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martedì 11 aprile 2017

Finestra sul cortile

Titolo: Finestra sul cortile
Regia: Alfred Hitchcock
Anno: 1954
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Al fotoreporter L.B. Jefferies manca solo un'ultima settimana di convivenza con un'ingessatura alla gamba sinistra prima di poter tornare ai reportage d'assalto. Una settimana di una calda estate durante la quale, oltre alle cure dell'infermiera Stella e alle attenzioni della bellissima compagna Lisa Freemont, Jefferies passa il tempo affacciato alla finestra del suo appartamento a scrutare le abitudini dei vicini di casa. Fra questi, c'è una coppia di sposi novelli, una giovane e graziosa ballerina, un pianista tormentato dal fallimento, una coppia di coniugi con cane che dormono all'aperto, una donna affranta dalla solitudine e, soprattutto, un tranquillo uomo di mezza età che si prende cura della moglie malata. Quando questa improvvisamente scompare, Jefferies comincia a spiare sempre più ossessivamente i comportamenti dell'uomo, convinto che in quell'appartamento sia avvenuto un omicidio.

Nel 1947 Hitchcock trasse dalla pièce "Rope" di Patrick Hamilton, l’omonimo lungometraggio adattato da Hume Cronyn e Arthur Laurents e, anche se non accreditata, vi è stata la mano felice del solito Ben Hecht.
La finestra sul cortile non ha bisogno di presentazioni. La sua fama lo precede. Tutto funziona alla perfezione all'interno del film. Il personaggio femminile di Lisa ad esempio mancava nell'adattamento originale. Il lavoro sui personaggi raggiunge dei livelli altissimi, basta pensare al ruolo chiave che gioca un personaggio secondario come quello dell'infermiera Stella ad esempio.
In più è uno dei capolavori della storia del cinema che mostra uno degli antagonisti più forti e potenti cinematograficamente parlando. Raymond Burr al pari di Peter Lorre crea e da personalità ad un "nemico" con una caratterizzazione molto forte e segnato da sintomi e problematiche che lo collocano in un quadro molto più complesso e allo stesso tempo umanamente affascinante.
La finestra sul cortile è stata una sfida complessa, come piacciono al maestro, costruendo una scenografia complessa, un uso delle luci a suo modo innovativo, il lavoro sugli attori, etc.
Hitchcock in questa sua opera annoverata tra le migliori in assoluto, a parte continuare un suo personale cammino di ricerca sull'uso della suspance e dell'atmosfera che in questo caso toccano livelli altissimi (ancora oggi in grado di paralizzare lo spettatore davanti allo schermo) e mostrando come quando l'impianto narrativo e scenico è perfetto, anche a distanza di anni il risultato è sempre lo stesso. L'opera anticipa poi tante patologie che ritroveremo nelle sue opere successive come l'acrofobia, spunti su tutto quello che è il discorso legato alla meta riflessione che ci riporta alla bellissima sequenza iniziale diventata così famosa da essere citata poi da numerosi registi, la genialità tecnica, la capacità di raccontare una storia in modo unicamente accattivante, lo humour e dal punto di vista tematico sono presenti il voyeurismo mescolato alle relazioni sentimentali e alla sessualità.

In particolare l'uso del punto di vista soggettivo è al centro della storia, Jefferies vede e noi vediamo ciò che lui vede. Questo è il fulcro del modo di Hitchcock di fare cinema. Truffaut disse che il collega con questo film aveva violato l'intimità, del cinema e di tutti noi e soprattutto ben prima di tutti noi. Aveva proprio ragione.

domenica 9 marzo 2014

V/H/S 2

Titolo: V/H/S 2
Regia: AA.VV
Anno: 2013
Paese: Usa
Festival: TFF 31°
Giudizio: 3/5

Il film, sequel di V/H/S, è incentrato su due investigatori che, impegnati nella ricerca di uno studente, trovano un nastro contenente film horror. Gareth Evans ed Eduardo Sanchez sono i due co-scrittori e co- direttori di regia designati per scrivere le storie horror, affiancati da altri scrittori e registi.

Ormai il panorama degli horror, o ibridi, che sfruttano il successo del found-footage, non si contano nemmeno più. Tanti sono identici. Molti cercano di lavorare solo sulla locandina, e diversi altri copiano idee nemmeno molto originali.
Ora, pur non avendo visto il primo della saga, mi ha incuriosito vederlo tra i film selezionati dell'ultimo TFF.
V/H/S 2 a tratti mi ha davvero divertito. Questa è un caratteristica che scopro sempre di meno nell'universale mondo dell'horror found-footage post-contemporaneo.
Dove sta l'intuizione o il guizzo creativo, se così si può parlare, di questo strano film composto da espisodi.
Intanto partendo dal fatto che non tutti valgono la pena, anzi, in realtà soltanto uno rimane veramente impresso nella memoria e chissà come mai è quello della setta.
Safe Haven di Gareth Evans (MERANTAU,THE RAID) grazie a una troupe riesce a strappare all'ambiguo guru di una setta indonesiana un'intervista esclusiva, ma durante le riprese gli eventi precipitano, facendo piombare gli operatori in un autentico Inferno sulla terra in cui compare pure un demonio caprino.
L'elemento gore presente e tutte le intuizioni e lo stile inconfondibile del regista, mostrano il suo talento e la sua cattiveria nel punire questi fan delle new-religion, una massa di persone alle volte davvero pericolose.
A Ride in the Park invece racconta il ciclo di vita di uno zombie e a inscenarlo chi potevano essere se non quei due geni figli di puttana di THE BLAIR WITCH PROJECT. Tra gli altri episodi in cui non mancano occhi portatori di segreti, alieni e carneficine assolute, compare anche un altro regista davvero niente male ovvero colui che si era ccupato di quella chicca ultragore di nome HOBO WITH A SHOTGUN.
Se la cornice è stanca e vacua nella sua assenza di incisività, l'elemento che non ho ben capito ma che continua a farmi dormire sereno la notte, è che forse questa saga di V/H/S, se così si può definire, poteva diventare, nel suo genere, qualcosa di potente e a tratti originale come hanno fatto le saghe dei MASTER OF HORROR oppure FEAR IT SELF.
Questo uso per certi versi di usare il lungo, nella sua forma, per questi mediometraggi poteva essere secondo me, più ottimale e avrebbe dato la possibilità a diversi autori di mettersi all'opera distinguendosi con medi originali.
La risposta che mi do è di natura puramente commerciale, quindi il lungo, in questa forma, vende di più che il format televisivo.
Alla fine però penso una cosa: quando su sei episodi, me ne rimane impresso solo uno, forse non è proprio il risultato sperato.