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martedì 16 maggio 2017

Je ne suis pas un salaud

Titolo: Je ne suis pas un salaud
Regia: Emmanuel Finkiel
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Eddie vive in periferia. Una sera è aggredito con brutalità da alcuni balordi. Quando la polizia gli mostra gli indiziati lui denuncia Ahmed sapendo che non c'entra niente con l'aggressione. Il giovane di origini magrebine viene arrestato, mentre Eddie riprende il suo difficile rapporto con la moglie e il figlio. Presa coscienza della gravità del suo gesto, Eddie si fa in quattro per ristabilire la verità dei fatti. Pronto a perdere tutto...

Il film di Finkile riflette e si interroga su una situazione attuale e di rilievo nella Francia post-contemporanea. Di fatto costituisce un segmento prezioso e importante per dare voce ad alcune situazioni che possono esplodere generando paure e portando a galla xenofobie mica tanto represse.
Il senso di sicurezza, di protezione, in Francia soprattutto, è un argomento molto sentito.
Un problema attuale che porta diversi autori ad interrogarsi come è capitato recentemente per il bel COUP DE CHAUD, NOCTURAMA e PARIS COUNTDOWN, etc.
Je ne suis pas un salaud indaga sull'identità individuale di un paese che ultimamente sta avendo diverse crisi e al di là del fare o meno parte dell'Europa con la Brexit, parlando e non può non farlo, di integrazione senza retorica portando in cattedra l'altro culturale dello scontro di civiltà profetizzato da Huntington. Proprio ora il cinema ha un compito importante ovvero quello di far riflettere su se stesso, di interrogarsi sulla gravità di alcune decisioni come per Eddie e tutto quello che può generare una menzogna per proteggere una falsa idea di sè.
L'analisi di Finkiel entra nel tessuto personale e sociale del protagonista muovendosi come un radar intento a captare tutto ciò che proviene dall'esterno (la società) e il vissuto interno dovendo fare i conti con un nucleo familiare dove diventa insopportabile il senso di colpa.
Il film di Finkle si stacca subito da una certa benevolenza di soluzioni quanto invece mostra una realtà dura e schietta che senza mezze misure si divincola presto da facili retoriche per arrivare al cuore del problema e portare ad alcune riflessioni drammatiche quanto inquietanti e reali su dove l'essere umano possa spingersi e di dove la norma di molti e non quella di uno solo rischia di danneggiare in modo irreparabile alcuni drammi.



Pieles

Titolo: Pieles
Regia: Eduardo Casanova
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Il nostro corpo determina le nostre relazioni sociali, che lo si voglia o meno. Il film racconta la storia di persone deformi costrette a nascondersi, ma sempre connesse tra di loro. Samantha, che ha il sistema digestivo retroverso, Laura è invece una ragazza nata senza occhi, e Ana, una donna che ha il volto sfigurato. Personaggi solitari che stanno lottando per trovare il proprio posto in una società che accetta solo corpi perfetti, sempre volta ad emarginare il diverso.

Pieles è uno dei film più strani del 2017. Forse assieme a GREASY STRANGLER se la gioca di sana pianta se non fosse che il lavoro di Casanova va ben oltre la commedia hipster di Hosking. Infatti il giovanissimo autore scoperto e portato alla luce grazie a Alex De la Iglesia, uno dei registi spagnoli contemporanei più importanti della sua generazione, crea in apparenza un film patinatissimo dove predomina una fotografia sul rosa e una dominanza di spazi asettici.
Pieles è un film che parla del corpo, di come percepiamo i nostri corpi e di come gli altri percepiscono e vedono il nostro corpo.
In apparenza potrebbe sembrare una galleria grottesca di fenomeni da baraccone ma se così fosse o meglio se qualcuno dovesse sminuirlo a tal punto farebbe un grosso errore.
Freaks, personaggi strambi e menomati e brutalmente sfigurati dalla nascita nonchè persone "normali" che fanno paura per la loro totale assenza di scrupoli, la debolezza, il disprezzo totale per chi non è come loro e che vuole soltanto sfruttarli sono coloro che Casanova ci vuole far conoscere entrando di fatto nelle loro vite e soprattutto nella loro intimità. Se da un lato si potrebbe aprire a tutta una serie di considerazioni e una certa e indubbia semplicità nel capire come andranno le cose, a livello di sceneggiatura in ottanta minuti si è cercato di fare un ottimo lavoro soprattutto contando le varie storie riescono a trovare un incastro soddisfacente nel climax finale.
Solitudine, marginalizzazione e diversità. Questo è il triangolo che attraversano tutti i personaggi nei loro calvari personali e nelle storie che di fatto spesso li relegano a rifiuti della società.
I personaggi di Casanova si comportano esattamente come tutti gli altri esseri umani pur rimanendo rilegati ai margini, nascosti nelle loro case e sommersi dalle loro insicurezze e paure, sopravvivendo e vivendo di stenti nei modi più strani e curiosi possibili.

Amano e litigano, si arrabbiano e non accettano di portare maschere per nascondere la loro vera natura. La loro imperfezione riesce poi a creare ancora più suggestività nelle minimali inquadrature dove il colore e la prospettiva sono frutto di una ricerca maniacale. Un film tanto bello quanto potente e sicuramente non adatto ai deboli di stomaco ma che regala uno scenario pieno di colori e vita e alcuni momenti di puro cinema che lo spettatore non dimenticherà mai.

Più forte del mondo

Titolo: Più forte del mondo
Regia: Alfonso Poyart
Anno: 2016
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

La storia del lottatore José Aldo, che mentre mira a diventare campione di arti marziali deve affrontare i propri demoni dovuti a un'infanzia difficile.

Mais Forte que o Mundo è un film drammatico, biografico e solo alla fine un film sulle arti marziali, le cosiddette Mma che negli ultimi anni stanno portando diversi prodotti nelle sale e un certo fascino da parte dei fan che possono ammirare i combattimenti senza esclusione di colpi nella gabbia. La prima impressione guardando il film è di una certa confusione nell'arco in cui si concentra la vicenda mostrando uno spaccato di vita di Aldo ma senza rifletterne e coglierne alcune battute soprattutto per quanto concerne alcune sue vicende personali. E'un film di formazione ma anche di redenzione e di riscatto in un paese in cui è difficilissimo emergere soprattutto nelle discipline marziali.
Prima di passare però al Brazilian Jiu-Jitsu e poi al Vale tudo, Poyart disegna la storia della vita del lottatore diviso tra speranze e una sua missione personale che ne segna obbiettivi e intenti del personaggio motivato e condizionato a portare a termine il suo piano.
La prima parte mostra delle location bellissime portandoci dentro i villaggi e facendoci ballare con l'atmosfera di festa che sembra in molti momenti condizionare la vita dei personaggi e di una prima parte del film appunto più legata all'ambiente e meno agli spazi asettici e i ring dove avverranno gli incontri.
Poyart sembra cercare di mostrare le paure e i compromessi proprio nel momento in cui Josè Aldo sale sul ring e decide di essere il numero uno senza abbassare mai lo sguardo diventando un'animale nel vero senso della parola pur finendo la sua carriera appunto in una mission educativa e di redenzione che sembra spesso una vicenda nota per alcuni lottatori o sportivi particolarmente talentuosi.
I combattimenti sono girati bene senza avere quei guizzi di regia che gli Stati Uniti e l'Oriente ormai padroneggia con una rigorosa e straordinaria messa in scena.

E'una storia che ancora una volta ci racconta il difficile percorso di un giovane ragazzino delle favelas con un sogno nel cassetto, una famiglia povera e tanta voglia di essere il numero uno.  

lunedì 1 maggio 2017

Dark Horse

Titolo: Dark Horse
Regia: James Napier Robertson
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Ex campione maori di scacchi, Genesis Poltini è alla ricerca di una vita che rifletta la verità del gioco che adora. Convivendo con un disturbo bipolare, Genesis deve superare pregiudizi e violenza per salvare il suo club di scacchi in difficoltà, la sua famiglia e anche se stesso.

Sono pochi i film che parlano di scacchi soprattutto quando dietro c'è una storia di formazione e redenzione.
Gli scacchi possono insegnare molto e sicuramente necessitano di regole, precisione, attenzione e strategia. Un tema del genere ambientato in Nuova Zelanda con protagonisti un manipolo di ragazzini che devono partecipare ad un prestigioso torneo e il loro mentore, un ex campione con disturbi psichiatrici, sono solo alcuni degli ingredienti dell'opera prima del giovane regista. Possiamo aggiungere il passato che torna, le faide famigliari e il peso delle gang in sotto culture come queste, finendo per avere tanti elementi che ne fanno una buona storia in questo indipendente film che da noi è passato in sordina solo in alcuni festival. In più il film è tratto da eventi reali contando che questo Genesis ha passato tutta la vita ad insegnare le regole degli scacchi ai ragazzi.
Cliff Curtis è un veterano dei film, sempre costretto in ruoli minori e infatti in questa deliziosa prova da protagonista affetto da disturbo bipolare non riesce sicuramente ad avere i guizzi e la mimica di un Ruffalo in TENERAMENTE FOLLE (sempre di disturbo bipolare si parla) ma con quello sguardo commovente riesce a dare sicuramente una prova interessante anche se non sempre equilibrata.
Dark Horse, da non confondere con il film di Solondz, in tutti i momenti in cui non si prende sul serio diventa un film meraviglioso mentre nei momenti decisivi mostra il suo lato melanconico e il bisogno di trovare un lieto fine a tutti i costi risolvendo alcune vicende peraltro in maniera troppo frettolosa (come le sorti di Mana e la gang) oppure nella scelta scontata della vittoria del torneo.
A parte l'ottimismo di risolvere e migliorare ogni sotto storia presente nel film, Robertson ha creduto fino in fondo in un film che entra a tutti gli effetti nella rassegna di quelle opere indie semi sconosciute e di un regista che se curerà meglio alcuni aspetti presto potrà essere chiamato autore.


Birth of a Nation

Titolo: Birth of a Nation
Regia: Nate Parker
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Fin dalla nascita Nat porta sul corpo i segni che, secondo la cultura africana, servono a designare un capo. È il 1909, e Nat vive in una piantagione di cotone in Virginia insieme alla madre e alla nonna, dopo che il padre è dovuto fuggire per aver compiuto un atto di ribellione verso un mercante di schiavi. La proprietaria della piantagione intuisce nel bambino un'intelligenza spiccata e decide di insegnargli a leggere usando come testo la Bibbia. Nat diventerà un predicatore per la comunità degli schiavi della piantagione e gli schiavisti bianchi gli affideranno il compito di predicare l'obbedienza ai sottoposti neri, tenendo a bada ogni loro eventuale velleità di insubordinazione.

Ogni anno l'America ci ricorda qualche scempio del passato tirando fuori qualche scheletro dall'armadio.
Che si parli di rapine culturali (colonizzazione), schiavitù, apartheid, etc, l'America cerca sempre il modo per cercare di pagare i propri debiti mostrando personaggi e leader carismatici di colore.
Quindi soprattutto quando ci sono gli Oscar o il Sundance, alcuni registi, ma di solito l'intenzione è delle produzioni, cercano di creare un film ad effetto perchè commuova gli Academy Awards e faccia fare bella figura al popolo bianco che si interessa delle minoranze afroamericane.
12 ANNI SCHIAVO, MOONLIGHT, LINCOLN, FREE STATE OF JONES, sono tutti esempi (peraltro buoni e validi) impregnati di sentimenti e valori come a cercare di invertire quello spirito reazionario e guerrafondaio che distingue la forza militare più potente del mondo.
Sembra che la buona stella di Parker non abbia brillato molto. Il giovane regista infatti alla sua opera prima riesce a dare prova di un enorme talento e di saper usare e condurre molto bene la regia in un film peraltro complesso e pieno di personaggi e location. Purtroppo proprio alla vigilia dell'uscita nella sale americane ci fu una sorta di inversione di tendenza, con la notizia dell'accusa di stupro commissionata al regista ai tempi dell'università - dalla quale peraltro l'accusato fu prosciolto con regolare processo - sufficiente a provocare la disaffezione del pubblico e soprattutto quella degli addetti ai lavori preoccupati di investire soldi e prestigio su un lungometraggio che per i motivi appena riferiti potrebbe essere escluso dalla corsa agli Oscar. Motivi questi che slegati dal contesto cinematografico, rimangono emblematici per mostrare dal punto di vista mediatico quanto alcune informazioni o notizie possano incidere sulla distribuzione e sul botteghino oltre che i festival.
Vincendo al Sundance, il film sceneggiato dallo stesso Parker cita volontariamente e per diversi motivi il capolavoro di Griffith, il kolossal innovativo ed esplicitamente razzista sul dramma familiare sullo sfondo della Guerra Civile volto a celebrare l'operato del Ku Klux Klan.
In questo caso però pur rifacendosi a quell'immaginario, il film negli intenti ne ribalta polemicamente significato e punto di vista, assegnando a Nate Turner, lo schiavo che si ribella, e trovando nella parola del Cristo la legittimazione della sua vendetta, il compito di risvegliare la coscienza del suo popolo. Ma Parker rincara la dose del suo antagonismo nel momento in cui facendo di Nate il solo e unico depositario del messaggio cristologico (concetto che "The Birh of a Nation" esplicita nella sequenza in cui Nat sfida a colpi di versetti lo spregiudicato e corrotto pastore della contea) attribuisce alla rivolta degli schiavi capeggiati dal protagonista la bandiera del primato spirituale e religioso togliendolo metaforicamente ai membri del Ku Klux Clan del film di Griffith.

Ora agli Oscar ha vinto MOONLIGHT che parla di un viaggio di formazione di un ragazzo di colore gay, questo solo per ribadire, al di là dell'incidente con LA LA LAND, che da questo punto di vista gli Academy perdono il pelo ma non il vizio.

domenica 30 aprile 2017

Nocturama

Titolo: Nocturama
Regia: Bertrand Bonello
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

David, Yacine, Samir, Sabrina, Mika, Sarah, Omar si muovono come stregati lungo le strade di Parigi, attraverso i suoi quartieri, dentro la metropolitana. Muti, determinati, sguardi fissi, espressioni vaghe, gesti (ir)razionali, segnali di intesa, risposte criptiche ai cellulari, tutto li suggerisce agiti da un progetto comune. Figli di papà, figlie delle banlieue, studenti, disoccupati, precari, neri, arabi e bianchi, sono un reparto d'assalto improvvisato che deflagra Parigi. Alla stessa ora, in siti diversi: un grattacielo de La Défense, un ministero, alcune vetture parcheggiate davanti alla Borsa di Parigi, la statua di Giovanna d'Arco, il cuore di un banchiere. Le bombe esplodono, le pistole sparano, la pece brucia, Parigi collassa e loro ripiegano in un grande magazzino. Mentre fuori è il panico e la città si perde in congetture, dentro i terroristi attendono, esaltati dalla distruzione. Ma è questione di tempo, il tempo che ci vuole per convertire l'esaltazione in terrore (di morire).

In origine, quando Bertrand Bonello aveva cominciato a scriverlo, nel 2011, il titolo di Nocturama doveva essere "Paris est une fête", che è il titolo francese di "Festa mobile" di Hemingway.
Ma, spiega il regista, "dopo gli attentati del 13/11 a Parigi, quel libro era diventato il simbolo della reazione al terrore, ed era ovvio per me che l'avrei dovuto cambiare. Ero in un negozio di dischi, e mi è saltato agli occhi "Nocturama" di Nick Cave, e ho pensato che fosse perfetto, che portava con sé un che di fantasmatico che ben si legava al contenuto del mio film."
Nocturama è un film controverso e maledetto. Un film che racconta di un gruppo di ragazzi che compiono degli attentati in diversi punti della capitale francese e che poi si rifugiano, in attesa che la situazione si calmi, in un grande magazzino di lusso.
Nocturama passa in sordina alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città. E, nel raccontare la vicenda di un gruppo di giovanissimi attentatori, Bonello trova la chiave per descrivere il nichilismo contemporaneo.
I francesi si sà spesso e volentieri sfruttano un tema potentissimo e attuale per farne un po ciò che vogliono mostrando cosa interessa a loro mostrare prendendosi tutte le responsabilità del caso come quello di non essere accettati a Cannes per l'impiego e l'uso del tema all'interno del film.
Diciamolo subito. Nocturama non ha quella forza e quella potenza che ci si aspettava dalla tematica e dalle parole del regista. Affronta in modo realistico e minimale tutto ciò che porta questo manipolo di giovani fino alla loro dolorosa scelta finale. Mostra decadenza contemporanea, la società liquida di Bauman, l'autodistruzione della società capitalistica borghese, prende in riferimento a Bret Easton Ellis il termine ("Glamorama") per sancire lo svuotamento della realtà.
Tagliato in due e articolato in due momenti, di cui il secondo prolunga e chiarisce le intenzioni del primo, Nocturama è una sinfonia funebre che 'suona' il giudizio senza appello di giovani disperati sul mondo che li attende, o piuttosto che non li attende più. Cellula di ragazzi venuti da orizzonti diversi che convergono in un'unica rete (metropolitana) come tonni alla mattanza senza giudicare con una totale assenza di moralismi.
Verrebbe da fare un piccolo paragone con il film di Van Sant. In quel caso il micro cosmo analizzato era quello scolastico e le stragi nelle scuole. Qui per alcuni aspetti ciò che spaventa di più non sono i gesti dei ragazzi ma le intenzioni e gli sguardi duri di chi non sembra accettare più compromessi ma si auto determina una giustizia immeritata e una vendetta nei confronti del capitalismo. Se davvero Bonello ha un pregio è proprio quello di affrontare con paura e determinazione un rischio reale che sta sopraggiungendo in Occidente e non solo e che vede sempre più ragazzi soli e senza regole.



Bridgend

Titolo: Bridgend
Regia: Jeppe Ronde
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Sara e suo padre si trasferiscono in una città colpita da un'ondata di suicidi di adolescenti. Quando la giovane si innamora di Jamie, anche lei diventa inspiegabilmente preda della depressione che minaccia di inghiottire tutti.

Bridgend è un film drammatico che tocca un tema attuale (il rituale nei suicidi) prendendo spunto da fatti di cronaca realmente successi. Suicidi in serie, sub cultura, una chat segretissima, una piccola cittadina inglese e il passato che torna sono solo alcuni degli ingredienti che l'esordiente danese Ronde analizza e mette in scena per descrivere un microcosmo difficilissimo e contorto.
Il branco, le sue leggi, la leadership, la giovane protagonista che ritorna nella città d'infanzia, il padre sbirro messo da parte dal gruppo di pari di Sara.
Bridgend è un film anomalo e minimale. Descrive seguendo minuziosamente i suoi protagonisti all'interno di una realtà drammatica da cui non sembra esserci salvezza.
I protagonisti sono membri di una piccola micro comunità nella società e non fanno altro che bere, picchiarsi, scopare e urlare a squarciagola nel bosco per ricordare i loro amici morti.
Una prova d'iniziazione che prevede il sacrificio finale. Il capro espiatorio, Jamie, è la vittima sacrificale, tutto ma proprio tutto sembra venir citato dal regista se non fosse che nel secondo atto perde quasi tutta la sua atmosfera e l'indagine si perde diventando una sorta di meta riflessione su alcune ansie giovanili senza riuscire a trovare originalità e spunti di interesse.
Un film che parte benissimo per poi lasciarsi andare. Un finale solenne quanto prevedibile, sopratutto dal momento che Ronde ama il lieto fine, e una scelta d'intenti che farà storcere il naso a molti ma che in fondo getta le reti per un ottimismo di fondo che andrebbe sostenuto in tempi come questi in cui la fragilità dell'io degli adolescenti in generale ha toccato dei picchi che nessuno pensava possibili.
Con Bridgend, il regista Jeppe Rønde ha investito la sua esperienza di documentarista in un dramma sulla vera storia di una cittadina nel sud del Galles. Ancora oggi, Bridgend viene tristemente associata ai tragici suicidi che hanno avuto luogo lì tra il 2007 e i giorni nostri. Per ragioni ancora inspiegabili, 79 giovani di età compresa tra i 13 e i 17 anni si sono tolti la vita. Rønde affronta l’argomento abilmente.
Dal punto di vista della regia c'è tanta telecamera a spalla, il montaggio e le musiche sono le parti più curate, il cast fa il suo dovere senza guizzi di nessun tipo e la prima e l'ultima scena rimangono le immagini più belle e affascinanti di tutto il film.



martedì 25 aprile 2017

Tanna

Titolo: Tanna
Regia: Martin Butler
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

In una società tribale del Pacifico meridionale, una ragazza, Wawa, si innamora di Dain, il nipote del capo tribù. Quando una guerra fra gruppi rivali si inasprisce, a sua insaputa Wawa viene promessa in sposa ad un altro uomo come parte di un accordo di pace. Così i due innamorati fuggono, rifiutando il destino già scelto per la ragazza. Dovranno però scegliere fra le ragioni del cuore e il futuro della loro tribù, mentre gli abitanti del villaggio lottano per preservare la loro cultura tradizionale anche a fronte di richieste di libertà individuale sempre più incalzanti…

Tanna ci invita a scoprire come ultimamente è accaduto con il colombiano EL ABRAZO DEL SERPIENTE la sempre più piccola realtà delle società tribali.
In questo caso la coppia di registi analizza i paesaggi e il melò tra i due protagonisti di Tanna, l'isolotto che fa parte dell’arcipelago vanuatuano, dominato dall’incombente figura del Tukosmerail, il vulcano attivo che si erge oltre i mille metri di altezza, e circondato da acque cristalline.
Oltre ad essere il primo film parlato in lingua bislama, questo strano lungometraggio che alterna documentario e melodramma, analizza tutte le tappe e i processi che avvengono all'interno di un viaggio sentimentale e antropologico naturalisticamente parlando affascinante oltre misura.
Cerca di sondare il dramma della scoperta al valore narrativo senza dover ricorrere a forzature evidenti, che invece di quando in quando fanno la loro apparizione nei dialoghi.
Tutti quei passaggi che troviamo nei testi antropologici e nel testo profetico di Girard qui prendono sembianze trasformando lo scenario in un connubio di passaggi e rituali che investono i matrimoni combinati, lo stregone e la magia, la vittima sacrificale e il capro espiatorio e infine riflette lo splendore della natura attribuendogli un valore narrativo.
Gli attori, che poi sono i membri della tribù, sono fantastici e i sorrisi di Wawa da soli bastano a regalare quella naturalezza e e semplicità che sembra ormai scomparsa nella nostra civiltà.

Wawa e Dain furono ribattezzati "Romeo e Giulietta" e fino ad oggi sono stati i primi a ribellarsi dinanzi ad una tradizione tanto secolare quanto barbara, imponendo alla silente donna un uomo a lei sconosciuto. Diventati leggenda, tanto da ispirare una canzone d'amore che i due registi faranno risuonare nella parte finale del film, Wawa e Dain si ritrovarono a dover scegliere tra la potenza dell'amore e il futuro della loro tribù, minacciata e messa in pericolo dal loro inedito e 'disperato' gesto' di ribellione.  

Heaven knows what

Titolo: Heaven knows what
Regia: Safdie
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Harley è una giovane senzatetto di New York, una ragazza in difficoltà e tossicodipendente come ve ne sono a migliaia nella Grande Mela. Vive di elemosina, piccoli furti e della gentilezza di altri sbandati che non possono fare a meno che prendere a cuore una ragazza così carina e fragile. Ma Harley è follemente innamorata di Ilya, un tossico dall'aria spettrale che la usa, la maltratta e arriva perfino a spingerla a tentare il suicidio come prova d'amore. Harley sembra finalmente allontanarsi da questo ragazzo che tanto male le ha fatto e si avvicina invece a Mike, uno spacciatore dal buon cuore che cerca di donare un minimo di stabilità alla vita della ragazza, offrendole un letto e le dosi quotidiane in cambio del suo affetto e della sua lealtà. Ma Harley non riesce a dimenticare l'amore maledetto per Ilya e ancora una volta si lascia trascinare in un vortice autodistruttivo.

E'difficile descrivere questo microcosmo messo in scena dai fratelli Safdie, giovani ed entrambi motivati ad andare avanti per la loro strada e fare cinema in modo indie e scegliendo e ritagliandosi un proprio stile personale quasi documentaristico. In questo caso hanno incrociato in metropolitana Arielle Holmes, poi diventata loro musa ispiratrice, da cui il film è tratto nelle memorie della donna, Mad Love in New York City, riuscita con il tempo a cambiare vita.
Sembra una CHRISTINE F. meno giovane ma con quel carattere temerario che non accetta di farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Sembra di ascoltare un brano degli Atari Teenage Riot e vedere una versione marcia e ancora più drammatica di PARADISO+INFERNO al rovescio.
Sono barboni, tossici all'ultimo stadio, derelitti che cercano continuamente luoghi e locali dove nascondersi e dare il via alla loro sub cultura fatta di festini, prove d'iniziazione e fattanza attorno al fuoco.
Le immagini sono distruttive senza mai esagerare e il film cerca e analizza oltre che monitorare le sofferenze esistenziali. Caleb Landry Jones ormai è sempre più affine ad interpretare ruoli deviati. I Safdie invece prediligono uno stile che decide di seguire i suoi emarginati attraverso gli sguardi, le smorfie e le fragilità. Vuole essere in parte anche una critica su come questa piccola compagnia di tossicodipendenti venga lasciata a morire in un America che sempre di più nasconde i suoi fantasmi nella speranza che scompaiano da soli.
Heaven non cerca l'effetto o l'azione. Si limita ad osservare e per questo a tanti non è piaciuto definendolo fine a se stesso o un semplice esercizio di stile dei due fratelli.

Qui il linguaggio non verbale è sinonimo di una narrazione inusuale e complessa in cui spesso la telecamera vacilla rischiando di schiantarsi come i destini maledetti dei suoi personaggi senza futuro, senza paradiso e senza redenzione.

In Dubious Battle

Titolo: In Dubious Battle
Regia: James Franco
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

È il 1933 e le conseguenze della Grande Depressione si fanno ancora sentire. London è uno dei tanti lavoratori che ha speso tutto quel che aveva per raggiungere un campo di mele, insieme alla figlia e alla nuora incinta. Al suo arrivo, però, il padrone della terra dimezza il salario concordato, da due dollari ad un dollaro al giorno, una cifra che rende la vita impossibile. Mac e il nuovo arrivato Jim sono attivisti del partito (marxista-leninista), pronti ad infiltrarsi tra i raccoglitori per convincerli a scioperare e a rifiutare l'assenza di diritti e i soprusi che stanno subendo. Mac, in particolare, sembra disposto a tutto per la causa in cui crede, anche a dare una spinta agli eventi, se necessario.

McCarty, Faulkner e ora Steinbeck. Ok diciamolo. A Franco piace interpretare ruoli divertenti ed esagerati mentre invece dietro la macchina da presa cerca di fare la persona seria.
Il suo ultimo film è stato accolto diciamo bene da quasi tutta la critica, adorato come se finalmente il poliedrico artista americano sia cresciuto da un momento all'altro mettendo la testa a posto.
E'ovvio che facendo migliaia di progetti contemporaneamente non tutto può venirgli bene e ultimamente anche come attore ha avuto dei colpi bassi mica da ridere (una serie nutrita di film di serie b) per non parlare poi del Franco sceneggiatore.
A parte tutto questo io ho profonda stima per James Franco. E'la mia star gay di Hollywood preferita.
Ecco In Dubious Battle era il film che aspettavo dal momento che avendo visto tutti i film dell'artista e avendoli trovati bene o male tutti abbastanza convincenti non pensavo che il passo falso arrivasse proprio dalla realizzazione del romanzo "La Battaglia" dove fondamentalmente viene mostrato lo sciopero e la rivolta dei contadini nei confronti dei loro padroni.
Il cast è stellare ma quando in un film non si riesce a far brillare un talento come quello di Vincent D'Onofrio vuol dire che qualcosa è andato storto soprattutto se il grande caratterista riesce a dare una prova più convincente in un film inutile e commerciale come i MAGNIFICI SETTE.
Franco attore, sicuramente riesce a far meglio che non l'autistico come nel film precedente ma nomi come Cranston, Shepard, Savage e Duvall sono davvero sprecati mentre Harris riesce bene in un piccolo ruolo decisamente commovente.
L'aggettivo che forse definisce meglio le ultime gesta di Franco è melenso.

Il film non regge, troppe ripetizioni, momenti vuoti, dialoghi che spesso non sono funzionali alla narrazione e una monotonia di fondo che non sembra cogliere l'atmosfera vissuta da questi umili e onesti contadini.

Imperial Dreams

Titolo: Imperial Dreams
Regia: Malik Vitthal
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Bambi vuole iniziare la sua carriera come ogni giovane scrittore vorrebbe. Ma per Bambi la normalità è un dilemma. “Normale” significa tornare a Watts, Los Angeles, dopo ventotto mesi in prigione, per trovare il suo giovane figlio giocare vicino alla sua nonna strafatta. È normale per il patriarca della famiglia dare il benvenuto a Bambi offrendogli pasticche, armi e un lavoro come spacciatore. Per Bambi e suo figlio, una normale visita del cugino significa dovergli estrarre un proiettile dal braccio. Bambi si relaziona a questa surreale normalità del ghetto con calma e compostezza, ma sa che questa quotidianità non potrà durare a lungo.

La Netflix si sa negli ultimi anni sta cercando di accaparrarsi quasi tutto dalle serie alle grandi produzioni per arrivare anche a piccole sorprese e film indipendenti come in questo caso.
Imperial Dreams analizza un altro sogno americano sfumato. Traccia la speranza e il cambiamento per un afroamericano dal futuro segnato e privo di speranze se non quelle legate alla criminalità. Un'opera che puntando a degli intenti nobili e attuali riesce ad essere commovente e intimista, delicata senza troppe esagerazioni.

Imperial Dreams riesce nel difficile compito di descrivere un'odissea di un giovane-padre (come capita sempre più spesso) disposto a opporsi con tutte le sue forze alle dure leggi del ghetto, pur di salvaguardare il benessere e la sicurezza del suo unico figlio. Il nostro (anti-)eroe, interpretato da John Boyega pre STAR WARS ha intenzione di fare ammenda per gli errori del passato, riscattando i suoi trascorsi da piccolo delinquente nella maniera più drastica e “indolore” cui riesce a pensare e che purtroppo sarà devastante e senza compromessi.  

martedì 11 aprile 2017

Hunt for the Wilderpeople

Titolo: Hunt for the Wilderpeople
Regia: Taika Waititi
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Ricky, un ragazzino di città, viene dato in affido a una famiglia di campagna della Nuova Zelanda. Si sente subito a casa con la nuova famiglia affidataria: la zia Bella, l'irascibile zio Hec e il cane Tupac. A seguito di un drammatico avvenimento, Ricky rischia di essere spedito in un'altra casa. Ciò spingerà il ragazzino ed Hec a fuggire nei boschi. Con la caccia all'uomo che ne consegue, i due sono costretti a mettere da parte le loro divergenze e a collaborare per sopravvivere.

Taika Waititi è davvero divertente. Al Torino Film Festival vidi per la prima volta WHAT WE DO IN THE SHADOW e rimasi sorpreso da come questo eclettico attore, sceneggiatore e regista, fosse riuscito a far ridere così tanto e sorprendere continuamente sfruttando un tema abusatissimo come quello dei vampiri tra l'altro in un mockumentary.
In questo caso si ritaglia un ruolo da figurante e si concentra sulla regia mostrando come sempre le bellezze naturali della Nuova Zelanda.
C'è tanto Twain in questo film per quanto concerne la letteratura di riferimento quanto una voglia di riscoprire i meccanismi classici dei film d'avventura con il tema sempre presente del viaggio dell'eroe e del percorso di iniziazione del ragazzino.
E poi di che attori stiamo parlando. Sam Neil è un fuoriclasse che non ha bisogno di presentazioni mentre il piccolo Julian Dennison come tanti bambini della sua età ci fa comprendere immediatamente come i digital natives adorino stare di fronte agli schermi e alle telecamere.
Un viaggio alla ricerca di se stessi, superando la solitudine dell'abbandono (moglie dello zio Hec), e misurando le forze aiutandosi reciprocamente in uno scontro tra civiltà e cambi generazionali.
Il tutto impreziosito da una curatissima colonna sonora che riesce a enfatizzare e dare ancora più significato ad alcune scene davvero intense ed empaticamente memorabili.
Il tema ormai sempre più presente e attuale di questi giovani allo sbaraglio senza famiglie o con pezzi di famiglia sparsi da qualche parte, abituati sin dalla più tenera età a spostarsi continuamente da una località all'altra senza mai lasciare radici è qualcosa di davvero angosciante.
In questo caso Waititi è abile nel cercare di non concentrarsi su questo problema caricandolo con una vena grottesca come l'assistente sociale governativa che vuole stanare il giovane e lo zio.

Infine Hunt risulta un film politicamente scorretto, denso di situazioni demenziali e citazioni nerd tra omaggio e sberleffo, ma anche una sorta di critica o forse analisi che Waititi vuole fare sulla società neozelandese in cui l'assenza di padri e un problema serio e reale.

giovedì 23 marzo 2017

Loro di Napoli

Titolo: Loro di Napoli
Regia: Pierfrancesco Li Donni
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

A Napoli, nel 2009, nasce l'Afro-Napoli United, una squadra di migranti partenopei provenienti dall'Africa e dal Sud America, composta da italiani di seconda generazione e napoletani. I protagonisti di questa storia sono Adam, Lello e Maxime, tutti giocatori dell'Afro-Napoli United. Attraverso le vite di questi personaggi, Loro di Napoli racconta lo scontro quotidiano tra un' integrazione ormai inarrestabile e le lungaggini e l'ostilità della legge italiana in un contesto difficile e problematico come quello di Napoli.

Il documentario di Li Donni a parte parlare di un tema poco conosciuto, sport e animazione, riesce a portare a casa un documentario semplice e interessante che si focalizza su un unico tema cercando di strutturarlo e descriverlo in tante sue parti affidate alle storie di Adam, originario della Costa D'avorio che spera di mandare i soldi alla madre e Lello napoletano di madre marocchina e infine l'ivoriano Maxime. Tutti cercano una redenzione, una possibilità, per poter ripartire, ritornare o essere accettati da una squadra più forte e guadagnarsi in questo modo da vivere.
Il tema è attuale quanto urgente e complesso come quello dei permessi di soggiorno e i certificati di residenza dei giocatori, tutti immigrati recenti o di seconda generazione.
Il documentario in alcuni punti cerca di essere commovente riuscendoci solo in parte. Il protagonista come sostituto di un educatore a tutti gli effetti è abbastanza realistico e vedere un ragazzo di colore parlare perfettamente napoletano è un'esperienza da fare.


martedì 7 marzo 2017

Largo Baracche

Titolo: Largo Baracche
Regia: Gaetano di Vaio
Anno: 2014
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Il produttore e regista Gaetano Di Vaio, fondatore nel 2003 della società di produzione Figli del Bronx e di recente in sala come attore in Take Five di Guido Lombardi, insiste sulla sua Napoli. Con una camera leggera, per lo più tenuta a mano, per strada e in pochi interni, filma sette ragazzi dei Quartieri Spagnoli: Carmine (alias 'o Track, dal nome del personaggio che interpreta in Gomorra - la serie di Stefano Sollima), Luca, Giuseppe, Giovanni (figlio dell'ex superboss dei Quartieri, Mario Savio), Mariano (detto 'o mericano), Gennario, Antonio. Hanno tra i 19 e i 32 anni, sono quasi tutti disoccupati ma dicono di volere una vita legale, un lavoro («perché non bisogna guadagnare per morire, bisogna guadagnare per vivere»).

GOMORRA ha proprio fatto esplodere petardi ovunque oltre ad aver puntato i riflettori su Napoli. Dopo la fortunata serie sono davvero tanti, forse troppo uguali però, i film e i documentari sul mesocosmo napoletano e le sue complesse quanto contraddittorie abitudini.
LARGO BARACCHE però a differenza di ROBINU oppure LORO DI NAPOLI approfondisce il discorso prima della serie televisiva (come realtà indipendente non vedrà mai una distribuzione cinematografica toccata tra i sopracitati solo al documentario di Michele Santoro).
Il regista e la troupe sondano e intervistano l'hinterland napoletano come in questo caso i quartieri spagnoli e le loro storie di vita reale e vissuta così come i dubbi che popolano le giornate dei giovani e il futuro incerto nonchè aspirazioni. C'è un dialogo sulla scuola fatto da una ragazza del posto che la dice lunga sulla capacità di resilienza e la voglia di andare avanti degli adolescenti napoletani.
In una frase riesce a evidenziare tutti i problemi che di fatto ci sono e quelli che invece rischiano di diventarlo.
Il lavoro poi nasce da inclinazioni particolari in cui bisognerebbe approfondire solo per un attimo il suo regista e attore che dall'inizio sembra una variante di un educatore di strada, di fatto facendo lo stesso lavoro e dimostrando così un certo coraggio.
Gaetano di Vaio dopo un'esperienza in carcere si dedica dal 2001 al 2003 alla carriera di attore nella compagnia "I ragazzi del Bronx Napoletano", diretta da Peppe Lanzetta. Nel 2004 intraprende la strada di produttore cinematografico, fondando l'Associazione Culturale "Figli del Bronx" divenuta in seguito anche Società di Produzione Cinematografica.
Le interviste seguono i ragazzi ma anche gli ex boss e famiglie che non riescono a tirare avanti entrando dentro le case e assistendo a volte in modo un po troppo amatoriale e improvvisato dialoghi che sembrano avere l'unico scopo di creare empatia con lo spettatore.
Non siamo dalle parti di ROBINU' che dimostra più coraggio ma anche più conoscenze e possibilità di ampliare gli intenti (d'altronde Santoro è pieno di risorse) ma anche rispetto a LORO DI NAPOLI che rimane fedele allo scopo ovvero parlare di calcio tra i ragazzi analizzando il contorno.


domenica 26 febbraio 2017

Manchester by the sea

Titolo: Manchester by the sea
Regia: Kennet Lonergan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Lee Chandler conduce una vita solitaria in un seminterrato di Boston, tormentato dal suo tragico passato. Quando suo fratello Joe muore, è costretto a tornare nella cittadina d'origine, sulla costa, e scopre di essere stato nominato tutore del nipote Patrick, il figlio adolescente di Joe. Mentre cerca di capire cosa fare con lui, e si occupa delle pratiche per la sepoltura, rientra in contatto con l'ex moglie Randy e con la vecchia comunità da cui era fuggito. Allontanare il ricordo della tragedia diventa sempre più difficile.

Manchester by the sea dura più di due ore e ha pochi colpi di scena. Ha un sacco di dialoghi, una scenografia basilare e un attore in stato di grazia. Pur non conoscendo Lonergan devo dire che al suo terzo film il regista newyorchese fa centro alla grande filmando un'opera che ritrae il tema del dolore in tutta la sua forma entrando nelle viscere e sguazzandoci dentro.
Un film dalla messa in scena sobria con pochi ricorsi al flash-back ma funzionali e mai eccessivi per dare al pubblico quelle piccolissime coordinate di cui ha bisogno per trovare la coerenza della trama.
Una sceneggiatura dicevo asciutta ma che nella sua apparente semplicità è impregnata di complessità ritraendo i suoi personaggi in tutta la loro naturalezza e solitudine.
Casey Affleck ormai è sinonimo di certezza in quasi tutti i film in cui recita a differenza del fratello. In questo caso paradossalmente ha una sola maschera per due espressioni dall'inizio alla fine del film riuscendo ad essere commovente oltre che esprimere a pieno tutti quei non detti che il nostro caro zio Lee vorrebbe gridare al mondo.
I colpi di scena sono pochi ma così maledettamente studiati bene che amplificano ancora di più la complessità e l'atmosfera mai ansiogena. Il film per quanto punta sul suo protagonista ha un lavoro enorme sui co-protagonisti passando da un personaggio all'altro e tracciando tutti i diversi stati d'animo. Il più grande merito registico e di scrittura è sicuramente quello di narrare un dramma che sa emozionare senza strappare lacrime a tutti i costi esplorando e sondando la sciagura massima, il destino irreparabile, la redenzione che non si riesce a cogliere.
Alla fine rimane un affresco che racconta una storia di vita tragica e commovente ma spalmando questa dolce malinconia in un sapore amarissimo sussurrandoti la fatalità piano piano nell'orecchio attraverso gli sguardi intensi e penetranti dello zio Lee.

Lonergan riesce con incredibile maestria a valorizzare il potenziale umano e drammaturgico regalando un film tragico e commovente.

Parada

Titolo: Parada
Regia: Marco Pontecorvo
Anno: 2008
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un clown francese di origine algerina, orfano di padre e nomade di indole, decide di dedicare la propria esistenza al recupero dei "boskettari", i bambini rumeni che dormono in giacigli improvvisati all'interno della rete fognaria. Con il suo volontarismo idealista, si mette contro la polizia e la mafia locale, cui rischia di sottrarre la manovalanza.

Miloud Oukili, un clown di strada di origine franco-algerina arrivò in Romania nel 1992, tre anni dopo la fine della dittatura di Ceausescu, trovandosi di fronte ad una situazione davvero spiacevole: quella dei bambini dei tombini che, abbandonati da tutto e da tutti, si riunirono in condizioni estremamente disagiate nella rete dei canali. Duramente colpito dal loro modus vivendi, paragonabile a quello degli animali, Miloud, pur osteggiato dalla polizia rumena aiutato in minima parte da alcuni assistenti sociali, fece di tutto per aiutarli, insegnando loro l’arte circense e successivamente allestendo veri e propri spettacoli che ancora oggi porta in giro per l’Europa.
Parada è un importante film che tratta tematiche sociali come il disagio minorile, la fiducia, l'amicizia, il senso di appartenenza e tanto altro ancora.
Il figlio del noto regista segue i suoi piccoli boschettari, una realtà poco conosciuta nel cinema, cercando attraverso gli occhi di Miloud di trovare speranza e redenzione.
E'un film che per forza di cose tocca le corde dell'anima, grida tutta la sua disperazione, denuncia la corruzione accettata e voluta in Romania parlando anche di prostituzione infantile, di corpi straziati, di questi piccoli angeli deformati dalla droga e costretti a vivere di stenti rischiando la morte tutti i giorni e sfuggendo dalle mani di chi riesce a venderli come oggetti, come nella scena in cui la bimba scappa dall'orfanotrofio e viene trovata morta stuprata con le ossa rotte (viene detto e non mostrato).
E'un film che dice tante cose ma per fortuna a livello di violenza evita di mostrare le atrocità pur insistendo molto sulle location in cui la gente preferisce tacere, sui volti sporchi e le regole di sopravvivenza da mantenere sempre con il sacchetto di vernice alla bocca.
Allo stesso tempo l'opera di Pontecorvo è una denuncia da parte dello stesso Occidente che si meraviglia quando si sposta di poco nei paesi dell'Est scoprendo un orrore che non sembrava possibile. Nel mirino ci sono tutti: dall'opportunismo delle istituzioni, all'ambasciata francese, le stesse forze dell'ordine e le Ong che pensano solo ai propri interessi. Forse l'unica debolezza che si può muovere al film è nella sceneggiatura scritta a quattro mani con Roberto Tiraboschi in cui seppur viene raccontata una storia vera e profonda, lascia quell'amaro in bocca di chi in fondo ha seguito una linearità tematica coerente ma allo stesso tempo senza colpi di scena, in cui tutto va come deve andare senza sorprese.
Miloud ad un certo punto quando si trova quasi tutti contro ha l'idea che provocherà il più grosso cambiamento della sua vita. Stufo delle Ong e delle istituzioni decide di creare un'associazione tutta sua. In questo modo potrà girare con i ragazzi costruendo palchi in giro per il mondo e vivendo di rendita con gli spettacoli. Un'idea semplice ma che mostra l'immediata coerenza degli intenti del clown e della sua forza nel cercare di creare un cambiamento.
Miloud è rimasto 12 anni a Bucarest.





40%

Titolo: 40%
Regia: Riccardo Jacopino
Anno: 2010
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Lucio ha passato la prima parte della sua vita a mettersi nei guai. Un’adolescenza vissuta nell’anonimato della periferia, la droga, i traffici, i problemi con la Legge, sono stati l’abisso da cui si è ritratto appena in tempo. Quando esce dalla comunità di recupero, comincia a lavorare in una cooperativa sociale dove incontra una pittoresca tribù di personaggi con alle spalle storie altrettanto complicate. Dopo i conflitti iniziali con Alfred, il suo collega albanese, oltre che rivale nella squadra di calcio, Lucio entra a far parte del gruppo.
Ma quando il passato sembra riaffacciarsi con i pericoli e le tentazioni di sempre, saranno proprio i suoi compagni a salvarlo da un finale già scritto.

I film indipendenti, le produzioni dal basso, il budget ridottissimo ma pieno di mille speranze, la voglia di credere, sono questi gli ingredienti che la piccola ma efficace produzione cinematografica della cooperativa Arcobaleno di Torino ha messo insieme per dare vita al suo primo lungometraggio. Un film di fiction, di umana realtà, interpretato dagli stessi raccoglitori protagonisti che lavorano presso il progetto Cartesio, i quali si superano dando vita ad una galleria di personaggi, stili di vita e storie differenti e affascinanti. Una forma d'arte nuova in cui la cooperativa di Torino ha investito sperimentando il linguaggio cinematografico.
Il risultato è interessante soprattutto per dare un'immagine chiara e precisa evidenziando in 90' la realtà, il lavoro, la responsabilità e poi soprattutto le difficoltà e l'avvio per una nuova vita ricca di colpi di scena.
Arcobaleno è così. Una famiglia in cui diverse persone dal passato difficile (tossicodipendenza, alcolismo, carcere, etc) trovano una nuova casa, un senso di vita in cui credere e appartenere sentendosi accolti e accettati senza pregiudizi.
Il film di Jacopino registicamente è poco più che amatoriale senza guizzi di regia o tecniche e risorse particolari. Gli basta raccontare e descrivere l'originalità insita in ognuno dei suoi personaggi creando un empatia enorme con quasi tutti, di cui Lucio, il protagonista, non a caso è il meno in parte e non a caso e uno degli unici a non far parte della cooperativa provando a immaginarsi come uno di loro, riuscendo a cogliere poche sfumature e lasciando ad Alfred e Rambo la strada spianata per descrivere il microcosmo in cui lavorano.
Dal punto di vista della storia è funzionale alle aspettative, miracolosamente credibile, descrivendo l'ingresso, le avventure, il tipo di lavoro, la caduta, le difficoltà e infine la redenzione con un climax finale divertente e che esce leggermente dai canoni lasciando qualche residuo action e revenge che crea ancora più ritmo e atmosfera alla storia.



Fame Chimica

Titolo: Fame chimica
Regia: Antonio Bocola, Paolo Vari
Anno: 2003
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Due amici d'infanzia nella periferia milanese, due “zarri”: uno fa lo spacciatore, l’altro un lavoro normale, faticoso e mal pagato. I due si innamorano della stessa ragazza e la loro amicizia è ad un bivio. Sullo sfondo, la piazza dove vivono è teatro di forti scontri sociali.

Fame chimica è uno di quei film sballoni all'italiana che per fortuna esistono con tutti i loro limiti e il loro volersi prendere sul serio quando si parla di periferia, quartieri popolari, droga e redenzione. Il film della coppia di registi come molti progetti indipendenti a bassissimo budget nasce da una forma produttiva mai tentata in questa misura in Italia: tutti quelli che ci hanno lavorato hanno una compartecipazione negli utili e nelle eventuali perdite del film. Questo e altri fattori, come mettersi in gioco, interpretare se stessi, raccontare le proprie storie di vita, assumono contorni e valori preziosi che il film esamina contestualizzandoli seriamente ma al contempo ironizzando e creando molta empatia con i personaggi.
E'un film con un ritmo incredibile, le musiche sono del leader dei 99 posse il quale entra in scena cantando e commentando le azioni della tragedia (una sorta di coro post-moderno affidato ad un solo personaggio) e cerca di fare quello che può con un cast abbastanza improvvisato e in cui proprio i giovani "famosi", Foschi e la Solarino, danno il contributo minore.
Fame chimica sembra la serie GOMORRA girata coi cellulari a Barona.
E'un film che nella sua tenerezza, perchè in tanti momenti lascia il sorriso, inquadra i temi più importanti e capta la tensione sociale e psicologica dei giovani che stanno entrando nel mondo, il problema dell'immigrazione, il rapporto tra consumatore e spacciatore e tanto altro ancora in cui non manca la storia d'amore.

Un film semplice e leggero che merita non solo di essere visto e valorizzato ma che crede nell'importanza di valorizzare anche solo un piccolo microcosmo di quartiere.

giovedì 23 febbraio 2017

A monster calls

Titolo: A monster calls
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Conor è un ragazzino che vive una vita difficile: sua madre sta morendo di cancro terminale, a scuola è vittima di bullismo e ha una pessima relazione con la nonna e il padre e l'unica cosa che gli dà felicità è il disegno.
Una notte Conor viene visitato dal mostro, un'enorme creatura simile a un albero umanoide, che è venuto per raccontargli tre storie per avere in cambio una da Conor, legata alla sua "verità", e inizia un legame che aiuterà il bambino a riparare la sua vita infelice.

A monster calls è una fiaba strappalacrime molto bella che racconta una tragedia e il cammino di formazione di un bambino semplicemente meraviglioso. Conor sa che sta per perdere la madre.
L'autore narra gli ultimi passaggi confrontandosi con un destino doloroso che richiederà al piccolo protagonista forza e coraggio in una famiglia a pezzi con un padre che torna dal nulla e una nonna rigida che non accetta il lutto della figlia.
In questo quadro si disegna il contorno e l'elemento fantastico che giocherà nel film un elemento squisitamente formativo e al contempo destruttura i classici clichè del monster-movie.
Il terzo film del regista spagnolo che ha esordito con due film ben fatti e nulla più, ORPHANAGE e IMPOSSIBLE, trova prima di tutto una coproduzione che gli butta sul piatto tonnellate di soldi in modo da potersi permettere tutto e di più per quanto concerne il budget.
Eppure Bayona e Ness sembrano più colpiti dai dialoghi, dalla psicologia dei personaggi, dalla determinazione del bambino che non vuole lasciar andar via la madre mostrando continuamente una caratterizzazione dei personaggi funzionale ad ampliare le sorti del dramma e farlo esplodere in tutte le sue diverse forme. Connor si rifugia nel disegno, sino al giorno in cui la fantasia si trasforma in realtà e così il mostro dei suoi sogni esce dalla carta e prende vita proprio come capita con la magia e le fiabe. La creatura propone a Conor uno strano patto, prima gli racconterà tre storie poi, al termine, sarà lui a dovergli narrare la propria. Proprio come dicevo i dialoghi giocano un ruolo importante cercando un giusto equilibrio tra momenti toccanti e altri in cui gli stereotipi e i buoni sentimenti esagerano. Il cast chiama in cattedra alcune delle star del momento e altre che non hanno bisogno di presentazioni.
E'una favola cupa, dark, in cui bisogna preparare i fazzoletti perchè il tasso di lacrime e sentimenti e tale da far collassare, facendo un assolo dopo l'altro con le corde dei sentimenti dello spettatore e su questo gli spagnoli li conosciamo molto bene.
Un'opera che rimanda al PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE a SWAMP THING ma viene citato negli intenti Dickens, inoltre è l'adattamento cinematografico del romanzo Sette minuti dopo la mezzanotte (A Monster Calls) del 2011, vincitore nel 2012 come miglior libro per bambini, scritto da Patrick Ness, anche sceneggiatore del film.
Lo stile animato per i sogni poi è fantastico, non eccessivamente esagerato ma sembra tutto un gioco di pastelli e acquerelli.
La storia pur avendo qualche minuto di troppo e allungando alcune scene e i dialoghi, ha una caratteristica molto potente, pur avendo un mostro magnifico in c.g, lo lascia sempre in secondo piano mettendo al centro i sentimenti e le emozioni del suo giovane adulto.



E' solo la fine del mondo

Titolo: E' solo la fine del mondo
Regia: Xavier Dolan
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Da dodici anni Luis, drammaturgo affermato, è lontano da casa. Si è chiuso la porta alle spalle e non è si più voltato indietro. Ma adesso Louis sta morendo e a casa ci vuole tornare. Imbarcato sul primo aereo, rientra in seno alla famiglia che lo attende tra premurosità e isteria. Sulla soglia lo accoglie l'abbraccio di Suzanne, la sorella minore che non ha mai visto crescere, Antoine, il fratello maggiore che si sente minacciato dal ritorno del fratello che aveva monopolizzato l'attenzione dei genitori durante tutta la sua infanzia, Catherine, la cognata insicura e mai conosciuta che esprime le sue verità balbettando, la madre, affatto preparata al ritorno di un figlio mai compreso. Adesso che Louis è tornato lei vorrebbe tanto che le cose funzionassero, che i suoi figli trovassero le parole per dirsi ma nessuno dice e tutti sentenziano. Nessuno sa più niente dell'altro, la morte si appressa e la voce per annunciarla si spegne su un indice che chiede il silenzio.

Xavier Dolan arriva al suo sesto film. Il ventisettenne cineasta di Montréal, odiato e amato al contempo da critica e pubblico, adatta quello che è ritenuto il capolavoro di Jean-Luc Lagarce, l'autore teatrale oggi più rappresentato in Francia, di cui non fu mai portato in scena nulla prima della morte avvenuta prematuramente nel 1995.
Vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes 2016, "Juste la fin du monde" è il film più complesso del regista che necessiterebbe di più visioni (noi pubblico e lui regista) per poterne cogliere e custodire le tante sfumature, come già accadeva per MOMMY. Qui è meno isterico, nessuno ascolta nessuno e tutti si parlano sopra sbraitando in un'unica location e con una crew di attori tutta francese a conferma che ormai il quebecchese ci ha salutato.

Film greve a tutto volume, unisce tematiche e paradossi puntando ancora una volta su un tema significativo nella vita del regista che è la vergogna e anche la separazione già sondata nel toccante TOM A LA FERME. Un fiume di parole, di non detti e di reticenze che in un perfetta armonia creano un dramma da camera per un Pinter ancora non affermato e di successo come qualcuno ha avuto l'azzardo di un simile paragone.