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sabato 8 aprile 2017

Demon

Titolo: Demon
Regia: Marcin Wrona
Anno: 2015
Paese: Polonia
Giudizio: 4/5

Uno sposo viene posseduto da uno spirito durante la celebrazione del suo matrimonio in questa intensa rivisitazione della leggenda ebraica del "dybbuk".

Wrona ci lascia questo film come testamento prima della sua morte. Marcin si è suicidato nel bagno della sua camera d'albergo mentre il film riceveva pochi consensi al festival dove ra in programma.
Demon è un indie anomalo, un dramma atipico che riesce a sposare diverse contaminazioni e a far centro con un film davvero denso di un atmosfera inaspettata.
Dimenticatevi azione, mostri in digitale e "Demoni" nel vero senso della parola. In questo film si parla di folklore ebraico, di matrimonio, di una festa piena di canti e balli in cui sta per succedere di tutto e un protagonista che merita la palma d'oro per quanto riesce ad entrare nella parte di un personaggio complesso e stratificato.
E'un film di segreti, con aggiunti riferimenti della durevole eredità della Shoah, di corpi nascosti in cui una giovane coppia vuole iniziare una nuova vita senza rendersi conto che su quel terreno sono successe cose bruttissime.
Il talento del regista è proprio nel mettere assieme così tanti elementi e farli funzionare tutti con pochissima azione e pochi colpi di scena, lavorando su un impianto narrativo e un uso degli attori e delle comparse funzionalissimo. Riesce in alcuni momenti a far più paura di molti altri film farlocchi sfruttando al meglio una colonna sonora che include alcune partiture di Krzysztof Penderecki, il più famoso compositore moderno polacco.
Demon è liberamente ispirato all’opera Adherence di Piotr Rowicki (da cui deriva il nome del protagonista) muovendosi rapidamente al di fuori dei confini della produzione teatrale d’origine.

Il film spesso è stato criticato di rimanere bloccato nel limbo tra un film horror d’atmosfera, un dramma sui rapporti umani e una commedia in costume del centro/est Europa. E'così infatti e chi non ama la narrazione lenta rimarrà probabilmente deluso, ma invece Wrona ha trovato un mood fantastico in cui far convergere tutte le sue paure portando a casa un finale che chiude in bellezza una inedita storia di brividi polacca.

lunedì 27 aprile 2015

Essential Killing

Titolo: Essential Killing
Regia: Jerzy Skolimowsky
Anno: 2010
Paese: Polonia
Giiudizio: 3/5

Una coppia di impresari americani viene scortata dalle forze militari in una perlustrazione per le gole del deserto dell'Afghanistan, finché un talebano nascosto in un antro fa fuoco sul gruppo. Impaurito, l'assassino fugge per il deserto finché non viene catturato e rinchiuso in un carcere militare dove subisce torture e viene interrogato come possibile terrorista. Impossibilitato da una temporanea sordità a rispondere a qualsiasi domanda, viene inviato in un campo di prigionia ma, durante il trasferimento, riesce a fuggire dal convoglio militare, dando inizio a un'estenuante caccia all'uomo all'interno di una sconfinata foresta innevata.

Essential Killing come la geografia del film in cui si concentra, passa da un estremo all'altro in tutti i sensi.
Da un lato è una critica profonda, un malessere e insieme abbandono, una caccia all'uomo attenta e impreziosita da alcune scelte insolite e originali (il seno della donna per sopravvivere, le gole del deserto all'inizio, il disagio vissuto da Mohammed).
Dall'altro ha un finale nonchè una parte di mezzo un po sconclusionata, un iter di violenza che può essere giustificato dal senso di sopravvivenza ma che ad un tratto diventa contestabile (il tagliaboschi) senza parlare della soluzione ad effetto di avere un outsider come Vincent Gallo nella parte, poco convincente, di un talebano.
Eppure Gallo ha una mimica così insolita da riuscire a tenere tutto il peso del film e dare forma a quella sofferenza, in questo caso legata prettamente al contesto rurale e contraddistinta dalla fauna naturale che appare funzionalissima per il film del nuovo "godard" polacco (mah...).
Al di là della denuncia, che comunque è da entrambe le parti, accanita feroce come la violenza che sprigiona il protagonista senza nome (Mohammed quasi come un leitmotiv del mondo arabo) e dall'altra, facendo riferimento alla prigionia e alle torture nonchè alcune parti, va a capire, dove in terra natia apprezza i frutti della sua terra.

Un film che dal punto di vista degli intenti deraglia continuamente, ma riesce sempre infine a trovare un suo binario principale. Sprecata la presenza della Seigner.

domenica 1 dicembre 2013

Traffic Department

Titolo: Traffic Department
Regia: Wojciech Smarzowski
Anno: 2013
Paese: Polonia
Festival: TFF 31°
Giudizio: 4/5

Sette agenti di polizia, oltre che essere colleghi, sono molto amici e condividono la passione per le partite, le auto sportive e gli affari. Il loro mondo chiuso sembra non generare alcun problema e non risentire di alcuna difficoltà fino al giorno in cui tutto cambia dopo che uno degli amici muore in circostanze poco chiare. Il sergente Ryszard Krolis si ritrova accusato di omicidio e, nel difendere il proprio onore, scopre la verità sui criminali che si nascondono tra gli alti vertici del governo.

Il film campione d'incassi in Polonia e ospite al Tff nella sezione Festa Mobile è proprio il film che non ti aspetti. Crudele, sboccato, violento, apparentemente senza regole, è un vero e proprio reality girato con il telefonino e con una videocamera nascosta oltre che le telecamere di videosorveglianza e ci fa assistere, con uno stile spesso simile a quello del mockumentary, ad immagini reali di vita di poliziotti quasi tutti corrotti.
Uno degli elementi di maggior spessore che si avverte durante la visione del film è quello di non riuscire a capacitarsi di come questi poliziotti per forza di cose non rispettano le regole e la giustizia, creando un vero microcosmo corrotto di reati e tradimenti in cui la donna, in questo film, di certo non fa una bella figura che sia moglie o prostituta, soprattutto quando sputa una grossa dose di sperma in mezzo alla strada.
Smarzowski durante i festini e le orgie dei capi di stato ci infila pure il Bunga Bunga e i ministri e consiglieri italiani, davvero niente male.
Tutto sa di sporco e di cattivo e ovviamente di corrotto, un ambiente che è lo specchio di una società marcia, in cui quasi tutti sono ladri o sfruttatori. Lo squallore dilaga, sotto forma di indisciplina, vizio e veri e propri crimini; intanto, in mezzo a quel fango, l’agente Ryszard Król diventa il protagonista di una gran brutta faccenda quando scopre di essere stato fottuto in piena regola dai pezzi grossi.
Il finale è una dura e triste realtà.
Intenso e provocatorio, per quasi tutte le sue due ore non da spazio al pubblico e diventa un quadro geografico di una Varsavia che non sembra quella reale che tutti conosciamo.
La Polonia occupa una della prime posizioni nella classifica mondiale dei paesi più corrotti: la superano solo nazioni come la Bielorussia o il Botswana o ad esempio l'Italia.





sabato 24 settembre 2011

Carnage


Titolo: Carnage
Regia: Roman Polanski
Anno: 2011
Paese: Polonia
Giudizio: 3/5

Di solito nei film di Polanski una delle cose che mi esalta di più è la prima inquadratura con cui il regista cerca sempre qualcosa di molto difficile o particolare. In questo caso uno dei registi più in gamba al mondo ha abbassato un po’ la guardia, anche se strizza l’occhio per chiuderla con quella finale…
In Carnage è l’assunto iniziale per iniziare una critica feroce sui modi perbene d’insulse coppie borghesi troppo presi da se stessi per vedere oltre il proprio praticello. Ma se per una questione d’orgoglio si pesta il praticello dell’altro allora tutti i modi eleganti e le belle parole subiscono una trasformazione tale da costringerli ad assumere la loro vera forma e arrivando a far emergere le insoddisfazioni e le problematiche dei rispettivi matrimoni lasciando da parte i figli di cui in realtà frega ben poco. La lite tra i figli delle rispettive famiglie e proprio l’incipit iniziale da cui si dirama tutto il film.
Pane per i suoi denti. Certo Polanski poteva osare di più o concentrarsi maggiormente sui dialoghi, invece lascia spazio e fiducia al quartetto di attori e parafrasando l’opera da cui il film è tratto e che andrò a leggere ovvero “Le dieu du carnage”, premiatissima piéce teatrale del 2006 di Yasmina Reza, dirige un film neanche eccessivamente elegante come forse si poteva pensare poiché è tutto girato all’interno di un appartamento.
Alcune forzature ci sono come i passaggi che servono a scandire gli atti del film ovvero il gioco forza di entrare e uscire dall’appartamento.
Eppure presi uno per volta i protagonisti rappresentano proprio quattro maschere diverse su come si nasconda l’insofferenza, la noia di vivere e il falso perbenismo.
Il moderatore che nasconde un modo di fare iracondo (Reilly, fantastico nella scena del racconto del criceto), il buonismo patologico della moglie che si trasforma in isterismo avanzato (Foster che quando sclera è davvero notevole), l’eleganza e il modo di porsi cortese che diventa sboccato appena tocca un po’ di alcool (Winslet un’attrice comunque in crescita) e l’avvocato di turno cinico e maleducato che vive in stretto contatto con il cellulare (Waltz in un ruolo che più suo di così non poteva chiedere).
Diciamo che alcuni passaggi e il climax finale vengono già a galla a metà del film, eppure il fatto che in alcuni momenti si rida (strano per le regole di Polanski) e vedere gli attori così a proprio agio con la possibilità di strafare senza esagerare fa parte di quelle piccole regole del cinema del maestro (genio della perfidia che si cela dentro ognuno di noi).