sabato 23 novembre 2019

Liquid Sky


Titolo: Liquid Sky
Regia: Slava Tsukerman
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un alieno, che si nutre di droga e di una misteriosa sostanza che l'uomo produce durante il rapporto sessuale, trova una perfetta "sistemazione" a casa di due sbandate cocainomani. Da quel momento ogni uomo che va a letto con le ragazze muore. Quando una delle due ragazze capirà che l'alieno è la causa di tutto preferirà scomparire nel nulla con lui.

L'esordio di Tsukerman può essere inserito come uno dei film cardine di un certo filone della sci-fi. I motivi sono tanti e rigorosamente dettati da un sapiente lavoro di scrittura, una messa in scena a tratti sperimentale e surreale e una recitazione più che adeguata.
E'un film anomalo, alieni, droga, misteriose sparizioni, avvistamenti, navicelle che decidono di piazzarsi sopra un grattacielo e godersi un soggiorno sul nostro pianeta (anche se non li vediamo mai) tutto questo quasi sempre senza far ricorso all'azione ma lasciando che le cose accadino magari intuendole da un dialogo. A conti fatti l'opera è infarcita di elementi, scene e momenti suggestivi quanto originali, la Manhattan degli anni '80 con tutte quelle mode, gli stili sofisticati e alternativi dei suoi protagonisti, il linguaggio ricercato, il clima alternativo e mezzo anarchico e poi alcune suggestive musiche elettroniche che riescono in più casi a creare quell'atmosfera di cui il film in alcuni momenti sente il bisogno.
Strano, anomalo, indipendente, un precursore per tanti film a venire che non starò ad elencare.
Mi ha ricordato molto nel come viene scandita la recitazione i film di Paul Morrissey e le opere sperimentali di Andy Warhol, quelle poche con i dialoghi per intenderci.
Da un lato Margaret non può avere orgasmi nonostante ci provi in tutti i modi e questo consente all'alieno di poter scegliere soltanto lei e usarla per adescare le vittime e nutrirsi della sostanza generata dal cervello degli eroinomani al momento dell'amplesso. Ora ci troviamo di fronte ad un film ambizioso, molto psicologico per come approfondisce la sua protagonista, per come Margaret si renda conto che quei freak con cui convive e passa le giornate sono degli idioti, di come il successo sia un'arma a doppio taglio, di come tutti cerchino tutti solo di portarsela a letto e avere droga gratis, un dramma interiore sviluppato facendola disilludere su quanto capiti attorno a lei.
Liquid Sky è un film veramente difficile da catalogare, film di questo tipo ne esistono davvero pochi, ha una sua fisionomia che lo rende a tratti irresistibile e in altri momenti qualcosa di allucinato e non sempre chiaro nelle sue ambizioni e intenti , ripetitivo e a volte anche noioso quando assistiamo ai dialoghi a volte privi di senso della galleria di freak.
Un film di stampo femminista girato da un regista russo di origine ebraica trapiantato in America.





Light of my life


Titolo: Light of my life
Regia: Casey Affleck
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un padre e la sua unica figlia, di undici anni, si nascondono tra boschi e case disabitate, dopo che un virus ha sterminato buona parte della popolazione femminile. La giovanissima Rag è costretta ad un vagabondaggio continuo e a fingersi maschio ogni volta che non può evitare il contatto con altri esseri umani, tutti uomini, resi brutali e senza scrupoli dalla mancanza di femmine.

Casey Affleck è un attore mediocre, con una maschera drammatica intensa capace di ricoprire ruoli tutt'altro che semplici ed entrando nella gallery dei belli e dannati di Hollywood. Il regista riesce a portare a casa un film abbastanza interessante dopo il falso mockumentary con Phoenix I'M STILL HERE, davvero un'operazione abbastanza insulsa e possiamo dirlo priva di senso.
Light of my life è un film post-apocalittico ambientato in un futuro distopico che prende in prestito da altri film l'idea che le donne ormai siano quasi estinte, che ci sia una bambina come speranza di salvezza che andrà protetta e un genitore iper-protettivo con tutti i suoi pregi e difetti che si rende conto troppo in fretta che non potrà proteggere la figlia da ogni pericolo del mondo.
Children of Men che incontrano Road per capirci. Il risultato come dicevo è lungo in un film che dura due ore e dove dal dialogo iniziale nel letto tra padre e figlia che dura quasi dieci minuti senza dire peraltro nulla di così funzionale alla storia, intuiamo subito che sarà un film minimale con un livello d'azione centellinato al minimo.
Protezione, sentimenti, legami, scontri, un dramma famigliare con un taglio profondamente intimista e personale che riesce a smarcarsi dalle grandi produzioni assumendo a tutti gli effetti il drammone indie ambientato tra le macerie morali dell'umanità
Un'opera che trattiene in larga parte per i primi due atti per far esplodere lo scontro nell'ultimo atto, provando a difendere e resistere a tutto quello che il film per tutta la sua durata ha cercato di nascondere.
Un film che ci racconta meno di quello che vorrebbe sapere, mostra alcuni brevi flash back con la sempre in parte Elisabeth Moss e si concentra sugli ambienti, sulla primordialità degli elementi naturali, quasi sempre boschi, quasi sempre verde, dove tutti cercano di sopravvivere come possono.
Un survival movie dove la speranza è sempre l'ultima a morire, il dramma non è così intenso e profondo come in altri film, ma l'atmosfera che aleggia è forse uno degli elementi più riusciti del film. Affleck dimostra sprazzi di maturità, rimanendo sicuramente più interessante come interprete che come regista ma portando a casa un film dove senza effetti e impiego di attori lascia grande spazio alla recitazione.







King(2019)


Titolo: King(2019)
Regia: David Michod
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Inghilterra, inizi del XV secolo. Enrico IV, dopo aver seminato attraverso il suo regno il malcontento, si ritrova a combattere continue aggressioni dalla Scozia e dal Galles. Ma la salute lo sta abbandonando ed è giunto il momento di passare il testimone. Il designato però non sarà il suo primogenito Hal, principe di Galles, che ha scelto di vivere fra la gente comune abbandonandosi all'alcool e alle donne, ma suo fratello minore Thomas, che non vede l'ora di prendere il posto riservato dalla tradizione al maggiore. Purtroppo Thomas viene ucciso in battaglia e ad Hal non resta che indossare suo malgrado la corona, assumendo il nome di Enrico V. La sua riluttanza è dovuta ad una avversione viscerale alla guerra, vista come uno spargimento di sangue fratricida: filosofia che il giovane Hal ha sempre condiviso con il suo più anziano amico, John Falstaff, compagno di bevute e scorribande.

L'anno dei ritorni in cattedra di alcuni tra i miei registi contemporanei preferiti. Ben Weathley, Jim Mickle e ora David Michod sperando ne arrivino altri.
The King è bello perchè puzza, è sporco, violento, grottesco, paradossale, distruggendo quel mito per cui spesso assistiamo ai film storici tutti impettiti e con corazze e armature eleganti e sinuose aspettandoci gesta eroiche, combattimenti inverosimili e tutto il resto.
Qui si scivola nel fango e nella melma, si muore male (molto direi), si prendono malattie con una facilità che risalta uno degli aspetti di quel periodo storico, non è elegante e buono per nulla, anzi.
Tutti a modo loro sono confinati in un loro limbo, aspettando di morire, rassegnati da un contesto storico dove il potere e il controllo sono i veri tasselli su cui scandire i propri intenti.
Shakespeare sapeva cosa faceva e questo Enrico IV è una poesia cruenta, il film più ambizioso di Michod, fatta di girandole d'intrighi, lotte di potere, inganni, soprusi e violenza, che crea un suo linguaggio nella pellicola sfruttando a dovere il cast che brilla nella sua crudeltà e dove solo alcuni personaggi cercano di vivere regalandosi qualche battuta e risata come Falstaff interpretato da Edgerton anche in veste di co-sceneggiatore con lo stesso Michod ( i due si conoscono molto bene viste anche le collaborazioni precedenti).
La Battaglia di Azincourt diventa il perno centrale del film, tutto nei due atti prima viene seminato per portare ad un raccolto di sangue dove le morti avverranno in maniera spesso atipica, raccapricciante come doveva essere e su cui Michod ha fatto un lavoro minuzioso e di ricerca storica pressochè perfetto. Dal punto di vista tecnico, i giochi di luce, l'atmosfera, i costumi, il cast, tutto aderisce al meglio, dando ancora più spessore ad un film peraltro molto complesso e prolisso, dove può capitare di annoiarsi e dove l'azione non è sparata come forse ci si potrebbe aspettare.
Personaggi tormentati come Hal, mentori speciali come Falstaff, ridicoli buffoni come Luigi di Francia, malati cronici e ormai derelitti impazziti come Enrico IV.
The King dipende da che direzione lo guardi, sinceramente l'ho trovato uno dei film storici più belli degli ultimi anni, lasciando da parte eccentricità ed eroi, scavando a fondo nei personaggi e tratteggiando quella che forse è una delle vicende più realistiche di quei tempi.


I trapped the devil


Titolo: I trapped the devil
Regia: Josh Lobo
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Natale è il simbolo di pace e di gioiose riunioni familiari. Questo è quello che pensano Matt e sua moglie Karen quando a sorpresa si palesano in casa di Steve, il fratello di lui, per le feste. Si ritrovano però di fronte a una spaventosa sorpresa: nella cantina Steve trattiene un uomo. Non si tratta di un tizio qualunque: Steve crede infatti di aver intrappolato il diavolo in persona.

Ho intrappolato il diavolo e adesso devo convincere tutti che non sono pazzo.
L'idea di per sè non è male, come d'altronde nel cinema di genere c'è ne sono tante, alcune poi condite come si deve, altre invece che sembrano crogiolarsi sull'idea e mandare a ramengo tutto il resto. Trattasi di un indie a costi bassissimi, un low-budget girato in soli nove giorni all'interno di un'unica location e con tre attori più qualche comparsa e una bambina che nel finale saltella felicemente.
Lobo gira il suo film d'esordio cercando di fare la furbata dell'anno, con una trama che praticamente impossibile da non amare fin da subito anche se come dicevo, bisogna poi saperla sceneggiare.
Ci sono tanti limiti in un film che doveva durare meno, cercare forse di essere più ambizioso, schiacciare di più il pedale sull'effetto paranoico e sull'alienazione nonchè il contagio morale del protagonista ai danni del fratello e della compagna.
Qualcosa di molto buono però il regista che ha scritto, prodotto, diretto e montato l'opera c'è, su quel senso di disagio e soprattutto quella discesa nella cantina dove sentiamo quel breve ma profetico dialogo con l'uomo rinchiuso. In quella scena è contenuta tutta la suspance, l'atmosfera di un film che sapendo di non avere altri strumenti punta tutto su questa specie di smarrimento che provoca effetti contrastanti e altalenanti per chi entra in contatto con quella voce e quel mistero.
Quella voce è come quella che Eggers ci ha fatto ascoltare, che abbiamo percepito dai suoni allucinati di West, che ripiomba con ancora meno elementi cercando di creare terrore dal nulla.
Una prova difficilissima, molto ripetitiva per quanto concerne alcune scene davvero inutili e che dovevano essere tagliate, nel voler cercare di creare un impianto claustrofobico nella casa con una sorta di malattia pervasiva che colpisce tutti, ma indugiando e prendendosi troppo tempo in alcune scene di una noia cosmica che se lasciava la camera ad inquadrare la parete nascosta nella cantina forse era meglio. Il cast cerca di mettercela tutta anche se a volte l'imbarazzo coglie pure loro nel non sapere cosa fare e dove aggrapparsi. Steve che cerca con una bella gigna di dare il peggio di sè per fortuna senza mai sfiorare il ridicolo e infine la scena finale, riassunta in parte già dall'incipit iniziale del film che lascerà basiti e sospesi, a qualcuno piacerà di brutto, altri, quelli che c'è l'hanno fatta, storceranno la bocca maledicendo Lobo e tutto quello che spero farà in futuro magari con qualche risorsa in più.



Meat Grinder


Titolo: Meat Grinder
Regia: Tiwa Moeithaisong
Anno: 2009
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Buss è una signora ridotta al lastrico e tormentata di continuo da un passato difficile: in seguito a una manifestazione poi sedata dalla polizia, la donna trova in un angolo nascosto del suo locale un uomo morto. Una volta fatto a pezzi il cadavere e macinato, Buss lo cucina e lo serve ai suoi clienti, con risultati sorprendenti che però la obbligano a cercare vittime fresche per portare avanti il suo nuovo business culinario.

Meat Grinder come DUMPLING e altri film orientali ci ricordano come i nostri parenti lontani sappiano essere cruenti in maniere a volte a noi sconosciute, infrangendo tabù, sovvertendo le regole, distruggendo il lecito e approfondendo il proibito, annegando bimbi in bacinelle d'acqua, torture come non si vedevano da tempo e tanta carne umana da sfondo e da usare come portate per i commensali ovviamente all'oscuro di tutto in un tripudio di sangue e violenza davvero d'effetto.
Senza essere mai eccessivamente forzato come invece altri film e registi sanno essere, Meat Grinder cerca la sua vena salvifica nel dramma famigliare, nella povertà, negli stratagemmi per sopravvivere, nell'isolamento e nella solitudine, nei silenzi e nella quotidianità degli orrori ormai divenuti una componente della vita reale e perciò accettati.
La Thailandia ha vissuto un suo piccolo momento idilliaco nel cinema, sapendo giostrarsi alcuni film interessanti per poi abbandonare la nave mettendo da parte la settima arte se non con horror adolescenziali abbastanza avvilenti.
Qui non c'è humor ma il livello di gore è furibondo come la maschera della sua protagonista sempre sull'orlo dell'esasperazione è costretta a vivere a stretto contatto con gli incubi dell'infanzia, l'incesto, le molestie, gli abusi e poi un rapporto strano, perverso e complesso con la figura maschile. Buss è perfino più violenta di Dae-su Oh, ormai sembra aver abbandonato la vita reale destinata a portare a termine una vita di orrori indicibili dove ormai sembra aver azzerato ogni emozione e sentimento, diventando una sorta di automa che tortura, uccide e sacrifica per sopravvivere senza stare a dare altri sensi come l'orgoglio, la vendetta, il piacere personale.
Buss uccide e basta, guardando le vittime dopo avergli mozzato gli arti, vedendoli sanguinare appesi ad una corda senza battere ciglio per poi forse provare un minimo senso di orgoglio nelle facce dei commensali quando si cibano dei resti umani.
Meat Grinder è viscerale, pieno di sangue, di frattaglie, pieno di liquidi e di sangue, mostrando crudeltà senza fronzoli e soprattutto riesce nel difficilissimo compito di farci provare empatia per Buss giustificando le orribili mattanze dopo quello che le è stato inflitto.




Haunt


Titolo: Haunt
Regia: Scott Beck, Bryan Woods
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5
Ad Halloween, un gruppo di amici convinti di partecipare ad un gioco "escape room" si ritrovano in intrappolati da un gruppo di assassini che metteranno in scena le loro paure più profonde. La notte si tinge di morte e gli incubi diventano realtà.

Haunt ha una locandina così bella che non potevo davvero esimermi dal non gustarmelo a dovere, magari proprio ad Halloween, quando il film è ambientato, sperando di vedere qualcosa di buono. Così non è stato. Haunt premetto, non è una ciofeca, ha un solo asso nella manica e riesce a gestirlo molto bene ma per il resto è tanta roba già vista almeno da chi come me e pochissimi altri è diventato una sorta di martire del cinema, facendosi male in molteplici occasioni, divorando e diventando un cinefilo patologico.
La casa degli orrori, un gruppo di ragazzi che speriamo di veder morire molto in fretta e alcuni psicopatici mascherati. Il jolly arriva a metà film, quando questi killer seriali si tolgono le maschere e sotto i volti riescono ad essere ancora più spaventosi. Punto.
Il resto gioca su alcuni momenti nemmeno così malvagi se non fosse che manca quel ritmo, quel gioco al massacro che bisognava mettere in scena, alcune scelte discutibili da parte di una certa morale di alcuni di questi mostri mascherati.
Una protagonista che fin da subito sapremo dove andrà a parare e che abbatterà praticamente senza esitazione durante l'arco narrativo (che praticamente accade anche per un'altra eroina in un film che ho visto subito dopo, la Kayla di FURIES)
La festa di Halloween, 31Escape Room, HELL FEST, BLOOD FEST, Haunt per attenzione è un po come quei film che non solo non hanno avuto distribuzione ma sono passati in sordina destinati a non essere visti o ad essere dimenticati troppo velocemente. Perchè in fondo anche gli arrangiamenti del film a parte qualche tortura convincente, qualche jump scared al punto giusto e quel non-sense nelle mosse degli aguzzini che potrebbe diventare un'arma a doppio taglio.
I due sceneggiatori di A quiet place indugiano ma allo stesso tempo fanno di necessità virtù lesinando sulle spiegazioni e lasciando tanta aria di mistero, senza stare a svelare alcuni perchè che in fondo avrebbero fatto peggio. La carta del non detto, della strada aperta, del non fornire una spiegazione diventa funzionale anche se in alcuni momenti puzza di furberia per smarcarsi da alcuni trappoloni dietro l'angolo.
Le maschere archetipiche poi hanno la loro importanza anche se mi sarei davvero aspettato qualcosa di più. Quello che c'è dietro ancora una volta fa molta più paura.

Joker


Titolo: Joker
Regia: Todd Phillips
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Arthur Fleck vive con l'anziana madre in un palazzone fatiscente e sbarca il lunario facendo pubblicità per la strada travestito da clown, in attesa di avere il giusto materiale per realizzare il desiderio di fare il comico. La sua vita, però, è una tragedia: ignorato, calpestato, bullizzato, preso in giro da da chiunque, ha sviluppato un tic nervoso che lo fa ridere a sproposito incontrollabilmente, rendendolo inquietante e allontanando ulteriormente da lui ogni possibile relazione sociale. Ma un giorno Arthur non ce la fa più e reagisce violentemente, pistola alla mano. Mentre la polizia di Gotham City dà la caccia al clown killer, la popolazione lo elegge a eroe metropolitano, simbolo della rivolta degli oppressi contro l'arroganza dei ricchi.

Joker è un bel film ma non è affatto un capolavoro (d'altronde non doveva e non poteva esserlo).
Il film sulla bocca di tutti che ha vinto a Venezia che ha creato eventi mediatici, attentati nei cinema, la nuova maschera di Halloween per un pubblico mai così omologato, ha dal canto suo ancora una volta una bella interpretazione del Figlio di Dio, quel Joe in fondo già visto qualche anno fa in grado di sapersi portare sulle spalle e con poche ma convincenti espressioni un intero film.
Il merito di questo intenso comics è che deraglia completamente dai soliti stilemi, rifugge tanta azione, costumi, combattimenti. E'la parabola sull'ascesa di un povero pazzo e della sua lenta agonia, del rapporto complesso con la madre, della paranoia che si insinua nei suoi sempre più dibattuti pensieri, e tante altre cose ancora. Senza esagerazioni, senza troppe complessità e voli pindarici, senza inseguire per forza complotti o quanto esperti, critici abbiano provato a tirar fuori dal cilindro o dovendo individuare a tutti i costi nella pellicola.
Joker è molto più semplice del previsto, lascia quello strano senso di dèja vu per quanto concerne l'ambientazione, la scenografia, le location, l'uso di importanti mezzi e anche se così non è stato (Scorsese come produttore) lascia in più momenti alcuni aloni del suo cinema.
In fondo la critica degli sceneggiatori è molto funzionale quanto necessaria e in fondo la solita, ovvero la lotta di classe, i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Così tra tagli a reparti psichiatrici, sciopero della nettezza urbana, caos che imperversa e immondizia praticamente ovunque, Arthur come risposta tira fuori una delle risate malate più contagiose e drammatiche del cinema, una vittima solitaria di un mondo che si sbarazza dei rifiuti abbandonandoli a loro stessi, alla loro miseria e ad una vita che non potrà che essere un sogno andato a male.



Ma


Titolo: Ma
Regia: Tate Taylor
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Maggie e sua mamma Erica si trasferiscono in una cittadina dell'Ohio. Le aspettano rispettivamente una nuova scuola e un nuovo lavoro. Maggie si fa subito degli amici a scuola e con loro, a bordo di un furgoncino, si ferma a un supermercato per comperare degli alcolici in modo da fare festa la sera. Ma sono tutti minorenni e perciò hanno bisogno di un adulto che li comperi per loro. Tutte le persone interpellate rifiutano sin quando proprio Maggie riesce a impietosire una donna di mezza età, Sue Ann. I ragazzi contenti se ne vanno con i liquori a fare baldoria. Ma Sue Ann, al lavoro (è l'assistente di una veterinaria), studia i loro profili su Facebook. La volta successiva, invece di limitarsi a comperare gli alcolici, Sue Ann offre ai ragazzi la possibilità di fare baldoria nello scantinato di casa sua, così staranno comodi e non rischieranno niente. I ragazzi accettano. Sue Ann spiega che ci sono solo poche regole da osservare, tra cui non andare mai al piano superiore. I ragazzi se la spassano e sembra tutto perfetto, ma ben presto si devono accorgere che le cose sono ben lontane dalla perfezione.

"Ma" ho scoperto da poco che è stato praticamente distrutto da critica e pubblico. Il perchè sinceramente non mi è chiaro dato che ci troviamo di fronte ad un thriller con alcune cadute di stile, un finale prevedibile e dei momenti che non sempre tornano ma che porta a casa numerose scene malsane e disturbanti, di quelle che sono così a stretto contatto con la realtà da farti vivere una sorta di disagio intuendo subito che non è affatto così distante dalla realtà (almeno quella americana).
Era da anni che non vedevo un così strano e perverso rapporto tra un'adulta e un gruppo di stronzetti antipatici. "Ma" scopre le carte in maniera abbastanza grossolana e fin qui, se uno pensava di trovarsi di fronte ad un film che facesse della scrittura il suo baluardo, si sbaglia di grosso.
Convince invece in maniera atipica e profonda quando indaga sui rapporti personali, sulla complicità, sul saper comprendere i disagi e andare oltre il confine del lecito, sull'effetto perverso dei social, sul disturbo generato dall'invasività dei messaggi, dei video, di tutti quelli che sono gli strumenti moderni per fare anche del male se usati a tale fine.
Un psycho-thriller che vira nell'horror psicopatologico così è stato definito l'ultimo film di un regista per niente capace come Taylor che qui aveva budget e un cast di attori funzionali per riuscire a fare quel qualcosa di più che invece non avviene.
Un revenge-movie, un capovolgimento del plot alla Craven dove i figli devono pagare per le colpe dei padri, dove il disagio dilaga, la voglia di sballarsi è sempre più consolidata, dove il sotto testo sociale di denuncia al bullismo non sempre convince, ma alla fine forse uno dei meriti più grossi del film. Forse è uno degli unici che a parte regalare alcune buone scene ha tanto ritmo e l'atmosfera all'interno della casa tra cantina e aria di festa dove è lecito andare ed è quasi impossibile resistere aggiungerei e i piani superiori, dove è proibito inoltrarsi si crea quell'alchimia degli opposti funzionale, almeno a non sbadigliare mai e questo, visto l'enorme tasso di horror adolescenziali idioti e ingenui è un passo in avanti.


Gomorra-Quarta stagione


Titolo: Gomorra-Quarta stagione
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 4
Episodi: 12
Giudizio: 4/5

Genny Savastano, dopo la morte di Ciro, prova a cambiare vita, per il bene della sua famiglia, arrivando fino a Londra e inserendosi nel mondo dell’imprenditoria, per lasciare un futuro diverso al figlio Pietro. La moglie Azzurra inizia, a poco a poco, a conquistare un ruolo predominante nelle finanze familiari.
La guerra non è affatto finita. Il panorama si sposta così tra Scampia e Secondigliano, con Genny che convoca Nicola e Patrizia, esprime loro la sua preoccupazione sui fratelli Capaccio (ultimi due Confederati sopravvissuti) che non hanno intenzione di rispettare le condizioni poste loro da Savastano e Sangueblù e vogliono una nuova guerra.
Genny, però, spinto dalla moglie Azzurra che lo implora di sistemare le cose e di pensare al futuro del figlio Pietro, prova a cambiare vita, andando fino a Londra. Il suo regno resta nelle mani di Patrizia e Savastano riallaccia i rapporti con i Levante, un ramo della famiglia di Donna Imma.
E’ lo zio di Genny ad offrirsi di aiutarlo, ma potrà dargli fiducia e cosa chiederà in cambio?
A sostenere i fratelli Capaccio c'è Don Aniello, ma loro sembrano essere gli unici a volere la guerra. Enzo e il suo clan non la vogliono. E Genny approfitta di questo momento per lanciarsi nell’imprenditoria, per disegnare un futuro diverso al figlio a Londra.

A conti fatti non avrei mai pensato che una quarta stagione potesse essere non solo qualitativamente la migliore ma soprattutto la più matura, capovolgendo fronti, uscendo con idee e decisioni inaspettate, rifuggendo dai clichè, mostrando così tanti personaggi di spessore e finendo nell'ultimo episodio con un ritorno alle origini, tanta cattiveria e forse il monito più importante ovvero quello per cui in quei territori quando sei affiliato alla Camorra non puoi fuggire dal tuo destino.
Abbandonando l'insopportabile Ciro interpretato da Marco d'Amore un attore semplicemente detestabile oltre ogni limite, gli sceneggiatori hanno fatto una specie di ritorno alle origini muovendo tasselli nuovi, investendo sulle nuove dinamiche tra clan, aggiungendo importanti fattori contemporanei come l'importanza dell'imprenditoria, la politica, lasciando sempre aperta la porta degli inganni, dei compromessi e dei doppi giochi che in questa stagione diventando fondamentali.
Donna Patrizia che ottiene il controllo, una specie di tregua imposta da Genny nei primi episodi, le due famiglie che presto si sa come andranno a finire, quella dei Levante (vero colpo di scena) e i fratelli Capaccio.
Genny è però di nuovo il protagonista. Anche se la parentesi londinese lasciava qualche dubbio sulla velocità con cui si svolge l'atto, il nostro vero protagonista ha infine capito come dicevo che non si può fuggire dalle proprie origini diventando imprenditore e lasciando il caos a Secondigliano, scommettere su un aeroporto piuttosto che cercare di farsi amico il magistrato non è compito suo, almeno per ora. Genny Ha tradito il padre, ucciso il migliore amico e la boss di Secondigliano da lui stesso scelto. Finisce per chiudersi in un bunker, aspettando che le acque si calmino, senza poter vedere Pietro crescere e la moglie che sicuramente avrà un suo peso più avanti dal momento che in questa stagione ha deciso anche lei di avere un peso nelle trattative del marito. Mi sarei aspettato qualcosa di più da Sangue Blu che rimane il personaggio più in ombra della serie, cercando di mantenere un controllo a Forcella, intuendo compagni e traditori tra le sue stesse fila e in fondo mantenendo un codice morale che gli altri personaggi della serie sembrano aver cancellato per ovvi motivi.
Gomorra riparte più forte che mai, Saviano come gli sceneggiatori sanno bene dove aggredire il pubblico con scelte affinate dall'esperienza e una storia in fondo mai banale.
Il finale della stagione si apre con una delle faide più cruente che vedremo senza risparmiare nessuno, colpendo tutti e uccidendo alcuni protagonisti principali della stagione nell'ultimo episodio.



sabato 16 novembre 2019

All'ombra della luna


Titolo: All'ombra della luna
Regia: Jim Mickle
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nel 2024 una devastante esplosione colpisce Philadelphia. Giusto il tempo di assistere a scene di tragedia, che veniamo portati nel 1988, dove incontriamo due agenti di polizia,Lockhart e Maddo alle prese con una serie di misteriose morti che stanno devastando la notte di Philadelphia. I due piedipiatti si mettono sulle tracce della misteriosa assassina, riuscendo a intrappolarla in una fermata della metro. Nel momento topico, la donna affronta uno dei due poliziotti,Lockhart, sconvolgendolo, sin ad un tragico epilogo.

Torna Mickle, uno dei registi più interessanti del cinema di genere della sua generazione.
All'ombra della luna è il film finora più ambizioso, un poliziesco, un thriller psicologico che si intreccia con una storia di sci-fi sui viaggi del tempo e una minaccia da sventare con trame e sotto trame spesso complicate e complesse. Il concetto di convenzione del tempo apparteneva già ai salti temporali di Looper con cui il film in questione ha alcuni retaggi in comune.
E'un film procedurale che mischia tantissimi elementi, generi, smarcandosi come il regista ha sempre dimostrato nelle sue precedenti opere, con una singolare astuzia cercando di non cadere in alcuni buchi sempre dietro l'angolo che avrebbero decretato un netto appesantimento dei toni della pellicola. Parliamo di un film decisamente complesso, una caccia alla presunta assassina del futuro con un arma che come nell'incidente scatenante iniziale, fa letteralmente morire tra atroci sofferenze con fiumi di sangue che escono da ogni dove. Mickle trattiene ogni singola situazione per farla poi esplodere nel terzo atto, ti crea un'antagonista, se così possiamo chiamarla, di cui è impossibile non provare empatia con una notevole scena di inseguimento nel primo atto che finisce nella metro.
Cinque anni ci ha fatto aspettare prima di portare a casa un traguardo non esente da difetti, da intrecci e complicazioni non sempre facili da gestire, da un mix di elementi e suggestioni narrative difficili da raccordare dove non sempre viene percepito un bilanciamento e infine un'arco della storia dipanato in trentasei anni, dove un attore sempre legato a piccoli e sofferti ruoli come Boyd Holbrook cerca di mettercela tutta anche se per quanto concerne il reparto del make-up e le fasi di invecchiamento si poteva fare di più.
L'atmosfera quasi da noir è uno degli aspetti deliziosi del film sui cui la regia da sempre ha cercato di puntare in tutti i suoi film precedenti, un ritmo adeguato che riesce almeno a rendere avvincente una storia non proprio originale ma con un coro di attori che provano a mettercela tutta, alcune scene decisamente forti e un amore smisurato per la settima arte.
Il merito di Mickle ancora una volta e di non schiacciare il pedale sull'azione come quasi tutti avrebbero fatto, si prende i suoi tempi, parla di tante cose e merita un discorso a parte sull'importanza dei legami sociali e della famiglia, mischia tante carte, dosa bene i dialoghi e proprio con uno di questi termina il suo climax finale per fortuna rimanendo ancorato con i piedi per terra per non sprofondare nella sabbia come il sogno premonitore della moglie di Lockart in una fantastica scena di vita di coppia proprio all'inizio del film prima dell'incidente scatenante.



De Noorderlingen


Titolo: De Noorderlingen
Regia: Alex van Warmerdam
Anno: 1992
Paese: Olanda
Giudizio: 4/5

In una cittadina olandese degli anni '60, che sembra un villaggio western, brulicano personaggi inquietanti: dal postino che legge la corrispondenza di tutti all'autorità pubblica che gira armata con un fucile da caccia, fino al macellaio erotomane. L'insieme viene osservato attraverso lo sguardo del figlio adolescente di quest'ultimo, un adolescente che si identifica con Lumumba, figura di primo piano della rivolta indipendentista del Congo Belga.

Alcuni registi o sarebbe meglio definirli autori a tutto tondo con il loro insolito modo di porsi di fronte al cinema e alla narrazione rimangono schegge impazzite che per fortuna abbiamo la possibilità di visionare e comprendere in tutti quelli che sembrano essere strane raffigurazioni e analisi spietate dei rapporti umani e di vicinato.
De Noorderlingen è una commedia surreale, poco convenzionale, grottesca, spiazzante, stramba, cinica e bizzarra. Uno scenario che sembra da far west in un lembo di deserto su una scenografia assoluta dove poche case e pochi elementi costituiscono le traiettorie dove i personaggi e le vicende si mescolano. Il film è caratterizzato da una messa in scena minimale, esteticamente molto forte, ridotta all'osso per avere più vicinanza possibile tra i personaggi e farli implodere ed esplodere secondo un contesto ai limiti del lecito, dell'irreale, in cui i protagonisti della vicenda, in uno schema corale che esamina tanti personaggi, rappresentano/rappresenta la middle class olandese, sordida e meschina, con i suoi piccoli e grandi scheletri nell'armadio.
A parte il giovane e innocente che rincorre i propri amori, una donna più grande che lo inizia al sesso e che deve rimanere nascosta in un bosco, altro elemento come a segnare un confine, una violazione di territorio, una rivelazione tragica, una landa desolata dove tutto può succedere e tutto riesce ad essere opportunamente nascosto mentre invece i pochi palazzi della città rappresentano per la regola degli opposti per tutto quanto il resto.
Questo sganciarsi dalle regole prestabilite, in un cinema anarchico che diventa quasi una fiaba nera composta con uno schema corale dove ogni personaggio è marcio, assatanato, folle criminale, diverso e temuto e quindi ricercato dalla comunità razzista che non lo accetta.
Una scelta attenta dei protagonisti che svolgono ruoli pazzeschi, fondamentalmente marci e privi di una morale inseguendo i propri scopi e bisogni primari spesso senza vergogna e senza paura di venir tacciati dalla comunità sempre più slegata. Donne malate che diventano sante, statue di S.Francesco che prendono vita indicando il martirio ai propri fedeli, macellai maniaci sessuali che violentano le proprie commesse dentro il negozio, spioni, postini che vanno controcorrente, impiccioni e tanto altro ancora.
L'Olanda come l'Austria non hanno paura di affrontare i propri spauracchi dotati di personaggi che come nella vita reale possono essere spietati, sordidi e infingardi.
Un film autoriale, non semplice, poco avvezzo ai soliti schemi narrativi, spiazzante quanto portatore di verità, elucubrazioni, riflessioni sulla società, sulle regole, un'analisi sociologica e psicologica, con una esamina del contesto sociale che merita davvero analisi approfondite per venir riconosciuto come un patrimonio per quanto concerne un paese che cinematograficamente è povero e poco avvezzo al cinema controcorrente come le opere ambiziose di Warmerdamhanno finora hanno sempre dimostrato.

Wounds


Titolo: Wounds
Regia: Babak Anvari
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un telefono in un bar porterà a sconcertanti conseguenze

Finalmente dopo tre anni torna uno dei registi emergenti più interessanti in circolazione.
Dopo la fiaba iraniana sui Djin, Under the shadow, Anvari torna con un soggetto molto più ambizioso. Un film complesso e stratificato che mette nello script tanti elementi, i portali, lo gnosticismo, le allucinazioni, visioni, tutto in un contesto che sembra molto normale, un locale con la sua solita clientela, per poi far affiorare da questo cellulare abbandonato un vero e proprio caos che aumenta vertiginosamente per trasformarsi in orrore puro.
Devo dire che il talento del regista non si discute, un film scomodo che ho addirittura preferito al precedente, per quanto il folk horror sia uno dei miei sotto generi preferiti, dove il talento di Hammer e il personaggio scomodo di Will, detestabile per tanti fattori, emerge in tutta la sua virulenza. Eppure diventa uno di quei protagonisti con cui l'empatia per quanto scomoda c'è.
Will vorrebbe a tutti i costi violare la sua monotonia senza farsi scrupoli a provarci con una cliente con tanto di fidanzato appresso. L'idea del cellulare è funzionale in parte nel film, creando anche in questo caso un attacco contro i media e l'intrusività massiccia ed effettiva nelle nostre vite.
Da qui poi il discorso si allunga in maniera cronemberghiana facendo diventare il telefono un vero e proprio mostro che sembra diffondere un male assoluto che non tutti possono percepire, sempre se si sceglie di percorrere questa trama.
Dai clienti che perdono pian piano la faccia, eserciti di scarafaggi, rapporti tormentati e video assurdi, macchine che inseguono e in tutto questo l'alcool a fare da padrone e il suo peso specifico, le magliette che preferiamo non cambiare mai e ferite che crescono senza capirne il perchè.
Wounds letteralmente ferite, è micidiale, proprio in quei colpi sotto la cintura che ci propina ogni manciata di secondi, un horror psicologico come ormai in questi anni è pieno, con tanti difetti ma con una messa in scena e un ritmo devastante per come porta tutto agli eccessi, anche eccessivi, ma mai fuori luogo, dove tutto per quanto possa sembrare assurdo mantiene una sua coerenza narrativa, un braccio di ferro tra l'inspiegabile e il reale o quello che noi presupponiamo che sia. Anvari spinge il pedale sull'atmosfera, sul disagio, sulla paranoia, su come Will perda proprio tutto e infine un'analisi mica da ridere sui rapporti di coppia e su quel vuoto che come una caverna nera e statica sembra uscire dagli smartphone, dai pc, rendendo ancora più grigie le nostre vite.







Couteau dans le coeur


Titolo: Couteau dans le coeur
Regia: Yann Gonzalez
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Anne, dopo aver prodotto film porno, decide di cambiare registro ma gli attori del nuovo film sono al centro dell'obiettivo di un serial killer.

Una volta c'era Sconosciuto del Lago dove un killer sconvolgeva le vite di una comunità gay. Ora Gonzales senza attingere da Guiraudie, sembra lanciarsi in un omaggio citazionista a volte forzato anche se esteticamente molto interessante. Un thriller che esamina il mondo porno gay francese degli anni '70 puntando sul cromatismo, sugli eccessi della fotografia, delle gelatine, dei colori saturi, su un voyeurismo delirante e delle belle scenografie anni '70.
Un film dove al sangue si oppongono le scene di sesso, al delirio del killer le risate sui set dei film porno d'autore. Tutto questo attraverso gli occhi della bellissima Paradise, Anne, intenta a dare un senso alla sua vita, a ricongiungersi con la sua amata e a cercare di scovare l'assassino attraverso dei deliri e degli incubi premonitori.
Gonzales fa un film che cerca d'essere esageratamente d'effetto, marcato da una minimalità nel tentativo di rendere delizioso ogni piccolo dettaglio, insistendo sulla forma e rimanendo derivativo sulla sostanza. Il film procede con un ritmo notevole, il cast è ottimo, le musiche ipnotiche, lo stile impeccabile, eppure soprattutto nel finale tutto sembra procedere in maniera troppo lineare senza particolari incidenti o azioni che possano ribaltare l'effetto dei telefonati colpi di scena.
Tra pompini, cazzi che nascondono lame, pellicole, il sesso e la coazione a ripetere come le coltellate dell'omicida, la folla nel cinema porno che uccide la stessa essenza del male, i sogni altalenati alle allucinazioni e alle visioni di Anne e infine la famiglia allargata dove sembrano rifugiarsi tutti i membri della troupe Gonzales infarcisce inserendo davvero di tutto. Couteau dans le coeur esteticamente è molto bello colorato e acceso, però tutto questo appare quasi una lezione di stile, un esercizio di maniera per una storia in fondo estremamente già vista, cambiando solo il sotto genere e infilando tematica queer e tanti, tanti falli oltre che rimandi a profusione su un certo tipodi cinema thriller anni '70 in particolare quello italiano.

Cyber City Oedo


Titolo: Cyber City Oedo
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1992
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

OEDO (ex Tokyo), anno 2808. Sengoku, Benten, Gogul: intraprendenti cybercriminali condannati a scontare dai 295 ai 375 anni di carcere. Le alte sfere governative decidono di sospendere tutte le sentenze in cambio della loro collaborazione nella lotta contro il crimine. Riusciranno i tre neo-agenti della Cyber Police a portare a termine ogni missione con successo? Il collare esplosivo che sono costretti a indossare non lascia loro molta scelta.

Ancora l'immenso Yoshiaki Kawajiri, un regista d'animazione come non si sono quasi mai più visti che ha saputo regalare perle per quanto concerne la nutrita gamma di generi a cui il suo cinema attinge e aderisce. Un'autore in senso ampio del termine di cui credo su questo blog di aver recensito tutte le sue opere, tante, diverse, una più bella dell'altra di cui questa mini serie composta da tre Oav da quaranta minuti l'uno raggiungono i fasti più alti del suo cinema.
Sci-fi, poliziesco, thriller, horror. Cyber City Oedo è composto da tre episodi diversi ma collegati dove in ognuno è presente una storia incentrata su uno dei tre protagonisti principali.
Con una soundtrack dominante e ipnotica Kawajiri inserisce quasi tutte le sue tematiche raggiungendo e inserendo però alcune meta riflessioni filosofiche sul destino e tante altre domande e argomentazioni affrontate in passato. I complotti, il governo corrotto, le macchinazioni politiche, i collari per controllare i prigionieri e usarli come schiavi per i propri scopi, gli esperimenti militari a danno di alcuni prigionieri usati come cavie. Temi e portate che vengono inserite in maniera più che perfetta, dove il nostro autore si sbilancia affrontando anche l'horror con una storia che vede protagonista un vampiro, tantissimo sangue e un livello di violenza che rimane uno dei marchi di fabbrica del cinema di Kawajiri come in alcuni film possono esserlo le scene di sesso.Gli scenari poi sono curatissimi, il delirio cosmico e le ambientazioni cyberpunk rendono ancora più suggestivo un universo creato ad hoc per dare ancora più enfasi alla storia.
Lo stile poi ormai da tempo non ha più nulla da mettere in discussione, è rodato e ormai consolidato con alcune scene d'azione realizzate in maniera impareggiabile dando sempre una profonda riflessione sullo spirito di sacrificio, sull'enorme senso di spettacolarità e alcuni scontri che inseriscono anche un certo discorso sull'onore e sul rispetto che merita un discorso a parte.
I criminali che Kawajiri mostra, tre personaggi che come sempre si distinguono in tutto e per tutto come se fossero straordinariamente diversi nel design e nel character, sono gli stessi anti-eroi che abbiamo conosciuto in altre opere come sempre prediligendo e distinguendosi per delle storie che non prevedono dei veri e propri eroi canonici ma in fondo dei buoni che sanno sacrificarsi per la giusta causa e al tempo stesso rimangono anarchici in tutto e per tutto, odiando le regole e un sistema che gli vende e gli usa come vittime sacrificali e capri espiatori.




Wind(2018)


Titolo: Wind(2018)
Regia: Emma Tammi
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna si trasferisce in un luogo isolato in cerca di una nuova vita. Per lei la realtà si trasformerà in incubo.

Il fatto che negli ultimi anni l'horror abbia come protagoniste personaggi femminili è un fatto innegabile. Una fortuna direi..
La Tammi sembra volerci dire che l'orrore può arrivare dappertutto, anche in lande desolate dove non sembrano quasi esserci nemmeno alberi e anima viva, fatta eccezione per una coppia da poco arrivata, qualche animale della fattoria, un prete e un branco di lupi.
Tammi gira un western horror, un thriller psicologico sospeso tra allucinazioni e presenze soprannaturali, tra fobie e credenze, ritagliato su pochi personaggi portandoli all'isteria, in particolare le donne perchè loro sanno, credono e sentono mentre i maschi no.
Con una resa visiva coinvolgente e attenta, il film parte in maniera minimale cercando i dettagli e gli sguardi profondi di Lizzy vera protagonista della pellicola, su cui il film si concentra, la quale inizierà un vero e proprio calvario, un viaggio nell'orrore cercando di raccapezzarsi e cercando di capire chi sono veramente le persone che gli stanno attorno.
Demons of the Prayer, libri, entità oscure che poi diventano quattro tipologie di demoni differenti, tutto lascia ben sperare nell'inserire nuovamente questo calderone ai giorni nostri visto che la maggior parte degli horror moderni e commerciali trattano l'argomento come se fossero mele ad un bancone della frutta.
La Tammi deliziosamente non ci fa vedere quasi niente ma ci porta a comprendere il dramma che sta avvenendo. Porta a casa una scena squisita, nel primo atto, che ricorda il finale di VVitch dove presumiamo di vedere quella cosa anche quando la visione è coperta e celata. Il tempo, vero fattore che mette i bastoni tra le ruote, non segue un percorso lineare o razionale con salti temporali che però non sono nemmeno così complessi ma che incidono sul ritmo e sull'immedesimazione legata a quanto sta succedendo. Qualche elemento sconclusionato c'è, lo script per quanto accattivante compie alcune ingenuità, ma senza esagerare mai, tenendosi il fucile sempre vicino.
Wind abbatte alcune porte, cerca un sodalizio nel genere con protagoniste per lo più femminili e ha qualcosa, nel suo essere estremamente indipendente e autoriale che fa sempre piacere visionare.
Un film che parte molto lentamente concentrandosi sulle scene partorite come veri e propri quadri con pochissima e centellinata azione, puntando molto sulla suggestione con alcuni momenti decisamente notevoli e qualche colpo di scena abbastanza inaspettato.





Panama Papers


Titolo: Panama Papers
Regia: Steven Soderbergh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una vedova indaga su una frode assicurativa inseguendo a Panama City due soci in affari che strumentalizzano il sistema finanziario mondiale.

Laundromat letteralmente è la pratica di pulire i soldi illegalmente.
Soderbergh ovunque lo metti è quasi sempre sinonimo di garanzia. Balla da un genere all'altro girando film thriller con uno smartphone, intessendo trame corali, parlando di narcotraffico, banche, rapine, truffe, il tutto con una nutrita e solida filmografia e infine la particolarità di infilare spesso una quantità di star impressionanti.
Panama Papers in parte ha tanti di questi fattori espressi però in maniera più consolidata, seria e matura come il tema sta ad indicare. Anche in questo l'outsider americano considera un gioco l'analisi di un fenomeno tanto discusso quanto anomalo per certi versi e soprattutto attuale più che mai. Partendo proprio dalle storie, agendo come una metafora nell'affrontare alcuni dibattiti, prendendo i due protagonisti e facendoli traghettare da un paese all'altro con dei monologhi che affrontano in maniera radicale la vicenda, cercando senza moralismi e prese di posizione di analizzare quello che il potere della finanza e delle leggi di mercato ha sempre permesso ai danni di qualcun altro. Soderbergh ragiona su quanto alcune scelte, una parte del marcio del sistema fiscale americano, possa generare conseguenze impreviste, effetti perversi e inattesi ai danni di una parte di mondo che semplicemente non sa chi trama sopra di loro o per loro.
Messo in scena con un'eleganza degna del profilo e della filmografia del regista, aiutato in questo da una galleria di attori semplicemente straordinari dove ognuno riesce a cogliere al meglio le sfumature delle vittime e dei carnefici e di chi non si rende conto a cosa sta andando incontro o quale animale più grosso di lui sta ingrassando a dovere.
Con toni a volte quasi da favola, l'operazione dell'autore svela facendo voli pindarici da un paese all'altro la storia vera del 2016 dei cosiddetti Panama Papers, i dossier confidenziali creati dalla Mossack Fonseca nei quali figuravano tutti i nomi degli azionisti - capi di stato e di governo, funzionari, parenti e collaboratori di ogni sorta - che nascondevano i loro beni al controllo statale. Ancora una volta vengono esaminati anche i contorni agendo in maniera ancora più dettagliata, minuziosa e minimale andando fino in fondo per dare un'identità alla fonte anonima che ha rivelato al mondo l'archivio segreto dello studio, nella fattispecie una delle attrici più interessanti della storia del cinema

venerdì 15 novembre 2019

Scary stories to tell in the dark


Titolo: Scary stories to tell in the dark
Regia: André Øvredal
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mill Valley, Pennsylvania, 1968. Si approssima la notte di Halloween. Stella, giovane studentessa solitaria con ambizioni di scrittrice, si lascia convincere dai suoi due soli amici, Auggie e Chuck, ad andare a fare pazzie durante la notte. Come prima cosa tirano un brutto scherzo al bulletto Tommy, che se lo merita, ma reagisce con vendicativa determinazione. In precipitosa fuga, i tre vengono salvati da Ramon, di passaggio in città. Fatta amicizia, Stella propone a Ramon e agli altri di andare nella vecchia casa infestata della famiglia Bellows, dove una volta viveva la leggendaria Sarah, una ragazza che, tenuta segregata dai familiari nello scantinato per motivi misteriosi, raccontava storie orrorifiche attraverso le pareti ai bambini che venivano ad ascoltarle e che poi, si dice, facevano una brutta fine. Stella trova il libro dei racconti di Sarah e le cose volgono subito al peggio.

Succedono tante cose in quello che sembrava un trittico di storie dell'orrore ma che invece ha mantenuto una base solida narrando una storia organica con svariate vicende, tante location diverse e piani narrativi che sembrano rincorrersi a mosca cieca.
Il film voluto da Del Toro non era affatto facile. Coniugare racconti dell'orrore per ragazzi, micro storie alcune lunghe un paio di pagine e inserirle in un contesto come quello del '68 in cui succedevano vicende complesse come la guerra del Vietnam mentre nella settima arte Romero scardinava le regole con il suo film più celebre. Un film che rientra perfettamente in un quadro di racconto di formazione fantastico con quella che viste le premesse sembrava una sorta di operazione nostalgica e che solo in parte possiamo dire sia stato così.
Ovredal dopo Troll Hunter e Autopsy of Jane Doe dimostra il suo incredibile talento, con il suo film più ambizioso, complesso, difficile da gestire vista la moltitudine di maestranze coinvolte, il cast allargato, un insolito cocktail di generi che mescola ghost stories, mostri, spauracchi, trasformazioni, enigmi, complotti e segreti da custodire nonchè il bisogno di gridare la verità e riscattare vittime innocenti.
L'aver coniugato tutto in un unico film dandogli un target che mettesse d'accordo diverse fasce d'età, senza lesinare sulla paura, rimanendo creepy al punto giusto e con un paio di scelte congeniali che per gli amanti del genere saranno difficili da dimenticare rimane un'operazione non facile e non alla portata di tutti.
Alvin Schwartz che ha scritto le storie da cui il film è tratto andrò subito a reperirlo.
Delle storie che sembrano strutturate in maniera diversa quando poi il fil rouge è lo stesso, assorbite da tutti i fruitori con effetti diversi, jump scared che però finalmente non sono gettati via giusto perchè la produzione lo impone, qui tutto è molto più articolato, curato in ogni singolo fotogramma, minimale quando deve e spaventoso quando ci regala alcuni mostri per fortuna abbastanza originali (l'ospedale e la cella).
Schwartz, Ovredal e Del Toro sembrano interessati alla scoperta dell'ignoto che per un ragazzino potrebbe davvero risultare molto più profondo di quanto sembri per un adulto, c'è poco sangue, ma l'orrore resta come un'ironia di fondo che in alcune scene smorza i toni senza trascurare un'atmosfera perfetta che piomba lo spettatore in alcuni incubi innocenti spostandoli da una parte all'altra muovendoli sulle corde dei suoi giovani protagonisti, facendogli vivere alcuni dei più importanti scenari che da sempre il cinema horror si è impegnato a farci scoprire.



Terminator-Dark Fate

Titolo: Terminator-Dark Fate
Regia: Tim Miller
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Grace, soldato geneticamente potenziato, viene dal futuro per salvare Dani Ramos, giovane operaia messicana impiegata in una fabbrica automobilistica. Dal futuro per ucciderla viene pure Rev-9, un Terminator evoluto, indistruttibile e proteiforme. Dal passato ritorna invece Sarah Connor che caccia e abbatte Terminator da decenni con l'aiuto di una fonte misteriosa. Unite dal destino, lottano nel presente per proteggere il futuro capo della resistenza contro l'Intelligenza Artificiale. Al di là del muro e decise a sbarcare in Texas per recuperare l'unica arma che possa fermare un Rev-9, chiedono aiuto a un vecchio amico, che integra il team femminile e le dà ancora di santa ragione.

Terminator dopo i due capitoli che sono storia del cinema sci-fi d'azione e che vanno considerati gli unici memorabili, è diventato una specie di franchise, cercando soldi a tutti i costi e facendo tre film quasi inguardabili.
Era logico che per chiudere una saga, in tempi dove si cerca di dare dei finali meritevoli facendo morire con stile personaggi iconici di film d'azione, la saga cercasse di salvarsi con qualcosa che non facesse schifo come i precedenti. Chiamato in cattedra un fanatico dell'action, si voleva concludere continuando il discorso che sembrava chiuso con TERMINATOR 2 ad oggi secondo me il più bello della saga (come lo è Aliens rispetto al primo). Parlando di film dove l'azione supera la sci-fi, l'intrattenimento con stile è sempre stato il marchio di fabbrica.
Dark Fate è interessante anche se altalenante, fagocita tutto e troppo facendolo a tratti in maniera decorosa, in altri momenti invece no, quando cerca di rifugiarsi in delle scelte di trama davvero discutibili e patetiche o dovendo andare per forza a inserire personaggi che per forza di cose non andavano aggiunti e che dovevano morire e basta come Cameron aveva sentenziato alla fine del secondo capitolo.
Il film è una macchina che non si ferma quasi mai e quando ci prova i limiti e le forzature sono evidenti come i conti che non tornano e insisto di nuovo su alcune scelte di script davvero tremende contando che provano, senza riuscirci, a prendersi pure sul serio.
Dark Fate è donna, sceglie un manipolo di eroine con target d'età diversi, intrecciando stili di vita che sono agli opposti, dalla Connor alcolizzata e perennemente in lutto e incazzata nera, alla durissima e davvero affascinante Grace fino alla più monocorde di tutte, la prescelta Dani.
In 36 ore, l'arco di tempo su cui ruota la vicenda, in cui il film procede senza concedersi pause, perchè lo abbattono, cambia in maniera allucinata da una location all'altra cercando la carta dell'esagerazione a tutti i costi, un road movie, un survivor movie, dove alla fine per quanto tutto apparirà scontato, vince la scommessa di riuscire perlomeno a non sfigurare come gli altri tre recenti sequel. I combattimenti sono tra i momenti migliori, d'altro canto non poteva che essere così, dove in alcuni momenti il tasso di violenza è tremendo (quella testa strappata con le catene e infilata nel marchingegno) lasciando ai posteri, ma speriamo proprio di no, l'idea che probabilmente la saga continuerà più femminile che mai cercando di abbattere alcune teorie del passato come Skynet e rinforzando l'aspetto digitale della c.g
Tra operazione nostalgica, personaggi rispolverati, una trama che si aggrappa ai vetri e una dimensione ludica massiccia quanto superficiale, il sesto capitolo vale in tutto e per tutto per quanto concerne il cinema d'intrattenimento, ma rimane un'operazione commerciale così macchinosa che la sceneggiatura non poteva che lasciare tutte quelle perplessità e quelle idiozie di fondo così estremamente marcate. Una su tutte ad esempio è quella riguardo le stramberie che riguardano il T-800 e tutte le inutili banalità sui suoi collegamenti con Grace fino alla battuta marmorea che rimane la ciliegina sulla torta del film “Vedi Dani, noi del futuro mandiamo delle coordinate indietro nel tempo che poi, per non sbagliare, mi sono fatta tatuare qui sulla pancia e se non mi sbaglio vuol dire che l’indirizzo che stiamo cercando è proprio questo qui”.. chi vedrà capirà e sospendendo l'incredulità andrà avanti nella visione senza cercare di darsi un'ipotetica spiegazione che non è detto che ci sia o che sia mai stata pensata. D'altronde gli sceneggiatori sapevano che tanto il film avrebbe avuto plausi e consensi da tutte le parti. Bello e graficamente eccellente quanto banale.

Battle at Big Rock


Titolo: Battle at Big Rock
Regia: Colin Trevorrow
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ambientato un intero anno dopo che i dinosauri sono stati liberati nel mondo Jurassic World – Il Regno Distrutto, vede una famiglia in campeggio nel Big Rock National Park che ha uno scontro con due dinosauri: un Nasutoceratops e un Allosauro. Per la prima volta, i dinosauri e gli umani sono costretti a coesistere e il terrore è sul menu.

Un corto simpatico e delizioso di otto minuti che raggiunge i punti più alti nei titoli di coda davvero imperdibili soprattutto per quella scena e parlo della creatura degli abissi che noi vogliamo vedere e qui sembra ancora più roboante di quella di Jurassic World girato tra l'altro dallo stesso regista che presto chiuderà la saga.
La famiglia, gli amori, la lotta per la sopravvivenza, il colpo finale prevedibile.
In pochi squisiti minuti Trevorrow infarcisce tutto ovviamente mettendo un target che possa accontentare tutti, come è sempre stato per il franchise, anche se qualche inaspettato momento di violenza come il T-rex che si mette in bocca il cucciolo di triceratopo dimostra un certo coraggio.
E'tutto legato sulla una fase preparatoria di pochissimi minuti per poi diventare una lotta, l'assedio di chi non molla fino a quando non diventa una questione personale di salvaguardia della famiglia.
Ritmo bilanciato, colpo di scena finali che seppur telefonati hanno i propri meriti, azione a gogò, montaggio non troppo agguerrito e un nucleo famigliare che riesce almeno nel compito di risultare credibile.



Stranger Things-Terza stagione


Titolo: Stranger Things-Terza stagione
Regia: Duff brothers
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

È il 1985 a Hawkins, Indiana, e il caldo estivo si fa sentire. La scuola è finita e c’è un nuovissimo centro commerciale in città. I ragazzi di Hawkins stanno crescendo e le dinamiche amorose incrinano i rapporti del gruppo, che deve imparare a crescere senza allontanarsi. Nel frattempo il pericolo si avvicina. Quando la città viene minacciata da nemici nuovi e vecchi, Undici e i suoi amici si ricordano che la minaccia è sempre dietro l’angolo e sta crescendo. Ora si dovranno unire e cercare di sopravvivere, ricordandosi che l’amicizia è più forte della paura.

E fu così che ci scappò anche la lacrimuccia. Forse era pure uno degli intenti di questa roboante terza stagione, un fulmine a ciel sereno, un arcobaleno di atmosfere e colori, un passo in avanti rispetto a tutto quello che finora era stato fatto e partorito già comunque con ottimi risultati e intenti.
In otto episodi è così tanta la carne al fuoco, gli eventi, l'azione concitata, i personaggi ancora più complessi e portatori di misteri e forse la stagione che meglio di tutte nella storia del cinema ha saputo riaffondare le sue radici sul concetto di amicizia e riassumere alcuni stereotipi e archetipi rendendoli squisitamente appetibili e deliziosi per tutti i target d'età mettendo d'accordo genitori e figli, coppie, adolescenti, amanti del cinema di genere, nostalgici e tanto altro ancora. Quanto sono importanti i legami, quanto la famiglia, il senso di sacrificio che raggiunge fasti immensi come l'ultimo episodio dimostra. La saga che dalla prima stagione mi aveva lasciato quei dubbi e quelle perplessità sul fatto che fosse così esageratamente nostalgica e fondata unicamente sul gioco cinefilo dei rimandi all’immaginario nerd e cinematografico degli anni Ottanta, lasciandomi interdetto su come potessero andare avanti misurandosi su terreni già intrapresi, luoghi comuni e immaginari già masticati mi ha colpito portandomi a riesaminare tutto l'esperimento della coppia di registi. Eppure se forse gridare al miracolo potrebbe sembrare esagerato, sospendendo l'incredulità lasciando scorrere numerose riflessioni, scene d'azione e non-sense a bizzeffe, l'atmosfera di quest'ultima stagione dimostra di regnare sovrana, creando ancora di più misteri, suggestioni, unioni, rivalità, scontri, misurandosi con personaggi a cui è impossibile non affezionarsi e che crescono in tutto e per tutto con una caratterizzazione sempre più impressionante e umanamente viva, reale e toccante. ST3 è universale per usare un termine che sappia dare senso e provare a toccare tutti i punti, in un mondo ludico dove si passa con incredibile facilità da un estremo all'altro, da una risata ad uno squartamento, da una location all'altra, misurandosi con universi paralleli, creature orrorifiche, possessioni, personaggi indimenticabili, sacrifici e tenendo i sentimenti e le emozioni sempre come capisaldi sapendo toccare importanti fasti per quanto concerne l'empatia e la potenza narrativa.
ST3 è forte quanto sincero, introduce russi simpatici quanto portatori anch'essi di segreti nel sottosuolo, di esperimenti cosmici e diventando altalenanti con la galleria di creature e mostri che non mancano di saper esprimere anche quella parte creepy e nascosta, quell'horror viscerale che tutti i fan giustamente esigono.
Sembra strano ma è una di quelle saghe che potrebbe non finire mai, continuando all'infinito, allargando quella fase di giochi che non vorremmo mai abbattere, quel muro che ci ricorda l'infanzia e con cui questa saga ci ricongiunge, quell'essere al passo coi tempi esprimendosi nel passato, senza dimenticare la crew di attori emergenti funzionalissimi, dove però i più grandi emergono con ancora più spessore, Hopper su tutti, sapendo "uscire di scena" in maniera più che memorabile.



Stranger Things-Seconda stagione


Titolo: Stranger Things-Seconda stagione
Regia: Duffer brothers
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

La seconda stagione si apre con un piccolo excursus su tutti i personaggi, dandoci una panoramica della situazione in cui versa ognuno di loro. Mike è alle prese con la dipartita di Undici, mentre Will si troverà nuovamente a dover far i conti con il sottosopra. Dustin e Lucas saranno invece occupati in un simpatico triangolo amoroso con l’arrivo di Maxime, uno dei tanti nuovi personaggi della seconda stagione.
Undici dal canto suo si troverà nuovamente segregata, una prigionia però del tutto diversa. Lo sceriffo Hopper rivestirà, almeno nella prima parte di questo secondo capitolo, il ruolo di padre ipe-rprotettivo e tal volta anche un po’ svitato. Si rinnova il dualismo Steve/Jonathan che vedrà Nancy dividersi tra i due, come visto nella scorsa stagione.
Il nuovo spaventoso nemico farà quindi convogliare l’attenzione di tutti nuovamente sul Hawkins National Laboratory. Una minaccia decisamente più pericolosa e evidente del Demogorgone che metterà a dura prova tutti i protagonisti.

Il mio rapporto con la saga diretta dai Duffer Brothers è doverosamente complessa. La prima stagione mi aveva colpito negativamente senza lasciarmi quelle scariche energetiche di nostalgia ed effetto nostalgico che forse la saga voleva provare a mettere in scena. Troppo senso di dèjà vu su come raccontare gli anni '80 assorbendoli sotto una pluralità di elementi a partire dalle musiche, location e scenari, nuclei famigliari, troppa malinconia per non citare in continuazione film e accessori, tutto in un turbinio di fattori sicuramente colorati e messi in scena alla massima potenza ma che dal punto di vista della storia, della sua complessità e originalità mi lasciavano abbastanza dubbioso.
Ora quella che a detta di tutti è la stagione peggiore delle tre trovo che sia molto ben congegnata, apportando una maturità nel saper descrivere un microcosmo e narrare con più complessità intrecci tra personalità e situazioni marginali comunque fondamentali per quanto concerne il dover sempre rimanere con diverse sotto trame in gioco senza avere mai grossi cali di ritmo.
Personaggi nuovi, un'atmosfera ancora più malsana per quanto la sci-fi appaia meno d'effetto, più calibrata e "realistica" cercando di raffazzonare alcune esigenze di ritmo e di azione della prima stagione.
Genitori adulti e adulti genitori che sembrano rincorrersi, crisi adolescenziali, le prime pulsioni sessuali, l'inibizione, l'arrivo di una nuova creatura dal sottosopra, i laboratori degli scienziati sempre più disgustosi e portatori di segreti ed esperimenti assurdi, Max e Billy.
La mitologia creata dalla coppia di registi è diventata in brevissimo tempo uno degli eventi mediatici più importanti del cinema, perchè ST è cinema, delle serie tv, dell'hype a tutti i costi, della corsa contro il tempo aspettando gongolanti di fronte allo schermo l'arrivo di una nuova pillola rossa. Le visioni di Will, quei tentacoli che rimandano all'orrore cosmico, il percorso di crescita, un complesso rapporto "padre" figlia, i poteri psichici che rimangono ancorati e che si prendono il loro tempo per assaltare lo script e condensare l'azione sviluppandola in modo feroce solo negli ultimi episodi. Il merito più grande di questa appassionate saga sono proprio i personaggi.
Caratterizzare in maniera così esemplare un nutrito gruppo di attori di diverse generazioni e target d'età è un compito difficilissimo al giorno d'oggi quando si insegue la c.g e il lavorare solo sull'azione. Saper scrivere e individuare i punti di forza e far crescere non solo fisicamente ma d'intensità i personaggi è quel merito, quella forza che decreta la maturità in campo di scrittura, sapendo commisurare al meglio attrattiva ed espedienti commerciali. Una perizia nel curare minuziosamente ogni singolo dettaglio e dialogo, senza buttare mai nulla, lasciando sulla linea dei buoni sentimenti e capovolgendo la situazione infilando mostri, creature, incubi, conflitti e poi così tanto cinema e rimandi da Reitman, Spielberg, Dante, Carpenter, King, la fantascienza anni '50 e '60 e una vastissima e ampia e colorata nonchè multiforme commistione di retaggi culturali.




Batman: Bad Blood


Titolo: Batman: Bad Blood
Regia: Jay Oliva
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In seguito ad uno scontro con il misterioso Eretico, Batman sparisce nel nulla. Dick Grayson decide di sostituirlo ed indossare il manto del Cavaliere Oscuro mentre Damian Wayne torna nel ruolo di Robin. Nella loro crociata per proteggere Gotham City e scoprire che fine ha fatto Bruce Wayne, avranno al loro fianco due nuovi alleati: Batwing e Batwoman.

Jay Oliva al suo attivo è uno dei più prolifici registi d'animazione della Dc. Justice League-The Flashpoint paradox e Justice League-War sono solo alcuni esempi di una fase che ha saputo negli anni riconsolidare un genere, quello d'animazione, trattando i famosi super eroi in maniera tutt'altro che banale. I film in questione hanno una sceneggiatura e una descrizione dei personaggi molto caratterizzata e variopinta, mescolando i generi, senza tralasciare la violenza o le scene di sangue e schiacciando il pedale sull'azione senza renderla eccessivamente priva di senso come è capitato per i film di Sneyder.
Grant Morrison che scrisse la storia, ha subito centrato alcuni punti fondamentali nell'osare, nell'aggiungere co-protagonisti e villain interessanti e completamente avversi a quelle che potevano sembrare le modalità standard degli eredi o i compagni d'avventura del cavaliere oscuro.
C'è tantissima azione, una galleria di personaggi funzionali, una trama complessa e avvincente, un dramma consolidato, tanti colpi di scena e i combattimenti che ancora una volta rimangono uno dei punti fondamentali per Oliva, Geda, e tanti altri, che si rifanno ad uno stile grafico minimalista e una regia ormai fluida e perfettamente congruente con alcune sequenze e piani interessanti.
I villain poi hanno trovato una nemesi speciale, dove abbiamo una sorta di Bane forse ancora più micidiale negli scontri corpo a corpo. Bad Blood non fa mai un passo indietro, osa e sfrutta abilmente il soggetto e la storia di Morrison, si piazza come una sorta di sequel di BATMAN VS ROBIN e continua la strada del successo rimanendo ad oggi una delle storie più belle sul paladino di Gotham.

Red Zone-22 miglia di fuoco


Titolo: Red Zone-22 miglia di fuoco
Regia: Peter Berg
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jimmy Silva è un agente dell'intelligence statunitense con un problema di controllo della rabbia. Quando lui e il suo team sono a caccia di una partita di cesio radioattivo nel sud-est asiatico, si consegna a loro Li Noor, disposto a consegnare il cesio in cambio di asilo politico.

Red Zone è l'ennesimo brutto film, una spy story di un brutto mestierante al soldo delle lobby americane e con intenti reazionari ormai chiari e palesi.
Prende un pò dappertutto, l'ultimo film di Berg, dall'inseguimento e i combattimenti di Raid Redemption nel palazzo iniettando a profusione violenza e adrenalina, dalla sparatoria che ci prova senza ovviamente riuscirci a citare tra le righe HEAT-LA SFIDA, nel cercare di essere modaiolo e furbetto inserendo un Walbergh palesemente annoiato come protagonista, un paio di fanciulle caratterizzate così male e così poco capaci da essere dimenticate praticamente subito e Iko Uwais che come Tony Jaa ormai viene impiegato non male ma peggio come co-protagonista con dei ruoli discutibilissimi.
Red Zone cerca sempre di non rimanere mai fermo nemmeno per un istante, perchè in quei momenti il film a dei cali e crolla dietro una sceneggiatura imbarazzante con il capo dell'Intelligence che controlla tutto dall'alto interpretato dal solito Malkovich che ormai come tanti attori accetta ruoli beceri perlopiù con un parrucchino inguardabile.
Il colpo di scena finale urla vendetta contro gli sceneggiatori, alcuni villain del film non si capisce perchè non vengono uccisi subito quando devono, alcune scene d'azione sono così inverosimili da mischiare il mondo delle arti marziali con cinema spiccio d'azione americano.
Berg come dicevo è un semi-reazionario che ha scelto Walbergh come attore feticcio almeno negli ultimi suoi quattro film con risultati abbastanza stagnanti e non sempre così beceri e politicamente a favore della bandiera stelle e striscie. Senza contare che nel rapporto di coppia regista-attore sembra esserci la volontà di affiancare l'agente Silva al fianco di celebri "colleghi" come Ethan Hunt e Jason Bourne.
HancockBattleshipLone SurvivorDeep WaterPatriots Day sono alcune delle sue chicche, film penosi che come il secondo citato, meritano davvero la fine e la resa nel settore dando la possibilità a gente più capace di mettersi all'opera. E pensare che il suo esordio ancora adesso rimane il suo film migliore COSE MOLTO CATTIVE. Berg mi duole davvero dirlo ma se lo è meritato col tempo entrando di fatto nell'olimpo tra i peggiori mestieranti americani, con idee e una morale pessima e decisamente dannosa per il pubblico yankee che vedrà in questi suoi film dei traguardi di un paese di cui vanno solo orgogliosi senza comprendere quale sia la verità e la responsabilità morale di dover sempre muovere guerra contro tutto e tutti. Spie russe, terroristi praticamente in ogni dove quasi tutti orientali, l'idea di dover sacrificare i propri compagni per un ideale, giustiziare civili e innocenti senza il minimo esame di coscienza usando i droni, tutto sembra essere giustificato come se non esistesse una reale alternativa.