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giovedì 18 ottobre 2018

Grass Labyrinth


Titolo: Grass Labyrinth
Regia: Shuji Terayama
Anno: 1983
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Akira è un giovane ragazzo che deve sfuggire alle mire di una ninfomane tentatrice. Il suo unico modo sarà quello di dare ascolto a sua madre per non lasciarsi catturare

Nell'anno della sua morte Terayama, uno degli esponenti maggiori del surrealismo cinematografico giapponese, ci lascia questo mediometraggio di una potenza visiva indimenticabile.
L'exploitaion giapponese. Un mediometraggio che registi come Miike Takashi conosceranno a memoria.
Uno scenario esteticamente delizioso e grottesco, dove le creature della mitologia nipponica, emergono in una galleria che alterna pulsioni di vita e di morte.
Una strega, una ninfomane che invece cerca con le sue armi, una melodia che rischia di far impazzire, di strappare l'umile Akira, ancora vergine, dall'unica donna in grado di salvarlo, appunto sua madre, in un rapporto dai risvolti edipici molto complessi.
Un piccolo e delizioso cult, completamente assurdo, senza una vera e propria trama, ma lasciando anche parte del cast nelle roccambolesche scene da teatro kabuki a trovare una loro complicità e forza che non manca mai di risultare visivamente estremamente complessa e affascinante.
Dal punto di vista tecnico poi la scenografia e la fotografia cercano di aumentare soprattutto i colori passando per forme naturali e artificiali che si mescolano puntando in particolare al rosso e al giallo.
C'è davvero tanta musica che insieme alle scene di sesso, folli anch'esse, aumentano quella sorta di oniricità tra sogni immersi nella confusione temporale, dove tutto accade in un'atmosfera che non viene e non deve essere mai chiarita.
Un'esperienza ancora una volta non convenzionale per un cinema anarchico fino al midollo come solo quello di alcuni artisti giapponesi.





giovedì 7 giugno 2018

Fire and Ice


Titolo: Fire and Ice
Regia: Ralph Bakshi
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Durante l'era glaciale, lotta selvaggia fra due tribù del Nord. Una principessa sta per essere violentata e uccisa, ma un gigantesco guerriero la salva

Fire and Ice è un film d'animazione indipendente e decisamente importante. Il suo peso è rilevante per più motivi. Il primo è che in quegli anni stava esplodendo letteralmente il fantasy di cui questo film ne è una costola importante per l'universo che crea, per il dualismo tra bene e male, fuoco e ghiaccio, perchè di lì a poco il fantasy sarebbe sdoganato dai mass media diventando molto più commerciale e industriale rispetto a queste opere incredibili.
Il perchè si riconduce subito alle tecniche utilizzate di cui il suo regista Bakshi è stato cantore e martire ineguagliato, e che con l’acidissimo SIGNORE DEGLI ANELLI e il meraviglioso AMERICAN POP ha tracciato una linea di stato dell’arte della faccenda con la quale però ha anche minato la sua carriera a causa dei costi esorbitanti non corrisposti da incassi altrettanto alti.
Una di quelle residue figure d’arte, autoriali e visionarie in un cinema d’animazione che stava semplicemente morendo sotto il botteghino Disney, schiavo del peggior buonismo.
Sensa contare poi la tecnica proprio del rotoscopio che consiste nel ridisegnare un cartone animato fotogramma per fotogramma sopra ad un girato con attori e ambientazione veri; una tecnica dispendiosa perché raddoppia le manodopera e i passaggi ma che permette momenti e soluzioni superbi per l’animazione, per quanto a volte strani.
Inoltre non bisogna dimenticare l'apporto di Franzetta che assieme a Bakshi ha rivoluzionato anche lo stile di come inserire la fotografia all'interno di questa incredibile tecnica cinematografica.

venerdì 5 gennaio 2018

Halloween 3

Titolo: Halloween 3
Regia: Tommy Lee Wallace
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Il dottor Daniel Challis è in piena crisi familiare. Un giorno in cui è di turno al pronto soccorso del suo ospedale deve soccorrere un uomo, ridotto in fin di vita da strani individui che l'hanno aggredito. Il ferito, che pronuncia frasi sconnesse, viene aggredito di nuovo e muore durante la notte. Daniel ed Ellie Grimbridge vogliono scoprire gli assassini e si mettono sulle tracce di un'ambigua fabbrica di maschere che vengono propagandate con ritmo ossessivo in televisione.

Un altro cult firmato da quel Wallace che sette anni dopo girerà la miniserie IT.
Prodotto da Carpenter che crea anche le musiche, è l'unico Halloween a non avere Mike Myers ma che invece si concentra su una storia perversa, politicamente scorretta, metafora dei mali che la tecnologia se non usata a dovere può generare e tante altre cose.
Halloween 3 ha veramente qualcosa di speciale. L'atmosfera e il brivido passa prima di tutto attraverso la colonna sonora che l'autore gestisce come sempre al meglio scegliendo una tonalità bassa e profonda che ti entra direttamente dentro la testa come il messaggio pubblicitario che fa scattare la trasformazione e che rende a tutti gli effetti lo spot pubblicitario come qualcosa di martellante e deleterio (la pubblicità televisiva di sempre).
Tom Atkins si conferma uno degli attori più importanti del filone b-movie degli horror americani e tutto ma proprio tutto funziona al meglio all'interno dell'opera che appena uscì venne ingiustamente calunniata ma che col tempo è diventato il cult che merita.
Di nuovo un'altra fetta dell'America che forse non si vorrebbe conoscere, una città quasi fantasma dove sembra esserci un copri fuoco velato e dove per la prima volta viene posto il male all'interno di una fabbrica di giocattoli (il Quadrifoglio d'Argento) gestito dal mefistotelico Conal Cochran.
Costui in realtà è un uomo privo di scrupoli che grazie ad una martellante campagna pubblicitaria immette sul mercato statunitense innumerevoli tipologie di maschere, le quali, secondo il losco piano, puntualmente verranno indossate dai bambini la notte di Ognissanti.
E' grazie a questo che lo spietato Signore della Notte intende distruggere l'umanità: le maschere sono infatti composte da microchip letali pronti ad attivarsi all'attuazione di un innocente spot pubblicitario, causando la fuoriuscita di viscidi serpenti, vermi, ragni e altre creature striscianti e pericolose. L'atroce bizzarria prenderà piede, naturalmente, la notte del 31 ottobre.
Scopriamo poi che Cochran (e qui il guizzo dello script che mischia sci-fi, horror e culti primitivi) è seguace di un barbarico rituale druidico che al ripetersi di una secolare congiunzione di pianeti reclama il sacrificio di sangue innocente, ed è proprio per questo che ha immesso sul mercato maschere programmate a causare l'atroce morte dei bambini che le indossano. Ogni maschera nasconde nel marchio del "Trifoglio" un congegno letale ricavato dai frammenti radioattivi di un dolmen di Stonehenge, pronto ad attivarsi ad un popolarissimo messaggio pubblicitario televisivo nella notte di Halloween.




domenica 4 giugno 2017

Conan il Distruttore

Titolo: Conan il Distruttore
Regia: Richard Fleischer
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una giovane fanciulla deve recuperare un corno magico custodito da un mago: la regina cattiva le affianca un muscoloso cavaliere per scortarla durante il viaggio, ma in realtà ha già programmato il sacrificio della ragazza. I buoni, però, riusciranno a mandare a monte i suoi crudeli progetti.

Con questo secondo capitolo si concludono le gesta epiche del Cimmero più famoso al mondo. Certo minore rispetto al primo capitolo, il sequel diretto da Fleischer si concentra maggiormente sulle avventure inserendo una galleria di personaggi indimenticabili e alcuni momenti che sono diventati indimenticabili. Partendo dalla liberazione di Zula, il mago Akiro, l'uccello alato che porta via la principessa, la creatura cornuta, il castello del mago e il santuario del corno, nonchè la scena degli specchi raggiungono punti molto alti per come riescono ad essere scenari perfetti d'avventura e azione e al contempo far emergere tutto l'occultismo, i sortilegi e la stregoneria.
Dal punto di vista della scenografia e dei particolari inseriti nel film tutto assume un'aria più kitsch ma al contempo trovando anche scelte e dinamiche divertenti e meno truci del primo capitolo.
Tutta l'azione infine viene espressamente resa meno epica con una certa nota di leggerezza che lo rende più disimpegnato ma allo stesso tempo un film con un target che forse non si è riuscito più a raggiungere sposando così tanti elementi e sapendogli dare forza, anima e sostanza.






giovedì 12 novembre 2015

Amore Tossico

Titolo: Amore Tossico
Regia: Claudio Caligari
Anno: 1983
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

A Ostia un gruppo di tossicodipendenti trascorre tutta la giornata nel cercare di procurarsi la droga con tutti i mezzi possibili. Due ragazzi, Cesare e Michela, decidono di uscire dal giro, ma non è così semplice.

Ostia da tempo è stata la "spiaggia", la dimora perfetta per tanti film sui tossici e non solo.
Caligari, regista morto recentemente, ha dato alla luce NON ESSERE CATTIVO, che chiudeva una trilogia di film indimenticabili.
Il regista coglie appieno, e in maniera tanto viva quanto indimenticabile, la dimensione del sottoproletariato, in cui vivere di stenti e vendere qualsiasi cosa per procurasi una dose, sembrava la normalità negli anni '80.
Film come questo, assieme a pellicole pasoliniane e molti altri film italiani, denunciavano un male a cui non si prestava attenzione, un pericolo che non interessava chi invece pensava ad un cinema più grossolano da happy-ending.
Proprio con il maestro Pasolini sembra condividere alcune atmosfere di Ragazzi di Vita da cui forse sotto alcuni aspetti potrebbe essersi ispirato.
In Amore Tossico il concetto di politicamente corretto non esiste, o meglio muore sul nascere, come una lento viaggio nei meandri della sostanza, prima l'anfetamina e poi la morfina e l'eroina.
Amore Tossico traccia un affresco generazionale lontano da estetismi e da intenti epici colpendo per il suo realismo e la realisticità dei movimenti e delle azioni dei protagonisti.
Scritto assieme al sociologo Guido Blumir è un film che va oltre la narrazione, affrontando attraverso alcuni dialoghi e alcune scene madri, gli intenti antropologici e sociali della sostanza. Grazie poi ad una colonna sonora davvero tetra e drammatica di Detto Mariano, il film trova la spontaneità proprio nella scelta del cast a partire dal fatto che la maggior parte dei personaggi del film hanno lo stesso nome degli attori che li interpretano.
Inoltre il cast è composto da attori non professionisti, di cui i componenti principali erano stati o erano allora tossicodipendenti. Questa situazione poi ha creato diversi problemi logistici riguardo alla reperibilità degli interpreti, visto che molti di loro durante la notte venivano arrestati per reati derivanti dalla loro situazione, e alle interpretazioni in sé, dato che talvolta venivano colti da improvvise crisi di astinenza proprio durante le riprese.
Un'opera che porta tatuate sul corpo le cicatrici di alcuni di loro che morirono poco dopo, che forse erano così dentro da non rendersi conto della testimonianza che stavano lasciando con questo film.
Una delle scene madre della pellicola è proprio quella all'interno della villa, verso il finale del film, dove su un muro bianco ogni tossico può lasciare una traccia di sè con uno schizzo di sangue. “Questo sì che è un quadro vero, fatto di vita, fatto di morte, fatto di sangue, di sangue nostro” pura poesia autodistruttiva, un'opera d'arte e un ritratto manifesto di una generazione, questo è Amore Tossico.


domenica 29 settembre 2013

Ballata di Narayama

Titolo: Ballata di Narayama
Regia: Shohei Imamura
Anno: 1983
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Dal romanzo Le canzoni di Narayama (1956) di Shichiro Fukazawa, già portato sullo schermo con La leggenda di Narayama (1958). Nel Nord del Giappone c'è il Narayama, monte delle querce, sul quale _ secondo un'antica usanza religiosa, dettata dalle dure leggi della sopravvivenza _ ancora nel 1860 venivano trasportati i vecchi di 70 anni ad attendere la morte

Ho scoperto tardi il fascino e il talento visivo che possiede il regista giapponese nel saper cogliere una moltitudine di aspetti naturalistici.
Scomparso nel 2006 ci ha lasciato diverse pellicole da scoprire e riconsiderare negli anni.
Vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 1983, questo film, tratto dal libro Uomini di Tohoku di Shichiro Fukazawa, è un remake dell’omonimo film del 1958 diretto da Keisuke Kinoshita.
Si differenzia tuttavia dal suo predecessore per la messa in mostra, lo stile e il linguaggio.
Aderisce più a una dimensione realistica che ad una onirica e poetica del linguaggio kabuki.
Il Narayama è la montagna dei defunti, su cui gli anziani vengono accompagnati dai figli, per attendere la morte nel silenzio e nella solitudine, una condizione che equivale alla vicinanza con la divinità, mostrando per altro una differente impronta culturale e antropologica della civiltà orientale a dispetto di noi occidentali. Per certi aspetti un discorso molto simile per certi aspetti con altre culture e luoghi come l'importanza e la sacralità per gli hindu nel Gange a Varanasi.
Questo è l’unico elemento poeticamente sublime in un Giappone arcaico e primitivo, in cui l’uomo condivide, con il resto del regno animale, gli impulsi sessuali e gli istinti aggressivi.
La bestialità si manifesta nell’incesto, nella zooerastia, nel linciaggio, nell’infanticidio, che si consumano come riti esoterici, in un’umanità dedita alla vita come ad una caotica lotta contro gli spiriti del male. Il peccato originale si moltiplica, tra gli abitanti di un piccolo villaggio rurale, assumendo in ognuno una forma diversa: ogni individuo ha la propria personale condanna da scontare, e a questa cerca di ribellarsi con tutte le sue forze, senza alcun vincolo morale. La povertà, la malattia, la vedovanza, l’impossibilità di amare sono le disgrazie che rendono l’uomo inquieto e vorace, sullo sfondo di una natura selvaggia che rispecchia in pieno i suoi ancestrali appetiti. a compiere l’estremo pellegrinaggio, è una figura pacificatrice, che sovrintende all’amore e all’odio, conciliando tutti i contrasti nel quadro di una necessità cosmologica. Il suo esempio insegna la rinuncia alla guerra ad oltranza, alla resistenza oltre il limite imposto dal ciclo vitale, e la sottomissione alle leggi dell’universo. Il modo in cui la donna dirige le danze nella sua famiglia terrena è la recita di una ballata di corteggiamento, rivolta alla dimensione superiore a cui sta per consegnarsi spontaneamente.
Un finale sublime ed emotivamente struggente per un'opera che rappresenta alcuni punti fermi del pensiero e della poetica nipponica.

mercoledì 29 febbraio 2012

Rusty il selvaggio


Titolo: Rusty il selvaggio
Regia: Francis Ford Coppola
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

A Tulsa, Oklahoma, vive Rusty James, un sedicenne irrequieto e vitalissimo, scarso negli studi ma capo di una piccola banda di coetanei, implicata in risse e sfide notturne. Rusty, che vive con il padre, ex avvocato e alcolizzato, abbandonato dalla moglie, ha una vera adorazione per il fratello maggiore, partito con la sua moto per la California e "leader" di ben altra banda. Durante l'ennesima rissa, "Motorcycle boy" arriva per rientrare "in famiglia": è deluso dalle esperienze fatte, malgrado i suoi 21 anni. Rusty intanto si è innamorato di una ragazza, Patty, ma se ne stanca quasi subito. Quando viene ferito durante una rissa, si attacca alla bottiglia, continua la sua vita, a volte più spavalda che cattiva, ma parla con il padre e con il fratello della madre lontana e perduta, senza mai cessare la sua idolatria per il fratello.

Coppola doveva sicuramente aver visto il film di Hill del’79 oltre che citare alcuni tra i suoi registi preferiti. Rusty è un film magnifico e perfetto, il fumo, il sudore, il b/n, la scioltezza dei dialoghi, la genuinità della storia e delle musiche straordinarie accompagnano lo spettatore in questo film indimenticabile. Un vero cult che al di là di aver lanciato una schiera di attori come nel caso di I RAGAZZI DELLA 36°STRADA girato tra le altre cose dallo stesso regista lo stesso anno, riesce sicuramente a mostrare meglio le assurdità, il codice d’onore e le leggi della strada.
La critica poi sul ruolo della polizia e la giustizia privata nei confronti delle bande non manca di una certa riflessione sull’abuso di potere e sul senso di libertà. Motorcycle boy, magnifico nella sua entrata catartica durante lo scontro del fratellino non lesina la sua ideologia anarchica entrando in un negozio di animali e cominciando a liberarli tutti asserendo la metafora dei pesci combattenti che come dice lo stesso personaggio "non combatterebbero se fossero nel fiume, se avessero più spazio" come d’altronde tutti i guerrieri che come lui si rendono contro di essere intrappolati da un sistema che prima o poi li condanna a morte certa.
Le interpretazioni sono intense. Hooper e Rourke su tutti entrambi padroni di dare una profonda caratterizzazione e senza dimenticare la parte minore del sempre ottimo Tom Waits.