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domenica 27 ottobre 2019

Linea mortale


Titolo: Linea mortale
Regia: Joel Schumacher
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cinque amici e studenti di medicina dopo una lezione di anatomia sposano, anche se con qualche tentennamento, un'idea di uno di loro. Si tratta di oltrepassare la soglia della vita per poco più di un minuto, morendo, e ritornando in vita da testimoni. Anche se le visioni non sono poi così entusiasmanti si sviluppa una gara a chi resiste di più.

Linea Mortale per me è un cult come lo era Ragazzi perduti sempre di Schumacher quando Sutherland figlio poteva quasi vantarsi di essere il suo attore feticcio.
Un film che funzionava di brutto al tempo perchè cercava delle risposte di fatto a dei quesiti che rimarranno sempre delle incognite per il genere umano.
Cosa c'è oltre la morte? Se riuscissimo a fare degli esperimenti e portare il corpo in uno stato di trance e poi farlo ritornare in vita cosa potrebbe succedere?
Come sempre andando a varcare le colonne d'Ercole si apriranno fantasmi nell'armadio, alcuni banalotti e innocui mentre altri molto più pericolosi.
Quando lo vidi da adolescente come tutti i ragazzini volevo cimentarmi anch'io in esperimenti simili, per fortuna non lo feci.
Il film inizia con Kiefer Sutherland, la mente del gruppo e anche il più stronzo, che guarda l'alba e sentenzia una frase importantissima "Oggi è un bel giorno per morire"
Il film per quanto concerne la sceneggiatura vive per la maggior parte del tempo sulla sospensione dell'incredulità, buono lo spunto ma poi bisogna avere gli strumenti per andare avanti. Schumacher lascia perdere tutto e butta il film, come è solito fare sull'atmosfera da brivido, sul thriller, sui colpi di scena e il terrore di cosa si è andato a risvegliare per allontanarsi dal discorso scientifico che avrebbe richiesto più elementi.
Linea Mortale è un modesto thriller con un'ambientazione molto tetra e tenebrosa sapendo però che l'intento principale è l'intrattenimento allontanandosi come dicevo da territori che sarebbero forse stati ostici per il film come diramazioni religiose o scientifiche. Rispetto ad altri suoi film sviluppa una crescente tensione narrativa articolandosi più sul piano emotivo che descrittivo, lontano dalle trovate spettacolari del sensazionalismo orrorifico anche se in alcuni momenti, come Billy Mahoney che massacra Nelson, la suspance è alle stelle.


giovedì 4 luglio 2019

It(1990)


Titolo: It(1990)
Regia: Tommy Lee Wallace
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In una piccola città di provincia, sette ragazzini, esplorando le fogne, risvegliano una forza malefica sotto le sembianze di un clown che semina morte e distruzione. Quando trent'anni dopo la forza si sveglia di nuovo, quegli stessi sette amici, diventati ormai adulti e disseminati in diversi stati, abbandonano famiglia e lavoro e si rimettono insieme nella città natia per affrontare per la seconda volta le loro devastanti paure.

A conti fatti le versioni tratte dai libri di King negli anni '90 sono state decisamente le migliori rispetto a questi remake moderni troppo patinati e pieni di c.g.
IT e L'OMBRA DELLO SCORPIONE come mini serie televisive seppur con i limiti del caso, riuscivano a infondere l'atmosfera giusta che si respirava nei romanzi.
Wallace poi aveva esordito con uno degli horror più interessanti degli anni '80, Halloween 3, purtroppo demolito da critica e pubblico.
IT conserva come dicevo nei suoi limiti di budget un'aura mistica e magica che sembra far rivivere come l'album di fotografie di Mike Hanlon i tragici eventi di Derry grazie alla fortuna di aver un manipolo di giovani attori in stato di grazia a differenza dei giovani/adulti della seconda parte (sempre funzionali ma non indimenticabili).
Questo adattamento tiene conto di molti aspetti suggestivi del romanzo mettendone purtroppo da parte altri come quelli che ancora una volta andavano a rompere dei tabù importanti per uno scrittore che demoliva le regole del lecito e proibito. In questo caso la comparazione con Pet Sematary, il libro ovviamente, sembra doveroso ( nel romanzo quando Gage diventa quello che deve diventare, trasformato dal cimitero, e parla con la voce di Norma prima di uccidere Jud, scopriamo che l'anziana moglie malata in passato era solita farsi sodomizzare dagli abitanti del posto ridendo durante l'amplesso ai danni del povero marito. In IT nel romanzo Beverly prima di affrontare il mostro, quando sono piccoli, decide di darsi a ognuno dei membri del Club dei perdenti in una sorta di gang bang) come se l'aspetto sessuale fosse stato ignorato in entrambi i casi.
IT poi ebbi la fortuna/sfortuna di vederlo negli anni giusti tra infanzia ed adolescenza come per l'horror cult di Coppola e il terrore che entrambi mi generarono servì a farmi capire di cosa avrei avuto bisogno di cibarmi per il resto della mia vita.
IT faceva leva nelle paure ancora di più rispetto ai colleghi come Freddy Krueger (altro mostro leggendario e importantissimo per il cinema e per il contributo al genere) ma senza averne le stesse disposizioni slasher più tendenti al massacro e alla carneficina e questa assenza in IT era ancora più funzionale proprio perchè ti terrorizzava senza darti il colpo finale.
Pennywise è diventato leggenda grazie alla Leggenda performativa di Curry (Legend, ROCKY HORROR PICTURE SHOW) riuscendo ad essere mostro, lupo mannaro, ragno, mummia, ma soprattutto e più di tutto un clown distruggendo così un altra figura che avrebbe dovuto migliorare l'infanzia dei piccoli anzichè distruggerla (discorso analogo per Santa Claus che come per Bob Gray mangiava i bambini).
Superando la parentesi del clown, il mostro più grosso descritto da King è però la comunità di Derry che come Krueger nasce dall'odio degli abitanti della città. In quel caso veniva ucciso per vendetta dai suoi stessi concittadini e ottenne, dopo la morte, la capacità di manifestarsi nei sogni altrui, che sfruttò per tormentare ed uccidere i figli dei responsabili della sua morte, mentre nel romanzo di King agisce nella realtà in carne e ossa prima di andare in letargo.
Sempre di società ostile si parla, di quegli adulti che anzichè proteggere preferivano nascondere sacrificando quasi per un patto invisibile i loro stessi figli alla bestia piuttosto che affrontarla.
Da questo punto di vista le colpe sui padri e il senso di responsabilità diventano nel lavoro di Wallace fondamentali per descrivere il microcosmo di efferati delitti e le precise ragioni che portano un manipolo di ragazzini a combattere qualcosa di spaventoso e più grande di loro.
Pennywise, Bob Gray, non è diventato il villain principale di King, quello sarà sempre Randall Flagg, ma ha costruito un personaggio immortale e ancora oggi in grado di spaventare intere generazioni senza ricorrere come nella recente versione di Muschietti a un ritmo iper veloce e tanta c.g. Ancora una volta la maschera di Curry conferma che il terrore più alto e ispirato arriva sempre dalla mimica facciale e dalle azioni degli esseri umani che fanno più paura di qualsiasi mostro.
La produzione al tempo fu molto complicata e travagliata: tre mesi di riprese, il passaggio di testimone da George A. Romero a Tommy Lee Wallace e tagli decisi alla sceneggiatura (si passò da otto ore di durata, a sei per finire poi con due episodi che dureranno, nel complesso, poco più di tre ore)
Peccato per quel ragno finale...



lunedì 17 giugno 2019

Basket Case 2


Titolo: Basket Case 2
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sopravvissuti a un drammatico incidente, Duane Bradley e il deforme fratello Belial vengono accolti da Nonna Ruth, che si prende cura di alcuni esseri mostruosi e infelici insieme alla giovane Susan. Tutto sembra andare per il meglio, ma l'inquietudine di Duane e la curiosità di alcuni giornalisti scateneranno la tragedia.

E'curioso che il sequel del primo capitolo arrivi con ben otto anni di distanza mentre a livello temporale il film cominci esattamente da dove finiva il precedente. Basket Case 2 prende letteralmente un'altra piega diventando una commedia grottesca ironica e più commovente perdendo del tutto quella precisa vena splatter che contraddistingueva il primo
Una scuola di mostri buoni (Cabal tra le righe, tra l'altro uscito lo stesso anno), anche se le analogie sono più verso la scuola Kauffman della Troma con cui Henenlotter soprattutto in questo sequel e nel successivo omaggia o sceglie in particolare un mood trash e weird che non horror splatter.
Un film piacevole, che quasi trascende l'horror, per arrivare nel suo piccolo a parlare di esclusione, l'oasi dei mostri che devono rimanere nascosti e relegati, l'invidia ma più di tutto il concetto di normalità nel dover scegliere tra gli orridi e indifesi e fragili freaks o gli esseri umani crudeli e meschini
Se il primo Basket Case era piaciuto così tanto tra i b-movie era sicuramente per la sua storia eccessiva e gli effetti speciali artigianali.
Qui gli spunti per mandare avanti un soggetto molto più deboluccio faticano ad ingranare e alla lunga il film ne soffre, anche quando cerca di trovare delle soluzioni estreme per risultare interessante come la scena di sesso tra Belial e la futura compagna e moglie.

domenica 28 aprile 2019

Der Todesking


Titolo: Der Todesking
Regia: Jorg Buttgereit
Anno: 1990
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Sette splendidi episodi che come filo conduttore hanno la morte:
1)La rappresentazione della vita di un uomo che conduce la sua esistenza nella totale banalità (lavoro,casa,faccende casalinghe...) ma si rende conto di trovarsi in una bolla di vetro, intrappolato, proprio come il suo pesce rosso, così renderà tremendamente e fatalmente simile il suo tipo di vita con quello del suo animale domestico
2)La visione di un film nazista (con tanto di shockante amputazione di pene ebreo!) distorce la mente di un giovane ragazzo, così quando torna la sua donna lui la uccide a sangue freddo incorniciando di materia cerebrale il muro
3)Sotto una pioggia scrosciante un uomo depresso, si sfoga di fronte ad una donna. Ella ,per commiserazione, decide di sparagli ma siccome non aveva caricato il colpo in canna fa cilecca. Lui prende la pistola e fa partire il colpo
4)Varie inquadrature e carrellate ci mostrano la struttura di un ponte, dove in ogni sequenza compaiono i nomi delle persone tuffatesi nel baratro
5)Una donna e la sua solitudine: dalla finestra riesce a vedere una felice giovane coppia che si scambia sorrisi e carezze,nella donna cresce una forte forma d'invidia e cosi' decide di tramortirli placando la visione di felicità che la tormentava nelle sue insulse giornate
6)Un ragazzo escogita una attrezzatura da ripresa per registrare in pellicola un concerto rock, quando entra nel locale(guardando sotto l'ottica soggettiva del protagonista) inizia a sparare all'impazzata sulla band e sul pubblico,poi , terminata la soggettiva, scopriamo che era il ragazzo del secondo episodio, quello influenzato dal film nazi;
7)Un forte mal di testa che stringe la sua terribile morsa sulle tempie indifese di un ragazzo. Il dolore ondeggia spinoso dentro la sua calotta cranica,lui deve placare tale martirio dando violente testate sul muro...forte...sempre più forte....

Esiste l'avanguardia nell'horror o meglio nella sub cultura del gore? Buttgereit a differenza di altri autori che in quegli anni sperimentavano questa forma di cinema, si è ritagliato una politica completamente diversa, dove l'horror rappresenta la punta più in alto dove al suo interno c'è così tanto materiale che il regista tedesco omaggia e mostra con incredibile destrezza, una visione nichilista dove la morte è liberazione da una vita insulsa e banale che non ha scopi e obbiettivi.
I personaggi dei suoi film riflettono molto questa condizione senza provare nemmeno a fare quel salto se non come nel capitolo 4 mostrandoci proprio il suicidio come scelta razionale e liberazione totale. Il fil rouge di tutto il film a episodi è proprio il corpo femminile che si sacrifica e si decompone. Un Cristo femminile inerte che si decompone agganciandosi così a tutto il sotto genere del body horror che negli anni 2000 ha avuto di nuovo un discreto successo con film ambiziosi e complessi e anch'essi d'avanguardia come Thanatomorphose

Nel suo essere brutale e a tratti eccessivo, Der Todesking alla fine si scopre agli occhi di una bambina (inquadratura conclusiva del film) strappando un candido sorriso, perchè nell'ottica fanciullesca tutto può sembrare magico e divertente come uno scheletro decomposto.




giovedì 30 agosto 2018

Cabal


Titolo: Cabal
Regia: Clive Barker
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Aaron Boone è un giovane tormentato da incubi riguardanti Midian, città leggendaria collocata in un cimitero di cercatori d’oro ed abitata da creature deformi di diverse specie. Il suo psichiatra, un astuto serial killer interpretato da un Cronenberg a tratti macabramente ironico a tratti agghiacciante, lo convince, anche drogandolo, di essere lui il responsabile della catena di stragi familiari che da qualche mese bagnano di sangue la città. Tormentato dai sensi di colpa e dai dubbi, una volta trovata Midian Boone viene aggredito e morso da uno degli abitanti.
Quando verrà ucciso dalla polizia, su istigazione dello psichiatra, tornerà dal regno dei morti e chiederà di essere accolto nella comunità dei Figli delle Tenebre, reietti mutanti massacrati per secoli dagli umani sotto la guida dei preti e costretti a nascondersi, protetti dal loro dio Baphomet. Aaron Boone, suo malgrado, sarà sia la causa scatenante della guerra degli uomini contro i mostri sia il salvatore di questi ultimi.

Cabal è un cult. Punto.
Inutile stare a disquisire su cosa non ha funzionato nella pellicola.
E'stato considerato un film che supera per poco la soglia del b-movie quando invece è ambizioso e il risultato è ottimo nonostante non abbia mai avuto modo di vedere il director's cut girato dallo stesso Barker di '145 in cui forse avrei visto più scene gore e soprattutto quelle strazianti scene di sesso che nel libro sanno essere potenti, evocative ed affascinanti.
Un film da cui forse poi anni dopo lo stesso Miike Takashi, che considero un maestro e una sorta di divinità della settima arte, è riuscito in parte a omaggiare e citare qualche scena nel bellissimo YOKAI DAISENSO.
Un film Cabal che diventa presto quello che tutti gli amanti dei mostri vogliono.
Entrare nella città santa di Midian, un viaggio in un immaginifico territorio mutante dove nonostante alcuni limiti legati al make up, il lavoro rimane esaustivo ed eccellente con alcune maschere e scelte di gusto in grado almeno in parte di restituire quell'orrore che tutti chiedevamo.
Cronemberg riesce a dare spessore al personaggio più complesso del libro, l'unico vero antagonista, in grado di incarnare quella stessa scienza e analisi clinica che si scontra con tutti gli pseudo riferimenti religiosi con cui Barker costipa il libro e poi il film.



martedì 1 maggio 2018

Piccola peste


Titolo: Piccola peste
Regia: Dennis Dugan
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Junior ha sette anni e vive in un orfanotrofio retto da suore. Coppie pronte ad adottarlo non mancano, il problema è che lui è un piccolo uragano: dopo pochi giorni di affidamento i "genitori in prova" lo riportano terrorizzati. Gli ultimi a provarci sono Florence e Ben: Junior in poco tempo incendia camera sua, distrugge un supermercato, insegna parolacce al pappagallo, si azzuffa col gatto di casa, manda a monte una partitella e la festicciola di una bimba. Ma Ben riesce a fare breccia nel cuore del bambino. Sulla scia di "Mamma, ho perso l'aereo", una commediola finto-cattiva e molto zuccherosa, coi soliti bimbi hollywoodiani.

Piccola peste è un film a tratti davvero patetico e melenso, il tipico film fatto apposta per le famiglie e per far cadere qualche lacrimuccia a qualche genitore sensibile.
E' anche vero che questa commedia del 1990 ha davvero alcuni elementi comici che ancora oggi se mi capita di guardarlo rido senza farmene una ragione. I motivi sono tanti, dalla ribellione di Junior, al fatto che punisca le suore e i membri delle istituzioni, al fatto che sia affascinato dai personaggi violenti ma che alla fine in quanto bambino tema la violenza.
Al fatto che la faccia pagare ai piccoli e viziati bambini borghesi e tanti altri piccoli motivi che lo rendono un piccolo outsider, un anti eroe moderno e in fondo pure un po stronzo.
La faccia di Michael Oliver era perfetta e il ragazzo crescendo è rimasto uguale.
Il sequel e gli altri capitoli usciti dopo non valgono nemmeno l'unghia dell'originale. Tanto ritmo e veramente alcune scene davvero azzeccate che ancora adesso a distanza di quasi trent'anni fanno scassare dal ridere.

venerdì 8 dicembre 2017

Arma non convenzionale


Titolo: Arma non convenzionale
Regia: Craig R.Baxley
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Alec, un gigantesco extraterrestre, scende sulla Terra. Ad ogni persona in cui si imbatte ripete il messaggio di pace che da il titolo al film, ma quando si allontana il suo sfortunato interlocutore è cadavere. Si tratta infatti di uno spietato criminale, venuto a fare scorta di endorfine, droga rara e costosissima sul suo pianeta. Soltanto il sistema endocrino di un essere umano intossicato dall'eroina produce quella sostanza, così l'alieno - per procacciarsela - con una strana siringa retrattile inietta la droga nostrana ai malcapitati che incontra, aspirando le preziose endorfine dal cervello delle vittime esanimi attraverso un buco in fronte, praticato con una brutale stilettata.

Trafficanti di droga dallo spazio?
Icona dei b-movie come molti altri film di quegli anni del resto. Diciamo che oltre ad essere un buddy cop movie è un ibrido che cerca di rifarsi alla sci-fi portando a casa un action-movie con momenti weird per non dire volutamente trash a tutti gli effetti.
Alla fine al di là della messa in scena abbastanza dozzinale e derivativa quello che più colpisce è l'idea di fondo delle endorfine che rimane l'elemento più originale e curioso.
Dalle endorfine si possono ricavare migliaia di dosi di una droga purissima per venderla ai propri simili.
Lundgren ha sempre recitato lo stesso personaggio in tutti i film come quasi tutti gli attori action che fanno del loro fisic du role il biglietto da visita. Senza chiamare in causa il cacciatore alla ricerca di Alec che poi darà l'arma positronica al protagonista, siamo ben lontani dai film che miscelavano il cinema di genere con prodotti interessanti e divertenti, piccoli cult di serie-b, come Sbirri oltre la vita e Detective Stone.



sabato 28 gennaio 2017

Riflessi sulla pelle

Titolo: Riflessi sulla pelle
Regia: Philip Ridley
Anno: 1990
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Anni quaranta: il piccolo Seth vive nella pianura canadese, circondato da adulti squallidi, ai limiti della follia. Replica la loro crudeltà con gli animali e con una donna inglese che crede una vampira.

Di solito il pubblico dovrebbe empatizzare con i protagonisti soprattutto se sono bambini.
Quando però nella scena iniziale vediamo una rana uccisa soltanto per piacere personale e per soddisfare le logiche perverse del gruppo allora sappiamo subito con chi abbiamo a che fare.
L'opera prima dello scrittore Philip Ridley è di quelle pronte a dividere pubblico e critica.
Da un lato l'intento è abbastanza complesso quasi quanto tutta la nutrita serie di temi e riflessioni all'interno del film partendo da una lunga serie di eventi tragici che culmineranno nel finale con un climax che sottolinea il carico di angoscia del film.
Un viaggio di formazione nell'incubo.
Di nuovo un ragazzino costretto a vedere con i suoi occhi i mali del tempo e la degenerazione che gli si presenta a partire dalla famiglia con il suicidio del padre. L'incontro poi con la solitaria e inquietante vicina (che paga a caro prezzo la sua vita solitaria) e per finire un giovane Mortensen che interpreta un fratello maggiore con degli ideali a dir poco discutibili.
Con una scansione per certi versi strutturata su tre atti, il primo rappresenta il sacrificio, la vittima sacrificale la crudeltà verso gli animali; il secondo sembra negare l’evidenza dei fatti per coltivare un incubo personale e l'ostilità per l'Altro e infine nel terzo atto la lotta fra Male e Amore, in cui quest'ultimo per fortuna cerca di redimere e salvare quel poco che resta.
Un film duro e spietato che non sembra cercare facili scorciatoie.
Adulti perversi, angherie, perdita dell'innocenza, il male onnipresente, morboso e scomodo.

Riflessi sulla pelle parla di tutto questo. A volte in modo un po confuso e non sempre funzionale ma è uno di quei film che colpiscono allo stomaco offrendoci l'ennesimo spaccato di vita complesso e doloroso.

giovedì 22 dicembre 2016

Chi ha paura delle streghe


Titolo: Chi ha paura delle streghe
Regia: Nicolas Roeg
Anno: 1990
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un orfano vive una terribile avventura, simile alle fiabe della nonnna: un gruppo di streghe, in apparenza signore perbene, lo vogliono trasformare in topo.

Tratto da un romanzo di Roald Dahl "Le streghe", lo sconosciuto film di Roeg entra a pieno nel sottogenere sul filone delle streghe trovando alcuni spunti e delle idee davvero interessanti che seppur scritte in maniera a volte non così seria, diventa quella fiaba nera per adolescenti tipica del cinema anni'90 che ancora portava avanti quella spinta sull'avventura e la mistery tipica di quegli anni.
Un horror fiabesco che trova almeno due punti di forza come il primo atto, suggestivo e importante nel darci elementi che verranno sviluppati in seguito (ma con una buona tensione e atmosfera) e il finale con le streghe che mostrano il loro vero e inquietante aspetto.
E'un film anomalo perchè sposa una messa in scena che a tratti sembra una comune commedia per poi rivelare il suo lato grottesco con l'arrivo della Strega Suprema interpretata da Anjelica Huston.
Per alcuni aspetti mi ha ricordato il cult della Troma Rabid Grannies per come in fondo dopo la trasformazione emerga sempre la parte più inquietante ovvero quella del sacrificio dei bambini che se nel film di Roeg è "assente" ricerca un target specifico e che riesca a mettere d'accordo tutti, il film della Troma invece è di una violenza e ironia abissale. In più il tema della fiducia tra estraneo e bambino con la scena madre dell'albero è interessante per far capire come in alcuni momenti possa sentirsi un orfano. Sono tanti i riferimenti presi da questo film e usati quasi come registro per recenti film sulle streghe o che trattino di paure e incubi che minano l'infanzia e l'adolescenza.

martedì 12 aprile 2016

Allucinazione perversa

Titolo: Allucinazione perversa
Regia: Adrian Lyne
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Jacob è un reduce della Guerra del Vietnam che lavora presso le poste di New York, nonostante abbia una laurea e tutti i numeri per diventare qualcuno. Questo perché dopo gli sconvolgenti avvenimenti del Vietnam si è arreso alla vita. Oltre questo, tempo prima, suo figlio Gabe è stato ucciso da un automobilista, il che ha portato alla rottura con sua moglie. Jacob si rifà quindi una vita con Jezebel e con lei vive felicemente finché un giorno non inizia ad avere continui flashback della sua esperienza di guerra ed iniziano ad accadere degli strani avvenimenti.

Thriller dai risvolti politici e psicologici, tratta un argomento molto interessante come quello della "scala", droga o farmaco che ebbe effetti devastanti sui marines che, simili ai Berserkir, i folli guerrieri della tradizione scandinava che combattevano, come invasati, senza temere il dolore per via dell'assunzione di un fungo allucinogeno.
E così un altra falla nel sistema. Un paradosso che permette di vedere il vero volto di una società che nasconde tragici esperimenti a danni di persone comuni. Per alcuni aspetti questa parentesi si accosta molto anche al cinema di Carpenter e film che trattano le ipotesi di complotto.
Soprattutto per la componente grottesca e per certi versi horror del film, laddove Jacob comincia a vedere strani diavoli dappertutto che cercano di investirlo con l'auto, o che si trasformano in mostri durante un party dalle conseguenze fisiche e mentali devastanti.
Il finale poi è tragico e sembra un monito con una risposta che ognuno interpreterà a suo modo.
Di una profondità sconcertante e con una intricata trama, Jacob's Ladder, ci accompagna attraverso un viaggio allucinante, un vortice fatto da allucinazioni sempre più sconvolgenti ed incasinate, nei meandri reconditi della mente umana, nella ricerca del bene e della verità facendosi strada tra gli inevitabili intrighi che sono parte integrante dell’animo umano.

lunedì 22 settembre 2014

Albero del male

Titolo: Albero del Male
Regia: William Friedkin
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un'affascinante donna si fa assumere come babysitter da coppie benestanti, dando false referenze e falso nome, e subito si dimostra molto abile nel lavoro e dolcissima coi bambini. La donna professa l'antico culto dei Druidi verso un grande albero abitato da potenti spiriti del male, e perciò, al momento opportuno, uccide le piccole creature affidatele, e ne offre il sangue alla sacra pianta come nutrimento.

Purtroppo anche i migliori possono sbagliare e ancora una volta la produzione, e vari altri problemi, possono incidere su un risultato che poteva dare molto di più, soprattutto se il suo regista è un visionario che sa il fatto suo.
Dimenticando ogni aspetto legato ai culti pagani, elemento da cui il film preleva solo un'estratto di idea, purtroppo quello che manca nel film è la sottile linea tra finzione e realtà, che manco a farlo apposta, esagera proprio in quello che doveva essere il climax e uno degi effetti speciali determinanti del film (l'albero che uccide le vittime).
C'è stata una lunga e sofferta gestazione durante il film, da cui non ha caso il regista ha deciso di staccarsi, senza quasi voler essere nemmeno accreditato.
The Nanny di Dan Greenburg, qui sceneggiato in modo più vegetale e prossimo a uno stile di narrazione che fondesse mito e California anni '90, altro non fa che esaminare gli orrori arcaici nascosti nella società contemporanea e riplasmarli.
Il problema è che non a caso Alan Smithe, che è subentrato alla regia, si sia trovato di fronte ad un esito già previsto e una macchinazione ormai compiuta.

sabato 16 novembre 2013

Adrenaline

Titolo: Adrenaline
Regia: AA.VV
Anno: 1990
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un cieco vaga nel deserto finchè non raggiunge una lunga fila di non vedenti anch'essi con occhiali scuri e bastone bianco. Attendono apparentemente di entrare in un portone dall'aspetto imponente. La sequenza fa da prologo, da intermezzo e da chiusura a dodici episodi.

Un film a episodi destinato forse a diventare un cult movie. In realtà il fattore principale è la scoppettante ed esilarante moltitudine di teatrini che si aprono in questo grottesco affresco francese.
Si tratta di una serie di storielline macabre e splatter:
1-Un uomo geloso fa a pezzi l'antagonista che, ridotto alla sola testa, corre comunque dall'amata.
2-Una donna sta per essere schiacciata dal soffitto e quando riesce ad aprirsi un varco viene investita da un camion
3-Un collezionista di mosche scambia il neo di una donna per l'insetto
4-Un televisore indemoniato ha bisogno di un telesorcista.
5-Una metropolitana che impazzisce
6-Il tetto di una casa che si abbassa inspiegabilmente
7-L'automobile che si anima e marcia fino alla sfasciacarrozze (con proprietario all'interno)
Ovviamente non tutte le scenette hanno la stessa devastante portata , a volte la provocazione sembra fine a se stessa e la sgradevolezza troppo programmata, ma nel complesso un film davvero alternativo, sperimentale ed esagerato coadiuvato da un ottimo ritmo e un attento montaggio che permette di mantenere sempre un'attenzione costante sui singoli episodi.
Fondamentalmente un film che cerca di fare paura sfruttando la parodia e l'esagerazione come armi principali.


martedì 27 marzo 2012

Ancora 48 ore


Titolo: Ancora 48 ore
Regia:  Walter Hill
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ancora una volta Reggie Hammond è finito in carcere e ancora una volta l'ispettore Cates ha bisogno di lui per scovare un pericoloso criminale che ha intenzione di stroncare la carriera di Cates e far fuori Reggie. I colpi di scena si sprecheranno dall'inizio alla fine!

Sicuramente inferiore al primo. Se l’idea di giocare sugli opposti, il duro e il comico, nel secondo capitolo Hill sembra interessato solo all’azione contando che la caratterizzazione dei personaggi non aggiunge quasi nulla. Ci sono dei bei momenti come la sparatoria nell’hotel o la rissa e il degenero tra gli sbirri corrotti nella discoteca anche se gli stessi antagonisti sembrano eccessivamente pompati.
Un thriller con dei buoni momenti ma che sembra il copia-incolla del precedente capitolo.

lunedì 22 agosto 2011

Baby Blood


Titolo: Baby Blood
Regia: Alain Robak
Anno: 1990
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il proprietario di un circo, crudele e violento, picchia e maltratta ogni giorno Yanka, la giovane moglie incinta. Un giorno al circo arriva un leopardo recentemente catturato in Africa, che presto però muore. Tuttavia, una misteriosa creatura fuoriesce dal corpo dell’animale ed entra in quello della donna, sostituendosi al suo feto. La creatura, affamata e maligna, comincia a chiedere di essere nutrita col sangue: Yanka deve provvedere in un qualche modo ai bisogni del suo bambino…

A prima vista il film di Robak potrebbe quasi sembrare una contaminazione dei tre film horror più giovani di Cronemberg(BROOD,RABID e IL DEMONE SOTTO LA PELLE), i quali sicuramente hanno influenzato non di poco la regia e gli intenti di questa interessantissima pellicola. Altri omaggi arrivano dal bellissimo BABY KILLER e BASKET CASE.
Un film di serie B con i fiocchi contando gli effetti artigianali elevati, l’alto tasso di gore e scene splatter(sangue ovunque, esagerando anche dove a prima vista non servirebbe) amputazioni e quant’altro portano la pellicola ad essere uno dei pochi risultati splatter francesi degli anni ’80 davvero sorprendenti.
Robak aveva già diretto il divertente ADRENALINE nel ’90 in cui nei vari episodi era presente comunque una elevata quantità di humor nero e scene grottesche che sono, se vogliamo, l’emblema di questa pellicola che non da mai respiro e segue spietatamente le azioni della protagonista(una bravissima Emanuelle Escorrou che ha interpretato poi anche il secondo capitolo, BABY BLOOD 2, notizia che compare in una scena all’uscita di un cinema in cui nel poster dietro la protagonista si vede il cartello che anticiperà l’altro film anche se con una storia diversa.
Interessante vedere gli effetti creati del compianto Benoit Lestang, asso francese morto suicida a 42 anni, che ha collaborato poi anche con Laugier per il capolavoro degli ultimi anni che è MARTYRS.
Fantastica la struttura che Robak porta avanti per cui Yanka all’inizio non accetta la creatura dentro di sé, poi con il tempo comincia uno strano rapporto con un finale che dimostra tutto il pessimismo del regista e su cui per fortuna si è astenuto dal dare connotazioni morali ed etiche a lieto fine anche se rimane ben presente la critica al maschilismo imperante con una scena finale memorabile.



bambino...

giovedì 28 luglio 2011

Capitan America


Titolo: Capitan America
Regia: 1990
Anno: Albert Pyun
Paese: Usa, Jugoslavia
Giudizio: 3/5

Nel corso della seconda guerra mondiale alcuni nazisti selezionano un bambino italiano, Tadzio De Santis, per sottoporlo a degli esperimenti sulla mutazione. Creano così Teschio Rosso, un aberrante mostro dotato di superforze. Nel team medico vi è anche la dottoressa Vaselli che tenta di opporsi alla sperimentazione sugli umani, ma il tentativo fallisce ed è costretta alla fuga. Reimpiegata per le forze militari statunitensi aderisce al progetto per la creazione del supermilitare, sperimentando sul soldato Steve Rogers una modificazione che lo trasforma in Capitan America. La sua prima missione è però un fallimento: introdottosi in un rifugio nazista viene sconfitto da Teschio Rosso e legato a un missile indirizzato sulla Casa Bianca: all'ultimo Capitan America riesce ad evitare l'impatto, ma il missile devia sull'Alaska dove rimane intrappolato nel ghiaccio per più di cinquant'anni. Il momento viene immortalato in foto da un bambino.

Esisteva già una serie televisiva del ’44 e un film per la televisione del ’79 sul beniamino americano tanto amato dai suoi connazionali. Eppure ancora una volta le atmosfere anni ’90 e la scarsa fama del regista  hanno saputo andare oltre la deriva propagandistica e il fanatismo per veicolare su una storia più interessante e sci-fi che si rifà al filone dei b-movie americani prendendo spunto dal soggetto di partenza per andare oltre e dare una dimensione più a 360° gradi sulla storia del super-eroe.
Il film di Pyun non è brutto. Inizia in modo interessante, i nazisti che conducono i loro esperimenti su questo bambino che diventa poi teschio rosso; Steve che prima di sottoporsi all’esperimento sente la voce della Vaselli che gli dice –Si dimentichi l’Italia di Mussolini- quasi come a profetizzare che l’intera vicenda del terzo reich avrà proporzioni molto più vaste.
Eppure sembra di assistere ad una pellicola che cerca di dare enfasi alle gesta di un super-eroe pur sapendo che i mezzi e il budget non riescono a sostenere l’intero progetto e quindi Pyun trasforma quei pochi mezzi che ha in modo secondo me ottimale (ad esempio il lancio dello scudo, i trucchi e la tuta del protagonista e dell’antagonista, i combattimenti, le scene in esterni sui missili e altri oggetti sparati nel cielo).
Alcuni punti deboli sono il doppiaggio abbastanza squallido,  gli attori che cercano di essere il meno improbabili possibili senza riuscirci del tutto e l’azione che punta su quello che può riuscendo tuttavia a portare a casa delle scene interessanti per capacità e immaginazione e gli evidenti pochi mezzi a disposizione.
Il soggetto veicola sulle gesta del beniamino senza prendere un riferimento preciso, parte dalla nascita ma poi la deriva dopo il congelamento cambia drasticamente il ritmo del film.
La prima parte infatti è veloce, ha un buon ritmo e la suspence anche se centellinata c’è, poi dopo l’incidente Cap sparisce per poi ritornare dopo, elemento abbastanza anomalo in fase di stesura, un secondo atto lentissimo e con derive troppo sentimentali e un finale carico di esagerazione e scene alquanto abbozzate.
Interessante poi la scelta del cast in cui quasi la metà dei personaggi principali sono italiani tra cui spicca la allora semi-sconosciuta Francesca Neri in un ruolo molto magro su cui l’attrice non riesce a dare il meglio di sé.
Un film anomalo e curioso, distante completamente da tutti i canoni da super-produzioni o da block-buster(per fortuna non esistevano ancora nella dimensione asettica odierna) e devo dire anche qualche risata di gusto per un film che mi aspettavo sincerante molto più malvagio.