Visualizzazione post con etichetta Usa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Usa. Mostra tutti i post

giovedì 3 agosto 2017

Partisan

Titolo: Partisan
Regia: Ariel Kleiman
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L’undicenne Alexander vive in una sorta di comune alla periferia degradata di una città senza nome. Capo della piccola comunità composta da donne e bambini è un solo uomo adulto, Gregori, figura carismatica che governa incontrastata elargendo affetto e regole ferree, insegnando ai bambini a coltivare la terra ma anche a uccidere, sia per procurarsi il sostentamento vitale che per difendersi da un mondo esterno che Gregori descrive loro come ostile, ingiusto e crudele. Alexander però è sveglio e curioso, durante le sue missioni omicide al di fuori dalla comune raccoglie piccoli oggetti e viene in contatto con gli abitanti di quel mondo esterno, cominciando a porsi qualche domanda sulle regole imposte da Gregori e su quel padre padrone di cui ha sempre accettato la weltanschauung.

Il punto di domanda è questo: c'era davvero bisogno di inserire la parabola dei bambini killer?
Partisan è un bel film con tanti elementi che non funzionano o meglio che non ho gradito anche se rimane affascinante e in alcuni momenti magnetico per la potenza e la poesia delle immagini.
Fino ad un certo punto anche la sceneggiatura sembra funzionare con il mistero più grosso che rimane celato fino al secondo atto.
Senza contare i dialoghi e la messa in scena che nel primo atto raggiunge la perfezione grazie a dei tempi abbastanza dilatati e un incidente scatenante che apre il sipario a chissà quale alternativo scenario distopico e grazie ad una possente interpretazione di Cassel nel ruolo del leader carismatico Gregorie in un contesto tutto sommato alternativo e molto particolare, come la location in cui vivono.
E'proprio il gioco, la struttura del gruppo, lo scenario distopico per certi aspetti, che seppur portata alle estreme conseguenze (come lo è del resto CAPTAIN FANTASTIC), il fatto di stare relegati e nascosti dalla società in un limbo di isolamento in cui si incatena dentro una propria quasi sottocultura, e infine il ruolo della donna e il suo significato in questa sorta di harem dove il protagonista accoglie madri e bambini vittime di maltrattamenti.
Nonostante il bel finale aperto e un climax che appare di fatto abbastanza scontato, il film di Kleiman ha il difetto di voler esagerare in un contesto che non lo richiedeva esplodendo lampi di violenza quasi per certi aspetti gratuita. L'autocompiacimento della regista che dimostra comunque di avere padronanza del mezzo cinematografico rischia di essere proprio uno dei suoi limiti portando a livelli alti un certo tipo di simbologia, trovando un neofita come Jeremy Chabriel, di impressionante intensità espressiva e capace di comunicare ed esprimere stando fermo immobile.



Bad Batch

Titolo: Bad Batch
Regia: Ana Lily Amirpour
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Arlen viene espulsa dai confini del Texas, abbandonata a se stessa in un deserto senza fine, che è solo l'anticamera del vero inferno: il lotto degli ultimi dell'umanità, gli esiliati, quelli che cercano soltanto di sopravvivere, dopo aver perso il diritto alla cittadinanza. Qui la ragazza incappa subito in un gruppo di persone che non si fa scrupolo di mangiare carne umana, un pezzo alla volta, e diventa lei stessa carne da macello. Ormai senza una gamba e un braccio, riesce a scappare e a raggiungere un altro assembramento, nell'area detta di Comfort, abitato da gente disperata ma se non altro più mite, che pende dalle labbra di un ricco guru che incarna e promette il raggiungimento del "sogno".

Quanta carne al fuoco ha messo Amirpour nel suo ultimo film. Questa giovane regista si era già fatta conoscere grazie al bellissimo e sottovalutato A GIRLS WALKS HOME ALONE AT NIGHT, un film semplice e modesto che raccontava con diverse metafore una situazione abbastanza controversa. In questo caso l'aspetto che più colpisce è la metafora con i rifugiati, qui rifiuti sociali da gettare nel gabinetto del mondo che dopo aver superato una sorta di cancellata che divide il deserto del Texas dal resto degli Stati Uniti entra/no nelle terre di nessuno, nel ventre torrido e arido deserto dove non puoi sapere cosa ti aspetta e dove ovviamente l'America nasconde i suoi nei.
Bad Batch è tante cose assieme: deserto, violenza, mondo post-atomico, la distopia, i cannibali, pulp ed exploitation e qualche riferimento steampunk a caso qua e là...il grosso problema è che viaggia confuso senza una metà vera e propria, diventando così tante cose da non saperne scegliere bene nessuna. Film distopico, post-apocalittico, un western steampunk? Il fatto poi di inserire una comunità di cannibali (la scena della seghetta al braccio e alla gamba è notevole) fanno solo parte come tante bellissime scene di una sorta di continui eccessi psichedelici dove come ciliegina sulla torta troviamo una comunità guidata da un santone che sogna la nascita di una nuova era ingravidando ogni giovane a disposizione.
Dal punto di vista della messa in scena , del budget e del cast le possibilità erano davvero ghiotte e facevano pensare a qualcosa di innovativo, sperimentale e tanto altro ancora.
Forse bisognerebbe iniziare ad abbassare le aspettative con i giovani talenti altrimenti si rischia di farsi del male.
La morale in fondo è semplice quanto chiara: spazzatura siamo ma spazzatura non vogliano essere.
Il finale è imbarazzante, speriamo che Amirpour abbia imparato la lezione.

Belko Experiment

Titolo: Belko Experiment
Regia: Greg McLean
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una compagnia americana in Sud America viene misteriosamente isolata e i suoi impiegati cominciano a mostrare la loro vera natura quando gli viene ordinato di uccidersi a vicenda o di farsi uccidere.

Belko Experimet aveva diversi motivi per interessare. La trama, un esperimento sul sociale dove possano incontrarsi sci fi e horror, un cast di serie b dove spuntano tanti antagonisti visti in passato e una sorta di atmosfera da corporation che lascia pochi spazi dove fuggire ma che facilmente lascia intravedere gli spiragli di conseguenze inattese ed effetti perversi che porteranno ad un bagno di sangue. Lo spunto quindi seppur non così originale è interessante partendo proprio dall'idea del microchip e di queste corporation in cui gli stessi dipendenti e impiegati non sembrano mai sapere fino in fondo cosa stanno realizzando. La vicenda infatti è ambientata in Colombia, a Bogotà, uno di quei paesi del terzo mondo che manco a farlo apposta sta vivendo un clima politico teso e disperato con una sorta di guerriglia che sancisce la disuguaglianza in questi paesi come il caso e la vicenda amara di ciò che sta succedendo in Venezuela. Qui all’interno di un’azienda di recruiting americana con il compito di aiutare i suoi dipendenti ad inserirsi perfettamente nella società colombiana, le giornata sembrano trascorrere come tutte le altre, in cui i dipendenti sorridono e vestono sempre in modo impeccabile fino a quando una voce misteriosa proveniente dall’interfono rilascia una inquietante comunicazione:
A tutti i dipendenti: qualunque cosa stiate facendo, per favore fermatevi e prestate la massima attenzione. Attualmente ci sono ottanta dipendenti nell’edificio. Nelle prossime ore la maggior parte di voi morirà. La vostra possibilità di sopravvivere aumenterà solo se seguirete i miei ordini. Il primo test è molto semplice: uccidete due dei vostri colleghi nei prossimi 30 minuti. Se non ci sono due cadaveri nell’edificio nella prossima mezz’ora subirete delle conseguenze.
“L’esperimento” a Greg McLean è riuscito, sarà particolarmente apprezzato dai fans del gore contando che non mancano teste esplose, sparatorie, scazzottate e traumi vari (a un ragazzo, la testa verrà fatta a pezzi con una grande pinzatrice). Il film altro non è che una brutale e sanguinosa battaglia che scorre molto bene.

Tutto bello soprattutto nel primo atto, poi il film esaurisce tutto molto in fretta, il problema grosso è stato seminare la suspance invece di liberarla senza troppi convenevoli con l'effetto del tutto subito e un veloce climax che non sembra nemmeno chiudere la vicenda ma lasciando le briciole per altri possibili sequel.

sabato 8 luglio 2017

Song to Song

Titolo: Song to Song
Regia: Terrence Malick
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Austin, Texas. Città di musica, artisti, produttori. BV, musicista e cantautore, conosce Faye ad una festa nella villa di Cook, giovane e ricco produttore che gioca con i suoni e con le persone. BV non sa che la ragazza e Cook hanno avuto una relazione, che non è ancora del tutto conclusa. Durante un viaggio insieme, cresce l'amore tra BV e Faye, l'amicizia con Cook, il ricatto del non detto. Il triangolo si complica, entra in scena Rhonda, una cameriera, e Cook la sposa, condannandola all'infelicità.

Ditegli quello che volete, accusatelo di prendere per il culo i tempi narrativi e di fare un po ciò che vuole ma Terrence Malick rimane un maestro della visionarietà. Con lui la galleria delle immagini diventa una sorta di trip allucinogeno mandandoti in frantumi l'idea di una continuità narrativa in tre atti come di solito la percepiamo per lanciarti da una location all'altra nel bel mezzo di inquadrature inusuali e una fotografia stroposcobica del grande Emmanuel Lubetzki che sembra essersi inventato uno stile apposta per l'autore.
Storie d'amore, intrecci, relazioni che vanno e vengono e sembrano disperdersi per poi ritrovarsi nelle situazioni più anomale e improvvisate.
Come sempre l'eleganza, la moda, i volti, i movimenti e le posture dei personaggi fanno tutti parte di un disegno specifico che seppur regalando squarci di completa e totale improvvisazione rimangono pervasi da quell'aura assolutamente travolgente e riconoscibile del regista.
Rimane uno spettacolo di colori, di giochi, di sorrisi e di silenzi. Scegliendo uno schema volutamente corale per indagare di più nella psiche dei personaggi, sempre a livello molto minimale riesce comunque e di più rispetto ai suoi ultimi film a disegnare un crocevia di rapporti che trovano le giuste risposte nella galleria di attori e artisti che si alternano all'interno del film.
Il film poi dal primo atto in avanti, mostra dei personaggi così carichi di simboli da risultare quasi allegorici come succedeva per Bale in KNIGHT OF CUPS.

Del Shannon-Runaway è solo poi una delle tante belle canzoni usate per celebrare forse una delle soundtrack più sincere degli ultimi anni.

Phantasm-Ravanger

Titolo: Phantasm-Ravanger
Regia: David Hartman
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Per 37 anni, il pubblico ha seguito Reggie, Mike e Jody nelle loro imprese per fermare il malvagio Uomo Alto e la sua armata di sentinelle. Ora, l’acclamato franchise di Don Coscarelli giunge a un grande ed epico finale con battaglie multidimensionali tra varie timeline, pianeti alieni e realtà alternative, con in gioco il destino del mondo.

Che bello ritornare ogni tanto a territori inesplorati e saghe che sembravano tramontate da tempoe che dopo innumerevoli anni raggiungono piattaforme scollegate senza mai vedere l'ombra di un cinema. Lande desolate in cui veniamo a conoscenza di mondi a metà tra il sogno e la realtà, tra la magia e la tecnologia, tra l'horror e l'ironia/parodia.
Credo, nel mentre, di essermi perso qualche capitolo. Infatti il nuovo Ravanger in alcuni momenti rammenta il suo passato facendo i conti con i capitoli precedenti come ogni buona saga sa e dovrebbe fare. Ravanger fino a prova contraria dovrebbe essere il quinto capitolo della saga di Coscarelli nel 1979. Proprio il nostro caro regista qui lascia per un attimo il timone restando comunque nel reparto produttivo per dare spazio ad Hartman che fino a prova contraria aveva girato solo un film d'animazione piuttosto vergognoso che non starò a citare.
Qui tutto profuma o meglio puzza di povertà. Il che spesso e volentieri non è un limite o una colpa ma anzi può trasformarsi in piacevoli sorprese se pensiamo a tutta una branchia dei b-movie americani e tantissima altra roba che non starò a citare.
Dal punto di vista tecnico poi gli vfx in primis, a volte davvero di un'amatorialità inquietante ma anche divertente sono seguiti a ruota da una recitazione spesso approssimativa in cui però bisogna ammettere che tutti ci mettono cuore e anima anche se il risultato rimane comunque approssimativo.
Tutto il comparto tecnico supera a stento la sufficienza e la regia, comunque decente, di Hartman è lontana qualche migliaio di chilometri dall’estetica sfrenata di Coscarelli, potentissima anche con pochi mezzi e come ha dimostrato in diversi e sconosciutissimi film oltre che epidosi per i MOH trattando uno degli scrittori che amo di più come Lansdale.

Il climax comunque lo regala sempre Tall Man (interpretato da un volto storico come Angus Scrimm, recentemente scomparso) un villain un po’ particolare, che riesce a modificare spazio e tempo saltando da una dimensione all’altra. Il suo obiettivo è quello di reclutare un esercito di morti (che vengono trasformati in micidiali sfere killer) per conquistare e distruggere il mondo.

Transformer-L'ultimo cavaliere

Titolo: Transformer-L'ultimo cavaliere
Regia: Michael Bay
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

I Transfomers, robot alieni dal pianeta Cybertron, vivono tra noi ormai da anni, ma si nascondono dalle forze speciali del governo Usa. Quando un gruppo di ragazzini entra nell'area proibita di Chicago, dove ci fu una grande battaglia nel terzo capitolo della serie, Cade Yaeger interviene a salvarli e riceve da un Transformer vecchissimo e moribondo un antico talismano, che gli si attacca addosso. Yaeger e la giovanissima Izabella sfuggono all'arresto e si rifugiano in una grande discarica di automobili, dove vivono diversi Autobot. Il governo sa che sta arrivando dallo spazio qualcosa di enorme e per fermarlo i suoi funzionari sono disposti a venire a patti con Megatron, liberando alcuni dei suoi più pericolosi Decepticon. Questi danno la caccia a Yaeger, che viene però salvato dal robot maggiordomo Cogman, al servizio di un Lord inglese che intende svelare a Yaeger la storia segreta dei Transformers. Nel suo castello viene convocata anche la professoressa di storia e letteratura Vivian Wembley, la cui dinastia è legata al mistero. Nel mentre Optimus Prime, sul pianeta Cybertron, è stato soggiogato dalla divinità aliena Quintessa, i cui piani per la Terra sono semplicemente apocalittici.

Michael Bay ha un dono. Qualsiasi film faccia o produca rimane nella mente dello spettatore per un tempo stimato tra i 3 e i 5 minuti quando va bene. Dopo la mente e i ricordi fanno un salto nell'oblio dimenticando questo frastuono madornale.
Assordante più che mai, l'ultimo (che poi ultimo non è...) parte dal passato chiamando in cattedra Merlino e Artù. Il resto è una trashata tale da non permettermi di aggiungere altro...
Si passa dalla Trf (Transformers Reaction Force) a Optimus Prime voltagabbana, il pianeta dei Transformer, castelli di lord inglesi dove fa capolino sir (mica poi tanto sir dopo questo ingresso davvero inaspettato) di Anthony Hopkins che riesce a fare la sua porca figura pure in un ruolo davvero pietoso e oltre ogni limite di incoerenza.
L'ultimo cavaliere da pieni poteri ad un "Re" che ormai ha le chiavi dell'intrattenimento hollywoodiano. Il risultato però è inquietante.
In 148' si fa fatica a prendere sul serio ogni minima cosa e Bay credo volesse proprio esagerare prendendo tutto e tutti in giro a partire dai cavalieri della tavola rotonda che di certo con il film di Ritchie non hanno comunque fatto bella figura.
E poi l'idea di avere dei Transformers come immigrati indesiderati in una sorta di metafora sulla condizione complessa e drammatica in cui ci troviamo mi sembra davvero fuori luogo. Nulla a che vedere con il film e la condizione che invece mostrava Blomkamp nel suo DISTRICT 9.
Svelo un colpo di scena alias spoiler finale. La saga dopo l'ultima scena credo continuerà confermando l'equazione incassi = sequel assicurato.


Spider Man-Homecoming

Titolo: Spider Man-Homecoming
Regia: Jon Watts
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Peter Parker non riesce a scrollarsi di dosso quanto sia stata incredibile la sua esperienza con gli Avengers in Captain America: Civil War, l'aver conosciuto Tony Stark e avere mantenuto con lui un rapporto speciale, tanto da avere un contatto diretto attraverso il suo assistente Happy Hogan e da aver ricevuto in dono un super-costume. Peter è così innamorato dell'idea di diventare un Avenger da lasciar scivolare in secondo piano anche la ragazza che gli fa battere il cuore, la bella Liz, per andare dietro ai criminali e mostrarsi pronto per la posizione in squadra. Le cose però non vanno come previsto, perché il suo avversario, l'Avvoltoio, una squadra ce l'ha e opera in modo organizzato e all'occorrenza spietato, motivato dalla rabbia per un grande e onesto affare che proprio gli Avengers gli hanno "sottratto".

Un nuovo uomo ragno. Una nuova saga dopo le due precedenti.
Partiamo con ordine. Homecoming, sui cui non avevo nessun tipo di aspettativa, manco a farlo apposta si è rivelato come il miglior capitolo delle saghe. I motivi sono svariati, dalla tecnica, all'impiego della c.g, la storia misurata senza troppi momenti strappalacrime (e ancora difficile dimenticare la faccia da fesso di Tobey Maguire).
La scelta poi della regia mi ha fatto pensare. Certo Raimi era stato il migliore senza dubbio ma l'ultimo regista dalla sua ha due film abbastanza anomali come il divertentissimo COP CAR e il quasi riuscito CLOWN. Tempi comici, tanza azione, cambi repentini di location, mega produzione, un cast semi-stellare dove si inseriscono alcuni personaggi dell'universo Marvel, senza stare a citarli tutti basta il ruolo (forse uno dei migliori) di Favreau già regista dei primi IRON-MAN.
Certo 133' sono tanti da digerire e i tempi allungati nel college e gli inseguimenti con la banda dei malviventi di Avvoltoio a volte sfiancano e annoiano non poco. Periodo d'oro per Michael Keaton risorto dalle ceneri e qui di nuovo a starnazzare come nel bellissimo film di Inarritu.

Aerei, navi, grattacieli, costruzioni antiche...stavolta Parker dovrà fare proprio i salti mortali. Un'altro degli aspetti che ho apprezzato del film concerne il bagaglio dell'eroe. Peter in questo film viene a conoscenza del suo costume e impara a sfruttarne al meglio tutti gli accessori come nella scena in cui è confinato dentro un bunker militare. Non so se ne usciranno altri e dopo la scena in cui vediamo gli Avengers prima e dopo, la scelta finale di Parker potrà far storcere il naso a chi sta attendendo INFINITY WARS e forse non ha colto il collegamento.

domenica 2 luglio 2017

Vincent N Roxxy

Titolo: Vincent N Roxxy
Regia: Gary Michael Schultz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Vincent è un uomo solitario che vive in una piccola città mentre Roxxy è una punk ribelle. Quando si ritrovano in fuga dagli stessi pericolosi criminali, i due - nonostante il pericolo - approfondiscono i sentimenti che provano l'uno per l'altra. Ben presto, i due sfortunati amanti scopriranno che la violenza non è poi così lontana dal raggiungerli.

Vincent N Roxxy è un piccolo indie passato in sordina praticamente ovunque. E'un film semplice con una trama scontata e alcuni buoni interpreti che cercano di dare forza e spessore al film con risultati contrastanti. Una pellicola che grida il suo disperato malessere, parla di solitudine e mostra una tenera e dannata storia d'amore in uno scenario visto e rivisto più volte ma sempre in grado di trovare alcuni spunti originali. Mentre Zoe Kravitz colpisce all'occhio per la sua bellezza e le sue origini (appare già da subito la somiglianza con i genitori artisti) ancora una volta la responsabilità più grossa c'è l'ha il sempre sottovalutato Emile Hirsch in grado di dare polso e spessore da solo all'intero film.


Purtroppo però è proprio il suo personaggio che all'inizio mostra determinate fragilità e segreti che non lo lasciano mai sereno, ad avere i maggiori buchi o meglio, dal fascino misterioso iniziale si passa poi ad una macchina da guerra, uno spietato killer che nasconde un segreto inquietante che abbraccia la vicenda della sua affascinante Roxxy per quanto concerne il climax finale.

Wonder Woman

Titolo: Wonder Woman
Regia: Patty Jenkins
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Diana è l'unica figlia della regina delle Amazzoni, Ippolita. Cresciuta nell'isola paradisiaca offerta al suo popolo da Zeus, sogna di diventare una grande guerriera e si fa addestrare dalla più forte delle Amazzoni, la zia Antiope. Ma la forza di Diana, e il suo potere, superano di gran lunga quelli delle compagne. Il giorno in cui un aereo militare precipita nel loro mare e la giovane, ormai adulta, salva dall'annegamento il maggiore Steve Trevor, nulla e nessuno riuscirà ad impedirle di partire con lui per il fronte, dov'è determinata a sconfiggere Ares e a porre così fine per sempre alla guerra.

John Landis ha commentato che la regina delle Amazzoni è uno dei migliori film sui supereoi.
Purtroppo non mi trovo d'accordo con uno degli outsider che ammiro di più di quell'America che tanti faticano a vedere. Wonder Woman ha un inizio interessante, mostra un'isola paradisiaca che lo spettatore farà difficoltà a dimenticare e ci mostra quanto è meravigliosa l'israeliana Gal Gadot.
Come struttura il film è abbastanza strano, dura 141', ed è un continuo muoversi da un'epoca all'altra in alcuni confusi piani spazio-temporali che verso il terzo atto appaiono ripetitivi e fuori luogo. Che cosa non funziona del film girato dalla Jenkins con le major dietro che sembrano punzecchiare la regista dall'alto come una sorta di Ares a danno di una povera amazzone indifesa?
Di sicuro tutta la parte finale. Ho trovato di pessimo gusto la scelta sui costumi e la c.g utilizzata per Ares quando avevano un attore poliedrico come David Thewlis da poter sfruttare.
Il combattimento finale è così brutto e tamarro che sembra girato da Zack Snyder sotto acido (e credo di aver detto tutto...produttore e patron dell'operazione)
La parte tra Antiope e la corsa alle armi con la piccola Diana è fantastica così come alcuni rapporti tra queste Amazzoni e il segreto che si cela dietro le origini di Diana. Si vede che dietro il film c'è comunque la mano di una donna. Jenkins ultimamente era sparita dietro film su commissione e serie tv discutibilissime dopo il MONSTER del 2003 che è servito più che altro ha dare pubblicità alla Theron. Cercare poi di coniugare Mito e guerra, con alcuni scenari che sembrano quasi improvvisati danno un senso di inutilità senza mai dare e cogliere quell'empatia che forse il film vorrebbe dare. Tutto appare confuso, si passa da una situazione all'altra a volte senza una giustificata coerenza.
Spud e altri personaggi inutili aumentano il fastidio generale (sbagliatissimo il cast sugli aiutanti di Diana) e poi stereotipie a palla e sense of humor veramente scontato e d'altri tempi.
"Wonder Woman più di tutti gli altri film rende esplicito quel legame evidente che i supereroi hanno avuto da sempre con i miti antichi: nel corso dei decenni è stato quel legame a rendere istintivo e quasi ancestrale il calore con cui il pubblico li ha accolti, ed è stato sempre quel legame ad affascinare il mondo degli intellettuali che aveva colto il nesso."

Ora si è arrivati alla frutta. Tra l'altro le Amazzoni nella leggenda non avevano il seno destro. Questa scelta che nel film ovviamente non viene mostrata aveva un preciso scopo: ovvero quello di poter dare più slancio al tiro con l'arco.

Xxx-Il ritorno di Xander Cage

Titolo: Xxx-Il ritorno di Xander Cage
Regia: D.J.Caruso
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Gibbons sta giusto dissertando sull'estrema necessità, per la sicurezza mondiale, del programma xXx quando un satellite atterra su di lui e lo fa fuori. Qualcuno, tra i potenti della Terra, ha per le mani un oggetto che passa sotto il nome di Vaso di Pandora e che può colpire ogni luogo, in qualunque momento, facendo precipitare i satelliti come fossero missili. La NSA, nella persona di Jane Marker, ricorda il piano di Gibbons e richiama in missione Xander Cage e la sua squadra di strani ma duri. Quando, però, Xander e compagnia piombano sui supposti nemici, nelle Filippine, scoprono che si tratta di altri xXx come loro, e che il vero cattivo sta in realtà da un'altra parte.

C'era davvero bisogno di un ritorno? Di questi tempi la domanda viene da sè pensando a inutili remake o sequel di film già abbastanza imbarazzanti.
Vin Diesel continua a dare forma e inconsistenza a personaggi inverosimili che riescono a fare qualsiasi spericolata azione o scena di combattimento (con le ovvie controfigure e stunt-man).
L'attore orientale più pagato della storia, Donnie Yen insieme a Tony Jaa e qualche altro volto meno noto cercano di tenere e dare forza ad una trama che di nuovo strizza l'occhio ai complotti (ma quelli che già da principio appaiono come farse inverosimili) e mostra le solite inutili organizzazioni militari come L'Nsa e altri semi-contractors che agiscono prendendo ordini da non si sa bene chi e soprattutto perchè.

Il film è brutto, qualche scena d'azione si salva, arriva al suo terzo capitolo fracassone e dall'umorismo coatto e becero. Se partiva come parodia di James Bond il risultato è quantomeno imbarazzante così come le pose di Diesel e la sua mimica facciale davvero inguardabile.

Okja

Titolo: Okja
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Il mondo sta esaurendo le sue scorte di cibo, e nessuno ne parla"; è questa la premessa con cui il CEO delle industrie Mirando, l'omonima Lucy annuncia al mondo il suo progetto legato al creare dei maiali enormi che possono sostentare famiglie in tutto il mondo. Un allevamento sostenibile, effettuato in luoghi specifici del pianeta, in cui questa nuova specie può crescere in natura e non in cattività. La Mirando però non si ferma qui e propone, alla fine, un premio per il migliore degli allevatori che riuscirà dopo dieci anni a crescere uno dei 26 esemplari nelle migliori condizioni possibili. Tra questi maiali c'è anche Okja, data in affidamento ad una famiglia di contadini in Korea e cresciuta con una bambina di nome Mija che fin dalla tenera età di quattro anni l'ha amata, coccolata e cresciuta come una sorella. Mija è un'anima pura, in contrapposizione a suo nonno che in Okja vede solo un'opportunità di guadagno, un piccolo maialino d'oro pronto solo per soddisfare la sua avidità. Sarà l'amore a spingere Mija a tentare in tutti i modi di salvare la sua compagna di vita, in un susseguirsi di difficoltà che riusciranno a mettere alla prova il loro legame.

Lunga vita agli adoratori dei mostri.
Bong Joon-ho per chi non lo conoscesse è una garanzia a tutti gli effetti. La sua filmografia per quanto il regista sia giovane è già straordinaria e vanta già alcuni indiscussi cult.
Praticamente sembra una scheggia impazzita tra i generi e i suoi due ultimi film, tra cui questo, ne sono l'esatta dimostrazione anche se il cinismo precedente qui sembra sconvolto da un film geneticamente modificato che rilascia qualche piccola perplessità su dove Hollywood voglia traghettare il talento del regista.
Ambiente, sicurezza, grandi corporation, multinazionali, complotti, ribelli animalisti, amore, amicizia, pubblico lobotomizzato, etc. Praticamente le storie del regista sud coreano sembrano sempre qualcosa di mastodontico e colossale. Storie semplici ma di un impatto emotivo gigante.
Già dai primi minuti al di là del discorso fantastico e politicamente post-contemporaneo di Lucy capiamo subito dove il film andrà a parare e un istante dopo in una natura meravigliosa scopriamo l'amore e l'amicizia tra Mija e Okja con tutta la sua filosofia intimista. Sembra tutto perfetto e per certi aspetti lo è pure. Poi avviene il "rapimento" e noi per un attimo prendiamo atto di una cosa.
Crescere con un animale, amarlo e nutrirlo, nonchè lavargli i denti e dormire assieme a lui diventa il leitmotiv per cui Mija, straordinaria Ahn Seo-hyun, già un volto indimenticabile dopo il bellissimo HOUSEMAID, appena scopre che il nonno ha venduto Okja, si trasforma e diventa un'adulta che rivuole ciò che è suo e che le è stato tolto senza nessun compromesso.
Detto così sembra banale e scontato ma il carisma, gli intenti e gli ideali che l'autore inserisce nelle sue opere e nei suoi personaggi sono di una trasparenza così naturale e senza mai complesse forzature che le scene e i fatti avvengono in modo disinvolto e con una coerenza e un senso magnetico nell'attaccare tutto con un aderenza perfetta che capita di rado nel cinema.
Soprattutto in queste mega produzioni con Netflix in testa e un cast che dopo SNOWPIERCER dimostra l'astuzia con cui l'autore dirige un cast internazionale che vanta alcune memorabili interpretazioni tra cui quella, forse leggermente esagerata ma straordinaria, di Gyllenhaal che sembra far scomparire Raoul Duke e senza dover stare a tessere le lodi di due veri mostri indiscussi come Tilda Swinton (che non credo sia umana) e Paul Dano.
Questa nuova incursione nella fantascienza e nel cinema di mostri è l'ennesima riprova che la metafora può adattarsi a tutto e con scopi e intenti nobili che condannano scandali agro-alimentari, che mostrano la presunzione e l'arroganza dei magnati della bersagliata "Monsanto" (il riferimento è palese) che tenta di eliminare la fame nel mondo inventando un nuovo tipo di bestiame.
Ancora una volta Bong Joon-ho riesce in un piccolo miracolo: umanizzare un mostro e trasformare gli umani in mostri o in ridicole marionette. Detto così potrebbe sembrare semplice ma la materia strutturata e messa in scena nel film e tanta, l'azione decolla senza ricorrere ad una messa in scena confusa e fracassona tenendo testa ad un virtuosismo sempre elegante, alcuni momenti sono davvero commoventi come le idee visive straordinarie mentre invece altri (come l'accoppiamento forzato tra le due creature) fa davvero venire i brividi e da una scossa di rabbia che non andrà via facilmente sapendo dunque dare risalto al lato drammatico dell'intera vicenda.
Okja si adatta a tutti i tipi di target ed è ancora una volta un universo di trovate e scene spettacolari. Tuttavia rimane un passo indietro rispetto al dramma girato all'interno del treno e della metafora distopica e post-apocalittica. Però come qualcuno scriveva forse è il momento che il regista torni a casa, in Corea, a realizzare dei film che gli corrispondano e gli permettano di esprimere con maggior evidenza e meno vincoli il suo immenso talento.
Okja è sincero, a volte banale ma semplice e in alcuni parti complesso nel cercare di dare visibilità e spessore a tutti i personaggi, nessuno dei quali viene messo da parte.
Okja poteva diventare la metafora perfetta per il panorama mediale contemporaneo, prendendo in giro tutti e mostrando come tutti ma proprio tutti a parte Mija e Okja giocano un ruolo da comparsa nel circo mediatico in cui viviamo. Vince chi è se stesso.



martedì 27 giugno 2017

Lion

Titolo: Lion-La strada verso casa
Regia: Garth Davis
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel 1986, il piccolo Saroo di cinque anni, decide, una notte, di seguire il fratello più grande non lontano da casa, nel distretto indiano di Khandwa, per trasportare delle balle di fieno. Non resiste, però, al sonno e si risveglia solo e spaventato. Sale in cerca del fratello su un treno fermo, che parte, però, prima che lui riesca a scendere e percorre così 1600 chilometri, ritrovandosi a Calcutta, senza nessuna conoscenza de bengalese e nessun modo per poter spiegare da dove viene. Dopo una serie di peripezie, finisce in un orfanotrofio e viene adottato da una coppia australiana. Venticinque anni dopo, con l'aiuto di Google Earth e dei suoi ricordi d'infanzia, si mette alla ricerca della sua famiglia.

Lion è il tipico drammone che fin da subito e dall'espressione del suo protagonista, Dev Patel, sembra una sorta di profezia che ti spingerà ad un solo e unico obbiettivo: Piangere.
Davis nonostante l'abbia adorato assieme alla Campion per averci regalato una bellissima serie australiana del 2012 di nome TOP OF THE LAKE e che per fortuna ancora in molti non sanno dell'esistenza. In questo caso ci troviamo tra Usa e Australia con alcune scene tra passato e futuro ambientate anche in India. Non sono poche le similitudini che abbracciano in questi contesti alcune analogie tra il film di Davis e quello di Boyle tra l'altro con lo stesso protagonista. La ricerca della propria famiglia, riprendersi un'identità culturale e altri temi che il film affronta, per quanto spesso siano abusati nel cinema, possono ancora avere grosse risorse ed essere giocati con sensibilità e momenti di indubbia originalità (che purtroppo il film non possiede).
Solo in parte il film ne mostra alcune soprattutto per quanto concerne le fragilità dei suoi personaggi , il rapporto con la famiglia adottiva in Australia ad esempio è semplicemente adorabile, complici la Kidman e Wenham. Straordinaria la parte tra Saroo e il fratellastro Mantosh quando i due dopo anni si ritrovano nella catapecchia dove decide di vivere confinato il fratello, con un disturbo di personalità che lo confina in suo preciso spazio cercando di dare un senso alla sua esistenza.
Mentre la storia d'amore con Lucy (Rooney Mara sta diventando un po come il prezzemolo nelle produzioni americane e non solo) mè un po abbozzata e sa tanto di forzatura per alcuni aspetti e per come in fondo si sa dove andrà a parare, la parte girata a Calcutta con il Saroo piccolo, Sunny Pawar, buca davvero lo schermo così come i momenti della fuga dei bambini dalle strade di Calcutta per non essere portati in strutture rigidissime dove non si sa se sopravviveranno.
Lion ha tante premesse e Davis senza farsi prendere troppo la mano disegna un film molto articolato con tanti temi e strutture che avvolge un periodo di storia lungo e complesso.
E' vero che si piange o meglio ci si commuove ma non è il preciso intento del regista. La realtà è sensibilizzare il pubblico su temi importanti e attuali. Parlare di adozioni internazionali e allo stesso tempo unire viaggio dell'eroe, film di formazione e una crescita, quella del protagonista, che abbraccia molte più cose nel film di quelle che vi sto dicendo.


King Arthur

Titolo: King Arthur
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando il re di Camelot Uther viene tradito e ucciso da suo fratello Vortigern, suo figlio Pendragon si salva per miracolo, venendo poi cresciuto da prostitute in quel di Londinium. L'adulto Artù è uno scaltro delinquente di strada, abile a farsi rispettare e ad arricchirsi, ma la sua vita sta per cambiare: Vortigern sa che è sopravvissuto e sta obbligando tutti i maschi del regno a provare la fatidica estrazione della Spada dalla Roccia. Quando verrà il turno di Artù, saprà abbracciare il suo destino di legittimo re?

Guy Ritchie è un piccolo Re Mida del gangster-movie.
Finchè si rimane incollati alla realtà, i risultati sono spesso buoni o addirittura ottimi come ROCKNROLLA in cui l'eccesso diventa di fatto un valore aggiunto. Ora però bisogna anche ammettere che con il fantasy o con le vicende epiche il nostro amico ha non poche difficoltà a non far presto diventare un giocattolone il gioco d'intenti del suo lavoro. Come per i precedenti capitoli di SHERLOCK HOLMES i quali non li ho graditi affatto, il problema diventa proprio coniugare il fantasy e le gesta epiche con una messa in scena tamarra e fracassona, regole e in parte politica d'autore sempre voluta e ricercata dal regista con risultati buoni sfruttando al massimo alcune idee di cinema che gigioneggiano compiaciute con il montaggio, la saturazione sensoriale, l'otto volante sul frame rate e i movimenti di macchina continui e roccamboleschi.
Hunnam purtroppo dopo SONS OF ANARCHY ha confermato che a parte qualche smorfia è un attore fisico come tanti altri senza nessuna menzione speciale (il che mi dispiace alquanto).
Law non fa altro che divertirsi riproponendo le gesta e le espressioni del suo personaggio più maturo come nella nostra serie italiana e per quanto concerne il resto del film al di là di qualche soluzione registica carina e funzionale appare a tutti gli effetti come un blockbuster meno epico del previsto e con alcune brutte scelte come il nemico finale e l'ennesimo trionfo del cinema mainstream.
Il re del nuovo gangster movie britannico fa un altro piccolo passo indietro dopo l'insuccesso al botteghino del misuratissimo e delizioso OPERAZIONE U.N.C.L.E una sorta di divertissement che prende in giro il noto James Bond.



Dark Night

Titolo: Dark Night
Regia: Tim Sutton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

È un occhio che apre il film, un occhio su cui si riflettono luci blue e rosse, luci che sembrano provenire da uno schermo e invece si rivelano quelle di una volante di polizia. Perché la catastrofe lentamente annunciata per tutto il corso di Dark Night si è consumata proprio in un cinema, luogo che forse più incarna il limbo tra la vita e la morte dove i personaggi sullo schermo sono materia eterea, fantasmi. E come fantasmi si muovono i protagonisti di Dark Night, esistenze vuote e svuotate della periferia americana, storie banali nella loro eccezionalità che andranno tutte a convergere proprio in una sala cinematografica.

Tim Sutton alla sua terza opera sembra voler approfondire l'universo giovanile con tutti i suoi drammi e le sue allusioni come già accadeva per l'esordio di PAVILLION.
Dark Night è un film che ancora una volta urla in sordina tutto il dramma legato alle stragi giovanili.
Che siano quelle di Moore ma ancor di più quelle ancora più riconoscibili di Van Sant (ELEPHANT d'altronde è stato innegabilmente un precursore nel suo modo assolutamente originale di mostrare il dramma in uno schema corale e grazie ad una narrazione atipica).
Dark Night come nel titolo del film rappresenta proprio quella notte oscura che tra il 19 e il 20 luglio 2012, nella cittadina di Aurora, si è portata via le vite di 12 persone uccise a colpi di arma da fuoco da un ventiquattrenne in un cinema che proiettava proprio il terzo capitolo del noto supereroe.
Una notte oscura, perché sono ancora molti i punti di domanda senza risposta, come spesso succede in casi così estremi, su cosa spinga un ragazzo a compiere un gesto insano come quello di organizzare una carneficina.
Dark Night in fondo è la cronaca di una strage annunciata, seguendo la giornata di alcuni giovani personaggi, tutti annoiati, all'interno di un quartiere residenziale tutto villette con giardino, piscina e prati rosati, la fine del sogno americano dunque nella sua noia e apatia senza fine.
Un ragazzo in particolare, ricco ed annoiato, trascorre la giornata a pulire la sua micidiale arma e muovendosi come un fantasma senza essere notato e senza che nessuno si prende cura di lui. Dovrà tornare, ma di sera, in un cinema, per dare sfogo alla sua frustrazione. Il dato peggiore in questi drammi come mi verrebbe anche da citare l'opera di Villneuve POLYTECHNIQUE è che lo spettatore sa benissimo cosa andrà incontro sapendo per di più che i fatti successi e le tragedie da questo punto di vista non insegnano niente, nemmeno grazie al cinema, cercando di sensibilizzare l'opinione pubblica affinchè soprattutto negli Usa qualsiasi ragazzino può entrare a contatto con un arma e fare quello che gli pare con le vite degli altri.


Kong-Skull Island

Titolo: Kong-Skull Island
Regia: Jordan Vogt-Roberts
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

1973. All'indomani del ritiro delle truppe americane dal Vietnam, due scienziati sui generis convincono Washington a finanziare una missione segreta alla scoperta di un'isola nel sud del Pacifico. Quando gli elicotteri superano la nube tempestosa che nasconde l'isola al mondo esterno, fanno ben presto conoscenza con un gigantesco gorilla, venerato come un dio e chiamato Kong.

Kong-Skull Island è un po il film che tutti i fan dei monster movie o meglio MonsterVerse volevano (MonsterVerse è un media franchise crossover e universo cinematografico incentrato su una serie di film, prodotti e/o distribuiti in collaborazione tra Warner Bros. e Legendary Pictures, riguardanti i due mostri Godzilla e King Kong). Un film voluto proprio dalla Legendary Pictures: "senza coscienza, nessun raziocinio, solo devastazione".
Un giovane regista che ha saputo farsi conoscere per il nostalgico e interessante THE KINGS OF SUMMER una interessante film di formazione di alcuni ragazzi. Kong è uno spin-off della serie, il primo film dedicato interamente alla storia della mitica Isola del Teschio. Un film fracassone filtrato da un disegnatore di fumetti dove tutto è ancora più saturo e più stilizzato, unendo varie influenze e in particolare il cinema di mostri giapponese (per molto del character design) come i kaijū e per le moltissime altre creature dell’isola, i mufloni giganti, i poliponi o i grandi ragni, fino ovviamente ai nemici del primate.
Un film cool stilizzato all'ennesima potenza. Un film dove la storia e i personaggi sono solo un pretesto senza nessun significato (i personaggi sono appena abbozzati come spesso capita nei b-movie) per dare spazio e voce alla creatura leggendaria che arriva in scena con il silenzioso senza nemmeno farsi notare. Un film che se ne frega del budget che ha a disposizione e vuole rimanere nella serie B provando solo in qualche momento o da qualche intento a far comprendere una metafora come quella che più di tutti riguarda il colonnello Preston Packard, interpretato da Samuel Jackson (incredibile come sia diventato il prezzemolo sostitutivo di Morgan Freeman nei film) con uno sguardo allucinato quando si trova di fronte un gorilla di 30 metri per 10.000 tonnellate e si convince che sia un nemico più perché gli mancano i Vietcong che perché gli ha abbattuto un po' di elicotteri e fatto fuori un po' di uomini.
Preparatevi a 90' di puro non-sense divertente da prendere con le pinze e con alcuni momenti decisamente divertenti come la citazione finale a JURASSIC PARK.





Kill me three times

Titolo: Kill me three times
Regia: Kriv Stenders
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un volubile assassino scopre di non essere l'unica persona che sta cercando di uccidere la sirena di una soleggiata città del surf. In questo cupo thriller comico, il killer si ritrova a dipanare tre racconti sul caos, omicidi, ricatti e vendetta.

Il film narra le vicende di diversi personaggi, tra tradimenti, rapimenti e omicidi. La storia principale è una sola che però viene divisa in tre capitoli, in ognuno dei quali verranno ripercorsi gli eventi dal punto di vista di alcuni personaggi. Poco alla volta si aggiungono informazioni in più e riusciamo a mettere insieme i vari tasselli del puzzle, fino al finale in cui tutte le sottotrame finiranno inevitabilmente per incontrarsi. Il personaggio che unisce tutti i capitoli è quello del killer Carlie Wolfe intrepretato da uno dei maestri della risata contemporanea. Il problema è proprio quando in una pellicola nemmeno un attore come Simon Pegg riesce ad essere impiegato bene (e come si fa con un personaggio del genere scritto così male e così pieno di stereotipi) allora un semi-sconosciuto film del noiosissimo Stenders alla sua terza regia non può che essere qualcosa di stupido e banale privo di ogni tipo di complessità o colpo di scena o un minimo elemento che possa dare originalità al progetto.
Un film che scimmiotta tra i generi senza mai riuscire a mantenere un margine di coerenza e trovando un'ironia particolarmente abusata e infantile nel genere senza quei guizzi che ne diano una prova perlomeno sufficiente o divertente con quell'ironia sempre più complessa da trovare e che alla maggior parte dei registi post-contemporanei manca.
Un film in cui a parte la bellissima Palmer (ma semplicemente perchè ha qualcosa di magnetico) nessuno sembra mai entrare in parte a cominciare dal cast che punta su attori di serie b come il fratello di Thor e altri figuranti ormai dimenticati dagli studios.
Senza contare che il film di riferimento per il regista sembra a tutti gli effetti essere BLOOD SIMPLE dei Coen, Stenders affidandosi ad una mania tarantiniana di lasciarsi prendere la mano, getta via le regole del thriller e del noir per soffocare tutto con un mix di ironia e idiozia drammatica ed esemplare.


giovedì 15 giugno 2017

Jack goes home

Titolo: Jack goes home
Regia: Thomas Dekker
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jack Thurlowe è un editore di una rivista di successo, con una bella fidanzata, Cleo, che è incinta di sette mesi del loro primo figlio. Tuttavia, questa vita perfetta viene sconvolta quando Jack scopre che i suoi genitori hanno subito un terribile incidente d’auto nella sua città natale. Il suo amato padre muore, mentre la madre Teresa sopravvive. Al ritorno a casa per il funerale, la natura volatile del rapporto tra Jack e Teresa viene in superficie e il costante cordoglio della città inizia a pesare sul processo di lutto di Jack. Mentre arriva un nuovo misterioso vicino di casa, Duncan, Jack trova alcune registrazioni audio e videocassette lasciate dal padre, che lo portano a mettere in discussione i ricordi dell’infanzia e il fondamento stesso della sua identità. Mentre la pressione cresce e la sanità mentale si fa labile, Jack scopre che il mondo idilliaco in cui ha creduto sin dall’infanzia è in realtà un parco giochi da incubo pieno di menzogne, inganni, violenze e omicidi.

Il secondo film del giovane Drekker cerca di trovare in un'atmosfera molto particolare raccontando in poche parole di come alcuni ritorni a casa non sempre siano così piacevoli e sereni.
Il maggior contributo che il regista sceglie e su cui punta è questa strana dimensione familiare che accoglie il giovane e inquietante Jack (Rory Culkin è identico al fratello maggiore ma con meno talento) raccontandogli segmenti taciuti sulla sua vita e spingendosi nei recessi oscuri della mente dove il protagonista segue e sceglie le dinamiche familiari piene di segreti.
Un thriller psicologico indipendente che vira quasi sull'horror che si piazza in quel filone e sottogenere quasi tutto girato all'interno della casa dove le dinamiche scoppiano nel giro di poco portando ad una esplosione tutti i dialoghi e le azioni tra i vari componenti.
Purtroppo uno dei limiti di Drekker è quello di non riuscire sempre a dare ritmo alla storia infatti soprattutto nel secondo atto, la narrazione zoppica mostrando alcuni momenti morti. I personaggi sono spesso caratterizzati in modo esagerato e palesemente delirante anche se Lin Shaye riesce ad essere maledettamente inquietante tenendoti incollato allo schermo.



Age of Conseguences

Titolo: Age of Conseguences
Regia: Jared P.Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 2/5

ll documentario esplora come il cambiamento climatico sia diventato inesorabilmente legato alla nostra sicurezza nazionale, e di come il rapporto tra sconvolgimento del clima e conflitti formeranno uno strumento che potrà plasmare il mondo sociale, politico ed economico del secolo nel quale viviamo. I documenti e le testimonianze riportate si traducono in un invito all'azione e a ripensare il modo in cui utilizziamo e produciamo energia. Con un concetto di fondo fondamentale: qualsiasi strategia di difesa militare utilizzeremo, è il tempo la risorsa più preziosa.

Jared P.Scott ha un solo merito finora. Al di là del suo innegabile patrimonio economico, tale da poter raggiungere vette inaspettate e devo dire esageratamente spettacolari (la fotografia a tratti sembra un film di Malick) e quello di aver girato qualche anno fa il bel documentario REQUIEM FOR THE AMERICAND DREAM, ovvero l'ultima lezione di Noam Chomsky ossia un pacato invito alla rivolta che dovrebbe essere trasmesso come una nenia ogni sera dopo il telegiornale per dare modo e tempo ai comuni mortali di comprendere le ragioni che stanno portando questa società al collasso.
Age of Conseguences crea un collante facendo collegamenti di ogni tipo e ogni sorta muovendosi praticamente in tutto il mondo. Questo nuovo modo di analizzare i contenuti all'interno dei documentari nel festival di Cinemambiente, diventa importante quanto rischia secondo me di allargare troppo il problema e fare in modo che il tema non concentrandosi su una singola situazione e quindi argomentandola a dovere, diventa difficile da comprendere a pieno soprattutto quando come in questo caso si passa dal Medio Oriente all'Africa e in altre aree trattando tempi, aree geografiche ed eventi storici senza finalizzarne in modo preciso nessuno ma diventando una sintesi che rischia di perdersi nella sua continua fagocitazione di complessità sulle connessioni fra cambiamento climatico e conflitti, migrazioni e terrorismo.
Sono d'accordo che l’emergenza climatica è di sicuro l’elemento catalizzatore e acceleratore di un effetto a cascata che unisce punti da un capo all’altro del globo: dalla desertificazione di vasti territori in Nord Africa e Medio Oriente ai fenomeni di siccità e carestia ma non sono d'accordo o meglio non ho gradito la critica all'Isis in Medio Oriente e sul fatto che per creare panico e instabilità prosciughino e occupino tutte le aree dove ci sia dell'acqua per mettere in ginocchio la popolazione. Detta così sembra una presa di posizione più politica che di allarme legato all'ambiente. A questo proposito Scott, credo non abbia fatto quel passo in più dicendo come si è arrivati a questo e senza citare mai, o quasi, la responsabilità dell'America e dei alcuni paesi europei (Inghilterra, Francia in primis e i risultati si stanno vedendo...) di aver creato le basi per il terrorismo mondiale in Darfur, in Somalia, in Siria e in tantissime altre aree legate alla geografia di quei paesi. A dirlo non sono, questa volta, le associazioni ambientaliste, ma i generali del Pentagono, gli esperti di sicurezza internazionale, gli analisti politici ed economici che frequentano le stanze del potere.
Il film è stato anticipato dal punto di Luca Mercalli, ormai una pietra miliare e un abituè del festival, un ometto divertente ed elegante che in un attimo riesce a portare il termometro sulla realtà globale che ci circonda inondando il pubblico in un'ora di slide, fiumi di parole e video inquietanti che danno un quadro apocalittico sul nostro pianeta.



Gifted

Titolo: Gifted
Regia: Marc Webb
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Gifted - Il dono del talento", parla della storia di Frank, un uomo cosciente e giudizioso che prova a crescere la giovane ed estremamente geniale figlia della sorella, tragicamente morta a seguito di un incidente. Sua nipote Mary è un vero asso della matematica e dal momento in cui la nonna della bambina, madre di Frank scopre le abilità della piccola, l'uomo cercherà di trarre vantaggio in ogni modo possibile della situazione che si è venuta a creare.

E'curioso scoprire come Chris Evans tolti gli abiti da supereroe Marvel (Capitan America) prediliga i drammi sul sociale. A partire da BEFORE WE GO la sua opera prima come regista, in cui in realtà è una storia d'amore tutta ambientata in una notte, e questo piccolo indie. Gifted fin da subito è uno di quei tipici drammoni che toccano le corde dell'anima. Puntano sui sentimenti, sulla redenzione, sull'attaccamento, sul distacco e la perdita. Dal punto di vista della storia non accenna a inserire nulla di nuovo, lo stereotipo è sempre quello e narrativamente parlando non ci sono colpi di scena eclatanti o un climax che il pubblico non si aspetti. Il cast c'è la mette tutta merito anche e soprattutto di una squisita Mckenna Grace che ruba la scena agli adulti riuscendo ad essere in parte in un ruolo complesso e sfaccettato.
Il film scritto da Tom Flynn è un dramma crudo con i piedi per terra, incentrato sul personaggio di Frank Adler, un uomo che intenzionalmente non esplica le sue potenzialità,e che si prende cura della nipote Mary nella parte rurale della Florida. Quando la iscrive a scuola per la prima volta, lei viene etichettata come "dotata" ("gifted", appunto). Tutto ciò che Frank vuole per lei è una vita normale, ma ad ostacolarlo c'è la madre della bambina, Evelyn, e il problema che lui non ha la custodia di Mary. Ecco allora che, dinamico per la prima volta nella sua vita, Frank lotta per ottenere questa custodia. Alla fine in poche righe il film possiede tutti quegli accessori tali da renderlo una piccola sorpresa che richiederà scatole di fazzoletti da tenere vicini alla poltrona.
Un film che non ha nulla di speciale ma brilla della compostezza delle immagini e della chimica creata tra Evans e la Grace.


Johnny Mnemonic

Titolo: Johnny Mnemonic
Regia: Robert Longo
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Johnny è un corriere neurale, un uomo con un impianto nel cranio che gli consente di usare il suo cervello come un hard disk. Per fare spazio si è fatto cancellare i ricordi della sua infanzia ed ha raddoppiato la capacità della sua memoria con una espansione, ma la massa di dati che per una grossa somma ha accettato di recapitare supera i suoi limiti, e lo porterà alla morte se non sarà in grado di scaricarla entro breve tempo. Ciò che Johnny ignora è che sta trasportando la formula criptata della cura del male del secolo, il NAS (Sindrome da Attenuazione del Sistema Nervoso), trafugata da alcuni ricercatori della Pharmakom che vogliono renderla pubblica. Ma l'azienda farmaceutica che ne è proprietaria è intenzionata invece a trarne il massimo profitto, ed ha incaricato la Yakuza di recuperarla a qualsiasi costo. Accompagnato dalla bella Jane, guardia del corpo contagiata dal NAS, ed inseguito dai sicari giapponesi che dopo aver trucidato gli scienziati ribelli vogliono ora letteralmente la sua testa, Johnny trova rifugio tra i Lotek, e nella loro base riesce a decodificare la formula ed a liberarsene prima che l'eccesso di dati nella sua mente raggiunga il punto critico.

E'incredibile come alcuni film sci-fi distopici riescano ancora ad oggi ad essere pungenti e incredibilmente all'avanguardia. Johnny Mnemonic è un film d'azione con tanti ingredienti mischiati all'interno. Una piccola rivincita con alcuni aspetti cyber punk e il tentativo di renderlo etnicamente vario e con tanti accessori e intuizioni interessanti e d'avanguardia.
Il film di Longo è indubbiamente sporco, un giocattolone con tanti difettucci di fabbrica e non solo nel cervello del protagonista e nelle parti deboli dei Lotek.
Dal punto di vista dell'epoca e dell'ambientazione il lavoro di ricostruzione e di computer grafica è immenso pur lasciando alcune piccole pecche che a mio parere insieme agli altri elementi fracassoni ne danno una certa dimensione appunto che lo redono quasi un b-movie sporco e rozzo.
Per quanto concerne la sceneggiatura e la storia bisogna inchinarsi di fronte a Gibson e la cura che ha messo per questo primo film ispirato al suo racconto.
Proprio l'ambientazione nel 21° secolo, cioè il nostro secolo, è curioso vederlo così ipertecnologizzato come tanti altri registi credevano in quegli anni vedendo l'incredibile sviluppo tecnologico. Johhny Mnemonic dello sconosciuto Longo che sembra essersi perso dopo questo film (le major lo avranno fatto sparire) pur avendo tantissimi limiti rimane quel tentativo come per molti film di quegli anni, di riuscire a creare un'opera contaminata da numerosissime influenze e tendenze. Un mondo decadente dove tutti sono costretti a vendersi o vendere parti del corpo per potersi potenziare, in cui l'egoismo è diventato il vero mantra, in cui gruppi economici di dimensioni planetarie controllano i loro enormi interessi ricorrendo senza scrupoli alla forza illegale di organizzazioni criminali come la Yakuza, la potente mafia giapponese impiegata in questo film in modo più che altro kitsch. Allo strapotere delle multinazionali si contrappongono gruppi di resistenza clandestini come i Lotek, che vivono, confusi nell'eterogenea massa di una popolazione tagliata fuori e minacciata dal nuovo morbo del secolo, tra le rovine fatiscenti e abbandonate delle periferie urbane.

Infine un cast abbastanza importante per l'anno di uscita dove al di là di Keanu Reeves che recita come in tutti i film senza dimostrare particolari doti ma essendo di fatto solo belloccio e bucando lo schermo ricordiamo le performance di Lundgren nel Predicatore e Kier nel ruolo di Ralfi.