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martedì 16 maggio 2017

Que dios nos perdone

Titolo: Que dios nos perdone
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Madrid, estate 2011. Nel pieno della crisi economica, il movimento 15-M e un milione e mezzo di pellegrini convivono in attesa dell'arrivo del Papa in una città calda, violenta e caotica più che mai. In questo contesto, gli ispettori di polizia Alfaro e Velarde devono trovare quello che sembra essere un serial killer nel più breve tempo possibile e senza far rumore. Una caccia all'uomo che li costringe a fare qualcosa che non avrebbero mai immaginato: pensare e agire come l'assassino.

Sorogoyen arriva al suo terzo film con un'opera ambiziosa destinata a far parlare di sè almeno all'interno dei festival internazionali. Il perchè è molto semplice. Senza stare a ribadire l'ottima condizione del cinema spagnolo attuale questo intrigante thriller poliziesco, un buddy movie sporco e realistico, narra di una vicenda all'interno di una piccola rivoluzione nella città di Madrid.
Il papa e i fedeli, un serial killer che stupra donne anziane dopo averle uccise e delle dinamiche tra i protagonisti affiatate quanto complesse e drammatiche.
Sorogoyen si concentra prima di tutto sui personaggi regalando splendide caratterizzazioni in cui cerca sempre la complessità per denunciare e cercare di far comprendere l'inferno in cui vivono alcune forze dell'ordine e la loro difficoltà ad accettare le regole e stare nei meccanismi.
Tutto questo viene concepito con uno sguardo appunto rivolto alle personalità che conducono la vicenda, i loro stati d'animo, i loro conflitti interni ed esterni e infine un'amore per tanti autori contemporanei cercando di omaggiarli al meglio.
L'opera di Sorogoyen è un thriller che lascia il segno per la cura in ogni dettaglio. Certo la struttura del thriller è abbastanza canonica con un climax d'affetto ma prevedibile. Il valore aggiunto al di là delle fantastiche location e di un cast misuratissimo dove Antonio De La Torre continua il suo periodo d'oro perfettamente equilibrato dal torello Roberto Alamo, un mix di emotività e rabbia inconscia.

Nel film di Sorogoyen tutti hanno l'animo lacerato di chi ha sofferto molto nella vita. Cerca di scontare la pena e redimersi come può cercando di dare la caccia a qualcosa che si pensa peggiore di noi. Il finale cerca di rispondere proprio a questa domanda.

Qualcuno sta per morire

Titolo: Qualcuno sta per morire
Regia: Carl Franklin
Anno: 1992
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna bella e decisa è a capo di una banda di criminali. Dopo avere messo le mani su un carico di droga i delinquenti si dirigono alla volta di Star City, nell'Arkansas, ricorrendo spesso alla violenza. Una volta giunti a destinazione, lo sceriffo della città scopre che quella spietata donna è il suo amore di un tempo.

One False Move è un poliziesco, un noir abbastanza anomalo per l'anno in cui è uscito. Si distingue infatti dai suoi simili per un finale particolarmente cruento e insolito dove infine Franklin pone l'accento sulla realisticità e la ferocia con cui alcuni personaggi decidono di arrivare fino alle più estreme conseguenze nei loro gesti quando non sembrano esserci vie di fuga.
Le indagini di questo sporchissimo noir vengono svolte da uno sceriffo che agisce in modo alternativo, secondo uno schema e una tradizione non convenzionale che si discosta nettamente dall'agito degli altri colleghi scavalcando de facto le normali procedure per cercare di arrivare alla natura del problema. Un'ambiente di bifolchi rende ancora più squallida e senza regole una comunità che sembra risolvere da sola alcuni incidenti senza dover troppo venire a patti con le forze dell'ordine.
Di fatto il film ha una trama abbastanza scontata ma diciamo che grazie a Thorton in un ruolo da carnefice pazzo e allucinato con il codino e Paxton che cerca di caratterizzare il suo sceriffo dandogli un fascino tutto suo, questi due personaggi, già da soli ma comunque in buona compagnia con il resto del cast, sono i due assi portanti di un film insolito e con un'atmosfera che riesce a cogliere alcuni aspetti e segreti tenebrosi che si celano negli animi più insoliti in cui non c'è una vera dicotomia tra buono e cattivo ma ognuno agisce secondo un proprio codice personale.



lunedì 6 marzo 2017

Falchi

Titolo: Falchi
Regia: Toni D'angelo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Peppe e Francesco sono due Falchi, ovvero due poliziotti della sezione speciale della Squadra mobile di Napoli: girano per i vicoli della città in moto e in borghese, dando la caccia alla piccola e grande criminalità che comprende non solo la tradizionale camorra, ma anche le nuove mafie di importazione, come quella cinese. I Falchi sono "nati per difendere e combattere", come i cani che Peppe fa addestrare proprio agli esponenti della malavita cinese che gestisce gli incontri clandestini fra molossi. Ma sono anche uomini fallibili e talvolta sbagliano di grosso, come è successo a Francesco in uno scontro a fuoco che gli è costato la sospensione temporanea dal servizio. Ad aver sbagliato è anche Marino, il capo della Squadra mobile, almeno secondo la testimonianza di un pentito. Ed è dalla vicenda di Marino, come dal presagio di una pizia greca, che prende le mosse la storia di Peppe e Francesco, fratelli di strada l'uno impegnato a distinguere il giusto dall'ingiusto in un mondo in cui quel confine diventa sempre più labile, l'altro in cerca di conforto per il proprio senso di colpa, tanto dall'assunzione di droghe quanto dalla frequentazione di un bordello cinese

L'ultimo film del figlio di Nino D'angelo cerca di fare i conti con la tradizione del cinema di genere senza avere quel polso o intenti tali da renderlo un film interessante. Falchi non aggiunge niente di nuovo. Sembra di vedere un episodio di GOMORRA con meno attori. Il quinto film del regista è un disastro perchè nella sua idea astuta e interessante di fondo, non riesce ad emergere mostrando i soliti stereotipi e fossilizzandosi in una guerra tra poliziotti corrotti, criminalità e affari sporchi con la comunità cinese. Il punto è che tutti questi ingredienti non riescono ad essere dosati come qualcun'altro avrebbe fatto restituendo per di più una serie di colpi di scena davvero imbarazzanti per non parlare di inutili stratagemmi per arrampicarsi sui vetri come le lotte clandestine tra cani o il senso di colpa di Francesco in un flash back che viene ripetuto così tante volte da dare la noia.
E'un peccato perchè Falchi vola alto, mettendo in primo piano due attori tosti che ultimamente stanno recitando molto come Cerlino e Riondino e aggiungerei anche Del Bono (tra l'altro proprio questi due hanno recitato assieme nel recente LA RAGAZZA DEL MONDO).
Il film di D'angelo è tesissimo, forse troppo, come se dovesse spezzarsi da un momento all'altro cercando di guardare agli asiatici ma facendo proprio quello che non andava fatto ovvero infilando clichè a gogo e caratterizzando malissimo i suoi personaggi. Alla fine il film pretende di essere un film di genere, senza averne affatto la stoffa.
Dal punto di vista tecnico invece è una bella sorpresa. Il budget è alto e così Toni può permettersi una interessante fotografia, una messa in scena patinatissima, un buon lavoro con le comparse, senza però riuscire nemmeno ad essere convincente proprio nel cuore dell'azione dove assistiamo a sparatorie e rese dei conti. Un altro esperimento fallito che travestendosi da poliziesco e noir e scegliendo temi universali come l'amicizia, l'amore e il tradimento, senza far mancare il tema della corruzione soprattutto nei reparti delle forze dell'ordine, non va oltre una sofferta mediocrità.

La sparatoria finale ricorda un famosissimo hard-boiled di Johhnie To ed è tra le cose in assoluto migliori del film.

Paris Countdown

Titolo: Paris Countdown
Regia: Edgar Marie
Anno: 2013
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Milan e Victor un tempo si conoscevano bene. Proprietari di alcune discoteche di Parigi, per molti anni hanno tagliato tutti i contatti fino a quando sono costretti a cambiare idea. Serki, l'uomo che avevano mandato in carcere in Messico per un affare poco lecito andato a male, è tornato in libertà e ha intenzione di vendicarsi. Milan e Victor non hanno altra alternativa che unire le proprie forze e cercare una soluzione durante una movimentata notte in giro per un mondo cambiato rispetto a come lo ricordavano loro. Con pericoli ad ogni angolo di strada e Serki alle costole, i due vecchi amici affrontano i motivi che hanno portato alla loro separazione e le bugie che avvelenano le loro esistenze, facendo scelte irreversibili che rimettono in discussione trent'anni delle loro vite.

Marie alla sua opera prima dirige un noir cupo e tutto ambientato nelle affascinanti notti parigine.
Un thriller, un polar, spinto e che cerca fin da subito di creare atmosfera attorno all'intreccio peraltro interessante, affidando l'indagine e la natura degli eventi nelle mani dei due poliziotti ormai logori dai sensi di colpa. Soprattutto la paura è quella che evidenzia il regista, quella di veder tornare un uomo sadico e pazzo interpretato da un ottimo Carlo Brandt furioso come pochi in una vendetta che travolge chiunque gli si ponga davanti e che poteva essere bilanciata con la psicologia dei due protagonisti un'ottima formula dove inserire e costruire la vicenda.
Proprio gli intenti della trama lasciavano aperte le domande su dove potesse andare a parare il regista contando che in Francia film di questo tipo funzionano e vengono scritti e girato molto bene in un continuum che poche volte trova intoppi o film minori come questo.
Marie purtroppo non riesce a trasmettere quell'atmosfera che sembrava inquadrare la dimensione complessa e multi sfaccettata dei suoi protagonisti per ruotare attorno a troppi dialoghi e girare su se stesso senza riuscire a trovare spunti che riescano a dare maggior interesse e ritmo al film. Pur essendoci alcuni ottimi momenti, proprio questi da soli non bastano a riscattare un film che aveva tante carte per riuscire ad avere un successo perlomeno di critica.


martedì 14 febbraio 2017

Headshot

Titolo: Headshot
Regia: Pen-Ek Ratanaruang
Anno: 2011
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Tul sta per vedere il suo mondo distrutto. Gli è stato inviato un pacchetto di foto e di dati, che esamina e poi mette via tempestivamente, dentro il trituratore. Si rade la testa, indossa le vesti di un monaco, e si apposta nella tenuta appartenente all'uomo della foto. Poi, prende una pistola e spara un proiettile nel collo dell'uomo. Altri colpi vengono sparati, e uno di loro finisce nella testa di Tul. Tutto diventa nero. Quando si sveglia tre mesi dopo, tutto è invertito e lui si ritrova dalla parte opposta. È un danno cerebrale bizzarro, o una qualche forma di contrappasso karmico?

Pen-Ek Ratanaruang è uno stranissimo outsider thailandese. Il suo cinema ancora adesso non credo di aver capito dove voglia e che traiettoria voglia prendere, ma nel suo complesso e indecifrabile cammino, ho potuto ammirare alcuni suoi film sconosciuti senza mai aver avuto una benchè minima distribuzione.
LAST LIFE IN THE UNIVERSE era un buon traguardo anche se l'autore ha fatto di meglio con il successivo INVISIBLE WAVERS sempre con il suo attore feticcio Tadanobu Asano.
In Headshot cambia di nuovo tutto. Regole, scenario, genere, creando un concentrato che abbraccia crime-movie, indagine poliziesca, arti marziali, noire, una specie di tecnica che più volte richiama il mockumentary e altri segmenti già visti e altri no, oscillando tra il dramma intimista e il thriller anfetaminico.
Un film strano e anomalo che ho trovato spesso fine a se stesso e autocelebrativo a differenza di altre opere dove la narrazione e la trama avevano un'intensità maggiore.
E'un thriller cupo e disilluso che mostra triangolazioni, corruttori, un paese marcio minato alla base da una corruzione inestirpabile. Il regista ancora una volta punta sul fascino nel non detto, nell’inspiegabile serie di obbiettivi e problematiche che Tul si ritroverà ad affrontare dal momento in cui la sua vita viene stravolta e capovolta, decidendo di passare dall'altra parte criticando fortemente un sistema che divide nettamente la categoria buoni e cattivi, che continua un discorso sul revenge-movie e sembra voler ribadire che se la giustizia non aiuta, allora Tul da poliziotto può trasformarsi in un sicario per conto di un organizzazione segreta. Amen


martedì 17 gennaio 2017

Unit 7

Titolo: Unit 7
Regia: Alberto Rodriguez
Anno: 2012
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

L'Unità 7 della polizia ha il compito di ripulire la città dalle reti di narcotrafficanti e di porre fine al clima di violenza e corruzione che si è impadronito delle strade di Siviglia prima dell'Expo 1992. Formata da quattro agenti, l'unità è guidata da Angel, un giovane ufficiale che aspira a diventare detective, e Rafael, poliziotto dai metodi discutibili ma efficaci. Attraverso un modus operandi al limite della legalità, la missione procede per il migliore dei modi fino a quando le strade di Angel e Rafael inaspettatamente si dividono a causa delle eccessive ambizioni di carriera del primo e dell'amore del secondo per l'enigmatica Lucia.

I cop movie ultimamente scarseggiavano un pò soprattutto in Europa mentre in America la tradizione continua senza sosta alternando prodotti commestibili e di rado film dannatamente interessanti come ad esempio il divertentissimo WAR ON EVERYONE, CODICE 999 (seppur cone le dovute precisazioni) COLT 45, TRAFFIC DEPARTMENT, WRONG COPS, KING SURRENDER e altri ancora.
Unit 7 arriva direttamente da Siviglia negli anni '90 in un polar potente e frenetico recitato benissimo da alcuni attori della new generation spagnola, sfoderando delle location straordinarie che si perdono nei quartieri, nelle case, nei corridoi, restituendo quel senso di claustrofobia e paura. Una squadra diversa dalle altre, slegata completamente dalle normali logiche ma con la carta bianca per poter essere legittimati a fare quasi di tutto, trovandosi però in questo modo soli a dover combattere contro tutto e tutti a partire proprio dai membri del team.
Rodriguez sembra essersi ispirato ai film di Michael Mann se non altro per l'atmosfera e la telecamera a spalla che in più momenti restituisce quel senso di malessere riuscendo a dare ancora più spettacolarità agli inseguimenti e alle sparatorie. L'unità macina successi a colpi di imbrogli, pestaggi e coercizioni e in tutto il film il livello di violenze e torture è altissimo. Altra menzione quella legata ai personaggi. Tutti sono caratterizzati a dovere con una credibilissima introspezione (in particolare Angel e Rafael).
Anch'esso ignorato o dimenticato volutamente dalla distribuzione italiana, dimostra la qualità e la buona forma del cinema spagnolo che trova in Mario Casas, il Tom Hardy spagnolo, una giovane promessa e un talento incredibile che si vedrà anche e soprattutto nel successivo TORO. Ottimo tutto il resto del cast tra cui ricordiamo il famoso Antonio de la Torre.
Unit 7 è ambientato alla fine degli anni ‘80-inizio dei ‘90 a Siviglia, periodo dell’Esposizione Universale prevista nella città spagnola (aprile ‘92), così per ripulire la città, la nostra piccola unità dovrà scontrarsi contro i clan in una sorta di guerra civile cercando di sopravvivere, proteggere i cari e gli informatori, e soprattutto capire chi è con loro o contro di loro.
«Faccia come ha sempre fatto: si giri dall’altra parte»

Grupo 7 ha il pregio di non scadere nella santificazione della violenza, come spesso capita per i colleghi americani, come male necessario, ma ne racconta l’origine intima e collettiva come succedeva in TRAFFIC DEPARTMENT raccontando i membri della squadra e il senso di appartenenza, nell’adempimento del loro lavoro, si compattano e diventano famiglia, includendo complici ed escludendo famiglia, istituzioni e, quindi, società civile.  

martedì 27 dicembre 2016

Flaskepost fra P – A Conspiracy of Faith

Titolo: Flaskepost fra P – A Conspiracy of Faith
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2016
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Carl Mørck, un ex detective della omicidi costretto a lavorare sui cold case del Dipartimento Q della polizia di Copenaghen, si ritrova a dover far luce sullo strano caso di un messaggio in una bottiglia a lungo dimenticato in una stazione di polizia nella più profonda Scozia. La prima parola del messaggio è "aiuto", scritta in danese e con il sangue. Mørck e la sua squadra realizzano che proveniva da parte di due fratelli, tenuti prigionieri in una darsena in riva al mare. Individuare chi siano i due, capire perché nessuno ne ha denunciato la scomparsa e scoprire se siano ancora vivi, diventeranno i principali obiettivi di Mørck.

Facendo qualche ricerca sono venuto a sapere che questo A Conspiracy of Faith non è l'unico capitolo bensì il terzo episodio della serie Department Q di Zentropa Entertainments, tratta dai thriller di Jussi Adler-Olsen – il quale ha registrato 207.669 presenze durante il suo weekend di apertura, diventando il primo film locale nella storia a superare le 200.000, ovvero a ottenere il record di incassi in Danimarca, una buona notizia sul cinema di genere e sul noir europeo che negli ultimi anni ha saputo consolidarsi ancor più con titoli scomodi e suggestivi come TREATMENT con cui questo A conspiracy of Faith ha diverse analogie.
E'un noir danese cupo e sofferto, in cui niente è lasciato al caso. Gli ingredienti del film anche se non del tutto originali riescono a coinvolgere grazie ad una buona scrittura, la rigorosa messa in scena e il cast azzeccato. Ingredienti che fanno sempre breccia nella psiche dello spettatore come i rapimenti di bambini, la corsa contro il tempo, i fanatismi religiosi, un killer che non è il classico stereotipo e via dicendo, fino fascinazioni diaboliche e le ambientazioni costiere contando anche che i paesaggi del nord della Danimarca sono piattissimi
Le atmosfere nordiche è l'ottima caratterizzazione dei personaggi, dalla rodata complementarietà fra la coppia protagonista fino a dei buoni colpi di scena, danno la prova di come questo thriller insolito e inedito in Italia, riesca ad andare al di là del tipico prodotto di genere.




giovedì 22 dicembre 2016

No, il caso è felicemente risolto

Titolo: No, il caso è felicemente risolto
Regia: Vittorio Salerno
Anno: 1973
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Fabio Santamaria, impiegato con moglie e figlia, si trova un giorno a pescare sulle rive del lago di Grasciano. Assiste così a un efferato delitto: un uomo massacra una giovane donna seminuda. Spaventato si allontana dal luogo e viene seguito dall'auto dell'assassino. Di lì a poco scoprirà che costui, un professore di liceo, si è recato alla polizia affermando di essere stato testimone del delitto stesso e fornendo i suoi connotati indicandolo come l'esecutore. Da quel momento Santamaria vive nell'incubo di essere arrestato e deve decidere cosa fare.

Negli anni '70 il cinema italiano viveva uno dei momenti cinematografici più significativi e importanti. I generis davano molta prolificità ai registi e alle produzioni investendo e scommettendo molto ma intuendo il bisogno di allargare alcuni stilemi importanti su pochi generi che rischiavano di diventare noiosi riproponendo sempre gli stessi archetipi.
Sul modello del fratello Maria Salerno e di alcuni suoi ottimi film tra cui ricordiamo FANGO BOLLENTE, Vittorio si cimenta anche lui sui film che affrontano il rapporto dei cittadini con la giustizia in un thriller kafkiano potentissimo e che non lascia fiato allo spettatore.
Un'opera che sfrutta una struttura già avvezza ma che non solo si rivela funzionale ma crea ancora più ansia e suggestione nella catarsi completa che si ha con il protagonista.
È uno di quei rari film in cui la trama è al servizio di un messaggio di fondo ben chiaro e reso credibile dalla buona sceneggiatura (imbastita su un fatto di cronaca verosimile).
Ancora una volta la denuncia comincia a toccare quella borghesia piccola piccola dove il feroce delitto iniziale della prostituta sconvolge per l'antitesi data dall'aspetto dimesso dell'assassino, un professore, tanto signorile, quanto carogna intento a compiere, con glaciale crudezza, l'azione omicida (mediante uso di un bastone).
Sono tante le scene memorabili e d'impatto tra cui la scena cult del primo incontro tra vittima e carnefice in un dialogo molto intenso e che spinge sulle emozioni e l'empatia, un dolorosissimo e inquietante scenario su come l'animo umano non conosca limiti nella propria brutalità e nel silenzio.
Vittorio Salerno conferma le sue doti costruendo una bella atmosfera di malessere e denuncia sociale attorno a un caso delittuoso dove si invertono le parti tra assassino e testimone.




Animali Notturni

Titolo: Animali Notturni
Regia: Tom Ford
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Susan Morrow proprietaria di una prestigiosa galleria d'arte, riceve un manoscritto dal marito da cui la separano diciannove anni e un rimosso che emerge prepotente dalle pagine del suo romanzo. Un thriller che avanza nell'orizzonte piatto del Texas e dentro una notte mai così nera e profonda. Una notte che cattura Susan e la inchioda al suo letto, dietro gli occhiali e una vita di apparenze. Perché Susan molti anni prima ha divorziato crudelmente da Edward per sposare Walker, che non sopporta i fallimenti e la tradisce sulla East Coast, perché Susan vive una vita che scivola abulica sulla superficie delle opere che espone. Ma niente ora è più reale di quelle pagine che consuma con gli occhi, svolge col cuore, riorganizza nella testa, risalendo il tempo e la storia del suo matrimonio.

Tom Ford ritorna a occuparsi di solitudine e di storie parallele. A ben sei anni dal suo primo film, crea un'opera ambiziosa e complessa diramata su più piani temporali e storie, ben tre, che girando e rigirando possono sorpendere lo spettatore fino al climax finale.
Un'opera patinatissima, visivamente molto elegante e impeccabile, con un cast perfetto e alcuni protagonisti in ottima forma.
E'un film che colpisce duro, un mix fra David Lynch e Alfred Hitchcock, un sontuoso melodramma dalle forti tinte noir con il quale Ford conferma le eccezionali abilità di narratore e visionario, il quale attacca quella borghesia annoiata e stufa. Tutto questo viene inquadrato in modo da far sembrare tutte le inquadrature sobrie ed efficaci e allo stesso tempo esteticamente visionarie come a mostrare attraverso uno stile minimale il vuoto e la complessità dei suoi personaggi. A partire dalle donne obese vestite da majorette, la critica all'arte come fine a se stessa appartenente solo ai ceti alti e all'aristocrazia di Los Angeles, il regista riduce i movimenti di macchina allo stretto necessario trovando e modellando una trama che si sposa con la sua idea di cinema, che non è generosa ma vive di coerenza stilistica.
Il giudizio sul comportamento dei suoi personaggi viene condannato dal regista che di fatto gli relega a vittime di loro stessi, del loro gioco perverso e della loro furbizia fine a se stessa.
Animali notturni è di un cinismo tremendo, tutto studiato sulle doppie opposizioni, condanna la miseria della borghesia dall'inaugurazione delle mostre, la cena dolorosissima con una madre che non fa altro che criticare qualsiasi scelta della figlia (il marito di basso ceto), estendendo i problemi fino alla nevrosi metropolitana e la vanità intellettuale degli animali notturni Susan ed Edward.
Ford spinge la marcia su un film che ho trovato a volte sconnesso e in fondo una rilettura e un approfondimento su una struttura che non colpisce di certo per l'originalità ma invece per lo spessore interpretativo. Un horror vacui di chi, arrivato all’ultima pagina di una vita “altra”, infinitamente più interessante, deve infine rientrare nella propria.



domenica 11 dicembre 2016

Port of Call

Titolo: Port of Call
Regia: Philip Yung
Anno: 2015
Paese: Cina
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

Una prostituta adolescente viene uccisa in modo orribile: il suo corpo viene fatto a pezzi e gettato in un gabinetto, mentre la testa viene buttata nel Victoria Harbor. La polizia inizia a indagare...

“Se una persona arriva a sacrificare il proprio corpo, vendendolo in modo da poter fare una vita diversa, perché improvvisamente dovrebbe avere voglia di morire?”
Avete presente ANATOMIA DI UN RAPIMENTO di Kurosawa e L'ELEMENTO DEL CRIMINE di Trier. Ecco l'ultimo film dello sceneggiatore Yung mischia e sembra ricordare per alcuni aspetti e per come concepisce location e dettagli i due registi sopra citati, da una parte e dall'altra in un film lento, lungo e complesso con svariati archi temporali e una messa in scena digitale che grazie alla fotografia di Cristopher Doyle riesce a tirare fuori alcune idee e una regia ottima e suggestiva.
E'un film a metà Port of Call. Forse troppo lungo e con alcune linee narrative e sotto-storie difficili da seguire e da tenere a mente. Dalla sua porta a casa una realisticità inquietante, uno studio intimo dei personaggi e del dramma sociale e alcuni dialoghi strazianti sulla miseria umana e sul degrado.
E'un film in cui i protagonisti sono tutti molto soli e soffrono silenziosamente. Chi come il detective a causa dell'isolamento e per l'ossessione comportata dal suo lavoro che gli ha fatto perdere la famiglia. Soffre il killer, dilaniato dal senso di colpa e dalla difficoltà di non essere accettato. Soffre la vittima, dimenticata dalla sua famiglia e ormai una lucciola timorata che cerca ripari nei posti più pericolosi.
Un noire cupo e gelido che attinge a un vero fatto di cronaca: l’omicidio, avvenuto nel 2008, della sedicenne Wong Ka-mui, una ragazza che si era trasferita a Hong Kong dalla Cina continentale e aveva ben presto abbandonato la scuola. Wong è stata strangolata mentre forniva prestazioni sessuali e il suo corpo non è mai stato trovato, perché il killer ne aveva buttato alcune parti nel gabinetto, altri pezzi li aveva gettati al mercato e la testa era finita nelle acque del porto. Il caso aveva suscitato articoli sensazionalistici



giovedì 24 novembre 2016

War on Everyone

Titolo: War on Everyone
Regia: John Michael McDonagh
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

New Mexico, due poliziotti corrotti decidono di ricattare e incastrare qualsiasi criminale incroci il loro cammino. Ma le cose prendono una brutta piega quando cercano di intimidire un criminale più pericoloso di loro due.

E'un film senza plagi e citazionismi esagerati l'ultimo film del buon McDonagh questo forse è vero, però tutta una serie di nutrite e spassose combinazioni non possono tenerlo troppo lontano da un frullato che potrebbe mischiare WRONG COPS (sempre di Tff si parla ma di qualche annetto fa) e un poliziesco, un buddy cop famoso influenzato dalle serie tv poliziesche degli anni ’80 come STARKSY AND HUTCH attraversando in lungo e in largo la location di BREAKING BAD.
L'action commedy in questione che chiama in causa svariati sottogeneri, parte da una struttura molto classica per finire in un fiume di sangue in fondo molto prevedibile e scontato (e ovviamente il riferimento va come sempre ai giubbotti antiproiettili) ma che portando agli eccessi del buono e cattivo gusto il politicamente scorretto, riesce ad essere divertente e adrenalinico, grottesco e demenziale e in più molto violento contando che la coppia di poliziotti ama fare tutto ciò che non andrebbe fatto dalle offese alle intimidazioni per finire alle estorsioni e alla violenza gratuita. Grazie ad un montaggio frenetico e una buona scelta del cast, il regista riesce a portare a casa un film che si discosta da alcuni drammi del passato come la sua seconda opera CALVARY per ritornare sul terreno fertile della commedia e migliorarne solo in parte la struttura, simile per certi versi, che accompagnava il suo esordio UN POLIZIOTTO DA HAPPY HOUR.
War on Everyone è la sintesi perfetta dei primi due film del regista, una satira poliziesca condita con un desiderio di vendetta.

Una scena che vale tutto il film è l'arrivo dei due poliziotti in Islanda per cercare un informatore, guardatela e non riuscirete a smettere di ridere. Allo stesso tempo il film forse perchè come un fiume in piena cerca di toccare troppe cose, finisce con il non essere sempre all’altezza lasciando irrisolti argomenti fondamentali e toccandone altri con una fretta e una superficialità preoccupante come il ragazzino ospitato da Skarsgard Jr che racconta al poliziotto degli abusi subiti.

domenica 23 ottobre 2016

Fango Bollente

Titolo: Fango Bollente
Regia: Vittorio Salerno
Anno: 1975
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Ovidio Mainardi è, all'apparenza, un tranquillo impiegato addetto ai calcolatori elettronici in una grande azienda. La monotonia del lavoro, la solitudine esistenziale di un matrimonio mal combinato, ove per la moglie, più del marito conta la carriera, spinge Ovidio, con altri due soci, a sfogarsi in atti di vandalismo e di crudele cinismo, che si manifesta in una serie di delitti, vere esplosioni di crudo sadismo.

Fango Bollente è un robusto film di genere in quello che è stato uno dei periodi cinematografici più fertili in Italia. Un'opera intensa, un noir violento e avanti con i tempi che rappresenta come per altri registi le nevrosi della società contemporanea.
I punti di forza del film sono l'ottima messa in scena, un montaggio serrato, dialoghi taglienti e interpretazioni memorabili come quella di Joe Dalessandro. Se a tutto questo uniamo le musiche elettroniche di Franco Camparino e alcune notevoli scene di violenza, come quella nel magazzino sulle due donne e della moglie del protagonista, allora si riesce ancora meglio a comprendere come in un film come questo che sembra mischiare polizziottesco e alcune citazioni al cinema di Bava come CANI ARRABBIATI, notiamo come sia l'ennesimo film che attraverso il cinema di genere denuncia lo stress della vita moderna, l'alienazione e il lavoro in catena di montaggio, tutti mali che andavano già delineandosi tra la classe operaia e esponenti di un cento medio logorato di cui ancora non si parlava tanto.



venerdì 23 settembre 2016

Motorway

Titolo: Motorway
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2012
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Per il giovane Cheung, membro di una squadra della polizia specializzata in inseguimenti di auto, la cattura di Jiang diviene una sorta di ossessione, specie dopo le umiliazioni impartite da questi al dipartimento di polizia. Il veterano Lo dapprima cerca di dissuadere Cheung, per poi convincersi a dargli una mano, anche considerato l'antico conto in sospeso con Jiang.

C'è poco da fare. Anche quando gli orientali trattano i "b-movie" trasformano la merda in oro.
Poi di fatto parlare di serie B in un film che vanta alcune sequenze che da noi, nel cinema europeo, vederle stilisticamente così all'avanguardia capita quasi di rado è un altro discorso.
L'ultimo film di Cheang, pur avendo una trama abbastanza scontata, è una lezione tecnica, trovando in una perizia della messa in scena perfetta e a tratti all'avanguardia, delle scelte raffinate e stilisticamente impressionanti. Anche se la storia può apparire scontata, supera di certo quella saga tamarra americana e brutta di FAST & FURIOUS.
Motorway è un action minimale con un buon cast e il regista di KILL ZONE 2 e della saga di MONKEY KING (dunque stiamo parlando di qualcuno che sa dirigere gli action perlomeno da dio e non stupisce che sia uno dei pupilli di To).
Un film tutto di inseguimenti e di colpi di scena che in 80' non concede attimi di noia e cali di tensione.
Una truzzata con stile che riesce sempre bene agli orientali.



Trust

Titolo: Trust
Regia: Alex Brewer
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Cage e Wood interpretano due poliziotti corrotti che scoprono una cassaforte nascosta mentre stanno lavorando nel deposito delle prove del dipartimento di polizia. Quando cercano di fuggire con il contenuto, si trovano di fronte ad ancora più corruzione che li obbliga a lottare per la loro vita e a mettere in discussione ogni loro mossa.

Ma che poliziesco davvero brutto...o meglio come è stato definito "dramedy" termine che unisce commedia e genere drammatico.
E pensare che vedendo Nicolas Cage ed Elijan Wood insieme, a parte le risate, ho pensato che magari ci potesse essere una sorta di affiatamento, soprattutto vedendo il primo che cerca di fare ridere e il secondo che fuma erba e ha un debole per le prostitute.
Nulla di tutto ciò. E'un film in cui non succede quasi niente, con tanti dialoghi, la cassaforte più difficile da scassinare della storia del cinema, la totale mancanza di azione e per il resto davvero non posso che rimanere basito di fronte a questo esordio alla regia.
Posso capire che si sono armeggiati nella speranza di fare qualcosa di diverso che parlasse di poliziotti corrotti e sfigati che ormai nessuno dei colleghi e delle donne che hanno attorno considerano.
Ma c'è qualcosa di incredibilmente soporifero in questo "dramedy" che non sono proprio riuscito a sopportare nonostante abbia visto quasi tutti i film dei due attori e soprattutto le ciofecate o i film straight to video di Cage che nessuno a parte me e pochi altri voleva vedere.


martedì 20 settembre 2016

Nice Guys

Titolo: Nice Guys
Regia: Shane Black
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Los Angeles 1977. Da qualche tempo nella città degli angeli tira una brutta aria, l'inquinamento soffoca gli uccelli e la criminalità uccide le star(lette). A indagare ci pensano Jackson Healy e Holland March, il primo ammonisce le persone a suon di pugni, il secondo le rintraccia per conto terzi. Investigatori maldestri, Holland e Jackson si 'incontrano' intorno al caso Amelia, una giovane attrice di film porno in fuga dai sicari che tre giorni prima hanno ucciso il suo fidanzato, regista sperimentale bruciato con la sua casa e le sue pellicole, e Misty Mountains, amica e diva del genere precipitata con la sua auto giù dalla collina. Assoldati dalla madre di Amelia, amministratrice di giustizia 'giustiziera', i nostri scoprono molto presto che niente è quello che sembra. Lanciati all'inseguimento dei cattivi, si accompagnano loro malgrado con Holly, la brillante figlia di Holland che non ha nessuna intenzione di aspettare papà a casa.

Nice Guys è un film all'apparenza stupidotto ma che poi piano piano apre alcune riflessioni e diventa abbastanza una sorta di mistery e buddy movie, una commedia nera che fonde tanta violenza e splapstick, effettata a dovere, per cercare di infilare anche un insolito impianto ironico.
Siamo lontani da un capolavoro che è stato VIZIO DI FORMA, da prendere come esempio per la complessità e la genialità della scrittura, forse uno dei film più interessanti degli ultimi anni e non so per quale motivo, vedendo questo divertissement del regista, faccio questo insolito paragone.
Qui l'intento è un altro. Fondere e di nuovo contaminare generi, citazioni, atmosfere, con un intento più ludico senza complessità e strutture che facciano riflettere e richiedano grossa concentrazione.
Alla fine è un film stupido che si lascia guardare con gusto.
A volte i problemi arrivano proprio quando si vuole fare qualcosa di originale (ma qui non è proprio il caso), come far recitare il fantasma di Crowe (che ormai non azzecca più un ruolo) e un attore, solo a volte davvero funzionale anche se non è questo il caso come il belloccio Gosling.
Il regista che ha saputo far fortuna come sceneggiatore negli anni '80-'90 ritorna a confrontarsi con il polar e con un'atmosfera che ricorda l'unica cosa di buono che ha fatto in passato ovvero KISS KISS BANG BANG. Nel suo involucro all'apparenza quasi fastidioso, Black va subito oltre, risparmiando un'indagine sconclusionata e banalotta e passando a tutto ciò che l'avvolge, con una sceneggiatura davvero sorprendente in alcuni passaggi.


domenica 18 settembre 2016

Point Break

Titolo: Point Break
Regia: Ericson Core
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Johnny Utah, giovane agente dell'Fbi, riceve l'incarico di infiltrarsi in una banda di atleti estremi guidata da Bodhi, sospettato di aver commesso una serie di sofisticati attacchi senza precedenti ai danni di molte imprese. Nella sua pericolosa missione sotto copertura, Utah dovrà battersi non solo per la sua stessa vita, impegnandosi negli sport più estremi ma anche per salvare i mercati finanziari globali, fortemente minacciati da un uomo capace di architettare crimini sempre più folli.

Potevano fare un documentario sullo sport estremo e bene o male avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Point Break c'era da aspettarselo... Nessuno ne sentiva la necessità dopo il cult del '91, ma Hollywood, ancora una volta la pensa in modo diverso.
Stessi nomi, diversi attori, sport a gogò, azione come non mai e una storia banalotta che poco si differenzia dall'originale se non per una classica e stereotipata nota da furbetti new-age e vagamente filosofica sul portare a compimento le "otto prove di Ozaki", un percorso verso l'illuminazione spirituale che spinge la sfida fisica oltre gli umani limiti.
Al di là di questo il film è uguale al classico ma con meno forza, gli attori sembrano pendere da stereotipie ormai solidificate dall'industria del cinema e senza avere quella carica eversiva e anarchica dell'originale.
Nonostante tutto non sono proprio riuscito a compararlo con l'originale.
Ho visto un film d'azione come tanti che vanta alcune tra le più riuscite scene sullo sport estremo mai viste e mai girate finora come quella della tuta alare che già da sola basta la visione.
Forse è stato proprio azzerando le aspettative, ma ormai spesso e volentieri il potenziale del film lo si intuisce dalla locandina, che in fin dei conti mi sono divertito senza pensare troppo ai fronzoli inutili dei dialoghi, ma godendomi un ritmo che merita certo di più rispetto alle centinaia di coetanei che vengono sfornati ogni anno dall'industria.


sabato 10 settembre 2016

P'tit Quinquin

Titolo: P'tit Quinquin
Regia: Bruno Dumont
Anno: 2014
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 4
Giudizio: 4/5

P'tit Quinquin è un ragazzino molto vivace di una dozzina d'anni che vive nella fattoria di famiglia. E' l'inizio delle vacanze estive e trascorre il tempo coi suoi due amici e la fidanzatina Eve, girando in bicicletta e facendo scherzi con i petardi. Ma un evento straordinario sopraggiunge con la scoperta di un cadavere di una vacca squartata ed esposta spettacolarmente in un bunker, una spoglia tanto più inquietante in quanto l'autopsia rivela dei resti umani all'interno. Arriva in città un'improbabile coppia di investigatori della polizia composta dal comandante Van der Weyden, pieno di tic, e dal luogotenente Rudy Carpentie, che passerà tutto il film a fare assurde manovre da pilota di rally. "Non siamo qui per fare della filosofia", precisa subito uno dei due, mentre un secondo cadavere (una donna senza testa) fa la sua comparsa. Moltiplicando le piste false (la coppia di amanti, il giovane terrorista in erba perduto nel clima di pregnante razzismo locale) e le divagazioni, da un funerale assurdo a un concorso canoro radiofonico passando per la fanfara del 14 luglio, le indagini avanzano in una nebbia resa ancora più fitta da altri tre omicidi (l'ultima vittima è divorata dai suoi maiali), mentre P'tit Quinquin prosegue la sua vita di giovane adolescente.

Dumont è ormai da parecchi anni che lo seguo, rimanendo estasiato e insoddisfatto, allegro e dispiaciuto allo stesso tempo. Insomma è un regista che mi piace ma con cui non vado molto d'accordo.
Una serie dunque mi ha colto spiazzato in tempi dove ormai sembra essere il format preferito e di moda per tante produzioni e tanti registi.
Dumont però è sempre stato e sempre sarà originale per diversi punti di vista, oltre che possedere uno stile davvero atipico e particolare ed essere un autore da non sottovalutare.
Quindi questa breve serie autoconclusiva è la summa di tutti gli elementi e i suoi temi cari anche se per fortuna resi ed espressi in modo più chiaro e meno metafisico come appare in molte sue opere.
La cosa che più mi ha stupito è stata la risata, sempre e volutamente assente dal suo cinema, mentre invece alcuni temi già erano presenti e mischiati con altri a partire dall'umorismo assurdo, l'autoironia, la parodia di tante recenti serie poliziesche e non per ultima l'ipocrisia che domina la società e l'individuo e in fondo l'umanità e la sua intrinseca barbarie pronta a deflagrare in ogni momento.
A partire da una scelta del cast assolutamente funzionale e incisiva nella sua maniera di esprimere e di esprimersi come meglio credono. Volti bene o male sconosciuti o poco noti, in cui ancora una volta è proprio la mimica facciale, i tratti somatici e i segni particolari a farla da padrone, sia per i piccoli che per gli adulti, con la prova straordinaria e davvero assoluta di Bernard Pruvost nei panni dell'insolito detective.
Stravagante, bizzarro, grottesco, romantico. Questa piccola serie cult andrebbe vista e rivista per coglierne tutti gli elementi e soprattutto è doveroso vederla tutta di seguito.


martedì 6 settembre 2016

Stranger Things

Titolo: Stranger Things
Regia: Matt Duffer, Ross Duffer
Anno: 2016
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell'Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; allo stesso tempo in un laboratorio segreto nei dintorni della stessa cittadina un ricercatore è vittima di un'inquietante creatura. Dallo stesso laboratorio Hawkins, una stramba ragazzina approfitta della confusione generata dall'incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita da agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will: Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce del fidato compagno svanito nel nulla. La ragazza, che si identifica con il numero tatuato sul suo braccio, "Undici", crea un legame in particolare con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione."Undici", a conoscenza delle sorti di Will, aiuta i ragazzi a cercarlo, spiegando loro come sia finito in un'altra dimensione paragonata a un "sottosopra" del mondo reale, popolato da mostruose creature. Le indagini della polizia locale, guidate dall'agente Hopper, sono ostacolate dal laboratorio Hawkins, che inscena anche una finta morte del bambino. La madre di quest'ultimo, Joyce, vive nel frattempo bizzarre esperienze soprannaturali nella propria casa, nelle quali il figlio riesce a mettersi brevemente in contatto con lei, mentre Jonathan, il fratello maggiore di Will, inizia a indagare con Nancy, sorella di Mike, su una creatura che potrebbe aver rapito il fratello e un'altra ragazza del luogo. Le ricerche di Hopper, Joyce, Jonathan, Nancy e di tutti i ragazzi convergono presto insieme contrapposte al tentativo degli agenti del laboratorio di insabbiare quanto stia avvenendo nella città e ricatturare Undici.

Stranger Things non è figo, non è cool nè tantomeno originale.
Non ha niente di tutto ciò.
E'una serie guardabile, niente di più, creata da hipster che solo per il fatto che citino gli anni '80 con le loro musichette da tastiera e un gruppo di ridicoli nerd non significa che debba essere miracolata e originale. Ma ormai si grida al capolavoro per qualsiasi cosa che abbia una copertina in grado di farti bagnare. Purtroppo niente di tutto questo.
Alieni, area 51, bambini che spariscono in altre dimensioni per essere ritrovati poi in un fondale marino in una dimensione spazio/tempo confusa e senza senso. Una madre isterica che sente il figlio scomparso attraverso segnali energetici (sembrava di vedere Cooper che parla con Murphy da dietro la libreria) e infine il governo che guarda caso è composto quasi solo da stronzi prepotenti.
In Stranger Things vince la nostalgia che però a guardar bene sembra una scusa come un'altra per rendere ghiotto un prodotto che più commerciale di così si muore e la Netflix in quanto a rendere cool i suoi prodotti è furba oltre che spendere cifre da capogiro.
Sono stati tirati in ballo tutti i cult degli anni '80, ma per dirne una molto veloce, SUPER 8 di J.J.Abrams, in due ore, condensava tutto in modo molto più sintetico e funzionale.
E'puro merchandising pubblicitario dove alla base si trova la scritta "ritroverete questo e quest'altro" ma non è che il pubblico o gli spettatori con una dipendenza rara e incontrollata come me possono fare riferimento a questa insulsa log-line per cercare prodotti di qualità.
C'è bisogno d'altro. Quell'altro che nella breve serie effettata a dovere con ogni singola attenzione al dettaglio e non alla storia, esaurisce subito la mistery della trama e anche spoilerando a dovere vedrete che non succederà o non vi perderete proprio niente.
Manca un universo coerente e ricco.
Gli anni '80 non vanno ripresi. Eighties di che? Quelli erano altri tempi.

Il cinema più che mai deve scommettere sulle storie che non esauriranno mai e non mischiare tanti elementi a caso cercando a livello tecnico di rendere il tutto più affascinante possibile.

giovedì 4 agosto 2016

Wailing

Titolo: Wailing
Regia: Na Hong-jin
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio:4/5

Un anziano forestiero compare nelle vicinanze di un villaggio coreano di montagna. Nessuno sa da dove venga. Si sa solo che è giapponese. In breve tempo però iniziano a verificarsi morti misteriose sulle quali indaga il poliziotto Jong-gu. Gli omicidi sembrano essere legati a ritualità demoniache. L’indagine del tutore dell’ordine si fa più pressante e carica di oscuri presagi quando è sua figlia ad essere posseduta.

La potenza evocativa di Wailing non passa inosservata.
In due ore e mezza di durata il regista riesce a mettere in scena un thriller poliziesco con un'atmosfera horror e tanti elementi estrappolati dal cinema di genere.
Lo straniero, il concetto di diversità, l'epidemia, gli zombie, le maledizioni, il folklore popolare, l'indagine, la possessione, i rituali, gli spiriti e infine i demoni.
Da subito emerge una messa in scena sublime con una fotografia capace di illuminare ogni singolo dettaglio della scena (particolare che avendo a che fare col mistery risulta molto importante).
Un film che piano piano diventa sempre più complesso con trame e personaggi che sembrano il contrario di quello che finora ci è sembrato di capire.
Poi non contento di tutto ciò, il regista si concede anche il lusso di scherzare in alcuni momenti riuscendo in alcune scene peraltro grottesche a fare pure ridere (il tipo colpito dal fulmine ad esempio...) come esempio di una struttura slapstick in salsa coreana non sempre funzionale ma che qui trova un suo gioco forza interessante.
E'proprio vero che negli ultimi anni per quanto concerne i gialli, i coreani e gli orientali in generale hanno saputo rilanciarsi nel migliore dei modi con alcune strutture e trame narrative davvero originali e in grado di appassionare il pubblico con continui colpi di scena e intrecci complessi e quasi sempre lasciati all'oscuro per fare in modo che lo spettatore faccia quello sforzo in più che spesso e volentieri il cinema dovrebbe richiedere.
Na Hong-jin rimane uno di quelli da tenere sott'occhio, soprattutto contando che questo suo terzo film è il migliore e il più complesso senza contare che i due film precedenti di certo non scherzavano.


mercoledì 25 maggio 2016

Codice 999

Titolo: Codice 999
Regia: John Hillcoat
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Michael e la sua banda sono capaci di colpi grossi: sono ex militari e poliziotti corrotti, addestrati, armati, senza scrupoli. La russa Irina, però, li tiene in pugno, e questa volta l'unico modo per accontentarla sembra essere quello di far scattare un 999. Solo uccidendo un agente, infatti, e sfruttando il richiamo di tutte le volanti sul luogo, Michael e i suoi avranno tutto il tempo di andare a segno altrove. Se poi quell'agente è Chris, nuovo del reparto e nipote del capo, ancora meglio. O forse no. Forse qualcosa andrà storto, in maniera del tutto imprevedibile, perché così è la vita e così funziona il buon cinema.

Codice 999 ha tante falle e un finale prevedibile. E' molto eccitante ma anche banale, sfruttando alcuni clichè come i russi cattivi e altri elementi che ormai sembrano deteriorati.
E' un poliziesco con la dolenza del noir che non riesce ad andare oltre alle aspettative e i numerosi limiti di scrittura.
Eppure con tutti i problemi del caso è un film di una potenza incredibile.
Hillcoat secondo me è un regista molto dotato, possiede ritmo e mestiere da vendere e alla fine confeziona un lurido film di serie b che da la prova di come sia esperto nel creare e sostenere la tensione. Codice 999 è davvero cattivo, niente e nessuno si salva in questo
actioner nichilista e brutale, ambientato in un mondo dove la corruzione dilaga e la malavita fa le leggi. Non esiste il concetto di "buono" se non in Chris, il sempre perfetto Casey Affleck, che però da solo non è in grado di prevedere giri di potere e collegamenti più grandi di lui.
Ad un certo punto sparisce pure dal film per quasi una ventina di minuti in cui la regia sposta l'azione e il dramma sui componenti della banda di Michael.

Con un cast stellare con tanti personaggi e poca caratterizzazione, Hillcoat straborda, innaffia di sangue e violenza le pareti dello schermo senza lasciare speranze ma continuando a far capire e sostenere la tesi che non esista un buono e un cattivo ma siamo tutti portatori di un cancro insanabile che non riusciamo a vedere.