lo stesso personaggio e senza tuttavia riuscire da parte della regia ad andare oltre uno standard misurato e confuso in cui spesso alcune critiche non riescono a essere espresse in modo completo.
Il fumettone futuristico di Brambilla, regista sfortunato che non ha diretto quasi nulla dopo quest’opera prima, da un lato è fatto abbastanza bene dal punto di vista dell’action esagerato e tutti gli accessori che sembrano enormi giocattoloni, mentre dall’altro è straripante di luoghi comuni, di scene abbozzate, di non-sense generale, di non fare altro che aumentare l’ego smisurato dei due protagonisti.
L’unica battuta che mi ha fatto ridere anche se ovviamente non voluta perché non si sapeva è quella in cui la Bullock, un chiaro esempio di non attrice, dice a Spartan, nome eccessivamente pompato, che Arnold è il presidente della California.
Forse quello è l’unico monito di preveggenza-fantascienza riuscita al film. Il resto è un funambolico susseguirsi di sparatorie, momenti sconcertanti, tragicomica serie di scene in cui il passato ritorna nel presente e dunque si aprono tutte le dinamiche possibili.
Ancora una volta poi gli intenti della regia o del suo protagonista su come dovrebbe essere la giustizia lascia sempre perplessi giustificando la violenza da parte dei detentori della legge in modo smisurato e spesso eccessivo quando non diventa a tutti gli effetti pura ideologia reazionaria.

lunedì 30 luglio 2012

Jurassic Park


Titolo: Jurassic Park
Regia: Steven Spielberg
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Grazie a un rivoluzionario processo d’ingegneria genetica, l'imprenditore John Hammond, fa clonare una ricca gamma di rettili preistorici dal Dna di dinosauri estinti. Questa è l'idea per uno straordinario parco dei divertimenti. Per testare il sistema di sicurezza, il miliardario Hammond ingaggia un trio di scienziati, i legali degli azionisti del parco e un paio di nipotini, affinché perlustrino in anteprima il grandioso parco, ma non tutto andrà bene.

“Dio crea i Dinosauri. Dio distrugge i Dinosauri. Dio crea l'Uomo. L'Uomo distrugge Dio. L'Uomo crea i Dinosauri. Spielberg inavvertitamente crea un semi-capolavoro”
Jurassic Park è appunto un semi-capolavoro.
Semi perché il mestierante Spielberg, per quanto non si possa escludere dai maestri del cinema contemporaneo, è anche un grosso furbacchione che ha sempre saputo regalare a Hollywood tanto fumo colorato bene (senza stare qui a parlare della sua ideologia politica e i suoi aiuti allo stato d’Israele).
Poi ci sono le eccezioni (LO SQUALO e la saga di INDIANA JONES), i film seriosi e i drammi storici (SCHINDLER’S LIST,MUNICH,L’IMPERO DEL SOLE,IL COLORE VIOLA) e quant’altro dove è sicuramente l’avventura il genere che ha saputo meglio amalgamare lo spirito del regista.
Maestro dei blockbuster per famiglie, Spielberg fa parte di quella classe di registi che oggi forse vengono un po’ rimpianti per la loro assoluta capacità di dare enfasi al genere, mentre dall’altra mostra come i nuovi arrivati non abbiano saputo cogliere le postille dei maestri (basta vedere il sodalizio tra Spielberg e Abrams per il recente SUPER 8).
Qui non siamo dalle parti del suo miglior film ovvero LO SQUALO, però ci troviamo di fronte ad un film che ha saputo vincere una scommessa difficilmente raggiunta da qualcun altro per l’anno in cui è uscito.
Avendo certo carta bianca sui milioni di budget che servivano per l’opera titanica, è il primo tentativo riuscito bene per vedere i vecchi giganti della Terra.
Prima di questo film tutto sembrava assolutamente utopico se non altro perché i risultati della c.g hanno registrato proprio in quegli anni i primi risultati davvero spettacolari. I successivi tentativi di creare un franchise sul fenomeno hanno naturalmente fatto emergere l’insuccesso e i punti deboli che mostrano come non bastino da soli i dinosauri a tenere alta l’attenzione dello spettatore.
Non viene rispecchiato il cinismo, la violenza del libro qui è ai minimi termini e cautamente mostrata sempre per cercare di rendere il più neutro possibile e omologando il target a tutte le fasce d’età.
Anche questo però è sinonimo di saper fare cinema.
Jurassic Park, anche se con queste piccole pecche, è proprio il risultato di come abbia saputo soddisfare tutti, dai bambini ai giovani per arrivare agli adulti e agli anziani.
L’idea poi alla base dello script e l’incidente scatenante sono geniali, anche se per quelli bisogna ringraziare Crichton e i meriti del suo libro e della sua stesura della sceneggiatura insieme a David Koepp. 

domenica 18 marzo 2012

Leprechaun

Titolo: Leprechaun
Regia: Mark Jones
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il leprecauno è il più popolare folletto irlandese. Si dice che custodisca grandi quantità d'oro ma anche che sia molto malizioso... Dieci anni fa, Dan O'Grady si era impadronito dell'oro di un leprecauno e, inseguito a lungo dalla creatura, era riuscito a liberarsene sigillandolo in una cassa nello scantinato di casa sua. Ma dopo dieci anni la casa è stata nuovamente affittata e Tory e la sua famiglia dovranno vedersela con il malizioso folletto

Ci sono saghe ritagliate giusto appunto sulla mimica e la malleabilità dell’attore.
In questo caso la differenza la fa Warwick Davis l’attore indimenticabile nei panni di WILLOW che ha saputo prestarsi in numerose performance tra cui GUERRE STELLARI per arrivare ad HARRY POTTER.
L’idea della favola macabra può starci così come l’idea di aggiungere un nuovo personaggio alla galleria dei mostri cinematografici. Il problema è proprio la struttura e l’idea di rendere davvero cattivo un nano alto poco più di un metro. I protagonisti sbagliano ogni azione risultando inutilmente funzionali agli spostamenti della piccola creatura che gigioneggiando cerca di dare un po’ di decoro ad un film banale e senza nessuna scena originale. Il finale è poi qualcosa di veramente terribile, quando poi il pozzo esplode allora ci si accorge di aver di fronte un film trash senza che fosse voluto.

domenica 20 marzo 2011

Azione Mutante

Titolo: Azione Mutante
Regia: Alex De La Iglesia
Anno: 1993
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Dopo cinque anni di galera, Ramon Yarritu coltiva un clamoroso progetto per finanziare il suo gruppo terroristico chiamato "Azione Mutante", composto da orribili portatori di handicap, contro i belli, i sani, i fortunati della vita. Si tratta di rapire, il giorno del suo matrimonio, la figlia del ricchissimo Orujo e trasportarla sul pianeta Axturias, dove dovrà essere pagato il riscatto. Ma c'è una sorpresa.

Alex De Iglesia deve essere davvero un tipo simpatico, qualità che si respira sempre nei suoi film pieni di umorismo, di scelte grottesche e trash ma senza esagerare troppo, riesce a combinare bene l'atmosfera di un film cyber-punk come in questo caso con pochi soldi e con l'aiuto dell'amico produttore Almomovar.
Il gruppo Azione Mutante è composto da handicappati reazionari, integralisti che mescolano bene le carte dell'attuale condizione medio-orientale con il climax dell'alto tradimento e della discordanza collettiva. Il capoccia ucciderà tutti.
Sicuramente i pochi soldi influiscono su una resa, a tratti, volutamente weird e pacchiana. Le scene trash non si contano e anche qui i riferimenti con tutto un cinema che ha stimolato il giovane regista si vedono.
Rimane un buon film che si farà apprezzare da un certo pubblico.
Snobbato dalla critica merita sicuramente una visione come tutto il cinema del regista.

Battle angel Alita

Titolo: Battle angel Alita
Regia: Hiroshi Fukutomi
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Alita è un cyborg creato da uno scienziato cacciatore di taglie in un futuro che non fa sperare niente di buono. Alita ha un comportamento anomalo, prova sentimenti umani, non riserva rancore per nessuno e sembra interessarsi alla vita di un suo giovane coetaneo.
Purtroppo il mondo è popolato da robot che sfuggono al controllo dei padroni. Robot che si affrontano e che uccidono senza pietà. Quando un pazzo scienziato e i suoi collaboratori vorranno mettere le mani sul cyborg, per Alita non ci saranno altre soluzioni che lo scontro diretto.

Hiroshi Fukutomi è un regista di anime non particolarmente noto e bravo. I suoi successivi lavori dopo Alita non vanno annoverati. Tuttavia questo OAV del’93 di fantascienza diviso in due capitoli per la durata complessiva di 60min è notevole.
Lo stole non è curato in maniera maniacale come accade per molti prodotti d’animazione contemporanea.
Qui la storia è interessante, con Alita che all’inizio sembra una povera indifesa poi scopriamo il suo talento e la sua forza straordinaria che non conosce avversari.
La tematica sembra affrontare il problema solito di cyborg che scoprono sentimenti e cercano di assomigliare sempre più all’uomo. Finale drammaticissimo che per disperazione sembra in alcune parti ricordare “Akira”.

Body Bags-Corpi Estranei

Titolo: Body Bags-Corpi Estranei
Regia: John Carpenter, Tobe Hooper, Larry Sulkis
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Film a episodi, girato da T. Hooper e J. Carpenter, dedicato alla sensazione di sentirsi estranei, esiliati. Nel primo (girato da J. Carpenter), una ragazza al suo primo impiego in una stazione di servizio notturna viene perseguitata da uno spietato serial killer. Dopo un lungo inseguimento l'assassino finirà letteralmente spremuto da un'automobile (con spreco immane di sangue posticcio). "Capelli", il secondo cortometraggio, (ancora Carpenter), narra la storia di un quarantenne affetto da calvizie che decide di sottoporsi ad un trattamento miracoloso. Ottiene il risultato sperato, certo, però...non vi rovino la sorpresa. Il terzo episodio è di T. Hooper, e parla di un ex giocatore di baseball a cui viene trapiantato l'occhio di un serial killer, con conseguenze immaginabili.

Tre episodi presentati come un ibrido tra zio Tobia e Beetlejuice e un chiaro ammiccamento ai b-movie americani. Hollywood non è la prima volta che sviluppa film ad episodi e visto il suo successo soprattutto in vhs diventa importante la scelta rigorosa di alcuni registi che possano divertirsi e sbizzarrirsi avendo carta bianca senza però poter mostrare l’aspetto gore ed esageratamente splatter sempre citando Hooper.
Lo stile non premia la storia ma gli effetti speciali quasi casalinghi rispetto alle altre pellicole dei registi, continue e manierose le citazioni per Cronemberg e le autocitazioni come nel caso di Hooper.
Il piu’ bello e spiritoso rimane comunque “Capelli”sia per lo humor che per la scelta da parte degli alieni di usare come strumento per la conquista della terra la cura dei capelli.
Probabilmente il fatto di non costruire veri e propri horror, thriller il primo, satirico il secondo e horror forse solo il terzo, era già nelle intenzioni di Carpenter tuttavia è riuscito a girare insieme agli altri un film simpatico e divertente che non farà di certo paura ma che vale comunque la pena vedere se si amano in particolar modo i due primi grandi registi.