venerdì 9 luglio 2021

Caveat


Titolo: Caveat
Regia: Damian Mc Carthy
Anno: 2020
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un vagabondo solitario, saltuariamente vittima di temporanei attacchi di amnesia, accetta un lavoro per prendersi cura di una donna psicologicamente problematica, finendo per essere ospitato in un'antica e decadente abitazione sperduta su un'isola.
 
E di nuovo ci pensa il Regno Unito a tirar fuori gli assi dalla manica. E direi che assieme a CENSOR quest'anno siamo davvero a ottimi livelli. Caveat è l'esordio di un autore che ha visto tanto cinema. Conosce o meglio intuisce cosa piace ai fan del genere e cerca di stupire con un film silenzioso e isolato, ambientato quasi tutto in un'unica location, con tre attori e un piccolo pupazzo.
Caveat riesce a creare vera suspance intersecando uno strano miscuglio di schizofrenia, terrore e spietatezza (oltre il solito revenge movie) che permea le personalità disturbate dei personaggi, giocando con archetipi in fondo basilari, mischiando dramma sociale, malattia mentale, isolamento, stupore e un ambiente molto claustrofobico e atmosferico. Un film molto indie e low budget che sfiora la perfezione per quanto concerne i dialoghi e la messa in scena. Tuttavia bisogna anche ammettere qualche licenza di troppo che la sceneggiatura sembra prendersi come quando Isaac accetta troppo repentinamente di attaccarsi la catena in casa oppure il suo passato, reso attraverso dei flash back che vogliono dire troppo nascondendo l'intrigo della trama. Però diciamocelo, l'occhio della madre, in quelle due o tre scene porta a casa il film riuscendo veramente a creare ansia e paura come tanti non sono mai riusciti a fare.



A quiet place II


Titolo: A quiet place II
Regia: John Krasinski
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quel che resta della famiglia Abbott, dopo le disavventure del primo film che hanno portato alla morte del padre, si mette in marcia per cercare un nuovo precario rifugio nel mondo popolato dalle creature mostruose che attaccano quando sentono un rumore. La mamma Evelyn, la figlia Regan, il figlio Marcus, oltre al neonato il cui pianto eventuale, innocente e incontrollabile è sempre una potenziale minaccia alla sicurezza, camminano nel massimo silenzio e giungono a un sito industriale che sembra abbandonato. Marcus finisce con un piede in una tagliola e non riesce a soffocare le grida. L'attenzione dei mostri è risvegliata, ma a condurre in salvo la famigliola è uno sconosciuto che ha fatto di quel luogo la sua casa. Evelyn scopre che si tratta di Emmett, un loro amico dei tempi normali che ha perso i figli e la moglie nel disastro e ora vorrebbe solo che loro se ne andassero il prima possibile. Regan, però, pensa che la musica che hanno captato con la radio sia un segnale: ha stabilito che proviene da un'isoletta vicina e vorrebbe raggiungerla. Non trova sponda in Marcus, perciò si mette in viaggio da sola verso l'ignoto.
 
Vedendo il sequel, la saga di Krasinski potrebbe durare all'infinito. I mostri non vengono stanati, non esiste un esercito capace di farlo e i pochi superstiti che vediamo come in questo film, si dividono in due categorie: da un lato un gruppo di insensati bifolchi, dall'altro gente normale che ci crede ancora, sopravvissuti all'interno di un'isola.
Nonostante qualche evidente incongruenza e buco nella sceneggiatura, o meglio chiamiamola sospensione dell'incredulità (il mostro che sopravvive addormentandosi nella barca..), il film di Krasinki che dirige se stesso e la moglie, non sembra dirci molto. Insomma seguiamo per quasi tutto il tempo questo giovane nucleo familiare da un luogo ad un altro, con un obbiettivo che a metà film sembra segnare le sorti di tutti. Il problema è proprio il sunto da cui nasce questo obbiettivo e il suo decollo che sembrano non aver alcun senso. Perchè una figlia dovrebbe abbandonare la madre e il fratello ferito, oltre il bebè che non smette di piangere, per andare oltremare a cercare i fautori di un segnale radio..un viaggio senza meta e ritorno che potrebbe compromettere le sorti di tutti spezzando ancor più i rapporti dopo la morte del padre e del fratellino nel precedente capitolo.
Se riflettete su questa scelta il film per come prosegue non ha molto senso. Però c'è da dire che è girato benissimo nonostante l'estetica dei mostri continui a non essere per nulla esaltante o originale. Cillian Murphy però è così bravo da far in modo che vengano trascurate alcune ingenuità anche nella messa in scena. E nel finale si prendono la rivincita loro, gli young adult

Gaia


Titolo: Gaia
Regia: Jaco Bouwer
Anno: 2021
Paese: Sudafrica
Giudizio: 3/5

Durante una missione di sorveglianza in una foresta selvaggia, Gabi e Winston incontrano due sopravvissuti - Stefan e Barend che seguono uno stile di vita primordiale, vivendo da eremiti in una capanna. I due praticano una strana religione, che sembra essere in stretta simbiosi con la natura. Durante la notte Gabi e Winston scoprono la presenza, nella foresta, di strani esseri mutanti a causa di una patologia che pare derivare dai funghi.
 
Gaia è un horror eco-vengeance dove la natura fa da protagonista creando delle creature fungiformi.
Gaia è un film costipato di errori a cui però ho voluto bene dal momento che prova a misurarsi con una trama complessa e diramato in tutte le sue venature di elementi folkloristici, religiosi, contemporanei. Un survivor movie nel pieno di una foresta selvaggia dove un'entità viene nutrita e resa totemica dai suoi sopravvissuti che la temono e al tempo stesso la venerano.
Gaia come la natura, Gabi come l'intrusa nel mondo naturale, la quale pagherà la sua intrusività e curiosità, verrà risparmiata e curata con una formula salvifica e magica e infine dovrà compiere un sacrificio per salvare l'innocente. Gaia è un film per cui bisognerebbe scrivere moltissimo, ci sono tante parti davvero belle come il rapporto tra Stefan e suo padre Barend, che ha scelto la natura e la foresta primordiale, additando come male assoluto l'epoca consumista in cui vivono gli umani.
Le parti nella foresta, la caccia, il procacciarsi il sostentamento, le cure, la parte nella baracca, sono tutte girate molto bene dove anche gli attori riescono ad avere una buona complicità.
Bouwer forse spinge troppo, il suo voler inserire così tanti elementi, la lotta con i mostri, il loro cibarsi e consumare i corpi per trasformarli in qualcosa di unico e mostruoso, la battaglia o meglio lo switch di Barend e il tessere una trama contro di lui da parte di Gabi e Stefan e poi quella parentesi così plateale dove vengono chimati in ballo Abramo e Isacco per quel sacrificio al cospetto dell'albero della vita che assolve e assimila.
Un film con tante scene davvero interessanti, uno sviluppo prevedibile ma con tanti elementi di spicco che riescono a richiamare o tessere una strana e macabra simbologia e un finale tutt'altro che scontato.

Invincible


Titolo: Invincible
Regia: AA,VV
Anno: 2021
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Mark è figlio di Nolan Grayson, ovvero il supereroe Omni-Man, un alieno proveniente dal remoto pianeta Viltrum. Il giovane, nonostante sia spronato dal padre a credere in sé stesso, sembra non possedere quella scintilla Viltrumita che gli consentirebbe di acquisire i superpoteri. Al raggiungimento, però, del diciassettesimo compleanno qualcosa in lui inizia a cambiare, e lentamente si rende conto di avere in sé una forza ed una resistenza al di fuori delle umane capacità. Assunta l’identità di Invincible ed allenato dal padre, il ragazzo impara a volare e a combattere, giurando di proteggere i deboli dai soprusi e l’umanità dagli invasori alieni. Qualcosa di oscuro, però è già presente nella vita del ragazzo.
 
Ennis (BOYS) come Kirkman (WALKING DEAD) sono autori scomodi, o meglio degli outsider che non devono misurarsi con regole da rispettare, censure o target. Semplicemente destrutturano una regola Disney che negli ultimi anni ha reso equilibratissimo un franchise di film Marvel fatti tutti con lo stesso stoppino e tutti praticamente uguali con qualche eccezione che vede il nome di un certo James Gunn.
Invincible come per THE BOYS con cui ci sono stilemi e simbologie in comune, pur non esente da errori o punti deboli, rimane comunque una serie incredibile dove i colpi di scena fanno da padroni e dove ancora una volta non esiste il politicamente corretto. Alcuni personaggi come Omni-Man, Cecile, Atom Eve, Robot e Allen the Alien riescono davvero a dare quella componente in più caratterizzando personaggi complessi e mai superficiali, andando a prendere alieni, umani, meta-umani, cloni, robot, abitanti di galassie sconosciute e molto altro ancora dando una pluralità di registri narrativi con moltissimi rimandi ad una sci-fi mai banale ma dagli intenti complessi e stratificati.
Invincible poi mette subito in chiaro come nei dialoghi si possa dire qualsiasi cosa sbattendosene della censura, con una violenza incredibile e scene di massacri che come dall'episodio iniziale alzano l'asticella sulla componente splatter della serie.
A detta di molti che non hanno apprezzato la realizzazione artistica old school fine anni '80, a me non è affatto dispiaciuta rispondendo ad un quesito topico che nasceva negli anni '80 proprio con una delle serie più importanti al mondo quella di Parker e Stone dove la storia e la narrazione valgono di più della realizzazione grafica.
Qui seppur di buon livello assurge ad un altro compito che Kirkman svolge adeguatamente ovvero un'unità di fondo invidiabile dove con così tanti personaggi, trame e sotto trame, il film riesce a rispondere quasi sempre in maniera adeguata.


Wrath of man


Titolo: Wrath of man
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2021
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La trama segue H, un personaggio freddo e misterioso che lavora per una società di cash truck responsabile dello spostamento di centinaia di milioni di dollari per Los Angeles ogni settimana.
 
E'vero. Wrath of Man è l'ennesimo revenge movie. Eppure è un film molto costruito come è solito di Ritchie quando viene richiamato al suo stile con la sua personale politica e il suo montaggio articolato. Una matrioska dove seppur vero che l'obbiettivo principale si evince nel primo atto, tutto sembra essere costruito con gli stilemi del noto autore, ritmo infallibile, azione a gogò, dialoghi puliti e graffianti e un ritmo vertiginoso che non lascia mancare nulla. La storia nella storia nella storia. Stathman ormai recita con la mascella da sempre, riuscendo a confezionarsi un ruolo da protagonista e spalleggiato da una nutrita galleria di ottimi attori dove la palma spetta al villain Scott Eastwood finalmente in un ruolo che gli si confà a pennello.
Con una costruzione millimetrica, Ritchie sembra ormai aver sdoganato il suo stile personale confezionando quasi un film di serie b dei suoi cult come ROCK'N ROLLA, SNATCH o LOCK AND STOCK. A differenza però dei suoi film precedenti qui a parte lo spoiler legato all'obbiettivo del protagonista non sembra lasciar molto spazio al resto degli attori i quali paiono abbastanza debolucci, lasciando tutto l'arco narrativo a H e la sua enigmatica storia e il macchinoso piano di vendetta. Wrath of man si impone meno di GENTLEMAN dove a dare manforte a McKonaughey c'erano Hunnam, Grant, Farrell, Strong, qui è tutto molto più convenzionale, le sotto trame vengono abbandonate per incanalare il tutto nella sete di vendetta di H e questo forse è l'elemento minore in un film di un autore che quando padroneggia il suo genere rimane tra gli outsider assoluti.

Benny loves you


Titolo: Benny loves you
Regia: Karl Holt
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

A seguito della morte accidentale dei genitori, Jack deve vendere la casa di famiglia e iniziare una nuova vita. Mentre si libera dei vecchi cimeli di famiglia, Jack butta via anche il suo amato peluche d'infanzia, Benny. Una mossa che si rivela letale perché Benny prenderà vita con un solo obiettivo: proteggere Jack e la loro amicizia ad ogni costo!
 
Ultimamente sul sottogenere horror dei dolls movie viene sempre in mente la saga di Don Mancini.
Holt è inglese e condisce al meglio con humor nero una commedia splatter molto ironica e in grado di inserire alcuni elementi interessanti e molto esilaranti come la parentesi iniziale con una bambina odiosa che disprezza il pupazzo che si vendicherà e la morte tragica e grottesca dei genitori di Jack.
Un giovane adulto che si ritroverà a dover trovare un suo posto nel mondo, una complicità con un pupazzo crudelissimo e una girandola di situazioni goliardiche dove Jack acquisterà carattere smettendo di essere quel nerd mammone, capro espiatorio di un'azienda in cui tutti si prendono gioco di lui.
Ancora una volta grazie alla Midnight Prime Video abbiamo il primo pupazzo molto stile Muppets per niente accattivante nell'estetica, anzi molto pacioccone, cambiando così un modus operandi che da sempre mostrava bambole o bambolotti particolarmente inquietanti. Jack dopo la morte dei genitori trasforma la casa in un museo di cultura nerd fin nel midollo, come suggerisce una ragazza che dopo aver visto tutti gli accessori gli lancia la profetica domanda "vivi ancora con i genitori" e via dicendo in una trottola di scene con un buon ritmo e sempre bilanciate tra slasher (come la scena in cui Benny massacra tutti i colleghi di Jack) e trovate grottesche e ironiche.
Perde parecchio nell'ultimo atto dovendo aderire ad un plot narrativo abbastanza scontato ma vince già solo per quel primo atto così ghiotto di scene madri.

Crumbs


Titolo: Crumbs
Regia: Miguel Llanso
Anno: 2015
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Un supereroe s'imbarca in un epico viaggio surreale che gli farà attraversare il paesaggio post-apocalittico etiope in cerca di un modo per ottenere il veicolo spaziale che da anni è diventato un punto di riferimento nei cieli.
 
Un viaggio dell'eroe in Etiopia in un mondo post-apocalittico condito da una cultura nerd del passato vista come lungimirante dove un collezionista porta alla scoperta cimeli trash appartenenti al passato che in una bella metafora sul consumismo, ora seppur deprezzati, hanno un valore altissimo. Partendo dalla miniatura della tartaruga ninja Donatello, al quadro di Michael Jordan, al disco di Michael Jackson, alla spada di He-Man, Llanso in suggestive location, crea questo viaggio sperimentale e surreale dove un freak vero e proprio, interpretato da Daniel Tadesse, per garantire un futuro alla sua bellissima compagna deve recarsi nei luoghi più remoti per ottenere un veicolo spaziale. Incontrerà streghe, demiurghi vestiti da Babbo Natale, soldati con cimeli nazisti in cui la particolarità è che nessuno di loro sembra nè buono e neppure cattivo.
Il film è un corollario di quadretti molto interessanti esteticamente, dove il linguaggio sperimentale cerca di rendere ancora più inusuale un film con una durata di 68' e un messaggio storico politico su cosa rischiamo in termini di valori di lasciare ai nostri successori. Il paradosso dunque di un modello culturale occidentale, che invece di esportare la sua alta cultura, decide di proposito di esportare solo la sua superficialità capitalistica vista dal collezionista e dagli altri gregari come elementi simbolici dotati di senso. Se ci mettiamo pure una nave spaziale disattivata, che è stata sospesa nel cielo per decenni, mostrando segni di riattivazione e una squisita connotazione romantica per cui il protagonista non conosce odio e sentimenti ostici, l'opera di Llanso riesce come una fiaba post contemporanea a interpretare tante cose senza dover inserire troppi dialoghi ma lasciando una sua personale e fedele impronta autoriale.

Fuck you immortality


Titolo: Fuck you immortality
Regia: Federico Scargiali
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tony e Kacy sono due hippie con un chiodo fisso: ritrovare il loro vecchio amico Joe che, a quanto pare, è rimasto giovane come ai tempi delle comuni. Vegani, cultori delle droghe psichedeliche e con le radici saldamente piantate negli anni ’70, la coppia scoprirà ben presto che il loro amico è immortale, ma stufo marcio della sua vita eterna. In nome della loro vecchia amicizia, Tony e Kacy tenteranno di uccidere Joe in qualsiasi modo e di aiutarlo nel contrappasso, ma nulla sembra funzionare. Tra ninja assetati di sangue, furiosi metallari, wrestler, sciamani e antichi rituali, i due si imbarcheranno in un viaggio senza ritorno.
Scargiali ha sicuramente del coraggio per un mockumentary così ambizioso e particolare.

Fuck you immortality è un corollario weird di interviste, scene truculente e splatter nonchè torture (il tutto accettato dalla presunta "vittima"), un road movie dove non mancano momenti esilaranti, yoga, peace & love, yippie e fricchettoni, personaggi strambi, ninja e bifolchi.
Un puzzle sconnesso in senso positivo anche se altalenante nel ritmo, per un autore amante del cinema di genere che gira in inglese per creare quel respiro internazionale. Fuck you immortality (il titolo forse è la parte migliore) resta un'opera davvero strana e in parte insensata. Negli ultimi 40' quando i nostri protagonisti trovano Joe avviene l'impensabile in senso buono, eppure il film per tanto tempo latita con interviste non sempre così interessanti e accattivanti e monologhi che spezzano l'atmosfera che il fim seppur con un budget limitato riesce più volte a conservare.

Homunculus


Titolo: Homunculus
Regia: Takashi Shimizu
Anno: 2021
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Susumu Nakoshi, un uomo sulla trentina che vive sostanzialmente nella sua macchina, in qualche modo viene convinto a lasciare che Manabu Ito, uno studente di medicina con strane aspirazioni e modi misteriosi, lo sottoponga a trapanazione. Tale operazione consiste nel praticare un foro nel cranio del paziente per “alleviare la pressione cerebrale”, nella speranza che questi possa aprire il proprio terzo occhio spirituale. All’inizio Nakoshi è riluttante, ma poi accetta ingolosito dal premio di 700.000 yen. Dopo l’intervento, si rende conto che quando chiude l’occhio destro può vedere le persone attraverso un prisma distorto, che di solito ha qualcosa a che fare con i loro pensieri e i ricordi interiori. Nokoshi inizia allora a comunicare con le persone, per provare a ‘salvarle’. O qualcosa di simile. Un grande successo insomma, che spinge Ito a chiedergli di iniziare a documentare queste esperienze.
 
Takashi Shimizu è un regista abbastanza prolifico salito sull'olimpo dei registi horror nipponici con la saga di GRUDGE ma che aveva stupito con un horror malsano e davvero atipico girato con due soldi, un piccolo cult di nome MAREBITO, una delle cose più belle dell'horror giapponese di sempre e interpretato da Shin'ya Tsukamoto. Abbandonando i ghost-movie e quindi i j-horror, Shimizu ritorna in cattedra con un'opera complessa e ambiziosa, un esperimento particolare che vede un senzatetto mettersi alla mercè di un ricco figlio di un medico per un'operazione assolutamente fuori di testa.
L'idea del film è la più coraggiosa in assoluto, gli effetti che questo dono comporta sono visivamente molto interessanti e ricchi di fantasia e immaginazione.
Eppure Homunculus ad un certo punto prende una pista complessa in grado di seppellire quanto di buono per una sorta di vendetta e redenzione. Un riappropriarsi di una parte di memoria scomparsa che lascia il protagonista in un limbo per cui diventa un barbone, come se qualcosa nel suo passato fosse responsabile di questo cambiamento.
L'homunculus poi è una strada interessante, l'idea di poter vedere ciò che gli altri non possono riuscendo a trasformarsi in una sorta di psicoterapeuta intuendo i segreti nascosti degli altri è un altro elemento di spicco che però ad un certo punto il film perde anche se alcune parentesi come quella del boss della yakuza sono grottesche e divertenti al punto giusto.
E'un film davvero anomalo e originale per certi versi l'ultima opera di Shimizu, il quale cerca di andare controcorrente misurandosi con un'opera diversa dopo che la sua filmografia ruotata per buona parte intorno ai j-horror e ai remake voluti dagli americani dei suoi stessi film.

Run hide fight


Titolo: Run hide fight
Regia: Kyle Rankin
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Zoe Hull ha 17 anni ed è in guerra con il mondo. La madre è morta dopo una lunga malattia e il padre, veterano dell'esercito, insegna a sua figlia a cacciare, ma la invita anche ad affrontare quella rabbia interiore che condizione ogni suo gesto. Quando però nel liceo che la ragazza frequenta entrano quattro studenti armati e intenzionati a fare una strage il training da combattente di Zoe e la sua rabbia esistenziale torneranno utili, non solo a lei ma anche ai suoi compagni e ai suoi insegnanti.
 
Bisogna ammettere che soprattutto i festival quando incontrano opere che raccontano di tragedie contemporanee come possono essere le stragi nelle scuole americane o di altri paesi annettono a prescindere come se fosse un passo del vangelo da rispettare.
C'è da dire che il terzo film di Kyle Rankin dopo il b movie divertentissimo INFESTATION, si prende maledettamente sul serio, troppo direi. Una ragazza anche qui a riprova che ormai abbiamo da più di un decennio sdoganato le donne come protagoniste (e ancora una volta direi per fortuna) e con un male interiore dovuto alla morte della madre, da sola, stanerà i cattivoni complessati che tengono in scacco la scuola e gli studenti.
Un film banale nella logica, nello svolgimento, negli intenti camuffati ma che in parte sono reazionari come a dire che con questa gente non bisogna parlare ma stanarli e in questo caso e ancora più imbarazzante se a farlo è proprio una ragazzina che sembra quasi prenderci gusto.
Gli intenti poi dei "teen-terrorist" sono quelli di essere promossi dai social, millenial allo sbando che trovano nella diretta dei cellulari a cui obbligano gli studenti a filmare, la riprova di come tutto stia andando allo sbando e allora avere gli occhi dei media solo su di loro crea l'apripista per renderli leggendari e popolari. Senza contare poi sotto storie come quella del padre di Zoe, ex militare, che appena saputo che la figlia è in pericolo, prende il fucile e come un cecchino fuori dalla scuola, uccide alcuni gregari del leader carismatico dei "teen-terrorist" senza che la polizia locale se ne accorgano (se non nel finale).
Un film sicuramente con un ritmo sostenuto, senza sbalzi per quanto concerne un montaggio in alcune parti frenetico e dove Zoe, da sola, salva intere classi, crea corridoi per salvare professori ( i quali anch'essi si immolano per la causa) e via dicendo.
Run hide fight è un film che dice davvero poco in termini di critica sociale su un argomento delicato e complesso, rendendolo un b-movie d'azione dove una ragazzina disturbata agisce come un felino attaccando e uccidendo tutti.

Unholy


Titolo: Unholy
Regia: Evan Spiliotopoulos
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Gerry Fenn è un giornalista di mezza età che ha perso credibilità per aver manipolato notizie allo scopo di creare sensazione. Alla ricerca di un improbabile riscatto, segue la traccia di misteriose mutilazioni animali nella cittadina rurale di Banfield, ma si rende ben presto conto che si tratta di una bufala. Ai piedi di un albero scheletrico trova però uno strano amuleto e lo frantuma per dare comunque un fondamento alla vicenda, ben sapendo che comunque è inutile. Disilluso, a sera prende la strada del ritorno, ma rischia di investire una ragazza e, per evitarla, esce di strada. Preoccupato, la soccorre. La ragazza è Alice, nipote sordomuta di padre Hagan, pastore locale. Alice comincia misteriosamente a parlare, a sentire e soprattutto a compiere miracoli: a darle questo potere, dice la ragazza, è una presenza che le parla e dice di chiamarsi Maria. Mentre arriva un prelato per verificare la realtà dei miracoli, Gerry si rende conto d'avere in mano una storia forte e d'essere in una posizione privilegiata per seguirla. Ma non tutto è oro quello che luccica.
 
Partiamo dall'ennesima revisione italiana per cui Unholy che vuol dire empio da noi diventa il Sacro Male. Perchè il male può essere sacro?
L'ennesimo film sulle possessioni diretto da Evan Spiliotopoulos è un film fatto a tavolino per il pubblico. Ci sono intenti importanti come quelli di creare una sorta di paladina del bene di nome Alice (una via di mezzo tra una fulminata da Dio di Lourdes, Fatima e Medjugorje e una piccola Giovanna D'Arco post-contemporanea) che non sa di servire in realtà il male tradotto nell'ennesima creatura demoniaca che nel finale distrugge quanto di poco aveva creato in termini di atmosfera il film comparendo e distruggendo tutto dopo la solita invocazione andata male.
Unholy ha un certo Jeffrey Dean Morgan come protagonista non sopra le righe ma di più.
E'così fiero di se stesso che non prova mai paura anche quando si palesa il male di fronte a lui in termini di jump scared oppure proprio in termini di creatura demoniaca. Sembra prendere così tutto alla leggera che il film da subito fa tre passi indietro per quanto concerne la suspance e l'atmosfera.
Eppure per essere un prodotto così commerciale Unholy sembra ricalcare due storie parallele quanto interconnesse. Da un lato questa sorta di redenzione di questa ragazza che sembra vedere la madonna e guarire facendo i miracoli, dall'altra il potere dello scoop, della notizia, dei media e di quanto il giornalismo sia sciacallaggio puro ovvero tradotto nella manipolazione delle notizie per ottenere i giusti introiti.
Fatta eccezione per il terzo atto che rovina tutto, Unholy poteva essere meno peggio, certo nulla di lontanamente originale, ma almeno poteva redimersi finendo in un limbo di psicosi.

mercoledì 2 giugno 2021

In the earth


Titolo: In the earth
Regia: Ben Weathley
Anno: 2021
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Mentre il mondo cerca una cura per un virus disastroso, uno scienziato e uno scout del parco si avventurano nel profondo della foresta per ritrovare dei colleghi scomparsi

Ben Weathley è uno dei miei registi post-contemporanei preferiti da sempre.
Uno dei pochi inglesi ad aver con originalità e talento dato risalto al folk horror britannico con tanto di paganesimo, rituali, sette e molto altro ancora, anche se quasi tutte queste caratteristiche risiedono nel suo cult Kill List mentre vengono annusate in A Field In England e a suo modo in veste più da crime-movie ma con alcune incursioni in Down Terrace.
Al momento Weathley viene richiesto addirittura dalle major per il suo enorme talento e lo humor nero che contraddistingue i suoi film. Dopo produzioni enormi come High-Rise per la serie provo sfide che tutti considerano impossibili o remake fatti solo per far cassa come Rebecca, l'autore può con i proventi auto finanziarsi i suoi film preferiti con una produzione low cost e poche ma eccellenti location e un manipolo di attori funzionali.
In the earth è qualcosa di grottesco e assurdo, uno scifi, un eco vengeance, un horror rurale, un survival movie, un dramma sociale, un film sulle distanze e forse molto altro ancora..
Un film suggestivo quanto enormemente complesso scritto dallo stesso regista durante la pandemia dove la fantascienza diventa materiale da scoprire in una metafora sociale in un film peraltro difficile con più sentieri e sotto trame e intenti non sempre così chiari.
In the earth parla di funghi che sembrano ridare vita alla fauna, parla di una meglio non precisata entità folkloristica Parnag Fegg che risiede nel bosco (una specie di Pan) e una strana comunicazione tra natura e uomo che passa sotto diverse stratificazioni e livelli arrivando a far impazzire i due scienziati nascosti nella struttura governativa dentro al cuore del bosco.
La materia è complessa e spesso Weathley incrocia i flussi tra mito e scienza ponendo tante domande e come spesso osa fare regalando poche risposte e dando tanti finali aperti.
I suoi tocchi magici e gli elementi di riconoscimento anche qui non mancano dalle suggestioni, al voler dare un nome a qualcosa quando non è possibile, ai trip collettivi, alle scene di inusitata violenza che dopo il martello iniziale, qui ci regala ferite sotto i piedi, accette e scene splatter come funghi sotto la pelle che sembra debbano portare una sorta di mutazione o malattia o altro ancora.
Un film extrasensoriale perchè soprattutto nel terzo atto quando ormai viviamo al fianco della dottoressa Wendle, tutto sembra ovattato, la natura stessa ingloba e intrappola i protagonisti facendoli impazzire e creando degli intrecci narrativi mica da ridere.
Usando e dando voce alle fobie collettive di tutti i diversissimi personaggi e delle loro apparenti fragilità e complessità Weathley ancora una volta ricalca e cerca di approfondire una tematica ambiziosa e poco trattata da scienza, religione, mito e tecnologia ovvero cercare di capire il segreto di ciò che umano non è, di qualcosa di indefinito e forse alieno, di qualcosa che la natura rivendica e non vuole concedere all'uomo.


Adoration


Titolo: Adoration
Regia: Fabrice Du Welz
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il dodicenne Paul vive con sua madre nell'istituto dove lei lavora come infermiera. Quando incontra Gloria, decide di fuggire con lei

Il mio amore per Du Welz nacque dopo il suo esordio alla regia con Calvaire.
Successivamente per il regista belga ci sono state opere molto disturbanti e originali con rare eccezioni come i lavori da mestierante in America. Con Adoration dopo Alleluia Du Welz si concentra di nuovo su un dramma sociale in questo caso sulle spalle di due bambini, di Paul in particolare e la scoperta del mondo e dell'amore al fianco di una piccola Gloria a metà tra un disturbo borderline e una schizofrenia. Per Paul la sfida diventa quella di doversi elevare a figura genitoriale, compagno, amico e molto altro nei confronti di Gloria. In questo viaggio di formazione non mancano gli incontri, la vendetta, la fuga, l'amore, la scoperta ma più di tutto una libertà inusuale attorniata da gregari e figure adulte che non sanno come comportarsi con questi due giovani adulti, la loro fragilità e i loro tabù. Adoration ci porta dentro la natura, dentro i sentimenti e le emozioni di due protagonisti che nell'adorazione generale scoprono la vita e alcuni misteri di essa con una complicità e una sete enorme.
Adoration ha quella caratteristica tipica dell'autore che rimanda non solo al dramma Alleluia ma soprattutto a Vinyan per prediligere una storia immersiva, che lavora con i sensi, con le emozioni, con le immagini e con l’ambiente, piuttosto che con i dialoghi o con le trovate di sceneggiatura.

Better days


Titolo: Better days
Regia: Derek Tsang
Anno: 2019
Paese: Cina
Giudizio: 5/5

Nel 2011, a Chongqing, la studentessa Chen Nian è a poche settimane dall'esame di ammissione all'università. L'intera scuola è in fermento per l'importanza del traguardo, per il quale i ragazzi sono soggetti a enorme pressione. Un'amica di Chen Nian, tormentata per mesi dai compagni di classe, si suicida nel cortile della scuola. Un trauma che, assieme ai debiti della madre, rende la protagonista il prossimo bersaglio di un bullismo estremo. Mentre la polizia indaga sul caso senza troppo successo, la ragazza conosce e in seguito si affida alla protezione di Xiao Bei, giovane delinquente della zona.
 
Better days è prima di tutto un film romantico. Era dai tempi di BAD GUY di Kim Ki-duk che non mi emozionavo così tanto e il film manco a farlo apposta ricorda per lo strano legame tra i due protagonisti il capolavoro del regista coreano. Qui la vicenda come sempre più spesso capita per i drammi orientali è un compendio di tematiche attuali come il bullismo, l'emarginazione, la solitudine, crescere senza genitori, la sofferenza, il mondo della delinquenza e in una parola il rito di passaggio tra l'adolescenza e l'età adulta.
Better days racconta così tante cose per arrivare infine ad un processo e un interrogatorio straziante per tutta una serie di rivelazioni che Tsang non mancherà di centellinare in una struttura drammaturgica sontuosa e originale.
Un film complesso e ambizioso che colpisce duramente allo stomaco come nelle scene di bullismo in cui vediamo le ragazze per bene fin dove possono spingersi ai danni di Chen, la vendetta che colpisce in maniera spietata, l'emozionante rapporto tra Chen e Xiao e infine un paese dove alla base viene anche inquadrato un altro passaggio fondamentale quello del Gaokao, il famigerato esame che deciderà il futuro degli studenti e la pressione e la competitività a cui gli adolescenti sono soggetti.
Better Days vincitore di numerosi premi è stato bloccato dalla censura del suo paese come se tematiche di questo genere non vogliano essere tirate in ballo ed esaminate come a dire che il problema di non saper gestire dinamiche complesse tra adolescenti è un problema su cui è meglio non parlare troppo e palesare la realtà (l'idea del film nasce infatti da un episodio di cronaca).
Il film riesce ad andare oltre tutto questo diventando un manifesto che andrebbe fatto vedere nelle scuole dal momento che tratta la verità emotiva come non succedeva da anni, con una costruzione esemplare della tensione e una tenuta narrativa impeccabile nonostante le oltre due ore di durata.

Fried Barry


Titolo: Fried Barry
Regia: Ryan Kruger
Anno: 2020
Paese: Sudafrica
Giudizio: 4/5

Barry è un bastardo tossicodipendente e violento che - dopo l'ennesimo blackout - viene rapito dagli alieni. Barry viene messo in secondo piano mentre un visitatore alieno assume il controllo del suo corpo e lo porta a fare un giro attraverso Cape Town.
 
Sappiamo poco del Sudafrica e di questo molto è legato a ciò che ci hanno mostrato i Die Antwoord. Trip lisergici, lsd, metanfetamine, droghe di tutti i tipi, prostitute che danno alla luce bambini durante il coito, alieni che portano via le persone, pedofilia, criminali e manicomi.
Ryan Kruger ha mischiato tutti questi ingredienti assieme e gli ha fatti bere a Gary Green dicendogli "adesso fai il cazzo che ti pare, ma fallo bene.."
Fried Barry è uno di quei film di genere difficili da catalogare perchè di fatto sono assurdi, eccessivi, senza senso, esagerati, sboccati, disturbanti, delle chicche di follia e non sense.
Un protagonista eroinomane che ha una moglie che si prende cura di lui e dopo l'ennesimo litigio esce di casa e comincia un lunga notte di bagordi dove viene rapito dagli alieni, i quali ‘impiantano’ nello sventurato un’entità extraterrestre attraverso un processo non lontano da quello descritto da Cartman nel primo spumeggiate episodio di South Park (una sonda anale, in quel caso, qui nel prepuzio), facendo in modo che come dicevo prima possa impiantare il seme in una donna che immediatamente da alla luce un bambino.
Barry oltre ad essere un disadattato sembra non cogliere ciò che gli sta attorno, come un autistico in trip, che cammina come un derelitto venendo attratto da tutto ciò di non conforme alle regole possa succedere. Una calamita degli incontri sbagliati dove finisce per essere internato in un ospedale psichiatrico tentando la fuga con altri due pazzi oppure salva la vita di un gruppo di ragazzini tenuti imprigionati da un orco pedofilo. Tutto succede in maniera pazzesca e confusa senza avere una struttura narrativa equilibrata, ma d'altronde film del genere sono così o si amano o si odiano.

Dans la brume


Titolo: Dans la brume
Regia: Daniel Roby
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Un giorno una strana foschia mortale scende su Parigi. I sopravvissuti trovano rifugio nei piani superiori degli edifici e sui tetti della capitale. Senza informazioni, senza elettricità, senza acqua o cibo, una piccola famiglia cerca di sopravvivere a questo disastro. Ma le ore passano e una cosa è chiara: l'aiuto non arriverà e sarà necessario provare ad avere fortuna nella nebbia
 
Dans la brume è un disaster movie o eco vengeance con tanto dramma, pathos e azione al punto giusto. Un film per niente scontato dove ancora una volta la metafora su come la natura voglia vendicarsi dell'uomo senza una spiegazione dettagliata su cosa abbia creato questa nebbia (sembra che si sia generata a seguito di un terremoto). Di fatto diventa un survival movie dove il nostro protagonista, un lanciatissimo Romain Duris, deve cercare di salvare la moglie ma soprattutto la figlia Sarah che per una strana malattia è costretta a vivere in una camera stagna e dove apparentemente lei come altri costretti a vivere in quella situazione a causa della malattia rimangono per lungo tempo protetti dalla nebbia. Ma colpirà davvero tutti o come una punizione divina sembra attaccare e uccidere solo gli adulti? Con un finale variabile e molto aperto, il film non manca di portare a casa alcuni colpi di scena, l'happy ending non è mai scontato e le riprese come la nebbia e Parigi sono fotografate ad hoc. Dans la brume evita di esagerare ma sceglie di concentrarsi sul concetto di salvezza e sopravvivenza dove alla fine si è disposti davvero a tutto pur di salvare i propri cari..

Koko di koko


Titolo: Koko di koko
Regia: Johannes Nyholm
Anno: 2019
Paese: Svezia
Giudizio: 3/5

Una giovane coppia perde la propria bambina di 8 anni in seguito ad una reazione allergica, proprio nel giorno del suo compleanno. Per l’occasione le avevano regalato un carillon che non avrà mai la fortuna di scartare.
 
Koko di koko è un altro film a tratti bizzarro sfruttando l'elemento spazio temporale come un vortice di umiliante terrore psicologico. Scopriamo questa coppia disfunzionale (soprattutto lei) che in seguito alla perdita della bambina dopo tre anni decidono di andare in campeggio in un posto osceno nel mezzo del nulla senza nemmeno aver ben chiaro come mai siano finiti lì.
E da qui o da lì inizia il calvario, l'inferno dove un triangolo composto da due bifolchi e un vecchio intrattenitore giorno per giorno umiliano la coppia uccidendoli in modi diversi. Nyholm trasforma un horror anche se sembra più grottesco e onirico ( come la dissolvenza a disegni composta da un trio simile a ornamento di un carillon che una bambina osserva da una vetrina) rispetto a un horror vero e proprio con disamina sul disagio sociale cercando di rappresentare e dare una metafora della perdita rappresentandola come un orrore ancestrale. Il tempo diventa un'arma scaraventando i suoi personaggi in un loop, al fine di esplorare il dolore in tutti i suoi terribili aspetti e ondate di disagio senza fine. In uno scenario da incubo che si ripeterà sei volte con alcune variazioni, come altrettante reazioni dell'inconscio (impotenza, senso di colpa, solitudine, ecc.) murati nel loro isolamento Nyholm cerca in tutti i modi di non farci empatizzare con i protagonisti, anzi facendoceli odiare, come una delle scene più forti quando Tobias dalla sua tenda guarda le torture alla moglie rimanendo impassibile senza fare nulla.

Shorta


Titolo: Shorta
Regia: Anders Ølholm e Frederik Louis Hviid
Anno: 2020
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

I dettagli esatti di ciò che accadde a Talib Ben Hassi, 19 anni, mentre si trovava sotto custodia della polizia rimangono poco chiari. Gli agenti Jens e Mike sono di pattuglia nel ghetto di Svalegården quando la radio annuncia la morte di Talib, facendo esplodere la rabbia repressa e incontrollabile dei giovani del quartiere, che ora bramano vendetta. Così all’improvviso i due poliziotti diventano un bersaglio facile e devono lottare con le unghie e coi denti per trovare una via d’uscita dal ghetto.
 
Di Shorta si è parlato molto bene, forse troppo. La storia dello sbirro bravo e quello cattivo, della periferia pericolosa dove è meglio che le forze dell'ordine non entrino, non sono elementi sconosciuti al genere poliziesco e di recente è riuscito ancora meglio a descrivere il dramma sociale e le implicazioni politiche il bellissimo Les Miserables. Come lì anche qui si parte da un action movie con le squadre pronte a compiere i soliti giri, il poliziotto nuovo che dalla sua deve tenere d'occhio il collega violento e così via fino a prendere in "ostaggio" un ragazzino straniero e fuggire assieme a lui per il quartiere cercando di eludere le gang alla caccia dei poliziotti.
Anche in questo le analogie con il film francese sono pressochè identiche, in questo caso poi il ragazzino viene preso dai poliziotti per aver imbrattato l'auto a differenza di altri criminali che avevano fatto di molto peggio. Forse l'unica vera differenza è l'attualità di un fatto di cronaca che qui ritorna su più piani ovvero la morte del ragazzo sotto custodia delle forze dell'ordine per arresto cardiaco. 
Shorta rende il dramma sociale un thriller palpitante, segnato da fughe, sparatorie, combattimenti e inseguimenti in maniera massiccia e spietata diventando l'ennesimo film di guerriglia di periferia messa in scena in maniera quasi perfetta senza edulcorazione in quello che accade nel quartiere.

Those Who Wish Me Dead


Titolo: Those Who Wish Me Dead
Regia: Taylor Sheridan
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In Montana, un ragazzino assiste ad un omicidio e viene mandato nel programma di protezione testimoni. Ma si ritroverà al centro delle attenzioni di due gemelli serial killer
 
Those who wish me dead è un film con una trama tutto tranne che originale con la sola differenza legata al cast che nel caso opposto sarebbe stato un fiasco totale.
Vedere assieme la Jolie, Bernthal, Hoult e un bambino come Finn Little che toglie la scena a tutti basta come sintesi. Il film ha una produzione enorme basta pensare alle scene legate agli incendi, alla natura, ai boschi e a questo strano rapporto tra pompieri e poliziotti dove la Jolie ama fare imprese estreme dal momento che non riesce a dimenticare una tragedia dove il suo senso di colpa si accende ogni venti minuti del film.
Killer alla ricerca del testimone chiave e paesaggi estremi che portano a questo survival movie e thriller di inseguimenti e carneficine dove di fatto quasi tutti finiscono male e dove al di là di alcune scelte narrative e dei meccanismi di sceneggiatura tortuosi, il film riesce a non prendere dei bivi mortali diventando una spietata rincorsa con l'azione che vede soprattutto nell'atto finale quasi tutte le scene all'interno di un bosco incendiato. Sheridan aveva fatto molto meglio con Wind River regalando un thriller all'interno di un'anarchica riserva indiana che aveva dal canto suo una storia molto più coinvolgente ed originale e dove soprattutto l'atmosfera incideva maggiormente.
Qui mantiene quell'atmosfera tesa ma meno struggente e poetica del film precedente, facendo il compitino per un film che dalla sua poteva almeno concentrarsi di più sui personaggi senza renderli così stereotipati.

Army of the dead


Titolo: Army of the dead
Regia: Zack Snyder
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un convoglio militare statunitense sta trasportando un carico sconosciuto dall'Area 51 quando viene investito da un'auto guidata da due sposini distratti da una fellatio on the road. Dal contenitore fuoriesce uno zombie sovrumano che uccide i soldati e ne infetta due.
 
Snyder non mi ha mai entusiasmato e ho preferito di gran lunga ALBA DEI MORTI VIVENTI, un roboante remake dove almeno l'equilibrio e l'atmosfera erano controllati a dovere a differenza di questo ennesimo film di zombie che forse nessuno, a parte Snyder, voleva.
E se non sono supereroi o battaglie alle termopoli o adattamenti da fumetti, o cartoni tratti da una serie di libri, quando in più l'autore fa un salto d'ambizione e produce, scrive, sceneggia e infine dirige una cagata pazzesca dalle aspirazioni altissime come Sucker Punch non resta molto altro da dire.
Army of the dead ripensandoci non è poi così brutto, qualcosina dalla sua si salva per essere un popcorn movie che non fa mai paura, un giocattolo scanzonato che vuole essere serioso, un’epopea action e orrorifica, uno zombie-movie di genere distopico e post-apocalittico dove gli zombie diventando intelligenti (sai che novità) e, forse, capaci di provare emozioni riproducendosi e arrivando ad avere figli. Alla fine viene come sempre esaltata l'azione, i titoli di testa cercano di dare il massimo sparaflashando di tutto e di più per arrivare ad un'unica grande esplosione che dura più di due ore e mezza. Con mastodontiche scorpacciate di effetti speciali, citazioni a profusione, una sporca dozzina da mettere insieme per scatenare un pandemonio, il granitico complesso comincia presto a vacillare diventando il solito, come poetica dell'autore, action dai muscoli grossi o meglio un massiccio mash-up tra war movie, splatter e heist-movie dove abbiamo zombie di serie A, di serie B e gli outsider come la coppia leader che ricordano il faraone e la sua sacerdotessa.

Falcon and the Winter Soldier


Titolo: Falcon and the Winter Soldier
Regia: AA,VV
Anno: 2021
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 6
Giudizio: 3/5

Sei mesi dopo gli eventi di Avengers: Endgame, Sam Wilson e Bucky Barnes collaborano in un'avventura globale che metterà alla prova le loro abilità e la loro pazienza
 
Al di là di quanto si dica della serie Falcon and the Winter Soldier è un prodotto commerciale di intrattenimento valido e divertente.
Un cinecomic canonico ed elementare senza virtuosismi di trama o sceneggiatura ma restando perfettamente in linea con le aspettative e regalando azione a profusione e qualche caratterizzazione interessante e momenti di connessione emotiva che sono spesso mancati nel MCU come in questo caso il personaggio meglio interpretato e ideato ovvero Zemo.
La prima stagione con sei episodi fa quello che deve regalando combattimenti, sotto trame da blockbuster e abili interazioni tra i personaggi, dimostrando di essere degna dell'eredità di Captain America con il suo intrigo in giro per il mondo, la matura critica sociale e lo scoppiettante rapporto tra le star Anthony Mackie e Sebastian Stan come qualcosa di paurosamente tempestivo in un Captain America nero che vola nel cielo giorni dopo il verdetto riguardante la morte di George Floyd . Ci sono anche qui una vasta gamma di location, dove l'episodio migliore rimane quello in Indonesia, nella terra di nessuno piena di killer e gentaglia. Alla fine tra personaggi tormentati come il Capitan America scelto dal governo biondo e con gli occhi azzurri, la terribile denuncia del gruppo terroristico potenziato e i meta-umani, la storia mostra un'azione violenta, cruda, che non lesina sul sangue e che confeziona una messinscena davvero matura per gli standard cui ci hanno abituato i Marvel Studios.

Legami pericolosi


Titolo: Legami pericolosi
Regia: Brent Cote
Anno: 2020
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Appena uscito di prigione, dove ha scontato una pena di 15 anni per un crimine commesso per la mafia russa, l'ex membro della Fratellanza ariana Lance vorrebbe vivere una vita tranquilla. Ma la mafia lo avvicina per chiedergli un ultimo lavoro, due omicidi richiesti dal boss Vladimir, dopo potrà essere libero, avere tanti soldi e una nuova identità.
 
Legami pericolosi è un thriller così pieno di stereotipi da far impallidire anche un neofita del genere. Davvero non ne manca nessuno e il film non prova a fare nulla per tentare una via diversa o delle scelte perlomeno poco note oppure originali. Segue in maniera spudorata la trama più ovvia senza portare a casa nemmeno il benchè minimo colpo di scena che per quanto paradossale almeno nel climax finale poteva arrivare.
Eppure ha qualcosa nell'atmosfera e nella fotografia, nei silenzi e nelle fasi meno action e roboanti del film, in cui merita la salvezza senza dover sprofondare nell'oblio.
Ci sono alcuni momenti assurdi come il protagonista che vuole farsi togliere il tatuaggio con la svastica ma la tatuatrice afroamericana gli dice di no, al fatto che continuino ad andare di moda i gangster russi in una storia che poco c'entra con la Fratellanza ariana, al fatto che la povera ragazza di turno alla Leon vicina di casa di Lance per sopravvivere suoni in una bettola senza progettare nulla e vivendo di stenti. Di situazioni becere e caratterizzate con poca convinzione c'è ne sono davvero molte ma alla fine questo crime-movie riesce a regalare intrattenimento senza perdere di ritmo e con una storia che seppur vista milioni di volte ha quelle credenziali che riescono a fartelo piacere.


Eroe dei due mondi


Titolo: Eroe dei due mondi
Regia: Yang Lun
Anno: 2021
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Quando sua figlia scompare senza lasciare alcuna traccia, un uomo per trovarla accetta di aiutare una misteriosa donna a uccidere uno scrittore di racconti fantasy, ma finisce in un’incredibile avventura a cavallo tra due mondi, perché allo stesso tempo il protagonista del libro ha iniziato il suo piano di vendetta e le sue azioni sembrano riflettersi nel mondo reale.
 
E' difficile di questi tempi dare un insufficienza ad un film orientale in particolare ad una filmografia cinese più che mai attenta a non sbagliare un colpo in nessun genere cinematografico.
E qui gli intenti erano tanti, avventura, fantasy, azione, mostri, folklore, viaggio dell'eroe, insomma mi aspettavo qualcosa di meritevole e magari con qualche piccola dose di originalità invece il film di Lun che non parte nemmeno troppo male, diventa macchinoso e complesso con una trama a cavallo di due mondi (dove quella reale dello scrittore è pure prolissa e noiosa) piena di c.g pure abbastanza bruttarella e un'estetica troppo pompata di colori senza avere quel guizzo e quel ritmo, forse anche a causa di protagonisti non proprio al loro meglio e una storia incerta che zoppica prima degli immancabili momenti telefonati senza paradossalmente degli ostacoli ad hoc che rendano un'armonia nella narrazione.


C'era una cinese in coma


Titolo: C'era una cinese in coma
Regia: Carlo Verdone
Anno: 2000
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Ercole Preziosi è un agente che gestisce poveracci. Casualmente incappa in una autista, Nicola, che ha un suo esclusivo talentaccio spettacolare, a mezza strada fra lo spogliarello e il cabaret. Incredibilmente il ragazzo ha successo
 
C'era un cinese in coma è uno dei pochi passi falsi del regista romano. Un Beppe Fiorello troppo lanciato senza i giusti freni e spettacoli di spogliarello con alcuni monologhi decisamente discutibili sulla sessualità e sull'italiano medio. Il problema principale del film è che non riesce a far ridere e come dramma sociale inciampa troppe volte e si salva con un finale amaro quanto realistico.
Ercole, Verdone, viene messo in sordina per lasciare spazio a Nicola e le sue bravate con una sceneggiatura e un plot narrativo già visto troppe volte senza riuscire ad avere i numeri per fare la differenza o emergere tra una gamma vasta di prodotti amatoriali.
La possibilità di poter fare qualcosa di più con uno spettacolo basato interamente sul sesso e sull'esibizione corporale e il linguaggio lascivo diventa il vero elemento incerto che deraglia alcuni intenti in risultati esili e macchinosi che si trascinano e dipanano senza un ritmo e un vero motore trainante.



martedì 11 maggio 2021

Sentinel (1977)


Titolo: Sentinel (1977)
Regia: Michael Winner
Anno: 1977
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Alison Parker, una modella bella ma nevrotica, si trasferisce in una vecchia casa di Brooklyn che è stata divisa in appartamenti. L’edificio è apparentemente abitato all’ultimo piano solo da Padre Halliran, uno strano sacerdote cieco e solitario che trascorre tutto il suo tempo seduto davanti alla finestra aperta. Alison inizia da subito a manifestare strani problemi fisici, tra cui insonnia e svenimenti, e ha alcune visioni terrificanti di un suo passato tentativo di suicidio e del suo defunto ma sgradevole padre. Inoltre si lamenta con l’agente immobiliare del rumore causato dai suoi bizzarri vicini di casa, ma le viene detto che la casa è occupata solo dal sacerdote e da lei stessa. Ma il comportamento dei suoi vicini “inesistenti” si fa sempre più surreale e invadente…
 
Il capolavoro di Winner. Un anno dopo il cult di Polanski, esce questo fac simile, con una protagonista femminile, un orda di esseri deformi (reali), una palazzina per proteggere l'accesso all'inferno e infine la sentinella. Il tutto deliziato da dei coinquilini assolutamente atipici, un clima che riesce a trasmettere mano a mano un'atmosfera torbida e inquietante su cui aleggiano presenze poco chiare.
Sentinel è un cult a tutti gli effetti, un film disturbante ed enigmatico al tempo stesso, passato inosservato ed è un peccato vista l'eleganza, la messa in scena, il cast di prim'ordine e molte altre peculiarità a partire dalla recitazione, i dialoghi, le scenografie e i costumi. Sentinel è un thriller paranormale, un horror demoniaco che porta lentamente la protagonista verso la pazzia più pura coadiuvata da traumi personali legati al passato e ad un padre che nella scena del primo ricordo nel palazzo riesce a trasmettere un che di grottesco incredibile. Winner da buon reazionario politicamente scorretto, vedi tutti i film con Bronson e la saga con cui è diventato famoso, spinge forte sulle perversioni diaboliche, sul gore, sulle atmosfere malsane dove il Male viene associato a ‘deviazioni’ sessuali (come il lesbismo delle due vicine o le pratiche orgiastiche praticate dal padre con le due donne obese) senza dimenticare le deformità fisiche con gli ultimi dieci minuti di parata finale di freaks che escono dalle porte dell’inferno.


Nuevo orden

 

Titolo: Nuevo orden
Regia: Michael Franco
Anno: 2020
Paese: Messico
Giudizio: 4/5

Città del Messico, 2021: il divario tra classi sociali si fa sempre più marcato. Un matrimonio dell'alta società viene interrotto da un gruppo di rivoltosi armati e violenti, parte di una più ampia sommossa dei meno abbienti, che prendono in ostaggio i partecipanti. L'esercito messicano sfrutta il disordine causato dalle rivolte per instaurare una dittatura militare nel paese.
 
E' il popolo divenne l'angelo sterminatore direbbe forse Bunuel. Nuevo orden è un film pieno di azione senza fine e colpi di scena imprevedibili che picchia duro, arrivando come un pugno nell'esofago lasciandoti in ginocchio a cercare di respirare.
Una critica sociale e audace incessante e brutale della disuguaglianza di fortissimo impatto con un livello di violenza a volte esagerato ma mai gratuito nemmeno quando vediamo infilato un manganello in culo ad un prigioniero.
Il cinema messicano come tutta la new generation di film sudamericani sembrano più che mai incazzati e desiderosi di mostrare potenziali scenari nemmeno così utopistici prendendo di mira un ordine dispotico che tiene al guinzaglio la servitù diventando uno straziante dramma senza happy ending, con un finale davvero amaro e per finire una giostra degli orrori in cui il potere, però, è qualcosa di tanto labile da finire per tornare sempre nelle stesse mani. Dall'evolversi all'interno della villa, al viaggio nell'inferno di Marianne che lasciando la villa entra nel cuore dei disordini sociali di una manifestazione contro gli abusi sociali e di potere. La prigionia diventa una macelleria messicana come per la scuola Diaz, dove l'esercito farà ciò che vuole seviziando di continuo con i corpi dei presunti detenuti vittime senza avere una colpa se non quella di appartenere a un ceto aristocratico.

Bad Luck Banging or Loony Porn


Titolo: Bad Luck Banging or Loony Porn
Regia: Radu Jude
Anno: 2021
Paese: Romania
Giudizio: 4/5

Emi, un’insegnante gira per uso privato un video ad alto tasso di erotismo che però finisce su PornHub e viene scoperto dai suoi allievi. Viene immediatamente convocata l’assemblea dei genitori che debbono dare un parere dirimente sulla sua futura presenza nella scuola.
 
Sicuramente non è un mistero che il cinema d'autore rumeno negli ultimi anni abbia dato prestigio e peculiarità alla sua filmografia. Sitaru, Mungiu, Mirica sono ad esempio tre esponenti di una certa rinascita a cui bisogna includere anche Jude, autore decisamente più eclettico e sovversivo, che con questa coraggiosa quanto esplosiva ed estremamente provocatoria pellicola si mette subito in discussione con un film complesso, ambizioso e a tratti incredibilmente weird.
La scena iniziale sicuramente sarà quella che farà più discutere dal momento che ritrae un filmino porno amatoriale senza nessuna censura. Da lì poi il film diventa un antologia, un catalogo con divisioni di capitoli, la storia che si dipana per poi prendersi alcune pause, dare una propria idea dei preconcetti in generale nel mondo con tanto di ordine alfabetico in un montaggio e una didascalia quasi documentaristica e infine ritornare sulla storia con tre finali alternativi dopo il processo all'insegnante che si pone come uno dei momenti più interessanti e di denuncia del film trattando la materia del sacro/profano, lecito/proibito, privacy ma soprattutto revenge-porn e sessismo.
Il film di Jude è un'approfondimento grottesco che pone le basi sulla desamina di una società perbenista solo in apparenza nascondendo gli scheletri nell'armadio e le piaghe di un falso moralismo incredibilmente attuale e sincero dove fanno capolino nel finale alcune delle mascherine anti Covid più imbarazzanti che si siano mai viste. L'inizio col porno amatoriale e il finale con i cazzi di gomma ad inculare una certa classe politica sembrano la vendetta di una certa generazione di registi contro tutto quello che il popolo ha sofferto a causa di dittatori che hanno sempre imposto una certa censura e dittatura.


Jungleland


Titolo: Jungleland
Regia: Max Winkler
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Per pagare il loro debito con un boss del crimine, due fratelli devono accompagnare una ragazza in Nevada e partecipare a un torneo clandestino nel quartiere di Chinatown a San Francisco.
 
Jungleland è un film sincero, un affresco su quell'America che vuole raccontare i propri drammi e che non concede scelte facili spesso portando a scelte e destini ineluttabili. E' così ancora una volta c'è la boxe come scelta disperata come way of life, come metafora sociale, come riscatto e rivalsa. Ci sono due fratelli con un macigno addosso di sofferenza e problemi con la malavita. Jungleland grazie anche a Hunnam che non smette di sorprendere e l'ottimo come sempre O'Connell riesce nel difficile compito di dare sempre lo stimolo giusto quando le carenze narrative diventano evidenti con degli scivoloni enormi e soprattutto non riuscendo mai a far esplodere il dramma come si deve. Per fortuna che la complicità tra i due attori inglesi è evidente come la new entry della ragazza da scortare che diventa perfetta per osservare al meglio il difficile rapporto fraterno.
Gli incontri di boxe sono eccellenti e cruenti al modo giusto ma non riescono ad essere incisive come i dialoghi e i battibecchi tra Stanley e Lion.

Raya e l’ultimo drago


Titolo: Raya e l’ultimo drago
Regia: Don Hall
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

500 anni fa la nazione di Kumandra univa popoli differenti sotto il pacifico presidio dei Draghi. Finché i Druun, entità malvagie, non si sono diffusi tra gli uomini, agevolati dalla loro cupidigia e discordia, finendo per trasformare ogni forma vivente in pietra. Solo il sacrificio dei Draghi permise all'umanità di salvarsi: il segreto del loro potere è rimasto racchiuso in una gemma magica, unica arma di difesa contro i Druun. Oggi Kumandra non esiste più, divisa tra nazioni belligeranti, che corrispondono ad altrettante "parti" del drago: Zanna, Artiglio, Cuore, Dorso e Coda. Raya, principessa di Cuore, prova a tendere la mano verso Namaari, giovane figlia della regina di Zanna, ma la fiducia in quest'ultima porterà a una terribile disgrazia e al ritorno dei Druun.

La Disney dopo le parentesi dei sequel usciti a profusione sull'onda di classici di successo e i due film remake in live action sceglie finalmente un film che sembra allargare ancora di più gli orizzonti, i generi e gli spazi aperti con OCEANIA. Raya esplora innumerevoli mondi, è a suo modo un post-apocalittico, con l'umanità divisa in gruppi e pronta a vendere cara la pelle nonostante il male (una massa demoniaca gassosa che trasforma in pietra) sia sempre in agguato allargandosi e confinando sempre di più le comunità grazie all'acqua a cui queste entità non possono avvicinarsi.
Una leggenda, i draghi, la profezia, Raya e il desiderio di salvare suo padre, liberare i draghi, sconfiggere i Druun e mettere pace tra le popolazioni.
L'ultimo film Disney dal punto di vista tecnico è un arcobaleno di colori, ha una galleria di creature e intuizioni funzionali anche se purtroppo non esente da un grossissimo difetto legato e non notato anche dalla velocità del ritmo e dal montaggio. In Raya gli ostacoli vengono superati, scavalcati, con una perizia certosina, senza avere grossi grattacapi ma arrivando velocemente all'epilogo finale.
Forse una scrittura e una narrazione leggermente più impegnativa avrebbe giovato maggiormente per un film multiculturale in tutti i sensi.

New Gods Nezha Reborn


Titolo: New Gods Nezha Reborn
Regia: Yang Tianxiang
Anno: 2021
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Tremila anni dopo che Nezha ha combattuto in mare, Li Yunxiang, un giovane fattorino della città di Donghai, scopre di essere la reincarnazione di Nezha. Mentre scopre – e cerca di padroneggiare – i poteri, i suoi vecchi nemici riappaiono, pronti a vendicarsi per l sconfitta con il Dragon Clan.
 
A distanza di pochi anni da Ne Zha campione d'incassi in Cina e miglior film d'animazione, arriva targato Netflix, un'altra versione o rappresentazione di questo mito cinese. Quest'ultimo è connotato da un'atmosfera post moderna a differenza dell'antichità del film di Yu Yang.
Li è un giovane inconsapevole dei suoi poteri facente parte di una sorta di resistenza per colpire i ricchi e ha un talento fuori discussione come pilota di moto. Sembra di vedere l'inizio di Ready player one. Questa trasposizione a differenza del precedente film di Yang non ha una tecnica e uno stile d'animazione così pulito e perfetto eppure riesce a colmare tutti i difettucci con una storia seppur canonica piena di colpi di scena e roboanti scene d'azione. Quando subentra lo scimmiotto come mentore, i draghi anch'essi presenti, tutta la galleria di mostri e personaggi caratterizzati molto bene, il film si apre ad una concatenazione di eventi causa effetto per regalare intrattenimento ma anche una desamina sui lati d'ombra di noi stessi, sui sentimenti, sulla lotta interiore e sulla scelta a volte difficile da prendere. Un film che ancora una volta riesce ad andare oltre il plot narrativo per dare forza ed enfasi ad una scheggia impazzita di quel folklore cinese che sta ritornando in auge.

Nobody


Titolo: Nobody
Regia: Ilya Naishuller
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Hutch Mansell, un padre sottovalutato e un marito trascurato, prende le umiliazioni della vita in faccia, senza mai respingerle. Un signor nessuno. Quando una notte due ladri entrano nella sua casa di periferia, Hutch si rifiuta di difendere se stesso e la sua famiglia, sperando di prevenire una violenza maggiore. Suo figlio adolescente Blake, rimane deluso da lui, e sua moglie Becca sembra volerlo tenere sempre più lontano. Le conseguenze dell'incidente si scontrano con la rabbia ribollente di Hutch, innescando istinti dormienti e spingendolo verso un percorso brutale che farà emergere oscuri segreti e abilità letali. In un turbine di pugni, sparatorie e stridore di pneumatici, Hutch dovrà salvare la sua famiglia da un pericoloso avversario e assicurarsi che non sarà mai più trattato come un "nessuno" qualunque.
 
Nobody è una bella tamarrata d'intrattenimento. Simile a prodotti action ironici, un mix tra Boss level e John Wick girato dal regista di Hardcore(2015).
Yankee vs russi. Una persona anonima dal passato misterioso (una delle parti più belle del film e quanto cercano di ottenere informazioni sul passato di Hutch), una normalità noiosa e una moglie topa che ti guarda come se ormai fossi un suppelletto.
Nobody è tutto tranne che già visto, una miriade di stereotipi e topoi classici del genere, senza quasi la benchè minima presunzione di provare a dire qualcosa di diverso ma gettando tutto verso combattimenti, sparatorie e personaggi sopra le righe tra cui spicca il padre di Hutch, un vecchio agente dell'Fbi ottimamente interpretato dal vecchietto Christopher Lloyd che vedremo massacrare orde di mafiosi russi. Naishuller mette tutto sulle spalle del buon caratterista Bob Odenkirk che riesce a fare un ottimo lavoro senza essere per forza quel fisic du role che in film del genere ci si poteva aspettare. Molto divertimento, esplosioni a profusione, gente che muore molto male e un finale che sembra voler sottolineare come in fondo alcune persone non possano proprio cambiare la loro natura.

Lucky (2020)


Titolo: Lucky (2020)
Regia: Natasha Kermani
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La vicenda di una donna aggredita da uno strano uomo che continua a comparirle davanti.
 
Da sempre nell'horror l'home invasion ha saputo portare "oceani"interi al suo mulino.
Un sotto genere, una metafora, un attacco alla famiglia, ai valori di una nazione.
L'home invasion da sempre ha suscitato un certo interesse anche perchè è qualcosa di intimo che succede e si dipana tra le mura casalinghe e quindi crea spesso un'atmosfera claustrofobica per chi è costretto a combattere contro un nemico dentro le mura di casa spesso dovendo difendere anche i propri figli. Solo per alcuni aspetti Lucky della Kermani al suo secondo lungometraggio mi ha ricordato Elle. Se nel film del maestro Verhoeven c'era un darsi al carnefice per una consumazione di corpi e tutta una desamina sull'aspetto erotico e sessuale, qui invece sembra esserci un ciclo a ritroso con il killer che ritorna in loop nonostante la nostra protagonista riesca più volte ad ucciderlo in maniera diversa. Il sogno, la schizzofrenia, la paura di non essere creduta, il cadavere che scompare appena morto. Eppure il vero intento della Kermani è una denuncia sociale che già era sottointesa ed espressa a livelli molto alti con Invisible man (sempre sotto l'ottima Blumhouse), riflettendo sulla paura di rimanere da sole in una società maschilista che sembra sempre sul punto di sottolineare il fatto che la donna in questione se l'è andata a cercare.
Lucky però da un impianto di planting and payoff calzante nel primo atto, finisce senza avere quel guizzo narrativo di diventare un film troppo lento e concettuale e con un climax finale decisamente

Mortal Kombat (2021)


Titolo: Mortal Kombat (2021)
Regia: Simon McQuoid
Anno: 2021
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cole Young, campione di MMA, è perseguitato dai Cryomancer e da Sub Zero, il miglior guerriero dell'impero. La ragione si nasconde nella sua eredità, che Young ignora, e su quel marchio del drago che l'uomo ha sin dalla nascita. L’Imperatore dell’Outworld, Shang Tsung, lo vuole morto ed è per questo che Cole, preoccupato che possa accadere qualcosa di terribile alla sua famiglia, decide di mettersi in viaggio alla ricerca di Jax e Sonya nata anche lei con il marchio.
Cole si reca nel tempio dedicato a Lord Raiden, un antico Dio che protegge Earthrealm, sotto cui si rifugiano tutti coloro che hanno sulla pelle il marchio del drago. Qui l'uomo fa la conoscenza di Liu Kang, Kung Lao, Kano, guerrieri esperti che si allenano nel tempio e con cui Cole inizia a esercitarsi per combattere contro l'Outworld così da salvare la sua famiglia.
 
Ammetto che ho preferito il film del 1995. Mortal Kombat è un film che tutti i fan attendevano.
Si parlava come di qualcosa di violentissimo che avrebbe ridato enfasi alla saga e magari creato una serie di sequel (che nonostante tutto sembrerebbe proprio così). Se dal punto di vista tecnico e qualitativo il film non sbaglia nulla, la storia è troppo fuori luogo creando alleanze impossibili (Kano) e con Sub Zero che sembra quasi una sorta di co protagonista. Il duello e la rivalità con Scorpion è un elemento che ho apprezzato contando che nel film di Anderson i due andavano a braccetto ed era inconcepibile vista la rivalità tra i due clan. Prevale l'elemento del marchio che sceglie i predestinati e crea di conseguenza a seconda della propria crescita personale il potere designato.
Alcuni villain sono poco più che comparse, i protagonisti sono un gruppo variegato su cui spicca Cole, protagonista indegno senza una giusta caratterizzazione e con una recitazione dell'attore davvero pessima. Se da un lato il background dei personaggi qui è più strutturato e coinvolgente (ma non per tutti) lo stesso non si può dire per il ritmo che da metà in avanti diventa lento e noioso, nota impossibile per un film di questo tipo e che il film di Anderson nonostante le sue ingenuità almeno possedeva un ritmo incessante.

Mortal Kombat (1995)


Titolo: Mortal Kombat (1995)
Regia: Paul W. S. Anderson
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sonya, Lui Kang e Johnny Cage sono tre esperti di arti marziali che lottano contro avversari demoniaci per salvare il destino del mondo.
 
In assoluto uno dei migliori film tratti dai video giochi. Mortal Kombat diretto da Anderson (uno dei suoi film migliori come messa in scena) è una tamarrata pazzesca volutamente trash e così piena di imperfezioni e testosterone da renderlo fantastico per gli amanti del video ludico.
Una continuum di combattimenti con scenografie interessanti quanto penose nel tentativo di prendersi sul serio. Un gruppo di personaggi armati di stereotipi e una storia di una banalità pazzesca. Eppure per chi come me giocava al videogioco e in quegli anni riuscì a vedere il film al cinema, è rimasto un affetto in parte immotivato rispetto a questa pellicola che comunque rispetto al sequel e a tanti film tratti dai videogiochi può vantare una sua dignità.

L.A Confidential


Titolo: L.A Confidential
Regia: Curtis Hanson
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In un distretto di polizia lavorano agenti di ogni specie: chi pensa a fare arresti alla presenza della televisione, chi è violento, chi vuole far carriera. E poi c'è un ricco maniaco che gestisce un mercato di prostitute sosia di dive del cinema.
 
L.A Confidential tratto dall'omonimo romanzo di Ellroy, uno dei maestri del noir e del poliziesco, è un dramma complesso e coinvolgente con una nutrita schiera di attori e dalle caratterizzazioni colte e incredibilmente diverse e variegate. Un film scomodo e scorretto che parla di corruzione, di abuso di potere, di come è difficile mantenere una propria autonomia di pensiero in un istituzione come quella legata alle forze dell'ordine che dovrebbero garantire giustizia.
Una trasposizione fedele e interessante quella proposta da Hanson dove in un'opera di 500 pagine ricca di trame e sotto-trame era difficile cercare di trovare i punti focali e gli intenti dove narrare le storie. Alcune delle quali decisamente complesse con tutti gli intrighi del caso semplificando per quanto possibile un intreccio sofisticato e traboccante di colpi di scena, nel quale si fondono la lotta per la successione tra i clan della Mafia e i giochi di potere all'interno della polizia, le indagini sulla droga e la prostituzione e gli scandali del dorato mondo dello spettacolo. Tra sotterfugi, doppi giochi, personalità trasformate da episodi e omicidi molto violenti, Hanson ha avuto la fortuna di dirigere un cast esemplare dove Spacey e Crowe riescono davvero a entrare nei loro personaggi dandogli una caratterizzazione coinvolgente e perfetta.
Tutti riescono nell'impresa, L.A Confidential riesce nel difficile compito di trasporre una trama complicata nello sviluppo dei fatti, esposti in sequenza cronologica con un ritmo che non lascia un attimo di tregua e regalando tante scene madre.