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sabato 16 novembre 2019

De Noorderlingen


Titolo: De Noorderlingen
Regia: Alex van Warmerdam
Anno: 1992
Paese: Olanda
Giudizio: 4/5

In una cittadina olandese degli anni '60, che sembra un villaggio western, brulicano personaggi inquietanti: dal postino che legge la corrispondenza di tutti all'autorità pubblica che gira armata con un fucile da caccia, fino al macellaio erotomane. L'insieme viene osservato attraverso lo sguardo del figlio adolescente di quest'ultimo, un adolescente che si identifica con Lumumba, figura di primo piano della rivolta indipendentista del Congo Belga.

Alcuni registi o sarebbe meglio definirli autori a tutto tondo con il loro insolito modo di porsi di fronte al cinema e alla narrazione rimangono schegge impazzite che per fortuna abbiamo la possibilità di visionare e comprendere in tutti quelli che sembrano essere strane raffigurazioni e analisi spietate dei rapporti umani e di vicinato.
De Noorderlingen è una commedia surreale, poco convenzionale, grottesca, spiazzante, stramba, cinica e bizzarra. Uno scenario che sembra da far west in un lembo di deserto su una scenografia assoluta dove poche case e pochi elementi costituiscono le traiettorie dove i personaggi e le vicende si mescolano. Il film è caratterizzato da una messa in scena minimale, esteticamente molto forte, ridotta all'osso per avere più vicinanza possibile tra i personaggi e farli implodere ed esplodere secondo un contesto ai limiti del lecito, dell'irreale, in cui i protagonisti della vicenda, in uno schema corale che esamina tanti personaggi, rappresentano/rappresenta la middle class olandese, sordida e meschina, con i suoi piccoli e grandi scheletri nell'armadio.
A parte il giovane e innocente che rincorre i propri amori, una donna più grande che lo inizia al sesso e che deve rimanere nascosta in un bosco, altro elemento come a segnare un confine, una violazione di territorio, una rivelazione tragica, una landa desolata dove tutto può succedere e tutto riesce ad essere opportunamente nascosto mentre invece i pochi palazzi della città rappresentano per la regola degli opposti per tutto quanto il resto.
Questo sganciarsi dalle regole prestabilite, in un cinema anarchico che diventa quasi una fiaba nera composta con uno schema corale dove ogni personaggio è marcio, assatanato, folle criminale, diverso e temuto e quindi ricercato dalla comunità razzista che non lo accetta.
Una scelta attenta dei protagonisti che svolgono ruoli pazzeschi, fondamentalmente marci e privi di una morale inseguendo i propri scopi e bisogni primari spesso senza vergogna e senza paura di venir tacciati dalla comunità sempre più slegata. Donne malate che diventano sante, statue di S.Francesco che prendono vita indicando il martirio ai propri fedeli, macellai maniaci sessuali che violentano le proprie commesse dentro il negozio, spioni, postini che vanno controcorrente, impiccioni e tanto altro ancora.
L'Olanda come l'Austria non hanno paura di affrontare i propri spauracchi dotati di personaggi che come nella vita reale possono essere spietati, sordidi e infingardi.
Un film autoriale, non semplice, poco avvezzo ai soliti schemi narrativi, spiazzante quanto portatore di verità, elucubrazioni, riflessioni sulla società, sulle regole, un'analisi sociologica e psicologica, con una esamina del contesto sociale che merita davvero analisi approfondite per venir riconosciuto come un patrimonio per quanto concerne un paese che cinematograficamente è povero e poco avvezzo al cinema controcorrente come le opere ambiziose di Warmerdamhanno finora hanno sempre dimostrato.

Cyber City Oedo


Titolo: Cyber City Oedo
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1992
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

OEDO (ex Tokyo), anno 2808. Sengoku, Benten, Gogul: intraprendenti cybercriminali condannati a scontare dai 295 ai 375 anni di carcere. Le alte sfere governative decidono di sospendere tutte le sentenze in cambio della loro collaborazione nella lotta contro il crimine. Riusciranno i tre neo-agenti della Cyber Police a portare a termine ogni missione con successo? Il collare esplosivo che sono costretti a indossare non lascia loro molta scelta.

Ancora l'immenso Yoshiaki Kawajiri, un regista d'animazione come non si sono quasi mai più visti che ha saputo regalare perle per quanto concerne la nutrita gamma di generi a cui il suo cinema attinge e aderisce. Un'autore in senso ampio del termine di cui credo su questo blog di aver recensito tutte le sue opere, tante, diverse, una più bella dell'altra di cui questa mini serie composta da tre Oav da quaranta minuti l'uno raggiungono i fasti più alti del suo cinema.
Sci-fi, poliziesco, thriller, horror. Cyber City Oedo è composto da tre episodi diversi ma collegati dove in ognuno è presente una storia incentrata su uno dei tre protagonisti principali.
Con una soundtrack dominante e ipnotica Kawajiri inserisce quasi tutte le sue tematiche raggiungendo e inserendo però alcune meta riflessioni filosofiche sul destino e tante altre domande e argomentazioni affrontate in passato. I complotti, il governo corrotto, le macchinazioni politiche, i collari per controllare i prigionieri e usarli come schiavi per i propri scopi, gli esperimenti militari a danno di alcuni prigionieri usati come cavie. Temi e portate che vengono inserite in maniera più che perfetta, dove il nostro autore si sbilancia affrontando anche l'horror con una storia che vede protagonista un vampiro, tantissimo sangue e un livello di violenza che rimane uno dei marchi di fabbrica del cinema di Kawajiri come in alcuni film possono esserlo le scene di sesso.Gli scenari poi sono curatissimi, il delirio cosmico e le ambientazioni cyberpunk rendono ancora più suggestivo un universo creato ad hoc per dare ancora più enfasi alla storia.
Lo stile poi ormai da tempo non ha più nulla da mettere in discussione, è rodato e ormai consolidato con alcune scene d'azione realizzate in maniera impareggiabile dando sempre una profonda riflessione sullo spirito di sacrificio, sull'enorme senso di spettacolarità e alcuni scontri che inseriscono anche un certo discorso sull'onore e sul rispetto che merita un discorso a parte.
I criminali che Kawajiri mostra, tre personaggi che come sempre si distinguono in tutto e per tutto come se fossero straordinariamente diversi nel design e nel character, sono gli stessi anti-eroi che abbiamo conosciuto in altre opere come sempre prediligendo e distinguendosi per delle storie che non prevedono dei veri e propri eroi canonici ma in fondo dei buoni che sanno sacrificarsi per la giusta causa e al tempo stesso rimangono anarchici in tutto e per tutto, odiando le regole e un sistema che gli vende e gli usa come vittime sacrificali e capri espiatori.




domenica 27 ottobre 2019

Alien 3


Titolo: Alien 3
Regia: David Fincher
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il terzo capitolo della saga di Alien è ambientato su Fiorino 161, pianeta lontanissimo della Terra dove ci sono numerosi prigionieri che devono scontare una pena. Il sottufficiale Ripley, giunge su Fiorino e dovrà ancora una volta sconfiggere un alieno.

Sarà che per me Fincher è una conferma a scatola chiusa. Alien 3 che non è piaciuto quasi a nessuno, pubblico e critica, è un'opera molto complessa,stratificata, che cerca subito un'anima sua cercando di divincolarsi dai precedenti due capitoli.
E'lo fa nella maniera migliore possibile, scegliendo un altro pianeta, un'oscura colonia penale dove uno dei fattori più interessanti è legato all'elemento mistico dove i detenuti si sono organizzati una congrega religiosa sulla creatura che semina la morte. Paura e venerazione.
Ripley è l'unica donna, è sola contro tutti, viene vista con diffidenza dagli altri abitanti del pianeta eppure sembra aver maturato un animo ancora più cazzuto, le armi quasi non esistono e prima del terzo atto finale dove vediamo tutta l'azione che prima era stata sapientemente sfruttata in maniera minimale, esplode e deflagra con il climax quando la protagonista scopre di portare nel ventre l'embrione dell'alieno.
Tutti i capitoli della saga di Alien sono importanti. I primi due sono cult. Il terzo ha cercato di fare un lavoro completamente diverso, riuscendosi grazie ad un Fincher che ha saputo imporsi con la produzione e il quarto, anche se il più fracassone, ha moltissimo elementi e spunti interessanti, un cast sempre di livello e poi non dimentichiamoci la regia di Jeunet.


mercoledì 2 ottobre 2019

Ultimo dei Mohicani

Titolo: Ultimo dei Mohicani
Regia: Michael Mann
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

La Guerra dei sette anni è sbarcata oltre oceano. È il 1757. Le colonie americane sono terreno fertile per sangue e morti. Inglesi e francesi si contendono le terre, mentre le tribù autoctone decidono da quale parte schierarsi e a chi giurare una presunta fedeltà. Tra loro anche Nathan, nato inglese e adottato dai Mohicani, corre tra foreste e fiumi in cerca di una pacifica convivenza tra coloni e invasori. Gli equilibri verranno presto spezzati dalla crescente tensione tra le forze europee e dai labili patti che legano gli indigeni ai due schieramenti.

Michael Mann è uno dei miei registi preferiti. Alcuni suoi film potrei vederli in loop in particolare Collateral e questo.
Il film più importante, più ambizioso di un autore che è un vero maestro dell'action, del perfezionismo, di tutto ciò che non dovrebbe mai mancare in una scena d'azione e con alcune sparatorie tra le più belle e sofisticate che il cinema abbia mai avuto modo di vedere.
Tanti fattori in questo film ne decretano un capolavoro indiscutibile, un film storico, una storia d'amore che riesce a non essere mai banale, combattimenti furibondi, sacrifici, soldati immolati, stermini di massa, complotti, alleanze tra culture diverse.
Tutto funziona alla perfezione. Location, costumi, il taglio epico, l'avventura portata ai fasti.
Nathaniel Hawkeye, Chingachgook (che rimane l'ultimo dei Mohicani), Uncas, sono un trio diventato leggenda che corre per le foreste senza indugi, combattono come delle bestie feroci tecnicamente all'avanguardia facendo sfigurare Magua e gli Uroni in un kolossal in grande stile a cui guardandolo più e più volte, mi rendo conto come non manchi davvero nulla e la colonna sonora è tra le più belle della storia del cinema.
Nat interpretato da Lewis in stato di grazia è solo la ciliegina sula torta dove l'incredibile scelta di recitazione abbraccia tutti compresi gli sconosciuti indiani che sembrano metterci l'anima. Fughe e assedi, ricostruzioni minimali, l'affresco estetico della natura con un suo peso specifico, la foresta che per i Mohicani sembra non avere segreti, Mann dimostra ancora una volta e qui più che mai, di riuscire ad unire quei silenzi e quegli sguardi che in pochi secondi, in silenzio, comunicano più di molti dialoghi, riuscendo a creare ancora più pathos e atmosfera.

sabato 8 giugno 2019

Morte ti fa bella


Titolo: Morte ti fa bella
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

A Beverly Hills, due donne si combattono da tempo: Madeline Ashton, stella del musical, ed Hellen Sharp, scrittrice di successo. Sono ormai non più giovani e creme e belletti rientrano nell'uso quotidiano per sconfiggere il processo d'invecchiamento. Madeline è abituata a portar via gli uomini alla rivale e l'ultimo ad essere stato circuito è Ernest Menville, un medico specializzato in chirurgia plastica, che ha sposato. Non basta, però: le due donne vogliono l'eterna giovinezza e fanno ricorso alla misteriosa pozione della celebre maga Lisle. Il dottor Ernest, già frastornato dall'aggressività di sua moglie, si ritrova costretto a ingurgitare la pozione per poter curare per sempre le due donne, per una volta alleate. Il medico però si ribella e, insultato, scompare per rifarsi una vita, vivere una vita normale: fare dei figli e poi invecchiare senza ambizioni di vita eterna. Molti anni dopo la sua morte sarà l'inizio della fine per le due donne...

Zemeckis è stato un importante regista americano che al di là di aver diretto una trilogia diventata cult, si è sempre interessato al cinema a 360° dirigendo tra i progetti più diversi e disparati.
Come tutti i grandi registi e autori, nel suo capello magico alcune opere sono state possiamo definirle minori, progetti incauti che non hanno saputo mordere a dovere (CONTACT, FORREST GUMP, VERITA' NASCOSTE, POLAR EXPRESS, A CHRISTMAS CAROL, WALK, FLIGHT).
Il film in questone del 1992 invece è ancora oggi una delle commedie grottesche più ispirate e divertenti di quel periodo. Zemeckis qui dimostra con una macabra commedia satirica la sua vena più funzionale, insieme a quella ironica, dove non la smette mai provocare la scienza arrivando a costruire tesi sinoniche con quel periodo, arrivando a costruire la sua metafora più matura e complessa scritta con l'ausilio dei sempre presenti Martin Donovan e David Koepp (che per il cinema scrivevano tutto e di tutto)
L'idea di poter diventare immortali.
Il processo di invecchiamento corporeo in relazione inversa ai ricordi della giovinezza perduta era materia già trattata da diversi registi ai tempi di Zemeckis trattandoli in chiave sci fi come Gilliam in BRAZIL. Qui quasi tutta l'azione come un dramma da camera è concentrato in una villa con atmosfere gotiche ed evidenti rimandi alla letteratura e filmografia horror.
Dalla seconda parte anche se seminato da elementi narrativi sparsi nel primo atto, c'è tutta quella critica alla vanità del mondo delle star, ossessionato dalla conservazione del corpo e dalle icone dello star system. Il desiderio di cercare di aderire a una immagine interiore che si discosta da quella esteriore, mentre si scoprono le prime rughe e la chirurgia estetica prova a riempire vuoti che sono solo mancanze di autostima e di affetto vengono prese alla lettera e il gioco al massacro tra le due protagoniste ai danni dell'unico maschio inutile e succubo diventa tutt'altro che scontato.

martedì 16 maggio 2017

Qualcuno sta per morire

Titolo: Qualcuno sta per morire
Regia: Carl Franklin
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna bella e decisa è a capo di una banda di criminali. Dopo avere messo le mani su un carico di droga i delinquenti si dirigono alla volta di Star City, nell'Arkansas, ricorrendo spesso alla violenza. Una volta giunti a destinazione, lo sceriffo della città scopre che quella spietata donna è il suo amore di un tempo.

One False Move è un poliziesco, un noir abbastanza anomalo per l'anno in cui è uscito. Si distingue infatti dai suoi simili per un finale particolarmente cruento e insolito dove infine Franklin pone l'accento sulla realisticità e la ferocia con cui alcuni personaggi decidono di arrivare fino alle più estreme conseguenze nei loro gesti quando non sembrano esserci vie di fuga.
Le indagini di questo sporchissimo noir vengono svolte da uno sceriffo che agisce in modo alternativo, secondo uno schema e una tradizione non convenzionale che si discosta nettamente dall'agito degli altri colleghi scavalcando de facto le normali procedure per cercare di arrivare alla natura del problema. Un'ambiente di bifolchi rende ancora più squallida e senza regole una comunità che sembra risolvere da sola alcuni incidenti senza dover troppo venire a patti con le forze dell'ordine.
Di fatto il film ha una trama abbastanza scontata ma diciamo che grazie a Thorton in un ruolo da carnefice pazzo e allucinato con il codino e Paxton che cerca di caratterizzare il suo sceriffo dandogli un fascino tutto suo, questi due personaggi, già da soli ma comunque in buona compagnia con il resto del cast, sono i due assi portanti di un film insolito e con un'atmosfera che riesce a cogliere alcuni aspetti e segreti tenebrosi che si celano negli animi più insoliti in cui non c'è una vera dicotomia tra buono e cattivo ma ognuno agisce secondo un proprio codice personale.



venerdì 4 aprile 2014

Spietati

Titolo: Spietati
Regia: Clint Eastwood
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di prostitute promette mille dollari a chi troverà (o ucciderà) i due uomini che hanno aggredito una di loro, sfregiandola. Parte all'inseguimento un ex bandito e assassino che ha rinnegato il passato e da dieci anni vive in una fattoria con i due figli piccoli. Lo seguono un amico nero e il giovane che ha fatto da intermediario. Ma lo sceriffo vuole fare a modo suo.


La cosa bella del cinema di Eastwood è l'autenticità.
Per certi aspetti leggere nei titoli di coda, un ringraziamento a Leone e Siegel, conferma quella scuola di cui Eastwood è diventato tra i pochi eredi.
Un repubblicano atipico che cerca ancora di smuovere le coscenze americane sulla più cruenta rapina culturale di tutta la storia dell'umanità. Il western da questo punto di vista diventa catartico e crepuscolare, per concentrare ogni complessità, ogni venatura sul mito della frontiera, un film dunque realistico, cinico e politicamente scorretto, che rincara la dose su un pessimismo sconcertante, ma più che mai vero e quotidiano.
Unforgiven, il nome originale, di chi non riesce a perdonarsi o ad essere perdonato (i dialoghi iniziali di Will sulla moglie e sui peccati commessi in passato, che non sembrano dargli pace, nonostante abbia fatto una promessa di non bere più, la dicono lunga) danno un quadro perfetto di come ci si autocolpevolizzi di tutto e in questo, il senso di colpa cristiano, sembra dare la mazzata finale ingigantendo tutto.
Ci sono sicuramente tanti modi diversi per leggere un film come Unforgiven e uno potrebbe ancora una volta rimanerci male per la disarmante traduzione.
Se è anche vero che spesso e volentieri la storia è solo un incipit, in questo caso però, il fatto di aver puntato sulla donna e in particolare sulla prostituta, è già di fatto una scelta coraggiosa.
Se pensiamo che poi siamo nel western del 1880, in mezzo a così tanti uomini, "duri" e "tutto di un pezzo", sorridiamo nella scelta che si rivela sotto molti piani, una critica molto più estesa anche sugli usi e i costumi di allora.
La "Virilità" maschile viene presa così tanto di mira, in questa ottima opera di Eastwood, da non poter rimanere seri durante tutta la visione.
Lo stesso incidente scatenante nasce per un problema legato alla virilità, ovvero una prostituta che ride vedendo un cazzo piccolino di un cowboy, che si difende con le armi, ribadendo una sfrontatezza e un'animalità da palcoscenico che solo nella violenza può trovare una risposta.
Eastwood dimostra che anche in un western si può sorridere e più di tutto umanizza gli idoli del genere, senza ingigantirli, ma intenerendoli o rendendoli arrugginiti e anzianotti.


giovedì 27 giugno 2013

Armata delle Tenebre

Titolo: Armata delle tenebre
Regia: Sam Raimi
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Catapultato indietro nel tempo, addirittura nel Medioevo, Ash viene catturato dalle truppe di re Arthur. Dimostrata la propria innocenza, si mette sulle tracce del temibile libro “Necronomicon” dotato di grandi poteri ma involontariamente libera dal sonno le forze del male. Per poter tornare alla propria epoca dovrà difendere il libro dalla brama di potere del suo alter ego malvagio, guidando la popolazione locale contro il suo esercito di morti.

Che cosa fa di un film un cult assoluto? Beh innumerevoli fattori.
Nel caso del terzo capitolo della CASA si arriva all'apice della creatività, dell'immaginazione e delle innumerevoli trovate che al tempo si potevano avere solo arrivando da un certo tipo di cultura.
Raimi da forma al suo film più ispirato, a livello tecnico incredibilmente ricco di elementi e per quanto riguarda gli effetti speciali tante e tante menzioni in merito.
Un attore che riesce a caricarsi in spalla tutto il peso del film senza mai uscire dal personaggio e una moltitudine di elementi di cui godere dall'inizio sul Necronomicon fino alla parte centrale e infine la battaglia finale.
Interessante il finale uncut, spoiler, (denominata APOCALYPSE version) in cui ad Ash viene data una pozione per tornare nel futuro e gli viene consigliato di berne 7 goccie, nè più nè meno. Ovviamente sbaglia a prendere le gocce e si ritrova in un lontano futuro post-nucleare.
Questa scena insieme a quella d'amore fra Ash e Gwendaline e la parte della lotta nel mulino fra Ash e se stesso oppure quella che riguarda l'eroe che va dal duca Henry per chiedere aiuto nella lotta contro il male, l'incontro fra Ash e Re Artù ed un differente montaggio iniziale.
E così Raimi nel '92 gira il suo capolavoro, creando un horror-comedy che al tempo quasi non esisteva riuscendo ad unire l'horror splatter e la comicità slapstick.
Il primo che abbia saputo far ridere senza mai lesinare sull'horror o sulla suspance
A distanza di vent'anni rimane comunque un cult assoluto.
Mai demenziale come capita per i film di ultima generazione, ma sempre con una causa che giustifica l'azione, elemento di cui spesso e volentieri nei film odierni non si tiene conto.
Un'esplosione di fantasia, un mix irresistibile di splatter e demenzialità girato a regola d'arte.
Con le sue soggettive, le zoomate e le inquadrature anomale, Raimi sembra dirci: guardatelo bene, perché un film così non l'avete mai visto. Ed è la pura verità!
E forse, cari miei, non lo vedrete mai più dal momento che questo film segna il massimo del traguardo artistico e contaminato del regista.
E poi due parole su Campbell.
È allo stesso tempo un eroe e un coglione, carismatico e stupido, furbo e sfigato. Sembra quasi un cartone animato in certi momenti. Il modo in cui snocciola freddure da comico consumato resterà il marchio di fabbrica dei suoi personaggi a venire, purtroppo un fantasma che lo accompagnerà anche in futuro.
Gli scheletri animati in stop-motion, a parte quelli più “in carne” che sono attori in costume, sono realizzati in modo divino, nonostante la CGI già esistesse, ma come per la scelta del regista, questa scena è un omaggio tanto sentito quanto riuscito ad una scena degli ARGONAUTI con gli scheletri creati da Ray Harryhausen, genio degli effetti speciali purtroppo scomparso.
Cos'altro dire di un film che ancora adesso, a più di trent'anni di distanza, riesce a far divertire e a trasmettere humor e atmosfera.

lunedì 25 febbraio 2013

Mio cugino Vincenzo

Titolo: Mio cugino Vincenzo
Regia: Jonathan Lynn
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Billy e Stan sono due bravi ragazzi che stanno viaggiando insieme in auto; ma a causa di uno spiacevole equivoco, i due giovani vengono arrestati con l’accusa di aver rapinato e ucciso il proprietario di un discount. Imputato per omicidio, Billy si rivolge a un suo cugino di New York, Vincenzo Gambini, affinché li difenda in tribunale; ma Vincenzo è un avvocato alle prime armi e senza alcuna esperienza…

Unisce il talento e la grazia di un perfetto e ispirato Joe Pesci che intuendo sin da subito le lacune del film spinge tutto su un’interpretazione molto spinta. Il film intreccia il classico italo-americano con quel doppiaggio spacchiuso+il solito trattamento di una piccola comunità nei confronti del forestiero rozzo e tamarro+il classico tema sulla giustizia e smascherare un tentativo di far finire sulla sedia due giovani innocenti. Alcune gag e alcuni dialoghi sono molto divertenti e pungenti ma purtroppo risulta essere eccessiva la scelta dello stile che a lungo andare diventa abbastanza noioso e poco innovativo. Il finale poi è ovviamente sdolcinato, esagerato e a lieto fine.
Ma alla fine ‘interpretazione di Pesci finalmente come protagonista vale da solo la sufficienza.

sabato 2 febbraio 2013

Grano rosso sangue 2-L’ultimo sacrificio

Titolo: Grano rosso sangue 2-L’ultimo sacrificio
Regia: David Price
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un gruppo di ragazzi assassini, guidati da una terribile setta dedita alla magia nera, è responsabile di una serie di omicidi. L'indagine non porta ad alcun risultato. Dopo dieci anni lo stesso gruppo di assassini riprende la sua attività. Tocca a un giornalista indagare e risolvere la situazione

E’difficile valutare e cercare di trovare un senso all’idea confusa alla base del film soprattutto se tutto rimanda alla Flautotossina ovvero una sostanza tossica provocata dalla muffa sulle pannocchie.
Il primo capitolo era interessante, mostrava come un qualsiasi totem (e quasi sempre dietro una persona o un entità come nel fantasy) può plagiare le menti dei più deboli, in questo caso agnelli pronti a diventare un branco di lupi. In questo caso la suspence cede pesantemente il passo all’horror. Il taglio televisivo certo non aiuta né gli attori e nemmeno gli effetti davvero brutti così come la fotografia pessima che appiattisce tutti i chiaroscuri. I dialoghi sono stucchevoli. Lo stesso personaggio di Misha non riesce ad essere all’altezza di Isaac o Malachia.
Un prodotto a basso costo di cui si salvano davvero poche scene. La cosa più bella del film è la ragazzina alternativa che il figlio del giornalista conosce in città oppure la scena del bingo con la vecchia.


sabato 4 agosto 2012

Dracula(1992)


Titolo: Dracula(1992)
Regia: Francis Ford Coppola
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Nel 1480 Vlad Drakul, feroce paladino dell'Europa cristiana contro i turchi invasori, maledice Dio e diventa un vampiro dopo che sua moglie muore suicida, credendo che lui sia morto in battaglia. Nel 1897 a Londra Dracula vede in Mina Murray la reincarnazione della consorte e per amore si rifiuta di farne una sua simile. Prima di morire e di ricongiungersi a lui in un eterno abbraccio, Mina gli dà la morte definitiva, dunque la pace, secondo il rito prescritto.

Il miglior horror di sempre.
Uno degli unici capolavori totali che riesce ad attraversare i generi con una facilità disarmante, restituisce tutto il compendio gotico che Stoker descriveva con una minimalità impressionante e ancora oggi risulta essere davvero terrificante nella sua spettacolarità.
D’altro canto è stato l’unico film al mondo capace di farmi paura e questa la considero arte,  avendo visto decine di centinaia di horror di tutti i tipi e tutte le nazionalità.
La paura non nasce dal mostro ma dalla capacità di dargli un’anima e una poesia.
Il non plus ultra del cinema, dell’arte, della messa in scena, della storicità, della nascita del cinematografo, delle musiche, dei costumi, della recitazione, delle intenzioni, della fedeltà al romanzo (con qualche leggero distacco) e delle sue complicate trasformazioni che lo mettono su un livello difficilmente paragonabile.
Senza stare a parlare della straordinaria prova di Gary Oldman, una delle performance più intense di tutta la storia del cinema, capace di entrare nell’olimpo delle trasformazioni e delle innumerevoli identità che contraddistinguono il conte Dracula.
Era molto difficile coniugare tutto l’arco di storia in un unico film ma Coppola c’è riuscito.
In alcuni momenti accelerando i tempi, in altri dilatandoli creando una situazione quasi parossistica spazio-temporale. In realtà il rituale diventa ancora più onirico spostandosi da Londra alla Transilvania fino ai confini del mare e alla battaglia finale come il più bello dei viaggi epici che si possa ammirare.
Coppola poi ci mette tutto se stesso continuando con il suo lavoro di sperimentazione stilistica, cromatica e figurativa. E’anche interessante notare come per tutto il film non faccia ricorso alle tecniche digitali in c.g ma invece ricorre a effetti speciali di solo carattere fotografico del grande Michael Ballhaus.
Il film poi rimanda ai movimenti artistici (romanticismo) e ai quadri di Klimt dell'Art Nouveau.
Qualcuno ha osato definirlo un film senza stile perché ne insegue troppi. Il problema è sulle cause che portano a così tanta contaminazione e il risultato invece si sforza, riuscendoci la maggior parte delle volte, di inserire diversi schemi, forme d’arte, caratteri simbolici, periodi storici, in un continuum che fa dei suoi limiti la sua potenza visiva.
Un film davvero immortale.

martedì 13 dicembre 2011

Detective Stone


Titolo: Detective Stone
Regista: Tony Maylam
Anno: 1992
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Londra anno 2008: poliziotto sospeso dal servizio per motivi psicologici viene richiamato per occuparsi di una serie di delitti alle cui vittime viene strappato il cuore che ha mandato la città in tilt.

Un piccolo cult con delle sorprendenti scenografie, delle location che sembrano riportare ai fasti del cyber-punk post-apocalittico (Londra piena d’acqua piena d’acqua con delle tenebrose atmosfere, fumi ovunque e una fotografia tendente al blu) e una storia perlomeno plausibile per il genere.
Eppure tutto questo interessantissimo insieme di elementi  diventa superfluo analizzando bene alcuni elementi della sceneggiatura che risultano essere troppo vacui e dispersivi. Senza stare a rimuginare sul finale(forse l’elemento più scadente di tutto il film) rimane un prodotto destinato per molti amanti del fantasy-poliziesco con venature horror(un bell’ibrido di genere)a rimanere nella memoria  grazie ad una buona prova di Hauer, a tratti sembra Trigunn, anche se in alcune scene risulta palesemente eccessivo nella performance con dei dialoghi quanto mai forzati e banali e una schiera di attori che eccezion fatta per il collega del protagonista, un incapacissimo e fastidioso Neil Duncan, riescono perlomeno a convincere.
Il make-up è molto convincente a parte per il mostro che si vede solo nel finale e si capisce il perché (probabilmente sapendo del risultato limitato hanno optato per mostrarlo solo nel finale giocando su dei dettagli che non lo prendono quasi mai a figura intera).
Un pasticcio quando si vira verso l’elemento esoterico, i morsi, la donna che deve essere immolata per il sacrificio..mentre invece funziona meglio l’elemento fantascientifico del legame tra il protagonista e il mostro. Purtroppo la colonna sonora è sempre lo stesso brano ripetuto in ogni scena in modo tale da sterzare in alcune scene, la suspance che si era venuta a creare.
Certo vederlo a quattordici anni faceva il suo effetto. Ora va preso con le dovute pinze…

lunedì 10 ottobre 2011

Demonic Toys


Titolo: Demonic Toys
Regia: Peter Manoogian
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

I film sui giocattoli assassini (Dolls movie) hanno avuto come capostipite del genere il film di Holland del ’88. Demonic Toys non aggiunge molto al genere. Due bambini, il bene e il male, fanno una scommessa.
Il male vince e la maledizione prende forma dal sangue di alcuni criminali che riportano in vita giocattoli creati con la tecnica animatronica(fantastico il clown ad esempio).
Il soggetto così come la trama rimangono abbastanza scontati, eppure non mancanop gli elementi e un piccolo tasso di splatter che non deluderà gli amanti del genere.
E’stato poi diretto un seguito,DEMONIC TOYS 2, introvabile, e un altro film simile per nome ma differente per la storia che risponde al nome di PUPPET MASTER VS DEMONIC TOYS.

domenica 20 marzo 2011

All night long

Titolo: All night long
Regia: Matsumura Katsuya
Anno: 1992
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Tre ragazzi sono testimoni di un violento accoltellamento. Questa esperienza crea un malsano legame tra loro e quando un' amica dei tre viene stuprata da una gang di criminali, decidono di mettersi sulle tracce dei delinquenti per vendicare la ragazza. La vendetta sarà efferata.

Crudo e pesante il primo capitolo di una trilogia diretta da Matsumura. Assistiamo alla trasformazione di tre ragazzi borghesotti, studenti modello che dopo un incidente cambiano drasticamente tirando fuori tutte le loro perversioni e dosi di cinismo. Matsumura è molto in gamba nel filmare i passaggi che portano i ragazzi ad avere una sorte di violenza devastante nel momento in cui sono tutti e tre insieme, sviluppando il discorso del branco che colpisce in maniera incontrollata e spietata. Presi uno ad uno dimostrano i loro limiti ma nel finale tirano fuori tutta la loro disperazione per compiere una strage violentissima e sanguinolenta.
Può essere anche un cammino di formazione all’inverso. Un viaggio dell’eroe in negativo. Un film che non lascia indifferenti proprio per le dosi di sadismo e l’ultraviolenza, il gore come affresco iniziale e finale.
Il film e del ’92 ed è piuttosto originale. La parte tecnica si muove lentamente.Le scene splatter sono disperate e fatte molto bene da Tomoo Haraguchi. Sembra quasi che alcuni registi si siano ispirati a questo affresco caotico e verosimile di una società quella giapponese sempre più allo sbando e di una Tokyo vista sempre più come cuore di violenza e bramosia.
Il cast è tutto di giovanissimi da Tsunoda Eisuke, Ietomi Yôji, 'Third' Nagashima, Ogawa Makoto.