venerdì 9 agosto 2019

Midsommar


Titolo: Midsommar
Regia: Ari Aster
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dani ignora l'ennesima chiamata di aiuto della sorella bipolare, rassicurata in questo dal fidanzato Christian. Christian vorrebbe rompere con Dani, ma non sa come dirglielo. Quando purtroppo le peggiori paure sulla chiamata si rivelano fondate, è troppo tardi per intervenire. Christian decide quindi di invitare Dani a partecipare al viaggio organizzato dall'amico Pelle in un curioso villaggio svedese, per effettuare studi antropologici e insieme svagarsi nel festival che celebra il solstizio d'estate.

Ari Aster era atteso alla sua seconda prova dopo il successo di critica e di pubblico enorme e forse anche eccessivo del suo primo Hereditary-Le radici del male che a dire la verità non mi aveva fatto impazzire. Continua il suo discorso sul cammino del rituale quasi legato al finale della sua opera prima con quella corona depositata sulla testa del prescelto, il neo re, che qui ha diversi punti in comune con la neo regina che non andrò a svelare.
Essendo un appassionatissimo di folk horror (d'altronde alcuni degli horror più belli di sempre, Hardy e Weir, appartengono a questo sotto filone) cercavo di non avere aspettative, sperando però che fosse una spanna sopra il predecessore prendendo le distanze da tutto ciò che avevo già visto.
Così è stato confermando tanti buoni elementi, una maturità consolidata da una ricca prova di scrittura e soprattutto di psicoanalisi dei personaggi (il fattore in assoluto migliore che riesce in questo a staccarsi da tanti altri film già visti che prendevano però solo in analisi il contesto culturale lasciando in secondo piano i protagonisti).
Un film che parla di setta ma senza condirla di luoghi comuni ma anzi cercando di entrare nel fenomeno come campo di scoperta e di rivelazione che possa creare sentimenti ed emozioni contrastanti dove anche l'antropologia di nome e di fatto ha un evolversi importante nella struttura del film e in alcune lotte tra i personaggi. Un film che inizia con un incidente scatenante che non concerne con la setta (e si parte già col botto) dimostrando come le relazioni umane ancora una volta stiano alla base di una sapiente descrizione del racconto, in questo caso mai tradizionale ma sempre scomodo e atipico per come articola la sua poetica d'autore.
Il rituale di Aster conferma come non sia un delizioso furbetto che con un buon budget cerca il disimpegno strizzando l'occhio dove gli pare. Il soggetto è originale, la setta sa il fatto suo, la luce è sempre onnipresente come i pianti del neonato che viene allevato da tutti e le bevande a base di erbe allucinogene e per finire le rune celtiche che vanno a sostituire i sigilli demoniaci.
Sono tanti i particolari, gli elementi con cui il film viene tenuto in piedi senza lasciare buchi o importanti scene senza una giusta risposta.
Chi lo sa se il film di Aster dopo tanti tentativi non così riusciti chiude una volta per tutte il filone sul paganesimo ancestrale. Speriamo di no, ma speriamo anche di poter vedere esempi così carichi di archetipi sfruttati al meglio con impianti originali e tutto il resto e un'aura disturbante per tutto l'arco narrativo.
E poi gli attori, tutti davvero bravi e mossi da domande angoscianti, egoiste, rapporti di coppia che fanno star male anche solo in poche battute, silenzi che gelano il sangue, pianti e risa continue.
Quando Aster si avvicina alle scene più drammatiche in assoluto può diventare estremamente scomodante (come lo è stato nel mio caso) o venir preso alla leggera da un pubblico che pensa alla parodia e ride non sapendo interpretare quello che succede.
Il film inizia con un crollo definitivo psicologico di Dani e così viene portato avanti per tutto il film senza mai spostare il fuoco dal suo dramma interiore che la logora ancor più dai danni arrecati da Christian e il suo gruppo di amici.
Ma se alla fine fosse tutto un trip? Il finale non è aperto sotto questo punto di vista ma se Dani si fosse svegliata dal viaggio in funghetto scoprendo come fosse tutto un incubo? Dove i riferimenti anche ad una simbologia tutta floreale ci sono e non mancano di creare inquietudine più di molte altre scene madri del film.



Men & chicken


Titolo: Men & chicken
Regia: Anders Thomas Jensen
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Il film ruota attorno a due fratelli, Elias e Gabriel. Alla morte del padre, i due che non sono mai stati molto legati, scoprono dal testamento di essere stati adottati. Malgrado il loro disappunto, Elias e Gabriel sono decisi a scoprire chi sia il loro vero padre e a raggiungerlo sull'isola in cui vive. Ma sull'isola li attenderà una sorpresa. Circondati dagli strani abitanti dell'isola, scoprono uno sconvolgente quanto liberante verità che riguarda loro e le proprie famiglie

A dieci anni di distanza dopo Mele di Adamo Jensen, regista atipico a cui piacciono le storie anormali, spiazza con un mezzo cult destinato ad entrare col botto nella classifica dei più bei film grotteschi degli ultimi anni.
Il perchè è dato dalla storia straordinaria (figli incrociati con rospi, tori e topi nonchè cani) ex mogli lasciate a morire dentro gabbie, un covo di bifolchi su un'isola mai così squallido e interessante e una crew di attori che sanno dare carattere ai personaggi, facendo ridere e lasciando basiti allo stesso tempo. Si ride e molto, è una visione oscena repellente e volgare, si rimane spiazzati e in alcuni casi inebetiti. Ci sono una miriade di elementi interessanti e originali e ancora una volta non ci si capacita di come questo film non sia stato distribuito da noi o se è passato nei cinema sarà stato in sordina per qualche giorno.
Cinema indipendente, atipico, grottesco, che viaggia e spazia tra i generi riuscendo ancora una volta a dimostrare come il bisogno e la capacità di saper scrivere una storia, siano di fatto gli elementi essenziali in un film.
Sembra di vedere l'isola del dottor Muroe o Isola perduta, ma qui gli esperimenti trovati in cantina, cercando di far accoppiare più specie possibili, hanno un che di reale senza mai entrare nella fantascienza ma portando a galla dilemmi di ordine etico.




Observance


Titolo: Observance
Regia: Joseph Sims-Dennett
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Parker è sull'orlo del baratro da quando suo figlio è morto. Incapace di superare il dolore, vede il suo matrimonio sgretolarsi e i debiti accumularsi. Per rimettersi in piedi, ha bisogno di aiuto ma i soccorsi che riceve non sono proprio quelli che si sarebbe aspettato. Un anonimo datore di lavoro gli offre infatti la possibilità di guadagnare molti soldi spiando l'appartamento di una giovane donna. Le regole da rispettare sono semplici ma rigorose e, attirato dal denaro, Parker accetta. I primi giorni tutto scorre tranquillo ma ben presto la paranoia si impadronisce di lui.

Qualcuno ricorda il quasi sconosciuto Canal ecco unito al film del maestro del brivido Finestra sul cortile crea quell'ibrido non specifico di nome Observance.
Un'opera che sa adattarsi molto bene ai generi prendendoli e modellandoli come ritiene e senza alzare troppo la posta riuscendo in questo modo ad avere dei risultati davvero insperati almeno per buona parte del film.
Observance sembra un prototipo cambiando traiettoria su due questioni fondamentali ma lasciando la stessa atmosfera e suspance pur senza chiamare in causa i fan dello scrittore di Providence tornando a citare il film di Kavanagh
Un film molto intrigante, unisce tanti elementi forse già visti ma mischiandoli molto bene tra i territori inizialmente simbolici del film che piano piano diventano sempre più criptici.
La morte del figlio, la compagna forse lasciata da qualche parte sola che aspetta, il suocero che ancora crede in lui in alcune apparizioni sporadiche che poi assumono i contorni di un'allucinazione, la storia complottista, il lavoro inaspettato e misterioso, il barattolo nero, spruzzate di body horror, la casa che presto si trasforma e i personaggi che sono tutto l'opposto di quello che si poteva pensare.
Il tono claustrofobico dell'appartamento unito ad una fotografia attenta e pulita ed una certa indefinitezza della situazione crea delle buone aspettative, ma le svolte del film lo fanno presto diventare un incubo allucinato deragliando tutto in quella direzione quando cominciano ad esserci alcune indecisioni narrative.
Observance è sicuramente pretenzioso ma il risultato visto il budget risicatissimo va oltre le aspettative senza diventare però un cult per via di quel finale, davvero cattivo, che però scardina completamente alcuni presupposti che si pensava dovessero andare in un'altra direzione



Astral


Titolo: Astral
Regia: Chris Mul
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Studente di metafisica, Alex scopre la pratica della proiezione astrale e la possibilità di viaggiare in una dimensione diversa dalla nostra. Ancora alle prese con il dolore per la prematura scomparsa della madre quando era bambino, Alex decide allora di usare la proiezione astrale per tentare di entrare in contatto con lei. Mentre i suoi esperimenti aumentano di giorno in giorno, Alex inizia a isolarsi da tutti coloro che si prendono cura di lui, andando incontro a un continuo deterioramento delle sue condizioni mentali.

"La prima cosa da fare è trovare un posto comodo. Stare sdraiato sulla schiena e riposare gli occhi. Se senti il bisogno di spostarli, ignoralo. Concentrati sul tuo respiro. Inganna il cervello come che il corpo stesse sognando: questo attiva la paralisi del corpo, uno stato di transizione tra veglia e sonno. Quando succede questo, puoi separarti dal tuo corpo fisico paralizzato. Concentrati sulle parole: sono in totale pace, connesso a tutto ciò che esiste. Ho il potere di viaggiare dove voglio andare. Sarò protetto mentalmente, fisicamente e spiritualmente."
Astral è un indie passato inosservato pressochè ovunque, senza l'ombra di una distribuzione e tutto questo è un gran peccato perchè l'esordio di Mul andrebbe tenuto d'occhio proprio per il suo declinarsi sull'occulto e il soprannaturale senza rovinarlo con effetti in c.g e creature che servono solo da maschera per il vuoto della scrittura.
Mul probabilmente come il protagonista o l'insegnante dell'università, sembra particolarmente attratto dall'occulto, riuscendo a sondarlo in maniera atipica, mai scontata, tranne qualche scena nel finale che proprio per regalare intrattenimento e azione mostra una possessione facendo vedere i demoni, riuscendo a non risultare ridicolo ma coerente con il resto del film.
Dopo una prima parte interessante dove il regista si prende tutto il tempo per raccontarci cos'è un viaggio astrale e come poterci entrare, non senza i rischi che uno psichiatra e una medium gli fanno presente, Astral persegue un percorso da omnibus dell'horror mettendo in campo demoni, uomini ombra e pure appunto la possessione demoniaca in una scena che sembra citare Raimi.
Con un cast di giovani che riescono a risultare maturi e interessanti, Astral non è certamente esente da difetti, ma riesce molto bene a fare quello che dimostra di saper fare senza fare ricorso a troppi elementi esterni rimanendo sempre focalizzato sul punto di partenza.
La scena finale poi è crudelmente perfetta girata con due lire come tutto il resto del film, dimostrando ancora una volta come anche nel low budget sia possibile dimostrare di saperci fare con idee brillanti e poco abusate

Tumbbad


Titolo: Tumbbad
Regia: Rahi Anil Barve & Adesh Prasad
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 3/5

India, XIX secolo: ai margini del fatiscente villaggio di Tumbbad vive Vinayak, testardo figlio illegittimo del signore locale, ossessionato dal mitico tesoro dei suoi antenati. Il ragazzino sospetta che la bisnonna, strega vittima di una maledizione, ne conosca il segreto ed è da lei che scoprirà dell’esistenza di una divinità malvagia posta a guardia del tesoro. Quella che inizia con una manciata di monete d’oro, si trasforma in una brama vertiginosa che crescerà per decenni, un’avidità irrefrenabile che trascinerà Vinayak sino ad un epico regolamento di conti…

Tumbbad è l'horror folkloristico indiano co prodotto dalla Svezia che non ti aspetti in una mega produzione che si vedono purtroppo sempre più di rado.
Parte bene, forse troppo, infila così tanti elementi da farti gongolare estasiato, cresce di intensità, decollando per poi finire dritto dritto contro una montagna imprevista con un finale molto discutibile.
Horror folkloristico ma anche dramma storico e sulle classi sociali (l'emancipazione del paese e della donna) oltre che ovvi rimandi al fantasy.
L'esordio alla regia dei due registi tra le fonti di ispirazione, cita anche l’opera di Narayan Dharap, autore prolifico di letteratura horror.
La storia si muove aprendo e scandagliando varie tematiche dove la principale citata anche nei titoli di testa è l'egoismo umano che crescerà nel film di generazione in generazione, arrivando all'apice con la scelta e il bisogno di varcare la soglia dell'inferno per rubare monete d'oro al dio confinato dalle altre divinità nel grembo materno della grande dea.
Inoltre quello che fin da subito stupisce ancora una volta è l'altissimo livello tecnico con una qualità produttiva incredibile dove tutto sembra studiato e confezionato perfettamente dalle ambientazioni suggestive, la colonna sonora epica ma non troppo, effetti visivi a tratti esagerati (la nonna/strega maledetta incatenata all'inizio, Hastar e le creature mostruose e sanguinarie, il ventre venoso teatro dell’orrore) e ben utilizzati in un crescendo di gore, cura dei dettagli e altissima definizione fotografica.



Dead end


Titolo: Dead end
Regia: Jean-Baptiste Andre & Fabrice Canepa
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il Natale dovrebbe essere un giorno di festa da passare coi propri cari, come è sempre stato negli ultimi vent'anni, per la famiglia Harrington, ma quest'anno qualcosa cambierà...
In viaggio con la famiglia per raggiungere la suocera, Frank Harrington decide di prendere una scorciatoia. L'incubo inizia. Una misteriosa donna in bianco vaga nel bosco, lasciando un alone di terrore al suo passaggio. Una strana auto scura, con un conducente invisibile, porta gli Harrington in una spirale di morte e follia verso una inquietante destinazione...

Dead end è un piccolo cult che purtroppo ho scoperto tardi. Una favola nera condita da humor, dialoghi taglienti, insoliti e sboccati, falcia ogni luogo comune solito dell'horror e riesce a fare un mezzo miracolo con il limitato budget messo tutto come cachet della coppia di genitori, infatti le prove di Lin Shaye e Ray Wise fanno il braccio di ferro per chi è più bravo.
Deliziosamente girato da una coppia di registi che poi non si è più vista lavorare, il film si prende tutto il tempo, ma nemmeno molto, per lasciar intuire quali potrebbero essere i pericoli facendo quasi e solo ricorso alle interpretazioni (quasi tutte all'interno di una macchina) e al contesto narrativo che seppur abbastanza abusato (le riprese notturne, la strada deserta, gli angoscianti rumori e le strane presenze che vengono dai boschi) riesce ad ottenere risultati insperati.
L'incubo familiare, i personaggi misteriosi, la macchina infernale e poi la scia di morti porta a galla, nella disperazione più totale dei componenti del nucleo, segreti che forse dovevano rimanere tali e con questo il film riesce dove tanti hanno fallito spiazzando fino al climax finale delizioso.
Tra i migliori horror natalizi di sempre.

Captive state


Titolo: Captive state
Regia: Rupert Wyatt
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una famiglia cerca di fuggire dalla Chicago occupata dagli alieni ma non ha fortuna e sopravvivono solo i due giovani fratelli Rafe e Gabriel. Nove anni dopo, nel 2025, Rafe è scomparso, dato per morto si è in realtà unito alla resistenza, mentre Gabriel lavora a chip di cellulari da cui vengono estratti dati per gli archivi degli occupanti alieni. Trova il modo di farci su anche qualche soldo sul mercato nero e insieme a un amico prepara una barca per la fuga dalla città, ma i suoi piani sono stravolti dal ritorno di Rafe e dalle azioni terroristiche della resistenza. Sulle quali indaga anche il detective William Mulligan, che vuole proteggere il quartiere di Pilsen dalla rappresaglia aliena.

I film sugli alieni devono essere cattivi o lasciare delle forti domande come a dire "vi siete fatti vivi, ma non abbiamo saputo comprendere il vostro messaggio" giusto per citare Arrival
Lo diceva la sci fi degli anni '60 e '70, la nuova Hollywood, MARS ATTACK, la letteratura e poi ci sono i film che hanno cercato di fare l'opposto come E.T che non smetterò mai di odiare.
In questo caso Wyatt affina la sua esperienza su un film distopico, post apocalittico, tra i migliori degli ultimi anni contando che il genere rimane tutt'ora molto prolifico anche se lo stesso dimostra un altalenarsi nei risultati che dimostrano ancora una volta come non basti il budget.
Gli alieni si vedono poco ma sono onnipresenti con i loro droni, attuano una vera e propria democratura totalitarista, colonizzando e sfruttando le risorse del nostro pianeta.
Come sempre ci sarà una sorta di eletto e una resistenza che si muove per cercare di stanare l'invasione aliena, ma più strutturata e articolata di come negli ultimi film si è vista, dove in risalto venivano messe le esplosioni e gli alieni mentre in questo caso, anche per evidenti motivi di budget, si vede poco e quello che si vede è stato fatto proprio bene più raccolto in un'invasione claustrofobica tra edifici distrutti e una scenografia tra le cose più belle del film (i monumenti alieni gettati come piloni in mare sostituiscono la statua della libertà.
E'uno scenario inquietante ma nemmeno così lontano dalla realtà se metaforicamente sostituiamo gli alieni con una forma di governo dove l’antagonista non è tanto l’alieno invasore del tuo pianeta, bensì l’alieno invasore del tuo corpo fatta di microchip intessuti nel corpo.
Creare un villaggio di lobotomizzati, avere dei gregari perfetti da usare come cavie, uccidere quando lo si deve fare senza la minima esitazione. Forse tra gli ultimi usciti insieme alla prima politica di Blomkamp e il cult maledetto di Proyas, è quello più anarchico di tutti.



Sleepers


Titolo: Sleepers
Regia: Barry Levinson
Anno: 1996
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quattro giovani ladri, finiti in riformatorio negli anni sessanta per l’uccisione accidentale di un passante, vogliono vendicarsi delle angherie subite dalle guardie.

Sleepers è prima di tutto una parata di star alcune di grande successo, altri meno e infine qualcuno che non c'è l'ha fatta. Gassman, Hoffman, De Niro, Bacon, Pitt, Patric, Crudup, Renfro.
Sleepers non è esente da difetti, anzi, ma rimane un film importante con una vicenda davvero disturbante nonostante i film sugli abusi e sul carcere siano un tema ricorrente da anni a questa parte. Quello che colpisce al di là di alcune intense interpretazioni, è l'atmosfera del film, soprattutto nella prima parte, che sembra rimandare a Scorsese ma anche ad un certo cinema di genere. Ci sono pro e contro nel film, scelte che si possono ritenere giuste o valide e altre discutibili. Uno dei pochi film in cui la voce narrante non è un punto debole ad esempio.
Come nel conte di Montecristo citato a profusione, la vendetta va preparata e infine sfruttata nella maniera più funzionale quella per le strade ma soprattutto nell'aula di tribunale. Ci sono vari stereotipi che proprio sulla parte finale e i personaggi chiamati in causa, sostengono la giustizia privata attraverso la manipolazione della legge e della fede cattolica (il giuramento del prete De Niro) dando al film pregi e momenti debolucci in un altalenarsi dove i difetti sembrano andare di pari passo con la strategia per confezionare la vendetta.
Il coraggio di Levinson non si risparmia specie nelle scene in riformatorio, Rizzo il nero come capro espiatorio, le urla dei ragazzi nei corridoi mentre vengono abusati e torturati, l'incidente scatenante iniziale..il dialogo con Bacon da parte di Tommy e John.



Tutti i soldi del mondo


Titolo: Tutti i soldi del mondo
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Luglio 1973. John Paul Getty III, nipote sedicenne del magnate del petrolio Jean Paul Getty, viene rapito a Roma da una banda di criminali calabresi che chiede alla famiglia un riscatto di 17 milioni di dollari. Gail, la madre del ragazzo, si rivolge a nonno Jean Paul, il quale rifiuta categoricamente di pagare. Da quel momento inizia una triangolazione fra Gail che insiste per portare in salvo suo figlio, il miliardario che non cede alle richieste dei rapitori, e un ex agente della CIA, Fletcher Chase, negoziatore esperto nel recuperare uomini e cose.

Film con una gestazione molto particolare, per la scelta iniziale di Kevin Spacey ad interpretare Getty senior ma che poi per i presunti scandali sessuali hanno dovuto scegliere Christopher Plummer (scelta devo dire che ha messo tutti d'accordo e la prova dell'attore è perfetta) facendo un vero e proprio miracolo nel rigirare in nove giorni le sequenze che vedono protagonista l'attore, e che sono molte più di quelle che immaginavamo.
Il film è un thriller, ma anche un giallo, un film mezzo politico dove i protagonisti sono un gruppo di persone che girano attorno al denaro, quello di famiglia, quello che nonostante ci sia di mezzo la vita di un nipote, lascia interdetti e che come dice Getty "è una quantità di potere che permette di acquistare tutto senza spendere nulla".
Getty senior è un personaggio così ambizioso e importante da rubare la scena a tutto il resto del cast, mettendo proprio al centro di questa favola nera ispirata ad eventi reali, l'uomo più ricco della storia del mondo per una scelta legata al petrolio che si rivelò premonitrice del più grande patrimonio economico. L'intera vicenda ruota tutta attorno al particolare rapporto fra il denaro e il sangue inteso come legame famigliare. Il film riesce comunque e in più parti a risultare originale senza essere troppo ambizioso o pieno di stereotipi. Scott nonostante questo rimanga debole rispetto alla sua filmografia, conferma l'ottimo stato di salute del regista.


Night Watchmen


Titolo: Night Watchmen
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre inetti guardiani notturni, aiutati da una giovane e bellissima giornalista senza paura, combattono una battaglia epica per salvare le loro vite. Una ronda sbagliata scatena infatti un'orda di vampiri affamati e all'improbabile gruppo spetterà il compito di fermare un flagello che non minaccia solo loro ma l'intera città di Baltimora

Night Watchmen esce direttamente dal panorama indie e distribuito grazie all'onnipresente Midnight factory. Tanto gore e tanta azione per un risultato tuttavia deludente e noioso nonchè ripetitivo come non si vedeva da un pezzo. Troppo facile giocare a carte scoperte come in questo caso dove horror + clown + vampiri + splatter e gore + ironia voleva o poteva portare ad un buon risultato.
L'ultimo film di Altieri non riesce a far ridere, i personaggi scimmiottano tante cose già viste, i dialoghi sono molto superficiali e sempre privi di un minimo di spessore drammatico e infine alcune riprese sembrano quasi amatoriali per quanto facciano venire le vertigini.
E'un peccato perchè gli indie vanno difesi quasi sempre. Il film è certamente una spanna sopra tanti altri film distanti da una piena maturità, Altieri rimane un buon mestierante che ha già dato prova con l'horror con alcuni risultati altalenanti ma ripeto tutti da vedere come Violent Kind e Holy ghost people o Hamiltons.
Mancano però quei particolari, chessò una scintilla di originalità, qualche scena che non sia scontata, trattare il tema in maniera atipica senza fare i doverosi ricorsi a citare numerosissimi film.


Fast & Furious - Hobbs & Shaw


Titolo: Fast & Furious - Hobbs & Shaw
Regia: David Leitch
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un'agente dell'MI6, per impedire il furto di un micidiale virus che potrebbe decimare l'intera razza umana, si inietta le capsule della malattia e si dà alla fuga, seminando il micidiale superuomo Brixton. La CIA, per impedire che il virus venga diffuso, si affida agli irruenti ma efficaci Luke Hobbs e Deckard Shaw. I due si detestano, ma il primo non è uno che lascia un caso a metà, soprattutto se ne va del destino del mondo, mentre il secondo è coinvolto negli affetti, visto che l'agente MI6 in fuga è Hattie Shaw, sua sorella minore, inoltre con Brixton ha un conto in sospeso. Luke, Deckard e Hattie stringeranno così una traballante alleanza per sgominare i piani dell'organizzazione Eteon.

Fast & Furious - Hobbs & Shaw è un brutto film ma decisamente migliore di tutti gli ultimi capitoli della saga messi assieme.
E'un film con un altissimo livello di intrattenimento, testosterone, salti, combattimenti, inseguimenti, insomma tutti gli ingredienti che la saga deve mantenere dove le macchine si vedono sempre di meno e arrivano addirittura le moto dei transformer.
Tanti scenari rubacchiati di qua e di là. Konchalovsky nell'aria (il film era ben altra cosa però), battute prese da vari film, Tolkien, la saga del trono di spade, tutto questo per confermare come i dialoghi debbano essere sempre più funzionali a vendere un'altra fetta di cinema e quando non è così vediamo Dwayne scimmiottare con battute su Nietzsche e Bruce Lee nel non sense più totale.
La struttura narrativa muore in partenza con un pretesto davvero imbarazzante per la pochezza di script ( è vero che parliamo di una saga tamarra ma almeno qualche minimo sforzo di Hattie che poteva nascondere il virus anzichè impiantarselo ).
Tutto l'impegno è stato messo sulle scene d'azione come peraltro ci si aspettava, tutti fanno il gioco delle parti dove l'unico che si salva dimostrando di sapere recitare è Idris Elba (purtroppo sempre più inflazionato da scelte e ruoli sbagliati che non gli permettono di tirare fuori il suo talento) qui nel villain di turno, una sorta di terminator anzì per sua stessa ammissione Superman nero.
Uno spin off che a differenza degli altri sembra aver trovato sicuramente una coppiata funzionale con due attori ormai che godono di ampia fama tra il pubblico dove Dwayne è attualmente uno degli attori più pagati al mondo.
Il film non risparmia nulla, è confezionato in maniera impeccabile, ha delle scene soprattutto a Samoa di inseguimenti con un tasso adrenalinico sfrenato eppure anche quando le macchine sono sul promontorio della paura in scenari bellissimi, la c.g purtroppo ci mostra come sia così tutto finto e mascherato da non creare quell'ansia che potevano dare i vecchi film d'azione.
Il film è maledettamente scontato, sappiamo già tutto dai primi minuti, potremmo chiedere la trama ad un bimbo e risponderebbe portando a galla particolari che nemmeno il regista conosceva.
E'un film dove non bisogna farsi domande come ad esempio perchè i samoani hanno l'accento russo e cose di questo tipo ( la guerra fredda d'altronde non è mai finita). Quello che però ancora una volta mi lascia attratto per l'immensa idiozia e la corporation nemica, che sembra un gruppo terroristico, anzi una setta tecnologica che vuole distruggere i deboli come dice Brixton e come in maniera leggermente diversa diceva Thanos.
Leitch dopo un passato da stunt man e si vede avrà fatto il botto con questo film ma siamo distanti anni luce da ATOMICA BIONDA o Deadpool 2 o addirittura John Wick 2 il più deludente della saga ma comunque migliore di questo spin off che ha rilanciato una saga ormai fiacca.


Hotel Artemis


Titolo: Hotel Artemis
Regia: Drew Pearce
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

2028. Sherman e Lev rapinano una banca durante il giorno dell'annunciata rivolta di Los Angeles, scoppiata in seguito alla privatizzazione dell'acqua. Dopo una sparatoria con la polizia Lev rimane gravemente ferito e per salvargli la vita non resta che Hotel Artemis, la clinica segreta riservata a una ristretta cerchia di fuorilegge. Ben presto la collisione tra la tensione interna all'Artemis e quella sulle strade di Los Angeles porterà a una escalation di violenza.

La cosa più bella del film è lo sfondo esterno dove non si capisce bene cosa stia accadendo ma tutti ne hanno paura e vediamo aerei precipitare senza capire cosa gli abbia colpiti.
Tutto invece quello che capita dentro l'hotel, dopo 7 sconosciuti a El Royale, anche quello incasinato e sconclusionato ma meno peggio di questo, è di una noia e di una banalità che non pensavo davvero che con così tanti elementi a favore scadesse in un centrifugato di stereotipi.
L'elemento peggiore al di là della storia è proprio la profondità dei personaggi, tutti macchiette sopra le righe, che gigioneggiano con i personaggi rendendoli solo pretenziosi e fastidiosi.
Con dei buchi di sceneggiatura e dei dubbi grossi come una casa, il film purtroppo parte male per finire peggio, con un climax che rischia pure di essere ridicolo e un Goldblum che prende in giro il suo stesso personaggio.
E'davvero un peccato perchè gli elementi c'erano tutti forse avrei fatto delle scelte diverse su parte del cast che risulta confuso con combattimenti che non andavano fatti e dialoghi che sfiorano il ridicolo. Una premessa come film a tratti post apocalittico sfumata, che promette tanto e mantiene poco o nulla, dove il ritmo dal secondo atto in avanti rallenta vertiginosamente facendo così in modo che il film non riesca mai ad assumere nessun genere preciso confondendosi da solo senza avere mai un'identità chiara nello script.
La regia di Pearce è buona a livello tecnico, forse troppo, sbilanciato su una regia patinata e riprese colorate ed eleganti ed esteticamente perfette ma dimenticando tutto il resto.



Villeggianti


Titolo: Villeggianti
Regia: Valeria Bruni Tedeschi
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una villa sulla riviera francese. Un luogo che sembra fuori dal tempo e anche isolato dal resto del mondo. Anna la raggiunge con la figlia per alcuni giorni di vacanza. In mezzo ai familiari, agli amici e al personale di servizio, la donna deve riuscire a gestire la recente fine del suo matrimonio e la preparazione del suo prossimo film. Dietro alle risate, alle discussioni e ai segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere.

I villeggianti è un film borghese, che non ha tanti motivi per esistere, vede la sua paladina ergersi a regina incontrastata nella modesta galleria di personaggi che popolano la villa.
Eppure pur essendo il primo film che vedo della Tedeschi come regista, stranamente viste le premesse è un film che alterna tanti stati d'animo diventando sempre di più un'antipatica riflessione sulla fragilità delle persone e delle coppie.
Un film viziato, che sembra un'autoanalisi della regista/attrice e dei mali e i vizi che la consumano, però si rimane a guardargli senza fare una piega, con l'incertezza di vedere dove vuole andare a parare, a volte da qualche parte a volte invece da nessuna in particolare.
Lo struggimento interiore, la crisi di nervi (ripetendo agli ospiti per l'ennesima volta di essere stata abusata da piccola), la rottura dei legami sentimentali, tutte queste coordinate vengono sparse durante il film in modo però molto attento e inusuale, cercando di citare un certo cinema colto, senza riuscirci ma senza nemmeno osare troppo rischiando di auto compiacersi.
Un film che sembra molto autobiografico che non annoia mai anche quando alcuni tratti sono davvero lenti e fine a se stessi. Tutti cercano di dare il loro meglio in questo film corale che come diceva qualcuno può sedurre o irritare. A tratti entrambi direi, in un rincorrersi drammatico ma poi ironico poi tragicomico peccando solo quando cerca di essere estremamente maturo.

Welcome home


Titolo: Welcome home
Regia: George Ratliff
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Bryan e Cassie partono dagli Stati Uniti per una vacanza da sogno nella campagna umbra. A prima vista sembrano la coppia ideale: giovani, attraenti e innamorati. Ma è subito evidente che "c'è del marcio in Danimarca": Cassie si spaventa troppo facilmente e ha continui flashback di una relazione violenta; Ryan invece non riesci a togliersi dalla testa l'immagine di Cassie che lo tradisce con un collega di lavoro - cosa effettivamente accaduta, e che i due stanno cercando di superare proprio attraverso la loro idilliaca vacanza in Italia. Appena arrivati nello splendido casale in provincia di Todi i due però si imbattono in Federico, un vicino di casa esperto di computer, che ha le fattezze seducenti di Riccardo Scamarcio e la sua capacità di comunicare ambiguità e minaccia. Naturalmente Federico non tarderà a mostrare il suo lato oscuro, nonché a manifestare un'attrazione irresistibile verso la procace Cassie, interpretata da quella Emily Ratajkowski le cui fattezze sono spesso e abbondantemente esibite sui social.

Un thriller erotico che non accenna mai al sesso o alle scene di nudo integrale prendendone le distanze. Sembra un paradosso quando invece è un elemento a mio avviso poteva essere interessante. Ogni volta che la coppia sembra essere sull'orlo di doverlo fare (la scena nella piscina ad esempio) vengono riportati a galla i legami sessuali precedenti di Cassie e pur trovando nella mansione del viagra non si riesce proprio a superare il passato di lei.
Il film però non può giocare solo su questo elemento e un triangolo dove il villain/antagonista gira in balia di se stesso per tutto il film ( ci sono alcuni non sense davvero troppo marcati) con dei dialoghi che rasentano tutti gli stereotipi già visti cercando di aggrapparsi solo ad un twist finale non così scontato quando lo stesso purtroppo non lo si può dire del resto del film.
Tanti elementi sprecati, un irrisorio lavoro in fase di scrittura che annoia ancor prima di partire, attori che cercano di fare quello che possono apparendo già annoiati da una caratterizzazione che non sembra mai evolversi se non in un finale che vorrebbe essere inaspettato quando in realtà è solo marcato dal suo eccessivo non sense.
Le video installazioni per spiare gli ospiti, l'airbnb che da paradiso si trasforma in un inferno, le roccambolesche comparsate di alcune escort chiamate per inscenare la solita farsa, il misterioso passato di Federico e infine un lento thriller ascrivibile al filone degli home invasion con echi da trap movie
Alla fine l'unico elemento funzionale è la gelosia di Bryan che con una Emily Ratajkowski, conosciuta su Tinder, tra le mani, risulta davvero in panne appena lei si gira dall'altra parte.


Scappo a casa


Titolo: Scappo a casa
Regia: Enrico Lando
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 1/5

Michele è, per sua stessa orgogliosa definizione, "uno stronzetto viziato egoista" il cui unico obbligo è "rendersi la vita spensierata a profusione". L'uomo ha "la pretesa di decidere del suo destino: mica posso essere me stesso": infatti è un meccanico calvo e senza un soldo, ma si reinventa sui social ricco seduttore grazie ad un vistoso parrucchino e ad alcune auto di lusso prese a prestito dai clienti della sua officina, naturalmente a loro insaputa. Il suo motto è "I don't give a fuck" e si dichiara favorevole "alla disuguaglianza ingiustificabile", discriminando praticamente tutti, in particolare ne(g)ri e immigrati. Ma il destino cospira contro di lui, e un viaggio di lavoro a Budapest si trasforma da gita di piacere in incubo: Michele si ritrova senza documenti, smartphone e auto di lusso, e viene scambiato per un clandestino. Inizia così il suo calvario fra centri di respingimento più che di accoglienza e distretti di polizia programmaticamente ostili allo straniero. I suoi unici alleati saranno un medico e una bellissima donna africani che vanno in cerca di una vita migliore, invece che "spensierata a profusione".

Ormai se pensiamo alle commedie siamo sempre più allo sbaraglio capitanati da una cerchia di attori/registi/sceneggiatori che andrebbero messi in riformatorio a guardare i classici del cinema italiano.
Scappo a casa è un film inutile, difficilmente sopportabile, con un tasso di idiozia e demenza inarrivabile (certo esiste di peggio nel nostro cinema) e non arriva mai a dire nulla di valido, sostenere qualcosa che non sia banale e condito solo da stereotipi (e pure quelli più brutti).
Enrico Lando entra nella top ten dei registi italiani più immaturi che si siano mai visti nel nostro cinema, lavorando per cercare di deformare ancora di più la commedia all'italiana trasformandola in una galleria di volgarità, pretenziosità e dialoghi di indubbio gusto.
Il tema del razzismo trattato in maniera inusuale? Scappo a casa di cui si salva forse solo l'ultimo minuto che non è proprio un happy ending, lascia un comico esperto come Aldo Baglio senza collare e il risultato e un susseguirsi di situazioni e mimiche imbarazzanti che stufano dopo pochi minuti. Il resto degli attori sono squallidi a parte i figuranti di colore che almeno rimangono se stessi, ma vedere la Finocchiaro stufa e annoiata probabilmente per l'inconsistenza del suo ruolo non è che la ciliegina sulla torta di un film che si trascina sforzandosi solo di avere un montaggio a tratti adeguato.
La parte migliore, se ne possiamo trovare una, è certamente il primo atto dove scopriamo gli eccessi, le nuove mode, gli hobby, la solitudine dei social e altri elementi di certo attuali e sempre più inquietanti nella nostra società per dare monito di come siamo sempre più popolati da giovani/adulti immaturi con una scala di valori discutibili. Ancora una volta si cerca di trattare un tema importante ridicolizzandolo senza mai dargli sostanza e drammaticità. Quando si cerca di mettere una toppa lo si fa con qualche momento sdolcinato dove i buoni sentimenti cercano di sopraffare lo spettatore, il quale ormai dovrebbe essere stanco di questi trucchetti da quattro soldi.

Addio fottutissimi musi verdi


Titolo: Addio fottutissimi musi verdi
Regia: Francesco Capaldo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Ciro è un grafico che non riesce a trovare impiego stabile e ospita spesso in casa gli amici Fabio e Matilda, i quali litigano così costantemente che Ciro non riesce a dichiarare a Matilda i suoi sentimenti, nemmeno mentre lei sta per partire per l'estero in cerca di fortuna. Ciro è inoltre il dirimpettaio di sua madre, che lo controlla dalla finestra di fronte e lo rifornisce di manicaretti perché non diventi "sciupato". Tutto cambia quando, per accontentare Fabio, manda il curriculum a un sito che promette di diffonderlo nello spazio. La notte stessa viene rapito dagli alieni e, superato lo shock iniziale, scopre che questi hanno davvero bisogno di un grafico. Gli extraterrestri hanno però anche una ragione più sinistra per stazione così in prossimità al nostro pianeta...

Il cinema si sà è una forma d'arte complessa, diversa dai video virali su youtube o sul web.
Spesso chi si inoltra in questo impervio cammino si trova a dover fare i conti con una materia e una sostanza che devono intrattenere per un lungo arco di tempo cercando coerenza e originalità.
Pur trovando esagerato il successo dei the jackal, il film è davvero una commedia di indubbio gusto inguardabile, sfiancante e priva di ritmo, idee e originalità.
Continue allusioni che non portano da nessuna parte rimanendo dei non detti che servono solo a prendere tempo, battute vecchie e riciclate, citazioni a profusione ma di quelle brutte, effetti speciali esagerati e una recitazione che porta tutti sopra le righe.
Dispiace veder rovinato così l'esordio di un gruppo di youtuber, un film gonfio di aspettative che sul pressbok veniva definito “la carica surreale e lo spirito dissacrante del gruppo creativo”, quando non solo non si ride ma la noia si deposita e si dipana troppo presto nello spettatore che si aspettava almeno qualcosa che non fosse una lunga galleria di stereotipi, auto citazioni, e un Ciro Capriello davvero inguardabile e fastidioso con tutte quelle sue smorfiette che reggono per la durata di un paio di minuti. Speriamo che operazioni di questo tipo non si vedano più, dando soldi e possibilità a coloro che fanno cinema e non intrattenimento spiccio sul web.

venerdì 2 agosto 2019

Shining


Titolo: Shining
Regia: Stanley Kubrick
Anno: 1980
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Jack Torrance è uno scrittore in crisi in cerca dell'ispirazione perduta. Per trovarla e sbarcare il lunario accetta la proposta di rintanarsi con la famiglia per l'inverno all'interno di un gigantesco e lussuoso albergo, l'Overlook Hotel, solitario in mezzo alle Montagne Rocciose. L'albergo chiude per la stagione invernale e il compito di Jack sarà quello di custodirlo in attesa della riapertura. Nel frattempo, pensa Jack, lui potrà anche lavorare al suo nuovo romanzo. Con lui, la devota mogliettina Wendy e il figlioletto Danny, per nulla entusiasta della prospettiva

«Il “fanciullo”, mentre è consegnato inerme a nemici strapotenti(…),dispone di forze che superano di gran lunga ogni misura umana. (…)ha una forza superiore e riesce a farsi valere ad onta di ogni pericolo e minaccia. Egli rappresenta la tendenza più forte e più irriducibile di ogni esistente: quella di realizzare se stesso. (…)La tendenza e il bisogno dell’auto-realizzazione è una legge di natura ed è quindi una forza invincibile»
C.G. Jung, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, 1941, con K.Kerényi

Shining è un cult che a distanza di decenni non perde una minima parte del suo fascino, risultando sempre simbolicamente e stilisticamente un quadro perfetto e un miscuglio di generi complesso e stratificato.
Kubrick rilegge a modo suo il romanzo di King, infarcendolo di elementi e virandolo verso l'horror e il mistery. Un film enormemente complesso con una lunga serie di geometrie simmetriche e tecniche che si deformano all'interno dell'hotel diventato forse uno dei più famosi al mondo insieme a quello di Bates.
Una paura e una pazzia figli dell'isolamento e della claustrofobia. Nicholson a briglie sciolte seppur esagerando il personaggio confeziona un villain di quelli indimenticabili. Uno studio incentrato sull'
organizzazione dello spazio e del tempo che ancora prima di mostrarlo, accenna e fa riferimento all’immagine del labirinto. Un hotel vuoto che appare gigantesco, privo di qualsiasi punto di riferimento: corridoi lunghi, ognuno uguale all’altro, porte chiuse, ascensori minacciosi, quella steadycam che segue o precede i personaggi, risucchiandoli in uno spazio oscuro.
Il film come l'hotel è una trappola senza uscita dove i fantasmi del passato emergono per dare sfondo alla follia più totale che prevalica il personaggio sprofondando il film verso un incubo angosciante dove a farne le spese sono proprio la moglie e il bambino.
Un film maledetto, ambizioso, allucinato e esoterico, pieno di metafore e citazioni letterarie, dove il regista riafferma ancora una volta come le radici del male sono insite nell'uomo.
In più proprio le metafore e le simbologie qui rappresentano altre due importanti tasselli della poetica di Kubrick, utilizzate per illustrare i tormentati pensieri del protagonista, un scrittore in crisi dal temperamento eccessivamente volubile.

Fratelli nemici


Titolo: Fratelli nemici
Regia: David Oelhoffen
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Manuel e Driss sono cresciuti come fratelli nelle banlieue parigine ma oggi tutto li oppone. Manuel gestisce traffici di droga, Driss è diventato un agente dell'antidroga. All'ombra di un assassinio che ha freddato in strada tre dei suoi compagni, Manuel è costretto a collaborare con Driss. Tra ostilità e risentimento e malgrado la loro diffidenza reciproca, i loro legami si riallacciano intorno alle radici comuni.

Il polar visto dagli occhi di un regista che finora si è confrontato con il western e il dramma della guerra. Pochi ingredienti: amicizia, spaccio, tradimenti e vendetta.
Oelhofen tratta una storia molto reale, che vede contrapposti due vecchi amici cresciuti assieme dai volti espressivi e intensi di Kateb e Schoenaerts (uno degli attori più in gamba della sua generazione). Guardia e ladri, poliziotti contro spacciatori e viceversa, bande criminali e signori della droga intoccabili che fanno il doppio gioco. Tutto sembra assumere i soliti clichè di genere portando a galla una vicenda già ampiamente nota nel cinema.
Quello che però il regista riesce bene a disegnare sono le traiettorie tra i personaggi, caratterizzati molto bene e con dei dialoghi che non risparmiano sofferenza e amarezze, scappando da vecchi errori e rincorrendo amori di una vita. Pochi momenti di action ma quando si presentano sono esplosivi, violenti, reali, come la strage iniziale dove Manuel come in Maryland vede tutto dalla sua prospettiva nascondendosi come può.
L'incidente scatenante, che arriva tardi, crea un cambiamento nella strategia dei contenuti del film, in cui il protagonista fugge, "è bruciato" come racconta a Driss e da lì in avanti il loro rapporto segue un parallelismo come quello di Costigan/Queenan.
Un film duro e marmoreo isolato in pochi spazi sfruttando e saltando da una location al'altra in un quartiere governato da regole e spacciatori tra marciapiedi che scottano, cemento armato, garage sotterranei che sembrano gallerie infinite, piazze e residence alveari, passando da un tetto all'altro sempre camminando con il viso coperto.
Nessuno sconto e la realtà dura di quartiere non potrà che portare a effetti perversi e conseguenze inattese.

Drive


Titolo: Drive
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Driver (non ha un nome) ha più di un lavoro. È un esperto meccanico in una piccola officina. Fa lo stuntmen per riprese automobilistiche e accompagna rapinatori sul luogo del delitto garantendo loro una fuga a tempo di record. Ora Driver avrebbe anche una nuova opportunità : correre in circuiti professionistici. Ma le cose vanno diversamente. Driver conosce e si innamora di Irene, una vicina di casa, e diventa amico di suo figlio Benicio. Irene però è sposata e quando il marito, Standard, esce dal carcere la situazione precipita. Perché Standard ha dei debiti con dei criminali i quali minacciano la sua famiglia. Driver decide allora di fargli da autista per il colpo che dovrebbe sistemare la situazione. Le cose però non vanno come previsto.

Drive è il miglior film di Refn. Un cult che seppur debitore di tanti altri film e con un plot abbastanza scontato, riesce a fuggire da tutti i clichè e gli stereotipi risultando un film estremamente affascinante, maturo, violento (caratteristica del regista) e patinato.
Ha lo stesso effetto di un incidente in un cocktatil di generi e citazioni, un mix di emozioni contrastanti in un film potente dall'inizio alla fine.
Un film che sembra un miscuglio guidando tra gli anni '80 e il post moderno, con un cast brillante di grandi nomi, una regia attenta e tanti preziosi particolari e scene madri indimenticabili.
Refn andrà ricordato come l'unico grande regista in grado di far recitare in maniera passionale e muta un attore inespressivo come Gosling.
La trama di Drive come dicevo è semplice, la sinossi non nasconde nessun plot twist fra le sue pieghe, una sceneggiatura che probabilmente lasciata nelle mani di altri registi sarebbe diventato l'ennesimo film già visto ma che Refn dimostra ancora una volta la sua bravura dietro la macchina da presa, mettendo il suo stile al servizio della trama. Ecco quindi che lo spettatore si ritrova una pellicola con pochi dialoghi e lunghi sguardi, dove le riprese sono sempre curate in maniera maniacale senza lasciare mai nulla al caso.
Il ritmo è lento, risultando proprio come un punto di forza soprattutto nel genere che poi rimanda in tutto e per tutto all'action pronto ad esplodere in attimi di violenza inusitata.
Senza contare una colonna sonora curata da Cliff Martinez che è subito entrata nella playlist delle soundtrack più belle di sempre.



Willow


Titolo: Willow
Regia: Ron Howard
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Una regina cattiva vuol uccidere tutte le neonate per sfatare una leggenda sulla fine del suo regno. Ma una neonata si salva grazie al nano Willow, che con l'aiuto di un giovane guerriero sconfiggerà la regina cattiva.

Willow rimarrà sempre un cult, uno dei fantasy più belli di tutti i tempi. Lucas e Howard.
Il risultato è una fiaba virata verso i toni cupi e oscuri, mettendo sulla bilancia scontri tra streghe, spadaccini, troll, draghi a due teste, folletti, popolazione di nani veri, magie, scontri, trasformazioni.
Con alcuni personaggi diventati leggenda come Madmartigan o la crudele strega Bavmorda, Willow regala intrattenimento senza sosta, risultando stucchevole nelle parti romantiche soprattutto tra i nani, ma inserendosi nella galleria dei cult per l'enorme impatto visivo (per quegli anni) il coraggio di osare con battaglie epiche (l'ultima nel castello) e senza lesinare sangue e scene di massacri (come il sacrificio iniziale per salvare Eloradana).
Willow non è esente da imperfezioni, gli stessi effetti speciali soprattutto quando vediamo il drago risultano datati ma la forza del film è un'altra trattando la magia in maniera mai superficiale anche se gli effetti speciali, a cura della “Industrial Light & Magic”, lanciavano definitivamente la tecnica del morphing, fino ad allora solo sperimentata in modo occasionale.
Ci sono tutti gli elementi della fiaba, del film epico, dell'avventura, dell'azione, senza davvero far mancare nulla. L’eroe-Willow che deve compiere un viaggio di formazione, l’aiutante-Madmartigan che lo spalleggerà, il saggio-Raziel che lo guiderà, il nemico-Bavmorda che li cercherà di fermare e le spalle comiche-folletti che devono rendere il tutto child friendly. Inutili e gratuiti nonchè scontati i continui rimandi o paragoni alla saga di Tolkien. Willow gode di vita propria inventandosi un suo mondo con le sue regole.
Willow è un classico senza risultare mai un'opera mediocre nonostante non ami Howard come regista ma vedendolo più come un mestierante senza immaginazione.

Suburbicon


Titolo: Suburbicon
Regia: George Clooney
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gardner Lodge vive nella ridente Suburbicon con la moglie Rose, rimasta paralizzata in seguito ad un incidente, e il figlio Nicky. La sorella gemella di Rose, Margaret, è sempre con loro, per aiutare in casa. L'apparente tranquillità della cittadina entra in crisi quando una coppia di colore, i Meyers, con un bambino dell'età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. L'intera comunità di Suburbicon s'infiamma e si adopra per ricacciare indietro "i negri" con ogni mezzo. Intanto, due delinquenti, irrompono nottetempo nell'abitazione dei Lodge e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose.

Le commedie grottesche quando colpiscono, sanno farlo in maniera incisiva, dura e potente.
Il film di Clooney scritto dai Coen (e si vede eccome) è un perfetto esempio di ibrido che mischia i generi sposando temi ancora oggi attuali e mostrando ancora una volta il lato "nascosto" della middle class americana.
Razzismo, sangue, violenza, soprusi, minacce, complotti, ricatti, e soprattutto la parte più spaventosa, quella che avviene tra le mura di casa con un bambino costretto ad assistere ad episodi di inusitata violenza con gli stessi genitori pronti ad ucciderlo all'occorrenza per difendere i propri interessi. Ancora una volta è la descrizione dell'America a far paura, feroce, istericamente ossessionata dalla paura di un nemico esterno (possibilmente con la pelle di un altro colore) senza farsi problemi a ricorrere alla violenza più bieca, l'isterismo collettivo in fondo che porta alla rivolta contro l'unica famiglia di colore è il devastante culmine della vicenda.
Suburbicon pur essendo volutamente patinato, risulta estremamente attuale e coinvolgente, con un ritmo serrato, un cast di tutto rispetto e una caratterizzazione dei personaggi molto funzionale.
Gli ingredienti ci sono tutti: umorismo nerissimo, situazioni vomitevoli ai limiti dello splatter (la scena dell'omicidio in casa con la soda caustica su tutte), scatti di violenza estremi ed improvvisi per un film che non scopre mai le sue carte, risultando originale e con un finale imprevedibile e alcuni colpi di scena notevoli e mai scontati.
Un film maturo, importante e deliziosamente condito con tutti gli ingredienti dei Coen alla Fargo e che dimostra ancora una volta l'interesse di Clooney per scegliere soggetti scomodi e ambiziosi.


Quake


Titolo: Quake
Regia: John Andreas Andersen
Anno: 2018
Paese: Norvegia
Giudizio: 3/5

Il geologo Kristian Elkjord è un uomo la cui vita privata è appesa a un filo: l'ossessione verso il suo lavoro lo ha portato a separarsi dalla moglie Idun e a trascurare i due figli: lo studente universitario Sondre e la piccola Julia. La sua grande esperienza e il suo intuito di geologo lo portano a scoprire che Oslo è minacciata da un catastrofico terremoto, abbastanza potente da distruggere l'intera città. Convincere di questo le persone che gli stanno intorno sarà un'impresa difficile, ma non abbastanza da scoraggiarlo a tentare di salvare la sua famiglia intrappolata in uno dei grattacieli più alti di Oslo, duramente colpito dallo sciame sismico che violentemente sta demolendo ogni cosa

Quake è il sequel di Wave film sempre Norvegese uscito nel 2015. Un disaster movie che se nel film precedente descriveva uno tsunami omicida, qui prende in analisi un terremoto devastante descrivendo una tragedia messa a punto con un lavoro in c.g abbastanza carente e ahimè non riuscendo ad essere così accattivante e pieno di ritmo come il precedente.
Stesso protagonista, i concetti fondamentali sono gli stessi: una troupe scientifica che prende alla leggera alcuni segnali di pericolo e il nostro protagonista che solo contro tutti (in realtà qualche aiuto arriva) dovrà difendere la sua famiglia a tutti i costi purtroppo con alcuni importanti e drammatici colpi di scena. Quake è interessante perchè non fa sconti, da questo punto di vista Andersen concede poco, sbaglia molto in una fase preparatoria e pre apocalittica macchinosa e ridondante in cui si prende davvero troppo tempo descrivendo alcune sotto dinamiche peraltro nemmeno poi così funzionali alla narrazione. C'è da dire che però non prende alla leggera il fenomeno senza descriverlo all'americana con scene strappalacrime e un happy ending finale.
Andersen rifugge dai soliti clichè commettendo qualche errore nella solita catarsi dell'eroe che non viene preso sul serio fino a quando il disastro è ormai inevitabile.
Kristian è interessante per come viene caratterizzato. Un padre che ormai ha perso tutto per un tremendo esaurimento nervoso dal momento che non è riuscito a salvare tutti quelli che avrebbe voluto nella tragedia del fiordo di Geiranger.
E'nervoso, riconosce a stento i figli, cerca una riconciliazione con la moglie ormai quasi impossibile e non nasconde una crisi di pianto dimostrando di fatto di essere molto fragile e vittima di un trauma che non sembra riuscire a superare anche se per l'opinione pubblica è un eroe.
The Quake: Il terremoto del secolo finisce raccontando di cosa accadrebbe oggi se un violento terremoto colpisse la città di Oslo. La capitale della Norvegia infatti nel 1904 venne colpita da un terremoto di magnitudo 5,4 della scala Richter dove l'epicentro fu individuato nell'Oslo Rift, un graben che attraversò tutta la città.


Point Blank


Titolo: Point Blank
Regia: Joe Lynch
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'infermiere Paul si trova in ospedale quando la moglie incinta viene rapita sotto i suoi occhi. Quando scopre che un pericoloso criminale, Mateo, è proprio il responsabile del crimine. Se vuole rivedere la moglie viva, l'infermiere dovrà sconfiggere il criminale nel suo perfido gioco.

Joe Lynch è il mestierante addetto all'ennesimo remake di un action che ha due film in questione entrambi validi e notevoli. La scelta non poteva che rivelarsi più funzionale dal momento che Lynch gira perfettamente le scene d'azione alternando montaggio e immagini in una formula già rassodata con i suoi precedenti film: Everly, Mayhem, Chillerama e Knight of Badassdom.
Il film poteva essere un unico piano sequenza action tra inseguimenti, sparatorie, scene d'azione, regolamenti di conti, doppio gioco, poliziotti corrotti e altro in un buddy dramedy d'azione.
Pochi elementi, una chiavetta usb, due fratelli delinquenti dal cuore tenero, un infermiere e una moglie incinta tenuta in ostaggio per tutto il film.
Fila via veloce, con un ritmo esagerato, tanta carne al fuoco, insegue stereotipi a gogò e infatti il talento e le scelte di script e una sceneggiatura molto stereotipata sono gli unici elementi deboli di un film che rimane puro intrattenimento ma è molto lontano dai film del regista in cui non opera per commissione.
Grillo è funzionale anche se in più riprese sembra Chev di Crank, meno forse Mackie, su tutto però pesa un particolare difficile da mettere da parte ovvero la scarsa caratterizzazione, gli obbiettivi e gli intenti soprattutto del protagonista che rendono piatti e inconsistenti i ruoli e il loro modus operandi a volte davvero anomalo come Paul che non sembra soffrire particolarmente per le sorti della moglie incinta. In più anche l'incidente scatenante con il fratello criminale che sceglie Paul sembra davvero senza senso.



Coffee and Cigarettes


Titolo: Coffee and Cigarettes
Regia: Jim Jarmush
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Undici brevi incontri si consumano intorno al tavolino di un bar, tra chiacchiere surreali, silenzi imbarazzati e schermaglie condite da una dose extra di nicotina e caffeina.

Jarmush è da sempre uno di quei registi della New Hollywood in grado spesso di spiazzare con film molto diversificati per generi, codici e narrazione.
Il film in questione è un divertissement fatto di piccoli schetch, non tutti riusciti e alcuni anche abbastanza noiosi, un film che sembra quasi e molto improvvisato, dove non sempre il filone narrativo o meglio i dialoghi acquistano un senso ben preciso, rimandando spesso a incontri fugaci e apparizioni perlopiù divertenti dal momento che il film avendo un impianto corale mostra un cast di tutto rispetto.
Ancora una volta è l'autore che disegna la sua parabola ironica underground componendo la sua discontinua sinfonia, vagamente esistenzialista, dove tutti i personaggi ricreano o rivivono esperienze passate, fasti perduti, una celebrazione nostalgica della gioia di vivere e della vita stessa nel momento in cui se ne và (si passa da strane apparecchiature per i White Stripes, le innovazioni introdotte da Nikola Tesla, fino alla preparazione di un té all'inglese o l'appuntamento di un dentista). Coffee and Cigarettes riunisce alcuni corti girati dal regista in diversi anni (il più vecchio, protagonista Roberto Benigni, risale al 1986, l'epoca di DOWN BY LAW) scorrendo via leggero e piacevole, risultando a tratti divertente e ironico, a tratti estremamente sconclusionato, tutto tecnicamente fotografato in b/n con ambienti essenziali e camera fissa.



Grande rabbia


Titolo: Grande rabbia
Regia: Claudio Fragasso
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Nell'arco di una giornata si consolida l'amicizia tra due giovani: Benny e Matteo, che in ventiquattr'ore ambieranno per sempre la loro vita. Benny ha la pelle nera, adottato in fasce da una coppia di veneti poi trasferitasi a Roma, rimasto orfano e solo è diventato un campione di fighting per incontri clandestini, dove con le scommesse in un colpo solo si possono guadagnare cifre a tanti zeri. Benny decide d'investire tutti i suoi risparmi in un ultimo incontro, quello che gli permetterà d'iniziare una nuova esistenza, nonostante la sua passione gli sia già costata il carcere. Matteo è bianco, lavora in un pub ed è nato a Roma, dove vive con il padre pensionato e il fratello minore che lo mantengono.

Fragasso è un regista con una storia e una filmografia alle spalle complessa e contorta.
Partito nel migliore dei modi è finito qualche anno fa a dirigere commedie becere con Jerry Calà e soci. Finalmente messi insieme un pò di quattrini, pochi e si vede, filma un film duro e compatto.
Una sorta di punto di vista sui fanatici fascisti a Roma in una periferia marcia vissuta dalle minoranze e teatro di stati di emarginazione e continui scontri tra etnie.
Un film che però prende subito le distanze da un film reazionario, puntando il dito sulle scelte e le conseguenze di due piccoli delinquenti accomunati dalla frustrazione per una vita avara di soddisfazioni che faranno un vero e proprio viaggio all'inferno tra combattimenti clandestini tra rom, per finire nel finale, nelle gabbie in uno scenario molto pericoloso.
La loro, come quella dei cittadini della periferia e delle fasce deboli, è una lotta contro un nemico invisibile dove a dettare legge sono i risultati di una ideologia post contemporanea quanto mai confusa che sfocia sempre in una guerra tra poveri.
Un film per alcuni aspetti amatoriale senza nessun volto noto, con delle facce da schiaffi e i risultati sono abbastanza imparziali. Sicuramente si nota fin da subito la capacità di coinvolgere diverse maestranze, fare un buon lavoro con centinaia di comparse (l'attacco alle case popolari finali dove si nascondono gli extracomunitari criminali quando la realtà è ben altra).
Fragasso cerca di inquadrare un fatto sociale, un dramma cittadino complesso, senza risparmiare critiche da tutti i lati (forze dell'ordine e case dei fasci) mettendo i giudizi e le scelte in mano a due teste calde che sanno solo picchiare uniti da un legame insondabile.
Un film discontinuo, imperfetto, con tanti errori tecnici, ma alla fine mettendo da parte i moralismi non è affatto male se si pensa al resto degli indie low budget italiani provenienti dalla capitale.



Escape Plan 3


Titolo: Escape Plan 3
Regia: John Herzfeld
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La figlia di un magnate di Hong Kong viene rapita e Ray Breslin, incaricato di salvarla, riceve una minaccia da Lester Clark jr., figlio del precedente socio in affari di Ray, che gli promette vendetta. Ray riceve anche l'aiuto di due esperti di sicurezza di Hong Kong, ossia Bao Yung che si sente in colpa per non essere riuscito a salvare la donna, e il misterioso Shen Lo, formidabile artista marziale che ha un interesse molto personale verso la vittima del rapimento. Ray poco dopo è a sua volta colpito negli affetti da Lester e così, insieme al sodale e massiccio Trent DeRosa, è deciso più che mai a portare a termine la missione.

Escape Plan 3 chiude una brutta trilogia, inutile più che mai dal momento che copia e riprende stilemi di altri brutti film che non possono nemmeno essere considerati prison movie.
Arti marziali, cinesi fortissimi, Bautista, Stallone in difficoltà e la prigione del diavolo, questa volta nei paesi dell'est, vicino Tallin tra l'altro, una capitale bellissima e piena di gente interessante.
Il villain è il figlio di un vecchio cattivo che si vendica, c'è un cinese miliardario a cui hanno rapito la figlia e la squadra come dicevo è composta da 4 elementi di cui due cinesi che non fanno però una bella figura dal momento che sono i mercenari a dover fare il figurone.
Escape Plan 3 poteva almeno regalare qualche interessante scena d'azione, ma purtroppo sembra scritto da un celebroleso che ha cercato di fare meno schifo del secondo capitolo, ma di fatto rimane un prodotto inutile, stupido, vagamente reazionario e con un corollario di scene che sembrano montate malissimo senza continuità.
Herzfeld aveva dimostrato se non altro di saperci fare come mestierante. Qui tra location fasulle, scenografie da denuncia, combattimenti pacchiani, recitazione ai minimi storici e una storia noiosa, sembra aver fatto peggio di quanto ci si potesse aspettare. Fortuna che è finita!