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lunedì 1 maggio 2017

Seoul Station

Titolo: Seoul Station
Regia: Yeon Sang-Ho
Anno: 2016
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Stazione centrale di Seul, dopo il tramonto: vediamo un anziano senzatetto, uno dei tanti, divorarne un altro. Presto le strade lì attorno si riempiono di folli come lui. Hye-sun, una ragazza scappata di casa, rompe col fidanzato che la obbligava a prostituirsi. Abbandonato lo scalcagnato motel dove abitavano nei pressi della stazione rimane coinvolta come testimone negli attacchi nei confronti di altre persone. Gli assaliti divengono a loro volta assalitori, così che il loro numero aumenta esponenzialmente. Il governo isola tutta l'area. La gente scappa, ma non c'è nessun posto dove trovare rifugio...

Seoul Station è il prequel di Train to Busan ambientato nel centro di Seoul la sera prima degli eventi. Di entrambi, il regista è Sang-ho Yeon, autore principalmente di film d’animazione tra cui KINGS OF PIGS brutale dramma a tema politico che mostrava una società infantile violenta strutturata per classi sociali e sopravvivenza del più forte.
A differenza del successivo lungometraggio qui la vicenda si concentra su due storie principali e se vogliamo due prospettive diverse dove analizzare la vicenda.
La trama si svolge su due piani, uno “privato” e uno “politico”: il piano “privato” riguarda una ragazza che deve incontrare, nella Seoul invasa dagli zombie, il fidanzato con cui ha litigato e il padre che non vede da anni; quello “politico” riguarda la maniera in cui gli infetti cominciano a diffondersi e la maniera con la quale polizia ed esercito intendono risolvere il problema
Per tutta la durata del lungo l'azione riesce ad essere in prima linea senza fare in modo che la storia e alcuni dialoghi diventino troppo macchinosi come nella parte privata di Hye-sun.
Le creature che ricordano e omaggiano gli zombie della tradizione romeriana ma anche quella post contemporanea di ultima generazione sono fatti in una c.g soddisfacente anche se non siamo ai livelli dell'animazione nipponica. Proprio i riferimenti a Romero sono i principali debitori a partire dalla struttura e confezione del prodotto che è praticamente uguale a LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI. Anche in questo caso il regista coreano punta su una nota d'intenti che in fondo rispecchia senza troppa originalità contando che è la metafora sul genere il concetto già abbondantemente veicolato da George Romero: il vero pericolo non arriva dagli zombie, ma dagli uomini.


martedì 25 aprile 2017

Taking of Tiger mountain

Titolo: Taking of Tiger mountain
Regia: Tsui Hark
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Manciuria, 1946. Il capitano 203 guida un manipolo di soldati dell'Esercito Popolare di Liberazione maoista, spossato dalla guerra civile, che arriva in un villaggio terrorizzato dall'egemonia dei banditi. Questi, guidati da Lord Hawk, hanno preso possesso di Tiger Mountain, un rifugio pieno di insidie, e di un arsenale appartenuto ai giapponesi. Inferiori numericamente e peggio armati, i soldati dovranno ricorrere a un'impresa eroica per sconfiggere i banditi e liberare il villaggio. Yang, inviato dal Quartier Generale del Partito, si offre volontario come infiltrato nella gang di Hawk per aiutare la missione.

Tsui Hark è uno dei registi più importanti della sua generazione. Credo sia uno dei pochissimi a non aver mai dato alla luce un brutto film e non ha quasi mai accettato marchette come il suo collega Zhang Yimou di cui peraltro ho grande stima.
Ci troviamo ancora una volta di fronte ad un'opera incredibile con una messa in scena che raggiunge livelli ancora una volta molto alti inserendo un lavoro di fotografia magnifico in grado di esaltare ogni singolo attimo di azione e di bellezza estetica presente nel film.
The Taking of Tiger mountain è un'opera di sorprendente naturalezza visiva che ci offre scenari e location incontaminate.
Tratto da un'opera patriottica e da un romanzo di Qu Bo pubblicato nel 1946, il racconto è diventato subito un grande successo di pubblico tra il popolo, in un periodo ricco di cambiamenti politici e sociali per la Cina. La pellicola, capace di incassare in patria una ragguardevole cifra (decimo incasso nazionale di tutti i tempi) equivalente ad oltre 150 milioni di dollari ha dato di nuovo il lasciapassare ad Hark, abituato a smarcarsi tra grandi produzioni e film a basso budget.
Il suo ultimo film è un'avventura in piena regola che a differenza di altre opere dell'autore cerca di essere meno politica puntando su un misuratissimo intrattenimento con alcuni colpi di scena e un climax spettacolare. L'epicità ancora una volta fa da protagonista diventando l'impianto narrativo e riuscendo a inserire una galleria di personaggi convincenti e memorabili oltre che essere caratterizzati molto bene. In più le solite sotto trame, alcune semplici altre meno e comunque sempre ricche di sfumature riescono a dare ancora più sostanza privilegiando l'entertainment più puro e incontaminato.

Un'altra prova per un artista che non ha bisogno di presentazioni sapendo destreggiarsi tranquillamente in ogni genere apportando sempre la sua firma e il suo stile ormai una garanzia di qualità, tecnica, complessità di scrittura e intenti.

martedì 11 aprile 2017

Headshot

Titolo: Headshot
Regia: Mo Brothers
Anno: 2016
Paese: Indonesia
Giudizio: 3/5

Un uomo soffre di amnesia e non ricorda il suo passato quando era sfruttato come una macchina da guerra per uccidere le persone. Un giorno però si imbatte nei criminali che lavorano ai servizi di un vendicativo trafficante di droga e il suo passato ritorna a galla.

Ormai l'Oriente ha spodestato definitivamente l'Occidente sul cinema delle arti marziali e alcune sotto branchie del cinema d'azione. Basti pensare agli Yakuza Movie come alcuni polar nipponici e cinesi, senza peraltro contare la potenza degli ultimi anni del cinema sud coreano.
In fondo è sempre stato così dai tempi di Bruce Lee. E'un fattore culturale che li appartiene.
Iko Uwais è diventato il nuovo paladino delle arti marziali dopo Tony Jaa. Indonesia vs Thailandia. Un bello scontro tra due paesi che mettono in ballo mazzate di una violenza cosmica e con un ritmo eccezionale che spesso e volentieri mostra lunghi piani sequenza per valorizzare il talento degli attori e la quasi totale assenza di stunt man.
Uwais dopo i due capitoli di THE RAID per il gallese Evans, è stato prelevato dai due fratelli che hanno avuto in patria un mezzo flop con il difficilissimo KILLERS. Un film cupo, teso e complesso che purtroppo non è riuscito ad avere successo anche a causa di una violenza gratuita molto perversa.
Headshot è pieno di scene d'azione che lo rendono estremamente divertente e realistico ma ancora una volta l'aspetto provvidenziale per mostrare che cosa ci si aspetta da film di questo tipo e nella trama che definire imbarazzante è poco.
Alcune carneficine come quella in prigione e sul pullman sono di una violenza inenarrabile con arti mozzati e quant'altro, il tutto ovviamente condito con una realisticità a tratti inquietante.

Questa incredibile alleanza dovuta tutta a Evans che di fatto ha organizzato l'incontro tra i registi e la star, diventa importante per poter sancire un sodalizio che speriamo porti a tante altre pellicole di sonore mazzate come questa che diventano oro colato dal momento che dall'altra parte del mondo ci tocca vedere gente improbabile che si cimenta in film di arti marziali senza averne la stoffa.

lunedì 6 marzo 2017

Handmaiden

Titolo: Handmaiden
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Corea,1930. Sotto la dominazione giapponese della Corea, Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal (falso) conte Fujiwara, che mira al patrimonio di una ricca ereditiera nippo-coreana, Hideko. Sookee diviene la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione, che rischia di compromettere il piano di Fujiwara.

C'è una frase che mi colpì di Park Chan-Wook quando al tempo diresse uno dei tre episodi di THREE EXTREMES. Il regista confidò al giornalista di essersi avvicinato solo in tarda età alla settima arte e di aver visto pochissimi film.
Senza stare a fare le presentazioni parliamo di un outsider che non ha mai sbagliato un colpo.
Sia nella trilogia della vendetta, la più conosciuta e apprezzata, ma anche in tutto il suo cinema precedente e la filmografia successiva, è un autore poliedrico che ha spaziato dal dramma, all'horror fino alla sci-fi, per arrivare con questo suo ultimo film a concludere la trilogia sull'esplorazione dell'amore proibito iniziata nel 2009 con THIRST e proseguita con STOKER.
Handmaiden approfondisce alcuni temi cari al regista e chiama in cattedra ancora una volta una scenografia inquietante per quanto rasenta la perfezione e una fotografia anch'essa molto potente in grado di restituire tutto ciò che i dialoghi e le parole non devono sforzarsi di raccontare.
Eppure a dispetto di altre sue opere appare come qualcosa di incredibilmente complesso, stratificato, un omaggio al cinema erotico e al soft-core con scene di sesso tra donne che fanno imbarazzare LA VITA DI ADELE.
Hideko, la protagonista ad esempio è costretta ad essere, lei come tutti gli altri, prigioniera del suo zio folle, un demiurgo come non si vedeva da tempo, addestrata fin dalla tenera età a interpretare reading per soli uomini di testi erotici giapponesi, di cui lo zio è un accanito e geloso collezionista, ossessionato dal sesso come esercizio di potere in modo indifferente sia nei confronti delle donne sia degli uomini.
In Handmaiden tutto viene ribaltato, i giochi e le dinamiche complesse tra i personaggi esplodono, il lento gioco della rottura delle apparenze diventa sempre più grottesco e avvincente per poi finire in un bagno di sangue come nella inquietante scena che fa da apri pista alla deriva gore, in cui i due maschi, il padre-padrone ed il mentore-lenone, gabbati e sconfitti, si fronteggiano a colpi di tortura verbale e fisica tranciando dita.
E'un omaggio agli usi e costumi di una Corea ancora schiava e repressa, dove si insinua la libertà dell'erotismo come unica valvola di sfogo "femminile" e concentrandosi su una messa in scena che a differenza di molta cinematografia di genere coreana non usa un'estetica patinata così esagerata. Ispirato ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters, il thriller di Wook, che tra i suoi registi preferiti pone Hitchcock palesandolo senza troppi problemi e tessendo come spesso capita nel suo cinema il classico concetto per cui chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato.
Handmaiden come tante opere in costume utilizza lo storytelling per creare ambiguità e per dare ancora più valore e spessore alla storia.



mercoledì 15 febbraio 2017

I am an hero

Titolo: I am an hero
Regia: Shinsuke Sato
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Hideo Suzuki è un trentacinquenne assistente di un mangaka: il suo sogno di sfondare nell'ambiente cozza con fallimenti e sogni distrutti, strane delusioni e con la strana storia con la sua ragazza Tetsuko.
Un giorno, una misteriosa epidemia infetta una parte ingente della popolazione giapponese, rendendoli zombie pronti ad addentare e divorare gli umani. Hideo, non ancora certo della situazione, fugge dalla sua casa e dalla sua ragazza ormai zombie, armato con il suo amato fucile ma mantenendo la sua morale e inizia il suo solitario viaggio, finché non conosce prima la liceale Hiromi e poi l'infermiera Yabu.

Prima il Giappone e poi la Corea. Lo zombie è stato sdoganato anche se in realtà non sono gli unici esempi ma solo i più recenti. Quasi dei blockbuster con un sontuosissimo budget, se guardiamo la cinematografia di genere sull'argomento, in cui soprattutto gli orientali ne hanno fatta di strada spesso cercando di apportare qualche piccolo cambiamento come ad esempio JUNK o TOKIO ZOMBIE ma sono davvero tanti i casi in cui il mix di generi si è rivelato funzionale e senza dover chiamare in cattedra le pellicola dnotomista.
La parabola dell'uomo comune pronto a improvvisarsi eroe della situazione caratterizza le due ore di evasione in un film dal ritmo irrefrenabile, pieno di sparatorie e combattimenti con ogni tipo di arma possibile (davvero ogni tipo). Tratto da un manga, il film è pura azione exploitation cercando di mantenere coerenza con il fumetto e allo stesso tempo evitando di alimentare trame particolari ma basando su un insieme di elementi semplici quanto funzionali. Se però ci divertiamo e godiamo allegramente per questa carneficina di quasi due ore dall'altra parte suona quasi doveroso un piccolo paragone con THE WAILING e TRAIN TO BUSAN dove la narrazione aveva un peso decisamente più importante.
Il sangue scorre copioso in un'apoteosi d'azione avvincente che sfrutta un ottimo look splatter davvero ben fatto e molto inquietante cercando di fare un ottimo lavoro valorizzando e differenziando ogni creatura dall'altra. Il risultato è una galleria di mostri che non si vedeva da tempo con un più solido realismo, evitando scene eccessivamente crude ma dando vita ad un paio di roboanti carneficine e scene apocalittiche che non verranno dimenticate facilmente.
C'è un'imbarazzante storia d'amore contando che il protagonista è un nerd che ha più paura a dover parlare con una fanciulla che a uccidere un non morto.
"Molto normale essere umano" sembra essere la log-line del film in cui Hideo si affaccia con personalità diverse e sfuggevoli come l'amichetta zombie (abbastanza innovativo) e senza contare il difficile e noioso rapporto con una donna che non lo ama
Anche qui come per la nuova ondata di new-zombie, corrono e sanno muoversi abbastanza bene.
In I am an hero in più c'è uno zombie diverso dagli altri che sembra possedere alcune risorse cognitive che gli altri non hanno. Infatti diventa il leader dell'orda di non morti e in alcune scene riesce a fare davvero paura.
Hideo scappa per tutto il film alzandosi in piedi da un sedia e da un ufficio che lo sta uccidendo e che rende abbastanza bene la routine noiosa di questi mangaka e della loro alienazione nei confronti della società. Quando poi l'incubo incontra la realtà...allora si può rimanere spiazzati piangendo o affrontando una nuova rinascita.



martedì 14 febbraio 2017

Shin Godzilla

Titolo: Shin Godzilla
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Il Giappone precipita anel caso a seguito della comparsa di un mostruoso lucertolone gigante.

A ogni paese spetta la sua leggenda e il suo fantasma del passato.
Ridiamo dunque Godzilla ai suoi legittimi proprietari senza bisogno di doverlo più estradare in occidente. Siamo infine arrivati al 31° film dal '54 ad oggi (il 29°prodotto dalla Toho), contando che purtroppo la stessa casa giapponese aveva messo da parte alcuni progetti e trilogie sul re dei mostri che purtroppo dopo i fallimentari predecessori, parlo in particolare del vergognoso film di Emmerich, si erano tutti arenati.
Mettendo da parte il danno e la beffa di un paese che oltre ad aver creato le basi perchè si generasse il mito (le bombe su Hiroshima e Nagasaki), troviamo qui una coppia di registi talentuosi in ottima forma.
Il risultato è davvero una piccola chicca che chiude in maniera ottimale un anno peraltro che ha saputo regalare diverse opere importanti.
Resurgence (tit internazionale) sembra ripartire da zero cancellando la filmografia precedente o meglio inserendosi in quel filone che apparteneva ai monster-movie ma anche ai film di denuncia con diverse chiavi ideologiche che rispecchiano la politica e i limiti burocratici del paese.
Complesso, dinamico, puntuale nella sua critica. Questo ultimo Godzilla richiama gran parte delle paure e del vecchio cinema sci-fi nipponico. C'è il concetto della mutazione ed evoluzione della creatura, c'è il ruolo chiave dell'opinione pubblica che salvaguarda i suoi interessi.
I registi fanno subito in modo che dopo nemmeno venti minuti si arrivi ad empatizzare con il lucertolone mischiando al di là del perfetto connubio di generi, cg, motion-capture e miniature alla vecchia maniera che si produce più volte nel suo famoso ‘grido’ e nell’altrettanto noto raggio atomico con scene lunghissime in cui il lucertolone spara raggi dalla bocca e dalla schiena distruggendo qualsiasi cosa per poi scaricare le energie e addormentarsi accanto ad un grattacielo. Shin sbaraglia nel giro di pochi istanti tutta la concorrenza yankee riuscendo al contempo ad essere nostalgico, innovativo, sperimentale e sapendo unire generi e sottotesti.
Ipnotico quanto straordinario e suggestivo, il nuovo Godzilla spacca e distrugge.


Headshot

Titolo: Headshot
Regia: Pen-Ek Ratanaruang
Anno: 2011
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Tul sta per vedere il suo mondo distrutto. Gli è stato inviato un pacchetto di foto e di dati, che esamina e poi mette via tempestivamente, dentro il trituratore. Si rade la testa, indossa le vesti di un monaco, e si apposta nella tenuta appartenente all'uomo della foto. Poi, prende una pistola e spara un proiettile nel collo dell'uomo. Altri colpi vengono sparati, e uno di loro finisce nella testa di Tul. Tutto diventa nero. Quando si sveglia tre mesi dopo, tutto è invertito e lui si ritrova dalla parte opposta. È un danno cerebrale bizzarro, o una qualche forma di contrappasso karmico?

Pen-Ek Ratanaruang è uno stranissimo outsider thailandese. Il suo cinema ancora adesso non credo di aver capito dove voglia e che traiettoria voglia prendere, ma nel suo complesso e indecifrabile cammino, ho potuto ammirare alcuni suoi film sconosciuti senza mai aver avuto una benchè minima distribuzione.
LAST LIFE IN THE UNIVERSE era un buon traguardo anche se l'autore ha fatto di meglio con il successivo INVISIBLE WAVERS sempre con il suo attore feticcio Tadanobu Asano.
In Headshot cambia di nuovo tutto. Regole, scenario, genere, creando un concentrato che abbraccia crime-movie, indagine poliziesca, arti marziali, noire, una specie di tecnica che più volte richiama il mockumentary e altri segmenti già visti e altri no, oscillando tra il dramma intimista e il thriller anfetaminico.
Un film strano e anomalo che ho trovato spesso fine a se stesso e autocelebrativo a differenza di altre opere dove la narrazione e la trama avevano un'intensità maggiore.
E'un thriller cupo e disilluso che mostra triangolazioni, corruttori, un paese marcio minato alla base da una corruzione inestirpabile. Il regista ancora una volta punta sul fascino nel non detto, nell’inspiegabile serie di obbiettivi e problematiche che Tul si ritroverà ad affrontare dal momento in cui la sua vita viene stravolta e capovolta, decidendo di passare dall'altra parte criticando fortemente un sistema che divide nettamente la categoria buoni e cattivi, che continua un discorso sul revenge-movie e sembra voler ribadire che se la giustizia non aiuta, allora Tul da poliziotto può trasformarsi in un sicario per conto di un organizzazione segreta. Amen


martedì 13 dicembre 2016

One Piece Gold

Titolo: One Piece Gold
Regia: Hiroaki Miyamoto
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Luffy e la sua ciurma di pirati incappa nella nave-città di Gran Tesoro, un luogo dominato dal colore oro, dai casinò e dalla adorazione per il gioco d'azzardo. Il capitano-proprietario, Guild Tesoro, lancia una sfida dal prezzo altissimo a Luffy: se quest'ultimo perde la scommessa sarà alla sua mercè.

E'la prima volta che mi imbatto in un lungo d'animazione su One Piece. Ho scoperto che sono arrivati al tredicesimo lungometraggio animato della saga, che ha incassato più di 5 miliardi di yen in patria. Devo dire che come film senza prequel o sequel ma come capitolo autoconclusivo non è assolutamente male contando l'immaginazione dell'autore e tutti gli elementi originali all'interno dell'opera che ecciteranno svariati fan della saga (i quali cercheranno di fare tutti i collegamenti possibili) che tra le altre cose è stata inserita nel libro dei Guinness dei Primati come "il fumetto disegnato da un singolo autore con il maggior numero di copie vendute" ovvero 340 milioni totali solo in Giappone.
Si ride, ci si prende sul serio, c'è azione in grossissime quantità con scontri a profusione e poi non mancano le sfide con un'inventiva sorprendente e alcuni personaggi nuovi e ben studiati senza contare la storia che verso la metà cita palesemente gli stilemi dell'heist movie.
Dalla lussuosa e incredibile location, Grantesoro, una sorta di nave/casinò che solca i mari per intrattenere il pubblico di tutto il mondo per arrivare ad una delle tante metafore e messaggi che il film lancia dalla morale fortemente incentrata sul denaro come sterco del demonio e radice di ogni male quindi il collegamento con le slot machine e i danni che stanno producendo non è affatto male fino ad arrivare all'esercizio del potere politico attraverso quello economico per controllare le masse. Grantesoro non è altro che la metafora di quei paesi industrializzati nelle cui pieghe del tessuto sociale soccombono le vittime della disparità economica. Tutto questo all'interno di un film d'azione e avventura non è cosa da poco.


domenica 11 dicembre 2016

Wind

Titolo: Wind
Regia: Saw Tiong Guan
Anno: 2016
Paese: Cina
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

Christopher Doyle ha condotto un’esistenza a dir poco straordinaria: dopo aver lasciato i deserti australiani per l’oceano, ha viaggiato in tutto il mondo, lavorato come marinaio e scavatore di pozzi e vissuto in un kibbutz. Una vita avventurosa, che l’ha portato a Taiwan, dove, infine, a trentadue anni, ha imbracciato per la prima volta una macchina da presa, divenendo uno dei direttori della fotografia più noti e apprezzati del cinema contemporaneo, collaboratore di registi come Wong Kar-wai, Gus Van Sant, James Ivory e Neil Jordan. In questo film racconta la sua vita seduto di fronte all’obiettivo, fra ricordi, immagini e riflessioni.

Christopher Doyle è un artista poliedrico ed eccentrico.
Il premio vinto e consegnatoli al TFF 34° ha incorniciato un personaggio molto umile e divertente. La sua performance e le sue parole sono state caldamente apprezzate assieme al suo bisogno di parlare e dare valore alla settima arte. Il suo cinema e la sua professionalità come direttore della fotografia nasce da autodidatta da chi non ha tutto pronto ma si lascia immergere nelle scene trovando il punto giusto e la prospettiva dove inserirsi. Ha detto molto nella sua intervista Doyle, partendo dal potere della Cina che ci domina già tutti, delle nuove tecniche digitali, del suo amore per le droghe e l'alcool e per la sua straordinaria e assetata curiosità e voglia di scoprire.
A fare da sfondo una spiaggia, acqua, onde e scogli, il tutto frammentato come i ricordi del regista che si alternano in un b/n suggestivo e funzionale.


Port of Call

Titolo: Port of Call
Regia: Philip Yung
Anno: 2015
Paese: Cina
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

Una prostituta adolescente viene uccisa in modo orribile: il suo corpo viene fatto a pezzi e gettato in un gabinetto, mentre la testa viene buttata nel Victoria Harbor. La polizia inizia a indagare...

“Se una persona arriva a sacrificare il proprio corpo, vendendolo in modo da poter fare una vita diversa, perché improvvisamente dovrebbe avere voglia di morire?”
Avete presente ANATOMIA DI UN RAPIMENTO di Kurosawa e L'ELEMENTO DEL CRIMINE di Trier. Ecco l'ultimo film dello sceneggiatore Yung mischia e sembra ricordare per alcuni aspetti e per come concepisce location e dettagli i due registi sopra citati, da una parte e dall'altra in un film lento, lungo e complesso con svariati archi temporali e una messa in scena digitale che grazie alla fotografia di Cristopher Doyle riesce a tirare fuori alcune idee e una regia ottima e suggestiva.
E'un film a metà Port of Call. Forse troppo lungo e con alcune linee narrative e sotto-storie difficili da seguire e da tenere a mente. Dalla sua porta a casa una realisticità inquietante, uno studio intimo dei personaggi e del dramma sociale e alcuni dialoghi strazianti sulla miseria umana e sul degrado.
E'un film in cui i protagonisti sono tutti molto soli e soffrono silenziosamente. Chi come il detective a causa dell'isolamento e per l'ossessione comportata dal suo lavoro che gli ha fatto perdere la famiglia. Soffre il killer, dilaniato dal senso di colpa e dalla difficoltà di non essere accettato. Soffre la vittima, dimenticata dalla sua famiglia e ormai una lucciola timorata che cerca ripari nei posti più pericolosi.
Un noire cupo e gelido che attinge a un vero fatto di cronaca: l’omicidio, avvenuto nel 2008, della sedicenne Wong Ka-mui, una ragazza che si era trasferita a Hong Kong dalla Cina continentale e aveva ben presto abbandonato la scuola. Wong è stata strangolata mentre forniva prestazioni sessuali e il suo corpo non è mai stato trovato, perché il killer ne aveva buttato alcune parti nel gabinetto, altri pezzi li aveva gettati al mercato e la testa era finita nelle acque del porto. Il caso aveva suscitato articoli sensazionalistici



martedì 15 novembre 2016

Tokyo Tribe

Titolo: Tokyo Tribe
Regia: Sion Sono
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

In un futuro imprecisato Tokyo è un territorio diviso tra gang rivali, con la polizia inerme a osservare le gesta dei delinquenti. Signore e padrone della rete malavitosa è il disgustoso Lord Buppa, dedito al cannibalismo e a sordide pratiche sessuali. Quando la figlia di una gang straniera, a Tokyo in incognito, finisce prigioniera di Buppa, tra le bande rivali si scatena la guerra, a colpi di mazze da baseball e rime hip hop.

Tokyo Tribe è l'ennesima prova che Sono è uno sperimentatore che non ha intenzione di fermarsi nel suo viaggio di nozze con il cinema di genere. Tratto da un manga, in questo caso un mix coinvolgente di più di due ore che mischia, musical, azione mimando il combattimento fisico detto up-rock e fronteggiandosi a colpi di dissing, dramma, virate pulp e tanto tanto ritmo scandito dagli ottimi brani hip hop cantati dai protagonisti.
Tokyo è il caos amplificato e messo a ferro e fuoco da band locali che con le dovute divisioni dovranno trovare un accordo per combattere un nemico più grande.
Un film travolgente e anarchico, un live-action che tra pianisequenza e cambi di ritmo impressionanti conferma l'amore per il cinema e proprio la prolificità del regista riesce a dare successo e un'attenzione meticolosa al gusto corrente in fatto di mode, tendenze, stili e tutto il resto.
Tokyo Tribe è un film in realtà molto complesso da girare con tanti personaggi e gang, tutte al contempo caratterizzate a dovere e tutte che cercando di ritagliarsi una propria fetta di fama.
Un film che molto probabilmente dato in mano ad un altro regista che non lo sentiva come qualcosa di importante avrebbe comportato un sicuro fiasco. Qui è sprigionata la follia e la creatività e sono proprio questo insieme di elementi uniti ad un corollario di scelte originali e spesso anche politicamente scorrette (la poliziotta svestita per strada che finisce tra le mani di Mera unita alle scene sado-mado e quelle di cannibalismo).
Visivamente folle, sembra ironizzare su tanto hip hop moderno e l'esagerazione del fenomeno che sta dietro, dando risalto e forma a personaggi improbabili che pur non diventando mai del tutto delle macchiette funzionano proprio nella maniera in cui esagerano un fenomeno di massa che ha ripreso forma e successo.



Mole Song

Titolo: Mole Song
Regia: Takashi Miike
Anno: 2013
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Reiji è un poliziotto incapace, col chiodo fisso del sesso ma con un’incrollabile determinazione. I suoi superiori decidono così di utilizzarlo come agente sotto copertura da infiltrare nella yakuza. Reiji si troverà alle prese con due organizzazioni criminali dalle opposte filosofie e composte da personaggi singolari. Tra mille disavventure, il protagonista farà la differenza nella guerra tra le due gang.

Takashi Miike ha girato così tanti film che quasi nessun sito è riuscito finora ad elencare tutta la Mole dei suoi film. Dal canto mio credo di averne visti almeno una sessantina dopo importanti retrospettive con il regista presente in sala ed essendo diventato scemo sul web a cercare di essere sempre aggiornato sulle sue ultime fatiche.
Che siano film di formazione, yakuza movie, manga, romanzi, horror e quant'altro, il fuoriclasse giapponese insieme a Sion Sono siedono sull'olimpo nipponico del cinema di genere. Mole Song sono 130' minuti di puro intrattenimento in perfetto equilibrio tra commedia ed action. Una parodia demenziale che non vuole prendersi sul serio mischiando ironia e dramma e contaminando sotto generi e qualità tecniche che non sembrano mai venir meno.
Reiji è l'imbranato sfruttato dai suoi superiori per toglierlo di mezzo senza pensare nemmeno per un attimo che il ragazzo possa farcela. Un esercizio di stile che dato in mano a qualsiasi altro regista sarebbe molto probabilmente finito nel dimenticatoio mentre qui l'inarrestabile sequela di invenzioni visive reggono un impianto narrativo surreale e sopra le righe.

Di nuovo un film completamente anarchico che si prende tutte le libertà che vuole senza limiti e imposizioni (d'altronde Miike è diventato famoso per questo da quando in passato scelse di chiamarsi fuori dalle logiche di marketing con il potente DEAD OR ALIVE) ridisegnando un suo universo pop colorato, esagerato, popolato di richiami al mondo animale e ricolmo di idee grafiche.

domenica 23 ottobre 2016

Train to Busan

Titolo: Train to Busan
Regia: Sang-ho Yeun
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 3/5

Seok-wu è un manager finanziario separato dalla moglie: la piccola Su-an spesso si sente trascurata da lui e preferisce la compagnia della madre. Sul treno su cui viaggiano i due, per portare Su-an dalla madre che vive a Busan, sale una ragazza che riporta delle ferite strane sul corpo, simili al morso di un animale. Presto si trasformerà in zombi e sul treno per Busan si scatenerà l'inferno.

Gli zombie ormai negli ultimi anni sono spesso e volentieri sinonimo di qualcosa di già visto.
I traguardi da ricordare negli ultimi anni sono davvero pochi e quindi imbattersi in uno zombie-movie orientale, in particolar modo coreano, non capita spesso.
Train to Busan è sicuramente un film che gioca benissimo per quanto concerne il ritmo, l'atmosfera e l'azione. Forse l'eccessiva lunghezza e un finale troppo telefonato e strappalacrime sono gli elementi che ne sanciscono un buon prodotto di genere ma senza quel salto in avanti che Yeun poteva permettersi contando che di certo una componente di pessimismo e crudeltà erano già presenti nel suo precedente KING OF PIGS un film d'animazione davvero teso e violento.
Seok porta avanti la sua corsa per la sopravvivenza con la figlia e un gruppo di persone che una dopo l'altra periranno in due tra le maggiori location dove il film decide di concentrare e dipanare la storia. Sicuramente per i fan di genere è un film da non perdere consigliato da quasi tutti i siti e i blog che ne capiscono un minimo di cinema.

E' una pellicola con un budget importante e un cast ben misurato. Un'opera che al contempo riesce a inquadrare qualcosa di originale e non banale o iper sfruttato, come capita sovente, e tante citazioni che non tolgono o rubano idee ma servono semplicemente a omaggiare la tipologia zombie che negli ultimi anni ha sdoganato: quella dei non morti che corrono e che vedono solo gli oggetti in movimento.

Accident

Titolo: Accident
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2009
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Il cervello, la Zia, la Ragazza e il Grassone sono una gang specializzata in incidenti, loro fanno accadere appositamente ciò che dovrebbe essere casuale con lo scopo di uccidere su commissione. Che sia la mafia o un privato cittadino ad ordinare l'esecuzione perfetta poco importa. Quando però un incidente accade a loro l'idea che sia casuale semplicemente non è pensabile.

Ormai quando si legge Johnnie To come produttore si ha in automatico la garanzia di qualità.
E non parlo solo di un genere sempre interessante che nelle giuste mani riesce spesso e volentieri a dare quella spinta in più che manca, ma è proprio lo sguardo critico e il team di professionisti attorno al regista a fare la differenza.
Accident come spesso capita parte già in quinta, è possibile afferrare la maggior parte delle caratteristiche stilistiche e tematiche nel primo atto ed è un coreografatissimo thriller tutto giocato sulla costruzione e la realizzazione dei piani della banda di Brain. I temi, la poetica e la caratterizzazione dei personaggi sono incomparabilmente più profondi di tanto cinema mainstream americano.
I dialoghi scarni e colmi di significato, la fotografia neutra e indifferente al dramma in atto, le scenografie anonime e disadorne quanto quel che rimane al protagonista sempre più vittima della disperazione. Siamo cerebralmente predisposti a non affrontare il reale senza una qualche regolarità.
Cheang in nove film ha già collezzionato diversi film importanti come MOTORWAY, la saga di MONKEY KING, KILL ZONE 2, LOVE BATTFIELD. Sicuramente è uno da continuare a tenere d'occhio vuoi perchè è ancora molto giovane, vuoi perchè investe e cerca di trovare tematiche e generi diversi su cui cimentarsi e vuoi perchè fa parte di quella corrente di cineasti cinesi davvero esplosiva e con un sacco di talento.


venerdì 23 settembre 2016

Motorway

Titolo: Motorway
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2012
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Per il giovane Cheung, membro di una squadra della polizia specializzata in inseguimenti di auto, la cattura di Jiang diviene una sorta di ossessione, specie dopo le umiliazioni impartite da questi al dipartimento di polizia. Il veterano Lo dapprima cerca di dissuadere Cheung, per poi convincersi a dargli una mano, anche considerato l'antico conto in sospeso con Jiang.

C'è poco da fare. Anche quando gli orientali trattano i "b-movie" trasformano la merda in oro.
Poi di fatto parlare di serie B in un film che vanta alcune sequenze che da noi, nel cinema europeo, vederle stilisticamente così all'avanguardia capita quasi di rado è un altro discorso.
L'ultimo film di Cheang, pur avendo una trama abbastanza scontata, è una lezione tecnica, trovando in una perizia della messa in scena perfetta e a tratti all'avanguardia, delle scelte raffinate e stilisticamente impressionanti. Anche se la storia può apparire scontata, supera di certo quella saga tamarra americana e brutta di FAST & FURIOUS.
Motorway è un action minimale con un buon cast e il regista di KILL ZONE 2 e della saga di MONKEY KING (dunque stiamo parlando di qualcuno che sa dirigere gli action perlomeno da dio e non stupisce che sia uno dei pupilli di To).
Un film tutto di inseguimenti e di colpi di scena che in 80' non concede attimi di noia e cali di tensione.
Una truzzata con stile che riesce sempre bene agli orientali.



domenica 18 settembre 2016

Over your dead body

Titolo: Over your dead body
Regia: Miike Takashi
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Una compagnia teatrale sta per mettere in scena Yotsuya Kaidan, celebre testo ottocentesco su un samurai senza padrone e soprattutto senza coscienza che non esita a distruggere tutto e tutti pur di acquisire una posizione di rilievo nella società. La coppia di attori protagonisti è anche coppia nella vita, ma il loro rapporto si incrinerà con il prosieguo delle prove, finchè risulterà difficile separare la realtà dalla finzione, e i due saranno trascinati negli abissi del delirio.

Uno degli ultimi film del prolifico, insaziabile e trasformista dei generi Miike, è un thriller psicologico con richiami horror, fantasmi, e alla base il desiderio di confrontarsi con un classico e una storia davvero inconsueta e complessa.
E'un film per certi versi molto più lineare e narrativo senza il solito e congeniale montaggio che smorza le immagini e rende ancora più frenetico il ritmo (caratteristica assolutamente infallibile che Takashi riesce a trasformare sempre in oro). Siamo più dalle parti di 13 ASSASSINI, HARA-KIRI:DEATH OF A SAMURAI e in alcuni momenti GOZU e IMPRINT per cercare di sondare una filmografia che vanta quasi cento film.
Miike adatta un'opera teatrale kabuki mischiandolo con le marionette Bunraku e crea un gioco di messa in scena tra moderno e storico, suggestivo e impressionante, portando avanti un'opera complessa con un climax finale degno della sua fama, una messa in scena invidiabile e alcune scene profondamente disturbanti come quella dei farmaci, etc.
Forse ci troviamo di fronte ad una delle sfide più complesse del regista, matura e difficile, ma che grazie al talento e una preparazione minimale per ogni singola inquadratura, riesce anche questa volta a raggiungere il suo obbiettivo. Quando dalle singole storie dei personaggi che si delineano fuori da un palco che non smette mai di girare, cominciano ad arrivare le bambole e le mutazioni del corpo, allora si entra a tutti gli effetti in quell'incubo malato e misurato che grazie ad una colonna sonora eccellente riesce a farti piombare in un vero incubo.



giovedì 4 agosto 2016

Wailing

Titolo: Wailing
Regia: Na Hong-jin
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio:4/5

Un anziano forestiero compare nelle vicinanze di un villaggio coreano di montagna. Nessuno sa da dove venga. Si sa solo che è giapponese. In breve tempo però iniziano a verificarsi morti misteriose sulle quali indaga il poliziotto Jong-gu. Gli omicidi sembrano essere legati a ritualità demoniache. L’indagine del tutore dell’ordine si fa più pressante e carica di oscuri presagi quando è sua figlia ad essere posseduta.

La potenza evocativa di Wailing non passa inosservata.
In due ore e mezza di durata il regista riesce a mettere in scena un thriller poliziesco con un'atmosfera horror e tanti elementi estrappolati dal cinema di genere.
Lo straniero, il concetto di diversità, l'epidemia, gli zombie, le maledizioni, il folklore popolare, l'indagine, la possessione, i rituali, gli spiriti e infine i demoni.
Da subito emerge una messa in scena sublime con una fotografia capace di illuminare ogni singolo dettaglio della scena (particolare che avendo a che fare col mistery risulta molto importante).
Un film che piano piano diventa sempre più complesso con trame e personaggi che sembrano il contrario di quello che finora ci è sembrato di capire.
Poi non contento di tutto ciò, il regista si concede anche il lusso di scherzare in alcuni momenti riuscendo in alcune scene peraltro grottesche a fare pure ridere (il tipo colpito dal fulmine ad esempio...) come esempio di una struttura slapstick in salsa coreana non sempre funzionale ma che qui trova un suo gioco forza interessante.
E'proprio vero che negli ultimi anni per quanto concerne i gialli, i coreani e gli orientali in generale hanno saputo rilanciarsi nel migliore dei modi con alcune strutture e trame narrative davvero originali e in grado di appassionare il pubblico con continui colpi di scena e intrecci complessi e quasi sempre lasciati all'oscuro per fare in modo che lo spettatore faccia quello sforzo in più che spesso e volentieri il cinema dovrebbe richiedere.
Na Hong-jin rimane uno di quelli da tenere sott'occhio, soprattutto contando che questo suo terzo film è il migliore e il più complesso senza contare che i due film precedenti di certo non scherzavano.


Iceman

Titolo: Iceman
Regia: Wing-cheong Law
Anno: 2014
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Un'eroica guardia imperiale della dinastia Ming viene sepolta nel ghiaccio con il suo nemico durante un combattimento su una montagna innevata. Quando la coppia si ritrova secoli dopo, risvegliata da alcuni scienziati, i due guerrieri riprendono la loro battaglia scatenando il caos nella città di Hong Kong.

A tratti sembra di vedere una parodia di DEMOLITION MAN in salsa cinese solo che almeno in quel film la storia del surgelamento e scongelamento funzionava, qui invece fin dalla prima scena ti rendi conto che il regista si sta arrampicando su dei vetri rotti (sembra una battuta ma in realtà coincide suo malgrado quasi con una scena del film).
Iceman, da non confondere con il film americano del 2013, con la star orientale più pagata al mondo, è un film scemo che a parte qualche notevole scena d'azione esaurisce fin da subito tutto quello che aveva da dire e dal secondo atto in avanti è costituito da continui cambi di scena e roccambolesche scene d'azione costruite per distrarre il pubblico da una sceneggiatura davvero limitata e con dei dialoghi davvero insopportabili.
Un film che forse costruisce e sembra appunto ruotare attorno a delle assurdità così imbarazzanti che non starò ad elencare un po per un processo di rimozione immediato e poi per aver fatto un patto col cervello di non guardare più spazzatura simile (anche se poi ogni tanto ci casco...)


lunedì 18 luglio 2016

Gun Woman

Titolo: Gun Woman
Regia: Kurando Mitsutake
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Due mercenari stanno attraversando il deserto quando per ingannare l'attesa uno racconta all'altro la storia di un individuo noto come Mastermind, che è riuscito a trasformare una prostituta tossicodipendente in una macchina per uccidere. In cerca di vendetta nei confronti del miliardario sadico che ha ucciso la sua amorevole moglie, Mastermind, un medico giapponese, ha "modificato" la prostituta con l'intento di farla entrare nella struttura sotterranea in cui il miliardario soddisfa i suoi desideri sessuali.

L'exploitation, il genere dnotomista, il trash e lo splatter sono tutti gli ingredienti previsti per questa pellicola molto pulp e con alcuni momenti esilaranti ma anche di spessore.
Ritorna Asami, l’attrice porno nonchè protagonista di numerosi film trash nipponici degli ultimi anni.
Gun woman è pieno d'azione e di sangue. Seguiamo questa piccola fiammiferaia schiava della droga in un Giappone allucinato popolato da individui sempre più ambiziosi ed egoisti in cui la vita umana vale meno di zero e ciò che conta è soddisfare i propri istinti.
Senza inutili pedanterie e dei dialoghi d'effetto, sembra prendere i recenti LUCY e EVERLY e buttarli in un tritacarne, come se fossero passati sotto il vigile occhio di Miike Takashi.
La chirurgia portata agli eccessi con parti meccaniche di una pistola da montare introdotte nel corpo sembrano citare il cinema di Tsukamoto anche se con alcune varianti differenti.
Forse solo il finale con alcuni colpi di scena un po tirati per le lunghe e senza troppa logica, in realtà servono a ben poco contando che gli intenti del film sono ben altri.

Gun Woman è un revenge-movie dove una donna gira nuda vendicandosi e usando il corpo come magazzino in cui nasconde una pistola da assemblare e qualcuno che vigili su di lei per farle ad hoc una trasfusione.

mercoledì 8 giugno 2016

Sword of the stranger

Titolo: Sword of the stranger
Regia: Masahiro Ando
Anno: 2007
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Film incentrato sulla storia di un elisir di vita eterna e di un'antica profezia, è anche il racconto dell'amicizia tra due persone con un passato tragico: un fiero e potente samurai senza nome, che ha fatto voto di non sguainare più la spada, e Kotaro, un orfano che ha come unico amico il suo fedele cane Tobimarou.

L'animazione pur con meno titoli rispetto a una volta è sempre in grado di regalare pellicole affascinanti. Anche dopo l'addio del maestro dello studio Ghibli, i nipponici continuano ad essere tra i massimi esperti in assoluto sul genere e sulle trame che la compongono.
Sword of the stranger nella sua semplicità, nella sua apparente semplicità riesce ad essere un viaggio di formazione e di crescita importante e mai troppo prevedibile.
Un viaggio nel giappone feudale con arie da western, quelle arie che già incuriosirono Leone guardando i film sui samurai di Kurosawa interpretati dallo straordinario Mifune.
Rispetto ad alcuni suoi coetanei come NINJA SCROLL eliminandone però qualsiasi componente favolistica o sovrannaturale, per storicità è più lineare con KENSHIN, dimostra di essere un solidissimo anime-action di ambientazione storica, strutturando continuamente i paradossi di un'amicizia tra adulto e bambino in maniera elementare quanto strettamente funzionale e avvincente oltre che commovente in alcuni passaggi.
Gli ingredienti della storia poi sono quelli abbastanza ricorrenti nei racconti di genere: un samurai solitario con un passato da dimenticare, un bambino in fuga da qualcosa che ne minaccia l’incolumità, un animale-totem, nemici -spesso sadici- a profusione , in cui per il concetto di onore e per quello di voler conoscere i propri limiti, solo uno potrà scontrarsi con il protagonista-eroe.
L'animazione nipponica come sempre si distingue per il suo impatto visivo, per il suo bisogno di sottintendere il sacrificio e quindi allo spettatore non vengono risparmiati ettolitri di sangue sparati dalle arterie ad altissima pressione, teste mozzate, spade conficcate nei crani, frecce capaci di passare un corpo da parte a parte e infine arti staccati di netto dai corpi.