sabato 8 agosto 2020

Sea Fever


Titolo: Sea Fever
Regia: Neasa Hardiman
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Una misteriosa creatura ha intrappolato il peschereccio su cui Siobhán, solitaria studentessa di biologia marina, sta facendo delle ricerche. Nella lotta per la sopravvivenza, Siobhán dovrà guadagnarsi la fiducia dell'equipaggio

Le pellicole "degli abissi" da sempre sono stati per me a livello suggestivo qualcosa di ancestrale, rimanendo di fatto come un'esplorazione di mondi e realtà sommerse che mi hanno suggestionato molto più di tante e diverse realtà. Il perchè rimarrà sempre un mistero.
Sea Fever è un'esperimento interessante, difficile da catalogare per quanto non sia a pieni titoli un horror con mostro marino che attacca l'equipaggio (nel senso che per fortuna lo vediamo poco) ma di fatto è così. Un film molto minimale con una lentezza nei movimenti e in parte nel dipanarsi della storia ricercando e ricreando un fascino originale quanto legato a qualcosa che sembra nel bene scaturire dalle pagine di Tim Curran.
Neasa Hardiman al suo primo film a dispetto del suo impiego come mestierante per serie tv discutibili si ricollega in questo modo all’antica paura del mostro marino, dell’ignoto, agli antichi miti e superstizioni che per secoli resero gli equipaggi vittime di fobie, ammutinamenti e paure ancestrali e mai del tutto sopite. Perchè sulla Siobhàn, lo stesso arrivo di Freya sembra sconvolgere l'ordine costituito, dai suoi capelli rossi, dal suo essere pragmatica e scientifica, nel suo soprattutto prendere decisioni e non abbassare mai la testa. Un terror movie femminile e materno dove anche la creatura sembra con quei suoi tentacoli cullare e allo stesso tempo deflorare il peschereccio come a comunicare l'errore che i marinai stanno commettendo avendo varcato un confine.
Dal momento che i pescatori non nuotano, quel paradiso nascosto nel pieno Atlantico, lo captiamo proprio assieme a Freya a quella sua smisurata voglia di sapere, conoscere e comprendere con visioni affascinanti degli abissi. Una regia per certi aspetti claustrofobica sia sopra che sotto dando carattere e prova di riuscire ad essere atipico. Un thriller surreale originale di cui sinceramente ne sentivo tanto il bisogno. Il finale poi che sfugge da ogni happy ending scegliendo di nuovo la carta del sacrificio rende ancora più carattere ed emozione.



Mutafukaz


Titolo: Mutafukaz
Regia: Guillaume Renard, Shoujirou Nishimi
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Angelino è solo uno dei migliaia di fannulloni che vivono in Dark Meat City. Ma un irrilevante incidente in motorino causato da una bellissima e misteriosa straniera sta per trasformare la sua vita... in un incubo a occhi aperti! Comincia a vedere delle forme mostruose che si aggirano intorno a tutta la città... Angelino sta perdendo la testa, o si tratta di un'invasione aliena?

Mi stavo chiedendo cosa poteva succedere a mischiare il fumetto e il talento di un ispiratissimo autore francese con la chimica e l'estro di un maestro nipponico. Il risultato è un lungometraggio d'animazione folle, iperattivo, coinvolgente, violentemente ipercinetico e con un ritmo, un'azione, un'atmosfera efficace quanto grottesca e allo stesso tempo spassosa.
E' un turbine che non accenna mai a fermarsi, con un impatto travolgente e dinamico, un caleidoscopio di colori, formule, stili, tecniche, invenzioni per una distopia urbana che attinge dai videogiochi quanto dal cinema (uno su tutti il boss Carpenter).
La megalopoli di Dark Meat City è una scoperta continua con tanti clan e zone diverse in cui spacciatori controllano il territorio, il governo è tra i più crudeli mai visti, vivono assieme razze e forme di vita umane e meta umane e dove c'è la classica seppur funzionale divisione tagliata con l'accetta tra bene e male, umani e alieni conquistatori che come i VISITORS si sono ormai omologati nella nostra società ma che le doti risvegliate del meta umano Lino vedranno come ombre che rimandano a creature tentacolari decisamente non di questa Terra.
Sangue, inseguimenti, combattimenti, sparatorie, fughe, vendette, traboccanti invenzioni visive dove compare addirittura un manipolo di "super eroi" mascherati che da secoli difendono la Terra dai costanti pericoli in corso (addirittura i nazisti).
Mutafukaz è fresco, sperimentale, con una metropoli allo sbando dove i migliori amici possono diventare degli scarafaggi, dove fanciulle di rara bellezza fanno letteralmente perdere la testa, dove mano a mano che il film procede diventa sempre più folle e ambizioso e dove l'accompagnamento sonoro tra hip-hop e dubstep crea una soundtrack da urlo.




Ema


Titolo: Ema
Regia: Pablo Larrain
Anno: 2019
Paese: Cile
Giudizio: 4/5

Ema, giovane ballerina, decide di separarsi da Gastón dopo aver rinunciato a Polo, il figlio che avevano adottato ma che non sono stati in grado di crescere. Per le strade della città portuale di Valparaíso, la ragazza va alla ricerca disperata di storie d’amore che l’aiutino a superare il senso di colpa. Ma Ema ha anche un piano segreto per riprendersi tutto ciò che ha perduto.

Ema è un dramma famigliare, un film che si avvale della danza come via d'uscita da una realtà che sembra ormai segnata da indelebili cicatrici. Una perdita (il figlio dato in custodia ad un'altra famiglia), il marito coreografo frustrato, un centro estetico dominato da un gruppo di tigri rosa (quando sono annoiate si chiudono in casa a fare i giochi sporchi). Un film sulla libertà di espressione e della sessualità, sulle triangolazioni amorose, sulla perdita e altro ancora.
La prima parte sembra ricordare E ora parliamo di Kevin nei continui dialoghi della coppia dove si rinfacciano di tutto e dove scopriamo che il bambino ha bruciato il viso della sorella di Ema, come tanti altri gesti inconsueti e violenti legati ad una famiglia disfunzionale che non aveva i mezzi e la testa per stare dietro al bambino. Ema però comincia a ribollire, le continue scene in cui lei balla e da fuoco agli oggetti sono scanditi da un montaggio e una musica notevoli, come metafora per distoglierla da un immobilismo in cui la realtà e i servizi sociali sembrano averla collocata. Da quel limbo grazie anche alle tigri rosa, Ema capirà presto come il suo fascino riuscirà a farle avere tutto ciò di cui ha bisogno, facendosi addirittura assumere nella scuola di suo figlio per riprenderselo e creare una legame familiare giocando con tutte le parti interessate che porterà ad un finale assurdo e scandaloso ma forse Almodovar lo apprezzerebbe più di tutti.

Der Nachtmahr


Titolo: Der Nachtmahr
Regia: Akiz
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

In piena estate, Tina e le sue amiche prendono parte a una festa di giovani a Berlino. Dopo i bagordi della serata, Tina è ossessionata da una misteriosa creatura che la tormenta e l'unica persona con cui ne parla è il suo psicologo, che le consiglia di affrontare le sue paure. Quando sente che i genitori hanno intenzione di ricoverarla in un ospedale psichiatrico, Tina si rende conto che la creatura altri non è che l'incarnazione dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Decidendo di nascondere la creatura nella sua stanza, Tina sembra cambiare e avere il coraggio per la prima volta nella sua vita di essere veramente se stessa. I problemi aumenteranno però quando anche i genitori e i suoi amici avvisteranno la creatura.

Der Nachtmahr rientra in quel filone di horror atipici, prodotti autoriali di autori con un background particolare e a cui piace giocare molto con la psiche dello spettatore. Sicuramente un prodotto molto interessante e per alcuni versi originali, attraversando due piste da ballo, una quella del fenomeno dello sballo giovanile dei rave party, della Berlino bene e l'altra sulla scoperta dell'identità e della sessualità della protagonista. Dall'altro poi ancora il viaggio onirico a contatto con la nemesi, una creatura deforme e malsana, un feto che la insegue dappertutto e che sembra poter essere visto soltanto da Tina (fino ad un certo punto...)
Per certi versi questa scoperta, questo viaggio mistico, questa realtà che alterna mistificazione legata alle sostanze e visioni reali dell'incubo, alternando ritmi techno a visioni surreali, mi ha ricordato un film svizzero uscito due anni dopo davvero interessante Blue my mind.
Una pellicola decisamente minimale, conturbante, ambigua, non sempre perfetta nel dipanarsi della storia compiendo qualche ingenuità di chi cerca di puntare molto alto, ma prendendo più la strada del dramma contemporaneo, di famiglie troppo prese dal lavoro che non hanno tempo per i figli e dove appena sorge un problema si contatta subito la psichiatria.
Tina rappresenta ancora una volta nel cinema quella incomunicabilità tipica della adolescenza, quella voglia di scoprire, osare, sballarsi ma allo stesso tempo chiedendo solo di essere vista e accettata nella sua voglia di evadere e scappare per sentirsi uguale alle sue amiche condividendo tutto. In questa scelta riuscita, accurata e sensibile, il film riesce mischiando i piani e le piste, ad avere una buona tensione, unendo dramma e un tocco di fantasy e horror, alternando con un buon montaggio e fotografia e puntando sui piani temporali.




Time to hunt


Titolo: Time to hunt
Regia: Sung-Hyun Yoon
Anno: 2020
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Nella Corea del prossimo futuro, un gruppo di ragazzi in delle baraccopoli commettono un grave crimine.

Da questo scenario, un clima distopico in una Corea affetta da una terribile crisi economica costretta a ridurre la stragrande maggioranza della popolazione in povertà, attraverso paesaggi deserti, metropoli abbandonate e distrutte, capannoni che nascondo giri loschi, spacciatori e venditori d'armi, discoteche segrete e criminali di ogni tipo e killer spietati si svolge questa caccia all'uomo.
Il trio di ragazzi protagonisti sono già in parte corrotti, sapendo bene dal momento che il loro amico esce di prigione, che quello che succederà non potrà che portare a conseguenze inattese ed effetti imprevisti e perversi. Così inizia il conto alla rovescia, vengono dipanati gli intenti e gli obbiettivi del terzetto, con una rapina, assoldando un quarto elemento che deve dei soldi al protagonista, ad un venditore di armi fratello di un boss malavitoso che gli aiuterà e infine dei terzi che assolderanno un killer per stanare il quartetto e riportare i soldi ai legittimi proprietari.
Time to hunt nei primi due atti, ma soprattutto nel primo, ha la sua parte migliore riuscendo a creare un'atmosfera sospesa e cruenta, figlia del degenero e di quel clima distopico che sembra aver annientato tutto come l'effetto di una bomba, facendo vedere solo ceneri ed edifici distrutti e abbandonati. Grazie a questa tensione che prende piede, il film si dirama in un mix discretamente assemblato di diversi generi: il distopico appunto, l’heist movie, il bildungsroman, il thriller e il revenge-movie.
Dal punto di vista narrativo è soprattutto il terzo atto ad essere molto deludente con una semplice caccia da parte del killer che si diverte a inseguire e dare tempo per scappare alle sue prede, non riuscendo ad aprire speranze per quella che poteva essere una denuncia molto più politica sul peso del governo, sul come cambiare quella situazione o comprenderla. Sembra che l'unico obbiettivo dei personaggi all'interno sia quello di fare più soldi possibili lasciando la Corea per spiagge dorate e sogni di gloria.

Unjust


Titolo: Unjust
Regia: Ryoo Seung-wan
Anno: 2011
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Un serial killer sta terrorizzando la cittadinanza e la pressione sulle forse dell’ordine è diventata insostenibile per le autorità. In un vortice di errori procedurali, illegalità e corruzione, il capitano Choi Cheol-gi viene incaricato di “risolvere” il caso ad ogni costo, anche scovando un finto colpevole da consegnare ai media e all’opinione pubblica. Ma il piano non è perfetto…

Nella new wave coreana sui generi cinematografici stiamo assistendo proprio a tutto.
In particolare il poliziesco, il thriller, l'heist movie, il disaster movie, il monster movie, l'horror folkloristico, la commedia, il dramma e il noir.
Unjust è un poliziesco che parla di corruzione, di dove possono spingersi i ruoli di potere della polizia, della stampa che sta con il fiato sul collo ai detective, di procuratori, doppio giochisti, colleghi corrotti e invece il manipolo di onesti agenti che si troveranno nel finale a vendicare il loro caro compagno ucciso proprio da chi non te lo aspetteresti mai. Un film dinamico e ambizioso, forse scritto in maniera così complessa da lasciare interdetti soprattutto sul finale e un climax che risulta la parte meno originale e consistente del film.
Grazie ad una regia e una tecnica ancora una volta sopraffina e minuziosa, curata in ogni dettaglio, Ryoo Seung-wan, il regista di divertentissimi film d'azione come City of violence e dalla nutrita filmografia, mette in scena un film complicatissimo da seguire, tra corruzione dilagante e le connivenze tra malavita, polizia e magistratura, forse in maniera sciocca ma più interessante viste nel recente Gangster the Cop the Devil dove in quel caso ogni personaggio era stereotipato a dovere ma finalizzato a rendere la narrazione fruibile. In Unjust tutti i protagonisti hanno una doppia personalità, convivono con la legalità, la conoscono bene ma sono abili a denigrarla nel momento in cui sono messi alle strette rendendo spesso difficili alcuni passaggi.
I colpi di scena, i tradimenti, il continuo giocare con lo spettatore ribaltando ogni certezza risulta un elemento che può creare interesse quando si pensa di avere la trama in pugno e allora arriva quel particolare in grado di cambiare la prospettiva e gli intenti di personaggi tutti schiavi del potere spingendo i suoi protagonisti ad ogni limite di decenza.





Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno


Titolo: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno
Regia: Mario Monicelli
Anno: 1984
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Buffoni svagati e balordi, ma provvisti di un'astuzia contadinesca e di un buonsenso ruspante che permette loro di cavarsela nelle situazioni strampalate in cui si vanno a cacciare, si passano il "sapere" da una generazione all'altra. Grazie a tali doti, Bertoldo riesce a reggere il difficile confronto con il re Alboino, che lo farà barone, e a dare il benservito al mistificatore Fra' Cipolla.

Dalla novella di Giulio Cesare Croce e dai racconti villaneschi, ambientato nell'anno mille, questa commedia grottesca e bislacca certo vale più di una visione per i perfetti tempi in cui vengono collocate le scenette frivole e mediamente divertenti che tentano con l'utilizzo del linguaggio e del cast di destreggiarsi al meglio. La commedia cialtronesca pone personaggi villici, sornioni, astuti come in questo caso il contadino che di solito appare sempre come un ignorante e nel caso di Bertoldo uno spiantato villano dalla favella svelta coadiuvato nel bene e nel male dalla sua famiglia con la moglie Marcolfa e il figlio Bertoldino.
Tra ulteriori goffaggini e imprese scriteriate e sballate, nella galleria di scenette incontriamo re con mogli che millantano l'indipendenza della donna con tanto di cintura di castità e una vera e propria rivoluzione. Lo stesso re Alboino si trova con una corte di sgraziati con i soliti intrecci dove deve dare la figlia sposa al debole e anziano gobbuto Esarca di Ravenna e in questo la parte delle gobbe in cui ancora una volta viene chiesto consiglio dalla giovinetta a Bertoldo con il risultato di farsi dipingere anch'essa piena di gobbe.
Dall'altra parte il peso del clero con un prete sgraziato come Fra Cipolla un gaglioffo e un mistificatore, l'intreccio che parte dall'oca, continua con le ali dell'angelo Gabriele, l'anello da nascondere e infine l'incontro di un'altra bifolca che sposerà Bertoldino e assicurerà con Cacasenno la continuità della stirpe, il nome appunto nasce da sè dopo la benedizione di Frà Cipolla e dopo che il nascituro gli caga addosso.
Che dire di questa commedia cialtronesca molto ispirata, in cui a farla anche da padrone a parte il trucco, i costumi, la scenografia, sono i dialoghi praticamente perfetti, tra dialetto misto veneto/romano improntati su una tradizione letteraria che spazia dall'Aretino al Boccaccio, fatta di volgarità, sagacia popolare e sfrontatezza.



Darlin


Titolo: Darlin
Regia: Pollyanna McIntosh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo esser stata ritrovata in pessime condizioni in un ospedale cattolico, l'ingestibile Darlin' viene portata in una casa di cura gestita dal vescovo e dalle sue suore per essere trasformata in una "brava ragazza". Tuttavia, Darlin' nasconde un segreto molto oscuro: la donna che l'ha cresciuta è sempre vicina a lei, disposta a correre in suo aiuto con qualsiasi mezzo a disposizione.

Il sequel di Woman guarda caso prodotto da Lucky McKee vede alla regia la protagonista del film, la Donna, che compare come co-protagonista nel sequel essendo di fatto la madre di Darlin.
Con un'inizio interessante si parte dall'ospedale, dalla Donna che cerca di annusare dove si trova la Darlin portandola lei stessa di fronte all'ospedale per poi sparire e mietere vittime a volte senza un motivo ben preciso. Darlin comincia il suo percorso proprio dalle cure dei medici ma soprattutto dell'infermiere che non nasconde la sua omosessualità, fino alla casa delle orfane dove altre come lei convivono in un contesto che apparentemente sembra elegante e rispettoso ma che nasconde insidie e segreti tremendi.
Una regia dove la tecnica non è decisamente quella del precedente film, così come la cattiveria qui in alcuni casi decisamente gratuita e senza senso, il montaggio a volte si perde dei pezzi passando da case abbandonate e gestite da un gruppo di donne senza tetto sbandate che accolgono la Donna, fino ad un finale in parte irrisolto e altalenante.
Si scimmiotta sul ragazzo selvaggio di Jean Marc Gaspard Itard dove l’adolescente del titolo era poco più di una bambina che veniva condotta verso il tramonto – e verso una vita lontana dalla civiltà – dalla neo mamma surrogata che aveva massacrato la sua famiglia ‘indegna’.
Dopo 10 anni passati allo stato brado in compagnia di una cannibale, la giovane ne ha naturalmente assorbito le ‘qualità’, imparando a comunicare esclusivamente a grugniti e dove all'interno della scuola con infermiere "buone" ma che nascondo un passato di abusi di droga e ragazze/amiche imparerà a parlare e ragionare.
Una regia incerta e confusa, una sceneggiatura con troppi stereotipi e personaggi tagliati con l'accetta senza mai un vero approfondimento per uno sviluppo e un intreccio tutto sommato passabile.

Leon


Titolo: Leon
Regia: Luc Besson
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La vita del sicario di origine italiana Léon viene irrimediabilmente sconvolta quando la giovane vicina di casa di nome Mathilda, i cui genitori sono legati al traffico di stupefacenti e alla corrotta polizia di New York, viene a suonare in lacrime alla porta della sua umile stanza di motel.
La ragazza, scampata alla missione punitiva guidata dall’agente Norman Stansfield, rientrando dopo aver fatto compere, intravede attraverso la porta di casa il corpo del fratello minore, da lei molto amato, e non avendo altro posto in cui rifugiarsi, cerca asilo da Léon che, titubante decide di aiutarla.

Leon dimostrava il talento di un Besson ispiratissimo ai suoi fasti con pellicole d'azione tra le più interessanti di quegli anni. Il film invecchia benissimo, dimostrazione di un lavoro dove la tecnica e le maestranze hanno dato vita ad un mezzo miracolo per una storia semplice e già vista ma allo stesso tempo emotiva ed efficace con un ritmo incalzante e alcune scene e dialoghi indimenticabili.
Con una galleria d'attori semplicemente perfetta (Portman e Oldman su tutti) è un viaggio dell'eroe post contemporaneo, un film di formazione attuale quanto drammatico, un film che parla di fragilità, di personaggi e rapporti cinici, divertenti quanto oltraggiosi (come si impone Mathilda nella vita di Leon sconvolgendone la routine e stuzzicandolo per quanto concerne una sessualità da sempre repressa) riuscendo nel difficile compito di avere la consapevolezza di essere un racconto variopinto, citazionista con omaggi a Leone a partire dal titolo, di regalare sparatorie uniche e tecnicamente perfette e di riuscire con quei primissimi piani, quel tono scanzonato, di inserire quei dictat hollywoodiani di stampo italo-americano, la Little Italy, Danny Aiello e il suo ristorante, un killer professionista arrivato dal nulla e allevato come un figlio che viene assoldato dai mafiosi, senza avere mai cadute di tono ma riuscendo ad essere sempre ispirato e a tratti anche molto divertente.


Curtains-Maschera del terrore


Titolo: Curtains-Maschera del terrore
Regia: Richard Ciupka
Anno: 1983
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Samantha Sherwood è un’attrice appassionata al suo lavoro, tanto che si finge folle per essere ammessa in un manicomio e studiare il comportamento dei pazzi per il ruolo nel prossimo film del famoso regista Jonathan Stryker con cui ha spesso collaborato. In realtà, si tratta di una specie di trappola organizzata da Stryker che, mentre lei è in manicomio, organizza un’audizione per la parte con altre attrici, in una vecchia casa isolata. Ma Samantha scappa dal manicomio e raggiunge la casa dove si tengono le audizioni. Una persona mascherata comincia a uccidere le attrici in lizza.

Curtains è uno slasher abbastanza atipico per diversi fattori in cui può collocarsi.
Pur rientrando perfettamente nel genere con i soliti elementi presenti, riesce a lavorare molto bene sulla psicologia delle candidate al ruolo, c'è una parte decisamente interessante in manicomio, atmosfere surreali e oniriche, scene erotiche molto eleganti e una messa in scena pulita che cerca di trasmettere quel qualcosa in più soprattutto in una storia dove il climax finale non è così scontato. Le morti poi ad opera di una maschera che rimarrà nella memoria di tutti soprattutto la scena mentre il killer si avvicina alla vittima sui pattini in una distesa ghiacciata.
Ottimo dicevo il cast dove le seppur già brave attrici si fanno battaglia in tutti i sensi per cercare di superare le altre in un continuum di stati d'animo, monologhi, amicizie e prevaricazioni.
Ciupka firma uno di quegli horror che per alcuni rimane un cult nel sotto genere slasher, per altri come me è un buon tentativo di uscire dai binari con un prodotto più solido e psicologico e alcune atmosfere metafisiche che alternano sogno e morbosità.

All'inseguimento della pietra verde


Titolo: All'inseguimento della pietra verde
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 1984
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una scrittrice parte per la Colombia per salvare la sorella rapita e cercare un gigantesco diamante

All'inseguimento della pietra verde riesce nel difficile compito di continuare il ciclo di film d'avventura con una base antropologica dopo il successo mondiale di tre anni intrapreso prima de I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA. Protagonista al femminile, una scrittrice che narra di luoghi e di esperienza che non ha mai avuto e sogna quell'eroe che prima o poi le farà scoprire l'amore tra ricerche di tesori e avventure romantiche. Il film firmato dall'ottimo Zemeckis è una pellicola entusiasmante con un ritmo brillante e incredibile e delle scene d'azione ispiratissime per una vivace sequenza di situazioni mai del tutto scontate anche se tutte con il prevedibile happy ending. Il tutto con un cast che riesce a dare enfasi e allo stesso tempo spensieratezza, con tanto humor e scene ironiche, quanto allo stesso tempo violento e con antagonisti disposti a tutto tra spietati e grotteschi militari, corrotti sudamericani, gangster pasticcioni (dove DeVito da il suo meglio) famelici coccodrilli e una natura ostile. Mappa del tesoro, un viaggio dell'eroe spericolato quanto ispirato su una sceneggiatura costruita a regola d'arte, il primo dopo il sequel Gioiello del Nilo rimarrà sempre un ottimo film d'avventura divertente e avvincente ma anche decisamente ironico e auto ironico che invecchia meglio di molti suoi coetanei.


Gioiello del Nilo


Titolo: Gioiello del Nilo
Regia: Lewis Teague
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando Joan parte per il Nilo per accompagnare uno sceicco e scrivere la sua biografia, Jack non ci sta e, per gelosia, la raggiunge

Sequel molto meno fortunato e ispirato del precedente, appassisce presto per toni e ritmo con una storia confusa e alcune parti decisamente macchinose. Attori sempre in parte, anche se quell'atmosfera e quel guizzo per l'avventura cede il posto ad una regia molto più da mestierante. Teague d'altronde ha diretto poco e male, pesa anche una sceneggiatura scritta di fretta come per proseguire il successo al botteghino di un film che aveva dato molto e divertito parecchio.
L'idea della partenza dello Sceicco, il colpo di Stato, la gelosia di Jack, per assurdo è forse il primo atto a salvarsi, per un secondo e soprattutto un terzo dove c'è troppa carne al fuoco e ci si perde dietro una trama che non prendendo un'unica direzione draglia continuamente con il risultato finale di diventare noiosa, quasi una parodia di se stessa e di alcuni stereotipi, abbracciando la classica avventura a sfondo rosa già vista in altre produzioni cine-televisive

Triple Threat


Titolo: Triple Threat
Regia: Jesse V. Johnson
Anno: 2019
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

La figlia di un milionario finisce per essere il bersaglio di una squadra di assassini professionisti, ma un piccolo team di mercenari proverà a difenderla a tutti i costi.

Triple Threat è quel tipico esempio di action parecchio confuso a partire dai produttori, dai paesi che si sono trovati coinvolti a muovere i fili di questo film muscolare e caotico, di una parata di "star" del cinema di arti marziali e una sceneggiatura molto pasticciata con alcuni colpi di scena prevedibili. Per fortuna almeno il ritmo scorre che è una bellezza e l'azione bilanciata è coinvolgente seppur con più sparatorie che combattimenti. Scott Adkins comincia davvero a far paura per quanto si prenda sul serio pur essendo un fisic du role che ha dato il suo meglio con il lottatore russo interpretando Yuri Boyka, idem il suo socio di serie b, quel Michael Jai White perso negli ultimi anni in film di serie c.
Tradimenti, vendetta, poveri derelitti costretti a subire le angherie di un plotone di contractors corrotti. Insomma l'idea di partire quasi come un war movie, per prendere subito un'altra strada e far luce sui reali intenti del plotone d'esecuzione è roba assai abusata, un futile pretesto per creare quel senso di disperazione nei tre poveri protagonisti che si metteranno assieme in trame confuse per sgominare il crudele terrorista Collins.
Bisogna però analizzare il film e l'operazione commerciale per quello che è ovvero puro intrattenimento di genere, in questa dimostrazione, certo cercando di puntare su un minimo di trama che possa funzionare in cui dal secondo atto, siglata l'alleanza del terzetto, sarà tutto un fuggi fuggi dai mercenari e la difesa della figlia del milionario cinese.
Rimane decisamente diverso e peggiore delle saghe con le maestranze inserite, pensiamo solo a Raid Redemption per fare un esempio in cui lì c'era una violenza senza eguali e i combattimenti colpivano duro mentre qui l'aria commerciale e dovendo mettere d'accordo tutti i target crea un'altro tentativo andato a male.

sabato 1 agosto 2020

Flesh and Blood


Titolo: Flesh and Blood
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel 1501 il nobile Arnolfini conquista la fortezza con l'aiuto dei mercenari e del giovane Stephan, esperto nell'arte della guerra e promesso sposo della principessa Agnese. Quando Arnolfini si rifiuta di pagare, i mercenari esplodono con violenza e rapiscono Agnese. Toccherà a Stephen salvarla e sconfiggere i pericolosi mercenari comandati dal terribile Martin.

E ci troviamo al cospetto di uno dei registi più controcorrenti e rivoluzionari della sua generazione, l'olandese Verhoeven che ha saputo regalarci tanti bei film violenti e appassionanti passando da un genere all'altro con una facilità disarmante. La caratteristica del regista è quella di non abbassare mai il livello di sangue, gore e splatter in alcuni casi e rendendo spesso alcune azioni dei suoi personaggi di una violenza senza eguali. Flesh and blood è un dramma epico cavalleresco in costume girato in Spagna, ambientato nell'Europa orientale dell'anno 1501 che parla di balordi, re corrotti, prendendo strade interessanti e rendendo tutti i personaggi a loro modo coinvolgenti anche se tutti a loro modo rimangono detestabili dove ognuno pensa solo a se stesso liberando i suoi istinti e approfittando degli altri. E'una raccolta di barbarie prima al soldo del re, poi in una fuga per non soccombere a chi li ha traditi e infine l'occupazione di un castello e vivere di stenti tra violenza, ipersessualità, volgarità spinta e stupri (vediamo se gli angeli sanguinano..dice Martin prima di violentare Agnese)
Il bello dell'atmosfera è che non è niente affatto scontata, ognuno agisce seguendo la propria indole e i propri istinti e in parte seguendo "spiritualmente" i gesti della statua di San Martino che sembra sbucare dal fango e diventare il loro totem di riferimento prima della bestemmia finale.
Martin è l'anti eroe che tutti sognano, in parte con qualche valore rimasto lì a cercare di capire quale direzione prendere in particolare con l'arrivo di Agnese. E'un film che dimentica e trasfigura l'amor cortese mettendo in campo gesta anti eroiche e delirio allo stato puro.
Nell'ultimo atto avendo seminato tanto e raccogliendo di conseguenza il film fa un salto in avanti senza solo proporre il teatrino dell'esagerazione della corte di Martin ma in un disordine morale ormai giunto alla resa dei conti infila quel particolare sulla peste davvero intenso come a punire l'ignoranza e la superstizione con il giusto trionfo della scienza e della furbizia come in questo caso l'intelligenza del figlio del re, Stephan, forse l'unico vero buono e idealista del film.




Possessor


Titolo: Possessor
Regia: Brandon Cronemberg
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Possessor segue Tasya Vos, un agente che lavora per un’organizzazione segreta che utilizza la tecnologia degli impianti cerebrali per prendere letteralmente il controllo dei corpi di altre persone per commettere delitti. Il film si apre con la donna che sta compiendo un omicidio fallito e percependo alcuni strani effetti collaterali del lavoro. Data la sua fama ed efficacia come killer ‘pilotato’, il suo capo, Girder, decide di mantenerla operativa nonostante il sospetto che ci possa essere qualcosa che non va. Per il suo successivo incarico, Tasya viene così impiantata nel corpo ospitante di Colin Tate, un uomo senza famiglia ma destinato a sposare l’ereditiera Ava Parse. Nei panni di Colin, Tasya dovrebbe quindi uccidere il padre di Ava, John, ma si ritrova intrappolata in una ‘battaglia mentale’ non solo con se stessa, ma con l’uomo a cui è entrato nella testa.

Otto lunghi anni ci ha fatto aspettare Brandon Cronemberg per regalarci la sua seconda opera.
Film sci-fi, un fanta horror violento e allucinato, un body horror celebrale piuttosto ambizioso e fuori dagli schemi per un tipo di narrazione originale e una trama che seppur accostandosi ad un certo tipo di distopia rimane una delle più interessanti pellicole recenti sul controllo mentale e fisico. Anche se si fa aspettare il figlio del noto autore canadese si concentra nel cercare di metterci l'anima nel suo progetto scrivendo anche la sceneggiatura e cambiando di continuo gli stilemi e gli intenti del film, alternando continuamente registro e facendo in modo di entrare nel corpus di Tasya e Colin in un mix che troverà alcune scene davvero suggestive e grottesche.
Il film partendo come un thriller diventa poi qualcosa che si stacca dalla sua materia originale.
Tasya si rende conto di essere merce a sua volta percependo di non avere più quel controllo che le dava sicurezza e forza, così come i cambiamenti nella mente di Vos che non riesce a controllare più la propria indole violenta, iperstimolata dalle esperienze shoccanti e traumatizzanti a cui è costretta per entrare nel personaggio. Tutti questi momenti riescono peraltro ad essere scanditi da un montaggio complesso e forse unico nel suo genere.
Il pericolo di non avere controllo, il continuo impossessarsi di altri corpi e di altri pensieri, il peso dei ricordi, i continui cambiamenti di stati d'animo tali da non farci spesso capire chi stiamo osservando e perchè mettono in atto tali comportamenti.
Un film che mantiene un ritmo decisamente alto, ha continui colpi di scena e la meticolosità a livello tecnico ormai ha raggiunto la maturità consolidando uno stile e una politica d'autore che seppur con due film è riconoscibilissima. In più gli elementi visivi sono spesso una galleria di colori perfetti per una fotografia meticolosa e sporca e una soundtrack angosciante.
Se ci mettiamo poi un talento sottovalutato come Andrea Riseborough che non sbaglia mai un colpo e l'ottimo Christopher Abbott attorniati da attori tutti in parte, si evince come il film di Cronemberg jr segnerà un'altra svolta elevandosi ma rimanendo al contempo un tipo di cinema da festival, anti mainstream, anti commerciale, purtroppo anti cinema, aderendo ad un codice tutto suo e rientrando in quel filone di film difficilmente etichettabili.


A Sun


Titolo: A Sun
Regia: Chung Mong-hong
Anno: 2019
Paese: Taiwan
Giudizio: 4/5

Una famiglia di quattro persone viene distrutta quando il figlio più giovane viene mandato in un centro di detenzione minorile. Il figlio maggiore, che è sempre stato considerato la speranza della famiglia, prende una decisione che devasta i genitori.

Il quinto film di Mong-hong fa centro appieno rivelandosi un dramma famigliare, un noir che parte depistando lo spettatore con un paio di scene di amara vendetta davvero crudeli per poi rallentare e moderare i toni diventando un film che dalla strada, passa al carcere minorile, fino al cammino di redenzione, il revenge-movie e molto altro ancora.
In due ore e mezza il film si dipana su sentieri molto diversi ma tutti perfettamente collegati, rivelando parte degli intenti dei protagonisti e raccontando senza mezze misure una vicenda molto cruda e umana, un viaggio realistico di come si cerchi con tutte le difficoltà del caso di risorgere dalle ceneri senza aver fatto i conti con i debiti del passato e tutti i suoi aguzzini pronti a vendicarsi.
Le colpe che ricadono in primis sui genitori, la responsabilità di ritrovarsi ad aver messo alla luce un bambino senza saperlo, Mong-hong non abbassa mai i toni, anzi il dramma si dipana sempre in crescendo, fino ad impazzire verso il finale e dovendo trovare un climax potente per chiudere una faccenda che rischiava di far esplodere tutto. In più è incredibile notare come tutti i personaggi vengano caratterizzati e sondati fino alla radice, tra paure, invidia fraterna, scelte difficili, ricordi (la scena del figlio morto che appare al padre è commovente, oppure la rivelazione del marito nel finale a sua moglie) rendendo il film un'opera fortemente riflessiva ed emotivamente sconvolgente senza mai perdere i binari ma dimostrando una naturalezza impressionante.


Luck-Key


Titolo: Luck-Key
Regia: Lee Gye-byeok
Anno: 2016
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

La bizzarra avventura di un assassino professionista che diventa improvvisamente eroe nazionale dopo aver perso la memoria

Pellicole che partono dal pretesto dell'inversione di ruolo, al tema del doppio, alla perdita della memoria che generalmente crea situazioni di per sé esilaranti al cinema certo non mancano.
Qui in più c'è il recupero della memoria, la constatazione che tutto quello di diverso dalla propria vita normale è stato portato avanti nel frattempo e tutte le storie sembrano aver sondato diversi generi partendo sempre dalla commedia classica.
Lee Gye-byeok che non dirigeva un film da dieci anni avendo lavorato come assistente alla regia del grande Park Chan-wook, in questa storia che ha diversi cambi e manovre, dimostra un gradino in più nel saper giocare con lo spettatore in un film molto esilarante e divertente sapendo inserire anche toni drammatici al momento giusto. Luck-Key è fresco, colorato, divertentissimo, recitato al top da tutti gli attori, un film che mostra l'esercizio del cinema e la distribuzione dietro quando il nostro protagonista verrà scelto come attore, riesce ad essere sempre coinvolgente nelle tragiche avventure dell'altro protagonista che cerca nella prima scena di togliersi la vita per poi ritrovarsi nel lusso dello spietato killer in quell'incidente nella sauna gustosissimo.
E'un film che riesce ad essere delicato con l'avvicinamento di Hyung-Wook a Rina e alla sua famiglia che lo accudiscono facendolo lavorare nel loro ristorante dove Wook tirerà fuori i suoi colpi da maestro, ci sono incursioni nel thriller con la trama di Eun-ju che in quanto testimone deve essere protetta, ma al tempo stesso scappare dai suoi aguzzini, ci sono killer spietati e un'armonia di fondo nel saper gestire i generi, i dialoghi e il ritmo davvero interessante e misurato.
Un film che non smette mai di stupire e intrattenere con tante scene indimenticabili, dove forse a dover trovare qualche pecca c'è la sceneggiata poco prima del finale creata ad hoc dai tre protagonisti per far perdere le tracce ai killer che li seguono.

An Ethics Lesson


Titolo: An Ethics Lesson
Regia: Myung-rang Park
Anno: 2013
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Jung-Hoon conduce una doppia vita: di giorno è un poliziotto onesto e diligente, di notte spia la sua bella vicina di casa Jin-A attraverso telecamere nascoste nel suo appartamento. Una sera è testimone di un efferato crimine: Jin-A viene strangolata a morte. Diviso tra il dovere di informare la polizia e il timore per la propria libertà, si troverà immischiato con gli altri uomini coinvolti nella vita e morte di Jin-A.

Ormai la Corea del Sud da anni è maestra nel trasporre qualsivoglia genere cinematografico abbia tra le mani.
Il plot narrativo dell'esordio al lungometraggio di Park è fenomenale per tecnica, messa in scena, numerosi spunti degni di nota, maestranze con una fotografia eccellente e un montaggio atemporale funzionale per questo tipo di narrazione con questa partita a quattro e un quinto incomodo.
Il racconto criminale corale con molteplici punti di vista e montaggio temporale disordinato è sempre stato un mood perfetto dove far crescere l'atmosfera ansiogena e la suspance già dai tempi di Kurosawa. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni tentativi americani quasi sufficienti ma niente a che vedere per come viene tessuta la trama e il mistery nel cinema orientale. Proprio un'altra scuola da sempre. Qui i personaggi sono tutti squallidi e meschini, c'è una combinazione di divertimento e perversione veramente originale, partendo da un thriller di stampo classico arrivando ad essere quasi un pulp nei territori dello humor nero e forse l'unica pecca un finale tirato troppo per le lunghe.


Voglio mangiare il tuo pancreas


Titolo: Voglio mangiare il tuo pancreas
Regia: Shin'ichirô Ushijima
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

La giovane Sakura è gravemente malata e non le restano molti giorni da vivere, ma nessuno lo sa. Finché il timido e introverso Haruki non lo scopre, in maniera del tutto casuale. Tra i due nasce un complicato rapporto di amicizia, che insegnerà molto a entrambi sulla vita e sull'affetto reciproco

L'esordio di Ushijima è davvero un film intenso e particolare in grado di far riflettere lo spettatore intrecciando coming of age, viaggio di formazione, commedia sentimentale, melò adolescenziale e altro ancora. Un film con un titolo così assurdo in grado di commuovere, far sorridere, con una storia molto drammatica ma al contempo assurda se pensiamo all'indole del carattere di Sakura o al colpo di scena finale del film oppure la sequenza nella stanza d'albergo di loro due assolutamente originale e mai scontata. E'un'opera minimale, assorta da un'atmosfera profonda e struggente, una favola romantica come non ti aspetti dove tutte le risposte e i comportamenti dei due protagonisti avvengono in modo da spiazzare completamente ogni classica attesa.
Questa fiaba moderna riesce a far provare sentimenti ed emozioni sempre diverse, con una saggezza nel descrivere i gesti dei suoi protagonisti davvero toccante e di una naturalezza quasi innaturale. Due personaggi così opposti ma uniti a voler dare una svolta ad una solitudine che li sta divorando rischiando di renderli degli outsider a tutti gli effetti.
Sakura e Haruki impareranno che la vita è soprattutto frammentare con qualcuno di speciale dolore, felicità ed affetto senza trattenersi dando importanza a dei piccoli gesti come un abbraccio, un sorriso, o la lettura di una mail.


47 metri uncaged


Titolo: 47 metri uncaged
Regia: Johannes Roberts
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Yucatan, Messico. Mia e Sasha, sorellastre, non vanno molto d'accordo. Mia è introversa, timida e viene bullizzata a scuola. Sasha è sicura e disinvolta e anche un po' infastidita dall'atteggiamento passivo di Mia. Il fatto che la famiglia si sia dovuta trasferire in Messico a causa del lavoro del padre, che si occupa di ricerche archeologiche sottomarine, non aiuta Mia, che si sente fuori posto. Per favorire l'intesa tra le sorellastre, il padre compra loro i biglietti per un'escursione su una barca dal fondo vetrato per vedere gli squali. Ma Sasha ha un'altra idea e, con le amiche Alexa e Nicole, trascina Mia sino a un laghetto nascosto da dove si può accedere alla città sommersa dei Maya, sede, da un altro accesso, delle ricerche del padre. Adeguatamente attrezzate, le ragazze si immergono nelle caverne sottomarine, ma gli squali le attendono.

Sequel del fortunato 47 metri, Uncaged è un gradino superiore, trait d'union la stessa regia di Roberts ormai affezionato all'horror. Un film con tante figlie d'arte da Corinne Foxx, Sistie Rose Stallone e poi che non c'entra niente ma il nome è strambo Khylin Rhambo.
Citta maya nascosta sotto i fondali marini, due sorellastre che diventeranno inseparabili dopo aver vissuto il peggio, più personaggi per aumentare le morti e i colpi di scena nonchè il clima ansiogeno, una spedizione che finirà molto male, squali bianchi cechi abbandonati in quel regno dimenticato dove non ci si riesce a capacitare dove trovino il cibo e statue nei fondali che crollano appena una di loro ci si appoggia contro. La tensione nel film è alta, lo squalo arriva dopo ed è un bene (come la vecchia scuola insegna) tutta la suspance legata al livello di ossigeno è ottima come la scelta del ritmo, lento e molto d'atmosfera, senza lesinare le scene d'azione ma immettendone poche e funzionali soprattutto nel terzo atto.
Se i dieci minuti finali sono la parte più bella, quel momento poco prima dove tutte loro quattro più il padre della protagonista si troveranno come esche in mezzo a due squali giganti (per tutto il film era uno, poi nel terzo atto aumentano) e correnti marine di una potenza devastante, devo dire che il divertimento e l'ansia sono assicurati per un survival movie davvero ben diretto ad alzare l'asticella di un'estate con pochi shark movie.




Eclissi letale


Titolo: Eclissi letale
Regia: Anthony Hickox
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo aver visto ridotto in fin di vita il collega Jim Sheldon nel corso di una azione per liberare degli ostaggi, il poliziotto Max Dire se lo ritrova poco dopo al suo fianco, agile e forte più che mai. Insospettito da quella guarigione miracolosa, indaga un po' in giro, e grazie anche all'aiuto della bella Casey Spencer, Max scopre l'esistenza di un dipartimento segreto della polizia, guidato dal detective Garou, i cui componenti fanno uso di una potente droga che di notte li trasforma in lupi mannari. Quando si unisce al gruppo, di cui fa parte anche Casey, Max si accorge che tutti i buoni sono lupi, ma che non tutti i lupi sono buoni

Tra i b-movie che si tuffano nei generi scanzonati, ignoranti al punto giusto ma mai banali e pieni d'azione e di ritmo, uno dei cult rimarrà sempre Sbirri oltre la vita dove macchinari che riportavano in vita uomini che diventavano mostri era il top. Qui abbiamo poliziotti mannari, una bella idea col siero che serve a renderli così forti e spietati e ricavato dal cervello del suo capo che la fornisce ai suoi seguaci. Diciamo che l'azione è sfrenata, ci si prende anche qui poco sul serio, ma il film ha davvero un ritmo incredibile già dall'inizio, grazie anche ai suoi toni ironici senza troppe pretese. Un manipolo di "super eroi" sbirri mannari che di notte vanno a ripulire la feccia tenuti assieme da un leader particolarmente stronzo già così ha un aura pregevole per alcuni effetti speciali ottimi e quintalate di scene d'azione. Certo in casi come questi la sospensione dell'incredulità è la prassi così come uno script davvero ignorante nella sua pochezza e approssimazione dove gli eventi accadono per caso senza reali legami di causa-effetto e ciò che più sbalordisce è l'impassibilità di chi vi assiste come nella scena del matrimonio di uno della banda. Il film da noi in Italia venne vietato ai minori di 18 anni dopo lunghe discussioni tra la Eagle Pictures (detentrice dei diritti di distribuzione) e la commissione di censura, che vi ha ravvisato pericolose "leggerezze sociali".

Last Lovecraft Relic of Cthulhu

Titolo: Last Lovecraft Relic of Cthulhu
Regia: Henry Saine
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jeff, un ragazzo non troppo brillante, scopre di essere l'ultimo discendente ancora in vita del famoso scrittore horror/fantastico Howard Phillips Lovecraft. La sua esistenza inizierà a complicarsi quando si renderà conto che i mostri di cui scriveva il suo antenato non sono affatto delle invenzioni letterarie, ma decisamente reali e a lui vicini. Jeff e due suoi amici si ritroveranno costretti a proteggere un'antica reliquia aliena affinché non cada nelle mani sbagliate, liberando così un male antico e incontrollabile, Cthulhu.

Una comedy horror che si prende alla leggera, un b-movie che dalla sua ha qualche buona idea, un low budget così risicato che basta vedere il make-up dei mostri alcuni con delle tute di gomma brutte e davvero assurde facendo in modo che qualsiasi tipo di atmosfera macabra muoia sul nascere.
Ingenuo ma non così banale, sembra la risposta ignorante ai film di Edgar Wright ovviamente qui è tutto sontuosamente scadente dal cast, alla messa in scena, all'azione a volte estremamente ridicola soprattutto quando entra il nerd fan di Lovecraft. Alcuni spunti sono divertenti come il capitano Olaf che lascia la mappa che i protagonisti seguiranno e che ha deciso di barricarsi in una roulotte nel deserto dopo essere stato violentato da alcuni pesci nascondendo un seguace di Cthulhu, così come la setta e il gruppo all'inizio dei custodi dell'antica reliquia che con il loro capo il cui make up fa sempre schifo vuole liberare il suo padrone e ucciderà chiunque osi fermarlo.
C'è una parte d'animazione, il momento più bello del film, che spiega la storia di come nacque tutta la storia dai Grandi Antichi fino a Cthulhu e l'importanza della reliquia.


Magari

Titolo: Magari
Regia: Ginevra Elkann
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Alma, Jean e Sebastiano sono tre fratelli molto legati tra loro che vivono a Parigi, nel sicuro ma bizzarro ambiente alto borghese della madre di fervente fede russo–ortodossa. La mamma decide di mandarli per qualche giorno da Carlo, il padre italiano, assente e completamente al verde. Lui, aspirante regista, non sa badare a sé stesso e ancor meno ai figli. I tre ragazzi sono costretti a passare le vacanze di Natale insieme a lui e alla sua assistente – nonché fidanzata – Benedetta.

Complicata vicenda d'amore attraverso lo sguardo di tre fratelli in particolare Alma e il suo flusso incessante di ricordi e pensieri. Un film minimale, molto personale, un'analisi lucida e con un impiego di una tecnica molto ricercata per un film che sembra una fotografia del passato.
Tra attori francesi e italiani si danno tutti man forte per dare linfa e poesia a una narrazione che mostra così tanti stati d'animo e il potere della famiglia e i legami che non spariscono lasciando cicatrici forti. Un film coraggioso che non risparmia un paio di scene di sesso, Benedetta che si lascia andare con Sebastiano, un linguaggio che non disdegna parolacce e momenti di rabbia tra Carlo e i suoi figli, rendendo l'atmosfera sempre pungente e sull'orlo di un dramma o un incidente che avviene sì ma in maniera velata come a puntare all'unione famigliare più che alla tragedia.
Magari come il titolo suggerisce è quell'intercalare che viene spesso usato e abusato dai suoi protagonisti più grandi che piccoli, più giovani-adulti che altro, diventando una sfrontata risposta a tutto quello che non va come dovrebbe ma che alla fine si lascia correre.
“Un film sull’idea di famiglia, non sulla famiglia” ha espressamente dichiarato la regista, descrivendo e convincendo con un film che non si prende troppo sul serio ma nella sua flebile ambizione riesce dove molte commedie sulla famiglia crollano, ovvero riuscire ad essere vero, sincero, diretto e commovente.

Pronti a morire

Titolo: Pronti a morire
Regia: Sam Raimi
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il dispotico ras di Redemption organizza un torneo a eliminazione di sedici duelli alla pistola.

Sam Raimi è un regista che stimo molto avendo dato vita a capolavori intramontabili e cult di tutto rispetto. Come molti autori ha avuto un incursione nell'universo Marvel prendendosi le sue giuste distanze, dimostrando di saper essere un artista in grado di sguazzare perfettamente tra film d'azione e horror originali e pieni di ritmo o come in questo caso omaggi profondi e di solo intrattenimento e non così originali come darsi allo spaghetti-western.
Pronti a morire a parte essere una parata di star è un film in fondo già visto con un torneo tra pistoleri per vedere chi sia il migliore, con l'antagonista perfido e glaciale (Hackman che vola alto sopra tutti gli altri attori) facendo una sorta di ricalco parodistico sui film di Leone in primis e attingendo a piene mani dai classici stereotipi del genere, riproponendo formule già viste con tanta azione fracassona, buchi nelle teste e di fatto un ritmo che non rallenta mai dando almeno azione a profusione a raffica senza mai fermarsi per quanto i personaggi siano molto stereotipati e i dialoghi tagliati con l'accetta.
Pur non dicendo molto, riesce ad essere semplice, d'effetto e divertente, vedere così tanti buoni attori fa sempre piacere, in più era uno dei momenti in cui Sharon Stone (una delle più belle attrici del cinema di sempre) era lanciatissima in carriera arrivando a co-produrre il film di cui è protagonista assoluta.

Infedeli

Titolo: Infedeli
Regia: Stefano Mordini
Anno: 2020
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Le peripezie amorose di cinque uomini, ognuno di essi alle prese con mogli, fidanzate, amanti. Cinque storie brevi raccontate con uno sguardo irriverente e divertito, ma anche lievemente amaro, sull'amore.

Infedeli è un film divertente e recitato anche in maniera decorosa dalla sua piccola galleria d'attori.
Scamarcio ormai attore feticcio di Mordini, Gallo e Mastrandrea che sembrano giocare sui propri ruoli e la Chiatti forse quella che stona meno regalando una performance dignitosa.
Il problema grosso è l'intreccio narrativo, scene lunghissime che sembrano improvvisate, un plot narrativo che cerca di trovarsi da solo le complicazioni, situazioni stereotipate e già viste in ogni salsa, con le rivelazioni dei tradimenti di una coppia frustrata (Mastrandrea/Cervi), il bisogno di nascondere l'evidenza imbastendo un teatrino per illudere la moglie (Scamarcio/Chiatti) e poi quel capitolo iniziale (Gallo/Fois) diretto proprio male con l'espressione di lei nell'aereo e quella scena che sembra da denuncia per come è stata montata e sembra far parte dei cinepanettoni.
Un remake del remake partendo dai MOSTRI di Risi, continuando con la commedia francese e infine con questo film che da l'impressione di essere stato girato con molta fretta lasciando il cast libero di scimmiottare e finendo per diventare parodie di loro stessi anzichè mostri ordinari diventando a tutti gli effetti chi più chi meno fenomeni da baraccone straordinari.
L’obiettivo del film, come quello del suo originale, è di demistificare il machismo ma lo fa male e in maniera lungimirante dal cercare di trovare qualche risposta che non sia già stata detta, una saga del già visto e sentito soprattutto nei dialoghi in salotto dopo la cena di Mastrandrea/Cervi, dove lui sembra sciorinare dei luoghi comuni e degli stereotipi sulla donna da tardo Medioevo che davvero non si possono sentire. Manca la materia prima, la sostanza, il resto è fumo. Fumata nera.

Mery per sempre

Titolo: Mery per sempre
Regia: Marco Risi
Anno: 1989
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un insegnante di quarant'anni appena divorziato accetta di lavorare nel carcere minorile Malaspina. L'uomo cerca di instaurare un nuovo rapporto con i giovani detenuti, ma i suoi sforzi vengono ostacolati dai più riottosi di essi e dal direttore della prigione che non approva i metodi permissivi del nuovo venuto. Alla fine però i fatti danno ragione all'insegnante.

Risi a parte aver sondato il malessere giovanile con RAGAZZI FUORI e IL BRANCO con il film in questione ha cercato di fare un certo tipo di cinema politico e di denuncia soprattutto negli ultimi anni anche se il suo capolavoro rimane Ultimo Capodanno tratto dal romanzo di Ammaniti.
Un regista che ha saputo parlare di drammi sociali, diseguaglianze, corruzione, mafia e politica e poi ha girato quella commedia grottesca davvero ironica e recitata da una galleria di attori tutti in parte. 
Qui la location è il carcere minorile, i temi sono il disagio giovanile, l'accettazione del diverso (Mery) interpretata da Alessandro diventata poi Alessandra Di Sanzo.
Risi riesce a fare un ottimo lavoro in un film per certi versi neorealista con un cast misuratissimo e funzionale alle esigenze con quei ragazzi che troveremo anche nei film successivi e dando grande margine di sfogo a Michele Placido. La bravura del regista consiste nel proporre situazioni anche di per sé scabrose come quando il professor Marco Terzi bacerà proprio Mery in bocca e momenti assai pesanti come gli scontri tra i detenuti o la scena in cui Natale sporca con il pennarello il viso del professore (scena per altro molto lunga e lenta) con allusioni e tocchi misurati che lo rendono un piccolo miracolo tra i film che trattano questo fenomeno. 
Il degrado di Palermo è connotato da un pessimismo di fondo che accompagna la narrazione delle varie vicende di questi ragazzi costretti per motivi diversi a dover convivere all'interno del carcere Malaspina del capoluogo siciliano. 
Un luogo poco accogliente a giudicare dagli interni nonché dalla violenza a tratti smisurata delle guardie carcerarie. Finale drammatico con la morte di Pietro che non vediamo ma con l'happy ending di quella lettera di trasferimento strappata.

Fatal Fury 1 - La leggenda del lupo famelico


Titolo: Fatal Fury 1 - La leggenda del lupo famelico
Regia: Hiroshi Fukutomi
Anno: 1992
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Il padre di Terry Bogard è stato assassinato da un uomo di nome Geese Howard allo scopo di recuperare un antico manuale sulle arti marziali. Crescendo, Terry è spinto dall'odio a voler vendicare la morte del padre ma deve vincere i propri sentimenti per completare la propria formazione e diventare un valoroso guerriero.

Sembra una brutta copia di STREET FIGHTERS dove i due fratelli assomigliano per diversi aspetti a Ryu/Terry, il preferito dal maestro, quello più spirituale e moderato e Ken/Andy decisamente più impulsivo e rancoroso. Due strade diverse dove faranno le loro esperienze mettendo in luce la loro indole per diventare sempre più forti e infine la sacra mossa finale insegnata ad uno di loro dal loro maestro. In tutto ciò con una trama davvero scontata e ridotta all'osso dove tutto è tranquillamente telefonato, entra in scena anche Joe Hisashi e sicuramente il momento migliore del lungo d'animazione è il torneo di arti marziali a differenza del combattimento finale con l'acerrimo nemico Geese e il personaggio di Lily che seppur abbozzato non gode di happy ending morendo male nel finale.

Art of Fighting-L'occhio di Sirio


Titolo: Art of Fighting-L'occhio di Sirio
Regia: Hiroshi Fukutomi
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Ryo e Robert sono due amici per la pelle con la passione per le arti marziali. E mai avrebbero immaginato che la loro amicizia e la loro passione sarebbero tornate così utili. Tutto inizia sempre dal molto piccolo: un gatto siamese da riportare alla ricca proprietaria, un acrobatico inseguimento sui cornicioni per riacciuffare l'ostinato felino che porta fino ad un appartamento pieno di primitivi armati fino ai denti... E così Ryo e Robert vengono coinvolti in una storia maledettamente complicata al centro della quale si trova il favoloso Occhio di Sirio!

Ennesimo segmento della saga di ART OF FIGHTING. Questo come altri è una specie di costola appassita che cavalcava il successo degli anime a quei tempi, mettendo in scena due protagonisti mai così diversi esteticamente da quelli dei videogiochi per una storia molto semplice e un mediometraggio di 40'.
Anche l'animazione è meno curata, il budget è minore, il ritmo nonostante tutto si sforza di riuscire ad essere incalzante con il risultato che i combattimenti sono flosci tolto forse la sfida finale con il braccio destro del boss, una bionda che sa il fatto suo. Non si salva molto, i dialoghi sembrano improvvisati, l'equivoco iniziale come incidente scatenante è debole e non ha molto senso e poi il solito rapimento della sorella di Ryo nonchè futura ragazza di Robert per ottenere un diamante nascosto in un freezer è semplicemente ridicola.


lunedì 27 luglio 2020

In Fabric


Titolo: In Fabric
Regia: Peter Strickland
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un'ondata di disgrazie affligge i clienti di un grande magazzino che, durante il periodo di vendite invernali, entrano in contatto con un abito maledetto. Passando da una persona all'altra, il vestito porterà con sé devastanti conseguenze...

Strickland è un regista che ho sempre amato, seguito e tenuto d'occhio vista la sua politica d'autore così ambigua, personale, grottesca e stratificata. Una filmografia complessa in cui ha sempre scelto strade tortuose e plot narrativi mai banali e decisamente controcorrenti, in grado di evolvere le menti degli ignari spettatori che ogni volta non sanno con cosa dovranno confrontarsi.
Pochi film ma tutti decisamente al limite. Duke of BurgundyBerberian Sound StudioKatalin Varga, l'episodio finale e forse il più bello di Field guide to evil.
In Fabric assieme all'episodio della guida al diavolo, può essere annoverato come una sorta di horror soprannaturale, una ghost story atipica, post contemporanea, attuale quanto complessa e stratificata e politicamente molto impegnata a cercare di dare un suo personale parere sul consumismo e i suoi effetti perversi e le conseguenze inattese.
Se da un lato la componente erotica è sempre molto forte quanto elegante, l'assurdo d'altra parte trova una collocazione comoda e coerente con le vicende legate al vestito che fluttua e per cui chi lo indossa se ne trova prigioniero diventando una sorta di marionetta condannata a distanza dalla demoniaca capo commessa, la sinistra officiante del rito dei saldi. Glamourizzando il terrore ed estraendo da esso attraverso una messa in scena visiva eccellente tutto il potenziale estetico, dalla mortifera bellezza a momenti di totale non sense come la scena della lavatrice per siglare il grottesco oppure il rituale delle streghe nel negozio d'abbigliamento. Come sempre poi l'aspetto esoterico entra in gioco per fare sì che sia l'oggetto a dominare la persona e non il contrario.
Strickland si fa aspettare ogni volta ma quando esce deraglia sempre con incursioni, omaggi al cinema, e tanto altro ancora che lo rendono un talento irregolare e non omologabile.

Exit


Titolo: Exit
Regia: Sang Geun Lee
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Quando Seoul viene invasa da un gas tossico, il mantenuto e disoccupato Yong-nam si dimostrerà un eroe

L'esordio di Sang Geun Lee è stato distrutto dalla critica come se fosse una commedia banale e con un protagonista già visto e rivisto. In parte è vero, i connotati del film sono quelli del disaster movie, dell'action improvvisato, del dramma attorno a un gas tossico creato in laboratorio per vendicarsi di una intera comunità, delle moderne tecnologie e i loro impieghi (in particolare i droni), dell'importanza della famiglia, di un amore che sembrava non corrisposto ma che arriverà grazie all'atto eroico e molto altro ancora.
Con una tecnica come sempre infallibile dei coreani, qui si toccano vette davvero altissime, con una produzione incredibile per costi, comparse, strade e grattacieli intrappolati dal gas, macchine del fumo come se piovessero e tanta, tanta azione e suspance.
Exit è una metafora molto interessante, il sacrificio di una metropoli per una sorta di vendetta personale (tra l'altro l'antagonista si vede solo all'inizio quando liberà il gas tossico), le ricerche in laboratorio senza controlli in grado di generare qualsivoglia specie di gas o virus radioattivo o esseri mostruosi come il bellissimo Host di Joon-ho Bong anche se il film aveva più un lato eco revenge.
Exit parte dal parco, continua nelle mura domestiche, procede e prende vita alla festa nel hotel per poi arrampicarsi su grattacieli immettendo l'elemento dell'arrampicata e il free-climbing come risposta all'unica possibilità di sopravvivenza dei suoi due protagonisti. Il film procede in un crescendo di ritmo instancabile e di scene madri che vedono Yong-nam e Eui-joo impegnati in sfide sempre più estreme che sfociano in un climax a base di droni e montaggio iper-cinetico degno dei migliori action coreani che ormai da anni brulicano nei festival senza purtroppo avere mai distribuzione da noi in Italia.
I continui contrasti tra dramma e ironia, con il nostro protagonista nel suo cammino di redenzione sacrificandosi per salvare la famiglia e i parenti risulta sempre uno stereotipo che se calibrato bene, come in questo caso, riesce a diventare interessante e originale, immettendo ingredienti in grado di mantenere ritmo e interesse cadendo in qualche trappolone legato al fatto di voler eccedere nei tentativi di salvataggio verso i terzi che Yong-nam cercherà di portare a termine da bravo e improvvisato paladino della giustizia.

Beasts Clawing At Straws


Titolo: Beasts Clawing At Straws
Regia: Kim Yong-Hoon
Anno: 2020
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

I destini di quattro miserandi si intrecciano e il colore dei soldi diventa il rosso del sangue in un puzzle di vite grottesche.

Kim Yong-Hoon al suo esordio assoluto dimostra un coraggio e una capacità notevole nel saper gestire storia e piazzare la mdp in maniera davvero formidabile. I film con una struttura a incastro non sono moltissimi e spesso viste le diverse storie e gli intrecci rimangono difficili da gestire facendo sì che alcune risultino più accattivanti rispetto alle altre.
Tra ricchi colpi di scena, deviazioni inaspettate, un ritmo e una tensione che non vacillano mai, il film tende a rendere tre storie apparentemente distinte, facendole incrociare in maniera complessa e appagante.
Donne a capo di bordelli spietate e ancora innamorate dei loro ex, boss disposti a tutto pur di ottenere questa fantomatica valigetta piena di soldi, uomini indebitati dopo che la loro ragazza è fuggita con l'incasso di uno strozzino, giovani amanti, ragazzi disposti a tutto, mariti violenti, miserandi umili che fanno pulizie o lavorano all'interno di una sauna alle dipendenze di capi spregevoli.
Una valigetta, il colore dei soldi che diventa il rosso del sangue in questo puzzle di vite grottesche con un sapore coinvolgente, cambiando toni e atmosfere di continuo, capace di coniugare le tipiche atmosfere del thriller coreano a una verve ironica caustica e spiazzante, dove grottesco e black humor convivono magnificamente. Dal secondo atto il film cresce di continuo senza mai lasciare strade aperte. L'happy ending è torbido regalando colpi di scena e momenti inattesi nonchè conseguenze impreviste inaspettate delineando un quadro sempre più chiaro e preciso nella messa in scena non cronologica dove passato e presente ballano costantemente sul filo del rasoio e questa forse è la caratteristica più interessante e originale del film.

Borghese piccolo piccolo


Titolo: Borghese piccolo piccolo
Regia: Mario Monicelli
Anno: 1977
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

Un impiegato al ministero ha un figlio ragioniere e una moglie casalinga. C'è un concorso i cui vincitori verranno assunti al ministero, però saranno uno su cinquanta. Allora l'impiegato le prova tutte, arriva persino a farsi massone. Pare abbia trovato la strada buona, quando il figlio viene ucciso da un rapinatore. Il padre riesce a trovare l'assassino, lo lega a una sedia con un fil di ferro e lo tortura giorno dopo giorno, finché quello muore

Verdone in una maschera drammatica è stata una scelta astuta per un personaggio così tipicamente italiano e corrotto nel dna come tutti i suoi simili in una borghesia piccola e viscida che cerca sempre di trovare una complicità nella raccomandazione e nel farsi i favori arrivando addirittura a diventare massoni.
Un film complesso, ottimamente recitato dalla sua galleria di comprimari e figuranti, trasfigurando la narrazione dopo l'incidente straziante dove muore il figlio, leggermente imbranato, di Giovanni Vivaldi e diventando una sorta di revenge movie con tanto di torture finali e morti una dopo l'altro (quella della moglie di Vivaldi, Amalia è forse ancora più amara e complessa).
Un film che parla di cosa ci si aspetta da questo paese quando si hanno le conoscenze giuste, del fatto che per i figli non venga presa in considerazione la meritocrazia, un servilismo mellifluo, l'inchino di fronte ai superiori per ribadire i ruoli.
Monicelli inquadra perfettamente la quotidianità di un personaggio che non sembra vedere l'Italia e i suoi cambiamenti attorno, relegato nel suo microcosmo dell'ufficio e facendo sempre le stesse cose con una rigida monotonia. Tutto questo appare ai suoi occhi come una sorta di piccola apocalisse quando il figlio muore e Vivaldi apprende che sta succedendo qualcosa nel suo paese, che esistono tensioni sociali e si sta sprofondando negli Anni di Piombo e così quella stessa politica corrotta che lui inneggia e contempla a manifesto sembra proprio per una sorta di contrappasso ritorcersi contro ciò che da sempre un padre ama di più, il proprio figlio.