Visualizzazione post con etichetta Torino Film Festival. Mostra tutti i post
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mercoledì 15 febbraio 2017

Live Cargo

Titolo: Live Cargo
Regia: Logan Sandler
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: 34°TFF
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 2/5

Nadine e Lewis hanno appena perso il bambino che tanto aspettavano. Nel tentativo di guarire la ferita e ricucire lo strappo che si sta consumando, si concedono una vacanza in una remota isola delle Bahamas, dove la famiglia di Nadine possiede da anni una casa. Un luogo meraviglioso, e per la ragazza carico di ricordi. Ma dietro l'apparente quiete del paradiso tropicale, si nascondono conflitti insanabili e trame ignote: da un lato c'è Roy, l'anziano patriarca che governa l'isola, e dall'altro lo spietato Doughboy, boss del locale traffico di esseri umani, che vorrebbe espandere il proprio giro d'affari. In mezzo il giovane e ingenuo Myron, plagiato da Doughboy e attratto da Nadine. Per la coppia è una discesa all'inferno.

"Una volta c’erano solo la terra e l’oceano, oggi ci sono anche i live cargo (trasporto di esseri viventi), la cocaina e l’erba."
A metà tra Lansdale e Malick, incrociando sulla strada l'ombra di McCarty e i fantasmi di qualche imprecisato film di denuncia sociale, Live Cargo è quel tipico film che aveva tutti gli elementi alla base per conquistare pubblico e critica ma ha invece deluso quasi tutti.
Sandler era presente in sala con tutta la ciurma di amici e conoscenti, produttori e sostenitori. Praticamente la sala era composta per 3/4 dai Sandleriani. Ora al di là degli applausi meritati o meno, l'opera prima del regista bianco che parla di conflitti e dispute tra neri ha tanti bei momenti, una messa in scena cupa e con una fotografia eccellente in b/n che riesce a dare forma e sostanza dove la cinepresa non riesce aprendo verso spazi sconfinati di intensa bellezza.
Live Cargo ha due protagonisti tosti, freschi da un lutto e incazzati neri col mondo con la voglia di riprendere il controllo della vita sulla morte. Elaborando il lutto, conoscono un altro orrore e con tale scempio dovranno confrontarsi. Unire questa psicologia della perdita e della rabbia con i traffici loschi e la tratta di esseri umani è quanto di più ghiotto poteva esserci e il regista sembra crederci per poi farsi prendere la mano da una sorta dii esercizio di stile cambiando binario e spostando tanto sui non detti, sui primi piani, sull'insistenza a seguire compulsivamente i suoi personaggi e arenare la storia che subisce più battute d'arresto narrativamente parlando per finire lasciandoti l'amaro in bocca.




martedì 17 gennaio 2017

Economie du Cople

Titolo: Economie du Cople
Regia: Joachim Lafosse
Anno: 2016
Paese: Francia
Festival TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 5/5

Per Marie e Boris è l'ora dei conti. In tutti i sensi. Dopo quindici anni di matrimonio e due bambine, decidono di mettere fine alla loro relazione, consumata da incomprensioni e recriminazioni. Marie non sopporta i comportamenti infantili del marito, Boris non perdona alla moglie di averlo lasciato. In attesa del divorzio e costretti alla coabitazione, Boris è disoccupato e non può permettersi un altro alloggio, lei detta le regole, lui le contraddice. L'irritazione è palpabile, la sfiducia pure. Arroccati sulle rispettive posizioni sembrano aver dimenticato il loro amore, il cui frutto è al centro della loro attenzione. Genitori di due gemelle che stemperano con intervalli ludici le tensioni, Marie e Boris condividono una proprietà su cui non riescono proprio a mettersi d'accordo. A chi appartiene la casa? A Marie che l'ha comprata o a Boris che l'ha rinnovata raddoppiandone il valore? La disputa è incessante, il dissidio incolmabile. Ma è fuori da quella 'loro' casa che Marie e Boris troveranno la risposta. Una possibile.

"Dopo l'amore aka After Love" (traduzione pessima) è l'ultimo film di Lafosse, regista belga già conosciuto al pubblico per diversi film tra cui spicca PROPRIETA'PRIVATA con la Huppert.
Economie du Cople è un film semplicemente perfetto. Poche location, ambientato per il 99% dei suoi 97’ dentro l’abitazione, una bellissima casa ristrutturata proprio da Boris, e un manipolo di attori e una storia attuale e scomoda, moderna e dannatamente contemporanea. Il dramma di un amore finito ma anche un dramma legato al concetto di dignità, i difficili rapporti sociali diversi e le differenze di ceto sociale che distruggono e imprimono quel senso di inadeguatezza minando quel residuo di speranza e sensibilità.
Un film manifesto su come ci si interroga, su come si cercano i propri spazi in qualcosa che da un momento all'altro non è più tuo. Un film che parla allo stesso tempo di speranza e di consumazione di corpi come a dire che quando finisce un amore, a volte rimane solo il sesso come lenitivo per le scottature date e ricevute.
Il settimo film del regista però non si limita a questo e fa un salto in più.
Sonda la vita da separati di Marie e Boris senza dimenticare il difficile compromesso con le due figlie e la divisione dei beni. L'istinto e l'indole di Boris poi lo portano più volte a commettere pazzie e plateali sceneggiate in presenza degli amici di entrambi (la scena della cena è straordinaria per intensità quanto dolorosissima per ciò che smuove). I dialoghi, le interpretazioni, gli stati d'animo entrano subito nell'animo dello spettatore che cerca continuamente di capire da quale parte stare empatizzando prima con una e poi con l'altro.
Ancora una volta il vero ostacolo è rappresentato dal denaro e dalle sofferenze finanziarie, la gestione delle cose materiali, la casa, le figlie, il frigo separato. Fragilità che in un attimo portano a discussioni, pianti, difficoltà, incomprensioni. L'opera ragiona e analizza proprio questo. Il risultato è spiazzante portando temi e riflessioni, ponendo dubbi facendo riflettere e infine l'elemento più doloroso ma importante da analizzare, soprattutto nei confronti di Boris; quanto può risultare difficile, se non impossibile, vivere in una casa prigione con una famiglia che non fa altro che controllarti e scuotere la testa.




Sully

Titolo: Sully
Regia: Clint Eastwood
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 2/5

Il 15 Gennaio 2009 un aereo della US Airways decolla dall'aeroporto di LaGuardia con 155 persone a bordo. L'airbus è pilotato da Chesley Sullenberger, ex pilota dell'Air Force che ha accumulato esperienza e macinato ore di volo. Due minuti dopo il decollo uno stormo di oche colpisce l'aereo e compromette irrimediabilmente i due motori. Sully, diminutivo affettivo, ha poco tempo per decidere e trovare una soluzione. Impossibile raggiungere il primo aeroporto utile, impossibile tornare indietro. Il capitano segue l'istinto e tenta un ammarraggio nell'Hudson. L'impresa riesce, equipaggio e passeggeri sono salvi. Eroe per l'opinione pubblica, tuttavia Sully deve rispondere dell'ammaraggio davanti al National Transportation Safety Board. Oggetto di un'attenzione mediatica morbosa, rischia posto e pensione. Tra udienze federali e confronti sindacali, stress post-traumatico e conversazioni coniugali, accuse e miracoli, Sully cerca un nuovo equilibrio privato e professionale.

Col tempo si sa che alcuni autori invecchiano bene e altri meno. Forse sarà l'esaltazione per la speranza che vincesse Trump che il buon Eastwood ha pensato bene di puntare sul concetto di eroe che si espone ai media facendo "outing" dell'errore commesso. In questo ritratto di Chesley Sullenberger, un ex pilota interpretato in modo soddisfacente da Hanks, tutto il film narra la testimonianza, l'interrogatorio, una parte dell'incidente, sogni e prolessi, tutto giocando su salti temporali e via dicendo di questo pilota e dell'incidente mancato. Un film tecnicamente validissimo ma che esaurisce prima del dovuto tutto il suo repertorio riuscendo in alcuni casi ad essere anche noioso e ripetitivo.
Eastwood non è finito, questo me lo auguro di cuore. Spero che questo voler dare autenticità e umanità ad un personaggio lo faccia riflettere sui suoi ideali e ciò di cui secondo lui ha bisogno l'America.
Speriamo che si possa tornare a opere meno stucchevoli e invece drammi forti e potenti come il suo ultimo miglior film che rimane ancora MYSTIC RIVER.
Mi chiedo solo se è chiaro, ora più che mai, cosa voglia dire essere eroe per il regista.
In questo caso il personaggio fa centro ma l'eroe in questione cozza completamente con la politica e gli intenti del regista.
Sully sembra voler dire di ripartire dalle piccole cose, dall'etica del lavoro di un uomo comune e in alcuni momenti risveglia dall’incubo della New York post 11 settembre. Eppure i tempi sono cambiati e il quadro geo-politico sembra voler dire tutta un'altra cosa, questo Eastwood non può ignorarlo.


martedì 27 dicembre 2016

Los Decentes

Titolo: Los Decentes
Regia: Lukas Valenta Rinner
Anno: 2016
Paese: Austria
Festival: TFF 34°
Sezione: Torino 34°
Giudizio: 3/5

Una donna si presenta ad un casting per essere assunta come cameriera in una casa di lusso in una zona residenziale nella periferia di Buenos Aires, abitata da famiglie dell'alta borghesia, vale a dire, da persone "decenti". Ma dall'altra parte della barricata, c'è un'altra comunità dai precetti radicalmente diversi: una congregazione di nudisti, che si dimentica dei canoni sociali quanto a classe e, soprattutto, a "decenza", per abbracciare la liberazione mentale e sessuale in comunione con la natura. E la donna viene, naturalmente, rapidamente attratta dal richiamo di quest'oasi.

Il secondo film del giovane regista argentino è un film che racconta sotto certi aspetti una lotta di classe, ancora argomento pregnante in Argentina, sfruttando un paradosso molto interessante che riesce a diventare durante l'arco della narrazione il vero motore che riesce a conferire atmosfera e mistero al film. Un paradosso, il passaggio segreto dove Belen vive entrambi i mondi entrando in contatto da un lato con la borghesia di un nucleo familiare particolarmente fastidioso, dall'altro una comunità di nudisti che si sdraiano al sole, fanno bagni solitari o collettivi, praticano il sesso tantrico, a due, in ammucchiata, eterosessualmente, omosessualmente, come capita, con chi capita. Una di quelle comunità neopagane tra movimenti nudisti tedeschi del primo Novecento e frikkettonismi californiani anni Settanta, chissà come incistatatasi in quella parte di Argentina.
Dunque nudisti contro borghesi in questa nuova lotta di classe che sembra interessare al regista con messaggio anarcoide-ribellistico da vecchio cinema di contestazione e sovversione anni Settanta
(un surreal-latinoamericana) e le atmosfere di una imminente distopia, la violenza che può scoppiare anche dove il livello di sicurezza è più alto, la segmentazione delle città in zone chiuse e non comunicanti. Purtroppo tutta l'ansia e il nervoso che Belen trattiene sembra evolversi e allargarsi anche al resto della comunità per la preparazione molto grottesca di un climax finale un po troppo veloce in questo gioco al massacro che ricorda la caccia alla volpe.
Un film che volutamente non è mai inquietante ma grazie all'uso delle inquadrature fisse e di queste composizioni simmetriche che passano da un estremo all'altro risulta seppur lento e con dei dialoghi ridotti all'osso, visivamente molto curato e con diversi riferimenti letterari e cinematografici.
Un film che forse girato dallo stesso regista con più esperienza e maturità avrebbe giovato all'opera e a tutta la contestazione, che seppur datata, poteva provocare e smuovere di più.


King Cobra

Titolo: King Cobra
Regia: Justin Kelly
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio: 2/5

Ispirato a una storia vera cupa e intrigante, il film narra le vicende di un ragazzo che diventa una star del porno gay grazie a un losco figuro fondatore di una casa di produzione a luci rosse chiamata Cobra Video. Gli eventi lo porteranno ad accostarsi a un produttore rivale e altrettanto influente, che farà di tutto pur di accaparrarselo.

Kelly: "come si fa un film che tratti il porno-gay senza essere grossolano ed approssimativo?"chiese il discepolo al maestro Gus Van Sant
Van Sant: "bisogna andare al di là dell'estetica senza eccitarsi e autocompiacersi"
E fu così che al suo secondo film, Kelly dimostrò di non aver capito nulla.
E'difficile trovare le parole per descrivere un film fortemenete voluto da Franco, qui in veste anche di produttore, che sembra essere stato girato troppo velocemente dove l'attore non fa altro che ammettere la sua omosessualità in una parodia di un "gay" secondo James Franco che si bea di sguazzare nei luoghi comuni penando solo a ficcare e mostrare le sue pose da produttore/gangster (senza però avere quel fascino che mostrava in SPRING BREAKERS). Il risultato è una performance eccessiva, urlata, volgare, grottesca nelle scene di sesso che vorrebbero ambire al softcore con il risultato di apparire trash e banali.
King Cobra si basa sul libro del 2012 di Andrew E. Stoner Cobra Killer: Gay Porn, Murder, and the Manhunt to Bring the Killers to Justice, dal titolo molto esplicativo. Un film che riesce a rendere noiosa una storia con dentro il porno, un omicidio e James Franco, cosa praticamente impossibile, diventando nel giro di venti minuti qualcosa di indefinito tra crime, drama e merda.
Tutto è superficiale, tutto. E la cosa che stupisce di più è che Kelly si impegna davvero tanto per affossare il film: rallenty, colonna sonora oscena e una visione del mondo gay allucinante in un tripudio di muscoli che guizzano, bilancieri, canotte e boxer lucidi, il tutto con quell'inconfondibile sapore eighties e la performance di Slater che riesce in alcuni momenti a salvare il film in corner con un personaggio complesso e ben caratterizzato. Infatti è proprio nella convivenza tra due universi opposti che sembrava potesse evolversi la narrazione del film. Da una parte abbiamo l'omosessualità oppressa e opprimente di Stephen (Slater), che nasconde le proprie pulsioni sessuali dietro un'apparenza borghese. Dall'altra l'esibizionismo eccessivo e pacchiano della coppia di Franco e compagno che in quanto produttori meno famosi combattono a suon di ricatti la famosa industria cinematografica.
Per dirla tutta è un film che personalmente ho archiviato e quasi dimenticato poche ore dopo averlo visto.


giovedì 22 dicembre 2016

Mercenaire

Titolo: Mercenaire
Regia: Sacha Wolff
Anno: 2016
Paese: Francia
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 5/5

Soane è un imponente ragazzo proveniente dalla colonia francese dell’isola di Wallis, dove vive una vita povera e segnata dal controverso rapporto col padre, che non esita a infliggergli punizioni corporali e a condizionarne in ogni modo la vita. Su di lui, e in particolare sulla sua imponente stazza fisica, cade l’occhio del procuratore Abraham, che, fiutando un buon affare, lo convince a trasferirsi in Francia per diventare un giocatore di rugby. Soane si ritrova così catapultato in un mondo completamente diverso dal suo, dove scoprirà il prezzo da pagare e i compromessi da accettare per farsi strada nella vita e nello sport professionistico.

Mercenaire per essere un'opera prima è destinata a fare il botto. C'è poco da fare, quando si parla di racconti di formazione la Francia è sempre ra le prime fila a mostrare e dare uno sguardo su una realtà de facto originale e praticamente mai vista al cinema come gli abitanti dell'isola di Wallis che altro non sono che una sorta di Maori francesi.
Soane è un ragazzo giovane con un destino segnato. Di umili origini abituato a servire e soddisfare tutte le richieste della famiglia pensando al fratello più piccolo e cercando di portare qualche soldo in casa dal momento che il padre non sembra occuparsi di nulla se non di bere dal mattino alla sera e picchiare i figli.
In questo vibrante racconto di formazione c'è davvero di tutto, l'obbiettivo salvezza del protagonista e degli altri) è di grande impatto emotivo, alcune scene sono semplicemente indimenticabili (il mantra nello spogliatoio) è sembra una parabola del figlio al prodigo on un padre stronzo in cui Soane è mosso da così nobili intenti che commuove per come porta avanti i suoi valori e la sua vita riscoprendo se stesso in una terra straniera.
Tanti sono i temi trattati in quest'opera dove comunque lo sport diventa un'arena interessante dove tessere la trama e dove creare e riflettere sullo squallore di alcuni risvolti dello sport professionistico e semiprofessionistico che portano soprattutto gli atleti sconosciuti ad essere trattati come bestie da macello, corpi senza un'anima da mandare in prima linea pagati con delle cifre ridicole e imponendo duri regimi alimentari oltre porcherie innominabili da mandare giù.

Sacha Wolff mostra una storia di soprusi e sopraffazione, di debiti che dovranno essere pagati col sangue e col sudore, di invidia, invitando a credere nelle nostre capacità anche nei momenti più bui. Un capolavoro. Un film che prima di tutto parla e insegna cos'è la dignità.

domenica 11 dicembre 2016

Transfiguration

Titolo: Transfiguration
Regia: Michael O'Shea
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio: 4/5

Milo è un moderno vampiro con rimorsi che lo bloccano e gli impediscono di dare sfogo ai propri istinti senza limitarsi al minimo indispensabile. Solo e taciturno, troverà il riscatto grazie ad una coetanea vicina di casa.

Cercare di essere originali su un tema così ampiamente abusato non è facile.
O'Shea alla fine ci è riuscito senza sensazionalismi estremi ma puntando su una storia complessa e narrativamente struggente. Un film come pochi che in una sorta di cinema di genere riesce a far quadrare molto bene il taglio sociale con la natura horror della vicenda.
Milo, un vampiro atipico di colore, ha una vita breve scandita dalla voglia e la curiosità di sbranare la vita il più voracemente e velocemente possibile in uno stato d'animo catatonico difficile da decifrare e un isolamento esistenziale attuale e realistico di pari passo con il passato traumatico. L'incontro con Sophie rappresenta la scoperta della sessualità, di se stesso, del mondo attorno a lui. L'amore diventa il tornaconto per tutti i mali e per la possibilità di riscattarsi dalle sue colpe e dalle tensioni razziali che esplodono nell'ambiente decadente.
E' un horror post-contemporaneo urbano e metropolitano. Un mix tra LASCIAMI ENTRARE e ADDICTION ricordando per certi aspetti e vagamente LA CASA NERA e WAMPYR di Romero per il taglio sociale al tema del vampirismo.
Con un finale amarissimo in cui la vittima sacrificale sceglie il proprio destino cercando una redenzione sua e di chi gli sta attorno e alcune potenti scene d'effetto, Transfiguration continua come altri suoi contemporanei a sviluppare il concetto del vampiro, conferendogli complessità.
Un film minimale girato con cura che segue passo per passo un giovane protagonista davvero adatto nella parte.



Safe Neighborhood

Titolo: Safe Neighborhood
Regia: Chris Peckover
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio: 3/5

Deandra e Robert Lerner vivono in un quartiere residenziale con il figlio tredicenne Luke. Durante le festività natalizie decidono di passare una serata fuori con gli amici e affidano il ragazzo ad Ashley, la giovane babysitter che da anni lo segue e che è in procinto di lasciare la città. Luke, deciso a cogliere la palla al balzo, è pronto come non mai a dichiarare il suo amore, che tiene nascosto ormai da tempo, alla bella Ashley. La nottata, però, prenderà una piega imprevista quando qualcuno, armato e risoluto, farà di tutto per irrompere nella casa dei Lerner.

L'opera seconda assolutamente indie dello sconosciuto Peckover seppur non così originale, oltre ad essere un gioiellino d'intrattenimento ha il pregio di giocare e mischiare molti elementi del classico horror natalizio e ammiccando al teen movie anche se ne prende presto le distanze.
Contamina proprio bene l'atmosfera grazie ad una divertentissima sceneggiatura che abbraccia la commedia, lo slasher movie, le atmosfere anni '90, alcuni aspetti dichiaratamente grotteschi e infine il lato perfido dei bambini che ormai, sembra dire il regista, stanno diventando sempre più stronzi e pericolosi.
Il film ha dei buoni colpi di scena, una struttura che devia completamente direzione depistando il pubblico e portandolo a guardare l'altra faccia della medaglia di MAMMA HO PERSO L'AEREO.
Il film è spassoso e confeziona diverse scene interessanti che non gridano mai allo splatter dichiarato o al gore ma mostrano comunque una attenta dose di tensione, atmosfera e violenza psoicologica importante e notevole. Sul finale mi trovo d'accordo con chi è rimasto colpito dalla morale discutibile del regista soprattutto contando la nota d'intenti e lo humor nero e la componente sadicamente ironica a volte davvero pesante che di fatto sembra preso un po troppo alla leggera a dare sostanza e contributo ad un messaggio che spero non venga frainteso.

Alla fine sotto un'altra analisi sembra una guerra tra sessi dove un bambino appena adolescente e vergine vuole farsi la baby-sitter anch'essa vergine. Ci riuscirà?

Wind

Titolo: Wind
Regia: Saw Tiong Guan
Anno: 2016
Paese: Cina
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

Christopher Doyle ha condotto un’esistenza a dir poco straordinaria: dopo aver lasciato i deserti australiani per l’oceano, ha viaggiato in tutto il mondo, lavorato come marinaio e scavatore di pozzi e vissuto in un kibbutz. Una vita avventurosa, che l’ha portato a Taiwan, dove, infine, a trentadue anni, ha imbracciato per la prima volta una macchina da presa, divenendo uno dei direttori della fotografia più noti e apprezzati del cinema contemporaneo, collaboratore di registi come Wong Kar-wai, Gus Van Sant, James Ivory e Neil Jordan. In questo film racconta la sua vita seduto di fronte all’obiettivo, fra ricordi, immagini e riflessioni.

Christopher Doyle è un artista poliedrico ed eccentrico.
Il premio vinto e consegnatoli al TFF 34° ha incorniciato un personaggio molto umile e divertente. La sua performance e le sue parole sono state caldamente apprezzate assieme al suo bisogno di parlare e dare valore alla settima arte. Il suo cinema e la sua professionalità come direttore della fotografia nasce da autodidatta da chi non ha tutto pronto ma si lascia immergere nelle scene trovando il punto giusto e la prospettiva dove inserirsi. Ha detto molto nella sua intervista Doyle, partendo dal potere della Cina che ci domina già tutti, delle nuove tecniche digitali, del suo amore per le droghe e l'alcool e per la sua straordinaria e assetata curiosità e voglia di scoprire.
A fare da sfondo una spiaggia, acqua, onde e scogli, il tutto frammentato come i ricordi del regista che si alternano in un b/n suggestivo e funzionale.


Port of Call

Titolo: Port of Call
Regia: Philip Yung
Anno: 2015
Paese: Cina
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

Una prostituta adolescente viene uccisa in modo orribile: il suo corpo viene fatto a pezzi e gettato in un gabinetto, mentre la testa viene buttata nel Victoria Harbor. La polizia inizia a indagare...

“Se una persona arriva a sacrificare il proprio corpo, vendendolo in modo da poter fare una vita diversa, perché improvvisamente dovrebbe avere voglia di morire?”
Avete presente ANATOMIA DI UN RAPIMENTO di Kurosawa e L'ELEMENTO DEL CRIMINE di Trier. Ecco l'ultimo film dello sceneggiatore Yung mischia e sembra ricordare per alcuni aspetti e per come concepisce location e dettagli i due registi sopra citati, da una parte e dall'altra in un film lento, lungo e complesso con svariati archi temporali e una messa in scena digitale che grazie alla fotografia di Cristopher Doyle riesce a tirare fuori alcune idee e una regia ottima e suggestiva.
E'un film a metà Port of Call. Forse troppo lungo e con alcune linee narrative e sotto-storie difficili da seguire e da tenere a mente. Dalla sua porta a casa una realisticità inquietante, uno studio intimo dei personaggi e del dramma sociale e alcuni dialoghi strazianti sulla miseria umana e sul degrado.
E'un film in cui i protagonisti sono tutti molto soli e soffrono silenziosamente. Chi come il detective a causa dell'isolamento e per l'ossessione comportata dal suo lavoro che gli ha fatto perdere la famiglia. Soffre il killer, dilaniato dal senso di colpa e dalla difficoltà di non essere accettato. Soffre la vittima, dimenticata dalla sua famiglia e ormai una lucciola timorata che cerca ripari nei posti più pericolosi.
Un noire cupo e gelido che attinge a un vero fatto di cronaca: l’omicidio, avvenuto nel 2008, della sedicenne Wong Ka-mui, una ragazza che si era trasferita a Hong Kong dalla Cina continentale e aveva ben presto abbandonato la scuola. Wong è stata strangolata mentre forniva prestazioni sessuali e il suo corpo non è mai stato trovato, perché il killer ne aveva buttato alcune parti nel gabinetto, altri pezzi li aveva gettati al mercato e la testa era finita nelle acque del porto. Il caso aveva suscitato articoli sensazionalistici



domenica 27 novembre 2016

Fixeur

Titolo: Fixeur
Regia: Adrian Sitaru
Anno: 2016
Paese: Romania
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 4/5

Un giovane tirocinante che lavora in una redazione viene a conoscenza di uno scandalo sessuale sensazionalistico che rappresenta la sua grande occasione per farsi notare e fare carriera nel mondo del giornalismo.

Peccato per quelle piccole e macchinose didascalie a cui il regista non sembra poter fare a meno (e mi riferisco ovviamente al rapporto padre/figlio e al tentativo di ricongiungersi) perchè il secondo film di Sitaru dopo il premiato e ambizioso ILEGITTIM e'un altro duro colpo alla sensibilità e alla psiche dello spettatore. Un dramma contemporaneo tratto da fatti reali di incredibile spessore.
Qui si parla di prostituzione minorile, di giovani ragazze spedite in altri paesi all'insaputa delle loro povere famiglie, del ruolo e della sensibilità dei giornalisti, delle contraddizioni dei media, della competizione sportiva e professionale e di molto altro ancora.
Fixeur è un film scritto molto bene che non si perde in inutili lagne ma arriva subito al punto, ovvero a far emergere lo "schifo". Proprio il terreno più duro e spietato viene inserito come una detective-story, in tutta la parte legata all'ostinazione di questo gruppo di giornalisti per avere l'anteprima su una delle prostitute che hanno deciso di denunciare il loro carnefice, finendo così in un altro inferno legato alla protezione e al cercare di rimanere nascoste. Dopo Mungiu, forse il più famoso tra i contemporanei registi rumeni, Sitaru continua anche a lui a battersi per un cinema sociale e di denuncia, un viaggio ambizioso, un cinema teso e morale in cui si scava nell'animo di un paese che grazie alla settima arte si sta piano piano rinarrando mettendo in luce difficoltà e contraddizioni del presente e del passato come si evince da numerose scene in cui la popolazione non sembra accettare di buon occhio gli intrusi "francesi" e la loro ambizione a portare a casa qualcosa che sembra dover appartenere solo alla Romania.
Perchè Fixeur non è tanto e solo il racconto sul giornalismo che manipola la verità e che sembra più legato alle conoscenze e ai favoritismi che non alla meritocrazia, ma parte da queste riflessioni per costruire un semi-saggio sul tema della verità e della conoscenza come scontro continuo con l’etica umana e la deontologia professionale. Ancora una volta sono rimasto sorpreso da come questi registi riescano ad antemporre la riflessività al posto del ritmo.
Quando Radu trova infine il modo per parlare con la ragazzina il film raggiunge il suo culmine, mostrando una tredicenne la cui vita è stata forse irrimediabilmente rovinata da ciò che ha passato, capace di comunicare solo attraverso la sua sessualità abusata e proprio da qui da questo incontro che Radu entra in crisi nella sua lotta interiore tra sciacallaggio giornalistico e la morale che lo porta a dover compiere una scelta fondamentale.



Daguerrotype

Titolo: Daguerrotype
Regia: Kiyoshi Kurosawa
Anno: 2016
Paese: Francia
Festival: TFF 34°
Sezione: Onde
Giudizio: 3/5

Dopo la scomparsa dell’amata moglie, il celebre fotografo Stéphane ha cercato di colmare il vuoto realizzando dagherrotipi a grandezza naturale che sembrano quasi avere il dono di trattenere parte del soggetto. Quando l’acerbo Jean ne diventa l’assistente, si trova coinvolto nelle ossessioni di Stéphane e si innamora, ricambiato, di sua figlia Marie, la principale modella delle fotografie. Per vivere il loro amore, però, i due ragazzi dovranno evadere da quel mondo di immagini dalla sorprendente forza vitale.

Il celebre regista indipendente giapponese sbarca in Francia uscendo per la prima volta dalla sua terra con un'opera difficile, sontuosa ed elegante. Un viaggio interiore, un racconto gotico che prende e strizza l'occhio da Poe a Bava, da Corman a Epstein ricordando per alcuni aspetti anche il recente CRIMSON PEAK e ripercorrendo i temi classici del cineasta inserendoli con un cast europeo e una elegantissima location.
I fantasmi del passato che ritornano (o forse non vanno mai via) lasciano ancora una volta un'impronta e un significato reale e concreto a differenza di come spesso e volentieri vengono utilizzati nel resto del cinema nipponico dal famoso j-horror al kaidan sfruttato a pieno dal prolifico Miike Takashi nel suo ultimo film. Ritornando a delineare un percorso già noto ai fan del regista Kurosawa aggiunge un nuovo spessore alle sue storie di fantasmi. Storie che, come da lui dichiarato, partono da una riflessione sull’esperienza del mitoru, lo stare vicini ai propri cari, al loro capezzale, tenendoli per mano nel momento del trapasso. E in questo film ci sono due personaggi maschili a non arrendersi di fronte alla morte, così come i fantasmi stessi che, reciprocamente, non si arrendono alla vita.
Il protagonista del film IL PROFETA continua un discorso che l'autore riprende e che sembra dirci che ciò che vediamo con gli occhi è solo una minima parte del mondo e infatti proprio questa frase si pone come lo strumento perfetto per comprendere il film nella sua interezza e nelle sue complesse chiavi di lettura.
Quindi il dagherrotipo, l'atmosfera del film e la sua messa in scena, le location senza tempo e leggermente inquietanti come questa affascinante villa dal gusto retrò, dimenticata dal tempo, residuo architettonico di un mondo perduto, sono tutti simboli e strumenti che mischiati insieme creano un'ambientazione magica, quasi una fiaba triste e reale di persone confinate in luoghi dimenticati dal tempo in una zona della periferia parigina dove non sembra esserci nulla.
Le Secret de la chambre noire è un giallo, un thriller intenso e molto lento in cui tutto viene amalgamato per creare e dare spessore al colpo di scena finale che arriva in maniera devastante.



Between Us

Titolo: Between Us
Regia: Rafael Palacio Illingworth
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

Henry e Diane sono trentenni a Los Angeles. Stanno insieme da sei anni, non sono sposati e non hanno figli. Non dovrebbe essere un problema, soltanto, eventualmente, una libera scelta, eppure le pressioni sociali premono in maniera irritante sulla coppia, che vive il delicato passaggio dalla vivacità sentimentale e sessuale dei primi tempi ad una condizione più abitudinaria e faticosa. Un matrimonio contratto per reazione, quasi per riderne, innesca una serie immediata e inattesa di discussioni e litigi tra i due giovani, che si separano per un giorno e una notte, sentendosi ormai obbligati ad andare al fondo delle loro perplessità.

Che cos'è la felicità in una relazione e come si può fare per mantenerla accesa?
Il film di apertura del giovane regista indipendente americano parla di rapporti di coppia, un tema attuale e pieno di sorprese in questa ultima edizione della kermesse. E'un film atipico e pieno di sentimenti e realismo Between Us con l'accurato compito di far entrare in crisi e richiamare alcuni momenti della nostra vita e delle storie in cui siamo stati preda di momenti belli e terribili, di frustrazioni, incertezze e debolezze da parte di chi vorrebbe soprattutto amarsi per sempre conoscendo i propri limiti e le proprie fragilità.
Più che scontro tra due sessi è una diversa risposta ai bisogni che si cercano. Chi senza troppe parole arriva subito ai fatti e chi invece vorrebbe ma alla fine è preda dei suoi stessi rimorsi e fa coming out proprio alla fine.
E'un cinema che sonda i tempi moderni, la classica coppia di trentenni benestanti (i genitori di uno dei due sono ovviamente borghesi) attratti l'uno dall'altra, con la paura del mutuo come del matrimonio, aperti a esperienze e tendenze diffuse che li portano spesso e volentieri su sentieri diversi.
Uno dei meriti maggiori dell'opera di Illingworth è quella di essere privo di una morale specifica e soprattutto senza rimpianti tra Henry e Diane, solo la realtà e la trasparenza di cosa ognuno ha scelto di fare. E'una scoperta e un viaggio nell'intimità, per certi versi il rovescio a livello di intenti del film dell'argentina Valdebenito OUT OF LOVE.


#Screamers

Titolo: #Screamers
Regia: Dean Matthew Ronalds
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF°34
Sezione: After Hours
Giudizio: 1/5

Tom Brennan e Chris Grabow sono i creatori di Gigaler, piattaforma di successo su cui vengono pubblicati gli Screamers, clip dall'alto contenuto di terrore. Un giorno ricevono un video con una ragazza in un cimitero e una presenza disturbante alle sue spalle, che diviene subito virale. Incuriositi dalla storia che si nasconde dietro il filmato, Tom e Chris scoprono che la protagonista potrebbe essere Tara Rogers, una giovane scomparsa da tempo.

#Screamers è l'esordio del giovane cineasta indipendente Dean Matthew Ronald.
Il regista sfrutta un sotto-genere dell'horror, il mockumentary, cercando di trovare un'idea funzionale come quella del sito Gigaler dove la gente può caricare ciò che vuole e tramite alcuni motori di ricerca il sito sceglie i video preferiti a seconda del gusto degli utenti.
L'idea del suicidio in diretta non è poi così originale ma poteva rivelarsi ottima come base di partenza per creare l'atmosfera giusta e immergere lo spettatore nella suspance. Invece il film parte in quarta mostrando i protagonisti, si perde in alcuni dialoghi troppo lunghi e fuori luogo e di fatto l'incidente scatenante arriva dopo troppo tempo (l'azione è condensata nei soli dieci minuti finali). Se poi contiamo che la sceneggiatura si perde diventando quasi un'improvvisazione di tutti con delle interpretazioni orrende e una maschera che ogni tanto fa capolino per cercare di spaventare gli spettatori, rimango davvero allibito di fronte ad uno horror privo di tutto in cui non c'è veramente nulla, confermando un brutto lavoro senza sangue, senza costruzione, un film senza senso e che ha un finale telefonato e pasticciato e poi, la cosa più importante, non fa mai paura ripetendo scene a caso e spaventi così allegri che perdono di consistenza e di efficacia già dall'inizio.
Qui si parla di video snuff ridicoli mischiati con una sorta di ghost story e un killer che appare e scompare e dalla storia su Wikipedia sembra addirittura uno dei serial killer ai tempi di Jack lo Squartatore.
Direi che non c'è bisogno di dire altro...il peggior film di questa edizione del TFF 34°




giovedì 24 novembre 2016

War on Everyone

Titolo: War on Everyone
Regia: John Michael McDonagh
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

New Mexico, due poliziotti corrotti decidono di ricattare e incastrare qualsiasi criminale incroci il loro cammino. Ma le cose prendono una brutta piega quando cercano di intimidire un criminale più pericoloso di loro due.

E'un film senza plagi e citazionismi esagerati l'ultimo film del buon McDonagh questo forse è vero, però tutta una serie di nutrite e spassose combinazioni non possono tenerlo troppo lontano da un frullato che potrebbe mischiare WRONG COPS (sempre di Tff si parla ma di qualche annetto fa) e un poliziesco, un buddy cop famoso influenzato dalle serie tv poliziesche degli anni ’80 come STARKSY AND HUTCH attraversando in lungo e in largo la location di BREAKING BAD.
L'action commedy in questione che chiama in causa svariati sottogeneri, parte da una struttura molto classica per finire in un fiume di sangue in fondo molto prevedibile e scontato (e ovviamente il riferimento va come sempre ai giubbotti antiproiettili) ma che portando agli eccessi del buono e cattivo gusto il politicamente scorretto, riesce ad essere divertente e adrenalinico, grottesco e demenziale e in più molto violento contando che la coppia di poliziotti ama fare tutto ciò che non andrebbe fatto dalle offese alle intimidazioni per finire alle estorsioni e alla violenza gratuita. Grazie ad un montaggio frenetico e una buona scelta del cast, il regista riesce a portare a casa un film che si discosta da alcuni drammi del passato come la sua seconda opera CALVARY per ritornare sul terreno fertile della commedia e migliorarne solo in parte la struttura, simile per certi versi, che accompagnava il suo esordio UN POLIZIOTTO DA HAPPY HOUR.
War on Everyone è la sintesi perfetta dei primi due film del regista, una satira poliziesca condita con un desiderio di vendetta.

Una scena che vale tutto il film è l'arrivo dei due poliziotti in Islanda per cercare un informatore, guardatela e non riuscirete a smettere di ridere. Allo stesso tempo il film forse perchè come un fiume in piena cerca di toccare troppe cose, finisce con il non essere sempre all’altezza lasciando irrisolti argomenti fondamentali e toccandone altri con una fretta e una superficialità preoccupante come il ragazzino ospitato da Skarsgard Jr che racconta al poliziotto degli abusi subiti.

Out of Love

Titolo: Out of Love
Regia: Paloma Aguilera Valdebenito
Anno: 2016
Paese: Olanda
Festival: TFF 34°
Sezione: TorinoFilmLab
Giudizio: 3/5

Quello che vivono Nikolai e Varya è vero amore. Ma il sentimento può essere così semplice da non contenere odio, desiderio di vendetta, una certa soddisfazione nell'alimentare le paure e i bisogni dell'altro, e al tempo stesso nutrirsi di affetto, di piacere nel trascorrere tempo insieme, di intimità? Se è possibile, di certo non lo è per loro, che vivono una relazione in bilico tra felicità e disperazione.

L'esordio alla regia della giovane regista olandese parte da un colpo di fulmine (quello che quando arriva ha una portata sempre devastante in tutti i sensi) per poi buttarsi a capofitto sul rapporto di coppia e le violenze psicologiche e soprattutto fisiche che si sviluppano velocemente all'interno del film. Temi di questo tipo come l'ossessività, l'attaccamento fisico sono materia universale nella settima arte e oggi più che mai il cinema indipendente riesce a disegnare e cogliere particolari e situazioni sondando i suoi personaggi in maniera intimista e profondamente funzionale. Quello per cui un film imperfetto come Out of Love tocca le corde dell'anima è proprio perchè essendo terribilmente realistico mette a nudo la sensibilità e le fragilità dello spettatore portandoti in più momenti ad immedesimarti con i protagonisti, o forse a farti riflettere su quante di quelle situazioni hai vissuto nella tua storia d'amore.
Alla regista non interessa specificare dove ci troviamo (è una città in qualche paese del nord Europa sempre fuori fuoco) e non sembra interessarle altro che non siano gli sguardi, i confini, i respiri e i giochi tra amore appassionato e l'ossessione distruttiva che dopo pochi minuti dall'inizio del film diventa sottile e profonda. Alla regista interessano solo Nikolai e Varya e noi non possiamo fare altro che rimanere incollati allo schermo a cercare di dare un senso alla loro Follia.



martedì 15 novembre 2016

Elle

Titolo: Elle
Regia: Paul Verhoeven
Anno:2016
Paese: Francia
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 4/5

Michelle è la proprietaria di una società che produce videogiochi ed è una donna capace di giudizi taglienti sia in ambito lavorativo che nella vita privata. Vittima di un stupro nella sua abitazione non denuncia l’accaduto e continua la sua vita come se nulla fosse accaduto. Fino a quando lo stupratore non torna a manifestarsi e la donna inizia con lui un gioco pericoloso.

Il personaggio di Michelle, interpretato dalla sempre camaleontica Huppert (l'attrice feticcio di Haneke) è multisfaccettato, rivela e analizza una personalità complessa che deve fare i conti con il passato e un padre pluriomicida ora agli arresti che le crea nella sua cittadina non pochi problemi con l'opinione pubblica. E'amata da tutti ma non sa amare e questo sentimento sembra ad un certo punto esplodere diventando il gioco-forza di questa lotta-accettazione in un "gioco" perverso con uno stupratore.
Ed è proprio con uno "stupro"iniziale che il funambolico Verhoeven ci immerge fin da subito in un film complesso, teso e complicato che fa malissimo nella maniera in cui una donna accetta una condizione  di violenza e iniziale impotenza senza saperne o volerne uscire.
La psicologia con cui Elle segue minuziosamente le scene di pornografia nei videogiochi per cui lavora, il sadismo che prova a vedere il suo ex marito gongolare per lei, il piacere che prova con il marito della sua migliore amica, l'odio e allo stesso tempo il disprezzo per la moglie di suo figlio che ha avuto un bambino di colore da un altro uomo, tutto sembra poi esplodere dentro di lei sentendo il bisogno di liberarsi e offrendo il suo corpo, sacrificandosi come strumento per un carnefice che sembra rappresentare quasi una sua sorta di nemesi complessa e variegata.
Elle, diminutivo di Michelle, è un dramma psicologico, un thriller che colpisce duro e non risparmia la psiche dello spettatore e della protagonista aggiungendo un altro duro tassello su come spesso gli stupri vengano ignorati dalle donne o meglio accettati senza andare a fondo e comprenderne gli effetti collaterali, le conseguenze inattese e gli effetti perversi.

sabato 10 settembre 2016

P'tit Quinquin

Titolo: P'tit Quinquin
Regia: Bruno Dumont
Anno: 2014
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 4
Giudizio: 4/5

P'tit Quinquin è un ragazzino molto vivace di una dozzina d'anni che vive nella fattoria di famiglia. E' l'inizio delle vacanze estive e trascorre il tempo coi suoi due amici e la fidanzatina Eve, girando in bicicletta e facendo scherzi con i petardi. Ma un evento straordinario sopraggiunge con la scoperta di un cadavere di una vacca squartata ed esposta spettacolarmente in un bunker, una spoglia tanto più inquietante in quanto l'autopsia rivela dei resti umani all'interno. Arriva in città un'improbabile coppia di investigatori della polizia composta dal comandante Van der Weyden, pieno di tic, e dal luogotenente Rudy Carpentie, che passerà tutto il film a fare assurde manovre da pilota di rally. "Non siamo qui per fare della filosofia", precisa subito uno dei due, mentre un secondo cadavere (una donna senza testa) fa la sua comparsa. Moltiplicando le piste false (la coppia di amanti, il giovane terrorista in erba perduto nel clima di pregnante razzismo locale) e le divagazioni, da un funerale assurdo a un concorso canoro radiofonico passando per la fanfara del 14 luglio, le indagini avanzano in una nebbia resa ancora più fitta da altri tre omicidi (l'ultima vittima è divorata dai suoi maiali), mentre P'tit Quinquin prosegue la sua vita di giovane adolescente.

Dumont è ormai da parecchi anni che lo seguo, rimanendo estasiato e insoddisfatto, allegro e dispiaciuto allo stesso tempo. Insomma è un regista che mi piace ma con cui non vado molto d'accordo.
Una serie dunque mi ha colto spiazzato in tempi dove ormai sembra essere il format preferito e di moda per tante produzioni e tanti registi.
Dumont però è sempre stato e sempre sarà originale per diversi punti di vista, oltre che possedere uno stile davvero atipico e particolare ed essere un autore da non sottovalutare.
Quindi questa breve serie autoconclusiva è la summa di tutti gli elementi e i suoi temi cari anche se per fortuna resi ed espressi in modo più chiaro e meno metafisico come appare in molte sue opere.
La cosa che più mi ha stupito è stata la risata, sempre e volutamente assente dal suo cinema, mentre invece alcuni temi già erano presenti e mischiati con altri a partire dall'umorismo assurdo, l'autoironia, la parodia di tante recenti serie poliziesche e non per ultima l'ipocrisia che domina la società e l'individuo e in fondo l'umanità e la sua intrinseca barbarie pronta a deflagrare in ogni momento.
A partire da una scelta del cast assolutamente funzionale e incisiva nella sua maniera di esprimere e di esprimersi come meglio credono. Volti bene o male sconosciuti o poco noti, in cui ancora una volta è proprio la mimica facciale, i tratti somatici e i segni particolari a farla da padrone, sia per i piccoli che per gli adulti, con la prova straordinaria e davvero assoluta di Bernard Pruvost nei panni dell'insolito detective.
Stravagante, bizzarro, grottesco, romantico. Questa piccola serie cult andrebbe vista e rivista per coglierne tutti gli elementi e soprattutto è doveroso vederla tutta di seguito.


Blancanieves

Titolo: Blancanieves
Regia: Pablo Berger
Anno: 2012
Paese: Spagna
Festival: TFF 30°
Giudizio: 4/5

La vicenda si svolge nel sud della Spagna, presumibilmente in Andalusia, tra gli anni '10 e '20 del secolo scorso. Carmen è una graziosa bambina, figlia del noto torero Antonio Villalta. L'uomo, pur essendo facoltoso, è paraplegico e ridotto su una sedia a rotelle, dopo un grave incidente nell'arena. Inoltre soffre per il dolore della perdita dell'amata consorte, deceduta in occasione del parto della figlia. È accudito da Encarna, un'infermiera ambiziosa e falsa. La donna, che brama il lusso e uno status sociale elevato, riesce a sposarlo e diventa la matrigna di Carmen. Consumata dalla gelosia, odia la figliastra e la tratta con dispotismo sadico. Fortunatamente la bambina gode delle amorevoli attenzioni della nonna, una famosa ballerina di flamenco che le insegna la danza. Suo padre invece le insegna segretamente l'arte della tauromachia, fino a quando è vittima della terribile vendetta di Encarna. Carmen, ormai adolescente, riesce a sfuggire dalla custodia della perfida matrigna e si unisce a un gruppo di toreri nani, diventandone la pupilla. Grazie ai loro insegnamenti diviene un torero di grande fama, assumendo il nome di Blancanieves. Trionfa nell'arena principale della città, suscitando la terribile ira di Encarna che assiste alla corrida.

La bellezza e il fascino del cinema è quello di riuscire a stupire e incantare rinarrandosi in maniere e schemi diversi dal solito. Per questo alcuni personaggi, eroi, mostri, e altro non moriranno mai. Perchè hanno la possibilità di essere reinterpretati usando una narrazione e forme compositive nuove, originali e diverse.
Biancaneve di Berger è un perfetto esempio.
Viene quasi naturale dover fare un esempio con altri tentativi terribili di modernizzare e dare lustro alla storia come BIANCANEVE di Singh con la Roberts oppure il fantasy confuso e senz'anima di BIANCANEVE E IL CACCIATORE.
Insomma qui il regista spagnolo va a fondo, contamina la storia con leggende e folklore popolare della sua terra cimentandosi in una sfida ambiziosa e difficile ma che alla fine paga e ripaga tutti con la sua incredibile suggestione, un b/n elegante, una decisione di puntare sul cinema muto e alcune interpretazioni perfette e ruoli caratterizzati a dovere.
Vanità di vanità. Blancaneves rispetto ad alcune sue sorelle non ne ha.
Insegna come dicevo prima che per quanto un soggetto possa essere inflazionato, spetta a chi ha l'onere di mettersi dietro la cinepresa e alla sceneggiatura il compito più arduo.
In questa sua opera con molte travagliate difficoltà, il regista ha esaudito il suo desiderio e il nostro di vedere l'opera dei "maledetti" fratelli Grimm in tutto il suo splendore, nella sua drammaticità e allo stesso tempo poesia.

Blancaneves potrà continuare a specchiarsi ed essere sempre la più bella del reame.

giovedì 4 agosto 2016

Wailing

Titolo: Wailing
Regia: Na Hong-jin
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio:4/5

Un anziano forestiero compare nelle vicinanze di un villaggio coreano di montagna. Nessuno sa da dove venga. Si sa solo che è giapponese. In breve tempo però iniziano a verificarsi morti misteriose sulle quali indaga il poliziotto Jong-gu. Gli omicidi sembrano essere legati a ritualità demoniache. L’indagine del tutore dell’ordine si fa più pressante e carica di oscuri presagi quando è sua figlia ad essere posseduta.

La potenza evocativa di Wailing non passa inosservata.
In due ore e mezza di durata il regista riesce a mettere in scena un thriller poliziesco con un'atmosfera horror e tanti elementi estrappolati dal cinema di genere.
Lo straniero, il concetto di diversità, l'epidemia, gli zombie, le maledizioni, il folklore popolare, l'indagine, la possessione, i rituali, gli spiriti e infine i demoni.
Da subito emerge una messa in scena sublime con una fotografia capace di illuminare ogni singolo dettaglio della scena (particolare che avendo a che fare col mistery risulta molto importante).
Un film che piano piano diventa sempre più complesso con trame e personaggi che sembrano il contrario di quello che finora ci è sembrato di capire.
Poi non contento di tutto ciò, il regista si concede anche il lusso di scherzare in alcuni momenti riuscendo in alcune scene peraltro grottesche a fare pure ridere (il tipo colpito dal fulmine ad esempio...) come esempio di una struttura slapstick in salsa coreana non sempre funzionale ma che qui trova un suo gioco forza interessante.
E'proprio vero che negli ultimi anni per quanto concerne i gialli, i coreani e gli orientali in generale hanno saputo rilanciarsi nel migliore dei modi con alcune strutture e trame narrative davvero originali e in grado di appassionare il pubblico con continui colpi di scena e intrecci complessi e quasi sempre lasciati all'oscuro per fare in modo che lo spettatore faccia quello sforzo in più che spesso e volentieri il cinema dovrebbe richiedere.
Na Hong-jin rimane uno di quelli da tenere sott'occhio, soprattutto contando che questo suo terzo film è il migliore e il più complesso senza contare che i due film precedenti di certo non scherzavano.