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domenica 2 luglio 2017

Young Pope

Titolo:Young Pope
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La vicenda di Lenny Belardo, salito al soglio pontificio con il nome di Pio XIII, primo papa americano della storia. La sua elezione sembra utilissima per avviare un'efficace strategia mediatica. Ma non è così facile piegarlo, né ai voleri della Curia né di chiunque tenti di manipolarlo.

"Se il Vaticano la guarderà, capirà che questa serie non è contro nessuno"
E'interessante vedere il rapporto che si crea tra un autore come Sorrentino e la serialità.
I motivi di interesse appaiono fin da subito numerosi e legati indubbiamente al talento e alla voglia di saper narrare, elemento che nell'ultima parte della filmografia dell'autore è stato criticato dai media e dal pubblico. Young Pope può essere vista sotto diversi piani e profili.
Una serie distopica credo sia la targetta migliore per definire i toni apocalittici e implausibili con cui si plasma l'intera vicenda. Prima di tutto accade un fenomeno strano nella politica autoriale dell'outsider italiano ovvero l'ironia: i discorsi su Dio, la morte, la vita, la celebrità, l’amore, il sesso, la politica, la filosofia e l’umanità, tutti vengono trasformati da valori giganteschi in frasi a effetto, slogan vuoti, aforismi da condividere su Facebook depotenziando e riducendo ad accidente ogni snodo narrativo della vicenda. Lenny incarna tutte le contraddizioni e tutti i valori prima di tutto di un uomo e poi di un "servo"di dio. Proprio il padre del Cristianesimo viene continuamente criticato. Dio esiste? Dio non esiste? Questa frase verrà pronunciata e ripetuta come un mantra.
Il dialogo con il presidente del consiglio, Accorsi nei panni del premier Renzi anche se non dichiarato è una vera goduria per intenti e portata dei contenuti.
Lo strano rapporto tra il cardinal Voiello e Suor Mary, la passione per le donne del cardinal Dussolier che lo porterà a scontrarsi con una realtà devastante, il cardinal Caltanissetta sempre a proteggere le azioni imprevedibili del suo Lenny e così via per una galleria di personaggi meravigliosa, caratterizzata a dovere e in grado di far luce su alcune vicende e tematiche che pur non incontrando mai reali vicende di cronaca sembrano viaggiare su un terreno analogo e parallelo che suona già come una sorta di profezia sui mali reali ed eterni della santa sede.

La serie è stata spesso vista come virtuosistica e vuota (elementi già fortemente criticati nella GRANDE BELLEZZA e YOUTH) i quali tuttavia non devono per forza essere limiti ma possono avere ampie zone di interesse. Il vuoto che spesso viene criticato a Sorrentino è un vuoto esistenziale in cui l'individuo si ritrova per depressione, noia o apatia, tutte condizioni e malesseri generazionali che in fondo ci appartengono più di quanto pensiamo e che diventavano l'assist perfetto tra i dialoghi di Fred e Mick. Di nuovo una società desolata e divorata dal di dentro che proprio all'interno delle mura vaticane sembra essere ancora più devastata e innegabilmente divorata da opulenza e populismo.
Dal punto di vista della coerenza narrativa la serie riesce ad avere un buon collante nelle sue dieci ore a parte alcuni momenti in cui anche la regia sembra perdersi per qualche sconosciuta ragione come nell'episodio tre dove vediamo i genitori di Lenny partire da Venezia abbandonandolo poi all'educazione di Suor Mary. Il lavoro sul cast merita un'attenzione particolare. Jude Law per la prima volta riesce ad aderire perfettamente ai canoni e al personaggio di Belardo riuscendo a coglierne sfumature, sguardi e toni veramente in stato di grazia e regalando, grazie a Sorrentino, la sua miglior performance. Il suo personaggio si è lentamente trasfigurato, da severo si è poi addolcito e le sue parole sono state influenzate da quello che Sorrentino indica come unico, possibile miracolo umano: l’amore I suoi collaboratori da Orlando alla Keaton, Sheperd, Camara, Cromwell, Bertorelli, sono tutti semplicemente splendidi in grado di dare risalto e umanità a ognuno dei personaggi.

martedì 16 maggio 2017

Iron First

Titolo: Iron First
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.



lunedì 1 maggio 2017

Taboo

Titolo: Taboo
Regia: Steven Knight
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Taboo racconta la storia di James Delaney, avventuriero inglese della prima metà dell’800 che, dopo essere stato a lungo lontano da casa e essere stato dato per morto da famiglia e amici, fa un gran ritorno sulle scene londinesi in occasione della morte del padre. Il suo non è un ritorno da poco: la sua comparsa manda infatti in fumo i piani di un bel po’ di gente potente, in particolare dei capoccia della Compagnia delle Indie, che aveva intenzione di mettere le mani su una striscia di terreno che la famiglia Delaney possiede negli Stati Uniti. Non è questione di speculazione: siamo nel 1814, Gran Bretagna e Stati Uniti sono in guerra e quel terreno sarebbe particolarmente importante per i commerci della compagnia. Da qui parte uno scontro a tutto campo tra il rampollo dei Delaney e i biechi affaristi, perché il nostro eroe non vuole vendere alla Compagnia il terreno. Uno scontro che è innanzitutto commerciale, ma ha anche dei risvolti patriottici, visto che c’è di mezzo una guerra. Durante la sua assenza da casa, Delaney ha girato il mondo, dal Sudamerica all’Africa, imparando riti e tradizioni antichissime e portando con sé un alone di stregoneria che nei primi episodi viene giusto buttato lì, ma mai espresso in maniera chiara.

Le serie tv di questi tempi sono tante. Troppe direi.
Conviene non guardarne nessuna o sceglierle maledettamente bene dal momento che sta uscendo praticamente di tutto, in tutte le salse e toccando tutti i generi cinematografici.
Sicuramente le brevi serie auto conclusive sono tra le mie preferite per diversi motivi tra cui in primis la lunghezza e poi la necessità di non dover tenere a mente la trama di tutte le stagioni.
Taboo da questo punto di vista potrebbe risultare la serie perfetta se non fosse che uno dei problemi più grossi è una sceneggiatura scritta di fretta con tantissimi buoni spunti ma di fatto con un senso di incompiutezza finale molto forte ammesso che non esca una seconda stagione.
Taboo è breve, interessante, inglese, concepita dal protagonista insieme con il padre Chips Hardy e prodotta da Ridley Scott. Altri elementi sono l'ambientazione (una Londra cupa, decadente, marcia e sull'orlo di un epidemia che ne sancisca la morte nera quasi una purulenza continua stampata sulla faccia di quasi tutti i personaggi). Gli attori e poi Hardy che con una sola espressione tiene sulle spalle tutta la serie. Gli elementi esoterici e magici (i poteri da stregone) e la storia che apre e chiude sipari senza spesso analizzarne bene le fondamenta riesce comunque a essere a suo modo sanguinaria nonchè complottista e parlando di un argomento poco conosciuto nella cinematografia recente ovvero la storia sanguinaria della Compagnia delle Indie.
In più narrativamente parlando la serie attinge da Cuore di Tenebra e da il Conte di Montecristo.
Knight sembra muoversi quasi come Pizzolato senza mai di fatto dirigere un episodio pur essendo il regista ma lasciando il compito a Dane Kristoffer Nyholm e Anders Engström.
Hardy in questa serie è una sorta di deus ex machina è purtroppo nel bene e nel male ha dovuto fare i conti con diverse vicende produttive tra cui ad esempio un buco nelle finanze gigantesco.
Non si sa con precisione quanto sia costata l'intera operazione, ma il tabloid britannico The Sun ha riferito che l'attore avrebbe sborsato 10,4 milioni di sterline (circa 12,7 milioni di euro), recuperandone appena 8, con un buco nel proprio bilancio corrispondente a circa 2 milioni (2,4 milioni di euro, più o meno).
Un critico ha scritto una frase perfetta per definire la serie: "Facciamo una prova, togliamo a Taboo tutti i tatuaggi, tutti i grugniti, tutte le cicatrici, tutti i flashback e le sequenze oniriche. Togliamo cioè il coniglio dal cilindro e guardiamoci dentro, cerchiamo il peso degli oggetti oltre il trucco del prestigiatore: cosa resta?"
Delaney è un personaggio molto interessante purtroppo esageratamente stilizzato in modo da renderne ogni gesta qualcosa di iniziatico e profetico, quando invece proprio il plot narrativo con la serie di domande e misteri che lascia aperti cerca un assist finale in un climax che peraltro non è neppure un colpo di scena ma l'unica strada possibile.
Taboo vuole essere, già dal nome, così misterioso, segreto, magico e strano, così dannatamente meticoloso nella ricostruzione e nel dettaglio su ogni singolo personaggio da farci dimenticare presto la storia peraltro in un'antologia di episodi brevi.
Rimane visivamente molto affascinante e l'unica delusione è solo nella scrittura dove si poteva disegnare un intreccio più complesso e meno ramificato.


martedì 14 febbraio 2017

Exorcist

Titolo: Exorcist
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Dramma dai toni sovrannaturali: una moderna interpretazione del romanzo di William Blatty, la serie segue due uomini molto diversi tra loro che si occupano di una famiglia colpita da un caso di possessione.

La serie composta da 10 episodi della Fox si concentra di nuovo sulla possessione e tutto ciò che ruota attorno alla tema e quello che vorrebbe menzionare l'esoterismo senza mai riuscirci.
Dopo il successo della prima stagione di OUTCAST, la Fox ha subito acquistato i diritti dello script sulla famiglia Rance e tutto quello che nasconde (compreso un colpo di scena potentissimo che rivela il continuum con il famoso cult).
Abbiamo due preti diversi, uno scorbutico, violento diciamo appartenente alla vecchia scuola di esorcisti (tipo padre Amort) e dall'altra parte la spiritualità, la timidezzza di un prete che deve imparare a diventare un leone se non vuole essere divorato dagli stessi demoni che cerca di combattere.
Una famiglia con due figlie, una casa nemmeno tanto gigante dove sviluppare e far triangolare l'azione e per finire nel finale un intrigo che porta ad una setta quasi ridicola con la sola unica eccezione di questo strano personaggio che parla con la bambina impossessata e che altri non è che il diavolo.
A parte questo Geena Davis è invecchiatissima e carica di botox non si può vedere. Gli effetti speciali sono fatti bene ma così patinati da non dare l'impressione che possa succedere sul serio e mancano da questo punto di vista le intuizioni e qualche passetto in avanti che si stacchi dalla mediocrità.
I personaggi sono caratterizzati con l'accetta senza grossa personalità e interesse. Manca completamente l'empatia per qualsiasi personaggio compreso Padre Tomas che sembrerebbe il protagonista.
L'idea che mi sono fatto è dell'effetto saturazione per un sotto-genere ormai troppo abusato e che non sa più a quali santi e demoni aggrapparsi per trovare spunti credibili e interessanti.
L'idea di attingere dal film di Friedkin da sola come idea non basta neanche messa nelle mani giuste e con un cast degno d'attenzione (che comunque è assente). Si accumulano troppi aspetti alternati con un montaggio che spesso taglia di brutto alcune parti della struttura narrativa senza chiuderle o meglio cercando soprattutto negli episodi finali di aumentare ed esagerare il più possibile vista la noia legata a quasi sei episodi di family drama nemmeno così avvincente.

L'abuso dei clichè è forse l'elemento più brutto e che viene giocato e messo in scena senza nessuna classe, tutto sembra ricalcare tanta brutta roba uscita negli ultimi anni che tratta il tema delle possessioni e degli esorcismi. Di questo se ne poteva fare tranquillamente a meno come del resto di quasi tutte le recenti produzioni.

venerdì 10 febbraio 2017

Ash vs Evil Dead

Titolo: Ash vs Evil Dead 
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Dopo la scellerata tregua con Ruby e la sua stirpe maligna Ash si è rifugiato in Florida, con i suoi giovani pards Pablo e Kelly. Convinto di poter vivere in pace, se la spassa alla grande esibendo davanti a signore di ogni età la sua motosega eretta. Intanto Ruby fatica non poco a tenere i pargoli a bada, visto che questi vogliono il Necronomicon, ed è costretta ad allertare Ash, anche per informarlo che il Male ha fatto il nido nell’unico posto in cui il nostro eroe non vorrebbe mai tornare. La sua città natale Elk Grove, nel Michigan. E allora, nel bel mezzo di un party, due demoni – messaggeri infernali inviati da Ruby – irrompono a guastare la festa, usando i corpi delle due ultime malcapitate conquiste di Ash

La seconda stagione del beniamino di Raimi (uno degli anti-eroi più riusciti del cinema) è assolutamente folle.
Anche la prima lo era, premesso, ma la seconda si spinge dove la prima non ha potuto, voluto, oppure solamente osato. Parliamo di passare il varco...quello del puro trash e della demenzialità che carica lo spettatore con un ritmo davvero disorientante per come in 25' di episodio, questa è la durata in media, non si riesca a staccare gli occhi dallo schermo.
Succedono davvero troppe cose e rispetto alla prima stagione i personaggi esondano volgarità di ogni tipo compreso il padre di Ash, uno sporcaccione come si deve, che come il protagonista di GREASY STRANGLER pensa solo a scopare, senza infine dimenticare alcuni protagonisti già visti nella trilogia di Raimi.
Ora però veniamo ai punti deboli. Ritmo esagerato non significa per forza che il risultato soddisfi. Infatti se è vero che succedono tante cose nella seconda serie, è anche vero che tante si dissolvono nell'aria senza troppi convenevoli e quasi tutte le altre tendono a ripetersi e a ripiegare su se stesse. Il nemico della seconda serie non è altri che Baal, divinità antica di una certa importanza, qui sminuito con il contagocce come lo era per Ruby nella prima stagione. Senza contare il finale davvero buttato lì che non sembra rendergli giustizia. Anche gli obbiettivi dei personaggi ad un tratto perdono la direzione e ognuno và un po dove gli pare senza capirne il senso.
Lo stesso ritmo iper veloce non da la possibilità di capire se tutto abbia senso oppure no (certo parliamo di serie di evasione) però in alcuni momenti non è chiaro perchè il Neonomicon, su cui si basa tutta la serie, debba essere distrutto da Baal quando genera proprio i suoi figli demoniaci assieme a R&B, ma questa è solo una delle numerose incognite.
Ad un tratto sembra di vedere un cartone animato quando Ash, dopo la "morte"di Pablo decide di tornare indietro nel tempo per salvarlo. Il problema è che poi succede mischiando in modo troppo sbrigativo piani temporali cercando di prendere tempo e guadagnare preziosi minuti senza spesso far coincidere tutti gli elementi della storia (elemento che mi rendo conto molti fruitori non prendono più in considerazione).
Appunto piani temporali, cambi di location, due città, parecchi interni quasi tutti affascinanti come l'obitorio, la casa di Ash e il manicomio.
Ma la ciliegina della serie è la miriade di momenti trash ed esilaranti che sono in alcuni casi davvero spassosi ma non bastano a salvare una seconda stagione scritta e diretta troppo in fretta come a dover garantire prima le scadenze prosuttive che non una storia o una trama interessante.
Dalla vecchia indemoniata che schiaffa le tette sulla faccia di Ash dicendogli di bere, al cadavere che caga in faccia al protagonista e gli schiaffa il membro vicino alla bocca, ai muppets indemoniati, gli alberi che prendono vita, l'incubo che Baal fa vivere ad Ash che dura quasi due episodi e infine la macchina infernale citando King. Continuano i rimandi alla serie di Raimi come il pezzo nella casa di montagna e tantissimi altri sparsi qua e là.
Infine bisogna ammettere che la demenzialità quando diventa esageratamente gustosa diverte...però altro non fa e in dieci episodi ripetere immancabilmente questo leitmotiv a me ha stancato velocemente. Ed è un peccato perchè Campbell è davvero in ottima forma.


giovedì 22 dicembre 2016

Animal Kingdom

Titolo: Animal Kingdom
Regia: Jonathan Lisco
Anno: 2016
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Serie drammatica ispirata al film omonimo del 2010 che segue la famiglia Cody: un ragazzo di diciassette anni rimane orfano e si trasferisce nel sud della California per vivere con sua nonna, Janine Cody, capo di una famiglia dedita al crimine.

Sembra di vedere tante cose già viste in Animal Kingdom (che purtroppo solo dal nome ricorda l'ottimo film di Michod, nonostante quest'ultimo abbia firmato il soggetto). Qui il regista infatti mantiene solo le vesti di produttore allontanandosi con molta furbizia da un progetto per una serie di 10 episodi (di cui è già stata annunciata la seconda stagione) e che purtroppo non ha lo smalto e la classe del film australiano che a parte vantare un cast memorabile riusciva in un difficilissimo compito ovvero la descrizione di una famiglia allargata di rapinatori in una durissima Australia
Possono essere tanti i limiti e le pretese da parte dei fan. Il problema più grosso della prima stagione è il concentrato di idiozia abominevole presente in questi primi episodi.
La storia banalotta che anzichè lavorare e scavare nella psicologia del protagonista lo lascia quasi sempre in secondo piano sballonzolato da una galleria di personaggi quasi tutti primari e ovviamente stereotipati a dovere. Insomma una storia che fin da subito sembra già essere ridotta all'osso. Segreti, appartenenza, integrazione, affari sporchi, qualche risicata sparatoria, feste quasi tutte nella stessa location presenti in quasi tutti gli episodi e dialoghi sboccati e penosi.
Purtroppo tutto è superficiale, un mix di clichè che sembra unire lo spirito di squadra di SONS OF ANARCHY, il non-sense e la tamarria intenzionale di BANSHEE ma a differenza delle serie citate che nella loro esagerazione promuovevano qualcosa di nuovo, qui siamo su un livello decisamente più basso appesantito da una storia che sembra andare avanti con enorme difficoltà e di fatto non ha mai un climax potente regalando il momento topico, tra l'altro scontato e telefonato, in un finale di stagione che doveva dare di più soprattutto contando che la produzione alle spalle non era affatto male.
Ellen Barkin interpreta lo stesso personaggio di ONLY GOD FORGIVES, ovvero la matriarca fatale e senza contare alcune interpretazioni di certo non memorabili ma efficaci per la caus, come il personaggio di Pope (lo zio squilibrato appena uscito di prigione) rimane forse l'unico ad avere qualche carta da giocare in una lia in cui a comandare non sono le norme ma il testosterone.


martedì 15 novembre 2016

Mariottide-La serie

Titolo: Mariottide-La serie
Regia: Maccio Capatonda
Anno: 2016
Paese: Italia
Serie: 1
Episodi: 20
Giudizio: 2/5

Commedia fondata sugli equivoci racconta del rapporto tra Mariottide, un cantante neomelodico senza mezzi e Fernandello, un ragazzo trovato in un cassonetto a trent'anni che crede di essere suo figlio.

Il problema che permane con Capatonda è il suo non essere ancora pronto per il cinema e per la sit-com in generale. Un personaggio che ha saputo conquistare pubblico e successo grazie ad un talento per i trailer, ironizzando e prendendo in giro un po quello con cui veniva incontro, dai film ai personaggi di successo e i talent show.
L'eroe posto-moderno di Mariottide in questa formula di venti episodi da quindici minuti, si trova catapultato in quattro, cinque location, sempre le stesse, dialogando con Fernandello e cercando di fargli credere che non sono poveri per arrivare alle sue follie per cercare di sbarcare il lunario e ad un improvvisata ma non sempre funzionale galleria di personaggi, attori e amici dello stesso regista (Ale e Franz, Ivo Avido, Daniele Battaglia, Biggio, Raul Cremona, Marco Donadoni, Nino Frassica, Jake La Furia, Francesco Mandelli, Federico Russo, Giuliano Sangiorgi, Tony Sperandeo e Barbara Tabita).
Mariottide presto diventa lungo e soporifero, all'ironia va di pari passo la mancanza di idee e la ripetizione di una struttura che diventa telefonata e senza mai un qualche guizzo registico o narrativo. Sembra che la crew qui si sia adagiata troppo sugli allori, con un approccio più rilassato che sembra un divertissement sicuramente meno "intelligente" e funzionale di MARIO.
Anche i nomi degli episodi, la trama, lo svolgimento e soprattutto il ritmo non conferiscono e non danno risalto alla serie lasciandola spaesata e in balia di trovate spesso fuori luogo. A questo punto i vecchi trailer di Mariottide su youtube erano molto più freschi e in alcuni casi riuscivano davvero ad essere divertenti. Qui si passa a scelte preconfezionate, ad un uso ripetitivo dei dialoghi e delle battute, ad un gioco-forza con lo spettatore che da mini fan di Maccio mi sarei aspettato qualcosa di più, certamente meno stereotipato.
Mariottide è una produzione realizzata per Infinity e prodotta da Marco Belardi per lotus production ed Enrico Venti per shortcut productions in collaborazione con videotime, quindi non una produzione fatta con i piedi ma qualcosa che proprio avendo un budget maggiore poteva conferire qualità e un impianto ironico meno stucchevole.



domenica 18 settembre 2016

Preacher

Titolo: Preacher
Regia: Seth Rogen, Evan Goldberg
Anno: 2016
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

Jesse Custer, come ricordiamo dalla nostra analisi del pilot, è tornato nella sua cittadina nativa, Annville, in Texas, per portare avanti la missione iniziata da suo padre prima di morire: guidare la piccola chiesa e portare sulla strada della salvezza la comunità distratta ed avvolta nella sabbia texana. La sua vita priva di stimoli viene completamente capovolta con l’arrivo di Genesis, un’entità nata dall’unione clandestina fra un Angelo e un Demone che prende possesso del suo corpo trasformandolo in un essere umano dai poteri apparentemente illimitati.

Preacher è un fumetto o meglio una saga che ho scoperto piuttosto tardi.
Conoscevo da tempo Garth Ennis per il semplice fatto che non conoscerlo significa, di questi tempi, avere una grossa lacuna. Dunque sono rimasto come molti stupito quando ho letto a chi è venuta la brillante idea di creare così dal nulla una serie su questo, a detta di molti, intoccabile fumetto.
Sicuramente l'obbiettivo non è stato facile e Seth Rogen e Evan Goldberg (inutile stare a presentarli) in quanto prima di tutto nerd e pieni di soldi e potere, hanno deciso che si poteva fare.
Anche se vengono spesso incasellati in un genere a volte spocchioso, ironico e sboccato (sul blog troverete quasi tutti i film del duo e dei loro amici), il lavoro svolto per Preacher bisogna proprio dire che è stato sceneggiato molto bene.
La serie ingrana subito la marcia, mostra tutti i personaggi principali, svolge un egregio lavoro di casting (ho ancora qualche riserva su Dominic Cooper ma spero che alzi la cresta) e riesce in un compito difficile e per nulla approssimativo.
La trama e lo spirito della serie scorre quasi immutato anche se nella parte di mezzo sembra non proseguire come dovrebbe, con alcuni momenti morti e alcune scene ridondanti ad esempio quelle dei due angeli alla caccia di Genesis.
Però uno degli elementi che più ho gradito è stato quello di non puntare su un'esagerazione piena di edulcorazioni come forse ci si poteva aspettare, rimanendo bilanciati sulle atmosfere da western decadente che trovano nel Texas una location sempre sorprendente.
Per quanto riguarda i dialoghi invece rimangono doverosamente sboccati e la violenza non diminuisce e non si trattiene diventando più volte congeniale ed esplosiva.
Un misurato mix di generi, citazioni, aderenza della storia, gag riuscite e personaggi caratterizzati a dovere (speriamo nella ripresa di Jesse).

Spero e mi auguro comunque che la serie sappia osare ancora di più, che riesca ad essere più cinica e blasfema come Ennis ha sempre fatto e questo significherebbe dare quella stellina in più ad una buona partenza che se insiste un po di più può diventare davvero ottima.

Banshee

Titolo: Banshee
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Usa
Stagioni: 4
Episodi: 38
Giudizio: 3/5

Il protagonista principale è un criminale, che dopo aver scontato quindici anni di prigione a seguito di un tentativo di rapina finito male, ritorna in libertà. Immediatamente si mette sulle tracce della sua ex amante e complice, Ana, mentre si ritrova braccato dagli uomini del boss criminale che aveva tentato di rapinare, Mr. Rabbit. Le sue ricerche lo conducono quindi in un luogo immaginario, ossia a Banshee, una piccola città della Pennsylvania abitata prevalentemente da una popolazione Amish. Banshee, come viene detto in una presentazione della serie, è una creatura femminile della mitologia irlandese che porta sfortuna e probabilmente ciò ha ispirato il nome della città, che è rappresentata come una località in apparenza bella, pacifica, ma in realtà abitata da alcune persone orribili, come Proctor, un potente gangster che nasconde le proprie attività criminali dietro la facciata di uomo d'affari e praticamente tiene in pugno la città. Il protagonista qui rintraccia Ana, che ha cambiato identità ed è nota come Carrie Hopewell, moglie del procuratore distrettuale. Dopo essersi ritrovato casualmente in uno scontro a fuoco tra il nuovo sceriffo appena arrivato in città, Lucas Hood, e alcuni criminali del posto, i quali finiscono tutti uccisi, decide di rubare l'identità dello sceriffo e rimanere in città, nel tentativo di convincere l'ex complice a riprendere il rapporto con lui.

Banshee ha qualcosa di infinitamente idiota ed esageratamente tamarro questo è vero.
Si prende poco sul serio o meglio quando lo fa non ci riesce comunque.
Diciamo proprio: e'una serie di ignoranza senza precedenti.
Eppure è adorabile, fantasticamente pieno di ritmo e di insensatezze che piacciono perchè incasellate in modo furbo, certo banale, ma d'effetto.
E'un telefilm di uomini duri che bevono in silenzio whisky, scopano senza un domani e fanno rapine con una facilità degna dei serial americani.
Ho deciso per limiti di tempo di essere coinciso e perchè sinceramente trovo esagerati e inutili tutti coloro che recensiscono, magari con due o tre pagine, ogni singolo episodio di tutte le lunghe e disparate serie che guardano.
Nel mio caso sarò estremamente veloce contando che provare a dare un giudizio su quattro stagioni tutte assieme per 38 episodi e opera folle come non ho quasi mai fatto.
Seppur con tante trovate, alcune davvero banali e scontate mentre altre quasi d'effetto, la serie trova nell'esagerazione, nella continua diversificazione dei personaggi l'elemento più imprevedibile e divertente. Poi senza stare a prendersi in giro, in Banshee ci sono un sacco di fighe, spogliarelli e altro che fanno capire quale è stato l'elemento in più della Cinemax, costola della HBO, ex canale sporcaccione dei porno softcore.
Veniamo per ordine. Che cosa c'è in Banshee: violenza, nudi, scopate, indiani, amish, freaks, checche che spaccano i culi, tette e culi, inseguimenti, sparatorie, religioni caratterizzate col culo, fbi, azione a gogò, mafiosi russi e ucraini, branchie del governo che appaiono e scompaiono, zii che scopano le nipoti, motociclisti, albini che sodomizzano, sceriffi senza uno scopo nella vita, tutori del disordine, nazisti e bambini malati.
In mezzo a tutto questo poi non esiste solo la città di Banshee, vero tesoro per gli scambi di identità, ma altri coloratissimi e insensati luoghi che danno e creano disordine e ovviamente uniscono i tasselli di una trama che come per molte altre serie tende a lavorare per accumulo.
Ho un problema grosso.
Ho visto questa serie qualche mese fa ma per strani, arcani e sinistri motivi non l'ho mai recensita. Quindi inserire le trame di quattro stagioni non avrebbe senso e quindi non lo farò.
La parola chiave di Banshee comunque rimane una: l'adrenalina, quella che piace perchè spegne il cervello.
Continuando sono davvero tanti i luoghi comuni che vengono buttati sullo schermo senza pensare alle conseguenze, come un giocattolone che forse si pensava non sarebbe mai andato oltre il primo episodio, ma che invece è stato addirittura ed esageratamente tirata avanti e non a caso le ultime due serie sono quelle che hanno i maggiori wtf.
Da questo punto di vista l'ultima serie infatti è forse quella campata più in aria e l'antagonista con quelle corna da minchione sembra una parodia del satanismo e delle new-religion.
L'unico aspetto politicamente scorretto (il vero colpo di genio se vogliamo), ma dubito che appartenesse negli intenti dei due creatori, è quello di dare potere ad un uomo comune tutto rapine e discutibile senso della morale. Come a dire che chiunque potrebbe fare lo sbirro o lo sceriffo in America (o forse un po ovunque...) e che tanto non bisogna sapere e capire niente sulla legge perchè in fondo basta trovare un minimo di coerenza e buon senso quando la circostanza lo ritiene.



sabato 10 settembre 2016

P'tit Quinquin

Titolo: P'tit Quinquin
Regia: Bruno Dumont
Anno: 2014
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 4
Giudizio: 4/5

P'tit Quinquin è un ragazzino molto vivace di una dozzina d'anni che vive nella fattoria di famiglia. E' l'inizio delle vacanze estive e trascorre il tempo coi suoi due amici e la fidanzatina Eve, girando in bicicletta e facendo scherzi con i petardi. Ma un evento straordinario sopraggiunge con la scoperta di un cadavere di una vacca squartata ed esposta spettacolarmente in un bunker, una spoglia tanto più inquietante in quanto l'autopsia rivela dei resti umani all'interno. Arriva in città un'improbabile coppia di investigatori della polizia composta dal comandante Van der Weyden, pieno di tic, e dal luogotenente Rudy Carpentie, che passerà tutto il film a fare assurde manovre da pilota di rally. "Non siamo qui per fare della filosofia", precisa subito uno dei due, mentre un secondo cadavere (una donna senza testa) fa la sua comparsa. Moltiplicando le piste false (la coppia di amanti, il giovane terrorista in erba perduto nel clima di pregnante razzismo locale) e le divagazioni, da un funerale assurdo a un concorso canoro radiofonico passando per la fanfara del 14 luglio, le indagini avanzano in una nebbia resa ancora più fitta da altri tre omicidi (l'ultima vittima è divorata dai suoi maiali), mentre P'tit Quinquin prosegue la sua vita di giovane adolescente.

Dumont è ormai da parecchi anni che lo seguo, rimanendo estasiato e insoddisfatto, allegro e dispiaciuto allo stesso tempo. Insomma è un regista che mi piace ma con cui non vado molto d'accordo.
Una serie dunque mi ha colto spiazzato in tempi dove ormai sembra essere il format preferito e di moda per tante produzioni e tanti registi.
Dumont però è sempre stato e sempre sarà originale per diversi punti di vista, oltre che possedere uno stile davvero atipico e particolare ed essere un autore da non sottovalutare.
Quindi questa breve serie autoconclusiva è la summa di tutti gli elementi e i suoi temi cari anche se per fortuna resi ed espressi in modo più chiaro e meno metafisico come appare in molte sue opere.
La cosa che più mi ha stupito è stata la risata, sempre e volutamente assente dal suo cinema, mentre invece alcuni temi già erano presenti e mischiati con altri a partire dall'umorismo assurdo, l'autoironia, la parodia di tante recenti serie poliziesche e non per ultima l'ipocrisia che domina la società e l'individuo e in fondo l'umanità e la sua intrinseca barbarie pronta a deflagrare in ogni momento.
A partire da una scelta del cast assolutamente funzionale e incisiva nella sua maniera di esprimere e di esprimersi come meglio credono. Volti bene o male sconosciuti o poco noti, in cui ancora una volta è proprio la mimica facciale, i tratti somatici e i segni particolari a farla da padrone, sia per i piccoli che per gli adulti, con la prova straordinaria e davvero assoluta di Bernard Pruvost nei panni dell'insolito detective.
Stravagante, bizzarro, grottesco, romantico. Questa piccola serie cult andrebbe vista e rivista per coglierne tutti gli elementi e soprattutto è doveroso vederla tutta di seguito.


martedì 6 settembre 2016

Stranger Things

Titolo: Stranger Things
Regia: Matt Duffer, Ross Duffer
Anno: 2016
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell'Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; allo stesso tempo in un laboratorio segreto nei dintorni della stessa cittadina un ricercatore è vittima di un'inquietante creatura. Dallo stesso laboratorio Hawkins, una stramba ragazzina approfitta della confusione generata dall'incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita da agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will: Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce del fidato compagno svanito nel nulla. La ragazza, che si identifica con il numero tatuato sul suo braccio, "Undici", crea un legame in particolare con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione."Undici", a conoscenza delle sorti di Will, aiuta i ragazzi a cercarlo, spiegando loro come sia finito in un'altra dimensione paragonata a un "sottosopra" del mondo reale, popolato da mostruose creature. Le indagini della polizia locale, guidate dall'agente Hopper, sono ostacolate dal laboratorio Hawkins, che inscena anche una finta morte del bambino. La madre di quest'ultimo, Joyce, vive nel frattempo bizzarre esperienze soprannaturali nella propria casa, nelle quali il figlio riesce a mettersi brevemente in contatto con lei, mentre Jonathan, il fratello maggiore di Will, inizia a indagare con Nancy, sorella di Mike, su una creatura che potrebbe aver rapito il fratello e un'altra ragazza del luogo. Le ricerche di Hopper, Joyce, Jonathan, Nancy e di tutti i ragazzi convergono presto insieme contrapposte al tentativo degli agenti del laboratorio di insabbiare quanto stia avvenendo nella città e ricatturare Undici.

Stranger Things non è figo, non è cool nè tantomeno originale.
Non ha niente di tutto ciò.
E'una serie guardabile, niente di più, creata da hipster che solo per il fatto che citino gli anni '80 con le loro musichette da tastiera e un gruppo di ridicoli nerd non significa che debba essere miracolata e originale. Ma ormai si grida al capolavoro per qualsiasi cosa che abbia una copertina in grado di farti bagnare. Purtroppo niente di tutto questo.
Alieni, area 51, bambini che spariscono in altre dimensioni per essere ritrovati poi in un fondale marino in una dimensione spazio/tempo confusa e senza senso. Una madre isterica che sente il figlio scomparso attraverso segnali energetici (sembrava di vedere Cooper che parla con Murphy da dietro la libreria) e infine il governo che guarda caso è composto quasi solo da stronzi prepotenti.
In Stranger Things vince la nostalgia che però a guardar bene sembra una scusa come un'altra per rendere ghiotto un prodotto che più commerciale di così si muore e la Netflix in quanto a rendere cool i suoi prodotti è furba oltre che spendere cifre da capogiro.
Sono stati tirati in ballo tutti i cult degli anni '80, ma per dirne una molto veloce, SUPER 8 di J.J.Abrams, in due ore, condensava tutto in modo molto più sintetico e funzionale.
E'puro merchandising pubblicitario dove alla base si trova la scritta "ritroverete questo e quest'altro" ma non è che il pubblico o gli spettatori con una dipendenza rara e incontrollata come me possono fare riferimento a questa insulsa log-line per cercare prodotti di qualità.
C'è bisogno d'altro. Quell'altro che nella breve serie effettata a dovere con ogni singola attenzione al dettaglio e non alla storia, esaurisce subito la mistery della trama e anche spoilerando a dovere vedrete che non succederà o non vi perderete proprio niente.
Manca un universo coerente e ricco.
Gli anni '80 non vanno ripresi. Eighties di che? Quelli erano altri tempi.

Il cinema più che mai deve scommettere sulle storie che non esauriranno mai e non mischiare tanti elementi a caso cercando a livello tecnico di rendere il tutto più affascinante possibile.

mercoledì 8 giugno 2016

Ash vs Evil

Titolo: Ash vs Evil
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

Ash è un cacciatore di mostri che ha trascorso gli ultimi 30 anni evitando le responsabilità, rifiutandosi di maturare e sfuggendo agli orrori della 'Casa'. Quando però una piaga mortale rischia di spazzare via il genere umano, Ash è costretto a fare i conti con i propri demoni.

Ash vs Evil nella sua prima stagione ha avuto un successo esorbitante.
E'semplice e assai banale capirne le ragioni. La prima potrebbe essere l'esagerazione, quel non prendersi sul serio, l'ironia splatterstick, quell'abbandono del dramma e della suspance per creare intrattenimento e azione condito da scene e momenti splatter continui e un parossismo del gore incredibile. Il secondo è la pubblicità esagerata della Netflix che tra una scommessa e l'altra sta riuscendo ad avere tra le mani alcuni prodotti interessanti.
Prodotto e scritto da Raimi con il fratello e lo stesso Bruce Cambell, la serie prende solo alcuni spunti della trilogia di successo.
Si è proprio cercato uno stile e una messa in scena molto più divertente, ironica, grottesca, in cui con pochissimi personaggi si riuscisse a ruotare attorno ad una ricerca che condurrà ad una resa dei conti finali proprio nella famosa casa dove Ash e i suoi amici, nonchè la ragazza, persero la vita.
Ash è di nuovo il protagonista, l'adulto, il messia che tra una stronzata e l'altra, evoca, e quindi poi è costretto a riparare il danno arrecato. Di nuovo un cretino sociopatico, idiota e irresponsabile, in fondo buono che deve prendersi cura dei suoi gregari più giovani ed entrare nelle loro vite e nelle loro "case".
Case stregate, demoni chiamati Oscuri, militari-zombie, stregoni, bambole assassine, Necronomicon, tutto si mischia, viene contaminato come in un calderone in cui il Libro dei Morti sorride beffardo sapendo già chi sopravviverà e chi invece verrà risucchiato dalla spirale di violenza in cui non c'è una sola scena che faccia paura ma allo stesso tempo non c'è un solo momento di calma e tranquillità.
Alla fine la serie è divertente ma nulla più, un viaggio dell'eroe in un clima post-apocalittico, in cui niente fa paura, non c'è un vero e proprio nemico e alla fine tutto si rivela come una parodia lucida e puntuale delle consuete serie tv d’avventura, poiché ogni elemento è rovesciato: il senso di responsabilità dell'eroe in cattedra diventa incoscienza, i tormenti del protagonista si trasfigurano in faciloneria e beata ignoranza e infine gli istinti primari prevalgono sulla nobiltà d’animo, praticamente la filosofia del nostro Ash, un Cambell in forma strepitosa.



lunedì 25 aprile 2016

Hap and Leonard

Titolo: Hap and Leonard
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 6
Giudizio: 3/5

dopo anni di nulla assoluto, Trudy, che ha abbandonato Hap quando è finito in prigione per essersi rifiutato di partire per il Vietnam, cerca il suo aiuto per recuperare una macchina finita in fondo al fiume Sabine; nell'auto c'è un milione di dollari, frutto di una rapina andata male. La coppia di amici accetta il lavoro, ma scopre ben presto che Trudy non opera da sola: con lei ci sono il nuovo marito,Howard, idealista rimasto con la testa ai tempi degli hippie,Chub, poco brillante ma fedele, e Paco, pericoloso ex terrorista dal volto sfregiato. Qualcuno della banda ha però secondi fini e sul cammino di Hap e Leonard compare presto una coppia di criminali folli quanto pericolosi: Soldier, spacciatore locale dai modi eleganti ma privo di qualsiasi scrupolo e Angel, il suo braccio destro e compagna, una culturista imponente.

Da grandissimo fan di Joe Lansdale non potevo perdermi una delle poche trasposizioni finora create per il grande schermo dopo il pregevole COLD IN JULY, BUBBA HO-TEP e l'episodio dei MOH INCIDENT ON AND OFF A MOUNTAIN ROAD.
Hap & Leonard esistono sulla carta ormai da diversi romanzi e in caso non gli conosceste non voglio spoilerare nulla sull'ultimo Honky Tonk Samurai che forse segna un passaggio importante.
Due personaggi che bisogna leggere, amare e assaporare prima di poterli confrontare con una messa in scena, dunque non starò a definire chi sono e quali sono le loro caratteristiche.
Hap & Leonard sono un tentativo e un azzardo davvero complesso e difficile da realizzare nel senso che gli scritti di Lansdale hanno la loro funzionalità, grazia, fantasia senza limiti e potenza spesso nei dialoghi e in uno stile assolutamente originale, travolgente e ironico.
In più il ritmo forsennato dei suoi scritti sembra essere materia davvero complessa da realizzare.
Infatti non mi ha stupito che per creare questa mini serie ci siano state molte difficoltà.
Il cast cerca di dare il massimo chiedendo ai fan di provare a cercare di empatizzare con i protagonisti soprattutto per Hap che sembra il meno convincente dei due mentre per Leonard direi che la scelta compiuta è stata funzionale.
Mentre su Leonard e su Trudy lo sforzo si può fare trovo che la coppia degli antagonisti sia stata forse un po frettolosa e appare poco convincente e in varie riprese fuori luogo proprio come le azioni veicolate e troppo prevedibili.
Bisogna contare che ormai gli psicopatici hanno fatto il loro tempo ed è difficile dunque trovare attori che riescano a trasmettere delle emozioni o dei brividi.
In questo caso non ci sono assolutamente riusciti.
Ora per essere un indie, il fatto che la sigla sia scoppiettante, che alla produzione ci siano due nomi noti dell'horror che apprezzo e stimo, sono tutti elementi che mi portano per simpatia e da grande fan a regalare una sufficienza alla mini-serie sperando che se ne verranno fatte altre sicuramente si possa cercare di sviluppare una storia più complessa e dinamica.
Uno dei fattori chiave che porta a diversi limiti della serie è sicuramente la storia che non ingrana mai veramente diventando in alcuni momenti quasi una presa in giro contando le trame e il potenziale dei romanzi.

Manca poi, è presente in modo patinato solo nei primi episodi, una caratterizzazione forte e solida dei due protagonisti, divertenti quanto dissacranti, così come dei memorabili monologhi interiori di Hap.

lunedì 11 aprile 2016

Daredevil

Titolo: Daredevil
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

L'avvocato Matt Murdock, non vedente sin da bambino, utilizza i suoi sensi amplificati per combattere il crimine per le strade di Hell's Kitchen, New York, nei panni di Daredevil.

Era ovvio che ci sarebbe stata una seconda stagione. Era ovvia come la rimozione della colpa cattolica che opprimeva da principio le imprese del diavolo di Hell's Kitchen portandolo ad essere un giustiziere in un continuum di sfide legate ai conflitti morali.
Daredevil scorre con un ottimo ritmo e un affiatamento incredibile tra gli attori e il trio dello studio legale. Si appresta a dare quel significativo contributo maggiore rispetto alla precedente per quanto concerne l'ingresso del personaggio di Frank Castle, il ritorno di Wilson Fisk e l'immancabile Stick.
Crea anche una bella storia dopo gli episodi legati solo a Castle, alla beniamina Elektra, con un bel background per crerare un cortocircuito fra la morale di Matt e le sue azioni. In più gli sceneggiatori si divertono ad inserire numerosi elementi che richiamano i The Defenders e Iron Fist.
In più a differenza del primo la storia d'amore non si sposta più tra Claire e Matt ma invece tra lui e Karen.
Con una lunga serie di storie e sotto storie, il protagonista arriva dopo sei mesi in cui sembra aver accettato il proprio alter ego, battendosi per degli ideali e dei principi non condivisi dai colleghi.
La prima impressione, contando che le scene d'azione non sono così maggiori rispetto alla serie precedente, riguarda ancora una volta il fatto che non è solo una serie sui supereroi ma quasi un lunghissimo film dove i generi, dall’action al legal, passando per il revenge movie, si mescolano tra di loro, creando un prodotto di altissimo livello di intrattenimento.
Questo probabilmente è il contributo maggiore legato al cambio di showrunner, non più Steven S. DeKnight ma bensì Doug Petrie e Marco Ramirez. Inoltre a parte i temi trattati, i personaggi e il resto, sono i valori che sembrano cambiati.
Il punitore ad esempio introduce un tema ben noto agli appassionati di fumetti, quello del Bene e del Male separati da una semplice brutta giornata. Frank lo dice in modo esplicito, a sottolineare quanta poca differenza ci sia fra un uomo a cui la mala uccide moglie e figlia e che decide di vendicarsi, e un uomo a cui la mala uccide il padre e decide di diventare un giustiziere: “sei a una giornata no dall’essere come me”.
Quindi di nuovo si insiste e si sottolinea un sacco il tema- valore del significato della parola eroe e soprattutto dopo il sacrificio che avviene nel climax finale della serie.
La solitudine di un uomo che deve scegliere fra l’essere un semplice avvocato con famiglia e affetti o un eroe notturno e solitario. Infine lascia Matt senza alcuna possibilità di fuga dal momento che il suo destino è ancora quello di avere due identità, sacrificando la propria sanità mentale in nome di un bene superiore, qualunque esso sia.
Gli unici elementi che secondo me non funzionano molto sono: la parte finale con la Mano e l'arma segreta, i ninja, e tutto quello che ne consegue, non ultimo l’inserimento di un tema soprannaturale che fino a quel momento era rimasto abbastanza estraneo alla serie.
Per non parlare della faccenda riguardo a Karen e il suo interessamento per la questione Castle arrivando perfino a nasconderlo dalla polizia e il suo lavoro al giornale troppo veloce e repentino. Infine la scalata al successo di Foggy.




giovedì 24 marzo 2016

X-Files

Titolo: X-Files
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Usa
Episodi: 6
Stagione: 1
Giudizio: 2/5

L'ex coppia di agenti FBI Fox Mulder e Dana Scully è nuovamente coinvolta in indagini sul paranormale, quando il primo viene informato da un giornalista attivo su internet, Tad O'Malley, del caso riguardante una donna rapita dagli alieni, Sveta.

X-Files è stata una serie cult per il sottoscritto.
Diciamo che dal '93 è stata una delle passioni che mi ha portato a restare sveglio fino a mezzanotte per guardare gli episodi.
Dopo un paio di film infilati in mezzo, si è deciso di mettere assieme Mulder e Scully e tornare al timone con questa manciata di episodi forse per soddisfare i fan o semplicemente per fare soldi.
La prima impressione è stata di sgomento ma anche in alcuni casi di un ironia che X-files non ha mai posseduto per fortuna. Mi spiego.
Lo sgomento è legato al fatto che crollano quasi tutte le teorie sugli alieni che Carter e soci avevano propinato per lunghe stagioni. Dall'altro sembra avvalorare più le teorie sul complotto, una sorta di pandemia generale legato ad un virus per decimare la razza umana.
Dunque mentre My Struggle inizia cercando di creare un collante con quanto ci è sempre stato detto e portando Mulder a confrontarsi con un individuo già noto nelle serie precedenti e finendo con il fumatore, passiamo a Founder's Mutation con un ospedale per esperimenti su bambini e malattie rare che sembra uscito da un film degli X-Men e dove tornano, almeno nei dialoghi, alcuni fantasmi del passato come William (il figlio dei due agenti) e Skinner (che non sembra invecchiato...aprendo l'unico vero X-Files). Il terzo episodio Mulder and Scully Meet the Were-Monster, sulla lucertola mannara, è il più ironico e assurdo, spiazzando per quanto si sia sempre detto sulle leggende e passando poi per una sorta di Golem-spazzino con Home Again.
Chiude in bellezza un altro episodio assurdo Babylon sugli attentati terroristici e Mulder che per entrare nella mente di uno dei due attentatori sopravvissuti in stato vegetativo, prende una "misteriosa"droga, che gli farà fare un viaggio tra allucinazioni e momenti improbabili.
L'episodio finale è il più incasinato ma il più interessante con questa pandemia, che non svelerò, che ha riferimenti con il genoma alieno, e Scully sembra l'unica chiave di salvezza.
Probabilmente l'età, o forse il fatto di vedere Mulder non prendersi sul serio durante le indagini, o il fatto di aver guardato solo la Anderson che a distanza di anni è ancora più affascinante.
Eppure sono rimasto basito e ancora adesso non so spiegarmi tante cose e tanti intenti voluti dalla produzione e dagli sceneggiatori.
Il mistero di fondo è capire se davvero si è voluto scherzare creando però di fatto una serie di elementi che chiarificano e danno continuità con quanto portato a galla dalle serie e dai film.
Tutto viene palesato senza difficoltà e intrighi.
La suspance e l'atmosfera non sono quelle di una volta, ma molto più post-moderne come a ribadire che a distanza di tredici anni dalle serie e a sette dai film, di aspetti nella società ne sono cambiati molti.
In più vengono infilati due alter-ego dei protagonisti solo che sono più giovani. Probabilmente il loro unico scopo è quello di vedere se piacciono al pubblico così potranno essere magari i nuovi protagonisti di nuove serie di X-Files...


lunedì 5 ottobre 2015

True Detective 2

Titolo: True Detective 2
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Nell'immaginaria città della contea di Los Angeles, Vinci, si verifica l'omicidio di un importante politico locale. Le indagini vedranno il coinvolgimento dei detective Raymond "Ray" Velcoro, Antigone "Ani" Bezzerides e dell'agente di polizia della California Highway Patrol Paul Woodrugh. L'assassinio determina forti ripercussioni anche nella vita di Francis "Frank" Semyon, un imprenditore che sta cercando di riciclare il suo passato criminale.

Pizzolato mi piace e come scrittore ha confermato il suo talento descrivendo qualcosa di ancora più complesso e difficile rispetto alla prima stagione anche se ai più non è affatto piaciuto.
Anch'io, come quasi tutti del resto, sono rimasto estasiato dalla prima stagione soprattutto essendo un grande amiratore di Chambers e del suo Re Giallo e del McConaughey 2013/2014.
Però non bisogna fare confronti e paragoni, le due serie sono completamente diverse e non hanno nulla in comune se non la penna che sta dietro la storia.
Credo che tutto sommato non abbia nessun interesse Pizzolato a far sì che il suo prodotto piaccia alla critica o al pubblico. L'importante è che rimanga un buon lavoro.
True Detective è sporco, cattivo, spietato, senza nessuna deriva di salvezza o speranza (forse il finalissimo che però non poteva mancare) e sottolinea ancora di più la corruzione dilagante e i perfidi intrecci di potere.
Il sapore decadente di una città che è andata troppo oltre è messa in evidenza senza troppi fronzoli e
Ben Caspere, il mantra su cui sembra svolgersi l'indagine, è solo una scusa per mostare e sondare gli intrecci di alcuni personaggi davvero marci e senza indugi.
La seconda stagione da una svolta edipica, sembra arrovellarsi su un hard disk pieno di importanti uomini delle istituzioni che fanno cose di sesso impresentabili e descrive dei personaggi reali e molto interessanti.
True Detective 2 può inserirsi tranquillamente in quel percorso virtuoso, andando a esaltare l’idea stessa delle potenzialità innumerevoli della rappresentazione e puntando sempre su un'ottima qualità nella messa in scena tecnica e quelle bellissime riprese dall'alto sugli "intrecci" stradali che sembrano strizzare l'occhio ad alcuni elementi del cinema di Lynch.
Ritornando al concetto di pesantezza e la devastazione della speranza, c'è un finale con quasi tutti i protagonisti uccisi (Woodrugh alla fine del penultimo episodio) e in particlare il viaggio di redenzione di Ray Velcoro è quello che più colpisce lo stomaco: dall’iniziale speranza di salvarsi come per la collega, alla necessità di vedere il figlio un’ultima volta, per finire con la sconfitta del messaggio vocale non inviato, mentre il nostro cercava di combattere i cattivi guardando il cellulare in un crescendo quasi surreale in boschi silenziosi che nasconderanno per sempre la realtà dei fatti.
Soprattutto nel finale si capta un sapore quasi western con poche ma efficacissime scene d'azione (la sparatoria con gli spacciatori e quella finale nei boschi) anche se dall'altra ci sono altre scene che purtroppo stonano di brutto come quella al centro commerciale.

Forse l'unica vera critica che si può fare a Pizzolato è quello di aver scritto un giallo molto macchinoso nemmeno così originale alla fine ma slacciato completamente dalle solite intenzioni e intenti di moltissime serie andando controcorrente in una critica di un cinismo spietato.

martedì 29 settembre 2015

Daredevil

Titolo: Daredevil
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Usa
Episodi: 13
Stagione: 1
Giudizio: 3/5

L'avvocato Matt Murdock, non vedente sin da bambino, utilizza i suoi sensi amplificati per combattere il crimine per le strade di Hell's Kitchen, New York, nei panni di Daredevil.

La prima stagione della Netflix su uno dei più interessanti supereroi Marvel si è rivelata una piccola e piacevole sorpresa.
In attesa della seconda stagione in cui vedremo il costume dell'eroe, la lunga lista di registi che ha contribuito a dare vita alle imprese dell'avvocato cieco deve molto alla sceneggiatura dell'attento Drew Goddard e Steven DeKnight, attenti a non banalizzare e ridicolizzare mai il plot ma rendendolo sempre avvincente e funzionale al genere.
Grazie ad un cast di tutto rispetto su cui svettano il protagonista Charlie Cox e il villain, il poliedrico e camaleontico D'Onofrio, Daredevil concentra azione, combattimenti spettacolari senza mai usare la c.g, con un pianosequenza di lotta di ben cinque minuti, e sapendo sempre intrecciare dramma e atmosfere shakesperiane, mescolando sempre il bene e il male da ambo le parti.
Non era difficile distinguersi da banalità commerciali e con un target infantile come ARROW e FLASH, solo per fare due esempi di cui mi sono rifiutato di categoricamente di vedere.
Daredevil forse perchè inflazionato, gode di un mood quasi sperimentale e abbastanza d'avanguardia, cogliendo mille sfumature e unendo diversi intrecci senza mai apparire ingenuo.
E'difficile dimenticare l'orrendo film della Marvel con Ben Affleck prima che gli studios rivedessero i loro progetti dandogli più consistenza e spettacolarità e soprattutto puntando su uno sceneggitore che fosse interessato al progetto contaminadolo di sfumature e connotazioni morali.
Sicuramente il lavoro svolto in questi primi tredici episodi serve per sondare e descrivere molti interessanti aspetti di Hell's Kitchen, dei suoi protagonisti, delle vicende legate alla criminalità organizzata, alla politica e non per ultimi gli affetti. Poi forse e finalmente si arriva a capire l'importanza di Murdock come personaggio e come eroe, delle sue difficoltà, le fragilità che lo rendono unico, il suo rivale e nemico storico interpretato e fatto suo da un attore gigante sempre poco considerato. Infine una produzione che ha saputo credere dando crediti, fiducia e importanza a un prodotto che trattando di supereroi, spesso e volentieri si supera diventando un viaggio di formazione e un'importante viaggio dell'eroe.


sabato 27 giugno 2015

Festa

Titolo: Festa
Regia: Simone Scafidi
Anno: 2013
Paese: Italia
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Giulia Crespi è scomparsa misteriosamente insieme a nove compagni di classe di un liceo milanese. Avevano organizzato una festa nella villa in collina di uno di loro, ma nessuno ha mai fatto ritorno. Che fine hanno fatto i ragazzi? Un filmato inviato ai loro genitori e girato la sera stessa della scomparsa rivela una realtà inaspettata. Ma chi è che ha girato quel filmato? E perchè? La verità sembra non essere nascosta solo nel contenuto di quel video.

"Sarebbe interessante capire quali difficoltà non si incontrano! L’horror è un genere difficile perché non riesce ad accaparrarsi sovvenzioni statali, inoltre per essere venduto all’estero deve essere girato in inglese e ha bisogno di contenuti grandguignoleschi."
Uscito direttamente su Dailymotion e Youtube in dieci episodi da circa '9, scandito uno per settimana, questo lavoro che ha fatto abbastanza parlare di sè su diversi siti è un atipico thriller 2.0 sperimentale e indipendente, ideato e creato esclusivamente per il web.
Ho provato a guardarlo senza avere la minima aspettativa e senza partire, come spesso capita con il cinema italiano in genere (anche se questa serie avrebbe ben altri appellativi dal momento che non è un film ma una serie), con i miei soliti pregiudizi.
Dicevo ho provato ma la quantità di elementi inconsistenti, i frame montati ogni cinque minuti e alcune note elettroniche che destabilizzano la linearità e la narrazione della serie ne hanno purtroppo sancito diversi limiti di contenuto e di forma.
Recitato non male, ma peggio, prendendosi un divieto di 18 anni (?) e commettendo gigantesche ingenuità davvero imperdonabili al regista, pur abbracciando i canoni del filone mockumentary, (scelta sempre più abusata nel cinema, spesso per ovvi motivi di budget, vedi ad esempio il riuscito GERBER SYNDROME) purtroppo diventa ripetitiva e monotona, con alcune uccisioni che sembrano così assurde da non provare nessun tipo di empatia verso i personaggi.
E' inutile cercare punti a favore dicendo che l’intera sequenza della festa, infatti, è stata creata in una sola notte, girando dal tramonto all’alba, sottoponendo agli attori una prova attoriale consistente e lasciando ai loro personaggi la facoltà di improvvisazione.
Anche se vero, il risultato è davvero spiazzante in termini di ingenuità narrativa, di dialoghi e soprattutto per tutti i film che cerca di citare e per la quantità di errori in cui incappa.
La frase finale di Matteo che parla in chat con Andrea lascia di fatto basiti, nel senso che ci si aspettava forse una costruzione di maggior spessore, elemento che non traspare mai in tutti e dieci gli episodi.
Sono rimasto colpito dalle recensioni entusiaste e i commenti positivi su questa serie.
Se è doveroso rilanciare il cinema di genere italiano e il thriller (perchè la FESTA non è un horror), però non bisogna nemmeno regalare pareri positivi a caso.
Il coraggio a Scafidi non manca e nemmeno in parte la messa in scena.

Spero che il giovane regista riesca meglio nei prossimi lavori, magari lavorando di più sugli intenti e sul soggetto e scegliendo se può degli attori capaci.

lunedì 27 aprile 2015

Sons of Anarchy

Titolo: Sons of Anarchy
Regia: AA,VV
Anno: 2008-2014
Paese: Usa
Stagioni: 7
Giudizio: 4/5

Le peripezie di una banda di motociclisti del profondo sud americano alle prese con traffico di armi e faide tra bande.
In una cittadina dell’America rurale del New Mexico, Charming, una banda di motociclisti dediti al traffico d’armi, fa base ormai da due decenni. Lo sceriffo del luogo, Unser, è connivente con il leader del gruppo, Clay, convinto che questo sia un piccolo prezzo da pagare per avere un’oasi felice in cui i cittadini di Charming possano vivere senza problemi.
Ma il cambiamento, o il progresso, è in agguato.
I vecchi accordi sembrano lentamente sgretolarsi sotto la pressione di nuovi interessi. Il vice sceriffo Hale non è disposto a seguire i vecchi accordi e all’interno dei Samcro, il figliastro di Clay, Jax, nuovo leder designato, non è convinto che la strada intrapresa dal club sia quella segnata a suo tempo dal padre, fondatore del gruppo morto in circostanze misteriose.
Gemma la madre di Jax ha fatto di tutto, compreso risposarsi con Clay, per far si che Jax diventasse l’uomo freddo e spietato che lei vorrebbe a capo del gruppo, ma il ritorno in città della vecchia fiamma di Jax, Tara, che aveva deciso di abbandonare questo tipo di vita rischia di mettere a repentaglio il suo “lavoro”.
Come se non bastasse da un lato l’FBI, guidata dall’agente speciale Stahl, è sulle tracce dei Sons con la speranza di arrestare i leader dell’IRA che forniscono le armi spacciate dai motociclisti.
Dall’altro un’organizzazione di ariani ha deciso di mettere le mani sulla città per usarla come base per spacciare droga.
La guerra per i Sons è aperta su molti fronti, compreso quello interno dove Clay e Jax hanno in mente strade opposte per il club.

Samcro: Sons of Anarchy Motorcycle Club Redwood Original.
Dal 2008 al 2014 c'è stata questa serie strutturata in sette stagioni che mi conquistò, stranamente, visto che non amo troppo le serie tv.
I motivi che mi colpirono furono molti. Il fatto che sia sempre stata snobbata dall'Academy perchè pensavano che fosse ingenua e forse tendenzialmente reazionaria, oltre essere sempre stata digiuna di qualsiasi riconoscimento o premio.
Sons of Anarchy mi ha lasciato spesso con il fiato sospeso, ha smosso in me diversi sentimenti, ha saputo portare a casa alcuni colpi di scena importanti e più di tutto ha lavorato e ha saputo mantenere una coerenza dall'inizio alla fine.
Un universo di personaggi indimenticabili che ancora adesso mi riporta a pensare ad alcuni di loro, alla crescita, l'evoluzione e la magnifica caratterizzazione.
Due note sul cast. Dal poco conosciuto Hunnam, carismatico e caucasico per eccellenza (una sorta di Brad Pitt) che in passato si era fatto notare per alcuni film (HOOLIGANS, RITORNO A COLD MOUNTAIN,CHILDREN OF MEN) e i validissimi attori di secondo piano visti milioni di volte anche sul grande schermo come Ron Perlman, Tommy Flanagan, Mark Booner Jr. e Kim Coates, giusto per citarne alcuni, oltre all’incredibile Katey Segal (peraltro vincitrice di un Golden Globe proprio per questo ruolo), già moglie di Sutter.
Non mi piace commentare stagione per stagione, oppure episodio per episodio (come fanno molti blogger) preferisco lasciare che la nostalgia e le impressioni facciano la loro parte scrivendo queste poche righe per trasmettere l'importanza e la forza di questa incredibile serie targata Fx (FARGO, AMERICAN HORROR STORY, SHIELD, STRAIN, AMERICANS, WILFRED).
Sons of Anarchy è un viaggio on the road capace per ben sette stagioni di lasciare con il fiato sospeso. E saranno le moto (rigorosamente Harley Davidson), sarà l’incredibile realismo, ma l’appeal di questo prodotto è piuttosto trasversale.
La tragedia narrata da Kurt Sutter ha preso spunto dalle vicende di una banda di motociclisti delinquenti e farla diventare materiale da epica moderna, con una sua mitologia e simbolismi propri, raggiungendo un traguardo insperato non era affatto un compito semplice. Non è un caso che proprio Sutter si sia staccato e abbia intrapreso questa strada, nato e cresciuto nell’America del New Jersey, quella sorta di landa ai limiti della metropoli più grande del mondo, che racchiude una criminalità organizzata dall’alba dei tempi. Facile quindi creare quelle trame complesse e soprattutto che coinvolgono aspetti anche innovativi (come un'intera stagione sull'IRA).
Costellato di imperfezioni, sentimentalismi a volte forzati, la serie ha comunque saputo essere sempre intensa ed emozionante trovando nel sangue, nell'essere brutale, violenta e a volte insensata, colpendo però con spietatezza in numerose occasioni.
Con le dovute citazioni e prese in prestito, Sutter partendo da un giovinotto come Jax, ha saputo trasformare la sua storia in un viaggio dell'eroe, in un percorso di formazione e redenzione straordinario, citando sotto le righe AMLETO e portando ad alcune riflessioni che non sembrano fare parte dell'universo delle gang criminali e dei motociclisti puntando invece su un discutibile codice d'onore che in America e tra le gang ha un enorme significato

Sons è proprio la storia di uno dei figli di quella cultura in perenne conflitto tra quello che è, quello che vorrebbe diventare e quello che gli altri si aspettano che diventi.  

mercoledì 19 novembre 2014

Shokuzai-Penance

Titolo: Shokuzai-Penance
Regia: Kiyoshy Kurosawa
Anno: 2012
Paese: Giappone
Stagione:1
Episodi:5
Giudizio: 4/5

Quindici anni prima una bambina viene assassinata da un misterioso personaggio mentre giocava nel cortile della scuola con le sue cinque amiche. La madre sconvolta promette alla ragazzine che non le perdonerà mai per non averla protetta. Quindici anni dopo le amiche non sono più amiche e ognuna di loro ha intrapreso una propria strada, ma il passato crudele torna a cercarle..

Qualche tempo fa mi domandavo se con tutte le serie, in particolare quelle americane, sembra esserci stata un'invasione su scala mondiale, dentro di me pensavo cosa ne pensassero gli orientali e soprattutto se alcuni di loro non si fossero già messi all'opera.
Sì qualcosa c'era stato ma poca roba contando la linfa vitale e l'exploit delle serie statunitensi e di alcuni canali come la HBO che sembrano essere resuscitate dalle ceneri.
MPD PSYCHO di Miike Takashi così come PARANOIA AGENT di Kon Satoshi, non hanno avuto molto successo e soprattutto la prima non sembrava nemmeno rispecchiare troppo la verve dell'outsider giapponese davvero poco convenzionale.
Kiyoshi per chi non lo conoscesse è un autore nipponico già affermato, co al suo attivo circa 54 film, ospite stabile di numerosi festival, dato il suo stile d cinema che spesso e volentieri non gode di una buona distribuzione, in particolare da noi, se non con alcuni film di impronta J-Horror anche se l'autore disegna più degli scenari che riportano al thriller metafisico, i bellissimi CURE e PULSE
A quattro anni dal suo ultimo lavoro cinematografico, TOKYO SONATA, Kurosawa torna con un nuovo lavoro, non finalizzato alla distribuzione su grande schermo, bensì un prodotto televisivo. Una miniserie di cinque puntate intitolata "Shokuzai" che rappresenta una delle tante produzioni orientali definite "Dorama" miniserie televisive appunto, generalmente di durata breve come numero di puntate e quasi sempre auto conclusive.
Un genere a sé stante nel quale registi cinematografici di un certo nome si cimentano per apportare la loro esperienza anche in campo televisivo e in cui in Europa ci sono già state importanti serie con questa particolare forma narrativa.
La struttura di "Shokuzai" è composta di cinque episodi.
I primi quattro sono rispettivamente dedicati alle quattro bambine, amiche di Emiri, nei momenti in cui quest'ultima veniva uccisa, e successivamente con uno spostamento temporale di quindici anni, analizzando le conseguenze di quella tragedia dentro di loro.
Il fortissimo shock dell'uccisione della loro piccola amica, l'apparente rimozione del volto dell'assassino, che tutte e quattro sembrano aver visto in maniera chiara, non è forse nulla in confronto alla vera e propria condanna che la madre di Emiri, Asako, pronuncia nei loro confronti. Non ci sarà nessun perdono finché l'assassino di sua figlia è ancora libero.
Nel quinto episodio, quello conclusivo, il personaggio centrale è Asako, la madre di Emiri, il trait d'union degli episodi precedenti. La presenza costante di Asako è come una colpa che riemerge nei confronti delle quattro donne che sono stati più o meno influenzate dall'assassinio di Emiri. Un fantasma che appare per ricordare il loro impegno nella cattura del mostro che ha ucciso la loro comune amica. Per ricordare che devono espiare il loro peccato.
Penance, alla fine è una sorta di psicosi collettiva, di malessere esistenziale e intolleranza esasperata, doverosamente sottolineata da ambienti asettici per persone mai così sole.
Con il suo solito attore feticcio e un grande lavoro sul sonoro che sancisce alcuni passaggi chiave mentre altri gli anticipa, con un primo episodio di vero spessore e con uno scenario che crea ancora più suspance che un qualsiasi horror, Kurosawa vince una sorta di scommessa molto difficile e meno che mai commerciale, confrontandosi con un altro settore e altri registi, riusucendo in parte ad ampliare la sua poetica e suggerire nuove forme e scelte tecniche essenziali, dall'altra forse può risultare troppo minimale nel suo impianto scenico e nel ritmo di alcune scene topiche.