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domenica 30 aprile 2017

Morgan

Titolo: Morgan
Regia: Luke Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La dottoressa Kathy Grieff, dopo averle detto di non essere riuscita a convincerli a farla uscire, viene aggredita da Morgan, una ragazza rinchiusa in una camera di sicurezza: solo l'intervento di altri medici interrompe l'assalto. L'esperta in valutazione dei rischi Lee Weathers è incaricata dalla società proprietaria dello stabilimento dove è rinchiusa Morgan di recarsi in loco e valutare la situazione. Morgan, infatti, è stata creata artificialmente a partire da DNA sintetico e sta crescendo rapidamente: ha cinque anni eppure è già grande. Solo che sta anche sviluppando emozioni. Giunta sul posto, Lee esamina un filmato dell'aggressione. Morgan è seguita da sempre da Amy Menser, una specialista che si occupa del suo comportamento. Altri componenti del team di ricerca sono il dottor Simon Ziegler e il nutrizionista Skip Vronsky: compito di Lee è verificare che tutto sia stato svolto come da programma e che nessuno abbia commesso errori. Naturalmente, Lee parla anche con Kathy, in cura dopo l'aggressione. Kathy si sente in colpa, pensa di aver provocato Morgan, senza volerlo. Lee, fredda e professionale, non apprezza che una "cosa" come Morgan venga così personalizzata. Ziegler spiega a Lee che Morgan è stata creata dopo vari fallimenti: è convinto che anche quel terribile incidente possa insegnare qualcosa per far proseguire il progetto nella giusta direzione. Lee incontra anche Morgan che esprime dispiacere per aver ferito Kathy. Il giro d'orizzonte di Lee comprende anche la dottoressa Lui Cheng, parte importante del progetto. Mentre Lee cerca di capire cosa è giusto fare, l'intreccio delle personalità attorno a Morgan si fa più inquieto. Non senza conseguenze.

Chi è la protagonista di Morgan? Ogni tanto è bene chiederselo. E' lei? O la dottoressa Grieff? O forse entrambe o meglio nessuna.
Morgan è un film sci-fi con elementi distopici e un tema che negli ultimi anni sta producendo una pellicola dopo l'altra. I riferimenti e le similitudini maggiori mi vengono per il bellissimo HANNA di Joe Wright, a differenza delle altre centinaia di film usciti negli ultimi anni, un film complesso e con una resa degli intenti più chiara e precisa.
Morgan parte benissimo, riesce a inquadrare un cast ottimo fino a quando Scott e sceneggiatori non devono decidere se far diventare Morgan una macchina da guerra oppure renderla obbediente e inoffensiva. La solita scelta sul destino, sulla vita e la morte tra macchina e umano non risparmia alcuni dialoghi macchinosi e forse un po telefonati. Riesce però, nonostante non abbia fatto quel salto che ci si poteva aspettare in termini di originalità, a non essere melenso soprattutto nel finale come ci si poteva aspettare e in cui invece Scott affonda il coltello.
Tra le cose meno belle, non posso esimermi dall'aver trovato forzatissimo e inutile lo scontro cat-fight tra Morgan e la dottoressa, contando che la seconda è una macchina fuori dal comune.
Lo scontro non solo non ha senso di esistere ma di certo il finale non può che prevedere una sola vincitrice.
Scott comunque dimostra di avere i mezzi e la tecnica per girare bene, infatti paesaggi, ritmo, atmosfera e fotografia raggiungono dei livelli molto alti a parte ovviamente gli interpreti.

Bisogna solo che punti per il prossimo film su un impianto narrativo meno stucchevole e kitch per rinforzare invece uno schema più originale e fedele alle regole di genere.

martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


martedì 11 aprile 2017

Ghost in the Shell

Titolo: Ghost in the Shell
Regia: Rupert Sanders
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

In un futuro prossimo uomini e macchine saranno sempre più vicini e pressochè inscindibili. Le intelligenze artificiali e i corpi umani si fondono creando degli ibridi, o umanoidi, con capacità straordinarie mentre i loro corpi e le loro menti sono costantemente legate alla rete, ad Internet. In questo futuro tutto è digitale, tutto passa attraverso internet e la realtà virtuale e sempre più vicina e simile a quella vera

Sanders come mestierante non è male. Si vede che mette in campo parecchie risorse cercando forse un'estetica troppo complessa e pixellata. Purtroppo come tanti è finito nella ragnatela delle major finendo a dirigere film beceri come BIANCANEVE E IL CACCIATORE.
Scarlett Johansson al pari di tante sue colleghe dovrebbe riflettere su un punto. Lei come soprattutto Felicity Jones e altre che adesso non starò ad elencare, sempre di più rappresentano corpi vuoti, svuotati della loro essenza.
I loro corpi sempre più servono solo per evidenziare l'apparenza e non valorizzarle per ciò che sono soprattutto in queste produzioni gigantesche e milionarie come può essere il GHOST IN THE SHELL di turno ma anche una saga come STAR WARS in cui negli ultimi capitoli, anche lì la protagonista Felicity Jones praticamente non recita seguendo un ruolo da esecutrice.
Al di là di questa non facile precisazione su dove sta andando anche un certo tipo di ideologia cinematografica americana (o forse semplicemente come non è mai cambiata ancora oggi), non c'è niente che si salvi nel film di Sanders a parte un uso spropositato della c.g e un cast sprecato in cui nessuno viene davvero valorizzato se non qualche timida e significativa frase uscita dalle labbra del Kuze della situazione, un Michael Pitt risorto dalle ceneri per dare carattere al "villain" di turno.
Manca l'atmosfera che un maestro come Mamoru Oshii aveva costruito riuscendo perfettamente a coniugare animazione e sci-fi con il risultato di aver creato uno dei capolavori assieme ad AKIRA.
Era il '95 e quando uscì era già un precursore di tante idee e scene originali particolarmente interessanti citate e prese in prestito dai Wachowsky nel loro successivo MATRIX.
Anche la realtà in cui vive la storia appare davvero scontata e sfruttata in un modo già visto in cui è davvero ridondante mostrare una pubblicità così datata. Gli abitanti di questo futuro, aumentati con componenti cibernetiche poteva dare spazio ad una galleria di scelte interessanti cosa che Sanders non fa mostrando praticamente niente se non pochissime scene d'azione che possiamo dividere in due parti; quella iniziale dove c'è lei al rallenty che spara alla Matrix e la seconda parte in cui arrivano astronavi e succede il finimondo con ragni meccanici tra l'altro bruttissimi.
Ghost in the Shell non evoca nulla e spiega tutto, fin dall’inizio e in ogni scena rovinando così tutta la trama, che tra l'altro non appartiene neppure all’anime e ogni elemento altrove fascinoso qui sembra mostrare i propri limiti.



sabato 8 aprile 2017

Avril et le Monde truqué

Titolo: Avril et le Monde truqué
Regia: Christian Desmares
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel 1941 di una realtà alternativa in cui la seconda rivoluzione industriale, quella dell’elettricità, non è mai avvenuta a causa della sparizione dei migliori scienziati del mondo nel 1870, infuria la guerra per l’energia. April, una ragazza che vive in una Parigi grigia e pericolosa, si mette alla ricerca dei genitori scienziati scomparsi da tempo, con la ferma intenzione di proseguire le loro ricerche interrotte sul sentiero della vita

Tratto dall’opera del maestro della graphic novel francese Jacques Tardi e vincitore del Crystal Award come miglior lungometraggio al festival di Annecy 2015, Avril et le Monde truqué è l'esordio per due registi emergenti che cercano di ridare enfasi e innovatività ad un sotto genere in disuso: lo steampunk (tornato alla ribalta con il remake di MAD MAX). Questo viaggio dell'eroina accompagnato da un gatto parlante e da un furfante trova i suoi punti di forza non tanto nella sceneggiatura scontata e i personaggi classici e poco caratterizzati ma da una messa in scena accompagnato da un ritmo avvincente soprattutto come metafora sui contenuti politici emergenti, sul ritorno al carbone (come da poco ha voluto il presidente americano Trump), alcuni dialoghi pungenti soprattutto quando i nostri protagonisti incontrano gli scienzati ma anche nell'umorismo che spesso e volentieri rischia di essere frainteso.
Se c’è un autore in grado di rielaborare in maniera originale gli stilemi e i cliché della paraletteratura e tradurli in maniera originale questo è Jacques Tardi l’autore delle avventure di Adèle Blanc-Sec, eroina di storie a metà tra il genere l’horror e l’avventuroso. Avril è una commedia frizzante piena di ritmo e di momenti originali, un’avventura rocambolesca, spiritosa, non priva di contenuti e spunti sulla natura umana, sui confini etici della ricerca, sui paradossi della tecnologia. L'ennesimo tassello significativo del variopinto cinema d’animazione transalpino.


giovedì 23 marzo 2017

Alien 4

Titolo: Alien 4
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quarto episodio della storia di Sigourney-Ripley. Nella base spaziale di Auriga si sperimenta la clonazione. Alcuni tentativi riescono, altri no. Ripley ce la fa, viene resuscitata e riprende la sua missione di difesa del genere umano dagli alieni. Con dramma altissimo, perché lei, si sa, umana non è. Gli sceneggiatori si sono sforzati di proporre qualcosa di nuovo. Vedremo un quinto salto mortale?

Jeunet non ha bisogno di presentazioni così come non ha bisogno di presentazioni una delle saghe più famose della fantascienza che a dispetto di altre non è stata brutalizzata con i vari e indecenti sequel.
Jeunet sa il fatto suo e la sua messa in scena è sempre riconoscibile così come la scenografia che in questo caso ricorda per alcuni aspetti LA CITTA'DEI BAMBINI PERDUTI soprattutto nelle scene all'interno dei laboratori. Il risultato non è eccellente come i primi due capitoli (ALIENS di Cameron rimane per ora il mio preferito), ma essendo decisamente più action e tamarro degli altri capitoli, una sorta di b-movie sul genere, rimane un prodotto validissimo con diverse scene originali e un ritmo forsennato che non lascia momenti morti nella narrazione.
Spiega e critica gli orrori sugli esperimenti umani (eccellente la sequenza in cui Ripley incendia i cloni incompleti sottolineando la mostruosità di queste pratiche scientifiche), critica la scienza come sostituto di dio per creare esperimenti di laboratorio che si ribellano all'uomo, mostra come nonostante la tecnologia le macchine non siano in grado di intrappolare l'alieno e infine tanti altri elementi.
Il cast è ottimo, alcune scene come Ripley che si lascia avvolgere dalla Grande Madre Aliena (aka la Regina) è una signora scena così come tutta la parte action dall'inseguimento sott'acqua fino alla morte di Christie.
E'un film che nella sua apparente ripetitività a differenza di altri film riesce a cogliere diversi spunti e segnali per riuscire ad essere incisivo e con un'atmosfera che riesce ad aderire bene ai risvolti della trama e a rendere ancora più carichi di significato i colpi di scena.
La storia scritta da Joss Whedon (AVENGERS, QUELLA CASA NEL BOSCO, BUFFY, etc) si rivela ancora una volta una garanzia di alto livello per un estimatore della narrativa fantastica, distopica e post-contemporanea.
Il finale dopo il sacrificio del Capo Espiatorio diventa davvero crudo e viscerale...un'altra cosa è il linguaggio e la caratterizzazione dei personaggi che rendono come dicevo il film scoppiettante quanto volgare, pur non essendo mai superficiale ma anzi volendo forse dire che in fondo usare un linguaggio volgare non fa che dimostrare che a distanza di 200 anni il genere umano non è cambiato.



martedì 7 marzo 2017

Heavy Metal

Titolo: Heavy Metal
Regia: Gerald Potterton
Anno: 1981
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Uno strano tipo d'astronauta torna a casa portando con sè il Loc-Nar, un piccolo meteorite verde. Appena varcato l'uscio di casa l'uomo viene polverizzato dal malefico meteorite davanti agli occhi dell'inerme figlioletta. Il Loc-Nar inizia così a raccontare le sue tremende vicissitudini alla bambina, affinché possano valere come lezione di vita sulle smanie di potere del genere umano.

Quando penso ad alcune pellicole storiche per quanto concerne l'animazione non posso non includere questo master di Potterton, il quale assieme a tante altre opere significative hanno saputo dare enfasi e spirito al genere. Heavy Metal poi senza nemmeno farlo apposta è un precursore nel suo viaggio spazio tempo a cercare storie e creare trame diverse anche se legate da un filo invisibile.
Tutto gode di una libertà, una magia e un'armonia che si respirava in alcuni periodi e che spesso con la c.g l'animazione moderna rischia di perdere.
Quando il film venne citato in un celebre episodio di SOUTHPARK mi resi conto che dovevo assolutamente vedere questa fondamentale perla che riesce a contaminare più generi dalla sci-fi uniti al fantasy e infine l'horror in modo molto equilibrato e suggestivo.
Il film è ispirato ad un celebre fumetto franco-canadese uscito nel 1974 di nome Metal Hurlant che tra l'altro potrebbe avere qualche analogia con il libro di Evangelisti Metallo Urlante, una raccolta di storie con tanti punti in comune.

A questo film tra l'altro collaborarono disegnatori come Moebius, Dan O'Bannon e Richard Corben mentre sulla soundtrack ci sono gruppi come i Black Sabbath, i Blue Oyster Cult e i Nazareth. Il film tra l'altro venne prodotto da un Ivan Reitman alle prime armi. Al di là della trama e di alcune storie che potranno sembrare ormai datate, il film mantiene un fascino e un'atmosfera davvero unica e potente in grado di restituire quella fama e rendere giustizia al lavoro che Potterton e soci meritano soprattutto inserendo alcuni sprazzi erotici che per il tempo non erano affatto scontati.

iboy

Titolo: iboy
Regia: Adam Randall
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia di Tom, un adolescente il cui mondo viene capovolto da un violento incontro con dei delinquenti locali, durante il quale viene colpito da un iPhone, i cui frammenti s'integrano nel suo cervello. Tom conosce, vede, e può fare più di quello che potrebbe fare qualsiasi ragazzo. Con i suoi nuovi poteri si propone di vendicarsi della banda che ha aggredito Lucy, la ragazza che ama.

E se la tua realtà subisse un upgrade? iboy è la risposta girata in fretta e furia dalla Netflix, che cerca di mettere assieme giovani, nuove tendenze e tecnologie, una sorta di analisi che prendendo spunto dalla serie di BLACK MIRROR punta sui digital natives e il loro impatto coi media.
Il protagonista è un ragazzino con i poteri e il ritmo del film in alcuni momenti sembra voler ricordare quella dimensione ludica da comics contaminata con venature intelletuali sci-fi.
L'idea di partenza partendo proprio dagli spunti interessanti sul protagonista è buona.
Il problema è che viene sviluppata nel modo meno originale possibile.
Il risultato è un film che non è brutto ma sa di qualcosa di vago, inutile e poco sofisticato senza dimostrare di avere nessun guizzo intuitivo e ancor peggio nella narrazione che dal secondo atto si arrotola su se stesso senza dare continuità e regalare colpi di scena come nell'incidente scatenante.
Sembra proprio che la Netflix abbia bisogno di spendere più soldi e risorse possibili anche quando il film non è pronto così come la trama e il casting. Non lo dico per sentore ma perchè è la realtà che ci sta invadendo con prodotti che sembrano blockbuster in alcuni casi venuti pure peggio, mentre dall'altra parte ci sono titoli interessanti ma troppo "fracassoni". Iboy è un altro specchio per le allodole che promette tanto e mantiene poco senza riuscire ad approfondire tematiche distopiche.




Frankenstein

Titolo: Frankenstein
Regia: Bernard Rose
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri - il film è raccontato interamente dal punto di vista del mostro. Dopo essere stato creato artificialmente e essere stato abbandonato al suo destino da una coppia di eccentrici coniugi scienziati, Adam - questo è il suo nome - viene aggredito e diventa oggetto di violenza da parte del mondo che lo circonda. Questa creatura inizialmente perfetta, diventata in poco tempo mostro sfigurato, si trova presto a dover fare i conti con il lato più brutto dell'essere umano.

Sinceramente non riesco a capire il motivo di mettere in scena così tanta inusitata violenza e sofferenza. Questa ennesima rappresentazione della creatura di Shelley oltre ad essere post contemporanea e iper moderna (che potevano essere elementi interessanti da riscoprire) crea un contorno di fatto costituito da umiliazioni e vessazioni per l'intero arco del film.
La realtà per Adam è solo violenza e sopraffazione usato come cavia e come mostro.
Ricorda per alcuni aspetti l'opera bizzarra e malata 964 PINOCCHIO di Shozin Fukui.
Mi ha colpito non solo la linea d'intenti limitata e volta solo ad inquadrare l'incubo in cui viene gettato Adam, ma non riesco proprio a cogliere il senso e il perchè di questa operazione che tra l'altro a parte essere di una violenza spesso gratuita, non lascia proprio spazio alla speranza e alla redenzione portando Adam ad una sola e unica scelta.
Ci sono pochi personaggi che "empatizzano" con il mostro restituendogli da un lato l'affettività che non ha mai avuto e dall'altra rendendolo una maschera di sangue e tumori, una cavia perfetta per i loro esperimenti.
Come tutti i giocattoli fabbricati velocemente e senza coglierne la logica scientifica che si sostituisce a quella divina, Rose che non è solo regista ma anche montatore e tutto il resto, ha provato un esperimento secondo me troppo autodistruttivo e pesante, trovando l'unica possibile rimedio medico per un esperimento ovvero scaricarlo in quanto imperfetto in mezzo ad una società che non può far altro che condannarlo.
Inoltre l'errore più grosso che Rose commette è quello di raccontare in prima persona dal punto di vista del mostro gli eventi e quant'altro, rendendolo una specie di intellettuale che mastica frasi apprese chissà dove. Quando poi lo conosciamo invece è l'esatto opposto, un automa senza la minima capacità di mentalizzare o avere una struttura del pensiero.



domenica 19 febbraio 2017

Città perduta

Titolo: Città perduta
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Anno: 1995
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

La banda dei Ciclopi (criminali ciechi) rapisce bambini in un porto fatiscente e li consegna ai Krank che pagano con occhi artificiali. I Krank prelevano dal cervello dei bambini i sogni che loro non sanno più fare. Il gigante One si è visto portare via il fratellino adottivo Denrée e Miette, una bambina di nove anni, lo aiuterà a ritrovarlo. Film allucinato e raffinato proposto come opera d'apertura a Cannes nel 1995 e giunto nelle nostre sale solo nella stagione 1998/99. Il suo difetto sta forse nell'estrema ricercatezza collegata a un impianto fiabesco. Si tratta di una miscela che allontana due pubblici in un colpo solo: quello dei bambini e quello degli adulti.

La città perduta è il tentativo più complesso, la prova più ardua del fuoriclasse francese.
Jeunet è incredibile e il suo talento straordinario è tale da poterlo tranquillamente inserire tra i più importanti registi francesi post-contemporanei. Il suo cinema è unico, una fiaba, un teatro dell'assurdo che lo ha consacrato sia da parte della critica che del pubblico unanime.
Questa specie di fantasy con venature horror e grottesche è la summa della cinematografia e degli sforzi a volte troppo "cervellotici" del regista. Dal punto di vista scenografico, della scelta del cast, le location, la messa in scena senza parlare delle musiche che giocano sempre un ruolo chiave nei suoi film, tutto è bilanciato alla perfezione con quell'attenzione minimale al dettaglio.
Jeunet allarga la poetica e la fa incontrare con un film così strano e indecifrabile da inserirlo tra le opere che verranno odiate a morte dalle produzioni che non capiranno mai a quale target venderlo.
Ai bambini non piacerà perchè troppo scientificamente complesso e intellettuale, agli adulti potrebbe in parte annoiare, mentre ai cinefili si aprirà un nuovo orizzonte e una nuova chiave di lettura e prospettiva cinematografica onirica e incredibile del regista.
La pluralità delle tematiche inserite nel film è stupefacente anche se non sempre vista la mole di maestranze accorpate, si riesce sempre a mettere a fuoco l'intento e la psicologia di alcuni personaggi e di alcune scelte narrative.
Per il resto è Arte a 360°, forse troppo complessa e disarmonica ma alla fine si rimane basiti di fronte ad un'opera che oltre richiamare tantissimo cinema del passato, cerca anche di essere un degno precursore e amante del genere distopico e del genere post-apocalittico e sci-fi.


martedì 14 febbraio 2017

Shin Godzilla

Titolo: Shin Godzilla
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Il Giappone precipita anel caso a seguito della comparsa di un mostruoso lucertolone gigante.

A ogni paese spetta la sua leggenda e il suo fantasma del passato.
Ridiamo dunque Godzilla ai suoi legittimi proprietari senza bisogno di doverlo più estradare in occidente. Siamo infine arrivati al 31° film dal '54 ad oggi (il 29°prodotto dalla Toho), contando che purtroppo la stessa casa giapponese aveva messo da parte alcuni progetti e trilogie sul re dei mostri che purtroppo dopo i fallimentari predecessori, parlo in particolare del vergognoso film di Emmerich, si erano tutti arenati.
Mettendo da parte il danno e la beffa di un paese che oltre ad aver creato le basi perchè si generasse il mito (le bombe su Hiroshima e Nagasaki), troviamo qui una coppia di registi talentuosi in ottima forma.
Il risultato è davvero una piccola chicca che chiude in maniera ottimale un anno peraltro che ha saputo regalare diverse opere importanti.
Resurgence (tit internazionale) sembra ripartire da zero cancellando la filmografia precedente o meglio inserendosi in quel filone che apparteneva ai monster-movie ma anche ai film di denuncia con diverse chiavi ideologiche che rispecchiano la politica e i limiti burocratici del paese.
Complesso, dinamico, puntuale nella sua critica. Questo ultimo Godzilla richiama gran parte delle paure e del vecchio cinema sci-fi nipponico. C'è il concetto della mutazione ed evoluzione della creatura, c'è il ruolo chiave dell'opinione pubblica che salvaguarda i suoi interessi.
I registi fanno subito in modo che dopo nemmeno venti minuti si arrivi ad empatizzare con il lucertolone mischiando al di là del perfetto connubio di generi, cg, motion-capture e miniature alla vecchia maniera che si produce più volte nel suo famoso ‘grido’ e nell’altrettanto noto raggio atomico con scene lunghissime in cui il lucertolone spara raggi dalla bocca e dalla schiena distruggendo qualsiasi cosa per poi scaricare le energie e addormentarsi accanto ad un grattacielo. Shin sbaraglia nel giro di pochi istanti tutta la concorrenza yankee riuscendo al contempo ad essere nostalgico, innovativo, sperimentale e sapendo unire generi e sottotesti.
Ipnotico quanto straordinario e suggestivo, il nuovo Godzilla spacca e distrugge.


domenica 29 gennaio 2017

Arrival

Titolo: Arrival
Regia: Denis Villneuve
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Louise Banks linguista di fama mondiale, è madre inconsolabile di una figlia morta prematuramente. Ma quello che crede la fine è invece un inizio. L'inizio di una storia straordinaria. Nel mondo galleggiano dodici navi aliene in attesa di contatto. Eccellenza in materia, Louise è reclutata dall'esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly. La missione è quella di penetrare il monumentale monolite e 'interrogare' gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma l'incarico si rivela molto presto complesso e Louise dovrà trovare un alfabeto comune per costruire un dialogo con l'altro. Il mondo fuori intanto impazzisce e le potenze mondiali dichiarano guerra all'indecifrabile alieno.

Arrival per prima cosa dimostra il talento alla regia di un autore che non ha più bisogno di presentazioni. In secondo luogo è un film che parla dell'arrivo degli alieni senza distruzioni ed esplosioni. In terzo luogo parla di speranza e di reciproco aiuto e mischiando il sogno e la realtà e i piani temporali.
E'affascinante scoprire come la sci-fi, se scritta bene e con spunti e analisi di riflessioni importanti, possa essere amata dagli apocalittici del genere che la considerano materia ostica.
L'ultimo film di Villneuve sembra mettere tutti d'accordo, riuscendo ad essere socialmente impegnato, antropologicamente colto e raffinato e tecnicamente d'avanguardia.
E'un film che fa pensare e proprio per questo è puro cinema e arte a 360°.
Mano a mano che la narrazione si dipana, i tasselli si complicano, ma i nodi vengono al pettine, mostrando una struttura multisfaccettata che lo spettatore coglie forse un attimo dopo, coinvolto dall'arrivo delle navi aliene, dei personaggi che entrano in scena, della geopolitica mondiale e infine dei sentimenti di Louise che presa da un'empatia sconosciuta e inconscia, comprende quanto alla fine anche il linguaggio abbia codici e forme a lei sconosciute che le richiedono uno sforzo e una capacità che non si trova in nessun libro.
Arrival ha una forza straordinaria per come assomiglia ad un test di Rorschach e per come quando siamo sul punto di pensare di avere tutte le risposte, si allarga e si struttura sconvolgendo la nostra mappa concettuale.
Infine il messaggio sociale, in tempi duri e inquietanti come il nostro, getta le basi forse per l'ultima possibilità di credere nell'ascolto e nell'aiuto reciproco. Ammettere che abbiamo bisogno di aiutarci per non soccombere. La metafora, che poi sembra maledettamente reale e allarmante, e che più di tutto l'umanità ha bisogno di mettere da parte l'orgoglio e le antipatie e creare le basi per una continuità che al giorno d'oggi non appare così scontata.


martedì 17 gennaio 2017

Starship Troopers

Titolo: Starship Troopers
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Tratto dal romanzo di Robert Heinlein. In un futuro dove regnano ordine e disciplina grazie a truppe superaddestrate, arrivano i soliti alieni terrificanti dalla forma di immensi insetti. Ecco che i "fanti dello spazio" possono mettere in campo tutta la loro preparazione. Solita indigestione di effetti speciali col solito "pizzico di ironia" che dovrebbe essere un valore aggiunto ed è invece un valore tolto. Nessun "nome", tutti giovani e muscolosi.

Starship Troopers è il tipico giocattolone sugli alieni che dato in mano a chiunque ne avrebbe sancito una sconfitta totale o meglio qualcosa di puro intrattenimento da dimenticare dopo poche ore.
Qui in cattedra abbiamo Verhoeven, un veterano e "precursore"di un certo tipo di sci-fi, ovvero uno dei registi più imprevedibili, singolari, affascinanti e anticonformisti di quel periodo.
Cosa fa il nostro buon regista facendo un collegamento con Dante per il suo film SMALL SOLDIERS sui giocattoli. Crea un'apparente dimensione ludica fracassona per arrivare invece ad una critica potente che non risparmia nessuno. Mentre però Dante usava l'astuzia prendendo i giocattoli come critica alle multinazionali, qui Verhoeven gioca molto più sporco e spinge la marcia con dosi di violenza e sangue incredibili.
Critica alla guerra, alla propaganda, come valore e bene supremo per i soldati, la fanteria è metafora della carneficina voluta dall'alto, i soldati non possono che essere automi e gregari che credono in un'ideale che non ha niente a che vedere con loro. Ho apprezzato la scelta di usare attori "sconosciuti" e bellocci dove l'immedesimazione è praticamente impossibile vista l'idiozia e la pochezza di valori, soprattutto se contiamo che nel romanzo erano filippini mentre qui il regista si prende gioco ancor di più mettendo rampolli bellocci Usa. Per chi fare allora il tifo: gli insetti è vero che fanno schifo, ma gli yankee idioti colonizzatori che conquistano di certo non fanno bella figura, soprattutto quando la disfatta arriva nel momento in cui l'esercito senza tattiche si muove alla ceca in terra straniera...più palese di così.
E poi il sangue, la carneficina, i mostri fatti benissimo e fortissimi che non cadono al primo sparo in cui non possiamo dimenticare il mostro finale che cuccia letteralmnete il cervello dai soldati per scoprire i piani del nemico. L'assenza del politicamente corretto creando questa grossa metafora in cui viene criticata l'amministrazione del governo americano degli ultimi tren'anni grazie ad un regista olandese che sembra prendersi la sua rivincita in terra straniera.
Verhoeven ha cambiato profondamente la fantascienza fracassona degli anni '90 con tre film importantissimi dove a parte questo dobbiamo citare per forza ATTO DI FORZA e ROBOCOP.


mercoledì 21 dicembre 2016

Star Wars- Rogue One

Titolo: Star Wars- Rogue One
Regia: Gareth Edwards
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ingegnere scientifico ribelle, costretto dall'Impero alla costruzione di un'arma di distruzione di massa nota come la Morte Nera. Jyn ha cercato per quindici anni di dimenticare il padre, dandolo per morto, finché un pilota disertore non le ha consegnato un messaggio urgente segreto, proveniente da Galen stesso. Insieme al capitano Cassian Andor e al suo droide imperiale riprogrammato dai ribelli, la ragazza parte allora alla ricerca del genitore e di uno spiraglio per fermare i piani apocalittici del malvagio imperatore.

Merchandising allo stato puro. Da anni non faccio che sostenere e ribadire questa tesi su diverse formule di marketing contemporaneo per ridare enfasi a cose già viste che non hanno bisogno di remake o di qualsiasi altra soluzione. In questo caso una saga che aveva sicuramente molto da dire tempo fa, ma che andava chiusa dopo i primi tre capitoli, gli unici finora degni di essere capostipiti della fantascienza con i soldi.
Ormai la Morte Nera è vecchia, Darth Vader lucidato a dovere che distrugge i difensori della resistenza a colpi di spada laser non si può vedere e possiamo a grandi linee sostenere che Rogue One è un fiasco clamoroso, un film che non andava fatto per infiniti motivi.
Un'opera che non ha senso e narra di un'avventura scontata e già vista che cerca inutilmente di unire alcuni tasselli dei vecchia capitoli di una saga sconnessa a livello temporale tra prequel, sequel e capitoli indipendenti che si alternano con un vuoto di fondo impressionante abile a cancellare tutti i ricordi e i collegamenti dello spettatore.
Un film davvero pessimo dove la frase peggiore non fa che ripeterla Donny Yen in una sorta di guardiano "jedi" cieco e atto a fare il guru di turno ("Sono tutt'uno con la forza. La forza è con me") quasi un mantra che cerca di dare nobili intenti, spiritualità e spessore al film con il risultato di renderlo ancor più patetico di quanto non abbiano fatto gli sceneggiatori (soprattutto contando che ovviamente per citare le arti marziali Chirrut non fa che eseguire coreografie armato di bastone contro i nemici armati di fucili laser...)
Il cast è pessimo, tutto giocato su una scelta multietnica come a dimostrare che la diversità è un valore importante, così tutti possono sentirsi uguali e felici, ma sappiamo tutti che non è così.
Lo "s"forzo quindi di far andar giù la faccia da ebete di Diego Luna, il fatto che il 2016 sia stato l'anno della donna protagonista (altro super elemento paraculo per mettere a tacere i "sessisti"), gli orientali già descritti (dimenticavo l'accompagnatore di Chirrut Imwe) gli afro con Whitaker in un ruolo ai limiti del trash e l'inglo-pakistano Riz Ahmed nel ruolo della spia che passa con i rivoluzionari.
La rivoluzione e i rivoluzionari non sono mai stati presi così in giro e coperti di ridicolo come in questo film, la summa delle buone intenzioni.
Un block-buster milionario che sfiora tutte le vette del ridicolo dai dialoghi melensi e patetici fino ai luoghi comuni che devastano il film come il raggio della morte nera che distrugge i pianeti.
Immaginavo che fosse brutto ma non orrendo. Brutto almeno come STAR WARS-IL RISVEGLIO DELLA FORZA e mi auguro, ma purtroppo non sarà così, che la finiscano di umiliare una saga che aveva nelle sue premesse iniziali e nella messa in scena livelli molto alti di cinema sci-fi commerciale.
Purtroppo Gareth Edwards che mi aveva stupito con il bellissimo MONSTER, un horror indi atipico e con diversi spunti originali, è stato inghiottito dalle major che ne hanno fatto un servo di Lucas.

Tutti i pezzi sono disponibili, come in una scatola di mattoncini di LEGO. Il problema è che la produzione non si è davvero preoccupata di costruirci qualcosa di interessante. Un paio di bambini di nove anni in un pomeriggio piovoso avrebbero escogitato una trama più affascinante, e probabilmente dei dialoghi migliori. 

martedì 8 novembre 2016

Star Trek Beyond

Titolo: Star Trek Beyond
Regia: Justin Lin
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

James Kirk e l'equipaggio della USS Enterprise raggiungono la stazione spaziale Yorktown, appena completata e pronta a ospitare milioni di persone. Di fronte a una richiesta di aiuto, Kirk decide di intervenire per scoprire cosa si nasconde al di là di una nebulosa. Scoprirà di essere atteso con ansia da forze ostili.

In Beyond l'ultimo capitolo della nuova saga di Star Trek che devo dire nel suo essere estremamente commerciale ha dato delle prove d'avventura e di fantascienza convincenti, l'Enterprise viene bombardata, l'equipaggio ucciso e i nostri protagonisti si ritrovano persi contro nemici forse troppo potenti.
Si cavalca subito l'onda dell'azione, la sete di conoscenza e la curiosità di sapere cosa nasconde l'universo buttandosi a capofitto in una missione di salvataggio che sin da subito sembra una potenziale trappola. Il terzo capitolo regala intrattenimento a palate, azione spettacolare e sempre una leggera dose di ironia nei dialoghi. Certo l'impianto narrativo è sempre lo stesso di film in film seguendo una logica e una prevedibilità abbastanza misurata. Il contributo di Justin Lin e J.J Abrams dietro è stato soprattutto quello di confrontarsi con un pubblico e pensare la saga per dei neofiti senza la necessità di dover conoscere la saga precedente e le storie e le avventure dei personaggi.


venerdì 23 settembre 2016

Interstellar

Titolo: Interstellar
Regia: Cristopher Nolan
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una piaga sta uccidendo i raccolti della Terra, da diversi decenni l'umanità è in crisi da cibo e quasi tutti sono diventati agricoltori per supplire a queste esigenze. La scienza è ormai dimenticata e anche ai bambini viene insegnato che l'uomo non è mai andato sulla Luna, si trattava solo di propaganda. L'ex astronauta Cooper, mai andato nello spazio e costretto a diventare agricoltore, scopre grazie all'intuito della figlia che la NASA è ancora attiva in gran segreto, che il pianeta Terra non si salverà, che è comparso un warmhole vicino Saturno in grado di condurli in altre galassie e che qualcuno deve andare lì a cercare l'esito di tre diverse missioni partite anni fa. Forse una di quelle tre ha scoperto un pianeta buono per trasferire la razza umana e in quel caso è già pronto un piano di evacuazione. Andare e tornare è l'unica maniera che Cooper ha di dare un futuro ai propri figli.

Un film che riesce a farmi paura quando parla di spazio e gravità merita tutta la mia stima.
Per ora ci sono riusciti in pochi. 2001 ma è quasi un'ovvietà, GRAVITY, EXPLORERS (l'infanzia perduta)e pochi altri.
INTERSTELLAR è un altro di quei film così enormemente complessi che piacciono o lasciano perplessi perchè nessuno osa dire che sono "oggettivamente" brutti, ma in tanti pensano e sanno di non averci capito niente, quindi preferiscono il silenzio e magari si commuovono pure vedendo Cooper che piange o che parla da un'altro mondo alla figlia attraverso una libreria.
Dal punto di vista della grafica, della messa in scena, della fotografia, del cast (a parte Matt Damon), delle location, tutto è eccellente, questo certo non si può criticare a Nolan, regista che ha saputo imporsi diventando un colosso dell'industria americana.
Questo complesso film sci-fi era un progetto che il regista aveva nel cassetto da anni, ci credeva pur sapendo che non aveva un taglio commerciale come BATMAN e INCEPTION.
Qui non c'è il sogno del sogno dentro al sogno è vero...ma ci sono tante altre cose complesse e mai banali (a parte un paio che ho considerato davvero esagerate e incomprensibili).
Andrebbe per un film così complesso fatta una lista dei pro e contro.
Gli esseri dell'iperspazio che poi siamo noi, Murphy scelta come chiave per salvare il mondo, degli intenti che lasciano lo spiraglio per una società che ancora deve venire dopo di noi....
Nolan è stato capace di osare qualcosa di esageratamente difficile, una sfida allo star-system, una sfida con se stesso e con i buchi neri del film e che gravitano dentro la sua psiche.
Una pellicola che "fa paura" perchè ci lascia nudi in un'universo che abbiamo una fottuta paura di conoscere, perchè richiama temi come l'infinito e altro, che l'uomo non sarà mai in grado di svelare e comprendere.
Il regista prova ad avvicinarsi usando tecniche e strumenti all'avanguardia, studiando e mettendosi all'opera sul film finora più complesso e ambizioso degli ultimi anni.
Lo spazio-tempo, le note di Zimmer che ti entrano nell'anima, la voglia di cambiare o di rimanere nella nostra beata ignoranza.
Punti forza: sposa tesi complottiste come la bufala dell'uomo sulla luna e che di fatto la Nasa è composta da un gruppo di bifolchi. L'elemento forse migliore è che all'umanità non frega nulla dell'Universo ci piace vivere e morire su questo f*****o pianeta. Punto. Quindi cinismo assoluto.
Punti deboli: Cooper che sà tutto e impara tutto o asserisce di comprendere già tutto (ho scritto una sorta di log-line per la brevitas e per non dover stare a sottolineare tutti i punti) e poi spiegatemi il ruolo di Matt Dammon...ma dai sù...e infine direi un'altra cosa sul plot. Ha così tanta, ma tanta di quella roba che io in diversi punti non ho trovato una logica che stesse alla base.
Ma io faccio parte per fortuna degli ignoranti.


Midnight Special

Titolo: Midnight Special
Regia: Jeff Nichols
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Roy ha un figlio di otto anni che deve proteggere da numerose forze ostili. Lo deve tenere lontano dalla luce del sole che potrebbe causargli danni irreparabili. Lo deve nascondere ai componenti di una setta religiosa che lo vogliono catturare. Lo deve difendere anche dagli agenti del governo degli Stati Uniti che non vedono l'ora di poterlo interrogare. Perché il bambino ha dei poteri eccezionali che provengono da un altrove di cui tutti vogliono scoprire l'identità.

Midnight Special se vogliamo è il primo passo falso di Niccol, un giovane regista che finora si è conquistato meritatamente un certo successo e una buona fama nell'immenso mondo dell'indie americano. Grazie al suo attore feticcio Shannon, sempre funzionale in qualsiasi ruolo lo si metta, si accosta ad una storia per certi aspetti insolita e troppo cervellotica trovando troppi ostacoli sulla strada per riuscire a dare continuità ad un complesso film di genere.
Mi ha ricordato tante cose come D.A.R.Y.L, STARMAN, tutto quell'insieme di elementi che per certi aspetti si fondano sulla mistery del dono extraterrestre e del destino del figlio che sembra già segnato per un bene o una causa di portata maggiore. L'agnello che viene servito dal padre per un disegno superiore.
Dall'altro è un film on the road, tutto in fuga da fanatici religiosi, polizia e governo.
Il film si prende molto sul serio, non è mai divertente e ricorda comunque quell'osmosi, per certi aspetti su cui prosegue l'idea di cinema del giovane cineasta e che qui probabilmente è stato schiacciato da un plot poco travolgente e un ritmo troppo piatto, dove forse permane troppo distacco da quello che sta succedendo e non si è mai veramente dentro la vicenda.


martedì 6 settembre 2016

Stranger Things

Titolo: Stranger Things
Regia: Matt Duffer, Ross Duffer
Anno: 2016
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell'Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; allo stesso tempo in un laboratorio segreto nei dintorni della stessa cittadina un ricercatore è vittima di un'inquietante creatura. Dallo stesso laboratorio Hawkins, una stramba ragazzina approfitta della confusione generata dall'incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita da agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will: Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce del fidato compagno svanito nel nulla. La ragazza, che si identifica con il numero tatuato sul suo braccio, "Undici", crea un legame in particolare con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione."Undici", a conoscenza delle sorti di Will, aiuta i ragazzi a cercarlo, spiegando loro come sia finito in un'altra dimensione paragonata a un "sottosopra" del mondo reale, popolato da mostruose creature. Le indagini della polizia locale, guidate dall'agente Hopper, sono ostacolate dal laboratorio Hawkins, che inscena anche una finta morte del bambino. La madre di quest'ultimo, Joyce, vive nel frattempo bizzarre esperienze soprannaturali nella propria casa, nelle quali il figlio riesce a mettersi brevemente in contatto con lei, mentre Jonathan, il fratello maggiore di Will, inizia a indagare con Nancy, sorella di Mike, su una creatura che potrebbe aver rapito il fratello e un'altra ragazza del luogo. Le ricerche di Hopper, Joyce, Jonathan, Nancy e di tutti i ragazzi convergono presto insieme contrapposte al tentativo degli agenti del laboratorio di insabbiare quanto stia avvenendo nella città e ricatturare Undici.

Stranger Things non è figo, non è cool nè tantomeno originale.
Non ha niente di tutto ciò.
E'una serie guardabile, niente di più, creata da hipster che solo per il fatto che citino gli anni '80 con le loro musichette da tastiera e un gruppo di ridicoli nerd non significa che debba essere miracolata e originale. Ma ormai si grida al capolavoro per qualsiasi cosa che abbia una copertina in grado di farti bagnare. Purtroppo niente di tutto questo.
Alieni, area 51, bambini che spariscono in altre dimensioni per essere ritrovati poi in un fondale marino in una dimensione spazio/tempo confusa e senza senso. Una madre isterica che sente il figlio scomparso attraverso segnali energetici (sembrava di vedere Cooper che parla con Murphy da dietro la libreria) e infine il governo che guarda caso è composto quasi solo da stronzi prepotenti.
In Stranger Things vince la nostalgia che però a guardar bene sembra una scusa come un'altra per rendere ghiotto un prodotto che più commerciale di così si muore e la Netflix in quanto a rendere cool i suoi prodotti è furba oltre che spendere cifre da capogiro.
Sono stati tirati in ballo tutti i cult degli anni '80, ma per dirne una molto veloce, SUPER 8 di J.J.Abrams, in due ore, condensava tutto in modo molto più sintetico e funzionale.
E'puro merchandising pubblicitario dove alla base si trova la scritta "ritroverete questo e quest'altro" ma non è che il pubblico o gli spettatori con una dipendenza rara e incontrollata come me possono fare riferimento a questa insulsa log-line per cercare prodotti di qualità.
C'è bisogno d'altro. Quell'altro che nella breve serie effettata a dovere con ogni singola attenzione al dettaglio e non alla storia, esaurisce subito la mistery della trama e anche spoilerando a dovere vedrete che non succederà o non vi perderete proprio niente.
Manca un universo coerente e ricco.
Gli anni '80 non vanno ripresi. Eighties di che? Quelli erano altri tempi.

Il cinema più che mai deve scommettere sulle storie che non esauriranno mai e non mischiare tanti elementi a caso cercando a livello tecnico di rendere il tutto più affascinante possibile.

giovedì 4 agosto 2016

Ghostbusters

Titolo: Ghostbusters

Regia: Paul Feig
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

I fantasmi esistono e stranamente stanno cominciando ad attaccare gli uomini a New York.
Le uniche a poterli fermare sono le scienziate Abby Yates e Erin Gilbert. La prima insegue gli studi sui fantasmi senza successo da così tanto tempo da essere ormai ritenuta una ciarlatana anche dalle università più ridicole, mentre la seconda ha rinnegato il suo passato e la sua amica per un lavoro accademico più regolare e comune. La comparsa dei fantasmi le getta, volenti o nolenti, nell'azione. Unendo teoria e pratica costruiscono vere e proprie armi per la lotta agli ectoplasmi e poi, con tanto di tuta, partono in prima persona alla caccia assieme a due altre reiette: l'ingegnere Jillian Holtzmann e l'inserviente della metro Patty Tolan. A loro si aggiungerà anche un segretario bello e scemo, utile a mettere in moto gli affari, costretto anch'egli a scendere in campo quando la minaccia si farà davvero seria.

Reboot, remake, l'unica certezza è che trent'anni dopo, i vecchi acchiappa fantasmi non hanno perso lo smalto e lo dimostra proprio il fatto di vedere una versione aggiornata tutto ironia ed effetti speciali. Più che non convincere, non se ne vede il senso. Scegliere un quartetto in gonnella non risolve e non colma il vuoto di un film che sembra appassire già sul nascere prendendo idee preconfezionate e davvero niente di originale o che faccia assaporare l'atmosfera dei capitoli precedenti. Questo nuovo aggiornamento oltre ad essere tremendamente hi-tech e poco funzionale e sembra un arcobaleno allucinato che non sa che strada prendere.
A poco serve l'autoironia di Thor e il cameo di Venkman per dare risalto alla commedia.

Perchè proprio di commedia si parla più che di fantasy, i fantasmi non solo non provano nemmeno a fare paura, ma tutta l'atmosfera che i due vecchi capitoli regalavano a profusione, qui non hanno motivo di esistere e tutto appare come una grossa risata su dei dialoghi che servono per tappare i buchi di sceneggiatura. Se in più ci mettiamo un drago che sembra un diavolo, la fidanzata di Slimer e un finale che sembra la festa del ringraziamento...speriamo almeno che sia un capitolo auto conclusivo ma tutto purtroppo lascia pensare al contrario...

Terminator Genisys

Titolo: Terminator Genisys
Regia: Alan Taylor
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

John Connor è a un passo dal guidare la resistenza umana alla vittoria definitiva sulle macchine, quando Skynet invia all'ultimo minuto un cyborg nel 1984 per uccidere sua madre, Sarah. John manda allora il suo braccio destro Kyle Reeves indietro nel tempo per proteggerla. Qui, Kyle trova Sarah in compagnia di un identico Terminator, riprogrammato, che le fa da guardiano dall'età di nove anni. Viaggiando nel tempo, Kyle rievoca anche strani ricordi, mai avuti prima, risalenti al 2017. Convince perciò Sarah a recarsi con lui in quell'anno per impedire la messa on line di Genisys, l'App dietro la quale si nasconde la stessa Skynet.

Quest'ultimo Terminator me lo sono visto in un momento di svacco in cui avevo bisogno di staccare i neuroni ben sapendo e conoscendo la storia di Skynet.
Ora pensavo di trovarmi di fronte ad un giocattolone insipido e inutile come è stato TERMINATOR SALVATION nel 2009 e che sinceramente speravo fosse l'ultimo di una saga che ha regalato due capitoli straordinari e abbastanza precursori per alcuni aspetti sul genere fantascientifico, le macchine e l'action in generale.
Genesis cerca di cambiare tutte le carte della saga, scombussolando il soggetto e arrivando a creare pure un Connor cattivo e soprattutto dalla seconda parte in avanti, un'autocitazione dei primi film generando terminator cloni uguali e senza sostanza e alcune scene d'azione davvero inutili e inefficaci. Il T-800 sembra non morire mai come Swarzy vera anima del film che cerca addirittura di fare ridere ribadendo un cambio di stile e di intenti della saga che ripeto niente a che vedere con i soli e unici due primi capitoli.
Questi ultimi due usciti sembrano far parte di una saga fantascientifica teen, con protagonisti giovani e senza polso e nulla sulla metafora dei cyborg e il loro impiego.
Ingarbugliato, scritto male e sceneggiato da cani, purtroppo il difetto grosso di Taylor e Lussier è quello di voler esagerare e a tratti cercare di essere maledettamente originali.
Una sfida che si è tradotta in una maledizione che spero chiuda la sfera uterina della saga e non faccia più uscire niente.


giovedì 21 luglio 2016

Hardcore!

Titolo: Hardcore!
Regia: Ilya Naishuller
Anno: 2015
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Henry si sveglia mutilato senza ricordare la propria identità, ma capisce ben presto di essere un cyborg, ricostruito dalla moglie scienziata dopo essere stato massacrato dal crudele Akan, uno psicopatico dotato di poteri di telecinesi. Per Henry avrà inizio una fuga a rotta di collo dagli agenti di Akan, prima di prendere consapevolezza di avere una forza sovrumana.

Hardcore è puro intrattenimento per un regista che altro non fa che girare un lungo dopo la buona prova dei video girati per i Biting Elbows.
Il film è di fatto una sorta di videogioco che non si prende troppo sul serio mischiando elementi di sci-fi, tecnologie d'avanguardia, con tanto sangue e inseguimenti mozzafiato.
Un film che cerca di correre più velocemente che può per non dare modo allo spettatore di concentrarsi sulla storia e la banalità sconvolgente con cui è stata scritta.
Di fatto il film è un action tutto in soggettiva come d'altronde è stata forse la svolta per i videogiochi sparatutto dal '92 in avanti.

Non è il primo ad usare la GoPro in modo soddisfacente, ma è il primo a convogliarla solo per l'intrattenimento fine a se stesso. Al cinema con la colonna sonora giusta diventa un'esperienza abbastanza nuova e stimolante, ludica a tutti gli effetti dove i neuroni possono tranquillamente andare in letargo