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giovedì 15 giugno 2017

Age of Conseguences

Titolo: Age of Conseguences
Regia: Jared P.Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 2/5

ll documentario esplora come il cambiamento climatico sia diventato inesorabilmente legato alla nostra sicurezza nazionale, e di come il rapporto tra sconvolgimento del clima e conflitti formeranno uno strumento che potrà plasmare il mondo sociale, politico ed economico del secolo nel quale viviamo. I documenti e le testimonianze riportate si traducono in un invito all'azione e a ripensare il modo in cui utilizziamo e produciamo energia. Con un concetto di fondo fondamentale: qualsiasi strategia di difesa militare utilizzeremo, è il tempo la risorsa più preziosa.

Jared P.Scott ha un solo merito finora. Al di là del suo innegabile patrimonio economico, tale da poter raggiungere vette inaspettate e devo dire esageratamente spettacolari (la fotografia a tratti sembra un film di Malick) e quello di aver girato qualche anno fa il bel documentario REQUIEM FOR THE AMERICAND DREAM, ovvero l'ultima lezione di Noam Chomsky ossia un pacato invito alla rivolta che dovrebbe essere trasmesso come una nenia ogni sera dopo il telegiornale per dare modo e tempo ai comuni mortali di comprendere le ragioni che stanno portando questa società al collasso.
Age of Conseguences crea un collante facendo collegamenti di ogni tipo e ogni sorta muovendosi praticamente in tutto il mondo. Questo nuovo modo di analizzare i contenuti all'interno dei documentari nel festival di Cinemambiente, diventa importante quanto rischia secondo me di allargare troppo il problema e fare in modo che il tema non concentrandosi su una singola situazione e quindi argomentandola a dovere, diventa difficile da comprendere a pieno soprattutto quando come in questo caso si passa dal Medio Oriente all'Africa e in altre aree trattando tempi, aree geografiche ed eventi storici senza finalizzarne in modo preciso nessuno ma diventando una sintesi che rischia di perdersi nella sua continua fagocitazione di complessità sulle connessioni fra cambiamento climatico e conflitti, migrazioni e terrorismo.
Sono d'accordo che l’emergenza climatica è di sicuro l’elemento catalizzatore e acceleratore di un effetto a cascata che unisce punti da un capo all’altro del globo: dalla desertificazione di vasti territori in Nord Africa e Medio Oriente ai fenomeni di siccità e carestia ma non sono d'accordo o meglio non ho gradito la critica all'Isis in Medio Oriente e sul fatto che per creare panico e instabilità prosciughino e occupino tutte le aree dove ci sia dell'acqua per mettere in ginocchio la popolazione. Detta così sembra una presa di posizione più politica che di allarme legato all'ambiente. A questo proposito Scott, credo non abbia fatto quel passo in più dicendo come si è arrivati a questo e senza citare mai, o quasi, la responsabilità dell'America e dei alcuni paesi europei (Inghilterra, Francia in primis e i risultati si stanno vedendo...) di aver creato le basi per il terrorismo mondiale in Darfur, in Somalia, in Siria e in tantissime altre aree legate alla geografia di quei paesi. A dirlo non sono, questa volta, le associazioni ambientaliste, ma i generali del Pentagono, gli esperti di sicurezza internazionale, gli analisti politici ed economici che frequentano le stanze del potere.
Il film è stato anticipato dal punto di Luca Mercalli, ormai una pietra miliare e un abituè del festival, un ometto divertente ed elegante che in un attimo riesce a portare il termometro sulla realtà globale che ci circonda inondando il pubblico in un'ora di slide, fiumi di parole e video inquietanti che danno un quadro apocalittico sul nostro pianeta.



lunedì 6 marzo 2017

Frantz

Titolo: Frantz
Regia: Francois Ozon
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Germania 1919. Una giovane donna si raccoglie ogni giorno sulla tomba del fidanzato caduto al fronte. La sua routine è rotta dall'incontro con Adrien, soldato francese sopravvissuto all'orrore delle trincee. La presenza silenziosa e commossa del ragazzo colpisce Anna che lo accoglie e solleva di nuovo il suo sguardo sul mondo. Adrien si rivela vecchio amico di Frantz, conosciuto a Parigi e frequentato tra musei e Café. Entrato in seno alla famiglia dell'uomo, diventa proiezione e conforto per i suoi genitori che assecondano la simpatia di Anna per Adrien. Ma il mondo fuori non ha guarito le ferite e si oppone a quel sentimento insorgente. Adrien, schiacciato dal rancore collettivo e da un rimorso che cova nel profondo, si confessa con Anna e rientra in Francia. Spetta a lei decidere cosa fare di quella rivelazione.

Che bell'affresco romantico, triste e allo stesso tempo raffinato l'ultimo film di Ozon.
Un viaggio alla riscoperta di sensazioni e tragedie ispirato da una pièce del dopoguerra di Maurice Rostand. Nel suo ultimo film l'autore francese si confronta con la menzogna in una storia d'epoca stilisticamente perfetta e recitata da un ottimo cast che riesce a fare la differenza.
Il noto regista francese sembra prediligere proprio questo tema della menzogna sviscerandolo all'interno del film e allo stesso tempo mostrando la durezza ma soprattutto l'enorme fragilità della coppia di protagonisti e della famiglia che ospita Anna.
Frantz sembra un quadro, un omaggio a tanti pittori d'epoca e agli anni trascorsi subito dopo la prima mondiale (ricorda il centenario) in una Germania testarda e molto orgogliosa che ancora doveva fare i conti con quanto sarebbe successo più avanti e che la dice lunga in un dialogo tra professori all'interno di un locale davanti ad una birra. In pochi minuti il dialogo coglie tutti gli aspetti e le problematiche di un paese e il suo duro rapporto con i forestieri.
La trama riesce a rapire subito lo spettatore sconvolgendo la psiche con una rapidità incredibile portando a riflessioni, pensieri, in fondo a tutto quello che il buon cinema con pochi elementi ma con astuzia riesce a portare a compimento per creare pathos e atmosfera.
Dal punto di vista tecnico il b/n fotografa e sonda tutti quei micro elementi che lo spettatore capta durante la visione in modo elegante e delicato e il racconto vuole essere un'esamina su quanto difficile sia trasformare la condivisione della perdita in un sentimento positivo, senza contare i dialoghi e le battute tra Adrien e Anna in alcuni momenti riescono ad essere davvero commoventi.



domenica 26 febbraio 2017

Mine

Titolo: Mine
Regia: Guaglione e Resinaro
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Mike è un tiratore scelto dei marines che assieme a Tommy, compagno e amico di sempre, viene inviato segretamente nel deserto per uccidere un pericoloso terrorista. Durante la missione qualcosa non funziona e i due soldati, si perdono in una tempesta di sabbia e restano isolati dal comando. Alla ricerca di una via di fuga, con i terroristi alle spalle, finiscono in un campo minato e Mike calpesta accidentalmente una mina mentre il compagno viene dilaniato. Bloccato nel mezzo del deserto, in campo nemico e senza rifornimenti, dovrà cercare di sopravvivere.

"Ogni venti minuti qualcuno nel mondo mette un piede su una mina"
Un film americano girato da due italiani in Spagna. Questa è la conditio sine qua non degli ultimi anni quando non si fa parte di un certo giro all'interno delle grosse produzioni americane.
I due registi si sono conosciuti fin da giovani e insieme, come è giusto che sia, senza avere un curriculum di chissà quale tipo, hanno cominciato a sviluppare progetti in comune che li hanno portati in America a fare quello che vogliono fare. Film.
Mine prima di tutto ha dalla sua una star ormai affermata anche se in pochi lo conoscono, Armie Hammer (un nome una garanzia contando che manco a farlo apposta sembra un marine) visto di recente in FREE FIRE, OPERAZIONE UNCLE, e altri film con parti minori in cui riesce ad essere convincente e a tenere sulle spalle tutto il peso e l'ansia del film.
Finalmente Hammer ha un ruolo da protagonista tosto che lo fa stare perennemente attaccato alla telecamera in un'unica affascinante location.
L'impianto è poi quello sfruttato parecchio negli ultimi anni nel cinema puntando su pochi attori, un incidente scatenante che intrappola il protagonista per tutto il film e la location.
127 ORE, OPEN WATER, hanno in fondo tutti lo stesso punto di partenza, in cui la metafora è associata ad un elemento di disturbo come in questo caso la mina.
I registi riescono a confezionare un prodotto che nelle sue diverse forme riesce a condensare tanti aspetti, mischiando i generi, facendo un background delle più variegate influenze e non farlo apparire come un banale war-movie, ma puntando anche qui sulla psicologia, la paura e le paranoie e infine le allucinazioni del suo protagonista. Mike è ossessionato, alternando visioni, problemi, conflitti, amori e infine dover accettare l'altro culturale e chiedere quella cosa che sembra farci sempre più paura: aiuto.
Per coincidenze analoghe anche se MINE è uscito nel 2015 è arrivato nei cinema assieme ad un film francese con diversi punti in comune, PIEGE'. La coppia di registi che vedremo ancora è riuscita ad usare con naturalezza la struttura del genere raccontando una storia con un sotto testo non banale. Vista la giovane età e la voglia che hanno di creare un prodotto che sia funzionale per la tipologia action e unisca al contempo il dramma psicologico è più che un ottimo punto di partenza.


venerdì 18 novembre 2016

Under the Shadow

Titolo: Under the Shadow
Regia: Babak Anvari
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Teheran 1988. Shideh vive in mezzo al caos della guerra Iran-Iraq. Accusata di sovversione e registrata nella lista nera dal collegio medico, si ritrova in uno stato di malessere e confusione. Mentre il marito è in guerra un missile colpisce il loro condominio e da quel momento una forza soprannaturale cercherà di possedere Dorsa, la loro giovane figlia.

Under the Shadow è una piacevole sorpresa che arriva dall'Iran passando per la Gran Bretagna.
E'un altro di quegli horror intelligenti, che sposa leggende, folklore popolare e miti narrando del Djin e del loro potere, l'esoterismo che prende piede in una città afflitta dalla guerra dove tutti scappano e solo coloro che non credono, accettano di rimanere per sopravvivere.
L'esordio di Anvari però non si limita solo ad essere una fiaba moderna con una nuova demonologia (anche perchè i Djin non sono proprio nuovi nel cinema), ma è stratificato e ben più complesso parlando di legami familiari che sfociano in allucinazioni e paranoie, difficoltà madre/figlia, una società misogina che si rispecchia nel lavoro come nella vita pubblica (quando lei esce di casa terrorizzata con Dorsa senza velo e viene fermata dai poliziotti che vorrebbero frustarla) e infine il male come manifestazione della guerra (in questo caso il missile che diventa il tramite).
Dicevo c'è tanto è il film si delinea all'inizio come un dramma solo familiare (bisogna aspettare quasi un'ora per vedere il primo Djin ad esempio) e in tutto questo arco di tempo il regista caratterizza benissimo i suoi personaggi, destruttura l'ambiente e crea la suspance proprio facendo avvicinare Shideh e Dorsa all'orrore vero. Un film per alcuni aspetti claustrofobico che mi ha ricordato CITADEL e BABADOOK.

Il film si apre con una scritta che ci ricorda i numeri della guerra Iran-Iraq combattuta tra il 1980 e il 1988. Proprio l'orrore della guerra e la scelta da parte del demone di entrare dalle crepe che si formano dopo i bombardamenti diventano gli spiragli che non riescono ad essere coperti e cancellati soprattutto con lo scotch, ma che metaforicamente sono ferite destinate a rimanere per sempre.

giovedì 4 agosto 2016

Albero di Guernica

Titolo: Albero di Guernica
Regia: Fernando Arrabal
Anno: 1975
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

E'la storia di un nobile e di una contadina che si incontrano sotto un bombardamento durante la guerra civile spagnola. I due abbracciano la causa dei repubblicani e riescono a salvarsi dopo che gli assediati hanno messo a ferro e fuoco Guernica.

Un Arrabal schierato tra il politico e il bellico che nonostante i rimandi storici non risparmia il suo cinema surreale e costipato di simbolismi e di una certa visione di cinema che rimanda a Jodorowsky, il movimento panico e tutta una galleria di personaggi e immagini incredibili.
Forse proprio questa contaminazione appare in alcune parti un po forzata e fuori luogo, infarcendo intenti politici e visioni surrealiste ma preferendo comunque la fantasia e la sregolatezza alla misura della rievocazione documentaria.
Con una straordinaria Melato, il regista spagnolo cita comunque alcune sue esperienze per quanto concerne il regime franchista vissuto sulla propria pelle, mettendo in scena un’apologia in chiave surrealista e visionaria dell’ideologia marxista, apertamente schierato con la fazione repubblicana.

Il film più storico e politico di un regista che in soli tre film è riuscito a costruirsi comunque una propria identità cinematografica oltre a tutte le diverse esperienze e identità artistiche.

mercoledì 18 novembre 2015

Monsters: Dark Continent

Titolo: Monsters: Dark Continent
Regia: Tom Green
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Sono passati sette anni dopo gli eventi di Monsters, e le 'zone infette' si sono diffuse in tutto il mondo. Gli esseri umani sono stati buttati giù dalla cima della catena alimentare, con comunità disparate che lottano per la sopravvivenza. I soldati americani sono stati inviati all'estero per proteggere gli interessi degli Stati Uniti dai mostri, ma la guerra è lontana dall'essere vinta.

La guerra è sempre stata e sarà sempre il più grande mostro e male dell'umanità.
A distanza di quattro anni dall'esordio di Gareth Edwards MONSTERS, Green alla sua opera prima, firma un sequel interessante e originale, un war-movie solido e spietato, con un analisi e una critica all'occupazione dei territori medio orientali che più attuale di così non poteva essere.
Girato in Giordania e allargato su alcune aree di confine non meglio precisate, Dark Continent mostra dei mostri che di fatto non attaccano mai l'uomo, ma avanzano inesorabili verso una terra promessa senza nome.
Allo stesso tempo come in una delle scene iniziali che segna profondamente la psiche dello spettatore, l'incontro tra un cane e una delle piccole creature, diventa l'esempio perfetto della spettacolarità e l'uso gratuito della violenza che non conosce confine e chiama in ballo mostri di ogni tipo.
I mostri sono reali ma soprattutto delle comparse, in una guerra incessante che richiama e segue un manipolo di soldati esagitati che vogliono solo avere successo e disintegrare la zona rossa per obbedire alle regole ferree del loro paese, un'America sempre più lacerata dai sensi di colpa che proprio grazie all'uso di una copiosa violenza gratuita e psicologica, cerca di cancellare i ricordi senza riuscirci.
E'un film lungo, a volte lento da seguire, in alcune scene non sembra succedere nulla, però Green deraglia continuamente, alternando un ritmo minimale ad uno più action e solo in alcuni momenti con delle punte e dei momenti quasi poetici come la scena in cui il bambino tira fuori dalla scatoletta una creatura appena nata e la lascia prendere il volo prima che questa a sua volta si disperda in un effetto che sembra ricordare le meduse.
Il film di Green non è sicuramente perfetto, anche se non bisogna dimenticare che rimane comunque un esordio, ha molti elementi discutibili, ma crea una metafora originale e interessante senza essere mai banale e ridando spessore e forza ai mostri in tutta la loro gigantesca potenza.


domenica 19 aprile 2015

'71

Titolo: ‘71
Regia: Yann Demange
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Festival: TFF
Giudizio: 3/5

Inghilterra 1971. La recluta Gary Hook viene inviato in Irlanda del Nord. La situazione sarebbe apparentemente semplice (i Protestanti 'amici' da una parte e i Cattolici 'nemici' dall'altra) se non fosse che all'interno dell'Ira ci sono due fazioni in lotta tra loro. L'accoglienza non è ovviamente delle migliori ma le cose si aggravano per il soldato quando scopre casualmente che alcuni ufficiali dell'esercito sono coinvolti nella fabbricazione di ordigni per gli attentati.

Il film di Demange, in concorso a vari festival tra cui il 32°Tff, ha almeno due pregi che devono essere presi in considerazione. 
Il primo è la sceneggiatura, volutamente contorta e convulsa (anche quando in fondo non fa altro che dire che i corrotti sono ovunque e in questo caso nell’esercito) ma è il modo in cui Gregory Burke intreccia le vicende a tenere alta la suspance del film. 
In secondo luogo lo stile tecnico e le caratterizzazioni dei personaggi, nonché una geografia di luoghi labirintica e devastante.
Il primo scontro con la popolazione cattolica merita una standing ovation per il semplice fatto che risulta disarmante e mostra quanto la disperazione e l’odio nei confronti delle forze dell’ordine diventi, come in questo caso, una missione sociale di tutti perfino donne e bambini. 
Demange come in altri momenti topici del film, decide di descriverli e narrarli alternando l’instabilità della camera a mano con un’attenzione ai dettagli e ai piccoli movimenti di macchina, tanto che questa prima parte, mantiene una tensione estrema e brutale.

L’unico problema è quando intraprende nella seconda parte una strada che lo accosta molto ad un’action-spy, diventando ripetitivo e non riuscendo a restituire il senso di minaccia e di claustrofobia come nel primo atto. 
Ottimo il cast tra cui il beniamino british O’Connelly, nemmeno troppo ispirato e l’ottimo Sean Harris sempre nella parte del cattivo vista la sua fisionomia.

venerdì 9 gennaio 2015

Fury

Titolo: Fury
Regia: David Ayer
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ambientato durante la fine della seconda guerra mondiale, il film narra di un sergente dell'esercito americano, da tutti chiamato Wardaddy, che guida un'unità di cinque soldati in una missione finale dietro le linee nemiche nell'aprile 1945, con la Germania nazista appena collassata. L'unità militare è composta, tra gli altri, da Norman Ellison, un tipografo dell'esercito e il membro del gruppo più giovane e con meno esperienza, che vorrebbe diventare un cecchino, soprattutto per le influenze di Grady Travis, uomo di mondo e vizioso originario dell'Arkansas, da sempre dedito alla guida di carri armati.

Ayer aveva messo la firma su due polizieschi davvero interessanti e diretti molto bene END OF WATCH e HARSH TIMES.
Fury è un film ambizioso con un nutrito cast e una scenografia eccellente condita da una fotografia in grigio che risalta ogni singola macchia di fango della pellicola.
Ora il film di Ayer ha tre elementi che purtroppo non si discostano da un tipico war-movie sulla seconda mondiale.
In primis la trama non molto curata, il viaggio di redenzione e la formazione classica del nuovo arrivato grazie al leader paterno che con la frase “Gli ideali sono pacifici; la storia è violenta” da una mezza profondità al personaggio interpretato da Pitt, il Don. Un ruolo già interpretato in cui la sua entrata in collisione con la recluta più giovane e naif, Norman Ellison a tutta l'aria di qualcosa di già visto.
Infine la retorica del carro come casa e della guerra come 'miglior lavoro mai avuto' assume una valenza che ad un certo punto sembra controproducente proprio per il plot avviluppato in un senso di giustizia tipico del mainstream americano.
Dal punto di vista tecnico, il film è estremamente ben curato e non riparmia scene cruente, con corpi brutalmente spappolati dal passaggio dei cingolati e degli arti saltati per le mine e brandelli di viso umano che decorano l'interno del carro armato "Fury" come nella scena iniziale.
In più alcuni dialoghi e la scena all'interno della casa con le due ragazze e il pasto che si consuma, diventa emblematico da un lato a sancire la disperazione durante la guerra, dall'altro a ristabilire la gerarchia di potere cercando di mettere un limite alla bestialità che accomuna i soldati durante la guerra e che vede le donne come bersaglio principale.
Infine l'aspetto che sicuramente rimane una caratteristica del regista, già analizzata nella sua precedente filmografia, è la cura degli stati d'animo dei suoi protagonisti, sprezzanti e odiosi, a cui però il pubblico riuscirà sempre a trovare un'umanità di fondo percependoli assieme alle conseguenze tremende di una barbarie che ha pochi altri eguali nella storia dell'umanità

Canopy

Titolo: Canopy
Regia: Aaron Wilson
Anno: 2013
Paese: Australia/Singapore
Giudizio: 3/5

Singapore, 9 febbraio 1942. Mentre è in atto l'invasione giapponese, l'aviatore australiano Jim si sveglia penzolando da un albero con il suo paracadute da qualche parte nel mezzo di un vasto deserto circondato da forze ostili. In cerca di rifugio con l'arrivo della notte e costretto a provvedere a se stesso, Jim si imbatte in Seng, un combattente della resistenza, rimasto ferito e smarritosi. I due uomini si rendono presto conto che la loro unica speranza di sopravvivenza risiede nella loro reciproca solidarietà.

Di fronte al nemico hai due possibilità: o lo uccidi, o ci diventi amico.
Wilson con un curriculum abbastanza variopinto tra corti e documentari, affida al direttore della fotografia Stefan Duscio, l'onere di imprimere nella nostra memoria alcune immagini in cui a predominare completamente è la natura.
Canopy parla di un'amicizia, della sopravvivenza, della paura che permane l'uomo di qualsiasi esercito faccia parte.
Canopy sembra slacciarsi dalla realtà e trasportarci in un'atmosfera ultraterrena e onirica, in cui l'uomo non può nulla contro la forza della natura.
Il film di Wilson inoltre ha praticamente due dialoghi, pochissima e concentratissima azione, è una messa in scena minimale rafforzata dalla fisica interpretazione di Khan Chittenden.
In più la quasi totale assenza di musica lascia ancora di più lo spettatore attonito di fronte ad alcune fotografie che ritraggono un paesaggio sconosciuto e ancestrale.
Un film coraggioso che non verrà mai distribuito nel nostro paese.





martedì 25 febbraio 2014

Lone Survivor

Titolo: Lone Survivor
Regia: Peter Berg
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Basato sul best seller del New York Times una storia vera di eroismo, di coraggio e di sopravvivenza, Lone Survivor racconta l’incredibile storia di quattro Navy SEAL in missione segreta per neutralizzare una cellula operativa di al-Qaeda che cadono in un’imboscata del nemico sulle montagne dell’Afghanistan. Di fronte ad una decisione morale impossibile, il piccolo gruppo è isolato e circondato da una forza superiore di talebani pronti per la guerra. Quando si confronteranno con impensabili probabilità di sopravvivenza, i quattro uomini troveranno riserve di forza e resistenza che li terranno in lotta fino alla fine.

"Questa storia avvalora l’importanza dell’agire al di là del proprio ego, oltre il proprio individualismo. Si tratta di proteggersi l’un l’altro, prendersi cura a vicenda e guardarsi le spalle, trarre la propria forza dalla squadra più che da individui. Marcus ha scritto un libro che, pur ricordando le diciannove persone uccise in un giorno tragico in Afghanistan, parla di amicizia, sacrificio, e patriottismo di squadra e dell’amicizia che può nascere tra sconosciuti pronti a tutto pur di difenderti dal nemico.”

Lone Survivor è un film molto reazionario.
Bisogna fare attenzione quando ci si confronta con un film così profondamente americano, tratto da una storia vera, che sempre più sembra il fanalino di coda a cui doversi aggrappare per riuscire a strappare qualche lacrima. In questo caso, durante il film, c'è un impianto vero e proprio devoluto a questo con scrapbook a gogò e il risultato è quanto mai spiazzante, vedendo di continuo rimandi di foto alternate alle espressioni sofferte di questo nutrito cast di "eroi".
Sono abbastanza inorridito dal fatto che per l'appunto siano stati scelti proprio un manipolo di attori americani molto seguiti e amati dal pubblico, con cui i fan cercheranno sicuramente un'identificazione.
Peter Berg, ricordiamolo, è un impiegato di Hollywood come tanti, che al suo attivo ha fatto un solo film carino, ovvero la sua opera prima COSE MOLTO CATTIVE.
Lone Survivor è un“Survival” militare basato su un episodio autentico della guerra in Afghanistan: l’operazione Red Wings che, nel 2005, portò un commando di Navy Seals dietro le linee nemiche, col compito di localizzare e uccidere un capo talebano. Furono gli americani, invece, a essere individuati, circondati e presi in trappola. Ma questo elemento in realtà è un'altra farsa, perchè
nella messa in scena delle sofferenze patite dai protagonisti si insinua un vago e fastidiosissimo compiacimento, che Berg esalta continuamente ricorrendo ad un ampio uso ambiguo del montaggio.
L'ultima parte grondante buonismo e propaganda filo-interventista di bassa lega rispecchia il bisogno dello zio Sam di continuare ad instillare idee come la fratellanza, il codice d’onore, il sacrificio per il gruppo che sono elementi totalmente radicati nelle istituzioni militari statunitensi.
Il finale con i pastori afgani che arrivano ad aiutare i soldati è quanto di più imbarazzante e di bassa lega che ci si potesse aspettare.



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lunedì 24 dicembre 2012

Djiins


Titolo: Djiins aka Stranded
Regia: Hugues Martin, Sandra Martin
Anno: 2010
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Algeria, 1960. Un gruppo di parà francesi viene mandato nel deserto del sud dell’Algeria per recuperare un importante segreto militare contenuto in una valigetta trasportata da un velivolo precipitato. La scatola viene subito trovata, ma il manipolo di soldati dovrà affrontare numerosi nemici: le insidie delle tempeste di sabbia, l?esercito arabo ribelle e le apparizioni di strani demoni legati alle tradizioni del luogo...

Stranded non fa proprio parte della classica e corpulenta filmografia francese legata all’horror.
Interessante l’idea di trasportare una figura della mitologia araba slegandola dagli stereotipi e dalla pura e semplice idea di intrattenere legandosi quasi esclusivamente agli effetti speciali come è capitato nella saga di WHISMASTER o come in altri casi con un film come THE OBJECTIVE.
Qui la coppia francese al suo esordio cambia schema cercando di restituire più verosimilmente una resa più suggestiva, anche se, proprio a causa di questa particolarità, non riesce quasi mai ad essere ritmato al punto giusto. Certo a livello qualitativo la resa tecnica è buona con delle belle scene.
Dalle bellissime location, i deserti, gli incidenti aerei, la tempesta di sabbia a via dicendo proprio nella sabbia si rischia di andare a sprofondare con l’idea di aver mancato una buona possibilità muovendosi su delle note di intenti che non riescono mai a decollare.

martedì 22 marzo 2011

Jarhead

Titolo: Jarhead
Regia: Sam Mendes
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nell’estate del 1990 il ventenne Anthony Swofford viene mandato nel deserto dell’Arabia Saudita per combattere la prima guerra del Golfo. Anthony sceglie i marines come facile strada per un futuro problematico e pieno di dubbi. Il giovane passa dalla noia dell’addestramento(con tanto di nonnismo non particolarmente accentuato)all’azione dell’operazione Desert Storm(una grandissima bufala)per scoprire con in spalla un fucile da cecchino e uno zaino pesantissimo che il nemico non ha un volto. Forse addirittura non esiste, ma l’addestramento continua in mezzo al deserto con una temperatura che supera i 43 gradi. Naturalmente il sergente non si tira indietro quando c’e’ da mostrare ai giornalisti il funzionamento delle tute che il governo americano ha provvisto per ogni soldato. Tra deserti infuocati e pozzi petroliferi in fiamme, Anthony e gli altri soldati, come sempre si passa dai deficienti totali a quelli che sanno di combattere una guerra sporca e voluta unicamente dagli americani. A quale cazzo d’americano a mai fregato qualcosa del Kuwait?Forse invece il dio-petrolio, quello potrebbe tornare utile nel corso degli anni.

Dopo il primo bel film AMERICAN BEAUTY e il secondo, un noir interessante ERA MIO PADRE, Mendes sforna questo “gioiellino”sulla follia della guerra con citazioni volute, ma che non appesantiscono il film. Le tematiche vanno dall’isolamento sociale, all’inutilità della guerra, dall’esaltazione generale alla potenza mediatica che arriva ogni giorno con nuove notizie sul regime di Saddam, al fatto che ogni ragazzo non veda l’ora di sparare e uccidere qualcuno.
Il regista combina bene gli elementi e ci fa vivere la disperazione, la rinuncia, la caparbietà di questo soldato che vuole seguire le tracce dei parenti in Vietnam, ma che scopre subito l’orrore e la staticità di un paese che in ogni caso deve sempre avere l’anteprima su tutto.

domenica 20 marzo 2011

Mongol

Titolo: Mongol
Regia: Sergej Bodrov
Anno: 2007
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

La pellicola racconta la vera storia di Temugin, un giovane guerriero che, nel XII secolo, conquistò tutte le terre d'Asia con il nome di Gengis Kahn.

Mongol vuole essere l’epopea storica del grande personaggio di Gensis Khan che per tutto il film viene chiamato Temugin, suo vero nome, e che conquistò e unificò l’Asia verso la fine del 1100.
Devo dire che sotto il profilo storico mi aspettavo una serie ben più nutrita di eventi che portano Temugin alla suddetta conquista, così non è stato solo per la scelta del regista di cambiare struttura del film tenendo una voce narrante di Temugin come commento e riflessione del protagonista.
Anche se così non sembra, il film si chiude proprio su quello che è l’apogeo del condottiero mongolo più famoso che esista.
Bodrov costruisce un film con paesaggi stupendi, cerimonie e poche ma intense battaglie. Un profilo di un’umanità sconvolgente che sembra essere la più appropriata per il Khan, da cui trapela un indole da stratega e da riformatore e rivoluzionario.
Scelte da vero leader che andrebbero revisionate in chiave odierna contando che il regista russo si è potuto permettere il lusso di provocare leggermente con più di una battuta.
Ancora una grande prova per il grande Tadanobu Asano di cui non starò a parlare vista la sua ormai incontrastata fama.
Si può dire che non manca praticamente nulla in questo film biografico originale e maestoso che vanta anche una bellezza onirica e suggestiva grazie alla fotografia forse a tratti documentaristica di Rogier Stoffers e Sergei Trofimov.

Deathwatch

Titolo: Deathwatch
Regia: Michael J.Basset
Anno: 2002
Paese: Gran Bretagna/Francia/Germania/Italia
Giudizio: 3/5

Prima Guerra Mondiale. La prima linea inglese sta preparando un assalto notturno alle trincee tedesche. Charlie Shakespeare, un giovane soldato, avanza terrorizzato per il campo di battaglia. I gas avanzano verso gli uomini, che cadono morti come mosche. I sopravvissuti, tra i quali Shakespeare, perdono l’orientamento. Entrano in una trincea nemica, e trovano un soldato tedesco. E’ impazzito, terrorizzato, urla a tutti di scappare prima che tutti muoiano.

Primo film del regista Michael J.Basset e già un piccolo capolavoro. Il film miscela il genere horror(anche se non è proprio così…) e il genere war-movie. Ne esce un film discontinuo nelle tematiche ma assolutamente di indubbio interesse. Il regista come si vedrà poi nel seguente film “Wilderness” è un piccolo analista. Riesce a studiare così bene i personaggi da non renderli mai spocchiosi o noiosi. Tutti hanno delle caratteristiche ben precise e tutti nascondono segreti e demoni. La cosa che più colpisce è il dettaglio con cui viene curato ogni particolare in questo film.
In questo caso credo che il budget sia simile a quello del film successivo. Il regista intanto grazie a delle location strepitose e un cast che si identifica perfettamente con i personaggi alza moltissimo il livello qualitativo della pellicola che se anche esce ogni tanto fuori dalle virgole, mantiene un distacco netto da molte stronzate-new-horror.
Il cast include Jamie Bell, Andy Serkis. Certo qui il taglio europeo si vede.
Bello il finale, con Friedrich che non si sa bene che ruolo abbia, le teorie su questo film(da non sottovalutare) non mancano e l’ultima immagine fa pensare nella teoria numero 1, ovvero…che i soldati sono morti durante l'attacco alle trincee tedesche mostrato all'inizio della pellicola, e la trincea in cui si ritrovano all'uscita dalla nebbia rappresenta una sorta di purgatorio per i peccati commessi nelle loro vite. Gli uomini che scappano o che vengono uccisi dai loro stessi compagni sono liberi di iniziare una nuova vita, mentre gli uomini uccisi o attaccati dalla trincea dovranno ripetere l'intero processo, sotto gli occhi di Friedrich che rappresenta un tipo di "giudice”

Bunker

Titolo: Bunker
Regia: Rob Geen
Anno: 2001
Paese: Inghilterra
Giudizio: 3/5

1944. Un gruppo di soldati tedeschi, sbandato e allo stremo delle forze, cerca mi rifugio dall'avanzata degli alleati in un bunker isolato. Con poche munizioni e scarse probabilità di sopravvivere, i soldati si preparano all'assedio finale. Ma la scoperta di un misterioso labirinto sotterraneo li precipita in un incubo ancora peggiore. Convinti che il nemico si sia infiltrato nei tunnel, finiscono in un claustrofobico ed angosciante gioco del gatto col topo. Ma nei sotterranei si aggirano i soldati nemici o i demoni del loro passato?

Insolito film questo bunker. C’è chi lo definisce un horror e chi come me un film drammatico, insolitamente claustrofobico, girato quasi interamente in interni e con pochissime luci in modo da ottenere una perfetta identificazione con i soldati tedeschi e le atmosfere claustrofobiche.
Dei soldati sparuti pieni di incertezze che non sanno ormai cosa fare e si ritrovano a dover combattere un nemico fantasma.
Il regista Rob Green è affascinato dalle ansie e dai timori oltre che dai sospetti. Avrebbe potuto infilare elementi irreali per dare un po’ di ritmo al film, visto che l’80 per cento ruota solo su dialoghi. Invece ne esce una pellicola che manca di ritmo in alcune parti ma che convince con una storia che non è poi tanto semplice e sono sicuro che ci sono elementi su cui riflettere come i doppi sensi del passato che torna e che potrebbe volersi vendicare…
Certo un ottimo debutto per il regista.
Bravi gli attori per questo film inglese in cui spicca per mimica Jason Flemyng(Gollum).

giovedì 17 marzo 2011

Brotherwood-Fratellanza

Titolo: Brotherwood-Fratellanza
Regia: Nicolo Donato
Anno: 2009
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Brotherhood è la storia di un amore pericoloso e della ricerca della propria identità.
Deluso da un mancato avanzamento di carriera, Lars decide di lasciare l’esercito. Si scoprirà attratto dal movimento neo-nazista e da un membro del gruppo, Jimmy. I due uomini daranno inizio ad una relazione segreta, ma il loro amore proibito dovrà scontare la punizione del gruppo di destra di cui fanno parte. Tuttavia, l’amore e l’attrazione sessuale tra i due sono così forti che, pur dovendo infrangere ogni regola, Lars e Jimmy non riusciranno a mettere fine alla loro relazione …

Alla sua opera prima il regista danese di origini italiane si cimenta con una storia verosimilmente nuova a cui ancora nessuno aveva pensato. L’amore gay in mezzo ad un gruppo di nazi.
Fratellanza non è un film che come per la maggior parte dei film sui gruppi nazi ricerca a tutti i costi la violenza diventando spesso un facile pretesto. In questo caso viene sondata l’enorme omofobia del fenomeno mostrando alcuni lati “imbarazzanti” dei raid, dei bagni al mare tutti nudi, del pogo indefesso tra i vari membri e delle coalizioni forzate tra alcuni di loro. Interessante la dicotomia che Lars presenta quando scopre che i nazi, in questo caso Jimmy, amano più di tutti la natura difendendola e scegliendo prodotti bio per non nuocere il corpo per poi accarezzare un’ideologia tra le più ingenue di tutta la storia. La regia è sobria mantenendo alti i livelli ma scegliendo tanti primi piani per scoprire e sondare ancora di più i personaggi e smascherarli dalla loro ipocrisia e le loro idee idiote. Dialoghi interessanti e poche musiche. Così la scelta del gruppo e i dogmi nazisti diventano una perfetta maschera per nascondere la paura di essere soli e di voler condividere qualcosa con qualcuno pur accennando le conseguenze. Anche se con qualche difetto di sceneggiatura ed un finale forse fin troppo mieloso Brotherwood è sicuramente un film interessante.