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sabato 23 settembre 2017

Shot Caller-La Fratellanza

Titolo: Shot Caller-La Fratellanza
Regia: Ric Roman Waugh
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob Harlon, uomo d'affari e padre di famiglia, finisce in carcere con l’accusa di omicidio colposo dopo aver provocato la morte del suo miglior amico Tom in un incidente automobilistico. Per sopravvivere tra le sbarre si unirà alla fratellanza ariana…

Shot Caller- Las Fratellanza è un ibrido già visto e rivisto. Un prison movie senza nessun guizzo narrativo ma lavorando solamente con il montaggio scandito in tre archi narrativi diversi della vicenda (quindi il "traguardo" della regia e di non aver usato il tipico montaggio su due piani temporali ma di averne aggiunto uno...)
Sono tanti gli elementi che non funzionano nel film. Dal protagonista assolutamente non in parte a tutta una serie di artifici e accessori che sinceramente trovo pacchiani e noiosi così come inquadrare l'interno del carcere sempre allo stesso modo.
E'la saga del già visto con un immaginario razziale banale e grossolano e in cui i personaggi, sia neri che bianchi neonazisti sono tutti grezzi e bidimensionali come la regia noiosa e scontata di Waugh che sembra essere il primo a non crederci e infine Lannister che riesce a non togliersi quel fastidioso sorrisetto nemmeno nelle scene più violente e drammatiche.
E poi la parte finale con il figlio che a distanza decide di perdonarlo proprio non si può sentire.



lunedì 6 marzo 2017

Robinù

Titolo: Robinù
Regia: Michele Santoro
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mondo di soldati bambini che imparano a sparare a 15 anni, a 20 sono killer professionisti e talvolta non arrivano ai 30. Michele Santoro li incontra e li fa parlare. Ma non si trovano, come si potrebbe pensare, in qualche area del continente africano. Vivono e combattono una guerra, che è arrivata a contare fino a 80 morti, nelle vie e nei vicoli di Napoli.

Ormai il cinema d'inchiesta non viene solo più fatto da registi ma anche da ex politici e giornalisti.
La critica più grossa che si può muovere a Santoro è lo scarso lavoro sugli intenti e sugli obbiettivi che il documentario si pone. Sembra una videocamera che in alcuni momenti di nascosto filma dialoghi e monologhi a caso nei quartieri spagnoli di Napoli, in cui gli stessi intervistati spesso e volentieri risultano spiazzati, alcuni presi alla sprovvista mentre altri semplicemente non capiscono se sia una cosa seria o interviste che magari non verranno nemmeno trasmesse.
Il (macro)cosmo napoletano della paranza dei bambini quel fenomeno che ha fatto si che la camorra, soprattutto in zone centrali di Napoli, continui le sue faide armando minorenni e distruggendo famiglie e quartieri interi ha dalla sua alcune scoperte e volti che si imprimono nella psiche dello spettatore con una forza e una violenza tremenda.
Vengono intervistate tante famiglie, tante persone, tante storie narrate con l’occhio investigativo da inchiesta e con il giusto tempo filmico affinché vengano esplicate per bene le condizioni dei ragazzi, la cui unica sfortuna è quella di vivere in quei territori. Viene raccontato tutto, dal mondo che li attornia fin dalla nascita, a come vengono attratti dal sistema e fino alla loro incarcerazione, per i più fortunati che sono in carcere e che hanno la possibilità di replica.
Le riprese attraversano le case, i quartieri ma soprattutto entrare dentro Poggioreale per scoprire la storia di Michele, un ragazzo che va per la sua strada, non appartiene a nessuna fazione, vuole una propria paranza, riceve lettere d’amore dalle ragazze in visibilio per lui, incosciente, sarcastico, sopportando il carcere con disinvoltura sapendo che la sua unica strada è quella.
L'unica vera domanda e riposta che il documentario ottiene è anche quella che fa più male, lascia perplessi e lascia la domanda aperta in questo caso alle istituzioni, su cosa vogliano fare.
Tutti i ragazzi ribadiscono la stessa cosa e il dato è davvero inquietante. Il primo a dirlo manco a farlo apposta è proprio Michele.Ma che futuro può avere un ragazzo incarcerato a 17 anni, che se va bene esce a 40 anni, quando l’unica cosa che ha conosciuto è la malavita, come si spaccia, l’estorsione e la prostituzione? Quale futuro gli si propone se in carcere non vengono avviati alcuni programmi di recupero, scolastico o di rieducazione? "Dentro il carcere non avviene nulla e quando usciremo saremo ancora più cattivi "
Questa frase e questa immagine dolorante dovrebbe far riflettere e cercare in qualche modo di porre un rimedio o almeno sperare che in futuro qualcuno riprenda in mano la situazione cercando di investire proprio all'interno delle carceri. Robinù così viene chiamato Michele dal padre, rubava ai ricchi per dare ai poveri, insegnando tra l'altro che proprio in quelle zone nessuno dei baby aspiranti boss mostra di aver avuto bisogno dei personaggi della fiction per desiderare di entrare nel mondo della criminalità più o meno organizzata come dice GOMORRA e i libri di Saviano.
Robinù è una tragedia in corso quotidiana, un'emergenza che non si vuole vedere, un documentario sporco, disorientante, segno di un’esperienza non collaudata e pure girato con una certa fretta.



domenica 18 settembre 2016

Banshee

Titolo: Banshee
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Usa
Stagioni: 4
Episodi: 38
Giudizio: 3/5

Il protagonista principale è un criminale, che dopo aver scontato quindici anni di prigione a seguito di un tentativo di rapina finito male, ritorna in libertà. Immediatamente si mette sulle tracce della sua ex amante e complice, Ana, mentre si ritrova braccato dagli uomini del boss criminale che aveva tentato di rapinare, Mr. Rabbit. Le sue ricerche lo conducono quindi in un luogo immaginario, ossia a Banshee, una piccola città della Pennsylvania abitata prevalentemente da una popolazione Amish. Banshee, come viene detto in una presentazione della serie, è una creatura femminile della mitologia irlandese che porta sfortuna e probabilmente ciò ha ispirato il nome della città, che è rappresentata come una località in apparenza bella, pacifica, ma in realtà abitata da alcune persone orribili, come Proctor, un potente gangster che nasconde le proprie attività criminali dietro la facciata di uomo d'affari e praticamente tiene in pugno la città. Il protagonista qui rintraccia Ana, che ha cambiato identità ed è nota come Carrie Hopewell, moglie del procuratore distrettuale. Dopo essersi ritrovato casualmente in uno scontro a fuoco tra il nuovo sceriffo appena arrivato in città, Lucas Hood, e alcuni criminali del posto, i quali finiscono tutti uccisi, decide di rubare l'identità dello sceriffo e rimanere in città, nel tentativo di convincere l'ex complice a riprendere il rapporto con lui.

Banshee ha qualcosa di infinitamente idiota ed esageratamente tamarro questo è vero.
Si prende poco sul serio o meglio quando lo fa non ci riesce comunque.
Diciamo proprio: e'una serie di ignoranza senza precedenti.
Eppure è adorabile, fantasticamente pieno di ritmo e di insensatezze che piacciono perchè incasellate in modo furbo, certo banale, ma d'effetto.
E'un telefilm di uomini duri che bevono in silenzio whisky, scopano senza un domani e fanno rapine con una facilità degna dei serial americani.
Ho deciso per limiti di tempo di essere coinciso e perchè sinceramente trovo esagerati e inutili tutti coloro che recensiscono, magari con due o tre pagine, ogni singolo episodio di tutte le lunghe e disparate serie che guardano.
Nel mio caso sarò estremamente veloce contando che provare a dare un giudizio su quattro stagioni tutte assieme per 38 episodi e opera folle come non ho quasi mai fatto.
Seppur con tante trovate, alcune davvero banali e scontate mentre altre quasi d'effetto, la serie trova nell'esagerazione, nella continua diversificazione dei personaggi l'elemento più imprevedibile e divertente. Poi senza stare a prendersi in giro, in Banshee ci sono un sacco di fighe, spogliarelli e altro che fanno capire quale è stato l'elemento in più della Cinemax, costola della HBO, ex canale sporcaccione dei porno softcore.
Veniamo per ordine. Che cosa c'è in Banshee: violenza, nudi, scopate, indiani, amish, freaks, checche che spaccano i culi, tette e culi, inseguimenti, sparatorie, religioni caratterizzate col culo, fbi, azione a gogò, mafiosi russi e ucraini, branchie del governo che appaiono e scompaiono, zii che scopano le nipoti, motociclisti, albini che sodomizzano, sceriffi senza uno scopo nella vita, tutori del disordine, nazisti e bambini malati.
In mezzo a tutto questo poi non esiste solo la città di Banshee, vero tesoro per gli scambi di identità, ma altri coloratissimi e insensati luoghi che danno e creano disordine e ovviamente uniscono i tasselli di una trama che come per molte altre serie tende a lavorare per accumulo.
Ho un problema grosso.
Ho visto questa serie qualche mese fa ma per strani, arcani e sinistri motivi non l'ho mai recensita. Quindi inserire le trame di quattro stagioni non avrebbe senso e quindi non lo farò.
La parola chiave di Banshee comunque rimane una: l'adrenalina, quella che piace perchè spegne il cervello.
Continuando sono davvero tanti i luoghi comuni che vengono buttati sullo schermo senza pensare alle conseguenze, come un giocattolone che forse si pensava non sarebbe mai andato oltre il primo episodio, ma che invece è stato addirittura ed esageratamente tirata avanti e non a caso le ultime due serie sono quelle che hanno i maggiori wtf.
Da questo punto di vista l'ultima serie infatti è forse quella campata più in aria e l'antagonista con quelle corna da minchione sembra una parodia del satanismo e delle new-religion.
L'unico aspetto politicamente scorretto (il vero colpo di genio se vogliamo), ma dubito che appartenesse negli intenti dei due creatori, è quello di dare potere ad un uomo comune tutto rapine e discutibile senso della morale. Come a dire che chiunque potrebbe fare lo sbirro o lo sceriffo in America (o forse un po ovunque...) e che tanto non bisogna sapere e capire niente sulla legge perchè in fondo basta trovare un minimo di coerenza e buon senso quando la circostanza lo ritiene.



giovedì 4 agosto 2016

Colonia

Titolo: Colonia
Regia: Florian Gallenberger
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Lena e Daniel sono una coppia di giovani tedeschi innamorati. Lei è una hostess della Lufthansa, lui un grafico e un fotografo, che si è messo a servizio delle speranze rivoluzionarie del Cile di Salvador Allende. Daniel ha appena deciso di tornare in Europa con lei, quando rimane bloccato dal colpo di stato del 1973. Segnalato come collaboratore dei comunisti, viene rapito dalla polizia segreta di Pinochet, torturato orrendamente, e segregato nella cosiddetta Colonia Dignidad, nel sud del paese: una missione guidata dal carismatico Pius, alias Paul Schafer, dalla quale nessuno è mai riuscito a fuggire. Abbandonata dai compagni di Daniel, che hanno preso la via della clandestinità, Lena decide di entrare sola e volontaria a far parte della setta, per ritrovare il suo fidanzato e cercare di portarlo in salvo.

Non è mai facile attraversare alcuni momenti bui della storia.
Il cinema ci prova spesso con risultati contraddittori a seconda di quanto vengano premiati gli intenti e la storicità del fenomeno storico.
In questo caso Colonia Dignidad con il suo leader a dir poco carismatico ma autoritario Schafer è un'altra di quelle storie malate e inquietanti che il cinema si è preso la briga di raccontare e mostrare attraverso le immagini.
Quando però si punta troppo sull'azione esasperando un dramma e spettacolarizzandolo, si rischia di finire su un terreno poco fertile e irto di spine. Per fortuna il film tedesco riesce nonostante alcuni momenti traballanti, quasi tutti nella seconda parte, ha scampare da questo problema ma purtroppo senza focalizzarsi mai troppo bene sul dramma, preferendo una improbabile storia d'amore assai stereotipata e con alcuni eccessi davvero poco convincenti.

Se poi all'espressività enigmatica di Bruhl poniamo accanto la tipica mono espressione della Watson, davvero poco credibile come scelta e come recitazione, allora alcuni sforzi sembrano vani.

giovedì 21 luglio 2016

Breathing aka Amen

Titolo: Breathing aka Amen
Regia: Karl Markovics
Anno: 2011
Paese: Austria
Giudizio: 4/5

Roman ha appena compiuto i diciotto anni ma non ha alcun motivo per festeggiare. Non ha famiglia, è senza amici e per di più sta scontando una lunga condanna all’interno di un penitenziario minorile. Presto gli si presenta, però, la possibilità di lasciare l’istituto a patto che si trovi un lavoro che gli permetta di reinserirsi nella società. Dopo vari tentativi andati a vuoto, il ragazzo è assunto in un obitorio. Qui, di fronte al cadavere di una donna che porta il suo stesso cognome, decide di mettersi alla ricerca della madre e delle sue origini.

L'Austria quasi sempre ci porta a sondare scenari drammatici e situazioni molto pesanti.
Markovics non sembra allontanarsi troppo da questa specie di reputazione e punta tutto su un viaggio di redenzione reale, quasi silenzioso, lasciato sulle spalle del suo giovane protagonista.
Un anti eroe già segnato da una maledizione che non lo molla per tutta la durata della pellicola.
Soffocare, non sentirsi mai liberi, spostarsi da una prigione per recarsi in "altre" prigioni dell'anima che lasciano sempre un senso di vuoto e di morte che non è solo quella che si vede nelle vittime con cui Roman ha a che fare ma che diventa metafora di un male sociale e di istituzioni incapaci di creare soluzioni diverse che non schiaccino la voglia di vivere dei giovani anche quando questi per ragioni complesse e strazianti arrivano ad uccidere un coetaneo.
Fine pena mai, sembra quasi il leitmotiv della sua vita, senza colpi di scena, amici o entusiasmo.
Il controllo della respirazione diventa la nota principale attraverso cui si dipana il film almeno fino a quando non lascia spazio al desiderio di scoprire e di dare e darsi una propria identità.

Solo in questo modo si scopre un'altra vita, un altro percorso di ricerca e infine un obbiettivo che anche se non porterà alla risposta che si vuole, diventa quell'unica possibilità per slacciarsi dall'alienazione e dall'omologazione che rischia di distruggere il protagonista.

lunedì 18 luglio 2016

Fiore

Titolo: Fiore
Regia: Claudio Giovannesi
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Carcere minorile. Daphne, detenuta per rapina, si innamora di Josh, anche lui giovane rapinatore. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l'amore è vietato: la relazione di Daphne e Josh vive solo di sguardi da una cella all’altra, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine. Il carcere non è più solo privazione della libertà ma diventa anche mancanza d'amore. FIORE è il racconto del desiderio d'amore di una ragazza adolescente e della forza di un sentimento che infrange ogni legge.

Fiore è un dramma toccante sulla possibilità e il coraggio di andare avanti.
Un prison-movie che spinge verso una storia d'amore quasi impossibile tra le mura del carcere, un rapporto genitoriale complesso e una natura selvaggia ricca di sfumature.
Un film che non cerca sensazionalismi o scene melense ma lascia sempre una scia di sofferenza e di cattività come le celle in cui vengono destinati i due amanti.
Fiore è la metafora della speranza, le cui gesta rimarranno impresse dalla grande prova della giovane protagonista Daphne ed è un film indie italiano che ricerca e si pone degli interrogativi interessanti su temi sociali poco avvezzi alla nostra cinematografia.

Lascia un segno profondo di consapevolezza e di verosimilità come capita di rado nei film di fiction italiani.

giovedì 16 luglio 2015

Boston Streets

Titolo: Boston Streets
Regia: Brian Goodman
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Brian e Paulie sono due amici cresciuti insieme come fratelli nelle strade dei quartieri più poveri e duri di Boston. Per sopravvivere sono pronti a tutto, e pian piano i vari piccoli crimini si trasformano in roba più seria, fino a portarli a lavorare per la criminalità organizzata, al comando del boss Pat Kelly. Brian inizia a perdersi sempre più, complice anche la droga, e il grande amore per sua moglie e suo figlio non sembrano bastare a redimerlo. Nel frattempo Paulie progetta un colpo grosso che dovrebbe permettere loro di chiudere.

Boston Streets aveva tutte le carte in regola per essere un film di quelli che mescolano insieme dramma, prison-movie e gangster-movie legato ad una storia vera.
Purtroppo la pellicola di Goodman è infarcita di stereotipi, sonda il già visto e il già detto e non sfrutta al massimo il potenziale del cast dando troppa libertà a Hawke e lasciando in ombra Ruffalo. Goodman non riesce ad andare oltre un film didascalico nella forma e negli intenti con troppe sofferte lacune di storia e di idee prive di pathos che non creano empatia col pubblico rendendolo pallido e frustrante con qualche buon momento perlopiù legato al personaggio di Brian e alla sua sofferta condizione famigliare che non riesce a gestire e rovina in un crescendo spasmodico.
Forse non è un caso che Goodman non abbia fatto altro se non un film mai uscito con Nicolas, redivivo, Cage.



lunedì 22 giugno 2015

Blackbird

Titolo: Blackbird
Regia: Jason Buxton
Anno: 2012
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Sean Randall, adolescente problematico, stringe una anomala amicizia con Deanna, una giovane ragazza già fidanzata. Dopo un violento scontro con il ragazzo di Deanna, Sean fa intendere con il suo atteggiamento minaccioso on line di voler fare una strage sul modello di quanto successo alla Columbine. L'intervento della polizia in casa sua rivela la presenza di un arsenale di armi - tutte appartenenti al padre di Sean, accanito cacciatore - e una lista nera contenente una ventina di nomi di persone, tutti in qualche modo legate a Sean. Mentre le autorità e i media proclamano di aver sventato in tempo un massacro senza senso, Sean si ritrova ad affrontare una terribile prigionia in un centro di detenzione giovanile e a dover tentare di dimostrare la propria innocenza.

Blackbird è un atipico film sul sociale, sulla paura della devianza, sull'omologazione, la redenzione e le vessazioni costanti dentro e fuori la società.
Un film inoltre sul potere dei media e sulla suggestione.
Il quarto film di Buxton è solido nella sua descrizione di un microcosmo in cui vive il giovane Sean con diversi problemi alle spalle giocando su una buona psicologia del protagonista (i dialoghi non sono quasi mai forzati o ridondanti) e sfruttando un cast poco conosciuto ma molto funzionale.
Il rischio di una seconda Columbine e la psicosi di gruppo degli adulti in un paesino impeccabile, ingigantito dalla debolezza dei tribunali, sembrano far emergere una critica nei confronti delle istituzioni che rovinano le certezze e il futuro di alcuni giovani, non riuscendo a trovare altre formule se non quelle della pena detentiva nonchè una sopravvivenza forzata.
Blackbird ha il merito in quasi due ore di spaziare dal contesto familiare e scolastico, a quello carcerario e del tribunale ed infine di tornare al paesino freddo di Sean che non ha creduto per un solo minuto della sua innocenza.



Son of a Gun

Titolo: Son of a Gun
Regia: Julius Avery
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Arrestato per un reato minore, il diciannovenne JR si scontra rapidamente con la dura vita carceraria e accetta la protezione offertagli da Brendan Lynch, il nemico pubblico numero uno australiano. Poiché la protezione ha un prezzo, una volta tornato a piede libero JR è chiamato a restituire il suo debito, aiutando Lynch a ritrovare la sua libertà con un'audace fuga. Come ricompensa, potrà prendere parte a una serie di rapine milionarie che porteranno JR in rotta di collisione con il suo ex mentore non appena le cose inizieranno ad andare male.

Se è vero che pur partendo da una vicenda a tratti reale come quella del personaggio di Brendan Lynch, l'esordio alla regia di Avery, seppur infarcito di stereotipi e intrecci scontati, ha una sua anima ben delineata coadiuvata da un cast interessante e alcune scelte, come quella nel finale, che se non originali almeno non abbassano il tono generale della pellicola.
Da prison-movie, con tutta l'iniziazione del caso, si passa poi ad un ritmato heist-movie, in una sottotrama, nel secondo atto, in cui il protagonista si invaghisce di una prostituta cercando di sottrarla al suo pappone, in una love-story comunque non così banale come si pensava.
Se non sono i colpi di scena a farla da padrone nel film, è l'atmosfera che cambia di continuo, la recitazione attenta e capace di restituire quella sofferenza che in diversi ambiti attraversa tutti i personaggi legati ad un futuro tanto drammatico quanto doloroso.


martedì 10 febbraio 2015

Dog Pound

Titolo: Dog Pound
Regia: Kim Chapiron
Anno: 2010
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Davis, 16 anni, traffico di stupefacenti. Angel, 15 anni, furto d'auto con scasso. Butch, 17 anni, aggressione a pubblico ufficiale. Una stessa sentenza : la prigione minorile di Enola Vale. Giunti nel centro di detenzione dovranno scegliere da che parte stare: vittime o carnefici?

Con una brevissima descrizione dei personaggi, Chapiron ci porta subito all’interno del canile ovvero una sorta di riformatorio canadese dove ognuno deve cercare di salvare la propria pellaccia ma alla fine dovrà vedersela con il male maggiore rappresentato dalle istituzioni e dalla direzione generale.
Un film senza infamia ne gloria, una film piacevole e nemmeno troppo violento, al contempo non si po’ parlare di un film riuscito perché sono troppe le ingenuità e gli stereotipi adottati e sfruttati al regista che aveva fatto molto meglio con l’inquietante SHEITAN tutto addossato sulle spalle del buon Cassel.
Sui prison-movie sono altri i titoli da ricordare e lasciano basiti le parole del regista quando spiega le ragioni per cui interessarsi di una tale vicenda e che per tentare di portare ancora più pathos e drammaticità, crea un finale d’effetto davvero triste e inflazionato.

"Dog Pound vuole lanciare un messaggio: rinchiudere i giovani in carcere non è la soluzione giusta. Questo film è uno specchio che porgo per mostrare quanto questo processo sia sbagliato. Mischiare quelli che possono ancora salvarsi con persone che hanno conosciuto una realtà spaventosa è una negazione della civiltà". Grazie Chapiron per averci illuminato con la tua saggezza…

martedì 2 dicembre 2014

Starred Up

Titolo: Starred Up
Regia: David Mackenzie
Anno: 2013
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Eric è un diciottenne recluso in una casa di correzione, dovendo scontare una pena comminata in seguito ad alcuni episodi di piccola delinquenza. Anche dietro le sbarre non riesce a controllare il suo carattere violento e indisciplinato Quindi viene sottoposto a varie punizioni e, infine, a una misura raramente applicata in Gran Bretagna: il trasferimento in un carcere per adulti. Succede che venga internato nello stesso stabilimento penale dove è rinchiuso anche suo padre. In breve la relazione tra figlio e genitore, che anche in passato era stata difficile, diventa ancora più complicata. Finché un giorno un terapista comportamentale, che svolge servizio volontario nella prigione, prende contatto con Eric. Il giovane, pur inizialmente restio, poco a poco si inserisce in un gruppo di discussione con altri detenuti. E quindi accetta di condurre una revisione critica della propria vita e delle proprie azioni.

Il duo Mackenzie O'Connell funziona egregiamente in questa sofferta analisi di un multiproblematico rapporto padre-figlio tra i muri della prigione.
Infatti ritrovarsi tra le stesse mura per i due innesca in entrambi, il giovane ribelle ed incontenibile, il padre più calmo ma non meno letale, sentimenti antitetici che spaziano dal desiderio di ristabilire le basi minime per una ricostituzione di un dialogo, alla rivendicazione di vecchi torti subiti o rimorsi per comportamenti od omissioni giudicati imperdonabili come gli abusi nel caso di Eric.
Senza concedere inutili scene sentimentali, qualcuna c'è ma doverosa è mai gratuita, il regista ci mostra subito questo ragazzo e la sua visione del mondo senza stare a soffermarsi su flashback o dialoghi ridondanti ma arrivando invece subito al cuore caldo della vicenda.
Diciamo che il mio giudizio prende tanto in esame il finale del film, purtroppo la parte più telefonata e meno interessante della storia, ma che alla fine mostra senza abbassare i toni, una redenzione che passa attraverso la paura e la forza come strumenti e veicoli su cui misurare la propria identità in un ambiente sociale sempre più terribile e pericoloso.
In alcune scene mi sembrava di rivedere BRONSON come in altre IN THE NAME OF THE FATHER per l'aria che tira in prigione e per la maniera tutt'altro che commerciale o paternalistica con cui Mackenzie da tono e spessore alla vicenda.
Il contributo maggiore del film comunque è legato all'ottima sceneggiatura ad opera del debuttante Jonathan Asser che si è ispirato alla propria personale esperienza di educatore a contatto con i criminali che scontano pene presso il carcere britannico di Wandsworth. La scrittura appare autentica e credibile nel descrivere, senza ipocrisie e moralismi, la particolare condizione psicologica e i comportamenti dei reclusi. Infatti non sorprende che una delle parti più interessanti del film sia proprio il rapporto tra l'educatore ed Eric.

lunedì 25 febbraio 2013

Oltre la legge

Titolo: Oltre la legge
Regia: Ash Adams
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Chance Ryan ha passato gli ultimi cinque anni in prigione e ora vuole rifarsi una vita, ma non è facile. E' sommerso dai debiti e ricattato da un poliziotto corrotto. Come se non bastasse il rapporto con il padre non è dei migliori dato che si tratta del capo di una gang proprio all'interno della prigione dove Chance era rinchiuso. Una volta caduto, riuscirà a rialzarsi?

Oltre la legge è un prison-movie che pur non aggiungendo nessuna novità al genere riesce comunque a mantenere un buon ritmo nonostante alcune evidenti scene in cui l’azione fatica a decollare.
Merito della parziale riuscita del film è sicuramente la presenza di Ed Harris in un insolito ruolo di boss della razza ariana costretto a vivere e dare ordini dal microcosmo carcerario.
Brian Presley, il protagonista, è quel classico tamarro pompato che non disdegna una vita legata agli eccessi e agli incontri clandestini.
Il plot fondamentalmente ruota attorno a questa vicenda inserendo però la carta del bambino piccolo costretto a seguire Chance (un nome una garanzia…)nel suo viaggio di redenzione (contando che non è nemmeno suo figlio ma gli è stato sbolognato malamente dalla ex).
Un film grezzo e con un linguaggio alle volte molto volgare eppure riesce nel suo fatidico compito di intrattenere regalando anche alcuni buoni momenti senza fare l’errore di prendersi troppo sul serio.
Inoltre il fatto che la redenzione passi attraverso il rapporto che Chance e il fratello tossico hanno con il padre non è male e regala una prospettiva e una dinamica diversa nel genere.
Tutti elementi che fanno da bilanciere rispetto alla debole terza regia di Ash, che non apporta nessun cambiamento con scene piatte e un montaggio non sempre soddisfacente.

Lock Down

Titolo: Lock Down
Regia: Daniel Zirilli
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Avery aveva tutto: una splendida compagna, un bambino e una borsa di studio appena assegnata. Ma nel giro di pochi secondi la sua vita cambia drasticamente e quella che era iniziata come un'al legra serata tra amici si conclude nel dramma. Una ragazza muore, un poliziotto viene ferito e Arvey finisce dietro le sbarre. Nell'attesa di essere scagionato, per sopravvivere in un posto dove poco importa della sua innocenza, è costretto a sottomettersi alle dure regole "del gioco"

Avete presente quei film di arti marziali (in questo caso MMA) di serie b usciti direttamente per il mercato direct to video e in cui nella copertina anziché il protagonista(sconosciuto)compare Vinnie Jones e Bai Ling. Beh questi sono catalizzatori di quello che ci si ritrova a guardare senza lode e senza infamia. Semplicemente un film costruito ad hoc come tanti per regalare ottimi combattimenti(vabbè sul protagonista e dove abbia imparato così bene a lottare rimangono dubbi e doverose perplessità)+una scena in cui Vinnie si sta per scopare la Ling.
Ultimamente i film “pugni in gabbia” stanno letteralmente esplodendo facendo intuire come agli appassionati interessino solo i combattimenti a dispetto di una storia spesso più che mai abbozzata. Non manca il finale con un bel cage fight e qualche piccolissimo spunto interessante. Certo per essere quasi un copia/incolla di UNDISPUTED 2 sembra più una parodia.

venerdì 11 gennaio 2013

Felon

Titolo: Felon
Regia: Ric Roman Waugh
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un amorevole padre di famiglia, con un futuro promettente, perde tutto quando uccide accidentalmente il ladro che ha fatto irruzione in casa sua. Condannato per omicidio involontario, dovrà trascorrere tre anni all'interno di una struttura di massima sicurezza dove le regole della società non si applicano più

"Quando la tua vita è determinata da una sola azione cambia la concezione che hai del tempo"
I prison-movie sono sottogeneri interessanti. Ultimamente ne sono usciti alcuni che valgono di essere visionati come l’indipendente Felon forse mai uscito nel nostro paese. Ed è un peccato perché se anche in alcune parti il film non aggiunge nulla a tutto quello che si è già visto, c’è qualcosa di tremendamente autentico nel viaggio negli inferi del protagonista, un Dorf in ottima forma.
La storia per l’appunto non essendo così originale riesce a intrattenere con un crescendo di azione, dramma e violenza tutti dosati con buone capacità e alcuni momenti addirittura toccanti in cui il dato più importante è proprio quello di riuscire a identificarsi subito con il protagonista.
La cosa poi strana e quasi anomala è che Val Kilmer contando che negli ultimi anni sta girando più film di Nicolas Cage recita pure bene ritagliandosi un personaggio che si fa apprezzare, una sorta di guru carcerario con un proprio sistema di regole che non accetta compromessi all’interno delle bande della prigione.

giovedì 14 aprile 2011

Prison

Titolo: Prison
Regia: John Frankenheimer
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una prigione dura, ad altissimo tasso di violenza dove i detenuti vengono stipati, ingabbiati come bestie e ridotti a vivere in uno stato di miseria e di abbandono. La rabbia e la repressione con il passare del tempo si trasformano in odio e violenza. Ora i detenuti sono pronti a far valere le proprie leggi e fanno esplodere una sommossa brutale, sanguinaria che travolge chiunque si trovi sulla loro strada...

Un bel dramma ispirato da una storia vera, ovvero le cronache della rivolta scoppiata nel supercarcere di Attica nel settembre del 1971,e di cui solo pochi anni fa si sono conclusi processi per stabilire resposabilita'e risarcimenti.
L'ambiente del carcere è stato spesso sfruttato nel cinema e capita in esempi recenti CELLA 211 che ne esca fuori un quadro esaustivo e una critica sui diritti dei prigionieri e delle condizioni di vita all'interno.
Sperando che rimangano sempre e il più possibile distanti dai cerchi infernali danteschi come i C.p.t di cui si preferisce non parlare mai, il film di Frankenheimer fa riflettere molto sui diritti e i doveri dei prigionieri e delle guardie.
Responsabilità ancorate chissadove sfociano in una rabbia quasi primordiale. Emerge tutta la rabbia di uomini abbandonati a loro stessi e costretti per forza di cose non avendo uno stato che scommette su di loro a imbrigliarsi in piccoli gruppi di appartenenza(quasi sempre legato al colore della pelle).
Cosa può dunque fare il beniamino di David Lynch che non sa da che parte stare come Juan che anche se vive da subito la catarsi, solo che lui se all'inizio si fa prendere la mano poi scopre quell'universo che forse non è così distante dal loro.
Il film si avvale di una sempre ottima e sobria regia, un cast nutrito e ben contaminato e alcune scene davvero impressionanti contando che il livello della violenza non si risparmia mai.
Vedere poi guardie e ladri sguazzare tutti nello stesso fango èuna scena che la dice lunga.

giovedì 7 aprile 2011

Stoic

Titolo: Stoic
Regia: Uwe Boll
Anno: 2009
Paese: Canada/Germania
Giudizio: 3/5

Stoic è uno dei tre progetti non tratti da un videogame del regista Uwe Boll. La storia segue tre prigionieri giocare a una partita di poker, ma il perdente sarà costretto a mangiare il proprio vomito in un rituale che si evolve in uno stupro, seguito da un omicidio/suicidio. Sembra che la storia sia tratta da un fatto realmente accaduto.

Stoic non è un film per tutti e Uwe Boll viene ancora considerato come uno dei registi peggiori del mondo.
Nel senso che mette a dura prova i nervi dello spettatore il quale è costretto a subire il calvario della vittima all'interno di una piccolissima cella inscenando un dramma sociale strutturato per certi versi in modo molto originale.
Quattro personaggi, una location e un dietro le quinte dove assistiamo al racconto dei fatti e con dei flash-back delle dinamiche che hanno portato alla morte del prigioniero.
Fin dove può spingersi un branco? Perchè quasi sempre all'interno di questa dinamica vengono fuori gli astanti e i gregari che con il loro contributo enfatizzano e aumentano il principio di violenza che come una spirale cresce per poi diventare facilmente ingestibile.
Quando poi si supera una certa soglia è impossibile tornare indietro e allora bisogna esagerare con tutta la fantasia malata e le perversioni inconscie.
Uwe Boll è un regista particolare, ha girato parecchi film di cui alcuni(FAR CRY,THE HOUSE OF THE DEAD,ALONE IN THE DARK) sono davvero delle cagate incredibili. Possiamo dire che i suoi film sono tutti delle merde a parte forse POSTAL che tira fuori delle scene interessanti e un attore feticcio che riesce finalmente ad avere la parte del protagonista.
Stoic sembra essere tratto da una storia vera...beh non mi stupirebbe.
Il cast riprende il tormentato Edward Furlong, ingrassato e visibilmente marcio che oramai troviamo solo più in piccole produzioni indipendenti e altri due giovani attori molto convincenti.
Infatti una delle caratteristiche postive per dare vita a questo universo crudele è proprio l'ottimo gioco-forza dato dai quattro attori che sembrano conoscersi da una vita e sorpendono nella realisticità delle scene di violenza e di sevizia.
Un altro fattore interessante è proprio quello legato alla cella e al fatto che i prigionieri che scontano poi pene per reati tutto sommato abbastanza comuni sembrano essere lasciati ad un loro destino in cui le guardie non si vedono quasi mai e non sembrano interessarsi delle dinamiche che si sviluppano all'interno della cella.
Questo, per quanto sia violento e macabro, è il miglior film di Boll.
Se da un lato Stoic non va preso così alla leggera e richiama tutte una serie di problematiche legate alla sopravvivenza in prigione e il rapporto vittima-carnefici/e, dall'altro risulta davvero insopportabile a tratti. Esagera e la cosa che rischia di far sboccare più di una persona e il fatto che ti aspetti quello che sta per succedere ma sapendo che non ci sono vie di salvezza rimani impassibile ad osservare impotente come l'astante di turno che non sa prendere una decisione è costretto ad accettare volontariamente quel magma di soprusi e angherie.
La particolarità di Stoic è proprio quello di come analizza ed enfatizza la violenza.
Diventa qualcosa che ad un certo punto, essendo vissuto e messo in atto in uno spazio ristretto, risulta essere claustrofobico e di una crudeltà rara tale per cui verranno messi ribadisco a dura prova i vostri sottili nervi.
Il regista poi ha la fama di fare un sacco di film ispirati o tratti da videogiochi quando non si perde su storie trash sconcertanti come IN THE NAME OF THE KING cagata insopportabile che cerca di imitare IL SIGNORE DEGLI ANELLI ma basta vedere il protagonista Jason Stahman ed è già tutto detto.

venerdì 18 marzo 2011

Mean Machine

Titolo: Mean Machine
Regia: Barry Skolnick
Anno: 2001
Paese: Gran Bretagna/Usa
Giudizio: 3/5

Danny Meehan è il capitano della nazionale di calcio inglese. Con l'accusa di aver truccato il risultato della partita Inghilterra - Germania, Danny viene cacciato dalla squadra. Ma i suoi guai continuano quando viene condannato a tre anni di carcere perchè accusato di aver aggredito un poliziotto mentre era ubriaco. Il direttore del penitenziario fa carte false affinchè l'allenatore venga assegnato alla sua prigione perchè vorrebbe affidare l'allenamento della squadra di calcio semiprofessionale composta dalle guardie carcerarie proprio a lui.

Tradire la propria squadra e il proprio paese per denaro è il messaggio principale di questo film in un panorama attuale di dopping all'avanguardia e di interessi spietati che non includono la professionalità sportiva.
Skolnick deve amare molto i film di Guy Ritche dal momento che questo film fa parte di quel filone dell'action-movie in salsa british. Vinnie Jones che poi si scopre aver avuto un passato da giocatore è il pretesto per intavolare una messa in scena che ricorda non poco le gesta di Eric Cantonà e così il film diventa un'insieme di comicità e violenza.
Poi sembra che sia un remake di QUELLA SPORCA ULTIMA META' anche se ha dispetto del bel film di Aldrich questo ripiega molto sulla contaminazione pulp cercando di risultare come un ibrido di mescolanze,luoghi comuni e dialoghi scritti da un evaso.
Tamarro ma divertente MM ha la fortuna, almeno quella, di non prendersi troppo sul serio e poi vedere Stathman in un ruolo da pazzo furioso come quello del "monaco" rimarrà nella memoria, così come ci si chiede come mai Fleming sia quasi solo un figurante.

giovedì 17 marzo 2011

Cella 211

Titolo: Cella 211
Regia: Daniel Monzon
Anno: 2009
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Juan Oliver si presenta con un giorno d'anticipo sul primo turno di guardia. Durante la visita al braccio di massima sicurezza, un frammento di intonaco cade dal soffitto e lo colpisce sulla testa. In attesa di poterlo soccorrere, gli altri guardiani lo distendono temporaneamente nell'unica cella libera, la numero 211. In quello stesso istante, ha però inizio una rivolta organizzata dal carismatico detenuto Malamadre, che costringe il giovane guardiano inesperto a improvvisarsi credibile galeotto

Cosa può fare un "normale" in mezzo ai delinquenti quando questi non sanno che lui lavora per gli antagonisti. Monzon è quindi libero di giocare sul concetto di normalità, sul fatto di sentirsi abbandonati da una giustizia che dovrebbe proteggere i suoi collaboratori e non sfruttarli come spie per trarne vantaggio e così Juan nel suo viaggio alla scoperta di se stesso prenderà una decisione fatidica che è il punto più alto del film.
Senza risparmiare nulla sia in termini di violenza che di ingiustizia (la scena del poliziotto che manganella volontariamente la moglie di Juan assolutamente inerme e incinta farà pensare a un certo tipo di sistema che non funziona a dovere e ad alcuni recenti episodi a cui assistiamo oramai da parecchi anni) Monzon (KOVAK BOX-CONTROLLO MENTALE) tira fuori tutto dalla critica alle condizioni carcerarie alle questioni diplomatiche con il governo basco e la gestione dei terroristi dell'ETA prigionieri anch'essi ma considerati intoccabili e il ruolo fondamentale dei media sull'opinione pubblica con la figura di un anomalo negoziatore.
Il film vincitore tra l'altro di otto premi goya, ha solo alcune note a sfavore come il bisogno pressante di aumentare il tono drammatico sminuendo la storia in alcune parti e rendendo alcune situazioni poco credibili.
A differenza dell'altro europeo IL PROFETA la sceneggiatura di Cella 211 punta più sull'azione e sul ritmo dinamicissimo che trova anche un valido leader in Luis Tosar nel ruolo di Malamadre e non si interroga e non punta su un concetto di formazione che invece Malik El Djebena deve affrontare cosa che invece Juan non può perchè si trova subito nell'inferno della degenerazione della presa della prigione.

Experiment

Titolo: Experiment
Regia: Paul Scheuring
Anno: 2010
Paese: Usa

26 uomini vengono scelti per partecipare nei ruoli di guardie e prigionieri ad un esperimento. Gli individui vengono tenuti rinchiusi e osservati per registrare le loro mutazioni comportamentali in seguito alla prolungata prigionia.

Das Experiment era un bel film ma aveva un difetto cioè quello di non essere americano.
Quindi fatti passare un po di anni torna alla ribalta in salsa yankee con tanto di attori in primo piano come Brody e Wintaker. Il problema e che non ha nessun senso dal momento che il film tedesco di Oliver Hirschbiegel era pienamente riuscito.
Il punto che è rimasto in comune è solo il soggetto di Mario Giordano ma se il primo aveva un'originalità di base non da poco e soprattutto sviluppando un esperimento che è stato citato anche da Browning in Uomini comuni riguardo il tema del nazismo, questo parte bene ma nel finale cambia completamente lo stato delle cose e l'esito dell'esperimento dando dunque una connotazione diversa all'esperimento e all'importanza di esso.
Scheuring arriva poi da una serie americana come PRISON BREAK quindi quello che ci si può aspettare e presto detto.
"L'unico" difetto di questo film è che non andava fatto ma come sempre la necessità per business di girare remake come canzoni a manovella lascia basiti anche se in questo caso il successo commerciale non è stato quello che avevano previsto.
Speriamo solo che Zinbardo non lo veda.