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giovedì 3 agosto 2017

Bad Batch

Titolo: Bad Batch
Regia: Ana Lily Amirpour
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Arlen viene espulsa dai confini del Texas, abbandonata a se stessa in un deserto senza fine, che è solo l'anticamera del vero inferno: il lotto degli ultimi dell'umanità, gli esiliati, quelli che cercano soltanto di sopravvivere, dopo aver perso il diritto alla cittadinanza. Qui la ragazza incappa subito in un gruppo di persone che non si fa scrupolo di mangiare carne umana, un pezzo alla volta, e diventa lei stessa carne da macello. Ormai senza una gamba e un braccio, riesce a scappare e a raggiungere un altro assembramento, nell'area detta di Comfort, abitato da gente disperata ma se non altro più mite, che pende dalle labbra di un ricco guru che incarna e promette il raggiungimento del "sogno".

Quanta carne al fuoco ha messo Amirpour nel suo ultimo film. Questa giovane regista si era già fatta conoscere grazie al bellissimo e sottovalutato A GIRLS WALKS HOME ALONE AT NIGHT, un film semplice e modesto che raccontava con diverse metafore una situazione abbastanza controversa. In questo caso l'aspetto che più colpisce è la metafora con i rifugiati, qui rifiuti sociali da gettare nel gabinetto del mondo che dopo aver superato una sorta di cancellata che divide il deserto del Texas dal resto degli Stati Uniti entra/no nelle terre di nessuno, nel ventre torrido e arido deserto dove non puoi sapere cosa ti aspetta e dove ovviamente l'America nasconde i suoi nei.
Bad Batch è tante cose assieme: deserto, violenza, mondo post-atomico, la distopia, i cannibali, pulp ed exploitation e qualche riferimento steampunk a caso qua e là...il grosso problema è che viaggia confuso senza una metà vera e propria, diventando così tante cose da non saperne scegliere bene nessuna. Film distopico, post-apocalittico, un western steampunk? Il fatto poi di inserire una comunità di cannibali (la scena della seghetta al braccio e alla gamba è notevole) fanno solo parte come tante bellissime scene di una sorta di continui eccessi psichedelici dove come ciliegina sulla torta troviamo una comunità guidata da un santone che sogna la nascita di una nuova era ingravidando ogni giovane a disposizione.
Dal punto di vista della messa in scena , del budget e del cast le possibilità erano davvero ghiotte e facevano pensare a qualcosa di innovativo, sperimentale e tanto altro ancora.
Forse bisognerebbe iniziare ad abbassare le aspettative con i giovani talenti altrimenti si rischia di farsi del male.
La morale in fondo è semplice quanto chiara: spazzatura siamo ma spazzatura non vogliano essere.
Il finale è imbarazzante, speriamo che Amirpour abbia imparato la lezione.

sabato 8 luglio 2017

Phantasm-Ravanger

Titolo: Phantasm-Ravanger
Regia: David Hartman
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Per 37 anni, il pubblico ha seguito Reggie, Mike e Jody nelle loro imprese per fermare il malvagio Uomo Alto e la sua armata di sentinelle. Ora, l’acclamato franchise di Don Coscarelli giunge a un grande ed epico finale con battaglie multidimensionali tra varie timeline, pianeti alieni e realtà alternative, con in gioco il destino del mondo.

Che bello ritornare ogni tanto a territori inesplorati e saghe che sembravano tramontate da tempoe che dopo innumerevoli anni raggiungono piattaforme scollegate senza mai vedere l'ombra di un cinema. Lande desolate in cui veniamo a conoscenza di mondi a metà tra il sogno e la realtà, tra la magia e la tecnologia, tra l'horror e l'ironia/parodia.
Credo, nel mentre, di essermi perso qualche capitolo. Infatti il nuovo Ravanger in alcuni momenti rammenta il suo passato facendo i conti con i capitoli precedenti come ogni buona saga sa e dovrebbe fare. Ravanger fino a prova contraria dovrebbe essere il quinto capitolo della saga di Coscarelli nel 1979. Proprio il nostro caro regista qui lascia per un attimo il timone restando comunque nel reparto produttivo per dare spazio ad Hartman che fino a prova contraria aveva girato solo un film d'animazione piuttosto vergognoso che non starò a citare.
Qui tutto profuma o meglio puzza di povertà. Il che spesso e volentieri non è un limite o una colpa ma anzi può trasformarsi in piacevoli sorprese se pensiamo a tutta una branchia dei b-movie americani e tantissima altra roba che non starò a citare.
Dal punto di vista tecnico poi gli vfx in primis, a volte davvero di un'amatorialità inquietante ma anche divertente sono seguiti a ruota da una recitazione spesso approssimativa in cui però bisogna ammettere che tutti ci mettono cuore e anima anche se il risultato rimane comunque approssimativo.
Tutto il comparto tecnico supera a stento la sufficienza e la regia, comunque decente, di Hartman è lontana qualche migliaio di chilometri dall’estetica sfrenata di Coscarelli, potentissima anche con pochi mezzi e come ha dimostrato in diversi e sconosciutissimi film oltre che epidosi per i MOH trattando uno degli scrittori che amo di più come Lansdale.

Il climax comunque lo regala sempre Tall Man (interpretato da un volto storico come Angus Scrimm, recentemente scomparso) un villain un po’ particolare, che riesce a modificare spazio e tempo saltando da una dimensione all’altra. Il suo obiettivo è quello di reclutare un esercito di morti (che vengono trasformati in micidiali sfere killer) per conquistare e distruggere il mondo.

Transformer-L'ultimo cavaliere

Titolo: Transformer-L'ultimo cavaliere
Regia: Michael Bay
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

I Transfomers, robot alieni dal pianeta Cybertron, vivono tra noi ormai da anni, ma si nascondono dalle forze speciali del governo Usa. Quando un gruppo di ragazzini entra nell'area proibita di Chicago, dove ci fu una grande battaglia nel terzo capitolo della serie, Cade Yaeger interviene a salvarli e riceve da un Transformer vecchissimo e moribondo un antico talismano, che gli si attacca addosso. Yaeger e la giovanissima Izabella sfuggono all'arresto e si rifugiano in una grande discarica di automobili, dove vivono diversi Autobot. Il governo sa che sta arrivando dallo spazio qualcosa di enorme e per fermarlo i suoi funzionari sono disposti a venire a patti con Megatron, liberando alcuni dei suoi più pericolosi Decepticon. Questi danno la caccia a Yaeger, che viene però salvato dal robot maggiordomo Cogman, al servizio di un Lord inglese che intende svelare a Yaeger la storia segreta dei Transformers. Nel suo castello viene convocata anche la professoressa di storia e letteratura Vivian Wembley, la cui dinastia è legata al mistero. Nel mentre Optimus Prime, sul pianeta Cybertron, è stato soggiogato dalla divinità aliena Quintessa, i cui piani per la Terra sono semplicemente apocalittici.

Michael Bay ha un dono. Qualsiasi film faccia o produca rimane nella mente dello spettatore per un tempo stimato tra i 3 e i 5 minuti quando va bene. Dopo la mente e i ricordi fanno un salto nell'oblio dimenticando questo frastuono madornale.
Assordante più che mai, l'ultimo (che poi ultimo non è...) parte dal passato chiamando in cattedra Merlino e Artù. Il resto è una trashata tale da non permettermi di aggiungere altro...
Si passa dalla Trf (Transformers Reaction Force) a Optimus Prime voltagabbana, il pianeta dei Transformer, castelli di lord inglesi dove fa capolino sir (mica poi tanto sir dopo questo ingresso davvero inaspettato) di Anthony Hopkins che riesce a fare la sua porca figura pure in un ruolo davvero pietoso e oltre ogni limite di incoerenza.
L'ultimo cavaliere da pieni poteri ad un "Re" che ormai ha le chiavi dell'intrattenimento hollywoodiano. Il risultato però è inquietante.
In 148' si fa fatica a prendere sul serio ogni minima cosa e Bay credo volesse proprio esagerare prendendo tutto e tutti in giro a partire dai cavalieri della tavola rotonda che di certo con il film di Ritchie non hanno comunque fatto bella figura.
E poi l'idea di avere dei Transformers come immigrati indesiderati in una sorta di metafora sulla condizione complessa e drammatica in cui ci troviamo mi sembra davvero fuori luogo. Nulla a che vedere con il film e la condizione che invece mostrava Blomkamp nel suo DISTRICT 9.
Svelo un colpo di scena alias spoiler finale. La saga dopo l'ultima scena credo continuerà confermando l'equazione incassi = sequel assicurato.


domenica 2 luglio 2017

Okja

Titolo: Okja
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Il mondo sta esaurendo le sue scorte di cibo, e nessuno ne parla"; è questa la premessa con cui il CEO delle industrie Mirando, l'omonima Lucy annuncia al mondo il suo progetto legato al creare dei maiali enormi che possono sostentare famiglie in tutto il mondo. Un allevamento sostenibile, effettuato in luoghi specifici del pianeta, in cui questa nuova specie può crescere in natura e non in cattività. La Mirando però non si ferma qui e propone, alla fine, un premio per il migliore degli allevatori che riuscirà dopo dieci anni a crescere uno dei 26 esemplari nelle migliori condizioni possibili. Tra questi maiali c'è anche Okja, data in affidamento ad una famiglia di contadini in Korea e cresciuta con una bambina di nome Mija che fin dalla tenera età di quattro anni l'ha amata, coccolata e cresciuta come una sorella. Mija è un'anima pura, in contrapposizione a suo nonno che in Okja vede solo un'opportunità di guadagno, un piccolo maialino d'oro pronto solo per soddisfare la sua avidità. Sarà l'amore a spingere Mija a tentare in tutti i modi di salvare la sua compagna di vita, in un susseguirsi di difficoltà che riusciranno a mettere alla prova il loro legame.

Lunga vita agli adoratori dei mostri.
Bong Joon-ho per chi non lo conoscesse è una garanzia a tutti gli effetti. La sua filmografia per quanto il regista sia giovane è già straordinaria e vanta già alcuni indiscussi cult.
Praticamente sembra una scheggia impazzita tra i generi e i suoi due ultimi film, tra cui questo, ne sono l'esatta dimostrazione anche se il cinismo precedente qui sembra sconvolto da un film geneticamente modificato che rilascia qualche piccola perplessità su dove Hollywood voglia traghettare il talento del regista.
Ambiente, sicurezza, grandi corporation, multinazionali, complotti, ribelli animalisti, amore, amicizia, pubblico lobotomizzato, etc. Praticamente le storie del regista sud coreano sembrano sempre qualcosa di mastodontico e colossale. Storie semplici ma di un impatto emotivo gigante.
Già dai primi minuti al di là del discorso fantastico e politicamente post-contemporaneo di Lucy capiamo subito dove il film andrà a parare e un istante dopo in una natura meravigliosa scopriamo l'amore e l'amicizia tra Mija e Okja con tutta la sua filosofia intimista. Sembra tutto perfetto e per certi aspetti lo è pure. Poi avviene il "rapimento" e noi per un attimo prendiamo atto di una cosa.
Crescere con un animale, amarlo e nutrirlo, nonchè lavargli i denti e dormire assieme a lui diventa il leitmotiv per cui Mija, straordinaria Ahn Seo-hyun, già un volto indimenticabile dopo il bellissimo HOUSEMAID, appena scopre che il nonno ha venduto Okja, si trasforma e diventa un'adulta che rivuole ciò che è suo e che le è stato tolto senza nessun compromesso.
Detto così sembra banale e scontato ma il carisma, gli intenti e gli ideali che l'autore inserisce nelle sue opere e nei suoi personaggi sono di una trasparenza così naturale e senza mai complesse forzature che le scene e i fatti avvengono in modo disinvolto e con una coerenza e un senso magnetico nell'attaccare tutto con un aderenza perfetta che capita di rado nel cinema.
Soprattutto in queste mega produzioni con Netflix in testa e un cast che dopo SNOWPIERCER dimostra l'astuzia con cui l'autore dirige un cast internazionale che vanta alcune memorabili interpretazioni tra cui quella, forse leggermente esagerata ma straordinaria, di Gyllenhaal che sembra far scomparire Raoul Duke e senza dover stare a tessere le lodi di due veri mostri indiscussi come Tilda Swinton (che non credo sia umana) e Paul Dano.
Questa nuova incursione nella fantascienza e nel cinema di mostri è l'ennesima riprova che la metafora può adattarsi a tutto e con scopi e intenti nobili che condannano scandali agro-alimentari, che mostrano la presunzione e l'arroganza dei magnati della bersagliata "Monsanto" (il riferimento è palese) che tenta di eliminare la fame nel mondo inventando un nuovo tipo di bestiame.
Ancora una volta Bong Joon-ho riesce in un piccolo miracolo: umanizzare un mostro e trasformare gli umani in mostri o in ridicole marionette. Detto così potrebbe sembrare semplice ma la materia strutturata e messa in scena nel film e tanta, l'azione decolla senza ricorrere ad una messa in scena confusa e fracassona tenendo testa ad un virtuosismo sempre elegante, alcuni momenti sono davvero commoventi come le idee visive straordinarie mentre invece altri (come l'accoppiamento forzato tra le due creature) fa davvero venire i brividi e da una scossa di rabbia che non andrà via facilmente sapendo dunque dare risalto al lato drammatico dell'intera vicenda.
Okja si adatta a tutti i tipi di target ed è ancora una volta un universo di trovate e scene spettacolari. Tuttavia rimane un passo indietro rispetto al dramma girato all'interno del treno e della metafora distopica e post-apocalittica. Però come qualcuno scriveva forse è il momento che il regista torni a casa, in Corea, a realizzare dei film che gli corrispondano e gli permettano di esprimere con maggior evidenza e meno vincoli il suo immenso talento.
Okja è sincero, a volte banale ma semplice e in alcuni parti complesso nel cercare di dare visibilità e spessore a tutti i personaggi, nessuno dei quali viene messo da parte.
Okja poteva diventare la metafora perfetta per il panorama mediale contemporaneo, prendendo in giro tutti e mostrando come tutti ma proprio tutti a parte Mija e Okja giocano un ruolo da comparsa nel circo mediatico in cui viviamo. Vince chi è se stesso.



giovedì 15 giugno 2017

Johnny Mnemonic

Titolo: Johnny Mnemonic
Regia: Robert Longo
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Johnny è un corriere neurale, un uomo con un impianto nel cranio che gli consente di usare il suo cervello come un hard disk. Per fare spazio si è fatto cancellare i ricordi della sua infanzia ed ha raddoppiato la capacità della sua memoria con una espansione, ma la massa di dati che per una grossa somma ha accettato di recapitare supera i suoi limiti, e lo porterà alla morte se non sarà in grado di scaricarla entro breve tempo. Ciò che Johnny ignora è che sta trasportando la formula criptata della cura del male del secolo, il NAS (Sindrome da Attenuazione del Sistema Nervoso), trafugata da alcuni ricercatori della Pharmakom che vogliono renderla pubblica. Ma l'azienda farmaceutica che ne è proprietaria è intenzionata invece a trarne il massimo profitto, ed ha incaricato la Yakuza di recuperarla a qualsiasi costo. Accompagnato dalla bella Jane, guardia del corpo contagiata dal NAS, ed inseguito dai sicari giapponesi che dopo aver trucidato gli scienziati ribelli vogliono ora letteralmente la sua testa, Johnny trova rifugio tra i Lotek, e nella loro base riesce a decodificare la formula ed a liberarsene prima che l'eccesso di dati nella sua mente raggiunga il punto critico.

E'incredibile come alcuni film sci-fi distopici riescano ancora ad oggi ad essere pungenti e incredibilmente all'avanguardia. Johnny Mnemonic è un film d'azione con tanti ingredienti mischiati all'interno. Una piccola rivincita con alcuni aspetti cyber punk e il tentativo di renderlo etnicamente vario e con tanti accessori e intuizioni interessanti e d'avanguardia.
Il film di Longo è indubbiamente sporco, un giocattolone con tanti difettucci di fabbrica e non solo nel cervello del protagonista e nelle parti deboli dei Lotek.
Dal punto di vista dell'epoca e dell'ambientazione il lavoro di ricostruzione e di computer grafica è immenso pur lasciando alcune piccole pecche che a mio parere insieme agli altri elementi fracassoni ne danno una certa dimensione appunto che lo redono quasi un b-movie sporco e rozzo.
Per quanto concerne la sceneggiatura e la storia bisogna inchinarsi di fronte a Gibson e la cura che ha messo per questo primo film ispirato al suo racconto.
Proprio l'ambientazione nel 21° secolo, cioè il nostro secolo, è curioso vederlo così ipertecnologizzato come tanti altri registi credevano in quegli anni vedendo l'incredibile sviluppo tecnologico. Johhny Mnemonic dello sconosciuto Longo che sembra essersi perso dopo questo film (le major lo avranno fatto sparire) pur avendo tantissimi limiti rimane quel tentativo come per molti film di quegli anni, di riuscire a creare un'opera contaminata da numerosissime influenze e tendenze. Un mondo decadente dove tutti sono costretti a vendersi o vendere parti del corpo per potersi potenziare, in cui l'egoismo è diventato il vero mantra, in cui gruppi economici di dimensioni planetarie controllano i loro enormi interessi ricorrendo senza scrupoli alla forza illegale di organizzazioni criminali come la Yakuza, la potente mafia giapponese impiegata in questo film in modo più che altro kitsch. Allo strapotere delle multinazionali si contrappongono gruppi di resistenza clandestini come i Lotek, che vivono, confusi nell'eterogenea massa di una popolazione tagliata fuori e minacciata dal nuovo morbo del secolo, tra le rovine fatiscenti e abbandonate delle periferie urbane.

Infine un cast abbastanza importante per l'anno di uscita dove al di là di Keanu Reeves che recita come in tutti i film senza dimostrare particolari doti ma essendo di fatto solo belloccio e bucando lo schermo ricordiamo le performance di Lundgren nel Predicatore e Kier nel ruolo di Ralfi.

domenica 4 giugno 2017

Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


domenica 28 maggio 2017

Colossal

Titolo: Colossal
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Gloria è una donna qualsiasi che dopo aver perso il suo lavoro e il suo fidanzato decide di lasciare New York e di trasferirsi nella sua città natale. Ma quanto i notiziari riportano che una lucertola gigante sta distruggendo la città di Tokyo, Gloria pian piano realizza di essere stranamente legata a questi strani eventi così distanti da lei, con il potere della sua mente. Per prevenire un'ulteriore distruzione, Gloria deve capire come mai la sua vita apparentemente insignificante ha un effetto così colossale sul destino del mondo.

Vigalondo è un giovane regista spagnolo che apprezzo molto. Ha fatto pochi film mentre ha lasciato sicuramente il marchio all'interno dei cortometraggi all'interno dei film horror a episodi usciti in questi ultimi anni (VHS:VIRAL, THE ABCS OF DEATH).
Ora parliamo dei suoi film precedenti. Non erano capolavori ma all'interno contenevano alcune idee originali e spunti di riflessione interessanti se non quasi sperimentali (OPEN WINDOWS) i quali mi hanno fatto prendere nota che di questo piccolo genietto (almeno così si considera) dobbiamo tenerlo d'occhio.
Colossal è proprio il film che non ti aspetti e che ti arrabbia a morte quando ti chiedono cosa sia.
Commedia? Fantasy? Thriller psicologico con un impianto ironico? Varie ed eventuali.
Io credo tutto questo, nel senso che l'autore ha cercato di fare un film non propriamente di supereroi citando tra le righe un sacco di cinema e portando i sentimenti e la psicologia a regnare sovrana in territori incontrastati del nostro inconscio.
Possiamo definirlo così in poche battute: spesso i più grossi litigi e le più grosse battaglie o i disastri nascono da motivi molto futili. Come in questo caso il flash-back che serve a spiegare l'incidente scatenante da dove derivi e il perchè Gloria e Oscar riescono a dar vita ad un vero e proprio scontro tra titani è il colpo di scena che tiene incollati gli spettatori quasi fifno alla fine del film senza riuscire a capire quale sia stato l'incidente scatenante. Di nuovo una narrazzione che trova nella variabile tempo e nei meccanismi appunto spazio-temporali una delle sue armi.
Un plastico con la riproduzione della Corea per un compito in classe può essere l'antefatto che crea il precedente affinchè Gloria da grande nutra ancora rabbia per non si sa bene quale motivo e la conseguente emancipazione dal ragazzo che non la vuole perchè non ha autocontrollo, diventa il portfolio da cui emerge Oscar e dove inizia finalmente il film.
Essendo di fatto una commedia così infinitamente hipster e ironica, Vigalondo come sempre non risparmia una vena polemica con una metafora politica e una guerra tra sessi che non risparmia botte da orbi come il divertente scontro finale.
E'un film tranquillo che parla di caos interni, di situazioni mai risolte, di fragilità e traumi infantili come forse abbiamo vissuto e spero superato tutti.


Guardians

Titolo: Guardians
Regia: Sarik Andreasyan
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Durante la guerra fredda, un'organizzazione chiamata "Patriot" ha creato una super-squadra di eroi che includevano membri di diverse repubbliche sovietiche. Per anni questi eroi hanno dovuto nascondere le loro identità, ma con l'avvento di tempi difficili ora devono uscire allo scoperto. Questi eroi sono un uomo che può manipolare la pietra, un uomo capace di mutarsi in orso, una donna che ha la capacità di manipolare e trasformare l'acqua e un teleporta massicciamente armato.

Un vero compendio del trash. Così si potrebbe riassumere il kolossal russo copia e incolla di tante nefandezze cinematografiche americane. Il film povero sui supereroi che arriva dalla grande madre Russia. Che roba strana questo Guardians. Prima di tutto perchè nel suo essere così action, tamarro, banale, fatto male, con una post-produzione in fretta e furia con le briciole che rimanevano del budget.
Comunque alla fine di tutto il film preso per quello che è non è male. Ci troviamo di fronte ad un prodotto di evasione con l'unico scopo di intrattenere e cercare di resuscitare qualche fantasma bolscevico oltre che presentare uno dei nemici più tecnologicamente inadeguati della storia del cinema moderno. Sembra un mix tra quel capolavoro orientale di tanti anni fa KYASHAN e un qualsiasi film di super eroi americano prodotto dalla Asylum e da qualche altra strana e sconosciuta casa di produzione di serie b o molto peggio.
Al di là di ammettere una certa difficoltà a far andar giù il russo nelle scene ironiche, Andreasyan non risparmia un certo tono politico nella pellicola e di certo non si fa mancare tante scene di combattimento provando ad azzardare rallenty e piani sequenza con risultati spesso altalenanti.
Sembra il Mortal Kombat russo per come soprattutto la tenebrosità e la caratterizzazione di alcuni protagonisti sembra rispecchiare anche dal punto di vista dei costumi una certa tendenza a creare personaggi dal taglio oscuro e in fuga dal passato.
Di certo questi Patriot non conoscono la fragilità, sembrano una nuova milizia russa post-contemporanea che sbaraglia il vecchio Kgb per far fronte ad un nuovo ordine globale.
Vediamo i cosacchi cos'altro tirano fuori.

Rimane il fatto che nonostante tanti dialoghi, alcuni davvero inutili, il film mi ha divertito.

Alien:Covenant

Titolo: Alien:Covenant
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Diretti verso un pianeta remoto in un angolo lontano della galassia, i membri dell'equipaggio della nave-colonia Covenant scoprono quello che pensano essere un paradiso fuori dalle cartine geografiche. Il luogo, in realtà, si rivelerà un mondo dark e pericoloso il cui solo abitante è il "synthetic" David, rimasto in vita dopo la spedizione Prometheus.

Alien:Covenant è una vera sorpresa che poteva trasformarsi in un capolavoro se non fosse per la massa di argomentazioni da trattare.
Come qualcuno diceva ormai l'alieno ha fatto la sua parte e in questo film come per il precedente PROMETHEUS il vero protagonista è l'androide interpretato dal vero "alieno" Michael Fassbender.
Un film allucinante che scoperchia vasi di Pandora della fantascienza e riesce a restituire dei duri colpi sul futuro dell'umanità e lo scontro tra uomo e macchina.
E'veramente un film che disorienta poichè sconvolge la psiche dello spettatore cambiando traiettorie e pianeti nel giro di poco, regalando scenari di struggente bellezza ponendo l'accento sulla questione di come la ragione, o meglio il sonno della ragione genera mostri per citare Goya ma allo stesso tempo la solitudine di David e tutto ciò che ne deriva con le sue scelte di condividere o cancellare il piano degli ingegneri. Dicevo appunto che la filosofia, l'accento distopico, la natura grottesca della vicenda che non risparmia nessuno, insieme al bisogno di trovare risposte con l'incipit iniziale che conferma il limite dell'uomo a prevalere sull'intelligenza virtuale, diventano icone che in questo film trovano risposte e disperazione lasciando solo conferme su come il pessimismo cosmico ci invade sempre più e l'essere umano è destinato a scomparire.
E allora perchè non puntare su una nuova razza? Perchè come il sintetico David cerca di far capire al resto della civiltà, le specie vadano estinte per crearne una nuova, appunto gli alien, che siano in grado di rispettare l'ordine naturale delle cose?
In questo mese al cinema si può fare una scelta: andare a vedere il sequel dei GUARDIANI DELLA GALASSIA 2 trovando divertimento e risate oltre una nota amara sul personaggio inquietante di Ego, e dall'altra la mente cinica e attenta di un master della fantascienza che forse dopo PROMETHEUS si è stufato della critica e ha messo i paletti su quale potrebbe essere uno scenario futuristico. Nel film David/Walter l'androide diventa il perno centrale attorno a cui gravitano i fatti e da cui nascono direttive e scelte in grado di modificare interi pianeti.
A differenza del film precedente, sono passati dieci anni dai fatti raccontati, qui gli ingeneri hanno un ruolo marginale dividendosi lo schermo con le altre razze e diventando presto vittime sacrificali per aberranti piani di conquista o proliferazione di virus che sterminino la specie per generare una nuova razza più potente.
Covenant è anche un survival horror suggestivo e calamitante, il risultato dell'ibridazione di due distinti organismi, dove la prima è il parassita che infetta e rigenera il secondo.

Una nota ironica. L'unica. All'inizio del film all'interno dell'astronave il vero giallo è capire chi sta con chi all'interno dell'equipaggio e chi tradisce e con chi in un sottile gioco di sguardi. Sembra un gioco di parole ma d'altronde passare anni e anni tutti assieme nella stessa astronave può generare anche problemi di coppia.

Guardiani della galassia 2

Titolo: Guardiani della galassia 2
Regia: James Gunn
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Assoldati dai Sovereign ma poi braccati da questi per aver rubato delle preziose batterie, i guardiani della galassia si dividono in due gruppi: Rocket e Groot se la vedono con i Ravagers di Yondu, mentre Star-Lord conosce finalmente il padre, Ego, scoprendo molti segreti inaspettati sulla propria natura semi-umana.

I guardiani della galassia capitanati dal regista Gunn di cui nessuno prima del film conosceva l'esistenza (ma i fan del cinema di genere ovviamente sì) continua la sua saga che dopo questo episodio lancia almeno altri due capitoli.
Ora nel primo film, il ritmo, i colori, la regia schizzoide e la filmografia del regista ponevano le basi per qualcosa di nuovo, una branchia imperfetta che si staccava dall'universo Marvel dal canto suo molto omologato. Il risultato è stato un film anarchico molto ben costruito, furbo, modaiolo e con un linguaggio volgare e funzionale alle scorribande che imperversano tra i criminali e i ladri di tutti i pianeti.
Eppure qualcosa non torna in questo secondo capitolo. Un secondo atto noiosissimo dove la parte di Ego, che mi aspettavo la più complessa e grottesca, diventa una sorta di proboscide dove allungare e prendere tempo in dialoghi leziosi e noiosissimi e una difficoltà a creare il perfetto intreccio tra le due storie. In più l'azione per quanto non smetta di mancare è molto più statica del primo film.
Tutto è assolutamente prevedibile e Star-Lord esagera nel dare ancora più ironia al suo personaggio e allo stesso tempo farlo apparire come il leader indiscusso della squadra.
Mettiamoci poi Grot che piccolo e inutile non solo non serve ma diventa l'accessorio per un marketing perfetto dopo i Minions e tutti i giocattoli che vengono studiati ad hoc assieme ai produttori dei film e tutto il resto delle maestranze allora la piega è ancora più becera.
Alla fine i due che risultano più simpatici e come personaggi manco a farlo apposta vengono caratterizzati meglio sono proprio Yondu e Nebula, il primo con una rivelazione finale che sembra la ciliegina sulla torta del non-sense.

Almeno di una cosa siamo tutti contenti: Star-Lord cambia cassetta e playlist.

domenica 30 aprile 2017

Morgan

Titolo: Morgan
Regia: Luke Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La dottoressa Kathy Grieff, dopo averle detto di non essere riuscita a convincerli a farla uscire, viene aggredita da Morgan, una ragazza rinchiusa in una camera di sicurezza: solo l'intervento di altri medici interrompe l'assalto. L'esperta in valutazione dei rischi Lee Weathers è incaricata dalla società proprietaria dello stabilimento dove è rinchiusa Morgan di recarsi in loco e valutare la situazione. Morgan, infatti, è stata creata artificialmente a partire da DNA sintetico e sta crescendo rapidamente: ha cinque anni eppure è già grande. Solo che sta anche sviluppando emozioni. Giunta sul posto, Lee esamina un filmato dell'aggressione. Morgan è seguita da sempre da Amy Menser, una specialista che si occupa del suo comportamento. Altri componenti del team di ricerca sono il dottor Simon Ziegler e il nutrizionista Skip Vronsky: compito di Lee è verificare che tutto sia stato svolto come da programma e che nessuno abbia commesso errori. Naturalmente, Lee parla anche con Kathy, in cura dopo l'aggressione. Kathy si sente in colpa, pensa di aver provocato Morgan, senza volerlo. Lee, fredda e professionale, non apprezza che una "cosa" come Morgan venga così personalizzata. Ziegler spiega a Lee che Morgan è stata creata dopo vari fallimenti: è convinto che anche quel terribile incidente possa insegnare qualcosa per far proseguire il progetto nella giusta direzione. Lee incontra anche Morgan che esprime dispiacere per aver ferito Kathy. Il giro d'orizzonte di Lee comprende anche la dottoressa Lui Cheng, parte importante del progetto. Mentre Lee cerca di capire cosa è giusto fare, l'intreccio delle personalità attorno a Morgan si fa più inquieto. Non senza conseguenze.

Chi è la protagonista di Morgan? Ogni tanto è bene chiederselo. E' lei? O la dottoressa Grieff? O forse entrambe o meglio nessuna.
Morgan è un film sci-fi con elementi distopici e un tema che negli ultimi anni sta producendo una pellicola dopo l'altra. I riferimenti e le similitudini maggiori mi vengono per il bellissimo HANNA di Joe Wright, a differenza delle altre centinaia di film usciti negli ultimi anni, un film complesso e con una resa degli intenti più chiara e precisa.
Morgan parte benissimo, riesce a inquadrare un cast ottimo fino a quando Scott e sceneggiatori non devono decidere se far diventare Morgan una macchina da guerra oppure renderla obbediente e inoffensiva. La solita scelta sul destino, sulla vita e la morte tra macchina e umano non risparmia alcuni dialoghi macchinosi e forse un po telefonati. Riesce però, nonostante non abbia fatto quel salto che ci si poteva aspettare in termini di originalità, a non essere melenso soprattutto nel finale come ci si poteva aspettare e in cui invece Scott affonda il coltello.
Tra le cose meno belle, non posso esimermi dall'aver trovato forzatissimo e inutile lo scontro cat-fight tra Morgan e la dottoressa, contando che la seconda è una macchina fuori dal comune.
Lo scontro non solo non ha senso di esistere ma di certo il finale non può che prevedere una sola vincitrice.
Scott comunque dimostra di avere i mezzi e la tecnica per girare bene, infatti paesaggi, ritmo, atmosfera e fotografia raggiungono dei livelli molto alti a parte ovviamente gli interpreti.

Bisogna solo che punti per il prossimo film su un impianto narrativo meno stucchevole e kitch per rinforzare invece uno schema più originale e fedele alle regole di genere.

martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


martedì 11 aprile 2017

Ghost in the Shell

Titolo: Ghost in the Shell
Regia: Rupert Sanders
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

In un futuro prossimo uomini e macchine saranno sempre più vicini e pressochè inscindibili. Le intelligenze artificiali e i corpi umani si fondono creando degli ibridi, o umanoidi, con capacità straordinarie mentre i loro corpi e le loro menti sono costantemente legate alla rete, ad Internet. In questo futuro tutto è digitale, tutto passa attraverso internet e la realtà virtuale e sempre più vicina e simile a quella vera

Sanders come mestierante non è male. Si vede che mette in campo parecchie risorse cercando forse un'estetica troppo complessa e pixellata. Purtroppo come tanti è finito nella ragnatela delle major finendo a dirigere film beceri come BIANCANEVE E IL CACCIATORE.
Scarlett Johansson al pari di tante sue colleghe dovrebbe riflettere su un punto. Lei come soprattutto Felicity Jones e altre che adesso non starò ad elencare, sempre di più rappresentano corpi vuoti, svuotati della loro essenza.
I loro corpi sempre più servono solo per evidenziare l'apparenza e non valorizzarle per ciò che sono soprattutto in queste produzioni gigantesche e milionarie come può essere il GHOST IN THE SHELL di turno ma anche una saga come STAR WARS in cui negli ultimi capitoli, anche lì la protagonista Felicity Jones praticamente non recita seguendo un ruolo da esecutrice.
Al di là di questa non facile precisazione su dove sta andando anche un certo tipo di ideologia cinematografica americana (o forse semplicemente come non è mai cambiata ancora oggi), non c'è niente che si salvi nel film di Sanders a parte un uso spropositato della c.g e un cast sprecato in cui nessuno viene davvero valorizzato se non qualche timida e significativa frase uscita dalle labbra del Kuze della situazione, un Michael Pitt risorto dalle ceneri per dare carattere al "villain" di turno.
Manca l'atmosfera che un maestro come Mamoru Oshii aveva costruito riuscendo perfettamente a coniugare animazione e sci-fi con il risultato di aver creato uno dei capolavori assieme ad AKIRA.
Era il '95 e quando uscì era già un precursore di tante idee e scene originali particolarmente interessanti citate e prese in prestito dai Wachowsky nel loro successivo MATRIX.
Anche la realtà in cui vive la storia appare davvero scontata e sfruttata in un modo già visto in cui è davvero ridondante mostrare una pubblicità così datata. Gli abitanti di questo futuro, aumentati con componenti cibernetiche poteva dare spazio ad una galleria di scelte interessanti cosa che Sanders non fa mostrando praticamente niente se non pochissime scene d'azione che possiamo dividere in due parti; quella iniziale dove c'è lei al rallenty che spara alla Matrix e la seconda parte in cui arrivano astronavi e succede il finimondo con ragni meccanici tra l'altro bruttissimi.
Ghost in the Shell non evoca nulla e spiega tutto, fin dall’inizio e in ogni scena rovinando così tutta la trama, che tra l'altro non appartiene neppure all’anime e ogni elemento altrove fascinoso qui sembra mostrare i propri limiti.



sabato 8 aprile 2017

Avril et le Monde truqué

Titolo: Avril et le Monde truqué
Regia: Christian Desmares
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel 1941 di una realtà alternativa in cui la seconda rivoluzione industriale, quella dell’elettricità, non è mai avvenuta a causa della sparizione dei migliori scienziati del mondo nel 1870, infuria la guerra per l’energia. April, una ragazza che vive in una Parigi grigia e pericolosa, si mette alla ricerca dei genitori scienziati scomparsi da tempo, con la ferma intenzione di proseguire le loro ricerche interrotte sul sentiero della vita

Tratto dall’opera del maestro della graphic novel francese Jacques Tardi e vincitore del Crystal Award come miglior lungometraggio al festival di Annecy 2015, Avril et le Monde truqué è l'esordio per due registi emergenti che cercano di ridare enfasi e innovatività ad un sotto genere in disuso: lo steampunk (tornato alla ribalta con il remake di MAD MAX). Questo viaggio dell'eroina accompagnato da un gatto parlante e da un furfante trova i suoi punti di forza non tanto nella sceneggiatura scontata e i personaggi classici e poco caratterizzati ma da una messa in scena accompagnato da un ritmo avvincente soprattutto come metafora sui contenuti politici emergenti, sul ritorno al carbone (come da poco ha voluto il presidente americano Trump), alcuni dialoghi pungenti soprattutto quando i nostri protagonisti incontrano gli scienzati ma anche nell'umorismo che spesso e volentieri rischia di essere frainteso.
Se c’è un autore in grado di rielaborare in maniera originale gli stilemi e i cliché della paraletteratura e tradurli in maniera originale questo è Jacques Tardi l’autore delle avventure di Adèle Blanc-Sec, eroina di storie a metà tra il genere l’horror e l’avventuroso. Avril è una commedia frizzante piena di ritmo e di momenti originali, un’avventura rocambolesca, spiritosa, non priva di contenuti e spunti sulla natura umana, sui confini etici della ricerca, sui paradossi della tecnologia. L'ennesimo tassello significativo del variopinto cinema d’animazione transalpino.


giovedì 23 marzo 2017

Alien 4

Titolo: Alien 4
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quarto episodio della storia di Sigourney-Ripley. Nella base spaziale di Auriga si sperimenta la clonazione. Alcuni tentativi riescono, altri no. Ripley ce la fa, viene resuscitata e riprende la sua missione di difesa del genere umano dagli alieni. Con dramma altissimo, perché lei, si sa, umana non è. Gli sceneggiatori si sono sforzati di proporre qualcosa di nuovo. Vedremo un quinto salto mortale?

Jeunet non ha bisogno di presentazioni così come non ha bisogno di presentazioni una delle saghe più famose della fantascienza che a dispetto di altre non è stata brutalizzata con i vari e indecenti sequel.
Jeunet sa il fatto suo e la sua messa in scena è sempre riconoscibile così come la scenografia che in questo caso ricorda per alcuni aspetti LA CITTA'DEI BAMBINI PERDUTI soprattutto nelle scene all'interno dei laboratori. Il risultato non è eccellente come i primi due capitoli (ALIENS di Cameron rimane per ora il mio preferito), ma essendo decisamente più action e tamarro degli altri capitoli, una sorta di b-movie sul genere, rimane un prodotto validissimo con diverse scene originali e un ritmo forsennato che non lascia momenti morti nella narrazione.
Spiega e critica gli orrori sugli esperimenti umani (eccellente la sequenza in cui Ripley incendia i cloni incompleti sottolineando la mostruosità di queste pratiche scientifiche), critica la scienza come sostituto di dio per creare esperimenti di laboratorio che si ribellano all'uomo, mostra come nonostante la tecnologia le macchine non siano in grado di intrappolare l'alieno e infine tanti altri elementi.
Il cast è ottimo, alcune scene come Ripley che si lascia avvolgere dalla Grande Madre Aliena (aka la Regina) è una signora scena così come tutta la parte action dall'inseguimento sott'acqua fino alla morte di Christie.
E'un film che nella sua apparente ripetitività a differenza di altri film riesce a cogliere diversi spunti e segnali per riuscire ad essere incisivo e con un'atmosfera che riesce ad aderire bene ai risvolti della trama e a rendere ancora più carichi di significato i colpi di scena.
La storia scritta da Joss Whedon (AVENGERS, QUELLA CASA NEL BOSCO, BUFFY, etc) si rivela ancora una volta una garanzia di alto livello per un estimatore della narrativa fantastica, distopica e post-contemporanea.
Il finale dopo il sacrificio del Capo Espiatorio diventa davvero crudo e viscerale...un'altra cosa è il linguaggio e la caratterizzazione dei personaggi che rendono come dicevo il film scoppiettante quanto volgare, pur non essendo mai superficiale ma anzi volendo forse dire che in fondo usare un linguaggio volgare non fa che dimostrare che a distanza di 200 anni il genere umano non è cambiato.



martedì 7 marzo 2017

Heavy Metal

Titolo: Heavy Metal
Regia: Gerald Potterton
Anno: 1981
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Uno strano tipo d'astronauta torna a casa portando con sè il Loc-Nar, un piccolo meteorite verde. Appena varcato l'uscio di casa l'uomo viene polverizzato dal malefico meteorite davanti agli occhi dell'inerme figlioletta. Il Loc-Nar inizia così a raccontare le sue tremende vicissitudini alla bambina, affinché possano valere come lezione di vita sulle smanie di potere del genere umano.

Quando penso ad alcune pellicole storiche per quanto concerne l'animazione non posso non includere questo master di Potterton, il quale assieme a tante altre opere significative hanno saputo dare enfasi e spirito al genere. Heavy Metal poi senza nemmeno farlo apposta è un precursore nel suo viaggio spazio tempo a cercare storie e creare trame diverse anche se legate da un filo invisibile.
Tutto gode di una libertà, una magia e un'armonia che si respirava in alcuni periodi e che spesso con la c.g l'animazione moderna rischia di perdere.
Quando il film venne citato in un celebre episodio di SOUTHPARK mi resi conto che dovevo assolutamente vedere questa fondamentale perla che riesce a contaminare più generi dalla sci-fi uniti al fantasy e infine l'horror in modo molto equilibrato e suggestivo.
Il film è ispirato ad un celebre fumetto franco-canadese uscito nel 1974 di nome Metal Hurlant che tra l'altro potrebbe avere qualche analogia con il libro di Evangelisti Metallo Urlante, una raccolta di storie con tanti punti in comune.

A questo film tra l'altro collaborarono disegnatori come Moebius, Dan O'Bannon e Richard Corben mentre sulla soundtrack ci sono gruppi come i Black Sabbath, i Blue Oyster Cult e i Nazareth. Il film tra l'altro venne prodotto da un Ivan Reitman alle prime armi. Al di là della trama e di alcune storie che potranno sembrare ormai datate, il film mantiene un fascino e un'atmosfera davvero unica e potente in grado di restituire quella fama e rendere giustizia al lavoro che Potterton e soci meritano soprattutto inserendo alcuni sprazzi erotici che per il tempo non erano affatto scontati.

iboy

Titolo: iboy
Regia: Adam Randall
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia di Tom, un adolescente il cui mondo viene capovolto da un violento incontro con dei delinquenti locali, durante il quale viene colpito da un iPhone, i cui frammenti s'integrano nel suo cervello. Tom conosce, vede, e può fare più di quello che potrebbe fare qualsiasi ragazzo. Con i suoi nuovi poteri si propone di vendicarsi della banda che ha aggredito Lucy, la ragazza che ama.

E se la tua realtà subisse un upgrade? iboy è la risposta girata in fretta e furia dalla Netflix, che cerca di mettere assieme giovani, nuove tendenze e tecnologie, una sorta di analisi che prendendo spunto dalla serie di BLACK MIRROR punta sui digital natives e il loro impatto coi media.
Il protagonista è un ragazzino con i poteri e il ritmo del film in alcuni momenti sembra voler ricordare quella dimensione ludica da comics contaminata con venature intelletuali sci-fi.
L'idea di partenza partendo proprio dagli spunti interessanti sul protagonista è buona.
Il problema è che viene sviluppata nel modo meno originale possibile.
Il risultato è un film che non è brutto ma sa di qualcosa di vago, inutile e poco sofisticato senza dimostrare di avere nessun guizzo intuitivo e ancor peggio nella narrazione che dal secondo atto si arrotola su se stesso senza dare continuità e regalare colpi di scena come nell'incidente scatenante.
Sembra proprio che la Netflix abbia bisogno di spendere più soldi e risorse possibili anche quando il film non è pronto così come la trama e il casting. Non lo dico per sentore ma perchè è la realtà che ci sta invadendo con prodotti che sembrano blockbuster in alcuni casi venuti pure peggio, mentre dall'altra parte ci sono titoli interessanti ma troppo "fracassoni". Iboy è un altro specchio per le allodole che promette tanto e mantiene poco senza riuscire ad approfondire tematiche distopiche.




Frankenstein

Titolo: Frankenstein
Regia: Bernard Rose
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri - il film è raccontato interamente dal punto di vista del mostro. Dopo essere stato creato artificialmente e essere stato abbandonato al suo destino da una coppia di eccentrici coniugi scienziati, Adam - questo è il suo nome - viene aggredito e diventa oggetto di violenza da parte del mondo che lo circonda. Questa creatura inizialmente perfetta, diventata in poco tempo mostro sfigurato, si trova presto a dover fare i conti con il lato più brutto dell'essere umano.

Sinceramente non riesco a capire il motivo di mettere in scena così tanta inusitata violenza e sofferenza. Questa ennesima rappresentazione della creatura di Shelley oltre ad essere post contemporanea e iper moderna (che potevano essere elementi interessanti da riscoprire) crea un contorno di fatto costituito da umiliazioni e vessazioni per l'intero arco del film.
La realtà per Adam è solo violenza e sopraffazione usato come cavia e come mostro.
Ricorda per alcuni aspetti l'opera bizzarra e malata 964 PINOCCHIO di Shozin Fukui.
Mi ha colpito non solo la linea d'intenti limitata e volta solo ad inquadrare l'incubo in cui viene gettato Adam, ma non riesco proprio a cogliere il senso e il perchè di questa operazione che tra l'altro a parte essere di una violenza spesso gratuita, non lascia proprio spazio alla speranza e alla redenzione portando Adam ad una sola e unica scelta.
Ci sono pochi personaggi che "empatizzano" con il mostro restituendogli da un lato l'affettività che non ha mai avuto e dall'altra rendendolo una maschera di sangue e tumori, una cavia perfetta per i loro esperimenti.
Come tutti i giocattoli fabbricati velocemente e senza coglierne la logica scientifica che si sostituisce a quella divina, Rose che non è solo regista ma anche montatore e tutto il resto, ha provato un esperimento secondo me troppo autodistruttivo e pesante, trovando l'unica possibile rimedio medico per un esperimento ovvero scaricarlo in quanto imperfetto in mezzo ad una società che non può far altro che condannarlo.
Inoltre l'errore più grosso che Rose commette è quello di raccontare in prima persona dal punto di vista del mostro gli eventi e quant'altro, rendendolo una specie di intellettuale che mastica frasi apprese chissà dove. Quando poi lo conosciamo invece è l'esatto opposto, un automa senza la minima capacità di mentalizzare o avere una struttura del pensiero.



domenica 19 febbraio 2017

Città perduta

Titolo: Città perduta
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Anno: 1995
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

La banda dei Ciclopi (criminali ciechi) rapisce bambini in un porto fatiscente e li consegna ai Krank che pagano con occhi artificiali. I Krank prelevano dal cervello dei bambini i sogni che loro non sanno più fare. Il gigante One si è visto portare via il fratellino adottivo Denrée e Miette, una bambina di nove anni, lo aiuterà a ritrovarlo. Film allucinato e raffinato proposto come opera d'apertura a Cannes nel 1995 e giunto nelle nostre sale solo nella stagione 1998/99. Il suo difetto sta forse nell'estrema ricercatezza collegata a un impianto fiabesco. Si tratta di una miscela che allontana due pubblici in un colpo solo: quello dei bambini e quello degli adulti.

La città perduta è il tentativo più complesso, la prova più ardua del fuoriclasse francese.
Jeunet è incredibile e il suo talento straordinario è tale da poterlo tranquillamente inserire tra i più importanti registi francesi post-contemporanei. Il suo cinema è unico, una fiaba, un teatro dell'assurdo che lo ha consacrato sia da parte della critica che del pubblico unanime.
Questa specie di fantasy con venature horror e grottesche è la summa della cinematografia e degli sforzi a volte troppo "cervellotici" del regista. Dal punto di vista scenografico, della scelta del cast, le location, la messa in scena senza parlare delle musiche che giocano sempre un ruolo chiave nei suoi film, tutto è bilanciato alla perfezione con quell'attenzione minimale al dettaglio.
Jeunet allarga la poetica e la fa incontrare con un film così strano e indecifrabile da inserirlo tra le opere che verranno odiate a morte dalle produzioni che non capiranno mai a quale target venderlo.
Ai bambini non piacerà perchè troppo scientificamente complesso e intellettuale, agli adulti potrebbe in parte annoiare, mentre ai cinefili si aprirà un nuovo orizzonte e una nuova chiave di lettura e prospettiva cinematografica onirica e incredibile del regista.
La pluralità delle tematiche inserite nel film è stupefacente anche se non sempre vista la mole di maestranze accorpate, si riesce sempre a mettere a fuoco l'intento e la psicologia di alcuni personaggi e di alcune scelte narrative.
Per il resto è Arte a 360°, forse troppo complessa e disarmonica ma alla fine si rimane basiti di fronte ad un'opera che oltre richiamare tantissimo cinema del passato, cerca anche di essere un degno precursore e amante del genere distopico e del genere post-apocalittico e sci-fi.


martedì 14 febbraio 2017

Shin Godzilla

Titolo: Shin Godzilla
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Il Giappone precipita anel caso a seguito della comparsa di un mostruoso lucertolone gigante.

A ogni paese spetta la sua leggenda e il suo fantasma del passato.
Ridiamo dunque Godzilla ai suoi legittimi proprietari senza bisogno di doverlo più estradare in occidente. Siamo infine arrivati al 31° film dal '54 ad oggi (il 29°prodotto dalla Toho), contando che purtroppo la stessa casa giapponese aveva messo da parte alcuni progetti e trilogie sul re dei mostri che purtroppo dopo i fallimentari predecessori, parlo in particolare del vergognoso film di Emmerich, si erano tutti arenati.
Mettendo da parte il danno e la beffa di un paese che oltre ad aver creato le basi perchè si generasse il mito (le bombe su Hiroshima e Nagasaki), troviamo qui una coppia di registi talentuosi in ottima forma.
Il risultato è davvero una piccola chicca che chiude in maniera ottimale un anno peraltro che ha saputo regalare diverse opere importanti.
Resurgence (tit internazionale) sembra ripartire da zero cancellando la filmografia precedente o meglio inserendosi in quel filone che apparteneva ai monster-movie ma anche ai film di denuncia con diverse chiavi ideologiche che rispecchiano la politica e i limiti burocratici del paese.
Complesso, dinamico, puntuale nella sua critica. Questo ultimo Godzilla richiama gran parte delle paure e del vecchio cinema sci-fi nipponico. C'è il concetto della mutazione ed evoluzione della creatura, c'è il ruolo chiave dell'opinione pubblica che salvaguarda i suoi interessi.
I registi fanno subito in modo che dopo nemmeno venti minuti si arrivi ad empatizzare con il lucertolone mischiando al di là del perfetto connubio di generi, cg, motion-capture e miniature alla vecchia maniera che si produce più volte nel suo famoso ‘grido’ e nell’altrettanto noto raggio atomico con scene lunghissime in cui il lucertolone spara raggi dalla bocca e dalla schiena distruggendo qualsiasi cosa per poi scaricare le energie e addormentarsi accanto ad un grattacielo. Shin sbaraglia nel giro di pochi istanti tutta la concorrenza yankee riuscendo al contempo ad essere nostalgico, innovativo, sperimentale e sapendo unire generi e sottotesti.
Ipnotico quanto straordinario e suggestivo, il nuovo Godzilla spacca e distrugge.