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giovedì 23 marzo 2017

Brimstone

Titolo: Brimstone
Regia: Martin Koolhoven
Anno: 2016
Paese: Olanda
Giudizio: 3/5

Alla fine del XIX secolo, nel west statunitense, Liz, una giovane di vent'anni, conduce un'esistenza tranquilla con la famiglia. La sua serenità viene sconvolta il giorno in cui un sinistro predicatore le fa visita. Si tratta dello stesso uomo che sin dall'infanzia la insegue inesorabilmente.

Brimstone è un western cupo e nero intriso di una misoginia e di un'atmosfera crepuscolare e sadica. Koolhoven sembra ispirarsi ad eventi tragici che riportano al tema delle violenze sulle donne in un periodo in cui soprattutto il dovere e il potere dell'uomo e di Dio si sfidavano in un bel braccio di ferro in cui il tasso di perversione era altissimo con un capitolo sull'incesto (Genesi) davvero pesante. Le Badlands, sono da sempre una delle regioni più inospitali degli Stati Uniti d’America, in quel XIX secolo teatro dei più celebri e apprezzati western sanguinosi e non, diventando lo scenario perfetto per una storia di violenza e dannazione che parla in fondo della storia di due nuclei familiari. Il difficile lavoro di fotografia e la luce scura per tutto l'arco del film, così come l'accurata scelta dei costumi e del trucco pesante ma non eccessivo, riesce a creare una inquietante tensione ben dosata dal buon cast e da alcune importanti anche se sprecati co-protagonisti. E'un altro film in cui è di nuovo la violenza a fare da padrona con scene disturbanti e sanguinolente senza farsi mancare eviscerazioni, lingue mozzate e cadaveri dati in pasto ai maiali.
Apocalisse - Esodo - Genesi - Castigo: in quattro lunghi capitoli che strategicamente rifuggono l'ordine cronologico temporale della storia, Brimstone traballa alla ricerca di un equilibrio che non riesce a trovare portando a casa tanti bei momenti intensi e originali arrivando però a torturare troppo lo spettatore come il Reverendo fa durante tutto l'arco del film.
Come REVENANT, film sopravvalutato dal punto di vista tematico, è di nuovo la storia di un uomo (un Reverendo) che per tutto il film da la caccia a una madre del West muta e con una storia di violenza alle spalle. Un revenge-movie che usa il western e coglie alcune venature horror.



venerdì 18 novembre 2016

In a Valley of Violence

Titolo: In a Valley of Violence
Regia: Ti West
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel 1980 un vagabondo di nome Paul arriva in una piccola città per vendicarsi contro i teppisti che hanno ucciso una persona a cui lui era molto affezionato. Mary Anne ed Ellen, le sorelle che gestiscono un albergo nel paese, staranno dalla sua parte e faranno di tutto per aiutarlo nell'impresa.

Sembra che negli ultimi anni, soprattutto in America, ci sia una corsa all'oro. Come se il western post-moderno fosse diventato il petrolio, diventando un nuovo sotto-genere a cui ridare linfa e instilare codici e registri narrativi diversi e complessi. I casi di recente, fortunati e che hanno saputo dare risalto ad un genere quasi morto, sono davvero molti.
In a valley of violence purtroppo è uno di quei film che sulla carta potevano creare un certo margine di interesse, almeno per gli attori e per la regia molto action, ma che invece dimostra di essere uno dei film più fiacchi e vuoti, nonchè in diversi momenti imbarazzante, di quest'anno.
A cercare di dare una nuova linfa al genere c'è il conosciutissimo Ti West, giovane e addetto all'horror che ha saputo girare qualche interessante film, ma che probabilmente voleva dare la prova di essere in grado di cimentarsi anche con i cow-boy (pessima scelta).
Tutto non funziona nel film. Dal cast caratterizzato malissimo senza nessuno spessore ma in cui predominano gli stereotipi, Hawke non solo non ci crede ma probabilmente dopo i MAGNIFICI SETTE e avendo sperimentato molto ha deciso di regalare una performance dell'eroe solitario.
Paul arriva in un villaggio per vendicarsi di cosa...della morte del suo cane e chi trova...quattro assi di legno tenute in alto da quattro chiodi e con una popolazione che non arriva a dieci abitanti.

In più l'azione è imbarazzante, i dialoghi tra Paul e il cattivo di turno, un John Travolta patetico e che probabilmente non si rende conto dove sia finito e cosa stia facendo e la ciliegina sulla torta, senza contare i camei imbarazzanti di gente interessante come Larry Fessenden  

martedì 15 novembre 2016

Magnifici Sette

Titolo: Magnifici Sette
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La piccola comunità di Rose Creek ha un problema: si trova in una valle che si rivela essere un consistente bacino minerario. Il magnate Bartholomew Bogue ha deciso di appropriarsene senza porsi alcun tipo di scrupolo, lasciando alla popolazione tre settimane per decidere se accettare un risarcimento da fame per i terreni espropriati o farsi uccidere. Emma Cullen, che si è vista uccidere dagli uomini di Bogue il marito, lascia Rose Creek con un proposito ben preciso: trovare qualcuno che accetti, dietro compenso, di difendere i suoi concittadini. Lo trova in Sam Chisolm, un funzionario statale il cui compito è rintracciare e mettere in condizione di non nuocere pericolosi criminali ricercati. Una volta accettata la proposta Chisolm progressivamente convincerà altri uomini ad unirsi a lui. Bogue è però pronto a scatenargli contro un volume di fuoco davvero imponente.

L'amarezza è cosa nota quando ci si avvicina al cinema di genere americano troppo commerciale.
I rischi sono sempre direttamente proporzionali alle delusioni.
Che siano remake, reboot, qualsiasi formula in generale se non viene data in mano a qualcuno che ci sappia fare con talento e intenti, rischia di diventare mera paccottiglia, ovvero un action movie in cui si può spegnere tranquillamente il cervello senza sforzi e non perdere nessuna delle sotto-trame che il film non riesce nemmeno a confezionare.
Fuqua è un regista che gira tanti film, quasi tutti commerciali e d'azione. Ancora non si capisce bene se il suo cinema sia dichiaratamente reazionario oppure no. Di certo siamo lontani da quel TRAINING DAY che dava risalto e brio all'estro del regista e che faceva sperare che non accettasse alcuni film dichiaratamente fastidiosi e insulsi come ATTACCO AL POTERE, SHOOTER e L'ULTIMA ALBA.
I Magnifici Sette è un'altra di quelle scelte che potevano benissimo evitare di essere prodotte, non tanto perchè non abbia un senso, ma perchè il western del'60 diretto da Sturges era a sua volta un film nel film, omaggiando e strizzando l'occhio a Kurosawa e altri cineasti e senza stare a farsi pipponi sulle diversità culturali, ingranava la marcia proprio in alcuni sotto-testi che questo remake probabilmente nemmeno conosceva.
In questo caso i personaggi sono confusi e nessuno sembra far parte dello stesso gruppo.
Il film cerca di essere culturalmente variegato (un nero, un messicano, un sudcoreano e un nativo americano), ma quando non riesci a far entrare nella parte nemmeno un caratterista come D'Onofrio (il suo personaggio poteva dare risalto quando invece è più che mai imbarazzante) e la sua possente e complessa recitazione, qualche dubbio dovresti averlo. La trama è la summa dei luoghi comuni, l'intreccio è fin troppo banale. Poi alcune unioni non sono molto chiare come lo strano rapporto tra Goodnight Robicheaux e Billy Rocks (una latente omosessualità) e il simpatico Farraday che doveva avere più risalto e spessore.
Si entra al cinema sapendo dall'inizio alla fine quello che succederà senza nessun minimo colpo di scena (inclusa la carneficina finale) e andando incontro nuovamente all'ordinario più ostinato.
Quello che sinceramente mi ha lasciato deluso e vedere come sceneggiatore Nic Pizzolato che senza bisogno di presentazioni, qui firma uno dei compromessi più beceri voluti dalla Sony. Sembra di vedere un comics adattato al western con troppa azione senza senso e una povertà generale legata ad alcuni luoghi comuni davvero penosi.


venerdì 23 settembre 2016

Jane got a gun

Titolo: Jane got a gun
Regia: Gavin O'Connor
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jane Hammond, donna di carattere sposata a uno dei peggiori criminali della città, intuisce di dover prendere la situazione in mano quando il marito ritorna a casa quasi morente e con 8 pallottole sulla schiena. Per salvare la sua fattoria e difendersi dai nemici del marito intenzionati a portare a termine il lavoro cominciato, Jane decide allora di chiedere aiuto a Dan Frost, una sua fiamma del passato che non vede da oltre dieci anni e che ora fa il ladro. Insieme, Jane e Dan metteranno a punto un'intelligente strategia che porterà i rivali fuori gioco mentre i loro sentimenti assopiti ritorneranno a galla.

I western ultimamente sono davvero tanti. DJANGO, HATEFUL EIGHT, SALVATION, DUEL, FORSAKEN, KEEPING ROOM, BONE TOMAHAWK, SLOW WEST, RED HILL, PROPOSTA, HOMESMAN.
Ora a parte un paio tra questi, hanno tutti una caratteristica in comune: i protagonisti sono uomini.
Gavin O'Connor è il regista di WARRIOR, un film che ho apprezzato molto e che aveva delle scene di MMA all'interno della gabbia davvero all'altezza. Infatti il suo modo di usare la cinepresa, ovunque lo metti, è una piccola e piacevole sorpresa.
Il film ha una sceneggiatura travagliatissima (il perchè non è chiaro) ha cambiato attori, regia ma ha tenuto la Portman come protagonista e produttrice in quello che a sua detta “È stato il progetto più difficile a cui abbia mai partecipato”
Questo western al femminile crea una storia che ha davvero tanti punti in comune con SLOW WEST, l'assedio nella piccola fattoria, l'ambientazione agricola che diventa fortino, due contro tutti, e riesce a sfruttare bene un cast che trova una buona alchimia soprattutto tra Edgerton e la Portman.
Per alcuni modi di giocare sporco, anche se il film lo fa poco, ricorda vagamente HOMESMAN anche se il film di Jones non solo possiede una epicità tutta sua che in alcuni punti svetta al di sopra dei film di Tarantino e cosa più importante non è mai scontato, rimanendo cinico e struggente e muovendosi su una struttura diversa.
Il film di Connor sposa i topic ma non i clichè di genere e questo bisogna ammetterlo anche se il finale unito ad una certa linea d'intenti viene svelata troppo facilmente in modo da far cadere quell'atmosfera di ipotetici colpi di scena che non avverranno.
Nei wester vige sempre la legge del più forte. Che da uccidere sia uomo o donna non fa differenza, d'altronde abbiamo imparato a veder uccidere anche bambini e indiani senza alcuno scrupolo.
Alcuni momenti come la preparazione del piano di difesa, il rapporto e i dialoghi iniziali delle due vecchie fiamme e le sparatorie sono davvero buone, dall'altra ci sono, soprattutto all'inizio, troppi flash-back, la personalità intimista di Jane non è sempre all'altezza, e i nemici capitanati dallo spocchioso McGregor, sono troppo idioti e senza alcuno spessore.
Non verrà certo ricordato come il western dell'anno ma come western al femminile merita un certo riconoscimento.



Forsaken

Titolo: Forsaken
Regia: Jon Cassar
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Forsaken racconta la storia del pistolero Henry Clayton che decide di smetterla con gli spari e tornare a casa, dove cerca di recuperare il rapporto disastrato che ha con il padre. Purtroppo, anche la sua cittadina d'origine è segnata dalla violenza, a causa di una banda di farabutti che terrorizza i grandi e piccoli proprietari terrieri.

Il western che vede padre e figlio assieme sullo schermo e un'altra manciata di buoni caratteristi è principalmente un film d'interpretazioni e non di storia.
Un'opera furba voluta forse anche da Donald padre il quale afferma "abbiamo provato diverse volte a lavorare assieme, ma non è mai andata in porta. Il tempo sta passando in fretta per me, e si sa, un western è la risposta americana a qualsiasi cosa".
In questo caso Cassar era il meno azzeccato diciamolo pure.
L'originalità o un buona scrittura cede il passo all'anonimato e a qualche intuizione che non riesce ad andare oltre le normali apparenze.
Lo script è un corollario di stereotipi western in maniera priva di qualsiasi anima e perlopiù pesantemente didascalica.
Se la storia è banalotta, pur essendo un western puro e semplice (il genere rispolverato che negli ultimi anni sta ritornando di moda) il cinema e i registi, o meglio gli sceneggiatori, ci insegnano che si può fare qualcosa di buono con quel poco che si ha cercando di andare oltre le normali apparenze.
Purtroppo non è questo il caso. Un'occasione persa per un film che già dagli intenti sembrava un'operazione solo ed esclusivamente commerciale.




lunedì 11 aprile 2016

Keeping Room

Titolo: Keeping Room
Regia: Daniel Barber
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

1865. La Guerra Civile sta per finire e due sorelle, insieme alla loro schiava, lavorano da sole nella loro fattoria. Quando una di esse scende in città alla ricerca di medicine, si scontra con due soldati sbandati e violenti e dovrà difendere sè stessa, la sorella e la schiava dai loro soprusi.

Brit Marling è un attrice che sceglie spesso e volentieri film indipendenti, sperimentali e sui generi. Scelte che la incasellano in ruoli tutt'altro che facili.
In questo caso la sua Augusta sveste mano mano, letteralmente, i panni di una Venere afflitta e parzialmente repressa, per indossare quelli di un'Atena indomita che si pone a capo del suo micro esercito, senza permettere a niente e a nessuno e di difendere gli smarriti ma solidali affetti.
Sicuramente non è nell'originalità della trama il punto forte della pellicola pur citando il redneck e i soldati nordisti bifolchi.
E sicuramente non è certo un film d'azione o un western classico, ma piuttosto un affresco femminista sulla guerra e le sue ripercussioni sulle donne viste con uno sguardo differente.
Riuscendo ad essere intenso senza mai staccarsi dalle protagoniste, la regia sceglie di sfruttare la guerra civile come uno dei massimi momenti in cui il caos e l'anarchia imperversavano e le donne erano puramente oggetti e merci da poter usare a proprio piacimento distruggendone i corpi. Proprio per questo se si vuole una storia western completa e più tradizionale, la scelta e gli intenti per come vengono trattati potrebbero far storcere un po il naso.
Barber invece dopo HARRY BROWN torna al tema del revenge qui con una caratteristica più da survival movie in un western asciutto dai tempi dilatati che trova dalla sua un body count alto.






mercoledì 3 febbraio 2016

Hateful Eight

Titolo: Hateful Eight
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Lungo i sentieri rocciosi del Wyoming, una diligenza corre più forte del vento. Un vento che promette furia e tempesta. Ultima corsa per Red Rock, la diligenza si arresta davanti al Maggiore Marquis Warren, diligence stopper e cacciatore di taglie nero che ha servito la causa dell'Unione. Ospitato con riserva da John Ruth, bounty hunter che crede nella giustizia, meno negli uomini, Warren lo rassicura sulle sue buone intenzioni. Il viaggio riprende ma il caratteraccio di Daisy Domergue, canaglia in gonnella condotta alla forca, lo interrompe di nuovo. La sosta imprevista incontra e carica tra chiacchiere e scetticismo Chris Mannix, un sudista rinnegato promosso sceriffo di Red Rock. Incalzati dal blizzard, trovano rifugio nell'emporio di Minnie dove li attendono un caffè caldo e quattro sconosciuti. Interrogati a turno dal diffidente John Ruth probabilmente nessuno è chi dice di essere.

Tarantino rimarrà sempre un grande regista, su questo non si discute.
Soffre a suo malgrado della sindrome di Re Mida per cui tutto quello che tocca sembra trasformarsi sempre in oro almeno per i suoi fan e larga parte della critica.
Il suo ultimo western, ormai un genere rilanciatissimo soprattutto negli Usa, è indiscutibilmente interessante anche se lascia aperti una serie di dubbi sulla morale, sulla violenza brutale e su una deriva alquanto splatter che sembra soprattutto nel finale, connotare il film e il climax finale sulla Domergue.
Difficile non rimanere assorti da alcune grandi interpretazioni, da una messa in scena curata ed elegantemente sporca, ma si può certo strizzare un po il naso su come venga raccontato ogni singolo dettaglio della storia, senza lasciare al pubblico dei dubbi senza bisogno che tutto venga narrato e palesato a dovere.
Il problema del film che rimane comunque uno dei suoi ultimi film più importanti, non è quello legato all'intreccio. La linearità di altre sue precedenti sceneggiature è molto più semplice, mentre qui il lavoro è strutturato sugli archetipi dietro ogni personaggio, senza di fatto metterne mai nessuno su un piedistallo ma invece tutti alla berlina.
Anche se meno ovvio e immediato, per fortuna rispetto al suo predecessore, ne perde anche alcuni valori, puntando su un cinismo estremo e su una mancanza di valori tali per cui la resa non può che finire in una brutale carneficina.
Soprattutto buttando cacciatori di taglie, bounty hunter, canaglie, sudisti e sceriffi in un piccolo emporio con fuori una bufera, altre strade, il pubblico intuisce subito che non ci sono.
In 70mm con una colonna sonora originale del nostro Morricone, supportato da un cast di afecionados tarantiniani e tutto il resto, Hateful Eight è la versione sporca e grezza di Django, un film che per alcuni aspetti può sembrare più simile al suo esordio condividendo alcuni "colpi di scena"importanti che avrebbero potuto avere la lode se non venivano certo svelati prima.

Hateful Eight è di nuovo la quintessenza dell'estetica, la riprova che Tarantino continuerà sempre a fare ottimo cinema.

giovedì 12 novembre 2015

Bone Tomahawk

Titolo: Bone Tomahawk
Regia: S.Craig Zahler
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La storia segue quattro uomini - uno sceriffo, un pistolero, un anziano confuso e un cowboy - che lottano per salvare un gruppo di prigionieri accerchiati da una banda di trogloditi cannibali che vivono ai margini della civiltà.

Soprattutto gli yankee in questi ultimi anni stanno ritornando al western, genere di spicco per un ventennio per poi passare nel dimenticatoio. Forse perchè messo in scena con registri e intenti diversi, forse perchè mescola in modo maturo e mai banale alcune metafore dell'uomo bianco.
Infine perchè dietro alla cinepresa riesce ad avere della gente dotata di un acume profondo e innovativo (Eastwood,Lee Jones, Mac Lean, Von Ancken) questo genere sta piano piano portando alla luce alcuni film davvero intensi e originali.
L'opera prima dell'esordiente Zahler fa parte di questa lunga ascesa. Zahler un regista con alle spalle un percorso da scrittore e tanta gavetta proprio sul western.
Il suo primo film colpisce per originalità nel saper trattare il tema in una narrazione che non palesa troppo ma allo stesso tempo e di facile intuizione. Colpi di scena assestati come colpi d'accetta, da cui il tomahawk, da cui prende nome il film, è l'ascia da battaglia degli indiani pellerossa.
Un cast che trova un equilibrio importante e alcuni silenzi che parlano più di mille dialoghi, nonostante forse l'unico punto debole o critica al film di concedersi alle volte, soprattutto nel secondo atto, tempi lunghi e alcune divagazioni esistenziali nei dialoghi.
Una visione, poi antropologicamente parlando, dei trogloditi, diversi in tutto e per tutto dagli indiani che lo stesso medico sottolinea in una battuta al saloon "uomini come voi non sarebbero in grado di distinguerli dagli indiani” .
Un concetto e un aprirsi all'altro culturale, ad un altro tipo di selvaggio, con forme, regole e intenti diversi e in fondo nemmeno così strani (fatta forse eccezione per le pratiche di cannibalismo, uno dei veri punti di forza del film).
Bone Tomahawk ha davvero l'atmosfera di un film reale a tutti gli effetti, non dice più di quanto deve, dosa bene le tempistiche, crea dei personaggi diversi e tutti a loro modo interessanti, portando infine il rito e il sacrificio a dei livelli alti e mai banali.
Come per i bifolchi, entrare nelle terre selvagge che non si conoscono, può significare davvero scatenare una vendetta e una ribellione senza precedenti.
Zahler firma un film potentissimo, intenso, violento, barbaro e glaciale.


giovedì 22 ottobre 2015

Slow West

Titolo: Slow West
Regia: John MacLean
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Con il lento incedere dei cavalli al passo, il regista-musicista John Maclean realizza il suo primo lungometraggio e lo veste con i costumi del vecchio western. Jay Cavendish è uno smilzo sedicenne scozzese, ingenuo e senza peccato, deciso a raggiungere il lontano West per ritrovare la sua bella Rose Ross. In questo viaggio d'iniziazione è affiancato da Silas Selleck, un cowboy fuorilegge, senza rimorsi e senza passato, taciturno con il ragazzo, ma eloquente voce narrante, che si offre come guida protettiva in cambio di pochi soldi.

"In poco tempo questo mondo sarà il passato"
Slow West è probabilmente uno dei western più interessanti degli ultimi anni.
Originale, intenso, drammatico, poetico, nostalgico, malinconico, con un cast scelto ad hoc e i personaggi principali ottimamente caratterizzati.
E'un film pervaso anche da delle affascinanti location, una natura che accoglie e insieme distrugge, e come dicevo dei personaggi che si evolvono rapidamente cambiando natura e intenti.
Un viaggio nelle praterie incontro alla sofferenza e alla morte, a sopravvissuti che rincorrono solo un facile guadagno e un pretesto per uccidere.
Una strana coppia, lui timido aristocratico e mosso da buoni principi che dovrà scoprire la dura realtà che lo circonda in un "horse-movie", mentre Silas, rappresenta tutti i suoi opposti anche se con una sensibilità di fondo che rende l'interpretazione e lo sguardo di Fassbendere sofferente al punto giusto.
MacLean, pur essendo un ottimo musicista, dimostra come alcuni artisti si trovino perfettamente a loro agio dietro la macchina da presa. Il fatto che non si distinguano buoni e cattivi in modo preciso in un universo di situazioni deliranti, strambe e bizzarre, lo rende ancora più interessante e imprevedibile.
Il finale poi è qualcosa di straordinario.


giovedì 16 luglio 2015

Wild Horses

Titolo: Wild Horses
Regia: Robert Duvall
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il Texas Ranger Samantha Payne riapre un caso su una persona scomparsa 15 anni prima, scoprendo degli indizi che collegano la morte di un ragazzo del luogo a un ricco padre di famiglia, Scott Briggs. Il Texas Ranger non si fermerà davanti a nulla per scoprire la verità, anche a costo di rischiare la propria vita. Con il ritorno inaspettato del figlio estraniato Ben, Briggs deve trovare un modo per mettere a tacere per sempre la legge o cercare di capire meglio il rapporto tra Ben e il ragazzo che ha cercato di far tacere tanti anni fa.

Un dramma con l'aria da western moderno.
Wild horses ha qualcosa di epico, una buona atmosfera, fantastici paesaggi, un cast notevole e una storia che in fondo riesce a creare un buon interesse.
E'un film lento che si dipana senza alterazioni o colpi di scena degni d'effetto.
Cerca l'esatto opposto preparando e incidendo sulla trama passo per passo, cercando una riflessione sugli intenti dei personaggi e creando un intreccio famigliare, che seppur non particolarmente originale, regge in tutti casi risultando convincente, moderato e molto realistico.
Duvall era da dieci anni che non prenedeva più in mano la regia.
Con tre film alle spalle e quasi 95 da attore, ricopre il ruolo tradizionale del pater familias che alla sua veneranda età, decide di fare pace con se stesso e con i suoi fantasmi scrivendo inoltre la sceneggiatura. E'interessante scoprire come lui, Tommy Lee Jones in testa e Eastwood il reazionario, contribuiscano e diano spessore con dei film molto attenti e che riescno ad esaminare, con il senno di poi, tematiche e generi in modo sublime.
Wild Horses potrebbe essere uno di quei film in cui ci si aspettano sparatorie, zuffe, violenza a gogò, invece è un dramma famigliare denso e di una lentezza senza precedenti il più delle volte compiaciuta, crepuscolare e in fondo tragica.
Colpa e remissione.
Con diverse tematiche, di cui quella dell'accettazione di un figlio gay, in una comunità come quella texana, viene trattata senza farla diventare una macchietta, ma anzi prendendola di lato come per altri temi trattati nel film.
La quarta regia di Duvall fa centro regalando un film sofferto, molto lungo e dotato di silenzi straordinari che spessso e volentieri comunicano più dei dialoghi.
Da menzionare James Franco, il figlio gay e Josh Hartnett, purtroppo non caratterizzato a dovere.



martedì 10 febbraio 2015

Salvation

Titolo: Salvation
Regia: Kristian Levring
Anno: 2014
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Intorno al 1870, in America, il colono John uccide l'assassino della sua famiglia, scatenando la furia del famigerato capobanda Delarue. Tradito dalla comunità corrotta e vile in cui vive, John è costretto a trasformarsi in un vendicativo cacciatore, uccidere da solo i fuorilegge e purificare il cuore nero della sua città.

The Salvation è un film girato molto bene, con una seria fattura e tutti gli elementi di genere che potevano conquistare anche sul piano della scrittura, che purtroppo, risulta l’elemento discordante del film e soprattutto intriso di stereotipi.
Con un cast eterogeneo e un Mikkelsen che è perfetto anche quando è immobile, Levrig e Anders Thomas Jensen, sceneggiatore di molti tra i film danesi più conosciuti all'estero, sembrano proprio essersi divertiti a scrivere questo western che nulla toglie e nulla aggiunge al genere, ma anzi cercando di essere il più suggestivi ed essenziali possibili in tutta la struttura, nell’incidente scatenante (la tragedia che crea il dramma, sembra quasi uscito da un romanzo di Lansdale), l’autenticità delle location e alcuni caratteri archetipici che non passano mai di moda.

Un film piacevole che seppur  prevedibile, mantiene sempre un certo ritmo che non fa mai perdere elementi per strada e non annoia nemmeno per un istante.

venerdì 19 dicembre 2014

Red Hill

Titolo: Red Hill
Regia: Patrick Hughes
Anno: 2010
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Il giovane Constable Shane Cooper si trasferisce nella piccola cittadina di Red Hill con la moglie incinta al fine di iniziare una nuova famiglia. Quando la notizia di una fuga dalla prigione nella città manda nel panico gli agenti della polizia locale, il primo giorno in servizio di Shane comincia a passare di male in peggio.
Jimmy Conway, un assassino condannato a vita dietro le sbarre, ritorna nell'avamposto isolato in cerca di vendetta. Ora, preso nel mezzo di ciò che diventa rapidamente un bagno di sangue spaventoso, Shane sarà costretto a prendere la legge nelle sue mani, se vuole sopravvivere

Il problema grosso di Red Hill è la trama fin troppo scontata che lascia subito presagire al pubblico la sorte dei suoi personaggi e in particolar modo la figura di Jimmy come una vittima di sorpusi e angherie (una sorta di critica e denuncia contro ciò che l'uomo bianco ha commesso contro gli "aborigeni" del luogo).
Un regista che purtroppo dopo questa sua opera prima, mai distribuita in Italia, è finito a dirigere anonimi film d'azione come MERCENARI 3 rimanendo di fatto un impiegato delle major a tutti gli effetti.
Red Hill è il classico western che sta dalla parte degli indiani, girato molto bene, con una lenta e piacevole descrizione dei personaggi e con delle bellissime inquadrature su distese e paesaggi che trovano nell'Australia alcune location davvero insolite e magnifiche.
Sembra il classico film di genere che non accenna a dire o ad osare nulla di nuovo, rimanendo un buon prodotto dal punto di vista tecnico ed estetico, ma che non va oltre ad essere una pellicola di poche e semplici pretese.


mercoledì 19 novembre 2014

Proposta

Titolo: Proposta
Regia: John Hillcoat
Anno: 2005
Paese: Australia/Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Fine ottocento. Outback australiano: il capitano Stanley cattura Charlie e Mike, due dei quattro fratelli Burns, fuorilegge responsabili di stupri e omicidi, e fa un patto con Charlie: la testa di Arthur, il fratello maggiore, principale ideatore ed esecutore delle efferatezze, in cambio della grazia per lui e Mike. Charlie accetta ma la proposta di Stanley non è gradita ai superiori che vogliono, invece, eliminare tutta la banda.

Hillcoat è uno dei registi più interessati del panorama australiano.
I motivi sono diversi, dalle scelte alle tematiche che tratta, agli scenari e al panorama letterario che predilige, infine per il suo amore verso il western, che tra le sue mani prende una piega diversa e sicuramente originale sostituendo gli stati del west nordamericano con l'outback australiano, i pellerossa con gli aborigeni, e infine i cowboys con gli Inglesi.
Leggere che la sceneggiatura poi è stata scritta da Nick Cave non sorprende visto il sodalizio tra i due e le musiche originali spesso composte dallo stesso musicista.
In questo caso Hillcoat e Cave non si sono fatti sfuggire un'idea davvero interessante e originale che da sicuramente spessore alla vicenda, dandogli quelle connotazioni culturali in grado di promuoverlo a tutti gli effetti per la funzionalità in tutto l'apparato narrativo e la messa in scena come sempre atipica per un regista attento nel pensare e dare forma e significato ad ogni singola inquadratura.
Unire l'epoca dei primi insediamenti coloni di origine europea, immortalata in centinaia di film, che costituiscono il cinema di genere per antonomasia, e sposarla con la cultura degli aborigeni (schivi come da loro natura, impenetrabili custodi di segreti violati dall'uomo bianco che li ha resi prima schiavi e poi perseguitati come criminali anche se il film slitta in parte dalla responsabilità di denunciare questa realtà, ancora tangibile ai nostri giorni e non ancora vendicata) è stata come prima dicevo una mossa astuta e al contempo originale.
In più un viaggio dell'anti-eroe, curioso in uno spazio rurale inesplorato, regala alla pellicola quella componente in più che si sposa con le stupefacenti location, trovando nelle ottime prove attoriali un contributo che trasmette ancora più realisticità alla vicenda.
Charlie ancora una volta, come molti dei protagonisti dei film del regista, non parla molto, come gli aborigeni, osserva, pensa, riflette e agisce, in questo Charlie come anti-eroe, si pone perfettamente in linea con lo spirito e gli intenti del film.
Il cinema di Hillcoat è tutto così.
Intessuto di uno stile ipnotico e scarno, pervaso da una violenza spietata che non lascia pause o riflessioni e dall'altro personaggi e momenti di poeticità di assoluta aderenza estetica che in un paese ostile come l'Australia e con un ottimo direttore della fotografia, toccano davvero punte di visionarietà impressionanti con scenari suggestivi e quasi primitivi.

lunedì 17 novembre 2014

Homesman

Titolo: Homesman
Regia: Tommy Lee Jones
Anno: 2014
Paese: Usa
Festival: TFF 31°
Giudizio: 4/5

Nel 1854, tre donne malate di mente vengono affidate a Maria Bee Cuddy, una pioniera forte e indipendente originaria del Nebraska. Nel loro viaggio verso l'Iowa, dove sperano di trovare rifugio, incrociano la strada di George Briggs, rude vagabondo al quale salvano la vita. Decidono così di unire le loro forze per affrontare insieme i pericoli che li attendono nelle vaste distese della Frontiera.

Tommy Lee Jones è il tipico esempio di buon attore che passando dietro la macchina da presa scopre di essere ancora più bravo, o forse di avere solo le idee dannatamente chiare.
Homesman è un capolavoro in tutti i sensi.
Un film capace di dare enfasi ad un genere che ormai sembra solo un fantasma del passato, come il western, ma che nelle mani giuste riesce ad essere una via di mezzo tra Twain (la citazione finale è grandiosa), Lansdale e un cattivissimo McCarthy e senza perdere di vista due grandi maestri come John Ford e Howard Hawks
Tratto dall’omonimo libro di Glendon Swarthout, il film di Jones ha due meriti che probabilmente verranno distrutti dalla maggior parte del pubblico e della critica, ma che secondo me invece ribaltano e destrutturano completamente il soggetto del film, convergendo e delineando così verso un'idea ancora più spietata e meno incline alle solite regole sui generis.
Dal punto di vista tecnico diciamo solo che Jones è andato a scegliere un crew di dannati figli di puttana, come Prieto alla fotografia, Silvi al montaggio e Beltrami alle musiche, e un cast efficace, capace di trasmettere e di dare forza e realisticità alla narrazione.
Il personaggio di Briggs e la performance di Jones è spettacolare, un anti-eroe in tutti i sensi, e varrebbe da sola, tutti i riconoscimenti possibili, mentre per il personaggio di Mary Bee Cuddy, una contenutissima e misuratissima Swank, il discorso è diverso per un personaggio, così reale, sconcertata dai tentennamenti degli uomini, una donna estremamente autoritaria, di indole forte.
Allo stesso tempo in fondo, un personaggio che crolla completamente nella sua fragilità e nel volersi sentita amata e desiderata, da un uomo che non sia un timido e scialbo buono a nulla.
Jones ha un merito, quello di invertire quasi una delle componenti del genere, come l'azione gli inseguimenti, le sparatorie o le risse da saloon. Qui invece la scelta è di dilatare spazi e tempi, lavorare per sottrazione in un'atmosfera riflessiva e in alcuni punti mai così disturbante (il film tocca alcune vette, in alcune scene, davvero formidabili per spettacolarità, ma violentissime per l'effetto drammatico che creano nello spettatore). In Homesman non c'è un nemico, sempre se non stiamo a contare l'intera atmosfera in cui si svolge la vicenda e soprattutto nel terzo atto c'è un colpo di scena davvero inaspettatto, ribaltando nuovamente la struttura.
Homesman è quel cinema missionario, che sapendo benissimo di non riuscire a guadagnare dal punto di vista commerciale, ci offre la possibilità di lasciarci catturare per due ore in un'esperienza unica e forse indimenticabile.

venerdì 4 aprile 2014

Unforgiven

Titolo: Unforgiven aka Spietati
Regia: Clint Eastwood
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di prostitute promette mille dollari a chi troverà (o ucciderà) i due uomini che hanno aggredito una di loro, sfregiandola. Parte all'inseguimento un ex bandito e assassino che ha rinnegato il passato e da dieci anni vive in una fattoria con i due figli piccoli. Lo seguono un amico nero e il giovane che ha fatto da intermediario. Ma lo sceriffo vuole fare a modo suo.


La cosa bella del cinema di Eastwood è l'autenticità.
Per certi aspetti leggere nei titoli di coda, un ringraziamento a Leone e Siegel, conferma quella scuola di cui Eastwood è diventato tra i pochi eredi.
Un repubblicano atipico che cerca ancora di smuovere le coscenze americane sulla più cruenta rapina culturale di tutta la storia dell'umanità. Il western da questo punto di vista diventa catartico e crepuscolare, per concentrare ogni complessità, ogni venatura sul mito della frontiera, un film dunque realistico, cinico e politicamente scorretto, che rincara la dose su un pessimismo sconcertante, ma più che mai vero e quotidiano.
Unforgiven, il nome originale, di chi non riesce a perdonarsi o ad essere perdonato (i dialoghi iniziali di Will sulla moglie e sui peccati commessi in passato, che non sembrano dargli pace, nonostante abbia fatto una promessa di non bere più, la dicono lunga) danno un quadro perfetto di come ci si autocolpevolizzi di tutto e in questo, il senso di colpa cristiano, sembra dare la mazzata finale ingigantendo tutto.
Ci sono sicuramente tanti modi diversi per leggere un film come Unforgiven e uno potrebbe ancora una volta rimanerci male per la disarmante traduzione.
Se è anche vero che spesso e volentieri la storia è solo un incipit, in questo caso però, il fatto di aver puntato sulla donna e in particolare sulla prostituta, è già di fatto una scelta coraggiosa.
Se pensiamo che poi siamo nel western del 1880, in mezzo a così tanti uomini, "duri" e "tutto di un pezzo", sorridiamo nella scelta che si rivela sotto molti piani, una critica molto più estesa anche sugli usi e i costumi di allora.
La "Virilità" maschile viene presa così tanto di mira, in questa ottima opera di Eastwood, da non poter rimanere seri durante tutta la visione.
Lo stesso incidente scatenante nasce per un problema legato alla virilità, ovvero una prostituta che ride vedendo un cazzo piccolino di un cowboy, che si difende con le armi, ribadendo una sfrontatezza e un'animalità da palcoscenico che solo nella violenza può trovare una risposta.
Eastwood dimostra che anche in un western si può sorridere e più di tutto umanizza gli idoli del genere, senza ingigantirli, ma intenerendoli o rendendoli arrugginiti e anzianotti.


sabato 16 novembre 2013

Gallowwalkers

Titolo: Gallowwalkers
Regia: Andrew Goth
Anno: 2012
Paese: Usa/Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Far West, un misterioso pistolero ha su di sé una maledizione, ereditata dalla madre suora: chiunque viene ucciso da lui, torna in vita più pericoloso e immortale. L’uomo decide di ingaggiare un giovane pistolero per aiutarlo nello scontro finale con un gruppo di non morti , già uccisi da lui e colpevoli di aver causato la morte della sua amata.

Snipes torna nelle sale dopo la prigione e la sua totale pazzia che negli ultimi anni gli è rimasta accollata come una maledizione per tutti i ruoli che ha pensato bene di interpretare anche fuori dagli schermi.
Quest'ultimo action che frulla il western (tornato di moda ma trasposto da cani da innumerevoli registi COWBOYS & ALIENS solo per citarne uno su tutti) con l'horror e in questo caso i vampiri poteva sicuramente fare molto di più, ma invece sceglie la carta della solita struttura senza nessun guizzo o colpo di scena tale da poterlo annoverare tra le cose belle di questi ultimi anni.
Ma l'unica cosa che mi viene da pensare è quella di una sorta di BLADE western con treccine, pistole e cappello largo. Un film che ha avuto travagli innumerevoli. La motivazione principale dello slittamento di sei anni è dovuto ai problemi giudiziari del protagonista,Wesley Snipes, che è stato arrestato per motivi fiscali, e rilasciato il 19 luglio 2012.
Un film costato anche abbastanza poco 17 milioni di dollari, contando che per il genere non sono molti. Anche Goth, mestierante, è alla sua opera prima ma cerca comunque di rimanere su un certo livello e infatti il reparto tecnico è quello più meritevole nel risultato finale.
La leggenda della storia forse è la cosa che fa più ridere: Una suora rompe il suo patto con Dio per salvare la vita di Aman, suo figlio non ancora nato, e da quel momento il piccolo è maledetto. Da adulto, la maledizione che ha colpito Aman fa sì che le persone che uccide… ritornino in vita, in cerca di vendetta. Aman a questo punto decide di arruolare Fabulos, un giovane pistolero, per combattere al suo fianco contro i non-morti.
Se avessero dato carta bianca e la possibilità di inondarla di violenza e sangue ad alcuni registi che conosco ci si sarebbe divertiti molto

sabato 2 febbraio 2013

Django Unchained

Titolo: Django Unchained
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Django è uno schiavo libero che parte alla ricerca della moglie. Si affida durante il suo viaggio alla protezione di un ex dentista e cacciatore di taglie, il tedesco King Schultz, che lo ha liberato durante una missione. I due riescono a rintracciare la moglie di Django, resa schiava dal cattivo Calvin Candie, proprietario di un bordello e organizzatore di lotte tra schiavi di colore, non senza aver catturato diverse taglie durante il loro viaggio.

Django è un negro e questo è il più grande colpo di scena del film!
Django non è solo un omaggio agli spaghetti western. Django è il cinema portato a dei livelli davvero esemplari nella sua perfetta combinazione di stili, tecniche, caratterizzazioni, dialoghi,musiche,location,montaggio sonoro, il tutto racchiuso da una fantastica lente anamorfica per omaggiare e dare ancora più risalto al genere e i paesaggi. Le sparatorie mi hanno molto colpito e per certi aspetti mi sono sembrate simili allo stile usato da Dominik nei suoi film.
Diciamo che appena uscito ero inebriato ma qualcosa mi puzzava come quel bisogno di fermarmi un attimo a studiare la matassa del film. Dopo tre giorni ho cominciato a ridere ricordando come i pezzi del mosaico, ancora una volta sotto mentite spoglie di una sceneggiatura canonica e abbastanza banale, nascondano in sé quel qualcosa di più che accompagna il cinema del buon Quentin, un boom di citazioni, omaggi, autocitazioni e uno humor black portato ai massimi livelli. E’proprio vero che non manca certo la capacità di saper mischiare generi, condirli con dialoghi sempre sul filo e un’instancabile voglia di prendere e prendersi in giro smontando o riproponendo alcuni errori commessi dai registi di genere negli anni d’oro del nostro cinema italiano.
Ancora una volta è il riscatto il tema principale su cui si sviluppano le caratterizzazioni dei personaggi.
Cast all’avanguardia su cui svettano Waltz,Di Caprio e Jackson. Non è facile fare un film sul razzismo trattando la materia con uno spirito che non piace proprio a tutti perché si prende tutta la libertà che un autore dovrebbe potersi sempre prendere. La parola negro forse viene detta innumerevoli volte di più rispetto al suo secondo film. Comunque c’è da dire che dopo LE IENE e PUL FICTION il cinema di Tarantino ha sposato un certo concetto estetico a discapito di una carenza nel reparto plot narrativo. Quasi un esigenza di infilare il più possibile elementi che hanno parecchio carattere di contorno, dei veri e propri accessori (KILL BILL ne è l’esempio lampante) a discapito di quello sconvolgimento narrativo che attraversava il suo primo cinema costipato tra le altre cose da interessantissimi colpi di scena.
Qui non accade. Ma non è neanche detto che debba per forza essere qualcosa di anomalo come succedeva per il DJANGO di Miike o per il bellissimo film di Corbucci con cui però questo non c’entra nulla.
Tarantino ha dichiarato che, viste le affinità fra Django Unchained e il precedente lungometraggio Bastardi senza gloria si può presagire una "Trilogia storica" nella quale Tarantino rivisita sotto la sua chiave d'autore vari periodi della storia moderna. (Wikipedia)
Minore a mio parere rispetto a BASTARDI SENZA GLORIA. Per essere comunque il suo decimo film conferma ancora una volta la voglia, l’amore e lo spirito autoriale con cui ha saputo diventare ciò che è dando un valore anche se minore come produttore per altre pellicole.

venerdì 11 gennaio 2013

The Man with the Iron Fists

Titolo: The Man with the Iron Fists
Regia: RZA
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film racconta la storia epica di guerrieri, assassini e un solitario forestiero nella Cina del XIX Secolo costretti a unirsi per distruggere un clan traditore che voleva eliminarli tutti. Sin dal suo arrivo a Jungle Village in Cina, il fabbro della città (RZA) è stato costretto dalle fazioni locali a creare elaborate armi di distruzione. Quando la guerra tra clan inizia a ribollire, lo straniero incanala un'antica energia per trasformare se stesso in un'arma umana. Combattendo fianco a fianco con eroi iconici e contro criminali spietati, un solo uomo deve sfruttare il suo potere per diventare la salvezza della sua gente.

Le contaminazioni stanno ormai prendendo vita come spero capiterà presto per i graphic-novel che meritano. Mischiando generi, epoche, target di personaggi e caratteristi, introducendo musica pop e mode assolutamente al massimo dell’estetica, ci addentriamo nel mondo (nemmeno troppo brutto) del primo film della star Rza. Aiutato alla sceneggiatura dall’amico Roth e prodotto tra gli altri da Tarantino, The Man with the Iron first è una tamarrata pazzesca che ha il solo e unico scopo di divertire.
Contando che addirittura qui si sfocia nella fantasia più pura, Dave Bautista, noto wrestler che sta incominciando la sua escalation nel cinema, a un tratto si trasforma in una creatura di metallo, così come i pugni di ferro che al tempo non potevano di certo esistere (a questo punto inseriamo anche la pistola scavatrice di Crowe).
Un film che guardi e poi dimentichi, destinato in quell’universo dei tentativi venuti abbastanza bene ma che alla fine di serio non hanno proprio nulla.
Unire poi i combattimenti wuxia con tanto sangue qualche gnocca e approssimativi accenni western e la moda gonzaiola di trovare un’enorme fetta di pubblico come me che non riesce a non guardarsi queste tamarrate epiche.
Alla fine però diverte. E così il l’ex cantante dei Wu-Tang Clan arriva anche lui al suo primo esordio.

venerdì 20 gennaio 2012

Rango

Titolo: Rango
Regia: Gore Verbinski
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un camaleonte che aspira a essere "un eroe di cappa e spada" si ritrova in una cittadina del West infestata da banditi e fuorilegge e si vede costretto a interpretare letteralmente il ruolo dell'eroe.

Ora mai capita sempre più spesso che alcuni registi si confrontino con le tecniche d’animazione dimostrando di saper confezionare dei piccoli gioiellini. C’è riuscito Wes Anderson con FANTASTIC MR.FOX, poi Zemeckis con LA LEGGENDA DI BEOWULF e infine ci riesce Verbinski con questo più che convincente RANGO.
Che cosa può insegnare un camaleonte come Lars da sempre pronto a mimetizzarsi per difendersi e naturalmente per cacciare? Che alla fine anche un esserino minuscolo come lui può arrivare a essere un eroe superando gli ostacoli dopo un viaggio dell’eroe donchisciottesco che lo porterà tra incontri mistici e momenti onirici a salvare un villaggio e diventare un eroe.
Fin qui l’idea non si sposta più di tanto da altre centinaia di film, ma come il cinema insegna, se la struttura è classica tocca al regista e agli sceneggiatori infarcirla con più elementi possibili rivisitando i generi e puntando ancora una volta su un genere che sta tornando di moda ovvero il fantomatico western.
Verbinski non mi è mai piaciuto, ha sempre fatto dei film molto commerciali, dei veri e propri block-buster, e poi finalmente o probabilmente si è rotto i coglioni e a deciso di puntare su altro riuscendo a sviluppare delle scene davvero toccanti e impreziosire la pellicola con alcune scene d’avanguardia come l’assalto alla carovana e via dicendo oltre che un’esplosione di citazioni a tratti commoventi e che strizzano l’occhio a Leone su tutti.
A livello tecnico la grafica è assolutamente eccezionale ( ottimo lavoro dell’Industrial Light & Magic), le caricature dei personaggi sono bellissime e complesse e i dialoghi sono tra l’irriverente e il tragi-comico.

martedì 13 settembre 2011

Gunless


Titolo: Gunless
Regia: William Philips
Anno: 2010
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Cercare di rileggere in chiave ironica le avventure e gesta di Montana Kid in uno scenario western non è cosa facile. Philips ha pochi strumenti e un cast che cerca di mantenersi all’altezza del difficile compito. Probabilmente anche a causa di un protagonista poco efficace e uno svolgimento troppo lineare senza colpi di scena o sparatorie intriganti, rende Gunless un filmetto indipendente canadese un po’ troppo lento e noioso. Ancora sono poche chiari gli intenti su cui il regista voleva cercare di girare un western di questi tempi, sfida quanto mai difficile che ha saputo dare meriti in pochi casi così come anche la difficile scelta di investire su un genere che non riesce più a dare i fasti di alcuni decenni fa.