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domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


Più grande sogno

Titolo: Più grande sogno
Regia: Michele Vannucci
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Mirko è appena uscito di prigione. Alla soglia dei quarant'anni vuole ricominciare da capo, recuperando il rapporto con la compagna Vittoria e le figlie Michelle e Crystel, ma non è facile: se Vittoria e Crystel lo accolgono con fiducia, Michelle lo guarda con diffidenza e ostilità. L'occasione per rifarsi una vita sembra arrivare da un'improbabile candidatura: Mirko, a suo modo popolare nella borgata degradata in cui vive, viene eletto presidente del comitato di quartiere, e si appresta a cambiare le circostanze non solo sue ma di tutti coloro che lo circondano. Ad affiancarlo è l'amico di sempre, Boccione, prodotto dell'incuria e dell'incultura del suo ambiente ma dotato di buon cuore e buone intenzioni. Per entrambi il rischio del fallimento è dietro l'angolo, come è vicino il pericolo di una ricaduta nel vecchio giro di malaffare. Riuscirà Mirko a trovare la sua strada e a costruirsi una nuova identità?

I viaggi di redenzione sono materiale vasto e infinito. Di solito è un tema che appartiene ad una grossa fetta del genere drammatico. In questo caso l'utilizzo fatto all'interno del film e la buona catarsi dell'attore che interpreta se stesso Mirko Frezza è stata una sfida interessante e rischiosa che l'opera prima di Vannucci con difficoltà e momenti che faticano a decollare riesce a dare credibilità e spessore ad una storia molto popolare e populista, il tipico "borgata-movie".
Chiariamo subito: se non ci fosse stato Alessandro Borghi che nel film ha un ruolo molto importante da co-protagonista, il film avrebbe sicuramente patito una recitazione non sempre in grado di dare pathos e enfasi a sufficienza nonostante uno dei più grandi sforzi sia stato quello di superare gli stereotipi di genere e renderlo passionale e appassionato.
Vannucci si concentra molto sul linguaggio e il dialetto romano è iconico nel cercare di farci comprendere il microcosmo e la sotto-cultura in cui vivono questi borgatari in particolare il nostro ex-pregiudicato che ha passato tra il suo quartiere e Regina Coeli, sempre diviso fra gli “impicci” di casa e i castighi del carcere.
Dramma, pesanti rapporti familiari e con la gente del quartiere, un passato che torna o che meglio non lo ha mai abbandonato, della paura ha provare a fidarsi (non vuole nemmeno mettere una firma quando viene eletto) una figlia che non accetta che il padre durante la carcerazione non abbia voluto vederla e infine una redenzione compromessa quando dall'altra parte il tentativo di tornare a delinquere e dietro l'angolo.

L'idea buona del chi "ce sta a provà" nonchè trasformare la realtà in fiction semidocumentaria è buona, a tratti purtroppo ma speriamo che sia solo una questione di tempo, la regia e soprattutto la ripresa stilisticamente è abbastanza piatta, fatta quasi esclusivamente di un'insistente mdp a spalla che cammina con i personaggi e si chiude quasi sempre sulla faccia stralunata di Mirko.

sabato 23 settembre 2017

Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


It comes at night

Titolo: It comes at night
Regia: Trey Edward Shults
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sicuro all'interno di una casa desolata mentre una minaccia innaturale terrorizza il mondo, un uomo ha stabilito un esile ordine domestico con la moglie e il figlio, ma la sua volontà verrà presto messa alla prova quando una giovane famiglia disperata arriva in cerca di rifugio.

L'horror drama, uno dei mille nomi usati per ampliare il raggio del genere horror sta facendo da anni piccoli passi da gigante regalando perle rare della cinematografia. La maggior parte di questi film sono tutti indipendenti e non godono di grossi budget. Il perchè è evidente.
It comes at night è un dramma forte che chiama in cattedra l'horror per un clima post apocalittico in cui si immerge la vicenda e dove una epidemia non meglio nota sembra aver spazzato via tutto come la peste. Lo spettatore non vedrà praticamente nulla mentre invece viene catapultato verso quella che di fatto è una disintegrazione del nucleo e dei rapporti e dello psicodramma famigliare.
Il genere sta finalmente ritrovando la sua capacità sotterranea e viscerale di raccontare le inquietudini del nostro presente, liberandosi spesso degli effetti e momenti più semplicistici che attraggono il grande pubblico per proporgli invece riflessioni molto più profonde.
Anche qui di nuovo quasi tutto viene girato all'interno della casa. Il cast è ottimo anche per creare quella domanda in più allo spettatore su come si sia arrivati a quel punto e anche il nonno già dall'inizio assume un'importanza specifica come un mentore che ormai ha lasciato il nipote giovane a dover dimostrare di essere uomo.
Sempre spontaneo e funzionale Joel Edgerton riesce bene a tenere il timone del pater familias lanciando occhiate di continuo e lavorando particolarmente sull'ansia e la paura che arriva soprattutto dall'esterno. Di nuovo un horror crepuscolare che funziona grazie ad un'atmosfera che riesce a fare molto lasciando sempre quella porta rossa bloccata che sembra possa aprirsi da un momento all'altro e lasciare che il male si impossessi della famiglia.

Un finale davvero tragico chiude il film come a dimostrare ancora una volta che non sempre può esserci un lieto fine e sarebbe stupido provarci quando la situazione e così apocalittica da far presagire per forza il contrario. Shults va avanti e il film è tutto una corda tesissima in cui alla prima vibrazione parte la deflagrazione.

Figli della notte

Titolo: Figli della notte
Regia: Andrea De Sica
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Con poca voglia ma parecchia obbedienza alla madre, Giulio entra in un collegio prestigioso per rampolli benestanti. Dalle sembianze asburgiche, la struttura è una nota palestra per la futura classe dirigente, rigida e spietata. Il ragazzo è immediatamente attratto da Edo, dalla personalità a lui opposta, anticonformista e incline alla ribellione. In complicità si oppongono al bullismo imperante e in totale segretezza, iniziano a trascorrere nottate in un locale di prostitute. Gli effetti attesi non tarderanno a presentarsi.

Al suo esordio De Sica firma un film avvincente con una storia davvero originale che tra l'altro prova a far luce su una realtà davvero inquietante per alcuni aspetti. Quella dei rampolli benestanti che dovrebbero diventare la classe dirigente del futuro.
Partiamo subito con la scena d'apertura che sembra strizzare l'occhio a Sorrentino per quanto anche a livello tecnico, il regista sappia esattamente cosa vuole giocando molto bene negli interni con una scenografia e una luce più che perfetta e anche in esterno con una fotografia molto più fredda ad esaltare l'inverno rigido e il clima arido che non fa sconti per nessuno.
Sembra un vero e proprio carcere il collegio dove Giulio e gli altri ragazzi vengono inviati e come tale viste le dure regole imposte dovrà assolutamente fare i conti con dei giovani che non sono più quelli ubbidienti e pazienti di una volta ma sono una generazione in cui i genitori cercano di sbarazzarsene in fretta. Uno di loro Edoardo in particolare risponde al suo educatore dicendo come siano bravi e svelti i genitori a fare le valigie. Ruolo interessante ma con qualche leggera riserva è quello degli educatori tra cui svetta Mathias, i quali a volte sembrano uscire fuori dagli schemi con una linea educativa leggermente coercitiva come si lascia scappare uno di loro ad un certo punto "Le vostre famiglie sanno che tutto ciò che succede qui dentro lo risolviamo qui dentro. "
Alla fine il film è recitato bene, a livello tecnico è ottimo, tutto sembra raggiungere livelli molto alti per il nostro cinema e forse i soli e unici problemi sulla credibilità di alcuni fatti e un climax finale abbastanza scontato sono i mordenti principali.
Il film riesce ad essere uno spaccato sul sociale e un dramma significativo su una realtà che finalmente qualcuno si è deciso a raccontare.


domenica 10 settembre 2017

Knuckle

Titolo: Knuckle
Regia: Ian Palmer
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un epico viaggio, di ben dodici anni, nel mondo brutale e misterioso dei viaggiatori irlandesi di combattimento a mani nude (Irish Traveler bare-knuckle fighting). Questo film racconta la storia di faide violente tra clan rivali.

Davvero suggestivo, originale, atipico e notevole questo documentario dello stesso Palmer, lottatore protagonista e regista della vicenda. Narra in poche parole una sorta di faida che continua ad andare avanti da dodici anni e che vede in mezzo tre clan e una sola guerra di fatto incentrata per la reputazione e l'onore della Famiglia.
Lo stile di Palmer è asciutto e sintetico. Ci sono tanti dialoghi e momenti di faide con veri e propri litigi per arrivare anche e soprattutto a mostrare gli scontri ed è a questo proposito interessante notare in questi casi come la velocità con cui si concluda un incontro a mani nude lascia basiti se si pensa a quanto invece il cinema e la tv ci mostrano combattimenti lunghissimi ma qui la realtà è ben altra, quella reale e senza trucchi e fronzoli.
Qui c'è sangue, sporco, onore, rispetto, regole, lividi, facce ingrugnite, fight club, tutto vissuto in prima persona dal regista e dalla tropue che stava con lui a seguirlo e riprendere nel corso dei dodici anni i fatti e le vicende più importanti.
Un documentario davvero pieno di ritmo e di risorse che non abbassa mai la testa ma pur ripetendosi in alcuni momenti con le presunte e velate minacce di Tizio nei confronti di Caio, riesce comunque sempre ad essere concitato e con una galleria di persone reali votate al combattimento che sembrano usciti da una westland primitiva e selvaggia.

Un documentario davvero fuori dagli schemi che passa in streaming e su Netflix come una scheggia impazzita per raccontare una storia che più vera non si può facendo capire come questo Palmer quando non si curava i taglie e le ferite, passava il resto del tempo a lavorare per dare al mondo prova di quanto stessero facendo in Irlanda. Ci ha messo dodici anni ma il risultato toglie il fiato.

If...

Titolo: If...
Regia: Lindsay Anderson
Anno: 1968
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un college inglese, dopo la pausa estiva, riapre le porte agli studenti. Tra il consueto svolgimento delle lezioni, le celebrazioni in chiesa e l'attività sportiva, il tempo libero è regolato dalle direttive di quattro "anziani" - detti le "fruste" - ai quali il consiglio degli studenti ha demandato il compito di educare i nuovi iscritti. Le reclute - dette la "feccia" - devono imparare un linguaggio gergale per far parte del gruppo; devono manifestare obbedienza e rispetto verso i "superiori" ed ogni trasgressione o manchevolezza è punita con umilianti sanzioni. Insofferenti della vita del college, Mick Travis ed altre due "fruste" evadono, ogni tanto, nella vicina cittadina in cerca di emozioni, e quando il corpo insegnante decide di intervenire per restaurare la disciplina e l'ordine interno, il loro rifiuto sfocia in aperta ribellione. Scoperto un deposito di armi in un magazzino che per punizione devono ripulire, il giorno della consegna dei diplomi, Mick e i suoi amici cominciano a sparare all'impazzata. Nel caos più completo ha inizio una vera e propria guerra.

Il genere fantapolitico, se poi così si può chiamare, anche se oggi sarebbe in disuso, ha avuto sicuramente la sua stagione d'oro e il suo bisogno di usare la settima arte per raccontare alcuni importanti questioni o temi scottanti che sorattutto in questo periodo politico e sociale stava cambiando. Il college come specchio della società borghese riflette molto bene il ruolo che possono avere le istituzioni, l'obbedienza e il potere nonchè il gioco forza sugli studenti, cavie o se vogliamo ancora "detenuti" che non possono fare altro che ubbidire a delle norme imposte dall'alto.
Il regista nato in India, non ha girato molti film ma è riuscito ad esempio a far diventare questo If...una sorta di cult britannico, un film che riesce ad essere politicamente scorreto, di contestazione, rivoluzionario e manifesto per alcuni cambiamenti che si stavano andando a creare.
Tutta l'azione viene poi scandita in otto parti (Il rientro, Il College, Tempo di scuola, Rito e avventura, Disciplina, Resistenza, Verso la guerra, I Crociati), descrivendo inoltre a parte "i superiori" (anche in toni paradossali e grotteschi) la sofferta ricerca di una identità, tra feccia e superiori, di una generazione lacerata all'interno da spinte irrazionali ma unita contro la chiusura mentale degli adulti e i meccanismi repressivi del potere.
Il film alla fine non è altro che un attacco frontale contro una delle istituzioni tradizionali dell'establishment britannico, il college, culla di una futura classe conformista, ossequiosa nei confronti dell'autorità, amante delle tradizioni e rispettosa di ogni tipo di convenzione.

Più che una semplice opera di denuncia (in cui si parla anche di omosessualità in maniera audace, almeno per l'epoca), rimane una pellicola inquietante e ben girata, perfettamente al passo con quei tempi e difficile da dimenticare. Valorizzato anche dalla notevole prova di Malcom McDowell, il film ha ottenuto una significativa Palma d'oro al Festival di Cannes.

Bodybuilder

Titolo: Bodybuilder
Regia: Roschdy Zem
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Il ventenne Antoine è nei guai con una banda di teppisti a cui deve dei soldi. Per toglierlo dalle spine, la madre e il fratello maggiore lo mandano a stare con Vincent, il padre che non vede da anni. Antoine è così sorpreso dallo scoprire che Vincent gestisce una palestra e che sogna di riconquistare il suo titolo di campione di bodybuilding. Tra indifferenza e incredulità, padre e figlio cominceranno lentamente ad avvicinarsi e, lavorando con Vincent, Antoine avrà la possibilità di capire e di rispettare la vita che il genitore ha scelto.

Bodybuilder prima di tutto parla di un difficile rapporto padre figlio. Il film di Zem è interessante almeno per due aspetti. Intanto è una storia sulle differenze, sulle diversità negli stili di vita e il bisogno o la necessità di riparare un rapporto affettivo e familiare fragile e ormai difficilmente recuperabile fino in fondo. Dall'altro l'elemento di interesse e la sub cultura della palestra in particolare dei bodybuilder che poi sono la radice cubica dei palestrati normali. Dieta, spese eccessive, sacrifici, pastiglie di ogni forma e ingurgitate costantemente, la dimostrazione e la lotta solo con se stessi chiudendosi in un egoismo che prevede solo l'accettazione dei propri simili.
Un film che ogni tanto inciampa in qualche momento un po morto, ma che riesce senza puntare su un climax finale potente, ma sincero e divertente e mette in evidenza un talento alla regia importante che speriamo di rivedere presto.
Il confronto tra padre e figlio sarà serrato per quasi tutta la durata contando che il secondo non solo non sembra smettere di finire nei guai, ma tenta di provarci con una allieva di suo padre e per raccimulare qualche soldo comincia pure a rubare in palestra. Il rapporto drammatico e doloroso sarà utile ad entrambi per cercare di far riflettere ognuno dei due sugli obbiettivi, da una parte dell'inutilità dei compromessi utilizzati fino a quel momento per campare, e dall'altro a non poggiarsi unicamente sulle illusorie speranze di vincita di un concorso tutto impostato sulla costruzione posticcia e su un edonismo sfrontato e molto fine a se stesso in cui per farla breve il punto di riferimento per Vincent non è altro che l'ex presidente della California.

Un giovane adulto e un adulto giovane che tra litigi, qualche schiaffo e ribadire sempre propri intenti nonchè tracciarne qualcuno insieme, il film di Zem ha il pregio di non cercare sensazionalismi dove non ci sono senza mai esagerando e uscendo dai toni, ma cercando un equilibrio che di fatto viene mantenuto e garantito per tutto il film.

domenica 3 settembre 2017

Mia vita da zucchina

Titolo: Mia vita da zucchina
Regia: Claude Barras
Anno: 2016
Paese: Svizzera
Giudizio: 4/5

Zucchino non è un ortaggio ma un bambino (il cui vero nome era Icaro) che pensa di essersi ritrovato solo al mondo quando muore sua madre. Non sa che incontrerà dei nuovi amici nell'istituto per bambini abbandonati in cui viene accolto da Simon, Ahmed, Jujube, Alice e Béatrice. Hanno tutti delle storie di sofferenza alle spalle e possono essere sia scostanti che teneri. C'è poi Camille che in lui suscita un'attenzione diversa. Se si hanno dieci anni, degli amici e si scopre l'amore forse la vita può presentarsi in modo diverso rispetto alle attese.

A volte il cinema d'animazione ci insegna che i generi al suo interno sono sempre infiniti e veriegati e che possono abbracciare tutti i target d'età senza lesinare sulle storie drammatiche o i tortuosi viaggi di formazione.
In questo caso l'opera dello svizzero Barras è un dramma malinconico che sembra omaggiare per certi versi una certa filosofia Burtoniana e dall'altra restituire dei duri colpi come macigni su temi sociali, il viaggio di formazione e l'adolescenza come vaso di Pandora per tutti i guai e le scoperte che si verificano in quella fascia d'età.
Il film inizia con un bambino che per sbaglio uccide sua madre.
La recensione potrebbe finire qui ma il film è così scaltro e Barras ha così tanto talento da vendere che riesce a dipanare una storia con delle abili e funzionali location a partire dalla casa ma soprattutto l'istituto con una visione d'intenti davvero sorprendente per come riesce a giocare sui sentimenti e farti commuovere in diverse scene senza esagerare con il melodramma ma lasciandolo teso come una fune.
Sciamma al suo top nella scrittura, si intrufola in un viaggio dell'orrore trovando con spirito d'osservazione e una dovuta sensibilità nel genere il mix giusto tra commozione e speranza che ci ricorda quanto sia intensa la sofferenza di un bambino con un nucleo familiare devastato e devastante e la rete sociale e l'amicizia tra chi condivide la stessa sofferenza all'interno dell'istituto.

La mia vita da zucchina conferma l'artigianato in tutta la sua forma. Tutto viene ridimensionato in questa opera, tutto viene creato ad hoc e l'arte con cui viene sviluppata questa storia e la voglia di crederci fa sì che ci troviamo di nuovo di fronte ad un lavoro che si allontana dal marasma generale delle grandi major che producono "cartoni animati" in serie, con il solo scopo di incassare, svilendo il potere del sogno e dell'impossibile nascosto dietro piccoli capolavori come questo.

sabato 2 settembre 2017

Padre D'Italia

Titolo: Padre D'Italia
Regia: Fabio Mollo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Paolo voleva diventare un falegname o un architetto, e invece fa il commesso in un megastore di arredamento preconfezionato. Da poco è stato lasciato dal suo compagno Mario, che sta provando a realizzare i suoi sogni (forse anche quelli preconfezionati) insieme a un altro uomo. Una sera, mentre Paolo va in cerca di Mario in un locale gay, incontra Mia, giovane donna incinta che sembra non sapere cosa fare di se stessa, men che meno della bambina che aspetta. Suo malgrado, Paolo si farà carico di Mia e cercherà di riportarla a casa, intraprendendo un viaggio che porterà entrambi in giro attraverso l'Italia del presente.

Come commedia il film di Fabio Mollo ha quella componente in più che riesce a non farlo diventare del tutto un'opera convenzionale come spesso capita nel nostro cinema. Ci sono tanti elementi sul sociale, entrano in campo le fragilità di ognuno di noi, i rapporti di coppia non sono mai stati così difficili in questa post- contemporaneità liquida e alla deriva e infine i due protagonisti riescono ad avere una caratterizzazione più che discreta grazie anche a due attori interessanti.
Protagonisti, lui gay mollato da poco e lei invece scapestrata e incinta, entrambi vittime di una società che tende sempre più ad emarginare l'individuo, alla paura e difficoltà ad appartenere a qualcuno, al ritorno alle origini (il sud come vertice delle tradizioni) ma soprattutto come monolite dove la "coppia" dovrà affrontare gli stessi interrogativi e le insicurezze che gli accompagnano e che li tormantavano fin dal loro incontro.
Il sud potrebbe continuare ad essere arretrato come una certa tematica sui cui però il film non si prefigge di dare didascalie o giudizi, come quello di difendere dalla genitorialità omosessuale.

Il secondo lungometraggio di Mollo riesce a trovare quelle scelte funzionali di macchina e di improvvisazione tra gli attori per il suo taglio indie e fresco, nonostante la sceneggiatura firmata da Mollo insieme a Josella Porto in alcuni momenti sembra fermarsi per inquadrare solo i silenzi e i vuoti dei personaggi. Alla fine il mutuo soccorso e l'aiuto salvifico, se non dalle persone care, arriva proprio da chi meno te lo aspetti.

giovedì 3 agosto 2017

Partisan

Titolo: Partisan
Regia: Ariel Kleiman
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L’undicenne Alexander vive in una sorta di comune alla periferia degradata di una città senza nome. Capo della piccola comunità composta da donne e bambini è un solo uomo adulto, Gregori, figura carismatica che governa incontrastata elargendo affetto e regole ferree, insegnando ai bambini a coltivare la terra ma anche a uccidere, sia per procurarsi il sostentamento vitale che per difendersi da un mondo esterno che Gregori descrive loro come ostile, ingiusto e crudele. Alexander però è sveglio e curioso, durante le sue missioni omicide al di fuori dalla comune raccoglie piccoli oggetti e viene in contatto con gli abitanti di quel mondo esterno, cominciando a porsi qualche domanda sulle regole imposte da Gregori e su quel padre padrone di cui ha sempre accettato la weltanschauung.

Il punto di domanda è questo: c'era davvero bisogno di inserire la parabola dei bambini killer?
Partisan è un bel film con tanti elementi che non funzionano o meglio che non ho gradito anche se rimane affascinante e in alcuni momenti magnetico per la potenza e la poesia delle immagini.
Fino ad un certo punto anche la sceneggiatura sembra funzionare con il mistero più grosso che rimane celato fino al secondo atto.
Senza contare i dialoghi e la messa in scena che nel primo atto raggiunge la perfezione grazie a dei tempi abbastanza dilatati e un incidente scatenante che apre il sipario a chissà quale alternativo scenario distopico e grazie ad una possente interpretazione di Cassel nel ruolo del leader carismatico Gregorie in un contesto tutto sommato alternativo e molto particolare, come la location in cui vivono.
E'proprio il gioco, la struttura del gruppo, lo scenario distopico per certi aspetti, che seppur portata alle estreme conseguenze (come lo è del resto CAPTAIN FANTASTIC), il fatto di stare relegati e nascosti dalla società in un limbo di isolamento in cui si incatena dentro una propria quasi sottocultura, e infine il ruolo della donna e il suo significato in questa sorta di harem dove il protagonista accoglie madri e bambini vittime di maltrattamenti.
Nonostante il bel finale aperto e un climax che appare di fatto abbastanza scontato, il film di Kleiman ha il difetto di voler esagerare in un contesto che non lo richiedeva esplodendo lampi di violenza quasi per certi aspetti gratuita. L'autocompiacimento della regista che dimostra comunque di avere padronanza del mezzo cinematografico rischia di essere proprio uno dei suoi limiti portando a livelli alti un certo tipo di simbologia, trovando un neofita come Jeremy Chabriel, di impressionante intensità espressiva e capace di comunicare ed esprimere stando fermo immobile.



sabato 8 luglio 2017

Raw

Titolo: Raw
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Justine, giovane studentessa. In famiglia sono tutti veterinari di orientamento alimentare vegetariano. Dal suo primo giorno alla facoltà di veterinaria, Justine si distacca completamente dai valori familiari mangiando carne. Le conseguenze non tardano ad arrivare e Justine rivela la sua vera natura.

Raw è il film che aspettavo da tempo per diversi motivi tra cui la trama e il fatto che sia europeo e francese. Un circuito che quando si muove all'interno dei film di genere e soprattutto dell'horror non sbaglia quasi mai anche se negli ultimi anni ha regalato poche chicche straordinarie.
Grave è tante cose tra cui un horror cannibalistico e un dramma formativo con sotto tematiche come l'amore fraterno, la dieta e in particolare il vegetarianesimo. Infine il crudele e carnivoro rito di iniziazione, una delle scene più belle e che ha girato di più nei trailer, dove degli studenti più anziani spingono nella bocca riluttante della giovane protagonista un grosso pezzo di carne.
Justine subisce un vero e proprio calvario (ed è magnifico che il padre sia l'attore feticcio di Du Welz uno dei migliori registi in circolazione) da ragazza anestetizzata, deflorata, svezzata e cannibalizzata inizia la sua nuova redenzione, perdendo l'innocenza per indossare nuovi indumenti rosso sangue, in un circuito tra vittime, carnefici e succubi, nonchè gregari improvvisati che s'immolano come vittime sacrificali lasciandosi letteralmente divorare dalla protagonista.
Alcune scene poi vi rimarranno impresse nella psiche come la ceretta o il cat-fight tra le due sorelle a colpi di morsi. Oppure la scena dei telefonini che la filmano mentre sembra uno zombie legato che aspetta la carne da mangiare fino alle scene di autofagia e tante altre cose belle e devastanti allo stesso tempo. Un film decisamente potente, di forte impatto, che non risparmia e lesina su nulla per concentrare tutta la sua forza devastante, horrorifica ma soprattutto drammatica, di una ferocia che può avere solo il volto di una straordinaria protagonista che si abbandona al suo personaggio trasformandosi e dando forma a qualcosa di nascosto e più profondo che alberga dentro di noi.
Un dramma moderno, nemmeno poi così distante dalla realtà come i registi emergenti e quelli in gamba sanno fare, con tutti i riguardi che ci ricorda la primordiale paura di cambiare e di diventare qualcosa che non vogliamo o non possiamo accettare ed essere sotto gli occhi e lo sguardo di una poetica, quella di Ducornau, che speriamo di rivedere presto agli stessi livelli.




Trespass Against Us

Titolo: Trespass Against Us
Regia: Adam Smith
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Chad, il padre Colby e alcuni amici conducono da anni un’esistenza ai margini della società, sopravvivendo grazie a furti occasionali e alla destrezza di Chad, eccellente pilota. Chad, stanco di questa vita, vorrebbe trasferirsi altrove con moglie e figli, ma Colby è contrario e Chad non riesce ad affrontarlo e a dirgli di no.

Di certo Smith pur essendo alla sua "vera" opera prima non manca certo d'esperienza.
La serie SKINS muoveva già alcuni tasselli almeno per quanto concerne alcune scene d'azione e sapeva giocare bene con gli interpreti dando loro spazio e tempo per improvvisare e prendersi il loro tempo. Più o meno è quello che è successo anche qui con due attoroni come Fassbender e Gleeson (quest'ultimo riciclato su un personaggio già visto troppe volte).
Trespass Against Us aveva buone carte per poter diventare un film coraggioso e ribelle.
Un film politicamente scorretto che rifila un dito medio alle forze dell'ordine dopo un inseguimento in macchina (tra l'altro tra le cose più belle del film) tra scorribande che seppur belle da vedere sembrano dei riempitivi per dare consistenza e ritmo al film.
Purtroppo alcune manciate di scene, qualche idea interessante e le buone interpretazioni non bastano a decretare il successo, almeno per quanto concerne la sceneggiatura, di un film piuttosto piatto che esaurisce fin da subito obbiettivi e viaggio di redenzione.
Ci sono poi alcuni momenti abbastanza ridicoli come il post rapina di Chad dove il protagonista strozza come se niente fosse un pit bull, alternati invece ad una location, un insieme di roulotte, abbastanza interessante anche se già vista in diversi film così come questa sorta di comunità con il capro espiatorio interpretato dal poliedrico Sean Harris e l'idea della periferia alternativa inglese senza regole e leggi se non quelle del proprio codice criminale.
Alla fine la parte più interessante è proprio quella riuscita meno ovvero lo strano e contorto rapporto padre/figlio. Un film che poteva dare molto di più ma che preferisce la strada semplice accontentandosi senza insistere laddove poteva.


domenica 2 luglio 2017

Okja

Titolo: Okja
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Il mondo sta esaurendo le sue scorte di cibo, e nessuno ne parla"; è questa la premessa con cui il CEO delle industrie Mirando, l'omonima Lucy annuncia al mondo il suo progetto legato al creare dei maiali enormi che possono sostentare famiglie in tutto il mondo. Un allevamento sostenibile, effettuato in luoghi specifici del pianeta, in cui questa nuova specie può crescere in natura e non in cattività. La Mirando però non si ferma qui e propone, alla fine, un premio per il migliore degli allevatori che riuscirà dopo dieci anni a crescere uno dei 26 esemplari nelle migliori condizioni possibili. Tra questi maiali c'è anche Okja, data in affidamento ad una famiglia di contadini in Korea e cresciuta con una bambina di nome Mija che fin dalla tenera età di quattro anni l'ha amata, coccolata e cresciuta come una sorella. Mija è un'anima pura, in contrapposizione a suo nonno che in Okja vede solo un'opportunità di guadagno, un piccolo maialino d'oro pronto solo per soddisfare la sua avidità. Sarà l'amore a spingere Mija a tentare in tutti i modi di salvare la sua compagna di vita, in un susseguirsi di difficoltà che riusciranno a mettere alla prova il loro legame.

Lunga vita agli adoratori dei mostri.
Bong Joon-ho per chi non lo conoscesse è una garanzia a tutti gli effetti. La sua filmografia per quanto il regista sia giovane è già straordinaria e vanta già alcuni indiscussi cult.
Praticamente sembra una scheggia impazzita tra i generi e i suoi due ultimi film, tra cui questo, ne sono l'esatta dimostrazione anche se il cinismo precedente qui sembra sconvolto da un film geneticamente modificato che rilascia qualche piccola perplessità su dove Hollywood voglia traghettare il talento del regista.
Ambiente, sicurezza, grandi corporation, multinazionali, complotti, ribelli animalisti, amore, amicizia, pubblico lobotomizzato, etc. Praticamente le storie del regista sud coreano sembrano sempre qualcosa di mastodontico e colossale. Storie semplici ma di un impatto emotivo gigante.
Già dai primi minuti al di là del discorso fantastico e politicamente post-contemporaneo di Lucy capiamo subito dove il film andrà a parare e un istante dopo in una natura meravigliosa scopriamo l'amore e l'amicizia tra Mija e Okja con tutta la sua filosofia intimista. Sembra tutto perfetto e per certi aspetti lo è pure. Poi avviene il "rapimento" e noi per un attimo prendiamo atto di una cosa.
Crescere con un animale, amarlo e nutrirlo, nonchè lavargli i denti e dormire assieme a lui diventa il leitmotiv per cui Mija, straordinaria Ahn Seo-hyun, già un volto indimenticabile dopo il bellissimo HOUSEMAID, appena scopre che il nonno ha venduto Okja, si trasforma e diventa un'adulta che rivuole ciò che è suo e che le è stato tolto senza nessun compromesso.
Detto così sembra banale e scontato ma il carisma, gli intenti e gli ideali che l'autore inserisce nelle sue opere e nei suoi personaggi sono di una trasparenza così naturale e senza mai complesse forzature che le scene e i fatti avvengono in modo disinvolto e con una coerenza e un senso magnetico nell'attaccare tutto con un aderenza perfetta che capita di rado nel cinema.
Soprattutto in queste mega produzioni con Netflix in testa e un cast che dopo SNOWPIERCER dimostra l'astuzia con cui l'autore dirige un cast internazionale che vanta alcune memorabili interpretazioni tra cui quella, forse leggermente esagerata ma straordinaria, di Gyllenhaal che sembra far scomparire Raoul Duke e senza dover stare a tessere le lodi di due veri mostri indiscussi come Tilda Swinton (che non credo sia umana) e Paul Dano.
Questa nuova incursione nella fantascienza e nel cinema di mostri è l'ennesima riprova che la metafora può adattarsi a tutto e con scopi e intenti nobili che condannano scandali agro-alimentari, che mostrano la presunzione e l'arroganza dei magnati della bersagliata "Monsanto" (il riferimento è palese) che tenta di eliminare la fame nel mondo inventando un nuovo tipo di bestiame.
Ancora una volta Bong Joon-ho riesce in un piccolo miracolo: umanizzare un mostro e trasformare gli umani in mostri o in ridicole marionette. Detto così potrebbe sembrare semplice ma la materia strutturata e messa in scena nel film e tanta, l'azione decolla senza ricorrere ad una messa in scena confusa e fracassona tenendo testa ad un virtuosismo sempre elegante, alcuni momenti sono davvero commoventi come le idee visive straordinarie mentre invece altri (come l'accoppiamento forzato tra le due creature) fa davvero venire i brividi e da una scossa di rabbia che non andrà via facilmente sapendo dunque dare risalto al lato drammatico dell'intera vicenda.
Okja si adatta a tutti i tipi di target ed è ancora una volta un universo di trovate e scene spettacolari. Tuttavia rimane un passo indietro rispetto al dramma girato all'interno del treno e della metafora distopica e post-apocalittica. Però come qualcuno scriveva forse è il momento che il regista torni a casa, in Corea, a realizzare dei film che gli corrispondano e gli permettano di esprimere con maggior evidenza e meno vincoli il suo immenso talento.
Okja è sincero, a volte banale ma semplice e in alcuni parti complesso nel cercare di dare visibilità e spessore a tutti i personaggi, nessuno dei quali viene messo da parte.
Okja poteva diventare la metafora perfetta per il panorama mediale contemporaneo, prendendo in giro tutti e mostrando come tutti ma proprio tutti a parte Mija e Okja giocano un ruolo da comparsa nel circo mediatico in cui viviamo. Vince chi è se stesso.



martedì 27 giugno 2017

Machines

Titolo: Machines
Regia: Rahul Jain
Anno: 2017
Paese: India
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 5/5

Attraverso i corridoi e gli spazi di un'enorme e disorientante struttura, il regista Rahul Jain ci conduce in una discesa verso un luogo di stenti e di lavoro fisico disumanizzante. Si tratta di una delle maggiori fabbriche tessili dello stato indiano di Gujarat, la cui area di Sachin fin dagli anni Sessanta è stata oggetto di un'industrializzazione senza precedenti e non regolamentata.

Machines è un'esperienza unica e dolorosa. Il film più impressionante dell'ultima edizione del Festival di Cinemambiente. Un'opera solida e matura. Un urlo disperato verso quello che è l'ennesimo esempio di super industrializzazione, di lavoro fuori da ogni schema e comprensione. Orari che vanno oltre la logica umana e la disumanizzazione della forza lavoro e di qualsivoglia tipo di diritto.
Machines è l'opera prima di Rahul Jain, cresciuto in India e laureato al California Institute of The Arts in Film and Video. Sempre al CalArts studia estetica e politica. Machines, primo lungometraggio, è presentato all'IDFA e al Sundance Film Festival, dove riceve il premio speciale della Giuria per la miglior fotografia.
All'interno del documentario e delle aziende la camera procede scovando operai che dormono tra una pausa e l'altra, fumi che rendono nebulosa la vista di ogni minimo dettaglio, macchinari che sembrabno logorati dal tempo e di una pericolosità incredibile. Uomini, donne,bambini, disabili, tutti lavorano in queste immense fabbriche della morte dove scopriamo il lavoro incessante che sta dietro i vestiti che spesso indossiamo. Conosciamo l'esperienza di un lavoratore che per fare tre lavori a stento riesce a dar da mangiare alla famiglia spostandosi da una zona all'altra del paese e che per lui ha solo qualche rupia per comprarsi del tabacco da masticare per sopravvivere a dei turni infiniti. Facciamo anche la conoscenza dei suddetti padroni e della loro burocrazia e la loro spiegazione di come loro stessi diventano padroni e carnefici e del perchè non esiste nessun sindacato dal momento che forse nessuno lo vorrebbe.
Machines mostra la complessità della dura e spietata macchina capitalista, una storia di disuguaglianza che purtroppo anche la globalizzazione ha ampliato portandola in alcuni casi, come questo ma gli esempi sarebbero tanti e doverosi, di sfruttamento, di oppressione e di incapacità di un paese e di un sistema di potersi ribellare in cui ancora ad oggi tutto sembra sempre più immutabile e senza speranza con un divario purtroppo ancora più incolmabile tra poveri e ricchi.
Ad un tratto parla un bambino. Il suo obbiettivo è imparare in fretta a saper usare più macchinari possibili. Se da piccolo impara senza fare errori allora da grande diventerà un responsabile o un operaio specializzato. Questo è il sogno indiano della maggior parte dei bambini senza rendersi conto o domandarsi se è giusto o meno un modello economico e di sviluppo di questo tipo.

In tutto questo ovviamente le famiglie non esistono o sono una diretta conseguenza delle scelte dei figli che devono mantenere il nucleo.

Lion

Titolo: Lion-La strada verso casa
Regia: Garth Davis
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel 1986, il piccolo Saroo di cinque anni, decide, una notte, di seguire il fratello più grande non lontano da casa, nel distretto indiano di Khandwa, per trasportare delle balle di fieno. Non resiste, però, al sonno e si risveglia solo e spaventato. Sale in cerca del fratello su un treno fermo, che parte, però, prima che lui riesca a scendere e percorre così 1600 chilometri, ritrovandosi a Calcutta, senza nessuna conoscenza de bengalese e nessun modo per poter spiegare da dove viene. Dopo una serie di peripezie, finisce in un orfanotrofio e viene adottato da una coppia australiana. Venticinque anni dopo, con l'aiuto di Google Earth e dei suoi ricordi d'infanzia, si mette alla ricerca della sua famiglia.

Lion è il tipico drammone che fin da subito e dall'espressione del suo protagonista, Dev Patel, sembra una sorta di profezia che ti spingerà ad un solo e unico obbiettivo: Piangere.
Davis nonostante l'abbia adorato assieme alla Campion per averci regalato una bellissima serie australiana del 2012 di nome TOP OF THE LAKE e che per fortuna ancora in molti non sanno dell'esistenza. In questo caso ci troviamo tra Usa e Australia con alcune scene tra passato e futuro ambientate anche in India. Non sono poche le similitudini che abbracciano in questi contesti alcune analogie tra il film di Davis e quello di Boyle tra l'altro con lo stesso protagonista. La ricerca della propria famiglia, riprendersi un'identità culturale e altri temi che il film affronta, per quanto spesso siano abusati nel cinema, possono ancora avere grosse risorse ed essere giocati con sensibilità e momenti di indubbia originalità (che purtroppo il film non possiede).
Solo in parte il film ne mostra alcune soprattutto per quanto concerne le fragilità dei suoi personaggi , il rapporto con la famiglia adottiva in Australia ad esempio è semplicemente adorabile, complici la Kidman e Wenham. Straordinaria la parte tra Saroo e il fratellastro Mantosh quando i due dopo anni si ritrovano nella catapecchia dove decide di vivere confinato il fratello, con un disturbo di personalità che lo confina in suo preciso spazio cercando di dare un senso alla sua esistenza.
Mentre la storia d'amore con Lucy (Rooney Mara sta diventando un po come il prezzemolo nelle produzioni americane e non solo) mè un po abbozzata e sa tanto di forzatura per alcuni aspetti e per come in fondo si sa dove andrà a parare, la parte girata a Calcutta con il Saroo piccolo, Sunny Pawar, buca davvero lo schermo così come i momenti della fuga dei bambini dalle strade di Calcutta per non essere portati in strutture rigidissime dove non si sa se sopravviveranno.
Lion ha tante premesse e Davis senza farsi prendere troppo la mano disegna un film molto articolato con tanti temi e strutture che avvolge un periodo di storia lungo e complesso.
E' vero che si piange o meglio ci si commuove ma non è il preciso intento del regista. La realtà è sensibilizzare il pubblico su temi importanti e attuali. Parlare di adozioni internazionali e allo stesso tempo unire viaggio dell'eroe, film di formazione e una crescita, quella del protagonista, che abbraccia molte più cose nel film di quelle che vi sto dicendo.


giovedì 15 giugno 2017

Humidity

Titolo: Humidity
Regia: Nikola Ljuca
Anno: 2016
Paese: Serbia
Giudizio: 4/5

Petar è un uomo d'affari ambizioso, saldamente parte di quella classe sociale denominata dei "Nuovi ricchi", che vive in appartamenti arredati con mobili di design, ed una sicurezza che non li vede mai vacillare nella loro apparente perfezione. Un giorno, sua moglie Mina svanisce. Egli mantiene il segreto sulla sua assenza, mentendo dietro una facciata di serenità per cui decide addirittura di organizzare una cena di famiglia. Intano, sempre più preoccupato, passa le sue giornate tra affari loschi sul posto di lavoro ed eccessi con i suoi colleghi.

L'opera prima di Ljuca è un film impressionante in arrivo dalla Serbia. Questa storia di dolore e devastazione è ambientata in una solitaria e spettrale Belgrado dove ognuno sembra rincorrere il proprio tornaconto e la corruzione generale rimane sempre spaventosa.
Petar rappresenta il Serbian Made di famiglia aristocratica che grazie alla furbizia e al proprio tornaconto è abile nella scalata personale cercando sempre e a tutti i costi di avere sempre tutto sotto controllo soprattutto la vita e gli spostamenti della moglie Mina.
Cosa può succedere quando la normalità viene apparentemente sconvolta? Cosa può fare Peter per nascondere la sua fragilità, l'insicurezza, la frustrazione e la rabbia che cominciano ad affiorare dopo l'apparente scomparsa della moglie. La realtà sociale, la famiglia, le apparenze, i giochi di potere. Tutto sembra per un attimo assumere una forma grazie ad una profetica battuta della sorella del protagonista in una lussuosa Spa "Non ho tempo per essere depressa". Una madre che assieme al marito è impegnata a iniettarsi botox e non vedere che suo figlio, un nativo digitale doc, in realtà più che un ritirato sociale in realtà critica il lusso borghese dei suoi genitori e mostra uno spiccato talento teatrale come nel bellissimo monologo con il nonno materno.
Humidity è scandito dai giorni della settimana e quasi alla fine di ogni giornata la camera si chiude in dissolvenza su una strada notturna e solitaria che ricorda per molti aspetti LOST HIGWAYS di Lynch.
Il regista Ljuca si ritaglia un cameo all'interno del film curioso e ambiguo che sembra mettere in allarme il protagonista rivelandogli in macchina un dettaglio curioso sulle sue amicizie e i valori che dovrebbe condividere con la moglie.
Humidity è qualcosa che come per il bellissimo CLIP mostra come la Serbia stia facendo i conti con i demoni del passato dopo i drammi della guerra, di Milosevic e la totale inutilità delle Nazioni Unite in un conflitto che non ha mai compreso a fondo dando spazio ad una società di consumi in cui il capitalismo viene accettato come totem in risposta a tutti gli ideali privati.
Humidity mostra grazie ad un protagonista in stato di grazia con una ghigna fenomenale il dramma dell'identità, della solitudine imposta e accettata per non mostrare fragili e umane sofferenze (il protagonista crolla ad un certo punto in macchina in una scena toccante e più che reale). Una fotografia tutta color crema, tanti primi piani, una messa in scena semplice ma al contempo geometrica nella scelta dell'impostazione della camera e un risultato straordinario per un paese che quando vuole dire la sua riesce grazie ad una critica feroce a non aver bisogno di altro se non di scandire la realtà e approfondire la quotidianità che a volte è più spaventosa di qualsiasi minaccia esterna.
«Durante la Grande Depressione, che io sono vecchio abbastanza da ricordare, la maggior parte dei membri della mia famiglia erano lavoratori disoccupati. Si stava male, ma c'era la speranza che le cose potessero andare meglio. C'era un grande senso di speranza. Oggi non c'è più» (Chomsky)


Age of Conseguences

Titolo: Age of Conseguences
Regia: Jared P.Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 2/5

ll documentario esplora come il cambiamento climatico sia diventato inesorabilmente legato alla nostra sicurezza nazionale, e di come il rapporto tra sconvolgimento del clima e conflitti formeranno uno strumento che potrà plasmare il mondo sociale, politico ed economico del secolo nel quale viviamo. I documenti e le testimonianze riportate si traducono in un invito all'azione e a ripensare il modo in cui utilizziamo e produciamo energia. Con un concetto di fondo fondamentale: qualsiasi strategia di difesa militare utilizzeremo, è il tempo la risorsa più preziosa.

Jared P.Scott ha un solo merito finora. Al di là del suo innegabile patrimonio economico, tale da poter raggiungere vette inaspettate e devo dire esageratamente spettacolari (la fotografia a tratti sembra un film di Malick) e quello di aver girato qualche anno fa il bel documentario REQUIEM FOR THE AMERICAND DREAM, ovvero l'ultima lezione di Noam Chomsky ossia un pacato invito alla rivolta che dovrebbe essere trasmesso come una nenia ogni sera dopo il telegiornale per dare modo e tempo ai comuni mortali di comprendere le ragioni che stanno portando questa società al collasso.
Age of Conseguences crea un collante facendo collegamenti di ogni tipo e ogni sorta muovendosi praticamente in tutto il mondo. Questo nuovo modo di analizzare i contenuti all'interno dei documentari nel festival di Cinemambiente, diventa importante quanto rischia secondo me di allargare troppo il problema e fare in modo che il tema non concentrandosi su una singola situazione e quindi argomentandola a dovere, diventa difficile da comprendere a pieno soprattutto quando come in questo caso si passa dal Medio Oriente all'Africa e in altre aree trattando tempi, aree geografiche ed eventi storici senza finalizzarne in modo preciso nessuno ma diventando una sintesi che rischia di perdersi nella sua continua fagocitazione di complessità sulle connessioni fra cambiamento climatico e conflitti, migrazioni e terrorismo.
Sono d'accordo che l’emergenza climatica è di sicuro l’elemento catalizzatore e acceleratore di un effetto a cascata che unisce punti da un capo all’altro del globo: dalla desertificazione di vasti territori in Nord Africa e Medio Oriente ai fenomeni di siccità e carestia ma non sono d'accordo o meglio non ho gradito la critica all'Isis in Medio Oriente e sul fatto che per creare panico e instabilità prosciughino e occupino tutte le aree dove ci sia dell'acqua per mettere in ginocchio la popolazione. Detta così sembra una presa di posizione più politica che di allarme legato all'ambiente. A questo proposito Scott, credo non abbia fatto quel passo in più dicendo come si è arrivati a questo e senza citare mai, o quasi, la responsabilità dell'America e dei alcuni paesi europei (Inghilterra, Francia in primis e i risultati si stanno vedendo...) di aver creato le basi per il terrorismo mondiale in Darfur, in Somalia, in Siria e in tantissime altre aree legate alla geografia di quei paesi. A dirlo non sono, questa volta, le associazioni ambientaliste, ma i generali del Pentagono, gli esperti di sicurezza internazionale, gli analisti politici ed economici che frequentano le stanze del potere.
Il film è stato anticipato dal punto di Luca Mercalli, ormai una pietra miliare e un abituè del festival, un ometto divertente ed elegante che in un attimo riesce a portare il termometro sulla realtà globale che ci circonda inondando il pubblico in un'ora di slide, fiumi di parole e video inquietanti che danno un quadro apocalittico sul nostro pianeta.



Gifted

Titolo: Gifted
Regia: Marc Webb
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Gifted - Il dono del talento", parla della storia di Frank, un uomo cosciente e giudizioso che prova a crescere la giovane ed estremamente geniale figlia della sorella, tragicamente morta a seguito di un incidente. Sua nipote Mary è un vero asso della matematica e dal momento in cui la nonna della bambina, madre di Frank scopre le abilità della piccola, l'uomo cercherà di trarre vantaggio in ogni modo possibile della situazione che si è venuta a creare.

E'curioso scoprire come Chris Evans tolti gli abiti da supereroe Marvel (Capitan America) prediliga i drammi sul sociale. A partire da BEFORE WE GO la sua opera prima come regista, in cui in realtà è una storia d'amore tutta ambientata in una notte, e questo piccolo indie. Gifted fin da subito è uno di quei tipici drammoni che toccano le corde dell'anima. Puntano sui sentimenti, sulla redenzione, sull'attaccamento, sul distacco e la perdita. Dal punto di vista della storia non accenna a inserire nulla di nuovo, lo stereotipo è sempre quello e narrativamente parlando non ci sono colpi di scena eclatanti o un climax che il pubblico non si aspetti. Il cast c'è la mette tutta merito anche e soprattutto di una squisita Mckenna Grace che ruba la scena agli adulti riuscendo ad essere in parte in un ruolo complesso e sfaccettato.
Il film scritto da Tom Flynn è un dramma crudo con i piedi per terra, incentrato sul personaggio di Frank Adler, un uomo che intenzionalmente non esplica le sue potenzialità,e che si prende cura della nipote Mary nella parte rurale della Florida. Quando la iscrive a scuola per la prima volta, lei viene etichettata come "dotata" ("gifted", appunto). Tutto ciò che Frank vuole per lei è una vita normale, ma ad ostacolarlo c'è la madre della bambina, Evelyn, e il problema che lui non ha la custodia di Mary. Ecco allora che, dinamico per la prima volta nella sua vita, Frank lotta per ottenere questa custodia. Alla fine in poche righe il film possiede tutti quegli accessori tali da renderlo una piccola sorpresa che richiederà scatole di fazzoletti da tenere vicini alla poltrona.
Un film che non ha nulla di speciale ma brilla della compostezza delle immagini e della chimica creata tra Evans e la Grace.


Indivisibili

Titolo: Indivisibili
Regia: Edoardo De Angelis
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno (in particolare quello di una delle due) è la normalità: un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l'altra si ubriachi... fare l'amore.

Indivisibili entra immediatamente nella galleria di quelle opere italiane post moderne da tenere a mente. Una fiaba neo melodica, uno spaccato sociale, tra kitsch estremo e sublime, mica poi tanto distante dalla realtà...anzi (il fenomeno dei finti invalidi in Italia tocca un bilancio tragico) confermando ulteriormente il momento d'oro di un cinema italiano che guarda finalmente ai generi, provando a diversificare la propria produzione con coraggio ed elevata qualità.
Sono tanti i temi, le interpretazioni, i rimandi e gli intenti di questa pellicola. Forse più di quelli che aveva pensato inizialmente De Angelis.
Un film ambizioso, che diventa uno spaccato culturale visionario ricordando per certi versi il primo Garrone su come il regista non si nasconda e non abbia paura di mostrare la natura grottesca dell'animo umano senza risparmiarsi nulla.
Un viaggio folkloristico nella terra che il regista conosce molto bene con un cast nostrano che riesce a dare realisticità alle maschere che si prestano in questo dramma contemporaneo. Lo sfondo dove avviene la vicenda diventa lo scenario perfetto per mostrare quanto spiritualità e interesse personale oppure bellezza e bruttezza diventino una lotta tra opposti, l'anima dove si gioca il fulcro della vicenda ovvero il corpo, in questo caso i corpi delle due gemelle.
Un corpo che ancora una volta diventa il bene, il miracolo, l'aspetto freak che si mischia qui con tutta la sua viscerale complessità. Tutti le cercano, le ammirano e vogliono 'toccarle', proprio lì dove c'è un lembo di pelle e carne a tenerle unite la dimensione del toccare per essere salvati quasi come una piccola Lourdes mobile con prezzi e listini molto salati.