Visualizzazione post con etichetta Romania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Romania. Mostra tutti i post

domenica 27 novembre 2016

Fixeur

Titolo: Fixeur
Regia: Adrian Sitaru
Anno: 2016
Paese: Romania
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 4/5

Un giovane tirocinante che lavora in una redazione viene a conoscenza di uno scandalo sessuale sensazionalistico che rappresenta la sua grande occasione per farsi notare e fare carriera nel mondo del giornalismo.

Peccato per quelle piccole e macchinose didascalie a cui il regista non sembra poter fare a meno (e mi riferisco ovviamente al rapporto padre/figlio e al tentativo di ricongiungersi) perchè il secondo film di Sitaru dopo il premiato e ambizioso ILEGITTIM e'un altro duro colpo alla sensibilità e alla psiche dello spettatore. Un dramma contemporaneo tratto da fatti reali di incredibile spessore.
Qui si parla di prostituzione minorile, di giovani ragazze spedite in altri paesi all'insaputa delle loro povere famiglie, del ruolo e della sensibilità dei giornalisti, delle contraddizioni dei media, della competizione sportiva e professionale e di molto altro ancora.
Fixeur è un film scritto molto bene che non si perde in inutili lagne ma arriva subito al punto, ovvero a far emergere lo "schifo". Proprio il terreno più duro e spietato viene inserito come una detective-story, in tutta la parte legata all'ostinazione di questo gruppo di giornalisti per avere l'anteprima su una delle prostitute che hanno deciso di denunciare il loro carnefice, finendo così in un altro inferno legato alla protezione e al cercare di rimanere nascoste. Dopo Mungiu, forse il più famoso tra i contemporanei registi rumeni, Sitaru continua anche a lui a battersi per un cinema sociale e di denuncia, un viaggio ambizioso, un cinema teso e morale in cui si scava nell'animo di un paese che grazie alla settima arte si sta piano piano rinarrando mettendo in luce difficoltà e contraddizioni del presente e del passato come si evince da numerose scene in cui la popolazione non sembra accettare di buon occhio gli intrusi "francesi" e la loro ambizione a portare a casa qualcosa che sembra dover appartenere solo alla Romania.
Perchè Fixeur non è tanto e solo il racconto sul giornalismo che manipola la verità e che sembra più legato alle conoscenze e ai favoritismi che non alla meritocrazia, ma parte da queste riflessioni per costruire un semi-saggio sul tema della verità e della conoscenza come scontro continuo con l’etica umana e la deontologia professionale. Ancora una volta sono rimasto sorpreso da come questi registi riescano ad antemporre la riflessività al posto del ritmo.
Quando Radu trova infine il modo per parlare con la ragazzina il film raggiunge il suo culmine, mostrando una tredicenne la cui vita è stata forse irrimediabilmente rovinata da ciò che ha passato, capace di comunicare solo attraverso la sua sessualità abusata e proprio da qui da questo incontro che Radu entra in crisi nella sua lotta interiore tra sciacallaggio giornalistico e la morale che lo porta a dover compiere una scelta fondamentale.



martedì 15 novembre 2016

Katalin Varga

Titolo: Katalin Varga
Regia: Peter Strickland
Anno: 2009
Paese: Romania
Giudizio: 3/5

Katalin Varga è costretta ad abbandonare il villaggio in cui vive. Il marito ha da poco appreso che Dobrán, il figlio adolescente che credeva suo, è frutto di uno stupro di cui la moglie non aveva mai avuto il coraggio di parlargli. Ora Katalin parte con Dobrán su un carretto trainato da un cavallo. Al figlio ha detto che si stanno recando dalla nonna che è ammalata. In realtà la donna ha una meta precisa: vuole saldare i conti con quell'episodio atroce.

Ancora Strickland, in questo caso con un film controverso, scomodo e doloroso, come parte della sua finora interessantissima filmografia. A questo giro però non siamo ne in Inghilterra ne in Italia ma il regista britannico di origini greche sceglie la Transilvania ungherese, a due passi dalla Romania per questo revenge-movie classico e che strizza l'occhio al cinema muto e ai grandi autori del passato. Sembra quasi di vedere un quadro e la natura (ostile e confortevole) diventa di nuovo uno dei simboli che il regista sfrutta al massimo (in questo caso come testimone dello stupro della protagonista all'interno del bosco che come un incubo ritorna in più flash all'interno del film) in un'opera tutta legata all'atmosfera di attesa, al cercare di comprendere la psiche di Katalin sempre più compromessa e legata ad un'altra sotto-storia drammatica che prende piega e porta ad un finale pesantissimo.
L'attrice rumena Hilda Péter riesce a dare naturalezza e spessore ad un personaggio scomodo e difficile. E cosa fai infine quando scopri il tuo carnefice. Cosa fai quando incontri l'orrore nell'orrore ovvero la scelta che sembra condizionarti la vita ma che sai ti porterà in un oblio ancora maggiore.
Quando Katalin incontra lo zingaro lui le dice "Sai, il fatto che io non sia mai stato punito è di per se stesso una punizione". Allora tutto il peso legato ai sensi di colpa in questo sconosciutissimo film del regista, diventa un fatto sociale a cui dare risalto e strutturarlo con una realisticità impressionante.


martedì 6 settembre 2016

Un padre, una figlia

Titolo: Un padre, una figlia
Regia: Cristian Mungiu
Anno: 2016
Paese: Romania
Giudizio: 4/5

Romeo Aldea è medico d'ospedale una cittadina della Romania. Per sua figlia Eliza, che adora, farebbe qualsiasi cosa. Per lei, per non ferirla, lui e la moglie sono rimasti insieme per anni, senza quasi parlarsi. Ora Eliza è a un passo dal diploma e dallo spiccare il volo verso un'università inglese. È un'alunna modello, dovrebbe passare gli esami senza problemi e ottenere la media che le serve, ma, la mattina prima degli scritti, viene aggredita brutalmente nei pressi della scuola e rimane profondamente scossa. Perché non perda l'opportunità della vita, Romeo rimette in discussione i suoi principi e tutto quello che ha insegnato alla figlia, e domanda una raccomandazione, offrendo a sua volta un favore professionale.

Mungiu è uno dei nuovi talenti del cinema internazionale. Un regista rumeno che in soli tre film è riuscito ad essere determinante sotto molti punti di vista intersecando tematiche attuali e drammatiche e unendole ad uno stile personale assolutamente riconoscibile.
La normalità diceva Matheson è un concetto di maggioranza, la norma di molti e non quella di uno solo. In questo caso lo scambio reciproco di favori, il compromesso, la corruzione e il pessimismo sembrano essere le icone di un paese che in fondo non si è riusciti a cambiare.
Il futuro visto come la fuga per i giovani, e l'educazione al cambiamento fuori dalla terra natia, diventa l'unica ancora di salvezza per una generazione, quella dei genitori, troppo preoccupati e timorosi per poter cercare altre soluzioni e prima di tutto ascoltare il volere dei propri figli. E'davvero attuale e intelligente, un film che muove al punto giusto il bagagliaio dei sentimenti in maniera come sempre naturale e ricca di dialoghi efficaci e funzionali all'impianto della semina e della raccolta.
Nell'ultimo film di Mungiu quasi nessuno è simpatico.
Tutti sembrano mogi e tristi, derelitti di un paese condannato che permette solo ad una piccola elite di andare avanti senza troppi ostacoli.
La conseguenza di una scelta, come nei suoi due film precedenti diventa la scheggia da cui far partire il film, l'incidente scatenante di una circolarità di scelte e di azioni che portano ad essere inghiottiti e fagocitati dalla proprio orgoglio. Il bisogno e l'esigenza di un padre che vuole tenere tutto sotto controllo, alla ricerca di impossibili equilibri e manovre disperate per mantenere l'autocontrollo e il decoro nella speranza che la fuga da uno sfortunato paese sia il bene più prezioso da regalare a sua figlia.
Il punto cruciale del film è che alla base c'è una decisione immorale. Questo porta soprattutto gli onesti a dover fare i conti con la realtà, con le conseguenze inattese e gli effetti perversi.
Un film che riesce a tenere incollato lo spettatore nella sua intricata serie di dialoghi e differenziandosi su più piani e problematiche, riuscendo infine a trovare, come spesso capita, un equilibrio proprio nella redenzione e nella capacità di saper trovare nell'ascolto e nel libero arbitrio il bene più prezioso.
"Errare humanum est" sembra ripetere il regista dall'inizio alla fine del film.

lunedì 29 giugno 2015

Oltre le Colline

Titolo: Oltre le Colline
Regia: Cristian Mungiu
Anno: 2012
Paese: Romania
Giudizio: 4/5

Alina torna dalla Germania per convincere l’unica persona che abbia mai amato, Voichita, assieme alla quale è cresciuta nell’orfanotrofio di un piccolo centro nella Moldavia rumena, a ripartire con lei. Quest’ultima però, nonostante l’affetto per l’amica, è entrata in un convento ortodosso e non sembra disposta a rinunciare a Dio. Alina, accolta temporaneamente nel monastero, decide allora di rimanere al fianco di Voichita, sperando di farle cambiare idea. Le conseguenze saranno impensabili e tragiche.

Mungiu al suo terzo lungometraggio fa di nuovo centro facendo incetta di premi a Cannes (vincendo come miglior sceneggiatura e migliori interpretazioni femminili).
Sceglie di nuovo due protagoniste, in cui è di nuovo la più forte a farsi carico delle debolezze dell'altra, e mette ancora una volta l'uomo a lato come una sorta di mentore che altro non fa che cercare di ottenere i suoi interessi in modo autoritario (come succedeva anche per il capolavoro precedente del regista).
In questo caso non è la gravidanza e l'aborto il tema, ma la religione, lo scontro tra civiltà e diverse anime abbandonate in un luogo isolato, asettico, ostile e soffocante.
La normalità è un concetto di maggioranza, questo è il monito che le monache sembrano dettare con le loro regole dentro il monastero e a cui l'insofferenza e il rifiuto di Voichita risulta un grido disperato in una muraglia di silenzi e gelo totale.
Mungiu è partito da un fatto avvenuto in un convento sperduto della Moldavia, nel quale una ragazza ha trovato la morte in seguito ad un esorcismo, e ha trasformato la cronaca dell'evento in evento cinematografico, (ri)aprendo grazie agli strumenti del cinema ciò che la storia aveva chiuso.
Un risultato che risulta ancora più efferato e brutale, soprattutto contando che le violenze sono perlopiù psicologiche e non fisiche, una mossa astuta che il regista rumeno compie in modo magistrale.
Oltre le colline è quel grido di libertà che non verrà mai udito, un inno di amore contro ogni costrizione, spirituale, materiale, scientifica

Forse l'unica nota dolente del film è la durata e alcuni momenti che sembrano eterni, ma fanno probabilmente parte di un limbo in cui il regista ci catapulta, per farci entrare ancora di più in empatia con Voichita.

martedì 10 febbraio 2015

4 mesi, 3 settimane 2 giorni

Titolo: 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
Regia: Cristian Mungiu
Anno: 2007
Paese: Romania
Giudizio: 5/5

Otilia e Gabjta sono due studentesse universitarie che alloggiano nel dormitorio di una città romena. Siamo negli anni che precedono la caduta del regime di Ceausescu e Gabjta affitta una stanza d'albergo in un hotel di bassa categoria. Ha un motivo preciso: con l'assistenza dell'amica ha deciso di abortire grazie anche all'intervento di un medico che però rischia l'arresto, essendo l'interruzione procurata della gravidanza un reato. Otilia resta a fianco dell'amica soffrendo intimamente per quanto sta accadendo e scoprendo progressivamente la fragilità della sua condizione umana. 

E’difficile non rimanere basiti di fronte alla fermezza e alla decisione che portano due donne fino alla tragica scelta di abortire, assumendosi rischi e pericoli in una realtà (quella rumena) ormai quasi giunta al collasso.
Affrontare un dramma come quello che ha coinvolto un’intero paese alle porte del’89 prima della caduta di Cusescu, riflette in modo essenziale lo scenario di quegli anni.
E lo fa non cercando soluzioni storiche, ma riflettendo sulle contraddizioni di una società che divide le classi sociali e punta tutto sull’egoismo estremo, in cui le contrattazioni sono all’ordine del giorno dovendosi, spesso e volentieri, accontentare di ciò che si trova in un clima di ristrettezze e precarietà.
Una palma d’oro pienamente meritata, soprattutto se si considera il tema trattato, la sua sobrietà e il suo coraggio di non far mancare nulla, regalando dei dialoghi taglienti e magistrali come quello del pranzo (sembra un piano-sequenza eterno) e il dialogo delle due protagoniste nella stanzetta sobria dell’albergo con Domnu Bebe.
Fa gelare il sangue una delle battute con cui aprendo la valigetta, Bebe è assolutamente diretto nella sua professionale etica con cui porta avanti aborti clandestini “Lei si è divertita, non io”.
Un personaggio duro e professionale che lascerà aperte molte domande.
E sono spiazzanti i contrasti con cui il regista caratterizza le sue due protagoniste.
Da un lato la fermezza, Otilia, lo sguardo serio di chi non accetta di farsi mettere i piedi in testa mantenendo sempre una caparbietà di fondo; mentre dall’altra parte, Gabjta, la totale fragilità, stranita ed estranea al mondo e a quello che le succede intorno e il suo non saper dare una voce ad un trauma che la segna come molte altre e la fa scendere a dei tragici compromessi con il suo corpo.

Il cinema di Mungiu è spietato nel suo realismo, si muove con soluzioni che rimandano al cinema d’autore e si concentra su alcuni passaggi fondamentali per comprendere il suo universo.