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domenica 27 ottobre 2019

Ore 10-Calma piatta



Titolo: Ore 10-Calma piatta
Regia: Phillip Noyce
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una coppia di coniugi in crociera prende a bordo un naufrago, che afferma di essere l'unico scampato alla strage per avvelenamento di cibi guasti dell'equipaggio di uno schooner.

Quando si parla di cattivi antagonisti Billy Zane da che ho memoria è uno dei volti del male. Cinematograficamente funziona benissimo come altri del suo calibro: Clancy Brown su tutti, Michael Ironside, Miguel Ferrer, Kurtwood Smith, Hans Gruber, Jamey Sheridan, Billy Drago, Sid Hays, William Atherton, e tanti altri ancora.
Ora prestare soccorso a Billy Zane non può che portare grane. Il film di Noyce, regista importante quanto altalenante, è un thriller che non ci si stufa mai di vedere.
Un piccolo saggio su come girare un thriller con pochi elementi e tanta astuzia.
Ingrana da subito, ambienta tutto in due barche con tre personaggi e come sfondo solo e soltanto la tragedia, una pregressa e l'altra in arrivo. Il film ha un ingranaggio minimale, non sbaglia una virgola, possiede un ritmo veloce e serrato, con una recitazione ottima, l'evolversi della tragedia in modo avvincente e l'uso perfetto degli stereotipi.
L'incubo che ha delle fattezze e degli intenti ben definiti come il naufrago che fionda subito il film in un vero e proprio incubo dove l'empatia con la povera Kidman è totale come difficilmente capita in altre situazioni.

giovedì 24 ottobre 2019

Fà la cosa giusta

Titolo: Fà la cosa giusta
Regia: Spike Lee
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In un quartiere "nero" di Brooklyn, tutto sembra tranquillo. I disordini razziali di quindici, venti anni prima sembrano dimenticati. Ma basta una giornata di caldo torrido per esacerbare gli animi. La pizzeria italiana viene razziata. Il proprietario si vendica.

I joint di Spike Lee sono delle esperienze imperdibili per ogni cinefilo che si rispetti.
Parliamo di uno dei grandi maestri impegnato con un cinema molto impegnato e con importanti analisi lucide sul fenomeno discriminatorio degli afroamericani in America nel corso di almeno una trentina d'anni. Il film in questione è una pietra miliare nel cinema di denuncia. Un film tra i più importanti del regista.
Un'opera impegnata e densa di situazioni, un termometro bollente per sondare una temperatura di fuoco che sta lentamente per esplodere. I meriti di Lee si captano dal suo sguardo che è sempre lì come a dire "nessuno può permettersi di prendermi per il culo" e il film ogni volta sembra una riflessione allargata su questo concetto da parte dei neri d'America. La sceneggiatura funziona, è perfetta in quanto reale, potente che sfugge da ogni demagogia diventando un'acuta e funzionale analisi sociologica del razzismo dilaniante del paese e del fatto che alcuni luoghi comuni non sono e non verranno mai messi da parte o dimenticati o sorpassati perchè figli di un'ignoranza cosmica insita nell'essere umano.
L'autore con i suoi joint è sempre sul pezzo, pronto a dirti di quanto le cose continuino sempre di più a far schifo, che la storia non insegna niente e che troppi americani sono populisti, figli di un'ignoranza che mandano avanti come una sorta di rituale marcio e razzista.
Il dramma che sbatte in faccia l'autore con questo film è un cazzotto che arriva sparato dritto in faccia, il regista non è certo uno a cui piace andarci leggero, Lee, che come spesso capitava ai grandi registi e maestri che erano anche dei precursori, avevano già fatto tutta la loro feroce disamina sui conflitti razziali in America, anticipando le sommosse losangeline  scatenate dal pestaggio a Rodney King descrivendo un microcosmo di quartiere mai così reale.

Goku midnight eye

Titolo: Goku midnight eye
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1989
Paese: Giappone
Serie: 1
Episodi: 2
Giudizio: 4/5

Goku Furinji è un abilissimo investigatore privato, tra i migliori nel suo mestiere. Presto però deve  indagare su Genji Hyakuryu, noto mercante d'armi, e durante uno scontro con i suoi uomini si salva a stento perdendo l'occhio sinistro. Aiutato da un misterioso individuo, si risveglierà scoprendo di poter vedere ancora: il bulbo oculare gli è stato sostituito con uno cibenetico avanzatissimo che, permettendogli di connettersi a qualsiasi sistema informatico del mondo, lo rende ipoteticamente un Dio...

Sempre dall'Oriente con un'altra perla nipponica. Due episodi per un perfetto cocktail
poliziesco, sci-fi, action, cyber-punk, thriller, ed action movie con tante scene violente e alcune scene di sesso abbastanza spinte per l'anno di uscita.
L'idea alla base permette a Kawajiri di potersi avvalere di una sceneggiatura davvero ben strutturata, piena di ritmo, di riflessioni interessanti, in grado per tutta la sua durata (due episodi da 45')di coinvolgere lo spettatore facendolo passare da una situazione all'altra in un quadro noir e quasi spettrale dove dalle scelte di look e di forma notevoli, il film dalla sua per fortuna non ha particolari regole o target da rispettare inserendo sparatorie, squartamenti, scontri violentissimi e un linguaggio che non nasconde la sua vena esplicita. Kawajiri ha sempre uno stile molto tetro, scuro e macabro che si ricollega ad altri suoi film d'animazione da vedere assolutamente come MANIE-MANIE (l'episodio dell'uomo che correva), CITTA' DELLE BESTIE INCANTATRICI, NINJA SCROLL, VAMPIRE HUNTER D-BLOODLUST, ANIMATRIX, Highlander(2007).
Nei suoi due episodi Kawajiri fa un salto in avanti rispetto ai suoi precedenti lavori, affinando meglio la tecnica, ma soprattutto dando alla storia quel tratto da noir urbano che complice anche le raffinate inquadrature, riesce a dare equilibrio e ritmo a tutti i generis inseriti.

martedì 2 luglio 2019

Pet Sematary(1989)


Titolo: Pet Sematary(1989)
Regia: Mary Lambert
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Da un romanzo di Stephen King. La famigliola di un dottore si stabilisce in un villaggio del Maine. Poco dopo l'arrivo, il gatto di casa è ucciso da un camion. L'animale è sepolto nel locale cimitero che tutti ritengono stregato. La notte seguente infatti, il gatto ritorna, trasformato in malevola creatura.

Ancora una volta come lettore e fruitore del cinema del maestro del brivido mi ritrovo a dover fare i conti con le vecchie e le nuove trasposizioni
Sostengo che il film di Lambert così come la versione di Wallace e la mini serie di Garris abbiano in comune il fatto che tutte cerchino di essere il più verosimili possibili con i romanzi a dispetto di scelte e capolavori come quelli che hanno portato Kubrick a dirigere SHINING e che confermano di come anche la libera trasposizione sia sinonimo di ottimo risultato quando alla base ci sono le idee giuste.
Il film di Lambert pur essendo molto più televisivo, rispetto al remake del 2019 non perde e non trasfigura le regole principali, cercando di dare importanza al tema della morte e del lutto e non cercando di trovare facili sentieri per avere più carne al fuoco possibile come nella recente versione.
Pur non potendo contare su un cast brillante, il film dalla sua riesce a mantenere un equilibrio tra atmosfera e colpi di scena proprio nel suo cercare di smarcarsi da trappoloni eccessivi che come nel remake del 2019 ne hanno sancito uno dei limiti principali.
Senza stare a fare l'ennesima comparazione tra romanzo e i due diversi film, Pet Sematary non potrà mai disturbare come il romanzo toccando quei fasti che le parole e l'immaginazione pesano più di qualsiasi immagine, quel grandissimo trattato sulla morte, sul dolore, sull'elaborazione del lutto che dalle pagine del maestro del brivido prendeva vita nella nostra immaginazione,
ma di certo il coraggio con cui con i limiti del tempo si è cercato di rendere il film malato e disturbante non possono che aggiungere pregi all'opera che proprio per l'adattamento del 1989 la sceneggiatura venne curata dallo stesso King che qui si ritaglia un cameo nel funerale.


sabato 8 giugno 2019

A spasso con Daisy


Titolo: A spasso con Daisy
Regia: Bruce Beresford
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Stati Uniti, Georgia, 1953. Miss Daisy è una settantaduenne ebrea vedova che vive in una grande villa con una cameriera di colore. Suo figlio Boolie, dopo che lei è finita nel prato dei vicini in seguito a una semplice manovra con la sua Packard, non vuole che continui a guidare e le impone uno chauffeur. Si tratta del sessantenne Hook, saggio uomo di colore che dovrà sopportare le intemperanze verbali della signora.

Trattare il tema di un'amicizia tra una burbera signora ebrea e il suo autista di colore in tempi bui e difficili dal 1948 al 1973 è stata un'idea ottima per cercare di parlare di amicizia quando tutto faceva presagire il contrario in un'epoca di grosse mutazioni sociali.
L'opera di Bresford, mestierante di Hollywood che firma qui il suo miglior film, parla di colore della pelle, schiavitù, diritti e doveri, ruoli all'interno della società, tutti temi che devono molto della loro riuscita dalla scrittura e dalla stesura della piece teatrale che vinse addirittura un premio Pulitzer.
La Tandy e Freeman abbelliscono due ruoli molto lontani ma uniti dai sentimenti e da quella che seppur contagia il film per tutta la sua durata, una certa melassa sentimentale, non esagera tirando fuori tutti gli scheletri dell'armadio di un lungo dialogo sul razzismo e sulle minoranze etniche tutti i mali di un paese che si è sempre detto democratico e aperto al dialogo. Un film che riuscì a vincere molto al di là delle ottime e splendide caratterizzazioni dei due protagonisti, di aver predicato virtù e tolleranza riuscendo a trattare i sentimenti giusti per un film che ha conquistato ogni tipo di target e pubblico.



lunedì 3 giugno 2019

Duro del Road House


Titolo: Duro del Road House
Regia: Rowdy Herrington
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un laureando in filosofia si diverte a fare il buttafuori in un locale notturno malfamato, il "Double Deuce". A un certo punto però il lavoro diventa sempre più pericoloso per via degli scagnozzi di un boss malavitoso. Alla morte di un suo amico il buttafuori-laureando porrà fine con un sanguinoso scontro alle prodezze del boss

Il duro del Road House è un film abbastanza stupido e con tanto testosterone ritagliato apposta per un sex symbol del momento quale era Swayze.
Come tanti prodotti di questo tipo che in quegli anni andavano di moda (purtroppo ancora ora), il film ha una messa in scena notevole dove la maggior parte degli sforzi sono stati concentrati nelle scazzottate che di certo non mancano.
Rimane come sempre doveroso specificare come alcune stupidità non smettano mai di esistere (Dalton è il bello e dannato di spirito umile che studia filosofia e promuove dei valori e dei buoni sentimenti ma appena può massacra tutti di botte..) sembra quel classico mito yankee che il cinema ha sempre cercato di insegnare e potare come modello di conquista nel mondo.
A salvare il film non è di certo la regia di Herrington, mestierante di Hollywood, basti pensare che con questo film arriva a firmare il suo prodotto migliore, ma sono invece i co protagonisti a fare la differenza come Ben Gazzara nel ruolo del villain e Sam Elliot nel ruolo dell'amico o sarebbe meglio dire, della vittima sacrificale.
Tutto il film comunque è schiacciato da una trama che nella sua banalità non prova a cercare di fare la differenza, dialoghi incredibilmente maschilisti e uno svolgimento nella trama di una banalità colossale dove l'ironia manca del tutto ma il talento di Gazzara salva il resto.

mercoledì 23 gennaio 2019

Black Rain


Titolo: Black Rain
Regia: Ridley Scott
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nick viene coinvolto insieme al giovane collega Charlie in un caso più grande di lui. Dagli States l'azione si sposta in Giappone ad Osaka, per indagare sulla mafia locale nota come Yakuza. Nonostante la frizione tra i metodi nipponici e dei due yankee, la sinergia darà i suoi frutti. Ma Osaka non è New York.

Black Rain non è un vero e proprio cult ma un film che mi aveva fatto conoscere allora Andy Garcia regalandogli un personaggio che è diventato leggenda, un Douglas quasi sempre fastidioso ed esagitato, e una storia che riesce a siglare "amicizia" tra due paesi in lotta da sempre.
Un poliziesco con quel taglio non proprio noir ma con un'atmosfera e una scenografia e una città, Osaka, incredibile con tutti quei fumi per le strade, quelle luci al neon e quelle moto anni 80' così come tutto il resto che riesce a dare quel tono malinconico e struggente dei film.
Venendo ai limiti che non sono pochi, ci sono a volte delle musiche pedanti, il personaggio di Nick è davvero ai limiti del ridicolo.
Il film ha dalla sua una messa in scena impeccabile, dei dialoghi che funzionano e a volte degli scivoloni quando inciampa nello stereotipo o nell'ironia che non riesce a fare quello che deve (la scena della nonnetta che insegna a Nick a mangiare con le bacchette è iconica per numerosi aspetti) e alla fine tutto si riduce alla solita vendetta con la strage finale che chiude un'indagine meno macchinosa di quanto sembri.




giovedì 30 agosto 2018

Club of the laid off


Titolo: Club of the laid off
Regia: Jiri Barta
Anno: 1989
Paese: Cecoslovacchia
Giudizio: 4/5

Vecchi manichini abbandonati passano le loro povere vite spezzate in un vecchio magazzino abbandonato. Nuovi manichini vengono portati al magazzino. Anche loro sono vecchi, ma di una generazione più giovane. I due gruppi devono vivere insieme, il che non è affatto facile per loro.

Uno dei discepoli di Svankmajer, caposaldo della stop motion, si stacca leggermente dagli intenti del maestro, rimanendo sempre in chiave politica ma studiando una bella metafora sui conflitti di coppia, lo scontro generazionale e la difficoltà a vivere assieme ad altre persone nello stesso ambiente che poi non è di nessuno.
Manichini sporchi, logori, a tratti sorridenti, inquadrati e narrati nella loro routine e quotidinità fatta di cose semplici come capita alle scimmie più evolute.
Grazie ad un inquietante quanto suggestivo uso del sonoro con questi suoni portati a volte all'esagerazione, scricchiolii e quan'altro, per aumentare il senso di fastidio e creare ancora più malessere tra i personaggi che si incontrano, si scontrano e porteranno ad un inevitabile declino dei rapporti sociali.
Tra le tematiche politiche non è un caso che il regista sia cecoslovacco scegliendo e prediligendo uno stile di vita del passato ancorato su regole e valori come quello di sottrarsi al consumismo imperante che vede invece le nuove generazioni completamente invischiate.
Il risultato non può che essere un conformismo anestetizzante.



martedì 8 novembre 2016

River of Death

Titolo: River of Death
Regia: Steve Carver
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel cuore della foresta Amazzonica, uno scienziato tedesco, insieme ad un gruppo di irriducibili nazisti sfuggiti alla cattura, sogna di restaurare la grandezza del Terzo Reich tentando di creare un esercito di superuomini mediante crudeli esperimenti biogenetici condotti su alcuni indios scelti come inconsapevoli cavie. Ma sulle tracce dello scienziato sono un avventuriero in cerca di una favolosa città perduta, un suo ex collega passato dalla parte dell'Occidente, una donna che lo ha visto uccidere il padre durante la guerra e un fisico al quale hanno rapito la figlia giunta sul posto per studiare le cause di una misteriosa epidemia che sta facendo strage tra le popolazioni indigene.

Diciamo che questo film mi stuzzicava perchè all'interno c'era Donald Pleasance, attore che dopo WAKE IN FRIGHT mi ha colpito particolarmente anche se in questo film non è assolutamente sfruttato a dovere. Poi l'ambientazione, il taglio antropologico e l'avventura che si prospettava mi avevano stuzzicato pensando di trovarmi di fronte ad un piccolo film di genere che al suo interno mischiava tanti sottogeneri come di fatto cerca di fare senza i risultati sperati.
Purtroppo River of Death per colpa di uno script prevedibile e pasticciato, dall'incipit troppo lungo nei campi di sterminio fino alle scene nella foresta che in alcuni casi sembrano quasi amatoriali, non riesce ad essere evocativo e un bel film d'avventura come riescono invece altri contemporanei in quegli anni, tra tutti Spielberg. Un peccato perchè anche dal punto di vista delle comparse, delle tribù e di tutto quello che si poteva commisurare, il film prende una strada in discesa che ne sancisce uno svolgimento come dicevo prevedibile e un finale troppo scontato.
Il protagonista poi è troppo tamarro e antipatico, non riesce nemmeno sforzandosi a creare un barlume di empatia nello spettatore.


giovedì 24 marzo 2016

Baoh

Titolo: Baoh
Regia: Hiroyuki Yokoyama
Anno: 1989
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Il gruppo DRES, un'organizzazione criminale che si occupa di bioingegnerie applicate a scopi bellici, sviluppa in segreto, attraverso numerosi esperimenti su cavie animali e umane, una potentissima arma biologica, un letale parassita vermiforme da impiantare nel corpo di una sfortunata cavia. Quando avrà compiuto il suo ciclo evolutivo, il parassita deporrà le uova nel corpo dell'ospite, che sarà veicolo del contagio prima di essere ucciso dalle secrezioni acide delle larve. Durante il suo sviluppo all'interno del corpo colonizzato, il verme conferisce all'ospite un potere di rigenerazione di organi e tessuti danneggiati virtualmente infinito oltre a una incredibile serie di abilità sovrumane che lo trasfigurano anche nell’aspetto. L'unica possibilità di uccidere il portatore infetto è distruggergli la testa e il cervello.

La cosa interessante e per certi versi originale di un certo tipo di animazione nipponica è quello di non concedere mezze misure quando si trattano alcuni temi e un'animazione possiamo dire adulta.
Baoh continua un discorso che ai giapponesi è sempre stato a cuore come quello degli esperimenti, della bomba atomica, delle conseguenze impreviste e delle mutazioni.
Tratto da un fumetto e dallo stesso autore di "Le bizzarre avventure di Jojo", Hirohiko Araki.
Per essere una storia di orrore e fantascienza con un uso massiccio della violenza con squartamenti e altro e avendo come protagonisti una bambina e un minore, Yokoyama non si è davvero risparmiato. In un'ora sono concentrati molti elementi e tanta azione e da quando Baoh si trasforma ed esplode sembra di essere tornati a quella ferocia che contraddistingueva OAV come Devilman o altro, siglando di fatto come i giapponesi fossero ai vertici della violenza animata, allora come mai.


giovedì 16 luglio 2015

Cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante

Titolo: Cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante
Regia: Peter Greenaway
Anno: 1989
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Il luogo della vicenda è un ristorante frequentato da clienti molto diversi: un signorotto volgare e violento accompagnato dalla moglie indifesa e dai suoi scagnozzi, ma anche un signore bene educato che legge spesso e volentieri. L'educato e l'indifesa avranno una focosa passione mentre il marito medita una crudele vendetta.

Greenaway non è sempre dissacratorio.
E'un esteta poliedrico dell'immagine proveniente dalla pittura.
Mi ricorda Tarkovsky per quel suo modo di dipingere ogni inquadratura e farla sembrare un quadro perfetto e finito, capace di comunicare più significati allo stesso tempo.
Scandito in otto giorni con tanto di prologo ed epilogo, è un film di simboli in cui il cibo e l'elemento elementare, quello da cui si plasma e con cui si finisce per marcire.
E'un simbolo a fare da sfondo ad una società tragica, in cui dominano volgarità, violenza e prevaricazione. Un film politico tessuto di estetismi al limite dell'eccesso con tonalità e gelatine fortissime che smussano i toni decisamente osceni e squallidi della pellicola.
Una tavola che non sembra mai finire, ma invece in modo grottesco formulata con un diverso spessore rispetto a LA GRANDE ABBUFFATA, in cui qui a differenza del capolavoro di Ferreri (ma anche qui di capolavoro si tratta) è una classe ben diversa, arricchitasi con ogni sorta di malefatte senza celarle ma andandone fiera che si abbuffa tra lussi sfrenati deridendo clienti e sentendosi invincibile.
A livello di forma è semplicemente indiscutibile e spettacolare.
Intramontabile e sempre denso di significati e interpretazioni colti e mai ingenui.
Un film di opposti che attraversa la psiche dello spettatore sottoponendola ad un'abbuffata di significati e regalando un finale magico ed eclatante.
Greenaway è probabilmente uno che o si ma a o si odia.

Pur non amando alla follia tutti i suoi film, sono rimasto come molti appassionati di buon cinema, ammirato ed estasiato di fronte ad un banchetto originale, diversificato e appagante come questo.

sabato 16 novembre 2013

Tango & Cash

Titolo: Tango & Cash
Regia: Andrei Konchalovsky
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due poliziotti della narcotici dal carattere opposto: Ray Tango veste un doppiopetto inappuntabile, è occhialuto e distinto come un yuppie; Gabe Cash è un capellone in jeans e dai metodi piuttosto sbrigativi. Devono lavorare insieme per smantellare un traffico di droga, ma il boss sul quale indagano li fa imprigionare. I due amici riescono a evadere dal penitenziario attraverso le fogne.

Tra i buddy cops più famosi, una standing ovation a parte, è sicuramente costituita da questo cult, di noi cresciuti a Coca Cola e film yankee con tanto strapotere Usa e Occidentale.
Ora Tango & Cash era un film voluto molto dalle major per sfruttare il successo della coppia di attori e quindi volevano un film action molto coatto che assolvesse allo scopo e fu allora prodotto dalla Warner al costo di 55 milioni di dollari. E'strano capire come un regista serio come Konchalovsky, che ha scritto e interpretato per Tarkovskij, sia finito a dirigere questo film.
I soldi viene da pensare.
Un regista diviso tra due potenze che forse non ha mai saputo scegliere definitivamente da che parte stare. S'ignora come e perché il regista si sia imbarcato nell'impresa. Forse per i suoi goffi risvolti ironici e autoparodistici? Si sa che ne uscì per dissensi con i produttori, lasciando che le riprese fossero terminate da Peter McDonald, regista della 2ª unità.
Diventato un cult per le pompose ed esagerate scene action di cui il film è costellato, non è per fortuna così tanto reazionario, anche se lo spirito yankee emerge in alcune scene come quella della macchina in cui il russo dice "Io credo in Perestrojka?" e Cash risponde "Benvenuto in America" oppure "Tango, diventerai la mia puttana!"questo forse è un pò meno patriottico.
Non ebbe seguiti come forse speravano i produttori credendo di aver creato una coppia sulla falsa riga di ARMA LETALE o forse 48 ore.
Il risultato è un concentrato di intrattenimento senza pause e con dei dialoghi davvero sboccati e tamarri. Comunque piace e rivederlo dopo un botto di anni in una serata senza pretese intellettuali adempie al suo scopo. La sufficienza è di parte.

venerdì 13 settembre 2013

Best of the Best

Titolo: Best of the Best
Regia: Robert Radler
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

"I Migliori", titolo originale "Best of the Best", è un film drammatico incentrato sulla pratica delle arti marziali, in particolare il Tae Kwon Do. Ogni tre anni si disputa una gara tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud che detiene tutti i primati in tale sport. Il team viene scelto raccogliendo i 5 migliori atleti da ogni parte del Paese.
Alex Grady vive a Portland – Oregon, ed è un ex veterano di questa disciplina. Costretto al ritiro per un infortunio alla spalla durante un incontro, in occasione di questa gara, viene convocato per un provino di selezione. A questo provino viene convocato anche Tommy Lee, un insegnate di arti marziali per bambini della California. Di seguito vengono introdotti gli ultimi 3 personaggi del team americano chiamato ad affrontare la temuta Corea del Sud. Alex, Tommy,Travis, Sonny e Virgil, con background e caratteristiche totalmente diverse tra di loro, sono gli atleti scelti dal veterano Frank Couzo,coach della squadra, per questa importante sfida.

Tutti i difetti e tutti i meriti di un film sulle arti marziali degli anni '80 sembrano essere le fondamenta di questo discutibilissmo film di Radler.
La cosa più bella è che alla fine la nazionale americana perde e dunque si stacca del tutto dalla solita solfa che vuole il buon yankee vincitore in tutto e per tutto, anche se un elemento melenso prevarrà su tutto.
Radler aveva girato parecchi film ed Eric Roberts era nel suo momento d'oro. Entrambi ci spendono molto di loro nel film, l'ultimo oltre ad essere il protagonista ci crede così tanto da creare una performance quasi del tutto drammatica, con pianti improvvisati e suppliche che mi hanno fatto sganasciare dal ridere (soprattutto quando il figlio idiota si rompe un braccio investito da una macchina e Alex deve decidere che strada prendere).
Il fatto che ad interpretare i migliori della scuola coreana siano quasi tutti cinesi è un altro elemento che mostra di come al tempo non fregasse nulla degli attori orientali perchè come molti riassumevano...sembravano tutti uguali.
E'un film non così reazionario, anche se la vendetta del cinese sul coreano che nel torneo precedente gli ha ucciso il fratello fa tanto elemento banale e inconsistente che due domande te le fai sulla povertà di scrittura di questi film.
Un b-movie che ho voluto rivedere in salsa nostalgica per comprendere che cosa mi era piaciuto quando ero piccolo, da considerarlo un piccolo cult di quegli anni insieme a dozzine di pellicole americani certo molto più notevoli.
Uno dei momenti migliori comunque è proprio il torneo nel finale che spezza un pò la monotonia degli allenamenti.

domenica 20 novembre 2011

Splatters


Titolo: Splatters
Regia: Peter Jackson
Anno: 1989
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 4/5

Lionel è oppresso da una madre ossessiva, che gli impedisce di avere una vita sociale e di vedere delle ragazze. Quando il giovane conosce la bella Paquita, la folle genitrice segue i due ragazzi al loro primo appuntamento, al giardino zoologico; qui, la donna viene morsa da uno strano animale. Presto, la madre di Lionel morirà e si trasformerà in uno zombie, iniziando a infettare tutti i vicini.

Uno dei veri cult in ambito di cinema splatter-trash, gli schizza cervelli è in assoluto uno dei capolavori del genere contando le venature macabre e gli incipit demenziali che lo collocano fin da subito in una determinata categoria che chiude il trittico horror del buon Jackson prima che venga rapito dalle major cui affidano produzioni iper-galattiche.
Splatters è un film che funziona perfettamente sotto tutti i punti di vista e in particolare nella semplice ma efficace sceneggiatura, sempre pronta a cogliere gli aspetti più grotteschi che dalla vita sedentaria di casa tra Lionel e la madre, si sposta poi a tutta la città. Il massacro finale così come il bambino davvero volgare sono solo alcune delle perle che attribuiscono la corona a uno dei film più raccapriccianti per l’anno in cui è stato girato e badate bene parliamo dell’89 in cui di film così (nel senso di fatti così bene) non c’è, n’erano che una manciata. E’così dai 500 litri di sangue finto (300 dei quali sono nel massacro finale con la motosega) fino alle gag assolutamente irriverenti, la madre-topo che per certi versi mi ha ricordato la mutazione finale di Samantha Eggar di BROOD come invece il film ha sicuramente influenzato molto Raimi che nel 93 gira L’ARMATA DELLE TENEBRE.

Society-The Horror

Titolo: Society-The Horror
Regia: Brian Yuzna
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il giovane Billy ha dei dubbi sui suoi familiari: la sensazione è che partecipino a strani riti che coinvolgono soltanto i membri dell'alta borghesia.

Il primo film di Yuzna per molto versi e diventato un cult proprio per la scena finale dell’orgia con una marcata critica alla classe benestante californiana.
Oramai dell’89 il film è solo uno spettro di quegli anni anche se i tagli di capelli e i vestiti ricordano non poco la prima stagione di Beverly Hills di cui questo potrebbe esserne la parabola deformata.
Gli elementi ci sono, la struttura narrativa regge, l’incredulità permane in tutta la pellicola, e si potrebbe dunque dire che a parte la scena finale (ma soprattutto quella famigliare-triangolare) il film rimane un degno punto di partenza nella filmografia di un regista eccessivo quanto visionario spesso a doversi confrontare con un low-budget.
A livello recitativo invece ci sono i più grossi limiti e anche sulla sceneggiatura alcune forzature portano a dei climax prevedibilissimi (come ad esempio lo psicologo).
A tratti davvero irriverente (la scena del padre che dice a Billy”avevi ragione..sono proprio una faccia da culo dopo essersi appena trasformato in un culo) Society sicuramente ha dato un valido contributo e si cerca una strada diversa dalle altre riuscendo almeno a sviluppare critica, suspance e alcune scene indimenticabili.

martedì 22 marzo 2011

Casa del sortilegio

Titolo: Casa del sortilegio
Regia: Umberto Lenzi
Anno: 1989
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un uomo è tormentato da un sogno ricorrente: scappare da qualcuno prima di raggiungere una vecchia casa dove una strega mette a bollire la propria testa decapitata in un calderone di acqua bollente. La sua fidanzata pensa che abbia bisogno di un periodo di riposo in campagna e i due vanno in una vecchia casa di famiglia che risulterà essere la stessa dell'incubo ricorrente, scatenando drammatiche visioni e uccisioni misteriose.

Lenzi è uno degli indiscussi maestri del genere horror, poliziesco e anche qualcosa di avventura. Questo piccolo horror del’89 risulta un giallo scritto bene, funziona con piccoli effetti a basso budget e una location come la casa che sempre riassume bene alcune delle tematiche horror più care ai nostri registi. Il soggetto è dello stesso Lenzi. L’idea della strega che uccide uno per uno tutti i personaggi secondo il sortilegio non è niente male. Tuttavia pur non essendo originalissimo come soggetto e reso bene con una buona cura per quanto concerne le luci e la scenografia che rimanda al neo-gotico italiano di Bava ed altri.
Questo film insieme ad altri doveva far parte di una serie tv “Le case maledette” commissionata da Mediaset(c’era anche Fulci con LA CASA DEL TEMPO, ma che non venne mai trasmessa per le scene a tinte decisamente troppo forti per il periodo).
Nel cast vale la pena di ricordare solo Paul Muller nel ruolo dello zio.
Il titolo viene anche chiamato “Splatter-La casa del sortilegio” visto che era un prodotto per la televisione splatter/horror italiana!
Un buon film che si riallaccia al filone degli horror italiani degni di un periodo più libero e fortunato produttivamente e qualitativamente.

lunedì 21 marzo 2011

Leningrad Cowboys Go America

Titolo: Leningrad Cowboys Go America
Regia: Aki Kaurismaki
Anno: 1989
Paese: Finlandia/Svezia
Giudizio: 4/5

Una band di strimpellatori nordici finlandesi con il ciuffo dei capelli a trapano e gli stivali a punta, i Leningrad Cowboys, scoprono che l’unico luogo in cui la loro musica può piacere alle masse o al pubblico di nicchia e l’America. Così, assieme al loro agente, un uomo avaro che nasconde la roba per non doverla condividere partono per l’America. Sono costretti ad imparare l’inglese sull’aereo e prima di partire un loro compagno muore congelato, poiché è rimasto la notte fuori nella tundra a suonare.
Arrivati in America, scoprono che non è così facile avere successo e la loro musica inizialmente non piace a nessuno.
Così l’ultima possibilità e quella di suonare ad un matrimonio in Messico.

Il film ha una sceneggiatura piattissima. Tuttavia Kaurismaki costruisce con un particolare sguardo per gli ambienti, una commedia in cui si ride e si riflette.
Film “on the road”, ma anche una commedia con parti demenziali e comiche (l’agente che nasconde la birra nella bara del morto, oppure il morto che alla fine si risveglia.
I dialoghi sono ridotti all’osso, i personaggi non parlano quasi mai, fatta eccezione per l’agente che comanda e gestisce tutta la banda.
La cosa che più mi ha stupito di questo film è sicuramente la semplicità disarmante con cui è costruito. Non ci sono scene particolari e non esiste un concetto di suspance. Lo spettatore è catturato dai silenzi e dagli enormi spazi vuoti in cui si svolge l’azione. I personaggi sembrano muoversi al rallentatore, non s’interessano a quello che succede, subiscono la prepotenza del loro agente, senza accorgersi delle sue mosse losche, rimanendo neutri dall’inizio alla fine.
Comica comparsa per Jarmush nella parte del venditore d’auto.