lunedì 7 ottobre 2019

Comprame un revolver

Titolo: Comprame un revolver
Regia: Julio Hernandez Cordon
Anno: 2018
Paese: Messico
Giudizio: 4/5

In un mondo dove le donne vengono costrette a prostituirsi e uccise, una ragazza indossa una maschera di Hulk e una catena intorno alla caviglia per nascondere il fatto di essere una donna e aiutare suo padre a prendersi cura di un campo da baseball abbandonato dove giocano gli spacciatori. Tutto scorre finchè il padre viene invitato a suonare ad una festa e decide di portare la figlia con sé. Durante la festa avviene una sparatoria. Le conseguenze sono drammatiche e la ragazza deve fare di tutto per fuggire.

“Messico. Nessuna data precisa. Tutto, assolutamente tutto, è gestito dai cartelli. La popolazione è in diminuzione per la mancanza di donne”
Era dai tempi di Gillian che non vedevo di nuovo un rapporto per certi versi malato tra padre e figlia, quando quest'ultima lo aiuta a drogarsi e procurargli ciò che gli serve.
Il mondo è dominato dai narcotrafficanti e il film c'è lo dice subito mettendo in risalto un territorio completamente dominato da eccessi, soprusi, violenza, bambini lasciati a se stessi con arti mozzati e le donne sono disperse, o meglio sono costrette a prostituirsi o finiscono uccise.
Huckleberry Finn nel paese di Mad Max in un futuro distopico, lo ha definito Cordon, regista assai esplicito e particolare, avvezzo ai generi e i territori inesplorati dell'indie estremo a basso budget, qui di nuovo alle prese con un dramma sconvolgente in cui sembra impossibile non essere invischiati con la malavita locale.
Un regista cazzuto che mostra senza veli la realtà e i disagi senza edulcorare nulla ma lasciando basiti di fronte a dei personaggi che hanno perso l'umanità raffigurando un manifesto inquietante di un universo probabilmente non troppo distante dal presente pieno di pathos e di sguardi sofferti dove non ci sono eroi e sconti per nessuno.
Un braccio mancante, una sparatoria che lascia tutti a terra, i bambini costretti ad un viaggio dell'eroe e di sopravvivenza che gli porterà verso la libertà. Il film ha un bel ritmo si prende i suoi tempi, è minimalista ed è persuaso dall'inizio alla fine di un atmosfera dove quella che permane in assoluto soprattutto per gli adulti è la paura e il malessere e il disagio sembrano non staccarsi mai dalle difficoltà e le dipendenze dei suoi personaggi.

C'era una volta...a Hollywood

Titolo: C'era una volta...a Hollywood
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rick Dalton, attore televisivo di telefilm western in declino, e la sua controfigura Cliff Booth cercano di ottenere ingaggi e fortuna nell’industria cinematografica al tramonto dell’età dell’oro di Hollywood.

Il nono film del regista americano, sempre sulla bocca di tutti, ci regala il film più ambizioso e meno cinematografico della sua carriera ma anzi metacinematografico.
Un film che sembra un testamento di un regista ancora in forma che racconta e si racconta omaggiando uno dei suoi generi preferiti e alcuni dei nostri autori italiani dello spaghetti western. Un genere che proprio in quegli anni ormai saturo  stava cedendo il posto alla nuova Hollywood, agli hippy riscrivendo così una generazione odiata e schifata dal protagonista, quell'anno zero della società. In quel microcosmo dove tutti cercano lo sballo bevendo e fumando, il totale disfacimento diventa uno dei simboli chiave del film, che ruota attorno a Rick come ai fantasmi nel'armadio di Booth guardando alla totale distruzione della società dove tutto è lecito e dove dietro la bellezza c'è tanto smarrimento e solitudine.
Un'opera da un lato ambiziosa, la tragedia di Sharon Tate, dall'altro nostalgica e per alcuni aspetti in più punti anche difficile da sopportare (i deliri e i monologhi di Rick Dalton sul set). L'ultimo film di Tarantino a differenza di tutto il resto del suo cinema, non sembra avere una trama vera e propria, dura moltissimo, si prende i suoi tempi allargandoli, dilatandoli e deformandoli, divertendosi a ricostruire con spirito più o meno filologico la Hollywood degli anni Sessanta e i suoi prediletti film di serie B ed è il terzo film della sua filmografia che riscrive la storia come succedeva per INGLORIOUS BASTARD e Django Unchained perchè solo in questo modo può avvenire il suo riscatto.
Tuttavia ci sono alcuni momenti che non possono essere definiti solo deliziosi ma di più, riescono a far andar fuori di testa qualsiasi amante del grande cinema e parlo ovviamente di quel finale riscritto, quell'ultima mezz'ora dove finalmente si arriva al dunque, con Cliff vero protagonista e forse del vero finale (la scena in cui Dalton viene invitato ad entrare nella Hollywood che conta) dove per un attimo ho pensato che potesse e volesse rimanere aperto per farci credere che forse accantonato un nemico, quello vero sta per arrivare.
Un regista che da sempre ha fatto quello che ha voluto ( in pochi ci sono riusciti) uccidendo il cinema, i suoi protagonisti, i suoi eroi, a volte arrivando ad uccidere il cinema che lui stesso ama e glorifica. E'forse l'opera più anomala di tutte che si distacca dai suoi precedenti lavori dove il sangue è centellinato, ma la scena finale è pregna di sanguinolenti minuti dove di nuovo le fanciulle non fanno una bella fine, così come le scene di combattimento e le linee temporali sfasate, qui tutto coincide pienamente è viene riassunto in quel fatidico '69 da febbraio ad agosto.
Se pensiamo che la parte più bella dura mezz'ora e coincide con il climax rimangono davvero tanti dubbi e forse una pretenziosità in altri momenti ormai sfuggita di mano.
L'aver preso a pugni in faccia e spappolato le facce dei componenti della Manson family è cosa grata di cui sarò sempre felice, Polanski forse per questo, trattandosi di un gioco non ha detto nulla, Tate sprecatissima dove il culmine arriva laddove lei entra in un cinema per guardarsi e lasciando tutti sgomenti per l'assoluta inconsistenza della scena, e un Brad Pitt immenso, il vero cuore pulsante del film, uno psicopatico che non si vedeva da tempo che quando entra nel covo della bestia mette tutti in riga come dei morti viventi di romeriana memoria.

Marianne-Prima stagione

Titolo: Marianne-Prima stagione
Regia: Samuel Bodin
Anno: 2019
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Una famosa scrittrice horror torna nella sua città natale e scopre che lo spirito malvagio che la perseguita in sogno sta provocando il caos nel mondo reale

I francesi nell'horror hanno sempre fatto scintille.
Marianne è un compendio di così tanti elementi mischiati che ne sanciscono variazioni su generi ormai ampiamente abusati, una trama opprimente e allo stesso tempo per un mood claustrofobico infarcito di elementi.
Un'operazione commerciale con tanti obbiettivi tra cui sicuramente quello di spezzare una monotonia di scrittura e puntare tutto sull'azione e i jump scared (davvero..davvero troppi). Un prodotto dove il soprannaturale, il disagio reale, la città che richiama demoni e segreti con i suoi inquietanti sacrifici, i personaggi (pochi ma buoni) che cercano di divincolarsi da una caratterizzazione spesso accennata e confusa.
Marianne mischia spesso i piani temporali, regala tanto di quel sangue che si fatica a credere ma allo stesso tempo, pur essendo pensata per un pubblico giovane (vietata ai minori di 14 anni) non riesce mai a far paura e inquietare davvero a causa del suo ritmo troppo accelerato e di una protagonista sfacciata che non sembra mai avere paura di nulla (nonostante quello che le succeda ha dell'incredibile). Un canovaccio con troppi elementi, spesso sbilanciati, che non sembrano dare mai una calma per soffermarsi a pensare a cosa stia succedendo, una continua burrasca, come il mare e le onde che si infrangono sugli scogli di Elden.
Sembra la risposta europea, con i tocchi classici dell'horror americano, delle Terrificanti avventure di Sabrina-Season 1 con più sangue e il taglio ancor meno teen.
In fondo i parti mentali di una scrittrice che diventano reali si sono già viste. I richiami sono tanti come le citazioni all'interno della serie.
Streghe, possessioni, sedute spiritiche con cani indemoniati, demoni che escono dal grembo materno, personaggi che svaniscono nel nulla senza più tornare se non sotto forma di fantasmi, tremendi incubi d'infanzia, un manipolo di amici fedeli che diventano a loro insaputa vittime sacrificali e per finire forse una delle cose più belle, la cittadina di Elden, con i suoi grigi paesaggi marini.
Dal punto di vista tecnico il risultato è impeccabile. Marianne, per l'enorme quantità di dettagli e formule andrebbe visto tutto insieme senza lasciare grossi buchi per non perdersi in una trama che allo stesso tempo se si fosse presa più tempo, togliendo elementi e approfondendo ancora di più quanto chiamato in causa, poteva risultare ancora più accattivante. Il risultato finale è comunque buono, averne di serie di questo tipo, e messe in scena con coraggio e tante formule narrative.

Crawl

Titolo: Crawl
Regia: Alexandre Aja
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Haley ignora gli ordini di evacuazione per cercare il padre scomparso. Trovandolo gravemente ferito e bloccato in un'intercapedine della loro casa di famiglia, i due restano rapidamente intrappolati e sommersi. Mentre il tempo stringe e fuori la tempesta è sempre più forte, Haley e suo padre scoprono che il livello dell'acqua che sale è l'ultimo dei loro problemi.

Crawl è quel genere di film che non vedo l'ora che esca in sala per gustarmelo appieno, sapendo fin dall'inizio ciò che mi darà: adrenalina.
Un pregevole horror d'azione, un survival horror, con gli animali assassini, i monster movie, che ci piacciono tanto. E' si rimane giustamente soddisfatti da un film che sembra l'esatto opposto di quell'altra chicca che rispondeva al nome di Meg, coccodrilli contro squali, unica location contro un'oceano, padre e figlia contro un'eroe e il suo equipaggio, e per finire una mini produzione contro un budget titanico.
Seminterrati, canali di scolo, cantine, intercapedini, tutto il film è ambientato in queste condizioni, in questa sorta di deposito di animali morti, una quasi cantina, un luogo anonimo e desolato che hanno appunto quasi solo gli americani, dove ancora più pericoloso degli alligatori è l'uragano di fuori. Tutto sta dietro questa scelta d'intenti, fuori una minaccia pericolosissima e dentro un'altra minaccia da affrontare e stanare.
In questo mood la tensione diventa alta fin da subito, Aja torna a fare quello che gli riesce meglio, l'horror, ma prendendosi i suoi tempi, costruendo una messa in scena efficace e con un'atmosfera che non abbandona mai il suo punto di partenza. Il ritmo è ottimo facendo in modo che la buona scelta dei tempi narrativi lasci sempre una situazione di alta tensione e forte allerta, dove padre e figlia faranno di tutto per non finire tra le fauci degli alligatori.
La storia è così semplice e tagliata con l'accetta che non lascia molti colpi di scena, Aja è bravo nel non cercare di spostarsi oltre ma insistendo su quello che ha con forse l'unica nota dolente nelle lacrime e nella caratterizzazione del legame padre figlia. Anche i jump scared
funzionano bene, non sono mai invasivi diventando armi funzionali ad accrescere la tensione e il ritmo. Speriamo che Aja dopo questo e Piranha 3d torni in acqua visto che si trova così a suo agio e speriamo magari con un bel shark movie.

Lord of Chaos

Titolo: Lord of Chaos
Regia: Jonas Åkerlund
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il diciassettenne Euronymous è determinato a sfuggire all'educazione tradizionale nella Oslo degli anni ottanta. Ossessionato dal voler creare la vera musica norvegese black metal, con la sua band Mayhem, crea un fenomeno utilizzando acrobazie scioccanti che attirano l'attenzione sulla band. Ma, come i confini tra sogno e realtà iniziano a confondersi, cominciano incendi dolosi, violenza e un omicidio che scuoteranno profondamente la nazione.

Lord of Chaos è un'opera pretenziosa che vorrebbe dire e fare e mostrare tante cose, forse troppe finendo, come tante opere simili, con il mischiare tutto in enorme bolla che esplode nel finale nella maniera più telefonata possibile.
E'quasi inopportuno definirlo un brutto film, perchè la regia nella messa in scena è solida con il compito di coinvolgere lo spettatore ma soprattutto scioccarlo, elemento sempre più difficile, soprattutto quando viene spiattellato in faccia allo spettatore ogni possibile scena di crudeltà che non riesce mai ad essere pienamente credibile eccetto forse il suicidio del cantante nel primo atto.
Omicidi, suicidi, automutilazioni, culto del diavolo, atti di cannibalismo, chiese incendiate, omicidi di omosessuali, sesso a profusione, accoltellamenti, neo-nazisti, rese dei conti, ritorno alla normalità dopo aver conosciuto l'altro sesso, il metal come forma di ribellione e diversità e infine la Norvegia che rimarrà pure un paradiso naturale, ma dove il tasso di suicidi con i paesi limitrofi è sempre tra i più alti al mondo.
Documentario, mockumentary, dramma, storia di competizione tra tardo adolescenti, ci sono troppi ingredienti nel film, alcuni decisamente riusciti e ottimi da digerire, altri invece sanno di esercizio di stile, di esagerazione fine a se stessa per diventare una sorta di cult negli amanti del metal. Alla fine la risposta è che Lord of Chaos è un film di finzione dove Akerlung prova a mettercela davvero tutta con la sua opera prima e avendo avuto modo di mettersi alla prova con videoclip musicali.
I Mayhem non li conosco, mentre guardavo il film, ho letto su Wikipedia cosa fosse successo e sembra che le libertà prese da regista e sceneggiatore ne abbiano colorato parecchie dando una loro visione con le loro ipotesi su quanto accaduto edulcorando con molti eccessi diversi passaggi e prove iniziatiche della band (Euronymous che mangia pezzi di cervello del cantante della band che si suicida).

Campione

Titolo: Campione
Regia: Leonardo D'Agostini
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Christian Ferro sembra avere tutto dalla vita: a vent'anni, vive in una megavilla con più Lamborghini in garage, ha una fidanzata influencer, migliaia di fan adoranti e un contratto multimilionario con la AS Roma. Ma la sua brillante carriera di attaccante è messa a rischio dal carattere iracondo e dalla bravate cui si abbandona, istigato da tre amici che lo provocano accusandolo di essersi "ripulito". Il campione infatti viene dal Trullo, quartiere periferico della Capitale, e ha alle spalle anni di miseria e degrado, un padre assente e una madre scomparsa troppo presto. Non c'è personal trainer, psicologo o life coach che tenga: Christian continua a comportarsi come un asociale, coperto dall'impunità che accompagna quei campioni cui il pubblico perdona (quasi) tutto. È a questo punto che il presidente della Roma decide di far affrontare a Christian l'esame di maturità, per inculcargli un po' di disciplina e migliorarne la pessima reputazione. Al fine di preparare il ragazzo all'esame il presidente ingaggia Valerio Fioretti, un professore di liceo che dà lezioni private dopo aver lasciato l'insegnamento in classe. Valerio non sa nemmeno chi sia Christian Ferro (difficile da credere, per uno che abita a Roma....) e accetta l'incarico a fronte di un compenso mensile che è tre volte il suo ex stipendio. Ma anche lui ha qualche esame esistenziale da superare.

Il gioco del calcio si è visto poco nel cinema, in particolare in quello italiano.
La storia dell'esordio di D'Agostini prodotto da Matteo Rovere e Sibilia è un classico escamotage per parlare di drammi quotidiani, la fuga dalla realtà, i disagi sociali, cercare di mettere la testa a posto, insomma i classici ingredienti che parlano di storie di successo e solitudine. A fare la differenza nonostante una trama abbastanza prevedibile, è la sinergia tra gli attori, la messa in scena, qualche momento divertente e una recitazione che cerca di puntare in alto dove in fondo l'unico vero protagonista è Accorsi.
La relazione tra il professore e il campione della Roma ha tutte le carte in regola, partendo basso per poi cercare di far emergere tutte le difficoltà e i piedi per terra di una persona semplice che si rapporta con un ragazzo pieno di problemi con i suoi pregi e i suoi difetti, con l'obbiettivo di fargli passare gli esami cercando un sistema per fargli apprendere i concetti e qui gli schemi del calcio diventano una bella trovata per trovare l'alleanza che mancava. Quello che funziona e che da brio alla storia è proprio quella di aver caratterizzato due personaggi uno molto demotivato e con un dramma alle spalle e l'altro il tipico viziato e indisciplinato che ha ottenuto tutto troppo in fretta. La loro amicizia diventa così l'escamotage che porta avanti tutto il film cercando di renderlo autentico per quanto possibile e per quanto pu fare la commedia italiana spesso finendo per arsi autogol. Non è questo il caso per fortuna.

Centurion

Titolo: Centurion
Regia: Neil Marschall
Anno: 2010
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un gruppetto di soldati Romani combatte per la propria vita dietro le linee nemiche dopo che la loro legione è stata decimata da un devastante attacco di guerriglieri.

Marschall è uno dei registi più interessanti nel panorama inglese. Un autore avvezzo a generi e modalità differenti di cinema da quello di genere, all'action, al dramma storico, il fantasy Hellboy(2019)il post-apocalittico Doomsday e l'horror Descent e Dog Soldiers.
Centurion è un dramma epico dove si racconta di un episodio storico reale, al tempo della occupazione romana di parte della Britannia, in una storia che ha dei buoni spunti e una componente folkloristica su alcune presunte leggende che stanno dietro la vicenda.
Maschall aveva le idee chiare sul fatto di non voler raccontare i personaggi in particolare, senza stare a caratterizzare e creare una psicologia e delle storie intricate.
Il suo muoversi in questo territorio, per certi versi inesplorato, ha i suoi pregi come quello di puntare quasi tutto sulla componente action realizzando un discreto film lontano e diverso dalle sue opere precedenti dove però non mancano alcuni stilemi del regista e la sua peculiarità di non essere mai gratuito ma facendo vedere la violenza per quello che è quindi di nuovo tanto sangue. Un film che riesce ad essere coinvolgente senza mai deludere da questo punto di vista le aspettative. La vicenda è per quasi tutta la durata una storia di fuga, che viaggia lontano da quel bisogno di alcuni registi di cimentarsi con veri e propri drammi storici adattati da qualche vicenda vera o libri di successo. Qui si è distanti dall'epicità e dalla retorica, ci sono tanti luoghi comuni e stereotipi che affiorano di continuo riuscendo a rimanere un discreto prodotto di genere.

Bianco rosso e Verdone

Titolo: Bianco rosso e Verdone
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1981
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Il film è un comico road movie ambientato in Italia, nei primi anni ottanta, durante un fine settimana elettorale. I protagonisti, le cui storie si intrecciano ripetutamente durante il film, sono tre uomini in viaggio per raggiungere i rispettivi seggi elettorali, tutti e tre interpretati da Carlo Verdone: Furio, un funzionario statale estremamente logorroico e morbosamente pignolo, Mimmo, un giovane ingenuo e goffo ma allo stesso tempo premuroso con sua nonna e Pasquale, un emigrato del Sud Italia residente a Monaco di Baviera, che in Italia trova una accoglienza tutt'altro che calorosa.

Verdone è un regista che ho conosciuto e ho potuto amare tardi sempre avvezzo a scegliere un altro cinema d'autore italiano e relegandolo ad essere una semplice macchietta in un panorama vastissimo di cinema che approfondiva i generi e giocava molto con la commedia all'italiana.
Il film in questione è una bella riflessione di tanti elementi squisiti della nostra cultura, una cartina impazzita per l'Italia, mode, linguaggi, fobie, disagi, limiti e tutto quello che poteva essere il nostro paese di quegli anni.
La lente di Verdone è in grado di approfondire e analizzare in maniera splendida e molto psicologica, se vogliamo anche antropologica, le squisite faccende nostrane, ritagliandosi dei ruoli quasi grotteschi e indimenticabili, giocando in una commedia che tocca momenti molto drammatici e situazioni comiche e tragicomiche.
Deve tanto a Leone e Sordi, suoi maestri di cui soprattutto dal secondo prende tanti spunti recitativi. Verdone riesce dopo UN SACCO BELLO a smarcarsi bene da una situazione all'altra passando dal dramma alla comicità e allo stesso tempo miscela il grottesco, la comicità, la farsa, con un'ombra di sotterranea malinconia, che dà alle sue macchiette consistenza e verità umane

Caffè

Titolo: Caffè
Regia: Cristiano Bortone
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

In Belgio l'iracheno Ahmed ha un piccolo negozio in cui conserva una preziosa caffettiera d'argento. Durante una manifestazione dei teppisti fanno irruzione nell'esercizio e la rubano. Uno di loro però perde i documenti e Ahmed lo rintraccia con il desiderio di farsi restituire il maltolto. A Roma Renzo, un barista appassionato di aromi di caffè, viene licenziato e va a cercare lavoro a Trieste presso un'importante industria che importa il prezioso prodotto e in cui spera che le sue competenze vengano valorizzate. Ciò però non accade e il giovane, la cui compagna attende un figlio, è tentato dall'idea di compiere un furto. In Cina Fei è un manager di successo che sta per sposare la figlia del proprietario di una grande industria del settore chimico. Un giorno viene incaricato di far ripartire una fabbrica che è stata bloccata da un guasto nello Yunnan che è la sua regione di origine. Fei si accorge dei rischi che corrono la popolazione e le piantagioni di caffè che aveva abbandonato da giovane per cercare fortuna a Pechino. Deve ora decidere quale posizione prendere.

Bortone dopo alcune commedie cerca di dare più consistenza al suo cinema con un dramma corale con tre storie e ovviamente il fil rouge che le attraversa, in questo caso, il caffè.
Riesce grazie ad un cast dove spiccano alcuni attori e personaggi tra cui Ahmed e il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini qui in una delle sue ultime prove.
Tre storie apparentemente diverse, dove la fatica a tirare avanti facendo una vita di stenti colpisce in maniera dolorosa ma con disagi spesso comuni. L'insoddisfazione è un altro elemento comune dove pur sondando diversi target generazionali e location, nonchè paesi diversi, a ognuno sembra sempre mancare qualcosa, quasi sempre la felicità, cercando un sogno per sentirsi qualcuno o attaccandosi ad un ggetto del passato o pensare di fare un passo in avanti dando alla luce un bambino.
Sono storie piccole, drammi quotidiani che riescono ad essere sentiti in un pubblico che non deve sforzarsi a creare una sorta di immedesimazione, sono intimamente vissute dai suoi protagonisti chi in cerca di speranze e salvezza o cercando di riscattarsi in qualche modo facendo una scelta avventata e pericolosa. Bortone tecnicamente riesce a comporre un bel puzzle dove il ritmo riesce ad essere costante senza mai annoiare e cercando di riscattarsi con dei climax in alcuni casi forti e inaspettati.

Spider Man-Far from home

Titolo: Spider Man-Far from home
Regia: Jon Watts
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Peter Parker torna a scuola, cercando di fare i conti con le catastrofiche conseguenze della guerra tra Thanos e gli Avengers. Lutto e confusione hanno lasciato il segno sul perenne adolescente del Queens, alla vigilia di una vacanza scolastica che porterà la sua classe a visitare alcune delle più importanti città europee, tra cui Venezia e Praga. Lasciata a New York zia May, Peter parte in compagnia del fidato amico Ned e con un piano per dichiarare il suo amore a MJ. Non solo da nuovi rivali romantici dovrà però guardarsi l'Uomo Ragno: il redivivo Nick Fury gli sta alle costole e non ha intenzione di concedere giorni di ferie quando c'è da salvare il mondo. Una nuova minaccia, gli Elementali, insorge dalle viscere del pianeta, e in mancanza degli Avengers Peter è chiamato a supporto di un eroe in visita da una Terra parallela, Quentin Beck.

L'ultimo Spider Man è noioso oltre che possedere una trama così infantile da far rimpiangere i tempi e le opere di Raimi.
Un film oppresso dalla produzione, da tutto quello che è successo in quella fase dove lo spara ragnatele viveva una lunga corsa all'asta tra Sony e Marvel. Dove non ho quasi mai visto un villain così caratterizzato male e con dei dialoghi imbarazzanti. Una prima parte lunghissima che non và da nessuna parte, e l'eroe più amato della Marvel investito di così tanta importanza da diventare il nuovo paladino (beh alcuni nell'ultimo capitolo degli Avengers-Endgame sono morti come i titoli di testa omaggiano) ripetendoci in continuazione che Peter sarà il nuovo Tony Stark, della responsabilità che gravita su di lui, di come la terra sia tornata alla normalità dopo la morte di Thanos e che il nostro Parker sta crescendo sia per quanto concerne gli ormoni (le scenette con MJ sono lunghissime e forzatissime) ma soprattutto che dovrà essere credibile come Iron Man.
Un film estremamente infantile, forse il più teen tra tutti quelli fatti finora, dove non si assapora mai il dramma, il sacrificio, gli inseguimenti sono piatti e non coinvolgono mai come le scelte di Peter che sembrano improvvisate data la velocità con cui si muove e per finire la c.g è onnipresente,
Il 23 film dei Marvel Cinematic Universe punta tutto come l'ultimo Thor-Ragnarok sul divertissement spegnendo il cervello e lasciandoci volare da un ponte all'altro.

mercoledì 2 ottobre 2019

Styx

Titolo: Styx
Regia: Wolfgang Fischer
Anno: 2018
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Una dottoressa decide di prendersi una pausa dal lavoro e di salpare in solitaria sulla sua barca a vela da Gibilterra ad un’isola incontaminata nell’Oceano Pacifico. Il suo viaggio sembra scorrere serenamente finché, dopo una brutta tempesta, si imbatte in un peschereccio arenato pieno di profughi africani in grave difficoltà. Alcuni di loro provano a raggiungerla, ma solo un giovane ragazzo ce la fa. Insieme cercano di chiamare i soccorsi che tardano ad arrivare, mentre la situazione si fa sempre più drammatica. La donna si troverà quindi ad un bivio: provare ad aiutare gli uomini e le donne bloccati sull’imbarcazione oppure farsi da parte ed aspettare aiuti adeguati.

"Volevo fare un film che parlasse di noi stessi, di chi siamo, di come viviamo oggi e di chi vogliamo essere domani. Ma soprattutto desideravo aprire un dialogo con il pubblico e creare un impatto emotivo sullo spettatore, in modo che alla fine si chiedesse: 'Cosa avrei fatto al posto della protagonista?'"
Styx come lo erano alcuni film di Carpignano è un film con una forte impronta sul sociale.
Un'opera e un cinema di denuncia che parla di argomenti quanto mai attuali come in questo caso il dramma dei migranti. L'esordio di Fisher non è mai banale con alcune scene potentissime come i profughi che scappano dalla loro imbarcazione o la lotta tra Rike e il ragazzino con quella scena indimenticabile in cui lui per ribellarsi al fatto che la protagonista non possa e non riesca a salvare altre vite, butta tutte le bottiglie d'acqua in mare.
Fischer parte con un film che è un missile, con tanti silenzi che in realtà comunicano più di molti dialoghi, sguardi sofferti, scelte emblematiche e la realtà che sembra superare la fantasia come quando Rike chiede aiuto ma le viene imposto di farsi da parte e di lasciare che siano Altri a salvare la nave e recuperare i dispersi.
Un film commovente ma solido che non cerca sensazionalismi ma è impermeato nella più tragica realtà senza bisogno di edulcorare i fattori e la sostanza drammatica.
E'un film sulla volontà di prendere delle decisioni anche quando ci viene negato, una cartina sul presente, sul bisogno di far luce e raccontare quello che sta accadendo, l'epopea dei migranti, la solitudine,  il dilemma della responsabilità collettiva,  il dubbio morale, la gestione dell'accoglienza e del soccorso in mare, raccontati attraverso lo sguardo profondo della sua protagonista.
Styx è stato girato quasi interamente in mare aperto, eccetto qualche scena nel primo atto prima che Rike salga sulla nave. Il merito più grande del film a parte non avere forzature è proprio quello di non voler "approfittare" dell'epoca storica per catturare facili eroismi, ma invece una lotta contro se stessi e le istituzioni, seguendo e perseverando il proprio dovere morale, quello che molti di noi stanno perdendo.

Boys-Prima stagione

Titolo: Boys-Prima stagione
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

I supereroi che vivono nel mondo moderno, fra social network e grandi società, sono seguiti da una multinazionale che ne gestisce immagine, merchandising, apparizioni e collocazioni nei vari stati del nord-america. Ma i "super" non sono sempre quello che sembrano: hanno vizi, più o meno accettabili dall'opinione pubblica, e commettono errori. La Vought-American si occupa di nascondere al mondo i difetti dei loro assistiti e di gestire le loro eroiche azioni, arrivando anche ad organizzare finti crimini, affinché aumentino la loro popolarità. In base al gradimento del pubblico, ai Super vengono dati incarichi più o meno importanti, diventano star del cinema e testimonial commerciali di prodotti che sponsorizzano la Vought-American.
Il gruppo di Super più famoso sono i Sette, capitanati dal Patriota, il perfetto eroe americano. Con la dipartita di Jack da Giove, viene inserita nel gruppo la giovane eroina Starlight, molto amata dal pubblico perché incarna lo stereotipo della brava ragazza del sud. Ma subito i colleghi si rivelano cinici e tutt'altro che eroici come pensava.
Il giovane Hugie è insieme alla sua ragazza quando A-Train la travolge in piena corsa, disintegrandola. Il Super si scusa spaventato e scappa. Questo fatto e la richiesta di Hugie di avere giustizia, fanno sì che venga avvicinato da Billy Butcher che vuole riformare la squadra di ex-agenti incaricati di punire i Super per i loro crimini: i "Boys".

Invasi ormai dall'universo Marvel e in parte minore dai prodotti Dc, le produzioni da tempo stanno intuendo come la materia possa cercare di osare di più andando oltre la visione del super-eroe beniamino di tutti quando potrebbe essere tranquillamente uno stronzo egoista.
E chi scomodare allora se non il prolifico Garth Ennis che dopo il successo della serie di Preacher-Season 1 viene di nuovo chiamato in causa per una delle sue opere più famose appunto The Boys dove il nome sta ad indicare gli antagonisti dei cattivi e corrotti super-eroi.
La prima stagione non fa sconti mettendo nel calderone tutto lo schifo che possiamo pensare di credere da chi in realtà dovrebbe proteggere i deboli ma in realtà e al soldo di un'importante multinazionale che controlla tutto per i propri profitti.
Con un incidente scatenante davvero gustoso e splatter gli episodi fin da subito intuiscono l'elemento più importante quello dissacratorio dove ad essere presente sempre e manifesta per lo spettatore è la scorrettezza di fondo di tutti buoni e cattivi in un girotondo perverso dove la carica di violenza e irriverenza travolge tutti facendo uscire il peggio dalle persone comuni come Hugie.
La corruzione e il cinismo sono gli elementi che più corrispondono agli intenti dello scrittore lasciando come sempre un'amara condanna sulle scelte dei singoli individui e del mondo che ci circonda sempre più avvezzo a portare a termine i suoi tornaconti.
Il modo in cui conosciamo i Super con la scena in cui Starlight viene costretta come in un battesimo del male a fare un pompino a The Deep è magistrale e in un attimo riesce ad essere un compendio di tutti i sentimenti e i rancori nonchè l'onnipotenza di questi strani impostori. Sembra quasi la parodia del movimento #metoo dove alla fine Starlight accetta.
Svettano sicuramente alcuni personaggi rispetto ad altri, non tutti riescono sempre ad essere caratterizzati a dovere.
I Super altro non sono e rimangono che lo specchio della società che si nasconde dietro uomini e donne forti che riescono ad avere follower a dismisura e trasformare l'opinione pubblica. Investiti di così tante responsabilità che alla fine diventando super problemi e dando loro personalità a dir poco disturbate, maniacali, egoiste e qualsiasi altro difetto possa venire in mente, incluso lo sfruttamento della schiavitù sessuale e persino la pedofilia.
L'opera cult di Ennis racconta quindi in sostanza un fenomeno culturale che riesce ad essere estremamente funzionale e attuale dove tutto è all'opposto di ciò che sembra basato su continue fake news, dove la manipolazione dell'opinione pubblica è la chiave per arrivare al potere.

Seme della follia

Titolo: Seme della follia
Regia: John Carpenter
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

John Trent, investigatore privato, viene incaricato di un caso che lo conduce ai confini della realtà: ritrovare uno scrittore di best-seller dell'orrore misteriosamente scomparso. Il detective si ritrova coinvolto in una vicenda in cui la realtà si confonde pericolosamente con la fantasia.

E'doveroso ammettere che film così ispirati e con così tanti significati fanno fatica ad uscire di questi tempi. In the Mouth of Madness è uno dei migliori horror di sempre, una storia così semplice e al contempo indecifrabile che lascia ancora ampi margini di interpretazioni chiudendo la trilogia carpenteriana e portando alle estreme conseguenze le indagini del regista sulla rarefazione del reale e il suo irrimediabile scambio con l'immaginifico (prologo e finale). Con una resa visiva eccellente per quanto concerne tutti i generi citati e tutte le dimensioni che il film affronta, reale, paranormale, sovrannaturale, spostandosi di fatto da un contesto all'altro in un viaggio allucinato e disperato che sembra non avere mai fine con toni apocalittici, atmosfere gotiche e infine i mostri che tornano sulla terra da dimensioni ignote e con umani che subiscono orripilanti mutazioni fisiche.
Un film che non è tratto dai romanzi di King ma che diventa istantaneamente una delle sue ipotetiche trasposizioni migliori, citando e strizzando l'occhio verso quell'universo di follia che si impossessa del protagonista e dei lettori in un impianto visivo semplicemente spettacolare e magistrale per quanto curi nel particolare ogni singolo frame diventando inquietante, morboso, gore e disturbante (Sam Neil in stato di grazia, quell'urlo nel pullman ancora mi sveglia la notte). Un film dalla struttura tutt'altro che semplice, un gioco che serve a sbilanciare lo spettatore a farlo mettere continuamente in discussione su ciò che sta avvenendo e le scelte dei protagonisti. Carpenter ha parlato di libri maledetti come di film maledetti nel sontuoso episodio dei MHO-CIGARETTE BURNS.
Una delle opere horror più affascinanti sul tema della realtà e immaginazione, tra continui incubi e situazioni che confondono e trasfigurano protagonista/spettatore in un alternarsi senza fine, diventando sempre più deliranti giocando sulle ambiguità fino al climax finale decisamente curioso e inaspettato.

Bug-Insetto di fuoco

Titolo: Bug-Insetto di fuoco
Regia: Jeannot Szwarc
Anno: 1975
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In seguito a un terremoto, un tipo di insetto mai visto prima esce dalle viscere della Terra. L'entomologo James Parmiter scopre che questi insetti hanno la capacità di inescare fuochi. Gli insetti iniziano ad uccidere gli umani ed una delle vittime è proprio la moglie di Parmiter. Le cose peggiorano quando, in seguito ad un esperimento d'ibridazione compiuto da Parmiter, gli insetti dimostrano di essere divenuti intelligenti.

Bug è un pregevole film di sci-fi con risvolti catastrofici e spunti eco-vengeage che di fatto viene spesso associato alla categoria fanta-horror o il sotto filone degli animali assassini, tratto dal romanzo La piaga Efesto (The Hephaestus Plague), un romanzo di fantascienza apocalittica del 1973 scritto da Thomas Page.
Szwarc che non ha avuto una filmografia felice, riesce come mestierante ad infondere fin da subito un'atmosfera allucinata dove il film non si prende molto tempo prima di mostrare i piccoli insetti resi in maniera verosimile e in grado, nonostante il film sia del '74, di infondere allo stesso tempo una sensazione di orrore e di inquietudine risultando al contempo ripugnanti e facendo scaturire tutte le paure ancestrali dei blattofobi.
Blatte plaeistoceniche da un altro tempo che volano, alloggiano nei tubi di scappamento, non sembrano temere nulla  a parte i giochi di pressione e che ormai a detta del professore hanno esaurito le scorte del sottosuolo con l'evidente bisogno di andare a procacciarsi cibo e sostentamento sulla superficie dopo l'incidente scatenante, un terremoto a suo modo reso in maniera apocalittica come il discorso del prete.
Il film calca molto lo sci-fi, studiando l'anatomia e le caratteristiche degli insetti piuttosto che in una vera caccia, cercando di sterminarli. Proprio la fase evolutiva della creatura, per quanto in certi versi troppo repentina, diventa uno degli aspetti più interessanti di pari passo con la paranoia del professore, il suo bisogno di chiudersi in una casa isolata per poter fare tutti gli esperimenti del caso lasciando di fatto che il film evolva esso stesso in una sorta di sottile horror psicologico. Ci sono alcune scene sicuramente deliziose, l'attacco degli insetti, la metamorfosi finale, il senso di impotenza degli umani, l'aver sottovalutato il pericolo e poi il film non ha un happy ending, muoiono tutti e gli insetti vincono.

Ultimo dei Mohicani

Titolo: Ultimo dei Mohicani
Regia: Michael Mann
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

La Guerra dei sette anni è sbarcata oltre oceano. È il 1757. Le colonie americane sono terreno fertile per sangue e morti. Inglesi e francesi si contendono le terre, mentre le tribù autoctone decidono da quale parte schierarsi e a chi giurare una presunta fedeltà. Tra loro anche Nathan, nato inglese e adottato dai Mohicani, corre tra foreste e fiumi in cerca di una pacifica convivenza tra coloni e invasori. Gli equilibri verranno presto spezzati dalla crescente tensione tra le forze europee e dai labili patti che legano gli indigeni ai due schieramenti.

Michael Mann è uno dei miei registi preferiti. Alcuni suoi film potrei vederli in loop in particolare Collateral e questo.
Il film più importante, più ambizioso di un autore che è un vero maestro dell'action, del perfezionismo, di tutto ciò che non dovrebbe mai mancare in una scena d'azione e con alcune sparatorie tra le più belle e sofisticate che il cinema abbia mai avuto modo di vedere.
Tanti fattori in questo film ne decretano un capolavoro indiscutibile, un film storico, una storia d'amore che riesce a non essere mai banale, combattimenti furibondi, sacrifici, soldati immolati, stermini di massa, complotti, alleanze tra culture diverse.
Tutto funziona alla perfezione. Location, costumi, il taglio epico, l'avventura portata ai fasti.
Nathaniel Hawkeye, Chingachgook (che rimane l'ultimo dei Mohicani), Uncas, sono un trio diventato leggenda che corre per le foreste senza indugi, combattono come delle bestie feroci tecnicamente all'avanguardia facendo sfigurare Magua e gli Uroni in un kolossal in grande stile a cui guardandolo più e più volte, mi rendo conto come non manchi davvero nulla e la colonna sonora è tra le più belle della storia del cinema.
Nat interpretato da Lewis in stato di grazia è solo la ciliegina sula torta dove l'incredibile scelta di recitazione abbraccia tutti compresi gli sconosciuti indiani che sembrano metterci l'anima. Fughe e assedi, ricostruzioni minimali, l'affresco estetico della natura con un suo peso specifico, la foresta che per i Mohicani sembra non avere segreti, Mann dimostra ancora una volta e qui più che mai, di riuscire ad unire quei silenzi e quegli sguardi che in pochi secondi, in silenzio, comunicano più di molti dialoghi, riuscendo a creare ancora più pathos e atmosfera.

Tormenting the hen

Titolo: Tormenting the hen
Regia: Theodore Collatos
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una paranoia profonda si impossessa di Monica quando si unisce al suo fidanzato Claire in un ritiro di artisti in mezzo al nulla. La coppia non è preparata alle  conseguenze agghiaccianti di fronte ad un misterioso uomo, il guardiano del terreno, che li spinge in una spirale continua verso una rottura psicologica.

Tormenting the hen è quel film che probabilmente abbiamo visto solo io, il regista e qualcuno di Film per evolvere. Credo neppure il cast o la troupe c'è l'abbiano fatta.
Un film girato con due lire dove ci si immerge nell'indie estremo, composto di micro particelle, pochissime location, camera a mano, improvvisazione pura e un abbozzo di storia che devo dire poteva cercare di regalare qualcosa di più.
Un affresco di come il bisogno di fare cinema porta spesso quando ci si immerge in queste produzioni, a sposare scelte registiche e monologhi nonchè dialoghi senza curarsi del loro peso specifico, di come possano apparire eterni nella durata e nel pasticcio dove non sempre c'è sodalizio tra intenzioni e messa in scena.
Sulla carta la trama del film non è poi così male, certo non originale, ma per come si dipana almeno inizialmente nel primo atto lasciava ben sperare verso qualcosa di atipico dove alle volte la paranoia della protagonista viene espressa attraverso un montaggio furibondo di immagini slegate tra loro ma funzionali alla resa scenica.
Alla fine al di là delle scene saffiche, dei dialoghi che non sembrano mai finire, l'antagonista se così vogliamo chiamarlo, ha un epilogo per certi versi davvero strano, dove non ci sono climax o scene efferate, tutto sembra prendere la strada meno ovvia ma forse la più realistica, come a dire che in questa società ci si allarma davvero anche per delle situazioni che seppur strane sono del tutto normali senza per forza sfociare in qualcosa di macabro.

Goonies

Titolo: Goonies
Regia: Richard Donner
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

I Goonies, scatenato gruppo di ragazzini abitanti nel quartiere di Goon Docks, devono dare l'addio alle case dove sono nati e cresciuti: i signorini del club del golf hanno dato lo sfratto alle loro famiglie per radere al suolo il quartiere e costruire nuovi, esclusivi, campi da gioco. Poco prima di andarsene, uno dei Goonies scopre in soffitta una vecchia mappa del tesoro, scritta da un pirata spagnolo del '600. Mettendo le mani sul bottino dell'antico corsaro, i ragazzini potrebbero salvare le loro case.

Per la mia generazione classe '82, I Goonies è semplicemente il film manifesto di un'infanzia, uno dei film più belli ed importanti non solo di quella decade ma, probabilmente, degli ultimi 30 anni.
Un cult movie indimenticabile che ancora oggi riesce ad essere brillante per una vicenda mai banale, un ritmo incredibile, un manipolo di attori e personaggi niente affatto scontati che hanno fatto la storia e alcune scene diventate leggenda così come i dialoghi e la forza della messa in scena.
Il perfetto film d'avventura, un teen-movie come non si sono quasi più visti nel cinema, un duetto che vede Spielberg come produttore e Columbus alla scrittura e una trama capace di unire allo spirito del film di formazione e del viaggio dell'eroe, il tema dell'amicizia, la diversità (il mostro buono), i primi amori e il rapporto con l'altro sesso come qualcosa di gigantesco, una montagna da scalare, e non ultimi i pirati con Willie l'orbo e i tracobbetti.
I Goonies sono diventati nel giro di poco un ricordo indelebile per chi si approcciava a quell'immaginario collettivo degli anni '80 facendoci ricordare quasi tutte le battute a memoria in un continuo di richiami e di cambi di rotta improvvisi e inaspettati.
La forza del film al di là dell'affiatamento degli attori sta proprio nella sua apparente semplicità, trattando una ricerca del tesoro in maniera molto realistica in cui chiunque a quell'età avrebbe voluto farci parte, lottando, scappando dalla banda Fratelli e scontrandosi contro un sistema che vuole togliere le proprie case, i ricordi e i legami con la comunità.
Spielberg come produttore è stato fondamentale per unire gli archetipi del cinema d'avventura con lo spirito action di Donner, in cui sono proprio i pre-adolescenti, i losers, i goony che voleva dire sfigati, a dover lottare per una causa in cui i genitori sembrano rinunciare.

Starfish

Titolo: Starfish
Regia: A.T.White
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ritratto unico, intimo e onesto di una ragazza in lutto per la perdita della sua migliore amica. Accade proprio nel giorno in cui il mondo così come lo conosciamo sta per finire.

L'esordio di White è associabile a tanti filoni cinematografici, ormai una consuetudine per chi è avvezzo a nuotare a stile libero tra i generi. Un film di stampo autoriale che si dipana nel primo atto come un vero e proprio dramma autoriale, con riprese a spalla, la camera che segue la sua protagonista e alcune note dolenti di una meravigliosa soundtrack che sono lì pronte a farti capire che sta per succedere qualcosa, anche se quello che veramente un certo tipo di pubblico si aspetta non arriverà mai.
Starfish può essere definito un un mystery movie, un dramma autoriale, un horror, uno sci-fi dai contorni post-apocalittici. Tutti elementi che non vengono sbattuti in faccia allo spettatore in un caos di immagini dove l'azione prevale sulla narrazione. Al contrario il film si prende i suoi tempi, ostenta quanto ci si potrebbe aspettare di vedere, lascia Aubrey a parlare quasi sempre tramite una radio venendo a conoscenza di queste creature uscite da portali spazio-temporali.
Un film criptico, lento, pienamente autoriale, ermetico e con tutta una sua simbologia di una visione di cinema e di storia complessa e non sempre decifrabile.
Mancano quelle scene madri di spessore che sono una regola in pellicole recenti e simili come Captive state o lo sconosciuto indie low budget Axiom con una trama per certi versi molto simile tolto il tema del post-apocalittico. Qui il budget è molto risicato, un indie che fin dall'inizio predilige un'altra atmosfera di spaesamento dove il dramma interiore della protagonista accompagna le sue scelte e le sue azioni, nonchè gli obbiettivi, rendendola sola e spaesata, a tratti allucinata, in un'ambiente ormai privo di vita.
Ci sono echi alla Matheson proprio quando sembra sia proprio Aubrey tra i pochi esseri viventi rimasti sulla terra, segnali che come per i simboli e la voce proveniente dalla radio ci riportano a una dimensione sconosciuta che richiama l'apocalisse.

Waterworld

Titolo: Waterworld
Regia: Kevin Reynolds
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo lo scioglimento dei ghiacciai, il mondo è ricoperto dalle acque e la società sprofonda nella barbarie. Un eroe solitario, tormentato dalla propria diversità legata a mutazioni genetiche che privilegiano l'adattamento alla nuova situazione ambientale) difende una giovane donna e la figlia di questa dalla tribù degli Smokers: sulla schiena della bambina è infatti tracciata la mappa per raggiungere la terra promessa di Dryland.

Il MAD MAX degli oceani. Waterworld aveva sicuramente dei pregi evidenti trattando una materia per certi versi atipica e originale, un Medioevo nel XXI secolo frutto di un cataclisma che ha causato l’innalzamento delle temperature e lo scioglimento delle calotte polari, portando all'inghiottimento di tutti i continenti e di buona parte della popolazione.
Waterworld è un film distopico costato 175 milioni. Il più grande flop commerciale del cinema degli anni Novanta, un film fantastico-avventuroso spettacolare e fumettistico con una trama di un'ingenuità rara, ma in fondo solo un pretesto per raccontare l'ennesimo viaggio dell'eroe di un meta-umano con le branchie, solo contro tutti, che si lancerà alla ricerca della terra perduta con la bambina che ha tatuato sulla schiena la mappa della terra promessa.
C'è il popolo d'Israele, i sacrifici, le prove, i nemici "Smokers"rubati alla meno peggio dai film di Miller, l'insopportabile Kostner e per fortuna, anche se dosate con il contagocce, alcune creature marine decisamente affascinanti. Per fortuna il film non ha quel contorno e quella natura romantica che con un eroe solitario come Kostner ci si poteva aspettare.
Non macina e trasuda sangue come i film di Miller, ma dal canto suo prova a mettersi in gioco con alcune scene e momenti decisamente gradevoli, ad esempio legato ai freaks che tramite legami di sangue nascono mezzi deformi.
Un film distopico che a distanza di anni riesce comunque ad essere molto gradevole, dal taglio e dalle intenzioni forse troppo epiche e un finale prevedibilissimo come alcuni ostacoli che Mariner dovrà affrontare. Presenta comunque delle sequenze e delle scene d’azione sull’acqua che hanno fatto scuola dal punto di vista tecnico e che restano insuperate da un lato e punti di riferimento insostituibili per realizzarne di nuove dall’altro.

Labyrinth

Titolo: Labyrinth
Regia: Jim Henson
Anno: 1986
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Sarah, adolescente sognatrice, una sera in cui rimane sola a casa con il fratellino e innervosita dai suoi pianti, invoca il re degli gnomi Jareth, pregandolo di portarlo via. Toby scompare. Sarah, pentita, corre a riprenderselo affrontando ogni sorta di pericoli: nani, paludi, porte magiche.

Labyrinth è uno dei quei cult che non sfigura mai. Passano gli anni e il film invecchia molto bene. Scritto da Terry Jones e diretto dal padre dei Muppets, il film è una storia d'avventura, una fiaba dark, un viaggio dell'eroina perfetto, una corsa contro il tempo, uno dei fantasy più interessanti della storia del cinema.
Si potrebbe parlare per ore dei meriti del film. Un labirinto spettrale e affascinante, cupo e misterioso, una galleria di personaggi che sono rimasti nel cuore dei cinefili, Jared interpretato dal trasformista Bowie che è diventato leggenda e per finire un semi musical che riesce dove tanti hanno fallito.
E'un film per bambini ma di quelli che consacrano la magia, l'animatronic, i pupazzi, le scelte narrative mai banali, le fiabe riproposte e adattate per un soggetto che riesce a fare meglio di tanti suoi simili, spostando la narrazione su temi adulti e riuscendo a far aderire tutte le componenti in maniera funzionale e divertente con un ritmo che riesce sempre a imporsi e alcune scene indimenticabili.
Tutti i mostriciattoli parlanti in cui s’imbatte Sarah sono stati realizzati partendo dai disegni di Brian Froud, che aveva già collaborato con Jim Henson e Terry Jones in DARK CRYSTAL, un film fantasy del 1982 tutto girato coi pupazzi e in cui nel film in questione tutto viene impreziosito dalla raffinatezza figurativa più europea che americana.
Progetto ambiziosissimo per le tecniche disponibili e realizzato con cura, ne pagò economicamente le conseguenze incassando al botteghino appena la metà dei 25 milioni di dollari spesi per metterlo a punto, per restare eternamente prezioso nella memoria degli amanti di genere.

13 guerriero

Titolo: 13 guerriero
Regia: John McTiernan
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nord e Sud uniti nella lotta, per un'operazione neomitologica che si giova dell'interpretazione convincente di Banderas. Un arabo si allea ai Vichinghi per combattere contro gli sgradevoli Wendol in un'epopea dai larghi orizzonti.

Secondo una leggenda un giorno arriveranno dall’estremo-estremo nord delle forze oscure che porteranno morte e miseria nelle terre di Odino. Questo male potrà essere estirpato solo grazie all’aiuto di 13 guerrieri che volontariamente decideranno di difendere le loro terre al costo della vita. La leggenda vuole che la compagine sia composta da 12 vichinghi e uno straniero.
McTiernan torna all'action epico-avventuroso con una storia abbastanza interessante.
Lo specialista del cinema d'azione in grado di regalare alcuni cult indimenticabili come PREDATOR e Nomads, è qui alle prese con un'idea tratta dall'ennesimo libro di Crichton, che per il cinema si è sempre rivelato una mossa congeniale basti pensare a cosa non è stato Jurassic Park.
Ci sono molte intenzioni e ambizioni, tirare fori dal cappello un viaggiatore iraniano realmente esistito attorno al 900 d.c, e considerato dagli storici contemporanei come uno dei primi intellettuali musulmani ad aver viaggiato fino all’estremo nord e descritto la cultura norrena, mischiarlo con Beowulf (ebbene sì compare anche lui) e una tribù di cannivali dai risvolti orrorifici. Mancava solo Slaine.
Il problema del 13 guerriero è una deviazione e un'aspirazione troppo tamarra dove alcuni scontri e combattimenti riescono addirittura ad annoiare dal momento che il film non si cimenta nella descrizione storica ma si limita a pochi dialoghi, i personaggi vengono appena abbozzati e non caratterizzati a dovere, lo scontro culturale è solo accennato e il resto sono tante prove muscolari.
Sicuramente trattando il tema è sicuramente molto meglio di alcune pellicole sfortunate e dagli intenti discutibili come PATHFINDER o OUTLANDER

Non sono un assassino

Titolo: Non sono un assassino
Regia: Andrea Zaccariello
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Francesco Prencipe è vicequestore e amico fraterno del giudice Giovanni Mastropaolo, oltre che dell'avvocato Giorgio, di ricca famiglia ma che ha smesso di esercitare dopo una delusione d'amore e una caduta nell'alcolismo. Quando il giudice Mastropaolo viene trovato ucciso, Francesco, che è l'ultimo ad averlo visto, è il principale indiziato dell'indagine. Lui si dichiara innocente e si affida per la propria difesa a Giorgio, inoltre cerca di ricongiungersi con la figlia, che non gli perdona di aver lasciato la famiglia per un'altra donna. Tutti, inclusi i colleghi in polizia, accusano Francesco di essere una persona orribile e solo Giorgio sembra essere dalla sua parte, anche se da ragazzini Francesco finì per escluderlo e preferirgli Giovanni come amico del cuore. I tre strinsero anche un misterioso patto: non aprire mai un cassetto segreto della scrivania di Giovanni, dove lui aveva nascosto qualcosa che non ha mai voluto rivelare.

Zaccariello è un regista che dopo alcuni sfortunati film arriva ad una grossa produzione con un cast che nel cinema italiano vanta tra i nomi migliori e un soggetto tratto dal libro omonimo di Francesco Caringella, che mischia tanti elementi, strizzando l'occhio al cinema di genere tra noir, mèlo e troppi flashback da romanzo di formazione che incidono sul ritmo della pellicola finendo per farla diventare l'ennesima indagine soporifera e con pochi colpi di scena e un finale molto discutibile.
E'una prova di attori dove l'onnipresente Scamarcio cerca di fare quanto di meglio, Pesce non viene utilizzato a dovere come anche Boni con un trucco davvero discutibile.
E'un film complesso da gestire come tanti registi italiani stanno dimostrando, chi riuscendoci a metà e chi come in questo caso non riuscendo a mantenere viva la suspance.
Il film dura decisamente troppo, e quando non vediamo alcuni interminabili flashback, assistiamo a piani temporali confusi inseriti in maniera macchinosa dando l'idea di essere una fuga dal non riuscire a gestire tutta la macchina produttiva.
Per finire il climax finale su cui si concentra tutta la sinossi del film ha un epilogo fulmineo scandito da poche battute. Una scelta voluta oppure ancora una volta una difficoltà a decifrare tutta l'indagine e l'ambiguità del suo protagonista.
Zaccariello non è Soavi, le scene d'azione e di tensione praticamente non esistono e siamo ben lungi da pellicole come Arrivederci amore ciao ma anche rispetto a pellicole indie e sconosciute e con molto meno budget e attori di spicco come il Codice del babbuinoMalarazzaContagio o per certi versi più simile Ragazza nella nebbia.

Ruota delle meraviglie

Titolo: Ruota delle meraviglie
Regia: Woody Allen
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ginny ha sposato in seconde nozze Humpty che lavora nel Luna Park di Coney Island e gli ha portato in dote un figlio decenne con una spiccata tendenza per la piromania. Ginny è però insoddisfatta di quel matrimonio e trova nel bagnino Mickey un uomo colto che possa comprendere anche le sue velleità di attrice. Un giorno però arriva a sconvolgere i fragili equilibri Carolina, figlia di Humpty e fuggita dall'entourage del marito mafioso. Quando Mickey ne fa la conoscenza Ginny avverte l'imminenza di un pericolo.

Coney Island è quel meraviglioso luna park vicino al mare che il cinema ha saputo mostrare e mettere in scena in diversi film. Allen torna a parlare di piccole storie e piccoli drammi, in un film confezionato perfettamente dove le storie e i dialoghi hanno un loro peso specifico capace di far appassionare subito il grande pubblico anche per una piccola storia come questa. Grazie ad un ottimo utilizzo degli attori, una fotografia splendida che mette in luce ogni piccolo dettaglio, uno dei cineasti più importanti di sempre, crea e trasforma un'ambiente, un'epoca che si sta velocemente evolvendo e dove la sua piccola galleria di personaggi, cerca di trovare, chi come può, speranza di salvezza, amori, sfoghi giovanili, adulteri con uomini più giovani, il sogno del cinema in un paese che sembra concedere infinite possibilità e non ultima la fuga dall'ordinario.
In fondo la ruota delle meraviglie è la ruota delle vite dei protagonisti, alcuni si fermano, altri si muovono continuamente cercando di non risultare mai abbozzati ma caratterizzati in maniera molto matura e complessa, per un autore che ormai è un habituè a trattare qualsiasi tipo di storia che sia un dramma d'amore o una commedia.
Trai suoi ultimi film anche qui c'è la nota circa alcuni dei temi portanti che negli ultimi anni investono le storie dei partecipanti come l’incidenza del caso, la tragicità della vita, l’assoluta e disperata mancanza di senso dell’esistenza, la colpa e il peccato e non ultima la fragilità delle relazioni umane

It-seconda parte

Titolo: It-seconda parte(2019)
Regia: Andres Muschietti
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ventisette anni sono passati dagli avvenimenti descritti nel primo capitolo. I ragazzi - componenti il club dei perdenti - che avevano affrontato l'orrore di Derry sono cresciuti e, benché intimamente segnati dall'esperienza, hanno in gran parte parte rimosso, piuttosto misteriosamente, quanto accaduto, cercando di vivere, con maggiore o minore successo, le proprie vite. Quasi tutti se ne sono andati dalla cittadina. Solo Mike è rimasto a presidiare la zona ed è proprio lui - l'unico a non aver dimenticato - a cogliere il segnale che l'orrore sta tornando, compiuto il suo ciclo vitale. Per questo, per combattere il mostro, Mike contatta i vecchi amici e li richiama al patto che stipularono da ragazzi, perché solo loro possono concludere il lavoro che hanno iniziato. Ciascuno di loro è colto nel pieno dei problemi quotidiani della vita, ma il richiamo è troppo forte e niente può impedire il ritorno a Derry. Per tutti, tranne che per uno, Stanley, che si toglie la vita. Gli altri, tra ritrosie, ripensamenti e paure, affrontano di nuovo It.

Finalmente ho letto il romanzo. Un'opera che sono sempre più convinto sia difficile da adattare come tanto materiale di King. Forse una serie tv con almeno dieci episodi da un'ora potrebbe bastare. Nella mini serie cult degli anni '90, che trovo finora la cosa che sfigura meno e ripeto avendola vista da piccolo e rivedendola ora continuo a sostenere che valga di più dei due film di Muschietti. Come sempre gli elementi più tremendi mancano anche qui come mancavano prima, parlo per la prova iniziatica del fumo e dunque la venuta di It come alieno da un'altra dimensione (sempre l'orrore cosmico) e Beverly che si concede a tutto il gruppo prima della caccia finale e la carneficina molto truce secoli prima a colpi di ascia in un locale.
Si inizia con Dolan in un personaggio abbastanza interessante del romanzo, si continua con alcuni tratteggi in cui gli sceneggiatori si prendono alcune libertà ma che diventano funzionali come la storia di Bob Gray, la prova del fumo anche se con diversi punti di rottura e in fondo, come nel capitolo precedente, una maggiore attenzione alla storia in quei particolari della popolazione di Derry che vedeva cosa stava succedendo limitandosi a girarsi dall'altra parte.
Vediamo quello che non ha funzionato: la comicità fuori luogo, attori fuori parte, troppo utilizzo della c.g soprattutto nelle parti con Penniwise e alcune agghiaccianti trasformazioni (tra il ridicolo e il veramente brutto), jump scared a profusione mai incisivi e tanti altri elementi disfunzionali.
Bocciato come lo era il primo capitolo. Forse questo è un pòmeno brutto. Il secondo capitolo ha delle variabili particolari, risulta essere meno noioso del precedente ma troppo pompato con uno stile che non riesce mai a fare la differenza.

domenica 29 settembre 2019

Mysterious Skin

Titolo: Mysterious Skin
Regia: Gregg Araki
Anno: 2004
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

L'estate del 1981 segna una svolta definitiva per due ragazzini di otto anni, per motivi diversi. Uno (straordinario Joseph Gordon-Levitt) è oggetto dell'abuso continuato e non rifiutato del coach della squadra di baseball; l'altro viene rapito dagli alieni, con conseguenze irreparabili sulla sua maturazione

Non sempre ma arriva un momento di svolta per un regista. Quel momento di maturità che sembra consolidarsi come se di fatto tutte le sue più significative componenti erano già lì da sempre, pronte ad aspettare quel momento per emergere tutte. Così è stato grazie ad un bellissimo libro diventato un film che nella tematica queer ha pochi eguali nel cinema.
Gregg Araki ha tormentato la mia adolescenza con film ai limiti che osavano, che non risparmiavano nulla, che regalavano scene esagerate e fantastiche, finali censurati passati su uno schermo nero per tutto un secondo tempo alla televisione e poi un linguaggio fuori dal normale, sboccato, provocatorio, dissacrante, ma valido e funzionale a rendere una generazione per quello che era veramente. Di fatto almeno per ora Mysterious Skin è l'unico film veramente drammatico e di spessore del regista. Una filmografia spesso discontinua con alcuni film mai distribuiti e un talento spesso messo in discussione soprattutto dalla critica.
Doom Generation è stato un cult almeno per il sottoscritto e forse il capitolo più interessante della trilogia. Traumatico e realistico, Mysterious Skin non fa sconti, sbatte la realtà e la pedofilia trattandola in una maniera atipica e speciale come non si è mai vista nel cinema, parlando di rapporti di una violenza psicologica alienante portando chi a prostituirsi rivivendo e rimettendosi sempre in discussione, oppure chi ha cercato di estraniarsi addirittura chiamando in causa gli alieni.
Una città popolata di bifolchi dove le istituzioni non esistono o sono complici, le famiglie sono spezzate e distanti dai problemi dei figli, l'unica salvezza è l'amicizia fatta di outsider che ancora una volta nel cinema di Araki riflettono una lucidità e una profondità importante e sempre valorizzata. Di una violenza reale e mai risparmiata, alcune scene davvero sono un grido disperato e messo in scena in maniera perfetta senza mai sbavature. Come sempre una colonna sonora importante e figlia di un'epoca che Araki si porta sempre dietro, un cast formidabile per scelta e spessore nell'immedesimazione dei personaggi.
Mysterious Skin è un film che colpisce, fa male davvero, porta a tanti pensieri e riflessioni, non perde mai la sua potenza narrativa e attoriale e andrebbe rivisto più e più volte per dare anche un contesto diverso, mai tracciato in questo modo sulla pedofilia e sui rapporti tra vittima e carnefice.

Housewife

Titolo: Housewife
Regia: Can Evrenol
Anno: 2017
Paese: Turchia
Giudizio: 3/5

Una vecchia amica trascina Holly sotto l'influenza di una setta il cui leader sostiene di poter "navigare" nei sogni altrui. Violenti traumi infantili riemergono, realtà e fantasia si intrecciano, fino alla rivelazione di una verità sconvolgente e, forse, all'avvento dell'Apocalisse.

Evrenol ha girato uno degli horror più belli degli ultimi anni Baskin.
Il regista turco ha però un problema che non nasconde anzi sembra quasi essere un'arma a doppio taglio nel suo cinema. I suoi film, il suo cinema non deve avere per forza un percorso di significazione. Housewife, il suo secondo film ne è una prova lampante, aprendo porte senza doversi preoccupare di richiuderle. Come il film precedente Housewife è infarcito di tanti elementi, alcuni davvero molto interessanti, carichi di una violenza di matrice gore che non accenna a spegnersi.
Tante strade che portano ad un finale visivamente molto bello che cita come ormai fanno in troppi il maestro di Providence. Ci sono di nuovo le sette, ma meno interessanti rispetto a quella mostrata nel film precedente. Una sorta di Anticristo, e un universo scioccante fatto di madri isteriche che uccidono le proprie figlie, bambini incappucciati, percorsi iniziatici, la progenie maledetta dei Visitatori, il Male assoluto che emerge in tutte le sue forze, i traumi infantili e l’oscura paura latente nell’uomo che non ha una forma definita risultando inquietante.
Housewife è un film composto perlopiù da quadri molto stilizzati, dove i colori e le luci fanno da padroni infarcendo il film e facendolo di nuovo risultare scioccante sotto certi aspetti.
Evrenol dopo uno stuolo maschile predilige una protagonista caratterizzandola, lei e gli altri, a dovere senza lasciare tutto ai posteri ma scegliendo una strada per certi versi dove il sogno e l'incubo diventano i simboli di una narrazione con risvolti psicoanalitici e dove la tripartizione e lo schema matrilineare siglano un passo importante in avanti per il regista. Evrenol dimostra di saper scrivere anche se non padroneggia ancora bene alcuni risvolti come buttarla spesso nella suggestione come a sconvolgere la psiche dello spettatore e fare un passo indietro rispetto ai fasti e la furia dell'opera prima che con molte meno pretese raccontava una storiella pura e semplice.
Adottando strategie narrative non sempre funzionali come il continuo spostamento dei piani di narrazione paralleli, fra sogno e realtà, passato e presente, Housewife sancisce il talento di un regista che citando tanto cinema e letteratura non nasconde che la sua voglia di fare cinema è merito di un nostro caro regista avvezzo ai generi e alla sperimentazione: Lucio Fulci.

Macchine che distrussero Parigi

Titolo: Macchine che distrussero Parigi
Regia: Peter Weir
Anno: 1974
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Arthur e suo fratello George stanno guidando attraverso la campagna australiana una notte, quando improvvisamente un potente fascio di luci di un'altra auto li costringe fuori strada. George muore nello schianto, ma Arthur sopravvive e si risveglia in un ospedale della cittadina di Paris/Parigi, una città che, come egli scopre, vive grazie a quello che può essere ricavato da provocati incidenti stradali - comprese le persone ...

Weir è uno dei miei registi preferiti in primis per aver diretto uno dei miei film cult preferiti Picnic ad Hanging Rock un film ancora ad oggi in grado di lasciarmi basito di fronte a cotanto stupore. Un film in cui il cambio del finale divenne come per altre opere un elemento in grado di creare ancora più suspance e mistero in un finale aperto tra i più belli che il cinema ricordi.
Il suo primo lungometraggio non poteva essere che un film assolutamente fuori dalle righe, un Ozploitation di quelli che oggi non vediamo più, un racconto grottesco di neo-cannibalismo industriale.
L'Australia ancora una volta inquadrata nel suo degrado. Distante dal cult Wake in fright, il film è un sapiente cocktail di generi dall'horror alla fantascienza fino alla commedia e il western urbano. Un film appassionante con una miriade di spunti e di elementi che torneranno nel cinema del maestro australiano dalla sfiducia nel progresso tecnologico, l'impulso sovversivo della gioventù e infine il legame misterico tra Natura e Cultura.
Un protagonista mite e inquieto che rischia di diventare un membro di una congrega di svitati,
il medico che esegue esperimenti sulle vittime degli incidenti, trasformandoli in semi-vegetali, i giovani locali persi e alcolizzati che personalizzano le auto distrutte per creare dei veicoli con cui si aggirano per le strade.
E'un film importante, ambizioso, anarchico fino alla radice. Una versione horror del maggiolino tutto matto, un salto in avanti sulla macchina infernale, di nuovo l'outback australiano con i suoi bifolchi, la sua community freak alienata.
Un finale potente che scardina e distrugge tutto riportando ad un nuovo inizio o a una fine apocalittica dove tutti finiscono per perdere quel poco a cui rimanevano così attaccati e fedeli.

Ragazzi perduti

Titolo: Ragazzi perduti
Regia: Joel Schumacher
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una donna divorziata con due figli adolescenti si stabilisce nella casa del padre in un villaggio della California apparentemente tranquillo. In realtà è infestato da una banda di vampiri. Il figlio maggiore si innamora di una bella vampiretta (però suscettibile di normalizzazione), la madre addirittura del capo vampiro

"Dormi tutto il giorno, impazzi la notte, non invecchi mai, non muori mai. Niente male essere un vampiro oggi."
Erano gli anni '80 in cui Schumacher girava ben due cult per il sottoscritto tra cui questo è LINEA MORTALE. Due film che hanno segnato l'infanzia giocando chi con il vampirismo e chi con la sfida con la morte. Entrambi figli di quegli anni dove sicuramente comparivano mille imperfezioni e Sutherland diventava, anche se per poco, l'attore feticcio del regista.
Lost boys aveva qualcosa di immortale, non faceva mai paura ma creava una strana atmosfera in grado di ammaliare e creare una certa suspance. Per lo meno giocando con alcuni luoghi comuni del vampirismo ma senza renderli mai banali, con un manipolo di attori più che perfetti, musiche e abbigliamento figli di una cultura hippie (People are strange dei Doors all'inizio) e di una California pervasa da sotto culture e luna park sulla spiaggia e Santa Carla capitale mondiale degli omicidi con volantini di missing childs e non solo.
Ribellione contro le regole degli adulti, un Peter Pan all'incontrario, un mix di horror e commedia, molto commedia all'inizio e un po' più horror, tendente allo splatter nel finale, molto funzionale e con alcuni momenti imprevedibili e di forte suggestione. Ragazzi perduti trova la sua vena cult inserendo tanti elementi in un perfetto gioco della bilancia dal tono scanzonato, per la riuscita commistione fra spaventi e risate, per l'idea, estremamente riuscita, di inserire la figura vampirica in un contesto adolescenziale facendo diventare il non morto, glamour, giovane e sensuale.
Assieme a Giorno di ordinaria follia, LINEA MORTALE e Blood Creek rimangono i film migliori del regista.
Ragazzi perduti è I GOONIES con i vampiri!

Antiporno

Titolo: Antiporno
Regia: Sion Sono
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Kyoko è un'artista eccentrica che mette la sessualità al centro delle sue opere e maltratta i propri assistenti. Ma forse Kyoko è solo il personaggio di un film e l'attrice che la interpreta ne è l'esatto opposto, timida e complessata per una serie di traumi adolescenziali. O forse ancora...

Sion Sono è da sempre un regista fuori dalle righe ritagliandosi una certa nomea nel cinema di genere e non solo. Antiporno arriva ancora una volta in maniera inaspettata, stravolgendo le regole e dimostrando ancora una volta come l'outsider nipponico sappia gestire temi e forme inusuali di idee e di messa in scena. Il film fa parte di una serie di opere commissionate ad alcuni registi con il fine di omaggiare il pinku eiga, quel tipo di pellicola con all'interno scene erotiche di qualsiasi tipo, una sorta di manifestazione anarchica di un paese che fino agli anni '70 era costretto a censurare e reprimere ad ogni costo la sfera sessuale.
Kyoko così diventa promotrice di se stessa, del suo corpo, del suo fascino, della sua sessualità sfoggiandola e facendone perno per creare il suo personaggio, un attrice porno molto famosa con tanti fantasmi nell'armadio.
Attorno a lei prendono vita fotografe affascinate dalla sua carica eversiva, in una satira di fatto costruita tutta all'interno di una stanza, in un'unica location, che Siono sfrutta cospargendola di colori, quadri e immagini e dando molto risalto alla fotografia.
Proprio in alcuni personaggi, ma di fatto è sempre la protagonista il culmine della metafora e della critica alle istituzioni, come ad esempio l'assistente/serva Noriko, vediamo quella classe dominata e costretta a subire la crudeltà e il sadismo della sua padrona senza mai provare a ribellarsi ma accettando passivamente torture e prove iniziatiche.
Antiporno ha tanti dialoghi, molta improvvisazione, divertenti scenette e quadri che capovolgono sempre il ritmo e il tono della pellicola, a tratti soffocata e limitata da una pluralità di fattori che vogliono trovare un'alchimia alle volte forzata come la perversione ai danni della stessa Noriko.
Il film rimane un grido di liberazione di chi come Kyoko sceglie di vendicarsi dei propri traumi attraverso quella stessa liberazione del corpo che sembrava intrappolarla, diventando l'ennesimo messaggio di difesa di una femminilità che non riesce a trovare un posto nella società.

Di origine sconosciuta

Titolo: Di origine sconosciuta
Regia: George P.Cosmatos
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Con moglie e figlio in vacanza, Bart vorrebbe godersi la tranquillità del suo appartamento a Manhattan. Ma un topo invadente disturba la sua pace: si scatena così una spietata caccia al roditore che avrà effetti devastanti...

Più che un horror Di origine sconosciuta è un thriller che mette tensione e inquieta lo spettatore toccando un tema di per sè poco abusato e riflettendo su alcune situazioni realistiche e alla portata di tutti.
Giocato quasi tutto in interni e quasi in una sola location con un attore e un topo, il film rende reale e interessante il fatto di far scaturire il nemico da un luogo abituale e "sicuro" come la nostra casa giocando a più riprese sull'elemento paranoico che porta il protagonista a distruggere la sua abitazione, in una vera battaglia dove tutto può nascondere un pericolo.
Un home rat invasion, dove il coinvolgimento cresce fino a diventare un tutt'uno con lo spettatore dal secondo atto in avanti. L'idea brillante è che il topo sia uno solo e non un esercito come chiunque forse avrebbe fatto.
Tratto dal romanzo “The Visitors” di Chauncey G. Parker III, mette in scena il quotidiano che manifesta misure incommensurabili, traumanti ed ingestibili, risvegliando l’anima violenta latente nell’uomo medio. Claustrofobico, senza cessare mai di comparire da un momento all'altro e con alcuni incubi interessanti che servono a far crescere la solitudine e la paura del protagonista verso il piccolo mammifero, un piccolo gioiello di tensione, dove la normale avversione umana verso i roditori si trasforma in vero e proprio orrore tra le mura domestiche.

Arctic

Titolo: Arctic
Regia: Joe Penna
Anno: 2018
Paese: Islanda
Giudizio: 3/5

Artico. La temperatura può scendere fino a -70°. In questo deserto ostile, gelido, lontano da tutto, un uomo lotta per la sopravvivenza. Intorno a lui, l’immensità bianca e una carcassa dell’aeroplano in cui si era rifugiato, segno di un incidente già lontano. Nel corso del tempo, l’uomo ha imparato a combattere il freddo e le tempeste, a fare attenzione agli orsi polari, a cacciare il cibo. Un evento inaspettato lo costringerà a partire per una lunga e pericolosa spedizione per la sopravvivenza. Ma questa terra ghiacciata non perdona alcun errore

L'esordio di Penna, regista brasiliano, è un survival movie denso e penetrante ma che alla fine non lascia molto se non una bella galleria d'immagini e una prova attoriale indiscutibile.
Quasi un horror per come configura gli spazi mai così aperti e al contempo così claustrofobici. Sembra non avere mai un inizio e una fine in quel bianco infinito, in quelle distese ghiacciate e in un ambiente mai così pericoloso dove la natura incombe sull'uomo rendendolo un puntino in un'ambiente sempre più danneggiato dalle noncuranze del genere umano.
Overgard sembra vivere in un limbo dove la dimensione spazio tempo sembra ripetersi senza variazioni, in una monotonia e una ricerca della sopravvivenza continua e incessante come il desiderio di vita del protagonista. Le disgrazie, gli ostacoli, diventano sempre più marginali per una lotta interna in cui la solitudine e la speranza giocano in un perverso braccio di ferro.
Mikkelsen come sempre non ha bisogno di presentazioni e il suo sguardo solido e magnetico calibra tutti quei momenti in cui il film sembra spegnersi inesorabilmente schiacciato dalle stesse forze che chiama in gioco.