lunedì 17 giugno 2019

John Wick 3


Titolo: John Wick 3-Parabellum
Regia: Chad Stahelski
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

John Wick, killer infallibile ritiratosi dal "mestiere" ma tornato forzatamente a uccidere, è stato scomunicato dall'Alta Tavola, consesso internazionale di assassini. Sulla sua testa pende una taglia da 15 milioni di dollari, che attira l'attenzione di tutti i peggiori individui in circolazione.

Parabellum – Preparatevi per la guerra
Eccoci dunque al terzo capitolo di una saga che in fin dei conti non voleva dire e fare nulla se non intrattenere con complesse e mirabolanti scene d'azione.
John Wick 3 è uno dei rari casi in cui il terzo capitolo a conti fatti risulta il migliore, quello confezionato meglio visto che di confezione si parla.
Un film che come le lancette dell'orologio del protagonista è una veloce corsa contro il tempo.
Abbiamo un protagonista, l'eroe, l'eletto, l'immortale Neo, che combatte contro chiunque incroci la sua strada e per farlo viene aiutato da alcuni loschi ceffi che però non sanno usare le armi e le mani come John. John uccide senza un perchè alla base che giustifichi le sue azioni e questo lo rende gloriosamente stupido ma notevolmente travolgente.
Un film action a tutti gli effetti che fin da subito scarta sotto storie o sotto chiavi di lettura per fortuna riuscendo a non essere reazionario e ad avere come villain, se così possiamo chiamarli, una parte di quel'1% che controlla il mondo, l'Alta Tavola, e che non può fare in modo che una scheggia impazzita crei il caos per le città o destabilizzi l'opinione pubblica.
Ora dicevo che questo terzo capitolo è in assoluto quello confezionato meglio perchè è un trip nel montaggio e nel ritmo. Tutto è davvero incredibili e allo stesso tempo incredibilmente irreale.
Il lavoro sui combattimenti, le coreografie, gli stunt man di Keanu (a cui regala per ognuno una Harley Davidson a fine riprese, Chad Stahelski su tutti che ha firmato anche la regia), il linguaggio quasi assente per dare sfogo a quello che un film di questo tipo deve saper regalare: intrattenimento e una cura tecnica estrema e minimale in ogni sequenza.
Rigorosamente da vedere al cinema, John Wick 3 sono 130' che volano come forse nell'action non siamo più abituati, frastornando completamente la psiche dello spettatore rincoglionendolo a dovere ma sapendo al punto giusto infilare qualche risata.
Alla fine tutti muoiono e tutti risorgono e ci aspetta un quarto capitolo perchè alla fine del terzo John è a terra incazzato nero che dopo aver ucciso metà città non sembra contento e vuole vendetta.


Black Mirror-Season 5


Titolo: Black Mirror-Season 5
Regia: Owen Harris, James Hawes, Anne Sewitsky
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Serie: 5
Episodi: 3
Giudizio: 3/5


3x01Striking Vipers
Storia di due vecchi amici che, nel provare un futuristico videogioco picchiaduro a immersione totale (cinque sensi compresi), lasciano presto perdere cazzotti e calci per iniziare ad accoppiarsi selvaggiamente, uno nei panni di un guerriero asiatico, l’altro in quelli di una gagliarda combattente in gonnella.
Forse nelle menti degli ideatori si palesava questa possibilità di vedere Ryu e Chun-Li scopare anzichè prendersi a botte, modificare o variare nel vero senso della parola l'intento di un videogioco opure pensandolo per uno scopo imprevisto.
Non c'è alcun dubbio che il primo episodio della serie sia il più originale, divertente e in grado di giocare su alcuni tabù mica da ridere. Molti si sono chiesti perchè dopo aver scoperto questo insolito legame o passione, la storia non sia andata avanti scegliendo invece di sedersi sugli allori. E'vero in parte, ma è anche giusto notare come anche in questo caso senza aggiungere altri elementi, l'atmosfera di fatto era perfetta giocando su tanti elementi diversi finendo per scegliere nel climax finale la formula che quasi tutte le coppie al giorno d'oggi scelgono: anzichè litigare, viene lasciato intercorrere un tacito accordo in grado di soddisfare gli appetiti sessuali da ambo le parti in qualsiasi forma.


3x02Smithereens
La storia è quella di un uomo che, dopo aver perso la moglie in un incidente di cui si sente responsabile perché era distratto dal cellulare, rapisce il giovane stagista di un social network simil-Facebook con lo scopo di arrivare a parlare con il simil-Zuckerberg della situazione.
Interessante. Poteva certo dare di più senza bloccarsi all'interno di un auto tra negoziatori, polizia, una vittima che alla fine si renderà conto di quanto è disperato l'uomo che lo ha preso in ostaggio e infine una sorta di guru che come per la parabola di Zuckerberg non si rende nemmeno più conto di cosa facciano i suoi assistenti e soprattutto di quali scelte approvino senza nemmeno prenderlo in considerazione. Forse tra tutti gli elementi all'interno dell'episodio, proprio questo del non essere incluso in qualcosa che abbiamo creato perchè ormai è andato troppo il là, dovrebbe far pensare in una società in cui sempre di più le grosse corporazioni e le multinazionali controllino paesi e l'economia. Il fatto però che un personaggio secondario prenda il sopravvento su quello principale dovrebbe dare da pensare.


3x03Rachel, Jack and Ashley Too
Miley Cyrus, nei panni di una cantante super colorata e super positiva che manda messaggi edificanti alle ragazzine pur covando dentro di sé una vena oscura e ribelle. Accanto a lei ci sono due sorelle, una delle quali super-fan della cantante suddetta, tanto da comprare avidamente una speciale bambola in cui è stata inserita un’intelligenza artificiale molto sofisticata, ricalcata sulla personalità della prorompente Ashely.
L'ultimo episodio con tanti limiti dalla sua e una scelta tecnica di indubbio gusto sotto la sua patina, è in assoluto il più spaventoso di tutti perchè è tristemente reale. Sembra prendersi gioco della Disney, per fare un esempio a caso di una multinazionale che controlla, sceglie e determina i gusti e i bisogni dei più giovani facendo perno sulla "prostituzione digitale", su come alcune pop star, o meglio celebrità 2.0, diventano meri oggetti a scopo di guadagnare denaro lanciando messaggi idioti alle loro fan con l'unico scopo di diventare influencer su tutto ciò che gravita attorno agli adolescenti avendo un peso enorme sulla capacità di scegliere.
Da questo punto di vista un altro esperimento nell'horror recente è stato fatto con la serie Into the dark-New year in un episodio che seppur non è proprio il massimo tratta un tema analogo e i suoi effetti collaterali e le conseguenze inattese.
L'idea di scegliere Miley Cirus non poteva che essere più accattivante come elemento che quasi nessuno ha compreso. Perchè altrimenti chiamare una non attrice a recitare in una delle saghe di sci fi più belle di sempre? Perchè il pubblico avrebbe partecipato a sciami senza nemmeno voler sapere o capire di cosa tratti l'argomento in questione, per il semplice fatto di vedere la loro icona pop legata a strettissime e rigide imposizioni da parte delle major e degli agenti.
La stessa Miley Cirus come è sempre stata condizionata a fare quello che lo star system le richiedeva, ha fatto la stessa cosa all'interno di questo episodio fantascientifico.
In questo la gabbia, la speciale bambola, è la metafora perfetta.

La quinta stagione riflette su questioni etiche post contemporanee senza andare a fare voli pindarici scegliendo scenari o accessori troppo fantascientifici. Questioni etiche vs il progresso tecnologico, preferendo appunto l'umanità e i drammi dei suoi protagonisti.
Seppur tra alti e bassi, ci viene molto difficile immaginare un'opera che ancora oggi sappia fotografare la realtà e la società attuale con altrettanta lucidità.
Charlie Brooker l'ideatore della serie ci aveva regalato in passato quella mini serie televisiva da urlo sul Grande Fratello che ospita gli zombie Dead Set


Giorno di ordinaria follia


Titolo: Giorno di ordinaria follia
Regia: Joel Schumacher
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Michael Douglas riveste i panni di D-Fense, un anonimo cittadino il cui equilibrio psichico si è spezzato. Il suo viaggio all'interno della metropoli per raggiungere la moglie che vuole uccidere sarà una continua caduta verso il fondo di un abisso interiore.

Molti registi negli anni hanno denunciato i malesseri della società contemporanea in cui viviamo dall'alienazione del lavoro, all'assurdità della vita metropolitana, infine i ritmi di una società sempre più capitalista e consumista ma soprattutto egoista. Peculiarità che hanno ripreso in parti del mondo diverse e in anni diversi svariati autori con la loro politica.
Schumacher in questo film chiama in ballo molti argomenti, uno tra questi che ho trovato decisamente il più spiazzante e drammatico è stato proprio il legame di coppia tra i due coniugi post divorzio, dove appena si notano segnali allarmanti di qualcosa che non và anzichè arrivare alla radice del problema per semplicità si preferisce farla finita con tutti i rischi e i problemi che questa scelta comporta.
Questo non vale nemmeno come assoluto vista la quantità di notizie di cronaca in cui proprio non notando quei segnali allarmanti o sminuendoli si arriva alla tragedia domestica.
Prima di arrivare al climax finale dove tutta questa parte viene giostrata in maniera un po troppo frettolosa, i primi due atti sono molto potenti e hanno un ritmo incredibile portandoci come ha fatto Gordon nel 2005 con EDMOND a vedere una galleria di situazioni e personaggi improbabili che incrociano il destino o la strada del protagonista.
Ciò che più affascina in un personaggio come quello di D-Fense è che potrebbe essere uno di noi e forse proprio vedere un altro al posto nostro ci fa compatire ancor più il protagonista anzichè farci riflettere sul fatto che le strategie di recupero quando ormai si è passata la soglia rischiano di essere inutili.

Kid


Titolo: Kid
Regia: Vincent D'Onofrio
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ragazzo, Rio, è costretto alla fuga attraverso il Southwest americano nel disperato tentativo di salvare sua sorella dal suo crudele zio. Lungo la strada, incontra lo sceriffo Pat Garrett, che sta dando la caccia al famigerato fuorilegge Billy the Kid. Rio si ritrova suo malgrado sempre più intrecciato nelle vite di queste due leggendarie figure, mentre il gioco del gatto col topo dell’ultimo anno di vita di Billy the Kid si dipana. Alla fine, Rio sarà costretto a scegliere il tipo di uomo che intende diventare, un fuorilegge oppure un uomo valoroso, e userà questa sua auto-realizzazione per un ultimo atto teso a salvare la sua famiglia.

Alcune storie non moriranno mai e ogni tanto si sente il bisogno di disotterrarle trovandone elementi nuovi o cercando di fare luce su qualche non detto. Altre volte il bisogno è dato dalla spinta a reinterpretare alcuni passaggi che sembravano storicamente sbagliati.
Billy the Kid è stato ripreso diverse volte nel corso degli anni dal cinema americano con una saga forse la più celebre di recente a fine anni '80, YOUNG GUNS, senza stare a scomodare i classici di Vidor, Penn o Peckinpah. Nel caso del regista l'idea sembra nata dopo aver collaborato con parte del cast per il bruttissimo remake dei Magnifici sette
D'Onofrio è sempre stato un buon attore, negli ultimi anni più una maschera o un caratterista.
Arriva alla sua seconda regia dopo un esordio ancora inedito da noi (un horror per giunta)
Kid come Billy the Kid, fanno parte di uno strano triangolo dove assistiamo al racconto della storia da un terzo personaggio, questo Rio, che percorrerà una parte della sua strada assieme al criminale e allo sceriffo Pat Garret. Un viaggio di formazione che come obbiettivo ha la scelta finale del protagonista che a seconda dei mentori dovrà scegliere da che parte stare (la legge o la criminalità).
Dal punto di vista della ricostruzione, del west che negli ultimi anni è tornato in auge, del fatto che il cast funzioni a parte il mefistotelico DeHaan che scimmiotta troppo nei panni del famigerato fuorilegge e un Ethan Hawke assolutamente in parte dimenticando alcuni brutti film e prove attoriali dell'ultimo periodo.

Storia infinita


Titolo: Storia infinita
Regia: Wolfgan Petersen
Anno: 1984
Paese: Germania
Giudizio: 5/5

Tratto dal best-seller di Michael Ende, la storia del piccolo Bastian che, dopo la morte della mamma, non va a scuola e preferisce leggere libri fantastici. La "storia infinita" comincia quando, rifugiatosi in soffitta per un giorno e una notte, rivive la favola del libro identificandosi nel protagonista. Un piccolo arciere, in lotta affinché il "Nulla" non distrugga il "Tutto".

La Storia infinita oltre ad essere un cult per la mia generazione è diventato uno di quei film d'avventura/fantasy entrati nell'Olimpo in cui tutte le tematiche e gli archetipi sembrano essersi dati appuntamento. Pochi ci sono riusciti. E'in assoluto il più bel film di Petersen, insieme a quelli che sono stati i capolavori del periodo: RITORNO A OZ, FIRE AND ICE, STORIA FANTASTICA, LABYRINTH, NAVIGATOR, LEGEND.
Il merito più grande è stato senza dubbio, insieme al film di Heston, quello di spiegare ad un bambino con le immagini quanto sia sottile il filo tra realtà e immaginazione, probabilmente una lotta che continua a non avere muri che dividano le due sfere ma lasciandole convivere armoniosamente senza fare l'errore di credere nel soprannaturale ma immaginarlo possibile, questo sì.
Un film di formazione in grado di appassionare tutti i target, regalare momenti epici, personaggi indimenticabili, scene sinistre capaci di trasmettere paura al momento necessario e tanti altri motivi tra cui alcune creature in Animatronic che sono diventate storia, una colonna sonora da urlo, il fatto di non essere troppo sdolcinato e probabilmente per un bambino un'esperienza totale Inoltre tra i tanti messaggi lanciati da Ende quella premura di comunicare ai ragazzi come la lettura fosse necessaria e fondamentale per ampliare l'immaginazione e la fantasia.
Pochi altri film hanno saputo raggiungere livelli così alti dove niente e lasciato al caso, tutto funziona come per causa effetto senza momenti macchinosi e regalando le più belle ore d'intrattenimento di sempre.
Gli sceneggiatori furono abili nel trattare solo la prima parte del romanzo, facendo molta attenzione come capitava per i libri per ragazzi, di fiabe o di storie in generale a sottolinearne gli aspetti più ludici e divertenti mettendo da parte gli scenari più tetri e cupi. Petersen ha messo insieme ambo le parti finendo per fare un film molto più complesso nella sua apparente semplicità, mostrando il villain più potente della storia del cinema e lasciando il suo servo più inquietante di sempre, Gmork. Rimangono alcune scene e alcune scelte ancora con un certo alone di mistero come le leggende dietro il Fortunadrago Falcor, il rapporto di Bastian con l'imperatrice Bambina e un finale che colse tutti di sorpresa per il suo mischiare così bene regno umano e regno fantastico.

Basket Case 3-Progeny


Titolo: Basket Case 3-Progeny
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il terzo capitolo della trilogia si apre con le sequenze finali di "Basket case 2", con particolare attenzione all’amplesso tra Belial e la donna mostruosa simile a lui. In seguito ci troviamo in una sorta di manicomio dove Duane, con indosso una camicia di forza, è rinchiuso in una stanza imbottita mentre è intento a mangiare da una ciotola per cani. La signora Ruth, beniamina dei mostri già vista nel film precedente, lo fa uscire. Liberato Duane, l’attenzione passa alla comunità dei mostri, all'interno della quale si trova la nuova compagna di Belial, attualmente incinta: quest’ultimo non parla con il fratello nemmeno mentalmente, perché offeso a causa del comportamento irrazionale tenuto nei suoi confronti. L’allegra brigata di mostri e Duane, capeggiati dalla signora Ruth, si reca verso la casa di un loro conoscente di vecchia data, per far partorire la mostruosa compagna di Belial.

Nel terzo capitolo della trilogia di Henenlotter su Belial, il livello trash e demenziale tocca le sfere più alte con alcune scene probabilmente indimenticabili per quanto concerne il duro braccio di ferro tra lo schifo e lo schifo cosmico.
A differenza del secondo capitolo, il mood è lo stesso, anche in questo caso viene sdoganato tutto in chiave ironica, con pochissime scene di sangue (la vendetta di Belial dopo l'uccisione della moglie) e di violenza in generale, contando che l'amore è arrivato nelle vite dei protagonisti portando una minore instabilità e un senso di responsabilità diversa.
Come nel secondo capitolo qui il concetto di violenza è più legato al clima di cattività, di nascondere ciò che è diverso dalla comunità per paura e vergogna che venga escluso o maltrattato.
Basket Case 3 come il 2 e tanto cinema della Troma potrebbe essere relegato più verso l'orrido che non l'horror, giocando e saltellando da una parte all'altra, divertendo ed esagerando al contempo e regalando parte di quello schifo cosmico che come accennavo prima è una importante costola di questo filone cinematografico.

Basket Case 2


Titolo: Basket Case 2
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sopravvissuti a un drammatico incidente, Duane Bradley e il deforme fratello Belial vengono accolti da Nonna Ruth, che si prende cura di alcuni esseri mostruosi e infelici insieme alla giovane Susan. Tutto sembra andare per il meglio, ma l'inquietudine di Duane e la curiosità di alcuni giornalisti scateneranno la tragedia.

E'curioso che il sequel del primo capitolo arrivi con ben otto anni di distanza mentre a livello temporale il film cominci esattamente da dove finiva il precedente. Basket Case 2 prende letteralmente un'altra piega diventando una commedia grottesca ironica e più commovente perdendo del tutto quella precisa vena splatter che contraddistingueva il primo
Una scuola di mostri buoni (Cabal tra le righe, tra l'altro uscito lo stesso anno), anche se le analogie sono più verso la scuola Kauffman della Troma con cui Henenlotter soprattutto in questo sequel e nel successivo omaggia o sceglie in particolare un mood trash e weird che non horror splatter.
Un film piacevole, che quasi trascende l'horror, per arrivare nel suo piccolo a parlare di esclusione, l'oasi dei mostri che devono rimanere nascosti e relegati, l'invidia ma più di tutto il concetto di normalità nel dover scegliere tra gli orridi e indifesi e fragili freaks o gli esseri umani crudeli e meschini
Se il primo Basket Case era piaciuto così tanto tra i b-movie era sicuramente per la sua storia eccessiva e gli effetti speciali artigianali.
Qui gli spunti per mandare avanti un soggetto molto più deboluccio faticano ad ingranare e alla lunga il film ne soffre, anche quando cerca di trovare delle soluzioni estreme per risultare interessante come la scena di sesso tra Belial e la futura compagna e moglie.

In Bruges


Titolo: In Bruges
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2008
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Ray e Ken , due killer, sono costretti dal loro capo a riparare a Bruges. La loro ultima missione è andata storta: Ray ha ucciso per sbaglio un bambino.

In Bruges è un film particolare da definire come la carriera del regista che al suo attivo vanta tre pellicole che devo ammettere funzionano tutte e tre seppur molto diverse, trovando un paragone tra questo e il successivo. In Bruges adotta una strategia particolare e non è così facile da definire proprio per le vicende narrate e come vengono trattate. Una coppia di killer che si trova in terra straniera a doversi quasi scontrare in un bel finale (forse la parte più tesa e ritmata dell'intera pellicola) dopo aver passato tutto il resto del film a girare per le strade e i musei, incontrare brutti ceffi e ragionare su cosa è andato storto nella vita. E' un film che parla di killer che non vediamo quasi mai con una pistola in mano, un film malinconico che sembra voler interessarsi, come per la città, di troppe cose, perdendone di vista alcune e invece dall'altra parte avendo delle buone intuizioni quasi tutte rese al meglio dall'ottima scelta di cast.
Come per 7 psicopatici tutti cercano pace e riposo nella loro vita travagliata, tra redenzione, riposo e tranquillità. Elementi assurdi e in totale contrapposizione con le vite di chi ha deciso di privarne altre per soldi. Un film che mano a mano apre altri spiragli, alcuni tragici come il senso di colpa legato all'omicidio di un bambino, ma soprattutto inserisce una donna come metafora e simbolo della speranza e dell'amore. Per certi versi un noir che non è propriamente un noir e altri generi che soprattutto nel cinema di McDonagh sembrano rincorrersi e unirsi al contempo.


High School Girl Rika-Zombie Hunter


Titolo: High School Girl Rika-Zombie Hunter
Regia: Fujiwara Ken'ichi
Anno: 2008
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Una studentessa normale, Rika, salta un giorno di scuola per visitare il paese di suo nonno,Ryuhei, che se ne era andato da casa di Rika due anni prima. Ma scopre che tantissimi zombie stanno assediando la città!. Rika all'inizio raggiunge la casa di nonno Ryuhei facendosi largo attraverso di loro, ma alla fine viene attaccata. Senza riuscire a capire cosa sia accaduto di preciso alla nipote, Ryuhei utilizza le sue abilità di gran chirurgo sulla nipote,trasformandola in RIKA,la stupenda guerriera! Adesso,nella veste della più grande ragazza guerriera, RIKA si confronterà con il vile capo degli zombie, Glorian, assieme ai suoi amici Takashi and Yuji.

Siamo infine arrivati al terzo film che chiude una saga abbastanza trascurabile nella produzione del sotto genere Dnotomista e Nihozombie.
Dopo Zombie self defence force e Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers arriviamo forse al capitolo più brutto o meglio quello che a differenza dei primi due ha goduto di un budget ancora più risicato portando il regista a soluzioni quanto meno improbabili ma visto il genere il tentativo può starci. Fujiwara non avendo soldi ha cercato come da sempre insegna la tradizione dei b-movie di puntare a tutti quegli accessori secondari in grado di alzare l'hype dello spettatore con tette al vento, zombie tremendi, dialoghi improvvisati, un montaggio che sembra essersi perso dei pezzi per strada, recitazione ai minimi storici e scenografie da infarto dove a confronto la carta da parati dei film porno sembrava attaccata da Dante Ferretti.
Quello che mi ha stupito sono state soprattutto le soluzioni o gli espedienti usati.
Facendo un paragone con un b-movie che è diventato un mezzo cult e parlo di un film del maestro Takashi Miike, in FUDOH ad esempio metteva ragazze che sparavano palline dalla figa, facendo ridere e al contempo creando un precedente trash assoluto, mentre qui la ragazzetta a cui amputano un braccio e gliene saldano uno nuovo, maschile, da body builder, non vale nemmeno il paragone perchè non solo non è minimamente credibile il make up ma non ha fa ridere per nulla.
Ecco la fantasia e l'estro giapponese che speravo qui emergesse senza limiti e regole assume quasi l'aria da paradosso con la comparsa di una creatura mostruosa deforme di improbabile origine finale che lascia pensare che il regista stesse girando due brutti film sullo stesso set.




Into the wild


Titolo: Into the wild
Regia: Sean Penn
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il viaggio alla ricerca di sé di un ragazzo appena diplomato. Direzione, con “biglietto” di sola andata: l’Alaska. Dal romanzo di Jon Krakauer.

Into the Wild è un film spesso sopravvalutato. Quasi un film manifesto per generazioni di giovani figli della televisione e del consumismo inebetiti che guardando alle gesta del protagonista come un mito della caverna dove possano finalmente uscire dalla loro vita noiosa e vedere fuori cosa offre il mondo. Penn è furbo e ha creato quello che per i giovani è tata la Beat Generation.
Sean Penn è un attore e regista estremamente sopravvalutato, un uomo furbo ed egoista che come tanti attori di successo a preso parte a progetti internazionali dimostrando a se stesso che voleva aiutare gli altri e salvare il pianeta. Questo viaggio on the road, alla fine non è altro che una via di mezzo spicciola tra Siddartha e la Beat Generation.
Ne esce uno spaccato che seppur con alcune abili intuizioni o meglio verosimiglianze con la realtà (è parlo della parte migliore del film, il finale, oltre che i luoghi e la natura) rimane combattuto proprio nella parte legata agli intenti. Cosa vuole davvero raccontare il film che non hanno già fatto molti documentari tra l'altro con molta più esperienza sul campo e non improvvisati a dovere.
Into the wild è un film che va ad esplorare i vicoli più profondi dell'animo umano, un film intriso di contemplazione emozionale suggellato da una ribellione spirituale che però lascia insoddisfatti come se tutta l'operazione abbia in realtà ben altri intenti e tutto accade troppo velocemente senza dare i giusti spazi al protagonista che appare continuamente sballottato da una parte all'altra senza cognizione di quello che sta realmente succedendo.

Willard e i topi


Titolo: Willard e i topi
Regia: Daniel Mann
Anno: 1971
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un giovane di nome Willard cerca uno sfogo alle proprie frustrazioni ammaestrando un piccolo esercito di topi che poi utilizza per una serie di vendette contro il suo odiato principale.

Nella trasposizione del 2003, Willard il paranoico, Willard viveva con la madre malata per tutta la durata del film e aveva un quadro clinico decisamente più psichiatrico rispetto al Willard della trasposizione del 1971.
Per diversi aspetti, il film di Mann è molto più interessante, per lo meno perchè apre lo scenario delle gesta del protagonista senza relegarlo solo all'interno della mansione dove abitava. Due scelte differenti pur rimanendo entrambe valide.
Ma come per il Pifferaio Magico che in realtà si vendica contro i signori che lo avevano truffato, qui Willard pur senza avere un flauto sembra possedere una telepatia strana e morbosa con i roditori in alcune scene decisamente interessanti e originali come l'incontro con almeno tre di loro.
Certo l'approfondimento della psiche del protagonista lascia il passo ad un insieme di azioni corali dove si scontra con la popolazione a differenza del Willard chiuso dentro se stesso e i suoi monologhi che viene accerchiato dagli stessi ratti su cui pensa di avere il controllo.
Tra manipolazioni, un climax finale drammatico e originale, di nuovo il cinema si interroga su questo strano rapporto tra uomo e animale.
Mi ha fatto venire in mente il film della Ramsay,Ratcatcher ,dove il piccolo protagonista cercava di farsi amici proprio i ratti in una Glasgow poverissima che non sembrava aver nulla da offrire.

venerdì 14 giugno 2019

Dark City


Titolo: Dark City
Regia: Alex Proyas
Anno: 1998
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In un città tetra e buia un uomo si sveglia nella vasca da bagno di un Hotel. Non ricorda nulla e una misteriosa telefonata gli dice di scappare. L’uomo fugge; mentre vaga per le strade, scappando a misteriosi assalitori, tenta disperatamente di scoprire chi sia, finendo con l’imbattersi in un mistero che cambierà la vita della città stessa.

Dark City è un film che venne ignorato e massacrato da critica e pubblico. Proyas dopo il successo mondiale de Corvo potè fare di testa sua con un budget di 27 milioni cimentandosi con una prova difficilissima dove tutto il suo talento visionario e diverse teorie sugli alieni sembravano essersi dati appuntamento per questa complessa prova cinematografica.
L'idea di unire il controllo mentale, i ricordi innestati artificialmente e l’umanità resa schiava inconsapevole, costretta a vivere in un mondo che non è reale, era il massimo che ci si potesse aspettare ma l'anno successivo uscì MATRIX distruggendo in un attimo tutte le ambizioni di Proyas che si ritrovò con un fallimento al botteghino e un film senza azione che piacque praticamente a nessuno soprattutto contando il mega video gioco ludico promosso dai fratelli Wachowski.
Uno dei film più importanti della scifi degli anni '90 perchè a parte essere di un cinismo fuori dal normale, questi esseri che ci controllano senza dedicarci nemmeno così tanto interesse, dimostravano un'aldilà e delle forme di vita che avevano già le risposte e che in un modo o nell'altro avevano trovato un bilanciamento nell'universo a differenza nostra limitandosi a studiarci.
Il dominio che passa attraverso una scelta fotografica che desatura tutto con dei neri e dei verdi, tali da rendere le città ormai qualcosa di vecchio che non ha saputo fare i conti con la realtà cercando per tutta l'esistenza qualcosa di inutile e cercando risposte la dove la domanda posta era sempre sbagliata, erano intuizioni prese in prestito dalla fantascienza degli Urania che stavano avendo un certo seguito per non parlare di tutte le psico sette nate in quegli anni.
Questo imprecisato futuro retrò sembrava essere la chiave di risposta della storia che cerca di osservarci come una specie che non ha mai saputo e potuto evolversi. Un film che sembrava una delle facciate del cubo di Rubik, dove dall'altra parte stava per arrivare la trilogia dei Wachowski molto più colorata e più aderente ad una matrice action con un ingente uso della c.g mentre qui è praticamente assente se non sfruttata male e addirittura peggio come il finale.
Un film complesso e stratificato, lento e minimale nel suo farsi spazio prendendo tutto il tempo necessario senza correre verso le aspettative del pubblico (deluse praticamente sotto ogni aspetto lo si possa osservare).
L'idea alla base non era facile e di sicuro l'intento non era affatto commerciale.
Prendere la deriva dei Grandi Antichi ovvero alieni che vivono sottoterra (per fare un esempio), i quali sembrano tirare le fila e governare ogni aspetto della città e della vita dei cittadini era un argomento già conosciuto ma che Proyas proprio nello stile e nella ricerca riesce a rendere originale con edifici che spuntano dalle viscere della terra per poi svettare possenti nel cielo notturno di color pece, oppure le memorie delle persone annullate e trapiantate, il tempo regolato da un possente orologio sotterraneo e infine i costumi e quel senso di sporco misto ai toni da noir urbano che hanno saputo renderlo un piccolo cult. Sicuramente il film più importante dell'autore, un ultimo baluardo prima di essere assorbito dalle produzioni, quegli stessi piccoli esseri che come burattini ci dicono cosa fare. La sua più grande paura si era trasformata in realtà.



Basket Case


Titolo: Basket Case
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il giovane Duane Bradley si aggira per New York con un'enorme cesta di vimini, che contiene il deforme fratello siamese Belial. Decisi a vendicarsi della separazione subita per volere del padre, eliminano uno a uno i responsabili, ma quando Duane si innamora della giovane Sharon, qualcosa si spezza.

Basket Case oltre ad essere una chicca davvero insolita per gli ani '80 sembra quasi prendere alcuni esperimenti usciti dai film di Cronemberg e virarli verso lo splatter . Il film funziona molto bene proprio grazie al funzionale impiego della suspance per cui vediamo soprattutto nel primo atto il meno possibile il gemello di Duane, chiedendoci chi o cosa possa essere l'autore di tali massacri soprattutto contando il rapporto molto ambiguo, proprio da gemelli siamesi, che si crea tra i due.
L'opera artistica di Henenlotter è uno dei cult indiscussi tra gli horror anni '80 creando un body horror senza precedenti.
Creare pupazzoni in stop motion, unire all'assenza di budget idee e una creatività molto esplosiva (Henenlotter, Svank Majer, Herschell Gordon Lewis, Russ Meyer) in tempi d'oro dove soprattutto il cinema incassava parecchio e i registi potevano essere liberi di dare forma e sfogo alle proprie fantasie nella maniera più folle e accattivante. Mostri, assassini mascherati oppure il corpo femminile e l'exploitation.
Basket Case sulla carta aveva tutti gli elementi per finire davvero male (stile semi amatoriale, attori non professionisti, aspetti tecnici decisamente pessimi, ma il tutto anzichè apporre un giudizio negativo proprio per la sua demenzialità di fondo, si rivelò una spinta portandolo ad essere un lavoro d'artigianato con alcune pecche ma che quando ci mostra la rabbia di Belial e i suoi omicidi sembra prendersi tutte le rivincite possibili
Anche i temi a differenza di altri horror di genere sembrano mettere qualcosa in più sulla tavola provando a disegnare una situazione in cui il rapporto malato tra due gemelli siamesi ci porta a riflettere sul lato oscuro della natura umana e quanto spesso bastino poche distrazioni per farci dimenticare i nostri obbiettivi





Cane di paglia


Titolo: Cane di paglia
Regia: Sam Peckinpah
Anno: 1971
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Campagna scozzese. Un professore americano viene ad abitarvi con la giovane moglie, che è nata lì. Lui studia e lei si annoia. Alcuni vecchi amici della ragazza, sollecitati dalla sua civetteria, la violentano. Rabbiosa reazione del marito, creduto un pavido.

C'era una volta LA FONTANA DELLA VERGINE il primo film sul filone revenge movie uscito l'anno precedente a firma di un grande autore come lo era Ingmar Bergman.
Il vecchio film in b/n del regista svedese ragionava su un tema semplice ma che fino a prova contraria sarebbe stato uno degli elementi più abusati nel cinema a venire come quello della violenza.
Trattare un tema come quello della giustizia personale e sommaria era materia complessa, ostica, perchè tirava fuori il peggio dell'animo umano e lo riversava sulle vittime come sfogo in una violenza senza pari fondamentalmente rispondendo al quesito che ogni persona sembra dal cuore d'oro finchè non gli toccano la famiglia.
Rispetto ad una filmografia improntata sul western con film dai toni molto più crepuscolari, Cane di paglia sembra essere una scheggia impazzita, un film molto più violento, un'opera minore dal punto di vista delle maestranze impiegate sul set e per la scenografia (un home invasion) e il budget volgendo questa sua creazione su un evento drammatico che sembra oggi giorno preso da un qualsiasi evento di cronaca diventando ormai routine nella globalizzazione dell'indifferenza che ci vede al giorno d'oggi tutti complici silenziosi.
Il cinema riflette alla base dell'ideologia presente nel film su tanti aspetti, uno dei quali ho apprezzato di più e che grazie ad un attore come Hoffman è stato possibile e parlo di quel cambiamento, insito in ognuno di noi, che ci porta a trasformarci in killer spietati o carnefici disposti a fare di tutto per poi, fatta giustizia, tornare a piangere e a dispiacerci per quanto successo come se fosse qualcosa che in fondo non ci appartiene. Lavorare su questi elementi e portare alla pazzia una persona comune, colta e raffinata, rappresentava proprio in quegli anni, uno studio sociale importante e interessante che il cinema non ha mai smesso di osservare e indagare.

Terminator


Titolo: Terminator
Regia: James Cameron
Anno: 1984
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

1984. Un cyborg che proviene dal 2029 fa il suo arrivo a Los Angeles. Nel futuro la Terra, dopo un conflitto nucleare, è dominata da macchine che hanno preso il sopravvento sugli uomini. Questi, guidati da John Connor, cercano di resistere ma ora il loro compito si fa più arduo perché il cyborg inviato nel passato ha un compito ben preciso: 'terminare' Sarah Connor impedendole così di dare la vita a John ed eliminando così qualsiasi ipotesi di resistenza.

Prima di un certo cinema fantascientifico che ebbe un nuovo importante successo verso la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, ci fu l'intento di riprendere il filone fantascientifico degli anni '50, adattandolo ai nuovi potenti mezzi della tecnologia (con i conseguenti effetti speciali) e soprattutto alla sensibilità del cinema post-moderno.
Ciò invero ha comportato una esplicitazione nella rappresentazione e narrazione della violenza, lasciandosi alle spalle sia gli sfondi filosofici, candidi e armonici di allora per dare vita a quello che è stato battezzato anche come uno dei più importanti film del filone cyber punk della storia del cinema.
Terminator è diventato un cult indiscusso, uno dei film più importanti della sci fi per un corollario di motivi ben precisi.
Uno dei primi è l'inusitato tasso di violenza con stragi ed esecuzioni a gogò, la maschera inespressiva di Schwarzenegger che sfruttava il corpo e non la mimica, aver creato una fusione perfetta tra tecnologia e umanità, e infine l'uso del corpo/macchina in alcune scene che sono diventate caposaldi.
Cameron intuisce subito che rivoluzionare la fantascienza senza pianeti e battaglie stellari ma con i piedi per terra sul nostro pianeta in una sorta di carneficina condotta dal cyborg era una sfida importante, ma era anche vero che lo stesso pubblico voleva gustarsi il massacro con degli effetti speciali sempre più verosimili e in grado di zoomare dettagli come un occhio che usciva dall'orbita o un corpo martoriato di proiettili e infine proprio allargare l'indagine sulla trasformazione del corpo umano.
La scena nella stazione di polizia è diventata la più politicamente scorretta di sempre con forse uno dei più alti numeri di agenti uccisi senza pietà così come un'altra scena indimenticabile quella proprio all'interno della discoteca.
Il finale poi fu di una tensione altissima.
Cameron ha scritto e diretto un film di azione violento di un ritmo infallibile, narrativamente ai confini con il mondo dei fumetti, suggestivo a livello figurativo, strepitoso a quello degli effetti speciali che deve il merito a un asso assoluto come Stan Winston


Quinto Elemento

Titolo: Quinto Elemento
Regia: Luc Besson
Anno: 1997
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

New York, XXIII secolo: Korben Dallas è un ex soldato che ha abbandonato le armi e lavora come tassista. La sua banale esistenza subisce una svolta quando nella sua vettura piomba una giovane donna, Leeloo, che parla una lingua sconosciuta: la ragazza si rivelerà essere una pedina fondamentale per l'equilibrio e le sorti dell'universo.

Prima ancora dell'esistenza dei live action, quando si pensa al film che meglio ha sposato il fumetto e il cinema sci fi, la risposta per tutti coloro che vogliono godere appieno del cinema come mezzo di puro intrattenimento non può che essere IL QUINTO ELEMENTO
Un film decisamente esagerato, eccessivo, che non sembra fermarsi mai, anzi, spingendo il più possibile via via che la narrazione procede in una visione a tratti eccessiva con l'unica funzione di portarti al collasso. Un film che se ne frega di tutte le regole oltre l'ennesima potenza dove Willis poteva tornare ad essere il bad guy di sempre e la Jovovivh dimostrava di essere la Dea in terra più figa che il cinema avesse mai contemplato.
Un film che omaggia cinema e letteratura, musiche e mode, spazia tra universi differenti, sfoggia una galleria di personaggi fantastici e poi riesce al contempo a creare una storia d'amore e il messaggino furbo ed ecologista per salvare il pianeta e l'universo. In più abbiamo il Villain più forte e cazzuto dell'universo cinematografico (Il Nulla della STORIA INFINITA), un'entità imbattibile, scavalcando il buon lavoro condotto per l'ennesima volta da una delle maschere più geniali del cinema ovvero Gary Oldman che anche in questo caso come LEON ricicla un villain cattivo.
Un film che rispetto all'accozzaglia di mega blockbuster che stanno uscendo negli ultimi anni aveva delle pretenziosità e una spocchia niente male, banalmente per il semplice fatto che il cinema francese, uno da sempre dei più importanti al mondo, non aveva nessuna forte tradizione di cinema sci fi alle spalle, ma solo la voglia e il talento ma diciamolo pure, l'arroganza e l'orgoglio di un regista che ha creato un suo mondo fatto di numerosissimi accessori per lo più saccheggiati proprio dalla settima arte.
Besson dopo NIKITA e LEON non doveva dimostrare più nulla beccandosi 90 milioni che fino a quel momento in Europa erano il budget più alto mai visto. Breve storia felice. Alla Gaumont andò bene, il film incassò parecchio, praticamente ovunque nel mondo.
Besson ci ha messo davvero tutto in questa esplosiva forma d'arte e d'intrattenimento stupendo come meglio poteva e sforzandosi fino all'ultimo con invenzioni nuove, cimentandosi e andando al cuore del bisogno godereccio dello spettatore, ovvero promuovendo l'azione e l'atmosfera e lasciandosi alle spalle struttura e verosimiglianza che fin da subito sappiamo essere presi molto alla lontana con tanti dialoghi per fortuna non esageratamente epici, tanta ironia e per finire alcune metafore mica da ridere



Blair Witch Project


Titolo: Blair Witch Project
Regia: Daniel Myrick, Eduardo Sanchez
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ottobre 1994. Heather Donahue, Joshua Leonard e Michael Williams, tre studenti dell'Università di Cinema di Montgomery, si avventurano nei boschi attorno alla cittadina di Burkittsville (in passato chiamata Blair), nel Maryland, per girare un documentario sulla leggenda della strega di Blair. Armati di telecamera sedici millimetri in bianco e nero, destinata al racconto della storia, e di una piccola videocamera otto millimetri a colori, per le riprese di una sorta di backstage, i tre si mettono al lavoro, spinti dall'entusiasmo della ragazza, decisa a girare il suo primo film. Il soggetto è succulento: Elly Kedward, accusata di stregoneria, viene cacciata dalla città di Blair alla fine del 1700. Dopo la sua fuga nei boschi, molti ragazzini scompaiono in quelle stesse foreste e, negli anni '40, un serial killer uccide sette bambini e sostiene di averlo fatto su ordine del fantasma della strega. Dopo aver intervistato alcuni abitanti della cittadina, i tre aspiranti filmmakers si spingono nel bosco alla ricerca della chiave del mistero. Ma ben presto si perdono, pedinati da un'oscura e terrificante presenza.

Ricordo ancora la mia espressione basita di fronte al cinema in via po.
Avevo 17 anni amavo l'horror più di qualsiasi altra cosa e dentro di me si faceva sempre più spazio l'idea che il film in questione fosse una bufala commerciale.
Ricordo ancora i salti del pubblico e alcune ragazze che uscirono dalla sala terrorizzate mentre io vedevo solo immagini confuse senza capirci nulla e odiando profondamente i registi e il montatore.

Blair Witch Project è un film orrendo che ha sdoganato il mockumentary che tranne poche eccezioni, rimane uno strumento furbo e rozzo per cercare di fare soldi e procacciarsi un pubblico che ne rimanga colpito, magari sdoganando qualche teoria complottista, o dicendo che il film è tratto da una storia vera o bufalate simili.
L'idea venuta in mente ai due registi non era poi male, cercava di trovare soprattutto al di là dello schermo, degli elementi reali che potessero catturare l'attenzione e creare così mistero e suspance.
Il mockumentary a parte averci regalato dal punto di vista tecnico le peggiori inquadrature mai viste e un ritmo e un montaggio che rischiano di portare all'epilessia ha avuto nel suo nutrito numero di prodotti un successo che ancora stento a credere.
Il fulcro o l'espediente commerciale del sotto genere e di alcuni film che hanno incassato bene (questo più di tutti) stava proprio nel creare uno stato emotivo ansiogeno dei protagonisti persi nel bosco o come accadeva in OPEN WATER dentro un oceano.
Senza buttare tutto e dando i precisi meriti laddove esistano, questa peculiarità ha creato sicuramente un precedente che il cinema ancora non palesava così tanto, basti pensare a forse l'unico capolavoro, il film più importante, REC di Balaguero, dove un maestro delle atmosfere e della suspance ricorre in modo funzionale ad una tecnica come quella sopra citata.
Il risultato di questo film è aver creato una macchina che nel giro di pochi anni semplicemente ha esagerato creando film quasi tutti simili e dando la possibilità a milioni di improvvisati registi di farsi dei piccoli film artigianali inondando le sale con fenomeni appunto amatoriali di scarso interesse.


Cloverfield


Titolo: Cloverfield
Regia: Matt Reeves
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York, una sera come tante altre. Un gruppo di amici organizza una festa a sorpresa, tutto sembra tranquillo, finché un boato fa tremare le pareti della casa in cui si svolge il party ed il cielo si illumina a causa di forti esplosioni. Non è un terremoto, né un attentato ma qualcosa di molto meno prevedibile...

Tra i mockumentary o found footage menzionabili nel corso degli anni dopo quelli che al livello di pubblico e critica lanciarono il fenomeno CANNIBAL HOLOCAUST(1980) BLAIR WITCH PROJECT(1999), seppur ne siano usciti molti da varie parti del pianeta, i risultati sono spesso stati mediocri senza mai parlare di qualcosa di nuovo o originale. Il film di Matt Reeves deve tutto alla collaborazione con un asso nella manica di nome Drew Goddard in grado di dare enfasi e pathos ad una scatoletta di sardine e ad Abrahms dietro le fila che dopo il successo di LOST aveva porte spalancate ovunque e qualsiasi cosa dicesse o facesse aveva un seguito.
Come ha dimostrato in altre opere, unire la paura che all'epoca di internet era sempre più social diventando virale come virali erano le fake news, inglobava da solo questa temutissima paura per l'Altro culturale, le Torri Gemelle, attacchi che potevano arrivare da cielo e aria, da un momento all'altro in una New York mai così devastata dal cinema negli ultimi anni.
Unire queste paure condendole con qualcosa di assolutamente esagerato come un drago o un lucertolone, facendo slittare così il concetto di realisticità verso assurdi mai visti, ma soprattutto facendolo vedere il meno possibile il mostro, si rivelò un ottimo espediente non solo di marketing ma soprattutto per creare un'atmosfera nuova più post contemporanea che facesse meno ricorso al sangue e agli squartamenti.
L'idea di una creatura che possa devastare quanto ci è più vicino lasciandoci come formiche nude in degli spazi angusti come lo possono essere gli edifici metropolitani della grande mela, è stato indubbiamente un passo in avanti per cogliere a mio avviso alcuni sotto effetti di una devastante alienazione consumista in atto nel mondo e puntare su una scenografia e una location almeno non abusata che di questi tempi è già un grosso vantaggio.

Termination Salvation


Titolo: Termination Salvation
Regia: McG
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Anno 2003. Marcus Wright è detenuto nel Braccio della Morte in attesa di ricevere l'iniezione letale. Ha ucciso suo fratello e due poliziotti e vuole soltanto farla finita ma la dottoressa Serena Kogan ha deciso per lui un altro destino. Firmato un documento legale che consegna il suo corpo alla scienza e gli promette una seconda opportunità, Marcus viene 'terminato'. Anno 2018. John Connor, leader ideale e carismatico del genere umano, partecipa alla Resistenza contro Skynet, il network di intelligenze artificiali, e il suo esercito di Terminator indistruttibili. Efficace e intraprendente, è deciso a sferrare un attacco mortale al nemico, a trovare suo padre Kyle Reese e a garantire un futuro all'umanità dopo l'apocalisse nucleare scatenata dalle macchine. Lo aiuterà Marcus, galeotto venuto dal passato e portatore di un segreto. Diffidenti ma determinati a vincere la loro battaglia, collaboreranno e troveranno la verità nel cuore.

Togliere il timone ha un importante saga che col tempo è diventata un business e un merchandising di successo ha dato i suoi effetti. Senza James Cameron, si è subito visto il binario diventato quasi subito ingestibile da tutta la sfilata di tecnici e sceneggiatori che si sono "appassionati" al progetto.
Il risultato ha raggiunto i livelli più bassi previsti, confezionando prodotti per il cinema, senza un filo conduttore, personaggi scialbi e una totale assenza di approfondimento nella psicologia dei protagonisti. In più usare come deterrente lo spazio tempo con viaggi avanti e indietro e catapultando la psiche dello spettatore in un vuoto cosmico è stato il colpo finale su una saga che nei primi due capitoli ha modificato sostanzialmente il livello del genere sci fi mischiandolo con una vendetta personale, trasformazioni come in Terminator 2 ancora di altissimo livello, robot dannatamente cattivi, un personaggio iconico come Sarah Connor, Schwarzenegger in uno dei suoi ruoli cult da sempre, e tanti altri elementi che spero porranno fine nel migliore dei modi con l'ultimo, si spera, capitolo della saga DARK FATE
McG è un mestierante con una carriera altalenante e tanti brutti film sui cui svetta il film che non ti aspetti Babysitter horror Netflix capace di far scorrere tanto sangue e al contempo farti rotolare a terra dalle risate.
Qui l'unico elemento che funziona è la scenografia, cupa e tutta ingrigita (d'altronde c'è stato l'ennesimo olocausto atomico, gli attori sono troppo distanti dal progetto e tutta l'azione sembra destinata più alle saghe spaziali come STAR TREK o STAR WARS.


Wolf Creek


Titolo: Wolf Creek
Regia: Greg McLean
Anno: 2004
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Liz, Kristy e Ben sono in viaggio in auto alla scoperta dell'outback australiano. Dopo un'escursione nel parco nazionale di Wolf Creek, i tre scoprono che la loro auto non parte. Un aiuto inatteso arriva da un carro attrezzi guidato da Mick, che si offre di riparare la macchina, dopo averla condotta alla sua officina. Una volta lì i ragazzi si addormentano intorno a un falò, mentre il meccanico comincia a lavorare. Ma quando Liz si sveglia si trova legata e imbavagliata. È l'inizio dell'incubo.

Cosa ci sarà mai di così affascinante nel deserto australiano? E' la metà privilegiata per chi medita una morte rapida senza contare che i suoi resti probabilmente non verranno mai trovati.
Ci troviamo nell'outback australiano quello osannato da tanto cinema horror post contemporaneo, quello dove il tasso di persone scomparse è il più alto da sempre e dove sembrano vivere nella flora e nella fauna animali e insetti in grado di ucciderti in pochi secondi.
Un gruppo di baldi giovani, teen disposti a tutto pur di non lasciarsi scappare le bellezze della natura e un bifolco che non sa più cosa fare per intrattenere il tempo oltre ad uccidere la gente, in particolare i turisti.
McLean si è consacrato all'horror con questi due slasher cruenti e che se è pur vero che parlano del solito gruppo di ragazzi e di un killer spietato che gli segue, tra il panorama e alcuni aspetti culturali, Wolf Creek è diventata una piccola chicca non solo in patria. A fatto seguito uno slasher ancor più violento Wolf Creek 2 e una mini serie davvero brutta Wolf creek-Season 1
Senza infamia e senza gloria, il film procede co un buon ritmo, facendo incetta di stereotipi ma senza mancare l'obbiettivo ovvero l'atmosfera e la suspance che seppur con qualche scivolone, funziona alla grande. Wolf Creek poi divenne famoso per essersi basato sulle truci gesta di Ivan Milat, serial killer di saccopelisti che a quanto pare terrorizzò l'Australia negli anni '90.

Black Tide


Titolo: Black Tide
Regia: Eric Zonca
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un adolescente sparisce e François Visconti è incaricato di indagare. Comandante di polizia con figlio a carico e il vizio del bere, Visconti sospetta di Yan Bellaile, un vicino di casa del ragazzo, e si invaghisce della madre del ragazzo. Tra una bottiglia di whisky e le intemperanze del figlio, coinvolto in un traffico di droga, seduce la donna e scopre che la vittima era allievo di Bellaile. Dietro la barba e dentro la cantina, l'enigmatico professore, troppo sospetto per essere colpevole, nasconde un segreto e probabilmente non è un cadavere.

Il poliziesco è un genere sempre molto interessante. Riuscire ad essere originale quando ormai sullo schermo sembrano essere state analizzate tutte le storie e le strutture che ci sembra di conoscere non è certo facile.
La prima impressione trovandomi a guardare l'indagine di Black Tide e di avere di fronte un film girato molto di fretta dove ancora una volta il talento di Vincent Cassel se non gestito a dovere porta a uscire dal personaggio, cosa che in questo film accade dall'inizio alla fine soprattutto se parliamo di un detective non proprio avvezzo alle regole che beve whiskey durante un interrogatorio.
Tratto dal best seller "The Missing File"di Dror Mishani, Black Tide è un thriller dalle atmosfere mystery che ricalca in maniera pigra e decisamente prevedibile tutte le prerogative del genere, ingurgitando stereotipi e girando troppo attorno ai suoi tre personaggi finendo per lasciare un climax finale abbastanza semplice da intuire. Di certo non aiuta una scansione degli eventi troppo didascalica, l'incapacità di rendere misteriose le atmosfere con il risultato che la suspance viene vanificata troppe volte. Un film che soprattutto nel primo atto mostra i suoi topoi più interessanti che poi sono quelli del sotto genere, vale a dire una comunità con alcuni nuclei familiari piuttosto bizzarri su cui la sceneggiatura soccombe troppe volte. Questo cercare dentro le loro caratterizzazioni tutti gli elementi da cui dovrebbe essere composta un'inchiesta, la dice lunga sulla brevitas e su una scarsa quantità di elementi che dovrebbero alternarsi con efficacia durante l'arco della narrazione.
Black Tide è stato definito un "roman de gare", un romanzo che si compra in stazione per passare il tempo e aspettare il treno, esattamente come la sua visione e il suo scopo. Intrattenere senza dare troppi pensieri e lasciare gli attori ad auto dirigersi.


Cabin Fever(2002)


Titolo: Cabin Fever(2002)
Regia: Eli Roth
Anno: 2002
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di studenti affittano un capanno nel bosco per organizzare una festa. Ma, all'improvviso, il party viene interrotto da un uomo delirante e devastato dalle piaghe. Dopo una cruenta lite l'uomo scompare, ma la misteriosa malattia da cui era affetto comincia a contagiare i ragazzi. L'arrivo degli abitanti della zona, lungi dal porre rimedio, farà precipitare la situazione.

Cabin Fever forse voleva omaggiare tanti slasher vecchia maniera unendo il tema del virus e della mattanza finale tra studenti in uno spazio buio e angusto modello Raimi.
Il risultato è stato peggio del previsto contando che Roth è stato da sempre un fan dell'horror cercando a modo suo di essere originale, forse qualcosina con HOSTEL, prima di buttarsi su film tremendi, sequel e prodotti reazionari oltre che il cinema per bambini.
Qualcuno erroneamente a parlato di enfant prodige dopo i due capitoli che omaggiavano il torture porn, ma a parte una grossa amicizia con tante personalità importanti, questo tanto atteso talento non c'è mai stato a parte l'amore sconfinato per l'horror
Un regista molto sfortunato che deve parte del suo successo alle amicizie influenti e soprattutto ultimamente per aver cercato di dare un contributo al genere con alcuni piccoli documentari dove perlomeno sentiamo parlare gente interessante come Rob Zombie, che di certo a livello cinematografico sa bene come disturbare il suo pubblico.
Qualcuno per cercare di salvare la pellicola ha sostenuto che fosse una metafora sui danni portati dall'Aids, niente di più lontano dalla realtà contando che l'idea venne in mente al regista dopo un incidente con un'infezione alla pelle.
Cabin Fever prende alcuni solidi elementi smarcatamente di genere senza riuscire a non essere palesemente prevedibile e confezionando come negli intenti del regista un prodotto commerciale che mostrasse il lato oscuro dei nerd imbranati che ci piace veder soffrire e morire nelle maniere più atroci. L'idea del regista con questa pellicola era forse quella di creare un punto di non ritorno per un certo horror teen che come una piaga stava invadendo le sale con prodotti terribili e che stavano cercando di portare il genere alla deriva.


Crying Freeman


Titolo: Crying Freeman

Regia: Critstophe Gans
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

C'è un assassino che terrorizza tutti, soprattutto i cattivi della Yakuza, la mafia giapponese. È crudelissimo ma si commuove di fronte alla bellissima che dovrebbe uccidere. Anche i killer hanno dunque un cuore

Crying Freeman uscì l'anno successivo a Corvo. Forse cercando di sfruttare il successo ottenuto dal film di Proyas, Gans regista troppo altalenante, si è buttato su questo action atipico di una bruttezza rara e indiscusso esempio di ironia drammatica e tante altre cose assurde, etc.
Fino a quel momento trasporre a livello cinematografico un comic, anzi manga, di successo non era un'operazione facile contando che proprio in quegli anni venivano tentati i primi esperimenti così come anche per i live action in maggior numero per fortuna in Oriente.
Cercando di dare vita ad un assassino che non fosse quello già visto fino fino ad allora e cercando di approntare delle migliorie dal punto di vista dei movimenti e del linguaggio, i risultati furono clamorosamente quasi tutti indigesti per un pubblico abituato a fisic du role sullo schermo dei soliti muscolosi attori americani.
L'indagine è banale, i nemici sembrano già visti e ancora una volta siamo distanti dalla Yakuza inquadrata da Scott o Cappello, qui sembra più un espediente come unico strumento da sfoggiare per la rabbia di Hinomura cercando di aderire più a quello stile action del cinema di Hong Kong che non ad una indagine vera e propria.
Qui proprio i dogmi del cinema delle arti marziali sembrano prendere in prestito da Woo e Lee passando per il wuxia anche se spesso in maniera poco delicata e tutt'altro che elegante come invece accade con il cinema orientale.
Un mix di mode, forme e colori, nonchè linguaggi che di sicuro era anomalo per quegli anni ma bisogna contare che la storia così come lo svolgimento non vanno oltre una banalissima mediocrità.




Prodigy


Titolo: Prodigy
Regia: Nicolas McCarthy
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Montgomery County, Ohio. Una ragazza, Margaret, riesce a fuggire da una casa in cui era segregata. Viene soccorsa da una automobilista che, con orrore, si rende conto che la mano destra della ragazza è stata amputata. Fox Chapel, Pennsylvania. I coniugi John e Sarah si precipitano in ospedale perché è prossima la nascita del loro figlio. Intanto, in Ohio, la polizia arriva alla casa di Edward Scarka, l'uomo che aveva rapito Margaret. Edward esce tenendo qualcosa dietro la schiena. Quando la porta in avanti, la polizia gli spara temendo si tratti di un'arma, ma scoprendo che ciò che teneva era la mano amputata di Margaret. Pochi istanti dopo la morte di Edward, nasce il figlio dei Bloom, Miles. Sin dall'inizio Miles si mostra un bambino particolare: a parte il fatto di avere gli occhi di due diversi colori (che non è in sé preoccupante), è molto calmo e intelligente, schiaccia i ragni e parla ungherese nel sonno (il che è già più strano). Ma, come si accorgeranno ben presto i genitori, c'è di peggio.

Gli horror che navigano nel sotto genere dei bambini posseduti o di origine demoniaca sono uno dei soggetti più abusati e i risultati negli ultimi anni sono spesso deludenti come in questo caso.
Ormai parlare di film tecnicamente girato bene dovrebbe essere un dato assolto contando che le produzioni costano sempre meno e ci si è sempre più specializzati nelle scenografie, trucchi, effetti speciali, color correction e post produzione
Purtroppo lo stesso non si può dire per delle storie che seppur nascono bene, dimenticano dopo pochissimo tempo le loro origini per promuovere un ritmo ed un'azione più legata ai jump scared o all'audio che non invece al motore propulsivo del genere: puntare alle nostre paure quelle incontrovertibili che non meritano di durare solo una manciata di secondi.
Il pubblico dell'horror che sta uscendo in maniera sempre più massiccia nei cinema è fortemente influenzato da queste tecniche le quali si allontanano dal compito e l'intento ovvero far riflettere e disturbare al contempo.
Il figlio del male non ci riesce. Tutto è disarticolato come il dialetto ungherese che il protagonista enuncia nel letto sotto effetto di un attacco che sembrerebbe epilessia ma epilessia non è.
Banale e inutile il confronto con alcuni capisaldi del genere che non andrò nemmeno a citare e scomodare per quanto è grigia e apatica la regia di Nicholas McCarthy che è stato definito uno dei mestieranti più in gamba sul genere ma basta guardare come cresce questo film per capire che è un altro specchietto per le allodole.

Segnali dal futuro


Titolo: Segnali dal futuro
Regia: Alex Proyas
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il professore di astrofisica John Koestler non crede nel destino ma le sue convinzioni vengono scosse quando il figlio entra in possesso di un documento scritto 50 anni prima da una bambina della sua stessa scuola. Sul foglio sono indicati solo numeri uno dopo l'altro, numeri che l'occhio allenato dello scienziato comincia a decifrare per caso scoprendo che indicano giorno e numero di vittime dei principali disastri dell'ultimo mezzo secolo e di alcuni che devono ancora verificarsi.

La morte celebrale definitiva di un regista.
Segnali dal futuro sembra la genesi e l'ultimo stadio di un regista purtroppo sfortunatissimo che ho sempre stimato per il suo apporto cinico alla sci fi.
DARK CITY rimane ancora adesso il suo film più bistrattato se non altro per l'arrivo l'anno successivo di MATRIX e per aver cercato di ridare enfasi ad un genere senza sfoggiare unicamente gli effetti speciali. Il colpo finale al regista è stato sicuramente questa porcheria con alcune regole incontrovertibili (Nicolas Cage) e una scrittura alla base che non è riuscita a dare spazio a tutte le intuizioni narrative. Un film che se vogliamo possiamo definirlo il vaso di Pandora dell'artista dove tutte le sue teorie sembrano essersi dati appuntamento in un film multiforme che purtroppo per evidenti limiti non è riuscito a dare spazio a tutte le scelte e i temi trattati.
Un film disorganico che non riesce sempre, in particolare dal secondo atto in avanti, a gestire con precisione i vari aspetti contenutistici, rimanendo macchinoso, dove la complessa dialettica tra predestinazione, caos, scienza e fede (che già era un intento trattato nei suoi precedenti film) qui cede il passo ad una scelta di cause ed effetti che non hanno niente a che vedere e soprattutto vengono vanificati tutti gli sforzi di renderli materia seria su cui parlare.
Alle volte sembra più un omaggio alla mitologia ed alle suggestioni de AI CONFINI DELLA REALTA'
La storia narrata poi è incentrata a una supposta profezia ricevuta in dono (se così si può dire) da Lucinda, una giovane alunna della fine degli anni ’50, e rinchiusa in una capsula del tempo insieme ai disegni di altri bambini. Quando, mezzo secolo dopo, la scatola viene aperta, l’indecifrabile serie di numeri che la piccola aveva scritto sul foglio in dotazione finisce nelle mani di Caleb che subito lo sottopone all’attenzione del padre, John, noto luminare astrofisico. Dopo un po’ di studio, il professore capisce che quei numeri sono indicazioni riguardo alle grandi catastrofi e incidenti degli ultimi anni: le ultime righe indicano date future, per le quali c’è ancora la speranza di poter intervenire. Anche se l’ultima riga potrebbe indicare addirittura la fine del mondo.
Praticamente un cocktail in salsa ebraica, maya, Hubbardiana, etc

sabato 8 giugno 2019

Godzilla II-King of Monsters



Titolo: Godzilla II-King of Monsters
Regia: Michael Dougherty
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo i fatti di San Francisco l'umanità deve decidere come affrontare la questione dei Titani, mostri giganteschi che abitavano la Terra prima dell'uomo. Sono una minaccia da abbattere o la salvezza della Terra, come sostengono gli ecoterroristi?

Godzilla: un mostro creato dai giapponesi come metafora dopo la bomba atomica regalata loro dagli americani.
Anche solo per questo, il fatto che il padre dei monster movie diventi materia yankee da trattare fa venire l'orticaria, ma mettendo da parte questo fatto sociale, analizziamo cosa non ha funzionato dell'ultima rivisitazione del grande lucertolone.
Un passo indietro, due anzi. Il primo avveniva con il reboot di Godzilla(2014) girato da Gareth Edwards nel 2014. Un film complesso con una gestazione ancora più problematica che di fatto ha sancito un flop mondiale, mandando parte della fama del regista a ramengo e lasciando il lucertolone a leccarsi le ferite. A distanza di anni, certo non è un film epocale, rimane un flop e un brutto film, ma aveva un grandissimo merito il film di Edwards, anzi forse più di uno. Prima di tutto sfruttava sapientemente una tecnica che invece il film odierno non ha fatto, in quel caso la scommessa era nascondere per più tempo possibile la creatura. Farlo percepire, farlo sentire ma senza sbattercelo di fronte, portando una grande dose di suspance e atmosfera che il film in questione si gioca quasi tutto subito, inserendo una marcia molto più veloce (forse quello che tutti volevano, in particolare il pubblico).
Rispetto invece a Shin Godzilla il discorso è più similare. Entrambi sono b movie, entrambi giocano tutte le loro carte producendo mostri a gogò e puntando tutto sullo scontro e la distruzione del paese. Solo che il film orientale era il 31° film dal '54 ad oggi, il 29°più precisamente prodotto dalla Toho, dove oltre il concetto della mutazione ed evoluzione della creatura, c'era il ruolo chiave dell'opinione pubblica e del governo che salvaguardava solo i suoi interessi.
Qui la metafora scompare per diventare un picchiaduro tra mostri molto brutto, mischiato con tante altre cose. In più sembra siglare di fato l'accordo per dei sequel sulla nuova onda del monster movie che con Kong-Skull Island aveva perlomeno creato un film scemotto ma divertente.
Qui c'è troppo e il troppo se non sei bravo stroppia.
L'idea che i mostri possano salvare la terra distruggendola per poi ricrearla, che attualmente siano circa 23 esemplari in giro (ma come per le personalità di Split ne vediamo circa 8/9), che la storia sia da denuncia arrivando a far peggio di quanto si sia mai fatto prima (e speriamo anche dopo) che tutti gli attori siano da arrestare in primis la fastidiosissima bambina della fastidiossisima e osannata serie tv tutt'altro che bella e originale Stranger Things-Season 1 e altri elementi non belli.
Il non sense nel monster movie non esiste altrimenti non si parlerebbe di mostri, sono tanti e tutti sembrano siglare un sequel che poteva e doveva dare di più in termini di storia, di aderenza di un minimo di approfondimento, di trama, di colpi di scena, di dialoghi privi di logica.
Tutti sembrano usciti dalle bocche dei super eroi con così tanta epicità che a confronto le radiazioni del lucertolone nella sua alcova dove andrà a bussare la porta Serizawa, non sembrano aver effetti (anche se andare a implorare l'aiuto del mostro entrando nella sua grotta era un elemento folle ma molto importante per la narrazione).
E poi per finire errori tecnici che non dovrebbero esistere come le prospettive dei mostri che in alcuni casi sembrano abnormi mentre poi vediamo i patetici umani riuscire ad accarezzarli in una scala di rapporto impossibile da non notare.
L'esercito. Almeno nel film di Edwards faceva il suo sporco ruolo, qui sembra che non esistano, tutti sono corsi al riparo lasciando il gruppo di protagonisti a vedersela da soli con le creature e a godere del teletrasporto cambiando location di minuto in minuto (passando dalla Groenlandia a Disneyland)
Ma l'unica lancia a favore arriva dall'uscita di sicurezza. I mostri come per l'ultimo Hellboy(2019)
Volevo vedere quelli e il film me li ha dati. Fatti maluccio, troppa c.g ma almeno questo obbiettivo è stato soddisfatto. L'unico.
Saraba a tutti!