mercoledì 20 ottobre 2021

Happy new year Colin Burstead


Titolo: Happy new year Colin Burstead
Regia: Ben Weathley
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Colin Burstead noleggia un maniero d'epoca, di proprietà di un nobile ormai squattrinato, per riunire lì tutta la famiglia e festeggiare l'anno nuovo. Ma la sorella Gini invita David, fratello di Colin messo al bando per le sue malefatte, e le cose si complicano irreparabilmente.
 
Weathley è stato fin dal suo esordio uno dei miei registi contemporanei preferiti con la missione di spiazzarmi completamente con ogni scelta e genere o sotto-genere. E qui con un film che aspettavo da tempo ma che per ragioni balorde mi ha fatto aspettare del tempo per trovare i sottotitoli, arriva finalmente questa perla tutta narrata all'interno di un maniero rappresentando in chiave grottesca la formula di rinchiudere i suoi personaggi in uno spazio limitato per lasciare agire solo i dialoghi, le parole e i sentimenti, nel bene e soprattutto nel male.
Una famiglia allargata, una festa di Capodanno per motivi che come sempre il regista non intende giustificare o lo fa solo in parte (una delle particolarità dei suoi film) numerosi personaggi è un ribaltamento tra quello che dicono e come si comportano lasciando spesso spiazzati nelle scelte, nei tempi e nei modi, nei dialoghi, nelle azioni, e nel sapere infine che invitare alcune persone può diventare una miccia che sicuramente farà esplodere tutti i non detti.
Weathley è famoso per passare da progetti ambiziosi a film tascabili girati con una piccola troupe e con telecamera a mano come lascerà intendere nel bellissimo e commovente ballo finale dove la troupe e Weathley stesso compariranno a fianco degli attori.
E così con un ritmo sempre più serrato, una galleria intensa di personaggi dove alcuni si vedranno solo in alcune scene per poi scomparire o altre invece appariranno solo nel finale, lo spirito puramente british dell'autore non si smentisce nemmeno questa volta con un film sulla famiglia, sui valori che riprende in parte quella tematica iniziata con DOWN TERRACE e che riprende qui in un dramma da camera con cinismo e un umorismo nero tra i vari confronti verbali tra i personaggi.
Un finale poi dove tutto viene ribaltato con l'uscita di scena di Colin e David che invece da pecora nera viene quasi portato in trionfo. Una sola domanda, ma il bambino?


Midnight Mass


Titolo: Midnight Mass
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2021
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 7
Giudizio: 4/5

Patrick's Church per sostituire momentaneamente l'anziano Monsignor Pruitt. Quando eventi strani e apparentemente miracolosi iniziano ad accadere, la comunità di Crockett Island è travolta da un rinnovato fervore religioso. Ma non passa molto tempo prima che si chiedano quale sarà il prezzo da pagare.
 
A quanti questa favolosa mini serie ha ricordato LE NOTTI DI SALEM. Abbastanza direi anche se qui tutto nasce da un'idea originale e lo sviluppo è quanto di più diverso. Flanagan non ha bisogno di presentazioni. Un autore unico che piano piano senza mai montarsi la testa ha cominciato nei suoi film a creare una sorta di world building, costruendo come un amanuense con piccoli mattoncini quella che possiamo ad ora definire una fortezza. Midnight Mass è il progetto più ambizioso, personale, un'epopea maledetta che rischiava di saltare per varie questioni che conosciamo bene. Però la fatalità ha voluto che Mike ci concedesse questa storia brillante e originale, una rappresentazione di come l'uomo voglia da sempre rispondere e risolvere una delle paure più grandi ovvero «Cosa accade quando moriamo e come possiamo evitare che tutto finisca?»
Il risultato è un abile e mai banale lavoro di scrittura che non vuole come molti di solito fanno, buttare fango sulla fede così giusto per rigettare nel calderone la religione come un sistema simbolico organizzatore di senso ma porsi domande a cui nemmeno un prete come padre Paul riesce a capacitarsi e infine a rispondere. Solo nel finale in una rivelazione brillante riuscirà a mettere in dubbio i suoi stessi principi andando contro tutto quello che stava creando all'interno del villaggio.
C'è tanto materiale e tanti temi che vengono esaminati nella mini serie. Folk horror, isolamento psicologico, sacro e profano, indottrinamento delle masse, una delle più belle storie d'amore degli ultimi anni (Erin e Riley due personaggi che non potranno essere dimenticati), fede e miracoli, e così tante altre cose quasi impossibili da elencare e per finire uno dei climax che non vedevo da tempo in una mini serie qualcosa in grado di far riflettere sull'utilizzo di alcuni mostri e i loro intenti, un finale apocalittico e fiammeggiante nell'ultima messa di mezzanotte. La bravura e uno degli elementi innegabili di Flanagan è il suo essere classico prendendosi i suoi tempi dilatandoli ( a volte in qualche monologo pure in modo eccessivo ma senza fargliene una colpa) senza avere mai quella fretta o quella brama di aggiungere stonature nei suoi progetti. Questa sontuosa opera "religiosa" come la Bibbia e i salmi ne sono testimoni, sembra vedere la filmografia dell'autore in una crescita costante, un riuscire a non sbagliare mai nessun progetto anche quelli ambiziosi e scomodi come poteva essere DOCTOR SLEEP riuscendo invece a trasformarlo in una piccola magia.



Titane


Titolo: Titane
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2021
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Alexia ha una placca di titanio conficcata nel cranio a causa di un incidente passato. Ballerina in un 'salone di automobili', le sue performance erotiche la rendono preda facile degli uomini, che l'approcciano senza mezze misure. Ma Alexia uccide con un fermaglio chi si avvicina troppo e colleziona omicidi che la costringono a fuggire e ad assumere l'identità di un ragazzo, Adrien, il figlio scomparso dieci anni prima di un comandante dei pompieri. Lei è una macchina programmata per uccidere che cerca un rifugio, lui una divisa programmata per salvare vite che ha disperatamente bisogno di prenderla per qualcun'altro. Tutto li separa ma poi qualcosa improvvisamente li unisce per sempre.
 
In Titane un auto mette incinta la protagonista. Al suo secondo film Ducournau dimostra coraggio, continuando a provocare in maniera ancora più netta, giocando con i generi, prendendosi incredibilmente sul serio per poi entrare a gamba tesa facendo molto male e questo ci piace assai. Vuole dare fastidio e ci riesce benissimo. Titane che abbia vinto o no la palma d'oro non credo sia questo il punto per un film che ormai non ha più nessuna barriera o confine precipitando in un vortice mostruoso e trasformandosi continuamente. Horror ma soprattutto body horror, influenze di tanto cinema, una specie di nuovo exploitation nel new horror francese estremo che ha saputo rinforzarsi e dare tra i maggiori contributi negli ultimi anni. Qualcuno mentre uscivo dalla sala lo ha definito il nuovo Blade Runner per le derive che senza stare a spoilerare cambiano così di netto una società ormai alla deriva dove il cambiamento e la trasformazione del corpo segnano un passaggio importante senza sapere fino a cosa veramente vogliamo osare e sperimentare. Sospendendo ogni forma di coerenza nella narrazione, rifiutando l'armonia e le traiettorie convenzionali, Alexia nel suo girotondo infernale e assai grottesco arriva a uccidere senza esitazione (la scena nella villa è veramente assurda a tratti quasi comica) a ribellarsi, mordere, rendersi inizialmente una dea e poi un abominio, esibendo una fisicità ostentata senza pudori, in un film molto legato al concetto di famiglia, di creare legami, immergendo "padre" e "figlio/a" in un bagno di violenza malsano e allo stesso tempo romantico e rivelatore di certi aspetti dell’interiorità umana che altrimenti resterebbero nascosti.


Star Wars-Visions


Titolo: Star Wars-Visions
Regia: AA,VV
Anno: 2021
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 9
Giudizio: 4/5

Ancora una volta la mitologia di Star Wars viene assorbita e rielaborata dagli orientali con un risultato magnifico che conferma la visionarietà e la possibilità di creare un progetto ambizioso senza dover rispettare nessuna dicitura ma avendo in tutto e per tutto carta bianca.
Si inizia nel modo forse migliore, con una qualità grafica e uno stile tra i più alti nell'animazione mondiale e il risultato è pazzesco e furibondo come la citazione di quel mostro assoluto di nome Kurosawa, tra i primi a suggerire inconsciamente a Lucas il suo word building.
IL DUELLO è questo, animazione stilizzata a dovere, cura delle inquadrature e la forza di un bianco e nero squarciato da alcuni inserti di colore, come il rosso delle spade laser. Poesia animata. RAPSODIA SU TATOOINE concede un rallentamento prendendosi molto meno sul serio e regalando una versione meno matura e adulta, ma non per questo banale di quanto possa essere importante la musica. Un divertissement che gioca con ironia anche con i personaggi del mondo di Star Wars lasciando un finale aperto.
I GEMELLI è il delirio puro per gli autori di PROMARE, una battaglia che non risparmia nulla sul piano visivo: colorata, frenetica, più concentrata sulla messa in scena di sequenze di grande impatto con un ritmo esagerato e furibondo forse troppo veloce e disorientante ma di sicuro impatto e con fascino da vendere.
LA SPOSA DEL VILLAGGIO ha qualche richiamo sull'influenza della natura, un tema ambientale, l'impatto con spade laser fuse con le katane, un 2d curato al punto giusto e una narrazione che non fa una piega, rallentando il ritmo dell'episodio visto prima e garantendo una storia a tratti commovente.
IL NONO JEDI è un altro esempio pazzesco, anche qui con alcuni richiami come per NAUSICAA e LAPUTA, con una storia di tradimento e vendetta, uno scontro finale memorabile per l'episodio con il miglior colpo di scena.
T0-B1 è forse il più morbido degli episodi senza tanta violenza e crudeltà, ma mostrando un bambino cibernetico che sogna di diventare Jedi.
IL VECCHIO riporta di nuovo ad una narrazione più classica prendendosi i suoi tempi, facendoci conoscere maestro Jedi e il suo Padawan e arrivando fin sulle montagne per combattere un nemico fortissimo. Anche qui ci sono echi e rimandi a Kurosawa su tutti ma anche di nuovo si trasformano e rielaborano usi e costumi creando un sodalizio graficamente eccellente.
LOP & OCHO è un altro episodio da lacrimuccia, emotivamente uno dei più forti e con una storia davvero interessante e drammatico, forse quella che meno aderisce al word building di Star Wars per abbracciare più l'anime e il concetto di ribellione, famiglia, scegliendo una volta per tutte da che parte stare.
AKAKIRI è forse il più cupo, con un'altra storia straziante dove anche qui la rivalità all'interno della famiglia è il fulcro che genera ogni cosa. La lotta contro l’accettazione di un destino predeterminato e l’incapacità di giudizio dettata dall’intensità delle emozioni lasciando spazio ad un climax finale potentissimo.



Shang-Ci e la leggenda dei dieci anelli


Titolo: Shang-Ci e la leggenda dei dieci anelli
Regia: Destin Daniel Cretton
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sean e Katy sono amici e colleghi a San Francisco dove, nonostante ottimi risultati negli studi, lavorano come parcheggiatori in un lussuoso hotel. Sebbene la famiglia e gli amici di Katy cerchino di spingerla verso altre professioni, la ragazza preferisce un'esistenza semplice con serate insieme a Sean al Karaoke. Quando una banda di energumeni aggredisce Sean su un autobus per rubargli un amuleto di giada, lui è costretto a dimostrare le proprie straordinarie capacità nelle arti marziali. Svela quindi a Katy la sua vera identità: è Shang-Chi, cresciuto come assassino da suo padre, l'immortale Wenwu a capo dell'organizzazione criminale dei dieci anelli. Per salvare la sorella Xialing dagli sgherri del padre, parte per Macao insieme a Katy: sarà l'inizio di una incredibile avventura.
 
Shang-Ci era un personaggio che proprio non conoscevo, pensavo fosse una specie di parente di Iron Fist ma mi sbagliavo. Ciò detto al cinema avevo qualche dubbio nel non sapere che cosa aspettarmi visto che la Marvel spesso è un piano della bilancia che propende per progetti molto simili tra di loro. Invece qui l'effetto paradossalmente è tra i migliori degli ultimi anni con due atti netti, il primo realistico tra San Francisco e Macao e il secondo del tutto fantasy in un mondo sconosciuto dominato da creature leggendarie, draghi e mostri giganteschi. Insomma il top dell'esagerazione per un film d'avventura in grado come sempre di mettere tutti d'accordo sul target, regalandoci la perla sui titoli di coda di quanto siano antichi gli anelli anche rispetto alle gemme e poi un film con tantissima azione, qualche scorcio di epicità presa dai film wuxiapian (wushu contro tai-chi), la filosofia taoista, il bene contro il male, l'eroe che deve salvare il mondo ma con in aggiunta tanta ironia a volte quasi esagerata come capita per quasi tutte le battute di Katy.
La parte a Macao con il palazzo dei combattimenti clandestini è pura goduria così come l'aver saputo mettere insieme tematiche orientali, un protagonista sconosciuto, Tony Leung che sembra tornato un ragazzino e molto altro ancora per più di due ore che scorrono velocissime.


Shift


Titolo: Shift
Regia: Alessandro Tonda
Anno: 2020
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Bruxelles. In un liceo due studenti di origine araba sparano sui loro compagni al grido di Allah Akbar e uno dei due si fa esplodere, lanciando chiodi e viti da una cintura carica di detonanti. Adamo, immigrato italiano in Belgio, e Isabelle, madre belga di un ragazzo per metà tunisino, guidano una delle ambulanze che arriva sul luogo della tragedia e caricano uno dei ragazzi feriti. Ma il ragazzo, Eden rinominato Hicham dalla jihad, è il complice dell'attentatore, e ha addosso un'altra cintura esplosiva. Da quel momento Adam e Isabelle attraverseranno la città senza sapere se usciranno vivi dalla loro ambulanza
 
Shift per il cinema italiano è un progetto ambizioso e coraggioso. Gli attentati nelle scuole ad opera di giovani estremisti e fanatici religiosi non sono materia nuova per il cinema ma per il nostro paese, anche se ambientato a Bruxelles, direi proprio di sì. Fin dall'inizio il cinema di Tonda (giovane regista e speriamo promessa) si fa notare per uno stile e un ritmo decisamente incalzante, si vede la sua gavetta per le più importanti serie tv italiane di genere, e praticamente fatta eccezione per l'indagine della polizia e i parenti del giovane terrorista, tutto è ambientato in un'ambulanza con due infermieri e il ragazzo che minaccia di farsi esplodere. Il film ha dalla sua un primo atto davvero sviluppato quasi alla perfezione con la scena dentro la scuola suggestiva quanto macabra dove vediamo ragazzi fatti a pezzi e uccisi con armi da fuoco.
Thriller, poliziesco, azione, temi sociali come quelli legati alla famiglia di Eden che non sa affatto cosa abbia deciso di abbracciare il figlio e come sia stato ribattezzato per diventare una nuova cellula. Infine la corsa contro il tempo e le diseguaglianze sociali fra l'immigrazione araba nel nord Europa e la mancanza di integrazione di una comunità confinata nei quartieri disagiati e afflitta dalla disoccupazione. Senza nessun eccesso di spettacolarizzare niente e nulla, il film rimane molto umile dimostrando una voglia di esplorare i generi e affrontare un certo cinema seminale che in Italia fatta eccezione per qualche raro esempio, praticamente non esiste.


Kate


Titolo: Kate
Regia: Cedric Nicolas-Troyan
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Meticolosa e straordinariamente abile, Kate è l’esemplare perfetto di killer a pagamento finemente preparato all’apice della forma. Ma quando – insolitamente – fa saltare un importante incarico contro un alto membro della Yakuza a Tokyo, la ragazza scopre rapidamente di essere stata avvelenata, un’esecuzione brutalmente lenta che le dà meno di 24 ore per vendicarsi dei suoi assassini. Mentre il suo corpo si deteriora rapidamente, Kate forma però un legame improbabile con la figlia adolescente di una delle sue vittime passate.
 
Kate come tutti i suoi omonimi (ormai cominciano ad essere davvero molti) è un action thriller rated r adrenalinico e incessante nel suo ritmo a tratti lisergico. Una formula già sperimentata e adottata ma che qui mutando continuamente riesce ad essere un esempio di film d'intrattenimento con delle ottime scene corpo a corpo, sparatorie e acrobazie che la nostra metterà in atto senza indugiare mai e trovando ad un tratto l'alleata inaspettata. Qui i nemici sono nipponici, questa task force speciale guidata da Harrelson non dice praticamente nulla rivelando una pochezza in termini di sceneggiatura e di storia davvero riprovevole. Eppure nel suo essere instancabile, sanguinolento, implacabile, Kate pur essendo un progetto derivativo coglie l'obbiettivo cioè quello di annientare praticamente tutto e tutti nella sua durata. La femme fatale spietata e letale continua nella sua filmografia di questo quasi sotto-genere avendo a che fare con latinos, russi, kgb, giapponesi e quanto altro si inventeranno nella speranza almeno di avere qualcosa di più interessante a livello narrativo.

Fratelli di sangue


Titolo: Fratelli di sangue
Regia: Jeremie Guez
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Peter e Michael, cresciuti nelle strade di Philadelphia, sono figli di membri della mafia irlandese, legati per sempre dai crimini dei loro padri. 30 anni dop, Michael gestisce ora l'organizzazione criminale e brama più potere ma le sue buffonate pericolose sono spesso tenute sotto controllo dal cauto cugino. Ossessionato dalla morte di sua sorella, la cui scomparsa ha distrutto entrambi i suoi genitori, Peter è intrappolato tra i sogni dell'infanzia e la realtà della sua vita da giustiziere. Il suo unico rifugio è una palestra di boxe locale, un santuario che viene rapidamente minacciato quando il desiderio di controllo di Michael si intensifica.
 
Sottolineo la mia venerazione per Matthias Schoenaerts, un attore ancora tenuto abbastanza in disparte visto il suo potenziale utilizzato spesso per crime-movie o buddy-movie riuscendo sempre a dare carica e spessore a personaggi mai semplici e molto tormentati.
Fratelli di sangue è un film da cui mi aspettavo molto e che purtroppo non è riuscito a meritarsi il rispetto dovuto o la fiducia corrisposta. Una trama troppo lineare con un climax finale furibondo che lascia basiti per quanto avvenga da un momento all'altro di una violenza incredibile.
I legami di sangue quelli familiari sono sempre i peggiori quando vengono incrinati a causa di sodalizi mafiosi e azioni nefaste tra una banda e un'altra. Mafia italiana, raggiri, il concetto di onore, tradimenti e omicidi mai risolti portano a questo nefasto esito dove Peter avrà un ruolo cruciale nel tamponare gli incidenti di percorso del cugino e risolvere una questione delicatissima trasgredendo uno dei principi basilari di ogni famiglia.

domenica 17 ottobre 2021

Angel Heart


Titolo: Angel Heart
Regia: Alan Parker
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

New York, 1955. Harold Angel è uno scalcinato investigatore privato. Un inquietante personaggio gli commissiona un'indagine molto particolare: scoprire se Johnny Favourite, cantante ricoverato anni prima in ospedale e sofferente di una grave amnesia, sia vivo o morto.
 
Differenze tra romanzo e pellicola. Devo dire che nel lavoro di riscrittura sono stati apportati alcuni cambiamenti notevoli di cui il film ha beneficiato. Prima di tutto gli incubi che qui appaiono numerosi con una continuità che ad esempio non finisce con un risveglio ma sembra quasi uno stato o un flusso di coscienza. In questo caso l'apporto dell'ascensore è funzionale oltre che rendere perfettamente tetra e orrorifica la discesa all'inferno che trova l'epilogo nei titoli di coda.
Nel libro manca questo elemento. In più Louis Cyphre nel finale appare con gli occhi indemoniati come anche il bambino (che non è presente nel libro) come ha segnare e sottolineare l'aspetto diabolico ed esoterico su cui il film scandisce e dipana la narrazione. Infine la scena di sesso con Epiphany che sebbene fosse molto spinta non aveva come sottofondo nel libro le cascate di sangue. Questi a mio modo di vedere sono stati elementi che hanno avuto una resa a livello d'immagine cruda e intensa.
Il libro dalla sua caratterizza molto di più alcuni personaggi mostrandone la loro indole malvagia, mostrando altri componenti che suonavano con Favourite, il negozio dove lavora Epiphany e molto altro ancora, raccogliendo meno marciume come invece nella pellicola avviene contando che Angel fuma continuamente e sembra avere un debole per le location tetre e sporche. Da vedere e da leggere soprattutto il romanzo di Hjortsberg con un commento di King "Non ho mai letto niente che possa anche lontanamente assomigliare a questa storia" dove appunto vudù, sete di potere, horror soprannaturale, menzogne, noir, hard boiled, thriller, erotico, viaggio interiore, memoria frammentata, inquietante e onirico, sono tutte componenti assemblate ad hoc in un libro cult.


Dune (2021)


Titolo: Dune (2021)
Regia: Denis Villeneuve
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel sistema feudale che domina l'universo nel futuro il potere è nelle mani di un imperatore sotto il quale lottano tra di loro delle importanti casate. Sul desertico pianeta Arrakis si trova la Spezia, sostanza preziosa per una varietà di motivi. Alla casata Atreides e al suo capo, il Duca Leto viene affidato il controllo del pianeta ma in realtà si sta approntando una congiura per eliminarlo. Leto ha però un figlio, Paul, il quale è dotato di particolari poteri che sta sviluppando con l'aiuto di sua madre Lady Jessica. Anche lui finisce quindi con il diventare un ostacolo da abbattere.

Ci sono alcune opere che fin dalle prime inquadrature ci fanno comprendere l'autorialità e quanto si possa essere affezionati ad un progetto. Al di là della riuscita e dell'ambizione, resta il dovere personale di portare a termine un sogno nel cassetto. E'così per il cinema è successo innumerevoli volte, spesso portando la stessa opera ad essere analizzata da registi diversi con uno sguardo e una politica d'autore a volte completamente diversa l'una dall'altra.
Per Dune è un pò così, un film che cerca di raccontare i fatti seguendoli di pari passo per come vengono raccontati nel romanzo di Frank Herbert. Un film con pochi e misurati dialoghi, tanto pathos e ancora una volta come per BLADE RUNNER 2049, il paesaggio che si concretizza raccontandosi da sè senza bisogno di parole ma di sguardi e atmosfere.
Con un cast perfettamente adeguato dove ognuno riesce a dare il meglio di sè, Dune è il continuum della visionarietà di Villeneuve che dopo essersi cimentato con diversi generi sembra abbracciare sempre di più la sci fi. In più la sua messa in scena e le scelte in generale sono spesso complesse nonchè ambiziose e del tutto anti commerciali preferendo tempi dilatati, tematiche adulte e scomode, assenza totale di ironia e una scelta peculiare come in questo caso di evitare tutte le lingue utilizzate nel romanzo per mantenere un solo idioma.
Dune vince in modo clamoroso per come propone profonde riflessioni sulla natura dell'esperienza umana e del nostro futuro come specie abbattendo le barriere tra corpo e tecnologia, l'idea di una sostanza che trasforma i nostri cervelli in computer sovraumani e poi la crisi climatica, lo sfruttamento delle sue risorse limitate e le potenti caste. Tutti elementi rafforzati in questa narrazione e messa in scena dove infine la Spezia non è altro che la magia, una tecnologia avanzata la quale permette all'uomo e alla stessa esistenza di migliorarsi



Bac Nord


Titolo: Bac Nord
Regia: Cedric Jimenez
Anno: 2020
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

A Marsiglia i poliziotti della BAC (brigades anti-criminalité) hanno perso il controllo di un intero quartiere dei sobborghi. Quando dall'alto si pretende una retata che dimostri l'efficacia della polizia, un terzetto di agenti si ritrova costretto a collaborare con un informatore che chiede in cambio delle sue dritte una grossa quantità di droghe leggere. Il superiore gli dice di procedere, ma allo stesso tempo gli dice anche di non poter formalizzare questa attività e gli agenti si trovano così ad affrontare una difficile impresa senza rete...
 
Anche se inferiore a LES MISERABLES per una critica e una politica meno complessa e più superficiale, il film di Jimenez (regista altalenante) è un buddy movie, un poliziesco esplosivo in grado di intrattenere, far riflettere, mostrare le modalità delle lotte tra polizia e banlieu e tutto il resto che ormai abbiamo avuto modo di vedere in un genere sempre più in auge e in grado di far riflettere sui cambiamenti in atto e sulle nuove tendenze e lotte criminali.
Un film iperattivo che non si ferma praticamente mai mandando alla deriva un trio di poliziotti così diversi ma uniti dalla causa e dal proteggersi contro tutto e tutti. Da questo punto di vista l'evento di cronaca da cui nasce il film ha una spaccatura esemplare nel non restituire la vera drammatica realtà delle cose, senza mostrare poliziotti corrotti ma che hanno usato la droga per arrivare a fermare il carico esplosivo che gli vedrà protagonisti nel bene. Questo cambiamento può far riflettere sulla natura del cinema che non sempre deve adattare per forza i fatti per come sono andati, ma anzichè definirlo un film destroide come qualche giornalista ha fatto, qui i poliziotti in parte sono colpevoli così come le istituzioni, i criminali e i superiori dei poliziotti che anzichè difenderli gli mettono nelle fauci dei media e degli organi specializzati per interrogarli e renderli colpevoli

Malignant


Titolo: Malignant
Regia: James Wan
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Madison è incinta ed è preoccupata: ha già avuto altre interruzioni della gravidanza non per sua scelta. Con il marito Derek i rapporti sono tesi e in un alterco Madison viene picchiata. Nel corso della notte Derek viene ucciso brutalmente da un assassino misterioso. Il detective Shaw della polizia investiga assieme a una collega. Un altro brutale omicidio, quello di un'anziana dottoressa, sembra essere collegato a quello di Derek. Madison percepisce un rapporto tra lei e l'omicida: addirittura "vede" i delitti. Indirizza perciò la polizia sul luogo di un terzo delitto. Madison sente che il colpevole è Gabriel, quello che da bambina sembrava essere il suo amico immaginario. Madison spiega all'ignara sorella Sidney d'essere stata adottata all'età di otto anni e ora qualcosa di oscuro e micidiale sembra emergere dal suo passato.
 
Maledetto James Wan. Una scheggia impazzita di Hollywood. Il mestierante dell'horror commerciale che riesce sempre a dare quel qualcosa in più rispetto ai simili, agli ibridi e ai colleghi che forse come lui non amano così visceralmente il genere.
Malignant è veramente qualcosa di inaspettato che non mi aspettavo da questo regista.
Disorienta per tutta la sua durata passando da un filone all'altro, cambiando registri, forma e maniera e arrivando a creare un'opera intensa costruita su più livelli intersecando sotto generi e riuscendo alla fine a sorprendere pur esagerando più del dovuto. Home invasion, possessioni, esperimenti di laboratorio, stragi senza senso (come quella in prigione ma ancor di più quella nella stazione di polizia), thriller, giallo neo gotico, body horror.
E'incredibile la quantità di sorgenti che Wan ha saputo far defluire in questo progetto per un cinema in grado di far paura, di creare un climax finale assurdo e infine di continuare a crescere fino a esplodere e poi implodere. Con messaggi e sotto testi politici e sociali come la violenza sulle donne che in questo caso diventa l'incidente scatenante in grado di provocare il caos, Malignant è assolutamente un vero gioiellino.

Fargo- Prima stagione


Titolo: Fargo- Prima stagione
Regia: AA,VV
Anno: 2014
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La prima stagione di Fargo è ambientata nell'inverno del 2006 tra le cittadine di Bemidji e Duluth (Minnesota). Questi due luoghi sono stati segnati dall'arrivo del violento delinquente Lorne Malvo, che durante un casuale incontro a Bemidji trascina in un piano criminale un sempliciotto assicuratore senza successo, Lester Nygaard. Ad indagare sugli intricati avvenimenti è la giovane e intraprendente agente di polizia Molly Solverson
 
Per qualche strano motivo mi sono imbattutto tardi in questa serie figlia di un piccolo gioiello che aveva portato ai fasti il cinema autoriale dei Coen. Bisogna ammettere che questa serie ha la verve giusta per rimanere impressa in tempi ormai scanditi dalle serie tv. Nonostante tutto forse siamo sulle vette per quanto concerne storia, caratterizzazione dei personaggi e svolgimento nonchè epilogo, colpi di scena, incidenti scatenanti e tutto il resto.
Rimane fin dal primo gelido episodio, un'atmosfera imperniata di un umorismo macabro, nero e grottesco, politicamente scorretto e originale, spiazzante e ambiguo, un cinema dove tutto è il contrario di ciò che sembra intarsiato infine da ellissi e sottrazioni. Con una galleria di attori straordinaria contando tutti i co protagonisti, tutto riesce di fatto ad asservire due protagonisti che sembrano scambiarsi continuamente di ruolo. In tutto questo ognuno di loro non viene mai deresponsabilizzato ma i comportamenti e il bene o il male che compiono viene sempre da loro stessi subendo le conseguenze delle proprie azioni in modo arbitrario senza provare quasi mai a sfuggirvi. Da un lato Lester un personaggio pavido e bistrattato che viene a contatto, quasi per pura casualità, con qualcosa di più grande di lui, e cerca per tutta la durata della storia di evitare le conseguenze dei suoi gesti. E quasi la fa franca. Dall'altro Malvo il puro male, un deus ex machina che non ha paura di niente e nessuno in grado di seminare e provocare caos e distruzione nel mondo anche con chi apparentemente non c'entra nulla con lui, per poi vedere come gli uomini rispondano alle sue azioni.



Fargo-Seconda stagione


Titolo: Fargo-Seconda stagione
Regia: Noah Hawley
Anno: 2015
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

Minnesota, 1979. Il giovane agente Lou Solverson, reduce dal Vietnam, torna a Luverne e indaga su un caso che coinvolge una gang criminale e una grande associazione mafiosa. Contemporaneamente cercherà di proteggere il candidato repubblicano alla presidenza Usa quando la sua campagna elettorale farà tappa nella malfamata cittadina di Fargo.

Incredibile come la seconda stagione riesca ad essere così distante dalla prima per trama e personaggi ma allo stesso tempo così efficace nel riproporre quegli schemi ed elementi fedeli e incisi nella prima stagione. Ne esce fuori un perfetto simbiota in termini di intenti con una messa in scena e una trama imbastita in maniera eccellente e creando un'altra spessissima atmosfera ricca di colpi di scena e momenti indimenticabili. Perchè qui se vogliamo proprio dirlo si allargano i confini vengono inserite famiglie criminali, gruppi di bifolchi, redneck e così via. Anche qui l'incidente scatenante è quanto mai grottesco prendendo di nuovo il concetto che a persone normalissime possano succedere eventi più grandi di loro in grado di trasformarli in qualcosa che non credevano possibile come per il macellaio e sua moglie. Dall'altro l'inforcata di criminali e gregari è fantastica con tutte le loro regole e il ranch dove alla polizia non è permesso avere legge ma devono sottostare al codice criminale. Per tutta la durata della serie succederanno eventi bizzarri e imprevisti come vere e proprie calamità, come sempre tutto spiazzerà senza lasciare lo spazio per decifrare le efferatezze e i colpi di scena davvero esplosivi e dotati di una loro "coscienza determinante".
Cambia il copione ma “questa è una storia vera. Gli eventi descritti hanno avuto luogo in Minnesota nel 1979. Su richiesta dei sopravvissuti, i nomi sono stati cambiati. Nel rispetto dei morti, il resto è stato narrato esattamente come è avvenuto”.
Anche gli episodi della seconda stagione di Fargo si aprono con questa introduzione. I più attenti avranno notato, anche senza avvertenze ulteriori, che rispetto alla prima stagione l’unica differenza è nell’ambientazione temporale: se la prima stagione si sviluppava nel 2006, Fargo 2 fa un tuffo nel 1979.
Una serie antologica, ma non troppo, dal momento che sono diversi i contatti tra le prime due stagioni entrambi relativi alla famiglia Solverson: ritroviamo Molly, protagonista della prima stagione che ora è solo una bambina marginale alla storia e poi Lou, padre di Molly che in Fargo 1 è in pensione dal suo vecchio lavoro di poliziotto e gestisce un umile bar, ma nel 1979 è al centro di una delicatissima indagine che parte da una serie di omicidi.

Casa dei 1000 corpi


Titolo: Casa dei 1000 corpi
Regia: Rob Zombie
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di ragazzi attraversa la provincia americana in auto alla ricerca di luoghi e personaggi bizzarri da inserire in una "guida turistica" delle stranezze. Alla stazione di servizio del Capitan Spaulding, con museo degli orrori annesso, vengono a conoscenza del Dottor Satana, leggendario assassino del luogo. Incuriositi si mettono sulle sue tracce, ma restano bloccati in una casa i cui tenutari sono tutti maniaci assassini, ognuno a modo suo. E il Dottor Satana, è davvero morto come dicono?
 
Zombie al suo esordio. Bisogna ammettere che l'ex leader dei White Zombie e musicista storico ha sempre avuto una propensione per il cinema scandita dai videoclip e dai fumetti porno zombeschi.
Qui di fatto fa quello che gli pare con effetti attempati, un clima generale malsano e di serie b, omaggi a gogò, un patchwork di z-movies, tv da due soldi, rock'n'roll e icone cannibali, un cocktail adrenalinico con personaggi fuori dagli schemi.
Contando che la trama e gli attori sono pedine poco importanti, ciò che si denota fin da subito e una scenografia molto curata, un sound designer a palla e curato minuziosamente, una musica che riesce sempre a risultare perfetta e una crudeltà esclusiva del regista che avremo modo di conoscere in tutta la sua notevole filmografia. Per essere un'opera prima è cruda e slasher al punto giusto, i canoni e gli stereotipi di genere non mancano così come il finale dove Zombie preferisce de facto distruggere ogni sorta di happy ending.

Tafanos


Titolo: Tafanos
Regia: Riccardo Paoletti
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

L'evasione di un serial killer e uno sciame di feroci tafani carnivori minacciano un rilassante weekend tra amici.
 
Tafanos è un curioso b movie indipendente italiano. Un horror eco vengeance low budget con diversi richiami al gruppetto di ragazzi da soli nella casa, ai vicini che preludono ad una minaccia incombente, ad un killer che alla fine serve solo come elemento aggiuntivo senza apportare nessun cambiamento e infine una mattanza finale abbastanza soddisfacente per quanto esuli dal prendersi mai sul serio. Infatti è forse questo l'elemento per cui il secondo lungometraggio di Paoletti non perde mai di tono e di ritmo con dialoghi sboccati, coppie di fatto, fattoni e il thc che serve come arma per tenere distanti i tafani assassini. Un'opera simpatica e goliardica che non aggiunge nulla di fatto e ha nella recitazione forse l'elemento più debole eppure diverte e si lascia vedere senza momenti morti ma con un ritmo che cerca sempre di aggiungere qualcosa.

Snake Eyes-G.I Joe le origini


Titolo: Snake Eyes-G.I Joe le origini
Regia: Robert Schwentke
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un bambino sfugge alla squadra di assassini che ha ucciso suo padre. Vent'anni dopo lo ritroviamo con il nome Snake Eyes in gabbie per combattimenti senza regole, dove sconfigge ogni avversario. Qui lo avvicina Kenta, un boss della yakuza, con un'offerta che non può rifiutare: scoprire la verità sugli assassini del padre. Lavorando per lui, Snake Eyes si avvicina a Thomas della famiglia Arashikage, a cui salva la vita. Ottiene così la possibilità di entrare nel clan... a patto che superi tre prove, l'ultima delle quali mortale. Nel mentre alza la testa anche l'organizzazione terroristica Cobra, in particolare la sua bella e letale Baronessa.
 
Premetto che la saga dei G.I. Joe mi ha sempre fatto pensare ad un progetto fallimentare a priori con esiti nefasti e un cast sprecatissimo per una saga che di fatto non ha mai avuto una trama decente. Per questo mi sono apprestato a vedere questo spin off senza di fatto aspettarmi nulla ma pensando di mettere a riposo il cervello dopo pellicole de facto molto più intense.
E così è stato. Eppure piacevolmente dal momento che il film di Schwentke (un mestierante con una filmografia abbastanza squallida) come sempre gode di un buon budget e almeno riesce a imbastire una storia di vendetta, clan, combattimenti interessanti, personaggi purtroppo stereotipati a tutti gli effetti, ma almeno in grado di avere una struttura e una continuità di trama con qualche piccolo colpo di scena e senza perdersi per strada come è capitato in tutte le altre pellicole. Dopo un pretesto assurdo che rischiava di far finire tutto a rotoli, almeno tra tradimenti, complotti e quant'altro, per essere un film commerciale, un blockbuster pieno di effetti speciali e ninja che saltano da una parte all'altra mi ha evitato sbadigli e di finire a scorrere la home page di Facebook.


Jiu Jitsu


Titolo: Jiu Jitsu
Regia: Dimitri Logothetis
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ogni sei anni, un antico ordine di combattenti jiu-jitsu unisce le forze per sconfiggere una feroce razza di invasori alieni

Apostoli del cinema del menare Jiu Jitsu si conferma l'ennesima occasione blanda sprecata per un film così confuso dove addirittura l'alieno si metterà le mani nei capelli. Ultimamente più che Cage è Jaa quello che non si accorge della demenza dei film a cui prende parte e MONSTER HUNTER tra le fesserie recenti ne è un ignobile riprova. Ma questo sembra andare ben oltre, non parlando affatto di arti marziali ma usando il nome come pretesto per una bolgia infernale dove questo essere sceglie accuratamente i tamarri più inflazionati sulla terra per un combattimento all'ultimo sangue.
Parlare di b movie e di trash non rende l'idea. Questo gruppo che mischia i GI Joe e gli Explendables sembra girare a vuoto tra battaglie, una sorta di iniziato con simboli e un clan che vuole riportarlo dalla sua dopo che questo ha perso la memoria. Un film che non si può solo definire confuso e dove i combattimenti, che dovevano essere il fiore all'occhiello, non sono nemmeno così interessanti e articolati. Un film davvero imbarazzante e mi spiace più che per Cage per Grillo a cui sinceramente mi sono just a little bit affezionato.

Free Guy


Titolo: Free Guy
Regia: Shawn Levy
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Guy è un cassiere di banca che vive felicemente a Free City, dove il mondo si divide fra due gruppi di individui: quelli con gli occhiali cui tutto è consentito, che si dedicano a rapinare, colpire, uccidere e incendiare, e quelli "che stanno a terra e le prendono". Guy appartiene alla seconda categoria, ma non sembra pesargli affatto. Ogni mattina si sveglia con un gran sorriso, saluta il suo pesce rosso e si avvia verso una giornata sempre uguale, convinto che sarà fantastica. Ma il suo mondo non è reale: è un videogioco inventato da un magnate tecnologico che ne ha rubato il codice a due giovani programmatori. E una dei due game creator entrerà a Free City attraverso il suo avatar per recuperare quel codice nascosto.
 
Free Guy nonostante abbia una repulsione a prescindere per Ryan Reynolds poteva davvero essere una magnifica sorpresa. Un film con un'idea tutt'altro che banale trattando sci fi, videogiochi ormai sempre più attuali e importanti come sistema simbolico organizzatore di senso per i giovani e non solo, di ritiro sociale, realtà vs sogno e molto altro ancora. Un film che se solo avesse trascurato parti esageratamente melense per buttarla più sul politicamente scorretto poteva diventare un istant cult, forse. Ma così ovviamente non è stato e la faccia da scemo di Reynolds non ha aiutato, la sua come molte altre, come quella del poliziotto di colore con cui lavora e molti altri personaggi detestabili senza contare un Taika Waititi senza mezze misure a rendere ancora più patetico il classico antagonista stereotipato. Manca davvero quel coraggio che in fondo uno come Levy con la sua parabola di cinema sempre altalenante in fondo poteva regalare. Perchè tanti elementi sono davvero interessanti, la società virtuale dove quasi tutti vivono all'interno del videogioco Free City, il personaggio nel videogioco che innamorandosi diventa un bug di sistema da stanare, l'impatto pubblico quando il bug non esercita le sue normali funzioni, l'impatto sui game creator e la loro responsabilità e molti altri aspetti davvero interessanti e convincenti, ma soprattutto nel secondo per non dire nel terribile e inqualificabile terzo atto, il film diventa una love story con salvataggio del mondo e molti altri clichè davvero scontati e imbarazzanti. Poteva essere il cugino di READY PLAYER ONE quando purtroppo ha mancato di brutto l'obbiettivo.


domenica 10 ottobre 2021

Green Knight

Titolo: Green Knight 
Regia: David Lowery 
Anno: 2020 
Paese: Usa 
Giudizio: 4/5

Il film, basato su un poema arturiano poco noto risalente al XIV secolo, racconta delle gesta del valoroso Sir Galvano che si imbarca nell'impresa di sfidare il Cavaliere Verde, misterioso gigante dalla pelle verdognola. Nel corso del suo cammino, l'eroe dovrà fronteggiare fantasmi, giganti, ladri e cospiratori. Un'esperienza in grado di forgiare il suo carattere, provando il suo valore agli occhi della famiglia e del regno.

E’ difficile non rimanere ipnotizzati dalla messa in scena dell’ultimo attesissimo film di Lowery. Un poema arturiano, un’epopea medievale, forse il migliore in circolazione, cupo con una fotografia potentissima in grado di mettere in risalto ogni minimo elemento, un budget sontuoso e un cast di tutto rispetto. Creature magiche ed elementali come il cavaliere verde mezzo uomo e mezzo albero ma anche i giganti, volpi parlanti, lord isolati nelle loro dimore e principesse che rivogliono una testa andata persa dando in cambio la loro mano. Con un tono surreale, numerosi silenzi, pochissima azione, Green Knight ad una prima visione può lasciare spiazzati e disorientati se ci si aspettano combattimenti epici. Di fatto è un viaggio dell’eroe della durata di un anno, più emotivo e mentale che fisico, slittando spesso verso una chiave onirica, il suo ritmo lento e le sue profonde riflessioni mai banali come le origini di Sir Gawain che sembra la metafora del mezzo sangue, di fatto un nipote di Artù ma figlio della strega Morgana. Un impuro che dovrà decidere se rispettare l'onore e il codice cavalleresco oppure scappare e aspettare conseguenze inattese o esiti nefasti.




Voyagers


Titolo: Voyagers
Regia: Neil Burger
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nel 2063, a fronte di un irreversibile riscaldamento globale, la scienza ha trovato il modo per portare l'umanità a colonizzare un nuovo pianeta. Il viaggio richiederà però alcune generazioni e così l'equipaggio sarà costituito di persone concepite in vitro, secondo un programma di eugenetica. I loro nipoti, la terza generazione, erediteranno il nuovo mondo. Sulla nave viaggia in più anche un uomo più maturo, Richard, cresciuto invece normalmente sulla Terra, con il compito di far loro da mentore. Ma quando i ragazzi scoprono che un farmaco li rende docili, e limita gli impulsi e il piacere, iniziano a ribellarsi...

La sci fi e le sue mille diramazioni. Il futuro distopico di Burger parte da un assunto sempre interessante dove ormai la terra è inabitabile sondando ed esplorando così nuovi pianeti. Insomma nulla di così anormale, anzi.
Il pianeta prescelto avrà bisogno di una prima perlustrazione dove si insedieranno i primi umani e da lì ogni 86 anni una nuova astronave potrà portare con sé un nuovo equipaggio per procreare e aumentare la specie. Un futuro, nascita e crescita all’interno di un’astronave, il concetto di un tempo non meglio precisato e dilatato, un pianeta da colonizzare senza conoscerlo, la selezione genetica, il libero arbitrio, il controllo delle menti e infine una riflessione sul concetto di sopravvivenza. Gli elementi sono tanti eppure il film dopo un piccolissimo intro è tutto all’interno dell’astronave dove vediamo il rapporto tra questi 30 bambini frutto di un programma di selezione genetica e il loro mentore Richard, interpretato da un ottimo Colin Farrell per un personaggio multi sfaccettato con un’etica e un intento personale notevole e sfuggente.
Proprio come in tutti i rituali quando viene a mancare il mentore e avviene un risveglio della coscienza iniziano i problemi. La droga per inibire i sensi (il liquido blu) non serve più e allora acquisite le capacità si esplorano gli orizzonti sessuali, gli istinti repressi e molto altro ancora.
Il primo atto del film è forse la parte più bella a discapito del secondo quando avviene la ribellione e il gruppo si divide con i conflitti che emergeranno, diventando una sorta di action con fucili alla mano interrogandosi di meno e abbracciando scelte didascaliche.

Witcher: Nightmare of the Wolf


Titolo: Witcher: Nightmare of the Wolf
Regia: Kwang Il Han
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sfuggito a una vita di stenti, Vesemir diventa witcher e uccide mostri per denaro e gloria, ma deve affrontare i demoni del passato per sconfiggere una nuova minaccia.

La storia è quella di Vesemir, il mentore di Geralt di Rivia da cui da poco è uscita la prima stagione.
Dunque approfondire l'universo dello strigo, espandere un mondo fantasy con tanti elementi, mostri, magie, complotti, sacrifici, esperimenti a danno di specie più deboli e soprattutto tradimenti è il cuore pulsante e l'intento principale.
Il target del film d'animazione in questione è sicuramente per adulti o per adolescenti arrembati i quali amano vedere stragi, sangue e creature che non si fanno scrupoli a divorare bambini o simili. Da questo punto di vista dunque risulta affascinante il mood tutt'altro che stereotipato, con scelte rispetto alla storia e alla drammaturgia interessanti e con alcuni colpi di scena inaspettati.
Un'epopea scellerata per un protagonista più che mai nel pieno dei suoi poteri e con una sfacciataggine tale da procurargli non pochi problemi con i superiori. Forse l'unico difetto rimane sul terzo atto con un tradimento troppo rapido della compagna in armi di Vesemir e alcuni approfondimenti che potevano aiutare di più la comprensione di alcuni sviluppi così come la strage finale dove tra mostri e witcher non si fa nessuno sconto e se visivamente lo scontro è cruento e coerente dall'altro sembra davvero troppo frettoloso.


Mortal


Titolo: Mortal
Regia: Andre Ovredal
Anno: 2020
Paese: Norvegia
Giudizio: 3/5

Una storia fantasy su un giovane, Eric, che scopre di possedere poteri divini basati sull'antica mitologia norvegese. Mentre si nasconde nella natura selvaggia della Norvegia occidentale, Eric uccide accidentalmente un adolescente in modo inspiegabile e viene braccato dalle autorità. In fuga, Eric scopre finalmente chi, o cosa, veramente è.

Ovredal è un regista di genere interessante con al suo attivo una manciata di film davvero niente male contando incursioni tra mockumentary, horror, soprannaturale e in questo caso una storia atipica su di un super eroe. Mortal fin da subito si presenta come un film indipendente e autoriale, dove il dramma si dipana senza una trama così convenzionale e nell’azione nessun abuso di c.g
Di fatto è un film drammatico sulla difficoltà a gestire un potere che forse non si vorrebbe affatto in grado di scatenare fenomeni atmosferici tremendi e di uccidere senza volerlo. Eric si trova così a temere qualcosa più grande di lui, un potere tremendo che si scatena in particolar modo quando è minacciato ed essendo un freak e un outsider rischia spesso di essere preso di mira. Un b movie con quel taglio autoriale che si discosta da tutti i recenti film sui super poteri. Qui la variante è decisamente sulla consapevolezza e il dolore a dover gestire qualcosa di cui non si ha il controllo.




Candyman (2021)


Titolo: Candyman (2021)
Regia: Nia Da Costa
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il giovane artista Anthony McCoy è in crisi creativa. La fidanzata è una gallerista a Chicago e lo mantiene e sostiene. Una sera a cena il fratello di quest'ultima racconta la storia di una donna che impazzisce, mentre compie una ricerca sulle leggende metropolitane in Cabrini-Green, quartiere in cui abita la coppia, e compie una serie di efferati omicidi fino a rapire un bambino in fasce. Il bambino viene salvato e la donna muore bruciata in un falò acceso dagli abitanti. La mattina dopo Anthony girovaga proprio nelle zone degli avvenimenti passati e incontra Burke, proprietario di una lavanderia che gli racconta della leggenda di Candyman: un uomo nero con un uncino al posto della mano destra, barbaramente ucciso da un gruppo di poliziotti bianchi, accusato ingiustamente di distribuire caramelle ai bambini con all'interno delle lamette.

Nia Da Costa ultimamente sembra aver raggiunto un altissimo profilo trovandosi alla regia di film prossimi a venire molto importanti. Fa parte di quella scuola afro dove troviamo il suo indiscusso partner Jordan Peele, il quale non ha bisogno di presentazioni, Yahya Abdul-Mateen II ormai una conferma assodata come attore e dietro le quinte il soggetto originale di Clive Barker trasformato a dovere. Candyman del 2021 appare come un sequel del film di Bernard Rose del 1992 trasformato in chiave politica e socio culturale.
Gli elementi da apprezzare non sono pochi anche se al film manca qualcosa, quella componente che ad esempio nei film di Peele riusciva a disturbarti mentre qui la caduta libera di Anthony è troppo veloce, la trasformazione fisica sembra non essere vista dall'esterno e parecchi co protagonisti non vengono caratterizzati a dovere. E' un film sul potere, sull'accumulo e sul bisogno di essere riconosciuti in una comunità trasformata dalla gentrification. A livello tecnico il film non si discute e diverse inquadrature, scelte di macchina, uccisioni come quella a danno dell'artista che vediamo dall'esterno dove viene letteralmente distrutta dalla mano invisibile di Candyman contro i vetri oppure il massacro delle studentesse nei bagni o meglio ancora la parte d'animazione sulla storia di Candyman sono tutte esteticamente e visivamente interessanti. Un film che ancora una volta poteva cercare di apportare delle modifiche maggiori con un finale che forse nonostante sia il momento più alto del film, lascia l'amaro in bocca per non meglio precisati aspetti. Sicuramente per essere un remake vanta approcci maggiori rispetto a tanti suoi simili ma da questa piccola factory dove il burattinaio sembra Peele mi aspettavo di più.


Old


Titolo: Old
Regia: M. Night Shyamalan
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Guy e Prisca stanno attraversando un momento difficile, ma tengono tutto nascosto ai figli Trent e Maddox, per non rovinare loro la vacanza speciale che si accingono a vivere: un periodo di relax in un resort esclusivo e poco noto. La proposta dei gestori del villaggio turistico di accedere a una spiaggia oceanica incontaminata sembra impossibile da rifiutare, ma presto i Capa scopriranno che il luogo nasconde un segreto.

Shyamalan è uno di quei registi per cui non esistono mezze misure. Sì o no. In questo caso per me seppur intarsiato da errori tremendi è un modestissimo sì. Vince l'idea, la messa in scena, i tempi a volte sbagliati che lo rendono più onirico del dovuto. Quella incapacità di essere bilanciato ma tendendo spesso verso eccessi o scelte drammaturgiche sbagliate (quando invece non vengono proprio motivate come il fatto che il rapper di colore che trovano sull'isola non invecchia). Se volessimo fare un'analisi accurata il film a parecchi difetti con un finale tiratissimo da revenge movie che sinceramente non mi aspettavo. Eppure per un regista così discontinuo capace di farsi amare e odiare al contempo Old forse ne è proprio la prova più lampante, toccando alcuni tasti come la famiglia e la perdita, la vecchiaia e la morte, eppure risultando drammatico nel verso giusto quando invece non procede con scelte estremamente esagerate come la morte di Chrystal o la pazzia repentina di Charles. Old funziona bene dilatanto e stringendo i tempi, con un ritmo che non vacilla mai ma cercando sempre di essere disturbante per quanto possa esserlo.


Castle Freak (1995)


Titolo: Castle Freak (1995)
Regia: Stuart Gordon
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due coniugi in crisi insieme alla loro figlia cieca si trasferiscono in Italia, in un castello. Misteriosi avvenimenti si susseguono tra le mura, in quanto la loro figlia dice che qualcuno, di notte, le fa visita nella sua camera. In realtà, nel castello, vive un essere deforme...

Castle Freak sembra quasi un omaggio al cinema neo gotico italiano. Un b movie con un insieme di caratteristiche che convergono per riprendere, con una storia semplice ma funzionale, alcuni stilemi del genere che divenne famoso da noi e poi esportato e copiato praticamente ovunque.
Gordon ha semplicemente quel tocco in grado di rendere omaggio e fino ad ora riuscire a dare vita alla migliore opera tratta dai romanzi di Lovecraft. Per questo quando mette mano all'horror ci si deve sempre aspettare qualcosa di buono. In questo caso in un film così pieno di omaggi assistiamo alla parabola del mostro divenuto tale a discapito di angherie e torture quando bisognava nascondere un segreto familiare legato alla nobile casata. Una famiglia semi disfunzionale dove John in preda a mille deliri sembra fare di tutto per non rimettere le cose a posto dopo la tragedia ai danni del loro piccolo figlio. Un castello abbandonato dove addirittura il corpo della vecchia torturatrice viene riesumato dal letto e dove di lì a poco tutto siglerà il risveglio della bestia che come un animale indifeso attaccherà chiunque si avvicinerà in maniera brutale e violenta arrivando a vere e propre scene splatter gore come quando divora la vagina della prostituta o strappa a morsi il capezzolo.


Jungle Cruise

 

Titolo: Jungle Cruise 
 Regia: Jaume Collett-Serra 
 Anno: 2021 
 Paese: Usa 
 Giudizio: 3/5

Londra, 1916: dopo aver rubato una preziosa punta di freccia a una società di geografi, la botanica Lily Houghton parte con il fratello MacGregor alla volta della foresta amazzonica per cercare un antico albero dalle straordinarie proprietà curative. Giunta sul posto, l'intraprendente Lily affitta un'imbarcazione dal marinaio Frank, un piccolo truffatore spiantato, parecchio matto e altrettanto coraggioso. Per gli improvvisati compagni di viaggio è l'inizio di un'avventura che li porterà a confrontarsi con i pericoli del Rio delle Amazzoni, con le popolazioni indigene della giungla e con i fantasmi di un'antica spedizione di conquistadores risvegliati dal principe tedesco Joachim, deciso a tutto pur d'impossessarsi dei petali del leggendario albero.

Jungle Cruise vede Collett-Serra associarsi alla Disney dopo una decina di film che quando non erano degli horror avevano come protagonista Liam Neeson. Per essere una sorta di Indiana Jones moderno, il film d’avventura non si fa mancare niente e dal punto di vista narrativo ha un’evoluzione piacevole. Un film che mette tutti d’accordo per quanto concerne il target, parla di maledizioni e civiltà sepolte, unisce un primo atto tutto in città per poi recarsi nella fitta giungla e nell’era dimenticata. La componente legata agli antagonisti e alla loro maledizione e di fatto i poteri sono forse l'elemento più curioso e bizzarro

Sweet Girl


Titolo: Sweet Girl
Regia: Brian andrew Mendoza
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando sua moglie si ammala di cancro e la malattia progredisce rapidamente verso una condanna a morte, Raymond Cooper riceve una speranza: un farmaco sperimentale che potrebbe migliorare le condizioni della donna. Il giorno in cui dovrebbe iniziare le nuove cure però il farmaco viene ritirato da una manovra sporca di una "big pharma", che vuole tagliare le gambe alla concorrenza. Raymond, contrariando la figlia Rachel, giura vendetta pubblicamente, telefonando al manager della compagnia farmaceutica mentre questo è in diretta TV. Successivamente, un giornalista che ha raccolto informazioni sulla corruzione del gruppo lo contatta, ma la situazione prende molto presto una tragica piega.

Sweet Girl è un revenge movie, la versione triste e commerciale di un capolavoro come COSTANT GARDENER, un film che parla di vendetta, lutti, lobby farmaceutiche, adolescenza e formazione.
In quasi due ore Mendoza cerca di arrivare alla lacrimuccia facile con un dramma che si dipana nella maniera più convenzionale possibile senza nessun colpo di scena eccetto il climax finale che sembra copiato di brutto dal capolavoro di Fincher. Un film molto fisico almeno per Momoa che non potendo gestire una gamma di espressioni convincenti la butta tutta su scontri corpo a corpo e scene melense in cui non convince. Mendoza e Momoa dopo ROAD TO PALOMA continuano un percorso davvero soporifero e banale, con film fatti apposta per lo spettatore medio che vuole il tipico dramma senza doversi sforzare un minimo. Peccato perché l’argomento è sempre interessante e di questi tempi il potenziale almeno per quanto concerne la scrittura poteva davvero dare decisamente di più.

lunedì 16 agosto 2021

Censor


Titolo: Censor
Regia: Prano Bailey-Bond
Anno: 2021
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Una ragazza indaga sul mistero della sorella scomparsa

Censor è il miglior horror finora del 2021 e manco a farlo apposta è inglese di una regista gallese.
Un film particolarmente malato e sadico in grado di elevarsi ad alta quota in un panorama molto mainstream dove ormai tanti titoli horror non riescono a fare ciò che devono: disturbare.
Censura, snuff, metacinematografico, found footage, slasher, splatter, politico e con una discesa agli inferi che non si vedeva da tempo. Censor parla di b-movie gore e ultra violenti senza quasi mai farli vedere allo spettatore mentre invece mostra i volti di chi li supervisiona. Ci fa entrare in un dramma con un senso di colpa mai superato, una sorta di eterna ricerca di qualcosa andato perso in un'infanzia strana con una coppia di genitori disfunzionali che non hanno mai accettato il dramma.
Censor prende Niamh Algar e la stravolge completamente facendola impazzire un pò alla volta prima di prendere una strada tortuosa e creare un climax ad hoc con un finale magnifico.
Censor è metaforicamente il taglio netto che Enid compie quotidianamente per lavoro con i film, ma allo stesso tempo un taglio netto (una censura) ai suoi ricordi che riesce a nascondere e ritrovarli quando vuole e allora il film maledetto "Don't go in the curch" risveglia quella ricerca e quella follia di credere in qualcosa che forse è solamente un trauma mentale o una ferita profonda che non guarirà mai.


Riders of Justice


Titolo: Riders of Justice
Regia: Anders Thomas Jensen
Anno: 2020
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Un militare deve tornare a casa dalla figlia adolescente dopo che sua moglie muore in un tragico incidente

Apparentemente Riders of Justice potrebbe sembrare il tipico revenge-movie. In realtà seppur prendendo quella strada, il film si rivela un'intensa riflessione sul concetto di vendetta, sulla perdita, sulle variabili e le possibilità che alcuni eventi accadano e molto altro ancora seguendo una logica imprevedibile che lascia sempre lo spettatore a domandarsi cosa mai potrà succedere.
Caratterizza un manipolo di personaggi in maniera perfetta, condisce con dialoghi mai banali e con alcune trovate originali e intense. In più essendo una black comedy riesce ad avere in alcuni momenti quel taglio grottesco e delle scene d'azione intense e violentissime.
Anders Thomas Jensen non è un autore molto prolifico ma quello che prende lo tratta molto bene passando da un genere all'altro come ha dimostrato negli ottimi Men & chicken e Mele di Adamo. Qui siamo di fronte all'ennesimo esperimento che sembra frullare i generi riuscendo a prendersi sul serio e al contempo far ridere sfruttando i suoi attori feticcio parlando in più di bande criminali, rapporti famigliari, rapporti di coppia e amicizia. E poi l'incidente scatenante iniziale è fantastico nel suo assurdo per mostrare come a volte alcuni fatti capitino imprescindibilmente da quello che uno si aspetta puntando tutto sulla causalità e le correlazioni tra gli eventi e la casualità della vita che unisce i diversi esseri umani.

A classic horror story


Titolo: A classic horror story
Regia: Roberto De Feo
Anno: 2021
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Cinque persone viaggiano in camper per raggiungere una destinazione comune. Scende la notte e per evitare la carcassa di un animale morto, si schiantano contro un albero. Quando si riprendono, si ritrovano in mezzo al nulla. La strada su cui stavano viaggiando è scomparsa e c'è solo una foresta fitta e impenetrabile e una casa di legno nel mezzo di una radura, che scoprono essere la sede di un culto agghiacciante.
 
Dopo l'ottimo Nest-Il nido continua l'impavido percorso del giovane e promettente De Feo.
In questo caso dopo un'opera quasi tutta all'interno di una location, il regista apre gli orizzonti per un sud caratteristico, unendo folklore e leggende e cercando di mescolare tante etichette dell'horror in un cocktail che seppur non originale riesce a regalare un sapore che nulla ha da invidiare con alcuni recenti slasher americani. Una app, il car pooling, per far conoscere ai forestieri la propria terra (l'idea per accalappiare così i gonzi è buona), la casa del mostro e l'accostamento di tradizione mafiosa attraverso la presunta progenitura dai cavalieri Osso (mafia), Mastrosso (camorra) e Carcagnosso (ndrangheta), qui trasformati in creature cui innalzare sacrifici, naturalmente ai danni degli sventurati avventori. La mafia aiuta le persone quando lo stato è debole.
E'così per non morire di fame si è scelto di affidarsi a loro tre dando in cambio qualsiasi cosa chiedono come in parte raccontano alcune storie del passato. L'incidente scatenante per strada che lascia già presagire un senso di morte e di sciagura alle porte, una casa di legno midsommariana e quindi due primi atti abbastanza da regola per poi provare a fare il botto con cervello e furbizia strizzando l'occhio verso uno stravolgimento della caratterizzazione dei personaggi (Matilda Lutz dopo Revenge torna ad essere profetica incarnando la revenge-girl di turno) passando per un contesto metacinematografico e una critica verso il sistema cinematografico italiano attraverso i social influencer e una piattaforma che tipo Netflix ricorda una sorta di Deep Web dove troviamo all'interno gli appassionati degli snuff-movie.
Fanno più spavento le maschere dei creatori della mafia o il controllo da parte dei seguaci onnipotenti del web appassionati della pornografia del dolore? La realtà è dunque più spaventosa delle leggende folkloristiche? La risposta è sì ma non è abbastanza.
A classic horror story è un giochino divertente ma siamo anni luce distanti dagli horror europei di Weathley, Du Welz, Laugier, etc.



Blood Red Sky


Titolo: Blood Red Sky
Regia: Peter Thorwarth
Anno: 2021
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Una donna con una misteriosa malattia è costretta ad agire quando un gruppo di terroristi tenta di dirottare un volo transatlantico notturno. Per proteggere suo figlio, dovrà svelare il suo oscuro segreto e scatenare il vampiro che è in lei.
 
Negli anni abbiamo imparato a scoprire che anche l'aereo non è un posto sicuro.
Che sia preda da orrori cosmici come Altitude, da presenze occulte come 7500, da serpenti come SNAKE ON A PLANE oppure da psicopatici come in RED EYE, non ci siamo fatti mancare nulla ma i vampiri forse ancora non erano venuti in mente pur avendo ormai sdoganato ogni location possibile.
La premessa è buona così come il cast, i tempi soprattutto all'inizio sono dettati nella giusta maniera, i flash back li ho trovati posticci (l'incidente per cui Nadja diventa una vampira ad esempio) il flash forward invece è intrigante soprattutto come metafora socio-politica, una variante che avrà modo di crescere anche a bordo dell'aereo con il messaggio che i due arabi devono pronunciare per far pensare ad un atto terroristico. Personaggi come Farid riescono ad essere caratterizzati bene senza mai diventare della macchiette anche se rimane un mistero come pur senza un braccio riesca ad essere così brillante. Un elemento di minor risalto legato al pathos e all'atmosfera del film è quando Nadja per salvare il figlio scopre le carte rivelando di essere un vampiro e mettendosi a lottare con i criminali. In quel caso viene meno il suo personaggio, tormentato dal dover difendere gli innocenti e uccidere i cattivi e la sua lotta interiore per non nutrirsi e basta senza dover essere a tutti i costi un'eroina. Di certo il plot è interessante e abbastanza originale pur diventando un action thriller vero e proprio più che un horror. La variante europea riesce in questo a renderlo più serioso e meno scontato almeno per alcuni colpi di scena che potevano rivelarsi molto più telefonati e meno interessanti.